Vittorio Alfieri

Della tirannide

Edizione di riferimento:

Vittorio Alfieri, "Della tirannide; Del principe e delle lettere; La virtù sconosciuta" testi fissati criticamente da Pietro Cazzani nell'Edizione Astense del Bicentenario, vol. III: V. Alfieri, "Scritti politici e morali", I, Casa d'Alfieri, Asti 1951, a cura di P.Cazzani] Rizzoli BUR, 1996

Edizione elettronica di riferimento: http://www.liberliber.it

Scritto a Siena nel 1777 all'età di 28 anni; stampato per la prima volta nel 1790 presso Baumarchais a Kehl (Strasburgo) con la falsa data 1809, ma non reso pubblico; pubblicato in realtà nel 1800 all'insaputa e con dispetto dell'autore, per iniziativa di un libraio parigino.

Cuncti se scire fatentur

Quid fortuna ferat populi, sed dicere mussant.

Virgilio, Eneide, lib. XI

Impune quaelibet facere id est regem esse

Sallustio, Guerra Giugurtina, cap. XXXI

 PREVIDENZA DELL'AUTORE

Dir più d'una si udrà lingua maligna,

(Il dirlo è lieve; ogni più stolto il puote)

Che in carte troppe, e di dolcezza vuote,

Altro mai che tiranni io non dipigna:

Che tinta in fiel la penna mia sanguigna

Nojosamente un tasto sol percuote:

E che null'uom dal rio servaggio scuote,

Ma rider molti fa mia Musa arcigna.

Non io per ciò da un sì sublime scopo

Rimuoverò giammai l'animo, e l'arte,

Debil quantunque e poco a sì grand'uopo.

Né mie voci fien sempre al vento sparte,

S'uomini veri a noi rinascon dopo,

Che libertà chiamin di vita parte.

LIBRO PRIMO

ALLA LIBERTÀ

Soglionsi per lo più i libri dedicare alle persone potenti, perché gli autori credono ritrarne chi lustro, chi protezione, chi mercede. Non sono, o DIVINA LIBERTÀ, spente affatto in tutti i moderni cuori le tue cocenti faville: molti ne'loro scritti vanno or qua or là tasteggiando alcuni dei tuoi più sacri e più infranti diritti. Ma quelle carte, ai di cui autori altro non manca che il pienamente e fortemente volere, portano spesso in fronte il nome o di un principe, o di alcun suo satellite; e ad ogni modo pur sempre, di un qualche tuo fierissimo naturale nemico. Quindi non è meraviglia, se tu disdegni finora di volgere benigno il tuo sguardo ai moderni popoli, e di favorire in quelle contaminate carte alcune poche verità avviluppate dal timore fra sensi oscuri ed ambigui, ed inorpellate dall'adulazione.

Io, che in tal guisa scrivere non disdegno; io, che per nessun'altra cagione scriveva, se non perché i tristi miei tempi mi vietavan di fare; io, che ad ogni vera incalzante necessità, abbandonerei tuttavia la penna per impugnare sotto il tuo nobile vessillo la spada; ardisco io a te sola dedicar questi fogli. Non farò in essi pompa di eloquenza, che in vano forse il vorrei; non di dottrina, che acquistata non ho; ma con metodo, precisione, semplicità, e chiarezza, anderò io tentando di spiegare i pensieri, che mi agitano; di sviluppare quelle verità, che il semplice lume di ragione mi svela ed addita; di sprigionare in somma quegli ardentissimi desiderj, che fin dai miei anni più teneri ho sempre nel bollente mio petto racchiusi.

Io, pertanto, questo libercoletto, qual ch'egli sia, concepito da me il primo d'ogni altra mia opera, e disteso nella mia gioventù, non dubito punto nella matura età (rettificandolo alquanto) di pubblicar come l'ultimo. Che se io non ritroverei forse più in me stesso a quest'ora il coraggio, o, per dir meglio, il furore necessario per concepirlo, mi rimane pure ancora il libero senno per approvarlo, e per dar fine con esso per sempre ad ogni mia qualunque letteraria produzione.

Capitolo Primo

COSA SIA IL TIRANNO

Il definire le cose dai nomi, sarebbe un credere, o pretendere che elle fossero inalterabilmente durabili quanto essi; il che manifestamente si vede non essere mai stato. Chi dunque ama il vero, dee i nomi definire dalle cose che rappresentano; e queste variando in ogni tempo e contrada, niuna definizione può essere più permanente di esse; ma giusta sarà, ogni qualvolta rappresenterà per l'appunto quella cosa, qual ella si era sotto quel dato nome in quei dati tempi e luoghi. Ammesso questo preamboletto, io mi era già posta insieme una definizione bastantemente esatta e accurata del tiranno, e collocata l'avea in testa di questo capitolo: ma, in un altro mio libercolo, scritto dopo e stampato prima di questo, essendomi occorso dappoi di dover definire il principe, mi son venuto (senza accorgermene) a rubare a me stesso la mia definizione del tiranno. Onde, per non ripetermi, la ommetterò qui in parte; né altro vi aggiungerò, che quelle particolarità principalmente spettanti al presente mio tema, diverso affatto da quell'altro DEL PRINCIPE E DELLE LETTERE; ancorché tendente pur questo allo stesso utilissimo scopo, di cercare il vero, e di scriverlo.

TIRANNO, era il nome con cui i Greci (quei veri uomini) chiamavano coloro che appelliamo noi re. E quanti, o per forza, o per frode, o per volontà pur anche del popolo o dei grandi, otteneano le redini assolute del governo, e maggiori credeansi ed erano delle leggi, tutti indistintamente a vicenda o re o tiranni venivano appellati dagli antichi.

Divenne un tal nome, coll'andar del tempo, esecrabile; e tale necessariamente farsi dovea. Quindi ai tempi nostri, quei principi stessi che la tirannide esercitano, gravemente pure si offendono di essere nominati tiranni. Questa sì fatta confusione dei nomi e delle idee, ha posto una tale differenza tra noi e gli antichi, che presso loro un Tito, un Trajano, o qual altro più raro principe vi sia stato mai, potea benissimo esser chiamato tiranno; e così presso noi, un Nerone, un Tiberio, un Filippo secondo, un Arrigo ottavo, o qual altro mostro moderno siasi agguagliato mai agli antichi, potrebbe essere appellato legittimo principe, o re. E tanta è la cecità del moderno ignorantissimo volgo, con tanta facilità si lascia egli ingannare dai semplici nomi, che sotto altro titolo egli si va godendo i tiranni, e compiange gli antichi popoli che a sopportare gli aveano.

Tra le moderne nazioni non si dà dunque il titolo di tiranno, se non se (sommessamente e tremando) a quei soli principi, che tolgono senza formalità nessuna ai lor sudditi le vite, gli averi, e l'onore. Re all'incontro, o principi, si chiamano quelli, che di codeste cose tutte potendo pure ad arbitrio loro disporre, ai sudditi non dimanco le lasciano; o non le tolgono almeno, che sotto un qualche velo di apparente giustizia. E benigni, e giusti re si estimano questi, perché, potendo essi ogni altrui cosa rapire con piena impunità, a dono si ascrive tutto ciò ch'ei non pigliano.

Ma la natura stessa delle cose suggerisce, a chi pensa, una più esatta e miglior distinzione. Il nome di tiranno, poiché odiosissimo egli è oramai sovra ogni altro, non si dee dare se non a coloro, (o sian essi principi, o sian pur anche cittadini) che hanno, comunque se l'abbiano, una facoltà illimitata di nuocere: e ancorché costoro non ne abusassero, sì fattamente assurdo e contro a natura è per se stesso lo incarico loro, che con nessuno odioso ed infame nome si possono mai rendere abborevoli abbastanza. Il nome di re, all'incontro, essendo finora di qualche grado meno esecrato che quel di tiranno, si dovrebbe dare a quei pochi, che frenati dalle leggi, e assolutamente minori di esse, altro non sono in una data società che i primi e legittimi e soli esecutori imparziali delle già stabilite leggi.

Questa semplice e necessaria distinzione universalmente ammessa in Europa, verrebbe ad essere la prima aurora di una rinascente libertà. È il vero, che nessuna cosa poi tra gli uomini riesce permanente e perpetua; e che (come già il dissero tanti savj) la libertà pendendo tuttora in licenza, degenera finalmente in servaggio; come il regnar d'un solo pendendo sempre in tirannide, rigenerarsi finalmente dovrebbe in libertà. Ma siccome per quanto io stenda in Europa lo sguardo, quasi in ogni sua contrada rimiro visi di schiavi; siccome non può oramai la universale oppressione più ascendere, ancorché la non mai fissabile ruota delle umane cose appaja ora immobile starsi in favor dei tiranni, ogni uomo buono dee credere, e sperare, che non sia oramai molto lontana quella necessaria vicenda, per cui sottentrare al fin debba all'universale servaggio una quasi universal libertà.

Capitolo Secondo

COSA SIA LA TIRANNIDE

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

E, viceversa, tirannide parimente si dee riputar quel governo, in cui chi è preposto al creare le leggi, le può egli stesso eseguire. E qui è necessario osservare, che le leggi, cioè gli scambievoli e solenni patti sociali, non debbono essere che il semplice prodotto della volontà dei più; la quale si viene a raccogliere per via di legittimi eletti del popolo. Se dunque gli eletti al ridurre in leggi la volontà dei più le possono a lor talento essi stessi eseguire, diventano costoro tiranni; perché sta in loro soltanto lo interpretarle, disfarle, cangiarle, e il male o niente eseguirle. Che la differenza fra la tirannide e il giusto governo, non è posta (come alcuni stoltamente, altri maliziosamente, asseriscono) nell'esservi o il non esservi delle leggi stabilite; ma nell'esservi una stabilita impossibilità del non eseguirle.

Non solamente dunque è tirannide ogni governo, dove chi eseguisce le leggi, le fa; o chi le fa, le eseguisce: ma è tirannide piena altresì ogni qualunque governo, in cui chi è preposto all'eseguire le leggi non dà pure mai conto della loro esecuzione a chi le ha create.

Ma, tante specie di tirannidi essendovi, che sotto diversi nomi conseguono tutte uno stesso fine, non imprendo io qui a distinguerle fra loro, né, molto meno, a distinguerle dai tanti altri moderati e giusti governi: distinzioni, che a tutti son note.

Se più sopportabili siano i molti tiranni, o l'un solo, ella è questione problematica assai. La lascierò anche in disparte per ora, perché essendo io nato e cresciuto nella tirannide d'un solo, ed essendo questa la più comune in Europa, di essa più volentieri e con minore imperizia mi avverrà forse di ragionare; e con utile maggiore fors'anco pe' miei cotanti conservi. Osserverò soltanto di passo, che la tirannide di molti, benché per sua natura maggiormente durevole (come ce lo dimostra Venezia) nondimeno a chi la sopporta ella sembra assai men dura e terribile, che quella di un solo. Di ciò ne attribuisco la cagione alla natura stessa dell'uomo, in cui l'odio ch'egli divide contro ai molti, si scema; come altresì il timore che si ha dei molti, non agguaglia mai quello che si ha riunitamente di un solo; ed in fine, i molti possono bensì essere continuamente ingiusti oppressori dell'universale, ma non mai, per loro privato capriccio, dei diversi individui. In codesti governi di più, che la corruzione dei tempi, lo avere scambiato ogni nome, e guasta ogni idea, hanno fatto chiamar repubbliche; il popolo in codesti governi, non meno schiavo che nella mono-tirannide, gode nondimeno di una certa apparenza di libertà, ed ardisce profferirne il nome senza delitto: e, pur troppo il popolo, allor quando corrotto è, ignorante, e non libero, egli si appaga della sola apparenza.

Ma, tornando io alla tirannide di un solo, dico; che di questa ve n'ha di più sorti. Ereditaria può essere, ed anche elettiva. Di questa seconda specie sono, fra i moderni, lo stato pontificio, e molti degli altri stati ecclesiastici. Il popolo, in tali governi, pervenuto all'ultimo grado di politica stupidità, vede a ogni tratto, per la morte del celibe tiranno, ricadere in sua mano la propria libertà, che egli non conosce, né cura; quindi se la vede tosto ritogliere dai pochi elettori che gli ricompongono un altro tiranno, il quale ha per lo più tutti i vizj degli ereditarj tiranni, e non ne ha la forza effettiva per costringere i sudditi a sopportarlo. E questa tirannide pure tralascerò, come toccata in sorte a pochissimi uomini; e, per la loro smisurata viltà, indegni interamente di un tal nome.

Intendo io dunque di ragionare oramai di quella ereditaria tirannide, che da lunghi secoli in varie parti del globo più o meno radicata, non mai, o rarissimamente o passeggeramente, ricevea danni dalla risorta libertà; e non veniva alterata o distrutta, se non se da un'altra tirannide. In questa classe annovero io tutti i presenti regni dell'Europa, eccettuandone soltanto finora quel d'Inghilterra e la Pollonia ne eccettuerei, se alcuna parte di essa salvandosi dallo smembramento, e persistendo pure nel volere aver servi e chiamarsi repubblica, servi ne divenissero i nobili, e libero il popolo.

MONARCHIA, è il dolce nome che la ignoranza, l'adulazione, e il timore, davano e danno a questi sì fatti governi. A dimostrarne la insussistenza, credo che basti la semplice interpretazione del nome. O monarchia vuol dire, la esclusiva e preponderante autorità d'un solo; e monarchia allora è sinonimo di tirannide: o ella vuol dire, l'autorità di un solo, raffrenato da leggi; le quali, per poter raffrenare l'autorità e la forza, debbono necessariamente anch'esse avere una forza ed autorità effettiva, eguale per lo meno a quella del monarca; e in quel punto stesso in cui si trovano in un governo due forze e autorità in bilancia fra loro, egli manifestamente cessa tosto di essere monarchia. Questa greca parola non significa altro in somma, fuorché Governo ed autorità d'uno solo; e con leggi; s'intende; perché niuna società esiste senza alcuna legge tal quale: ma, ci s'intende pur anco Autorità di un solo sopra alle leggi; perché niuno è monarca, là dove esiste un'autorità maggiore, o eguale, alla sua.

Ora, io domando in qual cosa differisca il governo e autorità di un solo nella tirannide, dal governo e autorità d'un solo nella monarchia. Mi si risponde: "Nell'abuso". Io replico: "E chi vi può impedire quest'abuso?" Mi si soggiunge: "Le leggi". Ripiglio: "Queste leggi hanno elle forza ed autorità per se stesse, indipendente affatto da quella del principe?" Nessuno più a questa obiezione mi replica. Dunque, all'autorità d'un solo, potente d armato, andando annessa l'autorità di queste pretese leggi (e fossero elle pur anche divine) ogniqualvolta le leggi e costui non concordano, che faranno le misere, per se stesse impotenti, contro alla potestà assoluta e la forza? Soggiaceranno le leggi: e tutto giorno, in fatti, soggiacciono. Ma, se una qualunque legittima forza effettiva verrà intromessa nello stato per creare, difendere, e mantenere le leggi, chiarissima cosa è che un tale governo non sarà più monarchia; poiché al fare o disfare le leggi l'autorità d'un solo non vi basterà. Onde, questo titolo di monarchia, perfettissimo sinonimo di tirannide, ma non così abborrito finora, non viene adattato ai nostri governi per altro, che per accertare i principi della loro assoluta signoria; e per ingannare i sudditi, lasciandoli o facendoli dubitare della loro assoluta servitù.

Di quanto asserisco, se ne osservi continuamente la prova nella opinione stessa dei moderni re. Si gloriano costoro del nome di monarchi, e mostrano di abborrire quel di tiranni; ma nel tempo stesso reputano assai minori di loro quegli altri pochi principi o re, che ritrovando limiti infrangibili al loro potere, dividono l'autorità colle leggi. Questi assoluti re sanno dunque benissimo, che fra monarchia e tirannide non passa differenza nessuna. Così lo sapessero i popoli, che pure tuttora colla loro trista esperienza lo provano! Ma i principi europei, di tiranni tengono caro il potere, e di monarchi il nome soltanto: i popoli all'incontro, spogliati, avviliti, ed oppressi dalla monarchia, la sola tirannide stupidamente abborriscono.

Ma i pochi uomini, che re non sono né schiavi, ove per avventura non tengano a vile del paro i principi tutti; i monarchi, come tiranni; ed i principi limitati, come perpetuamente inclinati a divenirlo; i pochi veri uomini pensanti, si avveggono pure quanto sia più onorevole, più importante, e più gloriosa dignità il presiedere con le leggi ad un libero popolo d'uomini, che il malmenare a capriccio un vile branco di pecore.

Tralascio ogni ulteriore prova (che necessaria non è) per dimostrare che una monarchia limitata non vi può essere, senza che immediatamente cessi la monarchia; e che ogni monarchia non limitata è tirannide, ancorché il monarca in qualche istante, non abusando egli in nessun modo del suo poter nuocere, tiranno non sia. E tali prove tralascio, per amor di brevità, e perché intendo di parlare a lettori, a cui non è necessario il dir tutto. Passerò quindi ad analizzare la natura della mono-tirannide, e quai siano i mezzi per cui, così ben radicatasi nell'Europa, inespugnabile ella vi si tiene oramai.

Capitolo Terzo

DELLA PAURA

I Romani liberi, popolo al quale noi non rassomigliamo in nulla, come sagaci conoscitori del cuor dell'uomo, eretto aveano un tempio alla Paura; e, creatala Dea, le assegnavano sacerdoti, e le sagrificavano vittime. Le corti nostre a me pajono una viva immagine di questo culto antico, benché per tutt'altro fine instituite. Il tempio è la reggia; il tiranno n'è l'idolo; i cortigiani ne sono i sacerdoti; la libertà nostra, e quindi gli onesti costumi, il retto pensare, la virtù, l'onor vero, e noi stessi; son queste le vittime che tutto dì vi s'immolano.

Disse il dotto Montesquieu, che base e molla della monarchia ella era l'onore. Non conoscendo io, e non credendo a codesta ideale monarchia, dico, e spero di provare; Che base e molla della tirannide ella è la sola paura.

E da prima, io distinguo la paura in due specie, chiaramente fra loro diverse, sì nella cagione che negli effetti; la paura dell'oppresso, e la paura dell'oppressore.

Teme l'oppresso, perché oltre quello ch'ei soffre tuttavia, egli benissimo sa non vi essere altro limite ai suoi patimenti che l'assoluta volontà e l'arbitrario capriccio dell'oppressore. Da un così incalzante e smisurato timore ne dovrebbe pur nascere (se l'uom ragionasse) una disperata risoluzione di non voler più soffrire: e questa, appena verrebbe a procrearsi concordemente in tutti o nei più, immediatamente ad ogni lor patimento perpetuo fine porrebbe. Eppure, al contrario, nell'uomo schiavo ed oppresso, dal continuo ed eccessivo temere nasce vie più sempre maggiore ed estrema la circospezione, la cieca obbedienza, il rispetto e la sommissione al tiranno; e crescono a segno, che non si possono aver maggiori mai per un Dio.

Ma, teme altresì l'oppressore. E nasce in lui giustamente il timore della coscienza della propria debolezza effettiva, e in un tempo, dell'accattata sterminata sua forza ideale. Rabbrividisce nella sua reggia il tiranno (se l'assoluta autorità non lo ha fatto stupido appieno) allorché si fa egli ad esaminare quale smisurato odio il suo smisurato potere debba necessariamente destare nel cuore di tutti.

La conseguenza del timor del tiranno riesce affatto diversa da quella del timore del suddito; o, per meglio dire, ella è simile in un senso contrario; in quanto, né egli, né i popoli, non emendano questo loro timore come per natura e ragione il dovrebbero; i popoli, col non voler più soggiacere all'arbitrio d'un solo; i tiranni, col non voler più sovrastare a tutti per via della forza. Ed in fatti, spaventato dalla propria potenza, sempre mal sicura quando ella è eccessiva, pare che dovrebbe il tiranno renderla alquanto meno terribile altrui, se non con infrangibili limiti, almeno coll'addolcirne ai sudditi il peso. Ma, nella guisa stessa che i sudditi non diventano disperati e feroci, ancorché altro non resti loro da perdere se non una misera vita; così, neppure il tiranno diventa mite ed umano, ancorché altro non gli rimanga da acquistare, se non la fama, e l'amore dei sudditi. Il timore e il sospetto, indivisibili compagni d'ogni forza illegittima (e illegittimo è tutto ciò che limiti non conosce) offuscano talmente l'intelletto del tiranno anche mite per indole, che egli ne diviene per forza crudele, e pronto sempre ad offendere, e a prevenire gli effetti dell'altrui odio meritato e sentito. Egli perciò crudelissimamente suole punire ogni menomo tentativo dei sudditi contro a quella sua propria autorità ch'egli stesso conosce eccessiva; e non lo punisce allor quando eseguito sia, o intrapreso, ma quando egli suppone, o finge anche di supporre, che un tal tentativo possa solamente essere stato concepito.

