![]()
* Edizione di riferimento
Edizione nazionale delle opere di Pietro Aretino, a cura di Giovanni Aquilecchia e Angelo Romano, Salerno editrice, Roma, 1992.
* Edizione elettronica di riferimento
http://www.bibliotecaitaliana.it
Al signore Sperone reputazione della nobiltà padovana e delizie de la gloria de le Muse. Per sapere non pur io, ma qualunque si sia, che voi sète mente de l'animo di messer Pietro e che egli è spirito de lo affetto del vostro core, èmmi paruto de indirizzarvi le Stanze de la Serena, poste dietro a quelle de la Viola: imperoché è impossibile a credere che d'un medesimo ingegno escano ora per ora cotante stranezze di materie. Gran pratica de l'azzioni del mondo, e gran natura in conoscere i moti de gli animi d'ogni sorte di gente, dimostra egli nel Dialogo de le Carte e in quello de le Corti; Tiziano pittore illustre non rapresenta sì bene il vero col pennello, come fa esso gli andari de le meritrici in l'Antonia e in la Nanna, e in la Nanna e in la Pippa; è fatica di aggiugnere a l'eccelenza del Primo e del Secondo volume de le sue lettere; e dicendo il Mendozza don Diego, singulare in ciascuno studio di scienza, che in le comedie avanza quanti ne composero mai, posso anch'io dire che il Marescalco, la Cortegiana, la Talanta e l' Ipocrito sono divine e ne l'arguzie e ne gli amaestramenti: e quando io giurassi che il decoro del decoro è nato seco, non me ne ingannarei punto. Ecco il Capitolo del Re, del Duca di Fiorenza, del Principe di Salerno, e de l'Albicante, eccogli al parangone di quelli così freddi e così debeli del Berna e del Mauro: è un peccato che l'Aretino, fedele censore de l'opre istesse, abbia stracciato tre mila stanze di Marfisa e de le lacrime d'Angelica. Ma che direm noi de la grave et eroica altezza di ciò che ha scritto in lode di Francescomaria anima de la milizia, e in gloria di Carlo Cesare terrore de i terribili? Tremendo è il suo stile in le composizioni satiriche; de la religione, del candore e de la simplicitade con che si debbono esprimere le cose di Dio, ne fanno testimonianza i Salmi, il Genesi, l' Umanità di Cristo, la Vita di Maria Vergine, l'istoria di Santa Caterina e la leggenda di Tomaso d'Aquino. Certo che in ogni sua opera si vede il disegno di quelle del grandissimo Michelagnolo; e se nulla mancava circa la varietà de le prose e de i versi, la rozzezza de la lingua villana ce lo suplisce. Sì che leggale Vostra Signoria, come per miracolo mesurando dal suo profondo l'altitudine di queste de la Serena, ch'io vi dedico per nuovo onore del mio diletto compare.
Di Venezia a li XX di aprile MDXLIIII.
Servitore Francesco Marcolini
Aure, o aure, che vi raggirate
per questo disvelato ciel sereno,
e 'l puro del nostro aere temprate
con spirar dolce di salute pieno;
aure, che tra le frondi mormorate
spargendo i sonni a le fresche ombre in seno,
non vaneggin più i fiati che traete,
se altere maraviglie udir volete.
Eco, ombra invisibile che vivi
e deserta e selvaggia, e quel che senti
con penna occulta dentro al senso scrivi,
poscia nel proprio suon ridirlo tenti
acciò nulla sen perda e perché schivi
noia a chi parla: i nuovi uditi accenti
non replicar, ma taci e queta ascolta;
se 'l Ciel ti renda la tua forma tolta.
Fere, augelli e pesci, il cantar noto
che squilla già per le marine sponde,
non impedite a voi stessi col moto;
ma in queste rive, in quest'aria, in quest'onde
quetate insieme il corso, il volo e 'l noto:
ché stando attenti a le lode profonde,
la loro incomprensibile armonia
spirito di ragion dar vi potria.
E voi squamosi Dei che Adria guardate,
Adria di palme più che d'alga piena,
i balli, i carri e le conche arrestate
con la pompa che il mare in giro mena;
e i sacri capi fuor de l'acque alzate
et a gli onor de la fatal SIRENA
date udienza sì che i salsi orgogli
non ardischin ferir liti né scogli.
