![]()
Edizione di riferimento
Edizione nazionale delle opere di Pietro Aretino, a cura di Giovanni Aquilecchia e Angelo Romano, Salerno editrice, Roma, 1992.
edizione elettronica di riferimento
www.bibliotecaitaliana.it
Al facetissimo Trippa patrizio cantianense staffieri e ogni cosa del senza menda Duca d'Urbino.
Io mi credo, fratellin caro, che tu abbia inteso nel modo che otto mesi a la fila m'ha concio quella quartana ladra che, per vedermi continuamente innanzi di quante sorti vivande si imaginò mai la gola, mi fa essere qualche cosa peggio che non è ser Tantalo: imperò ch'egli alzarebbe il fianco da maladetto senno, caso che potesse dar di becco nel manicare che per istigazion del iavolo gli aranca, gli scarpina e gli tralipa da la bocca come, nel tentarla il Demonio, tralipò, scarpinò e arancò la riformata consorte di don Atanasio. Or per intrare nel mio preposito: dico che la mattana, che per via e de la sua fastidiosa dapocaggine, e per mezo di così bestiale infirmità, tiemmi asassinata la fantasia, mi strasginò l'altra notte il pensamento ne la ricordanza di certe canzonesse contadine, biscantate in Verona nel chiostro di San Matio Boldieri da la tua boce ismusicante senz'altra trampellazion di cetera né di liuto; e perché ne lo isguainar tu così fatti strambotti, mettesti in su la teccarella del galluzzar non pur Marcantonio con gli altri tuoi sozii, ma gli arienti de la credenza, le tovaglia de la tavola, gli strumenti di cuccina, l'acqua del pozzo e la insalata de l'orto, non mi son potuto tenere di non fare, a l'odore de le prefate tue ciancie, queste baie che vienata, savìa, mo', adesso e ora intitolo. E Dio volesse che il Beato d'Aquino e il Dialogo de le carte fusse scappato fuora sotto l'ombra de la tua piacevolezza: ché oltra il non pentirmi, ne arei al manco ritratto il commodo di quello spogliarmi, di quel vestirmi, di quel nettarmi e di quel servirmi con che la tua bontade amorevole ebbe cura de la mia persona tutto il tempo ch'io stetti appresso a la eccellenza del nostro comun padrone. Ma per che sin di qui odo riderti de le bufolarie ch'io mando, mi scuso con giurarti de averle sputate in sogno: onde voglio che il premio di ciò sia il dignarti in mio scambio di riverire il Duca inginochioni; di poi in vece di me basciare la mano al Signor Ranieri fedel rifugio de gli uomini da bene. Salutami non solo i gran maestri di cotesta realissima corte, ma sino a i famigli che la servano, non te scordando lo strenuo Barbuglia dicendogli che presto vedrà drizzata al suo nome la Nencia non manco galluta e non men treccola de la Viola: e ciò faccio perché si giudichi di che maniera sieno i merti di Guidobaldo, poi che io, che sono io, rivolto l'opre a gli staffieri di sua ottima Signoria. E la disbratto con lo esortarti a vivere allegro, a isguazare ben bene, a far dei trippini e a mantenerti savio, volsi dir sano.
Di Venezia, a li [...] [[...]] di aprile MDXLIIII.
Pietro Aretino tuo tutto
Viola mia, cara la mia Viola,
che a vagheggiarti tutto mi confetto,
se 'l Diavol vòl che ti trovi un dì sola,
vo' farmi tuo per via d'uno iscambietto;
di poi girò a 'mparare a la scola
a scomporre in tua laude un sonetto:
che, ciò facendo, la sua melodia
sarà tra te e me come una spia.
Ne lo anunziarci il domine le feste
fa un gran male a ritenersi in gola,
come ha detto «oggi quelle, e doman queste»,
e non spacificar Santa Viola;
le non mi paion cose troppo oneste,
e se 'l trovo vo' dirgli una parola:
ché in quanto a me istimo santitae
il mangiar me con la sua crudeltae.
Viola, io vengo in chiesa aposta fatta,
perché si sappia che ti porto amore;
e nel tener la capocchia in giù guatta,
ti riconosco in tra l'altre a l'odore:
perché il tuo fiato, che sa d'ambra gatta,
subito sbuca a strapanarmi il core;
ma l'incenso di lui, che m'inbriaca,
un basciuzzo vorria per otriaca.
Viola, io mi sognava ch'io dormivai
stanotte dormendo intu 'l mio letto,
e russando ben forte mi pariva
che tu pigliasse a scoprirmi diletto.
Viola, levarmi su i' non potiva,
ché il sonno infingardaccio, per dispetto,
mi stiracchiava a sé con un tal modo,
che aprivo gli occhi e pur dormivo sodo.
Viola savia, s'io ti veggo scalza
con quelle tue bracciozze ignude nate,
ho aschio al rio che da cattivo s'alza
sino a le tue ginocchia inzuccarate:
alora il cor, che nel petto mi sbalza,
e le sibille ne impiscia e le fate.
Ma viemmi, ciò mirando onde mi amalo,
l'intentazione: e·llibra nos a malo.
Se fusse mosca come ch'io vorria,
io ti farei Viola disperare:
la prima cosa, a gli occhi ti verria
in atto di volertigli cavare;
come che una capra rideria
con la mano vedendoti a rostare:
e credendo amazzarmi in doi menate,
ti pestarien le sproprie mostacciate.
Vorrei, Viola, quando fai la bionda,
essere il Sol, che apparito bel bello
con gran manefattura ti circonda
le treccie sparse intorno del capello;
o quella cosa longa, aguzza e tonda
che fa doi parti d'ogni tuo capello;
o il pettine che i crini ti distriga,
la spogna al men, che di sguazzargli ha briga.
Nel gir, Viola, a la festa solenne
benché entri in filza in un branco di donne,
del verbon caro somegli l'ammenne,
e del troibo il chrisaleionne;
l'altre paion gazzole con due penne
e l' a be ce che non ha il ca' né 'l conne:
paion senza colombe colombaie,
e senza l'acciaiuol pietre focaie.
Quando, Viola, ti alzi la gonella
e in giù rovesci tutto lo scoffone
e pala fai della gambotta bella,
in succhio vammi la melza e 'l polmone;
e bramo d'esser quella pulcia, quella
che ti manuca senza descrezione:
perché, se fussi pulcia come lei,
u' più ti rode, più ti grattarei.
Viola, i mastri da le bagatelle
per un mese a la più esser vorria:
che se 'l tuo amor non fusse pelle pelle
contra la sfegatata fede mia,
come lor, ch'u' non è covel covelle
fan comparir sino a la beffania,
cinque o sei volte al trammito d'un'ora
faremmo a che l'è drento a che l'è fora.
