Adolfo Sassi

LA CONTESSA D'ALBANY

 (A PROPOSITO DI ALCUNE LETTERE INEDITE)

Edizione di riferimento:

Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti quarta serie volume centoquattresimo – Carlo Colombo, tipografo della Camera dei deputati − Roma 1903

Il caso, questo eterno fattore di quasi tutte le azioni umane, ha riunito sul mio tavolo, a breve intervallo, il libro non recente d'un romanziere francese in voga – cognito a tutti coloro che si dilettano della moderna letteratura femminista –, e un opuscolo, pubblicato a soli cento esemplari da un distinto professore – anche lui francese – decoro dell'Università di Montpellier, già pensionato della scuola storica francese in Roma, membro della R. Società Romana di storia patria. Il libro è di Marcel Prévost: Dernières lettres de femmes; l'opuscolo di Leon G. Pélissier: Lettres et écrits divers de la Comtesse d' Albany, estratto dal Carnet historique [1].

Debbo alla cortesia del mio illustre amico dottor Oreste Tommasini di aver potuto leggere l'interessante pubblicazione del Pélissier, e gliene rendo grazie. Essa mi è giunta proprio nel momento in cui le lettere, così dette di donne, del Prévost, mi avevano cagionato una specie di malessere intellettuale per l'evidente e faticoso artifizio della forma e del pensiero, convincendomi ancora una volta, che gli uomini, abbiano pure l'ingegno del Prévost, sono assolutamente incapaci di pensare e scrivere come le donne fanno, e riescono sempre  ad esagerare nel bene e nel male.

Quale differenza fra l'artificio e la realtà, specie quando si tratta di amore e di donne, due cose che gli uomini finiscono quasi sempre per guastare!

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Scorrendo l'opuscolo del Pélissier, Luisa d'Albany – così cognita, così amata e, forse, troppo calunniata, come accade a tutte le donne belle – rivive intera nelle poche lettere – finora inedite – da lei indirizzate al Bonstetten e nei ricordi di viaggi.

Chi gusti la schietta, festevole, richina civetteria delle lettere – e son lettere d'amore −, sente palpitare in ogni frase il cuore di una donnina sentimentale; e man mano, procedendo nella lettura, perdendo il concetto della realtà, l'occhio vede sorgere di fra le linee la figura attascinante della Contessa, e la visione piacevole è completa, e quasi è dato di sentire il fruscio delle morbide sete che ne vestivano – ma non troppo – il bel corpo, di respirare il profumo esalante da' biondi capelli di colei che amò e fu immensamente amata da Vittorio Alfieri; che amò e soltanto da lontano fu amata dal Bonstetten; che a circa cinquant'anni conquistò il cuore del pittore Fabre non ancora quarantenne, che odiò veramente un solo uomo: suo marito: il quale fece dimenticare gii atti sfortunati ma coraggiosi della sua giovinezza, divontando un eroe da operetta e cercando il regno nel fondo del bicchiere, ma verso di cui ella avrebbe potuto esser meno crudele.

Io non intendo di rifar la vita di Luisa d'Albany, e molto meno quella del povero pretendente; quel Carlo Edoardo Stuart, a cui mai non sorrise l'amore, e sposò già vecchio una giovinetta ventenne, dopo essere stato abbandonato dalla sua amante Clementina Walkinshaw, madre dell'angelica Carlotta − quasi coetanea questa di Luisa Stolberg Gedern Contessa d'Albany – che Carlo Edoardo, solo quando fu abbandonato e diviso dalla moglie, legittimò ed a cui diede il titolo di Duchessa d'Albany. L'infelice pietendente ebbe nella figlia naturale l'unico affetto ricambiato nella sua esistenza; che se fu interessante, non fu nè operosa, nè utile a sè e agli altri; nella quale l'orgoglio insoddisfatto, la presunzione di essere re d'Inghilterra e la ricerca del buon vino tennero la parte principale. È peraltro giusto notare che le dolci cure filiali lo resero migliore; tanto che abbandonò − a quanto si disse − l'abitudine di ubbriacarsi. Ma io credo che alla migliore riputazione di lui contribuirono l'età, gli acciacchi e, principalmenle, la bontà della figlia che ne volle nascondere o attenuare i difetti.

A questo proposito torna a mente il severo giudizio che, nel paragonare Carlotta a Luisa d'Albany, fa di quest'ultima in un suo magistrale studio Alfredo Reumont [2]. « La Duchessa d'Albany era un vivo rimprovero per la Contessa. Certo, la posizione della figlia era diversissima da quella della moglie. Pure ciò che quella ottenne con la dolcezza a con la persuasione, prova che questa, con un contegno diverso da quello ch'essa tenne, avrebbe potuto giungere  non a vita felice, troppo contrarie essendo le condizioni, ma ad una esistenza onorata, col ritrarre a poco a poco dagli eccessi vituperevoli un uomo, la cui indole buona e generosa era stata guasta dalle disgrazie, uomo cui essa, anziché contribuire ad abbassarlo, come difatti fece, avrebbe potuto rialzare, acquistando meriti, e schivando quelle umiliazioni che pure devono aver ferito a sangue un cuore più altero che nobile ».

Forse era chieder troppo ad una giovane come Luisa per un uomo che con lei non fu nè buono nè generoso. E lo stesso Heumont – sempre equanime ne' suoi giudizi – dice giustamente, criticando quello falsissimo del Taillandier senza sottoscrivere all'altro troppo ottimista del Sainte Beuve: «La Contessa d'Albany era, quant'altra mai, figlia del suo tempo, e la non si capisce senza conoscere questo tempo; non era natura nobile – ripeto ciò che ho detto più sopra –, ma conoscere è scusare – Aggiungo, per completale il pensiero del Reumont, quanto molto oppoitunamente, a proposito dell'amore, ha detto Max Nordan nel suo: Menzogne convenzionali: « La società non vuol vedere che l'amore, come la fame, è abbastanza forte per sfidare la legge scritta ».

Ed ora torniamo alla interessante pubblicazione fatta dal Pélissier.

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Il diligente editore limita l'opera sua a poche linee di presentazione, che riescono peraltro utilissime. Dopo aver ricordato che sono numerose e cognite le lettere dirette alla troppo celebre contessa d' Albany dai suoi amici e corrispondenti d'Europa e di America, che quelle dello storico Sismondi, del moralista Bonstetten, del poeta Foscolo, del pubblicista Luigi de Brème, di Mme de Staël e della duchessa di Devonshire, furono pubblicate dal Reumont, dal Saint–René–Taillandier e dall' Antona–Traversi, aggiunge che il rimanente del suo portafoglio – trecentocinquanta lettere circa – d'un intérét non moins grand pour l'histoire et la sociologie que pour la littérature – sera incessamment mis au jour. Questa è gradita e lieta promessa che il professor Pélissier, autore dello studio: Le Fonds Fabre–Albany à la Bibliothèque de Montpellier curerà l'edizione del nuovo materiale che si annunzia prezioso [3].