Ne le superbe e fortunate arene
nel cui cerchio si sta quel Paradiso
che il LEON sacrosanto alza e sostene
di pace empiendo ovunque volge il viso,
il toscano Pastor che il vero tène
sculto nel fronte, sopra un tronco assiso
gli occhi al ciel volti, a la sua Dea il pensiero
così a dir move in suon piano et altero:
– Gloriose, soprane, amiche Stelle
che infondete in altrui senno e valore,
o lucerne del ciel viventi e belle
di colui che vi accese eterno onore!
gioite ne' vostri ordini: ché quelle
piovute grazie col divin favore
ne la SIRENA angelica son tali
che vi fanno conoscer da i mortali.
Se quel d'onore pellegrin desio
non nascea in voi quando subietto degno
larghe faceste per lo don di Dio
del poter vostro il suo più caro pegno,
onde la universal credenza uscìo
del valor d'ogni cielo e d'ogni segno,
giamai non si sarien, lumi cortesi,
di vostre alme virtù gli effetti intesi.
Ecco ella gira i felici occhi, e dove
gli affige o leva, ivi s'arresta e parte
quel foco d'or che dolcemente move
da i vostri aspetti e in l'aria si comparte:
di tai faville graziose e nove
ne forma il fato con mirabil arte
un folgorante e bel diadema a lei,
acciò cosa ne sembri de gli Dei.
Chi scorger vole in sommo seggio eterno
duo di voi salde in chiara parte sole,
anzi la coppia che la state e il verno
non lascia il dì fin che no 'l cresce il Sole,
e quelle ancor che il lor tesoro interno
sparsero in lei con influenze sole,
o d'altre pur gli aventurosi giri,
fisse et erranti le sue luci miri.
Il fronte suo pacifico e sicuro,
di celeste onestade aureo soggiorno,
vien da lo spazio risplendente e puro
che il propio lume a voi scopre d'intorno.
Il vigor di tal luce che l'oscuro
sgombra dal ciel, poi il fa di lampi adorno,
è la vista con cui la SIRENA alma
ne i nubilosi petti alluma ogni alma.
Da i crin di fiamma lucida e sottile,
che talor dietro vi spargete ardendo,
prendono qualità più che gentile
le chiome sue che van l'arte schernendo.
Da loro il santo Amor trae quel monile
con cui l'anime caste vien cingendo:
e perché in sé ha del divin valore,
mai scioglier non si può se ben si more.
Il lieto, il dolce, il vago, il rilucente
che nel vostro apparir lampeggia in voi,
è la bell'aria soave e ridente
del viso suo, terreno Cielo a noi,
ne lo specchio del qual ponendo mente
vede ciascun pianeta i pregi suoi:
come anco in lui scorgon le luci nostre
e l'eccellenze e le sembianze vostre.
Mentre non copre voi benda né velo,
il buon destin, che d'adornarla ha cura,
ardendo tutto d'ineffabil zelo
quella viva allegrezza alma vi fura
con che fate gioir la Luna e 'l Cielo;
e 'l bel dolce di lei riso figura:
in qual ne porge, dove i raggi invia,
de la vostra superna cortesia.
Da le candide ruote luminose,
che per voler di Dio con le man dotte
la providenza di Natura pose
al bel carro stellato de la notte,
tolgon lo essempio quelle preziose
e terse perle in duo cerchi ridotte,
ch'ella in ordine ugual ne la bocca have:
da cui l'aura vital spira soave.
Stelle, vostra mercé l'eccelse sfere
dette del ciel Sirene hanno concesso
a lei non solo in belle note altere,
come titol gradito, il nome istesso,
ma de le lor perfette armonie vere
con suprema dolcezza il suono impresso
ne le sue chiare e nette voci: ond'ella
quasi in lingua de gli Angioli favella.
Non dal bel foco o dal rossore eletto
di che il fecondo Sole arde e colora
con naturale e con divino effetto
le tempre vostre e quelle de l'Aurora,
nasce l'April che le sue guancie e il petto
di splendido ostro e nuove rose infiora:
ma di Venere il lume d'amor pieno
le orna de i color suoi le gote e il seno.