Dimandami, Viola, qualche cosa,
e del ben che ti voglio abbi a schiarirti:
se vuoi che ti sbasciucchi a la franciosa,
pensela tu se son per ubbedirti;
se con la mia persona rugginosa
ti venisse apetito di coprirti,
or che so scioperato e mo' che posso
te farò ischiavina del mio dosso.
Viola, io non son sindico qui fori,
che, se fussi, a la croce benedetta,
ti affogarei in cento mila onori
e ognun vorrei ti fesse de berretta:
ma istrabilio de tutti i cacalori
che non corrono qui per istafetta
cantando il credo e la magnificatte
dinanzi a te che sei di sangue e latte.
Io vorrei esser, Viola, quel vento
che ti rinfresca al tempo de la state,
quando in camiscia, col petto in sul mento,
per casa dai parecchi spasseggiate;
se fusse lui, come un ricco contento
pian piano ti darei doi sculacciate;
poi ti porrei toccandoti il cioncietto
con mille cacabaldole intu 'l letto.
Viola, s'un dì scontro quel pretaccio
dal quale ti confessi sempre mai,
saperò per che conto il porconaccio
non ti sgrida del mal che tu mi fai;
e dandogli de i pugni nel mostaccio
parrammi di por giù tutti i miei guai;
tal che, tornando alla comunione,
vorrà c'abbi di me scompassione.
Viola, ben ch'io abiti alla villa,
sono per anticaglia cittadino;
e perciò, tosto che il cervel mi grilla,
la impatto a l'Ancroia paladino.
Il prete nostro mi chiama lo Strilla,
nome che lui trovò sul mattutino:
sì che Bellona fa di me quel conto
che fassi de la suppa e del panonto.
Viola, io vorria pur che tu pensasse,
quando non sai che farti de i pensieri,
a me che smanio; e qual t'amo, m'amasse
e beessimo insieme a un bicchieri.
Sariati onore, s'ormai mi trattasse
come è trattato un lesto dal brachieri:
ma se no 'l fai, fo voto a sant'Antonio
di darmi a sacco ad ogni suo demonio.
Viola, s'usi a me qualche pietae,
e fai ch'io possa in nascosto parlarte,
verrà, passando tu per la cittae,
ogni cittadinanza a scontemplarte,
onde parrai proprio una maesta
eper la baldoria del sentir lodarte.
Certo ciascuno dirà ne la via:
la mama è colei d'ogni opra impia.
Se Dio ti guardi quegli occhi, Viola,
che han fatto del mio core un pan biscotto,
la testa lustra e la scasciata gola,
quel visotto d'aver, quel ciarlar ghiotto,
e quella tua dolce aria mariola
che per un tratto a sé m'ha posto sotto,
non esser crudel cagna traditora
a chi per colpa tua va in la mal'ora.
Chi vòle udir, Viola, a tutto pasto
il celorum del cielo ismusicare,
e fare un rusignuol con l'altro ad asto,
e un mucchio di calandre isgoleggiare
senza cercar de la solfa altro trasto,
ascolti te una volta cantare:
che gli parranno i mugghi loro istrani
ragghi et abbai d'asini e de cani.
S'uomo non fussi, ma caveriola,
nel far de i salti mi desperarei,
perché ballando tu monna Viola,
ballon le molle, le secchie e i treppiei;
tal che a i cervi e a i daini vien gola
di scambiettar con tutta do' i tuoi piei:
pensa se vorrien ciò quelle zambracche
che dan doi giravolte, e sono stracche.
Io ho perduto, Viola, il mangiare
per tuo amore, e smarrito il dormire:
l'oppio non mi farebbe adormentare,
né il giulebbe un bocone inghiottire;
bestemio i galli ch'io sento cantare,
con ogni carne che veggo arostire;
a la fin fine il disgraziato Strilla
drento a i suoi stracci si mena la rilla.
Viola, me – che dì e notte pesco
al tuo onor con l'amo de la rete -
prova un sol tratto, e se non ti riesco
dimmi « abrinunzo», come dice il prete.
Co i piedi del viottolo non esco
s'io cerco ber morendomi di sete:
ma faresti ben tu da sgherra sbricca
se mi piantasse con un «vatti apicca».
Nasce, o Viola, du' sfoderi i passi
la nepitella, il poleggio e la menta;
se per disgrazia co i piei tocchi i sassi,
ogniuno d'essi un carboncel diventa;
e di fior di ginestra il luogo fassi
che 'l tu–mi–intendi tuo per seder tenta:
sai poi, facendo una vescietta falsa,
di tutte l'erbe ch'entrono in la salsa.
S'oggi o domani arriva il depentore
c'ha san Biagio da fare a i miei parenti,
vo' che mi ratria in su la carta il core
con questi occhi di sopra piangolenti,
la frizza in mezzo che 'l passi for fore,
e il fuoco sotto a lui di sciaramenti,
col pataffio che dica a lettre grosse:
«Così Scupido e Viola non fosse».
Viola, se tu vuoi covelle, dillo,
perc'ho la volontae tarantolata,
e in servirti struggomi e destillo,
e d'uno uomo, son fatto carbonata,
anzi un giovengo quando egli ha l'asillo;
e paio proprio un'anima dannata,
e farò le pazzie finché non dici:
– reccami, Strilla, un mazzo di radici –.
Se con le belle deta di profilo
tiri, Viola, giù de la conocchia
de la bambagia o del lino il filo,
ogni busuchio nel ventre mi crocchia,
onde in quel tratto in modo mi disfilo
che il tirar delle calze mi adocchia:
ma se per conto di tal macatella
io mi morissi, la saria ben bella.
Mentre, Viola, mi fai la cilecca
del viso tuo di un bel rosado adorno,
una fetta mi par di carnesecca
e un bossolo da spezie fatto al torno;
simiglia ancora del fuoco una stecca,
e quando è ben ben caldo, il ciel del forno:
se 'l tocca il sole nel tratto dirietro,
lucica più che un orinal di vetro.
Se la tua faccia, Viola, si specchia,
la bambola lustrante ha quel piacere
che del suo mèle il culo de la pecchia,
e 'l porco de le ghiande e de le pere,
e del mangiare i fichi la forfecchia,
e chi esce del buio di vedere;
in tanto dici a me: «non ce ne becchi,
ma stai come una bestia a denti secchi».
Quando, Viola, doppo al finestrino
tutta ti apiatti e tutta ti ricropi,
il mio cor sventurato pelegrino
con le tue ghirminelle frusti e scopi:
e perché ancor la gatta di Masino
gli occhi chiudea per non pigliare i topi,
par ch'io sia, me schifando a la spiegata,
il traditor da la carne insalata.
Ben mi terresti, Viola, un menchione
se ti lasciassi por l'amore adosso
da quello patarin di Menecone
che ti fura con gli occhi di Minosso:
e bench'io non sia uom de far quistione,
perch'ognun vole la carne senza osso,
parrò, se più fa teco la civetta,
il can che salta sopra la bacchetta.
