Alfredo Reumont

Gli ultimi Stuardi,

La Contessa d'Albany

e Vittorio Alfieri.

Edizione di riferimento:

ARCHIVIO storico italiano fondato da G. P. Vieusseux e continuato a cura della R. Deputazione di storia patria per le provincie della Toscana, dell' Umbria e delle Marche Quarta Serie. Tomo VIII. — Anno 1881 in Firenze presso G. P. Vieusseux Coi tipi di Cellini e C. 1881

I.

Ai tredici di Luglio dell'anno 1807 venne a morte, nella villa Tusculana dei Muti, Enrico Benedetto Stuart Duca di York Cardinal decano del Sacro Collegio, Vescovo d'Ostia e di Velletri. L'ultimo d'una stirpe più di alcun'altra moderna battuta dalle tempeste, terminò in pace un'esistenza, nell'interno suo pacifica, quantunque esposta anch'essa ai turbini poco prima del muggire d'un altro temporale, il quale simile a quello che ott'anni prima aveva imperversato, minacciava di rovesciar l'albero antico che ombreggia il mondo.

D'indole e d'aspetto più somigliante al padre che al fratello, egli ricordava questo, che fu Carlo Odoardo, in una cosa - al pari di lui teneva alto il suo diritto ereditario. L'ultimo degli Stuardi, costretto ad accettare una pensione inglese dopo di aver perduto il suo patrimonio per la rivoluzione di Francia e le sollevazioni in America, firmò il suo testamento quale Henry Roy, titolo da lui preso, nell'esergo [1] della ora poco comune medaglia da lui fatta coniare dopo la morte del fratello detto Carlo III.

 

Non privo di cultura letteraria, pio, tra mansueto ed irascibile, benefico, Enrico Benedetto aveva in fondo sagacità mediocre e poca elevatezza d'ingegno. Morto Clemente XIV, Carlo Odoardo ficcossi in testa di vederlo cinto del gran manto di Pietro: illusione viepiù strana qualora si pensi alle immense difficoltà dei tempi e maggiormente a quelle del pontificato quasi assediato dalle potenze Borboniche, le quali fecero a Clemente XIII violenza per sua natura poco diversa da quella con cui Filippo il Bello fece morire Bonifazio VIII, e d'allora rimasto privo della più fida sua milizia. Pochi Cardinali, se pur uno, avranno pensato a dare il voto al confratello inglese.

Le grandi sciagure rade volte hanno tenute strette tra loro le famiglie, mentre per lo più non sono mancate recriminazioni e liti. I Borboni ne sono memorabile esempio - avanti di loro ne offrirono un altro gli Stuardi. Prima che essi regnassero in Inghilterra, parteciparono all'indole violenta dei nobili del paese in cui ebbero origine. Dipoi, Carlo II e il Duca di York di lui fratello (Giacomo II) furono due caratteri talmente diversi da recar meraviglia che serbassero un contegno almeno in apparenza piuttosto buono. Carlo Odoardo aveva scarsa simpatia col padre e col fratello. Tale mancanza di simpatia, assieme al vergognoso trattamento dopo l'infelice riescita della spedizione del 1745 toccatogli dal governo di Luigi XV, contribuì maggiormente a gettare un principe di belle speranze e di doti non comuni, già l'idolo d'una parte numerosissima, e dopo le disgrazie ancora l'eroe dei loro canti, nella voragine d'una vita sregolata che lo rovinò fisicamente quanto moralmente. Carlo Odoardo dimostrossi malcontento che il fratello fosse entrato nella carriera ecclesiastica, consenziente il debolissimo padre; egli giudicò benissimo, siffatto passo essere per fare sparire le ultime speranze della famiglia di riconquistare l'avito trono. Amici quanto nemici m'assalgono - così esso scrisse allora - Iddio perdoni a questi ultimi !

 

È generalmente nota la tristissima storia matrimoniale di Carlo Odoardo, il quale, essendo oltre i cinquantanni d'età, nella primavera del 1772 sposò Luisa principessa di Stolberg Gedern, Alemanna poco più che di nome, di madre Belga, nata ed educata nel Belgio, canonichessa ventenne a Mons nell'Annonia dove aveva veduto la luce. Di questo matrimonio molto si è trattato in volumi di memorie, di storie, di lettere, segnatamente in uno dei libri più originali della prosa italiana, nella Vita cioè di Vittorio Alfieri. Nel 1800 poi, due volumi stampati a Berlino col titolo: « La Contessa d'Albany », sulla fede di documenti e di lettere, quanto di testimonianze e racconti dei contemporanei che correvano ancora per il mondo e maggiormente poteronsi raccogliere nella città di Firenze, presentarono una relazione, per quanto era possibile veritiera ed ampia, di tutto ciò che spettava alla vita di Carlo Odoardo Stuardo negli ultimi sedici anni dell'infelice sua vita, alla moglie, ai congiunti ed amici di lei, che di trentasei anni sopravvisse a quello, a cui per disgrazia d'ambedue l'ebbe unita la sorte. Volumi tradotti, non so quanto fedelmente in Italiano, ma senza il corredo dei numerosissimi documenti, delle lettere di Madama de Staël, de Souza, di Bonstetten e d'altri, e degli schiarimenti storici, dal traduttore tutti giudicati inutili; copiati nella maggior parte in francese more solito da St. René Taillandier; non criticati ma beffeggiali dall'ultimo editore della Vita dell'Alfieri, Sig. E. Teza, che non li aveva né anche veduti, ma giudicò franco. Da siffatta narrazione risulta che il Cardinale di York per non breve tempo nelle peripezie domestiche tra il fratello e la cognata tenne le parti di questa; e che, fuggita essa dalla casa del marito nel 1780, non senza partecipazione di Pietro Leopoldo Granduca avverso a Carlo Odoardo, egli prestossi ad ottenerle da Pio VI pontefice il consenso di recarsi a Roma, prima in un convento poi in piena libertà, ma che in seguito le relazioni della Contessa d' Àlbany con Vittorio Alfieri gli fecero cambiar modi, cambiamento il quale non rimase privo d'influenza sul di lui contegno col fratello da lui visitato in Firenze e in fine indotto a tornare a Roma, dove Carlo Odoardo terminò meno infelicemente i suoi giorni.

 

La maggior parte dell'archivio di famiglia degli Stuardi passò da Roma in Inghilterra sin dal 1798. Le carte rimaste presso il Cardinale di York nel 1815 da Ercole Consalvi vennero regalate al Principe reggente della Gran Brettagna, che divenne Re Giorgio IV, e se ne sono serviti parecchi storici. Un pacco di queste carte, non so per quale ragione, ne rimase staccato, in proprietà particolare. Esse costituiscono un ammasso di lettere, per lo più dirette al Cardinale, ed altre carte, senza nessuna importanza politica né storica, gettate assieme senza ordine. Di scarso numero sono le brevissime lettere di Carlo Odoardo, di cui quelle da lui scritte in inglese passano oltre i limiti della libertà, colla quale i sovrani dello scorso secolo [2] solevano trattare la grammatica e l'ortografìa. Varie ne troviamo della Contessa d'Albany, molte della figlia naturale del povero Pretendente, quella che divenne l'angelo custode degli ultimi anni suoi. A un tempo posteriore appartengono alcune lettere del Cardinale Maury, le cui vicissitudini sono state poco meno sorprendenti di quelle degli Stuardi. Tutto il rimanente spetta ad affari domestici ed è privo di qualunque importanza.

 

Non credo già palesare cose di segnalato interesse facendo uso di parecchie delle carte di questo pacco. Negli anni a cui esse spettano, gli Stuardi avevano perduto l'ultima traccia d'importanza politica. Carlo Odoardo non presentava se non un miserando rudere dell'animoso giovine che aveva fatto tremare dentro la sua capitale Giorgio II, quando egli vittorioso arrivò a Derby. Non l' epoca sola del « Waverley », quella del « Redgauntlet » ancora rimaneva lontana lontana. Sentivansi è vero cantare ancora di quando in quando nella Scozia le melodie giacobite del « Young Chevalier » o di « Charlie is my darling », ma non accennavano se non ad antica storia, essendo il gran cambiamento, maggiormente nel paese dei Monti (Highlands) principiato dopo le crudeltà commesse dal Duca di Cumberland, il « Macellaio », vincitore nella battaglia finale, per lui poco pericolosa, di Culloden. Il Cardinale non era mai stato personaggio di importanza politica, quantunque il sospettoso governo della Casa d'Annover mantenesse presso di lui delle spie ugualmente che presso suo padre e suo fratello. Ufficio non ricusato, prima a Roma, poi a Firenze dove morì, da un uomo di vaglia nella scienza antiquaria, il Barone Filippo Stosch; ufficio trattato poi con impegno pressoché ridicolo nei dispacci dell'inviato inglese Sir Orazio Mann, le cui lettere all'amico Orazio Walpole per quattro decenni continuate forniscono tante date per la Storia dei costumi della nobiltà fiorentina dai primi tempi della Reggenza lorenese sin alla metà del regno di Pietro Leopoldo. L'interesse storico quanto romantico, ultimo retaggio di quell'infelice schiatta di re, non sparisce però interamente nemmeno in questi ultimi tristissimi tempi, dimodoché credo poter offrire ai lettori italiani i seguenti cenni appoggiati a carte autentiche, vie maggiormente perchè essi spargono qualche luce ancora sulla vita del maggior poeta tragico italiano.

È ora appunto un secolo da che vennero scritte le prime carte riportate nelle seguenti pagine, secolo nel cui corso si è cambiato il mondo: ma l'aver esse attinenza con un uomo esimio fa sì che ritengono ancora una attualità non scemata dal lungo volgere degli anni.

II.

Ai primi del Dicembre del 1780 la consorte di Carlo Odoardo aveva lasciato il Palazzo Guadagni ora San Clemente in Via San Sebastiano, per sottrarsi, rifugiandosi in un convento ai giorni nostri scomparso da Via del Mandorlo, alle di lui brutalità ubriache. Ai 10 dell'istesso mese il cognato Cardinale rispose alla lettera colla quale essa l'aveva informato dell'accaduto, invitandola a Roma dove sarebbe accolta nel convento delle Orsoline di Via Vittoria. Il giorno seguente, questo veniva confermato per un breve di Papa Pio VI, il quale le annunziava che quanto al futuro suo soggiorno essa avrebbe da intendersi col Cardinale Duca tutto disposto ad assisterla. La vita di Vittorio Alfieri e memorie contemporanee hanno fatto conoscere gli strani particolari della fuga e del susseguente viaggio. Partita la signora, il poeta non trattennesi più lungamente a Firenze dove essa l'aveva ritenuto. Partito per Napoli al principio di Febbraio del 1781, esso passando da Roma parlò colla Contessa alla grata del convento. Anche a Napoli però egli non si fermò a lungo. « Mi ero proposto di starci ancora tutto il mese di Maggio, ma ai 12, quasi senza saperlo, mi ritrovai a Roma ». Egli stesso ha raccontato come operò e piegossi, per non dar ombra al Cardinale, al mondo ecclesiastico, tanto potente, a quella società romana allora sì brillante e in ogni tempo composta di elementi vari e così singolari da renderla dissimile a qualunque altra; assunto vie più difficile, trattandosi di non compromettere una signora distinta e in posizione delicata. Si sa non essergli ciò riuscito se non imperfettamente e non per lungo tempo, siccome d'altronde era da aspettarsi.