La esistenza reale di queste due paure non è difficile a dimostrarsi. Di quella dei sudditi, argomentando ciascuno di noi dalla propria, non ne dubiterà certamente nessuno: della paura dei tiranni, assai ne fan fede i tanti e così diversi sgherri, che giorno e notte li servono e custodiscono.

Ammessa questa reciproca innegabile paura, esaminiamo quali debbano riuscire questi uomini che sempre tremano: e parliamo da prima dei sudditi, cioè di noi stessi, che ben ci dobbiamo conoscere; parleremo dei tiranni, per congettura, dappoi. E scegliamo nella tirannide quei pochi uomini, a cui e la robustezza delle fibre, e una miglior educazione, e una certa elevazion d'animo (quanta ne comportino i tempi) e in fine una minor dipendenza, dovrebbero far conoscere più il vero, e lasciarli tremare assai meno che gli altri: investigati quali siano, e quali possano, e debbano essere questi, dal loro valore argomenteremo per induzione quali siano ed esser debbano poi gli altri tutti. Questi pochissimi, degni per certo di miglior sorte, veggono pure ogni giorno nella tirannide il coltivatore, oppresso dalle arbitrarie gravezze, menare una vita stentata e infelice. Una gran parte di essi ne veggono estrarre per forza dai loro tugurj per portar l'armi; e non già per la patria, ma pel loro e suo maggior nemico, e contro a se stessi: veggono costoro il popolo delle città, l'una metà mendico, ricchissimo l'altra, e tutto egualmente scostumato; veggono inoltre, la giustizia venduta, la virtù dispregiata, i delatori onorati, la povertà ascritta a delitto, le cariche e gli onori rapiti dal vizio sfacciato, la verità severamente proscritta, gli averi la vita l'onore di tutti nella mano di un solo; e veggono essere incapacissimo di tutto quel solo, e lasciare egli poi il diritto di arbitrariamente disporne ad altri pochi, non meno incapaci, e più tristi: tutto ciò veggono palpabilmente ogni giorno quei pochi enti pensanti, che la tirannide non ha potuti impedire; e in ciò vedere, sommessamente sospirando, si tacciono. Ma, perché si tacciono? per sola paura. Nella tirannide, è delitto il dire, non meno che il fare. Da questa feroce massima dovrebbe almeno risultarne, che in vece di parlare, si operasse; ma (pur troppo!) né l'uno né l'altro si ardisce.

Se dunque a tal segno avviliti sono i migliori, quali saranno in un tal governo poi gli altri? qual nome inventar si dovrà per distinguerli da coloro, che nei ragguardevoli antichi governi cotanto illustravano il nome di uomo? Si affaticano tutto dì gli scrittori per dimostrarci, che il caso e le circostanze ci vogliono sì fattamente diversi da quelli; ma nessuno ci insegna in qual modo si possano dominare il caso e le circostanze, né fino a qual punto questa diversità intendere e tollerare si debba. Si affaticano per altra parte i tiranni, e i loro tanti fautori più vili di essi, nel persuaderci che noi non siamo più di quella generosa specie antica. E, certo, finché sopportiamo il loro giogo tacendo, ella è quasi minore infamia per noi il credere piuttosto in ciò ai tiranni, che non ai moderni scrittori.

Tutti dunque, e buoni e cattivi, e dotti e ignoranti, e pensatori e stupidi, e prodi e codardi; tutti, qual più qual meno, tremiamo nella tirannide. E questa è per certo la vera universale efficacissima molla di un tal governo; e questo è il solo legame, che tiene i sudditi col tiranno.

Si esamini ora, se il timor del tiranno sia parimente la molla del suo governare, e il legame che lo tiene coi sudditi. Costui, vede per lo più gli infiniti abusi dello informe suo reggere; ne conosce i vizj, i principj distruttivi, le ingiustizie, le rapine, le oppressioni; e tutti in somma i tanti gravissimi mali della tirannide, meno se stesso. Vede costui, che le troppe gravezze di giorno in giorno spopolano le desolate provincie; ma tuttavia non le toglie; perché da quelle enormi gravezze egli ne va ritraendo i mezzi per mantenere l'enorme numero de' suoi soldati, spie, e cortigiani; rimedj tutti (e degnissimi) alla sua enorme paura. E vede anch'egli benissimo, che la giustizia si tradisce o si vende; che gli uffizj e gli onori più importanti cadono sempre ai peggiori; e queste cose tutte, ancorché ben le veda, non le ammenda pur mai il tiranno. E perché non le ammenda? perché, se i magistrati fossero giusti, incorrotti, ed onesti, verrebbe tolto a lui primo ogni iniquo mezzo di colorare le sue private vendette sotto il nome di giustizia. Ne avviene da ciò, e da altre simili cose, che dovendo egli mal grado suo, e senza avvedersene quasi, reputare se stesso come il primo vizio dello stato, traluce all'intelletto suo un fosco barlume di verità che gl'insegna, che se alcuna idea di vera giustizia si venisse a introdurre nel suo popolo, la prima giustizia si farebbe di lui: appunto perché nessun altr'uomo (per quanto sia egli scellerato) non può mai in una qualunque società nuocere sì gravemente ed a tanti, come può nuocere impunemente ogni giorno quest'uno nella propria tirannide. Ciascun tiranno dunque, al solo nome di vera giustizia, trema: ogni vero lume di sana ragione gli accresce il sospetto; ogni verità luminosa lo adira; lo spaventano i buoni; e non crede mai sicuro se stesso, se egli non affida ogni più importante carica a gente ben sua; cioè venduta e simile a lui, e ciecamente pensante al suo modo: il che importa, una gente più assai ingiusta, più tremante, e quindi più crudele, e più mille volte opprimente, ch'egli nol sia.

«Ma, un tal principe si può dare» (dirammi taluno) «il quale ami gli uomini, aborrisca il vizio, e non lasci trionfare né rimuneri altro, che la sola virtù». Al che rispondo io, col domandare: «Può egli esistere un uomo buono ed amico degli uomini, il quale, non essendo stupido, si creda pure, o finga di credersi, per diritto divino, superiore assolutamente non solo ad ogni individuo, ma alla massa di tutti riuniti; e stimi non dover dar conto delle opere sue e di sé, fuorché a Dio?» Io mi farò a credere che un tal ente possa essere un uomo buono, allor quando avrò visto un solo esempio, per cui, avendo costui voluto veramente il maggior bene di quegli altri enti suoi, ma di una minore specie di lui, egli avrà prese le più efficaci misure per impedire che in quella sua società dove egli solo era il tutto, e gli altri tutti il nulla, un qualche altro eletto da Dio al paro di lui, non potesse d'allora in poi commettere illimitatamente e impunemente quel male stesso che egli sapea certamente essersi commesso in quello stesso suo stato prima che ei vi regnasse; e che egli certamente sapea, attesa la natura dell'uomo, dovervisi poi commettere di bel nuovo dopo il suo regno. Ma, come potrà egli chiamarsi buono quell'uomo, che dovendo e potendo fare un così gran bene a un sì fatto numero d'uomini, pure nol fa? E per qual altra ragione nol fa egli, se non perché un tal bene potrebbe diminuire ai suoi venturi figli o successori del suo illimitato orribil potere, del nuocere con impunità? E si noti di più, che costui potrebbe con un tal nobile mezzo acquistare a se stesso, in vece di quell'infame illimitato potere di nuocere ch'egli avrebbe distrutto, una immensa e non mai finora tentata gloria; e la più eminente che possa cadere mai nella mente dell'uomo; di avere, colle proprie legittime privazioni, stabilita la durevole felicità di un popolo intero. Ora, ch'è egli dunque codesto buon principe, di cui ci vanno ogni giorno intronando gli orecchi la viltà ed il timore? un uomo, che non si reputa un uomo; (ed infatti non lo è; ma in tutt'altro senso ch'ei non l'estima) un ente, che forse vuole il bene del corpo degli altri, cioè che non siano né nudi, né mendici; ma, che volendoli ciecamente obbedienti all'arbitrio d'un solo, necessariamente li vuole ad un tempo e stupidi, e vili, e viziosi, e assai men uomini in somma che bruti. Un tale buon principe (che buono altramente non può esser mai chiunque possiede una usurpata, illegittima, illimitata autorità) potrà egli giustamente da chi ragiona chiamarsi meno tiranno che il pessimo, poiché gli stessi pessimi effetti dall'uno come dall'altro ridondano? e, come tale, si dovrà egli meno abborrire da chi conosce e sente il servaggio? Il conservare, il difendere ad ogni costo, il reputare come la più nobile sua prerogativa lo sterminato potere di nuocere a tutti, non è egli sempre uno imperdonabil delitto agli occhi di tutti, ancorché pure chi è reo di tal pregio in modo nessuno mai non ne abusi? E si può egli creder mai, che codesto sognato buon principe possa andare esente dalla paura, poiché egli pure persiste nel rimanere, per via della forza, maggior delle leggi? E può egli costui, più che gli altri suoi pari, esimere i sudditi dalla paura, poich'essi all'ombra di leggi in nulla sottoposte a soldati, non possono securamente mai ridersi di niuno de' suoi assoluti capricci, che volesse (anco istantaneamente) usurparsi il titolo sacro di legge? Io crederei all'incontro, che per lo più quei tiranni che hanno da natura una miglior indole, riescano, quanto all'effetto, i peggiori pel popolo. Ed eccone una prova. Gli uomini buoni suppongono sempre che gli altri sian tali; i tiranni tutti per lo più niente affatto conoscono gli uomini, presi universalmente; ma niente affatto poi certamente conoscono quelli che non vedono mai, e pochissimo quelli che vedono. Ora, non v'ha dubbio, che gli uomini che si accostano a loro son sempre i cattivi, perché un uomo veramente buono sfuggirà di continuo, come un mostro, la presenza d'ogni altro uomo, la cui sterminata autorità, oltre al poterlo spogliar di ogni cosa, può anche per l'influenza dell'esempio e della necessità, costringerlo a cessar di esser buono. Ne avviene da ciò, che al tiranno cattivo accostandosi i cattivi uomini, vi si fanno l'un l'altro pessimi; ma i ribaldi accostandosi all'ottimo tiranno, si fingono allora buoni, e lo ingannano. E questo accade ogni dì; talché la tirannide per lo più non risiede nella persona del tiranno, ma nell'abusiva e iniqua potenza di lui, amministrata dalla necessaria tristizia de'cortigiani. Ma, dovunque risieda la tirannide, pe' miseri sudditi la servitù riesce pur sempre la stessa; e anzi, più dura riesce per l'universale sotto il tiranno buono, ancorché forse alquanto meno crudele riesca per gl'individui.

Il tiranno buono forse non trema da principio in se stesso, perché la coscienza non lo rimorde di nessuna usata violenza; o, per dir meglio, egli trema assai meno del reo: che infin ch'egli tiene un'autorità illimitata, ch'egli benissimo sa (per quanto ignorante egli sia) non essere legittima mai, non si può interamente esimere dalla paura. Ed in prova, per quanto sia pacifico e sicuro al di fuori il tiranno, non annulla pur mai i soldati al di dentro. Ma, anche supponendo che il mite tiranno non tremi egli stesso, tremano pur sempre in nome di lui per se stessi quei pochi pessimi che, usurpata sotto l'ombre del nome suo l'autorità principesca, la esercitano. Quindi la paura vien sempre ad essere la base, la cagione, ed il mezzo di ogni tirannide, anche sotto l'ottimo tiranno.

E non mi si alleghino Tito, Trajano, Marc'Aurelio, Antonino; e altri simili, ma sempre pochissimi, virtuosi tiranni. Una prova invincibile che costoro non andavano mai esenti dalla paura, si è, che nessuno di essi dava alle leggi autorità sovra la sua propria persona; e non la dava egli, perché espressamente sapea che ne sarebbe stato offeso egli primo: nessuno di essi annullava i soldati perpetui, o ardiva sottoporgli ad un'altra autorità che alla propria; perché convinto era che non rimaneva la persona sua abbastanza difesa senz'essi. Ciascuno dunque di costoro era pienamente certo in se stesso, che l'autorità sua era illimitata, poiché sottoporla non voleva alle leggi; e che illegittima ell'era, poiché sussistere non potea senza il terror degli eserciti. Domando, se un tale ottimo tiranno si possa dagli uomini reputare e chiamare un uomo buono? colui, che trovandosi in mano un potere ch'egli conosce vizioso, illegittimo, e dannosissimo, non solamente non se ne spoglia egli stesso, ma non imprende almeno (potendolo pur fare con laude e gloria immensa) di spogliarne coloro che verran dopo lui: gente, a cui, per non esserne essi ancora al possesso, nulla affatto si toglie coll'impedir loro quella usurpazione stessa; e massimamente venendo loro impedita da quei tiranni che figli non lasciano. Né sotto Tito, Trajano, Marc'Aurelio, e Antonino, cessava la paura nei sudditi. La prova ne sia, che nessuno dei sudditi ardiva francamente dir loro, che si facessero (quali esser doveano) minori delle leggi, e che la repubblica restituissero.

Ma facil cosa è ad intendersi perché gli scrittori si accordino nel dar tante lodi a codesti virtuosi tiranni; e nel dire, che se gli altri tutti potessero ad essi rassomigliarsi, il più eccellente governo sarebbe il principato. Eccone la ragione. Allorché una paura è stata estrema e terribile, il trovarsela ad un sol tratto scemata dei due terzi, fa sì, che il terzo rimanente si chiama e si reputa un nulla. Qual ente è egli dunque costui, che dalla sola sua spontanea e libera benignità possa e debba dipendere assolutamente la felicità o infelicità di tanti e tanti milioni di uomini? Costui, può egli essere disappassionato interamente? egli sarebbe stupido affatto. Può egli amar tutti, e non odiar mai nessuno? può egli non essere ingannato mai? può egli aver la possanza di far tutti i mali, e non ne fare pur mai nessunissimo? può egli, in somma, reputar sé di una specie diversa e superiore agli altri uomini, e con tutto ciò anteporre il bene di tutti al ben di se stesso?

Non credo che alcun uomo al mondo vi sia, che volesse dare al suo più vero e sperimentato amico un arbitrio intero sopra il suo proprio avere, su la propria vita, ed onore; né, se un tal uom pur ci fosse, quel suo verace amico vorrebbe mai accettare un così strano pericoloso e odioso incarico. Ora, ciò che un sol uomo non concederebbe mai per sé solo al suo più intimo amico, tutti lo concederebbero per se stessi, e pe' lor discendenti, e lo lascierebbero tener colla viva forza, da un solo, che amico loro non è né può essere? da un solo, che essi per lo più non conoscono; a cui pochissimi si avvicinano; ed a cui non possono neppure i molti dolersi delle ingiustizie ricevute in suo nome? Certo, una tal frenesia non è mai caduta, se non istantaneamente, in pensiero ad una moltitudine d'uomini: o, se pure una tale stupida moltitudine vi è stata mai, che concedesse ad un solo una sì stravagante autorità, non potea essa costringer giammai le future generazioni a raffermarla e soffrirla. Ogni illimitata autorità è dunque sempre, o nella origine sua, o nel progresso, una manifesta e atrocissima usurpazione sul dritto naturale di tutti. Quindi io lascio giudice ogni uomo, se quell'uno che la esercita può mai tranquillamente e senza paura godersi la funesta e usurpata prerogativa di poter nuocere illimitatamente e impunemente a ciascuno ed a tutti: mentre ogni qualunque onesto privato si riputerebbe infelicissimo di potere in simil guisa nuocere al miglior suo amico, per dritto spontaneamente concedutogli: e mentre, certamente, ogni amicizia fra costoro verrebbe a cessare, all'incominciare della possibilità di esercitar un tal dritto.

La natura dell'uomo è di temere e perciò di abborrire chiunque gli può nuocere, ancorché giustamente gli nuoca. Ed in prova, fra que' popoli dove l'autorità paterna e maritale sono eccessive, si ritrovano i più spessi e terribili esempj della ingratitudine, disamore, disobbedienza, odio, e delitti delle mogli e dei figli. Quindi è, che il nuocere giustamente a chi male opera, essendo nelle buone repubbliche una prerogativa delle leggi soltanto; e i magistrati, semplici esecutori di esse, elettivi essendovi ed a tempo; nelle buone repubbliche si viene a temer molto le leggi, senza punto odiarle, perché non sono persona; si viene a rispettarne semplicemente gli esecutori, senza moltissimo odiarli, perché troppi son essi, e tuttora si vanno cangiando; e si viene finalmente a non odiar né temere individuo nessuno.

Ma all'incontro la immagine dell'ereditario tiranno si appresenta sempre ai popoli sotto l'aspetto di un uomo, che avendo loro involato una preziosissima cosa, audacemente lor nega che l'abbiano essi posseduta giammai; e tiene perpetuamente sguainata la spada, per impedire che ritolta gli sia. Può non ferire costui; ma chi può non temerne? Possono i popoli non si curare di ridomandargliela; ma il tiranno, non potendosi accertar mai della lor non curanza, non si lascia perciò mai ritrovar senza spada. Non è dunque coraggio contra coraggio, ma paura contro paura, la molla che questa usurpazione mantiene.

Ma, mentre io della PAURA sì lungamente favello, già già mi sento gridar d'ogni intorno: «E quando fra due ereditarj tiranni si combatte, quei tanti e tanti animosi uomini che affrontano per essi la morte, sono eglino guidati dalla paura, ovver dall'onore?» Rispondo; che di questa specie d'onore parlerò a suo luogo; che anche gli orientali, popoli sempre servi, i quali a parer nostro non conoscono onore, e che riputiamo di sì gran lunga inferiori a noi, gli orientali anch'essi animosissimamente combattono pe' loro tiranni, e danno per quelli la vita. Ne attribuisco in parte la cagione alla naturale ferocia dell'uomo; al bollore del sangue che nei pericoli si accresce ed accieca; alla vanagloria ed emulazione, per cui nessun uomo vuol parere minore di un altro; ai pregiudizj succhiati col latte; ed in ultimo lo attribuisco, più che ad ogni altra cosa, alla già tante volte nominata PAURA. Questa terribilissima passione, sotto tanti e così diversi aspetti si trasfigura nel cuor dell'uomo, ch'ella vi si può per anco travestire in coraggio. Ed i moderni eserciti nostri, nei quali vengono puniti di morte quelli che fuggono dalla battaglia, ne possono fare ampia fede. Questi nostri eroi tiranneschi, che per pochi bajocchi il giorno vendono al tiranno la loro viltà, appresentati dai loro condottieri a fronte del nemico, si trovano avere alle spalle i loro proprj sergenti con le spade sguainate; e spesso anche delle artiglierie vi si trovano, affinché, atterriti da tergo, codesti vigliacchi simulino coraggio da fronte. Senza aver molto onore, potranno dunque cotali soldati anteporre una morte non certa e onorevole ad una infame e certissima.

Capitolo Quarto

DELLA VILTÀ

Dalla paura di tutti nasce nella tirannide la viltà dei più. Ma i vili in supremo grado necessariamente son quelli, che si avvicinano più al tiranno, cioè al fonte di ogni attiva e passiva paura. Grandissima perciò, a parer mio, passa la differenza fra la viltà e la paura. Può l'uomo onesto, per le fatali sue natìe circostanze, trovarsi costretto a temere; e temerà costui con una certa dignità; vale a dire, egli temerà tacendo, sfuggendo sempre perfino l'aspetto di quell'uno che tutti atterrisce, e fra se stesso piangendo, o con pochi a lui simili, la necessità di temere, e la impossibilità d'annullare, o di rimediare a un così indegno timore. All'incontro, l'uomo già vile per propria natura, facendo pompa del timor suo, e sotto la infame maschera di un finto amore ascondendolo, cercherà di accostarsi, d'immedesimarsi, per quanto egli potrà, col tiranno: e spererà quest'iniquo di scemare in tal guisa a se stesso il proprio timore, e di centuplicarlo in altrui.

Onde, ella mi pare ben dimostrata cosa, che nella tirannide, ancorché avviliti sian tutti, non perciò tutti son vili.

Capitolo Quinto

DELL'AMBIZIONE

Quel possente stimolo, per cui tutti gli uomini, qual più, qual meno, ricercando vanno di farsi maggiori degli altri, e di sé; quella bollente passione, che produce del pari e le più gloriose e le più abbominevoli imprese; l'ambizione in somma, nella tirannide non perde punto della sua attività, come tante altre nobili passioni dell'uomo, che in un tal governo intorpidite rimangono e nulle. Ma, l'ambizione nella tirannide, trovandosi intercette tutte le vie e tutti i fini virtuosi e sublimi, quanto ella è maggiore, altrettanto più vile riesce e viziosa.