Drizzami un po', Viola, l'occhiolino
e dammi il sì col cenno de lo sguardo,
ch'esser ti voglio l'asin dal molino,
e il coltello con che batti il lardo;
te incegliarò, se piaceratti, il lino,
che a dirti il ver non so miga infingardo:
perch'al dì d'oggi chi non è dassai
perde l'amico e i danar non ha mai.
Se mogliema, Viola, esser non vuoi,
èssimi druda, che non me ne curo:
perché a tal forgia anco farem tra noi
il ninne–nanne al buio e a lo scuro;
quando che no, attendi a i fatti tuoi,
che so bestial quando il cervello induro,
e più mi prega altrui, più mi rinculo:
e chi non mi vòl ben, gràtasi il culo.
Perdonami Viola, che la stizza
mi tra' di bocca sì laide parole;
e in quel che la rabbia mi si rizza,
cavaria da le barbe il giralsole;
e so peggio che un cane ch'altri atizza,
che ciò che se gli fa, patir non vole:
ma so miglior, come in gangari torno,
che il pan che allora allor scappa del forno.
Viola, ho inteso dir che la ventura
ha dinanzi una bietta di capegli,
che chi la grappa non ha più paura
di pigliar con la ragna de i frenguegli:
se me rifiuti per mala sciagura,
ancora che ci sien de gli altri uccegli,
lo Strilla appar tra lor come il falcone
tra il gufo, il barbagianni e l'ocarone.
Viola, non parliam de l'esser bello,
da che ne l'altre cose io non ho pare:
se mi vedessi legare un fastello
e 'n l'aia il coreggiato ismaneggiare,
non pur diresti che vaglio un castello
in zappare, in arare, in seminare,
ma ch'io mertasse il doventar massaio,
il conseglier de la villa, il campaio.
Vedimi un tratto, Viola, in la festa
col giubbarello di panno isbiadato,
e se non paio un gallo con la cresta,
un gatto in frega, un toro isnamorato,
di raviggiuoli pien piena una cesta,
un bel desco da nozze apparecchiato,
cosa ch'io abbia detto non mi vaglia:
ma non è burla, che passo battaglia.
Se tu mi pigli, Viola, per moglie,
volsi dir se mi togli per marito,
porrai cavarti tutte quelle voglie
ch'usano d'impregnarti l'appetito:
ciò·cche fa l'asin de le cannafoglie,
farai tu per in fin del pan bollito.
Tra l'altre cose d'Anna e Scaifasse,
zitto starò se ben mi scorticasse.
Viola, se mi dà tua Signoria
una squalunche speranzuccia bona,
mi venga in questo ponto la moria
se cotal grazia non pianto in canzona.
A letto andrò 'nanzi l'ave–maria
levandomene poi sonata nona,
per l'allegrezza di sì fatta cosa:
a ogni modo io ho del kascio a iosa.
Se vuoi parer, Viola, una badessa,
tàccati a me, che me ne mor di voglia,
et incàccane il Papa e la papessa
con chinche poi si marita e s'amoglia.
E perché la tua botte ismanomessa
vezzi, muine e caccarie germoglia,
se non ha caccarie, muine e vezzi,
rompi la mia canella in cento pezzi.
Penso, Viola, quando mi farai
un qualche forasiepe e bel cittino,
e per comare la Zanfarda arai
e per compare il poieta Stradino,
far le pazzie alotta mi vedrai,
tenendo in berta ogni nostro vicino.
Ti aiutarò tutto il dì a ninnarlo,
e ne lo empir de le fasce a nettarlo.
Tosto, Viola, ch'io vegga sattollo
di pocciare, il fraschetta che voria,
piano pianino torrommelo in collo
beendomel co i basci tutta via;
per mano poi, crescendo, menarollo
insegnandogli io sol l' Ave Maria:
e quando pensarò che tu l'hai fatto,
saltarogli dintorno come un matto.
Viola, se zurlando pur salticchia
la pregna miccia mia per la magese,
e se nel bastonarla si ranicchia,
chioccami di non fargli più le spese;
sì che sta in te, mentre il cervel mi picchia,
il voler teco venire a le prese,
scontentandomi un tratto come suoli:
altrimenti farem fave e fasgiuoli.
Viola gaia a modo d'una vegghia
ne la qual trescon millanta persone,
Viola badial come una tegghia
che col migliaccio in tavola si pone,
Viola più vistosa che la stregghia
che del cavallo rifrusta il greppone:
per che sei tanto bianca e così ghiotta,
voglia ho di te come d'una ricotta.
Odo, Viola, che ti è suto messo
nel capo che di te ho sbaiafato:
s'egli è ver, ch'io sia fatto arosto e lesso,
e come san Bartolmeo scorticato;
c'omo so vivo, e non bambin di gesso,
ma come il cento–paia iscozzonato:
e se mai mai di te volsi la baia,
che venire mi possa l'anguinaia.
Viola, or che so mezo disperato,
Scupido cercarò fino in bordello:
e se uvelle io trovo l'[<i>]mpiccato,
il pelarò co' si pela uno ucello;
e ne lo straccio che il tiene acecato
vo' ingolupparlo come un fegatello:
e toltogli il balestro e l'altre trame,
al vostro onor mostrarogli il forame.
Se questo tuo, Viola, sere Amore
tien sempre gli occhi chiusi in lo sportello,
perché m'ha fatto più buchi nel core
che nel fondo non sono d'un crivello?
S'ei ch'è 'gnudo, di freddo il verno more,
con qual mala ventura Solfanello–
il–grullo va fino a le gatte ardendo?
Al sante de vagniel, che non la intendo.
Viola, io voglio buscare un polzone,
da poi che la balestra io tengo im·ponto,
et andarmene via guatton guattone
ne lo scappar de l'ala a ponto a ponto;
e se fra i nibbi vedessi il ghiottone,
fra i corbi o fra le grughe, io faccio conto,
còlto la mira, iscroccarogli a la testa
dicendo: «ladroncel, bèccati questa».
Per dirtelo, Viola, in tre parole,
se io potessi te l'accocarei;
dica mo' il vicinato ciò·cche vole,
e faccia i fatti suoi, ch'io farò i miei.
Se l'asino ragghiando corrir sòle
dietro a la miccia ritto su 'n do' piei
e rompe la cavezza intu la stalla,
ch'io no 'l facesse, cancaro a la falla.
Se quando la scalmana ch'ognun coce
fa gridare a corromo la cicala,
sotto al fresco meriggio del mio noce
ti adormentasse, Viola, con gala,
tutti gli uccegli di squillante boce
ti cantarieno intorno una fandala,
né mosca arìa di toccarti ardimento:
lo Strilla intanto ti farebbe vento.
