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Edizione di riferimento:
Le opere di Vittorio Alfieri, vol. VI, Per Niccolò Zannoni, Padova 1809.
Al nobil uomo
Il signor Abate
Tommaso Valperga di Caluso
Da che la morte mi ha privato dell' incomparabile Francesco Gori a voi ben noto, non mi rimane altro amico del cuore, che voi. Quindi non mi parrebbe avere, per quanto io 'l possa, perfettamente compita questa mia tragedia, di cui forse a torto io singolarmente mi vò compiacendo, se ella in fronte non portasse l'amatissimo vostro nome. La dedico dunque a voi; e tanto più volontieri e di cuore, che voi, dotto in molte altre scienze, da tutti siete conosciuto dottissimo nelle sacre carte, delle quali, per la profonda vostra intelligenza della lingua ebraica, bevete al fonte.
Il Saulle perciò, più che ogni altra mia tragedia, si aspetta a voi. Che di buon grado siate per accettarlo, mercè l'amicizia nostra, non dubito: che degno di voi lo stimiate, ardentemente desidero.
Torino, 27 ottobre 1784.
VITTORIO ALFIERI
Le antiche colte nazioni, o sia che fossero più religiose di noi, o che in paragone delle altre stimassero maggiormente se stesse, fatto si è che quei loro soggetti, in cui era mista una forza soprannaturale, esse li reputano i più atti a commuovere in teatro. E certamente non si potrà nè dire nè supporre, che una città come Atene, in cui Pirrone, e tanti altri filosofi d'ogni setta e d'ogni opinione pubblicamente insegnavano al popolo, fosse più creduta e meno spregiudicata che niuna delle nostre moderne capitali.
Ma comunque ciò fosse, io benissimo so, che quanto piacevano tali specie di tragedie a quei popoli, altrettanto dispiacciono ai nostri; e massimamente quando il soprannaturale si accatta [1] dalla propria nostra officina. Se ad un così fatto pensare non avessi trovato principalmente inclinato il mio secolo, io avrei ritratto dalla Bibbia più altri soggetti di tragedia, che ottimi da ciò mi pareano. Nessun terna lascia maggior libertà al poeta di innestarvi poesia descrittiva, fantastica, e lirica, senza punto pregiudicare alla drammatica e all'affetto; essendo queste ammissioni o esclusioni una cosa di mera convenzione; poiché tale espressione, che in bocca di un Romano, di un Greco ( e più ancora in bocca di alcuno de' nostri moderni eroi) gigantesca parrebbe e sforzata, verrà a parer semplice e naturale in bocca di un eroe d'Israele. Ciò nasce dall'avere noi sempre conosciuti codesti biblici eroi sotto quella sola scorza, e non mai sotto altra; onde siamo venuti a reputare in essi natura, quello che in altri reputeremmo affettazione, falsità, e turgidezza [2] .
L'aprire il campo alle immagini, il poter parlare per similitudini, potere esagerare le passioni coi detti, e render per vie soprannaturali verisimile il falso; tutti questi possenti ajuti, riescono di un grande incentivo al poeta per fargli intraprendere tragedie di questo genere, ma le rendono altresì, appunto per questo, più facili assai a trattarsi; perchè con arte e abilità minore il poeta può colpire assai più, e oltre il diletto, cagionar maraviglia. Quel poter vagare, bisognando, e il parlar d'altro, senza abbandonare il soggetto; e il sostituire ai ragionamenti poesia, e agli affetti il maraviglioso; era questo un gran campo da cui gli antichi poeti raccoglieano con minor fatica più gloria. Ma il nostro secolo, niente poetico, e tanto ragionatore, non vuole queste bellezze in teatro, ogniqualvolta non siano elle necessarie ed utili, e parte integrante della cosa stessa.
Saul, ammessa da noi la fatal punizione di Dio per avere egli disobbedito ai sacerdoti, si mostra, per quanto a me pare, quale esser dovea. Ma per chi anche non ammettesse questa mano di Dio vendicatrice aggravata sovr'esso, basterà l'osservare, che Saul credendo d'essersi meritata l'ira di Dio, per questa sola sua opinione fortemente concepita e creduta, potea egli benissimo cadere in questo stato di turbazione, che lo rende non meno degno di pietà che di maraviglia.
David, amabile e prode giovinetto, credo che in questa tragedia, potendovi egli sviluppare principalmente la sua natia bontà, la compassione ch'egli ha per Saùl, l'amore per Gionata e Micol, ed il suo non finto rispetto pe' sacerdoti, e la sua magnanima fidanza in Dio solo; io credo che da questo tutto ne venga David a riuscire un personaggio ad un tempo commoventissimo, e
Da che la morte mi ha privato dell'incomparabile Francesco Gori a voi ben noto, non mi rimane altro amico del cuore, che voi. Quindi non mi parrebbe avere, per quanto io 'l possa, perfettamente compita questa mia tragedia, di cui forse a torto io singolarmente mi vò compiacendo, se ella in fronte non portasse l'amatissimo vostro nome. La dedico dunque a voi; e tanto più volontieri e di cuore, che voi, dotto in molte altre scienze, da tutti siete conosciuto dottissimo nelle sacre carte, delle quali, per la profonda vostra intelligenza della lingua ebraica, bevete al fonte.
Il Saulle perciò, più che ogni altra mia tragedia, si aspetta a voi. Che di buon grado siate per accettarlo, mercè l'amicizia nostra, non dubito: che degno di voi lo stimiate, ardentemente desidero.
Trento, 27 ottobre, 1784.
Vittorio Alfieri
DAVID Qui freno al corso, a cui tua man mi ha spinto,
onnipossente Iddio, tu vuoi ch'io ponga?
Io qui starò. Di Gelboè son questi
i monti, or campo ad Israèl, che a fronte
sta dell'empia Filiste. Ah! potessi oggi
morte aver qui dall' inimico brando!
Ma, da Saùl deggio aspettarla. Ahi crudo
sconoscente Saùl! che il campion tuo
vai perseguendo per caverne e balze,
senza mai dargli tregua. E David pure
era già un dì il tuo scudo; in me riposto
ogni fidanza avevi; ad onor sommo
tu m'innalzavi; alla tua figlia scelto
io da te sposo . . . Ma, ben cento e cento
nemiche teste, per maligna dote,
tu mi chiedevi: e doppia messe appunto
io ten recava . . . Ma Saùl, ben veggio,
non è in se stesso, or da gran tempo: in preda
Iddio lo lascia a un empio spirto: oh cielo!
miseri noi! che siam, se Iddio ci lascia? -–
Notte, su, tosto, all'almo sole il campo
cedi; ch' ei sorger testimon debb' oggi
di generosa impresa. Andrai famoso
tu, Gelboè, fra le più tarde etadi,
che diran: David qui se stesso dava
al fier Saulle. -– Esci, Israèl, dai queti
tuoi padiglioni; escine, o re: v'invito
oggi a veder, s'io di campal giornata
so l' arti ancora. Esci, Filiste iniqua;
esci, e vedrai, se ancor mio brando uccida.
GIONATA Oh! qual voce mi suona? odo una voce,
cui del mio cor nota è la via.
DAVID Chi viene?
Deh, raggiornasse! Io non vorria mostrarmi,
qual fuggitivo
GIONATA Olà. Chi sei? che fai
dintorno al regio padiglion? favella.
DAVID Gionata parmi . . . Ardir, Figlio di guerra,
viva Israèl, son io. Me ben conosce
il Filisteo.
GIONATA Che ascolto? Ah! David solo così risponder può.
DAVID Gionata . . .
GIONATA Oh cielo!
DAVID . . . fratello . . .
DAVID Oh gioia! . . . A te . . .
GIONATA Fia vero?
tu in Gelboè? Del padre mio non temi?
Io per te tremo; oimè!
DAVID Che vuoi? La morte
in battaglia, da presso, mille volte
vidi, e affrontai: davanti all'ira ingiusta
del tuo padre gran tempo fuggii poscia:
ma il temer solo è morte vera al prode.
Or, più non temo io, no: sta in gran periglio
col suo popolo il re: fia David quegli,
che in securtade stia frattanto in selve?
Ch'io prenda cura del mio viver, mentre
sopra voi sta degli infedeli il brando?
A morir vengo; ma fra l'armi, in campo,
per la patria, da forte; e per l'ingrato
stesso Saùl, che la mia morte or grida.
GIONATA Oh di David virtù! D'Iddio lo eletto
tu certo sei. Dio, che t'inspira al core
sì sovrumani sensi, al venir scorta
dietti un angiol del cielo. -– Eppur, deh! come
or presentarti al re? Fra le nemiche
squadre ei ti crede, o il finge; ei ti dà taccia
di traditor ribelle.
DAVID Ah! ch' ei pur troppo,
a ricovrar de' suoi nemici in seno
ei mi sforzava. Ma, se impugnan essi
contro lui l'armi, ecco per lui le impugno,
finché sian vinti. Il guiderdon mio prisco
men renda ei poscia; odio novello, e morte.
GIONATA Misero padre! ha chi l'inganna. Il vile
perfid'Abner, gli sta, mentito amico,
intorno sempre. Il rio demon, che fero
gl'invasa il cor, brevi di tregua istanti
lascia a Saùlle almen; ma d'Abner l'arte
nol lascia mai. Solo ei l'udito ei solo
l'amato egli è: lusingator maligno,
ogni virtù che la sua poca eccede
ei glie la pinge e mal sicura, e incerta.
Invan tua sposa ed io, col padre
DAVID Oh sposa!
oh dolce nome! ov'è Micol mia fida?
M'ama ella ancor, mal grado il padre crudo?
GIONATA Oh! s'ella t'ama? . . . È in campo anch'essa . . .
DAVID Oh cielo!
vedrolla? oh gioia! Or, come in campo?
GIONATA Il padre
ne avea pietade; al suo dolor lasciarla
sola ei non volle entro la reggia: e anch'ella
va pur porgendo a lui qualche sollievo,
benché ognor mesta. Ah! la magion del pianto
ella è la nostra, da che tu sei lungi.
DAVID Oh sposa amata! A me il tuo dolce aspetto
torrà il pensier d'ogni passata angoscia;
torrà il pensier d'ogni futuro danno.
GIONATA Ah, se vista l'avessi! . . . Ebbeti appena
ella perduto, ogni ornamento increbbe
al suo dolor: sul rabbuffato crine
cenere stassi; e su la smunta guancia
pianto e pallore; immensa doglia muta,
nel cor tremante. Il dì, ben mille volte,
si atterra al padre, e fra i singhiozzi, dice:
«Rendimi David mio; tu già mel desti».
Quindi i panni si squarcia; e in pianto bagna
la man del padre, che anch'egli ne piange.
E chi non piange? -– Abner, sol egli; e impera,
che tramortita come ell'è si strappi
dai piè del padre.
DAVID Oh vista! Oh! che mi narri?
GIONATA Deh! fosse pur non vero! . . . Al tuo sparire,
pace sparì, gloria, e baldanza in armi:
sepolti sono d' Israello i cori
il Filisteo, che già fanciullo apparve
sotto i vessilli tuoi, fatto è gigante
agli occhi lor, da che non t'han più duce:
e minacce soffriamo, e insulti, e scherni
chiusi nel vallo, immemori di noi.
