Vittorio Alfieri

Saul

 

Edizione di riferimento:

Le opere di Vittorio Alfieri, vol. VI, Per Niccolò Zannoni, Padova 1809.

 

 

Al nobil uomo

Il signor Abate

Tommaso Valperga di Caluso

Da che la morte mi ha privato dell' incomparabile Francesco Gori a voi ben noto, non mi rimane altro amico del cuore, che voi. Quindi non mi parrebbe avere, per quanto io 'l possa, perfettamente compita questa mia tragedia, di cui forse a torto io singolarmente mi vò compiacendo, se ella in fronte non portasse l'amatissimo vostro nome. La dedico dunque a voi; e tanto più volontieri e di cuore, che voi, dotto in molte altre scienze, da tutti siete conosciuto dottissimo nelle sacre carte, delle quali, per la profonda vostra intelligenza della lingua ebraica, bevete al fonte.

Il Saulle perciò, più che ogni altra mia tragedia, si aspetta a voi. Che di buon grado siate per accettarlo, mercè l'amicizia nostra, non dubito: che degno di voi lo stimiate, ardentemente desidero.

Torino, 27 ottobre 1784.

VITTORIO ALFIERI

 

Parere dell'autore

 Le antiche colte nazioni, o sia che fossero più religiose di noi, o che in paragone delle altre stimassero maggiormente se stesse, fatto si è che quei loro soggetti, in cui era mista una forza soprannaturale, esse li reputano i più atti a commuovere in teatro. E certamente non si potrà nè dire nè supporre, che una città come Atene, in cui Pirrone, e tanti altri filosofi d'ogni setta e d'ogni opinione pubblicamente insegnavano al popolo, fosse più creduta e meno spregiudicata che niuna delle nostre moderne capitali.

Ma comunque ciò fosse, io benissimo so, che quanto piacevano tali specie di tragedie a quei popoli, altrettanto dispiacciono ai nostri; e massimamente quando il soprannaturale si accatta [1] dalla propria nostra officina. Se ad un così fatto pensare non avessi trovato principalmente inclinato il mio secolo, io avrei ritratto dalla Bibbia più altri soggetti di tragedia, che ottimi da ciò mi pareano. Nessun terna lascia maggior libertà al poeta di innestarvi poesia descrittiva, fantastica, e lirica, senza punto pregiudicare alla drammatica e all'affetto; essendo queste ammissioni o esclusioni una cosa di mera convenzione; poiché tale espressione, che in bocca di un Romano, di un Greco ( e più ancora in bocca di alcuno de' nostri moderni eroi) gigantesca parrebbe e sforzata, verrà a parer semplice e naturale in bocca di un eroe d'Israele. Ciò nasce dall'avere noi sempre conosciuti codesti biblici eroi sotto quella sola scorza, e non mai sotto altra; onde siamo venuti a reputare in essi natura, quello che in altri reputeremmo affettazione, falsità, e turgidezza [2] .

L'aprire il campo alle immagini, il poter parlare per similitudini, potere esagerare le passioni coi detti, e render per vie soprannaturali verisimile il falso; tutti questi possenti ajuti, riescono di un grande incentivo al poeta per fargli intraprendere tragedie di questo genere, ma le rendono altresì, appunto per questo, più facili assai a trattarsi; perchè con arte e abilità minore il poeta può colpire assai più, e oltre il diletto, cagionar maraviglia. Quel poter vagare, bisognando, e il parlar d'altro, senza abbandonare il soggetto; e il sostituire ai ragionamenti poesia, e agli affetti il maraviglioso; era questo un gran campo da cui gli antichi poeti raccoglieano con minor fatica più gloria. Ma il nostro secolo, niente poetico, e tanto ragionatore, non vuole queste bellezze in teatro, ogniqualvolta non siano elle necessarie ed utili, e parte integrante della cosa stessa.

Saul, ammessa da noi la fatal punizione di Dio per avere egli disobbedito ai sacerdoti, si mostra, per quanto a me pare, quale esser dovea. Ma per chi anche non ammettesse questa mano di Dio vendicatrice aggravata sovr'esso, basterà l'osservare, che Saul credendo d'essersi meritata l'ira di Dio, per questa sola sua opinione fortemente concepita e creduta, potea egli benissimo cadere in questo stato di turbazione, che lo rende non meno degno di pietà che di maraviglia.

David, amabile e prode giovinetto, credo che in questa tragedia, potendovi egli sviluppare principalmente la sua natia bontà, la compassione ch'egli ha per Saùl, l'amore per Gionata e Micol, ed il suo non finto rispetto pe' sacerdoti, e la sua magnanima fidanza in Dio solo; io credo che da questo tutto ne venga David a riuscire un personaggio ad un tempo commoventissimo, e

Da che la morte mi ha privato dell'incomparabile Francesco Gori a voi ben noto, non mi rimane altro amico del cuore, che voi. Quindi non mi parrebbe avere, per quanto io 'l possa, perfettamente compita questa mia tragedia, di cui forse a torto io singolarmente mi vò compiacendo, se ella in fronte non portasse l'amatissimo vostro nome. La dedico dunque a voi; e tanto più volontieri e di cuore, che voi, dotto in molte altre scienze, da tutti siete conosciuto dottissimo nelle sacre carte, delle quali, per la profonda vostra intelligenza della lingua ebraica, bevete al fonte.

Il Saulle perciò, più che ogni altra mia tragedia, si aspetta a voi. Che di buon grado siate per accettarlo, mercè l'amicizia nostra, non dubito: che degno di voi lo stimiate, ardentemente desidero.

Trento, 27 ottobre, 1784.

Vittorio Alfieri

 

Atto primo

Scena prima

DAVID       Qui freno al corso, a cui tua man mi ha spinto,

   onnipossente Iddio, tu vuoi ch'io ponga?

   Io qui starò. Di Gelboè son questi

   i monti, or campo ad Israèl, che a fronte

   sta dell'empia Filiste. Ah! potessi oggi

   morte aver qui dall' inimico brando!

   Ma, da Saùl deggio aspettarla. Ahi crudo

   sconoscente Saùl! che il campion tuo

   vai perseguendo per caverne e balze,

   senza mai dargli tregua. E David pure

   era già un dì il tuo scudo; in me riposto

   ogni fidanza avevi; ad onor sommo

   tu m'innalzavi; alla tua figlia scelto

   io da te sposo . . . Ma, ben cento e cento

   nemiche teste, per maligna dote,

   tu mi chiedevi: e doppia messe appunto

   io ten recava . . . Ma Saùl, ben veggio,

   non è in se stesso, or da gran tempo: in preda

   Iddio lo lascia a un empio spirto: oh cielo!

   miseri noi! che siam, se Iddio ci lascia? -–

   Notte, su, tosto, all'almo sole il campo

   cedi; ch' ei sorger testimon debb' oggi

   di generosa impresa. Andrai famoso

   tu, Gelboè, fra le più tarde etadi,

   che diran: David qui se stesso dava

   al fier Saulle. -– Esci, Israèl, dai queti

   tuoi padiglioni; escine, o re: v'invito

   oggi a veder, s'io di campal giornata

   so l' arti ancora. Esci, Filiste iniqua;

   esci, e vedrai, se ancor mio brando uccida.

   Scena seconda
   Gionata, David

GIONATA   Oh! qual voce mi suona? odo una voce,

   cui del mio cor nota è la via.

DAVID                                                      Chi viene?

   Deh, raggiornasse! Io non vorria mostrarmi,

   qual fuggitivo

GIONATA                          Olà. Chi sei? che fai

   dintorno al regio padiglion? favella.

DAVID       Gionata parmi . . . Ardir, Figlio di guerra,

   viva Israèl, son io. Me ben conosce

   il Filisteo.

GIONATA Che ascolto? Ah! David solo così risponder può.

DAVID       Gionata . . .

GIONATA                    Oh cielo!

DAVID                                        . . . fratello . . .

DAVID       Oh gioia! . . . A te . . .

GIONATA                                     Fia vero?

   tu in Gelboè? Del padre mio non temi?

   Io per te tremo; oimè!

DAVID                                               Che vuoi? La morte

   in battaglia, da presso, mille volte

   vidi, e affrontai: davanti all'ira ingiusta

   del tuo padre gran tempo fuggii poscia:

   ma il temer solo è morte vera al prode.

   Or, più non temo io, no: sta in gran periglio

   col suo popolo il re: fia David quegli,

   che in securtade stia frattanto in selve?

   Ch'io prenda cura del mio viver, mentre

   sopra voi sta degli infedeli il brando?

   A morir vengo; ma fra l'armi, in campo,

   per la patria, da forte; e per l'ingrato

   stesso Saùl, che la mia morte or grida.

GIONATA                 Oh di David virtù! D'Iddio lo eletto

   tu certo sei. Dio, che t'inspira al core

   sì sovrumani sensi, al venir scorta

   dietti un angiol del cielo. -– Eppur, deh! come

   or presentarti al re? Fra le nemiche

   squadre ei ti crede, o il finge; ei ti dà taccia

   di traditor ribelle.

DAVID                                    Ah! ch' ei pur troppo,

   a ricovrar de' suoi nemici in seno

   ei mi sforzava. Ma, se impugnan essi

   contro lui l'armi, ecco per lui le impugno,

   finché sian vinti. Il guiderdon mio prisco

   men renda ei poscia; odio novello, e morte.

GIONATA  Misero padre! ha chi l'inganna. Il vile

   perfid'Abner, gli sta, mentito amico,

   intorno sempre. Il rio demon, che fero

   gl'invasa il cor, brevi di tregua istanti

   lascia a Saùlle almen; ma d'Abner l'arte

   nol lascia mai. Solo ei l'udito ei solo

   l'amato egli è: lusingator maligno,

   ogni virtù che la sua poca eccede

   ei glie la pinge e mal sicura, e incerta.

   Invan tua sposa ed io, col padre

DAVID                                                            Oh sposa!

   oh dolce nome! ov'è Micol mia fida?

   M'ama ella ancor, mal grado il padre crudo?

GIONATA  Oh! s'ella t'ama? . . . È in campo anch'essa . . .

DAVID                                                                                 Oh cielo!

   vedrolla? oh gioia! Or, come in campo?

GIONATA                                                                    Il padre

   ne avea pietade; al suo dolor lasciarla

   sola ei non volle entro la reggia: e anch'ella

   va pur porgendo a lui qualche sollievo,

   benché ognor mesta. Ah! la magion del pianto

   ella è la nostra, da che tu sei lungi.

DAVID       Oh sposa amata! A me il tuo dolce aspetto

   torrà il pensier d'ogni passata angoscia;

   torrà il pensier d'ogni futuro danno.

GIONATA  Ah, se vista l'avessi! . . . Ebbeti appena

   ella perduto, ogni ornamento increbbe

   al suo dolor: sul rabbuffato crine

   cenere stassi; e su la smunta guancia

   pianto e pallore; immensa doglia muta,

   nel cor tremante. Il dì, ben mille volte,

   si atterra al padre, e fra i singhiozzi, dice:

   «Rendimi David mio; tu già mel desti».

   Quindi i panni si squarcia; e in pianto bagna

   la man del padre, che anch'egli ne piange.

   E chi non piange? -– Abner, sol egli; e impera,

   che tramortita come ell'è si strappi

   dai piè del padre.

DAVID                                     Oh vista! Oh! che mi narri?

GIONATA  Deh! fosse pur non vero! . . . Al tuo sparire,

   pace sparì, gloria, e baldanza in armi:

   sepolti sono d' Israello i cori

   il Filisteo, che già fanciullo apparve

   sotto i vessilli tuoi, fatto è gigante

   agli occhi lor, da che non t'han più duce:

   e minacce soffriamo, e insulti, e scherni

   chiusi nel vallo, immemori di noi.

   Qual maraviglia? ad Israello a un tempo

   manca il suo brando, ed il suo senno, David.