Io ti prego, Viola, per quel latte
con il qual fai così brave gioncate,
per le tue lasagnette sì ben fatte
che mettono in petito le brigate,
e per le fave c'hai da cocer tratte
con doi offette di porco insalate:
ti sprego dico con tutto il ventricchio,
che un tratto mi apra l'uscio quando il picchio.
Viola, alor che vai a letto sola
quando la neve a la sfilata mette,
fai da cruda a non dirmi una parola,
ché verria come vengon le saette
a scaldare il tuo asgio in le lenzola
cavandoti le calze e le scarpette:
e se poi ti cascasse in l'albagia
che venesse a ciloffo, io ci verria.
Sconfesso ch'una cosa bella bella
è la coda de l'asino la state,
percioché amacca, cincischia e sflagella
vespe, mosche e tafani in duo menate;
ma doppo liei, sol la Viola è quella
a la qual dovrien far le scampanate,
oltra ogni chierco e la pasqua beffana,
santa Nafissa e santa Verdiana.
Mi garba meno – se poto o se mieto,
e quando che fo l'aia e quando batto,
o se pianto la vigna o l'oliveto,
o s'aro con duo buoi, un pazzo un matto
–l'alzar de la gambetta e trare un peto,
poi miagolar come immiagola il gatto,
che non fa il tintalvento e il tintalora
che da i tuoi begli occhietti aranca fora.
Viola, alor che tu rompi de l'ova
per cocerle ne l'olio istemperate,
e quando intridi la farina nova
per far di bone fritelle melate,
il risguardar tal ciancia più mi giova
che s'io toccasse dieci bastonate:
ma più mi giovaria, del risguardarle,
l'esser chiamato con teco a mangiarle.
Se ti scorgi, Viola, d'esser dura
e sdifettosa di caparbiaria,
isbraca a me tutta la tua natura,
e io a te disbracarò la mia;
se mo' no 'l fai, ch'è la mietitura,
volendolo poi far per cacaria,
io ti dirò con la bocca a la bava:
– passato è il tempo che Berta filava».
Viola santa, stu non cacci mano
a farmi un sol piaceruzzo tignoso,
ischietino vedraimi e sluterano,
perbenché ognun di lor sia schizzinoso;
se a Roma frate, e pretaccio a Melano
non mi fo, che mi speli il mal francioso:
ma inanzi ch'io diventi malandrino,
lasciami un tratto ispazzarti il camino.
Io sbenedisco, Viola, a man gionte
prima la mate tua che ti piscioe,
el prete poi che in l'acqua de la fonte
du' cristiana ti fé non ti affogoe;
certo darei duo' basciozzi in la frontea
donna Checca che ti dislatoe:
pensa mo' tu, e col capo e co i piei,
se io potessi, ciò che a te farei.
Se io mi fussi una bella insalata,
forse, Viola, che ti garbaria;
se diventassi una capra alatata,
a mogner me te ne verresti via;
ma essendo io una arpia sfagumata,
tu non mi ricorresti de la via.
Pacienza, sta bene, io non mi curo:
perch'è materia a dar del capo al muro.
Quando, Viola, treschi pe la vigna
col grembiul pien di graspoli d'agresto,
il sol ti sguarda e con teco soghigna:
e par che voglia sproferirti il cesto.
E per che tutto quel che tocchi aligna,
ogni viottol da i tuoi piei calpesto,
proprio col viso de la primavera,
fa il lalirom e fa la lirumfera.
Non soffia tanto la biscia in la macchia
quando con l'afa del caldo se cruccia,
né su gli arbori il corbo così gracchia,
né si sbatte in tal modo una bertuccia,
né in simil forgia stride la cornacchia
come fo io se dal mio sguardo muccia
la mia Viola, a me fiera nemica:
la qual conosco come il cul l'ortica.
Viola, le tue gote fresche e rosse
non han miga besogno de sbelletto:
credei l'altrier che il lampanaio fosse
lo spalancato tuo galante aspetto;
e tanto il cor nel guardarlo mi cosse,
che so da 'lora in qua stato nel letto:
e se con meco non fai parentado,
a bussare il porta inferi men vado.
Che mi manca, Viola, ch'io non sia
uno ischiatton da farci su disegno:
paion gli imbratti d'una iscancaria
le cotante virtue c'ho ne l'ingegno;
è bona bona natura la mia,
e quel che importa più, ho un grande ordegno,
il qual tu puoi una volta provare:
ultimandola poi come ti pare.
Tu potresti, Viola, in tòr marito
dare, come si ciarla, in un vintuno:
perché chi è islombato e sbasito,
chi forte in uggio di tutt'il comuno,
altri di masseria sì mal fornito
che non se ne pò trar frutto veruno;
ma perché io, figliozza, so io,
atàccati di grazia al caso mio.
Viola, credi pur che mentre indusgi
a pigliar me per tuo caro sconsorte,
che de i pignatti le schiume grattusgi
e vuoi far sapa de l'aceto forte,
a naso i grilli tuoi, come i segusgi,
doverien cercar me: che con la morte
sono per fare a i capegli di bello,
se presto presto non ti dò l'anello.
Dimandami, Viola, qualche cosa,
e del ben che ti voglio abbi a schiarirti:
se vuoi che ti sbasciucchi a la franciosa,
pensola tu se son per ubbedirti;
se con la mia persona rugginosa
ti venisse apetito di coprirti,
or che so scioperato e mo' che posso
ti farò ischiavina del mio dosso.
Viola, io non son sindico qua fuori,
che, se fussi, a la croce benedetta,
ti affogarei in cento mila onori
e ognun vorrei ti fesse di berretta:
ma strabbilio di tutti i cacalori
che non corrono qui per istaffetta
cantando il credo e la smagnificatte
dinanzi a te che sei di sangue e latte.
Monna Onesta da Campi sbenedico,
che fea de la ciriegia duo bocconi
et uno solo sol di quello amico
che fin pisciando vole i testimoni;
so mi afferri, se ben no 'l specifico,
Viola, che se d'esser ti sponi
come fu liei, ch'è fatica dapoca,
io porrò dir: «gli è fatto il becco a l'oca».
Viola, la galina, ch'è galina,
non si scontorce col gallo, ch'è gallo,
ma covone crocchiando in giù si china
perché gli salga di sopra a cavallo;
et il becco, ch'è becco, si arampina
su la capra, ch'è capra, e mena il ballo:
io omo, che omo so, montar non posso,
donna, a te, che sei donna, un tratto adosso.
Nel veder io su la mosca il moscone,
con la cagnola ataccato il cagnuolo,
sopra la calabrona il calabrone,
suso la raniuola il ranaiuolo,
in groppa a la formica il formicone,
in su la rosignola il rosegnuolo,
e doppo loro il grillo in su la grilla,
dico, Viola, «a la tua barba, Strilla».