Qual maraviglia? ad Israello a un tempo
manca il suo brando, ed il suo senno, David.
Io, che già dietro ai tuoi guerrieri passi
non senza gloria iva nel campo, or fiacca
sento al ferir la destra. Or, che in periglio,
a dura vita, e da me lungi io veggo
te, David mio, sì spesso; or, più non parmi
quasi pugnar pel mio signor, pel padre,
per la sposa pe' figli: a me tu caro,
più assai che regno, e padre, e sposa, e figli
DAVID M'ami, e più che nol merto: ami te Dio
così.
GIONATA Dio giusto, e premiator non tardo
di virtù vera; egli è con te. Tu fosti
da Samuèl morente in Rama accolto;
il sacro labro del sovran profeta,
per cui fu re mio padre, assai gran cose
colà di te vaticinava: il tuo
viver m'è sacro, al par che caro. Ah! soli
per te di corte i rei perigli io temo;
non quei del campo: ma, dintorno a queste
regali tende il tradimento alberga
con morte: e morte, Abner la dà; la invia
spesso Saulle. Ah! David mio, t'ascondi;
fintanto almen che di guerriera tromba
eccheggi il monte. Oggi, a battaglia stimo
venir fia forza.
DAVID Opra di prode vuolsi,
quasi insidia, celar? Saùl vedrammi
pria del nemico. Io, da confonder reco
da ravveder qual più indurato petto
mai fosse, io reco: e affrontar pria vo' l'ira
del re, poi quella dei nemici brandi. -–
Re, che dirai, s'io, qual tuo servo, piego
a te la fronte? io di tua figlia sposo,
che di non mai commessi falli or chieggo
a te perdono: io difensor tuo prisco,
ch'or nelle fauci di mortal periglio
compagno, scudo, vittima, a te m'offro. -–
Il sacro vecchio moribondo in Rama,
vero è, mi accolse; e parlommi, qual padre:
e spirò fra mie braccia. Egli già un tempo
Saulle amava, qual suo proprio figlio:
ma, qual ne avea mercede? -– Il veglio sacro,
morendo, al re fede m'ingiunse e amore,
non men che cieca obbedienza a Dio.
Suoi detti estremi, entro il mio cor scolpiti
fino alla tomba in salde note io porto.
«Ahi misero Saùl! se in te non torni
sovra il tuo capo altissima ira pende»
Ciò Samüel diceami. -– Te salvo
almen vorrei, Gionata mio, te salvo
dallo sdegno celeste: e il sarai, spero:
e il sarem tutti; e in un Saùl, che ancora
può ravvedersi. -– Ah! guai, se Iddio dall'etra
il suo rovente folgore sprigiona!
Spesso, tu il sai, nell'alta ira tremenda
ravvolto egli ha coll'innocente il reo.
Impetuoso, irresistibil turbo,
sterpa, trabalza al suol, stritola, annulla
del par la mala infetta pianta, e i fiori,
ed i pomi, e le foglie.
GIONATA Assai può David
presso Dio, per Saùl. Te ne' miei sogni
ho visto io spesso, e in tal sublime aspetto,
ch'io mi ti prostro a' piedi. -– Altro non dico;
né più dei dirmi. Infin ch'io vivo, io giuro
che a ferir te non scenderà mai brando
di Saùl, mai. Ma, dalle insidie vili
Oh ciel! . . . come poss'io? . . . Qui, fra le mense,
fra le delizie, e l'armonia del canto,
si bee talor nell'oro infido morte.
Deh! chi ten guarda?
DAVID D' Israèle il Dio,
se scampar deggio; e non intera un' oste,
se soggiacer. -– Ma dimmi: or, pria del padre,
veder poss' io la sposa? Entrar non debbo
là, fin che albeggi
GIONATA E fra le piume aspetta
fors'ella il giorno? A pianger di te meco
viene ella sempre innanzi l'alba; e preghi
porgiam qui insieme a Dio, per l'egro padre. -–
Ecco; non lungi un non so che biancheggia:
forse, ch'ella è: scostati alquanto; e l'odi:
ma, se altri fosse, or non mostrarti, prego.
DAVID Così farò.
MICOL Notte abborrita, eterna,
mai non sparisci? . . . Ma, per me di gioia
risorge forse apportatore il sole?
Ahi lassa me! che in tenebre incessanti
vivo pur sempre! -– Oh! fratel mio, più ratto
di me sorgesti? eppur più travagliato,
certo, fu il fianco mio, che mai non posa.
Come posar poss' io fra molli coltri,
mentre il mio ben sovra la ignuda terra,
fuggitivo, sbandito, infra covili
di crude fere, insidïato giace?
Ahi d'ogni fera più inumano padre!
Saùl spietato! alla tua figlia togli
lo sposo, e non la vita? -– Odi, fratello;
qui non rimango io più: se meco vieni,
bell'opra fai; ma, se non vieni, andronne
a rintracciarlo io sola: io David voglio
incontrare, o la morte.
GIONATA Indugia ancora;
e il pianto acqueta: il nostro David forse
in Gelboè verrà
MICOL Che parli? in loco,
dov'è Saùl, David venirne?
GIONATA In loco
dov'è Gionata e Micol tratto a forza
dal suo ben nato cor fia David sempre.
Nol credi tu, che in lui più assai l'amore
che il timor possa? E maraviglia avresti,
s'ei qui venirne ardisse?
MICOL Oh ciel! Per esso
io tremerei . . . Ma pure, il sol vederlo
fariami. . .
GIONATA E s'ei nulla or temesse? . . . E s'anco
l' ardir suo strano ei di ragion vestisse? -–
Men terribil Saùl nell'aspra sorte
che nella destra, sbaldanzito or stassi
in diffidenza di sue forze; il sai:
or, che di David l' invincibil braccio
la via non gli apre infra le ostili squadre
Saùl diffida, ma, superbo, il tace.
Ciascun di noi nel volto suo ben legge,
che a lui non siede la vittoria in core.
Forse in punto ei verrebbe ora il tuo sposo.
MICOL Sì, forse è ver: ma lungi egli è; . . . deh! dove? . . .
e in quale stato? . . . Oimè! . . .
GIONATA Più che nol pensi,
ei ti sta presso.
MICOL Oh cielo! . . . a che lusinghi?
DAVID Teco è il tuo sposo.
MICOL Oh voce! . . . Oh vista! Oh gioia! . . .
Parlar . . . non . . . posso. -– Oh maraviglia! . . . E fia . . .
ver, ch'io t'abbraccio? . . .
DAVID Oh sposa! . . . Oh dura assenza! . . .
Morte, s'io debbo oggi incontrarti, almeno
qui sto tra' miei. Meglio è morir, che trarre
selvaggia vita in solitudin, dove
a niun sei caro, e di nessun ti cale.
Brando assetato di Saùl, ti aspetto;
percuotimi: qui almen dalla pietosa
moglie fien chiusi gli occhi miei; composte,
coperte l' ossa; e di lagrime vere
da lei bagnate.
MICOL Oh David mio! . . . Tu capo,
termine tu d'ogni mia speme; ah! lieto
il tuo venir mi sia! Dio, che da gravi
perigli tanti sottraeati, invano
oggi te qui non riconduce . . . Oh quale,
qual mi dà forza il sol tuo aspetto! Io tanto
per te lontan tremava; or per te quasi
non tremo . . . Ma, che veggo? in qual selvaggio
orrido ammanto a me ti mostra avvolto
l'alba nascente? o prode mio tu ignudo
d'ogni tuo fregio vai? te più non copre
quella, ch'io già di propria man tessea,
porpora aurata! In tal squallor, chi mai
potria del re genero dirti? All' armi
volgar guerrier sembri, e non altro.
DAVID In campo
noi stiamo: imbelle reggia or non è questa:
qui rozzo saio, ed affilato brando,
son la pompa migliore. Oggi, nel sangue
de' Filistei, porpora nuova io voglio
tinger per me. Tu meco intanto spera
nel gran Dio d'Israèl, che me sottrarre
può dall'eccidio, s'io morir non merto.
GIONATA Ecco, aggiorna del tutto: omai qui troppo
da indugiar più non parmi. Ancor che forse
opportuno tu giunga, assai pur vuolsi
ir cautamente. -– Ogni mattina al padre
venirne appunto in quest'ora sogliamo:
noi spïerem, come il governi e prema
oggi il suo torbo umore: e a poco a poco
preparando l' andrem, se lieta è l'aura
alla tua vista; e in un torrem, che primo
null' uomo a lui malignamente narri
la tua tornata. Appartati frattanto;
che alcun potria conoscerti, tradirti,
ed Abner farti anco svenare. Abbassa
la visiera dell'elmo: infra i sorgenti
guerrier ti mesci, e inosservato aspetta
ch'io per te rieda, o mandi
MICOL Infra i guerrieri,
come si asconde il mio Davìd? qual occhio
fuor dell'elmo si slancia a par del suo?
Brando, chi 'l porta al suo simìl? chi suona
così nell' armi? Ah! no, meglio ti ascondi
dolce mio amor, fin che al tuo fianco io torni.
Misera me! ti trovo appena, e deggio
lasciarti già? ma per brev'ora; e quindi
no, mai più, mai, non lascerotti. Or pure
vo' pria vederti in securtà. Deh! mira;
di questa selva opaca là nel fondo,
a destra, vedi una capace grotta?
Divisa io spesso là dal mondo intero
te sospiro, te chiamo, di te penso;
e di lagrime amare i duri sassi
aspergo: ivi ti cela, infin che il tempo,
sia di mostrarti.
DAVID Io compiacer ti voglio
in tutto, o sposa. Appien securi andate:
è senno in me; non opro a caso; io v'amo;
a voi mi serbo: e solo in Dio confido.
SAUL Bell'alba è questa. In sanguinoso ammanto
oggi non sorge il sole; un dì felice
prometter parmi. -– Oh miei trascorsi tempi!
Deh! dove sete or voi? Mai non si alzava
Saùl nel campo da' tappeti suoi,
che vincitor la sera ricorcarsi
certo non fosse.
ABNER Ed or, perché diffidi,
o re? Tu forse non fiaccasti or dianzi
la filistea baldanza? A questa pugna
quanto più tardi viensi, Abner tel dice,
tanto ne avrai più intera, e nobil palma.
SAUL Abner, oh! quanto in rimirar le umane
cose, diverso ha giovinezza il guardo,
dalla canuta età! Quand' io con fermo
braccio la salda noderosa antenna,
ch'or reggo appena, palleggiava; io pure
mal dubitar sapea . . . Ma, non ho sola
perduta omai la giovinezza . . . Ah! meco
fosse pur anco la invincibil destra
d'Iddio possente! . . . e meco fosse almeno
David, mio prode!