 Continua l'editore: « On n'est donc point dépourvu, il s'en faut, de documents directs, pour replacer la comtesse dans son milieu social et mondain et la juger du dehors. Il est beaucoup moins aisé de la juger du dedans et de la pénétrer dans les secrets, d'ailleurs peu compliqués, de ce coeur sentimental et de cette âme essentiellement vulgaire. C'est qu'en effet les lettres de la comtesse sont fort rares; celles qui ont survécu à la disparition de leurs destinataires sont dispersées... On ne me saura donc pas mauvais gré, je l'espère, de publier ici une intéressante et importante collection de documents écrits par la comtesse d'Albany et conservés aujourd'hui à Montpellier... »

E il Pélissier chiude il breve scritto dando le più complete assicurazioni sull'autenticità delle lettere e degli scritti della Contessa.

È dunque un segnalato servigio che il prof. Pélissier ha reso agli studiosi della vita di Luisa d'Albany e di coloro che ebbero rapporto con lei, pubblicandone le lettere e gli scritti sfuggiti alla dispersione e all'oblio, i quali hanno il pregio della rarità, oltre quello intrinseco del loro peculiare interesse.

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Chi fosse la Contessa non occorre ripeterlo; ma prima di prendere a indagarne i pensieri, credo non inutile ricordare alcuni ritratti che ce ne lasciarono – in differenti periodi della sua vita – l'Alfieri e il barone di Lassberg. Parlo di ritratti scritti; che quello dipinto dal Fabre, quando Luisa aveva di molto varcato i quarant'anni e che si conserva nella galleria degli Uffizi a Firenze, può forse a ragione aver provocato lo scettico sorriso del Reumont, il quale ha viva nel pensiero la ricordanza d'una d'Albany « aggravata dagli anni, e movente tutte le mattine, con lento passo e modestamente vestita all'antica, dal Lungarno alle Cascine »[4] . Ho detto forse a ragione, perchè anche in quel ritratto apparisce non dubbia la bellezza degli occhi, cui sovrastano coll' arco purissimo le sopracciglie di rara fattura; la bocca è tumida e ben disegnata; belli s'intra vvedono il corpo e il seno; e le braccia ritonde, le mani regalmente candide, perfette di forma, i folti capelli biondi e ricciuti, stanno a provare che il pittore non ha potuto darci che una lontana idea della originale bellezza di colei che volle ritrarre.

Vittorio Alfieri – che la conobbe nel 1776 – così la descrive nella sua Vita [5]: «Fin dall'estate innanzi, ch'io avea, come dissi, passato intero a Firenze, mi era, senza ch'io 'l volessi, occorsa più volte agli occhi una gentilissima e bella signora, che per esservi anch'essa forastiera e distinta, non era possibile di non vederla e osservarla: e più ancora impossibile, che osservata e veduta non piacesse ella sommamente a ciascuno... L'impressione prima me n'era rimasta negli occhi e nella mente ad un tempo, piacevolissima. Un dolce focoso negli occhi nerissimi accoppiatosi (che raro avviene) con candidissima pelle e biondi capelli, davano alla di lei bellezza un risalto, da cui difficile era di non rimanere colpito e conquiso. Età di anni venticinque; molta propensione alle bell'arti e alle lettere; indole d'oro; e, malgrado gli agi di cui abbondava, penose e dispiacevoli circostanze domestiche che poco la lasciavano essere, come il dovea, avventurata e contenta ».

Il Lassberg – che la vide nel 1785 a Martinsburg e già l'aveva vista a Donaueschingen – ci dà il seguente ritratto di lei, quando toccava il trentaquattresimo anno di età. Il ritratto è fatto a memoria a sessant'anni di distanza: ma per quanto non possa essere e non sia perfetto nella somiglianza – ce ne fa fede, come osserva il Reumont, la sbagliata affermazione del colore degli occhi, – per quanto il tempo abbia in parte cancellato il ricordo dalla memoria del Barone, è certo ch'egli ancor giovanetto l'ammirò e la trovò bella.

« La Contessa brillava ancora di tutta la sua bellezza. Di statura un po' oltre la mezzana, di corporatura salda benché non di soverchio robusta, essa nel moto dimostrava dignità e grazia. I suoi capelli folti castagni chiari arrivavano pressoché al suolo. Gli occhi celesti esprimevano amore e dolcezza. Una bocca ben formata mostrava denti di avorio ugualissimi. Le rose del volto, la cui pelle era finissima, erano scomparse in mezzo ai dispiaceri sofferti. Mani e piedi erano di belle forme, il camminare e le maniere accennavano a gentilezza e distinzione. La sua voce era alquanto più alta e forte di quel che sogliono essere le voci nelle classi superiori. Essa ballava, cantava, disegnava, suonava l'arpa e il cembalo, e montava a cavallo meglio che generalmente si veda nelle donne del suo grado. I suoi modi erano piuttosto seri, e quantunque possedesse in grado non comune il dono della conversazione, non poteva dirsi loquace. Era gentile con tutti e coi poveri generosa. Bisognava conoscerla per volerle bene, ma allora l'affetto non era fugace »[6].

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Carlo Vittorio de Bonstetten nacque a Berna nel settembre 1745. A 14 anni, condotto da degli amici in un luogo di deboscia, scandalizzato ne fuigì dalla finestra e volle abbandonar la città ch'egli prese in odio. Mandato dal padre (il tesoriere Carlo Emanuele) a Vverdon, poi a Ginevra, dimostrò una speciale vocazione per lo studio e fu una delle tante vittime delle teorie di G. G. Rousseau, le cui opere egli traduceva. Conobbe; Voltaire e subì il fascino dell'ingegno potente di lui. A malgrado di ciò il giorno della sua prima comunione lo ha annoverato fra i più belli della sua vita.

Scandalizzato del Voltaire, prega lungamente e fa un trattato con Dio promettendogli di cercar la verità e di restar fedele alla virtù per tutta la vita. Poi subisce l'influenza del Tronchin, del Moultou, dell'Abauzit e, principalmente, di Carlo Bonnet, ma resta sempre fedele al Rousseau che l'aveva soggiogato.