   Io, che già dietro ai tuoi guerrieri passi

   non senza gloria iva nel campo, or fiacca

   sento al ferir la destra. Or, che in periglio,

   a dura vita, e da me lungi io veggo

   te, David mio, sì spesso; or, più non parmi

   quasi pugnar pel mio signor, pel padre,

   per la sposa pe' figli: a me tu caro,

   più assai che regno, e padre, e sposa, e figli

DAVID       M'ami, e più che nol merto: ami te Dio

   così.

GIONATA           Dio giusto, e premiator non tardo

   di virtù vera; egli è con te. Tu fosti

   da Samuèl morente in Rama accolto;

   il sacro labro del sovran profeta,

   per cui fu re mio padre, assai gran cose

   colà di te vaticinava: il tuo

   viver m'è sacro, al par che caro. Ah! soli

   per te di corte i rei perigli io temo;

   non quei del campo: ma, dintorno a queste

   regali tende il tradimento alberga

   con morte: e morte, Abner la dà; la invia

   spesso Saulle. Ah! David mio, t'ascondi;

   fintanto almen che di guerriera tromba

   eccheggi il monte. Oggi, a battaglia stimo

   venir fia forza.

DAVID                                 Opra di prode vuolsi,

   quasi insidia, celar? Saùl vedrammi

   pria del nemico. Io, da confonder reco

   da ravveder qual più indurato petto

   mai fosse, io reco: e affrontar pria vo' l'ira

   del re, poi quella dei nemici brandi. -– 

   Re, che dirai, s'io, qual tuo servo, piego

   a te la fronte? io di tua figlia sposo,

   che di non mai commessi falli or chieggo

   a te perdono: io difensor tuo prisco,

   ch'or nelle fauci di mortal periglio

   compagno, scudo, vittima, a te m'offro. -– 

   Il sacro vecchio moribondo in Rama,

   vero è, mi accolse; e parlommi, qual padre:

   e spirò fra mie braccia. Egli già un tempo

   Saulle amava, qual suo proprio figlio:

   ma, qual ne avea mercede? -– Il veglio sacro,

   morendo, al re fede m'ingiunse e amore,

   non men che cieca obbedienza a Dio.

   Suoi detti estremi, entro il mio cor scolpiti

   fino alla tomba in salde note io porto.

   «Ahi misero Saùl! se in te non torni

   sovra il tuo capo altissima ira pende»

   Ciò Samüel diceami. -–  Te salvo

   almen vorrei, Gionata mio, te salvo

   dallo sdegno celeste: e il sarai, spero:

   e il sarem tutti; e in un Saùl, che ancora

   può ravvedersi. -– Ah! guai, se Iddio dall'etra

   il suo rovente folgore sprigiona!

   Spesso, tu il sai, nell'alta ira tremenda

   ravvolto egli ha coll'innocente il reo.

   Impetuoso, irresistibil turbo,

   sterpa, trabalza al suol, stritola, annulla

   del par la mala infetta pianta, e i fiori,

   ed i pomi, e le foglie.

GIONATA                                      Assai può David

   presso Dio, per Saùl. Te ne' miei sogni

   ho visto io spesso, e in tal sublime aspetto,

   ch'io mi ti prostro a' piedi. -– Altro non dico;

   né più dei dirmi. Infin ch'io vivo, io giuro

   che a ferir te non scenderà mai brando

   di Saùl, mai. Ma, dalle insidie vili

   Oh ciel! . . . come poss'io? . . . Qui, fra le mense,

   fra le delizie, e l'armonia del canto,

   si bee talor nell'oro infido morte.

   Deh! chi ten guarda?

DAVID                                           D' Israèle il Dio,

   se scampar deggio; e non intera un' oste,

   se soggiacer. -– Ma dimmi: or, pria del padre,

   veder poss' io la sposa? Entrar non debbo

   là, fin che albeggi

GIONATA                                E fra le piume aspetta

   fors'ella il giorno? A pianger di te meco

   viene ella sempre innanzi l'alba; e preghi

   porgiam qui insieme a Dio, per l'egro padre. -– 

   Ecco; non lungi un non so che biancheggia:

   forse, ch'ella è: scostati alquanto; e l'odi:

   ma, se altri fosse, or non mostrarti, prego.

DAVID    Così farò.

   Scena terza
   MICOL, GIONATA

MICOL                   Notte abborrita, eterna,

   mai non sparisci? . . . Ma, per me di gioia

   risorge forse apportatore il sole?

   Ahi lassa me! che in tenebre incessanti

   vivo pur sempre! -– Oh! fratel mio, più ratto

   di me sorgesti? eppur più travagliato,

   certo, fu il fianco mio, che mai non posa.

   Come posar poss' io fra molli coltri,

   mentre il mio ben sovra la ignuda terra,

   fuggitivo, sbandito, infra covili

   di crude fere, insidïato giace?

   Ahi d'ogni fera più inumano padre!

   Saùl spietato! alla tua figlia togli

   lo sposo, e non la vita? -– Odi, fratello;

   qui non rimango io più: se meco vieni,

   bell'opra fai; ma, se non vieni, andronne

   a rintracciarlo io sola: io David voglio

   incontrare, o la morte.

GIONATA                                       Indugia ancora;

   e il pianto acqueta: il nostro David forse

   in Gelboè verrà

MICOL                                  Che parli? in loco,

   dov'è Saùl, David venirne?

GIONATA                                                In loco

   dov'è Gionata e Micol tratto a forza

   dal suo ben nato cor fia David sempre.

   Nol credi tu, che in lui più assai l'amore

   che il timor possa? E maraviglia avresti,

   s'ei qui venirne ardisse?

MICOL                                                Oh ciel! Per esso

   io tremerei . . . Ma pure, il sol vederlo

   fariami. . .

GIONATA                    E s'ei nulla or temesse? . . . E s'anco

   l' ardir suo strano ei di ragion vestisse? -– 

   Men terribil Saùl nell'aspra sorte

   che nella destra, sbaldanzito or stassi

   in diffidenza di sue forze; il sai:

   or, che di David l' invincibil braccio

   la via non gli apre infra le ostili squadre

   Saùl diffida, ma, superbo, il tace.

   Ciascun di noi nel volto suo ben legge,

   che a lui non siede la vittoria in core.

   Forse in punto ei verrebbe ora il tuo sposo.

MICOL       Sì, forse è ver: ma lungi egli è; . . . deh! dove? . . .

   e in quale stato? . . . Oimè! . . .

GIONATA                                                      Più che nol pensi,

   ei ti sta presso.

MICOL                                Oh cielo! . . . a che lusinghi?

   Scena quarta
   DAVID, MICOL, GIONATA

DAVID    Teco è il tuo sposo.

MICOL                                     Oh voce! . . . Oh vista! Oh gioia! . . .

   Parlar . . . non . . . posso. -– Oh maraviglia! . . . E fia . . .

   ver, ch'io t'abbraccio? . . .

DAVID                                                 Oh sposa! . . . Oh dura assenza! . . .

   Morte, s'io debbo oggi incontrarti, almeno

   qui sto tra' miei. Meglio è morir, che trarre

   selvaggia vita in solitudin, dove

   a niun sei caro, e di nessun ti cale.

   Brando assetato di Saùl, ti aspetto;

   percuotimi: qui almen dalla pietosa

   moglie fien chiusi gli occhi miei; composte,

   coperte l' ossa; e di lagrime vere

   da lei bagnate.

MICOL                                Oh David mio! . . . Tu capo,

   termine tu d'ogni mia speme; ah! lieto

   il tuo venir mi sia! Dio, che da gravi

   perigli tanti sottraeati, invano

   oggi te qui non riconduce . . . Oh quale,

   qual mi dà forza il sol tuo aspetto! Io tanto

   per te lontan tremava; or per te quasi

   non tremo . . . Ma, che veggo? in qual selvaggio

   orrido ammanto a me ti mostra avvolto

   l'alba nascente? o prode mio tu ignudo

   d'ogni tuo fregio vai? te più non copre

   quella, ch'io già di propria man tessea,

   porpora aurata! In tal squallor, chi mai

   potria del re genero dirti? All' armi

   volgar guerrier sembri, e non altro.

DAVID                                                                  In campo

   noi stiamo: imbelle reggia or non è questa:

   qui rozzo saio, ed affilato brando,

   son la pompa migliore. Oggi, nel sangue

   de' Filistei, porpora nuova io voglio

   tinger per me. Tu meco intanto spera

   nel gran Dio d'Israèl, che me sottrarre

   può dall'eccidio, s'io morir non merto.

GIONATA Ecco, aggiorna del tutto: omai qui troppo

   da indugiar più non parmi. Ancor che forse

   opportuno tu giunga, assai pur vuolsi

   ir cautamente.   -–  Ogni mattina al padre

   venirne appunto in quest'ora sogliamo:

   noi spïerem, come il governi e prema

   oggi il suo torbo umore: e a poco a poco

   preparando l' andrem, se lieta è l'aura

   alla tua vista; e in un torrem, che primo

   null' uomo a lui malignamente narri

   la tua tornata. Appartati frattanto;

   che alcun potria conoscerti, tradirti,

   ed Abner farti anco svenare. Abbassa

   la visiera dell'elmo: infra i sorgenti

   guerrier ti mesci, e inosservato aspetta

   ch'io per te rieda, o mandi

MICOL                                                   Infra i guerrieri,

   come si asconde il mio Davìd? qual occhio

   fuor dell'elmo si slancia a par del suo?

   Brando, chi 'l porta al suo simìl? chi suona

   così nell' armi? Ah! no, meglio ti ascondi

   dolce mio amor, fin che al tuo fianco io torni.

   Misera me! ti trovo appena, e deggio

   lasciarti già? ma per brev'ora; e quindi

   no, mai più, mai, non lascerotti. Or pure

   vo' pria vederti in securtà. Deh! mira;

   di questa selva opaca là nel fondo,

   a destra, vedi una capace grotta?

   Divisa io spesso là dal mondo intero

   te sospiro, te chiamo, di te penso;

   e di lagrime amare i duri sassi

   aspergo: ivi ti cela, infin che il tempo,

   sia di mostrarti.

DAVID       Io compiacer ti voglio

   in tutto, o sposa. Appien securi andate:

   è senno in me; non opro a caso; io v'amo;

   a voi mi serbo: e solo in Dio confido.

ATTO SECONDO

   Scena prima
   SAUL, ABNER

SAUL    Bell'alba è questa. In sanguinoso ammanto

   oggi non sorge il sole; un dì felice

   prometter parmi. -– Oh miei trascorsi tempi!

   Deh! dove sete or voi? Mai non si alzava

   Saùl nel campo da' tappeti suoi,

   che vincitor la sera ricorcarsi

   certo non fosse.

ABNER                                  Ed or, perché diffidi,

   o re? Tu forse non fiaccasti or dianzi

   la filistea baldanza? A questa pugna

   quanto più tardi viensi, Abner tel dice,

   tanto ne avrai più intera, e nobil palma.

SAUL         Abner, oh! quanto in rimirar le umane

   cose, diverso ha giovinezza il guardo,

   dalla canuta età! Quand' io con fermo

   braccio la salda noderosa antenna,

   ch'or reggo appena, palleggiava; io pure

   mal dubitar sapea . . . Ma, non ho sola

   perduta omai la giovinezza . . . Ah! meco

   fosse pur anco la invincibil destra

   d'Iddio possente! . . . e meco fosse almeno

   David, mio prode!

ABNER                                      E chi siam noi? Senz' esso

   più non si vince or forse? Ah! non più mai

   snudar vorrei, s'io ciò credessi, il brando,

   che per trafigger me. David, ch'è prima,

   sola cagion d'ogni sventura tua

SAUL         Ah! no: deriva ogni sventura mia

   da più terribil fonte . . . E che? celarmi

   l' orror vorresti del mio stato? Ah! s'io

   padre non fossi, come il son, pur troppo!

   di cari figli, . . . or la vittoria, e il regno,

   e la vita vorrei? Precipitoso

   già mi sarei fra gli inimici ferri

   scagliato io, da gran tempo: avrei già tronca

   così la vita orribile, ch'io vivo.