 

II seguente biglietto della Contessa d'Albany, la quale era tornata nell'antica sua abitazione del palazzo Muti donde poi andò a stare al secondo piano del Palazzo della Cancelleria residenza del Cardinale, mostra il modo singolare con cui essa introdusse l'Alfieri presso il cognato.

 

« Essendomi accorta, mio caro fratello, che nella vostra bella biblioteca manca un Virgilio che ne è degno, venni a conoscere che esisteva quello che vi mando ed è il più bello che vi sia. Prendo la libertà di mandarvelo per mezzo del Conte Alfieri, il quale è stato a pranzo da me e mi ha detto che domani verrebbe a farvi la sua corte. Spero, mio caro fratello, che mi farete la grazia d'accettare il mio libro qual pegno del mio tenero e sincero affetto. Vorrei poter darvene delle prove a ogni momento, ma siate sicuro che il mio affetto per voi è quello di vera e propria sorella. Accogliete le testimonianze d'amicizia senza limiti. Ai 10 Maggio. Luisa ».

 

In tal modo vennero avviate le cose. Durante qualche tempo, esse andarono benissimo. Il soggiorno di Roma è stato di quelli, di cui l'Alfieri ha maggiormente goduto; e veramente le circostanze erano favorevoli, mentre i riguardi dovuti al mondo in cui viveva, e il segreto necessario a mantenersi quanto si poteva con ogni arte accrescevano l'incanto sotto cui egli trovavasi. Esso ha descritto la sua bella stanza nella allora ( ahi ! oggi non più) poetica e tranquilla Villa Strozzi alle Terme di Diocleziano, e le solitarie passeggiate a cavallo per questa deserta parte della città, e la muta eppure sì eloquente Campagna, e quell'insieme di solitudine, di studi e di grata società - l'ha descritta sette o ott'anni dopo con accenti nei quali spira la malinconia delle rimembranze d'uno stato dell'anima che non è più.

« Un soggiorno più gaio e più libero e più rurale nel recinto d'una gran città non si potea mai trovare né il più confacente al mio umore, carattere od occupazioni. Me ne ricorderò e lo desidererò finch'io viva ».

Al gentiluomo e poeta dovette essere cara quella società, prima di un grande cataclisma distintissima e adorna di molti pregi, la quale portò sulla scena la sua Antigone, nel Palazzo di Spagna recitata dal fiore della nobiltà. Ma appunto l'ammirazione toccatagli, e la posizione della donna che per l'addietro avea occupato a Roma posto quasi regio, trassero su di loro attenzione maggiore di quella che gli conveniva. Una visita di qualche durata ai primi d'Aprile 1783 dal Cardinale fatta al fratello creduto moribondo, gli aprì gli occhi, rendendolo consapevole di circostanze per le quali il sospetto di già entrato nell'animo suo cambiossi in certezza. Con una di quelle mutazioni subitanee facili nei deboli caratteri, ora egli attribuì all'Alfieri l'intera colpa del dissenso tra Carlo Odoardo e la moglie, esagerazione anche maggiore di quella con cui ebbe assoluta questa d'ogni colpa. Permanenza più lunga a Roma del nobile Piemontese divenne impossibile. Il modo con cui questi si esprime in tale frangente sul Cardinale « personaggio impetuoso sempre ed irreflessivo » e sui di lui « preti » è noto. Quali fossero poi esattamente i motivi e le circostanze della sua partenza, risulta dalla seguente lettera ai 4 Maggio di quell'anno dalla Contessa d'Albany indirizzata al cognato, lettera la quale modifica alquanto il racconto dell'autobiografia.

 

« Domenica sera. Secondo il consiglio che mi avete dato, mio fratello, e di cui a suo tempo vi ho ringraziato perchè lo avevo per segreto, ho indotto il signor Conte Alfieri a lasciar Roma. Esso è partito questa mattina. Avrei cercato di determinarlo più presto, se, dopo mature riflessioni e secondo l'opinione di persone sensatissime, non avessi temuto, che una partenza tanto subitanea, la quale sarebbe apparsa forzata, avrebbe dato credito alle voci ingiuriose sulla mia condotta, le quali, quantunque senza fondamento, non si sono che troppo divulgate. Comunque ciò siasi, il vostro desiderio è adempiuto e il vostro consiglio seguito. Il solo dispiacere che sento è quello che mi ha procurato il modo strepitoso, il quale ha ferito la mia riputazione e la mia delicatezza. Guardate, quante pene mi avreste risparmiate, ove, secondo che pel passato si era convenuto tra di noi, a me sola aveste comunicate le vostre intenzioni - ove non vi foste indirizzato, senza verun bisogno, al Papa - in una parola, ove in un moto subitaneo non vi foste lasciato andare a un procedere, il quale, me ne appello al vostro buon cuore, a quest'ora non vi può parere essere stato conveniente verso di me, tanto perchè sono vostra cognata, quanto perchè sono quella che sono. Non crediate però che sentirete in futuro dei rimproveri da parte mia : saprò evitarveli. Non terrò presente alla mente se non le prove d'amicizia quali in altri tempi ho ricevute da Voi e di cui per tutta la vita vi conserverò la maggiore riconoscenza. Malgrado tutto ciò che è accaduto, sento per Voi sincerissimo affetto. Vi prego di gradirne le proteste. Mio fratello, vostra umilissima ed ubbidientissima serva e sorella Luisa. - Al mio carissimo fratello il Cardinal Duca, a Frascati ».

 

Partito l'Alfieri, la Contessa d'Albany rimase in buone relazioni col cognato, il cui appoggio le era pur necessario, segnatamente prima che fosse regolata la posizione sua dirimpetto all'infelice marito. Del carteggio di questo col fratello nei primi tempi succeduti alla fuga della moglie, non ci è dato di giudicare se non per un biglietto senza data, scritto di mano tremante in orrendo inglese a mala pena intelligibile, e che maggiormente concerne a libri e stampe chiesti dalla Contessa. « Tutto vi sarà spedito quando ne farete richiesta; a me riesce impossibile l'aver che fare in qualunque siasi modo colla mia moglie prima che essa si penta. Non potete figurarvi quanto, essendo la mia testa tutta confusa, rimango stanco per avere scritte queste righe; la vostra lettera mi ha talmente sorpreso che a mala pena posso tener la penna. Non capisco come abbiate potuto interpretare a rovescio il senso della mia ».

 

Abbiamo altra testimonianza dello stato d'animo in cui trovossi l'infelice Carlo Odoardo, il quale più del cordoglio per la perdita di una compagna, avrà sentito il peso dell'umiliazione,per i racconti che si erano sparsi pel mondo con poco suo credito. Nella Roncioniana di Prato esiste la minuta d' una lettera di Antonio Martini, nel 1781 chiamato all'Arcivescovado fiorentino, lettera che è per far parte dell'Epistolario del degnissimo prelato, che sta preparandosi per le stampe da Cesare Guasti, alla cui amicizia vado debitore di questo curioso documento. Ai 20 di Novembre dell'anno predetto, l'Arcivescovo scrisse quanto segue al Cardinale Duca.

 

« Altezza Eminentissima,

« Se io non avessi piena cognizione della pietà somma e della religione dell'A. V. E., non ardirei di comparirle davanti con questo foglio trattandosi di affare sommamente delicato, e nel quale per il posto che occupo immeritevolmente mi trovo con sommo mio dispiacere intrigato. Il Sig. Co. d'Albany mi fece pregare più volte di passare a sua casa; s'incomodò egli stesso a venire sino all'Arcivescovado affine di parlarmi più d'una volta, onde mi trovai finalmente in necessità di portarmi a renderli i miei rispetti. Il motivo per cui cercava con tanta sollecitudine di parlarmi mi fu spiegato dal medesimo subito che entrai nel suo gabinetto, e questo motivo si era la determinata volontà d'introdurre qui una causa per riavere, come egli dice, la sua Signora consorte. Feci e rappresentai quanto potei per calmare il suo fuoco, ma non ebbi la sorte di riuscirvi, onde finalmente mi ristrinsi a pregarlo di sospendere per un poco di tempo, e darne a me per riflettere posatamente sopra d' un tale affare che mi parve degno di tutta la riflessione. Veggo però dalle nuove pressure che mi ha fatte fare in questi pochi dì, che una risposta converrà che io gliela dia. Ricorro pertanto all'A.. V. E. perchè si degni suggerirmi quel che io posso fare in simili circostanze, quando un marito di tal dignità pretende di richiamare a sé una sposa fuggita (dice egli) da lui senza verun motivo. La bontà con cui l'E. V. si degnò di onorarmi pochi mesi fa quando ero in Roma, e la sua rettitudine e saggezza mi scuseranno presso di lei riguardo ad un passo come questo a cui la sola necessità mi riduce, assicurandolo che io non farò né più né meno di quello che da Lei mi sarà suggerito. E qui con profonda venerazione mi confermo ec. ec. ».

 

È chiaro, Carlo Odoardo avere sperato, ovvero finto di sperare, che la Contessa, o volontariamente o forzata, sarebbe tornata. Ma nessuno pensò a farle violenza, ed essa non si pentì. Finalmente, le relazioni tra i due fratelli essendo, come si disse, migliorate, il Conte d'Albany rimase contento di giungere a una convenzione coll'infedele, onde sciogliere, nella parte che toccava agli interessi pecuniari e alla posizione pubblica, un legame sin da principio malaugurato. Si sa aver contribuito maggiormente a siffatto accomodamento, sola soluzione possibile, Gustavo III re di Svezia, nel Novembre dei 1783 giunto a Pisa col nome di Conte d'Haga, per fare una cura alle acque di San Giuliano. Le lettere di Pietro Leopoldo Granduca al fratello Imperatore, lettere tratte dagli archivi di Casa e Corte viennesi e stampate pochi anni fa da Alfredo d'Arneth, ci danno vari ragguagli sul Monarca, il quale in un dato tempo fece tanto parlare di sé, e per la mezza rivoluzione da lui operata per ristabilire l'autorità monarchica, nel regno suo quasi annichilita dalla aristocrazia resasi di più in più prepotente tramezzo alle mutazioni di dinastie, e per i grandiosi disegni tendenti ad unire l'Europa contro la Francia rivoluzionaria, siccome avvenne dopo due decenni d'incessanti rimescolamenti e di torrenti di sangue. Pietro Leopoldo non più del fratello era parziale del Re Svedese alloggiato male a San Giuliano, di mala voglia e pochissimo contento della sua salute e del proprio popolo, sospettoso, non senza ragione, della Russia vicina, fecondo sempre di progetti maggiori delle sue forze, e bisognoso di denari, di cui pochi gli forniva il paese, la Francia ausiliaria, più che mezzo rovinata, non quanti bastavano. Giuseppe II, annoiato per la superbia dello Svedese, giudicollo in modo svantaggioso quanto mai.

 

« Egli è un uomo senza carattere, falso, e con una vernice di spirito e di cultura, null'altro che un fanfarone e un petit maitre manqué ».

 

Dal carteggio di Caterina Imperatrice col Grimm risulta, il giudizio della Semiramide del Nord essere stato poco diverso da quello del monarca austriaco.

 

A Carlo Odoardo però e alla di lui moglie, Gustavo III rese un segnalato servigio collo stabilire l'accordo, da quello firmato ai 3 di Aprile del 1784, col quale esso rese a Luisa Stolberg intera libertà. Tale soluzione venne effettuata più presto di quel che sperava la Contessa, la quale continuò a portare il titolo divenuto storico più per la moglie che pel marito. Ne è prova la lettera da lei, in data del 9 Aprile, indirizzata al Cardinal Duca, lettera in cui fa menzione della dichiarazione nello stesso giorno rimessale dal maestro di casa e vecchio confidente di Carlo Odoardo, John Roy Stuart.