Da i bei giocondi rai di face aurata
che vi spuntano intorno atti e spediti,
e corona vi fan sola e pregiata,
per miracol celeste sono usciti
de l'una e l'altra sua mano sacrata
i trasparenti et imperlati diti
che nel dolce allargarsi in vaghe stelle
le converton le man leggiadre e belle.
Le Maestade che vi scorge errando
e che fisse vi guarda e con voi siede,
al cielo et a la terra altera dando
de lo splendor che chi vi fe' vi diede,
è la medesma che l'addita quando
le ferma o move il grave passo il piede:
signoreggiando poi con grazie tante
lo impero de l'onor c'ha nel sembiante.
Ma son vaghezze di gigli e di fiori,
bei pittori de i prati e de le rive,
ombre lodate di mirti e d'allori,
canti d'augelli e suoni d'acque vive,
specchi di rio, soavità di odori,
scherzi di pesci e spirar d'òre estive,
d'erbette verdeggiar, mover di fronde:
quel c'ho detto ch'è in lei, per voi s'infonde.
Magnanima non già, tenace e avara
dir si potrebbe a quella largitate
che la imagine vostra le die' chiara
per senza essempio far tanta beltate,
se ogni altra sua ricchezza ascosa e cara
non versava anco in lei con le man grate:
benché tal cortesia, che in voi sol regna,
de la SIRENA e de le Stelle è degna.
Ogni vertù che a l'animo dar pote
arbitrio d'astro o potestà fatale,
tutte del Ciel le grazie conte, ignote,
che a chi va costassù si fanno scale,
ornano lei quasi sua propria dote,
e onoran voi che la mostrate tale:
ma così fai così servar conviensi
la degnità de i vostri gradi immensi.
Il saggio stil, che su nel gran collegio
teneste allor che il possente ordin vostro
con pronta elezzion le die' quel pregio
che dar potea nel lampeggiante chiostro,
tiene con sempiterno privilegio,
mentre di lei si vanta il secol nostro,
de i pensier suoi il bel coro prudente
nel degno ostel de la felice mente.
Al diamante, di che va sempre armato
di sue virtuti il reverito stuolo,
l'alto desio di lei stassi appoggiato
quando speme del Ciel non l'alza a volo;
e del verace onore arso e infiammato,
con lo smalto del cor libero e solo
face al biasmo contrasto: e ogni ragione
li annulla con la ferma intenzione.
La purità di quel leggiadro invoglio
che d'ambrosia e di nettare spargeste
ove lei senza inganno e senza orgoglio
da l'Empiree Loggie a noi traeste,
onde il Mondo dir può «del vil mi spoglio,
e m'orno del gentil ch'ella si veste»,
pura, leggiadra et odorata rende
la pudica beltà che in lei risplende.
Non so se il Sol ne le sue gran fatiche
ne i loro alberghi duo pianeti vede
che amici sien come in lei sono amiche
le due aversarie a cui tutto altro cede,
che insieme stansi ogni or belle e pudiche
con eterna unione e stabil fede;
e non fia mai l'una a l'altra ribella:
perché tal pace è carità di Stella.
La potenza che tempra gli elementi
e che non pur de i cieli i moti regge,
ma gli eserciti suoi ritien contenti
sotto beata et immutabil legge,
fa la concordia che in atti eccellenti
e con queta umiltade le corregge
i ministri de l'alma: e dove mira
non ardisce apparir sdegno né ira.
A le fiamme, ove suol sempre avamparse
vergogna, del suo fronte illustre onore,
da i fucili de i fati accese e sparse
nel viso suo, esca d'un tanto ardore,
con l'ali pronte non osa apressarse
la temeraria lascivia d'amore:
ch'oltra che il loro incendio ivi comprende,
teme l'alma onestà che le defende.
Benigni influssi, l'abito perfetto
che fatto avete col natio costume
ne i grandi offici vostri, et il diletto
che prendete spargendo il caro lume,
sono discesi nel suo casto petto
quasi in lor tempio, e qual verace Nume
inchinano al suo core: et è ben degno,
sendo egli il lor terrestre altero regno.