   Quanti anni or son, che sul mio labro il riso

   non fu visto spuntare? I figli miei,

   ch' amo pur tanto, le più volte all'ira

   muovonmi il cor, se mi accarezzan . . . Fero,

   impazïente, torbido, adirato

   sempre; a me stesso incresco ognora, e altrui;

   bramo in pace far guerra, in guerra pace:

   entro ogni nappo, ascoso tosco io bevo;

   scorgo un nemico, in ogni amico, i molli

   tappeti assiri, ispidi dumi al fianco

   mi sono; angoscia il breve sonno; i sogni

   terror. Che più? chi 'l crederia? spavento

   m'è la tromba di guerra; alto spavento

   è la tromba a Saùl. Vedi, se è fatta

   vedova omai di suo splendor la casa

   di Saùl; vedi, se omai Dio sta meco.

   E tu, tu stesso, (ah! ben lo sai) talora

   a me, qual sei, caldo verace amico,

   guerrier, congiunto, e forte duce, e usbergo

   di mia gloria tu sembri; e talor, vile

   uom menzogner di corte, invido, astuto

   nemico, traditore

ABNER                                    Or, che in te stesso

   appien tu sei, Saulle, al tuo pensiero,

   deh, tu richiama ogni passata cosa!

   Ogni tumulto del tuo cor (nol vedi?)

   dalla magion di que' profeti tanti,

   di Rama egli esce. A te chi ardiva primo

   dir, che diviso eri da Dio? l' audace,

   torbido, accorto, ambïzioso vecchio,

   Samuèl sacerdote; a cui fean eco

   le sue ipocrite turbe. A te sul capo

   ei lampeggiar vedea con livid' occhio

   il regal serto, ch'ei credea già suo.

   Già sul bianco suo crin posato quasi

   ei sel tenea; quand'ecco, alto concorde

   voler del popol d'Israello al vento

   spersi ha suoi voti, e un re guerriero ha scelto.

   Questo, sol questo, è il tuo delitto. Ei quindi

   d'appellarti cessò d'Iddio l'eletto,

   tosto ch'esser tu ligio a lui cessasti.

   Da pria ciò solo a te sturbava il senno:

   coll' inspirato suo parlar compieva

   David poi l'opra. In armi egli era prode,

   nol niego io, no; ma servo appieno ei sempre

   di Samuello; e più all'altar, che al campo

   propenso assai: guerrier di braccio egli era,

   ma di cor, sacerdote. Il ver dispoglia

   d'ogni mentito fregio; il ver conosci.

   Io del tuo sangue nasco; ogni tuo lustro

   è d'Abner lustro: ma non può innalzarsi

   David, no mai, s'ei pria Saùl non calca.

SAUL          David? . . . Io l'odio . . . Ma, la propria

   figlia gli ho pur data in consorte . . . Ah! tu non sai. -– 

   La voce stessa, la sovrana voce

   che giovanetto mi chiamò più notti,

   quand'io, privato, oscuro e lungi tanto

   stava dal trono e da ogni suo pensiero;

   or, da più notti, quella voce istessa

   fatta è tremenda, e mi respinge, e tuona

   in suon di tempestosa onda mugghiante:

   «Esci Saùl; esci Saulle» Il sacro

   venerabile aspetto del profeta

   che in sogno io vidi già, pria ch'ei mi avesse

   manifestato che voleami Dio

   re d'Israèl, quel Samuèle, in sogno,

   ora in tutt'altro aspetto io lo riveggo.

   Io, da profonda cupa orribil valle,

   lui su raggiante monte assiso miro:

   sta genuflesso Davide a' suoi piedi:

   il santo veglio sul capo gli spande

   l'unguento del Signor; con l'altra mano,

   che lunga lunga ben cento gran cubiti

   fino al mio capo estendesi, ei mi strappa

   la corona dal crine; e al crin di David

   cingerla vuol: ma, il crederesti? David

   pietoso in atto a lui si prostra, e niega

   riceverla; ed accenna, e piange, e grida,

   che a me sul capo ei la riponga . . .− Oh vista!

   Oh David mio! tu dunque obbediente

   ancor mi sei? genero ancora? e figlio?

   e mio suddito fido? e amico? . . . Oh rabbia!

   Tormi dal capo la corona mia?

   Tu che tant' osi, iniquo vecchio, trema . . .

   Chi sei? . . . Chi n'ebbe anco il pensiero, pera . . .−

   Ahi lasso me! ch'io già vaneggio!

ABNER                                                             Pera,

   David sol pera: e svaniran con esso,

   sogni, sventure, visïon, terrori.

   Scena seconda
   GIONATA, MICOL, SAUL, ABNER

GIONATA  Col re sia pace.

MICOL                                  E sia col padre Iddio.

SAUL          ... Meco è sempre il dolore. Io men sorgea

   oggi, pria dell'usato, in lieta speme ...

   ma, già sparì, qual del deserto nebbia,

   ogni mia speme. − Omai che giova, o figlio,

   protrar la pugna? Il paventar la rotta,

   peggio è che averla; ed abbiasi una volta.

   Oggi si pugni, io 'l voglio.

GIONATA                                            Oggi si vinca.

   Speme, o padre, ripiglia: in te non scese

   speranza mai con più ragione. Il volto

   deh! rasserena: io la vittoria ho in core.

   Di nemici cadaveri coperto

   fia questo campo; ai predatori alati

   noi lasceremo orribil esca

MICOL                                                  A stanza

   più queta, o padre, entro tua reggia, in breve,

   noi torneremo. Infra tue palme assiso,

   lieto tu allor, tua desolata figlia

   tornare a vita anco vorrai, lo sposo

   rendendole

SAUL                               Ma che? tu mai dal pianto

   non cessi? Or questi i dolci oggetti sono

   che rinverdir denno a Saùl la stanca

   mente appassita? Al mio dolor sollievo

   sei tu così? Figlia del pianto, vanne;

   esci; lasciami, scostati.

MICOL                                             Me lassa!

   Tu non vorresti, o padre, ch'io piangessi?

   Padre, e chi l'alma in lagrime sepolta

   mi tiene or, se non tu?

GIONATA                                     Deh! taci; al padre

   increscer vuoi?  Saùl, letizia accogli:

   aura di guerra, e di vittoria, in campo

   sta: con quest'alba uno spirto guerriero,

   che per tutto Israèl de' spandersi oggi,

   dal ciel discese. Anco in tuo cor, ben tosto,

   verrà certezza di vittoria.

SAUL                                                    Or, forse

   me tu vorresti di tua stolta gioia

   a parte? me? -– Che vincere? che spirto?

   Piangete tutti. Oggi, la quercia antica

   dove spandea già rami alteri all'aura,

   innalzerà sue squallide radici.

   Tutto è pianto, e tempesta, e sangue, e morte:

   i vestimenti squarcinsi; le chiome

   di cener vil si aspergano. Sì, questo

   giorno, è finale; a noi l'estremo, è questo.

ABNER      Già più volte vel dissi: in lui l'aspetto

   vostro importuno ognor sue fere angosce

   raddoppia.

MICOL                           E che? lascierem noi l'amato

   genitor nostro?

GIONATA                           Al fianco suo, tu solo

   starti pretendi? e che in tua man?

SAUL                                                                 Che fia?

   Sdegno sta su la faccia de' miei figli?

   Chi, chi gli oltraggia? Abner, tu forse? Questi

   son sangue mio; nol sai? . . . Taci: rimembra . . .

GIONATA Ah! sì; noi siam tuo sangue; e per te tutto

   il nostro sangue a dar siam presti

MICOL                                                              O padre,

   ascolto io forse i miei privati affetti,

   quand'io lo sposo a te richieggo? Il prode

   tuo difensore, d'Israèl la forza,

   l'alto terror de' Filistei ti chieggo.

   Nell' ore tue fantastiche di noia

   ne' tuoi funesti pensieri di morte

   David fors' ei non ti porgea sollievo

   col celeste suo canto? or di': non era

   ei, quasi raggio alle tenèbre tue?

GIONATA Ed io; tu il sai, se un brando al fianco io cinga;

   ma; ov' è il mio brando, se i sonanti passi

   del guerrier dei guerrier norma non danno

   ai passi miei? Si parleria di pugna

   se David qui? vinta saria la guerra.

SAUL         Oh scorsa etade! . . . Oh di vittoria lieti

   miei glorïosi giorni! . . . Ecco, schierati

   mi si appresentan gli alti miei trionfi.

   Dal campo io riedo, d'onorata polve

   cosperso tutto, e di sudor sanguigno:

   infra l'estinto orgoglio, ecco, io passeggio;

   e al Signor laudi . . . Al Signor, io? . . . Che parlo? . . . -– 

   Ferro ha gli orecchi alla mia voce Iddio;

   muto è il mio labro . . . Ov'è mia gloria? dove,

   dov'è de' miei nemici estinti il sangue?

GIONATA  Tutto avresti in Davìd

MICOL                                              Ma, non è teco

   quel David, no: dal tuo cospetto in bando

   tu il cacciavi, tu spento lo volevi

   David, tuo figlio; l' opra tua più bella;

   docil, modesto, più che lampo ratto

   nell'obbedirti; ed in amarti caldo

   più che i propri tuoi figli. Ah! padre, lascia

SAUL          Il pianto (oimè!) su gli occhi stammi? al pianto

   inusitato, or chi mi sforza? . . . Asciutto

   lasciate il ciglio mio.

ABNER                                         Meglio sarebbe

   ritrarti, o re, nel padiglione. In breve

   presta a pugnar la tua schierata possa

   io mostrerotti. Or vieni; e te convinci,

   che nulla è in David

   Scena terza
   DAVID, SAUL, ABNER, GIONATA, MICOL

DAVID                                         La innocenza tranne.

SAUL           Che veggio?

MICOL                              Oh ciel!

GIONATA                                      Che festi?

ABNER                                                              Audace

GIONATA   Ah! padre

MICOL                           Padre, ei m'è sposo; e tu mel desti.

SAUL          Oh vista!

DAVID                       Saùl, mio re; tu questo capo chiedi;

   già da gran tempo il cerchi; ecco, io tel reco;

   troncalo, è tuo.

SAUL

                               Che ascolto? . . . Oh David, . . . David!

   Un Iddio parla in te: qui mi t'adduce

   oggi un Iddio . . .

DAVID                                    Sì, re; quei, ch'è sol Dio;

   quei, che già in Ela me timido ancora

   inesperto garzon spingeva a fronte

   di quel suberbo gigantesco orgoglio

   del fier Goliatte tutto aspro di ferro:

   quel Dio, che poi su l'armi tue tremende

   a vittoria vittoria accumulava:

   e che, in sue mire imperscrutabil sempre,

   dell'oscuro mio braccio a lucid' opre

   valer si volle: or sì, quel Dio mi adduce

   a te, con la vittoria. Or, qual più vuoi,

   guerriero, o duce, se son io da tanto

   abbimi. A terra pria cada il nemico:

   sfumino al soffio aquilonar le nubi,

   che al soglio tuo si ammassano dintorno:

   men pagherai poscia, o Saùl, con morte.

   Né un passo allora, né un pensier costarti

   il mio morir dovrà. Tu, re, dirai:

   David sia spento: e ucciderammi tosto

   Abner. -– Non brando io cingerò né scudo;

   nella reggia del mio pieno signore

   a me disdice ogni arme, ove non sia

   pazienza, umiltade, amor, preghiere,

   ed innocenza. Io deggio, se il vuol Dio,

   perir qual figlio tuo, non qual nemico.

   Anco il figliuol di quel primiero padre

   del popol nostro, in sul gran monte il sangue

   era presto a donar; né un motto, o un cenno

   fea, che non fosse obbedienza: in alto

   già l'una man pendea per trucidarlo,

   mentre ei del padre l'altra man baciava. -–

   Diemmi l'esser Saùl; Saùl mel toglie:

   per lui s' udia il mio nome, ei lo disperde:

   ei mi fea grande, ei mi fa nulla.

