EMILIO DEL CERRO

VITTORIO ALFIERI

E LA CONTESSA D′ALBANY

STORIA D′UNA GRANDE PASSIONE

Edizione di riferimento:

Emilio del Cerro, Vittorio Alfieri e la Contessa d′Albany, storia di una grande passione, Casa Editrice Nazionale Roux e Viarengo, Roma -Torino 1905.

Prefazione

Di Vittorio Alfieri si parlò generalmente male non appena videro la luce, nel 1783, a Siena, le sue prime quattro tragedie. Un critico intelligente, e diremmo quasi benigno, il grande Astigiano rinvenne solo nel Calzabigi, scrittore di melodrammi. Gli uomini di lettere lo trovarono, sopratutto, oscuro, contorto, inelegante; roba da allobrogo, dissero parecchi quando appresero che il poeta era piemontese [1] : il che, allora, significava barbaro o quasi barbaro.

E costoro avevano ragione. L′anno innanzi era morto a Vienna l′abate Metastasio, il quale, come si sa, durante la sua lunga dittatura poetica, aveva imposto agli ita liani la facilità musicale delle sue strofette, la leggiadrìa incipriata delle sue immagini, la sentimentalità muschiata e imbellettata dei suoi eroi. L′Italia, che i gesuiti avevano evirata e i principi resa serva, riteneva che nel poeta cesareo, nell′abate panegirista di Maria Teresa e di Giuseppe II, si trovassero nientemeno riuniti Sofocle e Corneille, Euripide e Racine. Il melodramma, per gl′italiani di quel tempo, non era un canovaccio destinato a ricevere, sotto forma di note, il ricamo del maestro di musica. La melodia era cosa affatto se condaria, diremmo quasi trascurabile, anche quando il maestro di musica si chiamava Leo o Pergolesi, Durante o Jomelli. Tutto ciò, s′intende, per colpa del Metastasio, il quale, con la sua virtuosità poetica, aveva posto in seconda linea il maestro. Il melodramma era così innalzato a dignità di tragedia forse per far dimenticare la povertà desolante di cui l′Italia aveva dato prova sulla scena tragica. Del resto, il Metastasio non regnava soltanto sulle scene; regnava dappertutto. La lirica, come il melodramma, era un′onda di suoni facili, d′immagini eleganti, di concetti leziosi col Rolli, col Frugoni, col Vittorelli, col Rezzonico. L′improvvisazione canora, vuota, trionfava con Corilla Olimpica, che riceveva, come il Petrarca, l′alloro in Campidoglio, mentre un gesuita, il Bettinelli, e un conte-ciambellano, l′Algarotti, scomunicavano Dante perchè non aveva cantato i tre regni della morte in settenari metastasiani, e un critico artistico, il Milizia, chiamava barbaro Michelangelo e ne derideva il Moisè, perchè non sapeva leccare il marmo e ricoprire col guardinfante o con le brache corte e i calzini di seta i suoi terribili nudi: e se Omero, quest′altro barbaro, fu risparmiato, fu in grazia di un altro abate di quei giorni (erano allora tutti abati i letterati), vogliamo dire il Cesarotti, il quale, con un sagrilegio di cui nessuno capì la portata, vestì alla francese, cioè, con leccature e fiorettature accademiche, l′Iliade, che presentò al pubblico col titolo di Morte d′Ettore. Insomma, non s′amava che il grazioso, il minuscolo, il leccato, tutto ciò ch′era belletto e cipria, falbalà e trina, guardinfante e minuetto.

Se non che, accanto a quest′Italia in iscarpine lucide e tacchetti rossi, tutta cascaggini e svenevolezze, cominciava a far capolino un′altra Italia: l′Encyclopèdie, per quanto proibita dai governi e messa all′Indice dalla Chiesa, aveva varcato le Alpi e con le opere del Rousseau, del D′Alembert, del Diderot, del Marmontel, e segnatamente con quelle del Voltaire, aveva preso posto nelle librerie di parecchi di quei vescovi, di quegli abati, di quei marchesi, di quei cavalieri lindi, attillati, cerimoniosi, che sembravano condannati a belare per tutta la loro vita le canzonette del Metastasio o a ballare il minuetto. A Milano s′era subito formato un centro intellettuale che andava da Giuseppe Parini, che al verso italiano infrollito nelle accademie dava vigoria di concetti civili, a Pietro Verri, economista e storico, a Cesare Beccaria, che con un libretto meraviglioso gettava le fondamenta del nuovo diritto penale combattendo la tortura, il segreto tanto nella istruttoria quanto nei dibattimenti, e il patibolo; un altro centro non meno intellettualmente geniale ed innovatore si formava a Napoli col Galiani, col Genovesi, col Pagano, col Filangieri. Nè a Firenze, n è a Bologna, nè a Padova lo spirito di rinnovazione trovava minori simpatie presso coloro che i pregiudizi, le vecchie abitudini, le tradizioni di casta o di famiglia non incatenavano inesora bilmente al passato. Tutta codesta gente capiva che l′Arcadia era finita, che l′arte e la letteratura dovevano rinnovarsi in un senso eminentemente civile, sociale.

L′arte-gingillo, l′arte-trastullo di principi e d′accademici aveva fatto il suo tempo. E difatti, la guerra che si mosse al l′Alfieri all′inizio della sua carriera, fu tutta guerra di retori e di grammatici, disgustoso e cadaverico detrito di vecchie scuole. La gioventù fu subito con lui, e fu voce, se non fondata, abbastanza accreditata che Vincenzo Monti, che si sentiva tentato a far cose nuove, scrivesse l′Aristodemo dopo di aver sentito leggere a Roma dallo stesso Alfieri la Virginia. Poco dopo, la rivoluzione francese agitava anche l′Italia, e quando la repubblica fu proclamata a Milano, a Bologna, a Roma, a Napoli, l′Alfieri che gli accademici e i grammatici del 1783 trovavano oscuro, contorto, incarnò lo spirito dei nuovi tempi. L′Italia rivoluzionaria alfiereggiò. L′Alfieri fu il poeta ufficiale dei nuovi consoli, dei nuovi tribuni, i quali, dopo d′aver piantato l′albero della libertà, o d′aver tuonato dai rostri improvvisati dei nuovi fòri contro i tiranni, andavano, la sera, a teatro dove si recitavano, fra gli applausi di un pubblico delirante, le tragedie del cittadino Alfieri.

Frattanto il creatore del teatro tragico italiano, il poeta che con le sue tragedie aveva insegnato agli italiani ad odiare la tirannide, ad invocare il pugnale di Bruto, detestava con tutte le forze dell′animo suo quelle novità franco-italiane, tutta quella gazzarra rivoluzionaria; imperocchè la libertà, quale egli l′aveva intravista e propugnata nei suoi scritti, era cosa assai diversa da quella che in quei giorni a braccetto dei generali e dei commissari del Direttorio della repubblica francese delirava per le città d′Italia: e, pieno di sdegno, se ne viveva chiuso in villa nei pressi di Firenze o a Firenze stessa nel palazzo Gianfigliazzi sul Lungarno di Santa Trinità. Ma ciò si sapeva da pochi, e per la grande maggioranza degli italiani l′Alfieri era sempre il poeta che incarnava nei suoi scritti la nuova Italia; così il suo culto continuò sotto il primo regno italico ed Ugo Foscolo potè cantare nei suoi Sepolcri, stampati nel 1807, a proposito delle tombe dei grandi italiani nel tempio di Santa Croce a Firenze:

 « E a questi marmi

Venne spesso Vittorio ad ispirarsi.

Irato ai patri Numi, errava muto

Ove Arno è più deserto, i campi e il cielo

Desioso mirando; e poi che nullo

Vivente aspetto gli molcea la cura,

Qui posava l′austero; e avea sul volto

Il pallor della morte e la speranza ».

Se non che, verso quel tempo, in Germania s′andava operando un rivolgimento letterario, il cui verbo venne solennemente annunziato dai fratelli Guglielmo e Federico Schlegel, e specialmente dal primo coi suoi studi di letteratura drammatica, dove combattendo il mondo greco-latino e la Rinascenza sua legittima figliuola, si esaltava insieme a Guglielmo Shakspeare quel bizzarro e stravagante ingegno che fu lo spagnuolo Calderon de la Barca, il quale quando nel suo paese l′Inquisizione regnava alla tetra luce dei roghi, scrisse in onore di quegli orrendi olocausti di carne umana più di cento rappresentazioni (Autos sacramentales) mezzo sacre e mezzo profane. Nasceva così la scuola romantica, la quale, sotto pretesto di rompere il giogo dei classici, riabilitava il Medio Evo, e conseguentemente le vecchie istituzioni, i vecchi conventi, i vecchi castelli, il vecchio spirito feudale. In fondo, era una letteratura reazionaria, che i due Schlegel e i loro seguaci misero subito a servizio della Santa Alleanza. La nuova scuola, però, letterariamente parlando, aveva un lato buono; essa apriva alle menti nuovi orizzonti; ristabiliva o creava il culto di Guglielmo Shakspeare, un poeta allora quasi sconosciuto, divulgava le bellezze profonde della letteratura indiana rivelata in quei giorni all′Europa, svelava il mistero che avvolgeva la poesia leggendaria della Scandinavia e della Germania, acuiva le indagini sul Medio Evo che la Rinascenza aveva fatto obliare, infine, faceva la guerra in nome del buon senso alle tre unità aristoteliche che imperavano sulla scena. Tutto ciò attrasse a sè gli animi della gioventù sempre amante di novità; e in Italia, dove il nuovo verbo fu dapprima importato col famoso libro di madama de Stäel: De l′Alemagne, trovò un′eco; però le nuove teorie estetiche, varcando le Alpi, subirono nella loro essenza una profonda trasformazione. La nuova scuola romantica, che in Germania rappresentava la reazione, in Italia s′impersonò nei liberali. I primi romantici furono tutti o quasi tutti cospiratori: Silvio Pellico, Giovanni Berchet, Giuseppe Pecchio, Lodovico De Breme, i quali ebbero per organo il Conciliatore sino al giorno in cui la polizia austriaca non soppresse il giornale e non imprigionò o disperse i suoi redattori.

All′incontro, la vecchia scuola, la scuola classica, si reclutò, con Vincenzo Monti alla testa, tra i conservatori, tra coloro che a Milano e a Venezia puntellavano il giogo austriaco con la penna; ed ebbe per suo portavoce la Biblioteca Italiana sussidiata dal Governo reale e imperiale. A Firenze, i romantici ebbero il loro organo nell′Antologia, una rivista che fondò un ginevrino, il Vieusseux, e dove scrivevano il Montani, il Capponi, il Tommaseo, e a Livorno l′Indicatore Livornese redatto da Francesco Domenico Guerrazzi e da Carlo Bini. Se non che, mentre il teatro dell′Alfieri, per la sua forma classica, era ritenuto roba da museo, e il Cantù, con la sua penna trasudante il tanfo delle sagrestie scriveva che l′Astigiano aveva ridotto la tragedia “a uno scheletro „ e lo rimbrottava di non aver mai saputo “dipingere „ e di non aver mai a “per amor di bellezza saputo divagare dalla rigida unità, per la quale egli non intendeva il convergere dei fatti e dei sentimenti molteplici bensì ad un proposto fine spingersi come su una strada ferrata, senza arrestarsi a un bel prospetto o a cogliere un fiore [2] „; mentre, diciamo, i romantici accumulavano ingiurie sopra ingiurie sul nome del grande poeta, Saul, Filippo, Virginia, Mirra, Oreste correvano le scene italiane : le platee erano rimaste fedeli all′Alfieri. Erano i tempi in cui Gustavo Modena – per non citare che il nome del più grande artista drammatico italiano dell′evo romantico – faceva correre fremiti d′entusiasmo fra i pubblici della penisola ; nè è esatto, come qualcuno di recente ha affermato [3] , che il culto del pubblico italiano per le tragedie dell′Alfieri sia cessato con la sparizione del Modena dalle scene, quasi che quei trionfi si dovessero più all′interprete che all′autore: imperocchè, i discepoli del grande attore, sopratutto Tommaso Salvini ed Ernesto Rossi, che alla loro volta furono maestri nell′arte di commuovere le platee, non relegarono le tragedie dell′Astigiano, almeno le principali, nei magazzini della rettorica, nè Adelaide Ristori vide scemarsi il favore del pubblico quando si presentò sulle scene sotto le vesti di Mirra. La qual cosa vuol dire semplicemente questo, cioè, che quando il capolavoro c′è, non valgono ad ucciderlo o a farlo dimenticare nè le nuove correnti letterarie, nè i morsi della critica astiosa o ignorante; esso resiste, esso palpita e vive presso qualche classe della società più resistente a quelle nuove correnti, meno facile a piegarsi alla moda estetica del giorno: però, alla prima occasione favorevole, al primo rientrare della coscienza pubblica in sè stessa, alla prima evocazione del passato, il capolavoro, che le folle amanti di novità o ignoranti ritenevano bello e sepolto, ritorna alla vita, ritorna ad imporsi.

Così è avvenuto di Dante, che sotto la reazione gesuitica della seconda metà del cinquecento, del seicento e d′oltre metà del settecento fu dimenticato o ritenuto semplicemente barbaro. Così è avvenuto del Leopardi, che i suoi contemporanei, quasi tutti romantici, quasi tutti scribacchiatori d′inni sacri all′Alessandro Manzoni, non compresero che assai superficialmente, e nella sola forma, che paragonavano a quella dei greci, ma non nel contenuto, nel pensiero animatore di quella forma. Così sta per avvenire dell′Alfieri. Sicuro, questi da quasi un ventennio non figura che di rado, a lunghi intervalli, sui manifesti teatrali, grazie a qualche vecchio artista alla vigilia del suo ritiro dalla scena. Ma questa assenza del più grande poeta tragico italiano dalla ribalta, non deve attribuirsi tutta a difetto di vitalità del teatro alfieriano; no: che, le cause di questo oblìo devono ricercarsi in tutt′altro, per esempio, nella cultura assai scarsa e nelle non meno scarse qualità drammatiche di parecchi nostri artisti odierni, i quali comprendono bene che assai male reggerebbero le loro magre e tisiche spalle sotto il paludamento tragico, e sopratutto nell′assenza d′un teatro, che simile alla Comédie Française, mantenga vivo, insieme alle grandi tradizioni artistiche, il culto dei grandi scrittori drammatici. Difatti, in Francia si reciterebbe ancora il Cid del Corneille, l′Andromaque del Racine, il Misanthrope del Molière, il Mariage de Figaro del Beaumarchais, se non esistesse la così detta Maison de Molière? Ma nemmeno per sogno; i capocomici correrebbero dietro alla commedia del giorno, alla commedia a tesi, alla commedia di carattere, o politica, infine, alla pochade, che fa riempire la cassetta, e il capolavoro rimarrebbe sotto la polvere delle biblioteche, solitaria consolazione di qualche studioso, di qualche erudito. Però, per l′Alfieri, può dirsi che sia suonata l′ora per la sua rientrata nel mondo dei vivi. Già a questo suo ritorno alla vita ha contribuito potentemente in quest′ultimi tempi, sebbene in via indiretta, la psichiatria, la quale, studiando l′organismo del poeta d′Asti, ha invogliato il pubblico a studiarne anche le opere. Non si pronunziano giudizi audaci, contrari alle vecchie formule, sull′organismo di un grande scrittore senza che non si senta il bisogno di controllare questi giudizi con le opere, senza che la vita di questo scrittore non si passi in rassegna scrutandone gli angoli più nascosti. La recente celebrazione del primo centenario della morte del poeta non è stata inutile pel rifiorimento degli studi alfieriani: le riviste letterarie, i giornali polititi, i circoli letterari e di coltura hanno sentito il bisogno di rinverdire la fama dell′Alfieri con studi, articoli, conferenze. Oramai il poeta del Filippo e del Saul non può dirsi un glorioso dimenticato: egli vive nel cuore e nella mente dei suoi concittadini.

Fra i recenti lavori che hanno trattato dell′Alfieri e delle sue opere, quello del sig. Emilio Bertana [4] è certamente d′una importanza straordinaria; imperocchè, con esso il suo autore non lascia inesplorato nessun lato della vita e dell′ingegno del poeta, e spesso con argute osservazioni ed opportuni raffronti, o nuovi documenti illustra, rischiara o completa uomini ed avvenimenti, su parecchi dei quali, a malgrado della stessa autobiografia e del non oramai scarso epistolario alfieriano, incombeva il mistero. Però tutto quello spirito critico, d′indagine minuta, d′analisi sottile a cui s′informa il lavoro, ne rende insufficiente e pieno di contraddizioni l′insieme. Già il sig. Bertana appartiene a quella classe di storici pei quali la narrazione è cosa affatto secondaria, se non addirittura superflua. Per lui, come per la scuola a cui appartiene, lo storico non deve raccontare, non deve ricostruire, con felice intuito d′artista, uomini ed avvenimenti, ma deve solo curare di riunire intorno al soggetto che tratta il maggior numero possibile di documenti e di citazioni d′opere, d′opuscoli e d′articoli compresi quelli che anche lontanamente accennino al tema da lui impreso a svolgere, di rinunziare per amor di fedeltà alla propria prosa per quella delle fonti o degli autori citati, facendo così un lavoro d′intarsiatura che stanca l′occhio e l′animo del lettore. Codesto metodo può avere i suoi pregi, può anche dare una misura della pazienza durata dallo scrittore nel raccogliere un materiale vario e nuovo; ma perchè lo storico raggiunga il suo fine, occorre che tutta questa farragine di documenti getti davvero sull′argomento una nuova luce e non ingombri inutilmente o quasi inutilmente il racconto; occorre, inoltre, che tutte queste analisi minuziose tendano a sostituire qualche cosa a quello che si è distrutto, e che le frasi, i periodi, le pagine degli altri, che si frammezzano come in un mosaico alla propria prosa, abbiano un′importanza decisiva. Ma nell′opera del sig. Bertana i nuovi documenti non riguardano che qualche isolato avvenimento della vita dell′Alfieri, e, su per giù, lasciano come suol dirsi il tempo che trovano, meno per ciò che concerne la donazione alla sorella Giulia, mentre le continue citazioni o i continui riferimenti ad articoli di giornali o ad esercitazioni di laureandi non fanno che accrescere la mole del libro rendendone pesante la lettura.

Il quale libro, per quanto ponderato e in molte parti ricco di notizie, dell′Alfieri e del suo ingegno e delle opere sue non dà che un′idea incerta, confusa, spesso contraddittoria, anche a leggerlo attentamente, e, quel ch′è peggio, non si arriva sempre a comprendere se il sig. Bertana sia un ammiratore o un detrattore dell′Alfieri. Qualcuno forse potrebbe qui osservare: egli è l′uno e l′altro; dappoichè, realmente, è questa l′impressione che nell′animo del lettore lascia il libro. Il sig. Bertana, che ama e maneggia bene l′analisi, a furia di analizzare, di notomizzare, è sempre nel dubbio, e se in una pagina è favorevole all′Alfieri, in un′altra pencola verso i suoi detrattori [5] .

Nè questo spirito critico, analizzatore, è sempre sereno: esso è quasi sempre acre, astioso; non si direbbe lo spirito d′un critico, d′un indagatore coscienzioso, imparziale d′uomini e di cose, ma lo spirito d′un frate inquisitore che per un caso stranissimo si trovi a processare il grande Astigiano. Già, questi, pel sig. Bertana, non è che un bugiardo di professione, e la Vita tanto celebrata se in ogni pagina non contiene una grande, una sfacciata bugia, contiene certamente una piccola bugia. Così egli (pag. 31) non presta fede (o perchè poi?) a quello che di sè giovinetto narra l′Alfieri, cioè, al dispiacere vivissimo che egli, leggendo il Metastasio, avrebbe provato al venir dell′arietta interrompitrice dello sviluppo degli affetti, e agli interrompimenti dell′Ariosto; nè (pagina 32) al desiderio di morte, come fine di dolore, provato dal poeta all′età di cinque anni; nè all′innocuo tentativo d′un suicidio, sebbene poi riconosca che la prima giovinezza dell′Alfieri non fu nè gaia nè serena. Se non bugiardo, è il poeta pel sig. Bertana un ingegnoso manipolatore di colpi di scena quando ci descrive il suo passaggio, avvenuto d′un tratto, da nobiluccio ozioso ed ignorante a sommo cultore di letteratura (pag. 51); ma ritorna ad essere bugiardo quando accenna alla ferita riportata in Inghilterra nel suo duello con lord Ligonnier, il marito di lady Penolope (pag. 77), mentre il ministro sardo a Londra nel suo rapporto non ne parlò, non comprendendo che il ministro potè anche non averne parlato, come amico dell′Alfieri, per non accrescere gravità al fatto già da per sè stesso abbastanza scandaloso; un′altra bugia il nostro critico scova là dove è detto (pag. 91) che l′argomento della Cleopatra fu suggerito all′Alfieri da alcuni arazzi che stavano nell′anticamera della donna amata; è ugualmente bugiardo il poeta (pag. 109) quando addì 15 settembre 1787, scrivendo a Mario Bianchi, parla d′una malattia dallo stesso poeta sofferta, e assai pericolosa, il che se concorda con quanto scrisse nella Vita, non combacia con quanto apparisce da un′altra lettera dell′Alfieri, e diretta alla sorella. E qui il sig. Bertana non pensò che la versione diversa poteva anche nascere dalla circostanza che scrivendo il poeta alla sorella, questa, con la narrazione sincera della propria malattia, non volesse trarre in angustie. Nè questa od altre simili contraddizioni, per altro assai giustificabili o di problematica importanza, valevano la pena che il sig. Bertana uscisse nelle seguenti acri parole:

“Ecco qua uno di quei casi in cui è difficile, anzi impossibile, metter l′Alfieri d′accordo con sè stesso, e saper da lui la verità„.

Proprio un inquisitore dell′eretica pravità non sarebbe stato più astioso, più sgarbato, più tormentatore di parole e di pensieri di quanto lo è il sig. Bertana. Ma le bugie alfieriane non hanno qui fine; il nuovo biografo del poeta, in questo suo ufficio d′inquirente, è d′una meticolosità spaventevole. Ecco ancora altre bugie: recitata, nel 1775, a Torino, la Cleopatra, l′Alfieri dichiara (pag. 125), che egli non s′inorgoglì del successo ottenuto: bugiardo! riprende il nostro autore; e sa il signor lettore perchè? Perchè l′Alfieri era troppo sensibile alla lode e quindi non poteva restare indifferente dinanzi al successo d′un suo lavoro. Ed altre bugie rileva nella Vita, per esempio, là dove (pag. 127) il poeta scrive che “quando si presentò al limitare del tempio della gloria„ sdegnò d′usare qualsiasi pieghevolezza e destrezza, e “non volle pur mai lusingare nè incensare coloro che si erano o si tenevano i custodi di esso „. Ma dove pel sig. Bertana l′Alfieri attinge le più alte cime della bugia, è quando, sempre nella Vita, narra il suo “degno amore„, cioè, quando fa la storia delle sue relazioni intime con la contessa d′Albany. Ma questo suo racconto – egli si domanda – è veridico? Quanta parte di sincera idealità e quanta di volontaria idealizzazione c′è in questa storia d′amore quale appare dalle pagine della Vita? E la donna capace di tale amore e d′ispirarlo, casta, buona – indole d′oro, come scrisse lo stesso poeta – meritò veramente il culto che l′Alfieri si diè vanto d′averle professato per venticinque anni, quasi che fosse un′iddia terrena? non fu piuttosto essa

“la donna di cui Massimo d′Azeglio... fece nei Ricordi così antipatico ritratto; la donna di cui a Firenze suonò lungamente la triste fama raccolta dal Giordani e dal Brofferio che in diversi stili la giudicarono severamente?„.

Abbiamo voluto riportare testualmente il quesito propostosi dal signor Bertana perchè il signor lettore potesse rilevare da sè la stranezza dei termini coi quali lo stesso quesito è proposto. E di vero; come potrebbero mai confondersi due donne cotanto diverse, cioè, la Luisa d′Albany giovane, bella, piena di spirito, riverita e corteggiata come una regina o una quasi regina, con l′anima non ancora pervasa dall′alito corrotto della società del tempo, quale la conobbe e l′amò l′Alfieri, e la contessa d′Albany vecchia, disfatta, scettica, un tantino maligna e inveschita in una tresca parecchio ridicola col pittore Fabre quale la conobbe il d′Azeglio e quale la descrissero il Giordani e il Brofferio “in istili diversi?„. Ahimè ! Il sig. Bertana col suo buon senso non considerò che a questo mondo – mondaccio birbone! – tutto è passeggiero, tutto è caduco; che le grandi passioni, le passioni eterne, immortali, o se vuolsi, i “degni amori „ come quelli di Abelardo ed Eloisa o di Paolo e Virginia, non esistono che nei romanzi, nei drammi, ed anche nella vita, ma a condizione – in quest′ultimo caso – che codesti amori rimangano allo stato di “grandi passioni „ e non si convertano in faux ménages, come appunto avvenne pel “degno amore „ dell′Alfieri. Se Luisa d′Albany fosse morta tra il 1788 e il 1790, chi avrebbe oggi dubitato della sincerità, dell′idealità delle sue relazioni con l′Alfieri?

Chi? Forse il sig. Bertana? Ma no, certamente; egli si sarebbe unito agli ammiratori della vedova di Carlo Edoardo Stuart per celebrarne le virtù, per celebrarne sopratutto la bellezza e lo spirito. Egli l′avrebbe trovata sicuramente innamorata del poeta italiano e nessun ritratto tracciato dal d′Azeglio o dal Giordani l′avrebbe distolto dalla sua dolce visione.

E perchè non avrebbe fatto così? Non aveva la contessa amato profondamente l′Alfieri? Non aveva per lui lasciato il marito? Non aveva per codesta sua passione affrontato a viso aperto lo scandalo, uno dei più grossi scandali d′alcova della seconda metà del secolo decimottavo? E nella sua qualità di donna, specie di quasiregina, qual prova migliore di quest′ultima avrebbe potuto dare della sincerità, della profondità del suo amore? Essa, per l′Alfieri, mise a sbaraglio tutto: posizione, rispetto, stima. Che avrebbe potuto fare di più? Ma, Dio mio! Se l′Alfieri, nella Vita, dopo d′aver tutto, tutto, ottenuto da lei, ne avesse parlato male, o con indifferenza, non avrebbe ella gridato, signor Bertana, all′ingratitudine, all′indipendenza del cuore?

Ma il signor Bertana, che a tutti i costi vuol rimaner maligno verso la d′Albany, ha cercato d′attenuare la grandezza del sagrificio di lei ed ha insinuato fra una frase e l′altra che alla fin fine Luisa di Stolberg, prima di conoscere l′Alfieri, non era stata, una moglie insospettabile. Egli non ha avuto il coraggio di dire: infedele, perchè le prove gli avrebbero fatto difetto; ed arzigogolando (pag. 169) sulla data e sul contenuto di qualche bigliettino vorrebbe far credere che la d′Albany anche prima di essere stata l′amante dell′Alfieri, avesse avuto con altri un intrigo d′amore. Dopo la pubblicazione del libro del sig. Bertana si è fatta la luce su questo romanzo dell′Albany [6] , che tutto vagliato e sommato si riduce ad una simpatia manifestata dalla giovane signora per un giovane svizzero, il Bonstetten, quando già fra quest′ultimo e l′altra si frapponevano le Alpi! Si trattava, come ognuno può capire, d′un po′ di flirt per epistola; cosa abbastanza innocua, se non anche un po′ sciocca. Ma, posto pure che la d′Albany prima di conoscere l′Alfieri avesse filato il suo romanzo platonico col Bonstetten anche senza le Alpi di mezzo, non per via epistolare, ma nell′intimità, del palazzo Muti, di Roma, avrebbe forse perduto per ciò ogni merito il suo sagrificio pel poeta? Questo suo amore sarebbe stato un capriccio, o una passione volgare, senza idealità, solo perchè alla vigilia, ella aveva potuto scrivere al Bonstetten, che stava lontano e che doveva rivedere soltanto vecchia:

«Vous êtes le plus aimable des hommes... La tendre Maltzan [7] moi dit souvent: Mr. de Bonstetten êtait le seul homme qui auraitét é dangereux pour vous... et je le crois, car vous êtes gaie, aimable et sensé par caprice: voilà comme je désire un amant et qu′il n′ait l′air de l′être que seul avec moi... Je ne peux pas souffrir la manière de faire l′amour à l′italienne; on le chante sur les toits? ».

Ma, allora, quali, in questo mondo, sarebbero i “degni amori?„. Imperocchè, egregio signor Bertana, anche negli amori più ardenti, più profondi, più tenaci, se lei fruga, troverà ch′essi hanno avuto un prologo, forse più d′un prologo: e perchè non avrebbe dovuto averlo il “degno amore„ dell′Alfieri? E poi chi non sa che si può amare, anche la seconda o terza volta, fortemente, tenacemente, degnamente? Diversamente, codesti “degni amori„ sarebbero quelli del collegio, quelli della scuola; e, Dio mio, a questa stregua nemmeno “degno„ sarebbe l′amore di madonna Laura per messer Francesco Petrarca, dappoichè, come è noto, quest′ultimo non s′innamorò della bella avignonese che quando la donna che doveva ispirare il Canzoniere aveva già marito, e forse figli!

