Vittorio Alfieri

PARIGI SBASTIGLIATO

ODE

Edizione di riferimento:

Opere, varie filosofico-politiche, in prosa e in versi, di Vittorio Alfieri da Asti. tomo quarto. Parigi, presso Gio. Claudio Molini, librajo nella strada, detta Mignon, 2, quartier de l′Odeon. anno ix. (1801).

Populum exactores sui spoliaverunt,

et mulieresdominata sunt eis.

Isaia, Cap. III, vers. 13.

Intromessa quì par quest'Oda forse,

A chi il loco e la data non raffronta,

Onde all'autor la occasïone occorse.

Introduzione

Alti-sonante imperíosa tromba

Posta s'è a bocca una feroce Diva;

Necessità, che a render prode arriva

La stessa pavidissima colomba:

 

Ecco, al forte squillar, da un'ampia tomba

Repente uscir la turba rediviva,

Che ben trenta e più lustri ivi dormiva;

E il suo libero dir già al ciel rimbomba.

 

Deh! se intera la Gallia, onde voi sete

Il nobil fior, pietade in sen vi desta,

Sommerse omai sian le discordie in Lete!

 

Popol, Patrizj, Sacerdoti, è questa

La via, per cui quel sacro allor si miete,

Che il ben d'ogni uom nel ben di tutti innesta.

PARIGI SBASTIGLIATO.

ODE.

All'armi, all'armi, un generoso grido

Fa rintronar di Senna ambe le rive:

All'armi, all'armi, eccheggia

Francia intera dall'uno all'altro lido.

Forse fia che dell'Anglo ampia oste arrive?

No: dalla infame reggia,

Di tradimenti e di viltade nido,

Sotto ammanto di pace esce l'atroce

Seme di guerra. Ecco, al macello il segno

Dal capitano indegno

Aspettar la masnada empia feroce,

Che alla immensa cittade intorno accampa.

Svizzera compra carne al regio sdegno

Tacita serve; e, qual ferale vampa,

Pregna di stragi stassi.

Ahi nube orrenda d'esecrati sgherri!

Fia che il popol ti lassi

Ber del suo sangue, e al tuo ferir si atterri?

II.

Ma, da ben altra immortal reggia scende

Sovra l'ali dei Fati, in atto altera,

(Bella e terribil Dea)

Libertà, che da Palla ottien le orrende

Gorgonee serpi, onde la turba fera,

Cui già il terror vincea,

Freddo immobile sasso inutil rende.

Sacra Diva, che il vile empio di corte

D'un guardo annulli, e il cittadino allumi

Di fiamma tal, che ai Numi

Si estima ei pari; ad affrontar la morte

Per la patria verace, o Dea, tu traggi,

Tu sola, a sparger di lor sangue fiumi,

Le magnanime Guardie, in cui tuoi raggi

Tanto penétri addentro,

Che non più Guardie del comun nemico,

Ma di Parigi al centro

Franche Guardie si fanno al Franco amico.

III.

Invisibil così pendea sospeso

E su le umíli e su le eccelse teste,

Con la rovente spada,

L'Angel di morte, anch'ei d'orror compreso.

Dato è il segnal: la cortigiana peste,

Fa sì che in bando vada

L'uom che sol regge or dello stato al peso;

L'uom, che libero nato in strania terra,

Servo in Gallia ed in corte a far si venne,

Sol per tor la bipenne

Di man de' rei, che a scellerata guerra,

Vilmente arditi contra il volgo inerme,

L'adopran sì, che n'è il servir perenne. -

Ahi stolte al par che inique menti inferme!

Perchè i raggiri impuri

Vostri abbian dato ad un tant'uomo il bando,

Sperate voi securi

Starvi omai dietro al mercenario brando?

IV.

Quali urla sento? infra l'orror di negra

Notte feral, quai torbe incese tede

Correr ricorrer veggio?

In men ch'io il dico, ampia cittade intégra

Sossopra è volta; ogni uom vendetta chiede;

E il differirla è il peggio.