 

« Non ho creduto poter parlarvi prima, mio caro fratello, di un progetto d'una convenzione dal Re di Svezia propostami da farsi col mio marito, dopo di essere stata a vedervi a Frascati. Mi ci sono prestata con doppio piacere, perchè facendo così, provo di non voler impossessarmi del patrimonio di vostro fratello, come esso pretende, e senza rincrescimento gli rendo non solo i mille scudi datimi da voi, ma ancora i tre mila secondo i patti matrimoniali dovutimi a titolo di spillatico [3]. Consento ugualmente che si trasportino da Roma a Firenze le sue gioie. Da lungo tempo gli avrei fatto tale sagrifizio» ove non avessi giudicato l'onor mio richiedere tale pensione qual prova certa dell'aver io, separandomi dal mio marito, goduta l'approvazione di coloro dei quali mi è preziosa la stima. Non ho dunque creduto poterla cedere, se non in forza d'un accomodamento con lui il quale dimostra che ci siamo separati di comune accordo. Il Re di Svezia se ne è incaricato, e mi sono rimessa in lui interamente per tutto ciò che mi riguarda. Egli ha agito da amico e da parente. Con mia grande sorpresa, Stuart è venuto a portarmi questa mattina la convenzione firmata. Essa ritrovasi ancora nelle mani del Re di Svezia. Appena l'avrò, ve la comunicherò, persuasa, mio carissimo fratello, che sarete contento di veder me alfine assicurata contro le persecuzioni del mio marito, e lui fuori delle strettezze che ritengo vere, giacché Stuart mi dice essere tali. Sono dunque altera di assisterlo, rinunziando al mio superfluo onde procurargli il necessario. Possa il cielo fargli godere tranquillità e contentezza nell'età sua cadente! Quanto a voi, mio carissimo fratello, vogliate rimaner persuaso, che i miei sensi d'amicizia e di riconoscenza per voi sono inviolabili quanto il sincero affetto con cui sono vostra affezionatissima sorella Luisa. Mercoledì 9 Aprile » (1781).

 

Soggiornando a Parigi nel mese di Giugno seguente, soggiorno non senza fini politici per aver il Re rinnovato allora gli antichi legami, che sin dalla guerra de' Trent'anni univano la Svezia, bisognosa sempre di danari, colla Francia, non meno bisognosa di truppe estere, Gustavo III raccontò molte cose delle trattative con Carlo Odoardo e col Cardinale di York, senza però far mai motto di quelle riguardo all'ordine dei Frammassoni di cui si discorrerà più avanti. Nel quarto volume dell'opera di F. Feuillet de Conches, che s'intitola « Louis XVI, Marie- Antoinette et Madame Elisabeth » (Parigi 1866), opera la quale in nessun modo merita il poco conto in cui da certi critici si è voluta tenere, perchè, pur troppo, nel primo volume incontratisi varie lettere spurie della Regina originate non si sa dove, leggiamo un'interessante relazione, conservata nell'Archivio del Ministero degli esteri, dall'editore ascritta al signor de Tolosan, introduttore degli ambasciatori alla Corte francese. Tale relazione contiene l'epitome dei racconti di Gustavo III. Andando a Roma, il Re visitò a Firenze il Pretendente, ridotto ad un'entrata di 50,000 lire, dimodoché mancavagli sin il necessario, considerato il suo grado. Lo stato in cui egli trovò questo principe l'intenerì vie più, perchè esso erasi interamente riavuto da quegli eccessi, ai quali erasi abbandonato dopo l'espulsione sua dalla Francia. « Egli non s' ubriaca più dacché è vedovo (depuis qu'il est veuf!), disse il Conte d' Haga, ed è divenuto molto sobrio, molto regolato e di gran buon senso. Di quando in quando solo la sua testa ripiglia fuoco, quando ricorda le sue disgrazie e il trattamento inflittogli a Parigi dopo la pace del 1748 ». Toccando i particolari, il Re mostrossi preso di vero interesse quasiché si trattasse del proprio fratello.

 

« Egli m'informò il Cardinale di York ritenergli una parte delle gioie lasciate sotto la sua custodia dal Re loro padre, e di cui avrebbe avuto gran bisogno per accrescere le sue modiche entrate. Arrivo a Roma, e senza averne detto una parola al Pretendente, mi reco dal Cardinale, e gli faccio delle rimostranze riguardo alle gioie. Il Cardinale le ascolta, e risponde colla negativa. Sono gioie della corona. Gioie della corona! continuo io — badi ! Considera Ella suo fratello essere Re d'Inghilterra? In tal caso le gioie son sue, ed Ella è obbligata a restituirgliele. Se poi non l'ha per Re, ebbene, le rimandi a Giorgio Terzo. In nessun caso Ella ha il diritto di ritenerle.

Il mio Cardinale non gustava il dilemma, e continuò a tenersi sulla negativa.

 

« Un ripiego mi rimase. Raccontai l'affare al Santo Padre il quale mi rispose che avrebbe fatto condurre il Cardinale in Castel Sant'Angelo. (Qui il Conte d'Haga esce dal vero, o lo scrittore dei ragguagli è stato male informato: a Papa Pio VI né anche in un caso meno dubbio di questo sarebbe venuta l'idea di mandare in Castello il Cardinal Duca di York). Insistei perchè la vertenza fosse presto decisa, e dissi al Papa: Non Le pare strano che io, capo del Luteranismo (?), m'ingegni qui di disporre il capo del Cattolicismo in favore d'un principe, il quale per causa della di Lei religione dai protestanti trovasi escluso dal suo regno, il nipote d'un re d'Inghilterra? L'affare strascinossi per qualche tempo ancora, ma prima della mia partenza da Roma le gioie vennero consegnate al Pretendente, eccettuato un grosso rubino che il Cardinale volle per forza ritenere ».

Anche a riguardo di questo rubino, lo scrittore pare che abbia interpretato male le parole del Re. Il rubino era una delle principali pietre della corona scozzese, da Carlo Odoardo non voluto vendere, nonostante le sue maggiori strettezze al tempo delle trattative con Gustavo III. Egli asseriva dover restituirlo al tesoro della corona al suo ritorno nell'avito regno.

 

Siffatte trattative avvenute nel palazzo già Guadagni, la cui ventaruola[4] mostra ancora il monogramma C R (Carolus Rex), ebbero anche altro scopo. Carlo Odoardo, qual de iure Re di Scozia, pretendeva ancora al gran maestrato dell'Ordine dei Frammassoni, secondo la tradizione nato nella Brettagna settentrionale al tempo della distruzione di quello dei Templari da cui esso avrebbe avuta origine; grammaestrato ereditario nella dinastia Stuarda. I Frammassoni erano potentissimi nella Svezia. Era quello un tempo, in cui le società segrete e la fede nei segreti della magìa camminavano di pari passo coll' incredulità religiosa degli spiriti forti. Gustavo III, discepolo della scuola degli Enciclopedisti, con vera passione erasi gettato in braccio ai negromanti taumaturgi ed evocatori di apparizioni, sin a divenir preda d'accorti avventurieri. L'intera famiglia sua era invasa dalla cieca persuasione della verità delle fole magiche e non meno dalla passione per le pratiche della massoneria. Il fratello più giovine del Re, Adolfo Federigo Duca d'Ostrogozia, erasi di già messo, tempo innanzi, in relazione con Carlo Odoardo riguardo ad un Vicariato per le loggie massoniche del Nord. L' altro fratello, quello che divenne re dopo l'abdicazione dell'infelice suo nipote Gustavo IV Adolfo, negli ultimi non gloriosi anni suoi ebbe il ridicolo gusto di fondare una decorazione massonica coi colori bianco e rosso, colori già del Tempio e ancora dell'Ordine di Cristo nel Portogallo successo al Tempio di cui conservò le insegne; decorazione che anche oggidì figura tra le svedesi col nome d'Ordine di Carlo XIII. Gustavo III credeva fermamente nei misteri, ma dalle sue lettere confidenziali risulta con quante incertezze navigava tra quello che egli aveva per vero e quel che gli pareva superstizione. Il Pretendente, con cui trattò per farsi cedere il maestrato dell'Ordine per i paesi Scandinavi, trattativa rimasta poi priva d'effetto, non avrà potuto dargli schiarimenti intorno a materie di cui egli probabilmente nulla sapeva e non si curava.

III.

Al tempo in cui Carlo Odoardo concluse la convenzione, nelle circostanze d'allora il partito più savio, essendo fuori di questione il tornare a convivere colla moglie, esso probabilmente era di già fisso in un proposito a cui poco dipoi diede effetto. Ai primi di Luglio di quell'anno egli legittimò la figlia sua naturale Carlotta, facendola venire a stare in casa sua. La madre sua era Clementina Walkinshaw, figlia d'un gentiluomo scozzese, il quale aveva prestato segnalati servigi al Cavaliere di San Giorgio (Giacomo III) nella Scozia quanto in Germania e in Italia. Tenuta al fonte battesimale da Maria Clementina Sobieska madre di Carlo Odoardo, la giovane erasi affezionata a questo durante la spedizione del 1745, e rimase sua indivisibile compagna nella sua vita raminga in Francia, nel Belgio, nella Germania, venendo creduta dappertutto sua moglie legittima. Carlotta nacque a Liegi nel 1733, e probabilmente allora, trattandosi della legittimità o no della neonata, nacquero quei dissidi, che in progresso di tempo, crescendo colle deluse speranze i difetti del carattere dell'infelice Stuardo, condussero a una separazione. Di concerto col Cavaliere di San Giorgio, il quale le accordò una pensione continuata poi a pagarsi dal Cardinale, Clementina lasciò segretamente Carlo Odoardo, il quale fieramente sentì questo colpo.

Conducendo seco la figlia, essa trovò un ricovero nell′abbazia di Meaux. Il Pretendente non si ravvicinò mai alla madre, ma rimasto solitario, per essergli toccata da parte della moglie l' istessa sorte provata da parte dell'amica, e molto ammalato, richiese la figlia.

Ai 6 Settembre 1784 col consenso di Luigi XVI, l'atto di legittimazione di Carlotta Stuarda, nata di padre e madre liberi, venne registrato dal parlamento parigino. Il padre, di sua autorità sovrana, le conferì il titolo di Duchessa d'Albany, portandone egli titolo contale.

Ai 5 d'Ottobre la nuova Duchessa giunse a Firenze. Essa aveva trentun' anno d' età. Un suo ritratto nel Museo di Mompellieri ce la fa ravvisare, faccia ovale alquanto lunghetta, tratti nobili, espressione piacevole, capelli castagni. L'educazione da lei goduta pare sia stata condotta con molta cura, e dovunque essa comparve lasciò impressione favorevole. La benefica influenza da lei esercitata sul padre da sé sola predispone in suo favore. Due giorni dopo il suo arrivo, essa diresse al Cardinale di York la seguente lettera:

 

Monseigneur, Crederei mancare all'Altezza Vostra Reale quanto a me medesima, ove non mi procurassi l'onore d'avvisarla del mio arrivo in questa città. La bontà di cui Ella mi è stata larga sinora, mi è sicura garanzia che Ella vorrà graziosamente accogliere siffatto avviso, associandosi alla gioia e alla felicità che mi riempiono in oggi. Il Re mio padre per mezzo d'un atto autentico mi ha riconosciuta sua figlia legittimandomi. Esso ha spedito tal atto al Re di Francia, il quale ha ordinato di metterlo in deposito, facendo poi spedire lettere patenti le quali sono state registrate dal Parlamento. Ora dunque godo della felicità d'appartenere da vicino a V. A. R., e di occuparmi interamente della conservazione di un padre diletto a cui, se è possibile, cercherò rendere salute e forza. Vorrei dividere la mia seco lui, compensandolo delle afflizioni di cui gli è stata larga la sorte.