Perchè, dunque, non credere alla sincerità dell′amore dell′Albany per l′Alfieri? Certamente la signora ebbe un grave torto, quello d′innamorarsi, cinquantenne, e quando ancora viveva l′Alfieri, del pittore Fabre. Uno spettacolo questo, in verità, poco edificante ed anche parecchio ridicolo. Chi dice di no? Ma se questo spettacolo fa ridere i parenti di Massimo d′Azeglio, se arma di frecce la satira, non distrugge il passato: si capisce che una Luisa d′Albany, innamorata perdutamente sino alla morte dell′Alfieri, sarebbe stata una bella figura di donna; ma la vita non è il romanzo, sebbene durante la stessa si facciano più romanzi. L′eternità degli amori non costituiva un domma che ai tempi dei romantici, cioè, quando erano di moda gli amori impossibili, i quali, nell′arte, erano creduti perchè appunto impossibili; ma sul teatro della vita quotidiana, essi – aimè! – non hanno valore: due innamorati giurano d′amarsi eternamente, e in questo loro giuramento essi mettono tutta la sincerità dell′affetto che infiamma i loro cuori; ma un anno dopo, forse più tardi, forse prima, quel giuramento è dimenticato... Quell′amore non ebbe forse sincerità, ebbrezze, non infiorò forse di sorrisi, di carezze, di visioni quelle due anime ?

Lo stesso signor Bertana, in qualche parte del suo lavoro, non dubita della sincerità dell′amore della d′Albany per l′Alfieri, e precisamente quando l′idillio non era stato ancora ucciso dall′abitudine; se non che, quasi che siffatta concessione ripugnasse alla sua severità, di storico, il nostro scrittore subito si ritratta. Per lui la contessa è volgare, bugiarda (già anche l′Alfieri è bugiardo per lui), incostante. Difatti, a pag. 201, egli riporta alcuni brani di lettere che tra il settembre e l′ottobre del 1783 ella diresse al Gori-Gandellini, il migliore amico ed anche il confidente degli amori dell′Alfieri, e dove, sebbene in un italiano molto storpiato, esprime l′ardore amoroso che consuma l′anima sua: e il signor Bertana è costretto dalla passione che emana da quelle pagine ad affermare: “Certo c′è in codeste lettere un abbandono passionale e un′esaltazione che fa stupire „; ma aggiunge subito, quasi per versare un po′ d′acqua sul suo entusiasmo: "e che io non saprei indurmi a credere tutta simulata„. E perchè avrebbe dovuto essere quell′ esaltazione„ almeno in parte simulata? In quel tempo la d′Albany non aveva provato, non continuava a provare all′Alfieri che l′amava? Non aveva abbandonato per lui il tetto coniugale? Amava forse, nello stesso tempo, qualchedun altro? Ma no: perchè dunque meravigliarsi di quella “esaltazione „ e di ritenerla esagerata, o per lo meno metà simulata? gli amanti non si esaltano facilmente ? Ma il sig. Bertana, per quel certo suo spirito di critica minuziosa, non sa mai credere ; egli sente, prevede, trova inganni, tranelli, finzioni dappertutto; è una specie di San Tommaso della critica. E la d′Albany non solo per lui non prova mai un amore sincero per l′Alfieri, ma nemmeno crede che sia stata bella, di spirito, ed istruita. Per lui la contessa è una creatura triviale; solo l′Alfieri ce la presenta in una luce d′idealità.

Anche qui c′è quel solito spirito di critica che invece di schiarire gli avvenimenti e mettere gli individui sotto il loro vero punto di luce, oscura ed annebbia gli uni e gli altri. Che la d′Albany vecchia fosse divenuta scettica, parecchio triviale o materialotta, come scrisse il Capponi, il quale non potè conoscerla che verso gli ultimi anni della sua vita, passi. La vecchiaia non solo trasforma il corpo, ma anche l′anima. Si può amare, a venticinque anni, la poesia e qualsiasi più alta e radiosa idealità, e, a sessanta, cadere in estasi davanti ad una coppia di piccioni arrosto o ad un pao di pedalini ovattati da mettere a letto, nelle fredde notti d′inverno. Siam sicuri che se Bice Portinari fosse vissuta altri trenta quarantanni, avrebbe scritto la nota della biancheria consegnata alla lavandaia in margine alle canzoni e ai sonetti di amore del suo grande amico.

Ma basti del libro del signor Bertana.

Nel volume che presentiamo al pubblico, noi abbiamo voluto narrare senza lusso di documenti inediti, nè di minuziose indagini anche intorno a cose di niuno o problematico interesse, la storia degli amori di Vittorio Alfieri con Luisa d′Albany, animati soltanto da quello spirito d′imparzialità senza di cui quando la storia non è libello, è puramente un romanzo. E ci preme, sopratutto, di dichiarare che parlando del poeta astigiano e della sua amica non abbiamo voluto salire, improvvisati apostoli di moralità, sul pulpito per far piovere sul capo dei lettori la parola papaverica di un′indignazione a freddo per passioni e cose che nella vita quotidiana, in quella che viviamo noi stessi, ci lasciano indifferenti o quasi indifferenti.

Non diciamo con questo che la morale sia cosa affatto superflua in questo basso mondo; Dio ce ne scampi e liberi: vogliamo soltanto dire che gli uomini e le loro passioni devono essere sempre studiati e giudicati da un punto di vista umano.

La stessa Maria Maddalena trovò in Gesù un giudice pietoso ; e soltanto voi, Catoni di princisbecco, voi che forse temprate i vostri fulmini accanto ad un fiasco di Chianti o ad una bottiglia di Barolo, avreste il diritto di essere severi, ferocemente severi? Le relazioni dell′Alfieri con la d′Albany non furono oneste, sicuro; ma, pur facendone rilevare l′irregolarità, risparmiamoci d′assumere di fronte ai colpevoli l′aria d′inesorabili censori, quasi che a noi fosse affidato l′ufficio di ricondurre la moralità sulla terra. Certi alti ideali lasciamo che siano raggiunti da rare individualità, e ricordiamoci solo che in fatto di morale si predica bene e si razzola male. Questa chiusa, nella prefazione d′un libro che narra la storia degli amori d′un grande poeta, è certamente un po′ triviale ; ma è anche giusta ed opportuna.

Palermo, aprile 1905.

CAPITOLO I.

Prima della « Grande Passione ». –

Un poeta-bracciere. – Un Pretendente che s′ubbriaca.

Quando pensiamo che le nonne delle nostre nonne, non escluse le vecchie, avevano tutte un cavaliere che le seguiva dappertutto, come l′ombra segue il corpo – un cavaliere ch′era come chi dicesse un complemento del marito e costituiva insieme ai fedecommessi, all′Encyclopédie, alla coda, ai nei, all′abito da spada e al minuetto, la nota più caratteristica del secolo decimottavo –; un sorriso di compassione sfiora le nostre labbra e ci congratuliamo con noi stessi di essere venuti al mondo in una età in cui il cicisbeo, questa ridicola figura di galante, nata e fiorita all′ombra d′un secolo, che pur era il secolo degli spiriti forti, non contamini più la società con la sua sciocca ed immorale presenza.

Se non che, noi facilmente obliamo che il cicisbeo non è che una forma – e, come tutte le forme, caduca – dell′eterno romanzo in tre, quello, cioè, della moglie, del marito e dell′amante. Il cicisbeo non esiste più, è vero; esso è scomparso dai nostri costumi; ma esiste l′amico di casa, l′amico del marito o della moglie. La stessa varietà, del nome prova l′esistenza della cosa.

Non esiste più la modalità, ma esiste la sostanza; esiste lui, quel lui senza il quale la vita coniugale trascorrerebbe placida e tranquilla come un idillio; quel lui che dà vita ed interesse ai nove decimi della letteratura di tutti i paesi. Imperocchè, s′ha un bel credere al rinnovamento delle idee, alla trasformazione dei costumi, della società; ciò che si trasforma, ciò che si rinnova non è che la forma; il fondo resta sempre lo stesso. I vagheggini, che Orazio, nelle sue satire, mette in burla, i vagheggini che andavano al fòro, sotto i portici marmorei della basilica del divo Giulio, a far la corte alle belle matrone, non differiscono che nella forma dai galanti prelati che nel secolo di Leone X corteggiavano la bella Imperia o la dotta Tullia d′Aragona, o dai zerbinotti che ai tempi del Parini e del Goldoni, in marsina di velluto e calzoncini di raso, mormoravano sonettini e madrigali alle duchesse e alle marchese in guardinfante e capelli incipriati: nonostante la differenza della lingua, degli abiti, dei tempi, essi non fanno che coniugare lo stesso delizioso verbo, il verbo amare; e questo, presso tutti i paesi, come presso tutte le civiltà, si coniuga nella stessa maniera.

Laonde nessuno si meravigli se il cicisbeismo, a malgrado del suo lato ridicolo, potè allegramente prosperare per anni ed anni nei costumi italiani e, se a malgrado delle sferzate dei poeti, come il Parini, e dei commediografi, come il Goldoni [8] , potè contare tra le sue file uomini come Vittorio Alfieri, cioè, uno dei caratteri più fortemente temprati che abbia avuto il nostro paese. Però, ciò che nel caso dell′Alfieri, è materia d′osservazione, è questo: quando noi ci facciamo a ricercare le cause che fecero scomparire dalla società italiana il cicisbeismo, insieme all′apostolato morale e civile del Parini, noi troviamo quello dello stesso Alfieri. E non a torto; che, a far vergognare i nostri bisnonni di quella loro galanteria frivola ed insulsa, senza muscoli e senza sangue, contribuì potentemente l′Astigiano ispirando ai suoi compatriotti un odio contro tutto ciò che sapeva di cascante, d′effeminato. Ma se l′Alfieri scrittore fu la negazione del cicisbeismo, se nelle pagine delle sue opere non fece la più menoma concessione a quel sentimentalismo sdolcinato, che nella seconda metà del secolo decimottavo dilagò nell′arte, nella letteratura, nella vita, l′Alfieri-uomo, per tutta la sua gioventù, ed in parte anche nell′età sua matura, ne fu la più pura incarnazione. Egli fu per molti anni un cavalier servente, o come volgarmente si diceva, un bracciere, simile in tutto a quei marchesi e a quei conti incipriati, figurine leziose, insidiatori di talami ch′egli, nelle sue opere, disprezzava come cancrenosa fioritura d′un′Italia corrotta ed imbecille. Così l′autore del Panegirico a Traiano e del Principe e delle Lettere, il creatore d′un teatro dove la grazia è pensatamente e spietatamente sagrificata alla forza, nella vita intima non fu dissimile dai suoi contemporanei. E più tardi, quando scrisse la prima delle sue satire – il Cavalier Servente – egli certamente non doveva più ricordare le ore, anzi le giornate trascorse a prestare i suoi servigi alle signore, se nel creare la figura del suo protagonista fu, nel coprirlo di ridicolo, semplicemente feroce. Egli immagina il suo eroe già vecchio, ridotto quasi ad un′ombra di sè stesso, un cavaliere che non fa più ingelosire i mariti, i quali, anzi, lo tengono volentieri accanto alle loro mogli con quello stesso ufficio che nei serragli d′Oriente esercitano gli eunuchi:

Da ch′io, tornato in grazia coi mariti,

Son tra i serventi il cavalier decano.

Intronato l′orecchio dai garriti

Ch′io odo la sera dalla dolce dama,

M′alzo il mattino a nuovi oltraggi e liti:

E corro in fretta a lei, che nulla mi ama,

Ma un po′ mi soffre per velar gli astuti

Suoi raggiretti che torrianle fama.

Non gliela tolgo io, no, che dai canuti

Parenti suoi son giudicato degno

D′insegnarle del mondo le virtuti.

E ciò più fammi del suo amore indegno;

Ch′oltre all′esser maturo, esser concesso,

Frutto non son da femminile ingegno.

Ad ogni suo voler pronto e sommesso,

Mezza grazia appo lei così ritrovo:

Ma far mi tocca amari uffici spesso.

Ogni giorno mi nasce un dover nuovo;

Andar, venir, portar, cercar, condurre;

E sempre udirmi dir ch′io non mi muovo.

E guardi il cielse avvien ch′io ne susurre;

Tosto veggio infiammarsi in fuoco d′ira

Le non benigne a me pupille azzurre.

Ne già il mio cor per lei d′amor sospira:

Ma il mio decoro vuol che alla più bella

Io serva, e l′ozio innato a ciò mi tira.

Fra me bestemmio la mia fera stella:

Ma non gli altri, orgoglioso di mia sorte,

Braccier mi vanto dell′amorbatella [9] .

Lo spettacolo di questa grottesca figura nauseava e inaspriva l′animo del poeta, il quale usciva in questa violenta apostrofe, che andava a colpire lui stesso in pieno petto:

Tu sei d′Italia un speziale augello:

Non ch′oltre l′alpi il marital costume

S′abbia tra′ ricchi più securo ostello;

Ma il lungo inveterar nel tenerume

Che indoppia il servaggio in cui si nasce,

Pur troppo è italico marciume.

Nostro è il morir d′anni sessanta in fasce ;

E, ormai sdentati, balbettar d′amore;

E averne, scevre dei piacer, le ambasce.

Ma, dal cospetto mio vattene fuore,

O tu ch′effetto sei più che cagione,

Dall′odierno italian fetore.

Ma da codesto lato intimo la figura del grande scrittore tragico non è stata che superficialmente studiata. L′Alfieri stesso nella sua Vita non parla dei suoi amori che in modo assai riservato, con frasi generali, con parsimonia di particolari e assenza completa di nomi. Tormentato, nella sua età matura, da un desiderio quasi feroce di gloria, egli metteva ogni suo studio per presentarsi ai posteri nel paludamento dei semidei, o per lo meno degli eroi. Tutto ciò che gli ricordava le debolezze dell′uomo, le miserie della carne, l′irritava; laonde nel racconto delle sue avventure l′amore non fa capolino che per incidenza e per fargli sentire il peso del suo disprezzo.

Non l′assorbe, non gli strappa parole di lode e d′ammirazione che quando la sua tiranna si chiama la contessa d′Albany; un amore, questo, che non lo distraeva dalla sua idea fissa, dal suo desiderio predominante, ch′era anche il tormento della sua esistenza, quello, cioè, di vivere nella memoria dei posteri. Poichè, come egli stesso scriveva, invece di ritrovare nella d′Albany, come in tutte le donne volgari, un ostacolo alla sua gloria, un disturbo alle utili occupazioni ed un rimpicciolimento di pensieri, egli vi ritrovava sprone e conforto ed esempio ad ogni bell′opera [10] .

Già il sentimento dell′arte non si svegliò in lui che durante uno di quei servizi che l′amore della dama imponeva al cavalier servente. Ricco, di famiglia patrizia, giovane, adoratore di donne e di cavalli, dotato d′un′istruzione superficiale, troppo superficiale, per quanto istruzione possa chiamarsi quella ricavata da affrettate letture di romanzi e d′altri libri piacevoli, egli corteggiava, o, come allora si diceva, egli era il bracciere d′una signora torinese, di nascita distinta, di otto o nove anni più attempata di lui, non molto bella, ma dotta nell′arte d′amare. Cominciò quell′amore piuttosto come un capriccio, anche perchè l′Alfieri non stimava quella signora; « poi – sono sue parole – credendo come un mentecatto al di lei immenso amore per me a poco a poco l′amai davvero e mi c′ingolfai infino agli occhi ». Rinunziò a tutto, ai divertimenti, agli amici, persino agli adorati cavalli. Il suo servizio galante era divenuto quasi facchinesco; incominciava alle otto del mattino e terminava alle dodici della sera. La dama porgeva la sua capellatura alle sapienti mani d′un parrucchiere? L′Alfieri doveva dare il suo avviso sul collocamento d′un ricciolo o sulla ripiegatura d′una treccia. La dama doveva scegliere un abito? Ed ecco lì l′Alfieri a dare il suo dotto e motivato responso sui colori e sul tessuto. Al passeggio, alla chiesa, alle visite, al teatro, in campagna, si capisce, era sempre lui che doveva accompagnare la dama. Com′era nel vero il Goldoni che chiamava i cavalieri serventi: i martiri della galanteria!

Ma, per ritornare all′Alfieri, nel gennaio del 1774, essendosi la sua dama ammalata (serbiamo un prudente silenzio sulla natura del male), e richiedendo lo stato della signora ch′ella stesse in totale riposo e silenzio, fedelmente il nostro futuro grand′ uomo le stava ai piedi del letto seduto per servirla... In una di queste poco divertenti sedute “egli, mosso dal tedio, dato di piglio a cinque o sei fogli di carta „ cominciò così a caso e senza piano nessuno, a schiccherare una scena, non si sa, se di tragedia, o commedia, se d′un solo atto, o di cinque o di dieci [11] „.

Era il primo passo che l′Alfieri faceva nell′arte, e lo faceva (vedano i signori lettori la singolarità del caso!) fra uno sbadiglio e l′altro della sua vita galante. Del suo romanzo con la d′Albany (egli lo chiamava il suo quarto ed ultimo amore), il poeta, nella Vita, non parla che in termini generali, e sebbene ne fosse piena tutta l′Europa, pure dalla penna non gli cadde mai, nemmeno una sola volta, il nome della dama; ma è certo che se a quella sua passione avesse consacrato tre o quattro capitoli della sua auto-biografia, avrebbe fatto cosa piena d′interesse. Le sue relazioni con la moglie del principe Carlo Edoardo Stuart, sebbene fossero modellate sullo stampo delle relazioni amorose di quel tempo, pure differivano da queste per spirito cavalleresco anzi donchisciottesco ch′egli vi portò. Non si trattava, come allora era di pratica, di trovarsi a tutte le ore accanto alla signora, sia che questa si acconciasse i capelli, sia che dovesse scegliere le piume del cappello o le stoffe degli abiti, sia che ricevesse, o si recasse al passeggio, in chiesa, o al teatro. Carlo Edoardo Stuart, che ingiuriava e bastonava la moglie, non rassomigliava punto ai mariti italiani di quel secolo; tollerava bensì che l′Alfieri fosse il bracciere della moglie, ma questo servizio circondava di cento limitazioni o sorvegliava con occhi d′Argo. Lo stesso Alfieri, in una anacreontica [12] , ci descrive il modo circospetto col quale era costretto d′amoreggiare con la signora. È un quadretto settecentista: la scena è in un elegante salotto rococò; accanto al camino, ampio, di marmo, siedono sopra dorati seggioloni il conte, la contessa e il poeta. La conversazione in tre, com′è naturale, langue; Carlo Edoardo è preso dal sonno:

Felice me! propizio

Par che m′ascolti il Nume [13] ;

Vacilla il capo debile,

Reggersi invan presame.

Sul petto il mento labile,

Ecco cade, e ricade;

In braccio al sonno giacesi

La già canuta etade.

Già dai begli occhi fulgidi,

Negri, amorosi, ardenti,

Bere il velen piacevole

Io posso a sorsi lenti:

E già sento, che tacito

Serpeggia entro ogni vena;

N è il labro oso disciogliere,

Cotanto l′alma ho piena...

Ma, ohimè ! che veggo? ei svegliasi !

Appena era sopito:

E a terra io deggio affiggere

L′occhio che sol fu ardito...

Bisogna però aggiungere che l′Alfieri non fu soltanto il cavalier servente della Stolberg-Gedern; fu anche il paladino di una dama oppressa. Come si vede, in questo serventismo alfieriano c′entrava un zinzino di cavalleria antica. E veramente gli amori dell′autore del Saul con la d′Albany sono come un′eco di romanzo cavalleresco. Di questa passione dell′Alfieri assai poco, e in modo frammentario, fu scritto in Italia sino a poco tempo fa. Certo, se il grande astigiano avesse potuto scuotere il marmo del sepolcro che la sua amica, con munificenza reale, gl′innalzò per mano d′Antonio Canova in Santa Croce di Firenze, e avesse potuto vedere se non l′oblio, l′indifferenza con che i suoi compatriotti avevano circondato la memoria di colei per la quale egli aveva sperato l′immortalità di Beatrice Portinari e di Laura de Noves, sarebbe rimasto dolorosamente sorpreso. Però, in questo stesso anno in cui scriviamo (1902), il signor Emilio Bertana ha consacrato all′Alfieri una elaboratissima opera [14] , dove la figura della contessa d′Albany trovasi se non amorosamente, certo assai largamente lumeggiata; poichè il signor Bertana ha voluto essere verso l′amica del poeta più che un sereno biografo, un giudice istruttore acre e fegatoso. Ma forse la colpa non è tutta dello scrittore, e un po′ forse, ed anche senza forse, ce la deve avere avuta la stessa signora, la quale fece la sciocchezza di morir vecchia. Se avesse avuto l′accortezza di morir giovane, in pieno romanzo alfieriano, forse oggi si sarebbe più indulgenti, oh! molto più indulgenti, verso di lei; si frugherebbe meno maliziosamente nel suo carteggio per trasformare in corpo di reato anche i bigliettini più innocenti, si metterebbe in maggiore evidenza la grossolanità e l′ubbriachezza del marito per scusare o magari per giustificare il suo amore per l′Alfieri... Se Francesca da Rimini fosse sopravvissuta lungamente alla sua ferita, se Bice Portinari non fosse morta fanciulla e Laura de Noves ancora giovane, se di tutte queste deliziose figure di donne innamorate ci fosse pervenuta la cronaca della loro tarda età insieme ai ritratti sforniti d′ogni linea aggraziata, d′ogni profumo di bellezza e di gioventù, oh, il mondo come oggi sarebbe meno gentile, meno cavalleresco verso la loro memoria! E la contessa d′Albany, che sopravvisse ventanni al suo amico, che non aspettò nemmeno la morte di lui per dargli, nel suo cuore abbastanza stagionato, un successore, si presenta alla posterità con un bagaglio poco simpatico perchè oggi possa essere giudicata con indulgenza...

All′incontro, miglior fortuna ebbe all′estero la memoria dell′amica del gran poeta italiano: in Germania il barone Alfredo di Reumont, studiosissimo delle cose italiane, le consacrò un lungo ed accurato studio [15] ; in Francia, gliene consacrò un altro il Saint-Renè Taillandier [16] ; in Inghilterra, un terzo la signora Vernon Lee [17] . In fine, di recente, in Francia, il sig. L. G. Pélissier pubblicò in un grosso volume [18] il carteggio della contessa: un carteggio assai prezioso, ma che nessuna luce getta sulla vita dell′Alfieri e sulle relazioni del poeta con la sua amica, poichè non contiene che lettere scritte a quest′ultima, tra il 1806 e il 1824, dai suoi varii corrispondenti. Avendo però saputo che il signor Pélissier aveva potuto esaminare le carte della d′Albany depositate al museo Fabre di Montpellier, gli domandammo schiarimenti sulle carte stesse nella speranza che un pò di luce potesse trarsene per le vicende amorose della contessa e del poeta, ma avemmo, in risposta, la seguente lettera:

" Montpellier, 7 mai 902.

" Monsieur,

Le prof. Mazzatinti a complètement explorè et publiè le fond Alfieri de la Bibliothèque-Musèe Fabre, et je crois qu′il ne reste pas trois lignes inèdites de sa main. Pour ma part, je me suis occupè surtout de son amie, comtesse d′Albany, et de l′ami de celle-ci F. X. Fabre. Je viens de publier un gros livre de lettres adressèes à madame d′Albany, et j′ai sous presse les lettres de la même dame [19] . En somme, tout le fond Alfieri de Montpellier a èté publié, et il n′y reste plus d′inédit. (C′est à mon bien vif regret, car j′aurais été heureux de pouvoir vous communiquer quelque pièce inèdite et intéressante : il y a quelque semaine j′ai donne au Bollettino Subalpino quelque document còtoyant Alfieri.

Il ne reste pas une seule ligne d′une seule lettre d′amour d′Alfieri à la comtesse et vice-versa: tout a été brulé par la comtesse ou, à la mort de P. X. Fabre son hèritier, par l′exècuteur testamentaire de celui-ci, Gauche ».

*

*       *

Chi era la contessa d′Albany?

Luisa Carolina Emanuella di Stolberg-Gedern nacque a Mons, nel Belgio, il 20 settembre 1752 dal principe Gustavo Adolfo di Stolberg-Gedern, generale al servizio dell′imperatrice Maria Teresa d′Austria, e da una principessa della casa

d′Hornes, nelle vene della quale scorreva il sangue di quel Roberto Bruce, che nei secoli di mezzo aveva dato parecchi re alla Scozia. Il principe di Stolberg-Gedern essendo rimasto ucciso alla battaglia di Leuthen, dove il grande Federico aveva disfatto l′esercito austriaco comandato dal principe di Lorena e dal maresciallo Daun, Maria Teresa prese sotto la sua protezione la vedova del generale con le sue quattro figliuole. Alla prima assegnò una pensione, e le altre nominò graziosamente canonichesse, Esistevano allora nel Belgio austriaco taluni monasteri di donne, assai ricchi, le cui rendite insieme ai titoli d′abbadesse o di canonichesse si assegnavano a giovinette di nobile famiglia e spesso anche di sangue reale o imperiale: se non che quelle giovani abbadesse e giovani canonichesse, cingendo il soggolo claustrale, non facevano voto di rinunziare al mondo; e quindi se si presentava l′occasione d′un buon matrimonio, lasciavano volentieri il monastero per riprendere il loro posto nella società.

Così, dunque, Luisa di Stolberg-Gedern, come le sue sorelle, fu canonichessa, a sedici anni, nel monastero di Sainte-Vandru, la cui abbadessa era nientemeno che la principessa Anna Carlotta di Lorena, sorella dell′imperatore Francesco e cognata dell′imperatrice Maria Teresa. La giovinetta era leggiadra, e se per la nascita e il nome era tedesca, poteva dirsi francese per la grazia e lo spirito. Aveva già i suoi adulatori, i quali, tra un complimento e l′altro, le dicevano che lasciando le bende monacali avrebbe certamente cinto una corona, poichè essa era degna di regnare.

Non visse molto la leggiadra canonichessa in quel monastero; ed infatti, una bella mattina dell′agosto del 1771 sua madre, la principessa di Stolberg-Gedern, venne precipitosamente a ritirarla dal convento, e non meno precipitosamente la condusse a Parigi, senza che di quel ritiro e di quel viaggio ne fosse stata informata l′imperatrice. Che era avvenuto? Una cosa che nella politica di quei tempi non era che un semplice fatto di cronaca spicciola. La Francia, per combattere l′Inghilterra, questa sua vecchia nemica, aveva bisogno della mano di quella giovinetta.

Qui, naturalmente, occorre una spiegazione.

Come si sa, la rivoluzione inglese del 1688 aveva detronizzato gli Stuardi a favore degli Orange. La famiglia reale detronizzata non vagò per l′Europa per riempire dei suoi lamenti le corti, ma fu con ostentazione fastosa accolta ed ospitata in Francia, dove alla politica battagliera di Luigi XIV doveva servire come una specie di spauracchio contro il nuovo ordine di cose instaurato oltre Manica. Giacomo II, il re fuggiasco, visse, con gli onori sovrani e Foro francese, nel castello di San Germano posto a sua disposizione; nè con meno ostentata munificenza fu ospitato il figlio di lui, Giacomo III, nella speranza di poterlo, un giorno, mettere alla testa d′un esercito di sbarco sulle coste inglesi.

Anzi, quella speranza parve che fosse raggiunta, quando, nel 1745, il primogenito del re esule, il principe Carlo Edoardo, un bello e baldo giovine di venticinque anni [20] , sbarcò sulle coste della Scozia, ove gli Stuardi avevano lasciato ardenti simpatie. Egli non aveva portato seco che soli sette compagni, mille e duecento fucili, mille ottocento sciabole e cinquanta mila franchi. Ma che importava? Quella era un′avventura da romanzo; e così fu condotta, e così, più tardi, doveva essere descritta da sir Walter Scott in uno di quei suoi meravigliosi racconti, che formarono la delizia di tutta una generazione di lettori. I montanari scozzesi accolsero a braccia aperte il principe; un esercito fu subito posto insieme, e con questo Carlo Edoardo, o, come allora si diceva, il Pretendente, il 2 ottobre di quell′anno stesso, nella pianura di Preston-Pans, sconfisse completamente l′esercito inglese comandato dal generale Cope. Quella vittoria trovò un′eco di simpatia in tutti i cuori, specie femminili; il principe acquistò subito le proporzioni fantastiche d′un personaggio da leggenda; a Parigi come a Berlino, a Vienna come a Milano, a Roma, non si facevano che voti per lui: lo stesso grande Federico trovava che quel giovane era proprio tagliato nella stoffa dei capitani celebri. La fortuna gli sorrideva; se non che, questa, a un tratto, si stancò di lui e l′abbandonò, proprio nel momento in cui tutta l′Europa lo riteneva alle porte di Londra. Incontratosi il 27 aprile 1746, a Culloden, con l′esercito inglese, egli rimase completamente sbaragliato.

Rimasto senza esercito, senza amici, senza denari, egli si sottrasse alle ricerche dei vincitori con la fuga, una fuga romanzesca, come era stata romanzesca tutta la vita che in quei mesi egli aveva menato in Iscozia. Errò di monte in monte, di valle in valle, passando le notti nelle caverne o in qualche capanna di boscaiuolo; poi, sempre più stretto dai soldati inglesi, passò nelle Orcadi, ove stette nascosto qualche tempo nutrendosi di radici o di pochi pesci salati. Allora una grande pietà, un′immensa pietà si levò da un capo all′altro d′Europa per quel giovane principe errante ed infelice. Lo stesso Voltaire, che aveva ghignato per Giovanna d′Arco, la gloriosa fanciulla d′Orléans, trovò, in una sua poesia, accenti ispirati per le sventure del pronipote di Maria Stuarda; infine, tutte le trepidazioni cessarono: il principe aveva potuto sfuggire all′inseguimento dei suoi nemici e raggiungere il suolo ospitale della Francia, dove venne ricevuto come un eroe non solo dalla popolazione, ma anche dalla Corte.