Il suo ritratto morale ce lo ha dato il Bonnet in una lettera al padre di lui quando, temendo per l'avvenire del figlio, l'obbligò a lasciar Ginevra e tornare a Berna: « Il regarde Rousseau comme un grand philosophe, cqui avait plus approfondi que personne l'économie de notre être... – Il voudrait égaliser tout parce que la nature lui parait avoir tout égalisé... – Il a du genie, un coeur droit et la passion de la vertu e du savoir... La plume brûlante de l'Erostrate politique a incendié la tête de notre Jeune homme, parce qu'elle était très combustible; son amour pour l'independance et l'egalité s'est nourri du fanatisme de nos démagogues, et si le gouvernement le plus paternel lui a paru une tyrannie naissante, l'aristocratie de Berne a dû lui paraître une tyrannie consommée... Il lui manque un sens pour apercevoir des beautés ed des convenances que l'incredulité méconnait... S'il donnait une fois dans le libertinage, je ne sais où il s'arreterait ».

Per completare questo ritratto dovuto al giudizio dell'autore de l'Essai analitique sur l'âme, aggiungerò che la sua passione dominante fu sempre il culto del genio, come lo prova la scelta de' suoi amici. Egli era un bel giovane. « Sa figure aimable, son oeil candide, sa gaité, la timidité même un peu gauche de ses manières, ce qu'on savait de sa conduite et de son amour pour l'étude, lui ouvraient les portes et les coeurs. La societé des dames avait pour lui un charme particulier ». A questa società fu sapientemente iniziato dalla bella Mme de Vermenon, la vedova parigina residente a Ginevra che ricusò di passare a seconde nozze col Neker, facendo così la fortuna di M.lle Curchod, alla quale insegnava l'arte delle perfette riverenze.

Conchiudendo questa breve biografia del futuro amico della Brün, egli può esser considerato come un romantico appassionato, un letterato non disprezzabile, un filosofo filodrammatico, un gentiluomo colto e discreto[7].

Quando Luisa d'Albany nel 1774–75, scriveva da Firenze a Carlo Vittorio de Bonstetten in Svizzera le cinque lettere che formano il più importante nucleo dei documenti pubblicati dal Pelissier, aveva 23 anni e ancora non conosceva l'Alfieri. Maritata da soli due anni al pretendente già n'era ristucca. Il Bonstetten aveva 29 anni. La sesta ed ultima lettera porta la data del 1808.

Ed eccoci alle lettere.

 

L'8 dicembre 1774 la Contessa scriveva al Bonstetten senz'altra ragione all'infuori di quella di manifestargli i suoi sentimenti e di dichiarargli il suo amore; che sembrerebbe immenso, unico, misto di sogni e di desideri, e forse ha tenuto nel cuore assai sensibile di Luisa un posto maggiore che non si convenga ad un momentaneo capriccio: anche perchè le donne – principalmente quelle del genere della d'Albany – sentono grande lo stimolo di conquistare glli uomini che non vogliono varcare i limiti della adorazione sentimentale e sfogano da lontano la retorica amorosa in esercizi letterari; mentre quando sono vicini a colei da cui si lasciano corteggiare, si perdono in sdolcinatezze, sorrisi ed inchini; e allora vengono presto liquidati. Il Bonstetten era ed è rimasto sempre lontano.

Com'è femminile, come rispecchia il carattere della Contessa il suo pazzo modo di fraseggiare, il passaggio repentino da un soggetto all'altro, il furbesco alternarsi di parole ardenti e di argomenti quasi insigniticanti; ma come sempre ritorna – con dolce insistenza – alla schietta manitestazione dell'animo suo, del suo desiderio di darsi intera all'uomo che saprà comprenderla, accarezzando l'illusione che quest'uomo possa essere il Bonstetten! E la d'Albany, la quale pochi anni più tardi – checché ne dicano e ne pensino alcuni biografi di lei – interamente si abbandonò all'Alfieri e gli fu affettuosa compagna finch'egli non morì, di certo scriveva al Bonstetten quello che pensava e quello che sentiva di poter offrire e mantenere: l'amore!

« Vous êtes le plus aimable des hommes – così, senza preamboli, comincia la lettera – et le seul créé pour captiver mon coeur, mon esprit et mon âme... La tendre Maltzam – ecco la solita furberia che consiglia le donne a cercar la complicità di un'amica – me dit souvent: « Mr de Bonstetten étoit le seul homme qui auroit été dangereux pour vous » et je le crois, car vous êtes gaie, aimable et sensé par caprice. Voilà comme je désire un amant. et (qu'il n'ai l'air de l'être que seul avec moi...  Je ne peut pas souffrir la manière de faire l'amour à l'itallienne; on le chante sur les toits... Le ciel nous devroit un miracle et devroit nous rapprocher ». Rispondendo, a quanto sembra, ad una domanda, Luisa dice che la vita che mena sarebbe triste per chiunque altra donna, ma non lo è per lei. Tutta la mattina trascorre nella lettura: segue un po' di toletta e di passeggiata; a desinare ha sempre compagnia e nelle sere in cui non v'ha rappresentazione al teatro e va al Casino, si ritira alle nove per scrivere agli amici, ai quali consacra le ultime ore della giornata...

«J'ai du plaisir de m'occuper de vous, je vous conte du nombre chéris: peut–être regné – vous avez trop d'empire dans mon coeur. Que ne sommes–nous dans l'isle désiré. Se n'est pas celle Dengleterre, car en vérité, je ne me soucie pas de régner... La société des Italliens m'ennuie. On n'est pas aimable à Florence. On a le ton des petites villes. La cronicque scandaleuse est le sujet de conversation ». Essendo stata richiesta di notizie sulle opere nuove degli scrittori italiani, sentenzia: « Vous savé bien qu'on n'aime pas beaucoup à écrire dans se païs. Mais je ne sais si vous connoissé l'histoire de la littérature itallienne del signor parabeti Tiraboschi. Il a de la reputation de ne lis guère les auteurs italliens. Il me paraît qu'on n'ecrit plus en françois. Aussi j'en reviens aux anciens ». E dopo aver dichiaralo che Montaigne è per lei delizioso, che l'ama di tutto cuore e lo legge a centellini, tutte le mattine per assaporarne le bellezze: dopo aver detto che a malgrado il consiglio datole dal Bonstetten, legge ed ama alla follia i libri di metafisica, continua: « J'aim'à promener mon esprit dans les sistèmes abstrait, et je suis persuadé qu'il n'est pas nécesaire de croire dans une intelligence suprème, ni avoir de la réligion pour être honet et avoir de la morale. Il est si doux d'etre vertueux et de pratiquer le bien. C'est pour l'amour de soi même se qu'on en fait. Nous jouissons en fesant le bien». Ma improvvisamente questa strana moralista che scrive ad un moralista romantico, torna l'allegra e simpatica pazzerella: « Ne croié–vous pas que de rendre son amant heureux est faire une bonne action?... Vous croié dont que je suis coquette? Ha! mon cher monsieur, Je ne me donneroit pas la peine de l'être avec les Italliens. Je ne cherche nullement à leur plaire. Mais si vous étiez ici sela seroit bien différend... » E questa grande dispregiatrice di Firenze e degli italiani, dopo appena due anni da quando scriveva, in piena buona fede, questa lettera, doveva diventar l'amante, quasi la moglie d'un poeta italiano, e la vita di lei doveva trascorrere nella gentile città de' fiori che fu la sua patria di adozione e in cui ora riposa il suo corpo!