Viola, io pongo mente al vino e a l'acqua
che mescolati diventan tutt'uno;
covel covel covel non si scialacqua
de la festa ch'è fatta pe 'l comuno;
l'anguistarda e 'l boccale si risciacqua
per far per fare: al sangue di san Pruno,
che ciò che voglia dir me s'è scordato;
in fine Amore m'ha del cervel cavato.
S'io non avesse, Viola, paura
e ti morisse in capo a questo mese,
entrarei certo in la tua sepoltura
se ben avesse duo miglia di scese;
e diventato in sua manifattura
un verminaccio in sì buio paese,
me ti manucarebbe a fette a fette:
e tal modo faria le mie vendette.
Mi è suto detto che 'l dì de l'olivo
vole il prete in persona predicare;
se ben non so se mi sia morto o vivo,
ti sconseglio, Viola, a non ci andare,
perch'[<e>]gli è più d'un serpente cattivo
contra di queste tue lasciami–stare:
tal che, co gridi da birro e da sgherro,
in bocca ti porrà di Luciferro.
Viola, ognun dà per Pasqua la mancia,
e tutti l'hano da questo e da quello;
e per riporci drento ogni lor ciancia,
ciaschedun compra di nuovo il borscello.
Se alotta ulezo la tua melarancia,
darotti un drizza–crin d'osso bel bello:
io non ti sproferisco anco il cotale,
che non vorria che l'avesse per male.
Viola, se altri a ballare, il Carnasciale,
ti sconvitasse nel dì de san Bino,
fagli di ceffo e fingi di star male,
né ti tòr da seder pure un micino;
perch'io che arò il mio domenecale,
vo' stare a sommo d'ogni contadino:
e per parere un bravo scatenato,
credo venir, se non mi pento, armato.
Se tu amasse me Strilla, Viola,
sì come te Viola, ama lo Strilla,
come un cittino ne la cariola
scorrendo andrei per tutta la villa;
e chi volesse dirmi una parola,
diria: «fràtelmo, apri la bocca e dilla»;
ma il fatto poi de la sconchiusione
ci sarebbe la pace di marcone.
Se io non ispiritasse di morire,
forse, Viola, che mi amazzaria;
se a capo in giù non credesse venire,
crede lo Strilla che se impiccaria;
se fusse certo di non mi arostire,
come un matto in sul fuoco mi traria;
perché rabbia ho da ver, non da moteggio:
tal, che farei il diavolo e peggio.
Viola, s'io come che un bel messere
rimiro te senza un deto toccarte,
arsomiglio chi arnega di vedere,
scusso di soldi, armesticar le carte;
paio un che mangia e poi non ha che bere,
ma per cavarsi la sete si sparte
e canta rugumando in ver la fonte:
«O peccorar, quando andarasti al monte ...».
Viola, se al tempo d'Ogni–santi
ti vendessi al mercato come un'oca
non pelata dirieto né davanti,
ma viva e bella come una pinzoca,
nel comprarti un carlino di contanti
mi pareria spesa poca poca:
stimaria ben men fatica intu 'l letto
lo insegnarti a beccare il confetto.
Viola, il bracco del mio vavo Betto,
per istar tutto il die a svagheggiare
un porcello ataccato sotto al tetto,
o che acecò o che s'ebbe a cecare;
ma io, che sguardo sempre il tuo sconspetto,
mi sento fuor del capo strabuzzare
tutti a tre gli occhi, e n'ho poco dolore:
perché, cieco, parrò lo dio d'Amore.
Viola, benché sì bella mi paia,
et io a te scomparisca sì brutto,
tu dei saper che verrà la vecchiaia,
la qual di ciò che c'è sol par destrutto:
tal che il tuo viso parrà il trenta–paia;
et io, che abruscio per te tutto tutto,
gettando via le cetere e i liuti
mi ridarò de i tuoi capei canuti.
Viola, quando i ladri occhi sguaini,
e ne le vigne e ne i campi e ne gli orti
e le viti e le biade e i susini
con lo sguardo melato disconforti,
tu fai nascere i fonghi fra gli spini
le arsuscitare i porri mezi morti;
fai cavar fuor le corna a le lumache,
e a me calar fino in su i piei le brache.
So, Viola, un colombo senza fele:
e credo esser cavato de i fiadoni,
che fan le pecchia, di cera e di mèle,
o pur de la semenza de i popponi;
so migliore che il sugo de le mele
e che la pasta da far macaroni:
e non sol tu, ch'io amo a più non posso,
ma pòmmi ognun tagliar le legne adosso.
Dammi la posta, dammela un sol tratto:
io non mi curo, di dì o di notte,
verrò pe 'l tetto leggier come un gatto,
mi asconderò se bisognerà in la botte:
e s'altri mi ci coglie farò il matto,
e così resteran le ciurme chiotte,
andando via biscantando, Viola,
«La vedovella quando dorme sola ...».
Viola di stopaci e di sbalasci,
per il ben che ti voglio e t'ho voluto,
come una bestia spasimar mi lasci
e mi calpesti a modo del tuo sputo;
tu getti me tra gli altri scatafasci
e ti credi ch'io sia un pan perduto:
so om che ho la corada, e non il core,
ché a te lo diè quel bastardel d'Amore.
Viola, al tempo che 'l tuo Strilla pesca,
stu fusse tenga egli ti pigliaria
e in una conca piena d'acqua fresca
come una gentilezza ti terria;
a tutte l'ore dandoti de l'esca
con teco in giù e in su si sguazzaria:
in capo al fin, perché t'ha nel cor fitta,
ti mangiarebbe o nel tegame o fritta.
Viola mia, io non t'ho visto uguanno
tanto belloccia quanto ti veggo oggi:
tale isvaghezza l'erbe e i fior non hanno
che sono ne le pratora e ne i poggi;
ma ogni cosa è per il mio malanno
e per ch'io moia isvezzeggiando e sfoggi:
e paio, nel mirarte a la reale,
un che mangia una cosa che fa male.
Dìesi, Viola, aver caro l'om vivo
come il porco cinghial quando ch'è morto;
smentre trabatto i piè, viso giolivo,
posso sei volte el dì vangarti l'orto,
darti il zufolo in man, sonarti il pivo;
ma stu me mandi al baldalone a torto,
non porrò farte né dirte covelle:sì che,
smantiemmi in fra le tue mascelle.
Viola, se il mostaccio altrui ti sguarda,
mi bacara di dargli altro che frutte;
e se mi salta al naso la mostarda,
che io sdivento Morgante e Margutte,
poi per dispetto smiro ogni scanfarda
per meschia far con qualche fàllo–a–tutte:
che se ben mi asaltasser tai furfanti,
che diavolo saria (disse don Santi).
Poi c'hai, Viola, l'altrui mal per fole,
né ti movi a spietà de i fatti mei,
chiamarò morte: e se la non mi vole,
quando la vorrà me, non vorrò liei;
farmi romito e rugumar parole
non posso, e si potessi non vorrei:
peroché stando in solitaria vita
parria proprio una pecora smarita.