Lo starsi in Ciel de la maggiore Stella
con cinque o sei de l'altre lampe appresso
dentro a i bei raggi sfavillante e bella,
è il senno suo chiarissimo in se stesso
che grave siede nel bel trono ch'ella
fra i saggi accorgimenti halli concesso:
onde l'operar suo move lo stile
modesto, puro, mansueto e umile.
I continui spron de i torti corsi
che seguir fanvi la prescritta usanza;
la sofferenza di quei saldi morsi
che le vostre fermezze non avanza;
l'osservar sempre de i tempi i trascorsi,
origin danno a la preseveranza:
che al fin di lei non pur gloria non nega,
ma ogni insegna sua le sacra e spiega.
Ma s'io vo' rassemplar con le parole
d'ogni qualità sua la effigie vera,
e del suo nome, pien di grazie sole,
statua intagliar da ciascun lato intera,
sembrarò quel che de le Stelle vole
ogni drapello, ogni stuolo, ogni schiera
annoverar: che al fin ne sceglie alcuna
nel tacito conspetto de la Luna.
Sì come il più pregiato e caro senso,
se bene è in sua vertù tutto converso,
confonde sé nel numer vostro immenso
c'ha 'l Teatro del Ciel di luce asperso,
così nel campo de i suoi onori accenso
si perde il dir che in celebrarla verso:
e 'l basso ingegno, a ragionarne ardito,
vòl prescriver il fine a lo infinito.
Ma destisi la man che meglio scrive
e di lei faccia, qual conviensi, istoria;
chi forma in marmo le persone vive,
spenda lo stile in sua lunga memoria;
ogni lingua che suona in voci dive,
nuova e sola le dia corona e gloria:
e quel che più con voi comprende i cieli,
de i suoi merti i secreti ne riveli.
Devresti, o fortunati alti intelletti
che de i poli ascendete ogni calle erto,
né solo aprite i lor chiusi ricetti,
ma il secreto che il fa èvvi scoperto,
esprimer con bellissimi concetti
quanto del proprio onor le ha il velo offerto,
tal che lassuso ponno dir gli Dei:
«Non splende in noi quel che non luce in lei».
O Stelle, s'io che a dir di lei son parco
sol perché a me foste pur troppo avare,
nel formar del suo nome mi discarco
del terren che al mio spirto intorno appare,
qual non trapassaran superno varco
color che a lei destinaran sacrare
in bei poemi e la natura e l'arte,
avendo in tutte voi così gran parte?
penetraran con piume alme e sicure
ne i luoghi inacessibili e nel coro
di voi, che scorgeran felici e pure,
e i segni raggirar nel cerchio loro,
la casa del cristallo e con gran cure
la region del vetro e i tetti d'oro
che son più sommi e più vicini a Dio,
ardendo nel divin nuovo desio.
I purgati, sinceri e santi fuochi
che ardon del vero Amor, gli Angeli l'alme
gli infiammaran (grazie donate a pochi
che riedon poi ne le deposte salme)
de gli eterni diletti con quei giochi
che provan le milizie eccelse et alme
mentre il fervido affetto in Ciel le accende
del raggio che al fattor dintorno splende.
De le fiamme che io dico, Dio compose
il rubo e il carro di Mosè e d'Elia;
con tai fuochi le lingue gloriose
compartì de i suoi dodeci il Messia;
di queste faci sì miracolose
abbrucia il Paradiso tutta via:
e bontà vostra, di cotanto ardore
la SIRENA del mondo arde ogni core.
Stelle, per più gradir quella influenza
che altamente in bearla si compiacque
di nova, adorna e splendida eccellenza,
sopra il nido apparite ov'ella nacque:
e poi del giorno e del Sole in presenza,
e di queste tranquille, famose acque,
publichi in terra la sua nobil sorte,
come non puote in lei tempo né morte.
Tu, Cielo, per più gloria ammanta or ora
sua beata magion d'uno aureo nembo;
e perché l'Idol tuo quivi dimora,
non mai l'ingombri alcun notturno lembo;
e 'l privilegio de l'arbor che onora
le chiome a Febo, scrivele nel grembo:
poi la cagion per cui tuoni e baleni,
l'aria che le sta sopra rassereni.