Il più alto scopo dell'ambizione in chi è nato non libero, si è di ottenere una qualunque parte della sovrana autorità: ma in ciò quasi del tutto si assomigliano e le tirannidi e le più libere e virtuose repubbliche. Tuttavia, quanto diversa sia quell'autorità parimente desiata, quanto diversi i mezzi per ottenerla, quanto diversi i fini allor quando ottenuta siasi, ciascuno per se stesso lo vede. Si perviene ad un'assoluta autorità nella tirannide, piacendo, secondando, e assomigliandosi al tiranno: un popolo libero non concede la limitata e passeggera autorità, se non se a una certa virtù, ai servigj importanti resi alla patria, all'amore del ben pubblico in somma, attestato coi fatti. Né i tutti possono volere altro utile mai, che quello dei tutti; né altri premiare, se non quelli che arrecano loro quest'utile. È vero nondimeno, che possono i tutti alle volte ingannarsi, ma per breve tempo; e l'ammenda del loro errore sta in essi pur sempre. Ma il tiranno, che è uno solo, ed un contra tutti, ha sempre un interesse non solamente diverso, ma per lo più direttamente opposto a quello di tutti: egli dee dunque rimunerare chi è utile a lui; e quindi, non che premiare, perseguitare e punire debb'egli chiunque veramente tentasse di farsi utile a tutti.

Ma, se il caso pure volesse che il bene di quell'uno fosse ad un tempo in qualche parte il bene di tutti, il tiranno nel rimunerarne l'autore pretesterebbe forse il ben pubblico; ma, in essenza, egli ricompenserebbe il servigio prestato al suo privato interesse. E così colui, che avrà per caso servito lo stato (se pure una tirannide può dirsi mai stato, e se giovar si può ai servi, non liberandoli prima d'ogni cosa dalla lor servitù) colui pur sempre dirà, ch'egli ha servito il tiranno; svelando con queste parole o il vile suo animo, o il suo cieco intelletto. Ed il tiranno stesso, ove la paura sua, e la dissimulazione che n'è figlia, non gli vadano rammentando che si dee pur nominare, almeno per la forma, lo stato; il tiranno anch'egli dirà, per innavvertenza, di aver premiato i servigj prestati a lui stesso.

Così Giulio Cesare scrittore, parlando di Giulio Cesare capitano, e futuro tiranno, si lasciava sfuggir dalla penna le seguenti parole: Scutoque ad eum (ad Caesarem) relato Scaevae Centurionis, inventa sunt in eo foramina CCXXX: quem Caesar, ut erat DE SE meritus et de republica, donatum millibus ducentis, etc. Si vede in questo passo dalle parole, DE SE meritus, quanto il buon Cesare, essendosi pure prefisso nei suoi commentarj di non parlar di se stesso se non alla terza persona, ne parlasse qui inavvertentemente alla prima; e talmente alla prima, che la parola de republica non veniva che dopo la parola DE SE, quasi per formoletta di correzione. In tal modo scriveva e pensava il più magnanimo di tutti i tiranni, allor quando non si era ancor fatto tale; quando egli stava ancora in dubbio se potrebbe riuscir nella impresa: ed era costui nato e vissuto cittadino fino a ben oltre gli anni quaranta. Ora, che penserà e dirà egli su tal punto un volgare tiranno? colui, che nato, educato tale, certo di morire sul trono, se ne vive fino alla sazietà nauseato di non trovar mai ostacoli a qualunque sua voglia?

Risulta, mi pare, da quanto ho detto fin qui; che l'ottenere il favore di un solo attesta pur sempre più vizj che virtù in colui che l'ottiene; ancorché quel solo che lo accorda, potesse esser virtuoso; poiché, per piacere a quel solo, bisogna pur essere o mostrarsi utile a lui, mentre la virtù vuole che l'uomo pubblico evidentemente sia utile al pubblico. E parimente risulta dal fin qui detto; che l'ottenere il favore di un popolo libero, ancorché corrotto sia egli, attesta nondimeno necessariamente in chi l'ottiene, alcuna capacità e virtù; poiché, per piacere a molti ed ai più, bisogna manifestamente essere, o farsi credere, utile a tutti; cosa, che, o da vera o da finta intenzione ella nasca, sempre a ogni modo richiede una tal quale capacità e virtù. In vece che il mostrarsi piacevole ed utile a un solo potente col fine di usurparsi una parte della di lui potenza, richiede sempre e viltà di mezzi, e picciolezza di animo, e raggiri, e doppiezze, e iniquità moltissime, per competere e soverchiare i tanti altri concorrenti per lo stesso mezzo ad una cosa stessa.

E quanto asserisco, mi sarà facile il provar con esempj. Erano già molto corrotti i Romani, e già già vacillava la lor libertà, allorché Mario, guadagnati a sé i suffragj del popolo, si facea console a dispetto di Silla e dei nobili. Ma si consideri bene quale si fosse codesto Mario; quali e quante virtù egli avesse già manifestate e nel foro e nel campo; e tosto si vedrà che il popolo giustamente lo favoriva, poiché (secondo le circostanze ed i tempi) le virtù sue soverchiavano di molto i suoi vizj. Erano i Francesi, non liberi, (che stati fino ai dì nostri non lo sono pur mai) ma in una crisi favorevole a far nascere libertà, ed a fissare per sempre i giusti limiti di un ragionevole principato, allorché saliva sul trono Arrigo quarto, quell'idolo dei Francesi un secolo dopo morte. Sully, integerrimo ministro di quell'ottimo principe, ne godeva in quel tempo, e ne meritava, il favore. Ma, se si vuole per l'appunto appurare qual fosse la politica virtù di codesti due uomini, ella si giudichi da quello che fecero. Sully, ebbe egli mai la virtù e l'ardire di prevalersi di un tal favore, e di sforzare con evidenza di ragioni inespugnabili quell'ottimo re, a innalzare per sempre le stabili e libere leggi sopra di sé e dei suoi successori? e se egli ne avesse avuto l'ardire, si può egli presumere, che avrebbe conservato il favore di Arrigo? Dunque codesto favore di un tiranno anche ottimo, non si può assolutamente acquistar dal suo suddito per via di vera politica virtù; né si può (molto meno) per via di vera politica virtù conservare.

Esaminiamo ora da prima i fonti dell'autorità. I mezzi per ottenerla nelle repubbliche, sono il difenderle e l'illustrarle; lo accrescerne l'impero e la gloria; l'assicurarne la libertà, ove sane elle siano; il rimediare agli abusi, o tentarlo, se corrotte elle sono; e in fine, il dimostrar loro sempre la verità, per quanto spiacevole ed oltraggiosa ella paja.

I mezzi per ottenere autorità dal tiranno, sono il difenderlo, ma più ancora dai sudditi che non dai nemici; il laudarlo; il colorirne i difetti; lo accrescerne l'impero e la forza; l'assicurarne l'illimitato potere apertamente, s'egli è un tiranno volgare; lo assicurarglielo sotto apparenza di ben pubblico, s'egli è un accorto tiranno: e a ogni modo, il tacere a lui sempre, e sovra tutte le altre, questa importantissima verità: Che sotto l'assoluto governo di un solo ogni cosa debb'essere indispensabilmente sconvolta e viziosa. Ed una tal verità è impossibile a dirsi da chi vuol mantenersi il favor del tiranno; ed è forse impossibile a pensarsi e sentirsi da chi lo abbia ricercato mai, e ottenuto. Ma, questa manifesta e divina verità, riesce non meno impossibile a tacersi da chi vuol veramente il bene di tutti: e impossibile finalmente riesce a soffrirsi dal tiranno, che vuole, e dee volere, prima d'ogni altra cosa, il privato utile di se stesso.

Le corti tutte son dunque per necessità ripienissime di pessima gente; e, se pure il caso vi ha intruso alcun buono, e che tale mantenervisi ardisca, e mostrarsi, dee tosto o tardi costui cader vittima dei tanti altri rei che lo insidiano, lo temono, e lo abborriscono, perché sono vivamente offesi dalla di lui insopportabil virtù. Quindi è, che dove un solo è signore di tutto e di tutti, non può allignare altra compagnia, se non se scellerata. Di questa verità tutti i secoli, e tutte le tirannidi, han fatto e faranno indubitabile fede; e con tutto ciò, in ogni secolo, in ogni tirannide, da tutti i popoli servi ella è stata e sarà pochissimo creduta, e meno sentita. Il tiranno, ancorché d'indole buona sia egli, rende immediatamente cattivi tutti coloro che a lui si avvicinano; perché la sua sterminata potenza, di cui (benché non ne abusi) mai non si spoglia, vie maggiormente riempie di timore coloro che più da presso la osservano: dal più temere nasce il più simulare; e dal simulare e tacere, l'esser pessimo e vile.

Ma, dall'ambizione nella tirannide ne ridonda spesso all'ambizioso un potere illimitato non meno che quello del tiranno; e tale, che nessuna repubblica mai, a nessuno suo cittadino, né può né vuole compatirne un sì grande. Perciò pare ai molti scusabile colui, che essendo nato in servaggio, ardisce pure proporsi un così alto fine; di farsi più grande che lo stesso tiranno, all'ombra della di lui imbecillità, o della di lui non curanza. Risponda ciascuno a questa obiezione, col domandare a se stesso: "Un'autorità ingiusta, illimitata, rapita, e precariamente esercitata sotto il nome d'un altro, ottener si può ella giammai, senza inganno? Può ella esercitarsi mai, senza nuocere a molti, e per lo meno ai concorrenti ad essa? Può ella finalmente mai conservarsi, senza frode crudeltà e prepotenza nessuna?

Si ambisce dunque l'autorità nelle repubbliche, perché ella in chi l'acquista fa fede di molte virtù, e perch'ella presta largo campo ad accrescersi quell'individuo la propria gloria coll'util di tutti. Si ambisce nelle tirannidi, perché ella vi somministra i mezzi di soddisfare alle private passioni; di sterminatamente arricchire; di vendicare le ingiurie e di farne, senza timor di vendetta; di beneficare i più infami servigj; e di fare in somma tremare quei tanti che nacquero eguali, o superiori, a colui che la esercita. Né si può in verun modo dubitare, che nella repubblica, e nella tirannide, gli ambiziosi non abbiano questi fra loro diversi disegni. Già prima di acquistare l'autorità il repubblicano benissimo sa che non potrà egli sempre serbarla; che non potrà abusarne, perché dovrà dar conto di sé rigidissimo ai suoi eguali; e che l'averla acquistata è una prova che egli era migliore, o più atto da ciò, che non i competitori suoi. Così, nella tirannide, non ignora lo schiavo, che quella autorità ch'egli ambisce, non avrà nessun limite; ch'ella è perciò odiosissima a tutti; che lo abusarne è necessario per conservarla; che il ricercarla attesta la pessima indole del candidato; che l'ottenerla chiaramente dimostra ch'egli era tra i concorrenti tutti il più reo. Eppure codesti due ambiziosi, queste cose tutte sapendo già prima, senza punto arrestarsi corrono entrambi del pari la intrapresa carriera. Ora, chi potrà pure asserire che l'ambizioso in repubblica non abbia per meta la gloria più assai che la potenza? e che l'ambizioso nella tirannide si proponga altra meta, che la potenza, la ricchezza, e la infamia?

Ma, non tutte le ambizioni, hanno per loro scopo la suprema autorità. Quindi, nell'uno e nell'altro governo, si trova poi sempre un infinito numero di semi-ambiziosi, a cui bastano i semplici onori senza potenza; ed un numero ancor più infinito di vili, a cui basta il guadagno senza potenza né onori. E milita anche per costoro, nell'uno e nell'altro governo, la stessa differenza e ragione. Gli onori nelle repubbliche non si rapiscono coll'ingannare un solo, ma si ottengono col giovare o piacere ai più: ed i più non vogliono onorare quell'uno, se egli non lo merita affatto; perché facendolo, disonorano pur troppo se stessi. Gli onori nella tirannide (se onori chiamar pur si possono) vengono distribuiti dall'arbitrio d'un solo; si accordano alla nobiltà del sangue per lo più; alla fida e total servitù degli avi; alla perfetta e cieca obbedienza, cioè all'intera ignoranza di se stesso; al raggiro; al favore; e alcune volte, al valore contra gli esterni nemici.

Ma, gli onori tutti (qualunque siano) sempre per loro natura diversi in codesti diversi governi, sono pur anche, come ognun vede, per un diverso fine ricercati. Nella tirannide, ciascuno vuol rappresentare al popolo una anche menoma parte del tiranno. Quindi un titolo, un nastro, o altra simile inezia, appagano spesso l'ambizioncella d'uno schiavicello; perché questi onorucci fan prova, non già ch'egli sia veramente stimabile, ma che il tiranno lo stima; e perché egli spera, non già che il popolo l'onori, ma che lo rispetti e lo tema. Nella repubblica, manifesta e non dubbia cosa è, per qual ragione gli onori si cerchino; perché veramente onorano chi li riceve.

L'ambizione d'arricchire, chiamata più propriamente CUPIDIGIA, non può aver luogo nelle repubbliche, fin ch'elle corrotte non sono; e quando anche il siano, i mezzi per arricchirvi essendo principalmente la guerra, il commercio, e non mai la depredazione impunita del pubblico erario, ancorché il guadagno sia uno scopo per se stesso vilissimo, nondimeno per questi due mezzi egli viene ad essere la ricompensa di due sublimi virtù; il coraggio, e la fede. L'ambizione d'arricchire è la più universale nelle tirannidi; e quanto elle sono più ricche ed estese, tanto più facile a soddisfarsi per vie non legittime da chiunque vi maneggia danaro del pubblico. Oltre questo, molti altri mezzi se ne trovano; e altrettanti esser sogliono, quanti sono i vizj del tiranno, e di chi lo governa.

Lo scopo, che si propongono gli uomini nello straricchire, è vizioso nell'uno e nell'altro governo; e più ancora nelle repubbliche che nelle tirannidi; perché in quelle si cercano le ricchezze eccessive, o per corrompere i cittadini, o per soverchiar l'uguaglianza; in queste, per godersele nei vizj e nel lusso. Con tutto ciò, mi pare pur sempre assai più escusabile l'avidità di acquistare, in quei governi dove i mezzi ne son men vili, dove l'acquistato è sicuro, e dove in somma lo scopo (ancorché più reo) può essere almeno più grande. In vece che nei governi assoluti, quelle ricchezze che sono il frutto di mille brighe, di mille iniquità e viltà, e dell'assoluto capriccio di un solo, possono essere in un momento ritolte da altre simili brighe, iniquità e viltà, o dal capriccio stesso che già le dava, o che rapire lasciavale.

Parmi d'aver parlato di ogni sorta d'ambizione, che allignare possa nella tirannide. Conchiudo; che questa stessa passione, che è stata e può essere la vita dei liberi stati, la più esecrabil peste si fa dei non liberi.

Capitolo Sesto

DEL PRIMO MINISTRO

Ad consulatum non nisi per Sejanum aditus:

neque Sejani voluntas nisi scelere quaerebatur.

E fra le più atroci calamità pubbliche, cagionate dall'ambizione nella tirannide, si dee, come atrocissima e massima, reputar la persona del primo ministro, da me nel precedente capitolo soltanto accennata, e di cui credo importante ora, e necessarissimo, il discorrere a lungo.

Questa fatal dignità altrettanto maggior lustro acquista a chi la possiede, quanto è maggiore la incapacità del tiranno, che la comparte. Ma siccome il solo favore di esso la crea; siccome, ad un tiranno incapace non è da presumersi che possa piacere pur mai un ministro illuminato e capace; ne risulta per lo più, che costui non meno inetto al governare che lo stesso tiranno, gli rassomiglia interamente nella impossibilità del ben fare, e di gran lunga lo supera nella capacità desiderio e necessità del far male. I tiranni d'Europa cedono a codesti loro primi ministri l'usufrutto di tutti i loro diritti; ma niuno ne vien loro accordato dai sudditi con maggiore estensione e in più supremo grado, che il giusto abborrimento di tutti. E questo abborrimento sta nella natura dell'uomo, che male può comportare, che altri, nato suo eguale, rapisca ed eserciti quella autorità caduta in sorte a chi egli crede nato suo maggiore: autorità, che per altre illegittime mani passando, viene a duplicare per lo meno la sua propria gravezza.

Ma questo primo ministro, dal sapersi sommamente abborrito, ne viene egli pure ad abborrire altrui sommamente; ond'egli gastiga, e perseguita, e opprime, ed annichila chiunque l'ha offeso; chiunque può offenderlo; chiunque ne ha, o glie ne viene imputato, il pensiero; e chiunque finalmente, non ha la sorte di andargli a genio. Il primo ministro perciò facilmente persuade poi a quel tiranno di legno, di cui ha saputo farsi l'anima egli, che tutte le violenze e crudeltà ch'egli adopera per assicurare se stesso, necessarie siano per assicurare il tiranno. Accade alle volte, che, o per capriccio, o per debolezza, o per timore, il tiranno ritoglie ad un tratto il favore e l'autorità al ministro; lo esiglia dalla sua presenza; e gli lascia, per singolare benignità, le predate ricchezze e la vita. Ma questa mutazione non è altro, che un aggravio novello al misero soggiogato popolo. Il che facilmente dimostrasi. Il ministro anteriore, benché convinto di mille rapine, di mille inganni, di mille ingiustizie, non discade tuttavia quasi mai dalla sua dignità, se non in quel punto, ove un altro più accorto di lui gli ha saputo far perdere il favor del tiranno. Ma, comunque egli giunga, ei giunge pure in somma quel giorno, in cui al ministro è ritolta l'autorità e il favore. Allora bisogna, che lo stato si prepari a sopportare il ministro successore, il quale dee pur sempre essere di alcun poco più reo del predecessore; ma, volendosi egli far credere migliore, innova e sovverte ogni cosa stabilita dall'altro, ed in tutto se gli vuole mostrare dissimile. Eppure costui vuole, e dee volere (come il predecessore) ed arricchirsi, e mantenersi in carica, e vendicarsi, e ingannare, ed opprimere, ed atterrire. Ogni mutazione dunque nella tirannide, così di tiranno, che di ministro, altro non è ad un popolo infelicemente servo, che come il mutare fasciatura e chirurgo ad una immensa piaga insanabile, che ne rinnuova il fetore e gli spasimi.

Ma, che il ministro successore debba esser poi di alcun poco più reo dell'antecessore, colla stessa facilità si dimostra. Per soverchiare un uomo cattivo accorto e potente, egli è pur d'uopo vincerlo in cattività e accortezza. Un ministro di tiranno per lo più non precipita, senza che alcuno di quelli che direttamente o indirettamente erano autori della sua rovina, a lui non sottentri. Ora, come seppe egli costui atterrare quei tanti ripari, che avea fatti quel primo per assicurarsi nel seggio suo? certamente, non per fortuna lo vinse, ma per arte maggiore. Domando: "Se nelle corti una maggior arte possa supporre minori vizj in chi la possiede e felicemente la esercita".

La non-ferocia dei moderni tiranni, che in essi non è altro che il prodotto della non-ferocia dei moderni popoli, non comporta che agli ex-ministri venga tolta la vita, e neppure le ricchezze, ancorch'elle siano per lo più il frutto delle loro iniquità e rapine: né soffrono costoro alcun altro gastigo, che quello di vedersi lo scherno e l'obbrobrio di tutti, e massime di quei vili che maggiormente sotto essi tremavano. Alcuni di questi vicetiranni smessi, hanno la sfacciataggine di far pompa di animo tranquillo nella loro avversa fortuna; e ardiscono stoltamente arrogarsi il nome di filosofi disingannati. E costoro fanno ridere davvero gli uomini savj, che ben sapendo cosa sia un filosofo, chiaramente veggono ch'egli non è, né può essere mai stato, un vicetiranno.

Ma perderei le parole, il tempo, e la maestà da un così alto tema richiesta, se dimostrar io volessi che un ente cotanto vile ed iniquo non può né essere stato mai, né divenire, un filosofo. Proverò bensì, (come cosa assai più importante) che un primo ministro del tiranno non è mai, né può essere, un uomo buono ed onesto: intendendo io da prima per politica onestà e vera essenza dell'uomo, quella per cui la persona pubblica antepone il bene di tutti al bene d'un solo, e la verità ad ogni cosa. E, nell'avere io definita la politica onestà, parmi di aver largamente provato il mio assunto. Se il tiranno stesso non vuole, e non può volere, il vero ed intero ben pubblico, il quale sarebbe immediatamente la distruzione della sua propria potenza, è egli credibile che lo potrà mai volere, ed operare, colui che precariamente lo rappresenta? colui, che un capriccio ed un cenno aveano quasi collocato sul trono, e che un capriccio ed un cenno ne lo precipitano?

Che il ministro poi non può essere privatamente uomo onesto, intendendo per privata onestà la costumatezza e la fede, si potrebbe pur anche ampiamente provare, e con ragioni invincibili: ma i ministri stessi, colle loro opere, tutto dì ce lo provano assai meglio che nessuno scrittore provarlo potrebbe con le parole. Si osservi soltanto, che non esiste ministro nessuno che voglia perder la carica; che niuna carica è più invidiata della sua; che niun uomo ha più nemici di lui, né più calunnie, o vere accuse, da combattere: ora, se la virtù per se stessa possa in un governo niente virtuoso resistere con una forza non sua al vizio, al raggiro, e all'invidia, ne lascio giudice ognuno.