La lettera termina con la richiesta: « Avé–vous été amoureux depuis que vous m'avé quitté? Je crois que le deux mois que vous m'avé negligé étoit consacré à d'autre... J'ai du plaisir à vous aimer et à vous le dire... Si nous étions dans l'isle charmante et que vous fussié en voyage et que je vous écrivisse, je finirois ma lettre par vous dire: je vous embrasse de tous mon coeur ». Più esplicita di così è difficile di essere: anche la Contessa lo riconosce e aggiunge: « Ne montré jamais de pareille griffonage. Je vous croit discret comme un confesseur».

 

A pochi giorni di distanza, il 23 decembre dello stesso anno, Luisa scrive di nuovo al Bonstetten. Lo stile è lo stesso; la forma e l'ortografia lasciano sempre parecchio a desiderare; ma il pensiero originale, la naturale festività della scrittrice, compensano di tali difetti. Anche le contraddizioni, perchè rispecchiano la schiettezza dell'animo della Contessa, riescono simpatiche.

Da sei settimane trovasi a Firenze e non conta di partirne presto; quantunque le fisonomie fiorentine non le piacciano, è contentissima di restarvi. L'idea d'esser nella capitale rallegra la sua immaginazione, giacché detesta la provincia. E – con uno dei soliti salti –: « J'ai admiré baucoup de chose depuis que je suis ici, mais je trouve que c'est un sentiment trop froid pour moi, et si vous n'étiez qu'admiré, je ne vous écrirois jamais et n'aurois pas du font d'amitié pour vous. Ma que l'amitié est charmante a deux cent lieux... Je fait l'impossible pour raprocher nos amities: je forme les plus jolis chataut, non en Espagne, mais dans un pays où règne la paix et l'innocence ou nous ne voulons régner que sur les coeurs. Tranquilisé vous: si nous abitons se pais, se sera pour oublier toutes grandeurs et de venir tout à fait républicain ». Dopo avergli detto che vedrebbe con grande piacere i luoghi in cui si sono svolte le scene d'Héloyse e chiesto: ritroveremo ancora il bel boschetto nel quale ella perde la sua innocenza?... – aggiunge: « Vous serez étonné si je vous dit que je lis Héloyse avec enthousiasme, que je la trouve charmant, mais que je voudrais qu'elle se fut sauvé avec son amant. Pourquoi rendre malheureux se pauvre Saint– Preux? Ha je n'aurois pas été si cruelle, et si je aimois à la folie et que je sois libre je feroit tous pour la personne que j'aimerois. Je ne risque rien à promettre, car je doute que ce jour arrive. Moi aimer à la folie seroit une chose unique... Il n'y a qu'un être comme vous qui puissez faire ce miracle, et nous nous piquerions à qui feroit plus de folies. Ma non, tenons–nous à l'amitié! L'amour est trop dangereux ».

Dopo aver accusato l'emicrania e il mal di stomaco di metterle il nero nell'anima e avergli detto che conversare con lui la rallegra, che va spesso al Casino dove vede molta gente sciocca e poche persone amabili, accenna alla partenza di tutti i forestieri per Roma, in attesa della nomina del nuovo papa – che poi fu Pio VI.

 

Oh come è poco cattolica la cognata del Cardinale di York! « Messieurs les cardinaux se dispute et ne veulent pas s'accorder pour s'elire un chef, moi j'aimerois autant qu'il n'y en eu pas, et tant d'autre chose que je voudrais changer dans le monde ». Qui torna in ballo il desiderio di vivere col Bonstetten in un piccolo angolo di terra, secondo la propria fantasia. Non gli propone la vita a due per non annoiarsi reciprocamente, ma insieme a dieci o dodici persone amabili, conservando peraltro la libertà di far tutto quanto passerà loro per la testa.

Chi si vorrà amare, amerà; chi non vorrà, sarà padronissimo di rinunziare all'amore. In questo paese di libertà sconfinata non vi saranno né re, né persone noiose: i titoli, le grandezze vi saranno esclusi. Gli abitanti saranno pastori e pastorelle. Oh il bel paese! Come tutti ci faranno la corte per venirci!

A proposito di pastorelle, Luisa avverte che Cerila (Corilla Olimpica) è in Roma col principe Gonzarjuc (Gonzaga) che le è fedele. Poi giù una scarica di domande: Come trovate i vostri monti? Non gli abbandonate per Parigi? Sarete del gran Consiglio? Quando sposerete una bella svizzera?... « Qu'il sera jolis de vous voir père de famille! Vous êtes fait pour jouer se rôle. Il est tout à fait dans votre genre, et que je me figure avec plaisir vous en voir remplir tous les devoirs ». –

Questo giudizio sembrerebbe una fine satira, ma immediatamente è detto: « En attendant conservé– moi cette amitié qui m'est si précieuse. Mon esprit ne se fachera Jamais de tous ce que vous lui diré. Il est très contens d'être aimé de vous, et il trouve votre esprit charmant et a une amitié infini pour lui ».E dopo altre affettuose parole e la constatazione che la loro unione è spirituale, lo prega di non ammettere l'onore e il rispetto nella loro corrispondenza per conservarla amabile e finisce... « je serai toujours votre amie a pendre et a dépendre ».

La terza lettera porta la data del 18 gennaio 1775, ciò che dimostra come la corrispondenza fra la Contessa e Bonstetten fosse attivissima.

Comincia: « Vous êtes charmant, séduisant, aimable... Et que c'est jolis de pouvoir vous le dire à vous même en vous escrivant, se qui ne seroit pas possible si vous étiez ici. On ne pouroit que le pensé. On la pensé (?) cent fois et quelques fois on etoit en colere de se que vous ne le devinié pas. Cela feroit enrayer. Mais on rougit de faire de pareilles aveux. Vous senté bien, Monsieur, que la pudeur en souffre ».