ABNER E chi siam noi? Senz' esso
più non si vince or forse? Ah! non più mai
snudar vorrei, s'io ciò credessi, il brando,
che per trafigger me. David, ch'è prima,
sola cagion d'ogni sventura tua
SAUL Ah! no: deriva ogni sventura mia
da più terribil fonte . . . E che? celarmi
l' orror vorresti del mio stato? Ah! s'io
padre non fossi, come il son, pur troppo!
di cari figli, . . . or la vittoria, e il regno,
e la vita vorrei? Precipitoso
già mi sarei fra gli inimici ferri
scagliato io, da gran tempo: avrei già tronca
così la vita orribile, ch'io vivo.
Quanti anni or son, che sul mio labro il riso
non fu visto spuntare? I figli miei,
ch' amo pur tanto, le più volte all'ira
muovonmi il cor, se mi accarezzan . . . Fero,
impazïente, torbido, adirato
sempre; a me stesso incresco ognora, e altrui;
bramo in pace far guerra, in guerra pace:
entro ogni nappo, ascoso tosco io bevo;
scorgo un nemico, in ogni amico, i molli
tappeti assiri, ispidi dumi al fianco
mi sono; angoscia il breve sonno; i sogni
terror. Che più? chi 'l crederia? spavento
m'è la tromba di guerra; alto spavento
è la tromba a Saùl. Vedi, se è fatta
vedova omai di suo splendor la casa
di Saùl; vedi, se omai Dio sta meco.
E tu, tu stesso, (ah! ben lo sai) talora
a me, qual sei, caldo verace amico,
guerrier, congiunto, e forte duce, e usbergo
di mia gloria tu sembri; e talor, vile
uom menzogner di corte, invido, astuto
nemico, traditore
ABNER Or, che in te stesso
appien tu sei, Saulle, al tuo pensiero,
deh, tu richiama ogni passata cosa!
Ogni tumulto del tuo cor (nol vedi?)
dalla magion di que' profeti tanti,
di Rama egli esce. A te chi ardiva primo
dir, che diviso eri da Dio? l' audace,
torbido, accorto, ambïzioso vecchio,
Samuèl sacerdote; a cui fean eco
le sue ipocrite turbe. A te sul capo
ei lampeggiar vedea con livid' occhio
il regal serto, ch'ei credea già suo.
Già sul bianco suo crin posato quasi
ei sel tenea; quand'ecco, alto concorde
voler del popol d'Israello al vento
spersi ha suoi voti, e un re guerriero ha scelto.
Questo, sol questo, è il tuo delitto. Ei quindi
d'appellarti cessò d'Iddio l'eletto,
tosto ch'esser tu ligio a lui cessasti.
Da pria ciò solo a te sturbava il senno:
coll' inspirato suo parlar compieva
David poi l'opra. In armi egli era prode,
nol niego io, no; ma servo appieno ei sempre
di Samuello; e più all'altar, che al campo
propenso assai: guerrier di braccio egli era,
ma di cor, sacerdote. Il ver dispoglia
d'ogni mentito fregio; il ver conosci.
Io del tuo sangue nasco; ogni tuo lustro
è d'Abner lustro: ma non può innalzarsi
David, no mai, s'ei pria Saùl non calca.
SAUL David? . . . Io l'odio . . . Ma, la propria
figlia gli ho pur data in consorte . . . Ah! tu non sai. -–
La voce stessa, la sovrana voce
che giovanetto mi chiamò più notti,
quand'io, privato, oscuro e lungi tanto
stava dal trono e da ogni suo pensiero;
or, da più notti, quella voce istessa
fatta è tremenda, e mi respinge, e tuona
in suon di tempestosa onda mugghiante:
«Esci Saùl; esci Saulle» Il sacro
venerabile aspetto del profeta
che in sogno io vidi già, pria ch'ei mi avesse
manifestato che voleami Dio
re d'Israèl, quel Samuèle, in sogno,
ora in tutt'altro aspetto io lo riveggo.
Io, da profonda cupa orribil valle,
lui su raggiante monte assiso miro:
sta genuflesso Davide a' suoi piedi:
il santo veglio sul capo gli spande
l'unguento del Signor; con l'altra mano,
che lunga lunga ben cento gran cubiti
fino al mio capo estendesi, ei mi strappa
la corona dal crine; e al crin di David
cingerla vuol: ma, il crederesti? David
pietoso in atto a lui si prostra, e niega
riceverla; ed accenna, e piange, e grida,
che a me sul capo ei la riponga . . .− Oh vista!
Oh David mio! tu dunque obbediente
ancor mi sei? genero ancora? e figlio?
e mio suddito fido? e amico? . . . Oh rabbia!
Tormi dal capo la corona mia?
Tu che tant' osi, iniquo vecchio, trema . . .
Chi sei? . . . Chi n'ebbe anco il pensiero, pera . . .−
Ahi lasso me! ch'io già vaneggio!
ABNER Pera,
David sol pera: e svaniran con esso,
sogni, sventure, visïon, terrori.
GIONATA Col re sia pace.
MICOL E sia col padre Iddio.
SAUL ... Meco è sempre il dolore. Io men sorgea
oggi, pria dell'usato, in lieta speme ...
ma, già sparì, qual del deserto nebbia,
ogni mia speme. − Omai che giova, o figlio,
protrar la pugna? Il paventar la rotta,
peggio è che averla; ed abbiasi una volta.
Oggi si pugni, io 'l voglio.
GIONATA Oggi si vinca.
Speme, o padre, ripiglia: in te non scese
speranza mai con più ragione. Il volto
deh! rasserena: io la vittoria ho in core.
Di nemici cadaveri coperto
fia questo campo; ai predatori alati
noi lasceremo orribil esca
MICOL A stanza
più queta, o padre, entro tua reggia, in breve,
noi torneremo. Infra tue palme assiso,
lieto tu allor, tua desolata figlia
tornare a vita anco vorrai, lo sposo
rendendole
SAUL Ma che? tu mai dal pianto
non cessi? Or questi i dolci oggetti sono
che rinverdir denno a Saùl la stanca
mente appassita? Al mio dolor sollievo
sei tu così? Figlia del pianto, vanne;
esci; lasciami, scostati.
MICOL Me lassa!
Tu non vorresti, o padre, ch'io piangessi?
Padre, e chi l'alma in lagrime sepolta
mi tiene or, se non tu?
GIONATA Deh! taci; al padre
increscer vuoi? Saùl, letizia accogli:
aura di guerra, e di vittoria, in campo
sta: con quest'alba uno spirto guerriero,
che per tutto Israèl de' spandersi oggi,
dal ciel discese. Anco in tuo cor, ben tosto,
verrà certezza di vittoria.
SAUL Or, forse
me tu vorresti di tua stolta gioia
a parte? me? -– Che vincere? che spirto?
Piangete tutti. Oggi, la quercia antica
dove spandea già rami alteri all'aura,
innalzerà sue squallide radici.
Tutto è pianto, e tempesta, e sangue, e morte:
i vestimenti squarcinsi; le chiome
di cener vil si aspergano. Sì, questo
giorno, è finale; a noi l'estremo, è questo.
ABNER Già più volte vel dissi: in lui l'aspetto
vostro importuno ognor sue fere angosce
raddoppia.
MICOL E che? lascierem noi l'amato
genitor nostro?
GIONATA Al fianco suo, tu solo
starti pretendi? e che in tua man?
SAUL Che fia?
Sdegno sta su la faccia de' miei figli?
Chi, chi gli oltraggia? Abner, tu forse? Questi
son sangue mio; nol sai? . . . Taci: rimembra . . .
GIONATA Ah! sì; noi siam tuo sangue; e per te tutto
il nostro sangue a dar siam presti
MICOL O padre,
ascolto io forse i miei privati affetti,
quand'io lo sposo a te richieggo? Il prode
tuo difensore, d'Israèl la forza,
l'alto terror de' Filistei ti chieggo.
Nell' ore tue fantastiche di noia
ne' tuoi funesti pensieri di morte
David fors' ei non ti porgea sollievo
col celeste suo canto? or di': non era
ei, quasi raggio alle tenèbre tue?
GIONATA Ed io; tu il sai, se un brando al fianco io cinga;
ma; ov' è il mio brando, se i sonanti passi
del guerrier dei guerrier norma non danno
ai passi miei? Si parleria di pugna
se David qui? vinta saria la guerra.
SAUL Oh scorsa etade! . . . Oh di vittoria lieti
miei glorïosi giorni! . . . Ecco, schierati
mi si appresentan gli alti miei trionfi.
Dal campo io riedo, d'onorata polve
cosperso tutto, e di sudor sanguigno:
infra l'estinto orgoglio, ecco, io passeggio;
e al Signor laudi . . . Al Signor, io? . . . Che parlo? . . . -–
Ferro ha gli orecchi alla mia voce Iddio;
muto è il mio labro . . . Ov'è mia gloria? dove,
dov'è de' miei nemici estinti il sangue?
GIONATA Tutto avresti in Davìd
MICOL Ma, non è teco
quel David, no: dal tuo cospetto in bando
tu il cacciavi, tu spento lo volevi
David, tuo figlio; l' opra tua più bella;
docil, modesto, più che lampo ratto
nell'obbedirti; ed in amarti caldo
più che i propri tuoi figli. Ah! padre, lascia
SAUL Il pianto (oimè!) su gli occhi stammi? al pianto
inusitato, or chi mi sforza? . . . Asciutto
lasciate il ciglio mio.
ABNER Meglio sarebbe
ritrarti, o re, nel padiglione. In breve
presta a pugnar la tua schierata possa
io mostrerotti. Or vieni; e te convinci,
che nulla è in David
DAVID La innocenza tranne.
SAUL Che veggio?
MICOL Oh ciel!
GIONATA Che festi?
ABNER Audace
GIONATA Ah! padre
MICOL Padre, ei m'è sposo; e tu mel desti.
SAUL Oh vista!
DAVID Saùl, mio re; tu questo capo chiedi;
già da gran tempo il cerchi; ecco, io tel reco;
troncalo, è tuo.
SAUL
Che ascolto? . . . Oh David, . . . David!
Un Iddio parla in te: qui mi t'adduce
oggi un Iddio . . .
DAVID Sì, re; quei, ch'è sol Dio;
quei, che già in Ela me timido ancora
inesperto garzon spingeva a fronte
di quel suberbo gigantesco orgoglio
del fier Goliatte tutto aspro di ferro:
quel Dio, che poi su l'armi tue tremende
a vittoria vittoria accumulava:
e che, in sue mire imperscrutabil sempre,
dell'oscuro mio braccio a lucid' opre
valer si volle: or sì, quel Dio mi adduce
a te, con la vittoria. Or, qual più vuoi,
guerriero, o duce, se son io da tanto
abbimi. A terra pria cada il nemico:
sfumino al soffio aquilonar le nubi,
che al soglio tuo si ammassano dintorno:
men pagherai poscia, o Saùl, con morte.
Né un passo allora, né un pensier costarti
il mio morir dovrà. Tu, re, dirai:
David sia spento: e ucciderammi tosto
Abner. -– Non brando io cingerò né scudo;
nella reggia del mio pieno signore
a me disdice ogni arme, ove non sia
pazienza, umiltade, amor, preghiere,
ed innocenza. Io deggio, se il vuol Dio,
perir qual figlio tuo, non qual nemico.