Dalla potenza illimitata del tiranno trasferita nel di lui ministro, si viene a produrre la prepotenza; cioè l'abuso di un potere abusivo già per se stesso. Crescono la potenza e l'abuso ogniqualvolta vengono innestati nella persona di un suddito, perché questo tiranno elettivo e casuale si trova costretto a difendere con quella potenza il tiranno ereditario e se stesso. Una persona di più da difendersi, richiede necessariamente più mezzi di difesa; e un'autorità più illegittima, richiede mezzi più illegittimi. Perciò la creazione, o l'intrusione di questo personaggio nella tirannide, si dee senza dubbio riputare come la più sublime perfezione di ogni arbitraria potestà.

Ed eccone in uno scorcio la prova. Il tiranno, che non si è mai creduto né visto nessun eguale, odia per innato timore l'universale dei sudditi suoi; ma non ne avendo egli mai ricevuto ingiurie private, gl'individui non odia. La spada sta dunque, fin ch'egli stesso la tiene, in mano di un uomo, che per non essere stato offeso, non sa cui ferire. Ma, tosto ch'egli cede questo prezioso e terribile simbolo dell'autorità ad un suddito, che si è veduto degli eguali, e dei superiori; ad uno, che, per essere sommamente iniquo ed odioso, dee sommamente essere odiato dai molti e dai più; chi ardirà mai credere allora, o asserire, o sperare che costui non ferisca?

Capitolo Settimo

DELLA MILIZIA

Ma, o regni il tiranno stesso, o regni il ministro, a ogni modo sempre i difensori delle loro inique persone, gli esecutori ciechi e crudeli delle loro assolute volontà, sono i mercenarj soldati. Di questi ve ne ha nei moderni tempi di più specie; ma tutte però ad un medesimo fine destinate.

In alcuni paesi d'Europa si arruolano gli uomini per forza; in altri, con minor violenza, e maggior obbrobrio per quei popoli, si offrono essi spontaneamente di perdere la lor libertà, o (per meglio dire) ciò che essi stoltamente chiamano di tal nome. Costoro s'inducono a questo traffico di se stessi, spinti per lo più dalla lor dappocaggine e vizj, e lusingati dalla speranza di soverchiare ed opprimere i loro eguali. Molti tiranni usano anche d'avere al lor soldo alcune milizie straniere, nelle quali maggiormente si affidano. E, per una strana contraddizione, che molto disonora gli uomini, gli Svizzeri, che sono il popolo quasi il più libero dell'Europa, si lasciano prescegliere e comprare, per servir di custodi alla persona di quasi tutti i tiranni di essa.

Ma, o straniere siano o nazionali, o volontarie o sforzate, le milizie a ogni modo son sempre il braccio, la molla, la base, la ragione sola, e migliore, delle tirannidi e dei tiranni. Un tiranno di nuova invenzione cominciò in questo secolo a stabilire e mantenere un esercito intero e perpetuo in armi. Costui, nel volere un esercito, allorché non avea nemici al di fuori, ampiamente provò quella già nota asserzione; che il tiranno ha sempre in casa i nemici.

Non era però cosa nuova, che i tiranni avessero per nemici i loro sudditi tutti; e non era nuovo neppure, che senza aver essi quei tanto formidabili eserciti, sforzassero nondimeno i lor sudditi ad obbedire e tremare. Ma, tra l'idea che si ha delle cose, e le cose stesse, di mezzo vi entrano i sensi; ed i sensi, nell'uomo, son tutto. Quel tiranno che nei secoli addietro se ne stava disarmato, se gli sopravveniva allora il capriccio o il bisogno di aggravare oltre l'usato i suoi sudditi, soleva per lo più astenersene; perché mormorandone essi o resistendogli, pensava che gli sarebbe necessario di armarsi per fargli obbedire e tacere. Ma ai tempi nostri, quell'autorità e forza, che il padre o l'avo del presente tiranno sapeano bensì d'avere, ma non se la vedeano sempre sotto gli occhi; quell'autorità e forza viene ora ampiamente dimostrata al regnante da quelle tante sue schiere, che non solo lo assicurano dalle offese dei sudditi, ma che ad offenderli nuovamente lo invitano. Onde, fra l'idea del potere nei passati tiranni, e la effettiva realità del potere nei presenti, corre per l'appunto la stessa differenza, che passa tra la possibilità ideale d'una cosa, e la palpabile esecuzione di essa.

La moderna milizia, colla sua perpetuità, annulla nelle moderne tirannidi l'apparenza stessa del viver civile; di libertà seppellisce il nome perfino; e l'uomo invilisce a tal segno, che cose politicamente virtuose, giuste, giovevoli, ed alte, non può egli né fare, né dire, né ascoltar, né pensare. Da questa infame moltitudine di oziosi soldati, vili nell'obbedire, insolenti e feroci nell'eseguire, e sempre più intrepidi contro alla patria che contro ai nemici, nasce il mortale abuso dell'esservi uno stato di più nello stato; cioè un corpo permanente e terribile, che ha opinioni ed interessi diversi e in tutto contrarj a quelli del pubblico; e un corpo, che per la sua illegittima e viziosa istituzione, porta in se stesso la impossibilità dimostrata di ogni civile ben vivere. L'interesse di tutti o dei più, fra i popoli di ogni qualunque governo, si è di non essere oppressi, o il meno che il possono: nella tirannide i soldati, che non debbono aver mai interesse diverso da quello del tiranno che li pasce e che la loro superba pigrizia vezzeggia; i soldati, hanno necessariamente interesse di opprimere i popoli quanto più il possono; poiché quanto più opprimono, tanto più considerati sono essi, e necessarj, e temuti.

Non accade nella tirannide, come nelle vere repubbliche, che le interne dissensioni vengano ad esservi una parte di vita; e che, saggiamente mantenutevi ed adoprate, vi accrescano libertà. Ogni diversità di interesse nella tirannide, accresce al contrario la pubblica infelicità, e la universal servitù: e quindi bisogna che il debole per così dire si annichili, e che il forte si insuperbisca oltre ogni misura. Nella tirannide perciò le soldatesche son tutto, ed i popoli nulla.

Questi prepotenti, o siano volontariamente o sforzatamente arruolati, sogliono essere, quanto ai costumi, la più vile feccia della feccia della plebe: e sì gli uni che gli altri, appena hanno investita la livrea della loro duplicata servitù, fattisi orgogliosi, come se fossero meno schiavi che i loro consimili; spogliatisi del nome di contadini di cui erano indegni, sprezzano i loro eguali, e li reputano assai da meno di loro. E in fatti, i veri contadini coltivatori nella tirannide si dichiarano assai minori dei contadini soldati, poiché sopportano essi questa genia militante, che ardisce disprezzargli, insultargli, spogliargli, ed opprimerli. E a questa sì fatta genia potrebbero lievemente resistere i popoli, se volessero pure conoscere un solo istante la loro forza, poiché si troverebbero tuttavia mille contr'uno.

E se tanta pur fosse la viltà degli oppressi, che colla forza aperta non ardissero affrontare questi loro oppressori, potrebbero anche facilmente con arte e doni corrompergli e comprarli; che quel loro valore sta per chi meglio lo paga. Ma da un sì fatto mezzo ne ridonderebbero in appresso più mali; tra cui non è il menomo, il ritrovarsi poscia fra il popolo una sì gran moltitudine d'enti, che soldati non potrebbero esser più, e che cittadini (ove anco il volessero) divenir non saprebbero.

Vero è, che il popolo li teme e quindi gli odia; ma non gli odia pur mai quanto egli abborrisce il tiranno, e non quanto costoro sel meritano. Questa non è una delle più leggiere prove, che il popolo nella tirannide non ragiona, e non pensa: che se egli osservasse, che senza codesti soldati non potrebbe oramai più sussistere tiranno nessuno, gli abborrirebbe assai più; e da quest'odio estremo perverrebbe il popolo assai più presto allo spegnere affatto cotali soldati.

E non paja contraddizione il dire; che senza soldati non sussisterebbe il tiranno, dopo aver detto di sopra, che non sempre i tiranni hanno avuto eserciti perpetui. Coll'accrescere i mezzi di usare la forza, hanno i tiranni accresciuta la violenza in tal modo, che se ora quei mezzi scemassero, verrebbe di tanto a scemare nei popoli il timore, che si distruggerebbe forse la tirannide affatto. Perciò quegli eserciti, che non erano necessarj prima che si oltrepassassero certi limiti, e prima che il popolo fosse intimorito e rattenuto da una forza effettiva e palpabile, vengono ad essere necessarissimi dopo: perché natura dell'uomo è, che chiunque per molti anni ha avuto davanti agli occhi e ceduto ad una forza effettiva, non si lasci più intimorire da una forza ideale. Quindi, nel presente stato delle tirannidi europee, al cessare dei perpetui eserciti, immantinente cesseran le tirannidi.

Il popolo non può dunque mai con verisimiglianza sperare di vedersi diminuito o tolto questo continuo aggravio ed obbrobrio, dello stipendiare egli stesso i suoi proprj carnefici, tratti dalle sue proprie viscere, e così tosto immemori affatto dei loro più sacri e naturali legami. Ma il popolo ha pur sempre, non la speranza soltanto, ma la piena e dimostrata certezza di torsi egli stesso questo aggravio ed obbrobrio, ogniqualvolta egli veramente volendolo non chiederà ad altrui ciò che sta soltanto in sua mano di prendersi.

Ogni tiranno europeo assolda quanti più può di questi satelliti, e più assai che non può; egli se ne compiace, se ne trastulla, e ne va oltre modo superbo. Sono costoro il vero e primo giojello delle loro corone: e, mantenuti a stento dai sudori e digiuni del popolo, preparati son sempre a beverne il sangue, ad ogni minimo cenno del tiranno. Si accorda, in ragione del numero dei loro soldati, un diverso grado di considerazione ai diversi tiranni. E siccome non possono essi diminuire i satelliti loro senza che scemi l'opinione che si ha della loro potenza; e siccome una persona abborrita, ove ella mai cessi di essere temuta, apertamente si dileggia da prima, e tosto poscia si spegne; egli è da credersi, che i tiranni non aspetteranno mai questo manifesto disprezzo precursore infallibile della loro intera rovina, e che sempre dissangueranno il popolo per mantenere coi molti soldati se stessi.

I tiranni, padroni pur anche per alcun tempo dell'opinione, hanno tentato di persuadere in Europa, ed hanno effettivamente persuaso ai più stupidi fra i loro sudditi, così plebei come nobili, che ella sia onorevole cosa la loro milizia. E col portarne essi stessi la livrea, coll'impostura di passare essi stessi per tutti i gradi di quella, coll'accordarle molte prerogative insultanti ed ingiuste sopra tutte le altre classi dello stato, e massime sopra i magistrati tutti, hanno con ciò offuscato gl'intelletti, ed invogliato gli stoltissimi sudditi di questo mestiere esecrabile.

Ma una sola osservazione basta a distruggere questa loro scurrile impostura. O tu reputi i soldati come gli esecutori della tirannica volontà al di dentro; e allora può ella mai parerti onorevol cosa lo esercitare contra il padre, i fratelli, i congiunti, e gli amici, una forza illimitata ed ingiusta? O tu li reputi come i difensori della patria; cioè di quel luogo dove per tua sventura sei nato; dove per forza rimani; dove non hai né libertà, né sicurezza, né proprietà nessuna inviolabile; e allora, onorevol cosa ti può ella parere il difendere codesto tuo sì fatto paese, e il tiranno che continuamente lo distrugge ed opprime quanto e assai più, che nol farebbe il nemico? e l'impedire in somma un altro tiranno di liberarti dal tuo? Che ti può egli togliere oramai quel secondo, che non ti sia stato già tolto dal primo? Anzi, potrà il nuovo tiranno, per necessaria accortezza, trattarti da principio molto più umanamente che il vecchio.

Conchiudo adunque; Che, non si potendo dir patria là dove non ci è libertà e sicurezza, il portar l'armi dove non ci è patria riesce pur sempre il più infame di tutti i mestieri: poiché altro non è, se non vendere a vilissimo prezzo la propria volontà, e gli amici, e i parenti, e il proprio interesse, e la vita, e l'onore, per una causa obbrobriosa ed ingiusta.

Capitolo Ottavo

DELLA RELIGIONE

Quella qualunque opinione che l'uomo si è fatta o lasciata fare da altri, circa alle cose che egli non intende, come sarebbero l'anima e la divinità; quell'opinione suol essere anch'essa per lo più uno dei saldissimi sostegni della tirannide. L'idea che dal volgo si ha del tiranno viene talmente a rassomigliarsi alla idea da quasi tutti i popoli falsamente concepita di un Dio, che se ne potrebbe indurre, il primo tiranno non essere stato (come supporre si suole) il più forte, ma bensì il più astuto conoscitore del cuore degli uomini; e quindi il primo a dar loro una idea, qual ch'ella si fosse, della divinità. Perciò, fra moltissimi popoli, dalla tirannide religiosa veniva creata la tirannide civile; spesso si sono entrambe riunite in un ente solo; e quasi sempre si sono l'una l'altra ajutate.

La religion pagana, col suo moltiplicare sterminatamente gli Dei; e col fare del cielo una quasi repubblica, e sottomettere Giove stesso alle leggi del fato, e ad altri usi e privilegj della corte celeste; dovea essere, e fu in fatti, assai favorevole al viver libero. La giudaica, e quindi la cristiana e maomettana, coll'ammettere un solo Dio, assoluto e terribile signor d'ogni cosa, doveano essere, e sono state, e sono tuttavia assai più favorevoli alla tirannide.

Queste cose tutte, già dette da altri, tralascio come non mie; e proseguendo il mio tema, che della moderna tirannide in Europa principalissimamente tratta, non esaminerò tra le diverse religioni se non se la nostra, ed in quanto ella influisce su le nostre tirannidi.

La cristiana religione, che è quella di quasi tutta la Europa, non è per se stessa favorevole al viver libero: ma la cattolica religione riesce incompatibile quasi col viver libero.

A voler provare la prima di queste proposizioni, basterà, credo, il dimostrare che essa in nessun modo non induce, né persuade, né esorta gli uomini al viver liberi. Ed il primo, e principale incitamento ad un effetto così importante, dovrebbero pur gli uomini riceverlo dalla lor religione; poiché non vi è cosa che più li signoreggi; che maggiormente imprima in essi questa o quella opinione; e che maggiormente gli infiammi all'eseguire alte imprese. Ed in fatti, nella pagana antichità, i Giovi, gli Apollini, le Sibille, gli Oracoli, a gara tutti comandavano ai diversi popoli e l'amor della patria e la libertà. Ma la religion cristiana, nata in un popolo non libero, non guerriero, non illuminato, e già intieramente soggiogato dai sacerdoti, non comanda se non la cieca obbedienza; non nomina né pure mai libertà; ed il tiranno (o sacerdote o laico sia egli), interamente assimila a Dio.

Se si esamina in qual modo ella si propagasse, si vedrà che sempre si procacciò più facilmente l'ingresso nelle tirannidi, che nelle repubbliche. Al cadere dell'imperio romano, (in cui ella non poté trovar seggio, se non quando la militare tirannide v'ebbe intieramente annullato ogni vivere civile) quelle tante nazioni barbare che l'occuparono, stabilite poi nella Italia, nelle Gallie, nelle Spagne, e nell'Africa, sotto i loro diversi condottieri abbracciarono indi a non molto la religion cristiana. E la ragione mi par ne sia questa. Quei loro condottieri volendo rimanere tiranni; e quei lor popoli, avvezzi ad esser liberi quando non erano in guerra, non volendo obbedire se non come soldati a capitano, e non mai come schiavi a tiranno; in questa disparità di umori frapponendosi il cristianesimo, egli vi appariva introduttore di una certa via di mezzo, per cui si andava persuadendo ai popoli l'obbedire, e ai capitani fatti tiranni si veniva assicurando l'imperio; ove questi una parte della loro autorità divider volessero coi sacerdoti. In prova di che, si osservi quell'altra parte di quelle stesse nazioni boreali rimastasi povera, semplice, e libera nelle natie sue selve, essere poi stata l'ultimo popolo d'Europa che ricevesse, più assai per violenza che per via di persuasione, la religion cristiana.

Le poche nazioni che fuori d'Europa la ricevettero, vi furono per lo più indotte dal timore e dalla forza, come le diverse piagge di America e d'Affrica; ma dallo stesso ferocissimo fanatismo con cui veniva abbracciata nella Cina, e più nel Giappone, si può manifestamente dedurre quanto ella volentieri si alligni, e prosperi, nelle tirannidi.

I troppi abusi di essa sforzarono col tempo alcuni popoli assai più savj che imaginosi, a raffrenarla, spogliandola di molte dannose superstizioni. E costoro, distinti poi col nome di eretici, si riaprirono con tal mezzo una strada alla libertà, la quale fra essi rinacque dopo essere stata lungamente sbandita d'Europa, e bastantemente vi prosperò; come gli Svizzeri, la Olanda, molte città di Germania, la Inghilterra, e la nuova America, ce lo provano. Ma i popoli, che, non la frenando, vollero conservarla intera, (non però mai quale era stata predicata da Cristo, ma quale con arte, con inganno, ed anche con la violenza l'aveano i suoi successori trasfigurata) si chiusero essi sempre più ogni strada al riprocrear libertà. Addurrò ora, non tutte, ma le principali ragioni, per cui mi pare quasi impossibile che uno stato cattolico possa o farsi libero veramente, o rimaner tale, rimanendo cattolico.

Il culto delle immagini, la presenza effettiva nella eucaristia, ed altri punti dogmatici, non saranno per certo mai quelli, che, creduti o no, verranno ad influire sopra il viver libero politico. Ma, IL PAPA, ma, LA INQUISIZIONE, IL PURGATORIO, LA CONFESSIONE, IL MATRIMONIO FATTOSI INDISSOLUBILE SACRAMENTO e IL CELIBATO DEI RELIGIOSI; sono queste le sei anella della sacra catena, che veramente a tal segno rassodano la profana, che ella di tanto ne diventa più grave ed infrangibile. E, dalla prima di queste sei cose incominciando, dico: Che un popolo, che crede potervi esser un uomo, che rappresenti immediatamente Dio; un uomo, che non possa errar mai; egli è certamente un popolo stupido. Ma se, non lo credendo, egli viene per ciò tormentato, sforzato, e perseguitato da una forza superiore effettiva, ne accaderà che quella prima generazione d'uomini crederà nel papa, per timore; i figli, per abitudine; i nepoti, per stupidità. Ecco in qual guisa un popolo che rimane cattolico, dee necessariamente, per via del papa e della inquisizione, divenire ignorantissimo, servissimo, e stupidissimo.

Ma, mi dirà taluno: "Gli eretici credono pure nella trinità; e questa al senso umano pare una cosa certamente ancora più assurda che le sopraccennate: non sono dunque gli eretici meno stupidi dei cattolici". Rispondo; che anche i Romani credevano nel volo e nel beccar degli augelli, cosa assai più puerile ed assurda; eppure erano liberi e grandi; e non divennero stupidi e vili, se non quando, spogliati della lor libertà, credettero nella infame divinità di Cesare, di Augusto, e degli altri lor simili e peggiori tiranni. Quindi, la trinità nostra, per non essere cosa soggetta ai sensi, si creda ella o no, non può influire mai sopra il viver politico: ma, l'autorità più o meno di un uomo; l'autorità illimitata sopra le più importanti cose, e velata dal sacro ammanto della religione, importa e molte, e notabili conseguenze; tali in somma, che ogni popolo che crede od ammette una tale autorità, si rende schiavo per sempre.

Lo ammetterla senza crederla, che è il caso nostro presente in quasi tutta l'Europa cattolica, mi pare una di quelle umane contraddizioni sì stranamente ripugnanti alla sana ragione, ch'elle non possono essere gran fatto durevoli; e quindi non occorre maggiormente parlarne. Ma i popoli che l'autorità del papa ammettono perché la credono, come erano i nostri avi, ed alcune presenti nazioni, necessariamente la credono o per timore, o per ignoranza e stupidità. Se per queste ultime ragioni la credono, chiaro è che una nazione stupida ed ignorante affatto, non può, nel presente stato delle cose, esser libera: ma, se per timore la credono i popoli, da chi vien egli in loro inspirato codesto timore? non dalle papali scomuniche certamente, poiché in esse non hanno fede costoro; dalle armi dunque e dalla forza spaventati saranno, ed indotti a finger di credere. E da quali armi mai? da qual vera forza? dalle armi e forza del tiranno, che politicamente e religiosamente gli opprime. Dunque, dovendo i popoli temere l'armi di chi li governa, in una cosa che dovrebbe essere ad arbitrio di ciascuno il crederla o no, ne risulta che chi governa tai popoli, di necessità è tiranno; e che essi, attesa questa loro sforzata credenza, non sono, né possono farsi mai liberi. Ed in fatti, né Atene, né Sparta, né Roma, né altre vere ed illuminate repubbliche, non isforzarono mai i lor popoli a credere nella infallibilità degli oracoli; né, molto meno, a rendersi tributarj e ciecamente obbedienti a niuno lontano sacerdozio.