Essa ammira il bel quadro che Bonstetten le ha fatto del paese nel quale avrebbero potuto abitare, il suo spirito si sforza a trovane il mezzo per recarsi da lui. Crede che desiderando un papa eretico, avrebbero avuto mezzo di effettuare i loro grandi progetti. Parla scherzando della costanza in amore della sua amica Lucilla. – « Ha que la constance si belle et attraiante! Depuis que je vois Lucile absorbé dans un sombre tristezze, cela me donne plus que jamnis envie d'aimer à la folie et surtout de loing. Ah disait Ninon de Lanclos, si je pouiroif aimer les absnts, j'aimerois Dieu le fils! » E scioglie subito un inno all'amicizia dolce e tranquilla che unisce lei e Bonstetten, permettendo loro di amarsi alla follia senza essere cagione di dolori e... « chacun en son particulier peut avoir un sentiment plus tendre pour une autre sans que nous le trouvions mauvais ». Con questo comodo sistema essa prevede tutto e accomoda tutto: si premunisce contro la noia della solitudine e ontro quella, assai peggiore, dell'amore platonico. Per una pastorella non c'è male!

Essa dice che balla molto, che frequenta il teatro in cui si rappresentano opere in musica e balletti « ou toute la cour infernales se trouvent réunis »: ma che ciò vale meglio di Roma che qualifica di gran seminario. Un seminario che presto sarà in lutto insieme agli amori, al riso e alle grazie per la morte della bella principessa di Santa Croce, colpita da polmonite. Pensando al cardinal de Bernis – amante della principessa – esclama: « Combien certains bonet rouge, autrefois abitant du Parnasse, sera afligé !» E lo compiange e vede i suoi confratelli sempre occupatissimi a dare un capo alla cristianità. Io credo – soggiunge – che ciò non contribuisca alla felicità del genere umano, e quei signori (i cardinali) farebbero assai meglio a restarsene tranquillamente a casa loro. E subito dopo : « Je suis bien aise que le femmes de Berne soit jolie. Cela vous rendra le séjour plus suportable, et de jolis mine inspire la gaieté et donne de l'imagination ». Poi trova modo d'occuparsi di una nuova commediola scritta dal Voltaire per de Chamfort. e trovandola graziosa e scintillante dello spirito di lui, dice che gli Dei, che tanto hanno fatto per Voltaire, dovrebbero compier l'opera rendendolo immortale « pour l'agrément des mortels ». Non crede che la nuova traduzione del Tasso sia di Rousseau. E dopo essersi scusata di voler trattare di autori e di letteratura, espressa la speranza di rivederlo per dargli assicurazione della sua amicizia che sarebbe pericolosa se lo rivedesse, si dichiara soddisfatta per l'elogio ch'egli le fa della sua lettera e sicura di abusare della compiacenza di lui scrivendogli lettere lunghissime. « Cela vous apprendra a ne pas me flater, car les femmes ont beaucoup d'amour–propre et croient facilement se qu'on leur dit qui leur plaist ». Nella breve chiusa sono gli auguri di molti divertimenti durante il carnevale.

« Florence, le 9 juin (1775), temps d'oublie » la strana Contessa dirige questa lettera al Bonstetten che la trascura, forse perchè è molto occupato negli affari politici. « Il n'est plus question de moi dans l'esprit et la mémoire du législateur de la Suisse. Mon coeur en souffre et mon amour–propre en est piqué autant qu'on peut l'être. Comment être oublié? C'est horrible, c'est le comble de la perfidies... » ; ma cerca di spiegare il lungo silenzio colle molte occupazioni che gl'impediscono di scrivere agli amici. Ciò le è cagione di pena e dimostra come in fondo al cuore di lei resti un fuoco male spento che egli potrebbe solo riaccendere. Parla della tenera e costante Maltzam che piange sempre « le tourtouraux qui s'est envolé » – ossia Sherer, un amico del Bonstetten. – « C'est une belle chose que la constance e j'en fait cas. Mais je me console avec un autre. Mais en verité rien n'a pu me distraire de vous. ni me dédomager des jolis lettres que vous m'écriviez ». Confessa che comincia ad annoiarsi a Firenze, in un momento in cui non vi sono che italiani « et voussavé comme je les aime ». Legge tutti i racconti immaginabili per poter ridere, ha « épuisé toute une bibliotèque bleu » e ha finito per preferire l'Ecumoir, incantata e innamorata del principe Joncquille ch'è spiritoso e singolare. « Si je trouvois un homme bien singulier, je l'aimerois toujours ». In quel momento il suo animo era profetico, quasi sentisse molto vicino il giorno in cui conoscendo Vittorio Alfieri si sarebbe data a lui, per sempre; e, badino i critici, ho detto per sempre e non unicamente, che è cosa assai diversa. La Contessa dichiara ancora una volta al Bonstetten ch'egli sarebbe stato l'unico uomo finora conosciuto, capace di colpire il suo cuore di roccia(!); poi dice che tutti i divertimenti si limitano per lei ad ascoltare un'opera durante quattr'ore, e fa questa assennatissima osservazione: « La musique est assez bonne, mais quatre heure sont bien long et pouroit être bien mieux emploié. Mais c'est toujours la sorte des

l»auvres femnies de taire la volonté des autres ». Avverte dell'arrivo dell'imperatore (Giuseppe II) che viaggia in incognito; lo trova bello e amabile, e lo vede al teatro far visite alle signore. « Je ne sai quel plaisir il peut avoir de causer avec les Florentines, car elles sont bien bien mausade ».

Parlando della sempre tenera Maltzam e del suo innamorato, della cui fedeltà ella dubita, scrive: « Messieurs les hommes ont le talent d'aimer plusieurs femmes à la fois. Pour moi, j'approuve cette manière: une pour le jour et l'autre pour la nuit. Je suis cependant bien bonne et bien indulgente pour le genre masculin ». Ha visto qualche persona amabile, ma nessuna comparabile a lui per le idee piacevoli, e scioglie un inno agli eroi delle novelle nella cui lettura si diletta.