Anco il figliuol di quel primiero padre
del popol nostro, in sul gran monte il sangue
era presto a donar; né un motto, o un cenno
fea, che non fosse obbedienza: in alto
già l'una man pendea per trucidarlo,
mentre ei del padre l'altra man baciava. -–
Diemmi l'esser Saùl; Saùl mel toglie:
per lui s' udia il mio nome, ei lo disperde:
ei mi fea grande, ei mi fa nulla.
SAUL Oh! quale
dagli occhi antichi miei caligin folta
quel dir mi squarcia! Oh qual nel cor mi suona! -–
David, tu prode parli, e prode fosti;
ma, di superbia cieco, osasti poscia
me dispregiar; sovra di me innalzarti;
furar mie laudi, e ti vestir mia luce.
E s'anco io re non t'era, in guerrier nuovo,
spregio conviensi di guerrier canuto?
Tu, magnanimo in tutto, in ciò non l'eri.
Di te cantavan d'Israèl le figlie:
«Davidde, il forte, che i suoi mille abbatte;
Saùl, suoi cento». Ah! mi offendesti, o David
nel più vivo del cor. Che non dicevi?
«Saùl, ne' suoi verdi anni, altro che i mille,
le migliaia abbatteva: egli è il guerriero;
ei mi creò».
DAVID Ben io 'l dicea; ma questi,
che del tuo orecchio già tenea le chiavi,
dicea più forte: «Egli è possente troppo
David: di tutti in bocca, in cor di molti;
se non l'uccidi tu, Saùl, chi 'l frena?» −
Con minor arte, e verità più assai
Abner, al re che non dicevi? «Ah David
troppo è miglior di me; quindi io lo abborro;
quindi lo invidio, e temo; e spento io 'l voglio».
ABNER Fellone; e il dì, che di soppiatto andavi
co' tuoi profeti a susurrar consigli;
quando al tuo re segreti lacci infami
tendevi; e quando a' Filistei nel grembo
ti ricovravi; e fra nemici impuri
profani dì traendo, ascose a un tempo
pratiche ognor fra noi serbavi: or questo,
il dissi io forse? o il festi tu? Da prima,
chi più di me del signor nostro in core
ti pose? A farti genero, chi 'l mosse?
Abner fu solo
MICOL Io fui: Davide in sposo,
io dal padre l'ottenni; io il volli; io, presa
di sue virtudi. Egli il sospir mio primo,
il mio pensier nascoso; ei la mia speme
era; ei sol, la mia vita. In basso stato
anco travolto, in povertà ridotto,
sempre al mio cor giovato avria più David,
ch' ogni alto re, cui l'oriente adori.
SAUL Ma tu, David, negar, combatter puoi
d'Abner le accuse? Or, di': non ricovrasti
tra' Filistei? nel popol mio d'iniqua
ribellione i semi non spandesti?
La vita stessa del tuo re, del tuo
secondo padre, insidiata forse
non l'hai più volte?
DAVID Ecco; or per me risponda
questo, già lembo del regal tuo manto.
Conoscil tu? Prendi; il raffronta.
SAUL Dammi.
Che veggio? è mio; nol niego . . . Onde l'hai tolto? . . .
DAVID Di dosso a te dal manto tuo, con questo
mio brando, io stesso, io lo spiccai. -– Sovvienti
d' Engadda? Là, dove tu me proscritto
barbaramente perseguivi a morte;
là, trafugato senza alcun compagno
nella caverna, che dal fonte ha nome,
io m'era: ivi, tu solo, ogni tuo prode
lasciato in guardia alla scoscesa porta,
su molli coltri in placida quïete
chiudevi al sonno gli occhi . . . Oh ciel! tu, pieno
l'alma di sangue e di rancor, dormivi?
Vedi, se Iddio possente a scherno prende
disegni umani! ucciderti, a mia posta,
e me salvar potea, per altra uscita:
io il potea; quel tuo lembo assai tel prova.
Tu re, tu grande, tu superbo, in mezzo
a stuol d' armati; eccoti in man del vile
giovin proscritto . . . Abner, il prode, ov'era,
dov'era allor? Così tua vita ei guarda?
serve al suo re così? Vedi, in cui posto
hai tua fidanza, e in chi rivolto hai l'ira. -–
Or, sei tu pago? Or l'evidente segno
non hai, Saùl, del cor, della innocenza,
e della fede mia? non l'evidente
segno del poco amor, della maligna
invida rabbia, e della guardia infida
di questo Abner?
SAUL Mio figlio, hai vinto; hai vinto.
Abner, tu mira; ed ammutisci.
MICOL Oh gioia!
DAVID Oh padre!
GIONATA Oh dì felice!
MICOL Oh sposo!
SAUL Il giorno,
sì, di letizia, e di vittoria, è questo.
Te duce io voglio oggi alla pugna: il soffra
Abner; ch'io 'l vo'. Gara fra voi non altra,
che in più nemici esterminare, insorga.
Gionata, al fianco al tuo fratel d'amore
combatterai: mallevador mi è David
della tua vita; e della sua tu il sei.
GIONATA Duce Davìd, mallevadore è Iddio.
MICOL Dio mi ti rende; ei salveratti . . .
SAUL Or, basta.
Nel padiglion, pria della pugna, o figlio,
vieni un tal poco a ristorarti.
Il lungo duol dell'assenza la tua sposa amata
rattempreratti: intanto di sua mano
ella ti mesca, e ti ministri a mensa.
Deh! figlia, (il puoi tu sola) ammenda in parte
del genitor gli involontari errori.
ABNER Eccomi: appena dal convito or sorge
il re, ch'io vengo a' cenni tuoi.
DAVID Parlarti
a solo a solo io volli
ABNER Udir vuoi forse
della prossima pugna?
DAVID E dirti a un tempo,
che me non servi; ma ch'entrambi al pari
il popol nostro, il nostro re, l'eccelso
Dio d'Israèl serviamo. Altro pensiero
in noi, deh! no, non entri.
ABNER Io, pel re nostro,
del di cui sangue io nasco, in campo il brando
sanguinoso rotai, già pria che il fischio
ivi si udisse di tua fionda
DAVID Il sangue
del re non scorre entro mie vene: a tutti
noti sono i miei fatti: io non li vanto:
Abner li sa. -– Deh! nell' obblio sepolti
sian pur da te; sol ti rammenta i tuoi:
emulo di te stesso, oggi tu imprendi
a superar solo te stesso.
ABNER Il duce
io mi credea finor: David non v'era:
tutto ordinar per la vittoria quindi
osai: s'io duce esser potessi, or l'odi.−
Incontro a noi, da borea ad austro, giace
per lungo, in valle, di Filiste il campo.
Folte macchie ha da tergo, è d'alti rivi
munito in fronte: all'orïente il chiude
non alto un poggio, di lieve pendìo
ver esso, ma di scabro irsuto dorso
all'opposto salire: un'ampia porta
s'apre fra' monti all'occidente, donde
per vasto piano infino al mar sonante
senza ostacol si varca. Ivi, se fatto
ci vien di trarvi i Filistei, fia vinta
da noi la guerra. È d'uopo a ciò da pria
finger ritratta. In tripartita schiera
piegando noi da man manca nel piano,
giriamo in fronte il destro loro fianco.
La schiera prima il passo affretta, e pare
fuggirsene; rimane la seconda
lenta addietro, in scomposte e rade file,
certo invito ai nemici. Intanto, scelti
i più prodi de' nostri, il duro poggio
soverchiato han dall'oriente, e a tergo
riescon sovra il rio nemico. In fronte,
dalle spalle, e dai lati, eccolo, è chiuso;
eccone fatto aspro macello intero.
DAVID Saggio e prode tu al pari. All' ordin tuo,
nulla cangiare, Abner, si debbe. Io laudo
virtude ov' è: sarò guerrier, non duce:
e alla tua pugna il mio venir null'altro
aggiungerà, che un brando.
ABNER Il duce è David:
di guerra il mastro è David. Chi combatte,
fuorch'egli, mai?
DAVID Chi men dovria mostrarsi
invido, ch' Abner, poich' ei val cotanto?
Ottimo, ovunque io 'l miri, è il tuo disegno.
Gionata ed io, di qua, verso la tenda
di Saùl schiereremci; oltre, ver l'orsa,
Us passerà; Sadòc, con scelti mille,
salirà il giogo; e tu, coi più, terrai
della battaglia il corpo.
ABNER A te si aspetta;
loco è primiero.
DAVID E te perciò vi pongo. −
Ascende il sole ancora: il tutto in punto
terrai tu intanto, ma non s' odan trombe
fin che al giorno quattr'ore avanzin sole.
Spira un ponente impetuoso, il senti;
il sol negli occhi, e la sospinta polve,
anco per noi combatteran da sera.
ABNER Ben dici.
DAVID Or, va'; comanda: e a te con basse
arti di corte, che ignorar dovresti,
pregio non tor di capitan, cui merti.
DAVID Astuto è l' ordin della pugna, ed alto. −
Ma, il provveder di capitan, che giova,
s'ei de' soldati il cor non ha? Ciò solo
ad Abner manca; e a me il concede Iddio.
Oggi si vinca, e al dì novel si lasci
un'altra volta il re; ch' esser non puote
per me mai pace al fianco suo . . . Che dico?
nuova palma or mi fia nuovo delitto.
MICOL Sposo, non sai? Da lieta mensa il padre
sorgeva appena, Abner ver lui si trasse,
e un istante parlavagli: io m'inoltro,
egli esce; il re già quel di pria non trovo.
DAVID Ma pur, che disse? in che ti parve?
MICOL Egli era
dianzi tutto per noi; con noi piangea;
ci abbracciava a vicenda; e da noi stirpe
s' iva augurando di novelli prodi,
quasi alla sua sostegno; ei più che padre
pareane ai detti: or, più che re mi apparve.
DAVID Deh! pria del tempo, non piangere, o sposa:
Saulle è il re; farà di noi sua voglia.
Sol ch'ei non perda oggi la pugna; il crudo
suo pensier contro me doman ripigli,
ripiglierò mio stato abbietto, e il duro
bando, e la fuga, e l'affannosa vita.
Vera e sola mia morte emmi il lasciarti:
e il dovrò pure . . . Ahi vana speme! infauste
nozze per te! Giocondo e regio stato
altro sposo a te dava; ed io tel tolgo.
Misero me! . . . Né d'ampia prole, e lieta,
padre puoi far me tuo consorte errante
e fuggitivo sempre
MICOL Ah! no; divisi
più non saremo: dal tuo sen strapparmi
niuno ardirà. Non riedo io no, più mai
a quella vita orribile, ch'io trassi
priva di te: m'abbia il sepolcro innanzi.
In quella reggia del dolore io stava
sola piangente, i lunghi giorni; e l' ombre
l'aspetto mi adducean d' orrende larve.
Or, sopra il capo tuo pender vedea
del crudo padre il ferro; e udia tue voci
dolenti, lagrimose, umili, tali
da trar del petto ogni più atroce sdegno;
e sì l' acciar pur t' immergeva in core
il barbaro Saulle: or, tra' segreti
avvolgimenti di negra caverna,
vedeati far di dure selci letto;
e ad ogni picciol moto il cor balzarti
tremante; e in altra ricovrarti; e quindi
in altra ancor; né ritrovar mai loco,
né quïete, né amici: egro, ansio, stanco
da cruda sete travagliato . . . Oh cielo! . . .