Quel tripudio, però, fu di breve durata. La politica, già si sa, non ha cuore; essa non è che una calcolatrice, una fredda calcolatrice. Con la pace d′Aix-la-Chapelle, Luigi XV aveva preso impegno con l′Inghilterra di bandire gli Stuardi dalla Francia. Giacomo III aveva già, trasportato i suoi penati a Roma; a Parigi non restava che il principe Carlo Edoardo, al quale fu comunicato l′ordine di sfratto, ma con molto garbo, poiché gli s′ingiungeva di fissare il suo soggiorno a Friburgo, in Isvizzera, dove la Francia avrebbe continuato a pagargli la pensione. Ma il principe rispose ai ministri francesi che non l′avrebbero mandato via da Parigi che con la forza. Si cercò ancora di mandarlo via con le buone, ma fu inutile: Carlo Edoardo, per altro, minacciava che avrebbe fatto saltare le cervella a chi gli avesse posto le mani addosso; ed egli andava ostensibilmente armato di pistole. Era, per altro, sostenuto dall′opinione pubblica informata ad un sentimento di cavalleria tanto naturale nell′animo dei francesi. Si trovava estremamente odioso il dire ad un uomo che sino al giorno innanzi s′era accarezzato, festeggiato: adesso che non servite più alla politica della Francia, fatemi il piacere di levarvi dai miei piedi! Lo stesso Delfino, il padre di colui che doveva poi essere il disgraziato Luigi XVI, perorò la causa di lui presso il re e i ministri ; ma la ragione di Stato s′imponeva. Il principe, intanto, s′era barricato in casa e diceva che vi avrebbe sostenuto un assedio, come Carlo XII di Svezia aveva fatto a Bender. Il governo parve che si stancasse di quella ostinazione e non si fece più vivo. Allora il principe, sebbene con molte precauzioni, uscì di casa.

La sera del 10 dicembre 1748 il Pretendente lasciò insieme a due gentiluomini inglesi il suo alloggio, e, in carrozza, si recò allo spettacolo dell′Opera. Non appena mise il piede a terra, ecco farglisi innanzi il signor Yandreuil, maggiore nelle guardie, il quale gli disse che aveva ricevuto l′ordine d′arrestarlo; nello stesso tempo sei agenti di polizia gli si gettano addosso, gli tolgono le pistole, lo legano con un cordone di seta, lo cacciano dentro una vettura di rimessa, che via di galoppo conduce principe ed agenti al forte di Vincennes.

Quell′operazione di polizia fu condotta con tale rapidità che il pubblico non apprese l′arresto e la prigionia del principe che il giorno dopo. Anche questa volta l′opinione pubblica prese le difese di Carlo Edoardo; e il governo per calmarla – si vede che anche allora, in un governo ancien regime, l′opinione pubblica valeva qualche cosa – fece correre la voce che il padre del principe, Giacomo III, o, come semplicemente lo chiamavano, il cavaliere di San Giorgio, avesse scritto una lettera al figlio esortandolo a secondare i desideri del re di Francia. Ma Giacomo III fosse, o no, d′accordo con Luigi XV, è certo l′opinione pubblica rimase ostile al governo, e quando, poco dopo, s′apprese che per far cosa grata alla perfida Albione l′eroe di Culloden, sotto una forte scorta di gendarmi, era stato tradotto alla frontiera svizzera, a Parigi corsero i seguenti versi:

Peuple jadis si fier, aujourd′hui si servile,

Des princes malheureux vous n′êtes plus l′asile.

Vos ennemis, vaincus aux champs de Fontenoy,

A leurs propres vainqueurs ont imprimé la lois.

Hélas! Avez-vous donc couru tant de hazards

Pour placer une femme au trône de Césars,

Pour voir l′heureux Anglais, dominateur de l′onde,

Voiturer dans ses poches tout l′or du nouveau monde

Et le fils de Stuart, par vous même appelé,

Aux frayeurs de Brunswick, lâchement immolé?

Dopo questa sua rumorosa espulsione dalla Francia, il principe rientrò nell′ombra. Per parecchi anni non si parlò più di lui; si sapeva soltanto che ramingava per la Svizzera, pel contado pontificio d′Avignone, per le Fiandre; qualcuno aggiungeva d′averlo incontrato in Ispagna, altri, sotto falso nome, in Inghilterra. Si sapeva di vero questo: che una donna, un′ammirabile donna, ammirabile sopratutto per la sua devozione e il suo coraggio, accompagnava, seguiva dappertutto, come l′ombra il corpo, il giovane principe. Era miss Clementina Walkinshaw, figlia d′uno di quei fedeli scozzesi che avevano di padre in figlio seguiti gli Stuardi nell′esilio. Il principe s′era imbattuto in lei in Iscozia, il domani della battaglia di Preston-Pans, quando tutti gli animi degli scozzesi volavano a lui in un amplesso d′amore. Figurarsi come doveva volare a lui quello di miss Walkinshaw, giovane, bella, devota sin dall′infanzia alla causa degli Stuardi! I due giovani si videro, s′amarono ed unirono, i loro destini; furono insieme nelle feste come nelle entrate solenni nelle città scozzesi, nei combattimenti come nelle fughe. Poi, per deviare le ricerche degli inseguitori, si divisero, ma non appena il principe mise il piede sul suolo della Francia, ella andò a raggiungerlo. La loro unione non era stata benedetta dalla Chiesa, ma il pubblico che avvolgeva d′un caldo alito di simpatia quella coppia innamorata, riteneva che fossero marito e moglie. La giovane miss seguì Carlo Edoardo fuori di Francia, e, nel 1753, a Liegi, ella mise al mondo una bambina; di qui proteste, recriminazioni da parte degli intimi del Pretendente, i quali non sapevano comprendere come il principe non pensasse di procurarsi un erede mediante un matrimonio degno del suo grado. Si sospettò che miss Clementina vendesse i segreti del partito al governo inglese, anche perchè la sorella di lei faceva parte della casa della principessa di Galles. Questi ed altri motivi, specie l′ubbriachezza a cui da qualche anno s′abbandonava Carlo Edoardo [21] , resero questi indifferente ai suoi antichi partigiani, i quali, prima di voltargli le spalle, tentarono presso di lui un ultimo tentativo. Inviarono presso il principe uno dei loro, il signor Mac-Namara, irlandese, con l′incarico d′esigere dal Pretendente che cacciasse via di casa miss Walkinshaw e rinunziare… ad ubbriacarsi. S′ignora che cosa rispondesse il principe a quest′ultima intimazione, ma all′altra rispose nobilmente, fieramente: – “Io non riconosco in alcuno il diritto di mescolarsi nei miei affari privati. Io non caccerò mai di casa miss WalkinshaW!„ Mac-Namara, colpito dall′ostinazione del principe, prima di ritirarsi, gli disse –«Monsignore, quale orribile delitto ha dunque commesso la vostra famiglia per attirarsi in tal modo, di generazione in generazione, la collera di Dio? ». Se non che, più tardi, nel luglio del 1760, questa rottura, tanto desiderata dai partigiani di Carlo Edoardo, avvenne in un modo inaspettato; la stessa signora Walkinshaw abbandonò segretamente il principe insieme alla figlia ed andò a stabilirsi a Parigi. La causa di questo abbandono rimase oscura: vi fu chi pretese che il principe, il cui carattere violento s′era inasprito nella sventura, si lasciasse trascorrere contro la sua compagna ad atti di brutalità; altri pretese che il padre e la madre non andassero d′accordo sull′educazione da darsi alla figlia, poiché mentre l′uno voleva che restasse presso di sè, l′altra voleva che entrasse in un monastero. È certo però che non appena miss Walkinshaw fu in Francia, implorò la protezione di quelle autorità e collocò la figliuola in convento.

Fu questo per il principe un colpo terribile: abbandonato dalla donna che da quindici anni viveva al suo fianco, privo delle carezze della figlia, disprezzato dai suoi partigiani, la solitudine gli riuscì odiosa; divenne irrequieto, furioso, e, per istordirsi, bevve più di prima. In breve, divenne ributtante, e la sua ubbriachezza, come la sua brutalità, non furono più un mistero per alcuno. Nel 1766, morto il padre, che a Roma teneva una corte lilipuziana, lasciò il Belgio ed andò a stabilirsi nella Città Eterna, dove un suo fratello cadetto, il principe Enrico di York, era stato assunto al cardinalato. A Roma non cambiò abitudini; continuò ad ubriacarsi non solo, ma a picchiare i suoi servi ed anche quei pochi gentiluomini che di tanto in tanto andavano a visitarlo. Non è più l′eroe di Preston-Pans, ma un abbrutito. Un giorno da quella vita sciagurata fu tratto da un dispaccio misterioso del duca di Choiseul, ministro degli affari esteri di Francia; fece attaccare la sua berlina e partì frettolosamente per Parigi. In quel momento pareva che la sua persona fosse necessaria alla politica francese: difatti, trovandosi Luigi XV in guerra con la Gran Brettagna, il duca di Choiseul aveva ideato insieme al maresciallo di Broglie di fare sbarcare sulle coste inglesi un corpo di truppe francesi sotto gli ordini del Pretendente. Il principe arrivò e vide il ministro: questi gli raccomandò di ritornare la sera, alle nove, al ministero, ove col maresciallo avrebbero discusso il piano di sbarco. Venuta la sera, il ministro e il maresciallo aspettarono un′ora, due ore; poi, visto che il principe non si faceva vivo, il Broglie si licenziò dal duca; ma sulle scale s′imbattè appunto in Carlo Edoardo, che saliva; rientrò con lui nel gabinetto del ministro, ma il principe non potè sostenere nemmeno l′ombra d′una discussione. Era ubbriaco fradicio.

Il governo francese capì che uno sbarco in Inghilterra sotto la direzione di quell′uomo lì sarebbe stato semplicemente impossibile; e non ne parlò più.

L′anno seguente – correva l′agosto del 1771 – Carlo Edoardo si trovava a Siena quando fu chiamato nuovamente a Parigi, e questa volta non dal duca di Choiseul, ma dal duca di Aiguillon, che nel frattempo era succeduto all′altro nel ministero degli affari esteri. Il principe si recò immediatamente a Parigi se non che, alle prime parole che scambiò col ministro capì che non si trattava più di stendere un piano di sbarco in Inghilterra. Si trattava, come vedremo subito, di tutt′altro; ma la politica come sempre, c′entrava per qualche cosa.

CAPITOLO II.

Carlo Edoardo e Luisa di Stolberg.

I primordi della « Grande Passione ».

Quando il principe si fu seduto accanto al duca, questi gli disse:

– Monsignore, la Francia ha pensato di darvi moglie.

– A me?

– Precisamente.

– Ma se ho cinquantanni suonati!... E poi… e poi... Chi volete che sposi un uomo rovinato... ammalato?

– Non importa; noi vi abbiamo destinato in isposa un′adorabile creatura... È bionda, bella, giovane... Figuratevi, non ha che diciotto anni... È di una famiglia illustre e da parte della madre discende dal vostro Roberto Brace... Non è ricca, ma alla dote penserà la Francia, la quale ha interesse che il Pretendente inglese abbia un erede... Voi lo sapete, Monsignore... La Francia ama di mettere, di tanto in tanto, qualche bastone fra le gambe dei suoi vicini d′oltre Manica.

– E la sposa si chiama?

– Luisa di Stolberg-Gedern... Presentemente è una semplice canonichessa nel convento di Sainte-Yandru, nel Belgio.

– Ma vorrà sposare un vecchio?

– Non dimenticate, monsignore, che voi siete l′eroe di Preston-Pans e di Culloden!

Come s′intende, il viaggio della vedova del principe di Stolberg-Gedern a Parigi non era stato estraneo a siffatte trattative di matrimonio. La giovine canonichessa, sebbene non conoscesse di persona il Pretendente, pure non lo respinse; e del resto, perchè avrebbe dovuto respingerlo? Perchè era vecchio? Ma insieme ai suoi acciacchi le si offriva un regno, un regno, in verità, molto problematico, ma un regno, anche in partibus, esercita sempre una grande attrattiva sulla fantasia d′una giovinetta. Luisa di Stolberg sapeva che il padre dello sposo, a Roma, durante la sua non breve dimora in quella città, aveva ricevuto gli onori dovuti al suo titolo di re d′Inghilterra, di Francia e di Irlanda... Sicuro, anche re di Francia, poichè questo era un titolo che alla corona inglese aveva assicurato la vittoria d′Anzicourt. Ma era vecchio, era ubbriacone, era brutale questo principe che la losca politica di Luigi XV e dei suoi ministri buttava fra le braccia di una fanciulla. Che importava? Un soffio di fresca giovinezza, un raggio di sole, lo avrebbe fatto rinascere, lo avrebbe rigenerato. Perchè non credere ai miracoli, specie se il taumaturgo, come nel nostro caso, prendeva le forme di una giovane graziosa e piena di spirito ?

La Francia, per non destare i sospetti della sua rivale, volle che il matrimonio si celebrasse quasi segretamente, lontano dai rumori di Parigi, in un cantuccio tranquillo e quasi ignorato d′Italia, a Loreto. La principessa di Stolberg-Gedern insieme all′ex-canonichessa, si avviò allora alla volta di Venezia; di qui, per mare, andò ad Ancona. Il principe, intanto, s′era andato ad installare a Macerata, dove la nobile famiglia Compagnoni - Marefoschi aveva posto a sua disposizione il proprio palazzo. Il matrimonio fra quel principe vecchio, ubbriacone, violento, e quella giovinetta bionda e bella venne celebrato nella Santa Casa di Loreto, in mezzo allo sbocciare delle rose della primavera italiana, il 17 aprile 1772, giorno in cui cadeva il venerdì santo di quell′anno. Monsignor Peruzzini, vescovo di Macerata e Tolentino, benedisse le nozze e pronunziò un′omelia. Sebbene quell′unione si celebrasse quasi segretamente, alla presenza di pochi intimi, pure Carlo Edoardo volle fare mostra di tutti i suoi titoli. Lo sposo non era il conte d′Albanie [22] , come egli comunemente si faceva chiamare, ma sibbene Sua Maestà Carlo III, re d′Inghilterra, di Francia e d′Irlanda, e difensore della fede; e quando, finita la cerimonia nuziale, egli, con passo meno pesante del solito, diede il braccio alla sposa, questa non era più la canonichessa di Sainte-Vandru, ma Sua Maestà, la regina Luisa d′Inghilterra. Con tali leggende, in latino, furono coniate due medaglie d′oro portanti l′una l′effigie del marito, l′altra quella della moglie.

Celebrata la Pasqua a Macerata, gli sposi, a piccole giornate, si avviarono a Roma, dove ebbero un′accoglienza trionfale. Il Pretendente, che in quei giorni brigava presso la Santa Sede per ottenere il riconoscimento dei suoi titoli regi, che, per altro, a suo padre, Giacomo III, erano stati riconosciuti da Clemente XI, aveva disposto le cose in modo fastoso: la carrozza reale, tirata da sei cavalli riccamente bardati era preceduta da quattro battistrada a cavallo e seguita da due vetture in una delle quali stava il cardinale d′York, fratello dello sposo. Sul loro passaggio, in piazza del Popolo, al Corso, in piazza Venezia, faceva ala una folla immensa, curiosa di conoscere quel re in miniatura e quella regina che la fama decantava di una bellezza meravigliosa. Quando scesero dinanzi al palazzo Muti, in piazza dei Santi Apostoli, il popolo applaudì. In quel palazzo andava ad abitare la donna, che i romani per tanto tempo chiamarono con una punta d′ironia la regina dei dodici Apostoli.

Il domani del suo arrivo, Carlo Edoardo notificò al Segretario di Stato che erano arrivate a Roma le LL. MM. il re e la regina d′Inghilterra, s′intende, quelle in partibus; ma l′eminentissimo Segretario di Stato fece finta di non capire, ed incestinò la lettera [23] . Non si era più ai tempi di Giacomo III, quando questa parodia di re, passando dinanzi alle caserme pontificie, aveva presentate le armi, mentre le trombe squillavano e i tamburi rullavano.

Sebbene a palazzo Muti, con la contessa d′Albany, fossero entrati lo spirito, la beltà e la giovinezza, pure non vi entrò l′allegria. Quelle due Maestà Reali, che pretendevano d′essere trattate come tali, non solo dal loro seguito, ma anche dai loro visitatori, s′erano quasi subito creato intorno a loro un grande vuoto; le principesse e le duchesse del patriziato romano, come i cardinali e i prelati della Corte pontificia, non potevano varcare il portone di Palazzo Muti senza che prima non avessero risoluto un′importante questione di etichetta: il che non era facile, visto e considerato che il pontefice per i begli occhi della principessa non voleva procurarsi delle noie con l′Inghilterra. Laonde si viveva con una certa riserva, che accresceva la musoneria di quella piccola corte. Lo svizzero Bonstetten, che la frequentò, la descrive così: “Fanno parte di quella società tre o quattro gentiluomini con le loro signore, amici fedeli a cui il Pretendente narra la sua campagna di Scozia. La regina, di statura media, è bionda, con occhi d′un azzurro assai scuro [24] ; ha il naso leggermente rialzato e la sua pelle è di una bianchezza abbagliante come quella di una inglese. La sua fisonomia, amabile e viva, ha qualche cosa di malizioso e di provocante„ [25] . Con le persone con le quali conversa, aggiungeva il Bonstetten, «ride volentieri, e il suo riso è argentino, schietto, e quando il re suo marito narra gli stratagemmi mediante i quali, dopo la battaglia di Culloden, potè sfuggire ai suoi nemici, la sua attenzione è viva e simpatica ». Ma a lungo andare, quei racconti finirono col puzzare maledettamente di rancido; non solo i gentiluomini ammessi nell′intimità della famiglia, ma anche i camerieri, gli staffieri, i cocchieri, il portinaio sapevano in tutti i loro particolari le vicende della campagna del 1745-46. La regina ne doveva averne fino alla punta dei suoi biondi capelli. Essa s′annoiava e sbadigliava. All′incontro, fuori di Palazzo Muti, nelle vie come nei palazzi della Città Eterna, la vita vibrava in tutta la sua energia, specie durante quei famosi carnevali romani che godevano una riputazione mondiale. In quei giorni, poi, Roma non si divertiva soltanto: si trattava di sopprimere l′ordine dei Gesuiti, e gli occhi di tutta Europa erano fissi su di lei. Gli ambasciatori di Spagna e di Francia che stavano alla testa di quel movimento anti-clericale, aprivano le sale dei loro palazzi a ricevimenti splendidi, fastosi, rallegrati dalla bellezza delle dame romane. Ilpalazzo Simonetti, al Corso, dove abitava il cardinale di Bernis, ambasciatore del re cristianissimo, era una specie di palazzo incantato: signore e signori, cardinali e uomini di lettere, abati galanti ed artisti di grido, vecchi diplomatici e giovani segretari d′ambasciata vi si recavano per farsi ammirare, per annodare o sciogliere una relazione amorosa, per ordire un intrigo politico, per assistere ad un′accademia o alla recita d′una tragedia di Voltaire o d′un dramma del Marmontel. Lo stesso ambasciatore, sebbene fosse principe di Santa Madre Chiesa, pure smetteva di dettare una nota sulla necessità di sopprimere la Compagnia di Gesù per scrivere un bigliettino amoroso alla principessa di Santa Croce, a cui faceva una corte spietata ed anche parecchio scandalosa. La politica e l′amore, in quel palazzo, andavano a braccetto. Come Luisa d′Albany avrebbe volentieri preso parte a quei ricevimenti, a quei balli, a quelle conversazioni!... Come nella gioia degli altri avrebbe dimenticato la propria noia! Ma essa era la regina d′Inghilterra, di Francia e d′Irlanda, e non poteva portare il suo sorriso, il suo spirito in una società che non voleva riconoscerle altro titolo da quello infuori di semplice moglie di un Pretendente.

Il marito, però, non trovava il tempo di annoiarsi; egli si ubbriacava. Se non che, verso la fine del 1774, egli si decise di lasciar Roma. Il Pontefice, avendo stabilito di celebrare nell′anno seguente il giubileo, Carlo Edoardo capì che non avrebbe potuto prendere parte alle cerimonie religiose dell′Anno Santo che come semplice conte d'Albanie; la qual cosa, per un discendente di tanti re, sarebbe stato un disonore. E con la moglie andò a stabilirsi a Firenze.

Quivi egli intavolò trattative con la Corte granducale perchè gli fosse riconosciuto il suo titolo regio; ma il granduca Pietro Leopoldo, che per via del suo porto di Livorno voleva tenersi amici gli inglesi, gli fece rispondere che egli non conosceva che un solo re d′Inghilterra e precisamente quello che in quel momento regnava a Londra. Carlo Edoardo, come a Roma, dimenticò il rifiuto nel vino. Non andava a teatro che non portasse nel suo palco una bottiglia di vino di Cipro, che vuotava fra un atto e l′altro della tragedia o della commedia; quindi si sprofondava nella sua poltrona, e vi si addormentava così profondamente che, finito lo spettacolo, i suoi staffieri′ erano costretti di sollevarlo di peso e di portarlo via sulle braccia insino alla carrozza. La sua salute era già malandata; l′idropisia faceva rapidi progressi invadendo il petto, ed insieme alla malattia aumentava la sua irritabilità. Egli che aveva incominciato a bastonare i servi e poi gli amici, finì col bastonare la moglie. Sir Orazio Mann, che aveva ricevuto dal governo inglese l′incarico di sorvegliarlo, non mancò di farne parola nelle sue relazioni.

Sebbene s′ubbriacasse e bastonasse i servi, gli amici e la moglie, pure Carlo Edoardo continuava a tenere una piccola corte. Come a Roma, non capitavano in casa del figlio di Giacomo III che pochi inglesi, i quali si conservavano ancora devoti alla famiglia degli antichi loro re, e pochi touristes francesi e tedeschi, curiosi d′andare a scambiare una parola con un uomo che a malgrado del suo attuale abbrutimento, pure conservava un raggio di quell′aureola di gloria che aveva circondato il suo capo durante la spedizione di Scozia. Egli, per altro, s′era rassegnato a portare il titolo di conte d′Albanie e solo pochi intimi e i servi gli davano il titolo di Maestà. La sera, quindi, egli riceveva, e prima d′addormentarsi nella sua poltrona, teneva più o meno desta l′attenzione della compagnia coi suoi eterni racconti delle battaglie di Preston-Pans e di Culloden.

Correva la fine del l′anno 1777, quando in uno di tali ricevimenti serali capitò in casa d′Albany un giovane patrizio piemontese: il conte Vittorio Alfieri. Egli aveva già conosciuto di vista la contessa ai passeggi e al teatro sin dall′estate precedente; ma, ritroso e selvaggio per indole, e tanto più sempre intento a sfuggire tra il bel sesso quelle che più aggradevoli gli sembravano [26] , non aveva chiesto d′essere presentato alla signora. Però, più tardi, un suo amico lo presentò alla contessa, la quale sin da quando l′aveva incontrato in pubblico, gli aveva lasciato un′impressione piacevolissima. Un dolce focoso negli occhi nerissimi accoppiatosi (che raro addiviene) con candidissima pelle e biondi capelli, davano alla di lei bellezza un risalto, da cui difficile era di non rimanere colpito e conquiso. Era d′anni venticinque; molta propensione alle arti e alle lettere; indole d′oro; e, malgrado gli agi di cui abbondava, penose e dispiacevoli circostanze domestiche, che poco la lasciavano essere come il dovea, avventurata e contenta [27] „.

Come scrive l'Alfieri, la d′Albany era molto propensa alle arti e alle lettere non che sapesse fare un quadro o scrivere un libro, come oggi sarebbe facile di fare a molte signore, ma aveva una discreta infarinatura di tutto, senza tener conto che conosceva discretamente la letteratura francese e quella inglese: la qualcosa condita di quello spirito di cui la natura l′aveva abbondantemente fornita, le serviva in modo stupendo a rendere la propria conversazione non solo piacevole, ma anche interessante. A venticinque anni, certamente, ella non aveva ancora acquistato quella padronanza di cose e d'idee che acquistò più tardi, quando con la quotidiana compagnia dell'Alfieri, col ricevere frequentemente uomini illustri in ogni ramo del sapere o esperti nei pubblici negozi e coi continui viaggi completò l'educazione del suo intelletto ; ma si sa, quando una signora è giovane, bella e spiritosa, non occorre che questa sua suppellettile intellettuale sia molto copiosa perchè piaccia e mandi in visibilio i suoi ammiratori. Difatti, sebbene la sua lingua ordinaria fosse quella francese, pure non arrivò mai a scriverla bene.

L'Alfieri che si credeva abbastanza forte per affrontare il dolce focoso degli occhi della giovine principessa, dopo due o tre visite ebbe a confessare a sè stesso ch'era stato un semplice presuntuoso. Trovò che l′indole sua selvaggia e ritrosa non lo riparava che assai debolmente da una ricaduta amorosa; e sapendo per esperienza come l'amore gli togliesse ogni forte e nobile sentimento, e l'anima sua sprofondasse in un servilismo, ch'egli odiava, cercò di dimenticare quella maliarda, e una bella mattina, dato un addio a Firenze, s'avviò, a cavallo, per Roma. Fu durante questo suo viaggio, e precisamente quando ebbe a pernottare a Baccano, che scrisse il famoso sonetto sullo Stato romano:

Vuota, insalubre region che Stato

Ti vai nomando; aridi campi incolti;

Squallidi, oppressi, estenuati volti

Di popol rio, codardo, e insanguinato;

Prepotente, e non libero senato

Di vili astuti in luci d'ostro avvolti;

Ricchi patrizi, e più che ricchi stolti;

Prence, cui fa sciocchezza altrui beato;

Città, non cittadini; augusti tèmpi,

Beligion non già; leggi, che ingiuste

Ogni lustro cangiar vedi, ma in peggio;

Chiavi, che come un di schiudeano agli empi

Del ciel le porte, or per età vetuste:

Oh, se' tu Roma, o d'ogni vizio il seggio?

Credeva l'Alfieri, viaggiando e poetando, di dimenticare la signora, ma non fu così : e quando si trovò nella Città Eterna s'accorse, con sua grande meraviglia, che l'immagine di quella sua nuova e gentile tiranna gli stava sempre confitta nel cuore, nè pareva, per quanto egli vi si provasse, che volesse abbandonarlo. Lasciò presto Roma e, ritornando a Firenze, passò per Siena, dove il suo amicissimo Francesco Gori-Gandellini saputo ch'egli aveva lasciato la Toscana per dimenticare quella sua nuova fiamma, lo rimproverò acerbamente, poich è a lui pareva che quell'amore fosse assai nobile e virtuoso perchè l'animo di lui non dovesse accoglierlo e coltivarlo.

Il Gori-Gandellini non era uno scapestrato; era un uomo già maturo d'anni, filosofo, letterato e professore d'università; ma allora anche le persone serie coltivavano una morale facile a cui gli amori adulteri non ispiravano orrore. Quel benedetto cicisbeismo a furia d'essere elevato a dignità d'istituzione nazionale aveva fatto perdere agli uomini ogni retto criterio di morale !

Confortato da sì autorevoli consigli, l'Alfieri, quando ripose il piede a Firenze, potè constatare che gli scrupoli che aveva al momento della partenza, erano intieramente scomparsi. «L'approssimazione di questa mia quarta ed ultima febbre del cuore, si veniva felicemente per me manifestando con sintomi assai diversi dalle tre prime. In quelle io non m'ero ritrovato allora agitato da una passione dell'intelletto la quale contrappesando e frammischiandosi a quella del cuore venisse a formare (per esprimermi col poeta), un misto incognito indistinto, che meno d'alquanto impetuoso e fervente, ne riusciva però più profondo, sentito e durevole. Tale fu la fiamma che da quel punto in poi si andò a poco a poco ponendo in cima d'ogni mio affetto e pensiero, e che non si spegnerà oramai più in me, se non colla vita. Avvistomi a capo di due mesi, che la mia vera donna era quella, poichè invece di ritrovare in essa, come in tutte le volgari donne, un ostacolo alla gloria letteraria... mi diedi allora perdutissimamente a lei [28] ».

 

Però, fra Luisa d'Albany e l'Alfieri, s'alzava, sebbene invecchiata, idropica ed ubbriacona, la figura del marito. Carlo Edoardo era gelosissimo della moglie. Egli usciva costantemente insieme a lei, e se rare volte era costretto ad uscir solo, chiudeva a chiave la moglie in casa: la sera, poi, durante le visite, egli era sempre presente, accanto a lei, sprofondato nella sua poltrona, o per lo meno con l'orecchio sempre teso nella stanza vicina. Era un marito che ai due innamorati doveva riuscire, come riusciva, noioso, ed anche qualche cosa di più che noioso, poich è, quando era agitato dal sospetto della gelosia, non sapeva nascondere il suo risentimento nemmeno dinanzi a nobili visitatori, i quali talvolta erano costretti ad assistere a scene disgustose. Però, non ostante la sua natura violenta e la sua gelosia, il principe, un po' alla volta, aveva dovuto chinare la testa alla moda allora imperante in Italia, e, sebbene a denti stretti, aveva dovuto permettere che il conte Alfieri facesse un po' da cavalier servente alla moglie: permesso più che dato, strappato e circondato e frammezzato e attraversato da limiti, patti e condizioni che più che reale, lo rendeva apparente ed illusorio, specie che, contrariamente a quanto praticavasi a quel tempo, alla dama era vietato d'uscir sola con l'Alfieri.