SAUL                                                             Oh! quale

   dagli occhi antichi miei caligin folta

   quel dir mi squarcia! Oh qual nel cor mi suona! -–

   David, tu prode parli, e prode fosti;

   ma, di superbia cieco, osasti poscia

   me dispregiar; sovra di me innalzarti;

   furar mie laudi, e ti vestir mia luce.

   E s'anco io re non t'era, in guerrier nuovo,

   spregio conviensi di guerrier canuto?

   Tu, magnanimo in tutto, in ciò non l'eri.

   Di te cantavan d'Israèl le figlie:

   «Davidde, il forte, che i suoi mille abbatte;

   Saùl, suoi cento». Ah! mi offendesti, o David

   nel più vivo del cor. Che non dicevi?

   «Saùl, ne' suoi verdi anni, altro che i mille,

   le migliaia abbatteva: egli è il guerriero;

   ei mi creò».

DAVID                           Ben io 'l dicea; ma questi,

   che del tuo orecchio già tenea le chiavi,

   dicea più forte: «Egli è possente troppo

   David: di tutti in bocca, in cor di molti;

   se non l'uccidi tu, Saùl, chi 'l frena?» −

   Con minor arte, e verità più assai

   Abner, al re che non dicevi? «Ah David

   troppo è miglior di me; quindi io lo abborro;

   quindi lo invidio, e temo; e spento io 'l voglio».

ABNER       Fellone; e il dì, che di soppiatto andavi

   co' tuoi profeti a susurrar consigli;

   quando al tuo re segreti lacci infami

   tendevi; e quando a' Filistei nel grembo

   ti ricovravi; e fra nemici impuri

   profani dì traendo, ascose a un tempo

   pratiche ognor fra noi serbavi: or questo,

   il dissi io forse? o il festi tu? Da prima,

   chi più di me del signor nostro in core

   ti pose? A farti genero, chi 'l mosse?

   Abner fu solo

MICOL                               Io fui: Davide in sposo,

   io dal padre l'ottenni; io il volli; io, presa

   di sue virtudi. Egli il sospir mio primo,

   il mio pensier nascoso; ei la mia speme

   era; ei sol, la mia vita. In basso stato

   anco travolto, in povertà ridotto,

   sempre al mio cor giovato avria più David,

   ch' ogni alto re, cui l'oriente adori.

SAUL          Ma tu, David, negar, combatter puoi

   d'Abner le accuse? Or, di': non ricovrasti

   tra' Filistei? nel popol mio d'iniqua

   ribellione i semi non spandesti?

   La vita stessa del tuo re, del tuo

   secondo padre, insidiata forse

   non l'hai più volte?

DAVID       Ecco; or per me risponda

   questo, già lembo del regal tuo manto.

   Conoscil tu? Prendi; il raffronta.

SAUL                                                               Dammi.

   Che veggio? è mio; nol niego . . . Onde l'hai tolto? . . .

DAVID       Di dosso a te dal manto tuo, con questo

   mio brando, io stesso, io lo spiccai. -– Sovvienti

   d' Engadda? Là, dove tu me proscritto

   barbaramente perseguivi a morte;

   là, trafugato senza alcun compagno

   nella caverna, che dal fonte ha nome,

   io m'era: ivi, tu solo, ogni tuo prode

   lasciato in guardia alla scoscesa porta,

   su molli coltri in placida quïete

   chiudevi al sonno gli occhi . . . Oh ciel! tu, pieno

   l'alma di sangue e di rancor, dormivi?

   Vedi, se Iddio possente a scherno prende

   disegni umani! ucciderti, a mia posta,

   e me salvar potea, per altra uscita:

   io il potea; quel tuo lembo assai tel prova.

   Tu re, tu grande, tu superbo, in mezzo

   a stuol d' armati; eccoti in man del vile

   giovin proscritto . . . Abner, il prode, ov'era,

   dov'era allor? Così tua vita ei guarda?

   serve al suo re così? Vedi, in cui posto

   hai tua fidanza, e in chi rivolto hai l'ira. -–

   Or, sei tu pago? Or l'evidente segno

   non hai, Saùl, del cor, della innocenza,

   e della fede mia? non l'evidente

   segno del poco amor, della maligna

   invida rabbia, e della guardia infida

   di questo Abner?

SAUL                      Mio figlio, hai vinto; hai vinto.

   Abner, tu mira; ed ammutisci.

MICOL                                                           Oh gioia!

DAVID    Oh padre!

GIONATA                 Oh dì felice!

MICOL                                            Oh sposo!

SAUL                                                                 Il giorno,

   sì, di letizia, e di vittoria, è questo.

   Te duce io voglio oggi alla pugna: il soffra

   Abner; ch'io 'l vo'. Gara fra voi non altra,

   che in più nemici esterminare, insorga.

   Gionata, al fianco al tuo fratel d'amore

   combatterai: mallevador mi è David

   della tua vita; e della sua tu il sei.

GIONATA    Duce Davìd, mallevadore è Iddio.

MICOL    Dio mi ti rende; ei salveratti . . .

SAUL                                                             Or, basta.

   Nel padiglion, pria della pugna, o figlio,

   vieni un tal poco a ristorarti.

   Il lungo duol dell'assenza la tua sposa amata

   rattempreratti: intanto di sua mano

   ella ti mesca, e ti ministri a mensa.

   Deh! figlia, (il puoi tu sola) ammenda in parte

   del genitor gli involontari errori.

ATTO TERZO

   Scena prima
   DAVID, ABNER

ABNER   Eccomi: appena dal convito or sorge

   il re, ch'io vengo a' cenni tuoi.

DAVID                                         Parlarti

   a solo a solo io volli

ABNER                                        Udir vuoi forse

   della prossima pugna?

DAVID                                              E dirti a un tempo,

   che me non servi; ma ch'entrambi al pari

   il popol nostro, il nostro re, l'eccelso

   Dio d'Israèl serviamo. Altro pensiero

   in noi, deh! no, non entri.

ABNER                                                 Io, pel re nostro,

   del di cui sangue io nasco, in campo il brando

   sanguinoso rotai, già pria che il fischio

   ivi si udisse di tua fionda

DAVID                                                 Il sangue

   del re non scorre entro mie vene: a tutti

   noti sono i miei fatti: io non li vanto:

   Abner li sa. -– Deh! nell' obblio sepolti

   sian pur da te; sol ti rammenta i tuoi:

   emulo di te stesso, oggi tu imprendi

   a superar solo te stesso.

ABNER                                              Il duce

   io mi credea finor: David non v'era:

   tutto ordinar per la vittoria quindi

   osai: s'io duce esser potessi, or l'odi.−

   Incontro a noi, da borea ad austro, giace

   per lungo, in valle, di Filiste il campo.

   Folte macchie ha da tergo, è d'alti rivi

   munito in fronte: all'orïente il chiude

   non alto un poggio, di lieve pendìo

   ver esso, ma di scabro irsuto dorso

   all'opposto salire: un'ampia porta

   s'apre fra' monti all'occidente, donde

   per vasto piano infino al mar sonante

   senza ostacol si varca. Ivi, se fatto

   ci vien di trarvi i Filistei, fia vinta

   da noi la guerra. È d'uopo a ciò da pria

   finger ritratta. In tripartita schiera

   piegando noi da man manca nel piano,

   giriamo in fronte il destro loro fianco.

   La schiera prima il passo affretta, e pare

   fuggirsene; rimane la seconda

   lenta addietro, in scomposte e rade file,

   certo invito ai nemici. Intanto, scelti

   i più prodi de' nostri, il duro poggio

   soverchiato han dall'oriente, e a tergo

   riescon sovra il rio nemico. In fronte,

   dalle spalle, e dai lati, eccolo, è chiuso;

   eccone fatto aspro macello intero.

DAVID       Saggio e prode tu al pari. All' ordin tuo,

   nulla cangiare, Abner, si debbe. Io laudo

   virtude ov' è: sarò guerrier, non duce:

   e alla tua pugna il mio venir null'altro

   aggiungerà, che un brando.

ABNER                                                     Il duce è David:

   di guerra il mastro è David. Chi combatte,

   fuorch'egli, mai?

DAVID       Chi men dovria mostrarsi

   invido, ch' Abner, poich' ei val cotanto?

   Ottimo, ovunque io 'l miri, è il tuo disegno.

   Gionata ed io, di qua, verso la tenda

   di Saùl schiereremci; oltre, ver l'orsa,

   Us passerà; Sadòc, con scelti mille,

   salirà il giogo; e tu, coi più, terrai

   della battaglia il corpo.

ABNER                                             A te si aspetta;

   loco è primiero.

DAVID                                  E te perciò vi pongo. −

   Ascende il sole ancora: il tutto in punto

   terrai tu intanto, ma non s' odan trombe

   fin che al giorno quattr'ore avanzin sole.

   Spira un ponente impetuoso, il senti;

   il sol negli occhi, e la sospinta polve,

   anco per noi combatteran da sera.

ABNER      Ben dici.

DAVID                     Or, va'; comanda: e a te con basse

   arti di corte, che ignorar dovresti,

   pregio non tor di capitan, cui merti.

   Scena seconda

DAVID    Astuto è l' ordin della pugna, ed alto. −

   Ma, il provveder di capitan, che giova,

   s'ei de' soldati il cor non ha? Ciò solo

   ad Abner manca; e a me il concede Iddio.

   Oggi si vinca, e al dì novel si lasci

   un'altra volta il re; ch' esser non puote

   per me mai pace al fianco suo . . . Che dico?

   nuova palma or mi fia nuovo delitto.

   Scena terza
   MICOL, DAVID

MICOL    Sposo, non sai? Da lieta mensa il padre

   sorgeva appena, Abner ver lui si trasse,

   e un istante parlavagli: io m'inoltro,

   egli esce; il re già quel di pria non trovo.

DAVID    Ma pur, che disse? in che ti parve?

MICOL                                                               Egli era

   dianzi tutto per noi; con noi piangea;

   ci abbracciava a vicenda; e da noi stirpe

   s' iva augurando di novelli prodi,

   quasi alla sua sostegno; ei più che padre

   pareane ai detti: or, più che re mi apparve.

DAVID       Deh! pria del tempo, non piangere, o sposa:

   Saulle è il re; farà di noi sua voglia.

   Sol ch'ei non perda oggi la pugna; il crudo

   suo pensier contro me doman ripigli,

   ripiglierò mio stato abbietto, e il duro

   bando, e la fuga, e l'affannosa vita.

   Vera e sola mia morte emmi il lasciarti:

   e il dovrò pure . . . Ahi vana speme! infauste

   nozze per te! Giocondo e regio stato

   altro sposo a te dava; ed io tel tolgo.

   Misero me! . . . Né d'ampia prole, e lieta,

   padre puoi far me tuo consorte errante

   e fuggitivo sempre

MICOL                                       Ah! no; divisi

   più non saremo: dal tuo sen strapparmi

   niuno ardirà. Non riedo io no, più mai

   a quella vita orribile, ch'io trassi

   priva di te: m'abbia il sepolcro innanzi.

   In quella reggia del dolore io stava

   sola piangente, i lunghi giorni; e l' ombre

   l'aspetto mi adducean d' orrende larve.

   Or, sopra il capo tuo pender vedea

   del crudo padre il ferro; e udia tue voci

   dolenti, lagrimose, umili, tali

   da trar del petto ogni più atroce sdegno;

   e sì l' acciar pur t' immergeva in core

   il barbaro Saulle: or, tra' segreti

   avvolgimenti di negra caverna,

   vedeati far di dure selci letto;

   e ad ogni picciol moto il cor balzarti

   tremante; e in altra ricovrarti; e quindi

   in altra ancor; né ritrovar mai loco,

   né quïete, né amici: egro, ansio, stanco

   da cruda sete travagliato . . . Oh cielo! . . .

   Le angosce, i dubbi, il palpitar mio lungo

   poss' io ridir? -– Mai più, no, non ti lascio;

   mai più . . .