Spade, aste, ogni arme, impugnan tutti; ed egra

Alma non v'ha, ch'elmo rimembri o scudo.

Andar, venire, interrogar; giurarsi

Scambievol fe; mostrarsi

A gara ognun d'ogni temenza ignudo;

Rintracciar l'orme del tedesco gregge,

Sovr'esso a furia indomiti scagliarsi,

Altri svenarne, altri fugarne, e legge

A tutti imporre; è un punto.

Pria che in ciel la seconda alba sia sorta,

E che al confin sia giunto

L'esul ministro, è tirannia già morta.

V.

Oltre l'usato il Sol sereno sorge

A rischiarar queste beate spiagge;

E spettacol sublime,

Agli occhi miei sì desiato, porge.

Con bella antiqua mescolanza, in sagge

Torme, uno stuolo imprime

Rispetto, in cui la securtà risorge.

Rimiro io fatti i cittadin soldati;

E più strano miracolo ai dì nostri

Fia che in un mi si mostri,

Nei regj sgherri a cittadin tornati.

Già insieme tutti, a calda prova ognuno,

Gl'impotenti sfidaro aulici mostri. -

Ma, se matrona non si veste a bruno,

Dei satelliti soli

Non basta il sangue a rammollir lo scettro;

Nè fia che in corte voli

Terror, se non vi appar nobile spettro.

VI.

Loco è in Parigi che in Inferno avria

Pregio più assai: detto è bastiglia; e dirsi

Me' dovria Malebolge.

Ampia profonda fossa, ond'è ogni via

Intercetta all'entrar come al fuggirsi,

Per ciascun lato il volge.

Quadro-turrita in mezzo erge la ria

Fronte una rocca di squallor dipinta:

Atro-bigio è il gran masso. Alta corona

D'empio bronzo che tuona,

Infra gli orridi merli al capo ha cinta:

Del piè sotterra s'incaverna il fondo

Più giù che il fosso, in parte ove non suona

Raggio più omai dell'abitato mondo:

Dalle esterne sue parti,

Fenestre no, ma taciti forami,

Radi nel sasso ed arti,

Barlume danno a quelle stanze infami.

VII.

Gemma è primiera del regal diadema

Questo albergo di pianto. A pardia un truce

Crociato carceriero

Stavvi, ripien di crudeltade e tema,

Che di monchi sicarj inutil duce,

Dirsi ardisce guerriero. -

Nunzj a costui di volontà suprema

Dei vincitori cittadini, in lieto

E pacifico aspetto, ecco, son giunti.

Che indarno ei non impunti

Nel negar l'arme, il prega un sermon queto.

Altro da lui non vuolsi. All'aure il bianco

Segnal di pace, e i caldi preghi aggiunti,

Il rancor di costui dovrian far manco.

Blando, e mite, ei risponde;

Che a ciò s'inoltrin quetamente i pochi.

Giunti appena alle sponde,

Sovr'essi avventa il traditor suoi fuochi.

VIII.

Donde han mai l'ali? qual non visto Nume

Dei respinti al furore ali ministra

Ad inaudito volo?

Ecco sgorgare, impetuoso fiume,

Il gran popol da destra e da sinistra,

Irresistibil stuolo.

Leggieri più che ventilate piume,

Oltre al ponte primier varcati in frotta

Già stanno: ivi urti, e palle, ed urla, e morti,

E morenti, e risorti;

Null'uom sa il come; ecco allentata, e rotta

La catena che in alto ratteneva

L'ultimo ponte. - Oh generosi, oh forti,

Voi che sovr'esso, che a stento cadeva,

D'audace slancio ascesi,

Primi sboccar nell'empia rocca ardiste! -

Lor nomi indarno io chiesi,

Perchè il debito onore a lor si acquiste.

IX.

Ve' scorrer già la vincitrice piena

Entro alle più riposte erme latébre

Del trionfato ostello:

Già il ferro ogni empio difensor vi svena;

Già dalle eterne orribili tenébre

Del lor carcere fello

Tratti sono alla pura aura serena

I prigionieri miseri innocenti.