 Ora, mio carissimo zio, ho a ringraziarla di tutte le bontà di cui Ella mi ha colmata sin dalla morte del Re Giacomo. Nel mio cuore la gratitudine è il primo dei doveri, e allorquando essa va unita ai legami del sangue, richiede un'attività doppia, della quale oggi sento il moto. Sin dal momento in cui mi è toccata la disgrazia di perdere il Re Giacomo mio nonno, V. A. R. ha avuta la bontà di fissarmi una pensione di cinquemila lire onde sussistere con mia madre. Ho l'onore di rinnovarle i miei rispettosi ringraziamenti, e di supplicarla di conservarla a mia madre, la quale ritrovasi priva di patrimonio. Essa è un'altra me stessa, se posso servirmi di tale espressione. Oso dunque sperare che Ella non mi ricuserà questa grazia. Ella conosce la posizione del Re mio padre. I ruderi del suo patrimonio lo lasciano in circostanze mediocrissime e appena convenevoli.

Tutto questo mi fa sperare nella bontà del suo cuore. Il Re mio padre s'unisce meco per ottenere questa grazia da V. A. R. e m'incarica d'assicurarla della tenera sua amicizia. La supplico, Monseigneur, di credere ai sentimenti di affetto e di venerazione coi quali sarò sempre di V. A. R. umilissima ed ubbidientissima serva Carlotta Stuart duchessa d'Albania. Firenze, 7 ottobre 1784 ».

 

La lettera era quella che dalle circostanze veniva richiesta. Ma il Cardinal Duca era di cattivo umore. In un affare di famiglia che non gli sembrava (e in fondo non era) privo d'importanza, suo fratello non l'aveva richiesto di consiglio, anzi non l'aveva nè anche avvertito.

Motivi di dissenso non mancavan mai tra i due fratelli. Per non parlar d'altro, v'erano delle noiosissime questioni d'interessi tra loro; Enrico Benedetto pare siasi mostrato più d'una volta meschino anzichenò, quantunque in quel tempo molto bene provvisto, mentre Carlo Odoardo replicatamente e allora non per colpa sua, trovavasi in imbarazzo. Il titolo dato alla figlia, povero titolo che veramente non concludeva nulla, non era secondo il gusto del Cardinale, il quale si lasciò andare, siccome pare, a qualche rimostranza. Ma Carlo Odoardo non era uomo da permettere che si toccasse da chiunque si fosse alla regia sua prerogativa. La divisa dell'arme di Scozia « Nemo me impune lacessit » per lui era verità. Ne è prova il seguente biglietto :

 

« Mio caro fratello. Cantini mi ha fatto avere la Vostra lettera. Sono contentone di dirvi, che la mia carissima figliuola essendo stala riconosciuta da me, dalla Francia, dal Papa, è Altezza Reale per Voi e da per tutto. Non faccio questione quanto ai vostri diritti. Essi sono stabiliti perchè siete mio fratello. Vi prego però di non far questione riguardo a quei della mia carissima figliuola. Questo titolo deve esservi sacro. Sono vostro affmo. fratello Carlo Re. Firenze, 2 Novembre 1781 ».

 

Lettera la quale secondo le idee che si hanno, può far ridere, ma che non è scritta da un forsennato.

I fratelli riconciliaronsi, e ad eccezione d'un solo caso d'alterco a Roma, la pace rimase durevole. Ne ebbe il merito Lady Carlotta Stuart. Essa cominciò col Cardinale un carteggio di più in più animato e confidenziale. Pel suo giorno di nascita del 1785, quando Enrico Benedetto compì l'anno sessantesimo, gli scrisse nei seguenti termini.

 

« Monseigneur - Sempre attenta a ciò che le devo, spero che Ella non avrà per importunità l'omaggio del mio rispetto, quale mi permetto d'offrirle in occasione del suo giorno natalizio, e i sincerissimi voti che non cesso di formare per tutto ciò che può contribuire alla sua felicità e alla sua conservazione che mi è tanto preziosa. La bontà di cui Ella ha onorata la mia infanzia, mi rimarrà mai sempre presente. Certo dunque non avrei potuto rendermi indegna della sua protezione in una circostanza, in cui dovevo più che mai sperare di acquistare la sua benevolenza mediante le cure tenerissime date al Re mio padre, la cui salute è totalmente indebolita, e il quale, rimasto solo, era in preda di dolori o di disgrazie. Credevo V. A. R. istruita dei concerti presi, e supponevo che Ella vi avesse aderito. Il mio augusto padre, facendomi conoscere gli ordini suoi, non mi aveva concesso tempo bastante ad informarne V. A. R. Al mio arrivo qui la mia felicità venne turbata, quando seppi che ella mi aveva levata la sua buona grazia. Possano le mie umili scuse, e il sincero rincrescimento di esserle dispiaciuta, ottenermi il suo perdono. Firenze, 26 febbraio 1785 ».

 

Con questa lettera, fu rotto il ghiaccio. Si è di già detto che il carteggio divenne di più in più amichevole tra zio e nipote.

IV.

L' essere stati gli ultimi anni di Carlo Odoardo molto meno infelici dei precedenti, è dovuto quasi interamente alla figlia. Essa non solo lo riconciliò col fratello, ma gli fece ancora cambiare interamente il modo di vita. Egli non ricadde più nel vizio dell'ubriachezza, che per tanto tempo l'aveva dominato con tristissime conseguenze e per la sua vita matrimoniale e per la sua salute. Ricominciò a veder gente. Le sue relazioni colla famiglia granducale erano sempre state scarsissime e quasi nulle: Pietro Leopoldo non parla mai di lui, e di fatti la natura dell'uomo non può essergli stata in niun modo simpatica, mentre la strana posizione del Pretendente già di per se stessa era un impedimento. Il Granduca e la Granduchessa Maria Luisa di Borbone, vedevano bensì la Contessa d'Albany, e si sa essere stati essi consapevoli del progetto della fuga. Ora Carlotta Stuart si fece presentare alla Granduchessa, per mezzo della maggiordoma Duchessa d'Atri Aquaviva. Ciò avvenne a Pisa ai 3 di Maggio del 1785. Verso il medesimo tempo, la conobbe a Firenze il giureconsulto e letterato francese, Mercier Dupaty, autore delle « Lettres sur l'Italie » pubblicate nel 1788 poco prima della sua morte e poco dopo quella di Carlo Odoardo. In queste lettere, già molto lette ed in oggi ancora non dimenticate e dopo quasi un secolo non prive d'interesse, incontriamo un ritratto molto attraente della figlia, uno più del solito vantaggioso del padre, « uomo cadente per l'età, per malattie e disgrazie, segnatamente pel peso del casato Stuardo; il quale non ha mai potuto dimenticarsi che i suoi maggiori hanno regnato ». « Se la bontà del cuore, così lo scrittore francese, bastasse a riconquistare un trono avito, la figlia l'occuperebbe presto, giacché essa è la bontà in persona, quella bontà che non viene comandata dalla ragione, ma che rigurgita dal cuore, che si veste di grazia, conquista i cuori, impone venerazione, che fa presupporre tante virtù da quasi non parer esserne del numero ».

 

Il carteggio tra la Duchessa e il Cardinale era frequentissimo; ma esso offre scarsissimo interesse, per raggirarsi quasi interamente sopra affari domestici e pecuniari e cose simili. Tra queste lettere, ve ne sono però due che spettano alla moglie di Carlo Odoardo; e si riferiscono a una lettera da questo indirizzata al fratello. Le tre lettere fanno impressione penosa, e non so se mi sarei deciso a pubblicarle, ove non servissero in certo modo di commento o di giunta alla Vita di Vittorio Alfieri. Esse dimostrano quanto durasse l'amarezza nel cuore dell'infelice Stuardo, mentre provano ancora – e da ciò deriva l'effetto più spiacevole — quanto la figlia fosse avversa alla Contessa d'Albany, e come essa desse retta alle ciarle fiorentine, le quali non risparmiavano questa e l'amico suo, bisogna confessarlo, poco curanti d'imporre silenzio alle male lingue. La prima di queste lettere, quella di Carlo Odoardo, è dettata, non essendo il Pretendente in quel tempo capace di tener la penna. Delle circostanze menzionate nella terza si discorrerà in appresso.

 

« Carissimo fratello. Se vi fa piacere il leggere le mie lettere, io ne trovo uno grandissimo nell'assicurarvi della mia tenerezza, e nell'accorgermi che rendete giustizia ai sentimenti quali il mio cuore non cesserà di nutrire per voi. Credeteli inviolabili. Non trovo poi espressioni capaci di dipingervi il bene fattomi dalle cose lusinghiere da Voi dettemi sul conto d'un altro me medesimo, di cui oso garantirvi l'affetto, e che di giorno in giorno diviene l'anima della tenera nostra unione collo studio suo giornaliero di cimentare i motivi miei d'amare il mio caro fratello. Allorché si parla di lui, essa non cessa dagli elogi della nobiltà ed elevatezza dell'animo suo, ed io trovo mille incanti in queste conversazioni di cui Voi siete solo argomento.... Non potrei troppo ringraziarvi della cura vostra d'istruirmi di ciò che può portarmi vantaggio. Già da molto tempo ho avvertito il signor de Vergennes (ministro degli affari esteri francese), e vedrete, mio caro fratello, che colla nota qui aggiunta ho rinnovata la mia domanda, affinchè il vedovile sia portato sulla pensione che Madama (la Contessa d'Albany) ritira dalla Francia, secondo si è detto nel mio contratto matrimoniale, che il pagamento delle quarantamila lire è assicurato sul sussidio delle corti. Io dunque ho da essere libero di qualunque impegno a questo riguardo, dovendo essa godere, sua vita durante, di sessantaraila lire. Sarebbe ingiusto, e Voi, mio caro fratello, sarete della mia opinione, che in premio della sua mala condotta essa riunisse sul capo suo centomila lire. Il vostro memoriale è perfettamente scritto; esso mi servirà di consultazione a Parigi dove sto per inviarlo. Gradite ec. Carlo He. Firenze,

23 Aprile 1785 ».

 

« Monseigneur - Onde rispondere alla fiducia di cui nuovamente V. A. R. ha voluto onorarmi, coglierò il primo momento favorevole per rappresentare al Re mio padre la necessità d' istruire la Corte di Francia dei motivi di scontentezza datigli da Madama, pregando il Conte di Vergennes di minacciarla della perdita della pensione nel caso che non cambi condotta. Non mancherò né anche Monseigneur, d'indurre il di Lei augusto fratello a non appigliarsi a questa misura se non dopo averle comunicata la lettera da indirizzarsi al detto Ministro, pregandola di approvarla e di unirsi a lui, onde porre argine a una condotta riprovevole la quale ferisce anche Lei. Non ho altri mezzi d'esprimerle la mia stima, se non pel mio zelo d'eseguire gli ordini suoi per quanto dipende da me.... Il più bel momento della mia vita sarà quello in cui avrò potuto indurre il Re a pensare come esso deve. Se la riunione (con Lei) avrà luogo, i miei voti saranno adempiuti, e spero sarà consolidata per la vita.