Questi, che s'era fortemente innamorato della signora, sopportava mal volentieri quelle restrizioni, ma bisognava rodere il freno, che il Pretendente non era uomo da cedere; se non che, a malgrado la vigilanza e le restrizioni del marito geloso, i nostri due innamorati dovevano filare discretamente il loro idillio, se l'Alfieri, che oramai riteneva che con questa sua passione avesse posto fine al ciclo delle sue avventure amorose, s'appigliò ad una eroica risoluzione. In quel tempo, i nobili piemontesi non potevano recarsi, e quindi nemmeno fissare la loro residenza all'estero senza una speciale autorizzazione sovrana, che d'ordinario non si accordava che per un tempo assai limitato. Guai a non rientrare in patria spirato che fosse il permesso! C'era lì sempre pronta pel trasgressore la confisca dei beni. S'aggiunga che nessun suddito di S. M. Sarda poteva stampare libri, nemmeno all'estero, senza il preventivo permesso della regia censura. L'Alfieri, che pensava liberamente, che non meno liberamente voleva scrivere, sapeva bene che se le sue opere, con qualche opportuno taglio, avrebbero potuto veder la luce senza difficoltà in Toscana, dove un granduca illuminato e filosofo attendeva a riformare lo Stato, avrebbero suscitato ire e recriminazioni in Piemonte, dove il nuovo spirito dei tempi non aveva fatto ancora la sua apparizione. Pensò, dunque, di spiemontizzarsi, o, come egli stesso scrisse, di disvassallarsi, e di divenire italiano, o meglio libero cittadino: e in conseguenza donò i propri beni alla sorella, la contessa Giulia di Cumiana, riservandosi una pensione annua di lire quattordicimila piemontesi, corrispondenti a zecchini fiorentini mille e quattrocento: il che ascendeva a metà delle sue entrate ordinarie. E quest'atto concepì senza rammarico di sorta, ma lieto d'aver potuto con esso acquistare l'indipendenza delle proprie opinioni e quella dello scrivere.

Di questo suo passo non parlò alla contessa che quando la donazione fu un fatto compiuto. « Non volli – egli scrisse – esporre il delicato suo animo al cimento di dovermi, o biasimare di ciò, e come contrario al mio utile, impedirmelo; ovvero di lodarlo e approvarmelo, come giovevole in un qualche aspetto al sempre più dar base e durata al nostro reciproco amore; poichè sola determinazione mia potevami porre in grado di non la dovere abbandonare mai più. Quand'essa lo seppe, biasimolla con quella candida ingenuità tutta sua. Ma non potendolo pure più impedire, ella vi si acquietò, perdonandomi d'averglielo taciuto. E tanto più forse mi riamò, n è mi stimò niente meno [29] ».

Tutto l′anno 1778 e il seguente passò l'Alfieri fra l'amore di Luisa d'Albany, lo studio e la concezione e versificazione delle sue tragedie. Ideò e verseggiò la Virginia e l′Agamennone, distese con una febbre frenetica di libertà la Congiura dei Pazzi, quindi il Don Garzia. Subito dopo ideò e distribuì in capitoli i tre libri del Principe e delle Lettere distendendone i primi tre. Ideò e distese la Rosmonda e la Maria Stuarda; riprese la Congiura e la verseggiò, verseggiò pure il Don Garzia; ideò l′Ottavia e il Timoleone. Verso la metà del 1779 venne a trovarlo a Firenze uno dei suoi più cari amici, l'abate Tommaso di Caluso, torinese, uomo di lettere, col quale, per quasi un anno, fece vita comune. «Ci vedevamo ogni giorno, e si passava insieme di molte ore del dopo pranzo. Ed io nella di lui piacevole ed erudita conversazione imparai, senza quasi avvedermene, più cose assai che non avrei fatto in molti anni sudando su molti libri. E tra l'altre, quella di cui gli avrò eterna gratitudine, si è di avermi egli insegnato a gustare e sentire, e discernere la bella ed immensa varietà dei versi di Virgilio, da me fin allora soltanto letti ed intesi ».

Il 1780 cominciò ed in parte continuò sotto i medesimi auspicii. Quasi tutte le sere l'Alfieri si recava a far visita alla contessa, ma quasi sempre alla presenza del marito; qualche volta, quando c'era spettacolo di musica o di prosa, andava a visitarla nel palco, senza che di tanto in tanto quegli amori non fossero disturbati da una scena violenta del principe. Del resto, quegli amori non erano più un mistero per alcuno; nè la gente, anche la più rispettabile, se ne scandalizzava di troppo; dappoich è quasi tutte le nobili donne fiorentine di quel tempo avevano intorno il loro cicisbeo. Intanto l'Alfieri verseggiava la Maria Stuarda, che dava a leggere alla contessa, chiedendone il parere. Difatti, quest'ultima consegnava il suo giudizio in un foglietto dal quale riportiamo i seguenti periodi: «Secondo la storia, Maria è colpevole della morte del marito; fa la pace solo per trarlo nel precipizio. Il marito la crede facilmente, perchè non era diffidente, e per questo è stato preso nei suoi lacci. Nella tragedia la regina è affatto innocente, e se non avessi letto la storia, mi sarei persuasa a credere Botuello il solo colpevole. La prima scena di Maria col marito è piena di tenerezza: la seconda è piena d'ira da parte del marito ma con nobiltà, e lei conserva il suo carattere dolce per farlo ritornare„ [30] . Distese l′Alfieri anche in quel tempo l′Ottavia e il Timoleone, questo frutto della lettura di Plutarco, quella della lettura di Tacito; riverseggiò per la terza volta il Filippo scemandolo di parecchi versi; verseggiò tutta la Rosmonda e gran parte dell' Ottavia.

CAPITOLO III.

In pieno romanzo.

La fuga dalla casa coniugale. – Da un convento all'altro.

Attendeva, anzi, a verseggiare quest'ultima tragedia, quando gli capitò l'avventura più romanzesca del suo dramma d′amore.

Sebbene Carlo Edoardo, come scrive lo stesso Alfieri, non sospettasse l'indole delle relazioni esistenti fra il poeta e la moglie, pure era geloso di questo cavalier servente, che contro la propria volontà aveva dovuto ammettere in casa. La sua vista gli riusciva come il fumo negli occhi. A malincuore l'invitava qualche volta a prender parte al proprio pranzo, ma non mancava di fare delle scenate, ora per uno sguardo che a lui sembrava sospetto, ora per una frase che a lui sembrava puzzasse di passione. Allora egli montava sulle furie, e, in pubblico, come se fosse un palafreniere e non un discendente di re, ingiuriava la moglie, riservandosi, a quattr'occhi, di bastonarla. Questa, per qualche tempo, sopportò pazientemente le scene e le busse del marito, ma un giorno ne fu stanca, ed allora, d'accordo con l'Alfieri, pensò di rendersi libera da quella ignominiosa soggezione. Il nostro poeta, nella Vita, parla di questa cospirazioncella contro il marito violento ed ubbriacone della contessa, ma ne parla con frasi generiche, quasi piuttosto per scolparsene e far spiccare la purezza delle sue intenzioni, che per dire in che consistesse e come si svolgesse nei suoi particolari. «La donna mia vivevasi angustiatissima; e tanto poi crebbero quei dispiaceri domestici, e le continue vessazioni del marito si terminarono finalmente in una sì violenta scena baccanale nella notte di Sant'Andrea, ch'ella per non soccombere sotto sì orribili trattamenti [31] fu alla perfine costretta di cercare un modo per sottrarsi a sì fatta tirannia, e salvare la salute e la vita. Ed ecco allora che io di bel nuovo dovei (contro la mia natura) raggirare presso i potenti di quel governo, per indurli a favopre la liberazione di quell'innocente vittima d′un giogo sì barbaro ed indegno. Io, assai ben conscio a me stesso che in codesto fatto operai più pel bene d'altri che non per il mio; conscio ch'io mai non diedi consiglio estremo alla mia donna, se non quando i mali suoi divennero estremi davvero, perchè questa è sempre stata la massima ch'io ho voluta praticare negli affari altrui, e non mai nei miei propri; e conscio finalmente ch'era cosa oramai del tutto impossibile di procedere altrimenti, non mi abbassai allora nè mi abbasserò mai a purgarmi delle stolide e maligne imputazioni che mi si fecero in codesta occorrenza. Mi basti il dire, ch'io salvai la donna mia dalla tirannide d'un irragionevole e sempre ubbriaco padrone, senza che pure vi fosse in nessunissimo modo compromessa la di lei onestà, n′è leso nella minima parte il decoro di tutti. Il che certamente a chiunque ha saputo o viste dappresso le circostanze particolari della prigionia durissima in cui ella di continuo ad oncia ad oncia moriva, non parrà essere stata cosa facile a ben condursi, e riuscirla, come pure riuscì, a buon esito » [32] . Nella quale pagina autobiografica l 1 Alfieri, alla sua insaputa, riuscì a versare tutto lo spirito di quei tempi in cui il matrimonio si riteneva che fosse un'istituzione creata ad esclusivo beneficio dei don Giovanni Tenorio di professione; e difatti chiama donna mia la moglie legittima di Carlo Edoardo, e non crede che con la sua corte compromettesse n è la onestà della signora, n è il decoro proprio, n è quello del marito.

Di questa parte della storia del suo amore, noi possiamo oggi dare quei particolari, ch'egli non stimò opportuno di fornire ai lettori della sua autobiografia.

Rendendosi sempre più difficile la sua coabitazione col marito, la contessa d'Albany pensò di liberarsi di quel suo tiranno domestico, non con la fuga, come oggi si farebbe, ma con forma decente e sino a un certo punto legale, cioè, con l'aiuto e il consenso del governo toscano. L'Alfieri s'assunse il delicato incarico di persuadere i ministri del granduca ad intervenire negli affari coniugali del Pretendente, n è ebbe a spendere molta fatica per trarli alla propria opinione ed ottenerne l'intervento; perchè trovò i ministri e lo stesso granduca profondamente indisposti contro quel principe ubbriacone. S'intende che non si trattava di sbarazzare del marito la contessa d'Albany perchè questa potesse più liberamente abbandonarsi al suo amante, ma soltanto di far cessare il doloroso ed anche turpe martirio, a cui essa da parecchi anni era sottoposta da parte d'un uomo brutale. L'Alfieri, quindi, non recitava in questo dramma coniugale che una parte nobile, quella d'un amico sincero e disinteressato, solo desideroso di poter rendere la calma e la pace ad una nobile e sventurata signora. Il governo toscano prestò, dunque, volentieri il suo aiuto alla liberazione della contessa. Fu convenuto che questa, lasciando la casa maritale, si sarebbe ritirata provvisoriamente in un convento, sotto la protezione della granduchessa, salvo in seguito, a mente più quieta, a provvedere in modo più stabile ai suoi casi: e fu stabilito che questo convento sarebbe stato quello delle Bianchette, in via del Mandorlo. Ma fissato questo, restava a stabilire il meglio, cioè, il modo di condurre nel convento la contessa, la quale non usciva mai sola nè pareva conveniente ch'ella abbandonasse all'improvviso, ed eludendo la vigilanza del marito e dei servi, il tetto coniugale.

Ma l'Alfieri, che ideava e stendeva in quel tempo piani di tragedie, non era uomo da darsi per vinto per questo, e combinato e adottato col governo e con la superiora delle Bianchette un certo disegno, ed accettata la collaborazione d'una amica intima della d'Albany, la contessa Orlandini, non che d'un gentiluomo irlandese, il signor Gehegan, anche lui amico di famiglia, furono distribuite le parti. Arrivato il giorno designato, la contessa trattenne a colazione la signora Orlandini: servito il caffè, si cominciò a parlare del più e del meno, e l′Orlandini fece cadere il discorso su certi stupendi ricami che le Bianchette, con le loro mani d'oro, lavoravano. La contessa osservò che avrebbe visto volentieri quei ricami, anche per comprarne qualcuno. – « E allora, perchè lei, signora contessa, non viene a vederli?» domandò l'Orlandini – « Oh, se volesse mio marito... » –

« E perchè il signor conte dovrebbe rifiutare? Non è vero, signor conte, che lei stesso accompagnerà la signora alle Bianchette? ».

Il principe rispose che l'avrebbe accompagnata, e, fatta attaccare la carrozza, tutti e tre s'avviarono verso il convento. Quivi giunti, trovarono dinanzi al portone il signor Gehegan, che passeggiava, come in atto d'aspettare qualcuno. Lo staffiere abbassò la predella della vettura e le due signore, aiutate dal signor Gehegan, che era accorso, discesero, e subito s'avviarono alla porta del convento, che trovarono socchiusa. Questa si spalancò e lasciò entrare le due dame chiudendosi rapidamente dietro le loro spalle e quasi sul viso del Pretendente, il quale, nel frattempo, era disceso, un po' pesantemente, dal legno.

– Queste monache non conoscono il galateo – osservò il signor Gehegan.

– Adesso farò loro una strappazzata coi fiocchi – rispose il principe ; e tirò la corda del campanello.

Il campanello suonò invano; Carlo Edoardo, impazientito, tirò ancora la corda sino a strapparla. Indovinando il tiro che gli si era giuocato, cominciò ad urlare, ad imprecare, a tempestare di pugni e di calci la porta. Alla fine questa s'aprì, e fattasi avanti la madre abbadessa, questa dichiarò al principe che la signora contessa d'Albany era venuta a cercare un asilo nel convento, dove essa si trovava sotto la speciale protezione di S. A. R. I. la granduchessa di Toscana. Quindi la madre abbadessa si ritirò ordinando che si mettesse il catenaccio alla porta.

Carlo Edoardo restò ancora lì un pezzo sbraitando contro la moglie e le monache toscane che le tenevano il sacco; poi, mezzo congestionato, con la bava sulle labbra, risalì in vettura mentre il signor Gehegan lo confortava pietosamente ad aver pazienza.

Arrivato a casa, il principe scrisse subito al granduca protestando contro quella violazione dei suoi diritti maritali; se non che la sua lettera rimase senza risposta. Naturalmente, a Firenze, per otto giorni non si parlò che di quell'avventura.

Ma la contessa d'Albany – e in questo era d'accordo con l'Alfieri – non era andata a chiudersi nel convento delle Bianchette per finirvi i suoi giorni, che, la vita claustrale non aveva per lei nessuna attrattiva. Non appena potè ricuperare la sua calma, ella s'affrettò a scrivere al proprio cognato, il cardinale di York, domandandogli protezione ed un asilo a Roma. Il cardinale, ch'era vescovo di Frascati, rispose nel modo seguente:

* Frascati, il 15 dicembre 1780.

" Carissima cognata,

* Non trovo parole sufficienti per esprimervi il dolore da me provato nel leggere la vostra lettera del 9 corrente mese.

Era da lungo tempo ch'io avevo previsto quello che è accaduto, e il passo da voi fatto d'accordo con codesta Corte, è di garanzia per la purezza dei motivi che vi hanno spinto a farlo. Del resto, voi non potete dubitare dei sentimenti che nutro a vostro riguardo, nè sino a qual punto

 abbia deplorato la vostra situazione; però, vi prego di considerare, come nel vostro matrimonio io non abbia presa altra parte da quella in fuori di prestare il mio consenso, dopo che tutto era stato conchiuso, senza che io ne fossi preventivamente avvisato. Quanto al tempo che seguì al vostro matrimonio, nessuno meglio di voi può testimoniare come io sempre sia stato nell'impossibilità di venire in aiuto delle vostre pene e delle vostre afflizioni.

Nulla poi di più il savio ed edificante della vostra risoluzione di stabilirvi in Roma in un convento e sotto le condizioni da voi indicate: ed io non ho perduto un solo istante per servirvi, poiché sono subito corso a Roma, dove ho tutto regolato col Santo Padre, la bontà del quale, tanto verso di voi quanto verso di me, non saprei significarvi. Io ho pensato a tutto ciò che potrebbe riuscirvi di più adatto e gradito, ed ho avuto la consolazione che il Santo Padre ha avuto la bontà di tutto approvare. Voi, dunque, entrerete qui in un convento, dove la regina mia madre ha dimorato parecchio tempo, tenendolo il re mio padre in particolare considerazione. Vi si vive meglio che in qualsiasi altro convento di Roma; vi si parla francese ed alcune suore sono persone di un merito distinto. Monsignor Lascaris ne ha la direzione. Il nome che portate vi metterà al sicuro d'ogni vessazione senza che per questo si venga meno al rispetto dovutovi. Questo, siatene sicura, non vi mancherà. Per quanto riguarda le vostre uscite il Santo Padre ha riconosciuto che esse sono necessarie per la vostra salute, e quindi vi saranno permesse. Voi sarete in buone mani, ed io in pubblico non cesserò mai di confessare, com'è mio dovere, di assistervi in codesta vostra nuova situazione, essendo sicuro che i miei consigli, come il mio aiuto, non possano avere altro scopo che il vero bene verso Dio e verso gli uomini. Si scriverà da Roma al nunzio in Firenze per provvedere alla vostra partenza da codesta città, in modo che s'effettui con tranquillità e sicurezza. M'immagino che vi accompagnerà la signora di Maltzan e forse le vostre cameriere. Infine, mia carissima cognata, tranquillizzate l'animo vostro, lasciatevi guidare da coloro che vi sono devoti, e sopratutto evitate di dire che non volete più unirvi a vostro marito. Io, per altro, salvo un miracolo evidente, non saprei consigliarvelo, ma siccome è probabile che il Signore abbia permesso quello che è avvenuto, per spingervi verso una vita d'edificante pietà, in cui la purezza delle vostre intenzioni e la giustizia della vostra causa troveranno la loro giustificazione, così può anche darsi che il Signore, per lo stesso mezzo, ottenga la conversione di mio fratello. Egli è vero che mentre non oso sperare di veder realizzato questo mio secondo augurio, io ho un presentimento che debba verificarsi il primo, rendendo così meno amaro il mio presente cordoglio.

Con sentimenti della mia perfetta osservanza.

Vostro affez. cognato * Enrico, cardinale „ [33] .

A qualcuno dovrà, forse parere strano che un cardinale si intromettesse in quel piato coniugale e vi prendesse un atteggiamento tanto ostile al marito, ch'era pure il proprio fratello. Ma la contessa non si era diretta senza una ragione al cognato, dappoiché sapeva come questi fosse in guerra col Pretendente. Difatti, fra il cardinale e Carlo Edoardo non correvano i migliori rapporti, come per altro, lo stesso lettore potrà rilevare da un passaggio della lettera che verso quel tempo il duca dirigeva ad un monsignore suo amico: Lascio dunque da parte il rammentare la pubblica, aspra e dura condotta del mio fratello verso di me per lo spazio di tanti anni continui, nè fra questi al certo merita neanche riflessione d'essersi impossessato di tutta una mia argenteria jure bèlli, come suol dirsi, nella mia partenza di Francia. Quel ch'è certo si è che prima della morte del re mio padre, non ostante questa sua condotta pur troppo notoria verso la mia persona, e non ostante che il mio amor proprio, il mio proprio interesse e altre circostanze, che si potrebbero rilevare, mi avrebbero dovuto far cercare di scansare ed impedire omni posse la sua venuta a Roma [34] ... i testimoni sono ancora vivi quanto mai ho faticato per mezzo di terze persone per cercare di condurlo in Roma sagrificando la mia stessa quiete [35] .

Ma ritorniamo al nostro racconto.

Il 16 dicembre, il pontefice (Pio VI) segnava un breve col quale la contessa Luisa d'Albany era autorizzata a ritirarsi nel convento delle Orsoline di Roma. Stabilita così la nuova residenza della contessa, si pensò al modo di rendere sicuro il viaggio alla signora; dappoiché si temeva che Carlo Edoardo, di cui era nota la violenza, vi si potesse opporre. Chi s'incaricò di proteggere la partenza della contessa da Firenze, fu lo stesso Alfieri. Tutto fu disposto come si trattasse d'una fuga d'innamorati in un romanzo dalle forti tinte. Una sera dalla porta del convento delle Bianchette, si staccò una pesante carrozza da viaggio tirata da quattro vigorosi cavalli; dentro c'era la moglie del Pretendente insieme alla sua dama di compagnia e alle cameriere; in cassetta, in abito di cocchiere, l'Alfieri, e accanto a lui il signor Gehegan, e tutti e due con grosse pistole alla cintura. Agli sportelli cavalcavano quattro agenti di polizia. Così scortata la contessa lasciò Firenze. Carlo Edoardo, vecchio, ammalato, non era più l′eroe del 1745, e non si fece vedere nè alle porte del convento, nè a quelle della città, nè lungo lo stradale. Lo stesso Alfieri comprese che oramai il pericolo era svanito, e, a un certo punto, scese dal legno, e presa licenza dalla contessa, se ne ritornò in città sbuffando ed imprecando contro i mariti gelosi e in particolare contro Carlo Edoardo.

Quel distacco fu un colpo terribile per la sua anima: egli s'accorse allora che senza la contessa la vita gli sarebbe stata intollerabile. Allora fui veramente convinto nell'intimo del cuore e della mente, ch'io senza di lei non rimanea neppur mezzo, trovandomi quasi incapace d'ogni applicazione, e d'ogni bell'opera nè mi curando più punto nè della tanto ardentemente bramata gloria, nè di me stesso. In codesto affare io avea sì caldamente lavorato per l'util suo, e pel danno mio; poiché niuna infelicità mi potea mai toccare maggiore, che quella di non punto vederla. Io non poteva decentemente seguitarla sì tosto a Roma. Per altra parte non mi era possibile più di campare in Firenze. Vi stetti tuttavia tutto il gennaio dell′81, e mi parvero quelle settimane, degli anni, nè potei poi proseguire nessun lavoro, nè lettura, nè altro. Presi dunque il compenso di andarmene a Napoli, perchè ci si va passando da Roma [36] ».

Intanto la contessa era stata ricevuta a Roma con grande cortesia e non minore affetto dal cardinale di York; ma, come era stato convenuto, essa andò ad abitare nel convento delle Orsoline, in via Vittoria, dove al suo arrivo, si recò. Se non che, la giovine signora non aveva lasciato il convento fiorentino per andarsi a rinchiudere in quello romano: carcere l'uno, carcere l'altro, e il secondo non meno melanconico del primo. Non che alle Orsoline la contessa non potesse ricevere le amiche, ed anche gli amici, oppure le fosse interdetto di recarsi a passeggio, no; ma quella specie di reclusione monastica, per quanto fosse dissimulata, pure l'opprimeva, nè essa era venuta a Roma per fare una vita da penitente. Tanto valeva che fosse rimasta canonichessa a vita nel convento di Sainte-Vandru! S'adoperò, quindi, a ricuperare la sua libertà, o, per lo meno, ad ottenere un trattamento meno monastico, e sopratutto, meno dipendente dalla cortesia del cognato cardinale d'York, il quale le aveva assegnato una pensione di quattromila scudi all'anno. Si ricordò che sul trono di Francia sedeva una regina ch'era figlia di quella Maria Teresa al cui servizio era stato ucciso il proprio genitore, il principe di Stolberg–Gedern, e scrisse a Maria Antonietta una lettera commovente in cui le descriveva il suo misero stato e la pregava di prenderla sotto la sua augusta protezione. Del resto, chi l'aveva sin allora tanto efficacemente protetta non era stato forse il granduca di Toscana, fratello della stessa Maria Antonietta? La regina accolse benevolmente l'istanza. Quella principessa giovane e bella, brutalmente maltrattata da un marito vecchio ed ubbriacone, aveva destato la compassione della moglie di Luigi XVI, anche lei giovane, ardente, amante dei piaceri, e se non maltrattata dal marito, certamente non unita ad un uomo che avesse potuto appagare il suo cuore sognante amori sentimentali alla foggia di quelli che Gian Giacomo Rousseau aveva messo di moda con la sua Nouvelle Héloïse.

Intanto, mentre aspettava che Maria Antonietta alleviasse le sue sciagure, la contessa riceveva, alle Orsoline, la visita dell′Alfieri, il quale, come narrammo con le sue stesse parole, non potendo più oltre sopportare la lontananza della donna amata, era andato a raggiungerla a Roma. Appena cominciò ad avvicinarsi all'Urbe, egli sentì conciliarsi con quella deserta e tetra regione che alcuni anni prima gli aveva strappato dall'animo indignato il famoso sonetto, immaginato e scritto in una bettolaccia di Baccano : quella solitudine, quella tristezza infinita che ispira nell′animo del viaggiatore il deserto che cinge la città dei Cesari e dei Papi, gli sembrava ora meno opprimente; gli pareva anzi che da essa spirasse un prolungo di dolce melanconia, un raggio di poesia.

Finalmente, arrivato a Roma, il suo primo pensiero fu di correre alle Orsoline, in via Vittoria, dove fu ricevuto dalla contessa. «Giunsi; la vidi (oh Dio, mi si spacca ancora il cuore pensandovi), la vidi prigioniera dietro una grata, meno vessata però che non l'avea vista in Firenze, ma per altra cagione non la rividi meno infelice. Eravamo insomma disgiunti; e chi potea sapere per quanto il saremmo? Ma pure; io mi appagava, piangendo, ch'ella si potesse almeno a poco a poco ricuperare in salute; e pensando, ch'ella potrebbe pur respirare un'aria più libera, dormire tranquilli i suoi sonni, non sempre tremare di quella indivisibile ombra dispettosa dell'ebro marito, ed esistere insomma; tosto mi pareano e men crudeli e men lunghi gli orribili giorni di lontananza, a cui mi era pur forza di assoggettarmi » [37] .

Ma a Roma non si trattenne che pochissimi giorni; la sua presenza colà, vicino alla contessa, aveva sollevato infiniti commenti certamente non tutti benevoli. S'adoperò non pertanto e presso il cardinale di York e presso altri personaggi perchè la moglie di Carlo Edoardo fosse emancipata da quella specie di prigione, per quanto dorata, pur sempre incresciosa; e pur di raggiungere questo scopo, piegò la sua natura, fiera, superba, a far visite, a corteggiare questo personaggio e quell'altro, non escluso il cognato della contessa. Poi, costretto a lasciar Roma, partì per Napoli. Questa separazione seconda « mi riuscì ancor più dolorosa della prima in Firenze. E già in quella prima lontananza di circa quaranta giorni, io avea provato un saggio funesto delle amarezze che mi aspettavano in questa seconda, più lunga ed incerta ». A Napoli cercò di distrarsi con piccole escursioni a cavallo nei dintorni, e col lavoro: fu a Posilipo, a Baja, a Caserta, verso Capua, e altrove, ma sempre piangendo; e  siffattamente annichilito, che col cuore traboccante d'affetti, non mi veniva con tutto ciò neppur voglia di tentare di sfogarlo con rime. Passai in tal guisa il rimanente di febbraio sino al mezzo maggio ». Pur in certi momenti, facendosi forza, andò qualche poco lavorando; terminò di verseggiare l′Ottavia, riverseggiò più che mezzo il Polinice, con una pasta di verso che gli sembrava migliore; ed avendo già, terminato i primi due canti dell′Etruria Liberata, volle ora scrivere il terzo, ma non potè andare oltre alla prima stanza per lo stato in cui si trovava il suo animo. Sfogava, intanto, il suo dolore scrivendo lettere alla donna amata, e rileggendo cento volte quelle che riceveva da lei. Nel frattempo gli affari della contessa, mercè l'intervento della regina di Francia, s'erano messi per una buona via, anche perchè Maria Antonietta, per renderla indipendente dal marito e dal fratello di questo, le aveva fatto assegnare una pensione. Così, verso la fine del marzo del 1781, la signora lasciò il convento delle Orsoline, ed andò ad abitare al secondo piano del palazzo della Cancelleria, residenza officiale del cardinale di York. L'Alfieri, dato un addio a Napoli, raggiunse la contessa verso la fine del maggio, e potè liberamente vederla tutte le sere; poiché la signora s'era subito formata una piccola corte, dove, naturalmente, il giovane patrizio piemontese esercitava l'ufficio di suo primo segretario per gli affari galanti [38] .

L'Alfieri, in quel tempo, abitava al palazzetto Strozzi [39] non lungi dalle Terme di Diocleziano. Il suo romanzo con la contessa aveva allora ripreso il suo corso, non inframmezzato a scene di gelosia, a fughe, a reclusioni claustrali, ma tranquillo, radioso, come un paesaggio dell'Albani o del Vanloo. Egli ritornò a lavorare, e questa volta con l′animo calmo e con la dolce visione negli occhi dell'immagine della contessa, oramai sua sola consolazione, sua sola ispiratrice. Terminò di riverseggiare il Polinice, riprese, quasi senza prender fiato, l′Antigone, poi la Virginia, e successivamente l′Agamennone, l'Oreste, i Pazzi, il Garzia, il Timoleone, che non era stato posto ancora in versi, ed in ultimo, per la quarta volta, il Filippo, di cui non fu mai soddisfatto. Dalle cure che dava alle tragedie, si sollevava scrivendo il terzo canto dell′Etruria, e nel dicembre del 1781 scrisse, tutto di seguito, le quattro odi dell′America Libera. Nel principio del 1782 avendo letto la Merope del Maffei, allora celebratissima, ne volle scrivere anche lui una assai più semplice e calda e incalzante di quella, mentre, poco dopo, la lettura della Bibbia gli ispirava il Saul, che fu la sua decimaquarta tragedia, ed anche ultima, secondo il suo disegno d'allora. Nel settembre di quello stesso anno le quattordici tragedie si trovarono dettate, ricopiate e corrette. Ei tenne l'Alfieri che potessero veder la luce mediante la stampa, ma per quella sua mania di correggere tre o quattro volte le sue cose, ad una nuova lettura ch'egli fece delle tragedie, s'accorse come queste avessero ancora bisogno di lima. I suoi dubbi, intanto, a malgrado delle continue correzioni, rinascevano sempre, e la pubblicità lo spaventava. Avrebbe egli stampato le sue tragedie? E poi: sarebbe egli arrivato a portarle a quello stato di perfezione in cui allora soltanto le contemplava con l'occhio della mente? La contessa, a cui egli andava a mano a mano leggendo i suoi lavori, lo confortava a mandarli alla luce; se non che, egli, sempre in dubbio di licenziarli, o no, alla stampa, scelse una via di mezzo: il pubblico poteva benissimo essere interrogato mediante la recitazione; perchè, dunque, non tentare la ribalta?