Già già afferrato è il castellano iniquo,

Che dell'oprar suo obbliquo

Pagherà tosto il fio tra rei tormenti.

Preso esce già fra i cittadini, agli occhi

Del popol tutto, il condottiero antiquo;

Nè dardo avvien che incontro a lui sì scocchi;

«Alle Gemonie,» grida

Sola una voce della plebe immensa,

Che con feroci strida

Vieppiù sempre dintorno a lui si addensa

X.

Cruda, ahi! ma forse necessaria insegna,

Vedeva io poi con gli occhi miei sua testa

Sovra lunga asta infissa

Ir per le vie: nè sola ell'è; che degna

Compagna un'altra, a quella orribil festa,

Le viene a paro: è scissa

Questa dal corpo d'uom, che invan s'ingegna,

Urban pretore, di far ire a vuoto

Dei cittadini la guerriera impresa:

E vilmente distesa

Sua tronca salma io ne vedea nel loto.

E i cittadin feri vedea, ma giusti,

L'alta vendetta lungamente attesa

Sperar compiuta in que' scemati busti. -

Ahi memorabil giorno!

Atroce, è ver; ma fin di tutte ambasce:

Di libertade adorno,

Fia questo il dì che vera Francia nasce.

XI.

Deh! con qual gioja alla sconfitta rocca

Io volgo il piè! Senza tremare, io passo

Dentro all'orrida soglia.

Già di pietade il core mi trabocca,

Solo in mirarmi attorno il negro sasso...

Or, quai voci alla doglia

Pari saran, se a me descriver tocca

I funesti pensieri, onde la vista

Dell'atre interne carceri mi aggrava?

Quì (dich'io) lagrimava,

D'arbitrario insanir vittima trista,

La intatta sempre-timida Innocenza,

Cui di sua man Calunnia conficcava.

Quì non si udia di giudice sentenza:

Quì due miseri carmi,

Veri, o supposti; e quì un sorriso, un guardo,

Un pensier, potean trarmi...

Oh di qual giusto alto furor tutt'ardo!

XII.

A terra, a terra, o scellerata mole;

Infranta cadi, arsa, spianata, in polve. -

A gara ogni uom l'assale;

A gara ogni uom spiccarne un sasso vuole,

E le fere compagini dissolve:

Sparita è già. - Ma, quale

Pompa diversa oggi rischiara il Sole

Nelle affollate parigine vie?

Ecco inerme e soletto il Franco Giove:

Ei di sua reggia muove,

Ripieno il cor di cittadine pie

Brame, in lui figlie di assoluto invito,

Che al venir gli vien fatto in fogge nuove.

Fiede il regale orecchio un non pria udito

Alto e libero evviva,

Cui non più re, ma nazíon, vi aggiunge

Quella sovrana Diva,

Che dai bruti il verace uomo disgiunge.

XIII.

Fra il nobil grido, il re procede intanto,

Da Franche armi non compre attorníato,

Ver la magione urbana.

Di duolo e gioja vario-misto un pianto,

Cui da pria 'l pentimento ha in lui destato,

D'ogni uom lo sdegno appiana.

Ma, d'ora in poi quello ingigliato ammanto,

E a chi 'l porta, e a chi 'l dona, assai men greve

(Spero) sarà. - Giunto è già il prence: ei giura,

Che la orribil congiura,

Ignota a lui, tutta imputar si deve

Ai traditor, che in duro error lo han tratto.

Pago è già il cittadin; già già secura

Torna del re la maestade, a patto

Meglio adequato omai:

Già espulsi ha gli empj, e richiamato ha il giusto:

Nè a re lo errar più mai

Concede il Nazional Consesso augusto.

 

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E più intrusa che l'Ode anco dirassi

La favoletta che a Trajan si accoda:

Pur non fia che tre carte in bianco io lassi.

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Ultimo aggiornamento: 29 maggio 2011