Supplico ec. Carlotta. Firenze, 26 Maggio 1785 ».

 

Monseigneur. — Secondo vari avvertimenti avuti, credo necessario informare V. A. R., l'Alfieri essere, come dicono, interamente guastato con Madama per causa di gelosia. Egli le rimprovera d'avergli preferito certo Elyot. Frattanto quell'inserviente di camera è stato mandato via da lei, ma ancora per altri motivi dell'istessa sorte.

Finalmente pretendesi che un Tedesco, chiamato il Conte Proiy (?), l'ha seguita a Parigi. L'Alfieri non fa a nessuno mistero del suo rancore, e dice tutto il male di cui è capare. Ciò che fa ribrezzo è che quest'uomo ha preso qui una casa per quattro mesi, e che di continuo il Re trovasi nel caso d'incontrarlo, motivo di dispiacere e d'inquietudine. Per di più, questo cattivo arnese pare arrogantissimo e ha l'aria di beffare il mio augusto genitore. Mi perdoni, Monica. Monseigneur, se forse abuso del permesso da Lei datomi di mettere V. A. R. al corrente di tutto ciò che posso scoprire. Ho da sottoporle due riflessioni. Sarebbe possibile che l'Alfieri ponesse in scena il furioso per meglio nascondere il suo giuoco. Ma esso non accoppierebbe a questa parte delle cose poco onorevoli per una persona da lui amata. Poi il suo soggiorno qui potrebbe forse aver le viste di spionaggio nel caso di un avvenimento funesto. Tra qualche giorno spero conoscere un po' meglio i di lui disegni. Grazie al Cielo la salute del Re si mantiene da parecchi giorni, il caldo non essendo per ora eccessivo. Carlotta. Firenze li 4 Giugno 1785 ».

 

Al tempo in cui venne scritta questa lettera, il progetto di tornare a Roma sembra si sia maturato nell'animo di Carlo Odoardo. In qualunque caso, la figlia vi contribuì maggiormente, d'accordo col Cardinale. Ai 29 d'Ottobre del 1785, il Pretendente ringraziò il fratello delle cure riguardo all'abitazione antica e futura (« sollecitudine di farmi ammobiliare il palazzo »), desiderando conservare un « perfetto incognito » qual Conte e Duchessa d'Albania. I sogni regi continuavano a travagliare la mente del povero ammalato! Il biglietto è dettato, la firma illeggibile; egli stava a letto, tormentato da fieri dolori. Ai 20 di Novembre, la Duchessa annunziò allo zio, il viaggio coi propri cavalli richiedere otto giorni. L'ultima notte sarebbesi passata a Ronciglione. « Spero che con tale precauzione il Re sosterrà perfettamente il viaggio. La sua salute non è mai stata buona com'è in questo momento. Si vede che la felicità, quale egli aspetta, opera questo miracolo ».

 

Il dì 2 Dicembre, Carlo Odoardo Stuart lasciò per sempre Firenze, luogo per lui d'amari ricordi. Enrico Benedetto portossi ad incontrare il fratello a Viterbo. Questi rientrò nella casa, undici anni fa da lui lasciata, il Palazzo Muti Papazurri, ora Savorelli, in Piazza Santi Apostoli, la quale, prescindendo dalla Chiesa e dal Convento, rimane quasi interamente circondata di grandi palazzi, di quelli Colonna, Odescalchi, Ruffo, Imperiali ed altri. Qui egli era nato, qui erano morti padre e madre. In sulle prime, la sua salute veramente pareva migliorasse. La Duchessa d'Albania incontrò onorevolissima accoglienza nella nobile società romana, nella quale d'altronde avrà trovate memorie ancor fresche dell'infedele con cui tanto davasi da fare. Pochi ricordi di lei ci sono rimasti. Goethe, il grande poeta alemanno, in quei tempi a Roma, racconta che la figlia del Pretendente desiderò che le fosse presentato, ma che egli ricusò. Esso rammenta Carlo Odoardo aver approfittato del privilegio dei principi sovrani e dei cardinali d'incrociare colle loro carrozze il corso carnevalesco; incidente il quale modernamente ha dato luogo a troppo lunga polemica, avendo uno scrittore romano, d'altronde diligente indagatore di memorie storiche, voluto trarre da questo aneddoto motivo poco saldo a mettere in dubbio la veracità dell'autore del Fausto.

Un'altra volta un forte alterco pare sia successo tra i fratelli. Ne parla un biglietto senza data della duchessa al Cardinale. « Monseigneur - non ho se non il tempo d'avvertire V. A. R., che tutto è stato accomodato secondo i suoi desideri. La calma e il più sincero pentimento sono succeduti alla burrasca di ier mattina. Il Re non ha più che un (illeggibile) per rivedere V. A. R. Spero che Ella avrà la bontà di rendersi al suo desiderio. Nel mio particolare sarei felice se presto potessi rinnovarle ec. ec. Carlotta ».

 

Il miglioramento nella salute di Carlo Odoardo non fu che apparente. Le sue forze mentali svanivano quanto le fisiche. Il dì 7 Gennaio 1788 un colpo apoplettico lo prostrò - il dì 30 egli spirò in presenza della figlia, nell'anno sessantottesimo della travagliata sua vita, « Carolus III Magnae Britanniae rex » tale fu l'iscrizione del feretro. Le cerimonie funebri ebbero luogo a Frascati, allora sede vescovile del fratello. Lasciò erede la figlia. Il Cardinale, temendo che i numerosi legali le avrebbero lasciata poca cosa, dimostrossi generoso con lei che parve destinata a rimanere ultima della famiglia.

Ma non avvenne così. Nell'autunno dell'anno seguente, Carlotta Stuarda venne mandata ai bagni di Nocera in Umbria, per curare un male locale. Non giovandole le acque, essa andò a Bologna, dove fu accolta nel Palazzo Lambertini. Ivi si sottopose ad una operazione chirurgica, le cui conseguenze misero un termine alla sua vita ai 14 Novembre 1789, nell'età di anni trentasei. Il Cardinale di York divenne suo erede. Probabilmente dopo la morte di questo, che sopravvisse diciott' anni alla nipote, il ritratto, di cui si è fatta menzione, e altri ricordi della famiglia passarono nelle mani della Contessa di Albany, per finire nel Museo di Mompellieri per opera di quel pittore francese, « l'egregio fabbro» dell'Alfieri, il quale durante gli ultimi vent'anni e più della Contessa tenne le veci del « fiero Astigiano ». Così quel bel museo, forse il più interessante di tutte le città di provincia francesi, riunisce una sceltissima collezione di quadri e di disegni di scuola italiana, con carte e reliquie dell'antica casa reale di Scozia e con molte di quelle di Vittorio Alfieri.

L' aver terminato la povera figlia di Carlo Odoardo così prematuramente i suoi giorni in quella casa medesima, in cui vedremo la di lui moglie accolta, quattr'anni prima, a non breve soggiorno, potrebbe far supporre relazioni migliori dopo la morte del Pretendente essersi stabilite tra le due donne di età quasi uguale. (La contessa d' Albany era nata nel 1751). Ma la supposizione sarebbe erronea. La padrona di casa, amicissima della Contessa d'Albany, sin da tre anni era assente, allorquando Carlotta Stuarda in quella venne accolta.

La Duchessa d' Albany era un vivo rimprovero per la Contessa. Certo, la posizione della figlia era diversissima da quella della moglie.

Pure ciò che quella ottenne colla dolcezza e colla persuasione, prova, che questa, con un contegno diverso da quello che essa tenne, avrebbe potuto giungere, non a vita felice, troppo contrarie essendo le condizioni, ma ad una esistenza onorata, col ritrarre a poco a poco dagli eccessi vituperevoli un uomo, la cui indole buona e generosa era stata guasta dalle disgrazie, uomo cui essa, anziché contribuire ad abbassarlo come di fatti fece, avrebbe potuto rialzare, acquistando meriti, e schivando quelle umiliazioni che pure devono aver ferito a sangue un cuore più altero che nobile.

V

Conviene ora tornare un po'addietro per rannodare la narrazione alle due lettere dal Pretendente e dalla figlia nella primavera del 1784 indirizzate al Cardinale di York. Quasi un anno prima, la Contessa d'Albany era partita da Roma, ormai libera per l'accordo concluso col marito, e col consenso del Cardinale, il quale poi non sarà stato tanto scontento di vedersi tolto un argomento a mille dicerìe, quantunque l'amico ci faccia credere, essa « con mille stenti aver ottenuto dal cognato e dal papa la licenza di portarsi negli Svizzeri alle acque di Baden. » In sulle prime essa recossi in Alsazia dove Vittorio Alfieri stato qualche tempo in Toscana, un po' a Siena un po' a Pisa, andato poi nell'Ottobre del 1783 in Francia, quindi in Inghilterra, e nella primavera seguente tornato in patria varcando il Cenisio coi quattordici cavalli comprati a Londra, la raggiunse ai 17 d'Agosto nell'albergo delle due Chiavi a Colmar. L'idea d'andar a stare in quel paese, non d'ordinario scelto da' viaggiatori quantunque con bellissime parti, probabilmente venne suggerita da una signora tedesca, la quale stette colla Contessa d'Albany forse una dozzina d'anni. Questa fu Caterina baronessa di Malzen, canonichessa di famiglia distinta della Svevia. Né nelle lettere della Contessa per quanto mi sono note, né nella Vita dell'Alfieri, il quale però in una lettera dei 29 Agosto a Mario Bianchi prega d'indirizzare a lei, a Colmar, le sue lettere, ritroviamo menzione di questa compagna.

L'esistenza e relazioni sue vengono palesate solo per una lettera scritta in età molto avanzata da un nipote per sorella di lei, il Barone Giuseppe di Lassberg, nome conosciuto e venerato nell'intera Germania, per essere egli stato uno dei più grandi conoscitori e cultori e dei più felici raccoglitori di codici e libri della letteratura medioevale della Germania, e inoltre tipo di nobiltà, morto nel 1800 nella grave età di anni ottantacinque, nell'antichissimo castello di Meersburg sul lago di Costanza già residenza di re Merovingi. Per quella lettera indirizzata ai 28 Febbraio 1843 a Levino Schücking scrittore tedesco vantaggiosamente noto, e amico della famiglia di Lassberg veniamo a sapere che la villa di Martinsburg dove la contessa d'Albany e l'amico andarono a stare nel 1784, apparteneva a Madamigella di Malzen.

 

Verso la fine d'autunno, essendo l'Alfieri tornato in Italia, prima a Siena poi a Pisa, anche la Contessa varcò di nuovo i monti. Da una lettera di Vittorio alla madre, in data di Pisa 3 Dicembre, tra quelle nel 1864 pubblicate da Iacopo Bernardi e Carlo Milanesi, risulta che essa, andando da Torino a Genova, aveva divisato fare una visita alla Contessa Alfieri, la quale per due giorni l'aspettò invano, perchè « dopo aver cercato tutti i vetturini di Torino, nessuno la volle menare per la strada di Asti, atteso il grandissimo fango e il peso enorme delle sue carrozze troppo cariche, onde mi dice che con suo sommo rincrescimento fu sforzata a passare per Casale ». All′intenzione di questa visita allude un biglietto della Contessa d'Albany, senza indicazione di luogo né di tempo, stampato nel citato volumetto. « Avendo intenzione di partire ai 21 del corrente per una cura d'acque a Baden nella Svizzera, la prego, signora Contessa, di darmi le sue commissioni. Spero che fra poco Ella rivedrà il signore suo figlio. Se al mio ritorno a Roma, che avrà luogo nel mese d'Ottobre, passo da Torino, mi recherò espressamente ad Asti per aver l'onore di conoscerla e di meritare la sua stima che mi tiene infinitamente a cuore ». Essa né tornò a Roma né conobbe la madre di Vittorio, il quale non la rivide più. L'aver avuta ferma intenzione di passare da Asti, risulta da un biglietto di data posteriore, in cui annunzia che sarà per arrivare il 15 o 16 di Novembre. L'aneddoto delle strade deve dunque esser verissimo, e dipinge vivamente le condizioni del viaggiare di quel tempo.