E il nostro poeta tentò la ribalta con l′Antigone.

CAPITOLO IV.

Roma nella seconda metà del secolo xviii.

– La recita dell′ « Antigone » e la stampa delle tragedie.

– Scoppia lo scandalo. – Separazione di amanti.

– Separazione di coniugi. – Il romanzo è ripreso in Alsazia.

La società letteraria romana di quel tempo offriva un curioso spettacolo di attività; e d'inerzia, di serietà e di frivolezza, d'erudizione e di semi-ignoranza insieme. L'erudizione, e segnatamente l′archeologia, la epigrafia, lo studio dei classici greci e latini, erano tenuti in onore altissimo ed avevano cultori distinti. Cominciato da Clemente XIII il nuovo museo del Vaticano era con grande munificenza alacremente condotto innanzi da Pio VI mediante la cooperazione intelligente di Giambattista Visconti, padre di Ennio Quirino allora appena ventenne. I monumenti antichi erano sapientemente studiati; si raccoglievano statue, vasi, sarcofaghi, iscrizioni. La dottrina che accompagnava quelle illustrazioni, era ancora farraginosa, incerta, e a molte favole dava valore di storia; ma già uno spirito di novità, d'indagine più accurata, vi soffiava sopra dopo gli studi del Winkelmann. Fra questi dotti, che cercavano di svecchiare l'erudizione, occupava certamente il primo posto monsignor Stefano Borgia, erudito ed antiquario riputatissimo; gli veniva dietro l'abate Francesco Cancellieri, che doveva lasciare una intiera biblioteca d'opere e di monografie in parte edite e in parte inedite sulle curiosità storiche ed archeologiche di Roma. Un altro abate, il Bottari, aveva intrapreso a rettificare e completare le Vite degli Artisti, di Giorgio Vasari; un gesuita, il padre Raimondo Cunich, traduceva in versi latini la Iliade d'Omero, e un altro gesuita, il padre Cordara, scriveva in latino la storia della spedizione del principe Carlo Edoardo in Iscozia, mentre l'Andres, anche questo gesuita e spagnuolo, dettava la Storia delle Origini e dei Progressi d'ogni letteratura. La pittura, ancora accademica, aveva nel cavaliere Raffaello Mengs e nella tedesca Angelica Kauffman due geniali cultori, ed allora apprezzatissimi, e nell′architettura si distinguevano il Simonetti e il Selva. Un mondo scientifico, letterario ed artistico, come si vede dai nomi sopra ricordati, vario, cosmopolita, reclutato di qua e di là, come sempre è accaduto a Roma, anche nei tempi della sua maggiore grandezza in cui, se ne togli Lucrezio Caro e Giulio Cesare, non ebbe quasi nè grandi scrittori, nè grandi artisti propri, questi venuti fra le sue mura dalla Grecia, quelli da tutte le parti del mondo da lei conquistato, da Virgilio mantovano, a Cicerone arpinate, ad Orazio venosino, ad Ovidio sulmonese, a Catullo lombardo, a Tito Livio padovano, a Plauto umbro, a Terenzio cartaginese, a Lucano, Marziale e Seneca spagnuoli. Ma dove la manifestazione geniale dell′intelletto non s'innalzava di sopra al mediocre era nella letteratura amena, specie nella poesia. Qui la vacuità si manifestava in tutta la sua impotenza. Il mondo poetico era stato da circa un secolo monopolizzato da un'Accademia e precisamente dall'Arcadia, che venuta su nel 1691 per combattere le metafore e le stravaganti ampollosità del Marini e dei suoi seguaci, s'era ridotta a dare all'Italia una poesia scolorita, senza sangue e senza nervi, o come diceva il Baretti, smascolinata. Gli Arcadi si radunavano a Roma in un orto posto sul Gianicolo, e che avevano pomposamente appellato Bosco Parrasio, il quale fu subito popolato di una infinita per quanto oscura turba di pastorelli non che di pastorelle belanti un mondo di cose canore, ma insipide, sciocche, vuote. All'Accademia, nata riformatrice, nulla era valso che il suo statuto fosse stato redatto in latino eccellente da uno dei più grandi giureconsulti, per quanto mediocrissimo poeta, ch'abbia avuto l'Italia, quel Gian Vincenzo Gravina, il cui nome sarebbe rimasto coperto dall′obblio, se non fosse stato il maestro di Pietro Metastasio; ma gli Arcadi nulla riformarono; e solo alle metafore che avevano consumato il sole – come cantava Salvator Rosa – sostituirono tutto un popolo giulebbato e castrato di Tirsi e di Melibei cantanti sonettini e canzoncine e che dava la mano ad un altro popolo, non castrato, ma ugualmente giulebbato, di Glori e di Filli. Se non che, tutta questa gente cantante amori vuoti e svenevoli non nascondeva che abati e monsignori attillati e donne che non conoscevano altro credo da quello in fuori della galanteria. All′incontro, sapevano imporsi alla città e dividerla in partiti. Diffatti, in quei giorni, Roma era stata posta sossopra a cagione d'una di codeste donne metà poetesse, metà cortigiane, Corilla Olimpica [40] – un nome d'Arcadia – era stata incoronata in Campidoglio, precisamente come il Petrarca; ma in mezzo ai plaudenti si nascondevano coloro a cui facevano nausea quegli onori: e se la poetessa ebbe fiori, ebbe anche gettati torsoli di cavolo. Non parliamo delle satire. Queste, sconcissime, avrebbero fatto arrossire lo stesso Aretino.

Codesti letterati che in quei giorni consideravano il rumoroso e vuoto Carlo Innocenzo Frugoni come il più grande poeta lirico del secolo; che avevano abituato l'orecchio alla dolce cadenza dei versi del Metastasio e del Rolli; che sospiravano col Savioli, e, in parte, nutrivano un tantino di disprezzo per Dante, il cui culto, uno di loro, il gesuita Bettinelli, aveva cercato di distruggere con le sue allora famose ed ora dimenticate Lettere Virgiliane, potevano rettamente giudicare l′Alfieri, il quale, come è noto, aveva voluto che la tragedia italiana avesse uno stile proprio nuovo, pieno d'incisività scultoria e denso di concetti, proprio il rovescio dello stile dei poeti di quel tempo?

Era però una ribalta privata quella dalla quale l′Antigone si presentava al pubblico di Roma. Quella pubblica, l′Alfieri l'avrebbe rifiutata, anche se gli fosse stata offerta a mani giunte da un impresario desideroso di novità teatrali; chè, allora, a Roma, era interdetto alle donne il palcoscenico. Le parti della prima donna, dell'amorosa, della servetta erano sostenute da uomini. Il Goldoni narra nelle sue Memorie il caso che gli capitò in quella città. Scritturato a scrivere pel teatro Capranica, arriva a Roma, visita il ricco patrizio che per ammazzare il tempo faceva l'impresario, e dal quale riceve parole cortesi e promesse larghe; poi, col manoscritto della nuova commedia sotto il braccio, va a teatro. I comici ricevono festosamente l'illustre commediografo, o come già sin d'allora lo chiamavano, il riformatore del teatro comico italiano: inchini, riverenze, strette di mano, abbracci. Indi gli attori fanno cerchio allo scrittore; questi siede, apre il manoscritto e legge : Personaggi; poi chiede:

– Ma dov'è Rosaura? Dov'è Corallina?

E in luogo dell'amorosa, cioè, di Rosaura, si presenta don Ciccio, una vecchia mummia d'artista con un accento napolitano molto pronunciato, col viso incartapecorito, raso di fresco, mentre per far la parte di servetta si fa avanti un pezzo di giovanotto sbarbato, piuttosto belloccio, che il giorno faceva il carbonaio. Figurarsi lo stupore del povero Goldoni! Venezia, con la sua Medebac, a petto di quella Roma in cui gli uomini dovevano fare da Rosaure e da Coralline, era il vero paradiso dell'arte drammatica.

All'Alfieri quest'uso, che avviliva la dignità dell'uomo, riusciva intollerabile, ed era per questo che alla ribalta pubblica preferiva la privata, ove le donne potevano recitare. Il teatro era quello dell′Ambasciatore di Spagna con una compagnia di dilettanti composta così: Antigone era la duchessa di Zagarolo, una stupenda bellezza romana, cioè, bella statura, stupende spalle, incesso da Giunone; Argia, la duchessa di Ceri; Emoney il duca di Ceri; Creonte lo stesso Alfieri.

Assistettero alla recita, oltre i soliti abati e prelati più o meno fornicanti con le Muse, e i membri del corpo diplomatico accreditato presso il pontefice e le loro signore, quasi tutte le dame e i signori dell'aristocrazia romana. S'intende che la contessa d'Albany figurava tra le signore intervenute, al posto d'onore, per quel certo suo titolo di regina in partibus, che se nessuno riconosceva in pubblico, molti, in privato, rispettavano. Era quindi un pubblico scelto, aristocratico, fine, e più intellettuale di quello che ordinariamente riempie un teatro pubblico. La tragedia, sebbene scritta in uno stile duro, nervoso, pieno di trasposizioni, con un dialogo rapido, con battute di monosillabi, piacque, e l′Alfieri, che sin'allora non godeva altra fama se non quella di espugnatore di cuori femminili, acquistò subito quella di poeta tragico. E poiché il primo esperimento gli aveva procacciato lodi, volle leggere un'altra sua tragedia, la Virginia, in casa di Maria Pezzelli, un'intellettuale romana di quel tempo e il cui salotto era frequentato da dotti e da letterati. Anche la Virginia piacque, e così l′Alfieri si convinse come oramai potesse con animo tranquillo tentare l′esperimento della stampa. Egli sentiva che il pubblico, il pubblico libero, indipendente, non legato da pregiudizi di scuola o da tradizioni, sarebbe stato con lui.

La gioventù, intanto, stava col nostro poeta: si diceva, come notammo, che il Monti, allora non conosciuto che da un ristretto numero di persone per la pubblicazione di alcune sue liriche, fosse stato presente alla lettura che l′Alfieri fece della Virginia in casa della Pezzelli e che da quella lettura avesse presa occasione per rivelarsi poeta tragico, scrivendo l′Aristodemo. Era vero? Oppure è da ritenersi come una di quelle leggende che prendono il posto della storia? Ne dubitiamo perchè in quel tempo, o poco dopo, il Monti si rivelò nemico dell′Alfieri all'indirizzo del quale scagliò, sotto forma di sonetto, una satira sanguinosa. Come nessuno ignora, il poeta della Bassvilliana passò tutta la sua vita servendo con la sua musa ora questo padrone, ora quell'altro: e in quel tempo serviva il duca don Luigi Braschi-Onesti e la moglie di lui donna Costanza, nipoti del pontefice allora regnante. Ora avvenne che avendo avuto per le mani una copia manoscritta del sonetto dell'Alfieri sullo Stato romano, stimò di maggiormente ingraziarsi i suoi padroni e lo stesso pontefice, rispondendo all'allobrogo patrizio con un sonetto proprio. E il sonetto fu questo:

Rabbioso cane che molesti e mordi

Gli ospiti tuoi, bandito, vagabondo,

Sardo Aretin, che Cristo addenti, e il mondo,

Che non t'ascolta, di latrati assordi;

Novello Egisto per cui sozzi e lordi

Son d'Anglia i letti, apostol furibondo,

Che virtù gridi, e del cor empio in fondo

Nè fede, nè virtù, nè Dio ricordi;

Barbaro vate, ecco d'infamia hai pieno

L'italo palco e di nefande scene

Che degne di te sol, non d'altri stimo.

D'odio, d'ira, d'orgoglio e di veleno

Ebro l'alma, ebro le ossa, ebro le vene,

Non sei tu, Alfieri, dei ribaldi il primo?

Domandiamo noi: il Monti, se avesse avuto tanta stima dell'Alfieri sin da prenderlo a maestro, avrebbe scritto questo sonetto? o se l'avesse scritto, avrebbe tanto ammirato chi in endecasillabi roventi egli aveva chiamato non solo novello Egisto, ma anche cane rabbioso? [41] .

Quel sonetto dell'Alfieri, per altro, non appena fu divulgato a Roma, sollevò le ire e le recriminazioni di tutto quel mondo – ed era quasi tutta la città – che viveva all'ombra del trono pontificio. I soliti abati, i quali, fra una tornata e l'altra dell'accademia degli Arcadi, scrivevano quelle sanguinose satire che poi attaccavano al piedistallo della statua di Pasquino, affilarono i loro strali vomitando contro l'Alfieri, in sonanti endecasillabi, un mondo d'ingiurie.

Ecco un saggio di tali invettive poetiche [42] :

Serra i maligni un′atra bolgia oscura:

E tu di fiel sin sulle labbra carco

Dell′Alighier sull′orme all'aura pura

Fuggitivo di là t'apristi il varco.

Pria calzasti il coturno, e alla tua dura

Favella il mondo fu di laudi parco,

Or disleal tentando altra ventura

Contro Roma tu appunti il delfico arco.

Torna, torna alle bolge a te serbate,

Al tuo pristino torna orror profondo,

Empio, infernale Archiloco, non vate.

Roma pria col valor, poi col fecondo

Seme d'altre virtù dal Ciel portate,

Nacque a dar leggi in guerra e in pace al mondo.

Un altro poeta, senza ricorrere alle invettive, contrappose alla Roma descritta dall′Alfieri una Roma pontificia ideale:

« Nacque a dar leggi in guerra e in pace al mondo

Fra i Sette Colli la città latina,

E quinci spinse e quindi a voi fecondo

L'Aquila vincitrice e pellegrina.

Frenò poi in lei l′avaro e furibondo

Genio delle conquiste aura divina,

Le diè spirto più mite e più giocondo,

Nè le tolse l′onor d'esser regina.

Lunghi dolor la nuova fè sostenne,

Ma l′empia idolatria fu spenta e doma,

E regal serto il Sacerdozio ottenne.

E da quel di l'ostro ornò la chioma

Alla schiera levitica, e divenne

Un nome sol religione e Roma.

Questa sfuriata poetica contro l'Alfieri scrittore satirico antipapale dovette, di sicuro, scoppiare dopo l'aggregazione del poeta, sotto il nome di Filacrio Eratrastico [43] , all'accademia degli Arcadi, che avvenne appunto addì 13 aprile di quell'anno, e quindi quando ancora il famoso sonetto contro la Roma dei papi doveva essere sconosciuto, o quasi, agli accademici e ai loro protettori. Sicuro, l'Alfieri se non fu un poeta arcade, fu ascritto all'Arcadia, sebbene egli odiasse cordialmente pastorelli e pastorelle belanti versi. Ma chi non fu ascritto allora all'Arcadia? Del resto, se l′Alfieri frequentava, anche per far la corte alla d'Albany, monsignori ed abati, se i letterati di quei giorni, a Roma, erano quasi tutti monsignori ed abati, poteva il nostro poeta sfuggire a quell'aggregazione? Non fece parte dell'Arcadia il Parini, flagellatore del costume signorile? Non fu anche pastorella del bosco Parrasio quella Eleonora Fonseca Pimentel che a Napoli, per la causa della libertà, salì il patibolo? Ma, ripetiamo, se l'Alfieri fu ascritto alla Arcadia, non fu arcade nell'animo e nel verso; e non sappiamo comprendere come a questa sua aggregazione si possa contrapporre, per rilevarne la stridente contraddizione, quella di data posteriore all′Accademia di Torino, ch'egli disdegnosamente rifiutò; dappoiché, mentre la prima, per cortesia, potè accettare, la seconda rifiutò per ragione politica. Come si sa, l′Accademia di Torino del 1801 era un'importazione francese; e l′Alfieri che aveva scritto il Misogallo, non voleva aver proprio nulla di comune coi francesi.

Fu, dunque, nei primi mesi del 1783 che egli s'indusse per la prima volta a tentare la prova della stampa delle sue tragedie, ma non a Roma, dove la censura severa e minuziosa non gliela avrebbe permesso, bensì a Siena, dove, difatti, videro la luce le sue prime quattro tragedie, e cioè: il Filippo, il Polinice, l′Antigone Virginia. L'edizione fatta con tipi pessimi e con carta non meno pessima fu però amorosamente curata dal Gori-Gandellini; e in quei due mesi che durò la stampa, l'autore se ne stette « a disagio a Roma in una continua palpitazione e quasi febbre dell'animo, e più volte, se non fosse stata la vergogna, mi sarei disdetto, ed avrei ripreso il mio manoscritto ». Quando poi, nel suo quartiere, lassù, alle Terme, ebbe dinanzi a sè, stampate, le sue tragedie, commise, come egli scrisse, « la ragazzata di andare in giro per le varie case di Roma, regalando ben rilegate quelle mie prime fatiche, a fine d'accattar voti... non senza parere visibile agli occhi miei, nonché agli altri. Le presentai, tra gli altri, al papa .. a cui già mi era fatto introdurre fin dall'anno prima, allorché mi posi a dimora a Roma. E qui, con mia somma confusione, dirò di qual macchia io contaminassi me stesso in quella udienza beatissima. Io non molto stimava il papa come papa; e nulla il Braschi come uomo letterato nè benemerito delle lettere, che non lo era punto. Eppure, quell'io stesso, previa una ossequiosa presentazione del mio bel volume, ch'egli cortesamente accettava, apriva, e riponeva sul suo tavolino, molto lodandomi, e non acconsentendomi ch'io procedessi al bacio del piede, egli medesimo anzi rialzandomi in piedi da genuflesso ch'io m'era; nella quale umile positura Sua Santità si compiacque di palparmi come con vezzo paterno la guancia: quell'io stesso, che mi tenevo pure in corpo il mio sonetto su Roma, rispondendo allora con blandizia e cortigianeria alle lodi che il pontefice mi dava sulla composizione e recita dell′Antigone, di cui egli aveva udito, disse, meraviglie; io, colto il momento in cui egli mi domandava se altre tragedie farei, molto encomiando un'arte sì ingegnosa e sì nobile, gli risposi che molte altre eran fatte, e tra quelle un Saul, il quale come soggetto sacro avrei, se egli non lo sdegnava, intitolato a Sua Santità. Il papa se ne scusò, dicendomi ch'egli non poteva accettar dedica di cose teatrali quali ch'elle fossero; nè io altra cosa replicai su di ciò. Ma qui convien confessare, ch'io provai due ben distinte ed anche meritate mortificazioni: l'una del rifiuto ch'io m'era andato accattare spontaneamente; l'altra di essermi pur visto costretto in quel punto a stimare me medesimo di gran lunga minore del papa, poiché io aveva pur avuta la viltà, o debolezza, o doppiezza (che una di queste tre fu certo, se non tutte tre, la motrice del mio operare in quel punto), di voler tributare come segno di ossequio e di stima una mia opera ad un individuo ch'io teneva per assai minore di me in linea di vero merito. Ma mi conviene altresì (non per mia giustificazione, ma per semplice schiarimento di tale o apparente o verace contraddizione tra il mio pensare, sentire e operare), candidamente esporre la sola e verissima cagione che mi aveva indotto a prostituire così il coturno alla tiara. La cagione fu dunque, che io sentendo già da qualche tempo bollir dei romori preteschi che uscivano di casa del cognato dell'amata mia donna, per cui mi era nota la scontentezza di esso e di tutta la di lui corte circa alla mia troppa frequenza in casa di essa; e questo scontentamento andando sempre crescendo, io cercai coll'adulare il sovrano di Roma, di crearmi in lui un appoggio contro alle persecuzioni ch'io già parea presentire nel cuore, e che poi infatti circa un mese dopo mi si scatenarono contro. E credo che quella stessa recita dell'Antigone, col far parlare troppo di me, mi suscitasse e moltiplicasse i nemici. Io fui dunque allora e dissimulato e vile, per forza d'amore; e ciascuno in me derida se il può, ma riconosca ad un tempo sè stesso [44] ».

Però quella vita in due fra l'Alfieri e la contessa, fatta in uno dei palazzi apostolici di Roma, sotto gli occhi dello stesso cardinale d'York, anzi sotto la sua protezione, a lungo andare doveva sollevare uno scandalo; e lo sollevò anche perchè, come abbiamo visto, i preti ci avevano messo dentro il loro zampino. I giornali diffonditori di segreti d'alcova e di boudoir allora erano roba perfettamente ignota; ma le pasquinate, a Roma, tenevano bene il loro posto, anche perchè, col velo dell'anonimo, davano alle cose il loro nome, nè correvano dietro alle perifrasi per nascondere o diminuire la brutalità o sconcezza del fatto. Quell′insudiciatore di letti inglesi, come il Monti aveva chiamato l'Alfieri, era mostrato a dito, e nei crocchi mondani non si faceva che parlare delle sue buone fortune presso la bionda principessa che il cognato cardinale d'York, troppo indulgente, aveva preso a proteggere contro le ire del fratello. Lo stesso pontefice ne ebbe qualche sentore e più chiaramente dopo che il principe Corsini, ministro di Toscana, vi richiamò sopra la sua attenzione [45] .

La catastrofe, quindi, non poteva essere che imminente. Nell′aprile del 1783 s'ammalò gravemente, a Firenze, il Pretendente, e il fratello da Roma, a malgrado dei dissensi, corse a visitarlo; ma giunto presso il letto dell'infermo, trovò che questi stava meglio, anzi, il principe colse quell'occasione per rimproverare aspramente al cardinale l'ospitalità che a Roma accordava alla cognata, la cui relazione con l'Alfieri, strombazzata anche da ignominiose pasquinate, empiva di scandalo non solo la città Eterna, ma l'Italia intiera. Più garbate rimostranze gli mossero il conte Piccolomini, segretario di Stato del Gran Duca e l'arcivescovo di Firenze; e il cardinale, che di quello scandalo si sentiva un po' complice per aver dato soverchia libertà alla cognata, recitò umilmente il mea culpa, mea maxima culpa, e, fatto ritorno a Roma, fece capire alla contessa come dovesse rompere quella sua galante relazione.

Facevano coro al cardinale i preti del suo seguito, e sebbene la contessa piangesse e l'Alfieri protestasse contro quelle accuse, che dichiarava infondate, o per lo meno esagerate dalla malignità dei propri nemici e di quelli della signora, pur bisognò che i nostri due innamorati piegassero la fronte dinanzi alle esigenze sociali, e l'Alfieri promise, con la morte nel cuore, che non avrebbe più riveduto la contessa. « Ma il rimaner poi entrambi a Roma senza punto vedersi, era per me un tal supplizio ch'io per minor male, d'accordo con essa, mi elessi la lontananza aspettando migliori tempi »

Il 4 maggio 1783 egli lasciò Roma [46] .

« Questo avvenimento mi tornò a scomporre il capo per forse due anni, e m'impedì, ritardò e guastò anche notabilmente sotto ogni aspetto i miei studi. Nei due anni di Roma io avea tratto una vita veramente beata. La villa Strozzi, posta alle Terme Diocleziane, mi avea prestato un delizioso ricovero. Le lunghe intiere mattinate io ve le impiegava studiando, senza punto muovermi di casa se non se un'ora o due cavalcando per quelle solitudini immense che in quel circondario disabitato di Roma invitano a riflettere, piangere e poetare. La sera scendeva nell'abitato, e ristorato dalle fatiche dello studio con l'amabile vista di quella per cui sola io esisteva e studiava, me ne ritornava poi contento al mio eremo, dove al più tardi all'undici della sera io era ritirato. Un soggiorno più gaio e più libero e più rurale, nel recinto d'una gran città, non si poteva mai trovare, nè il più confecente al mio umore, al mio carattere e alle mie occupazioni. Me ne ricorderò, e lo desidererò finché io viva [47] ».

Andò dapprima a Siena dove potè sfogare il suo immenso dolore col suo dolcissimo amico Gori-Gandellini non che con l′altro suo amicissimo il cavaliere Mario Bianchi e l'amica di questo, Teresa Mocenni, che fu madre di quella Quirina Mocenni-Magiotti amata da Ugo Foscolo sotto il nome di Donna Gentile. Codeste due ultime conoscenze dell′Alfieri formavano una coppia che oggi si direbbe semplicemente adultera, ma che allora costituiva un'unione ordinaria, uno di quei drammi galanti a cui la tolleranza del secolo aveva tolto non solo ogni gravità, ma sin'anco l'apparenza dello scandalo. Il Bianchi era un gentiluomo, scapolo, colto, e la Mocenni una signora che amava la poesia, ma moglie ad un uomo che sebbene amico dei poeti che la sua dolce e intellettuale metà gli attirava in casa, pur ne detestava cordialmente i gusti e le simpatie.

A Siena, l′Alfieri condusse in quei giorni vita infelice sfogando il suo dolore con lo scrivere all'amata donna. « E in questa terza lontananza che fu la più lunga, scrissi veramente dei volumi; nè quello che io mi scrivessi, il saprei: io sfogava il dolore, l′amicizia, l'amore, l'ira e tutti insomma i cotanti e sì diversi, e sì indomiti affetti d'un cuor traboccante, e d'un animo mortalmente piagato. Ogni cosa letteraria mi si andava ad un tempo stesso estinguendo nella mente, o nel cuore: a tal segno, che varie lettere ch'io aveva ricevute di Toscana nei tempi dei miei disturbi in Roma, le quali mi mordeano non poco su le stampate tragedie, non mi fecero la minima impressione per allora non più se delle tragedie d'un altro mi avessero favellato. Erano queste lettere, qualcuna scritta con sale e gentilezza, le più insulsamente e villanamente; alcune firmate e altre no: e tutte concordavano nel biasimare quasi esclusivamente il mio stile, tacciandomelo di durissimo, oscurissimo, stravagantissimo; senza però volermi, o sapermi individuare gran fatto il come, il dove, il perchè ». Se non che, a malgrado del suo intenso dolore, non dimenticava le tragedie, e, porgendosene l'occasione, sapeva difenderle, ed anche strenuamente, dalla taccia di oscurità e di durezza nello stile, o di semplicità d'azione, o d'uniformità di tinta. Alla marchesa Luigia Alfieri di Sostegno, che l'aveva ringraziato e lodato pel primo volume delle tragedie, il 21 maggio 1783 scriveva: « Ho piacere che a lei non offenda l'orecchio, benché armonico e delicatissimo. Certe tragedie non possono essere drammi e il non voler distinguere i generi può esser forse cagione che il pubblico ne giudichi più con gli orecchi che col cuore. Ma ella, signora marchesa, è di senso troppo giusto e fino per potersi confondere coi più; onde ricevo le sue lodi perchè le credo sincere e sentite; non trascuro però il biasimo degli altri al segno di non farne nissunissimo caso. Credo che la verità sta in mezzo, e che in alcune cose, bisognando e occorrendo, mi piegherò in parte al parere del pubblico, non senza ch'egli non s'abbia tuttavia a piegare altrettanto verso il mio, altrimenti non ci ritroveremo mai [48] ». In quei giorni stessi, a Girolamo Tiraboschi, che aveva fatto alcuni appunti alle tragedie, rispondeva:

« Non ho voluto introdurre nell′azione più personaggi di quelli che erano veramente attori, cioè necessarii, appassionati e concludenti; perchè ogni scena e verso e parola pronunziata da chi non è tale, dee necessariamente raffreddare e non poco l'animo di chi ascolta, bramoso e impaziente di vedere il fine della ordita tela. Mi si dirà, che pure ci vuole riposo alla continua attenzione, mezze tinte e ombre nel quadro. Ma mi pare che il riposo all'attenzione si debba cercare nella cosa stessa, non fuori di essa : onde nei pochi personaggi l'uditore ha riposo ogni qual volta si trovano essi in situazione meno agitata e calda; e ciò necessariamente accade nel corso dei cinque atti, e più d'una volta, e più forse che non si vorrebbe. Per farla ombra d'un quadro epico o tragico il valente pittore non v'introduce già dei personaggi inutili,ma coll'atteggiare i necessarii più o men caldamente ottiene ombra e varietà, senza fastidire, e affaticar l′occhio e la mente con oggetti non necessarii. E io credo che nelle arti la parola non necessario, nel suo mero significato, esistere non possa, perchè tutto quello che non aggiunge, toglie.

« L'altra ragione per cui ho voluto solamente i personaggi necessarii, e potendo ho fatto a meno di quei capitani di guardie, o messi, o altrimenti, la cui parte potrebbe e dovrebbe non eccedere due o tre versi, si è perchè tal brevissima parte vien sempre affidata ai peggiori attori; e in Italia, finora, peggiori fra i pessimi (chè altra scelta non v'ha), sono una cosa tale, che l'aprir bocca soltanto e far ridere è lo stesso... Circa l′uniformità d'energia, se è troppa è difetto: ma credo che venga molto giustificata dalla scarsezza stessa dei personaggi. Prima, perchè essendo pochi, la tragedia viene a essere molto più breve, e nella brevità senza il difetto dell'uniformità: poi, perchè, essendo pochi, e tutti dignitosi, figli, mogli, fratelli di re, o re, non disconviene a nessuno di essi, serbando però la tinta del loro carattere, il parlar breve, nobile e vibrato dalle quali tre cose si conseguisce, credo, l′energia... Quantoall'uniformità d'ogni attore in sè stesso, la credo parte importante della perfezione del carattere. Pur troppo, il personaggio dovrà, dire nel corso della tragedia tante e tante cose, che per sè stesse, non saranno nè sublimi, nè forti, che non mi pare che si corra pericolo mai di troppa energia, essendo bene spesso ufficio della necessaria trivialità delle cose il togliere alle espressioni l'uniformità della forza [49] ».