Le angosce, i dubbi, il palpitar mio lungo
poss' io ridir? -– Mai più, no, non ti lascio;
mai più . . .
DAVID Mi strappi il cor: deh! cessa . . . Al sangue,
e non al pianto, questo giorno è sacro.
MICOL Pur ch' oggi inciampo al tuo pugnar non nasca.
Per te non temo io la battaglia, hai scudo
di certa tempra, Iddio: ma temo, ch' oggi
dal perfid' Abner impedita, o guasta,
non ti sia la vittoria.
DAVID E che? ti parve
dubbio il re d' affidarmi oggi l' impresa?
MICOL Ciò non udii; ma forte accigliato era,
e susurrava non so che, in se stesso
di sacerdoti traditor; d' ignota
gente nel campo; di virtù mentita
rotte parole, oscure, dolorose
tremende, a chi di David è consorte,
e di Saulle è figlia.
DAVID Eccolo: si oda.
MICOL Giusto Iddio, deh! soccorri oggi al tuo servo:
l' empio confondi; il genitor rischiara
salva il mio sposo; il popol tuo difendi.
GIONATA Deh! vieni, amato padre; a' tuoi pensieri
da' tregua un poco: or l' aura aperta e pura
ti fia ristoro; vieni: alquanto siedi
tra i figli tuoi.
SAUL Che mi si dice?
MICOL Ah! padre! . . .
SAUL Chi sete voi?
Chi d' aura aperta e pura
qui favellò? . . . Questa? è caligin densa;
tenebre sono; ombra di morte . . . Oh! mira;
più mi t' accosta, il vedi? il sol dintorno
cinto ha di sangue ghirlanda funesta
Odi tu canto di sinistri augelli?
Lugùbre un pianto sull' aere si spande,
che me percuote, e a lagrimar mi sforza
Ma che? Voi pur, voi pur piangete?
GIONATA O sommo
Dio d' Israello, or la tua faccia hai tolta
dal re Saùl così? lui, già tuo servo
lasci or così dell' avversario in mano?
MICOL Padre, hai la figlia tua diletta al fianco:
se lieto sei, lieta è pur ella; e piange,
se piangi tu . . . Ma, di che pianger ora?
gioia tornò.
SAUL David, vuoi dire. Ah! . . . David . . .
deh! perché non mi abbraccia anch' ei co' figli?
DAVID Oh padre! . . . Addietro or mi tenea temenza
di non t' esser molesto. Ah! nel mio core
perché legger non puoi? son sempre io teco.
SAUL Tu . . . di Saulle . . . ami la casa dunque?
DAVID S' io l' amo? Oh ciel! degli occhi miei pupilla
Gionata egli è; per te, periglio al mondo
non conosco, né curo: e la mia sposa,
dica, se il può, ch' io nol potrei, di quanto,
di quale amore io l' amo
SAUL Eppur, te stesso
stimi tu molto
DAVID Io, me stimare? In campo
non vil soldato, e tuo genero in corte
mi tengo; e innanzi a Dio, nulla mi estimo.
SAUL Ma, sempre a me d' Iddio tu parli; eppure,
ben tu il sai, da gran tempo, hammi partito
da Dio l' astuta ira crudel tremenda
de' sacerdoti. Ad oltraggiarmi, il nomi?
DAVID A dargli gloria, io 'l nomo. Ah! perché credi
ch' ei più non sia con te? Con chi nol vuole
non sta: ma, a chi l' invoca, a chi riposto
tutto ha se stesso in lui, manca egli mai?
Ei sul soglio chiamotti; ei vi ti tiene:
sei suo, se in lui, ma se in lui sol, ti affidi.
SAUL Chi dal ciel parla? . . . Avviluppato in bianca
stolla [3] è costui, che il sacro labro or schiude?
vediamlo . . .Eh no: tu sei guerriero, e il brando
cingi: or t' inoltra; appressati; ch' io veggia,
se Samuèle o David mi favella. -–
Qual brando è questo? ei non è già lo stesso
ch' io di mia man ti diedi
DAVID È questo il brando,
cui mi acquistò la povera mia fionda.
Brando, che in Ela [4] a me pendea tagliente
sul capo; agli occhi orribil lampo io 'l vidi
balenarmi di morte, in man del fero
Goliàt gigante: ei lo stringea: ma stavvi
rappreso pur, non già il mio sangue, il suo.
SAUL Non fu quel ferro, come sacra cosa,
appeso in Nobbe al tabernacol santo?
Non fu nell' Efod [5] mistico ravvolto,
e così tolto a ogni profana vista?
consecrato in eterno al Signor primo?
DAVID Vero è; ma
SAUL Dunque, onde l' hai tu? Chi ardiva
dartelo? chi
DAVID Dirotti. Io fuggitivo,
inerme in Nob giungea: perché fuggissi,
tu il sai. Piena ogni via di trista gente,
io, senza ferro, a ciascun passo stava
tra le fauci di morte. Umìl la fronte
prosternai là nel tabernacol, dove
scende d' Iddio lo spirto: ivi, quest' arme,
(cui s' uom mortal riadattarsi al fianco
potea, quell' uno esser potea ben David)
la chiesi io stesso al sacerdote.
SAUL Ed egli?
DAVID Diemmela.
SAUL Ed era?
DAVID Achimelèch.
SAUL Fellone.
Vil traditore . . . Ov' è l' altare? . . . oh rabbia! . . .
Ahi tutti iniqui! traditori tutti!
d' Iddio nemici; a lui ministri, voi?
Negr' alme in bianco ammanto . . . Ov' è la scure? . . .
Ov' è l' altar? si atterri . . . Ov' è l' offerta?
svenarla io voglio . . .
MICOL Ah padre!
GIONATA Oh ciel! che fai?
ove corri? che parli? . . . Or, deh! ti placa:
non havvi altar; non vittima; rispetta
nei sacerdoti Iddio, che sempre t'ode.
SAUL Chi mi rattien? . . . Chi di seder mi sforza? . . .
Chi a me resiste? . . .
GIONATA Padre. . .
DAVID Ah! tu il soccorri,
alto Iddio d' Israèle: a te si prostra,
te ne scongiura il servo tuo.
SAUL La pace
mi è tolta; il sole, il regno, i figli, l' alma
tutto mi è tolto! . . . Ahi Saùl infelice!
chi te consola? al brancolar tuo cieco,
chi è scorta, o appoggio? . . . I figli tuoi, son muti;
duri son, crudi Del vecchio cadente
sol si brama la morte: altro nel core
non sta dei figli, che il fatal diadema
che il canuto tuo capo intorno cinge.
Su strappatelo, su: spiccate a un tempo
da questo omai putrido tronco il capo
tremolante del padre . . . Ahi fero stato!
meglio è la morte. Io voglio morte
MICOL Oh padre!
noi vogliam tutti la tua vita: a morte
ognun di noi, per te sottrarne, andrebbe
GIONATA Or, poiché in pianto il suo furor già stemprasi,
deh! la tua voce, a ricomporlo in calma,
muovi, o fratello. In dolce oblio l' hai ratto
già tante volte con celesti carmi.
MICOL Ah! sì; tu il vedi, all' alitante petto
manca il respiro; il già feroce sguardo
nuota in lagrime: or tempo è di prestargli
l' opra tua.
DAVID Deh! per me, gli parli Iddio.− [6]
«O tu, che eterno, onnipossente, immenso,
siedi sovran d' ogni creata cosa;
tu, per cui tratto io son dal nulla, e penso,
e la mia mente a te salir pur osa;
tu, che se il guardo inchini, apresi il denso
abisso, e via non serba a te nascosa
se il capo accenni, trema lo universo;
se il braccio innalzi, ogni empio ecco è disperso:
già su le ratte folgoranti piume
di Cherubin ben mille un dì scendesti;
e del tuo caldo irresistibil nume
il condottiero d' Israello empiesti:
di perenne facondia a lui tu fiume,
tu brando, e senno, e scudo a lui ti festi;
deh! di tua fiamma tanta un raggio solo
nubi -– fendente or manda a noi dal polo.
Tenebre e pianto siamo . . .»
SAUL Odo io la voce
di David? Trammi di mortal letargo:
folgor mi mostra di mia verde etade.
DAVID «Chi vien, chi vien, ch' odo e non veggo? Un nembo
negro di polve rapido veleggia
dal torbid' euro spinto. −
Ma già si squarcia; e tutto acciar lampeggia
dai mille e mille, ch' ei si reca in grembo
Ecco, qual torre, cinto
Saùl la testa d'infuocato lembo.
Traballa il suolo al calpestìo tonante
d' armi e destrieri:
la terra, e l' onda, e il cielo è rimbombante
d'urli guerrieri.
Saùl si appressa in sua terribil possa;
carri, fanti, destrier sossopra ei mesce:
gelo, in vederlo, scorre a ogni uom per l' ossa;
lo spavento d' Iddio dagli occhi gli esce.
Figli di Ammòn, dov' è la ria baldanza?
dove gli spregi, e l' insultar, che al giusto
popol di Dio già feste?
Ecco ora il piano ai vostri corpi angusto;
ecco, a noi messe sanguinosa avanza
di vostre tronche teste:
ecco ove mena in falsi iddii fidanza. -–
Ma, donde ascolto altra guerriera tromba
mugghiar repente?
È il brando stesso di Saùl, che intomba
d' Edom la gente.
Così Moàb, Soba così sen vanno,
con l' iniqua Amalèch, disperse in polve:
Saùl, torrente al rinnovar dell' anno,
tutto inonda, scompon, schianta, travolve».
SAUL Ben questo è grido de' miei tempi antichi,
che dal sepolcro a gloria or mi richiama.
Vivo, in udirlo, ne' miei fervidi anni . . . -–
Che dico? . . . ahi lasso! a me di guerra il grido
si addice omai? . . . L' ozio, l' oblio, la pace,
chiamano il veglio a sé.
DAVID Pace si canti. -–
«Stanco, assetato, in riva
del fiumicel natìo
siede il campion di Dio,
all' ombra sempre viva
del sospirato alloro.
Sua dolce e cara prole,
nel porgergli ristoro,
del suo affanno si duole,
ma del suo rieder gode;
e pianger ciascun s' ode
teneramente,
soavemente
sì, che il dir non v' arriva.
L' una sua figlia slaccia
l' elmo folgoreggiante;
e la consorte amante,
sottentrando, lo abbraccia:
l' altra, l' augusta fronte
dal sudor polveroso
terge, col puro fonte:
quale, un nembo odoroso
di fior sovr' esso spande:
qual, le man venerande
di pianto bagna:
e qual si lagna,
ch' altra più ch' ella faccia.
Ma ferve in ben altr' opra
lo stuol del miglior sesso.
Finché venga il suo amplesso,
qui l' un figlio si adopra
in rifar mondo e terso
lo insanguinato brando:
là, d' invidia cosperso,
dice il secondo: e quando
palleggerò quest' asta,
cui mia destra or non basta?
Lo scudo il terzo,
con giovin scherzo,
prova come il ricopra.