Viola, dolce più che la mela appia
e maladetta come il cavadente,
non combattei mai a' miei dì ch'io sappia:
e m'è scappato, se 'l feci, di mente;
ma un nodo faria non che una cappia
del basavisco scodrillo serpente:
perché so sì crudele e sì feroce,
che non mi fo colcandomi la croce.
Viola, oltre il mangiarmi con gli atti,
di che 'l tuo core asinamente gode,
sì mal ne l'altre facende mi tratti,
che mi sponti a grattar du' non mi rode.
Lo stare fra noi sì come cani e gatti
a ognun fa uno arabbiato prode:
ratacchiamola sdunche o distronchialla
dando la colpa al chi–non–fa–non–falla.
Io so' svitato, Viola, in le nozze
che fa domane Andreuol d'Andreuccio,
e ci sarà in fra l'altre cittozze
la bagatella di maestro Muccio;
ma certo non ci andrebbon le camozze
in su quel monte c'ha cera di luccio:
perciò stattene pur qui oltre o in casa,
che il cor da te non si scosta doi pasa.
Viola, quando ti grilli il cervello
d'andarvi pur, verrò teco a la staffa:
per ratto gir, prestarotti il poltrello;
ma vorrei ch'egli fusse una sgiraffa:
ché saria più orrevole e più bello
il far ella trottando buffe e baffa
cavando i piei e ficcando intu 'l loto
con la tempesta di don Taramoto.
Viola Violina Violella,
non istar più teco istessa a sghignare,
ma poni il pescio dentro la padella
e lascial quivi a suo modo isguazzare;
ch'è gran piacer quando in l'olio saltella
e passa poi se 'l comenci a mangiare:
perché come che altrui l'ha divorato,
rimansi là come un porco sparato.
Viola, al corpo al cor di san Fraschincio,
che m'hanno stucco tante bille bille;
e sappi pur che quando ci comincio,
che di man non mi smucciono l'anguille;
se non che arosso a smentovare il pincio,
una parola ti diria fra mille;
ma vo' sboccarla or, che non c'è chi vegli:
le porte apro con esso e gli sportegli.
Se non ci fusse spericolo al soldo,
girebbi a farmi un bravo cristianello:
e toccata la paga e il caposoldo,
faria d'ogni tattera fardello;
ma quel tagliare a pezzi manigoldo
non fa per me, Viola bocchin bello,
e più ci penso, manco mi entra in capo:
per ch'io lo Strilla so, e non un rapo.
Crepo di andar, perch'è migliore incetta,
al giubbaleo del perdon di Sgalizia;
ma questo far con teco la civetta
non mi lascia del tempo aver dovizia,
ben che isdulgenza santa e bendetta
sarà a me, che no 'l faccio a malizia;
non vo' dir, la Viola, ch'è peccato,
ma la voglia ch'i' ho d'esserci andato.
Viola, per saltar di frasca in palo,
o come direstù di palo in frasca,
tutti i tuoi sdetti ariquisiti insalo,
che par che 'l coricin mio se ne pasca;
de la tua lengua al disciogliersi calo
come che i tozzi calano in la tasca,
e bèccatimi suso il ciarlar bello:
da cittadin come fui già, favello.
Viola, io non daria i miei amori,
ciò è quegli che mo' con teco faccio,
per una iscredenziera di trasori,
né per quaranta dì di berlingaccio;
i' nel vederti, lo stuol de i dolori
tutti a le forche ispennachiati caccio:
et essere mi par in quel nemento
un corpo che abia svoto l'argomento.
Facciam, Viola, un patto fra noi due,
e 'l mio cor sarà il tuo, e 'l tuo il mio:
quando strabocco in la stizza del bue,
come ranocchia tùffati nel rio;
se poi tu scappi in l'ira de la grue,
qual talpa in terra tuffarommi anch'io:
e così, senza cica di malizia,
trasdurerà la nostra nimicizia.
Viola, io ti vorria montare in groppa
quando tu meni la poltruccia a bere,
e pormi sotto un piumaciuol di stoppa:
ché, sanza, spirtarebbi di cadere;
perché quel suo bistrottar di sgaloppa
di guadardeschi empiriame il sedere:
e con tai morbi avendomel trafitto,
bisognaria ch'io manucasse ritto.
Questa ciocca di fiori secchi afatto
che mi vedi, Viola, in la berretta,
son quegli che ti caddero in quel tratto
che facesti a la Ciencia la gambetta;
io, che gli arcolsi subito e di fatto,
gli tengo da requiglia benedetta:
perché gli ho visti con molto sdiletto
in el santificetro del tuo petto.
Ei s'ha, Viola, una volta a morire:
o vaccio o presto, chi lo sa te 'l dica;
ognuno al canto de lo sdies ire
girà sotterra come la formica;
però andiamo un sonnetto a dormire,
et abraccianci d'amico e d'amica:
ché, per quanto dal sere nostro s'ode,
questo mondaccio è sol di chi se 'l gode.
L'altrieri un ciarlatan, Viola mia,
con boce che il fistolo se 'l porta,
sfilostrocava con longa ciarlìa
quella dal «nido fatto, è gazza morta»,
sferir volendo ch'è matta pazzia
ad ategnere l'acqua con la sporta:
e sol colui sale in cima al melo,
che mor sul buco come il ranatelo.
Ponti, Viola, un po' la mente al petto,
e scomencia con teco a strapensare
al poverino Strilla poveretto
che non sa che si dir né che si fare,
e pur con tutto il suo cor netto e schietto
àmati come il compar la comare:
e spensato che ci hai ben ben, ben bene,
smognegli l'onto che scarca le rene.
Io so, Viola, molto mal trattato
dal dir sempre «non voglio»; madisìe,
so come una lanterna sconsumato
e paio quel che incappa in le malie:
sì, che il tuo impiastro àbimi abassato
la carne che mi cresce tutto die;
e se dal confessor n'hai penitenza,
mettalo a conto a la mia scons[<c>]ienza.
Ogni cosa, Viola, esser porrebbe:
ma che tu non isbalzi a casa calda,
un gran gran gran smiracolo parrebbe
a me che so straforamato in cialda;
ma stu ci vai, che sarrà, che sarebbe?
pàrti che merti ciò una magalda
crudele più che la vespa da l'ago,
ghiacciata e cupa come acqua di lago?
In tanta disperaggine cascato
io Strilla so, che non mi smaraveglio,
se ci assaggio mai più del pan casciato,
non vo' dire di segola o di meglio.
Ma se, Viola, in van t'ho smentovato,
che tu me lo perdoni ti sconseglio:
perché chi ha la smorosa quartana,
se non arnega, è una bona lana.
L'altrier, Viola, a citae fui menato
per acordar col Gello la sconcordia:
concia la trama, io e 'l Lasca iffatato
gimmo a le donne di misericordia;
e perché ognun di noi era afamato,
ci demmo suso di santa concordia;
e sputata la bava del cervello:
non che i quattrin, non ci armase il borsciello.