• L'idée merveilleuse de cent infidélité, quand le génie dormoit, est charmant. Constata che ogni anno diventa meno ragioinevole e si sente più folle e più stravagante: augura all'amico molta fortuna nella sua carriera politica, spera di vederlo alla testa del governo svizzero, e... « si l'exprit d'ambition vous gagne, chasser tous ses robins, et vous faire déclarer roy. Je ne vous en amerai pas davantage. Je mesure l'homme, et non son piedestal. et je préfère un homme aimable au plus grand seigneur qui m'ennuierait ». Essa scriveva quello che sentiva, e suo marito, il pretendente, che voleva esser trattato ed era trattato come re, avrebbe potuto testimoniare che le ultime frasi di questa lettera, come del resto tutte le altre, non era sfogo di retorica, ma esprimevano il profondo sentimento dell'animo di Luisa, che poteva variare ma non mentiva.

Il 13 luglio 1775, rispondendo ad una lettera del Bonstetten, si compiace di averlo sgridato e dichiara che può attendere anche tre mesi una lettera, per averne una così graziosa come quella inviatale.

Si dichiara amante in spirito di lui, dice che gli spiriti son capaci di amare e sente che se il suo lo potesse gli sarebbe sempre vicino, giorno e notte. Cela seroit  bien drôle. Bonstetten sarebbe creduto saggio, poco amante del bel sesso, mentre avrebbe commercio con gli spiriti.

 Ne pourrions nous trouver le secret de devenir un de ses ètres–la. cet aurois le double avantage de ne pas manquer à la foi conjugale. Ce ne serait que mon esprit qui irait en campagne.

Quesla lettera è più breve delle altre. In essa Luisa annuncia che a mezzo di un conte o barone De Vert le manderà il suo ritratto.

« Nous l'avons chargé d'une image pour vous. Je ne sais si elle vous plaira. C'étoit une sainte que vous honoriez en Italie. Elle est bonne et elle a du credit dans le ciel et ne refuse pas sa protection quand les gens le mérite. Et cette sainte vous aime beaucoup. A quatre cent lieu on peu se dire hardiment qu'on s'aime  à la folie. C'est au moins un petit plaisir ».

L'invio di questo ritratto mi conferma nell'idea che Luisa era bella. Per quanto una donna possa ingannarsi sulle sue qualità estetiche, quando è inlelligente come la d'Albany, non regala a colui che ama e da cui vorrebbe «essere amata la propria immagine, specie in un tempo in cui simili doni non erano così comuni come adesso, se non è convinta di far cosa utile all'amor suo.

Seguita la lettera. La Contessa accenna al caldo soffocante al quale si aggiunge la noia. Pensa alle montagne della Svizzera sulle quali vorrebbe abitare. « Quasi quasi – dice –j'ai vu le moment, il y a deux jours, que j'allais devenir la maitresse de mon sort; la mort, la maladie, ennemis des mortels, se promenoit sur la téte de mon seigneur et maitre, mais, grace à Dieu, l'heur n'était pas encore venu ».

Quel « grace à Dieu » è una delle rare offese fatte dalla Contessa alla sincerità, ed è anche un'offesa inutile, perchè il vero sentimento di lei trasparisce non fra le linee, ma in ogni parola dell'annunzio della mancata vedovanza.

Dopo aver criticato il pomposo elogio di Marc' Aurelio del Thomas – in cui trionfa il bello stile ed è evidente la ricerca di ciò che non è naturale: dopo aver lamentato che Voltaire scriva delle tragedie in cui è detestabile, trovando crudele di esser obbligata a convenire che Voltaire sia capace di fare qualcosa di detestabile, chiede notizie del Sherer a proposito della tenera Maltzam, che l'ama alla follia e piange quando si parla di lui. « Mais les femmes ont le don des larmes ».

Saltando ad un altro argomento chiede: avete letto sulle gazzette che il fu papa fa dei miracoli? Non l'avrei giammai pensato, e credo ch'egli non ci pensi neppure!

Il congedo è tenero, ma più amichevole che amoroso. Si vede che, da quando ci si è messo lo spiritualismo, l'ardore s'è affievolito. « Aimé toujours votre esprit qui vous aime, mais bien, et mon amitié pour vous n'est pas sujet au changement comme certains autre sentiments. Adieu! adieu! Nos esprits s'ambrassé, car ils peuvent tout faire ».

Addio, amor platonico! L'inutile offerta di tutto quanto una donna può dare all'uomo che ama il quale non si scuote, non corre a lei, non le si getta a' piedi o, meglio, fra le braccia, sul petto palpitante di giovanile entusiasmo e di desiderio, non può eternamente durare. La sentimentale figura di Carlo Vittorio di Bonstetten tramonta all'orizzonte nell'anno di grazia 1775 e quella forte e maschia dell'Astigiano sorge, come il sole fecondatore, fra le nebbie e la caligine, in cui si smarriva l'anima passionale di Luisa d'Albany.

*

*       *

Sono trascorsi trentatrè anni, de' quali Luisa ne ha passati ventisette insieme all'Alfieri, che fu il suo vero marito, come la loro unione fu un vero matrimonio. « Soltanto l'amore consacra il matrimonio – scrive Tolstoi nella Suonata a Kreutzer – e il vero matrimonio è quello consacrato dall'amore ». Certo, in così lungo periodo di tempo, vivendo in una società varia, leggera, poco scrupolosa, ragioni di momentanee discordie e di dolori non saranno mancati né all'Alfieri né, forse, all'Albany: ma egli trovò in lei e con lei la felicità, perchè trovò l'amore. Una donna che della materia s'intendeva e poteva giudicare – George Sand – ha detto : « Tu seras aimée, donc tu seras heureuse » [8]. E – tanto è strano il cuore umano – anche i dolori che la gelosia avrà cagionato all'irrequieto poeta, ne avranno

fatto ingigantire l'amore, ne avranno aumentato l'aspro sapore e il godimento: « Tu m'aimeras dès que je t'aurai fait du mal. Les hommes ne peuvent aimer que ceux qui les font souffrir. Et il n'y a d'amour que dans la douleur [9]».

Ed è pur lecito osservare; qual'è la vita coniugale, durata ventisette anni, non di due persone aventi il carattere nè facile nè comune di Vittorio Altieri e di Luisa d'Albany, ma di due modesti borghesucci, che resisterebbe alla critica, all'osservazione, al minuzioso esame d'ogni azione, d'ogni pensiero, d'ogni atto dei coniugi? Quante sono le mogli che, dopo tanti anni di convivenza, possono scrivere sotto gli occhi del proprio marito, la poscritta che Luisa aggiunse alla lettera che nel 1799 l'Alfieri dirigeva all'abate di Caluso? « Stiamo bene, caro Abate. L'avvenimento del 25 non ci ha stupito né atterrito; siamo preparati ad ogni cosa; ci vorremo sempre bene: nissuno in questo mondo ce lo potrà impedire. Addio [10] ».