DAVID                          Mi strappi il cor: deh! cessa . . . Al sangue,

   e non al pianto, questo giorno è sacro.

MICOL       Pur ch' oggi inciampo al tuo pugnar non nasca.

   Per te non temo io la battaglia, hai scudo

   di certa tempra, Iddio: ma temo, ch' oggi

   dal perfid' Abner impedita, o guasta,

   non ti sia la vittoria.

DAVID                                         E che? ti parve

   dubbio il re d' affidarmi oggi l' impresa?

MICOL       Ciò non udii; ma forte accigliato era,

   e susurrava non so che, in se stesso

   di sacerdoti traditor; d' ignota

   gente nel campo; di virtù mentita

   rotte parole, oscure, dolorose

   tremende, a chi di David è consorte,

   e di Saulle è figlia.

DAVID                                      Eccolo: si oda.

MICOL       Giusto Iddio, deh! soccorri oggi al tuo servo:

   l' empio confondi; il genitor rischiara

   salva il mio sposo; il popol tuo difendi.

   Scena quarta
   SAUL, GIONATA, MICOL, DAVID

GIONATA Deh! vieni, amato padre; a' tuoi pensieri

   da' tregua un poco: or l' aura aperta e pura

   ti fia ristoro; vieni: alquanto siedi

   tra i figli tuoi.

SAUL                                 Che mi si dice?

MICOL                                                         Ah! padre! . . .

SAUL    Chi sete voi?

                    Chi d' aura aperta e pura

   qui favellò? . . . Questa? è caligin densa;

   tenebre sono; ombra di morte . . . Oh! mira;

   più mi t' accosta, il vedi? il sol dintorno

   cinto ha di sangue ghirlanda funesta

   Odi tu canto di sinistri augelli?

   Lugùbre un pianto sull' aere si spande,

   che me percuote, e a lagrimar mi sforza

   Ma che? Voi pur, voi pur piangete?

GIONATA                                                            O sommo

   Dio d' Israello, or la tua faccia hai tolta

   dal re Saùl così? lui, già tuo servo

   lasci or così dell' avversario in mano?

MICOL       Padre, hai la figlia tua diletta al fianco:

   se lieto sei, lieta è pur ella; e piange,

   se piangi tu . . . Ma, di che pianger ora?

   gioia tornò.

SAUL                             David, vuoi dire. Ah! . . . David . . .

   deh! perché non mi abbraccia anch' ei co' figli?

DAVID        Oh padre! . . . Addietro or mi tenea temenza

   di non t' esser molesto. Ah! nel mio core

   perché legger non puoi? son sempre io teco.

SAUL         Tu . . . di Saulle . . . ami la casa dunque?

DAVID       S' io l' amo? Oh ciel! degli occhi miei pupilla

   Gionata egli è; per te, periglio al mondo

   non conosco, né curo: e la mia sposa,

   dica, se il può, ch' io nol potrei, di quanto,

   di quale amore io l' amo

SAUL                                                  Eppur, te stesso

   stimi tu molto

DAVID                                Io, me stimare?   In campo

   non vil soldato, e tuo genero in corte

   mi tengo; e innanzi a Dio, nulla mi estimo.

SAUL          Ma, sempre a me d' Iddio tu parli; eppure,

   ben tu il sai, da gran tempo, hammi partito

   da Dio l' astuta ira crudel tremenda

   de' sacerdoti. Ad oltraggiarmi, il nomi?

DAVID       A dargli gloria, io 'l nomo. Ah! perché credi

   ch' ei più non sia con te? Con chi nol vuole

   non sta: ma, a chi l' invoca, a chi riposto

   tutto ha se stesso in lui, manca egli mai?

   Ei sul soglio chiamotti; ei vi ti tiene:

   sei suo, se in lui, ma se in lui sol, ti affidi.

SAUL          Chi dal ciel parla? . . . Avviluppato in bianca

   stolla [3] è costui, che il sacro labro or schiude?

   vediamlo . . .Eh no: tu sei guerriero, e il brando

   cingi: or t' inoltra; appressati; ch' io veggia,

   se Samuèle o David mi favella. -– 

   Qual brando è questo? ei non è già lo stesso

   ch' io di mia man ti diedi

DAVID                                                 È questo il brando,

   cui mi acquistò la povera mia fionda.

   Brando, che in Ela [4] a me pendea tagliente

   sul capo; agli occhi orribil lampo io 'l vidi

   balenarmi di morte, in man del fero

   Goliàt gigante: ei lo stringea: ma stavvi

   rappreso pur, non già il mio sangue, il suo.

SAUL    Non fu quel ferro, come sacra cosa,

   appeso in Nobbe al tabernacol santo?

   Non fu nell' Efod [5] mistico ravvolto,

   e così tolto a ogni profana vista?

   consecrato in eterno al Signor primo?

DAVID       Vero è; ma

SAUL                             Dunque, onde l' hai tu? Chi ardiva

   dartelo? chi

DAVID                           Dirotti. Io fuggitivo,

   inerme in Nob giungea: perché fuggissi,

   tu il sai. Piena ogni via di trista gente,

   io, senza ferro, a ciascun passo stava

   tra le fauci di morte. Umìl la fronte

   prosternai là nel tabernacol, dove

   scende d' Iddio lo spirto: ivi, quest' arme,

   (cui s' uom mortal riadattarsi al fianco

   potea, quell' uno esser potea ben David)

   la chiesi io stesso al sacerdote.

SAUL                                                            Ed egli?

DAVID       Diemmela.

SAUL                            Ed era?

DAVID                                       Achimelèch.

SAUL                                                               Fellone.

   Vil traditore . . . Ov' è l' altare? . . . oh rabbia! . . .

   Ahi tutti iniqui! traditori tutti!

   d' Iddio nemici; a lui ministri, voi?

   Negr' alme in bianco ammanto . . . Ov' è la scure? . . .

   Ov' è l' altar? si atterri . . . Ov' è l' offerta?

   svenarla io voglio . . .

MICOL                                          Ah padre!

GIONATA                                                      Oh ciel! che fai?

   ove corri? che parli? . . . Or, deh! ti placa:

   non havvi altar; non vittima; rispetta

   nei sacerdoti Iddio, che sempre t'ode.

SAUL         Chi mi rattien? . . . Chi di seder mi sforza? . . .

   Chi a me resiste? . . .

GIONATA                                    Padre. . .

DAVID                                                          Ah! tu il soccorri,

   alto Iddio d' Israèle: a te si prostra,

   te ne scongiura il servo tuo.

SAUL                                                        La pace

   mi è tolta; il sole, il regno, i figli, l' alma

   tutto mi è tolto! . . . Ahi Saùl infelice!

   chi te consola? al brancolar tuo cieco,

   chi è scorta, o appoggio? . . . I figli tuoi, son muti;

   duri son, crudi   Del vecchio cadente

   sol si brama la morte: altro nel core

   non sta dei figli, che il fatal diadema

   che il canuto tuo capo intorno cinge.

   Su strappatelo, su: spiccate a un tempo

   da questo omai putrido tronco il capo

   tremolante del padre . . . Ahi fero stato!

   meglio è la morte. Io voglio morte

MICOL                                                               Oh padre!

   noi vogliam tutti la tua vita: a morte

   ognun di noi, per te sottrarne, andrebbe

GIONATA  Or, poiché in pianto il suo furor già stemprasi,

   deh! la tua voce, a ricomporlo in calma,

   muovi, o fratello. In dolce oblio l' hai ratto

   già tante volte con celesti carmi.

MICOL       Ah! sì; tu il vedi, all' alitante petto

   manca il respiro; il già feroce sguardo

   nuota in lagrime: or tempo è di prestargli

   l' opra tua.

DAVID                         Deh! per me, gli parli Iddio.− [6]

   «O tu, che eterno, onnipossente, immenso,

   siedi sovran d' ogni creata cosa;

   tu, per cui tratto io son dal nulla, e penso,

   e la mia mente a te salir pur osa;

   tu, che se il guardo inchini, apresi il denso

   abisso, e via non serba a te nascosa

   se il capo accenni, trema lo universo;

   se il braccio innalzi, ogni empio ecco è disperso:

   già su le ratte folgoranti piume

   di Cherubin ben mille un dì scendesti;

   e del tuo caldo irresistibil nume

   il condottiero d' Israello empiesti:

   di perenne facondia a lui tu fiume,

   tu brando, e senno, e scudo a lui ti festi;

   deh! di tua fiamma tanta un raggio solo

   nubi -– fendente or manda a noi dal polo.

   Tenebre e pianto siamo . . .»

SAUL                                                       Odo io la voce

   di David?   Trammi di mortal letargo:

   folgor mi mostra di mia verde etade.

DAVID       «Chi vien, chi vien, ch' odo e non veggo? Un nembo

   negro di polve rapido veleggia

   dal torbid' euro spinto. −

   Ma già si squarcia; e tutto acciar lampeggia

   dai mille e mille, ch' ei si reca in grembo

   Ecco, qual torre, cinto

   Saùl la testa d'infuocato lembo.

   Traballa il suolo al calpestìo tonante

   d' armi e destrieri:

   la terra, e l' onda, e il cielo è rimbombante

   d'urli guerrieri.

   Saùl si appressa in sua terribil possa;

   carri, fanti, destrier sossopra ei mesce:

   gelo, in vederlo, scorre a ogni uom per l' ossa;

   lo spavento d' Iddio dagli occhi gli esce.

   Figli di Ammòn, dov' è la ria baldanza?

   dove gli spregi, e l' insultar, che al giusto

   popol di Dio già feste?

   Ecco ora il piano ai vostri corpi angusto;

   ecco, a noi messe sanguinosa avanza

   di vostre tronche teste:

   ecco ove mena in falsi iddii fidanza. -– 

   Ma, donde ascolto altra guerriera tromba

   mugghiar repente?

   È il brando stesso di Saùl, che intomba

   d' Edom la gente.

   Così Moàb, Soba così sen vanno,

   con l' iniqua Amalèch, disperse in polve:

   Saùl, torrente al rinnovar dell' anno,

   tutto inonda, scompon, schianta, travolve».

SAUL          Ben questo è grido de' miei tempi antichi,

   che dal sepolcro a gloria or mi richiama.

   Vivo, in udirlo, ne' miei fervidi anni . . . -– 

   Che dico? . . . ahi lasso! a me di guerra il grido

   si addice omai? . . . L' ozio, l' oblio, la pace,

   chiamano il veglio a sé.

DAVID                                              Pace si canti. -– 

   «Stanco, assetato, in riva

   del fiumicel natìo

   siede il campion di Dio,

   all' ombra sempre viva

   del sospirato alloro.

   Sua dolce e cara prole,

   nel porgergli ristoro,

   del suo affanno si duole,

   ma del suo rieder gode;

   e pianger ciascun s' ode

   teneramente,

   soavemente

   sì, che il dir non v' arriva.

   L' una sua figlia slaccia

   l' elmo folgoreggiante;

   e la consorte amante,

   sottentrando, lo abbraccia:

   l' altra, l' augusta fronte

   dal sudor polveroso

   terge, col puro fonte:

   quale, un nembo odoroso

   di fior sovr' esso spande:

   qual, le man venerande

   di pianto bagna:

   e qual si lagna,

   ch' altra più ch' ella faccia.

   Ma ferve in ben altr' opra

   lo stuol del miglior sesso.

   Finché venga il suo amplesso,

   qui l' un figlio si adopra

   in rifar mondo e terso

   lo insanguinato brando:

   là, d' invidia cosperso,

   dice il secondo: e quando

   palleggerò quest' asta,

   cui mia destra or non basta?

   Lo scudo il terzo,

   con giovin scherzo,

   prova come il ricopra.

 

       Di gioia lagrima

   su l' occhio turgido

   del re si sta:

       ch' ei di sua nobile

   progenie amabile

   è l' alma, e il sa.

   Oh bella la pace!

 

       Oh grato il soggiorno,

   là dove hai dintorno

   amor sì verace

   sì candida fé!