Stette l'Alfieri tre sole settimane a Siena, poi, con quella sua ardente passione nel cuore, si mise a vagabondare per l'Italia in cerca di distrazioni. Viaggiava a cavallo, a piccole giornate: andò dapprima a Firenze, ma non vi si fermò che pochissimo, che troppo l'accuorava l'aspetto di quei luoghi che l'avevano già fatto beato, e che ora lo rivedevano sì angustiato ed oppresso. Andò poi a Bologna, quindi a Ravenna, dove visitò il sepolcro di Dante, e vi stette un giorno intiero fantasticando, pregando e piangendo. Indi andò a Venezia, dove apprese la conclusione della pace fra gli Stati Uniti d'America e l'Inghilterra, e scrisse la quinta ode dell′America libera; da Venezia andò a Padova, dove visitò la casa e la tomba del nostro sovrano poeta d'amore... Qui parimente un giorno intiero vi consecrai al pianto, e alle rime, per semplice sfogo del troppo ridondante mio cuore ». Conobbe colà il Cesarotti « dei cui modi vivaci e cortesi non rimasi niente men soddisfatto, che il fossi stato sempre della lettura dei suoi maestrevolissimi versi nell'Ossian ». Il che mostra come l'Alfieri, sebbene rinnovatore di forme castigate, italianissime, dividesse l'entusiasmo di cui allora erano stati presi gli italiani per quelle traduzioni ossianesche, che non molti anni dopo dovevano cadere nell'oblio. Anche il falso luccichio d'una poesia stranamente fantastica può talvolta sedurre una mente fortemente temprata! Da Bologna, l'Alfieri andò a Ferrara per visitare la tomba e i manoscritti dell'Ariosto. Non visitò la prigione del Tasso, dove più tardi, un altro poeta vagabondo, il Byron, si doveva far rinchiudere per un giorno. La tomba dell'autore della Gerusalemme liberata, per altro, l'Alfieri l'aveva già visitata quattro volte a Roma.

« Questi quattro nostri poeti erano allora, e sono, e sempre saranno i miei primi e direi anche soli, di questa bellissima lingua; e sempre mi è sembrato che in essi quattro vi sia tutto quello che umanamente può dare la poesia; meno però il meccanismo del verso sciolto di dialogo, il quale si dee però trarre dalla pasta di questi quattro fattone un tutto, e maneggiarlo in nuova maniera. E questi quattro grandissimi, dopo sedici anni oramai che li ho giornalmente alle mani, mi riescono sempre nuovi, sempre migliori nel loro ottimo, e direi anche utilissimi, nel loro pessimo; chè, io non asserirò con cieco fanatismo che tutti e quattro, a luoghi non abbiano e il mediocre e il pessimo; dirò bensì che assai, ma assai, vi si può imparare anche dal loro cattivo; ma da chi ben s'addentra nei loro motivi e intenzioni: cioè, da chi, oltre l'intenderli pienamente e gustarli, li sente [50] ».

Da Bologna passò a Milano, poi andò a Torino, ove riabbracciò la sorella, Giulia di Cumiana, e l'amico Tommaso di Caluso: ritornò poscia a Milano, dove si trattenne quasi tutto il luglio di quell'anno;

« e ci vidi assai spesso l'originalissimo autore del Mattino, vero precursore della satira italiana. Da questo celebre e colto scrittore procurai d'indagare con la massima docilità, e con sincerissima voglia d'imparare, dove consistesse principalmente il difetto del mio stile in tragedia. Il Parini con amorevolezza e bontà mi avvertì di varie cose, non molto a dir vero importanti, e che tutte insieme non poteano mai costituire la parola stile, ma alcune delle menome parti di esso. Ma le più, od il tutto di queste parti che doveano costituire il vero difettoso nello stile, e che io allora non sapeva ancor ben discernere da me stesso, non mi fu mai saputo o voluto additare nè dal Parini, nè dal Cesarotti.»

Lasciata la Lombardia, ritornò in Toscana, passando per Modena, varcando poi l'Appennino: a Firenze si fermò pochi giorni, e quindi si restituì a Siena, fermandovi la dimora, per continuare la stampa delle sue tragedie, che in numero di sei uscirono, in due tomi, nel settembre.

« Queste sei tragedie riuscirono, anche al dir dei malevoli, assai più piane che le quattro prime. Stimai bene per allora di non aggiungere alle dieci stampate le quattro altre tragedie che mi rimanevano, tra le quali sì la Congiura dei Pazzi, che la Maria Stuarda potevano in quelle circostanze accrescere a me dei disturbi, ed a chi assai più mi premea che me stesso [51] . Ma intanto quel penoso lavoro del riveder le prove e sì affollatamente tante in sì poco spazio di tempo, e per lo più rivedendole subito dopo pranzo, mi cagionò un accesso di podagra assai gagliardetto, che mi tenne da quindici giorni zoppo e angustiato, non avendo voluto covarla in letto. Quest'era il secondo accesso : il primo l′aveva avuto in Roma un anno e più innanzi, ma leggerissimo. Con questo secondo mi accertai, che mi toccherebbe quel passatempo assaispesso per lo rimanente della mia vita. Il dolor d'animo, e il troppo lavoro di mente erano in me i due fonti di quell'incomodo: ma l'estrema sobrietà nel vitto l'andò sempre poi vittoriosamente combattendo; tal che finora pochi e non forti sono sempre stati gli assalti della mia mal pasciuta podagra » [52] .

Cercò di rivedere la contessa nell′inverno di quell'anno, ma i soliti ostacoli mandarono a monte i suoi proponimenti: il cardinale d'York, questa volta, fu inflessibile, e sebbene la cognata strepitasse, e protestasse contro quella odiosa persecuzione, Roma rimase interdetta al poeta. Pensò allora l'Alfieri di fare un viaggio fuori d'Italia, in Francia e in Inghilterra, anche per comprare, in quest'ultimo paese, dei cavalli di cui era amantissimo. Dopo Luisa d'Albany e i libri, i cavalli erano la cosa ch'egli adorasse di più. Lasciò, dunque, Siena nell'ottobre avviandosi a Genova, dove s'imbarcò per Antibo.

« Rapidissimamente e con qualche pericolo feci quel tragitto in poco più di diciott'ore. Nè senza un qualche timore passai quella notte. La feluca era piccola; ci aveva imbarcata la carrozza la quale faceva squilibrio; il vento ed il mare gagliardissimi: ci stetti assai male. Sbarcato, ripartii per Aix, dove non mi trattenni, nè mi arrestai sino ad Avignone, dove mi portai con trasporto a visitare la magica solitudine di Valchiusa; e Sorga ebbe assai delle mie lagrime, non simulate, nè imitative, ma veramente di cuore e caldissime. Feci in quel giorno nell'andare e tornare di Valchiusa in Avignone quattro sonetti: e fu quello per me l′un dei giorni i più beati e nello stesso tempo dolorosi, ch'io passassi mai » [53] .

Passò quindi a Grenoble, e di qui a Parigi, ruminando e scrivendo rime amorose. Passato a Londra, comprò quattordici cavalli, ch'era appunto il numero delle tragedie da lui scritte sino a quel giorno. Nella metropoli inglese si fermò quattro mesi cavalcando e scrivendo lettere su lettere alla d'Albany.

Nell'aprile del 1784 lasciò l'Inghilterra insieme ai cavalli viaggiando lentamente, con molta fatica, perchè gli animali non azzoppissero.

« Ma la più ardua ed epica impresa mia con quella carovana fu il PASSO dell'Alpi fra Laneborgo e la Novalesa. Molta fatica durai nel ben ordinare ed eseguire la marcia loro, affinchè non succedesse disgrazia nessuna a bestie sì grosse, e piuttosto gravi, in una strettezza e malagevolezza sì grande di quei rompicolli di strade. E siccome assai mi compiacqui nell'ordinaria, mi permetta anco il lettore ch'io mi compiaccia alquanto in descriverla... Erano quei cavalli, attesa la lor giovinezza, e le mie cure paterne, e la moderata fatica, vivaci e briosi oltre modo; onde tanto più scabro riusciva il guidarli illesi per quelle scale.

Io presi dunque in Laneborgo un uomo per ciascun cavallo, che lo guidasse a piedi per la briglia cortissima. Ad ogni tre cavalli, che l′uno accodato all'altro salivano il monte bel bello, coi loro uomini, ci avea interposto uno dei miei palafrenieri che cavalcando un muletto, invigilava su i suoi tre che lo precedevano. E così via via di tre in tre. In mezzo poi della marcia stava il maniscalco di Laneborgo con chiodi e martello, e ferri, e scarpe posticce per rimediare ai piedi che si venissero a sferrare, che era il maggior pericolo in quei sassacci. Io poi, come capo dell′espedizione, veniva ultimo, cavalcando il più piccolo e il più leggiero dei miei cavalli, Frontino, e mi tenea alle due staffe due aiutanti di strada, pedoni sveltissimi, ch'io mandava dalla coda al mezzo o alla testa, portatori dei miei comandi. Giunti in tal guisa felicissimamente in cima del Monsenigi, quando poi fummo allo scendere in Italia, mossa in cui i cavalli si sogliono rallegrare, e affrettare il passo, e sconsideratamente anco saltare, io mutai di posto, e sceso di cavallo mi posi in testa di tutti, a piedi, scendendo ad oncia ad oncia; e per maggiormente anche ritardare la scesa, aveva posti in testa i cavalli più gravi ed i più grossi; e gli aiutanti correano intanto su e giù per tenerli tutti insieme senza intervallo nessuno, altro che la dovuta distanza. Con tutte queste diligenze mi si sferrarono nondimeno tre piedi a diversi cavalli; ma le disposizioni erano sì esatte, che immediatamente il maniscalco li potè rimediare, e tutti giunsero sani e salvi alla Novalesa, coi piedi in ottimo essere, e nessunissimo zoppo ».

Rientrato in Italia, fece una visita a Torino, dove egli, uccisore, sulla scena, di tiranni, fu costretto nella sua qualità di gentiluomo piemontese di presentarsi al re, Vittorio Amedeo III,

 « il quale per certo si teneva offeso da me, per averlo io tacitamente rinnegato coll'espatriazione perpetua. Eppure, visti gli usi del paese, e le mie stesse circostanze, io non mi poteva assolvere dal fargli riverenza, ed ossequio, senza riportarne la giusta taccia di stravagante e insolente e scortese. Appena giunsi a Torino, che il mio buon cognato, allora primo gentiluomo di camera, ansiosamente subito mi tastò per vedere se io mi presenterei a corte, o no. Ma io immediatamente lo acquetai e racconsolai col dirgli positivamente di sì; ed egli insistendo sul quando, non volli differire. Fui il giorno dopo dal ministro. Il mio cognato già mi aveva prevenuto, che in quel punto le disposizioni di quel governo erano ottime per me; onde sarei molto ben ricevuto; ed aggiunse anche che si aveva voglia d'impiegarmi. Questo non meritato nè aspettato favore mi fece tremare; ma l'avviso mi servì assai, per tener tal contegno e discorso da non mi fare nè prendere nè invitare. Io dissi dunque al ministro che passando per Torino credeva del mio dovere di visitare lui ministro, e di richiedere per mezzo suo di rassegnarmi al re, semplicemente per inchinargliemi. Il ministro con blande maniere mi accolse, e direi quasi che mi festeggiò. E di una parola in un'altra mi venne lasciando travedere da prima, e poi mi disse apertamente: che al re piacerebbe ch'io mi volessi fissare in patria; che si varrebbe volentieri di me; ch'io mi sarei potuto distinguere, e simili frasche. Tagliai addirittura nel vivo, e senza punto tergiversare risposi: che io ritornava in Toscana per ivi proseguire le mie stampe e i miei studi; ch'io mi trovavo avere 35 anni, età in cui non si dee oramai più cangiare di proposito; che avendo io abbracciato l'arte delle lettere, o bene o male la praticherei per tutto il rimanente di vita mia. Egli soggiunse: che le lettere erano belle e buone, ma che esistevano delle occupazioni più grandi e più importanti, di cui io era e mi dovea sentir ben capace. Ringraziai cortesemente, ma persistei nel no; ed ebbi anche la moderazione e la generosità di non dare a quel buon galantuomo l'inutile mortificazione, ch'egli si sarebbe pur meritata, di lasciargli, cioè, intendere, che i loro dispacci e diplomazie mi pareano, ed erano per certo, assai meno importanti ed altra cosa che non le tragedie mie o le altrui... Questa mia resistenza negativa verisimilmente poi passò sino al re pel canale del ministro; onde il giorno dopo che io vi fui a inchinarlo, il re non mi parlò punto di questo, e del rimanente mi accolse colla massima affabilità e cortesia, che gli è propria [54] » .

In quei giorni, a Torino, egli potè assistere alla prima recita d'una sua tragedia, Virginia, con attori men che mediocri, ch'egli in fretta e in furia aveva addestrato il meglio che gli fosse stato possibile. La tragedia piacque, e fu replicata. Da Torino passò ad Asti, presso la madre. Nel passare da Piacenza ebbe nuove della contessa: questa gli scriveva che finalmente aveva potuto liberarsi dalla sorveglianza del cognato cardinale, e si recava ai bagni di Baden, in Isvizzera. Nel giugno di quell'anno, difatti, essa aveva lasciato Roma e per Bologna, Mantova e Trento s'era avviata verso il Tirolo. Appena l'Alfieri ebbe quella lettera, il suo primo pensiero fu di raggiungere la donna amata; ma vinse finalmente il dovere, e l'amore d'essa e del di lei decoro più che di me »; e proseguì la strada per Siena dove rientrò dopo dieci mesi d'assenza.

A Siena continuò l′Etruria Liberata; se non che, nell'agosto, non sentendosi più la forza di stare lontano dalla contessa, piantò all'improvviso Siena e i libri, e s'avviò pel Tirolo e la Germania, a Colmar, nell'Alsazia superiore, dove la d'Albany aveva preso stanza in una villa prossima alla città e dove egli la rivide il 17 agosto rimanendo « dalla gran gioia muto ». Lungo quel viaggio, durato diciassette giorni, gli si riaprì, come egli scrisse, più che mai abbondante la vena delle rime, «e chi potea in me più di me mi facea comporre sino a tre e più sonetti quasi ogni giorno; essendo quasi fuor di di me dal trasporto di calcare per tutta quella strada le di lei orme stesse, e per tutto informandomi, e rilevando ch'ella vi era passata circa due mesi innanzi. E col cuore alle volte gioioso, mi rivolsi anche al poetare festevole; onde scrissi cammin facendo un capitolo al Gori, per dargli le istruzioni necessarie per la custodia degli amati cavalli, che pure non erano in me che la passione terza, troppo mi vergognerei se avessi detto, seconda; dovendo, come è di ragione, al Pegaso preceder le Muse [55] ».

L'Alfieri, nella Vita, prudentemente, non narra come la contessa d'Albany si fosse potuta liberare dalla sua schiavitù; ma gli storici, che non avevano le stesse ragioni di prudenza da far prevalere, hanno messo la mano su quegli avvenimenti intimi, ed ecco quanto narrano [56] .

La contessa aveva passato l'estate del 1783 a Genzano, in una villa deliziosa, avendo dinanzi a sè i monti Albani coperti di vigneti, di borghi e di ville, e ai piedi, come una grande conca di smeraldo, il lago di Nemi.

Le beau lac de Nemi qu′aucun souffle ne ride.

Era là ch'essa riceveva le lettere smanianti d'amore dell'Alfieri ed era di là ch'essa mandava la sua infiammata parola al suo travagliatissimo amico. Peccato che tutto quel carteggio amoroso, come qualsiasi altra lettera d'amore scambiata fra l'Alfieri e Luisa di Stolberg, sia andato perduto! Poiché esso solo avrebbe costituito un vero romanzo d'amore, e dove il grande astigiano, meglio che nella sua stessa Vita, sarebbe apparso in tutta la grandezza e l'intimità della sua passione.

Solo, di quei mesi, esiste nella Laurenziana di Firenze, un fascicoletto dove la contessa d'Albany, di suo pugno, volle trascrivere le rime che il suo lontano amico le andava a mano a mano dirizzando. Il fascicoletto è intitolato così: Sonetti di Psipsio copiati da Psipsia in Genzano il 17 ottobre 1783, anno disgraziato per tutti e due. Psipsio, Psipsia [57] ; perchè questi due nomi? si domanda il Saint-René Taillandier. Ma, evidentemente, perchè cadendo quei fogli fra le mani di coloro che per conto del cardinale d'York sorvegliavano la contessa, non rivelassero il segreto che contenevano. Il gergo è arma di difesa non solo per i delinquenti, ma anche per gli amanti.

La contessa, intanto, sul principio dell′inverno, aveva fatto ritomo a Roma, nel palazzo della Cancelleria. Visitava in quei giorni l′Italia Gustavo III re di Svezia, sotto il nome di conte Haga, senza pompa nè rumore, ammirando quadri e statue, o compiacendosi nella conversazione di eruditi e di poeti. A Firenze apprese che la contessa d'Albany viveva separata dal marito, ed avendo voluto conoscere i particolari di quella separazione, il cui rumore non s'era spento nell'alta società d'Italia, fu preso da un sentimento di compassione pel marito abbandonato. A Pisa conobbe di persona lo stesso Carlo Edoardo, nè potè trattenere le lagrime dinanzi a quel simulacro di sovrano ammalato, abbrutito dal vino, non avendo intorno a sè altra compagnia se non persone indifferenti o mercenarie.

Lo eccitò a rinunziare ai suoi diritti al trono d'Inghilterra promettendogli che avrebbe interposto i suoi buoni uffici presso il re di Francia perchè migliorasse la sua condizione economica. Carlo Edoardo non volle sentire parlare di rinunzia ai suoi diritti, ma non s'oppose che il re di Svezia s'adoperasse presso Luigi XVI perchè venisse in aiuto delle sue stremate finanze: il che fece Gustavo III scrivendo una lettera che il suo ambasciatore a Parigi, il barone di Staël-Holstein, consegnò al re di Francia, il quale ebbe la bontà d'accoglierla amorevolmente. Non restava che comporre il dissidio fra marito e moglie per mettere fine, secondo Gustavo III, ad una situazione che formava il più grosso scandalo della società italiana di quei giorni: e il re, non appena fu a Roma, volle vedere la contessa d'Albany, con la quale ebbe varii colloqui, come altri ne ebbe col cardinale di York. Quale parte la contessa rappresentò nell'epilogo del dramma? Quale il cardinale? S'ignora; è certo però che nè la signora, nè le cognate di lei potevano confemare le illusioni che il re di Svezia nutrirà su di un passibile ravvicinamento degli sposi. Se ne accorse ben presto Gustavo, ed allora vista che la conciliazione da lui tanto vagheggiata era impossibile, s'adoperò perchè fosse pronunziata la separazione legale. Il 24 marzo 1784 egli scrisse nel senso predetto a Carlo Edoardo, il quale s'affrettò di rispondere al re, o meglio, al conte di Haga con la seguente lettera:

« Signor conte,

Vi sono gratissimo della gentile vostra lettera del 24 marzo. Io mi metto nelle braccia d'un amico tanto degno, quale voi siete, giacché non conosco altra persona che in modo più nobile possa tutelare e il mio onore e i miei interessi. Vi prego di condurre a termine quest'affare nel minor tempo possibile.

Acconsento alla separazione con mia moglie, e che questa non porti più il mio nome.

Rinnovandovi le espressioni della mia riconoscenza e della mia amicizia, credetemi Vostro» dev. amico G. d'Albanie»

 Stabilita così la separazione dei coniugi, le condizioni particolari furono fissate fra il re di Svezia e il cardinale di York. La contessa rinunziò a favore del marito a quasi tutta la sua dote, ma, di rimpatto, la Corte di Francia le assegnava una rendita annua di sessantamila franchi. I patti predetti, ratificati dal Pretendente, furono sottoposti a Pio VI, il quale pronunziò la separazione a mensa et thoro. Carlo Edoardo, dopo ciò, emetteva la seguente dichiarazione :

« Noi Carlo, re legittimo della Gran Brettagna, sulle istanze di Luisa Carolina Massimiliana Emanuela principessa di Stolberg, la quale per diverse ragioni ha domandato di vivere separata di corpo da Noi; ritenuto che questa separazione è divenuta necessaria per tutti e due per circostanze e disgrazie comuni; dichiariamo con la presente che Noi accordiamo il nostro consenso libero e volontario alla detta separazione permettendo d'ora innanzi che la predetta principessa viva a Roma o in quella città che sarà da lei scelta, essendo questa la nostra volontà.

Fatto e sigillato col sigillo delle nostre armi, nel nostro palazzo, a Firenze, questo dì 3 aprile 1784.

Carlo, re.

La contessa d'Albany [58] (poiché Luisa di Stolberg, a malgrado del divieto a lei fatto dal marito, continuò a portare questo nome), riacquistata che ebbe la libertà, s'affrettò a lasciar Roma e a riunirsi all'Alfieri; ma, come scrive il Saint-René Taillandier, «n'osant pas encore braver l′opinion publique au point de se retrouver avec Alfieri dans quelque ville d'Italie, elle lui donna rendez-vous en Alsace». Come già abbiamo narrato, i due innamorati si rividero in un delizioso castello posto nelle vicinanze di Colmar [59] .

Quivi l'Alfieri, dopo tante tempeste, felice e beato, passò due mesi accanto alla contessa. Con la felicità ritornò a lui la vena tragica ch'egli riteneva che gli si fosse chiusa col Saul; e, sotto lo scintillìo dei neri occhi di Luisa di Stolberg, ideò quasi a un tempo l′Agide, la Sofonisba e la Mirra.

 « Le due prime mi erano cadute in mente altre volte, e sempre l'aveva discacciate; ma questa volta mi si erano talmente rifitte nella fantasia, che mi fu forza di gettarne in carta l'abbozzo, credendomi pure e sperando che non le potrei poi distendere. A Mirra non avea pensato mai, ed anzi, essa non meno che Bibli, e così ogni altro incestuoso amore, mi si erano sempre mostrate come soggetti non tragediabili. Mi capitò alle mani nelle Metamorfosi d'Ovidio quella caldissima e veramente divina allocuzione di Mirra alla di lei nutrice, la quale mi fece prorompere in lagrime, e quasi un subitaneo lampo mi destò l'idea di porla in tragedia: e mi parve che toccantissima ed originalissima tragedia potrebbe riuscire, ogni qualvolta potesse venir fatto all'autore di maneggiarla in tal modo che lo spettatore scoprisse da sè stesso a poco a poco tutte le orribili tempeste del cuore infuocato ad un tempo e purissimo della più assai infelice che non colpevole Mirra, senza che ella neppure la metà ne accennasse, non confessandosi quasi a sè medesima, non che ad altra persona nessuna, un sì nefando amore. Insomma l′ideai a bella prima ch'ella dovesse nella mia tragedia operare quelle cose stesse, ch'ella in Ovidio descrive; ma operarle tacendole.

Sentii fin da quel momento l'immensa difficoltà ch'io incontrerei nel dover far durare questa scabrosissima fluttuazione dell'animo di Mirra per tutti gl'interi cinque atti, senza accidenti accattati d'altrove. E questa difficoltà che allora vieppiù m'infiammò, e quindi poi nello stenderla, verseggiarla e stamparla sempre più mi fu sprone a tentare di vincerla, io tuttavia, dopo averla fatta, la conosco e la temo quant'ella s'è; lasciando giudicar poi dagli altri s'io l'abbia saputo superare nell'intiero, od in parte, od in nulla » [60] .

Ma in quel suo eremitaggio, mezzo amoroso mezzo poetico, veniva improvvisamente a turbarlo la notizia della morte del suo migliore amico, il Gori di Siena.

Ma l'aver con chi piangere menoma il pianto d'assai. La mia donna conosceva essa pure e moltissimo amava quel mio Francesco Gori; il quale l'anno innanzi, dopo avermi accompagnato, come dissi a Genova, tornato poi in Toscana erasi quindi portato a Roma quasi a posta per conoscerla, e soggiornatovi alcuni mesi l'aveva continuatamente trattata, ed aveala giornalmente accompagnata nel visitare i tanti prodotti delle belle arti di cui egli era caldissimo amatore e sagace conoscitore. Essa perciò nel piangerlo meco non lo pianse soltanto per me, ma anche per sè medesima, conoscendone per recente prova tutto il valore.

Questa disgrazia turbò oltremodo il rimanente del breve tempo che si stette insieme; ed approssimandosi poi il termine, tanto più amara ed orribile ci riuscì questa separazione seconda. Venuto il temuto giorno, bisognò obbedire alla sorte, ed io dovei rientrare in ben altre tenebre, rimanendo questa volta disgiunto dalla mia Donna senza sapere per quanto.  Ogni passo di quella stessa via, che al venire mi era andato sgombrando il dolore ed i tetri pensieri me li facea raddoppiati ritrovare al ritorno

Ritornato a Siena, l'assenza del suo Gori glie ne fece sembrare triste il soggiorno; se ne andò quindi, nel novembre, a Pisa, mentre la contessa, quasi nello stesso tempo, rientrava in Italia fissando la sua residenza a Bologna.

«Eccoci dunque, io a Pisa, ed essa in Bologna col solo Appennino di mezzo, per quasi cinque mesi, di nuovo disgiunti e pur vicinissimi. Questo m'era ad un tempo stesso una consolazione e un martirio; ne riceveva le nuove freschissime ogni tre o quattro giorni; e non potea pure nè doveva in niun modo tentar di vederla; atteso il gran pettegolezzo delle città piccole d′Italia, dove chi nulla nulla esce dal volgo, è sempre minutamente osservato dai molti oziosi e maligni. Io mi passai dunque in Pisa quel lunghissimo inverno, col solo sollievo delle di lei spessissime lettere [61] ».

Fu durante quest'inverno che l′Alfieri ebbe a Pisa una specie di romanzo amoroso, molto scialbo e punto sentimentale, e di cui non lasciò ricordo nella Vita. In codesto romanzo egli volle pensatamente rappresentare, per non fare uno strappo al suo affetto profondo, ardente per la d'Albany, la parte poco niente invidiabile del casto Giuseppe; e sebbene non sia detto ch'egli abbia lasciato il suo mantello nelle mani della signora, pure qualche cosa di simile deve avergliela lasciata. Era codesta moderna moglie di Putifar una patrizia veneta, Alba Corner Vendramin, che noi – tacendo su questo punto la cronaca – vogliamo supporre giovane e bella, se non altro per ispirito di galanteria verso i mani della signora. Essa era andata a passare quell'inverno a Pisa, forse per ragioni di salute; ed attratta dal nome dell'Alfieri, che già suonava famoso non solo per le sue tragedie, ma anche per il suo amore per la moglie del Pretendente inglese e pei suoi cavalli, volle farne la conoscenza, che continuò frammezzata di visite, di prestiti di libri e di piccoli servigi dal lato dell'Alfieri. Ad un certo punto, la dama veneta, visto che quel suo corteggiatore si limitava a scambiare con lei parole e sorrisetti, e niente altro, pensò di rompere il suo torpore con l′aprirgli l′animo proprio. Ma l′Alfieri si conservò di ghiaccio, e alle lettere con le quali la signora lo tempestava, rispondeva:

« Scrivere per affliggerla non ho il coraggio, nè la durezza; per ingannarla non ho la viltà; per consolarla e per lusingarla, poco mi amerebbe e meno mi stimerebbe ella stessa se io potessi fare. Che le posso dunque io dir altro, se non che da sei anni in qua ella è la donna sola ch'io sia stato costretto a fuggire, e che m'abbia lasciato sorgere il pensiero ch'altra donna esistesse al mondo che la mia? Ogni mia espressione oltre questa le parrà, e sarebbe insipida e fredda e noiosa per lei. Finisco dunque con assicurarla ch'io non confondo lei con nessuna altra donna, e che mi rimarrà bene sempre in capo la rara serie delle sue amabili qualità [62] ».

E siccome la dama trovava magre quelle scuse, l'altro ebbe a rincalzare:

« L'onesto procedere vuole dunque assolutamente che io m'allontani, e che dia così a lei il maggior segno di vivo sentimento ch'io le possa dare nelle mie circostanze presenti ».

Non trascurava, intanto, l′Alfieri i libri. Lesse le Lettere di Plinio il giovane, e dopo le Lettere, il Panegirico a Trajano.

« Inoltratomi per alcune pagine, e non vi ritrovando quell'uomo stesso delle epistole, e molto meno un amico di Tacito, qual egli si professava, io sentii nel mio intimo un certo tal modo d'indegnazione; e tosto, buttato là il libro saltai a sedere sul letto, dov'io giaceva nel leggere; ed impugnata con ira la penna, ad alta voce gridando dissi a me stesso: Plinio mio, se tu eri davvero e l'amico, e l'emulo, e l'ammiratore di Tacito, ecco come avresti dovuto parlare a Trajano. E senza più aspettare, nè riflettere, scrissi d'impeto, quasi forsennato, così come la penna buttava, circa quattro gran pagine del mio minutissimo scritto; finché stanco e disebriato dallo sfogo delle versate parole, lasciai di scrivere, e quel giorno non vi pensai più.»