Ma l'Alfieri è morto, il Fabre è ora il compagno della Contessa, e il 9 febbraio 1808, essa scrive al Bonstetten – col quale di certo deve aver mantenuto la corrispondenza, per aver da lui la miglior cosa che il suo temperamento poteva dare a lei ed agli altri: delle belle lettere [11]. – Il gentiluomo svizzero ha 63 anni e la sentimentale Luisa ne ha 57. L'amicizia tra un uomo e una donna è resistente, specie quando è retorica e non chiede che frasi bene arrotondate e fiorite descrizioni!

Dopo avergli annunciato l'invio delle memorie Grammont scrive: «Je suis ettonnée qu'un homme aussi philosophe que vous le soyez (s'étonne?) de voir dans l'espace de trente ans que les individus ayent changés de figure et de facon de voir je me félicite beacoup d'être de ce nombre. Je serai trop malheureuse d'avoir les lunettes de vingt ans avec la figure de cinquante-cinq (stando a quanto afferma il diligentissimo Reumont se ne diminuiva soltanto due e, confesiamolo, non sono molti!); au reste, cela n'est pas rare en Italie (e neppure altrove!). Non vuol essere compatita, non ha bisogno di devozione, la filosofia la sostiene e il gusto per lo studio riempie il suo tempo che fugge veloce... « Magré ma misanthropie, je ne suis pas morose en société et vous ne vous douteriez pas que j'aime mieu être seule et que je méprise les homme... Je vis au jour la journée; je ne crains riens et n'espère rien. Je profite cependant avec plaisir des occasions de soulager les malheureu, et il n'en manque pas dans ce moment.

Non amando la campagna, non interessandosi de' fatti altrui, s'interessa d ciò che si scrive e vuol avere il maggior numero possibile di libri. Conosce le opere di astronomia del Biot, La Place e La Lande, ma se ne procurerà anche un'altra indicatagli dal Bornstetten. Dichiara d'aver imparato un po' di geometria e di aver seguito un corso di matemalica.

Anche in questa lettera salta da un argomento all'altro: constata che M.me de Staël si trova a Vienna, brillanle di gloria, quantunque si lamenti d'esser male alloggiata: ma, per consolarla, le dicevano che la sua Corinna alloggiava sempre sul Campidoglio; aggiunge che M. .Middelton la considera come una divinità e che la sua antagonista (M.me de Genlis) ha pubblicalo: Le siège de la Rochelle. C'est un roman dévot; l'heroïne est religieusement vertueuse». La lettera continua per un pezzo allo scopo di mettere Bonstetten in condizione di non farsi ingannare da una Mlle Arnim ch'è una visionaria e una pazza e dev'essere una istitutrice. E termina: « Mon coeur seul mérite le vôtre. C'est la seule chose en moi qui se distingue du vulgaire».

Su questa lettera, diretta al Bonstetten a Roma (Sartore inglese – piazza di Spagna), egli scrisse: « Seule lettre qui me reste de la comtesse d'Albanie, femme du pretendant, que j'ai connu en 1774 à Rome, comme reine d'Angleterre ».

« Ne montré jamais de pareille griffonage – gli scriveva la Contessa nel 1774. – Je vous croit discret comme un confesseur». E l'aver egli conservato questa sola e non importante lettera, può essere dimostrazione della discreta obbedienza di lui, confermata dal fatto che, finora, non si sono trovate che pochissime lettere della d'Albany. E non sarebbe piccolo merito: giacché non è facile che gli uomini rinuncino alla vanità di mostrare – almeno alla donna amata – le lettere di un'altra donna che ha scritto loro parole così dolci e lusinghiere, come quelle di cui sono infarcite le lettere di Luisa al suo platonico adoratore.

Il quale ha continuato a corrisponder con lei, e nel 1812 le dichiarava che l'aveva amata assai più di quanto essa era in diritto di credere [12].

*

*       *

L'esame minuzioso delle lettere d'amore e di amicizia dirette dalla d'Albany al Bonstetten è finito, e non è possibile di continuarlo per gli altri scritti contenuti nell'opuscolo del Pelissier; de' quali darò ora un cenno limitato, anche perchè non servono quanto quelle allo studio del carattere della Contessa.

Le due lettere da lei indirizzate nel 1804 al cugino Conte de Stolberg–Gedern, erede del principe de Stolberg, riguardano questioni di interesse e dimostrano ch'essa ben sapeva trattare così scottanti questioni, scegliendo la via miglioie per raggiungere l'intento: quello della protesta della più sconfinata fiducia e dei maggiori elogi pel parente dal quale doveva aver quattrini, la cui somma – a quanto sembra – non era perfettamente e legalmente determinata. I pensieri filosofici – che il Pélissier, molto giustamente, crede non siano della Contessa, ma imitati da qualche autore e, forse, tradotti dall'inglese – a me sembrano in gran parte copiati o quasi dal Rousseau, specie dall'Emile. I primi riguardanti le tre forme d'educazione: della natura, dell'uomo, delle cose, sono infatti pensieri che si trovano nel primo capitolo di quel lavoro del filosofo ginevrino, e credo che gli altri abbiano tutti più o meno la slessa provenienza. In ogni modo condivido completamente l'idea del Pélissier, e ritengo che l'Albany non abbia fatto altro che ricopiarli, riunirli in uno o due fogli per averli sott'occhio; così ch'essi nulla dimostrano all'infuori dell'influenza che sull'animo suo possono aver avuto le stravaganti teorie di G. G. Rousseau.

Di grande interesse – non certo artistico ma di curiosità – sono gli studi su Rubens, Sabatelli e Hackert, e le note di viaggio in Italia e in Inghilterra, in cui si discorre di tutto e di tutti, si trinciano giudizi d'ogni genere, cadendo in qualche contraddizione, scambiando un autore per un altro, dicendo una volta male e una volta bene di Roma, passando in rassegna le opere de' maggiori artisti antichi e moderni, unendo Cicerone, Michelangelo e Voltaire per ammirarli insieme.

Ed a proposito del Mosè di Michelangelo la d'Albany scrive: « La statue a le plus beau bras qui existe en sculture ». Questo giudizio m'ha richiamato alla mente quelli, assai più curiosi ma non mollo dissimili, dati dal capolavoro Michelangiolesco da un francese e un napoletano che un mio carissimo amico – lo stesso cui debbo il piacere di aver letto l'opuscolo del Pélissier – ha inteso pronunciare contemporaneamente innanzi al capolavoro Michelangiolesco. Il visitatore francese, dopo aver osservato la statua, si rivolse con un sorrisetto al mio amico e osservò, accennando alla sommità del capo del profeta: « Mais... il l'a fait co..?» Il napoletano – gli occhi fissi sul piede sporgente dalla base  mormorava con ammirazione: « Quelle ugne! (unghie) quelle ugne!»