Di gioia lagrima
su l' occhio turgido
del re si sta:
ch' ei di sua nobile
progenie amabile
è l' alma, e il sa.
Oh bella la pace!
Oh grato il soggiorno,
là dove hai dintorno
amor sì verace
sì candida fé!
Ma il sol già celasi;
tace ogni zeffiro;
e in sonno placido
sopito è il re». -–
SAUL Felice il padre di tal prole! Oh bella
pace dell' alma! . . . Entro mie vene un latte
scorrer mi sento di tutta dolcezza . . . -–
Ma, che pretendi or tu? Saùl far vile
infra i domestich' ozi? Il pro' Saulle
di guerra or forse arnese inutil giace?
DAVID «Il re posa, ma i sogni del forte
con tremende sembianze gli vanno
presentando i fantasmi di morte.
Ecco il vinto nemico tiranno
di sua man già trafitto in battaglia;
ombra orribil, che omai non fa danno.
Ecco un lampo, che tutti abbarbaglia
Quel suo brando, che ad uom non perdona,
e ogni prode al codardo ragguaglia. -–
Tal, non sempre la selva risuona
del Leone al terribil ruggito,
ch' egli in calma anco i sensi abbandona;
né il tacersi dell' antro romito
all' armento già rende il coraggio;
né il pastor si sta men sbigottito,
ch' ei sa, ch' esce a più sangue ed oltraggio.
Ma il re già già si desta:
armi, armi, ei grida.
Guerriero omai qual resta?
Chi, chi lo sfida?
Veggio una striscia di terribil fuoco,
cui forza è loco = dien le ostili squadre.
Tutte veggio adre = di sangue infedele
l' armi a Israèle. = Il fero fulmin piomba,
sasso di fromba = assai men ratto fugge,
di quel che strugge = il feritor sovrano,
col ferro in mano. = A inarrivabil volo,
fin presso al polo = aquila altera ei stende
le reverende = risuonanti penne,
cui da Dio tenne, = ad annullar quegli empi,
che in falsi tempi = han simulacri rei
fatti lor Dei. = Già da lontano io 'l seguo;
e il Filisteo perseguo,
e incalzo, e atterro, e sperdo; e assai ben mostro
che due spade ha nel campo il popol nostro».
SAUL Chi, chi si vanta? Havvi altra spada in campo,
che questa mia, ch' io snudo? Empio è, si uccida,
pera, chi la sprezzò.
MICOL T' arresta: oh cielo!
GIONATA Padre! che fai? . . .
DAVID Misero re!
MICOL Deh! fuggi . . .
a gran pena il teniam; deh! fuggi, o sposo.
MICOL O padre amato, . . . arrestati . . .
GIONATA T' arresta. . .
SAUL Chi mi rattien? chi ardisce? . . . Ov' è il mio brando?
Mi si renda il mio brando . . .
GIONATA . . . Ah! con noi vieni,
diletto padre: io non ti lascio ir oltre.
Vedi, non è co' figli tuoi persona:
con noi ritorna alla tua tenda: hai d' uopo
or di quïete. Ah! vieni: ogni ira cessi;
stai co' tuoi figli . . .
MICOL E gli avrai sempre al fianco
MICOL Gionata, dimmi; al padiglion del padre
può tornare il mio sposo?
GIONATA Ah! no: placato
non è con lui Saùl; benché in se stesso
sia appien tornato: ma profonda è troppo
in lui la invidia, e fia il sanarla lungo.
Torna al tuo sposo, e nol lasciare.
MICOL Ahi lassa!
Chi più di me infelice? . . . Io l'ho nascosto
sì ben, ch'uom mai nol troveria: men riedo
ver esso dunque.
GIONATA Oh cielo! ecco, sen viene
turbato il padre: ei mai non trova stanza.
MICOL
Misera me! . . . Che gli dirò? . . . Sottrarmi
voglio . . .
SAUL Chi fugge al venir mio? Tu, donna?
MICOL Signor. . .
SAUL Davide ov'è?
MICOL Nol so . . .
SAUL Nol sai?
GIONATA Padre . . .
SAUL Cercane; va'; qui tosto il traggi.
MICOL Io rintracciarlo? . . . or, . . . dove? . . .
SAUL Il re parlotti,
e obbedito non l'hai?
SAUL Gionata, m'ami? . . .
GIONATA Oh padre! . . . Io t'amo: ma ad un tempo io cara
tengo la gloria tua: quindi, ai non giusti
impeti tuoi, qual figlio opporsi il puote,
io mi oppongo talvolta.
SAUL Al padre il braccio
spesso rattieni tu: ma, quel mio ferro,
che ad altri in petto immerger non mi lasci,
nel tuo petto il ritorci. Or serba, serba
codesto David vivo; in breve ei fia
Voce non odi entro il tuo cor, che grida?
«David fia 'l re.» − David? fia spento innanzi.
GIONATA E nel tuo cuore, in più terribil voce
Dio non ti grida? «Il mio diletto è David;
l'uom del Signore egli è». Tal nol palesa
ogni atto suo? La fera invida rabbia
d'Abner, non fassi al suo cospetto muta?
Tu stesso, allor che in te rientri, al solo
apparir suo, non vedi i tuoi sospetti
sparir, qual nebbia del pianeta al raggio?
E quando in te maligno spirto riede,
credi tu allor, ch'io tel rattenga, il braccio?
Dio tel rattiene. Il mal brandito ferro
gli appunteresti al petto appena, e tosto
forza ti fora il ritrarlo: cadresti
tu stesso in pianto a' piedi suoi; tu padre,
pentito, sì: ch'empio, nol sei
SAUL Pur troppo
vero tu parli. Inesplicabil cosa
questo David per me. Non pria veduto
io l'ebbi in Ela, che a' miei sguardi ei piacque,
ma al cor non mai. Quando ad amarlo io presso
quasi sarei, feroce sdegno piomba
in mezzo, e men divide: il voglio appena
spento, s'io il veggo, ei mi disarma, e colma
di maraviglia tanta, ch'io divento
al suo cospetto un nulla . . . Ah! questa al certo,
vendetta è questa della man sovrana.
Or comincio a conoscerti, o tremenda
mano . . . Ma che? donde cagione io cerco? . . .
Dio, non l'offesi io mai: vendetta è questa
de' sacerdoti. Egli è stromento David
sacerdotale, iniquo: in Rama ei vide
Samuèl moribondo: a lui gli estremi
detti parlava l'implacabil veglio.
Chi sa, chi sa, se il sacro olio celeste,
ond'ei mia fronte unse già pria, versato
non ha il fellon su la nemica testa?
Forse tu il sai . . . Parla . . . Ah! sì, il sai: favella.
GIONATA Padre, nol so: ma, se pur fosse, io forse
al par di te di ciò tenermi offeso
or non dovrei? non ti son figlio io primo?
Ove tu giaccia co' tuoi padri, il trono
non destini tu a me? S'io dunque taccio,
chi può farne querela? Assai mi avanza
in coraggio, in virtude, in senno, in tutto,
David: quant'ei più val, tanto io più l'amo.
Or, se chi dona e toglie i regni, il desse
a David mai, prova maggior qual altra
poss'io bramarne? ei più di me n'è degno:
e condottier de' figli suoi lo appella
ad alte cose Iddio. -– Ma intanto, io giuro,
che a te suddito fido egli era sempre,
e leal figlio. Or l'avvenir concedi
a Dio, cui spetta: ed il tuo cor frattanto
contro Dio, contro il ver, deh! non s'induri.
Se in Samuèl non favellava un Nume,
come, con semplice atto, infermo un veglio,
già del sepolcro a mezzo, oprar potea
tanto per David mai? Quel misto ignoto
d'odio e rispetto, che per David senti;
quel palpitar della battaglia al nome,
(timor da te non conosciuto in pria)
donde ti vien, Saulle? Havvi possanza
d'uom, che a ciò basti?
SAUL Oh! che favelli? figlio
di Saùl tu? − Nulla a te cal del trono?
Ma, il crudel dritto di chi 'l tien, nol sai?
Spenta mia casa, e da radice svelta
fia da colui, che usurperà il mio scettro.
I tuoi fratelli, i figli tuoi, tu stesso
non rimarrà della mia stirpe nullo
O ria di regno insazïabil sete,
che non fai tu? Per aver regno, uccide
il fratello il fratel; la madre i figli
la consorte il marito; il figlio il padre
Seggio è di sangue, e , il trono.
GIONATA Scudo havvi d'uom contro al celeste brando?
Non le minacce, i preghi allentar ponno
l'ira di Dio terribil, che il superbo
rompe, e su l'umil lieve lieve passa.
ABNER Re, s'io ti torno innante, anzi che rivi
scorran per me dell'inimico sangue,
alta cagione a ciò mi sforza. Il prode
Davidde, il forte, in cui vittoria è posta,
non è chi il trovi. Un'ora manca appena
alla prefissa pugna: odi, frementi
d'impaziente ardore, i guerrier l'aure
empier di strida; e rimbombar la terra
al flagellar della ferrata zampa
de' focosi destrieri: urli, nitrìti,
sfolgoreggiar d'elmi e di brandi, e tuoni
da metter core in qual più sia codardo;
David, chi 'l vede? -– ei non si trova. -– Or, mira,
(soccorso in ver del ciel!) mira chi in campo
in sua vece si sta. Costui, che in molle
candido lin sacerdotal si avvolge,
furtivo in campo, ai Beniamìti accanto,
si appiattava tremante. Eccolo; n'odi
l'alta cagion, che a tal periglio il guida.
ACHLMELECH Cagion dirò, s'ira di re nol vieta
SAUL Ira di re? tu dunque, empio, la merti?
Ma, chi se' tu? Conoscerti ben parmi.
Del fantastico altero gregge sei
de' veggenti di Rama?
ACHIMELEC Io vesto l'Efod:
io, dei Leviti primo, ad Aròn santo,
nel ministero a che il Signor lo elesse,
dopo lungo ordin d'altri venerandi
sacerdoti, succedo. All'arca presso,
in Nobbe, io sto: l'arca del patto sacra,
stava anch'ella altre volte al campo in mezzo:
troppo or fia, se vi appare, anco di furto,
il ministro di Dio: straniera merce
è il sacerdote, ove Saulle impera:
pur non l'è, no, dove Israèl combatte;
se in Dio si vince, come ognor si vinse. -–
Me non conosci tu? qual maraviglia?
e te stesso conosci? − I passi tuoi
ritorti hai dal sentier, che al Signor mena;
ed io là sto, nel tabernacol, dove
stanza ha il gran Dio; là dove, è già gran tempo,
più Saùl non si vede. Il nome io porto
d'Achimelèch.
SAUL Un traditor mi suona
tal nome: or ti ravviso. In punto giungi
al mio cospetto. Or di', non sei tu quegli,
che all'espulso Davidde asilo davi,
e securdate, e nutrimento, e scampo,
ed armi? E ancor, qual arme! il sacro brando
del Filisteo, che appeso in voto a Dio
stava allo stesso tabernacol, donde
tu lo spiccavi con profana destra.
E tu il cingevi al perfido nemico
del tuo signor, del sol tuo re? − Tu vieni,
fellone, in campo a' tradimenti or vieni:
qual dubbio v'ha?