La mattina dopo, ripigliato il mio Plinio, o per dir meglio, quel Plinio che tanto mi era scaduto di grazia nel giorno innanzi, volli continuar di leggere il di lui panegirico. Alcune poche pagine più, facendomi gran forza, ne lessi; poi non mi fu possibile di proseguire. Allora volli un po' rileggere quello squarcione del mio panegirico, ch'io avea scritto delirando la mattina innanzi. Lettolo, e piaciutomi, e rinfiammato più di prima, d'una burla ne feci, o credei farne una cosa serissima; e distribuito e diviso alla meglio il mio tema, senza più pigliar fiato, scrivendone ogni mattina quanto ne potevano gli occhi, che dopo un par d'ore d'entusiastico lavoro non mi fanno più luce; e pensandovi poi e ruminandone tutto l'intero giorno, come sempre mi accade allorché non so chi mi dèi questa febbre del concepire e comporre; me lo trovai tutto steso nella quinta mattina dal dì 13 al 17 di marzo; e con pochissima varietà, toltone l'opera della lima, da quello che va d'attorno stampato [63] ».

 Intraprese poscia la traduzione di Sallustio, che aveva già tentato, dieci anni innanzi, a Torino, a scopo di studio, e sospendendola per riprenderla in tempi più lieti, come egli stesso scrisse, si rivolse al libro del Principe e delle Lettere già da lui incominciato a Firenze. In quell'inverno stesso fece molte correzioni alle dieci tragedie già stampate, facendole anche copiare.

Nell'aprile del 1785 la contessa d'Albany andò a Parigi e vi si trattenne sino all'agosto; poi si recò a Colmar in quella stessa villa, che aveva abitato l′anno innanzi. L'Alfieri ve la raggiunse con tutti i suoi cavalli, ricominciando l'idillio. In una sua lettera all'amico Mario Bianchi, egli così descriveva il paese e la villa:

«Ella s'immagini un piano immenso come quello di Pisa, che va da mezzogiorno a settentrione, in mezzo di cui passa il bellissimo Reno, che farà sei Arbie insieme. Da levante e da ponente una catena di monti poco più alti di quelli dei bagni di Pisa; ma quelli di ponente massime, alle falde dei quali io sto,son tutti colti, vigne fino a mezzo colle, poi selve dietro fino alla cima; parte di castagni, parte d'abeti. Il piano da questi monti agli altri col Reno in mezzo, dove più, dove men largo, è sempre almeno di dieci miglia: sicché i monti di levante, che mi stanno in faccia, e son più alti, e tengon dell'alpe, bastano per riposar l'occhio da quell'immenso piano, ma non sono presso abbastanza per rattristarlo col loro orrore. La casa è posta in alto non più che quella del Testa sul monte di Pisa andando a Lucca; ma questa piccolissima rialzatura basta per darle vista speditissima su tutto il piano, e vedo cogli occhi ilVieux Brissac ch'è di là dal Reno, come si vede Siena da Montechiaro essendoci però almeno 15 miglia italiane. Lateralmente ho dei piccolissimi colli tutti vigne, e gradatamente dietro il colle s'innalza e finisce in selva. La casa, che qui si chiama castello, è isolata, lontana un ottavo di miglio da un borghetto che le resta al fianco e nascosto; onde colla sua umile miseria non dà noia all'occhio, e non volendo, non ci si passa per avere accesso al castello. La stalla è una casetta a parte, cinquanta passi sotto al castello; sta sotto l'occhio, ma non dà impaccio. L'interno della casa non è grande; ma sufficiente; pulito all'eccesso, lietissimo, e mercè le stufe, caldissimo. Io adesso le scrivo da una torretta, chè ce n' è due agli angoli anteriori del castello; in essa c'è tre finestre e una stufetta, ed è chiusa come una lanterna, e calda a segno, che ora le scrivo con una finestra aperta [64] ».

Ma quella villa non serviva che a nascondere gli amori dell'Alfieri con la contessa: questa, nel dicembre, ritornò a Parigi, e il suo amico restò a Colmar. Ancorché fosse dolente per questa nuova separazione, pure la sua afflizione fu ora assai minore della passata, trovandosi più vicino alla sua fiamma, e potendo senza ostacolo e senza pericolo di nuocerla nella fama, fare una scorsa per vederla. Del resto, nella nuova estate, si sarebbero ancora riuniti.

Tutte queste speranze mi posero un tal balsamo in corpo, e mi rischiarirono talmente l′intelletto, che di bel nuovo intieramente mi diedi in braccio alle Muse. In quel solo inverno, nella quiete e libertà della villa, feci assai più lavoro che non avessi fatto mai in così breve spazio di tempo Si svegliava prima delle sei; accendeva la lampada e scriveva e leggeva in letto sino alle dieci. Poi s'alzava, chiamava il segretario e finiva di rivedere il Sallustio e di far ricopiare le tragedie corrette. Così stava fino a mezzogiorno senza uscir di camera. Poi faceva colazione, dava un'occhiata ai cavalli, e quindi in carrozza o a cavallo andava a spasso nei dintorni sino alle quattro. Tornato a casa, cambiava abito e andava a pranzo; poi al caminetto a pensare, a scrivere alla contessa o agli amici, o a leggere qualche libro piacevole. Alle otto faceva una seconda visita alla stalla, parlava coi palafrenieri; alle nove era a letto [65] . Finì di stendere l′Agide che aveva incominciato a Pisa sin dal dicembre precedente; stese poscia la Sofonisba e la Mirra; nel gennaio del 1786 finì di stendere il secondo e il terzo libro del Principe e delle Lettere; poi ideò e stese il dialogo della Virtù Sconosciuta, omaggio reso alla memoria del Gori, non che l′Abele, tramelogedia; infine, terminò di scrivere l′Etruria Liberata. Era appena finito il poema, quando in una delle tante lettere che gli scriveva la contessa da Parigi, lesse ch'ella aveva assistito ad una recita del Bruto, tragedia del signor Voltaire, e che questa le era assai piaciuta. Quella notizia l′invase di rabbia e di sdegno.

«Che Bruti, che Bruti d'un Voltaire! , – esclamò. – Io ne farò dei Bruti, e li farò tutti e due: il tempo dimostrerà poi, se tali soggetti di tragedia si addicessero meglio a me, o ad un francese nato plebeo, e sottoscrittosi nelle sue firme per lo spazio di settanta e più anni: Voltaire, gentiluomo ordinario del re. Nè altro dissi; nè di questo pur toccai parola nel rispondere alla mia donna; ma subitamente ideai d'un lampo ad un parto i due Bruti, quali poi li ho eseguiti [66] ».

In quel tranquillo cantuccio dell'Alsazia, l'Alfieri passò cinque mesi; se non che, nell′aprile, ebbe la prima seria visita di quella malattia, che non doveva più lasciarlo per tutta la sua vita: la gotta. Stette inchiodato a letto quindici giorni, poi si rimise, ma non nell'animo, che gli restò conturbato, specie che la contessa per circostanze che lo stesso Alfieri non indica nella Vita, non potè andarlo a raggiungere durante la malattia; non lo raggiunse che nell'agosto, e il romanzo, nella frescura della deliziosa villa, ricominciò.

CAPITOLO V.

L'Alfieri poeta d'amore. – Un giudizio del Carducci. – Documenti umani.

Se non che, arrivati a questo punto, a noi sembra necessario aprire una parentesi nella storia degli amori di Vittorio Alfieri con la contessa d'Albany per studiare il grande astigiano da un aspetto se non nuovo, certamente poco conosciuto, cioè, da quello di poeta erotico, specie che quasi tutte le sue rime amorose non gli furono ispirate che dalla sua passione per la moglie di Carlo Edoardo. Da questo lato, esse hanno valore d'un vero documento autobiografico.

Come si sa, l'Alfieri, quale poeta lirico, non è apprezzato che mediocremente. Mentre tutti gl'italiani conoscono le sue tragedie e la Vita, pochi, pochissimi sono quelli che conoscono le sue rime d'amore o d'affetto. La sua tanto strombazzata durezza, la concisione del suo dire, lo stento che spesso trapela dalle sue immagini, hanno nociuto alla fama delle sue rime. Un Alfieri poeta amoroso, poeta delicato, è sempre parso impossibile; e questo è bastato perchè le rime amorose dell'autore del Saul rimanessero obbliate. Eppure, codeste rime sono fra le migliori di quelle che per quattro secoli furono fatte in Italia ad immagine dei sonetti e delle canzoni del Petrarca! Scrive il Carducci:

E a chi le vorrà (le Rime) leggere con intenzione non corrotta da giudizio anteriore, piaceranno; anche dopo quelle del Petrarca: e osserverà il modo del sentire e dell'esprimere diverso nei due poeti, anche dove il moderno vuol parere imitator dell'antico. Tuttavia tanta è in alcuni la prevenzione contro l′Alfieri come poeta di sentimento, che parlando io con persona, pur gentilissima ed erudita, del pregio grande delle rime d'affetto di lui, mi rispose di non averle lette; d'altra parte saper bene che gli affetti d'Alfieri non potevano essere se non di testa. E sì che Cesare Cantù, non alfieriano punto, credo io, diceva le cose d'Alfieri piacer sempre perchè scritte con passione: e Niccolò Tommasèo, non molto amico pur egli al conte scrittore, nella prefazione delle Letture Italiane consiglia: «Delle liriche potete scegliere dall'Alfieri (tra i sonetti amorosi ce n' è di belli) », e nel Dizionario Estetico: «Delle sue liriche parecchie vivranno perchè è in esse l'affetto e il linguaggio poetico », che detto dal Tommasèo non è poco. Sebbene assai prima Ugo Foscolo aveva scritto: * Parecchi dei suoi molti sonetti, benché abbiano poca musica e certa trivialità di voci qua e là, possono ad ogni modo andare del pari co' più lodati in Italia... Ma il mondo non vuol dare la palma ad uno scrittore se non in un solo genere [67] ».

Ma come già testé abbiamo detto, le rime d'amore dell'Alfieri non vanno considerate soltanto dal lato dell'affetto e del « linguaggio poetico » come scriveva il Tommaseo; esse hanno un valore auto-biografico, che assicura loro l′immortalità. Non sono documenti soltanto letterari, ma anche umani. Il poeta col suo amore per Luisa di Stolberg vi sta racchiuso dentro, tutto di un pezzo, coi suoi dolori e con le sue gioie, con le sue ambascie e con le sue illusioni, coi suoi timori e con le sue speranze. Vi si segue, a passo a passo, la sua passione; e sebbene qua e là la maniera petrarchesca appanni l'immagine o formi sopra il concetto come una patina di vecchiume, pure l'affetto ardente, appassionato, zampilla dal verso caldo come sangue, impetuoso come, polla di acqua. Nelle tragedie, nei poemetti, nelle prose si sente lo scrittore, il filosofo, l'uomo che secondo quel tale citato dal Carducci scriveva di testa; ma nelle rime amorose, il cuore dell'Alfieri non ha veli, non ha misteri: la sua passione vi scorre a seconda i casi, ora tempestosa, torbida, come un fiume in piena, ora dolce, tranquilla come un ruscello gorgogliante tra i lucidi sassi del suo letto.

In un sonetto scritto nei primi mesi del suo amore con la d'Albany, il poeta si dirige al ritratto dell'amata donna, probabilmente una miniatura, che portava addosso:

Tu sei, tu sei pur dessa. Amate forme,

Deh, come pinte al vivo! Ecco il vermiglio

Labro, il negr'occhio, il sen che vince il giglio

D'ogni alto mio pensier le amate norme.

Meco la viva, immago e veglia e dorme:

Or la bacio, or la chiudo, or la ripiglio,

Or sul cor me l′adatto, ora sul ciglio;

Qual uom che di ragion smarrite ha l′orme.

Poi le favello: e in suo tenor mi pare

Ch′ella m'intenda e mi sorrida e dica:

Di figger baci in me non ti saziare ;

Mercè ne avrai dalla tua dolce amica:

Ch'ella quant'io n'ho tolti a te può dare

Se avvien che a lei piangendo tu il ridica.

In un altro sonetto il poeta dice che sebbene egli abbia varcato il suo sesto lustro, pure non osa dire d'aver vissuto che solo ora che ha conosciuto la d'Albany :

Or che a te sola penso, e parlo, e scrivo,

E son tuo, se mi vuoi, finch'io mi mora.

Ora incomincio, e ardisco dir ch'io vivo.

Il sonetto alla Venere Medicea, la quale è vinta per bellezza dalla d'Albany, merita di essere riprodotto per intiero, sebbene a coloro che si ostinano a vedere la contessa attraverso la descrizione di chi la conobbe vecchia, debba parere ardito ed anche irriverente il paragone che lo stesso sonetto contiene:

O di terreno labro opra divina,

Pario spirante marmo, immagin viva,

Che di favella, ma non d′alma, priva

Finor sedevi di beltà reina:

Cedi regno, che il cielo omai destina

A mortal donna a cui null′altra arriva,

Cui forse invidia la tua stessa Diva

Nata fuor dell'azzurra onda marina.

Arte, audace assai troppo, ogni sua cura

Posta informar di te cosa perfetta,

Già parea di sua palma irne sicura:

Ma, lunga etade a soggiacer costretta

Dal suo letargo è sorta al fin natura,

E fa questa mirabile vendetta.

Ed anche quest'altro, dove la passione è sincera, e scorre viva e serrata anche attraverso la forma petrarcheggiante, merita d'esser ricordato:

Ah! tu non odi il sospirar profondo,

Il parlar rotto, i flebili lamenti,

Onde avviemmi che invano al core io tenti

Scemare in parte di sue doglie il pondo!

Me tu non vedi, allor ch′io il petto innondo

Di duo rivi perenni al suol cadenti.

Oh, se mai mi vedessi!... E con quai stenti

Questo fero mio stato a ogni uom nascondo!

Ciò tu non sai: chè il sole almo dal cielo

Non sa che iniqua nebbia i fiori adugge,

Cui vede alteri ognora in loro stelo.

Così il martir che me consuma e strugge

Nol sai, se in meste rime io nol rivelo:

Chè al tuo apparire ogni mio duol sen fugge.

Nè meno passione profonda traspare da una canzone, dove richiamando i dolci convegni serali, si duole dell'amor  suo dal quale non ricava che poche dolcezze:

Luce degli occhi miei,

Oh quanto breve è il lampo

Onde il cor tenebroso a me rischiari!

Oh come faggon ratti e tornan rari

Quegli istanti, onde scampo

Trovo ai tormenti rei

Del vivo fuoco di cui tutto avvampo!

Pochi dolci momenti, oh quanto amari

Parer mi fate e lunghi i giorni interi,

Che in funesti pensieri

Da lei lontan poi trapassare io deggio!

Tornare, è ver, ma oh come tarde e lente

Tornar le veglie sospirate io veggio!

Fossi almen d'ogni angoscia allora esente;

Chè l'ombre assai men greve

Mi parria l'aspettare, e il dì più breve !

Ma (oh debile conforto

Al mio desire immenso!)

Che ottengo allor, se non di furto un guardo?

Che poss'io dir, se non di furto: Io ardo?

forse puoi ciò ch'io penso

Legger nel viso smorto.

Nel cupid'occhio al rimirarti intenso.

Ma un cor piegato d'amoroso dardo

Non si appaga di poco: e un nulla io chiamo

A lato a quel ch'io bramo,

Il poter dirti mille volle il giorno

Ch'io sol per te l'aura vital respiro.

Qual sia dunque il mio stato, or che d'intorno

Cinta da tanti esplorator ti miro?

Or che non pure i detti

Ma deggio anco i sospir tener ristretti?

È ver: poco mi pare,

Quand'io ti siedo a lato,

Il sogguardarti coll'occhio tremante:

Quando, benchè nel cuor fervido amante,

Sotto aspetto gelato

Mi ti debbo mostrare.

Ma da te sono appena allontanato.

Che dolce io chiamo e benedetto istante

E sol felice e sol cagion di vita,

Quello in cui gradita

Vista di quanto bene al mondo io mi abbia

Non vien ritolta ai languidi miei lumi.

E pien di corruccio e di dolore si mostra il poeta nel sonetto contro coloro che nel 1783 lo allontanarono da Roma e dalla contessa. Si capisce subito che i suoi fulmini sono diretti contro il cardinale di York e i preti che lo circondavano, se non anche contro la Santa Sede, se è vero, come qualcuno pretende, che questa abbia contribuito a dargli l'ostracismo dalla Città Eterna:

Chi m'allontana dal leggiadro viso.

Da bellezza a modestia riunita,

Che col semplice suo blando sorriso

Amare a un tempo e riverire invita?

Chi in sì barbaro modo hammi diviso

Dalla dolce fontana di mia vita,

Da′ bei negri occhi che il mio cor conquiso

Hanno, e la mente d′ogni error guarita?

Livor, viltade, ipocrisia, l′ammanto

Osan vestir di coscienza pia:

E dal lor congiurar nasce il mio pianto.

Ma il dì verrà, turba malnata e ria,

Ch'io, pur tornato alla mia donna accanto,

Farò sentirti se poeta io sia [68].

E, allontanato da Roma, con la mente e col cuore il poeta si volge alla contessa, solitaria e rinchiusa:

O di gentil costume unico esempio,

D′ogni alto mio pensier cagione e donna,

Del lasso viver mio sola colonna.

Di celestial virtude in terra tempio:

Mentr'io di pianto l′aere riempio,

Com′uom il cui martir mai non assonna;

Forse un duol non minor di te s'indonna

E del tuo molle cor fa crudo scempio.

Ch« fai tu sola i langhi giorni interi

Al trapassare or si molesti e lenti,

Più che saetta a noi già un di leggieri?

D′udirti parmi in sospirosi accenti

Chiamarmi a nome; e veggio intanto i neri

Occhi appannarsi in lagrime cocenti.

Viaggiando a cavallo, a piccole giornate, la natura spesso gli sorride da un colle verde o da una vallata amena; ma egli non gode, poiché quelle bellezze della natura non può godere insieme alla sua amata:

Ad ogni colle che passando io miro,

Cui pingue olivo o allegra vite adorni,

Dico tra me: Beati almi soggiorni,

S′ella qui fosse! e in così dir sospiro.

Se in ubertoso pian poscia mi aggiro

Fra limpide acque, ombrosi cerri ed orni,

Forza è che invano a dir lo stesso io torni:

Ma dal non esser seco al fin m'adiro.

Poggi, valli, onde chiare, erbose piagge.

Che ardir sia il vostro di abbellirvi, or quando

La mia donna nel pianto il viver tragge?

Pace e letizia son dal mondo in bando;

Contrade siete inospite selvagge;

 Fin ch′io da lei sto lungi lagrimando.

Quest'altro fu scritto quando la d'Albany, nel 1784, lasciata Bologna, si recò a Baden, nel cantone d'Argovia, e il poeta faceva poco dopo la stessa via:

Varcate ha l′Alpi. Ah! me ne avveggio: muta

Trovo l′Italia, e sola, e tenebrosa:

Come quando del sol la fiamma ascosa

Lascia la valle di dolor vestuta.

Sol la via ch'ella dianzi ebbe tenuta

Serba ancora una dolce aura odorosa,

Tutta infuocata di luce amorosa,

Che di gioia e dolor m'ha l'alma empiuta.

A ogni passo, piangendo, fra me dico:

Qui passò: deh! se incontrata l'avessi!...

Ma sempre a me il destino ebbi nemico.

La seguirei se al mio desir credessi;

Se men di lei, che di sua fama amico

I miei di sconsolati io non traessi.

Una reminiscenza dantesca avvolge e profuma il seguente sonetto:

Di là dall'Alpi appena, ove si trova

Con schietta libertà semplice vita,

La mia vezzosa pellegrina è gita

Onde Elvezia vedrà beltade nuova.

Intorno a lei maravigliarsi a prova

Veggio la gente rozzamente ardita;

Mentre onestà di leggiadria vestita

Fra lor d'oro il bel secolo rinnova.

Ella non è donna mortal creduta:

Quindi è spenta ogni invidia; e in lieto viso

Dicon donne e donzelle: Io l'ho veduta.

E l'età cui stanchezza ha omai diviso

Dal mondo, anch'essa è per veder venuta

Com'esser possa in terra paradiso.

Il seguente sonetto fu scritto mentre il poeta viaggiava per raggiungere la contessa in Alsazia:

L′Arno già, l′Appennino e il Po mi lasso

Dietro le spalle; e l'Alpi negre a fronte

Già mi mostran l′angusto ed erto passo,

Per cui convien che al Tirolese io monte.

L'amoroso pensiero agili e pronte

L'ali ha così, ch'oltre quei massi al basso,

Là dove il Reno è assai già lungi al fonte,

Io fortemente immaginando passo.

E del gran fiume sulla manca riva

Trovo, tra vespro e sera, entro un bel bosco,

Sola e pensosa una terrena Diva.

Già per le folte piante è l′aër fosco:

Non visto, odo che dice: or non arriva

Gente ancor qui dal bel paese Tosco?

Sempre durante lo stesso viaggio:

Donna, or più giorni son che a caldo sprone

Vengo seguendo l′orme tue novelle;

E, in ogni loco chieste, odo novelle

Che mi dovrian pur dar speranze buone.

Di tua beltà la dolce visione

Precedendo mi va con ali snelle;

E tratto tratto a me le fide stelle

Par ch'ella volga, e che il tuo dir mi suone.

Son lieto, è ver, ma di letizia muta:

Qual di chi aspetta, e col desio sol tiene

Cosa che lungamente avea perduta.

Io n'ho certezza; eppur temenza viene

E di sue larve hammi la mente empiuta:

Oh quante in troppo amar s'inventan pene!

E dell′anno seguente, in cui l'Alfieri ritornò a vedere la contessa a Colmar, è quest'altro :

Già son dell′Alpi al più sublime giogo,

D'onde verso il German l′acqua s'avvalla:

Precipitar vorrei sovr'essa a galla,

Per giunger prima al sospirato luogo.

Ciò non potendo, al cuor mi è pure sfogo

irar quest'onda e dir: presto vedralla

Quella, con cui (se il mio sperar non falla)

Miei dì trarrò sino al funereo rogo.

Rapido scendi oltre l'usato, o fiume:

E, per lei pria del mio giunger lieta,

Mie' carmi reca in su le ondose piume.

Perchè tu il sappi, al tuo fuggir pon mèta

Là dove splende inusitato un lume;

Ch'ivi è colei ch'ogni mia doglia acquieta.

E quando il poeta rimase solo nella villa di Colmar:

Su questa strada io giva, in questo legno,

Coi medesmi destrieri, in simil ora

(Ma col cor di ben altro affetto pregno)

A diporto con lei cui chiamo ognora.

Già d'una in altra rimembranza io vegno

Sì pienamente or di me stesso fuora,

Che, fin ch'io lei presente a me disegno

Coll'acceso pensier, duol non mi accora.

Nè sol la veggo; anco le parlo, ed odo

Di sua angelica voce le risposte.

Ch'io replicar fra me tacito godo.

Ma l'orme ho appena entro all'ostel riposte.

Ch'io ricomincio in lagrimevol modo

A cercar de' suoi piè le amate poste.

A coloro, poi, che come il Saint-René Taillandier ed altri, deplorano fra un'incensata e l'altra, i costumi della contessa d'Albany, che arrivano sino a chiamare adultera, il sonetto che segue e dove l'Alfieri ha tracciato il ritratto d'una donna per eccellenza virtuosa, deve fare arricciare il naso:

Candido cor che in sul bel labbro stai

Di quella schietta che il mio tutto chiamo,

Per te più sempre che me stesso io l′amo:

Tu più m'incendi che i suoi negri rai

Chi di beltà, chi di lusinghe, e assai

Côlti son d'arti e di menzogne all'amo:

Non io; che in prova libertà non bramo;

E l′anno è il nono dei miei lacci omai.

Un dirmi ognor soavemente il vero,

Ancor che spiaccia: ed, a vicenda, un breve

Sdegno in udirlo, indi un perdon sincero ;

Un profondo sentire in sermon lieve;

Infra il lezzo del mondo animo intero:

Bei pregi, a cui servir non fia mai greve.

Ma dell'Alfieri, poeta amoroso, basti.

CAPITOLO VI.

Il romanzo continua. – La morte del Pretendente. –

La Contessa d'Albany a Parigi. –

Il viaggio in Inghilterra. – Ritorno in Italia.

Abbiamo lasciato l'Alfieri e la contessa d'Albany in Alsazia, nella loro villa o castello di Colmar. Nel dicembre (1786), avvicinandosi il tempo del ritorno della signora a Parigi, stabilirono i due amanti d'andarvi insieme, non avendo l'Alfieri il coraggio di passar solo un secondo inverno in Alsazia: per altro, riflettevano tutti e due, Parigi non è nè Bologna, nè Roma; e, nella sua immensità, chi avrebbe posto l'occhio al loro amore? Andarono quindi a stabilirsi a Parigi, ma non nello stesso alloggio, perchè, anche nella sua immensità, alla grande metropoli non sarebbe sfuggito l'irregolarità di quella unione. Parigi, però, riusciva all'Alfieri sommamente uggioso, e se non fosse stato per la d'Albany, non ci sarebbe stato nemmeno dipinto. È questa la quinta volta – scriveva al Bianchi [69] – che ci vengo nello spazio di diciotto anni e sempre mi fa la stessa impressine; e se non ci fossi per la Signora, non ci starei neppure un giorno; e preferisco a genio mio di stare a Poggibonsi o Staggia, piuttosto che qui. Intanto, cominciò a verseggiare il Bruto Primo; ed avendo pronte, per un'edizione definitiva, tutte le sue tragedie, pensò di pubblicarle, con lusso di tipi, colà: senonchè, prima di mettervi mano, volle avere un saggio tipografico di ciò che sarebbero state le tragedie, e stampò il Panegirico a Trajano. Non si pentì egli d'aver preso quella precauzione, chè, quel saggio non gli garbò, e cambiato lo stampatore del Panegirico col famoso Didot maggiore, da questo fece stampare il primo tomo delle tragedie. Nel luglio lasciò Parigi insieme alla contessa, e, attraversata la

Svizzera, fecero anche insieme ritorno nel loro castello di Masterbourg. Poco dopo giuntovi, l′Alfieri s'infermava gravemente, e, riavutosi di questa sua malattia, così scriveva al Bianchi:

«Bile e poi bile, e bile su bile ho sempre evacuata; niente sopportando lo stomaco, se non acqua appannata. Mi son tenuto morto per 20 giorni, e lo era; privo d'ogni color naturale, ma però sempre il capo a casa. Era ben disposto, e quando io passerò più dolcemente di quel che avrei fatto qui fra la donna amata e fra l'amico letterato? [70] Erano in salvo i miei scritti, si sarebbe continuata da questi due me stessi l'edizione delle tragedie; intraprese l'altre, e non moriva intero. Altro non mi doleva che di lasciare la mia ultima tragedia non verseggiata; e tanto più doleva, che la lasciava così per sola mia negligenza; mentre in Parigi ho avuto tutto il tempo di porla in versi, e per trascuraggine l'avea negletta. Ma insomma è passato per ora ogni pericolo; alcun anno di vita posso ancora ragionevolmente sperarlo; e pochi mi basteranno d'ora in poi a finire e stampare tutto quello che ho disegnato di fare; e sempre, come ella sa, m'era distribuito la parte della vita mia in maniera da aver finito tutto, al più tardi, ai 45 anni; oltre cui sono d'avviso che il poeta dee chiuder bottega; ed a cui me ne avanzano ancora 6 ½, che sono tutto il mio esteso voto » [71] .

Fatta una scorsa con la contessa e l'abate di Caluso sino a Kehl, visitò colà la tipografia Beaumarchais, ed avendo oltremodo ammirato quei tipi per la loro nitidezza ed eleganza, pensò di stampare coi medesimi tutte le sue opere; e cominciò con le odi dell′America Libera. Sulla fine del dicembre, ritornò insieme alla contessa a Parigi, dove mise casa, e stava curando amorosamente la edizione completa delle sue opere, quando gli pervenne la notizia che era morto a Roma Carlo Edoardo.

Questi, dopo la separazione dalla moglie, rimasto solo a Firenze, con gli acciacchi della vecchiaia che si facevano sempre maggiori d'anno in anno, sentì il bisogno di procurarsi una compagnia che non fosse quella dei suoi valletti di camera, anche perchè gli era venuto meno il conforto del carteggio col fratello cardinale di York dopo che, per ragioni d'interessi, s'era posto in guerra con lui. Si ricordò che egli aveva avuto una figlia da miss Walkinshaw, e scrisse alla madre ch'egli l′avrebbe presa presso di sè e riconosciuta. Annuì la madre, e Carlo Edoardo pensò subito a legittimare la figliuola; il che avvenne con atto che col consenso di Luigi XVI fu registrato al Parlamento di Parigi. Miss Carlotta Walkinshaw ebbe il titolo di duchessa d'Albany ed andò a raggiungere il padre a Firenze, al palazzo Guadagni, in via San Sebastiano, dove il Pretendente abitava. Non era più giovane, chè, nel 1786, contava già trent'anni, ma nella solitaria casa del Pretendente essa portò con la sua matura giovinezza un raggio di bontà. La casa del vecchio principe si riaprì ancora alla società fiorentina; dame e signori vi accorsero, e Carlo Edoardo, l'ubbriacone, accanto all′affetto della figlia parve riabilitarsi. Ma già la sua salute era malandata; e ritenendo che il clima di Roma, più mite di quello di Firenze, avrebbe dato un po' di sollievo alle sue sofferenze fisiche, si fece condurre nella Città Eterna. Frattanto egli si era riconciliato col fratello, il quale era andato al suo incontro insino a Viterbo. Però il clima di Roma non gli portò che un sollievo momentaneo, e colpito d′apoplessia il 7 gennaio 1788, moriva il 30 dello stesso mese.