Da Genova, la Contessa d'Albany recossi a Bologna, dove andò a stare nel palazzo Lambertini, la cui padrona era una sua amica di gioventù, del tempo in cui stava canonichessa a S.ta Vandru nell'Annonia. La Principessa Donna Marianna Lambertini era figlia d'un patrizio Lucchese, il conte Niccolò Nobili, il quale, entrato al servizio austriaco, stette vari anni qual consigliere presso il governo generale delle provincie del Belgio a Brusselles dove prese moglie. Tornato vedovo con numerosa figliuolanza in patria, nel 1775 diede la figlia Marianna, nata nel 1740, in isposa a Don Giovanni Lambertini pronipote di Papa Benedetto XIV. Donna di spirito vivace e di amena conversazione, la quale, dopo di aver brillato nella società romana e in quella francese del tempo di Luigi XVI, piacque ancor molto a Giuseppina Beauharnais Bonaparte, testimone Girolamo Lucchesini, durante tutto il primo quarto del nostro secolo, cronica vivente delle storie e storielle dell'alta società quanto dei politici intrighi delle corti. Vittorio Alfieri parla di lei nelle lettere al Bianchi, essendo andato a vederla nell'estate del 1785 ai Bagni di Lucca sua patria.

 

La Contessa d'Albany aveva continuato il carteggio col cognato Cardinale, il quale si vede non volle romperla né con una parte né coll'altra. La seguente lettera, scritta nel tempo in cui esso era di cattivo umore pel riconoscimento della figlia del fratello avvenuto senza il suo consenso, dimostra che aveva dato vento della scontentezza sua. « Ho riletta, mio caro fratello, la lettera scrittami a Torino, e vi sono riconoscente delle testimonianze della vostra amicizia. Conosco il vostro cuore, la vostra disposizione verso di me, di cui in varie occasioni mi avete date delle prove. Quanto a vostro fratello, nulla mi sorprende dei fatti suoi. Lo conosco abbastanza per crederlo capace di qualunque stravaganza. Sapevo tutte le follie da lui fatte a Firenze; circondato d'Irlandesi egli ne farà assai. Sono essi che gli fanno creare cavalieri e baronetti quanti se ne vogliono. Credetemi, caro fratello, fino all'ultimo momento di sua vita farà pazzie. Parto per Bologna il dì 4 del corrente. Starò qualche tempo colla principessa Lambertini mia amica di gioventù. Vostra aff.ma sorella Luisa. Genova, 1.° Dicembre 1784 ».

 

Il tenore di questa lettera corrisponde con quello d'una di quelle indirizzate alla Madre di Vittorio Alfieri, dall'Ab. Bernardi stampata senza indicazione di luogo né data, ma che è del mese d'Aprile di quell′anno medesimo 1784, facendovisi menzione della partenza di Vittorio dall'Inghilterra. « Quanto al mio marito, egli sta meglio. L'assicuro, signora Contessa, non poter interessarmi tanto vivamente a lui quanto Ella suppone. Durante i nove anni passati con lui, egli mi ha resa la donna più infelice di questo mondo. Se non l' odio, è effetto di pura virtù cristiana, giacché convien perdonare. Egli strascina una misera esistenza, lasciato in abbandono da tutti, senza parenti, senza amici, in mano dei domestici; ma l'ha voluto, non avendo mai potuto vivere con chicchefosse. Mi scusi, Signora, se con Lei tocco a questi particolari, ma l'amicizia che Ella mi dimostra mi ha indotta a parlarle sinceramente ». Dopo questa espettorazione è da supporsi, la buona ed ingenua Contessa Alfieri non aver fatto più motto del marito scrivendo all'amica del figlio.

 

Questa rimase a Bologna sin al mese d'Aprile 1785, recandosi di là a Parigi. «Non volendo essa tornare a Roma — dice l'Alfieri cui ne era ben nota la ragione — in nessun altro luogo ella potea più convenientemente fissarsi che in Francia dove avea parenti aderenze e interessi ». Nel mese d'Agosto passò di nuovo in Alsazia, tornando all'istessa villa di Martinsburg. L'amico intanto, secondo il proprio racconto, rimase a Pisa, occupato più dei suoi cavalli che di poesia, a giudicare dalle parole che seguono alla menzione che egli fa del Giuoco del ponte e della Luminara, in quell'anno brillantissimi, in occasione della visita fatta ai cognati granduchi da Re Ferdinando delle Sicilie e Maria Carolina d'Austria. In una lettera alla Madre dei 22 Aprile, si fa menzione d'una breve corsa fatta a Siena, ma non parla mai d'un soggiorno fatto a Firenze, dove pure l'indica la lettera dei 4 Giugno della Duchessa d'Albania, soggiorno di pochi giorni durante il quale ai 31 di Maggio scrisse a Mario Bianchi.

 

« Iersera l'altra la noia e la tristezza m'assalì così vivamente, che tutto ad un tratto mi risolvei a venir qui per stordirmi, non per divertirmi. Arrivai ier mattina a giorno; iersera fui alla festa dei Pitti bellissima; ma il tempo interruppe quella del Boboli, che si farà stasera... Sto anche qui cercando quartiere, e son veramente indeciso e incerto d'ogni cosa ». Si vede donde originò la nuova comunicata dalla Duchessa al Cardinale, d'aver egli preso quartiere per quattro mesi. Come si disse, si tratta d'una visita di pochi giorni, la lettera seguente dei 6 Giugno essendo in data di Pisa, donde scrisse ancora « sull'ultime mosse » a dì 4 Settembre. Lo stato suo d'agitazione traspare da tutte le lettere inquel tempo scritte all'amico di Siena, nelle quali si dice « tristissimo e solo nel mondo, avvilito, molto isolato » male assoggettandosi a « restar bestemmiando tre mesi a Pisa ».

 

Quanto ai motivi di gelosia datigli dalla Contessa, non sarebbe da meravigliarsi dell'assoluto suo silenzio, quand'anche i rumori fossero stati veri. Scopo manifesto della Vita, in tutta quella parte che tratta delle relazioni con lei, del « degno amore che l'allacciò per sempre » si è di far credere a perfetta e non mai turbata unione e corrispondenza, al continuo durare delle auree catene, mentre pur troppo si sa che, negli anni almeno in cui venne scritta l'ultima parte della Vita, queste catene non furono se non un simulacro d'esteriore convenienza cui i cuori rimanevano estranei. Ciò che rimaneva era una specie d'amicizia fondata sulle rimembranze del tempo antico, sull'impressione di dolori ad ambidue comuni, sulla necessità dall'uno come dall'altra provata di mantenere agli occhi del mondo un legame ormai divenuto storico, finalmente sull'abitudine che può tanto. Comunque ciò siasi, al tempo in cui siamo, possono essere succedute delle burrasche, ma continuava vivo l'affetto.

Verso la metà di Settembre, Vittorio aveva raggiunta la « signora » a Martinsburg. Egli fa la descrizione dei luoghi in una lettera al Bianchi dei 29 Novembre 1785. « Ella s'immagini un piano immenso come quello di Pisa, che va da mezzogiorno a settentrione, in mezzo di cui passa il bellissimo fiume Reno, che farà sei Arbie almeno. (Perchè non venti? che sarebbe poco!) Da levante e da ponente una catena di monti poco più alti di quei dei Bagni a Pisa; ma quelli di ponente massime, alle falde dei quali io sto, son tutti colti, vigne fino a mezzo colle, poi selve dietro sino alla cima; parte di castagni, parte di abeti. Il piano da questi monti agli altri col Reno in mezzo, dove più dove men largo, è sempre almeno di dieci miglia : sicché i monti di levante che mi stanno in faccia, e son più alti, e tengon dell'alpe, bastano per riposare l'occhio da quell'immenso piano, ma non sono presso abbastanza per rattristarlo col loro orrore. La casa è posta in alto non più di quella del Testa sul monte di Pisa andando a Lucca; ma questa piccolissima rialzatura basta per darle vista speditissima su tutto il piano, e vedo cogli occhi il Vieux Brisac che è al di là dal Reno, come si vede Siena da Montechiaro, essendoci però almeno quindici miglia italiane ».

 

Mentre veniva scritta questa lettera, la Signora era per istrada andando a Parigi. Il poeta passò a Martinsburg e in parte a Strasburgo l'inverno del 1785-1786, occupato nelle tragedie e in altri scritti di cui egli dà ampio conto nelle lettere durante quel tempo indirizzate a Mario Bianchi. Tra quegli scritti era il sonetto. « L' idioma gentil sonante e puro ». Nei mesi di Giugno e Luglio 1786 fece un viaggetto a Manlteim, poi continuò in villa, colla « Signora » tornataci, sin al dì 5 Dicembre, giorno in cui ambedue partirono per Parigi per non più separarsi.

 

A quell'anno 1786 spetta un ritratto di lei, quale era rimasto impresso nella memoria dell'anzidetto Barone di Lassberg, da giovinetto andato a passare qualche settimana d'estate a Martinsburg presso la zia, mentre di già conosceva la Contessa, la quale una volta era stata per alcuni giorni ospitata a Donaueschingen, nella Svevia meridionale, capo luogo e residenza della potentissima famiglia dei Fürstenberg, nella casa dei di lui parenti. Sessant'anni dopo quella villeggiatura, il Lassberg vecchissimo pose in carta le impressioni rimastegli. Considerando questo ritratto, che è il più vantaggioso di quanti possediamo della Contessa d'Albany, non possiamo non supporre che la lontananza, col nuocere alla somiglianza abbia abbelliti i tratti e resi più vivi anziché scemare i colori d'una memoria giovanile, siccome spesso accade di ciò che si è veduto in quegli anni che la mente e l'occhio sono aperti più che esperti. « La Contessa brillava ancora di tutta la sua bellezza. (Essa aveva in quel tempo trentaquattr'anni). Di statura un po' oltre la mezzana, di corporatura salda benché non di soverchio robusta, essa nel moto mostrava dignità e grazia. I suoi capelli folti castagni chiari arrivavano pressoché al suolo. Gli occhi celesti esprimevano amore e dolcezza. (L'Alfieri dice neri gli occhi e biondi i capelli, ed egli doveva saperlo.) Una bocca ben formata mostrava denti d'avorio ugualissimi. Le rose del vulto, la cui pelle era finissima, erano scomparse in mezzo ai dispiaceri sofferti. Mani e piedi erano di belle forme, il camminare e le maniere accennavano a gentilezza e distinzione. La sua voce era alquanto più alta e forte di quel che sogliono essere le voci nelle classi superiori. Essa ballava, cantava, disegnava, sonava l'arpa e il cembalo, e montava a cavallo meglio che generalmente si veda nelle donne del suo grado. I suoi modi erano piuttosto seri, e quantunque possedesse in grado non comune il dono della conversazione, non poteva dirsi loquace. Era gentile con tutti, coi poveri benefica e generosa. Bisognava conoscerla per volerle bene, ma allora l'affetto non era fugace».