LA INQUISIZIONE, quel tribunale sì iniquo di cui basta il nome per far raccapricciare d'orrore, sussiste pur tuttavia più o meno potente in quasi tutti i paesi cattolici. Il tiranno se ne prevale a piacer suo; ed allarga, o ristringe la inquisitoria autorità, secondo che meglio a lui giova. Ma, questa autorità dei preti e dei frati (vale a dire, della classe la più crudele, la più sciolta da ogni legame sociale, ma la più codarda ad un tempo) quale influenza avrebbe ella per se stessa, qual terrore potrebbe ella infondere nei popoli, se il tiranno non la assistesse e munisse colla propria sua forza effettiva? Ora, una forza che sostiene un tribunale ingiusto e tirannico, non è certamente né giusta né legittima: dove alligna l'Inquisizione, alligna indubitabilmente la tirannia; dove ci è cattolicismo, vi è o vi può essere ad ogni istante l'Inquisizione: non si può dunque essere a un tempo stesso un popolo cattolico veramente, e un popolo libero.

Ma, che dirò io poi della CONFESSIONE? Tralascio il dirne ciò che a tutti è ben noto; che la certezza del perdono di ogni qualunque iniquità col solo confessarla, riesce assai più di sprone che di freno ai delitti; e tante altre cose tralascio, che dall'uso, o abuso di un tal sacramento manifestamente ogni giorno derivano. Io mi ristringo a dire soltanto; che un popolo che confessa le sue opere, parole, e pensieri ad un uomo, credendo di rivelarli per un tal mezzo a Dio; un popolo, che fra gli altri peccati suoi è costretto a confessare come uno dei maggiori, ogni menomo desiderio di scuotere l'ingiusto giogo della tirannide, e di porsi nella naturale ma discreta libertà; un tal popolo non può esser libero, né merita d'esserlo.

La dottrina del PURGATORIO, cagione ad un tempo ed effetto della confessione, contribuisce non poco altresì ad invilire, impoverire, e quindi a rendere schiavi i cattolici popoli. Per redimere da codesta pena i loro padri ed avi, colla speranza di esserne poi redenti dai loro figli e nipoti, danno costoro ai preti non solamente il loro superfluo, ma anche talvolta il lor necessario. Quindi la sterminata ricchezza dei preti; e dalla loro ricchezza, la lor connivenza col tiranno; e da questa doppia congiura, la doppia universal servitù. Onde, di povero che suol essere in ogni qualunque governo il popolo, fatto poverissimo per questo mezzo di più nella tirannide cattolica, egli vi dee rimanere in tal modo avvilito, che non penserà né ardirà mai tentare di farsi libero. I sacerdoti all'incontro, di poveri (benché non mendici) che esser dovrebbero, fatti per mezzo di codesto lor purgatorio ricchissimi, e quindi moltiplicati e superbi, sono sempre in ogni governo inclinati, anzi sforzati da queste loro illegittime sterminate ricchezze, a collegarsi con gli oppressori del popolo, e a divenire essi stessi oppressori per conservarle.

Dalla indissolubilità del MATRIMONIO FATTOSI SACRAMENTO, ne risultano palpabilmente quei tanti politici mali, che ogni giorno vediamo nelle nostre tirannidi: cattivi mariti, peggiori mogli, non buoni padri, e pessimi figli: e ciò tutto, perché quella sforzata indissolubilità non ristringe i legami domestici; ma bensì, col perpetuarli senza addolcirli, interamente li corrompe e dissolve.

E finalmente poi, siccome dall'essere i popoli cattolici sforzatamente perpetui conjugi, non sogliono esser essi fra loro né mariti veri, né mogli, né padri; così, dall'essere i preti cattolici sforzatamente PERPETUI CELIBI, non sogliono mostrarsi né fratelli, né figli, né cittadini; che per conoscere e praticare virtuosamente questi tre stati, troppo importa il conoscere per esperienza l'appassionatissimo umano stato di padre e marito.

Da queste fin qui addotte ragioni, mi pare che ne risulti chiaramente (oltre la maggior ragione di tutte, che sono i fatti) che un popolo cattolico già soggiogato dalla tirannide, difficilissimamente può farsi libero, e rimanersi veramente cattolico. E per addurne un solo esempio, che troppi addurne potrei, nella ribellione delle Fiandre, quelle provincie povere, che non avendo impinguati i lor preti si erano potute far eretiche, rimasero libere; le grasse e ridondanti di frati, di abati, e di vescovi, rimasero cattoliche e serve. Vediamo ora, se un popolo che già si ritrovi libero e cattolico, si possa lungamente mantener l'uno e l'altro.

Che un popolo soggiogato da tanti e sì fatti politici errori, quanti ne importa il viver cattolico, possa essere politicamente libero, ella è cosa certamente molto difficile: ma, dove pure ei lo fosse, io credo che il conservarsi tale, sia cosa impossibile. Un popolo, che crede nella infallibile e illimitata autorità del papa, è già interamente disposto a credere in un tiranno, che con maggiori forze effettive e avvalorate dal suffragio e scomuniche di quel papa istesso, lo persuaderà, o sforzerà ad obbedire a lui solo nelle cose politiche, come già obbedisce al solo papa nelle religiose. Un popolo, che trema della Inquisizione, quanto più non dovrà egli tremare di quell'armi stesse che la Inquisizione avvalorano? Un popolo, che si confessa di cuore, può egli non essere sempre schiavo di chi può assolverlo o no? Dico di più; che dal ceto stesso dei sacerdoti, (ove un laico tiranno non vi fosse) ne insorgerebbe uno religioso ben tosto; o se da altra parte insorgesse un tiranno, lo approverebbero e seconderebbero i sacerdoti, sperandone il contraccambio da lui. Ed è cosa anche provata dai fatti; si veda perfino nelle semi-repubbliche italiane, i sacerdoti esservi saliti assai meno in ricchezza e in potenza, che nelle tirannidi espresse di un solo. Un popolo finalmente, che si spropria dell'aver suo, togliendolo a se stesso, a' suoi congiunti, e ai proprj suoi figli, per darlo ai sacerdoti celibi, diventerà coll'andar del tempo indubitabilmente così bisognoso e mendico, che egli sarà preda di chiunque lo vorrà conquistare, o far servo.

Non so se al sacerdozio si debba la prima invenzione del trattare come cosa sacrosanta il politico impero, o se l'impero abbia ciò inventato in favore del sacerdozio. Questa reciproca e simulata idolatria, è certamente molto vetusta; e vediamo nell'antico testamento a vicenda sempre i re chiamar sacri i sacerdoti, e i sacerdoti i re; ma da nessuno mai dei due udiamo chiamare, o reputare mai sacri, gl'incontestabili naturali diritti di tutte le umane società. Il vero si è, che quasi tutti i popoli della terra sono stati, e sono (e saranno sempre, pur troppo!) tolti in mezzo da queste due classi di uomini, che sempre fra loro si sono andate vicendevolmente conoscendo inique, e che con tutto ciò si sono reciprocamente chiamate sacre: due classi, che dai popoli sono state spesso abborrite, alcuna volta svelate, e sempre pure adorate.

È il vero altresì, che in questo nostro secolo i presenti cattolici poco credono nel papa; che pochissimo potere ha la inquisizion religiosa; che si confessano soltanto gl'idioti; che non si comprano oramai le indulgenze, se non dai ladri religiosi e volgari: ma, al papa, alla Inquisizione, alla confessione, e all'elemosine purgatoriali, in questo secolo, fra i presenti cattolici, ampiamente supplisce la sola MILIZIA; e mi spiego. Il tiranno ottiene ora dal terrore che a tutti inspirano i suoi tanti e perpetui soldati, quello stesso effetto che egli per l'addietro otteneva dalla superstizione, e dalla totale ignoranza dei popoli. Poco gl'importa oramai che in Dio non si creda; basta al tiranno, che in lui solo si creda; e di questa nostra credenza, molto più vile e assai meno consolatoria per noi, glie n'entrano mallevadori continui gli eserciti suoi.

Vi sono nondimeno in Europa alcuni tiranni, che volendo con ipocrisia mascherare tutte l'opere loro, pigliano a sostenere le parti della religione, per farsi pii reputare, e per piacere al maggior numero che pur tuttora la rispetta, e la crede. Ogni savio tiranno, ed accorto, così dee pure operare; sia per non privarsi con una inutile incredulità di un così prezioso ramo dell'autorità assoluta, quale è l'ira dei preti amministrata da lui, e viceversa, la sua, amministrata da essi; sia perché usando altrimenti, potrebbe egli avvenirsi in un qualche fanatico di religione, il quale facesse le veci di un fanatico di libertà: e quelli sono e men rari e più assai incalzanti, che questi. E perché mai sono quelli men rari? attribuir ciò si dee all'essere il nome di religione in bocca di tutti; e in bocca di pochissimi, e in cuore quasi a nessuno, il nome di libertà.

Il più sublime dunque ed il più utile fanatismo, da cui veramente ne ridonderebbero degli uomini maggiori di quanti ve ne siano stati giammai, sarebbe pur quello, che creasse e propagasse una religione ed un Dio, che sotto gravissime pene presenti e future comandassero agli uomini di esser liberi. Ma, coloro che inspiravano il fanatismo negli altri, non erano per lo più mai fanatici essi stessi; e pur troppo a loro giovava d'inspirarlo per una religione ed un Dio, che agli uomini severamente comandassero di essere servi.

Capitolo Nono

DELLE TIRANNIDI ANTICHE, PARAGONATE COLLE MODERNE

Le cagioni stesse hanno certamente in ogni tempo e luogo, con piccolissime differenze, prodotto gli stessi effetti. Tutti i popoli corrottissimi hanno soggiaciuto ai tiranni, fra' quali ve ne sono stati dei pessimi, dei cattivi, dei mezzani, e perfino anco dei buoni. Nei moderni tempi i Caligoli, i Neroni, i Dionigi, i Falaridi, ecc., rarissimi sono: e se anche vi nascono, assumono costoro fra noi una tutt'altra maschera. Ma meno feroce d'assai è anche il popolo moderno: quindi la ferocia del tiranno sta sempre in proporzione di quella dei sudditi.

Le nostre tirannidi, in oltre, differiscono dalle antiche moltissimo; ancorché di queste e di quelle la milizia sia il nervo, la ragione, e la base. Né so, che questa differenza ch'io sto per notare, sia stata da altri osservata. Quasi tutte le antiche tirannidi, e principalmente la romana imperiale, nacquero e si corroborarono per via della forza militare stabilita senza nessunissimo rispetto su la rovina totale d'ogni preventiva forza civile e legale. All'incontro le tirannidi moderne in Europa sono cresciute e si sono corroborate per via d'un potere, militare sì e violento, ma pure fatto, per così dir, scaturire da quell'apparente o reale potere civile e legale, che si trovava già stabilito presso a quei popoli. Servirono a ciò di plausibil pretesto le ragioni di difesa d'uno stato contro all'altro; la conseguenza ne riuscì più sordamente tirannica che fra gli antichi; ma ella ne è pur troppo più funesta e durevole, perché in tutto è velata dall'ammanto ideale di una legittima civile possanza.

I Romani erano educati fra il sangue; i loro crudeli spettacoli, che a tempo di repubblica virtuosamente feroci li rendevano, al cessar d'esser liberi non li faceano cessare per ciò di essere sanguinarj. Nerone, Caligola, ecc., ecc., trucidavano la madre, la moglie, i fratelli, e chiunque a lor dispiacesse: ma Nerone, Caligola, e i simili a loro, morivano pur sempre di ferro. I nostri tiranni non uccidono mai apertamente i loro congiunti; rarissimamente versano senza necessità il sangue dei sudditi, e ciò non fanno se non sotto il manto della giustizia: ma anche i tiranni nostri se ne muojono in letto.

Non negherò, che a raddolcire gli universali costumi non poco contribuisse la religione cristiana; benché da Costantino fino a Carlo VI tanti tratti di stupida ignorante e non grandiosa ferocia si possono pur leggere nelle storie di tutti quei popoli intermediarj, che storia a dir vero non meritavano. Nondimeno attribuire si debbe in qualche parte il raddolcimento universale dei costumi, e una certa urbanità nella tirannide diversamente modificata, alla influenza della cristiana religione. Il tiranno, anch'egli ignorante per lo più e superstizioso, e sempre codardo, il tiranno anch'egli si confessa; e benché sempre vada assolto dalle oppressioni e dalle angarie fatte ai suoi sudditi, non lo sarebbe forse poi in questi nostri tempi dell'aver trucidato apertamente la madre e i fratelli, o dell'aver messo a fuoco e a sangue una propria città e provincia, se non se ricomprando con enorme prezzo, e con una total sommissione ai sacerdoti, la disusata enormità di un tanto misfatto.

Se sia un bene od un male, che dall'essere raddolciti tanto gli universali costumi ne risultino queste nostre tirannidi assai meno feroci, ma assai più durevoli e sicure che le antiche, ne può esser giudice chiunque vorrà paragonare gli effetti e le influenze di queste e di quelle. Quanto a me, dovendone brevissimamente parlare, direi; che difficilmente può nascere ai tempi nostri un Nerone ed esercitar l'arte sua; ma che assai più difficilmente ancora può nascere un Bruto, e in pubblico vantaggio la mano adoprare ed il senno.

Capitolo Decimo

DEL FALSO ONORE

Ma, se le antiche tirannidi e le moderne si rassomigliano nell'aver esse la paura per base, la milizia e la religione per mezzi, differiscono alquanto le moderne dalle antiche per aver esse nel falso onore, e nella classe della nobiltà ereditaria permanente, ritrovato un sostegno, che può assicurarne la durata in eterno. Ragionerò in questo capitolo del falso onore; e alla nobiltà, che ben se lo merita, riserberò un capitolo a parte.

L'onore, nome da tanti già definito, da tutti i popoli, e in tutti i tempi diversamente inteso, e a parer mio indefinibile; l'onore verrà ora da me semplicemente interpretato così: La brama, e il diritto, di essere onorato dai più. Ed il falso distinguerò dal vero, falsa chiamando quella brama d'onore, che non ha per ragione e per base la virtù dell'onorato, e l'utile vero degli onoranti; e vera all'incontro chiamerò quella brama di onore, che altra ragione e base non ammette se non la utile e praticata virtù. Ciò posto, esaminiamo qual sia questo onore nelle tirannidi, chi lo professi, a chi giovi, da qual virtù nasca, e qual virtù ed utile egli promuova.

L'onore nelle tirannidi si va spacciando egli stesso come il solo legittimo impulso, che spinge tutti coloro che pretendono di non operar per paura. Il tiranno, contento oltre ogni credere, che la paura mascherata sotto altro titolo venga nondimeno a produrre un medesimo, anzi un maggior effetto in suo pro, straordinariamente seconda questa volgare illusione. Col semplice nome di onore, che sempre gli sta tra le labbra, egli riesce pure a spingere i suoi sudditi a coraggiose e magnanime imprese, le quali veramente onorevoli sarebbero, se fatte non fossero in suo privato vantaggio, ed in pubblico danno. Ma, se onore vuol dire; Il giusto diritto di essere veramente onorato dai buoni ed onesti, come utile ai più; e se la virtù sola può essere base a un tal dritto; come può egli il tiranno profferire mai un tal nome? Lo ripetono anche i sudditi a gara; ma se la loro brama e diritto d'essere onorati si fondasse su la pratica della vera virtù, potrebbero eglino servire, obbedire, e giovare a un tiranno che nuoce a tutti? E noi stessi schiavi moderni, ove ricordare pure vogliamo la memoria d'un uomo giustamente onorato per molte età da molti e diversi popoli, e che quindi moltissimo onore abbia avuto nel cuore, facciamo noi menzione di un Milziade, di un Temistocle, di un Regolo, ovvero d'uno Spitridate, di un Sejano, o di altro prepotente schiavo di tiranno? Noi stessi dunque (e senza avvedercene) sommamente onorando quegli uomini liberi, grandi, e giustamente onorevoli ed onorati, veniamo manifestamente a mostrare, che il vero onore era il loro; e che il nostro, il quale in tutto è l'opposto di quello, è il falso; poiché niente onoriamo la memoria di quei pretesi grandi in tirannide.

Ma, se l'onore nelle tirannidi è falso, e se, immedesimatosi colla paura, egli è pure la principalissima molla di un tal governo, da un falso principio falsissime conseguenze risultar ne dovranno; e ne risultano in fatti. L'onore nella tirannide impone, che mai non si manchi di fede al tiranno. Impone l'onore nella repubblica, che chiunque volesse farsi tiranno, sia spento. Per giudicare qual sia tra questi due onori il verace, esaminiamo alla sfuggita questa fede, che il servo non dee rompere al tiranno. Il rompere la data fede, è certamente cosa, che dee disonorar l'uomo in ogni qualunque governo: ma la fede dev'essere liberamente giurata, non estorquita dalla violenza, non mantenuta dal terrore, non illimitata, non cieca, non ereditaria; e, sovra ogni cosa, reciproca dev'esser la fede. Ogni moderno tiranno, al riappiccarsi in fronte la corona del padre, anch'egli ha giurato una fede qualunque ai suoi sudditi, che già rotta e annullata dal di lui padre, lo sarà parimente e doppiamente da esso. Il tiranno è dunque di necessità sempre il primo ad essere spergiuro, e fedifrago: egli è dunque il primo a calpestarsi fra' piedi il proprio onore, insieme con le altrui cose tutte. Ed i suoi sudditi perderebbero l'onor loro, nel romper essi quella fede che altri ha manifestamente già rotta? La pretesa virtù, in questo caso frequente pur tanto nelle tirannidi, sta dunque direttamente in opposizione coll'onor vero; poiché, se un privato ti manca di fede, anche l'onore stesso delle tirannidi t'impone di fargliela a forza osservare, per vendicare in tal modo il disprezzo ch'egli ha mostrato espressamente di te nell'infrangerla. Manifestamente dunque falso è quell'onore che comanda di serbar rispetto, ed amore, e fede a chi non serba, o può impunemente non serbare, alcuna di queste tre cose a nessuno. Da questo falso onore nasce poi la falsissima conseguenza, che si venga a credere legittima infrangibile e sacra quell'autorità, che l'onore stesso costringe a mantenere e difendere.

A questo modo, nella tirannide, guasti essendo e confusi i nomi di tutte le cose, i capricci del tiranno messi in carta, col sacro nome di leggi s'intitolano; e si rispettano, ed eseguiscono, come tali. Così, a quella terra dove si nasce, si dà nella tirannide risibilmente il nome di patria; perché non si pensa che patria è quella sola, dove l'uomo liberamente esercita, e sotto la securtà d'invariabili leggi, quei più preziosi diritti che natura gli ha dati. Così, si ardisce nella tirannide appellare senato (col nome cioè dei liberi scelti patrizj di Roma) una informe raccolta di giudici trascelti dal principe, togati di porpora, e specialmente dotti in servire. Così finalmente, si viene a chiamare nella tirannide col titolo sacro d'onore la dimostrata impossibilità di essere giustamente onorato dai buoni, come di essere utile ai molti.

Ma, per maggiormente accertarci, che l'onor nostro sia il falso, paragoniamolo alquanto più lungamente a quello delle repubbliche antiche, nelle sue cagioni, mezzi, ed effetti; e certo arrossiremo noi tosto di profferire un tal nome; che se dicessimo non essere egli a noi noto affatto, con una tale ignoranza escuseremmo almeno la infamia nostra in gran parte. Comandava l'onore antico a quei popoli liberi, di dar la vita per la libertà; vale a dire pel maggior vantaggio di tutti: ci comanda il moderno onore di dar la vita pel tiranno; vale a dire per colui che sommamente nuoce a noi tutti. Voleva l'antico onore, che le ingiurie private cedessero sempre alle pubbliche: vuole il moderno che si abbiano le pubbliche per nulla, e che atrocemente si vendichino le private. Voleva l'antico, che i suoi seguaci serbassero amore e fede inviolabile alla patria sola: il nostro la vuole e comanda pel solo tiranno. E non finirei, se i precetti di questo e di quello, in tutto contrarj fra loro, annoverare volessi.

Ma i mezzi per essere onorato, non meno dai popoli servi che dai liberi, sono pur sempre il coraggio e una certa virtù: colla somma differenza nondimeno, che l'onore nelle repubbliche, scevro da ogni privato interesse, riesce di pura ricompensa a se stesso; ma nelle tirannidi questo onore impiegatosi in pro del tiranno, vien sempre contaminato da mercedi e favori, che più o meno distribuiti dal principe, accrescono, minorano, o anche, negati, spengono affatto l'onore nel cuore de' suoi servi.

Le conseguenze poi di questi due diversi onori, facilissime sono a dedursi. Libertà, grandezza d'animo, virtù domestiche e pubbliche, il nome e il felice stato di cittadino; ecco quali erano i dolci frutti dell'antico onore: tirannia, ferocia inutile, vil cupidigia, servaggio, e timore; ecco innegabilmente quali sono i frutti del moderno. I Greci e' Romani erano in somma il prodotto del vero onor ben diretto; i popoli tutti presenti d'Europa, (meno gl'Inglesi) sono il prodotto del falso onore moderno. Paragonando fra loro questi popoli, la diversa felicità e potenza da essi acquistata, le diverse cose operate da loro, la fama che ottengono, e quella che meritano, si viene ad avere un'ampia e perfetta misura di ciò che possa nel cuor dell'uomo questa divina brama di essere giustamente onorato, allorché dai saggi governi ella è bene indrizzata e accresciuta, o allorché dai tirannici ella viene diminuita, o traviata dal vero.