ACHIMELEC Certo, a tradirti io vengo;
poiché vittoria ad implorare io vengo
all'armi tue da Dio, che a te la niega.
Son io, sì, son, quei che benigna mano
a un Davidde prestai. Ma, chi è quel David?
Della figlia del re non egli è sposo?
Non il più prode infra i campioni suoi?
Non il più bello, il più umano, il più giusto
de' figli d'Israèl? Non egli in guerra,
tua forza, e ardire? entro la reggia, in pace,
non ei, col canto, del tuo cor signore?
Di donzelle l'amor, del popol gioia,
dei nemici terror; tale era quegli,
ch'io scampava. E tu stesso, agli onor primi,
di', nol tornavi or dianzi? e nol sceglievi
a guidar la battaglia? a ricondurti
vittoria in campo? a disgombrar temenza
della rotta, che in cor ti ha posta Iddio? -– –
Se danni me, te stesso danni a un tempo.
SAUL Or, donde in voi, donde pietade? in voi,
sacerdoti crudeli, empi, assetati
di sangue sempre. A Samuèl parea
grave delitto il non aver io spento
l'Amalechìta re, coll'armi in mano
preso in battaglia; un alto re, guerriero
di generosa indole ardita, e largo
del proprio sangue a pro del popol suo. -– –
Misero re! tratto a me innanzi, in duri
ceppi ei venia: serbava, ancor che vinto,
nobil fierezza, che insultar non era,
né un chieder pur mercé. Reo di coraggio
parve egli al fero Samuèl: tre volte
con la sua man sacerdotale il ferro
nel petto inerme ei gl'immergea. -– Son queste,
queste son, vili, le battaglie vostre.
Ma, contra il proprio re chi la superba
fronte innalzar si attenta, in voi sostegno
trova, e scudo, ed asilo. Ogni altra cura,
che dell'altare, a cor vi sta. Chi sete,
chi sete voi? Stirpe malnata, e cruda,
che dei perigli nostri all'ombra ride;
che in lino imbelle avvoltolati, ardite
soverchiar noi sotto l'acciar sudanti:
noi, che fra il sangue, il terrore, e la morte,
per le spose, pe' figli, e per voi stessi,
meniam penosi orridi giorni ognora.
Codardi, or voi, men che ozïose donne,
con verga vil, con studïati carmi,
frenar vorreste e i brandi nostri, e noi?
ACHIMELEC E tu, che sei? re della terra sei:
ma, innnazi a Dio, chi re? − Saùl rientra
in te; non sei, che coronata polve. −
Io, per me nulla son; ma fulmin sono,
turbo, tempesta io son, se in me Dio scende:
quel gran Dio, che ti fea; che l'occhio appena
ti posa su; dov'è Saùl? − Le parti
d'Agàg mal prendi; e nella via d'empiezza
mal tu ne segui i passi. A un re perverso
gastigo v'ha, fuor che il nemico brando?
E un brando fere, che il Signor nol voglia?
Le sue vendette Iddio nel marmo scrive
e le commette al Filisteo non meno,
che ad Israèl. −Trema, Saùl: già in alto,
in negra nube, sovr'ali di fuoco
veggio librarsi il fero angel di morte:
già, d'una man disnuda ei la rovente
spada ultrice; dell'altra, il crin canuto
ei già ti afferra della iniqua testa:
trema Saùl. -– Ve' chi a morir ti spinge:
costui; quest'Abner, di Satàn fratello;
questi, che il vecchio cor t'apre a' sospetti;
che, di sovran guerrier, men che fanciullo
ti fa. Tu, folle, or di tua casa il vero
saldo sostegno rimovendo vai.
Dov'è la casa di Saùl? nell'onda
fondata ei l'ha; già già crolla; già cade;
già in cener torna: è nulla già. -–
SAUL Profeta
de' danni miei, tu pur de' tuoi nol fosti.
Visto non hai, pria di venirne in campo,
che qui morresti: io tel predico; e il faccia
Abner seguire. -– Abner mio fido, or vanne;
ogni ordin cangia dell'iniquo David;
che un tradimento ogni ordin suo nasconde.
Doman si pugni, al sol nascente; il puro
astro esser de' mio testimon di guerra.
Pensier maligno, io 'l veggio, era di David,
scegliere il sol cadente a dar nell'oste
quasi indicando il cadente mio bracccio:
ma, si vedrà. − Rinvigorir mi sento
da tue minacce ogni guerrier mio spirto;
son io 'l duce domane; intero il giorno,
al gran macello ch'io farò, fia poco. -–
Abner, costui dal mio cospetto or tosto
traggi, e si uccida
GIONATA Oh ciel! padre, che fai?
Padre. . .
SAUL Taci. − «Ei si viene; e il vil suo sangue
su' Filistei ricada.
ABNER E già con esso
morte. . .
SAUL Ma, è poco a mia vendetta ei solo.
Manda in Nob [7] l'ira mia, che armenti, e servi,
madri, case, fanciulli uccida, incenda,
distrugga, e tutta l'empia stirpe al vento
disperda. Omai, tuoi sacerdoti a dritto
dir ben potranno: «Evvi un Saùl». Mia destra,
da voi sì spesso provocata al sangue,
non percoteavi mai: quindi sol, quindi,
lo scherno d'essa.
ACHIMELEC A me il morir da giusto
niun re può torre: onde il morir mi fia
dolce non men, che glorïoso. Il vostro,
già da gran tempo, irrevocabilmente
Dio l'ha fermato. Abner, e tu, di spada,
ambo vilmente; e non di ostile spada,
non in battaglia. − Or vadasi. − D'Iddio
parlate all'empio ho l'ultime parole,
e sordo ei fu: compiuto egli è il mio incarco:
ben ho spesa la vita.
SAUL Or via, si tragga
a morte tosto; a cruda morte, e lunga.
GIONATA Ahi sconsigliato re! che fai? t'arresta
SAUL Taci; tel dico ancor. − Tu se' guerriero? −
Tu di me figlio? d'Israèl tu prode? -–
Va'; torna in Nob; là, di costui riempi
il vuoto seggio: infra i levitichi ozi
degno di viver tu, non fra' tumulti
di guerra; e non fra regie cure
GIONATA Ho spento
anch'io non pochi de' nimici in campo,
al fianco tuo: ma quel che or spandi, è sangue
sacerdotal, non Filisteo. Tu resti
solo a tal empia pugna.
SAUL E solo io basto
a ogni pugna, qual sia. Tu, vile, tardo
sii pur domani al battagliare: io solo
Saùl sarò. Che Gionata? che David?
duce è Saul.
GIONATA Combatterotti appresso.
Deh! morto io possa su gli occhi caderti,
pria di veder ciò che sovrasta al tuo
sangue infelice!
SAUL E che sovrasta? morte?
Morte in battaglia, ella è di re la morte.
SAUL Tu, senza David?
MICOL Ritrovar nol posso
SAUL Io 'l troverò.
MICOL Lungi è fors'egli; e sfugge
tuo sdegno
SAUL Ha l'ali, e il giungerà, il mio sdegno.
Guai, se in battaglia David si appresenta:
guai, se doman, vinta da me la guerra,
tu innanzi a me nol traggi.
MICOL Oh cielo!
GIONATA Ah! padre
SAUL Più non ho figli. − Infra le schiere or corri,
Gionata, tosto. − E tu, ricerca, e trova
colui.
MICOL Deh! . . . teco . . .
SAUL Invan.
GIONATA Padre, ch'io pugni
lungi da te?
SAUL Lungi da me voi tutti.
Voi mi tradite a prova, infidi, tutti.
Itene, il voglio: itene al fin; lo impongo.
Sol, con me stesso, io sto. − Di me soltanto,
(misero re!) di me solo io non tremo.
MICOL Esci, o mio sposo; vieni: è già ben oltre
la notte . . . Odi tu, come romoreggia
il campo? all'alba pugnerassi. -– Appresso
al padiglion del padre tutto tace.
Mira; anco il cielo il tuo fuggir seconda:
la luna cade, e gli ultimi suoi raggi
un negro nuvol cela. Andiamo: or niuno
su noi qui veglia, andiam; per questa china
scendiamo il monte, e ci accompagni Iddio.
DAVID Sposa, dell'alma mia parte migliore,
mentre Israello a battagliar si appresta,
fia pur ver che a fuggir David si appresta?
Morte, ch'è in somma? − Io vo' restar: mi uccida
Saùl, se il vuol; pur ch'io nemici pria
in copia uccida.
MICOL Ah! tu non sai: già il padre
incominciò a bagnar nel sangue l'ira.
Achimelèch, qui ritrovato, cadde
vittima già del furor suo.
DAVID Che ascolto?
Ne' sacerdoti egli ha rivolto il brando?
Ahi misero Saùl! ei fia
MICOL Ben altro
udrai. Crudel comando ad Abner dava,
ei stesso, il re; che, se in battaglia mai
tu ti mostrassi, in te convertan l'armi
i campion nostri.
DAVID E Gionata mio fido
il soffre?
MICOL Oh ciel! che puote? Anch'ei lo sdegno
provò del padre; e disperato corre
infra l'armi a morire. Omai, ben vedi,
qui star non puoi: cedere è forza; andarne
lungi; e aspettare, o che si cangi il padre,
o che all'età soggiaccia . . . Ahi padre crudo!
Tu stesso, tu, la misera tua figlia
sforzi a bramare il fatal dì . . . Ma pure,
io no, non bramo il morir tuo: felice
vivi; vivi, se il puoi; bastami solo
di rimaner per sempre col mio sposo
Deh! vieni or dunque; andiamo
DAVID Oh quanto duolmi
lasciar la pugna! Ignota voce io sento
gridarmi in cor: «Giunto è il terribil giorno
ad Israèle, ed al suo re» . . . Potessi! . . .
Ma no: qui sparso di sacri ministri
fu l'innocente sangue: impuro è il campo
contaminato è il suolo; orror ne sente
Iddio: pugnar non può qui omai più David. −
Ceder dunque per ora al timor tuo
emmi mestiero, ed all'amor tuo scaltro. −
Ma tu, pur cedi al mio . . . Deh! sol mi lascia . . .
MICOL Ch'io ti lasci? Pel lembo, ecco ti afferro;
da te mai più, no, non mi stacco
DAVID Ah! m'odi.
Male agguagliar tuoi tardi passi a' miei
potresti: aspri sentier di sterpi e sassi
convien ch'io calchi con veloci piante,
a pormi in salvo, poiché il vuoi. Deh! come
i piè tuoi molli, a strazio inusitato
regger potranno? Infra deserti sola
ch'io ti abbandoni mai? Ben vedi; tosto,
per tua cagion, scoperto io fora: entrambi
alla temuta ira del re davanti
tosto or saremmo ricondotti . . . Oh cielo!
solo in pensarvi, io fremo . . . E poniam anco,
che si fuggisse; al padre egro dolente
tor ti poss'io? Di guerra infra le angosce,
fuor di sua reggia ei sta: dolcezza alcuna
pur gli fa d'uopo al mesto antico. Ah! resta
al suo pianto, al dolore, al furor suo.