S'io so, Viola, isbrocato inonesto,
e ti dispiace ch'io facci e ch'io dica,
ripara tu con l'amutirmi a questo,
poi che il pòi far con sì poca fatica;
e per ben ch'io non ti paia un bel cesto,
non rifiuta alcun seme la formica,
né veruno la terra acin di grano:
che il tutto sta ne l'aver buono in mano.
Viola, quando sotto un bel cantare
ti veggo far con l'altre il ballo tondo
e insieme tutte quante salticchiare,
io ne spicco un piacer da l'altro mondo
e 'n cotal ponto mi par di mangiare
la matina di Pasqua un uovo mondo:
or pensolo mo' tu ciò che faria
se trescasse con te come vorria.
Se mi moio, Viola, isdisamando,
fammi disepellire intero intero,
acciò sieno i miei ossi al tuo comando,
i quali t'han voluto ben davero;
e fa che 'l prete vada iscrivacchiando
lettra che dica in sul mio cimatero:
«A chinche passa, se ben fusse il frabbo,
qui ghiace Strilla, figliuol del suo babbo».
Sto in fantasia, caso che sbasisca,
che il mio spirto t'entri intu la gola
a ciò che, se ci fusse qualche lisca
che sciòr non ti lasciasse la parola,
come che un pozzo te la isermonisca;
di poi vo' che sia schiavo a la Viola,
e cocergli le fave e le cicerchia:
et a la botte sua metta le cerchia.
Viola, io so cavare il pedicello
con la ponta de l'ago e de lo spillo,
e del panico so dar a l'ucello;
destro pigliar so la farfalla e 'l grillo,
so stender là col grattar il porcello,
e so de la castagna il riccio aprillo;
so tutto dì far cantar la cicala:
nel cul gli tocco, nel corpo, ne l'ala.
Viola, poi che c'è quello agromante
che constregne il diavol tentennino
ne i pignattegli du' piscian le fante
che non cacorno mai verun pulcino,
da lui vo' gir con la mano ispesante
d'uno agnello né grande né piccino:
a ciò ti faccia, col canto isconfuso,
correre a me come la matta al fuso.
Viola, la tregenda e la versiera,
e se non basta il marmotta e 'l seicento,
so per trovare al mercato, a la fiera,
dandogli in dono il saltambarco e 'l cento;
forse mi aviarò domandasera
vèr la noce colà di Sbenevento:
perché a te le sue streghe e i suoi stregoni
d'amor faccin venir gli stranguglioni.
Perché, Viola, perché non ti spaccia
ver paura di tante malie
che farannoti far di quei visacci
c'hanno le febbri de le malattie?
S'un branco meno a te di spirittacci
con le fantasme e lor diavolarie,
ti metterò in sì fatto scompeglio
che il pan di grano ti parrà di meglio.
Io mi giambo, Viola, io mi moteggio,
e con te scherzo e con te mi gavazzo,
o mia ruta, o mia persa, mio poleggio,
io tuo tappeto e tuo panno da razzo;
per non trafar quel che t'ho detto e peggio,
tutta la stizza nel cervello spazzo:
e l'ho sì car, mio balocio e mia briscia,
che il culo non tocca la camiscia.
Viola, eccoti a noi la sprimavera:
in lo spontar la veggo da i bocciuoli;
gli àlbori tutti hanno una bona cera
e non è siepe che non s'inviuoli:
tal che de rose più d'una paniera
e più di dieci o dodeci querciuoli
ho apostato a mio disavantaggio
per biscantarti il bene–venga–maggio.
Cimici e pulci in la paglia del letto
tante di state non ha il contadino,
né lendeni e pidocchi un poveretto
drento a le calze e 'ntorno al colarino,
né tanti storci–colli un maladetto
incanta–nebbia atropico schittino,
quanti ho per te, Viola, ispara–cori;
tal ch'ogni or dico: «cancaro a gli amori».
In el cantar tutti tutti gli ucegli,
rosignuoli, calandre e lucarini
e calanzuoli e pincioni e fanegli,
rondini, capineri e cardarini,
lodole – e 'n fino a quei fastidiose
glidispettosi e sgraziati raparini –,
solo, Viola, per portarti amore
piagne lo Strilla come un traditore.
Viola, in fine vo' gire a trovare
quel misser agromante che t'ho detto:
che a questo modo mi pare e strapare
d'aver tutto me stesso in un sacchetto;
vo' che mi faccia ronzin diventare
e te poledra là posta in asetto:
che tolta via la vergogna da i piei,
faremo insieme i fatti tuoi e i miei.
Quando veggo, Viola, il passarotto
che si dimena, saltella e rencricca,
e poi si caccia la passara sotto
e nove e dieci volte gliene apicca,
io che armango né crudo né cotto,
paio un catino isciapito di micca,
someglio un vespronaccio co l'arzilla:
perché a tal giuoco non pò far lo Strilla.
Ci son, Viola, de l'altre schiattone
c'hanno fra lor de i disamanti in chiocca:
ecco la Lina sta mal di Giannone,
ecco la Sandra vòl bene a lo Scrocca,
la Pasqua tien per suo sdamo il Volpone,
la Cecca crepa per amor del Fiocca;
sol tu, che sei falisea pagana,
vorresti ch'io vivesse una stomana.
Se dir sapesse, Viola, in pro' faccia,
come non so cantare a l'isprovisa,
in mano aver mi parebbe una staccia
e in bocca un grappol d'uva paradisa,
in fra le gambe una matassa d'accia;
scoppiare[<bbe>] uno in gli occhi de la risa,
perché a me drieto tiraria i tuoi passi
come a sé inanzi Orfeo tirava i sassi.
Poi che in fino a gli uccei mandano il bando
come a Svinegia un misser Istuziano
in doi colpetti del suo pentacchiando
vivo vivo ognun fa d'impropria mano,
perch'io ti possa aver a mio comando
vo' spender cinque o sei staia di grano
acciò che mi ratria la tua cotale
secondo il gusto del mio naturale.
S'io fusse Re (che mo' Dio me ne guardi),
o se pur sdiventasse Imperadore,
ti faria comparare un de i miei sguardi
(mi farai dir) la metà del tuo core;
e nel ficcarti questi occhi gagliardi
drento a i budelli e 'n mezo al paracore,
andresti, ponta da cotal vespaio,
in frega come gatta di gennaio.
Viola, mo' c'ho sì poca facenda,
dovreste sconvitarmi a disinare;
verria, se ti piacesse, anco a merenda:
c'omo so che mi lascio sconsegliare;
se Iddio ti dia le bone calenda,
comencia suso il desco aparecchiare
e dì: «Strilla, vien via, vientene presto,
poi stà tre anni a delebrar del resto».