Mi si dirà che, o buono sia o cattivo il principio, a ogni modo il sagrificar la propria vita, il mantenere la data fede a costo di essa, l'esporla per vendicare le ingiurie private, tutto ciò suppone pur sempre una somma virtù. Né io imprendo stoltamente a negare, che nelle tirannidi vi sia moltissima gente capace di virtù, e nata per esercitarla: piango solamente in me stesso di vederla falsamente adoprarsi nel sostenere, e difendere il vizio, e quindi nello snaturare, e distruggere se stessa. E niuno politico scrittore ardirà certamente chiamare virtù uno sforzo, ancorché massimamente sublime, da cui, in vece del pubblico bene, ne debba poi ridondare un male per tutti, e la prolungazione del pubblico danno.

Ora, perché dunque quella stessa vita, che tanti e sì fatti uomini ripieni di falso onore vanno così prodigamente spendendo pel tiranno, perché quella vita stessa non vien ella da loro sagrificata, con più ragione e con ugual virtù, per togliere a colui la tirannide? E quel valore inutile (poiché non ne ridonda alcun bene) quell'efferato valore, con cui nelle tirannidi si vendicano le private offese, perché non si adopera tutto contro al tiranno, che tutti, e in più supremo grado, non cessa pur mai un momento di offendere? E quella fede che così ostinatamente cieca si osserva verso il nemico di tutti, perché, con egual pertinacia e con più illuminata virtù, non si giura ella ed osserva inverso i sacri ed infranti diritti dell'uomo?

Nelle tirannidi dunque, a tal segno ridotti son gl'individui, che, qualunque impulso dalla natura abbiano ricevuto all'operar cose grandi, essi edificano pur sempre sul falso, ogniqualvolta non sanno o non osano calpestare il moderno onore, e riassumere l'antico.

Capitolo Undecimo

DELLA NOBILTÀ

Havvi una classe di gente, che fa prova e vanto di essere da molte generazioni illustre, ancorché oziosa si rimanga ed inutile. Intitolasi nobiltà; e si dee, non meno che la classe dei sacerdoti, riguardare come uno dei maggiori ostacoli al viver libero, e uno dei più feroci e permanenti sostegni della tirannide.

E benché alcune repubbliche liberissime, e Roma tra le altre, avessero anch'elle in sé questo ceto, è da osservarsi, che già lo avevano quando dalla tirannide sorgeano a libertà; che questo ceto era pur sempre il maggior fautore dei cacciati Tarquinj; che i Romani non accordarono d'allora in poi nobiltà, se non alla sola virtù; che la costanza tutta, e tutte le politiche virtù di quel popolo erano necessarie per impedire per tanti anni ai patrizj di assumere la tirannide; e che finalmente poi dopo una lunga e vana resistenza, era forza che il popolo credendo di abbattergli, ad essi pur soggiacesse. I Cesari in somma erano patrizj, che mascheratisi da Marii, fingendo di vendicare il popolo contra i nobili, amendue li soggiogarono.

Dico dunque; che i nobili nelle repubbliche, ove essi vi siano prima ch'elle nascano, o tosto o tardi le distruggeranno, e faran serve; ancorché non vi siano da prima più potenti che il popolo. Ma, in una repubblica, in cui nobili non vi siano, il popolo libero non dee mai creare nel proprio seno un sì fatale stromento di servitù, né mai staccare dalla causa comune nessuno individuo, né (molto meno) staccarne a perpetuità, nessuna intera classe di cittadini. Pure, per altra parte moltissimo giovando alla emulazione, e non poco alla miglior discussione dei pubblici affari, l'aver nella repubblica un ceto minore in numero, e maggiore in virtù al ceto di tutti, potrebbe un popolo libero a ciò provvedere col crearsi questo ceto egli stesso, e crearlo a vita od a tempo, ma non ereditario giammai; affinché possano costoro operare nella repubblica quel tal bene che vi oprerebbe forse la nobiltà, senza poterne operare mai niuno dei mali, che ella tutto giorno pur vi opera.

Natura dell'uomo si è, che quanto egli più ha, tanto desidera più, e tanto maggiormente in grado si trova di assumersi più. Al ceto dei nobili ereditarj, avendo essi la primazìa e le ricchezze, altro non manca se non la maggiore autorità, e quindi ad altro non pensano che ad usurparla. Per via della forza nol possono, perché in numero si trovano pur sempre di tanto minori del popolo. Per arte dunque, per corruzione, e per fraude, tentano di usurparla. Ma, o fra loro tutti si accordano, e, per invidia l'uno dell'altro, rimanendo la usurpata autorità nelle mani di loro tutti, ecco allora creata la tirannide aristocratica: ovvero tra quei nobili se ne trova uno più accorto, più valente, e più reo degli altri, che parte ne inganna, parte ne perseguita o distrugge, e fingendo di assumere le parti e la difesa del popolo, si fa assoluto signore di tutti; ed ecco, come sorge la tirannide d'un solo. Ed ecco, come ogni tirannide ha sempre per origine la primazìa ereditaria di pochi: poiché la tirannide importando necessariamente sempre lesione e danno dei più, ella non si può mai originare né lungamente esercitare da tutti, che al certo non possono mai volere la lesione ed il danno di se stessi.

Conchiudo adunque, quanto alla ereditaria nobiltà, che quelle repubbliche, in cui ella è già stabilita, non possono durar libere di vera politica libertà; e che nelle tirannidi questa vera libertà non vi si può mai stabilire, o stabilita durarvi, finché vi rimangono de' nobili ereditarj: e le tirannidi nelle loro rivoluzioni non muteranno altro mai che il tiranno, ogniqualvolta non abbatteranno con esso ad un tempo la nobiltà. Così Roma, benché cacciasse i tiranni Tarquinj, rimanendovi pure, dopo svanito il comune pericolo, assai più potenti i patrizj che il popolo, Roma non fu veramente libera e grande, che alla creazione dei tribuni. Questo popolar magistrato, contrastando di pari colla potenza patrizia, ed essendo abbastanza potente per tenerla a freno, e non abbastanza per distruggerla affatto, per molto tempo sforzava i nobili a gareggiare col popolo in virtù; e ne nacque perciò per gran tempo il bene di tutti. Ma il mal seme pur rimaneva, e all'accrescersi della universale potenza e ricchezza, rigermogliò più che mai rigogliosa ogni superbia e corruzione nei nobili; e questi poi, così guasti, in breve la repubblica spensero.

Fu dottamente e con sagace verità osservato, prima dal nostro gran Machiavelli, e con qualche maggior ordine poi da Montesquieu, che quelle gare stesse fra la nobiltà ed il popolo erano state per più secoli il nerbo, la grandezza, e la vita, di Roma: ma la sacra verità comandava pur anco, che si osservasse da codesti due grandi, che quelle dissensioni stesse ne erano state poi la intera rovina; e il come, e il perché, ampiamente da essi indagar si dovea. Ed io mi fo a credere, che se tali due sommi avessero voluto, od osato spingere alquanto più oltre il loro riflessivo ragionamento, avrebbero essi indubitabilmente assegnato per principalissima cagione di una tale intera rovina la ereditaria nobiltà. Che se le dissensioni, o per dir meglio le disparità di opinioni, sono necessarie in una repubblica per mantenervi la vita e la libertà, bisogna pur confessare che le disparità d'interessi dannosissime vi riescono, e di necessità mortifere ogniqualvolta l'uno dei due diversi interessi interamente la vince. Ora, mi pare innegabile, che ogni primazìa ereditaria di pochi genera per forza in quei pochi un interesse di conservazione e di accrescimento, diverso ed opposto all'interesse di tutti. Ed ecco il vizio radicale, per cui ogniqualvolta in uno stato esisterà una classe di nobili e di sacerdoti, a parte dal popolo, saranno questi lo scandalo, la corruzione, e la rovina di tutti: e i nobili, per essere ereditarj, riusciranno quasi più dannosi che i sacerdoti, i quali sono elettivi soltanto: ma, per dire il vero, abbondantemente suppliscono a ciò i sacerdoti, colle loro ereditarie impolitiche massime, che da ogni loro individuo in un colla tonaca e col piviale si assumono; oltre che, per maggiormente perfezionare questo comune danno, le più cospicue sacerdotali dignità sogliono anche cadere esclusivamente nelle mani dei nobili: dal che ne risulta, che i sacerdoti doppiamente dannosi riescono al pubblico bene.

E benché in Inghilterra vi siano per ora, e nobili e libertà, non mi rimuovo io perciò in nulla da questo mio su mentovato parere. Si osservi da prima, che in Inghilterra i veri nobili antichi, nelle spesse e sanguinose rivoluzioni erano presso che tutti spenti; che i nuovi nobili, usciti di fresco dal popolo per favor del re, non possono in un paese libero assumere né in una né in due generazioni quella superbia e quello sprezzo del popolo stesso, fra cui serbano essi ancora i loro parenti ed amici; quella superbia, dico, che vien bevuta col latte dai nobili antichi, interamente staccati nelle nostre tirannidi da tempo immemorabile dal popolo, di cui sono lungamente stati gli oppressori e tiranni. Si osservi in oltre, che i nobili in Inghilterra, presi in se stessi, sono meno potenti del popolo; e che, uniti col popolo, sono più che il re; ma che, uniti col re, non sono però mai più che il popolo. Si osservi in oltre, che se in alcuna cosa la repubblica inglese pare più saldamente costituita che la romana, si è nell'essere in Inghilterra la dissensione permanente e vivificante, non accesa fra i nobili e il popolo come in Roma, ma accesa bensì fra il popolo e il popolo; cioè, fra il ministero e chi vi si oppone. Quindi, non essendo questa dissensione generata da disparità di ereditario interesse, ma da disparità di passeggera opinione, ella vien forse a giovare assai più che a nuocere; poiché nessuno talmente aderisce a una parte, ch'egli non possa spessissimo passare dalla contraria; nessuna delle due parti avendovi interessi permanentemente opposti, e incompatibili col vero bene di tutti. Una nobiltà dunque così felicemente rattemperata, come la inglese lo pare, per certo riesce assai meno nociva che ogni altra; e al potersi veramente far utile al pubblico, altro forse non le mancherebbe che di non essere ereditaria. Una classe di uomini principali, e non amovibili membri del governo, ov'ella fosse creata dalla vera virtù e dai liberi suffragj di tutti, vi riuscirebbe veramente onorevole, e giustamente onorata; e grandissima emulazione di virtù si verrebbe ad accendere fra i concorrenti ad essa. Ma, se disgraziatamente ereditaria una tal classe si ammette, ancorch'ella si creasse da liberi e virtuosi suffragj, tuttavia ad ogni individuo inglese che verrà creato nobile ereditario, si perderà per tal mezzo una intera stirpe, che così viene staccata dall'interesse comune, deviata dal vantaggio di tutti, e privata di ogni emulazione al ben fare. Quindi è, che i nobili in Inghilterra, ancorché alquanto meno dannosi che nelle tirannidi, potendovi pure essere moltiplicati dal re ad arbitrio suo, e senza alcun limite; credendosi essi maggiori del popolo; essendovi e più ricchi, e più sazj, e più oziosi, e più guasti assai che non è il popolo; i nobili in Inghilterra saranno in ogni tempo maggiormente propensi all'autorità del re, il quale creati gli ha e spegnerli non potrebbe, che non all'autorità del popolo, il quale non può creargli e li potrebbe pure distruggere. In Inghilterra perciò (come sempre sono stati altrove) i nobili saranno, o già sono, i corrompitori della libertà; ove, prima di ciò, abbattuti maggiormente non siano dal popolo. Ma, non essendo la repubblica il mio tema, abbastanza, e troppo lungamente forse, ho io parlato fin qui dei nobili nelle repubbliche. Mi convien dunque ora lungamente ragionare dei nobili nelle moderne nostre tirannidi.

Distrutto il romano imperio, ne furono, come ognun sa, divise le provincie fra diversi popoli; ed infiniti stati da quell'immenso stato nascevano. Ma, in tutti insorgeva una nuova specie di governo fino allora ignota, in cui molti piccioli tiranni rendendo omaggio ad un solo e maggiore, teneano, sotto il titolo di feudatarj, nella oppressione e servitù i varj lor popoli. Alcuni di questi tiranni feudatarj divennero così potenti, che ribellatisi al loro sovrano, si crearono stato a parte; e non pochi dei presenti tiranni d'Europa son della stirpe di quei signorotti. E, per contraria vicenda, molti dei tiranni sovrani si fecero altresì col tempo abbastanza potenti, per distruggere o spodestare affatto quei secondi tiranni, e rimanere essi soli sovrani. Comunque ciò fosse, il soggiacere al tiranno maggiore, o ai tirannelli, non sollevò mai il popolo dal peso delle sue catene: anzi, è verisimile che, assicurato ed ingrandito il loro stato, i tiranni maggiori, avendo meno rispetti, più illimitata potenza, e minori nemici, ne divennero con molta più impunità e sicurezza oppressori del loro misero gregge.

Ma, quanto erano stati da temersi pel tiranno quei nobili feudatarj, finché aveano avuto autorità e forza; quanto erano stati ostacolo, e in un certo modo freno, alla compiuta tirannide di quel solo, altrettanto poi ne divennero essi la base e il sostegno, tosto che rimasero spogliati dell'autorità e della forza. I tiranni si prevalsero da prima del popolo stesso per abbassare i signorotti; ed il popolo che avea da vendicar tante ingiurie, volonteroso seguitò l'animosità di quel solo e maggior tiranno contro ai tanti e minori. Allora, qual dei signorotti si dette per accordo al tiranno, e quale contr'esso rivolse le armi. Ma, o patteggiati, o vinti ch'ei fossero, tutti, od i più, coll'andar del tempo soggiacquero. Non si estinse tuttavia interamente mai quel male che ridondava da questa secondaria tirannide feudale; non si scemò punto la servitù per il popolo; notabilmente si accrebbe bensì l'autorità e la forza del tiranno. Conobbero i tiranni la necessità di mantenere una classe fra essi ed il popolo, che paresse alquanto più potente che il popolo, e fosse assai meno potente di loro: e benissimo conobbero che distribuendo fra costoro gli onori tutti e le cariche, diverrebbero questi col tempo i più feroci e saldi satelliti della loro tirannide.

Né s'ingannarono in tal fatto i tiranni. I nobili, spogliati affatto della loro autorità e forza, ma non interamente delle loro ricchezze e superbia, manifestamente conobbero che non potevano essi nella tirannide continuare ad essere tenuti maggiori del popolo, se non se risplendendo della luce del tiranno. L'impossibilità di riacquistare l'antica potenza li costrinse ad adattare la loro ambizione alla necessità ed ai tempi. Dal popolo, che non s'era certamente scordato delle loro antiche oppressioni; dal popolo, che gli abborriva perché li credeva ancora troppo più potenti di lui; dal popolo in somma, troppo avvilito per soccorrergli ancor che il volesse, videro chiaramente i nobili che non v'era luogo a sperarne mutazione alcuna favorevole a loro. Si gittarono dunque interamente in braccia al tiranno; ed egli non li temendo oramai, e vedendo quanto potevano riuscire utili alla propagazione della tirannide, li prelesse ad essere i depositarj e il sostegno.

E questa è la nobiltà, che nelle tirannidi d'Europa tutto giorno poi vedesi così insolente col popolo, e così vil coi tiranni. Questa classe, in ogni tirannide, è sempre la più corrotta; ella è perciò l'ornamento principalissimo delle corti, il maggior obbrobrio della servitù, e il giusto ludibrio dei pochi che pensano. Degeneri dai loro avi nella fierezza, i nobili sono gl'inventori primieri d'ogni adulazione, d'ogni più vile prostituzione al tiranno: ma non tralignano già essi nella superbia e crudeltà contro al popolo. Anzi, vie più inferociti per la loro perduta potenza effettiva, lo tiranneggiano quanto più sanno e possono con i flagelli stessi del tiranno, se egli lo permette; e se egli lo vieta, (il che di rado accadeva fino allo stabilimento della perpetua milizia) non lasciano pure di opprimere il popolo di furto con quanta prepotenza più possono.

Ma, dallo stabilimento in poi dei perpetui eserciti in Europa, i tiranni vedendosi armati e effettivamente potenti, hanno incominciato a tenere in assai minor conto la nobiltà, e a sottoporla anch'essa alla giustizia non meno che il popolo, allor quando ad essi così giova, o piace, di fare. La vista politica del tiranno nel volersi mostrare imparziale pe' nobili, è stata di riguadagnarsi il popolo, e di riaddossare ai nobili l'odiosità degli antecedenti governi. Ed io mi fo a credere, che se il tiranno potesse amare una qualche classe dei sudditi suoi, ove fossero egualmente vili e obbedienti i nobili ed il popolo, egli pure inclinerebbe più per il popolo; ancorché pur sempre sentisse, che a tenere il popolo a freno egli è, in un certo modo, necessarissimo il naturale argine della nobiltà, cioè, dei più ricchi ed illustri. E di questo semiamore, o sia minore odio del tiranno pel popolo, ne assegnerei la seguente ragione. La nobiltà, per quanto sia ignorante e mal educata, pure, come alquanto meno oppressa e più agiata, ella ha il tempo ed i mezzi di riflettere alquanto più che il popolo; ella si avvicina molto più al tiranno; ella ne studia e ne conosce più l'indole, i vizj, e la nullità. Si aggiunga a questa ragione, il bisogno che il tiranno ancora pur crede di aver talvolta dei nobili; e da questo tutto si verrà facilmente ad intendere quell'innato odio contr'essi, che sta nel cuor del tiranno; il quale non può né dee voler che si pensi; né può, molto meno, aggradire chiunque lo spia e conosce. Nasce da questo intrinseco odio quella pompa di popolarità, che molti dei moderni tiranni europei van facendo; come anche le tante mortificazioni, che vanno compartendo ai lor nobili. Il popolo, soddisfatto di vedere abbassati i suoi signorotti, ne sopporta più volentieri il comune oppressore, e la divisa oppressione. I nobili rodono la catena; ma troppo corrotti, effemminati e deboli sono, per romperla. Il tiranno se ne sta fra' due, distribuendo ad entrambi a vicenda, frammiste a molte battiture, alcune fallaci dolcezze; e così vie più sempre corrobora egli e perpetua la tirannide. Non distrugge egli i nobili, se non se a minuto i più antichi, per riprocrearne dei nuovi, non meno orgogliosi col popolo, ma più soggetti e arrendevoli a lui: e non li distrugge il tiranno, perché li crede (ed il sono) essenzialissima parte della tirannide. Non gli teme, perch'egli è armato: non gli stima, perché li conosce: non gli ama, perché lo conoscono. Il popolo non mormora dei gravosi eserciti, perch'egli non ragiona, e ne trema: ma con molta gioja bensì per via degli eserciti vede i nobili starsi non meno soggetti e tremanti di lui.

I nobili ereditarj son dunque una parte integrante della tirannide, perché non può allignar lungamente libertà vera, dove esiste una classe primeggiante, che tale non sia per virtù ed elezione. Ma la milizia perpetua, fattasi oramai parte della tirannide più integrante ancora di quel che lo sia la nobiltà, ha tolto ai nobili la possibilità di far fronte al tiranno, e diminuita in loro quella di opprimere il popolo.

Capitolo Duodecimo

DELLE TIRANNIDI ASIATICHE, PARAGONATE COLL'EUROPEE

Pare, che molte tirannidi d'oriente smentiscano quanto ho detto finora circa alla necessità dei nobili inerente all'essenza della tirannide; non vi essendo in esse alcuna nobiltà ereditaria; né ammettendo esse a prima vista altra distinzione di ordini, che un signor solo e tutti gli altri servi egualmente. E, a dir vero, l'Asia in ogni tempo non solo non conobbe libertà, ma soggiacque quasi sempre tutta a tirannidi inaudite, esercitate in regioni vastissime; in cui non si scorge nessun viver civile, nessuna stabilità, e nessune leggi, che non soggiacciano al capriccio del tiranno, eccettuatene tuttavia le religiose. Ma io, con tutto ciò, non dispero di poter dimostrare che la tirannide in ogni tempo e luogo è tirannide; e che usando ella gli stessi mezzi per mantenersi, produce, ancorché sotto diverso aspetto, gli stessissimi effetti.