Che cosa penseranno di questo ritratto lusinghiero coloro i quali a Firenze hanno ancora conosciuta la Contessa d'Albany aggravata dagli anni, e movendo tutte le mattine, con lento passo e modestamente vestita all'antica, dal Lungarno alle Cascine, (ve ne saranno forse due o tre al più, essendo passati cinquantasett'anni da che essa andò a riposare in Santa Croce) ed ancora gli altri che nella galleria degli Uffizi ne osservano il sembiante dipinto da Francesco Saverio Fabre, il quale di certo non avrà avuto motivo di raffigurarla men bella di quello che essa era negli ultimi tempi di Vittorio Alfieri.

Nell'estate del 1787 la solita villeggiatura a Martinsburg, dove venne a far visita il più caro degli amici di Vittorio, l'Abate di Caluso, Tommaso Valperga. Ai 23 di Giugno, questi scrivendo da Torino alla Contessa Alfieri, la rese consapevole della sua intenzione d'andar a vedere il figlio, il quale a quell'ora stava sempre a Parigi, occupato nella stampa delle Tragedie : « Io non dispero di vederlo avanti la fine della state, e condurlo in Ottobre in Piemonte, ove so che aveva intenzione di venire principalmente per amore di V. S. Illustrissima che ama, come ei deve, teneramente. » Alla fine di Luglio gli amici incontraronsi a Ginevra. Di quell'anno è la proposta di matrimonio, dalla madre fatta al figlio mediante l'Abate di cui abbiamo una relazione tanto caratteristica. L'Abate di Caluso, tornato in Piemonte e scrivendo alla madre di Vittorio ai 21 Novembre, dice di aver lasciato questo, guarito d'una malattia che gli aveva assalito capo e stomaco, ai 4 Ottobre. « Avrei pure desiderato molto che l'avesse accettata (la proposizione di matrimonio) per la soddisfazione che avrei di vederlo rimpatriare ». La lettera della madre intorno a quest'affare trovasi inserita nella vita; sull'autografo che sta nella Laurenziana, si legge : « Ricevuta nel castello di Martinsburg in Alsazia, e risposta nel Settembre 1787 ». Questa risposta, a cui Vittorio accenna in altra sua degli 8 Ottobre, dicendo di aver « parlato a cuore molto aperto » non incontrasi nel numero di quelle pubblicate, secondo si disse, da Iacopo Bernardi e in parte bellissime, giacché lo mostrano dal lato che meno si conosceva, cioè, per servirmi delle acconcie parole del ch. editore, « nella viva, ed originale spontaneità dell'amorevole e delicatissima devozione filiale, di cui appar sì bella e sì cara in queste lettere la docile e tremenda anima dell'Astigiano ». Di niun'epoca della vita di lui abbiamo uguale copia di lettere quanta ne possediamo di questi anni passati ora a Parigi ora in Alsazia. « Non posso negarle — così esso si esprime in una lettera dei 14 Novembre 1785 — che Ella non abbia ragione su questa vita errante e incerta ch'io meno; ma si accerti che neppure a me piace, e che, cessando certe ragioni che me la fanno fare, altro non sospiro che d'essere in un luogo, da cui non partiremo (sic) mai ». Pure le tremende tempeste della gran rivoluzione furono necessarie a fargli trovare, sette anni dopo di avere scritte queste righe, cotal luogo. Ma la buona madre non era più tra i vivi, allorché egli nel 1792, accompagnato dalla Contessa, varcò i monti del Tirolo.

 

« Per la decima volta or l'Alpi io varco:

E il ciel, deh, voglia ch'ella sia l'estrema !

L'italo suol queste ossa mie, deh, prema,

Poiché già inchina del mio viver l'arco! »

VI.

Ripassiamo ora a Roma, per occuparci d'altre circostanze e d'uomini diversi, di cui ci presentano ricordi le carte provenienti dal Cardinale di York. La rivoluzione che fece tornare in Italia la Contessa d' Albany e il suo amico, portò in quella città un uomo, la cui vita presenta uno dei più memorandi esempi della mutazione delle cose umane, eppure oggidì è ricordata da pochi, perchè in quell'uomo non c'era forza né coerenza di carattere tale da renderlo superiore agli avvenimenti alla cui azione egli anzi soggiacque, giacché non basta l′ingegno ad acquistar distinzione. Grandi quanto le variazioni della sorte, sono state quelle dei giudizi sopra Giovanni Siffrein Maury, e del pari che, maggiormente nelle più elevate sfere, non si badò a misura nelle lodi, così in seguito accadde del biasimo. Non si è abbastanza avuta cura di discernere ciò che in questo figlio di calzolaio del contado Venesino e' era di prontezza, d' ironia, di petulanza che strisciava il volgare, ciò che finalmente veniva dal temperamento dei Francesi meridionali, dal vero coraggio, dall' eloquenza e dalla fermezza di princìpi. Allorquando poi l'ammirato difensore dell'altare e del trono man mano scivolò sul piano inclinato, il quale dovette strascinarlo a rompere col glorioso suo passato e ad accomodarsi col potere assoluto figlio della rivoluzione con tanto ardore da lui combattuta, purtroppo si dimenticò, che lo mosse al primo passo, per lui funesto, il contegno di P. Pio VII verso l'uomo del secolo, mentre la naturale sua impazienza e il bisogno d'azione e d'applausi lo condussero, quasi senza che egli se ne rendesse conto, alla rovina. Quando il coraggioso e felice oratore della Costituente nel 1791 trovossi costretto ad abbandonare la Francia, l'antico suo sovrano P. Pio VI gli offrì di fissarsi a Roma, ma passò non breve tempo senza che esso accettasse l'invito, avendo voluto prima recarsi a Coblenza. Poi salì presto dall' uno all' altro grado. Il dì 1° Maggio del 1792 il Cardinale Zelada segretario di Stato lo consacrò arcivescovo di Nicea i. p., e in siffatta qualità egli andò a Francoforte ad assistere col carattere di Nunzio apostolico all'ultima incoronazione imperiale. Ai 21 febbraio 1794 Pio VI creollo cardinalprete della SS. Trinità de' Monti, conferendogli nello stesso tempo il cospicuo vescovado di Montefiascone.

Non si capisce che cosa abbia potuto indurre il Maury a cercare relazioni confidenziali con un uomo di tempra dalla sua così diversa come era il cardinale di York. Può darsi esserne stato motivo principale, se non unico, la posizione eccezionale goduta a Roma dall'ultimo discendente di tanti re, discendente d' una Regina al cui martirio non era stata estranea la sua fede cattolica. Quanto ad influenza politica, quale avrebbe potuto agire sul Maury, Enrico Benedetto non n'ebbe mai, molto meno poi in quei momenti. Una delle prime lettere dal Francese indirizzate al Cardinal Duca, spetta all'interesse da Federigo Gugliemo II re di Prussia preso nella sua elezione a membro del Senato della Chiesa. A tale lettera va unito il Breve dal Pontefice indirizzato al Re in data del dì 7 Maggio, Breve quale credo poter lasciare in disparte, perchè senza dubbio già da luugo tempo stampato in originale.

 

« Altezza Reale - Ho letto con uguale godimento e riconoscenza la bella lettera dal Re di Prussia indirizzata al Papa; ma Sua Santità non ha voluto darmene copia, temendo che questo principe non ne approvasse la pubblicità. V. A. R. d' altronde facilmente giudicherà del tenore della medesima per la risposta del Santo Padre, la quale aggiungo alla presente colla traduzione francese. Sono tocco e riconoscente oltre ogni espressione della parte che la vostra bell'anima degnasi prendere a tutto ciò che mi riguarda. Questo è un piacere di cui non ho perduta la dolce consuetudine sin dal primo momento in cui ho avuto l'onore e la fortuna di farle la mia corte. Sono per tutta la vita ec. Roma, 9 Maggio 1794 - il Card. Maury ».

 

Si sa il Maury essersi trovato male, e proprio un pesce fuor d'acqua, su quella sua sede vescovile. Appena si può fargliene un rimprovero. Un uomo venuto su nelle sale accademiche e nelle scuole animate di Francia, avvezzo ai dibattimenti e all'eccitamento d'assemblee tempestose e alle peripezie popolari delle strade di Parigi, cupido d' applausi e di effetto, ora vescovo in una cittaduzza poco discosta dalle Maremme, abitata da lavoratori di terra, vignaioli e povera e rozza gente, con scarse occupazioni del suo sacro ministero cui non conosceva per nulla - veramente il contrasto era troppo forte. Una lettera al Cardinale di York in data di Montefiascone 8 Ottobre 1794, la quale tratta d' affari di seminario, termina colle seguenti parole, da cui traspare la sua impazienza e scontentezza.

 

« Non sono già al corrente dei grandi affari. Le nuove passano sotto le mie finestre senza fermarsi da me. Non crederò alla prossima fine delle disgrazie della Francia prima di vedere all'interno i Giacobini annichilati e al di fuori il Reggente (Luigi XVIII) riconosciuto. Non mi  pare che siamo giunti a questo punto. Sono stanco di tutte queste vittorie insignificanti, di cui uno non s'accorge se non leggendo i giornali e che inutilmente costano la vita a tanta brave gente ».

 

È proprio come se si vedesse quel focoso Francese seduto nel suo palazzo vescovile nella piccolissima città che dalla sua altura domina le strade e tutto il paese all' intorno a non piccola distanza.

Il Maury non era di natura benigna. In quei tempi era agli estremi il Cardinale de Bernis. Non si sa perchè i due principi della Chiesa si fossero inimicati al punto di spingere il più giovine di loro a servirsi di parole quali leggonsi in un frammento di lettera stampato qui appresso. Ma è manifesto, al vecchio maestro in diplomazia, il quale su di un terreno difficile quanto quello di Roma e in circostanze ardue quanto la Questione della Compagnia di Gesù ebbe conservata posizione vantaggiosissima, essere stato poco simpatico un connazionale (anche il Bernis era del mezzogiorno, appartenendo a cospicua famiglia di Linguadoca), in cui la forma era la parte debole, il coraggio aggressivo la principale. Al tempo però in cui il Maury venne a Roma, il Bernis, avendo rinunziato al posto d'ambasciatore e ai ricchi benefizi suoi per essersi ricusato di prestare il giuramento civile imposto al Clero, aveva detto addio a tutta quella magnificenza onde per ventanni la casa sua era stata la più brillante di Roma. Appena dunque può supporsi aver esso, allora d'anni settantasette di età, prestato il primo motivo a quella mala volontà che traspare in una lettera del Maury dei 29 Ottobre 1794, scritta dunque tre soli giorni prima della morte del Bernis, al Cardinale di York.

« Sento che il nostro confratello Bernis si dispone al gran viaggio dell'eternità. Me ne rincresce per lui più che per me, esso in tal momento ingrossando ancora il conto che ha da rendere, col moltiplicare a mio riguardo i cattivi modi ispiratigli dall'antico suo odio.

Egli ha fatto mandar via dalla casa della SS.ma Trinità, mio titolo cardinalizio, senza ombra di pretesto e senza nemmeno avvisarmi, un eccellente sacerdote del mio paese da me ivi collocato. La commiserazione dovuta a un moribondo, e la paura di procedere tropp'oltre ove mi mettessi in moto affin di servirmi dei mezzi di cui potrei disporre, m'impediscono di turbare la sua agonia. Gli perdono (!), e lo lascerò morire tal quale egli è vissuto per me, dacché lo conosco. Non è colpa mia se non ho mai potuto stimarlo ».