       Ma il sol già celasi;

   tace ogni zeffiro;

   e in sonno placido

   sopito è il re». -– 

SAUL          Felice il padre di tal prole! Oh bella

   pace dell' alma! . . . Entro mie vene un latte

   scorrer mi sento di tutta dolcezza . . . -– 

   Ma, che pretendi or tu? Saùl far vile

   infra i domestich' ozi? Il pro' Saulle

   di guerra or forse arnese inutil giace?

DAVID       «Il re posa, ma i sogni del forte

   con tremende sembianze gli vanno

   presentando i fantasmi di morte.

   Ecco il vinto nemico tiranno

   di sua man già trafitto in battaglia;

   ombra orribil, che omai non fa danno.

   Ecco un lampo, che tutti abbarbaglia

   Quel suo brando, che ad uom non perdona,

   e ogni prode al codardo ragguaglia. -– 

   Tal, non sempre la selva risuona

   del Leone al terribil ruggito,

   ch' egli in calma anco i sensi abbandona;

   né il tacersi dell' antro romito

   all' armento già rende il coraggio;

   né il pastor si sta men sbigottito,

   ch' ei sa, ch' esce a più sangue ed oltraggio.

 

      Ma il re già già si desta:

      armi, armi, ei grida.

      Guerriero omai qual resta?

      Chi, chi lo sfida?

 

   Veggio una striscia di terribil fuoco,

   cui forza è loco = dien le ostili squadre.

   Tutte veggio adre = di sangue infedele

   l' armi a Israèle. = Il fero fulmin piomba,

   sasso di fromba = assai men ratto fugge,

   di quel che strugge = il feritor sovrano,

   col ferro in mano. = A inarrivabil volo,

   fin presso al polo = aquila altera ei stende

   le reverende = risuonanti penne,

   cui da Dio tenne, = ad annullar quegli empi,

   che in falsi tempi = han simulacri rei

   fatti lor Dei. = Già da lontano io 'l seguo;

   e il Filisteo perseguo,

   e incalzo, e atterro, e sperdo; e assai ben mostro

   che due spade ha nel campo il popol nostro».

SAUL         Chi, chi si vanta? Havvi altra spada in campo,

   che questa mia, ch' io snudo? Empio è, si uccida,

   pera, chi la sprezzò.

MICOL                                         T' arresta: oh cielo!

GIONATA Padre! che fai? . . .

DAVID                                       Misero re!

MICOL                                                         Deh! fuggi . . .

   a gran pena il teniam; deh! fuggi, o sposo.

   Scena quinta
   GIONATA, SAUL, MICOL

MICOL       O padre amato, . . . arrestati . . .

GIONATA                                                         T' arresta. . .

SAUL         Chi mi rattien? chi ardisce? . . . Ov' è il mio brando?

   Mi si renda il mio brando . . .

GIONATA                                                   . . . Ah! con noi vieni,

   diletto padre: io non ti lascio ir oltre.

   Vedi, non è co' figli tuoi persona:

   con noi ritorna alla tua tenda: hai d' uopo

   or di quïete. Ah! vieni: ogni ira cessi;

   stai co' tuoi figli . . .

MICOL                                        E gli avrai sempre al fianco

 

ATTO QUARTO

   Scena prima
   GIONATA, MICOL

MICOL        Gionata, dimmi; al padiglion del padre

   può tornare il mio sposo?

GIONATA                                            Ah! no: placato

   non è con lui Saùl; benché in se stesso

   sia appien tornato: ma profonda è troppo

   in lui la invidia, e fia il sanarla lungo.

   Torna al tuo sposo, e nol lasciare.

MICOL                                                             Ahi lassa!

   Chi più di me infelice? . . . Io l'ho nascosto

   sì ben, ch'uom mai nol troveria: men riedo

   ver esso dunque.

GIONATA                             Oh cielo! ecco, sen viene

   turbato il padre: ei mai non trova stanza.

MICOL

   Misera me! . . . Che gli dirò? . . . Sottrarmi

   voglio . . .

   Scena seconda
   SAUL, MICOL, GIONATA

SAUL                        Chi fugge al venir mio? Tu, donna?

MICOL       Signor. . .

SAUL                           Davide ov'è?

MICOL                                               Nol so . . .

SAUL                                                                    Nol sai?

GIONATA Padre . . .

SAUL                           Cercane; va'; qui tosto il traggi.

MICOL                        Io rintracciarlo? . . . or, . . . dove? . . .

SAUL                                                                                         Il re parlotti,

   e obbedito non l'hai?

   Scena terza
   SAUL, GIONATA

SAUL                                            Gionata, m'ami? . . .

GIONATA  Oh padre! . . . Io t'amo: ma ad un tempo io cara

   tengo la gloria tua: quindi, ai non giusti

   impeti tuoi, qual figlio opporsi il puote,

   io mi oppongo talvolta.

SAUL                                                Al padre il braccio

   spesso rattieni tu: ma, quel mio ferro,

   che ad altri in petto immerger non mi lasci,

   nel tuo petto il ritorci. Or serba, serba

   codesto David vivo; in breve ei fia

   Voce non odi entro il tuo cor, che grida?

   «David fia 'l re.» − David? fia spento innanzi.

GIONATA E nel tuo cuore, in più terribil voce

   Dio non ti grida? «Il mio diletto è David;

   l'uom del Signore egli è». Tal nol palesa

   ogni atto suo? La fera invida rabbia

   d'Abner, non fassi al suo cospetto muta?

   Tu stesso, allor che in te rientri, al solo

   apparir suo, non vedi i tuoi sospetti

   sparir, qual nebbia del pianeta al raggio?

   E quando in te maligno spirto riede,

   credi tu allor, ch'io tel rattenga, il braccio?

   Dio tel rattiene. Il mal brandito ferro

   gli appunteresti al petto appena, e tosto

   forza ti fora il ritrarlo: cadresti

   tu stesso in pianto a' piedi suoi; tu padre,

   pentito, sì: ch'empio, nol sei

SAUL                                                        Pur troppo

   vero tu parli. Inesplicabil cosa

   questo David per me. Non pria veduto

   io l'ebbi in Ela, che a' miei sguardi ei piacque,

   ma al cor non mai. Quando ad amarlo io presso

   quasi sarei, feroce sdegno piomba

   in mezzo, e men divide: il voglio appena

   spento, s'io il veggo, ei mi disarma, e colma

   di maraviglia tanta, ch'io divento

   al suo cospetto un nulla . . . Ah! questa al certo,

   vendetta è questa della man sovrana.

   Or comincio a conoscerti, o tremenda

   mano . . . Ma che? donde cagione io cerco? . . .

   Dio, non l'offesi io mai: vendetta è questa

   de' sacerdoti. Egli è stromento David

   sacerdotale, iniquo: in Rama ei vide

   Samuèl moribondo: a lui gli estremi

   detti parlava l'implacabil veglio.

   Chi sa, chi sa, se il sacro olio celeste,

   ond'ei mia fronte unse già pria, versato

   non ha il fellon su la nemica testa?

   Forse tu il sai . . . Parla . . . Ah! sì, il sai: favella.

GIONATA  Padre, nol so: ma, se pur fosse, io forse

   al par di te di ciò tenermi offeso

   or non dovrei? non ti son figlio io primo?

   Ove tu giaccia co' tuoi padri, il trono

   non destini tu a me? S'io dunque taccio,

   chi può farne querela? Assai mi avanza

   in coraggio, in virtude, in senno, in tutto,

   David: quant'ei più val, tanto io più l'amo.

   Or, se chi dona e toglie i regni, il desse

   a David mai, prova maggior qual altra

   poss'io bramarne? ei più di me n'è degno:

   e condottier de' figli suoi lo appella

   ad alte cose Iddio. -– Ma intanto, io giuro,

   che a te suddito fido egli era sempre,

   e leal figlio. Or l'avvenir concedi

   a Dio, cui spetta: ed il tuo cor frattanto

   contro Dio, contro il ver, deh! non s'induri.

   Se in Samuèl non favellava un Nume,

   come, con semplice atto, infermo un veglio,

   già del sepolcro a mezzo, oprar potea

   tanto per David mai? Quel misto ignoto

   d'odio e rispetto, che per David senti;

   quel palpitar della battaglia al nome,

   (timor da te non conosciuto in pria)

   donde ti vien, Saulle? Havvi possanza

   d'uom, che a ciò basti?

SAUL                                              Oh! che favelli? figlio

   di Saùl tu? − Nulla a te cal del trono?

   Ma, il crudel dritto di chi 'l tien, nol sai?

   Spenta mia casa, e da radice svelta

   fia da colui, che usurperà il mio scettro.

   I tuoi fratelli, i figli tuoi, tu stesso

   non rimarrà della mia stirpe nullo

   O ria di regno insazïabil sete,

   che non fai tu? Per aver regno, uccide

   il fratello il fratel; la madre i figli

   la consorte il marito; il figlio il padre

   Seggio è di sangue, e , il trono.

GIONATA Scudo havvi d'uom contro al celeste brando?

   Non le minacce, i preghi allentar ponno

   l'ira di Dio terribil, che il superbo

   rompe, e su l'umil lieve lieve passa.

   Scena quarta
   SAUL, GIONATA, ABNER, ACHIMELECH, soldati

ABNER    Re, s'io ti torno innante, anzi che rivi

   scorran per me dell'inimico sangue,

   alta cagione a ciò mi sforza. Il prode

   Davidde, il forte, in cui vittoria è posta,

   non è chi il trovi. Un'ora manca appena

   alla prefissa pugna: odi, frementi

   d'impaziente ardore, i guerrier l'aure

   empier di strida; e rimbombar la terra

   al flagellar della ferrata zampa

   de' focosi destrieri: urli, nitrìti,

   sfolgoreggiar d'elmi e di brandi, e tuoni

   da metter core in qual più sia codardo;

   David, chi 'l vede? -– ei non si trova. -– Or, mira,

   (soccorso in ver del ciel!) mira chi in campo

   in sua vece si sta. Costui, che in molle

   candido lin sacerdotal si avvolge,

   furtivo in campo, ai Beniamìti accanto,

   si appiattava tremante. Eccolo; n'odi

   l'alta cagion, che a tal periglio il guida.

ACHLMELECH    Cagion dirò, s'ira di re nol vieta

SAUL          Ira di re? tu dunque, empio, la merti?

   Ma, chi se' tu?   Conoscerti ben parmi.

   Del fantastico altero gregge sei

   de' veggenti di Rama?

ACHIMELEC                                                Io vesto l'Efod:

   io, dei Leviti primo, ad Aròn santo,

   nel ministero a che il Signor lo elesse,

   dopo lungo ordin d'altri venerandi

   sacerdoti, succedo. All'arca presso,

   in Nobbe, io sto: l'arca del patto sacra,

   stava anch'ella altre volte al campo in mezzo:

   troppo or fia, se vi appare, anco di furto,

   il ministro di Dio: straniera merce

   è il sacerdote, ove Saulle impera:

   pur non l'è, no, dove Israèl combatte;

   se in Dio si vince, come ognor si vinse. -–

   Me non conosci tu? qual maraviglia?

   e te stesso conosci? − I passi tuoi

   ritorti hai dal sentier, che al Signor mena;

   ed io là sto, nel tabernacol, dove

   stanza ha il gran Dio; là dove, è già gran tempo,

   più Saùl non si vede. Il nome io porto

   d'Achimelèch.

SAUL                                  Un traditor mi suona

   tal nome: or ti ravviso. In punto giungi

   al mio cospetto. Or di', non sei tu quegli,

   che all'espulso Davidde asilo davi,

   e securdate, e nutrimento, e scampo,

   ed armi? E ancor, qual arme! il sacro brando

   del Filisteo, che appeso in voto a Dio

   stava allo stesso tabernacol, donde

   tu lo spiccavi con profana destra.

   E tu il cingevi al perfido nemico

   del tuo signor, del sol tuo re? − Tu vieni,

   fellone, in campo a' tradimenti or vieni:

   qual dubbio v'ha?