Ma, per tornare alla Contessa d'Albany, tanto nelle fuggevoli note d'arte, quanto nelle osservazioni fatte a riguardo degli uomini, dei paesi, delle istituzioni politiche d'Inghilterra – degne di essere ancora considerate con speciale attenzione – essa dà continua prova di grandissimo ingegno e di coltura veramente vasta – se non profonda –geniale, non comune, giustificando ancora una volta quanto di lei lasciò scritto l'Alfieri che potè più d'ogni altro apprezzare le qualità della mente e dell'animo di colei che ripetutamente chiamò: « la mia unica Donna quella più che metà di me stesso ». E di lei disse : « La mia vera donna era quella, poiché invece di ritrovare in essa, come in tutte le volgari donne, un ostacolo alla gloria letteraria, un disturbo alle utili occupazioni, ed un rimpicciolimento direi di pensieri, io ci ritrovava e sprone e conforto ed esempio ad ogni bell'opera; io, conosciuto e apprezzato un così raro tesoro, mi diedi allora perdutissimamente a lei. E non errai per certo. poiché più di dodici anni (dopo, mentr'io sto scrivendo queste chiacchiere, entrato oramai nella sgradita stagione dei disinganni, vieppiù sempre di essa mi accendo quanto più vanno per legge di tempo scemando in lei quei non suoi pregi passeggieri della caduca bellezza. Ma in lei s'innalza, addolcisce, e migliorasi di giorno in giorno il mio animo, ed ardirò dire e creder lo stesso di essa, la quale in me torse appoggia e corrobora il suo». Quando poi, nel 1799, insieme a lei risiedeva nella villa fuori porta S. Gallo, presso Montuglio, ci descrive la vita che insieme trascorrevano. Era qiella che loro maggiormente conveniva, giacchè' entrambi potevano trovar nella solitudine e nell'affetto scambievole il conforto riserbato alle anime capaci d'intendersi e di affinarsi nello studio; il quale ha legami così forti e potenti e così dolci insieme, da poter superare alle volte, specie nell'età matura, quelli dell'amore.

«... Me ne stetti in quella villa con poca gente di servizio, e la dolce metà di me stesso, ambedue occupati nelle lettere, chè' anch'essa, sufficientemente perita nella lingua Inglese e Tedesca, ed egualmente poi franca nell'italiano che nel Francese, la letteratura di queste quattro nazioni conosce quanti'è, dell'antica non ignora l'essenza per mezzo delle traduzioni di queste quattro lingue. Di tutto dunque potendo io favellare con essa, soddisfatto egualmente il cuore che la mente, non mi credeva mai più felice, che quando mi toccava di vivere solo a solo con essa, disgiunti da tutti i tanti umani malanni [13]».

 

Le lettere e gli scritti che il Pélissier ha pubblicati ci danno non dubbia conferma dell'ori ingegno della Contessa d'Albany, e ci spiegano ancora una volta le ragioni del fascino ch'essa era capace di esercitare in quanti ebbero occasione di avvicinarla; e furono parecchi, forse troppi. Tanto che, ripensando a lei, alla sua vita, a' suoi corteggiatori, vien fatto di ricordare la fine osservazione dovuta all'acuto ingegno di Alphonse Karr: « On ne peut se passer d'amour. C'est l'amour qu'on aime, ce n'est pas l'amant [14]. » Ma che importa, se ognuno di essi può dichiararsi felice? Anche se, come l'Alfieri, ha vissuto ventisette anni maritalmente con lei, o, come Bonstetten, per un numero assai maggiore di anni, dice di averla amata da lontano!

Luisa d'Albany, che tanto ha fatto e farà parlare di sè, è una delle più interessanti figure muliebri di cui il secolo xviii, ci ha tramandato il ricordo. Esse possedevano in sommo grado l'arte di soggiogare i cuori coll'amabilità del sorriso e coi lenocinî della bellezza; ma sapevano incatenare gli uomini per le doti singolari del loro ingegno, per la genialità della loro coltura. Femmine e donne a seconda dei casi e delle circostanze, riempivano intiera la vita dell'uomo da esse preferito, ed erano capaci di compensare in un'ora di abbandono o di sacrificio tutti i dolori che avevano cagionati, tutte le lagrime che avevano fatto versare.

 

A mano a mano che il tempo ci allontana da queste sirene in guardinfante, a mano a mano che la cipria di cui avevano cosparsa l'altra pettinatura carica di fiori e di gemme, sembra scendere sui volti sorridenti, quasi ad annebbiarne i tratti gentili, a scolorirne i puri contorni, la bellezza loro s'idealizza, la vita che trascorsero ci sembra meno frivola, meno inutile, e siamo più facili ad accordar loro il perdono, non richiesto, per i dolci e rinnovati peccati d'amore.

Note

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[1] Tomo VIII - 1901.

[2] Archivio Storico Italiano quarta serie. Tomo VIII (Anno 1881. Gli  ultimi Stuardi, la Contessa d' Albany e Vittorio Alfieri pag. 63-104.

[3] Quando quest'articolo era stato consegnato per la stampa, il Pélissier ha pubblicato Le portefeuille de la C. d'A. (Paris, A. Fontemoing, 1902), di cui spero di poter render conto.

[4] Arch. Stor. Ital articolo citato.

[5] Vita di Vittorio Alfieri da Asti, scritta da esso. Londra [DCCCVII, vol. II, pag. 57, 58.

[6] Archiv. stor. ital., articolo citato.

[7] Per la maggior parte delle notizie sul Bonstetter, cfr. Les études de C. V. d. B. par Aimi Steinlen, p. 5 – 38, in Bihliothèque universelle – Revue Suisse et étrangère, LXIV anné; tom. V.

[8]G. Sand, Le Marquis de Villemef.

[9] Anatole France, Le puits de Sainte Claire.

[10] Arch. Stor. Ital., articolo citato.

[11] «Hi prefer his letters to his books, said Zschokke to Md.me de Circourt, for wherens others labour and polish wath they have written, our friend is a poet and wise man and the first espression oh his thought his both natural and clear.» Cfr: The Edimburg rewiev, vol. CXIX, p. 413-441.

[12] The Edimburg rewiev, vol. CXXI, articolo citato.

[13] Vita di Vittorio Alfieri, citata, passim.

[14] Alphonse Karr, Encore les femmes.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 25 maggio 2011