La storia posteriore del Cardinale Maury non è se non troppo nota.

Il gran cambiamento principiò a manifestarsi in lui nel 1804, quando teneva ancora il vescovado di Montefiascone. In quell′occasione però non mancarono ragioni, anche valide, del suo contegno con Napoleone. Non così fu nel 1810, allorché egli accettò la nomina alla sede arcivescovile di Parigi, saviamente ricusata dal Cardinale Fesch, quantunque di diversissimi antecedenti e membro della nuova famiglia imperiale. Nel penultimo capitolo del suo bel libro « L'Eglise romaine et le premier Empire » il Conte d'Haussonville racconta dell'andata di Maury, d'ordine di Napoleone, a Fontainebleau ai 29 Marzo 1813, e dei rimproveri quanto ingiusti sconvenientissimi da lui fatti al Pontefice prigione e sbattuto,

 

« L' eloquenza naturale del Maury altro effetto non produsse fuorché quello di farsi mandar indietro con parole piuttosto severe ».

 

Il Poujoulat, nella vita del Maury, 1855, ne accenna il modo.

 

« Il Cardinale prestatosi ad essere interprete dei rimproveri, delle promesse e minaccie Napoleoniche, oltrepassò a tal punto la misura che non bastò più nè anche la paziente mansuetudine di Pio VII. Con stento egli alzossi dalla sedia, e pigliando per la mano il Cardinale, lo condusse alla porta del salotto ».

 

Non si capisce troppo come questi, un anno più tardi, osò tornare a Roma e sperò poter giustificarsi, purché non l' abbia spinto la necessità dell' infelice sua situazione.

 

Nel trambusto e in mezzo ai sospetti dei Cento giorni, in cui, andato il Papa a Genova, accaddero a Roma degli abusi d'autorità, la Commissione governativa, per motivi che non si sanno, fece rinchiudere il Maury in Castel Sant'Angelo. Sul conto di questa prigionia, raccontasi a Roma un curioso aneddoto. Preso da ira, il Maury si rivolse all'uffiziale il quale lo conduceva nella stanza destinatagli ad involontario albergo. Giammai, sclamò egli, un Cardinale è stato trattato a questo modo. Eminenza, risposegli l'uffiziale per calmarlo, in questa stanza è stato strangolato il Cardinal Carafa.

 

Il Cardinal Maury morì a Roma d'anni settantatrè, il dì 11 Maggio 1817.

VII.

Siccome si è narrato, il Cardinale Duca era passato allora da dieci anni agli eterni riposi.

Quattr'anni prima che cominciassero le relazioni sue col Maury, due soli dopo la morte del fratello, egli era stato in pericolo imminente di morte. Essendo ancora molto ricco allora, e senza parenti ad eccezione della cognata ricca anch' essa, la famiglia dei Duchi di Fitzjames francesi, discendenti, come si sa, del Duca di Berwick figlio naturale di Giacomo II, trovò bene di raccomandarsi a lui riguardo alle disposizioni sue testamentarie. Seguendo maggiormente il consiglio di Maria Antonietta regina, di cui era dama di palazzo, alla fine d'autuuno del 1790 la Duchessa di Fitzjames recossi a Roma. Il cardinale di Bernis era tuttora ambasciatore, e si credè che una lettera della Regina a lui potesse recar vantaggio alla Duchessa; ma Maria Antonietta le scrisse : « Non essendo mai stata in relazione col Cardinale, ho creduto meglio pregare Madama di Polignac di scrivergli a mio nome. »

 

La Duchessa di Polignac, Giolanda Martina Gabriella di Polastron, confidente della Regina, di già nel 1789 aveva lasciata la Francia coi suoi, e stava in quel tempo a Roma.) « Mi creda, mia cara Duchessa — sono parole d'una lettera della Regina alla sua Dama di palazzo dei 19 marzo 1791 - la sua posizione mi occupa di continuo. Come si trova Ella col Cardinale di York? C'è da sperare un andamento delle cose secondo il suo desiderio? Faccio voti per Lei e domando dappertutto nuove. » Il Cardinale tornò in salute, e il desiderio della Duchessa di Fitzjames viemeno adempissi, le circostanze di Enrico Benedetto essendo sul punto di subire la maggior mutazione. In tal modo rimasero privi d'effetto ancora i passi fatti dalle figlie di Luigi XV, Mesdames de France, andate a Roma al principio dei grandi rivolgimenti.

 

Il rovescio provato dal Cardinale Duca fu immenso. Nei volumi nell'esordio della presente memoria menzionati sulla Contessa d'Albany, se ne trovano esposte le peripezie sulla fede di carte autentiche. Un lontanissimo parente della famiglia, Sir John Stuart Hippisley, fu quello che maggiormente impiegossi ad ottenere all'ultimo discendente della casa sin all'ultimo balestrata dalla sorte, dei soccorsi del governo inglese. Questo governo poi non fu meschino nelle sue largizioni, che gli parvero quasi debito d'onore, e che rimasero una delle principali risorse del Cardinale. Per qualche tempo, Lord Minto (Gilbert Elliot già governatore della Corsica e allora ambasciatore a Vienna) fu l'intermediario, e in un suo dispaccio degli 11 febbraio 1800 a Lord Grenville egli annunzia d'avere spedite duemila lire sterline al Cardinale di York. Tornato a Roma dopo l'elezione di Pio VII, Enrico Benedetto nel palazzo vescovile di Frascati fece testamento ai 15 Luglio 1802; documento stampato nei surriferiti volumi. A suo erede universale fiduciario ei nominò il fido amico Monsignor Angelo Cesarini Romano vescovo di Milevi i. p. e reggente del seminario di Frascati, pel quale il Cardinale adoperossi moltissimo, continuando a soggiornare in quel sito ameno dei colli Tusculani ancora quando ebbe cambiato il suo titolo di vescovo di quella città Laziale coll′altro Ostiense. Le sue circostanze erano allora tutt'altro che brillanti, mentre molto prima ancora i mezzi pecuniari degli Stuardi non erano bastati alle esigenze, siccome in tante occasioni, anche ai giorni nostri, si è osservato dei principi esuli i cui patrimoni vanno in fumo per le pazzie degli aderenti e i propri tentativi.

Nell'Agosto del 1745, durante la spedizione di Carlo Odoardo, il padre dovette impegnare fin le gioie per ottomila scudi. Il Cardinale era rimasto in buone relazioni colla cognata, a cui lasciò vari ricordi, tra i quali una Sacra famiglia di Bartolommeo Schidone, una delle due che oggi stanno nel museo di Mompellieri.

La Contessa d'Albany era in carteggio con Msgr. Cesarini. Una sua lettera, in data di Firenze 26 Luglio 1799, la menzione di un accomodamento progettato colla Francia; ma si vede che pone troppa fiducia nelle vittorie austriaco-russe di quell'anno. Era dopo la disfatta di Macdonald sulla Trebbia, contemporanea alla evacuazione della Toscana per i Francesi dovunque espulsi dalle bande aretine ed altre, coadiuvate dagli alleati.

 

« Avendo sentite le vittorie dappertutto riportate dalle truppe Austriache, mi sono detto che verranno a liberare ancor Roma. È dunque inutile fare un accordo con questi briganti. Nessuno potendo portar via i terreni, il mio cognato li ritroverà tornando a Roma. Spero che quest'infelice paese non avrà più da rimaner a lungo sotto la tirannide di questi empi».

Tre mesi prima, dopo l'entrata dei Francesi a Firenze, ella aveva aggiunta la seguente poscritta a una lettera dell'Alfieri, dalla villa di Montughi indirizzata all'Abate di Caluso, lettera stampata dal Bernardi:

« Stiamo bene, caro Abate. L'avvenimento del 25 non ci ha stupito né atterrito; siamo preparati ad ogni cosa; ci vorremo sempre bene; nissuno in questo mondo ce lo potrà impedire. Addio. »

Enrico Benedetto tornò a Roma sgombra dai Francesi, e passò ivi tranquillamente gli ultimi giorni.

Dodici anni dopo la sua morte, cioè nel 1819, il monumento dei tre ultimi di Casa Stuarda venne eretto nella Basilica Vaticana, nella navata laterale sinistra, dirimpetto a quello di Maria Clementina Sobieska. Esso non venne eseguito a spese del principe reggente d'Inghilterra secondo comunemente si crede; anzi è una testimonianza della amorevole riconoscenza d'un amico, di Monsignor Cesarini, succeduto al cardinale nel sepolcro nell'Aprile 1810. « Pochi giorni fa - sono parole dell'erede fiduciario suo, Monsignor Alessandro Tassoni, in una lettera indirizzata ai nipoti Cesarini in data dei 18 di detto mese - il nostro buon'amico, vostro zio, ci fece conoscere l'intenzione sua di erigere a proprie spese nel Valicano un mausoleo al Cardinale Duca di York da lui sommamente riverito; mausoleo il quale, ove non corrispondesse allo splendore dei di lui natali, recherebbe testimonianza di quella vera devozione, la quale l'ha animato sin all'ultimo suo sospiro. L'ora defunto ha stabilito che tale monumento avrà da eseguirsi dal celebre scultore Cav. Canova al prezzo di novemila scudi ». Gli eredi dichiararonsi pronti ad eseguire l'intenzione del loro zio, e di già ai 24 Aprile venne rogato il contratto coll'artista. « Antonio Canova convengo come sopra » tale è la firma dell' insigne statuario.

Passarono nove anni, prima che fosse collocato al suo posto il monumento, dedicato non al solo Cardinale ma al padre e fratello ancora, Regiae stirpis Stuardiae postremis : Beati mortui qui in Domino moriuntur. Esso non conta tra i capolavori del Possagnese, e l'età nostra non l'ha già abbellito, appiccicando ai due geni, del pari che a quello del monumento Rezzonico, dei ridicoli grembiuli di gesso. In ogni modo però fa onore a quello che lo fece inalzare. Un vescovo italiano pose agli ultimi della casa un ricordo in San Pietro — l'amica del maggior tragico italiano gli eresse un grandioso mausoleo in Santa Croce di Firenze; e nella Cappella del Sacramento di questa maestosa Chiesa io ho veduto collocare la memoria sepolcrale della Contessa d'Albany, testimonianza della gratitudine e dell'affetto di un pittore francese.

 

Stando a Napoli nella primavera del 1871, vidi ivi il ritratto del Cardinale di York, di mano di Pompeo Battoni, pittore, a cui non è mancato se non di nascere in età più felice per sedere tra i primi, ma pur sempre artista di gran merito, e dotato di talento più naturale, se non uguale quanto a scienza a Raffaello Mengs di cui fu emulo. In quel dipinto, Enrico Benedetto fa impressione molto favorevole, mostrando dignità d'aspetto, modi di grand seigneur, pacatezza di animo. Non so dove il quadro, allora vendibile, sia andato. Il Ritratto dell'ultimo Stuardo, del Re Enrico IX non consiliis hominum sed voluntate Dei, come dice la medaglia, non dovrebbe mancare nella

Galleria nazionale di Londra quand'anche non fosse egregia opera d'arte.

Alfredo Reumont.

Biarritz, Bassi Pirenei, Maggio 1881.

Note

________________________

[1] in una medaglia o in una moneta è la zona sottostante all′immagine e contiene una data o un valore o un motto.

[2] dello scorso secolo: il secolo XVIII

[3] spillatico: assegno che un Signore faceva alla moglie per coprire le piccole spese.

[4] ventaruola: banderuola.

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Ultimo aggiornamento: 25 maggio 2011