ACHIMELEC                                      Certo, a tradirti io vengo;

   poiché vittoria ad implorare io vengo

   all'armi tue da Dio, che a te la niega.

   Son io, sì, son, quei che benigna mano

   a un Davidde prestai. Ma, chi è quel David?

   Della figlia del re non egli è sposo?

   Non il più prode infra i campioni suoi?

   Non il più bello, il più umano, il più giusto

   de' figli d'Israèl? Non egli in guerra,

   tua forza, e ardire? entro la reggia, in pace,

   non ei, col canto, del tuo cor signore?

   Di donzelle l'amor, del popol gioia,

   dei nemici terror; tale era quegli,

   ch'io scampava. E tu stesso, agli onor primi,

   di', nol tornavi or dianzi? e nol sceglievi

   a guidar la battaglia? a ricondurti

   vittoria in campo? a disgombrar temenza

   della rotta, che in cor ti ha posta Iddio? -– –

   Se danni me, te stesso danni a un tempo.

SAUL         Or, donde in voi, donde pietade? in voi,

   sacerdoti crudeli, empi, assetati

   di sangue sempre. A Samuèl parea

   grave delitto il non aver io spento

   l'Amalechìta re, coll'armi in mano

   preso in battaglia; un alto re, guerriero

   di generosa indole ardita, e largo

   del proprio sangue a pro del popol suo.  -– –

   Misero re! tratto a me innanzi, in duri

   ceppi ei venia: serbava, ancor che vinto,

   nobil fierezza, che insultar non era,

   né un chieder pur mercé. Reo di coraggio

   parve egli al fero Samuèl: tre volte

   con la sua man sacerdotale il ferro

   nel petto inerme ei gl'immergea.  -– Son queste,

   queste son, vili, le battaglie vostre.

   Ma, contra il proprio re chi la superba

   fronte innalzar si attenta, in voi sostegno

   trova, e scudo, ed asilo. Ogni altra cura,

   che dell'altare, a cor vi sta. Chi sete,

   chi sete voi? Stirpe malnata, e cruda,

   che dei perigli nostri all'ombra ride;

   che in lino imbelle avvoltolati, ardite

   soverchiar noi sotto l'acciar sudanti:

   noi, che fra il sangue, il terrore, e la morte,

   per le spose, pe' figli, e per voi stessi,

   meniam penosi orridi giorni ognora.

   Codardi, or voi, men che ozïose donne,

   con verga vil, con studïati carmi,

   frenar vorreste e i brandi nostri, e noi?

ACHIMELEC     E tu, che sei? re della terra sei:

   ma, innnazi a Dio, chi re? − Saùl rientra

   in te; non sei, che coronata polve. −

   Io, per me nulla son; ma fulmin sono,

   turbo, tempesta io son, se in me Dio scende:

   quel gran Dio, che ti fea; che l'occhio appena

   ti posa su; dov'è Saùl? − Le parti

   d'Agàg mal prendi; e nella via d'empiezza

   mal tu ne segui i passi. A un re perverso

   gastigo v'ha, fuor che il nemico brando?

   E un brando fere, che il Signor nol voglia?

   Le sue vendette Iddio nel marmo scrive

   e le commette al Filisteo non meno,

   che ad Israèl. −Trema, Saùl: già in alto,

   in negra nube, sovr'ali di fuoco

   veggio librarsi il fero angel di morte:

   già, d'una man disnuda ei la rovente

   spada ultrice; dell'altra, il crin canuto

   ei già ti afferra della iniqua testa:

   trema Saùl. -– Ve' chi a morir ti spinge:

   costui; quest'Abner, di Satàn fratello;

   questi, che il vecchio cor t'apre a' sospetti;

   che, di sovran guerrier, men che fanciullo

   ti fa. Tu, folle, or di tua casa il vero

   saldo sostegno rimovendo vai.

   Dov'è la casa di Saùl? nell'onda

   fondata ei l'ha; già già crolla; già cade;

   già in cener torna: è nulla già. -– 

SAUL                                                             Profeta

   de' danni miei, tu pur de' tuoi nol fosti.

   Visto non hai, pria di venirne in campo,

   che qui morresti: io tel predico; e il faccia

   Abner seguire. -– Abner mio fido, or vanne;

   ogni ordin cangia dell'iniquo David;

   che un tradimento ogni ordin suo nasconde.

   Doman si pugni, al sol nascente; il puro

   astro esser de' mio testimon di guerra.

   Pensier maligno, io 'l veggio, era di David,

   scegliere il sol cadente a dar nell'oste

   quasi indicando il cadente mio bracccio:

   ma, si vedrà. − Rinvigorir mi sento

   da tue minacce ogni guerrier mio spirto;

   son io 'l duce domane; intero il giorno,

   al gran macello ch'io farò, fia poco. -– 

   Abner, costui dal mio cospetto or tosto

   traggi, e si uccida

GIONATA                              Oh ciel! padre, che fai?

   Padre. . .

SAUL                        Taci. − «Ei si viene; e il vil suo sangue

   su' Filistei ricada.

ABNER                                    E già con esso

   morte. . .

SAUL                        Ma, è poco a mia vendetta ei solo.

   Manda in Nob [7] l'ira mia, che armenti, e servi,

   madri, case, fanciulli uccida, incenda,

   distrugga, e tutta l'empia stirpe al vento

   disperda. Omai, tuoi sacerdoti a dritto

   dir ben potranno: «Evvi un Saùl». Mia destra,

   da voi sì spesso provocata al sangue,

   non percoteavi mai: quindi sol, quindi,

   lo scherno d'essa.

ACHIMELEC                          A me il morir da giusto

   niun re può torre: onde il morir mi fia

   dolce non men, che glorïoso. Il vostro,

   già da gran tempo, irrevocabilmente

   Dio l'ha fermato. Abner, e tu, di spada,

   ambo vilmente; e non di ostile spada,

   non in battaglia. − Or vadasi. − D'Iddio

   parlate all'empio ho l'ultime parole,

   e sordo ei fu: compiuto egli è il mio incarco:

   ben ho spesa la vita.

SAUL                                           Or via, si tragga

   a morte tosto; a cruda morte, e lunga.

   Scena quinta
   SAUL, GIONATA

GIONATA  Ahi sconsigliato re! che fai? t'arresta

SAUL          Taci; tel dico ancor. − Tu se' guerriero? −

   Tu di me figlio? d'Israèl tu prode? -– 

   Va'; torna in Nob; là, di costui riempi

   il vuoto seggio: infra i levitichi ozi

   degno di viver tu, non fra' tumulti

   di guerra; e non fra regie cure

GIONATA                                                   Ho spento

   anch'io non pochi de' nimici in campo,

   al fianco tuo: ma quel che or spandi, è sangue

   sacerdotal, non Filisteo. Tu resti

   solo a tal empia pugna.

SAUL                                                 E solo io basto

   a ogni pugna, qual sia. Tu, vile, tardo

   sii pur domani al battagliare: io solo

   Saùl sarò. Che Gionata? che David?

   duce è Saul.

GIONATA                      Combatterotti appresso.

   Deh! morto io possa su gli occhi caderti,

   pria di veder ciò che sovrasta al tuo

   sangue infelice!

SAUL                                    E che sovrasta? morte?

   Morte in battaglia, ella è di re la morte.

   Scena sesta
   MICOL, SAUL, GIONATA

SAUL          Tu, senza David?

MICOL                                     Ritrovar nol posso

SAUL          Io 'l troverò.

MICOL                             Lungi è fors'egli; e sfugge

   tuo sdegno

SAUL                             Ha l'ali, e il giungerà, il mio sdegno.

   Guai, se in battaglia David si appresenta:

   guai, se doman, vinta da me la guerra,

   tu innanzi a me nol traggi.

MICOL       Oh cielo!

GIONATA Ah! padre

SAUL          Più non ho figli. − Infra le schiere or corri,

   Gionata, tosto. − E tu, ricerca, e trova

   colui.

MICOL                 Deh! . . . teco . . .

SAUL                                               Invan.

GIONATA                                                  Padre, ch'io pugni

   lungi da te?

SAUL                              Lungi da me voi tutti.

   Voi mi tradite a prova, infidi, tutti.

   Itene, il voglio: itene al fin; lo impongo.

Scena settima
SAUL

   Sol, con me stesso, io sto. − Di me soltanto,

   (misero re!) di me solo io non tremo.

ATTO QUINTO

   Scena prima
   DAVID, MICOL

MICOL       Esci, o mio sposo; vieni: è già ben oltre

   la notte . . . Odi tu, come romoreggia

   il campo? all'alba pugnerassi. -– Appresso

   al padiglion del padre tutto tace.

   Mira; anco il cielo il tuo fuggir seconda:

   la luna cade, e gli ultimi suoi raggi

   un negro nuvol cela. Andiamo: or niuno

   su noi qui veglia, andiam; per questa china

   scendiamo il monte, e ci accompagni Iddio.

DAVID       Sposa, dell'alma mia parte migliore,

   mentre Israello a battagliar si appresta,

   fia pur ver che a fuggir David si appresta?

   Morte, ch'è in somma? − Io vo' restar: mi uccida

   Saùl, se il vuol; pur ch'io nemici pria

   in copia uccida.

MICOL                                 Ah! tu non sai: già il padre

   incominciò a bagnar nel sangue l'ira.

   Achimelèch, qui ritrovato, cadde

   vittima già del furor suo.

DAVID                                                Che ascolto?

   Ne' sacerdoti egli ha rivolto il brando?

   Ahi misero Saùl! ei fia

MICOL                                             Ben altro

   udrai. Crudel comando ad Abner dava,

   ei stesso, il re; che, se in battaglia mai

   tu ti mostrassi, in te convertan l'armi

   i campion nostri.

DAVID                                    E Gionata mio fido

   il soffre?

MICOL       Oh ciel! che puote? Anch'ei lo sdegno

   provò del padre; e disperato corre

   infra l'armi a morire. Omai, ben vedi,

   qui star non puoi: cedere è forza; andarne

   lungi; e aspettare, o che si cangi il padre,

   o che all'età soggiaccia . . . Ahi padre crudo!

   Tu stesso, tu, la misera tua figlia

   sforzi a bramare il fatal dì . . . Ma pure,

   io no, non bramo il morir tuo: felice

   vivi; vivi, se il puoi; bastami solo

   di rimaner per sempre col mio sposo

   Deh! vieni or dunque; andiamo

DAVID                                                            Oh quanto duolmi

   lasciar la pugna! Ignota voce io sento

   gridarmi in cor: «Giunto è il terribil giorno

   ad Israèle, ed al suo re» . . .  Potessi! . . .

   Ma no: qui sparso di sacri ministri

   fu l'innocente sangue: impuro è il campo

   contaminato è il suolo; orror ne sente

   Iddio: pugnar non può qui omai più David. −

   Ceder dunque per ora al timor tuo

   emmi mestiero, ed all'amor tuo scaltro. −

   Ma tu, pur cedi al mio . . . Deh! sol mi lascia . . .

MICOL       Ch'io ti lasci? Pel lembo, ecco ti afferro;

   da te mai più, no, non mi stacco

DAVID                                                            Ah! m'odi.

   Male agguagliar tuoi tardi passi a' miei

   potresti: aspri sentier di sterpi e sassi

   convien ch'io calchi con veloci piante,

   a pormi in salvo, poiché il vuoi. Deh! come

   i piè tuoi molli, a strazio inusitato

   regger potranno? Infra deserti sola

   ch'io ti abbandoni mai? Ben vedi; tosto,

   per tua cagion, scoperto io fora: entrambi

   alla temuta ira del re davanti

   tosto or saremmo ricondotti . . . Oh cielo!

   solo in pensarvi, io fremo . . . E poniam anco,

   che si fuggisse; al padre egro dolente

   tor ti poss'io? Di guerra infra le angosce,

   fuor di sua reggia ei sta: dolcezza alcuna

   pur gli fa d'uopo al mesto antico. Ah! resta

   al suo pianto, al dolore, al furor suo.