Non esaminerò perché siano tali i popoli dell'oriente; le ragioni, che riuscirebbero assai più congetturali che dimostrative, o ne sono state assegnate, o lo verranno da altri più dotti e profondi che non son io. Ma, partendo dal dato, io dico; che la paura, la milizia, e la religione, innegabilmente sono esse pure le tre basi e molle delle tirannidi asiatiche, come delle europee; e che sono esse il più saldo appoggio di quelli e di questi tiranni. Il falso onore, di cui ampiamente ho parlato, non pare da prima occupare alcun luogo nella mente e nel cuore degli orientali; ma pure, se bene si esamina, si vedrà che lo conoscono anch'essi e lo praticano. Per quei popoli il tiranno è un articolo vero di fede; essi tengono la religione assai più in pregio di noi: quindi in tutto ciò che spetta all'uno o all'altra dimostrano d'avere moltissimo onore. Non ci è esempio di maomettani che si facciano cristiani come tutto dì v'è esempio di cristiani che rinnegano.

In tal modo, a tutto ciò che la nobiltà ereditaria, e la milizia perpetua (quali le abbiamo in Europa) potrebbero operare di più in favore delle orientali tirannidi, vi suppliscono dunque ampiamente le asiatiche religioni; e massime la maomettana, ch'è più creduta, più osservata, e assai più potente ancora, che non lo sia oramai in nessun luogo la nostra.

Ma, ancorché la nobiltà ereditaria non sussista in gran parte d'oriente (toltine però la Cina, il Giappone, e molti stati dell'Indie, il che certamente non è picciola parte dell'Asia) nondimeno nei paesi maomettani gli strumenti principali della tirannide sono, come nella cristianità, i sacerdoti, i capi della milizia, i governatori delle provincie, e i barbassori di corte: e costoro tutti, benché non vi siano nati nobili, si debbono pure riputare come una classe, che essendo più che il popolo e meno che il tiranno, e accattando dal tiranno il lustro e l'autorità, viene per l'appunto ad occupare lo stessissimo luogo nelle tirannidi asiatiche, che occupa la nobiltà ereditaria nelle europee. Vero è, che fra quei nobili d'Asia, morendo essi di morte naturale o violenta, cessa nei loro figli la nobiltà: ma tosto pure alle loro cariche ne sottentran degli altri, e quanti mai ne verranno, tutti, ancorché d'origine plebea, assumeranno tosto il pensare dei nobili; il quale non è altro che di opprimere i popoli, e tenersi col tiranno. Ed anzi, questi nobili recenti, di tanto più feroci saranno, quanto l'uomo che è nato più vile, che è stato più oppresso, e che ha conosciuto più eguali, diviene assai più superbo e feroce ogniqualvolta egli, per altra via che quella della virtù, perviene ad innalzarsi sovr'essi. Ma certamente la virtù non potrà essere mai la scala agli onori e all'autorità, in nessuna tirannide.

L'effetto vien dunque ad essere lo stesso in oriente come in occidente; poiché fra il popolo e il tiranno entrano pur sempre di mezzo i nobili (o ereditarj siano o fattizj) e la permanente milizia: due classi, senza di cui non v'è né vi può esser tirannide; e colle quali non v'è, né vi può essere lungamente mai libertà.

Ma mi si dirà forse, che in ogni democrazia, od in qualsivoglia mista repubblica, i sacerdoti, i magistrati, ed i capi della milizia, sono parimente sempre maggiori del popolo. A ciò è da rispondersi, distinguendo: Costoro nella repubblica sono ciascuno maggiori d'ogni privato individuo; ma minori dell'universale, essendo eletti da tutti, o dal più gran numero; essendo eletti per lo più a tempo, e non a vita; sottoposti alle leggi, e costretti a dare, quando che sia, un rigido conto di se stessi. Ma costoro, nella tirannide, sono maggiori, e d'ogni individuo, e dell'universale; perché sono eletti da un solo che può più di tutti; perché non danno conto del loro operare, se non a lui; e perché in somma niun'altra cosa vien loro apposta a delitto dal tiranno, fuorché l'aver dispiaciuto, o arrecato danno a lui solo: il che chiaramente vuol dire per lo più, l'aver giovato, o tentato di giovare, a tutti od ai più.

Ma, se io abbastanza ho dimostrato (come a me pare) che nelle tirannidi dell'oriente i tiranni adoperano gli stessi mezzi che in queste, esaminiamo ora quali siano le apparenti differenze tra gli effetti; perché vi siano; e se elle siano in favore o in disfavore degli europei.

Mostransi di rado al pubblico gli orientali tiranni, e inaccessibili sono in privato; i nostri veggiamo ogni giorno: ma il vederli non scema però in noi la paura, né in essi la potenza; e benché lo avvezzarci a quell'oggetto diminuisca alquanto la stupida venerazione per esso, l'odio nondimeno dee pur sempre rimanere il medesimo, e di gran lunga maggiore il fastidio e la noja.

Difficilissimo è l'accostarsi ai tiranni d'oriente; ai nostri, a qual con lettere o suppliche, a quale in persona, possiamo assai facilmente ogni giorno accostarci: ma, e che ne ridonda? son forse fra noi meno oppressi gl'innocenti ed i buoni? son forse più conosciuti i rei, allontanati, o puniti?

Gl'impieghi, gli onori, le dignità si conferiscono in oriente agli schiavi più graditi al padrone. Il solo capriccio li dona, e il solo capriccio li ritoglie; ma un ministro o qualunque altro, che spogliato venga di alcuno importante impiego, viene altresì privato per lo più della vita. E lo stesso capriccio conferisce nel nostro occidente gli stessi onori e dignità a quegli schiavi più dotti nell'arte di piacere e compiacere al tiranno: e tanto più vili schiavi costoro, e degni in ciò veramente di esserlo, quanto, non essendo gli europei, come gli orientali, nati nella servitù effettiva dei serragli, di buon animo spontaneamente vanno porgendo le mani ed il collo al più obbrobrioso di tutti i gioghi. Ma, se i nostri tiranni, nel toglier loro la carica non li privano a un tempo della vita, ciò forse non accade per altra ragione, se non perché questi scelti servi europei, a sì manifeste prove si sono dimostrati per vili, che i tiranni nostri in nessun modo non possono, né debbono, in nulla temerli.

Nelle tirannidi dell'oriente, pochissime leggi, oltre alle religiose, vi sussistono: moltissime se ne ha nelle nostre; ma ogni giorno si mutano, s'infrangono, si annullano, e per fin si deridono. Qual è men vergognosa ed infame a soffrirsi delle due seguenti usurpazioni? o d'uno che ti oltraggia e ti opprime, perché tu, non credendo che altrimenti una società esistere potesse, glie ne hai conceduto illimitatamente la signoria, né hai provveduto in nessuna maniera a moderargliela; o d'uno che ti fa lo stesso e anche peggio, benché tu abbi provveduto con impotenti leggi, e con gl'inutili suoi giuramenti, che egli opprimere ed oltraggiare non ti potesse?

Negli orientali governi nulla vi ha di sicuro, se non la sola servitù: ma, che v'ha egli di sicuro nei nostri? I tiranni europei sono di gran lunga più umani? cioè, hanno i tiranni europei molto minore il bisogno di essere crudeli. Nell'oriente, le scienze e le lettere proscritte, i regni spopolati, la stupidità e miseria del popolo, nessuna industria, nessun commercio; non son tutte queste, e tante altre, le innegabili prove del vizio distruttivo, che sta in quei governi? Rispondo, distinguendo di nuovo. La religion maomettana, come più inerte e meno curante della nostra, riesce altresì molto più distruttiva di essa. Ma in quelle parti d'oriente, dove non ci è maomettismo, come specialmente alla Cina e al Giappone, tutti questi soprammentovati lagrimevoli effetti, che stoltamente noi assegniamo alla sola orientale tirannide, in un'altra orientale e niente minore tirannide, vi si vedono cessare; o almeno non v'esistere maggiori che nelle tirannidi europee.

Parmi adunque, che sia da conchiudere; che la tirannide nell'Asia, e principalmente nel maomettismo, suol riuscire più oppressiva che nell'Europa: ma bisogna ad un tempo stesso confessare; che il tiranno e quelli che fan le sue parti, assai meno sicuri vivono in Asia che non in Europa. Quindi dall'essere le nostre tirannidi alquanto più miti, se a noi ne ridonda pure qualche vantaggio, amaramente ci vien compensato dalla maggiore infamia che sta nel servire, sapendolo; e dalla quasi impossibilità, in cui il nostro effemminato vivere ci pone, di distruggere, di mutare o di crollare almeno d'alquanto le nostre tirannidi. Noi coltiviamo le scienze, le lettere, il commercio, le arti tutte, ed ogni civile costume; negar non si può: ma noi colti, noi dotti, noi in somma che siamo il fiore degli abitanti di questo globo, noi soffriam pure tacitamente quello stesso tiranno, che soffrono (è vero) ma che pur anche talvolta robustamente distruggono quegli asiatici popoli, rozzi, ignoranti, e, a parer nostro, di tanto più vili di noi. Chi non sa che vi è stata, e che vi può essere libertà, non conosce e non sente la servitù; e chi questa non sente, scusabilissimo è se la soffre. Ma che direm noi di que' popoli, che sanno, e sentono, e fremono di essere servi; e la servitù pure si godono, e tacciono?

La differenza dunque, che passa fra l'Asia e l'Europa, si è; che i tiranni orientali tutto possono, e tutto fanno; ma sono anche spesso privati del trono ed uccisi: gli occidentali tiranni possono tutto, fanno soltanto ciò che a loro occorre di fare, e stanno quasi sempre inespugnabili, securi, e impuniti. I popoli d'Asia di niuna loro cosa sicuri possessori sen vivono; ma credono in parte che così debba essere; e dove in certo modo contro all'universale si ecceda, si vendicano almeno del tiranno, benché mai non ispengano, né minorino, la tirannide. I popoli d'Europa niuna cosa possedono con maggior sicurezza che quelli dell'Asia, benché vengano spogliati del loro in una diversa e più cortese maniera; ma questi sanno quali siano i dritti dell'uomo; ed ignorar non li possono, poiché li vedono felicemente esercitati da alcune pochissime nazioni, che vivono libere in mezzo alla universal servitù: e benché ogni giorno si veda nelle tirannidi europee (massime in quanto spetta alle pecuniarie gravezze) eccedere dal tiranno ogni modo, nondimeno per codardia e viltà dei nostri popoli non si ardisce mai tentare nessuna lodevol vendetta, non che si ardiscano tentare di riassumere i naturali diritti, così inutilmente da lor conosciuti.

Capitolo Decimoterzo

DEL LUSSO

Non credo, che mi sarà difficile il provare, che il moderno lusso in Europa sia una delle principalissime cagioni, per cui la servitù, gravosa e dolce ad un tempo, vien poco sentita dai nostri popoli, i quali perciò non pensano né si attentano di scuoterla veramente. Né intendo io di trattare la questione, oramai da tanti egregj scrittori esaurita, se sia il lusso da proscriversi o no. Ogni privato lusso eccedente, suppone una mostruosa diseguaglianza di ricchezze fra' cittadini, di cui la parte ricca già necessariamente è superba, necessitosa e avvilita la povera, e corrottissime tutte del pari. Onde, posta questa disuguaglianza, sarà inutilissimo e forse anche dannoso il voler proscrivere il lusso: né altro rimedio rimane contr'esso, che il tentare d'indirizzarlo per vie meno ree ad un qualche scopo men reo. M'ingegnerò io bensì di provare in questo capitolo; che il lusso, conseguenza naturalissima della ereditaria nobiltà, nelle tirannidi riesce anch'egli una delle principalissime basi di esse; e che dove ci è molto lusso non vi può sorgere durevole libertà; e che dove ci è libertà, introducendovisi moltissimo lusso, questo in brevissimo tempo corromperla dovrà, e quindi annullarla.

Il primo e il più mortifero effetto del privato lusso, si è; che quella pubblica stima che nella semplicità del modesto vivere si suole accordare al più eccellente in virtù, nello splendido vivere vien trasferita al più ricco. Né d'altronde si ricerchi la cagione della servitù, in tutti quei popoli, fra cui le ricchezze danno ogni cosa. Ma pure, la uguaglianza dei beni di fortuna essendo presso ai presenti europei una cosa chimerica affatto, si dovrà egli conchiudere che non vi può essere libertà in Europa, perché le ricchezze vi sono tanto disuguali? e possono elle non esserlo, atteso il commercio, e il lucro delle pubbliche cariche? Rispondo; che difficilmente vi può essere o durare una vera politica libertà, là dove la disparità delle ricchezze sia eccessiva; ma che pure, due mezzi vi sono per andarla strascinando (dove ella già fosse allignata) in mezzo a una tale disparità, ancorché il lusso sterminatore tutto dì la libertà vi combatta. Il primo di questi mezzi sarà, che le buone leggi abbiano provveduto, o provvedano, che la eccessiva disuguaglianza delle ricchezze provenga anzi dalla industria, dal commercio, e dall'arti, che non dall'inerte accumulamento di moltissimi beni di terra in pochissime persone, alle quali non possono questi beni pervenire in tal copia, senza che infiniti altri cittadini non siano spogliati della parte loro. Con un tale compenso le ricchezze dei pochi non occasionando allora la povertà totale dei più, verrà pure ad esservi un certo stato di mezzo, per cui quel tal popolo sarà diviso in pochi ricchissimi, in moltissimi agiati, ed in pochi pezzenti. Tuttavia, questa divisione non può quasi mai nascere, o almeno sussistere, se non in una repubblica; in vece che la divisione in alcuni ricchissimi, e in moltissimi pezzenti, dee nascere, e tutto dì si vede sussistere, nelle tirannidi, le quali di una tale disproporzione si corroborano. Il secondo mezzo di rettificare il lusso, e diminuirne la maligna influenza sul dritto vivere civile, sarà di non permetterlo nelle cose private, e d'incoraggirlo e onorarlo nelle pubbliche. Di questi due mezzi le poche repubbliche d'Europa si vanno pur prevalendo, ma debolmente ed invano; come quelle che sono corrottissime anch'esse dal fastoso e pestifero vivere delle vicine tirannidi. E questi altresì sono i due mezzi, che i nostri tiranni non adoprano, e non debbono adoprar mai contro al lusso; come quelli che in esso ritrovano uno dei più fidi satelliti della tirannide. Un popolo misero e molle, che si sostenta col tessere drappi d'oro e di seta, onde si cuoprano poi i pochi ricchi orgogliosi; di necessità un tal popolo viene a stimar maggiormente coloro, che più consumandone, gli dan più guadagno. Così, viceversa, il popolo romano che solea ritrarre il suo vitto dalle terre conquistate coll'armi, e fra lui distribuite poi dal senato, sommamente stimava quel console o quel tribuno, per le di cui vittorie più larghi campi gli venivano compartiti.

Essendo dunque dal privato lusso sovvertite in tal modo le opinioni tutte del vero e del retto; un popolo, che onora e stima maggiormente coloro, che con maggiore ostentazione di lusso lo insultano, e che effettivamente lo spogliano, benché in apparenza lo pascano; un tal popolo, potrà egli avere idea, desiderio, diritto, e mezzi, di riassumere libertà?

E que' grandi, (cioè chiamati tali) che i loro averi a gara profondono, e spesso gli altrui, per vana pompa assai più, che per vero godimento; quei grandi, o sia ricchi, a cui tante superfluità si son fatte insipide, ma necessarie; que' ricchi in somma, che a mensa, a veglia, a' festini, ed a letto, traggono fra gli orrori della sazietà la loro effemminata, tediosa, ed inutile vita; que' ricchi, potrann' eglino, più che la vilissima feccia del popolo, innalzarsi a conoscere, a pregiare, desiderare, e volere la libertà? Costoro primi ne piangerebbero; e assumere non saprebbero esistenza nessuna, se non avessero un intero ed unico tiranno, che perpetuando il dolce loro ozio, alla lor dappocaggine comandasse.

Inevitabile dunque, e necessario è il lusso nelle tirannidi. E crescono in esse tutti i vizj in proporzione del lusso, che è il principe loro; del lusso, che tutti li nobilita, coll'addobbarli; che a tal segno confonde i nomi delle cose, che la disonestà dei costumi chiamasi fra' ricchi, galanteria; l'adulare, un saper vivere; l'esser vile, prudenza; l'essere infame, necessità. E di questi vizj tutti, e dei molti più altri ch'io taccio, i quali hanno tutti per base, e per immediata cagione il lusso, chi maggiormente ne gode, chi ne ricava più manifesto e immenso il vantaggio? I tiranni, che da essi ricevono, e per via di essi in eterno si assicurano, il pacifico ed assoluto comando.

Il lusso dunque (che io definirei; L'immoderato amore ed uso degli agj superflui e pomposi) corrompe in una nazione ugualmente tutti i ceti diversi. Il popolo, che ne ritrae anch'egli qualche apparente vantaggio, e che non sa e non riflette, che per lo più la pompa dei ricchi non è altro che il frutto delle estorsioni fatte a lui, passate nelle casse del tiranno, e da esso quindi profuse fra questi secondi oppressori; il popolo, è anch'egli necessariamente corrotto dal tristo esempio dei ricchi, e dalle vili oziose occupazioni con che si guadagna egli a stento il suo vitto. Perciò quel fasto dei grandi che dovrebbe sì ferocemente irritarlo, al popolo piace non poco, e stupidamente lo ammira. Che gli altri ceti debbano essere corrottissimi dal lusso che praticano, inutile mi pare il dimostrarlo.

Corrotti in una nazione tutti i diversi ceti, è manifestamente impossibile che ella diventi o duri mai libera, se da prima il lusso che è il più feroce corruttore di essa, non si sbandisce. Principalissima cura perciò del tiranno debb'essere, ed è, (benché alle volte la stolta ostentazione del contrario ei vada facendo) l'incoraggire, propagare, ed accarezzare il lusso, da cui egli ritrae più assai giovamento che da un esercito intero. E il detto fin qui, basti per provare che non v'ha cosa nelle nostre tirannidi, che ci faccia più lietamente sopportare e anche assaporare la servitù, che l'uso continuo e smoderato del lusso: come pure, a provare ad un tempo, che dove radicata si è questa peste, non vi può sorgere od allignar libertà.

Si esamini ora, se là, dove già è stabilita una qualunque libertà, possa allignare il lusso; e qual dei due debba cedere il campo. S'io bado alle storie, in ogni secolo, in ogni contrada, vedo sempre sparire la libertà da tutti quei governi che han lasciato introdurre il lusso dei privati; e mai non la vedo robustamente risorgere fra quei popoli, che son già corrotti dal lusso. Ma, siccome la storia di tutto ciò che è stato non è forse assolutamente la prova innegabile di tutto ciò che può essere; a me pare, che alla disuguaglianza delle ricchezze nei cittadini non ancora interamente corrotti, in quel brevissimo intervallo in cui possono essi mantenersi tali, i governi liberi non abbiano altro rimedio da opporre più efficace che la semplice opinione. Quindi volendo essi concedere a queste mal ripartite ricchezze uno sfogo che ad un tempo circolare le faccia, e non distrugga del tutto la libertà, persuaderanno ai ricchi d'impiegarle in opere pubbliche; onoreranno questo solo loro fasto, annettendo un'idea di disprezzo a qualunque altro uso che ne facessero i ricchi nella loro privata vita, oltre quella decenza e quegli agj ragionevoli, richiesti dal loro stato, e compatibili colla pubblica decenza. I liberi governi persuaderanno ad un tempo agli uomini poveri, (non intendo con ciò dire, ai pezzenti) che non è delitto né infamia l'esser tali; e lo persuaderan facilmente, coll'accordare a questi non meno che agli altri l'adito a tutti gli onori ed uffizj. E non per insultare alla miseria escludo io principalmente i necessitosi; ma perché costoro, come troppo corrottibili, e per lo più vilmente educati, non sono meno lontani dalla possibilità del dritto pensare e operare, di quel che lo siano, per le ragioni appunto contrarie, i ricchissimi.

Ma queste saggie cautele riusciranno pur anche inutili a lungo andare. La natura dell'uomo non si cangia; dove ci sono ricchezze grandi e disugualmente ripartite, o tosto o tardi dee sorgere un gran lusso fra i privati, e quindi una gran servitù per tutti. Questa servitù difficilmente da prima si può allontanare da un popolo dove alcuni ricchissimi siano, e poverissimi i più; ma quando poi ella si è cominciata a introdurre, provato che hanno i ricchissimi quanto la universal servitù riesca favorevole al loro lusso, vivamente poi sempre si adoprano affinch'ella non si possa più scuoter mai.

Sarebbe dunque mestieri, a voler riacquistare durevole libertà nelle nostre tirannidi, non solamente il tiranno distruggere, ma pur troppo anche i ricchissimi, quali che siano; perché costoro, col lusso non estirpabile, sempre anderan corrompendo se stessi ed altrui.