Sian le nevi e le brine, se pur vuoi
darle assalto or con quelle et or con queste,
ligustri colti ne i sacri orti tuoi,
poscia sparsi da te con le man preste
in testa e in fronte a gli edifici suoi;
e le pioggie del verno e le tempeste
convertinsi in rugiada, e fiocchin sempre
ne le sue cime con soavi tempre.
Fuor del seno di Giove i santi Amori
volin vezzosi, e poi c'avran dipinto
l'aere nel Cielo di vaghi splendori
e 'l sacro albergo de i lor fuochi cinto,
cantino il nome suo, cantin gli onori:
e sì vedremo il desir maschio estinto
in ciascun petto, e ogni anima sovrana
quest'Angela adorare in carne umana.
Mentre ch'ella starassi umile e lieta
in tanto onore, e con vertù raccolta
ne le sue leggiadre arti, a quel pianeta
che la fe' tale a render grazie volta,
il mar che nel gran letto ogni onda acqueta
tanto assotigli sua grossezza occolta,
che i tesori da lui rubati al mondo
discopra a lei nel periglioso fondo.
La sacra conca ove amorosa uscìo
premendo l'or de l'odorate chiome
coronata da i lampi del desio
colei che al terzo ciel dà legge e nome,
prenda d'este acque il più benigno Dio
e sopra l'onde la forbisca e còme:
poi le ne faccia dono, e la serbi ella
e per reliquia e per sua navicella.
Nimfe che pria nasceste o dopo o aypparo
de la gran Dea, onde a ciascuna lice
gir sotto e sopra a lo elemento amaro,
né tempo o loco mai ve lo disdice,
di ciascun non più visto ramo caro
di bel corallo, nel color felice
che dal monil di nicchi ora vi pende,
ornate il suo bel petto senza mende.
Le margarite e l'unioni elette
che ne la pompa vostra il mare ha speso
in corone et in cerchi e in ghirlandette,
porghinsi al capo suo d'or fino acceso;
aggravin le maggiori e più perfette
le caste orecchie sue con dolce peso:
ché s'ornan lei le vostre care perle,
verrà la Stella sua spesso a vederle.
Se di porpora ardente, se di quella
che pende in nero che vago riluce,
empiete il vòto a qualche conca bella
donde il vivo color fuora traluce,
il suo grembo colmatene acciò ch'ella
le accresca lo splendor con la sua luce:
e d'ogni maraviglia strana e nuova
che ne l'umide stanze si ritrova.
Più beati ch'Eurota, amici fiumi,
sol perché loco in questo mare avete,
tal che intoppo non è che si presumi
torcervi il corso ch'eterno movete:
l'urne che in man per antichi costumi
piene di voi medesimi tenete,
offerischinsi a lei: perché si scorga
di che poco alvo sì gran corpo sorga.
Porgetele anco de la copia i corni
che non pur colmi son d'uve e di spiche,
ma di fiori e di frutti e d'erbe adorni,
alme ricchezze a lor contrade amiche;
il Timavo e la Brenta si disorni
de l'onor che il suo capo avien che intriche
di canne e salci o d'altre natie fronde:
e faccin ombra a le sue treccie bionde.
Basci i piei vaghi a l'onorato sasso
dove si posa il suo marmoreo nido,
Istro che move col Danubio il passo,
onde il fio al mar suo paga sì fido;
Formione e Voran che irriga Anasso,
Sile e Livenza e qualunche alza il grido
o che piano sen vien correndo al chino
da che l'Alpi abbandona e l'Appenino.
Minzio e Tisin con gli altri che ancor danno
largo tributo al Re de i fiumi altero,
spoglinsi gli ornamenti che gli fanno
pregiar superbi ove s'han fatto impero:
e ne l'onde di Eridano, che vanno
con signorili piei per bel sentero,
gli spargin lieti, accioché il Po si vesta
d'abiti peregrin con real festa.
Poscia egli stesso le secrete vene
di se stesso apra, e le superbe corna
lieto s'indori; e de le ricche arene
di che Benaco il suo bel fondo adorna,
incoroni se propio, ché sa bene
che Alcide a l'arbor sua più non ritorna:
e si appresenti in così strani manti
con l'acqui dolci e la SIRENA inanti.