«Se non intendo ciòcche gracchi e dichi»,
mi dicesse Viola con mal grugno,
rispondaria senza ciancie d'intrichi:
«A te che sai che marzo non è giugno,
solo una scorpacciata de i tuoi fichi
cerco, che un dì tu me metta nel pugno;
ma per troncarla e chiarirla in un trattolo
Strilla tuo ti vorria far quel fatto».
S'acordon le ribeche discordate
e co i soldati, che aloggia, il comune;
le campane anco con chi l'ha tirate,
e con le man che le colgon, le gume;
il simile le gionte e le derrate,
e con la fiamba del suo luoco, il fume;
con i lor gioghi, o mia Viola, i buoi:
e noi stentiamo acordarci fra noi.
Viola, a questi dì ne la citae,
quello sculpor che si chiama il Pelucca,
valente in tutte le cose ch'ei fae,
mi diede con le nocche in su la nucca,
con dir: «lo Strilla pur si morirae
col seme in corpo come mor le zucca»;
io trassi alotta un sospiro tamanto
ch'abusciato t'arìa, sendomi a canto.
Viola, ei non s'è pure isbucinato
che tu ti appicchi per moglie con Gnagni,
ma il sindigo l'ha spalificato
co i garretti de i piei e co i calcagni;
che se 'l credessi, a core invelenato
i' svolarebbi in questo ponto a i bagni,
e là d'un tale spasimo guarria:
guarito poi, qualcosa saria.
Viola, in quel che m'hai sul pianger messo
a la dirotta da vero asinone,
paio in l'acqua bollente un capon lesso,
e drento del paiuolo un macarone;
paio una carbonata in un pan fesso,
se poi mi fai brusciar come un tizzone:
e tu pari trattandomi in tal modo
lo struzzol che manuca e caca il chiodo.
Farò meglio, Viola, a starmi queto
almanco mo' ch'io sono in bizzaria:
e per che fassi del vin dolce aceto
e de i piei del porcel la geladia,
e cocansi i piselli con l'aneto,
e s'imbriaca con la malvasgia,
dir voglio a te, senza far niun motto,
le mie ragion con la bocca di sotto.
Viola cara, il mio sguardo bestiuolo
non vede fusto come che il tuo bello;
chi 'l ceffo ha rincagnato di fasgiuolo,
chi 'l naso bucarato col succhiello,
chi 'l capo grosso a usanza d'orciuolo,
altra la bocca che sona a martello:
sola tu pari la stella Adriana
e la Smarfisa e la fata Margana.
Come a l'arcolta del pane e del vino
ridotto arò di soldi in centenaia,
darogli tutti a quello Insansavino
del qual trombeggia fino a la mia aia,
accioché mi frastagli il tuo bocchino
col viso bel, che la Viola paia:
per poi averti scavata e depenta
al disonor de chi papa sdoventa.
Viola bella più che la fiorancia
e più resplendiente che un faloe,
le tue bellezze vennero di Francia;
come che Giuda che si strangoloe,
per la crudelità che mi sbilancia,
colpa sarai che mi disperaroe:
e s'io, che non so far caviglie storte,
non dico il ver, che mi venga la morte.
Penso, Viola, isparlare a quel Biasgio
che il fatto ritrovoe de i patranostri;
e s'egli non è gito a far suo asgio,
voglio che quei da l'amico mi mostri,
i quali compraro poi a bell'asgio;
intanto pensiam pure a i chiassi nostri,
che non ti mancaran de l'altre cose:
da maritate, da smanze e da spose.
Giocai, Viola, un dì fa a la morra
con quel murlon di Togno Pastronaca;
vensi, doppo di lui, Canecchio Sorra,
non lasciando un pistacchio a Toccio Braca;
spulai, presso costor, Malocchio Borra
e fei del resto a Lombrico Sconcaca:
tal che a la mano mi artrovo un tresoro,
e sono al tuo piacer, visin mio d'oro.
S'al mercato, Viola, de la spina
ascontro insieme ogni tuo gavinello,
al Gamba, al Tento, a lo Smacchia, a lo Sbrina
farò veder che lo Strilla ha cervello;
se il Ghianda viene a mettersi in dozina
o qualcun altro tuo donno novello,
il capo lavarogli senza ranno:
e chi ne va con la peggior, suo danno.
Fin dove stassi colui da Furlino,
che stampa ben così, voglio trovare:
quel, dico, bon compagno Marcolino,
che tutto dì si sente ismentovare;
e se dovesse isborsare un fiorino,
sdelibro ch'egli mi faccia stampare
con la disgrazia de lo sprivilegio:
acciò Viola mi tenghi om di fregio.
Esser vorria, in quanto al mio parere,
quella brancata d'erba nepitella
con che ti netti, Viola, il sedere
quando tu becchi de la mercorella:
darmi bisognarebbe del «missere»
se per sorte del caso mi fussi ella;
stu mi mangiasse oltra questo in savore,
ben dir potresti: «egli m'ha tocco il core».
Sempre s'io mi levo o s'io mi colco
prego forte misser Domenedio,
non che mi faccia gir ritto col solco,
né i piei tuffar giù ne l'acqua del rio,
né che il tempo da neve artorni dolco,
né che da i sassi scampi il capo mio:
ma «sguardami», gli dico a ogni parola,
«da la stizzetta de la mia Viola».
Viola, lasciàn gir tante parole:
se tu vuoi ch'io te 'l faccia, io ti faroe
quel mazzo di slavanda e di viole
che possier disse la Beca di Coe;
ma per uscirti di frasche e di fole,
per tuo amore il basto portaroe
e sopra lui le ceste e le barelle:
chiede pur via se manca più covelle.
Viola, io staria teco a cicalare
verbi grazia de gli anni mille cento:
ma io mi sento di fame arabbiare,
e pe 'l sonno apro gli occhi a malo stento,
e la busica mi è forza scarcare
e far dirieto un ciantelin di vento;
ma certo, a fe', che tornarò domane:
in tanto ispazza la casa e fà il pane.
Io anfano, Viola, e s'io dovesse
far qui i miei fatti, non mi vo' partire;
non me ne partirò se ben credesse
e pe la fame e pe 'l sonno morire;
se 'l popol di Straello in torno avesse,
non saria atto a farmene fuggire:
e se, mi ti spalanchi o tanto o quanto,
io ci starò fino al sabato santo.
Con il raspar col qual lascia le poccie
il porcellin, de la sua mate troia,
con rugnir che dal loto de le troccie
si stacca il verro che ha le mosche a noia,
con quel cò cò che borbotton le chioccie
quando che il nibbio i lor pulcini ingoia,
mi spartisco da te, rosa Viola,
che morrai di paura a restar sola.
|
Biblioteca |
Progetto Aretino |
© 1996 - Tutti i diritti sono riservati Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi Ultimo aggiornamento: 15 luglio 2011 |