Capitolo Decimoquarto

DELLA MOGLIE E PROLE DELLA TIRANNIDE

Come in un mostruoso governo, dove niun uomo vive sicuro né del suo, né di se stesso, ve ne siano pure alcuni che ardiscano scegliere una compagna della propria infelicità, e perpetuare ardiscano la propria e l'altrui servitù col procrearvi dei figli, difficil cosa è ad intendersi, ragionando; ed impossibile parrebbe a credersi, se tutto dì nol vedessimo. Dovendone addur le ragioni, direi; che la natura, in ciò più possente ancora che non è la tirannide, spinge gl'individui ad abbracciar questo conjugale stato con una forza più efficace di quella con cui la tirannide da esso gli stoglie. E non volendo io ora distinguere se non in due soli ceti questi uomini soggiogati da un tale governo, cioè in poveri e ricchi; direi, che si ammogliano nella tirannide i ricchi, per una loro stolta persuasione che la stirpe loro, ancorché inutilissima al mondo e spesso anche oscura, vi riesca nondimeno necessaria, e gran parte del di lui ornamento componga; i poveri, perché nulla sanno, nulla pensano, e in nulla possono oramai peggiorare il loro infelicissimo stato.

Lascio per ora da parte i poveri; non già perché sprezzabili siano, ma perché ad essi nuoce assai meno il far come fanno. Parlerò espressamente de' ricchi; non per altra ragione, se non perché essendo, o dovendo costoro essere meglio educati; avendo essi in qualche picciola parte conservato il diritto di riflettere; e non potendo quindi non sentire la loro servitù; debbono i ricchi, quando non siano del tutto stolidi, moltissimo riflettere alle conseguenze del pigliar moglie nella tirannide. E per fare una distinzione meno spiacente, o meno oltraggiosa per gli uomini, che non è quella di poveri e ricchi, la farò tra gli enti pensanti, ed i non pensanti. Dico dunque, che chi pensa, e può campare senza guadagnarsi il vitto, non dee mai pigliar moglie nella tirannide; perché, pigliandovela, egli tradisce il proprio pensare, la verità, se stesso, e i suoi figli. Non è difficile di provare quanto io asserisco. Suppongo, che l'uomo pensante dee conoscere il vero; quindi indubitabilmente si dee dolere non poco in se stesso di esser nato nella tirannide; governo, in cui nulla d'uomo si conserva oltre la faccia. Ora, colui che si duole di esservi nato, avrà egli il coraggio, o per dir meglio, la crudeltà, di farvisi rinascere in altrui? di aggiungere al timore che egli ha per se stesso, l'avere a temere per la moglie, e quindi pe' figli? Parmi ciò un moltiplicare i mali a tal segno, che io non potrò pur mai credere, che chi piglia moglie nella tirannide, pensi, e conosca pienamente il vero.

Il primo oggetto del matrimonio egli è, senza dubbio, di avere una fedele e dolce compagna delle private vicende, la quale dalla morte soltanto ci possa esser tolta. Supponendo ora il non supponibile, cioè che in una tirannide non fossero corrotti i costumi, onde questa compagna potesse non aver altra cura né desiderio, che di piacere al marito; chi può assicurare costui, che ella dal tiranno, o dai suoi tanti potenti satelliti, non gli verrà sedotta, corrotta, o anche tolta? Collatino, parmi, è un esempio chiaro abbastanza per dimostrare la possibilità di un tal fatto: ma gli alti effetti che da quello stupro ne nacquero, sono ai tempi nostri assai meno sperabili, benché le cagioni tutto dì ne sussistano. Mi odo già dire; Che il tiranno non può voler la moglie di tutti; che è caso anche raro nei nostri presenti costumi, ch'egli cerchi a sedurne due o tre; e che questo farà egli con promesse, doni, ed onori ai mariti, ma non mai con l'aperta violenza. Ecco le scellerate ragioni che rassicurano il cuore dei presenti mariti, i quali niun'altra cosa temono al mondo, che di non esser essi quei felici che compreranno a prezzo della propria infamia il diritto di opprimere i meno vili di loro. Molti secoli dopo Collatino, nelle Spagne, rozze ancora e quindi non molto corrotte, un altro regio stupro ne facea cacciare i tiranni indigeni, e chiamarne de' nuovi stranieri. Ma nei tempi nostri illuminati e dolcissimi, uno stupro con violenza accader non potrebbe, perché non v'è donna che si negasse al tiranno; e la vendetta qualunque, se egli pure accadesse, ne riuscirebbe impossibile; perché non v'è padre o fratello o marito, che non si stimasse onorato di un tal disonore. E la verità qui mi sforza a dir cosa, che nelle tirannidi moverà al riso il più degli schiavi, ma che in qualche altro cantuccio del globo, dove i costumi e la libertà rifugiati si siano, moverà ad un tempo dolore, maraviglia, e indegnazione; ed è, che se pure ai dì nostri vi fosse quel tale insofferente e magnanimo, che con memorabile vendetta facesse ripentire il tiranno di avergli fatto un così grave oltraggio, l'universale lo tratterebbe di stolido, d'insensato, e di traditore; e stranezza chiamerebbero in lui il non voler con molti manifesti vantaggi sopportar dal tiranno quella ingiuria stessa, che tutto dì si suole, senza utile niuno, ricevere e sopportar dai privati. Inorridisco io stesso nel dover riferire queste argute viltà, che sono il più elegante condimento del moderno pensare; e che, con vocabolo francese, lietamente chiamansi SPIRITO: ma nella forza del vero talmente confido, che io ardisco sperare che tornerà pure un tal giorno, in cui, non meno ch'io nello scrivere di tali costumi, inorridiranno i molti nel leggerli.

Se nell'ammogliarsi dunque il primo scopo si è d'aver moglie; ove non si voglia pure confondere (come di tante altre cose si fa) il mantenerla coll'averla; avere non si può, perché se non la tolgono al marito il tiranno, o alcuno de' tanti suoi sgherri, ai quali invano si resisterebbe, gliela tolgono infallibilmente i corrotti scellerati universali costumi, conseguenza necessarissima dell'universal servitù.

Ora, che dirò io dei figli? Quanto più cari essere sogliono i figli che la moglie, tanto più grave e funesto è l'errore di chi procreandoli somministra al tiranno un sì possente mezzo di più per offenderlo, intimorirlo, ed opprimerlo; come a se stesso procaccia un mezzo di più per esserne offeso ed oppresso. E da una delle due susseguenti sventure è impossibile cosa di preservarsi. O i figli dell'uomo pensante si educheranno simili al padre; e perciò, senza dubbio, infelicissimi anch'essi: o dal padre riescon dissimili, e infelicissimo lui renderanno. Nati per le triste loro circostanze al servire, non si possono, senza tradirgli, educare al pensare; ma, nati pur sempre per natura al pensare, non può lo sventurato padre, senza tradire la verità il suo onore e se stesso, educargli al servire.

Qual partito rimane adunque nella tirannide all'uomo pensante, quando egli, per somma sfortuna e inescusabile sconsideratezza, ha dato pur l'essere ad altri infelici? È di tal sorta l'errore, che il pentimento non vale; così terribili ne sono gli effetti e così inevitabili, che le vie di mezzo non bastano. Bisognerebbe dunque nelle tirannidi, o soffocare i proprj figliuoli appena son nati, o abbandonargli alla pubblica educazione ed al volgar non-pensare. Questo partito da quasi tutti i moderni padri si siegue, e non è men crudele dell'altro, ma molto è più vile bensì. E, a chi mi dicesse (ciò che anch'io pur troppo so, ancorch'io padre non sia) che troppo alla natura ripugna il trucidare i proprj figliuoli, risponderei; che ripugna alla natura nostra non meno il ciecamente servire all'arbitrio e alla violenza d'un solo: e se poi così bene al servir ci avvezziamo, questo infame pregio in noi non si accresce, se non se in proporzione che si scemano in noi tutti gli altri naturali e veri pregi dell'uomo. Quindi è, che i filosofi pensatori fra i popoli liberi nessuna differenza, o pochissima, han posto infra la vita d'un bruto, e quella d'un uomo, che non sia per aver mai libertà, volontà, sicurezza, costumi, ed onore verace. E tali pur troppo debbono riuscire quei figli, che stoltamente procreati si sono nella tirannide; a cui se il padre non toglie la vita del corpo, necessariamente toglie loro una più nobile vita, quella dell'intelletto e dell'animo: ovvero, se sventuratamente l'una e l'altra in essi del pari coltiva, altro non fa un tal misero padre, che educar vittime per la tirannide.

Conchiudo; che chi ha moglie e prole nella tirannide, tante più volte è replicatamente schiavo, e avvilito, quanti più sono gl'individui per cui egli è sforzato sempre a tremare.

Capitolo Decimoquinto

DELL'AMOR DI SE STESSO NELLA TIRANNIDE

La tirannide è tanto contraria alla nostra natura, ch'ella sconvolge, indebolisce, od annulla nell'uomo presso che tutti gli affetti naturali. Quindi non si ama da noi la patria, perché ella non ci è; non si amano i parenti, la moglie, ed i figli, perché son cose poco nostre e poco sicure; non vi sono veri amici, perché l'aprire interamente il suo cuore nelle cose importanti, può sempre trasmutare un amico in un delatore premiato, e spesso anche (pur troppo!) in un delatore onorato. L'effetto necessario, che risulta nel cuor dell'uomo dal non potere amar queste cose su mentovate, si è, di amare smoderatamente se stesso. E parmi, che ne sia questa una delle principali ragioni: dal non essere securo, nasce nell'uomo il timore; dal continuo temere, nascono i due contrarj eccessi; o un soverchio amore, o una soverchia indifferenza per quella cosa che sta in pericolo: nella tirannide, temendo sempre noi tutti per le cose nostre e per noi, ma amando (perché così vuol natura) prima d'ogni altra cosa noi stessi, ne veniamo a poco a poco a temere sommamente per noi, e ogni dì meno per quelle cose nostre, che non fanno parte immediata di noi. Nelle repubbliche vere, amavano i cittadini prima la patria, poi la famiglia, quindi se stessi: nelle tirannidi all'incontro, sempre si ama la propria esistenza sopra ogni cosa. Perciò l'amor di se stesso nella tirannide non è già l'amore dei proprj diritti, né della propria gloria, né del proprio onore; ma è semplicemente l'amor della vita animale. E questa vita, per una non so qual fatalità, nello stesso modo che la vediamo tenersi tanto più cara dai vecchj, i quali oramai l'han perduta, che non dai giovani, a cui tutta rimane; così tanto più riesce cara a chi serve, quanto ella è men sicura, e val meno.

Capitolo Decimosesto

SE SI POSSA AMARE IL TIRANNO, E DA CHI

Colui che potrà impunemente offendere tutti, e non essere mai impunemente offeso da chi che sia, sarà per necessità temutissimo, e quindi per necessità abborrito da tutti. Ma costui potendo altresì beneficare, arricchire, onorare chi più gli piace, chiunque riceve favori da lui non può senza una vile ingratitudine, e senza essere assai peggiore di lui, non amarlo. Rispondo a ciò, che il tutto è verissimo; e più d'ogni cosa vero è, che chiunque riceve favori dal tiranno suol essergli sempre ingrato nel cuore; ed è quasi sempre assai peggiore di lui.

Dovendone assegnar le ragioni, direi; che il troppo immenso divario fra le cose che il tiranno può dare e quelle che può togliere, rende necessario ed estremo lo abborrimento nei molti oltraggiati, e finto e stentato l'amore nei pochi beneficati. Egli può dare ricchezze, autorità, e onori supposti; ma egli può togliere tutto ciò ch'ei dà, e di più la vita, e il vero onore; cose, che non è in sua possanza di dare egli mai a nessuno.

Con tutto ciò, la totale ignoranza dei proprj diritti può benissimo far nascere in alcuni uomini questo funesto errore, di amare in un certo modo colui che spogliandoli delle loro più sacre prerogative d'uomo, non toglie però loro la proprietà di alcune altre cose minori; il che, a parer di costoro, egli potrebbe pur anche legittimamente, o almeno con impunità, praticare. E certo uno stranissimo amore fia questo, e in tutto per l'appunto paragonabile a quell'amore che si verrebbe ad aver per una tigre, che non ti divorasse potendolo. Cadranno in questo stupido affetto le genti rozze e povere, che non hanno altra felicità, se non quella di non vedere mai il tiranno, e di neppure conoscerlo; e costoro assai poco verranno a temerlo, perché pochissimo a loro rimane da perdere: onde una certa tal quale giustizia venendo loro amministrata in nome di esso, la loro irriflessiva ignoranza fa loro credere, che senza il tiranno neppur quella semi-giustizia otterrebbero. Ma non potranno certamente mai pensare in tal modo coloro, che tutto dì se gli accostano, e che ne conoscono l'incapacità o la reità; ancorché ne ritraggano essi splendore, onori, e ricchezze. Troppo è nota a questi pochi la immensa potenza del tiranno, troppo care tengono essi quelle ricchezze che ne han ricevute, per non temere sommamente colui che le può loro nello stesso modo ritogliere: e il temere e l'odiare sono interamente sinonimi.

Ma pure, il timore, pigliando nelle corti la maschera dell'amore, vi si viene a comporre un misto mostruosissimo affetto, degno veramente dei tiranni che lo ispirano, e degli schiavi che lo professano. Quello stesso Sejano, che nella grotta crollante e vicinissima a rovinare, salvava la vita a Tiberio con manifesto pericolo della propria, avendone egli dappoi ricevuti infiniti altri favori, congiurava pur contro lui. Sejano, amava egli Tiberio in quel punto in cui pose se stesso a un così evidente pericolo per salvarlo? certo no: Sejano in quel punto serviva dunque alla propria sua ambizione, nello stesso modo che ogni giorno vediamo nei nostri eserciti i più splendidi e molli e corrotti officiali di essi affrontare la morte, non per altro se non per far progredire la loro ambizioncella, e per maggiormente acquistarsi la grazia del tiranno. Sejano, abborriva egli maggiormente Tiberio quando gli congiurò contra, che quando il salvò? assai più certamente abborrivalo dopo, perché la immensità delle cose da lui ricevute, gli facea più da presso e con maggior terrore rimirare la immensità, più grande ancora, delle cose che quello stesso Tiberio gli poteva ritogliere. Quindi, non si credendo Sejano in sicuro, se egli non ispegneva quella sola potenza che avrebbe potuto trionfar della sua, non dubitò poscia punto, anzi con lungo e premeditato disegno, imprese a togliersi il tiranno dagli occhi. Né ai Tiberj, in qualunque tempo o luogo essi nascano e regnino, toccar mai potranno altri amici se non i Sejani. Se dunque il tiranno è sommamente abborrito da quegli stessi ch'egli benefica, che sarà egli poi da quei tanti che direttamente o indirettamente egli offende o dispoglia?

La sola intera stupidità dei poveri e rozzi e lontani, può dunque (come ho di sopra dimostrato) amare il tiranno, appunto perché nessuno di questi lo vede né lo conosce; e questo amarlo va interpretato, il non affatto abborrirlo. Da ogni altra persona qualunque, nella tirannide, si può fingere bensì e anche far pompa di amare il tiranno; ma veramente amarlo, non mai. Questa servile bugiarda ed infame pompa verrà per lo più praticata dai più vili; e da quelli perciò, i quali maggiormente temendolo, maggiormente lo abborriscono.

Capitolo Decimosettimo

SE IL TIRANNO POSSA AMARE I SUOI SUDDITI, E COME

Nello stesso modo con cui si è di sopra dimostrato, che i sudditi non possono amare il tiranno, perché essendo egli troppo smisuratamente maggiore di loro non corre proporzione nessuna fra il bene ed il male che ne possono essi ricevere; nel modo stesso mi sarà facile il dimostrare, che il tiranno non può amare i suoi sudditi; perché, essendo essi tanto smisuratamente minori di lui, non ne può egli ricevere alcuna specie di bene spontaneo, riputandosi egli in dritto di prendere qualunque cosa essi volessero dargli. E si noti così alla sfuggita, che lo amare, o sia egli di amicizia, o d'amore, o di benignità, o di gratitudine, o d'altro; lo amare si è uno degli umani affetti, che più di tutti richiede, se non perfettissima uguaglianza, rapprossimazione almeno e comunanza, e reciprocità fra gli individui. Ammessa questa definizione dell'amare umano, ciascuno rimane giudice, se niuna di tutte queste cose sussistere possa infra il tiranno e i suoi schiavi; cioè, fra la parte sforzante e la parte sforzata.

Corre nondimeno una gran differenza, in questa reciproca maniera del non-amarsi, infra il tiranno ed i sudditi. Questi, come tutti, (qual più qual meno, quale direttamente quale indirettamente, quale in un tempo e quale nell'altro) come offesi tutti e costretti dal tiranno, tutti lo abborriscono per lo più, e così dev'essere: ma il tiranno, come un ente non offendibile dall'universale, fuorché per manifesta ribellione contra di lui; il tiranno non abborrisce se non se quei pochissimi che egli vede o suppone essere nel loro cuore insofferenti del giogo; che se costoro mai si attentassero di mostrarlo, la vendetta del tiranno immediatamente verrebbe ad estinguerne l'odio. Non odia dunque il tiranno i suoi sudditi, perché in veruna maniera essi non l'offendono: e qualora si ritrova in trono per caso un qualche tiranno d'indole mite ed umana, egli si può pur anche usurpare la fama di amarli; né in tal caso, da altro una tal fama proviene, se non dall'essere la natura di quel principe, per se stessa, men rea di quel che lo sia per se stessa l'autorità e la possibilità impunita del nuocere, che è posta in lui. Ma io, sbadatamente, quasi ometteva una validissima ragione per cui il tiranno dee anch'egli (e non poco) se non abborrire, disprezzare almeno quella parte de' suoi sudditi che egli vede abitualmente e conosce; ed è questa; che quella parte di essi che gli si fa innanzi, e che cerca di avere alcuna comunicazione col tiranno, ella è certamente la più rea di tutte; ed egli, dopo una certa esperienza di regno, ne viene manifestamente convinto. Quanto alla parte ch'egli non conosce né vede, e che in veruna maniera non lo offende, io mi fo a credere che il tiranno dotato di umana indole la possa benissimo amare: ma questo indefinibile amore di colui che può giovare e nuocere sommamente, per quelli che non possono a lui giovare né nuocere, non si può assomigliare ad alcun altro amore, che a quello con cui gli uomini amano i loro cani e cavalli; cioè, in proporzione della loro docilità, ubbidienza, e perfetta servitù. Ma certamente assai minor differenza soglion porre i padroni fra essi e i loro cani e cavalli, di quella che ponga il tiranno, ancorché moderato, infra se stesso e i suoi sudditi. Cotesto suo amore per essi non sarà dunque altro, che un oltraggio di più da lui fatto alla trista specie degli uomini.

Capitolo Decimottavo

DELLE TIRANNIDI AMPIE, PARAGONATE COLLE RISTRETTE

Che siano più orgogliosi e superbi i tiranni delle estese tirannidi, come assai più potenti, la intendo: ma, che gli schiavi delle estese tirannidi ardiscano reputarsi da più che gli schiavi delle ristrette, parmi esser questo il più espresso delirio che possa entrare nella mente dell'uomo; ed una evidentissima prova mi pare, che gli schiavi non pensano e non ragionano. Se la ragione potesse ammettere alcuna differenza fra schiavo e schiavo, ella sarebbe certamente in favore del minor gregge. Quanti più sono gli uomini che ciecamente obbediscono ad un solo, tanto più vili e stupidi ed infami riputare si debbono, vie più sempre scemandosi la proporzione tra l'oppressore e gli oppressi. Quindi nell'udire io le millanterie d'un Francese, o d'uno Spagnuolo, che riputar si vorrebbe un ente maggiore di un Portoghese, o di un Napoletano, parmi di udire una pecora del regio armento schernire la pecora d'un contadino, perché questa pasce in una mandra di dieci, ed ella in una mandra di mille.

Se dunque differenza alcuna vi passa fra le tirannidi grandi e le picciole, ella non istà nella essenza della cosa, che una sola è per tutto; ma nella persona bensì del tiranno. Qualunque di essi si troverà soverchiare oltremodo in potenza i vicini tiranni, ne diverrà verisimilmente più prepotente coi sudditi, dovendo egli nelle sue ampie circostanze molto minori rispetti adoprare: ma per altra parte, avendo egli più numero di sudditi, più importanti affari, più onori da distribuire, più ricchezze da pigliarsi e da dare, (e non avendo con tutto ciò maggior senno) quella sua autorità riuscirà alquanto men fastidiosa nelle cose minute, ma egualmente inetta, ed assai più gravosa, nelle importanti. Il tiranno picciolo dovendo all'incontro usare infiniti rispetti co' suoi vicini, sforzato sarà di rimbalzo ad osservarne anche qualcuno più co' suoi sudditi: onde egli nell'offenderli, massimamente nella roba, dovrà procedere alquanto più guardingo. Ma, volendo egli pur dare sfogo alla sua autorità soverchiante, facilmente verrà ad impacciarsi nei più minuti affari dei privati; ed affacciandosi, direi così, allo sportello di ogni casa, vorrà saperne, e frammettersi nei più minimi pettegolezzi di quelle.

Nelle tirannidi ampie i miseri sudditi saranno dunque maggiormente angariati, nelle ristrette più infastiditi; ed ugualmente infelici in entrambe: perché agli uomini non arreca minor danno e dolore la noja, che l'oppressione.

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Ultimo aggiornamento: 29 agosto 2012