Voi che varcate a gli altrui lidi strani,
et a questi domestici apparite,
a l'andar al venir con atti umani
il sito ov'ella stassi riverite.
Ogni affetto del cor vi apra le mani,
e levi gli occhi a le sorti gradite:
non pur vedendo il suo bel viso santo,
ma udendo un solo accento del suo canto.
Ciascun nochier che ritrae quinci in porto
e che lo sgombra di spalmati legni,
e chi la calma in queste rive ha scorto,
e quel che d'Aquilon teme gli sdegni,
volga a i muri sereni il guardo accorto:
poi di religion mostrando segni
aggia inver lor calde preghiere mosse,
come ivi il tempio di Nettuno fosse».
Traboccava il fervor con gioie estreme
fuor del seno al Pastor pur al Ciel fiso,
qual uom vicino a la bramata speme,
che lo intenso piacer scopre nel viso:
però che il vero et Amor casto insieme
l'aveano dal mortal tutto diviso;
quando sol per invidia ebbe la notte
al santo cantar suo le voci rotte.
Tosto che le gran fasce orride e negre
de le cose il color fecero oscuro,
le buone Stelle che ascoltaro allegre
le lodi sue, vestite d'oro puro,
da i celesti balcon cacciar le pegre
a dare a lei e quelle che le furo
avare e contra: onde tal fallo ardito
mostra nel ciel la lor vergogna a dito.
Al bel tosco tacer gli Dei marini
consentiro che gli occhi de i mortali
contemplasser gli aspetti lor divini
apparsi fuor de gli ondeggianti sali.
In quel punto il bel Dì ruppe i confini
e ripiegar fece a la Notte l'ali,
con mille fiamme d'ogni parte e lampi,
ne i liquidi solcati amici campi.
Parve che i mostruosi pesci erranti
i profondi silenzii avesser desti,
tal non so che per l'acque tremolanti
mosser rotando i lor cenni, i lor gesti;
nuovi gli augelli formàr voli e canti
alor che tu, fido Pastor, tacesti:
e le fere volubili inquiete
ne fecer segno immote e mansuete.
Eco umil che ascoltando udito avea
da i soli orrori, che a lei sacri sono,
lodar la singular mia Donna, e Dea
e del mare e del ciel per divin dono,
del bello altrui cantar che si tacea,
sol ritenendo de le noti il suono
del cui rimbombo ogni spelunca è piena,
gradiva sé col replicar «Sirena».
I semplici, soavi e piani venti
che aggradan più dove meno arde il Sole,
sendo acquetati i pelegrini accenti,
lasciàr l'ombre, le frondi e le viole,
e portaro a le orecchie de le genti
il grave suon de le udite parole:
tal che ogni ingegno in ogni chiara parte
la intaglia in marmi e la descrive in carte.
* * *
Ben si può dir che a voi largo e cortese
de i suoi doni sia stato il Ciel avaro,
poscia che l'Aretino spirito chiaro
castamente di voi, donna, si accese.
Da lui verran gli schermi e le difese,
che usar potrete contra il morso amaro
de fiero tempo: ei vi sarà riparo
verso le gravi sue pungenti offese.
Certo giusta cagion di gir altera
più ch'altra avete, da che sol vi onora
quello, che tutto il mondo esalta e teme.
Quanti diranno ragionando ancora:
«Sol con Beatrice fia, con Laura insieme,
SIRENA eterna ne la terza sfera».
Questa del ciel Sirena ha ne' bei crini
i raggi che i capei fan biondi al sole;
ne gli occhi ha il foco del qual arder sòle
il puro zelo a gli spirti divini;
ha ne le guancie i vivi color fini
che infiammano le rose e le viole;
ha l'angelico suon ne le parole
che parton tra le perle e tra i rubini;
ha nel pio lampeggiar del santo riso
e nel fisar del guardo quel diletto
che si prova lassuso in Paradiso;
le tempre ha del desio nel casto petto,
di Natura i miracoli nel viso
e ciò ch'è di gentil, ne l'intelletto.
![]()
|
Biblioteca |
Progetto Aretino |
© 1996 - Tutti i diritti sono riservati Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi Ultimo aggiornamento: 15 luglio 2011 |