   Tu sola il plachi; e tu lo servi, e il tieni

   tu sola in vita. Ei mi vuol spento; io 'l voglio

   salvo, felice, e vincitor: . . . ma, tremo

   oggi per lui. -– Tu, pria che sposa, figlia

   eri, né amarmi oltre il dover ti lice.

   Pur ch'io scampi; che brami altro per ora?

   Non t'involare al già abbastanza afflitto

   misero padre. Appena giunto in salvo,

   io ten farò volar l'avviso; in breve

   riuniremci, spero. Or, se mi dolga

   di abbandonarti, il pensa . . . Eppure, . . . ahi lasso! . . . come?. . .

MICOL       Ahi me lassa! . . . e ch'io ti perda ancora? . . .

   Ai passati travagli, alla vagante

   vita, ai perigli, alle solinghe grotte,

   lasciarti or solo ritornare? . . . Ah! s'io

   teco almen fossi! . . . i mali tuoi più lievi

   pur farei, . . . dividendoli . . .

DAVID                                                      Ten prego,

   pel nostro amor; s'è d'uopo, anco il comando,

   per quanto amante il possa; or non mi dei,

   ne puoi seguir, senza mio danno espresso. -– 

   Ma, se Dio mi vuol salvo, omai non debbo

   indugiar più: l'ora si avanza: alcuno

   potria da questo padiglion spiarne,

   e maligno svelarci. A palmo a palmo

   questi monti conosco; a ogni uom sottrarmi

   son certo. -– Or, deh! l'ultimo amplesso or dammi.

   Dio teco resti; e tu, rimani al padre,

   fin che al tuo sposo ti raggiunga il cielo

MICOL       L'ultimo amplesso? . . . E ch'io non muoia? . . . Il core

   strappar mi sento . . .

DAVID                                           Ed io?  . . . Ma, . . . frena . . . il pianto . . . −

   Or, l'ali al piè, possente Iddio, m'impenna.

   Scena seconda
   MICOL

   . . . Ei fugge? . . . oh cielo! . . . Il seguirò . . . Ma, quali

   ferree catene paion rattenermi? . . .

   Seguir nol posso. -– Ei mi s'invola! . . . Appena

   mi reggo, . . . non ch'io 'l segua . . . Un'altra volta

   perduto io l'ho!   Chi sa, quando il vedrai?

   Misera donna! e sposa sei? . . . fur nozze

   le tue? . . . -– No, no; del crudo padre al fianco

   più non rimango. Io vo' seguirti, o sposo . . . -– 

   Pur, se il seguo, lo uccido; è ver, pur troppo!

   Come nasconder la mia lenta traccia,

   su l'orme sue veloci? . . . -– Ma, dal campo

   qual odo io suon, che d'armi par? . . . Ben odo . . .

   ei cresce; e sordamente anco di trombe

   è misto . . .E un correr di destrieri Oh cielo!

   Che fia? . . . La pugna anzi al tornar del giorno,

   non l'intimò Saùl. Chi sa? . . . I fratelli . . .

   il mio Gionata . . . Oimè! . . . forse in periglio . . . -– 

   Ma, pianto, ed urli, e gemiti profondi

   dal padiglion del padre odo inalzarsi? . . .

   Misero padre! . . . a lui si corra . . . Oh vista!

   Ei viene; ei stesso; e in quale aspetto! . . . Ah! padre . . .

   Scena terza
   SAUL, MICOL

SAUL          Ombra adirata, e tremenda,deh! cessa:

   lasciami, deh! . . . Vedi: a' tuoi piè mi prostro . . .

   Ahi! dove fuggo? . . . -– ove mi ascondo? O fera

   ombra terribil, placati   Ma è sorda

   ai miei preghi; e m'incalza? . . . Apriti, o terra,

   vivo m'inghiotti . . . Ah! pur che il truce sguardo

   non mi saetti della orribil ombra

MICOL       Da chi fuggir? niun ti persegue. O padre,

   me tu non vedi? me più non conosci?

SAUL          O sommo, o santo sacerdote, or vuoi

   ch'io qui mi arresti? o Samuèl, già vero

   padre mio, tu l'imponi? ecco, mi atterro

   al tuo sovran comando. A questo capo

   già di tua man tu la corona hai cinta;

   tu il fregiasti; ogni fregio or tu gli spoglia;

   calcalo or tu. Ma, . . . la infuocata spada

   d'Iddio tremenda, che già già mi veggo

   pender sul ciglio, . . . o tu che il puoi, la svolgi

   non da me, no, ma da' miei figli. I figli,

   del mio fallir sono innocenti

MICOL                                                      Oh stato,

   cui non fu il pari mai! -– Dal ver disgiunto,

   padre, è il tuo sguardo: a me ti volgi

SAUL                                                                       Oh gioia!

   Pace hai sul volto? O fero veglio, alquanto

   miei preghi accetti? io da' tuoi piè non sorgo,

   se tu i miei figli alla crudel vendetta

   pria non togli. -– Che parli? . . . Oh voce! «T'era

   David pur figlio; e il perseguisti, e morto

   pur lo volevi». Oh! che mi apponi? . . . Arresta.

   Sospendi or, deh!   Davidde ov'è? si cerchi:

   ei rieda; a posta sua mi uccida, e regni:

   sol che a' miei figli usi pietade, ei regni . . . -– 

   Ma, inesorabil stai? Di sangue hai l'occhio;

   foco il brando e la man; dalle ampie nari

   torbida fiamma spiri, e in me l'avventi

   Già tocco m'ha; già m'arde: ahi! dove fuggo?

   per questa parte io scamperò.

MICOL                                                         Né fia,

   ch'io rattener ti possa, né ritrarti

   al vero? Ah! m'odi: or sei

SAUL                                                    Ma no; che il passo

   di là mi serra un gran fiume di sangue.

   Oh vista atroce! sovra ambe le rive,

   di recenti cadaveri gran fasci

   ammonticati stanno: ah! tutto è morte

   colà: qui dunque io fuggirò . . . Che veggo?

   Chi sete or voi? -– «D'Achimelèch siam figli.

   Achimelèch son io. Muori, Saulle,

   muori». -– Quai grida? Ah! lo ravviso: ei gronda

   di fresco sangue, e il mio sangue ei si beve.

   Ma chi da tergo, oh! chi pel crin mi afferra?

   Tu, Samuèl? -– Che disse? che in brev'ora

   seco tutti saremo? Io solo, io solo

   teco sarò; ma i figli . . . -– Ove son io? -–

   Tutte spariro ad un istante l'ombre.

   Che dissi? Ove son io? Che fo? Chi sei?

   Qual fragor odo? ah! di battaglia parmi:

   pur non aggiorna ancor: sì, di battaglia

   fragore egli è. L'elmo, lo scudo, l'asta,

   tosto or via, mi si rechi: or tosto l'arme

   l'arme del re. Morir vogl'io, ma in campo.

MICOL       Padre, che fai? Ti acqueta . . . Alla tua figlia

SAUL          L'armi vogl'io; che figlia? Or, mi obbedisci.

   L'asta, l'elmo, lo scudo; ecco i miei figli.

MICOL       Io non ti lascio, ah! no . . .

SAUL                                                     Squillan più forte

   le trombe? Ivi si vada: a me il mio brando

   basta solo. -– Tu, scostati, mi lascia;

   obbedisci. Là corro: ivi si alberga

   morte, ch'io cerco.

   Scena quarta
   SAUL, MICOL, ABNER, con pochi soldati fuggitivi

ABNER

                                                  Oh re infelice! . . . Or dove,

   deh! dove corri? Orribil notte è questa.

SAUL          Ma, perché la battaglia?

ABNER                                                Di repente,

   il nemico ci assale: appien sconfitti

   siam noi

SAUL                         Sconfitti? E tu fellon, tu vivi?

ABNER

   Io? per salvarti vivo. Or or qui forse

   Filiste inonda: il fero impeto primo

   forza è schivare: aggiornerà frattanto.

   Te più all'erta quassù, fra i pochi miei,

   trarrò. . .

SAUL                        Ch'io viva, ove il mio popol cade?

MICOL       Deh! vieni . . . Oimè! cresce il fragor: s'inoltra . . .

SAUL         Gionata, . . . e i figli miei, . . . fuggono anch'essi?

   mi abbandonano? . . .

ABNER                                          Oh cielo! . . . I figli tuoi, . . .

  no, non fuggiro . . . Ahi miseri!

SAUL                                                             T'intendo:

   morti or cadono tutti

MICOL                                            Oimè! . . . I fratelli? . . .

ABNER      Ah! più figli non hai.

SAUL                                               − Ch'altro mi avanza?

   Tu sola omai, ma non a me, rimani. -– 

   Io da gran tempo in cor già tutto ho fermo:

   e giunta è l'ora. − Abner, l'estremo è questo

   de' miei comandi. Or la mia figlia scorgi

   in securtà.

MICOL                         No, padre; a te dintorno

   mi avvinghierò: contro a donzella il ferro

   non vibrerà il nemico.

SAUL                                              Oh figlia! . . . Or, taci:

   non far, ch'io pianga. Vinto re non piange.

   Abner, salvala, va': ma, se pur mai

   ella cadesse infra nemiche mani,

   deh! non dir, no, che di Saulle è figlia;

   tosto di' lor, ch'ella è di David sposa;

   rispetteranla. Va'; vola

ABNER                                             S'io nulla

   valgo, fia salva, il giuro; ma ad un tempo

   te pur

MICOL                  Deh! . . . padre . . . Io non ti vo', non voglio

   lasciarti.

SAUL                         Io voglio: e ancora il re son io.

   Ma già si appressan l'armi: Abner, deh! vola:

   teco, anco a forza, s'è mestier, la traggi.

MICOL       Padre! . . . e per sempre? . . . Scena quinta

SAUL         Oh figli miei! . . . − Fui padre.−

   Eccoti solo, o re ;non ti resta

   dei tanti amici, o servi tuoi. − Sei paga,

   d'inesorabil Dio terribil ira? −

   Ma, tu mi resti, o brando: all'ultim'uopo,

   fido ministro, or vieni. -– Ecco già gli urli

   dell'insolente vincitor: sul ciglio

   già lor fiaccole ardenti balenarmi

   veggo, e le spade a mille . . . -– Empia Filiste,

   me troverai, ma almen da re, quì . . . morto. [8]  -–

Note

________________________

[1] viene estratto dal nostro bagaglio di conoscenze storiche religiose morali culturali, ecc.

[2] esagerazione

[3] stola, striscia di tessuto che i sacerdoti mettono sulle spalle.

[4] la valle di Elah in cui avvenne la leggendaria lotta di David contro Golia.

[5] Paramento sacro dell'antico culto ebraico, che veniva indossato dal sommo sacerdote − Abito di lino grezzo dei sacerdoti.

[6] Tutti i seguenti versi lirici si potran cantare senza gorgheggi da David s'egli si trova ad essere ad un tempo cantore ed attore. Altrimenti basterà per ottenere un certo effetto che ad ogni stanza preceda una breve musicaistromentale adattata al soggetto e che David poi reciti la stanza con mawstria e gravità

[7] Il paese dove Davide si rifugiò fuggendo da Saul, e dove Achimelec lo aiutò 1Sam 21:1; 22:9,11,19. Fu "la città dei sacerdoti"  -–  forse i sacerdoti ci si rifugiarono con l'efod dopo la cattura dell'arca e la distruzione di Silo 1 Sam 4:11. Forse è la stessa città che è menzionata da Isaia, e che fu abitata dopo il ritorno dall'esilio, che era a circa 2 chilometri a nord di Gerusalemme Is 10:32; Ne 11:32.

[8] Nell'atto ch'ei cade trafitto su la propria spada soprarrivano in folla i Filistei vittoriosi con fiaccole incendiarie e brandi insanguinati. Mentre costoro corrono con alte grida verso Saul, cade il sipario.

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Ultimo aggiornamento: 16 maggio 2011