Tu sola il plachi; e tu lo servi, e il tieni
tu sola in vita. Ei mi vuol spento; io 'l voglio
salvo, felice, e vincitor: . . . ma, tremo
oggi per lui. -– Tu, pria che sposa, figlia
eri, né amarmi oltre il dover ti lice.
Pur ch'io scampi; che brami altro per ora?
Non t'involare al già abbastanza afflitto
misero padre. Appena giunto in salvo,
io ten farò volar l'avviso; in breve
riuniremci, spero. Or, se mi dolga
di abbandonarti, il pensa . . . Eppure, . . . ahi lasso! . . . come?. . .
MICOL Ahi me lassa! . . . e ch'io ti perda ancora? . . .
Ai passati travagli, alla vagante
vita, ai perigli, alle solinghe grotte,
lasciarti or solo ritornare? . . . Ah! s'io
teco almen fossi! . . . i mali tuoi più lievi
pur farei, . . . dividendoli . . .
DAVID Ten prego,
pel nostro amor; s'è d'uopo, anco il comando,
per quanto amante il possa; or non mi dei,
ne puoi seguir, senza mio danno espresso. -–
Ma, se Dio mi vuol salvo, omai non debbo
indugiar più: l'ora si avanza: alcuno
potria da questo padiglion spiarne,
e maligno svelarci. A palmo a palmo
questi monti conosco; a ogni uom sottrarmi
son certo. -– Or, deh! l'ultimo amplesso or dammi.
Dio teco resti; e tu, rimani al padre,
fin che al tuo sposo ti raggiunga il cielo
MICOL L'ultimo amplesso? . . . E ch'io non muoia? . . . Il core
strappar mi sento . . .
DAVID Ed io? . . . Ma, . . . frena . . . il pianto . . . −
Or, l'ali al piè, possente Iddio, m'impenna.
. . . Ei fugge? . . . oh cielo! . . . Il seguirò . . . Ma, quali
ferree catene paion rattenermi? . . .
Seguir nol posso. -– Ei mi s'invola! . . . Appena
mi reggo, . . . non ch'io 'l segua . . . Un'altra volta
perduto io l'ho! Chi sa, quando il vedrai?
Misera donna! e sposa sei? . . . fur nozze
le tue? . . . -– No, no; del crudo padre al fianco
più non rimango. Io vo' seguirti, o sposo . . . -–
Pur, se il seguo, lo uccido; è ver, pur troppo!
Come nasconder la mia lenta traccia,
su l'orme sue veloci? . . . -– Ma, dal campo
qual odo io suon, che d'armi par? . . . Ben odo . . .
ei cresce; e sordamente anco di trombe
è misto . . .E un correr di destrieri Oh cielo!
Che fia? . . . La pugna anzi al tornar del giorno,
non l'intimò Saùl. Chi sa? . . . I fratelli . . .
il mio Gionata . . . Oimè! . . . forse in periglio . . . -–
Ma, pianto, ed urli, e gemiti profondi
dal padiglion del padre odo inalzarsi? . . .
Misero padre! . . . a lui si corra . . . Oh vista!
Ei viene; ei stesso; e in quale aspetto! . . . Ah! padre . . .
SAUL Ombra adirata, e tremenda,deh! cessa:
lasciami, deh! . . . Vedi: a' tuoi piè mi prostro . . .
Ahi! dove fuggo? . . . -– ove mi ascondo? O fera
ombra terribil, placati Ma è sorda
ai miei preghi; e m'incalza? . . . Apriti, o terra,
vivo m'inghiotti . . . Ah! pur che il truce sguardo
non mi saetti della orribil ombra
MICOL Da chi fuggir? niun ti persegue. O padre,
me tu non vedi? me più non conosci?
SAUL O sommo, o santo sacerdote, or vuoi
ch'io qui mi arresti? o Samuèl, già vero
padre mio, tu l'imponi? ecco, mi atterro
al tuo sovran comando. A questo capo
già di tua man tu la corona hai cinta;
tu il fregiasti; ogni fregio or tu gli spoglia;
calcalo or tu. Ma, . . . la infuocata spada
d'Iddio tremenda, che già già mi veggo
pender sul ciglio, . . . o tu che il puoi, la svolgi
non da me, no, ma da' miei figli. I figli,
del mio fallir sono innocenti
MICOL Oh stato,
cui non fu il pari mai! -– Dal ver disgiunto,
padre, è il tuo sguardo: a me ti volgi
SAUL Oh gioia!
Pace hai sul volto? O fero veglio, alquanto
miei preghi accetti? io da' tuoi piè non sorgo,
se tu i miei figli alla crudel vendetta
pria non togli. -– Che parli? . . . Oh voce! «T'era
David pur figlio; e il perseguisti, e morto
pur lo volevi». Oh! che mi apponi? . . . Arresta.
Sospendi or, deh! Davidde ov'è? si cerchi:
ei rieda; a posta sua mi uccida, e regni:
sol che a' miei figli usi pietade, ei regni . . . -–
Ma, inesorabil stai? Di sangue hai l'occhio;
foco il brando e la man; dalle ampie nari
torbida fiamma spiri, e in me l'avventi
Già tocco m'ha; già m'arde: ahi! dove fuggo?
per questa parte io scamperò.
MICOL Né fia,
ch'io rattener ti possa, né ritrarti
al vero? Ah! m'odi: or sei
SAUL Ma no; che il passo
di là mi serra un gran fiume di sangue.
Oh vista atroce! sovra ambe le rive,
di recenti cadaveri gran fasci
ammonticati stanno: ah! tutto è morte
colà: qui dunque io fuggirò . . . Che veggo?
Chi sete or voi? -– «D'Achimelèch siam figli.
Achimelèch son io. Muori, Saulle,
muori». -– Quai grida? Ah! lo ravviso: ei gronda
di fresco sangue, e il mio sangue ei si beve.
Ma chi da tergo, oh! chi pel crin mi afferra?
Tu, Samuèl? -– Che disse? che in brev'ora
seco tutti saremo? Io solo, io solo
teco sarò; ma i figli . . . -– Ove son io? -–
Tutte spariro ad un istante l'ombre.
Che dissi? Ove son io? Che fo? Chi sei?
Qual fragor odo? ah! di battaglia parmi:
pur non aggiorna ancor: sì, di battaglia
fragore egli è. L'elmo, lo scudo, l'asta,
tosto or via, mi si rechi: or tosto l'arme
l'arme del re. Morir vogl'io, ma in campo.
MICOL Padre, che fai? Ti acqueta . . . Alla tua figlia
SAUL L'armi vogl'io; che figlia? Or, mi obbedisci.
L'asta, l'elmo, lo scudo; ecco i miei figli.
MICOL Io non ti lascio, ah! no . . .
SAUL Squillan più forte
le trombe? Ivi si vada: a me il mio brando
basta solo. -– Tu, scostati, mi lascia;
obbedisci. Là corro: ivi si alberga
morte, ch'io cerco.
ABNER
Oh re infelice! . . . Or dove,
deh! dove corri? Orribil notte è questa.
SAUL Ma, perché la battaglia?
ABNER Di repente,
il nemico ci assale: appien sconfitti
siam noi
SAUL Sconfitti? E tu fellon, tu vivi?
ABNER
Io? per salvarti vivo. Or or qui forse
Filiste inonda: il fero impeto primo
forza è schivare: aggiornerà frattanto.
Te più all'erta quassù, fra i pochi miei,
trarrò. . .
SAUL Ch'io viva, ove il mio popol cade?
MICOL Deh! vieni . . . Oimè! cresce il fragor: s'inoltra . . .
SAUL Gionata, . . . e i figli miei, . . . fuggono anch'essi?
mi abbandonano? . . .
ABNER Oh cielo! . . . I figli tuoi, . . .
no, non fuggiro . . . Ahi miseri!
SAUL T'intendo:
morti or cadono tutti
MICOL Oimè! . . . I fratelli? . . .
ABNER Ah! più figli non hai.
SAUL − Ch'altro mi avanza?
Tu sola omai, ma non a me, rimani. -–
Io da gran tempo in cor già tutto ho fermo:
e giunta è l'ora. − Abner, l'estremo è questo
de' miei comandi. Or la mia figlia scorgi
in securtà.
MICOL No, padre; a te dintorno
mi avvinghierò: contro a donzella il ferro
non vibrerà il nemico.
SAUL Oh figlia! . . . Or, taci:
non far, ch'io pianga. Vinto re non piange.
Abner, salvala, va': ma, se pur mai
ella cadesse infra nemiche mani,
deh! non dir, no, che di Saulle è figlia;
tosto di' lor, ch'ella è di David sposa;
rispetteranla. Va'; vola
ABNER S'io nulla
valgo, fia salva, il giuro; ma ad un tempo
te pur
MICOL Deh! . . . padre . . . Io non ti vo', non voglio
lasciarti.
SAUL Io voglio: e ancora il re son io.
Ma già si appressan l'armi: Abner, deh! vola:
teco, anco a forza, s'è mestier, la traggi.
MICOL Padre! . . . e per sempre? . . . Scena quinta
SAUL Oh figli miei! . . . − Fui padre.−
Eccoti solo, o re ;non ti resta
dei tanti amici, o servi tuoi. − Sei paga,
d'inesorabil Dio terribil ira? −
Ma, tu mi resti, o brando: all'ultim'uopo,
fido ministro, or vieni. -– Ecco già gli urli
dell'insolente vincitor: sul ciglio
già lor fiaccole ardenti balenarmi
veggo, e le spade a mille . . . -– Empia Filiste,
me troverai, ma almen da re, quì . . . morto. [8] -–
Note
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[1] viene estratto dal nostro bagaglio di conoscenze storiche religiose morali culturali, ecc.
[2] esagerazione
[3] stola, striscia di tessuto che i sacerdoti mettono sulle spalle.
[4] la valle di Elah in cui avvenne la leggendaria lotta di David contro Golia.
[5] Paramento sacro dell'antico culto ebraico, che veniva indossato dal sommo sacerdote − Abito di lino grezzo dei sacerdoti.
[6] Tutti i seguenti versi lirici si potran cantare senza gorgheggi da David s'egli si trova ad essere ad un tempo cantore ed attore. Altrimenti basterà per ottenere un certo effetto che ad ogni stanza preceda una breve musicaistromentale adattata al soggetto e che David poi reciti la stanza con mawstria e gravità
[7] Il paese dove Davide si rifugiò fuggendo da Saul, e dove Achimelec lo aiutò 1Sam 21:1; 22:9,11,19. Fu "la città dei sacerdoti" -– forse i sacerdoti ci si rifugiarono con l'efod dopo la cattura dell'arca e la distruzione di Silo 1 Sam 4:11. Forse è la stessa città che è menzionata da Isaia, e che fu abitata dopo il ritorno dall'esilio, che era a circa 2 chilometri a nord di Gerusalemme Is 10:32; Ne 11:32.
[8] Nell'atto ch'ei cade trafitto su la propria spada soprarrivano in folla i Filistei vittoriosi con fiaccole incendiarie e brandi insanguinati. Mentre costoro corrono con alte grida verso Saul, cade il sipario.
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