Il corpo del principe fu esposto nel salone del palazzo Muti trasformato in cappella ardente. Ai piedi del letto, sopra uu cuscino di velluto, fu posta la corona. I funerali furono regi, e sulla cassa di metallo furono incise queste semplici parole: Carolus III Magnae Britanniae rex. Oimè ; oggi si sarebbe detto re da operetta!

Poi il cadavere fu trasportato a Frascati dove il cardinale di York gli fece altre esequie regie. Lui stesso, il cardinale, terminate le onoranze funebri, diresse al papa una lettera con la quale gli annunziava ch'egli nella sua qualità d'erede del fratello e dei diritti della corona inglese, assumeva il nome di Enrico IX: il papa, il quale era Pio VI, che in un certo suo nuovo stemma di famiglia molto borioso si era imparentato, come diceva Pasquino, col re di Francia, con l'Imperatore e col Cielo [72] , non rise di quel re da burla, e, in una lettera di risposta, chiamò la risoluzione del cardinale giudiziosa e sensata. Il cardinale, però, non si fermò a quella partecipazione abbastanza innocua; e poco dopo fece coniare una medaglia con questa iscrizione, ma in latino, nel diritto: Enrico IX re della Gran Brettagna, di Francia e di Irlanda, difensore della Fede, cardinale e vescovo di Frascati; e nel rovescio: Non desideriis hominum, sed voluntate Dei.

La storia degli ultimi mesi della vita di Carlo Edoardo porge il destro ad uno dei biografi della contessa d'Albany di rilevare la scostumatezza della vita della sua eroina. Il Saint-René Taillandier è rimasto profondamente commosso dinanzi a quel dolce e delizioso quadro di famiglia che presentava il Pretendente e la sua figliuola, l′uno vecchio, ammalato, sempre con l′immagine della sua adorata Scozia nel cuore, l'altra buona, affettuosa, vero angelo confortatore al letto del padre; e mette in confronto questo quadro con quello che in quei giorni medesimi offriva Luisa di Stolberg vivente in tresca, a Parigi, con l′Alfieri. Il confronto, certamente, non riesce favorevole a questi ultimi; se non che, il rugiadaso biografo dimentica di accordare, se non altro, alla sua eroina il beneficio delle circostanze attenuanti.

O Luisa di Stolberg, per un miserabile intrigo politico, non era stata buttata a diciotto anni nelle braccia d'un vecchio ubbriacone? O questo vecchio ubbriacone non aveva bastonato questa giovane sposa che nella sua casa deserta aveva portato un raggio di sole e di bellezza? E del resto, fu veramente sincero e disinteressato il sentimento che guidò Carlo Edoardo a riconoscere la propria figliuola dopo tanti anni d'ingiustificato abbandono? Oppure non vi contribuì una punta d'egoismo, quello, cioè, di trovare nella figlia un'infermiera? [73] .

Ma ritorniamo ai nostri amanti. La nuova della morte del marito non lasciò fredda la brillante pécheresse, come il Taillandier chiama la Stolberg. Difatti, l'Alfieri scrisse: E benché questa morte preveduta da un pezzo... con tutto ciò io fui con mia meraviglia testimonio oculare, ch'ella ne fu non poco compunta, e di dolore certamente non finto, nè esagerato; che nessuna arte mai entrava in quella schiettissima ed impareggiabile indole. E certo quel suo marito, malgrado la molta disparità degli anni, avrebbe trovato in lei un'ottima compagna ed un'amica se non un'amante donna, soltanto che non l'avesse esacerbata con le continue acerbe e rozze ed ebre maniere ...

A questo punto, si presenta spontanea sulle labbra la domanda: O perchè la contessa d'Albany, scomparso, con la morte, il marito, non sposò l'Alfieri? O perchè preferì per altri quindici anni di vivere illegalmente con lui anziché esserne la moglie!

Constatiamo, innanzi tutto, che nè Luisa d'Albany nè Vittorio Alfieri hanno dato mai una risposta a siffatta domanda, che pure se non tutti, molti dei loro contemporanei, e specialmente i loro amici, ebbero certamente più d'una volta a farsi: lo stesso Alfieri che nella Vita, sebbene con sobrietà di particolari, narra le proprie vicende amorose, non dice mai perchè egli e la contessa preferirono essere una coppia di amanti anziché due sposi legittimi. Ma se essi non manifestarono mai il loro intimo pensiero a tale riguardo, cercarono di rispondere alla domanda tutti coloro che s'occuparono della vita intima del grande poeta e di colei che fu regina, sebbene in partibus, d'Inghilterra; e quasi tutti rinvengono appunto in codesto titolo regale, a cui la contessa teneva forse più che alla propria bellezza e al proprio spirito, la causa per la quale essa, la vedova di Carlo Edoardo Stuart, non volle diventare la contessa Alfieri di Cortemiglia. Una regina d'Inghilterra poteva benissimo essere l'amante d'un poeta, ma la moglie mai, o Maria Stuarda non era stata l'amante di David Bizzio? Ma diventare semplicemente una dama suddita del re di Sardegna!... Oh, questo, no! Nè, sulla fine del secolo xviii, la morale era così esigente da pretendere a ogni costo la legittimazione di quell′unione illegale: no! La morale d'allora era di manica molto larga, una morale sui generis, che permetteva o tollerava molte cose che oggi nè permetterebbe nè tollererebbe; una morale fatta per uso esclusivo delle alte classi dirigenti; e in questa morale così comoda per tanta gente, l'adulterio o l'unione libera non era che un semplice fatto d'alcova, perfettamente trascurabile; e quanto alla religione, se non questa, certamente i suoi sacerdoti, anche di grado eccelso, erano d'una tolleranza estrema. Giammai come in quel tempo fu più facile ai peccatori, specie se nobili, di penetrare in paradiso. I cardinali stessi non nascondevano le loro tresche, e in Francia, sino a Luigi XV, sebbene le regine, come i re, ricevessero il sacro crisma a Reims, pure le vere regine non erano state che le favorite. Chi mai dei tanti prelati di Francia o di Italia coi quali la marchesa di Pompadour o la contessa Dubarry furono in corrispondenza, osò dir loro, in faccia, o alle spalle, che esse erano delle prostitute ?

Luisa di Stolberg, come già dicemmo, teneva molto al suo titolo di regina; nè lei, a diciotto anni, avrebbe sposato il principe Carlo Edoardo di cinquantadue, se non fosse stato per quel titolo. A Parigi, dove la raggiunse la notizia della morte del marito, ella viveva quasi regalmente nel suo ricco appartamento di via Borgogna. Un inglese, sir William Wraxall, che andò a visitarla, ci lasciò una descrizione della vita che vi menava. «In una delle sale c'è innalzato il trono col baldacchino e le armi d'Inghilterra. Tutta l′argenteria porta la cifra reale... Trovai nelle sale numerosa comitiva di signore e signori, quasi tutti francesi ed inglesi, che davano alla padrona di casa il titolo di contessa, mentre le persone di servizio le davano quello di Maestà... Prossimo al suo palazzo havvi un monastero dove la contessa regolarmente, tutte le domeniche, va ad assistere all′uffizio divino, e le monache la ricevono con gli onori sovrani». Né le sue sale erano frequentate da nobili decaduti, o da spostati, o semplicemente da letterati e da artisti; ma dal fior fiore della nobiltà francese e della colonia straniera. Vi s′incontravano gli uomini di Stato della Francia di quei giorni, come il Necker, il conte di Montmorin, il Malesherbes, il futuro difensore di Luigi XVI davanti alla Convenzione, il Nunzio del Papa, sissignori, il nunzio del Papa, monsignor Dugnani, il quale, certamente, non ignorava il romanzo d′amore della contessa coll'Alfieri, il conte Mercy d'Argenteau, ambasciatore dell′imperatore d'Austria, il marchese Cordöa, ministro del re di Sardegna, il conte di Salmour, incaricato d'affari del re di Sassonia, il barone di Staël-Holstein, ministro di Svezia, il quale vi conduceva la sua sposa, che più tardi doveva essere la più grande scrittrice d'Europa e che già fin d′allora s'era fatto un certo nome nel mondo letterario con le sue Lettres sur Jean-Jacques Rousseau. Se non in quei giorni, certamente un poco più tardi, nel salotto della contessa, quasi sempre s'era sicuri d'incontrarvi il Beaumarchais, il glorioso autore del Mariage de Figaro, il quale, una sera, vi lesse una sua nuova commedia: La Mère Coupable.

Tutta questa gente che bazzicava presso la d'Albany, conobbe certamente l'Alfieri, che già nella penisola si proclamava il creatore del teatro tragico italiano; ma, francamente, non possiamo andare d'accordo col Saint-René Taillandier, il quale, in base ad induzioni cervellotiche, sostiene che quelle riunioni d'uomini di Stato e di lettere fossero state pensatamente disposte dalla contessa per creare anche a Parigi una celebrità al suo amico. Secondo lo scrittore francese, Luisa di Stolberg sarebbe stata una specie di Barnum in gonnella anticipato, un esibitore non di mostri umani o animali, ma del genio dell'Alfieri. Anche se ne avesse avuto il pensiero, questi, sdegnoso d'ogni ciurmeria nemico d'ogni ostentazione cortigianesca, glielo avrebbe fatto smettere. Ma via, lo scrittore francese, con la sua esibizione del genio d'Alfieri, fantastica, anche perchè la contessa d'Albany ricevendo nel suo salotto di via Borgogna i più brillanti ingegni di Francia, non cedeva che al suo bisogno di donna di spirito e di società. Nè meno cervellotiche possiamo giudicare le altre supposizioni che lo stesso Taillandier ricama iintorno alla baronessa di Staël-Holstein. Ritiene egli che questa, ammiratrice fervida di Wolfango Goëthe e di Federico Schiller, non stimasse che assai mediocremente il genio dell'Alfieri e spiega con l′intervento della contessa d'Albany se la grande scrittrice francese nel parlare del poeta tragico italiano nel suo libro: De la Littérature non portò su di lui un giudizio molto severo. Anzitutto, quel buon Saint-René Taillandier non pensò che madama di Staël e la d'Albany non si conobbero e videro che nel 1788, se non forse nel 1789 o nel 1790, e il libro di cui egli parla non fu pubblicato che nel 1801: ed è quindi lecito supporre che in quel tempo la futura scrittrice dell′Allemagne non si fosse ancora convertita al culto della letteratura tedesca e fosse ancora sincera ammiratrice di quella letteratura francese a cui il Voltaire e il Rousseau avevano allora data un'impronta d'alta modernità, senza che rinnegassero le vecchie tradizioni letterarie della Francia. Non crediamo quindi che la Staël, quando frequentava il salotto di via Borgogna, avesse bisogno d'una raccomandazione di colei ch'ella, nelle sue lettere, chiamava mia chère souveraine, per ammirare l'Alfieri, il cui teatro non usciva dall'orbita della scuola classica, ch'era pure quella del Racine, del Corneille e del Voltaire. Fu più tardi che la Staël s'innamorò fortemente della letteratura tedesca facendosene in Europa il portavoce col libro sopra ricordato, e con l′altro più famoso dell′Allemagne, che non fu pubblicato che nel 1811, cioè, otto anni dopo la morte dell'autore del Saul. Allora sì che una nuova orientazione era avvenuta nelle idee della scrittrice: Corneille, Racine, Voltaire, nella tragedia, non erano stati che i riproduttori dei modelli greci, cioè, d'un'arte morta; l'arte viva, l'arte nuova, eccola là; era l'arte, era la letteratura della Germania. L'Alfieri, non era nè Goëthe nè Schiller; era un classico, ed era mandato al museo. La Staël, banditrice del nuovo verbo letterario, non poteva essere quindi che severa verso il genio d'un poeta che non era iscritto nel suo calendario, e se non fu più severa verso di lui, ciò certamente avvenne, non già perchè la contessa d'Albany avesse interposto i suoi buoni uffici, ma semplicemente perchè la Staël non ignorava come l'Alfieri possedesse meriti reali. Del resto, il giudizio ch'essa emise intorno al poeta italiano rispondeva al concetto che aveva delle lettere: la Staël riteneva che queste fossero il prodotto della società, o, come oggi si direbbe, del milieu, rispecchiandone la vita e i sentimenti; e parlando, in particolare, della tragedia in Italia, opinava che siffatto genere letterario fosse fra noi impossibile, imperocché gl'italiani

« ont de l'invention dans les sujets et de l'éclat dans les expressions; mais les personnages qu'ils représentent arrachent peu de larmes. C'est que dans leur situation politique et morale, l'âme ne peut avoir son entier développement; leur sensibilité n'est pas sérieuse, leur grandeur n'est pas imposante, leur tristesse n'est pas sombre. Il faut que l′auteur italien prend tout en lui-même pour faire une tragédie, qu'il s'éloigne entièrement de ce qu'il voit, de ses idées et de ses impressions habituelles, et il est bien difficile de trouver le vrai de ce monde tragique alors qu'il est si distant des mœurs générales.

Pure riconosceva che l'Alfieri aveva saputo esprimere bene il sentimento della vendetta, e citava la Rosmonda. Ma qui il Taillandier vede subito una specie di concessione fatta alla contessa d'Albany; ma di dove egli l′ha ricavato?

Ed ancora più strano è il nostro scrittore quando crede sul serio che la d'Albany avesse intrapreso insieme all'Alfieri, nel 1791, il suo viaggio in Inghilterra per far conoscere presso i compatriotti di William Shakspeare il genio del suo amico. Già, si vede che in lui è un'idea fissa quella, cioè, d'una contessa d'Albany esibitrice del genio d'Alfieri; soltanto questa sua idea, se può prender posto tanto ostinatamente nel suo cervello, non ritrova mai il suo riscontro nei fatti. L'Alfieri, nella Vita, espone i motivi che l'indussero insieme alla sua amica ad intraprendere quel viaggio. Quei tre anni trascorsi a Parigi, egli li aveva quasi intieramente passati a correggere le sue opere che si stampavano a Kehl, a tradurre dal latino, segnatamente da Virgilio, e a terminare l′Abele: e queste sue occupazioni gli avevano prosciugato il corpo e l′intelletto Egli sentiva il bisogno d'un po' di svago, di muoversi, di vedere altri uomini, altre cose. Non bisogna dimenticare come egli avesse l'animo proclive a vagabondare. S'aggiunga, che nel frattempo, le cose di Francia s'erano maledettamente imbrogliate, e sebbene nei suoi scritti imprecasse ai tiranni, le sue migliori relazioni erano in gran parte con quella società che in quei giorni la rivoluzione scuoteva profondamente. La stessa contessa d'Albany, sebbene accettasse la corte degli enciclopedisti, pur sentiva un profondo disprezzo contro quel terzo Stato che cominciava già ad imporsi con le barricate. L'aria di Parigi evidentemente non era più favorevole agli aristocratici, e i nostri due amanti, per trovare un po' di pace e di sicurezza, deliberarono di passare in Inghilterra.

L'Alfieri, nella Vita, consacra poche righe a codesto suo viaggio. All'incontro, noi sappiamo che, a Londra, la contessa fece in pompa magna una visita, che deve aver fatto fremere di sdegno, nelle loro tombe, gli Stuardi. Luisa di Stolberg, obbliando ch'essa era la vedova di Carlo III re d'Inghilterra, di Francia e d'Irlanda, forse per un sentimento di vanità, chiese ed ottenne d'essere ricevuta da Giorgio III e dalla regina Carolina. La presentazione di colei, a cui ancora i suoi servi davano il titolo di Maestà, avvenne il 19 maggio 1791. I commenti furono parecchi.

« La comtesse d'Albany – scriveva Orazio Walpole a miss Berry –n'est pas seulement à Londres, il est probable qu'en ce moment même elle est au palais de Saint-James. Ce n'est pas une révolution à la manière française qui l'a restaurée, c'est le sens dessus dessous si caractéristique de notre époque. On a vu dans ces deux derniers mois le pape brûlé en effigie à Paris, madame du Barry invitée à dîner chez le lord-maire de Londres, et la veuve du Prétendant présentée à la reine de la Grande-Bretagne [74] . E aggiungeva: J′ai eu par un témoin oculaire des détails très-précis sur rentrevue des deux reines. La reine veuve a été annoncée sous le titre de princesse de Stolberg. Elle était vêtue fort élégamment, et ne parut pas embarrassée le moins du monde [75] . Le roi parla beaucoup avec elle, mais seulement de son voyage, de la traversée, et d'autres choses générales; la reine lui parla aussi, mais moins longtemps. Elle se trouva placée ensuite entre deux des frères du roi, le duc de Glocester et le duc de Clarence, et eut avec eux une longue conversation. Il paraît qu'elle avait connu le premier en Italie. Elle n'a point parlé avec les princesses. Je n'ai rien su du prince de Galles, mais il était présent, et probablement il nes'est pas entretenu avec elle. La reine la regardait avec la plus sérieuse attention. Ce qui rend l′évènementplus étrange, c'est qu'il y a fête aujourd'hui pour l'anniversaire de la naissance de la reine. Madame d'Albany a été conduite à l'Opéra dans la loge royale ».

Alcuni giorni dopo, la contessa presenziò la seduta di chiusura del Parlamento. Ella era, scrive il De Reumont, assisa, insieme ad altre signore ai piedi di quel trono che suo marito avrebbe dovuto ascendere per diritto di nascita e sul quale Giorgio III portava la corona degli Stuardi.

Dell'Inghilterra e della società inglese di quei giorni, la contessa d'Albany tracciò un breve quadro in alcune note o ricordi di viaggio:

" Ho passato circa quattro mesi in Inghilterra e tre a Londra. Io mi ero fatta un'idea assai diversa di questa città. Sebbene conoscessi che gli inglesi erano tristi, non avrei mai potuto immaginare che il soggiorno nella loro capitale lo fosse sino al punto da me provato. Nessuna società, ma riunioni rumorose, affollate... Passano nove mesi dell'anno tappati in casa, vedendo pochissime persone, e negli altri tre, che trascorrono nella capitale, vogliono divertirsi. Le signore non restano quasi mai in casa. La mattina, che comincia per loro alle due dopo mezzogiorno, poiché si alzano da letto alle dodici e vanno a dormire alle quattro antimeridiane, è impiegata in visite e passeggiate, mentre gli inglesi hanno bisogno di moto e il clima lo esige. Le esalazioni del carbone, l'assenza continua del sole, il cibo pesante, le bibite alcooliche impongono loro di muoversi, e molto: eppure, a malgrado di tutto questo loro moto, la gotta li visita spesso e li inchioda nel letto per mesi e qualche volta per anni, rimanendo storpi... Le città di provincia valgono assai più di Londra; esse sono meno tristi, meno affumicate; le case sono migliori. Come tutto è sottoposto a tasse, le finestre sono pure tassate; epperò, sulla strada, le finestre sono rare: il che rende le case strette, incomode, e siccome il terreno si paga un occhio del capo, i piani delle case si sovrappongono gli uni sugli altri con estrema facilità. D'un solo beneficio gode il paese; e questo beneficio è la libertà politica... Il suo governo è un miscuglio di aristocrazia, di democrazia e di monarchia; quest'ultimo elemento, sebbene assai sparuto, pure basta per mantenere l'equilibrio fra gli altri due poteri... Non esiste al mondo un paese dove lo spirito di classe sia più vivo e più disciplinato che in Inghilterra. Il popolo sa che è libero, ma rende a ciascuno ciò che gli è dovuto. Esso è nato per la libertà; è ad essa abituato, e rispettando il suo superiore, sa che dinanzi alla legge è il suo uguale. Se l'Inghilterra avesse avuto un governo dispotico, il suo popolo sarebbe stato il più misero della terra; clima cattivo, terra cattiva, prodotti cattivi; non c'è che il governo di buono; esso soltanto ne ha fatto un paese abitabile. Il popolo è melanconico, triste, non ha immaginazione, nè spirito; è avido di denaro, il che caratterizza l'inglese. Non c'è persona che non si possa comprare con più o meno denaro. Spiego questo vizio con l'estremo bisogno che se ne ha in questo paese dove anche uno con una fortuna considerevole, è povero in vista delle tasse enormi a cui la ricchezza pubblica è sottoposta e del caro esagerato delle cose di prima necessità.

«Mi è parso che le buone leggi abbiano abituato il popolo al sentimento della giustizia; mi è parso pure che, occorrendo, difenderebbe volentieri il debole; i ragazzi che vivono sulle strade non hanno nulla da temere. Gl'inglesi amano le donne pel bisogno fisico, ma non sentono quello di vivere con loro in società. Sono mariti esigenti e severi, e le donne, in generale, sono più saggie che altrove, poiché esse hanno di più da perdere: la distribuzione delle case impedisce che esse ricevano senza che ne siano istruiti i servi e il marito. Sono in generale buone madri e buone mogli; ma amano molto il giuoco e le grandi dame sono dissipatrici. Non si conosce a Londra la piccola, intima società, nè il fascino particolare di questa società : si vive in famiglia, cioè, col marito e i figli...

Gli inglesi non hanno il sentimento delle belle arti; comprano molti quadri, ma non sanno valutarne le bellezze o scoprirne i difetti».

In queste sobrie pagine lo spirito osservatore non manca; la società inglese del tempo vi è ritratta a meraviglia : eppure c'è qualcuno che vede nella d'Albany una semplice portinaia!

Se non che, gli avvenimenti di Francia che avevano allontanato da questo paese i nostri innamorati, ve li dovevano richiamare. L'Alfieri e la contessa avevano quasi tutti i loro capitali collocati in Francia, e stante il deprezzamento della carta-moneta con che erano pagati gli interessi, le loro entrate avevano perduto più di due terzi del loro valore reale. Bisognò quindi che essi rientrassero in Francia, chè, con quella diminuzione del patrimonio, riusciva loro assai difficile vivere in Inghilterra. Sebbene i tempi corressero torbidi, pure il salotto parigino della d'Albany si ripopolò se non di ministri, di principi e di duchi, di poeti, di artisti, di dotti. Fu allora ch'esso fu assiduamente frequentato dal Beaumarchais, da Giuseppe ed Andrea Chénier, tutti e due poeti e l'ultimo destinato al patibolo, dal pittore David, non ancora regicida, ma già grande artista, dalla marchesa Giuseppina di Beauharnais, non ancora moglie di Napoleone Bonaparte, dalla Staël. Ma il soffio rivoluzionario, le cui ventate di tratto in tratto passavano attraverso Parigi avvolgendo la grande città in una nube sanguigna, dovevano ben presto far chiudere quel salotto, dove quasi tutti i suoi frequentatori sia per nascita, sia per educazione, non potevano avere simpatia con la plebe trionfante; e dopo la sommossa del 10 agosto 1792, che terminò con la presa delle Tuilleries e il ritiro della famiglia reale in seno all'Assemblea, l'Alfieri e la sua amica compresero che d'allora innanzi i loro titoli nobiliari li avrebbero esposti a gravissimi pericoli, e subitamente deliberarono di lasciar Parigi. Ottenuti i passaporti, l'Alfieri dall'ambasciatore di Venezia e la contessa dal ministro di Danimarca, e collocati i loro bagagli in due pesanti vetture, si misero in viaggio.

« Appena giunti alla Barrière Blanche, che era la nostra uscita la più prossima per pigliar la via di San Dionigi per Calais, dove ci avviavamo per uscire al più presto da quell'infelice paese; vi ritrovammo tre o quattro soli soldati di guardie nazionali, con un uffiziale, che visti i nostri passaporti, si disponeva ad aprirci il cancello di quell'immensa prigione, e lasciarci ire a buon viaggio. Ma v'era accanto alla barriera una bettolaccia, di dove sbucarono fuori ad un tratto una trentina forse di manigoldi della plebe scamiciati, ubriachi e furiosi. Costoro, viste due carrozze, che tante ne avevamo, molto cariche di bauli e imperiali, ed una comitiva di due donne di servizio e tre uomini, gridarono che tutti i ricchi se ne voleano fuggir da Parigi, e portar via tutti i loro tesori, e lasciarli essi nella miseria e nei guai. Quindi ad altercare quelle poche e tristi guardie con quei molti e tristi birbi, esse per farci uscire, questi per ritenerci. Ed io balzai di carrozza fra quelle turbe, munito di tutti quei sette passaporti, ad altercare e gridare, e schiamazzare più di loro; mezzo col quale sempre si vien a capo dei francesi. Ad uno ad uno si leggevano, e facevano leggere da chi di quelli legger sapeva, le descrizioni delle nostre rispettive figure. Io pieno di stizza e furore, non conoscendo in quel punto, o per passione sprezzando l'immenso pericolo che ci soprastava, fino a tre volte ripresi in mano il mio passaporto, e replicai ad alta voce: " Vedete, sentite; Alfieri è il mio nome; italiano e non francese; grande; magro; sbiancato; capelli rossi; son io quello, guardatemi: ho il passaporto; l'abbiamo avuto in regola da chi lo può dare; e vogliamo passare, e passeremo per Dio ». Durò più di mezz'ora questa piazzata, mostrai buon contegno e quello ci salvò. Si era frattanto ammassata più gente attorno alle due carrozze, e molti gridavano: diamogli il fuoco a codesti legni; altri, pigliamoli a sassate; altri, questi fuggono; son dei nobili e ricchi, portiamoli indietro al palazzo di Città, che se ne faccia giustizia. Ma insomma il debole aiuto delle quattro guardie nazionali, che tanto qualcosa diceano per noi, ed il mio molto schiamazzare e con voce di banditore replicare e mostrare i passaporti, e più di tutto, la mezz'ora e più di tempo in cui quei scimiotigri si stancarono di contrastare, rallentò l'insistenza loro; e le guardie accennatomi di salire in carrozza, dove avea lasciato la signora, si può credere in quale stato, io rientratovi, rimontati i postiglioni a cavallo, si aprì il cancello, e di corsa si uscì, accompagnati da fischiate, e insulti e maledizioni da codesta genìa. E buon per noi che non prevalse di essere ricondotti al palazzo di Città, che arrivando così due carrozze in pompa stracariche, con la taccia di fuggitivi, in mezzo a quella plebaccia, si rischiava molto; e saliti poi innanzi ai birbi della municipalità, si era certi di non poter più partire, e d′andare anzi prigioni, dove se ci trovavamo nelle carceri il dì 2 settembre, cioè, 15 giorni dopo, ci era fatta la festa insieme con tanti altri galantuomini, che crudelmente vi furono trucidati [76] ».

Presero la via del Belgio; si fermarono alquanto a Bruxelles [77] , poi s'avviarono alla volta dell'Italia e giunti a Firenze, vi si stabilirono.

Era il 3 novembre 1792.

CAPITOLO VII.

La fine del romanzo. – La prosa della vita. – L'Alfieri recita.

– Il pittore Fabre. – La morte del poeta.

Il poeta e la contessa oramai convivevano insieme, maritalmente, e la parte avventurosa del loro romanzo d'amore può dirsi finita. L'unione uccide l'amore; l'abitudine lo seppellisce. Dopo d'avere abitato, a Firenze, una casa dove stavano un po' ristretti, i nostri amanti, sulla fine del 1793, andarono ad alloggiare sul Lungarno di mezzogiorno, oggi Corsini, accanto al ponte di Santa Trinità, nel palazzo Gianfigliazzi, che d'allora in poi si chiamò la Casa d'Alfieri. Le loro entrate, come abbiamo già detto, erano scemate, e scemarono di più quando a Parigi furono dichiarati emigrati e i loro beni vennero sequestrati; pur era loro rimasto tanto da poter fare una discreta figura. Senonchè, insieme ai beni avevano sequestrato all'Alfieri anche i libri, compresa l'edizione delle sue opere stampate a Khel, meno pochissimi esemplari, tre o quattro, ch'egli aveva potuto portare unitamente ai bagagli al momento della sua fuga da Parigi: e questo l'arrovellava fortemente, specie che temeva che qualcuno mettesse le mani su quelle sue opere, e le diffondesse, mentre la pubblicazione di qualcuna delle medesime, per i tempi mutati, riteneva pericolosa, o, per lo meno, non opportuna. In ozio, però, non stava; ed avendo fatto proponimento di non scrivere più tragedie, si divertiva a recitarle egli stesso insieme ad amici e conoscenti.

Si recitava al palazzo Gianfigliazzi, in una sala senza palco, dinanzi a pochi invitati, ai quali si diramava una tessera d'ingresso a stampa con la data e il nome dell'invitato a penna, di pugno dello stesso Alfieri. Questi faceva da primo attore avendone, per altro, le doti: portamento nobile, statura alta, occhi d'una grande vivacità, dicitura chiara, gesto garbato.

Si recitò Saul che piacque; e questo suo primo incontro avendogli ribadito nell′animo il suo amore per le recitazioni, formò una specie di compagnia di filodrammatici.

«Tutti dicevano, e pareva anche a me, di andar facendo dei progressi non piccoli in quell'arte difficilissima del recitare; e se avessi avuto più gioventù, e nessun altro pensiero, mi pareva di sentire in me crescere ogni volta ch'io recitava, la capacità, e l'ardire, e la riflessione, e la gradazione dei suoni, e la importantissima varietà continua dei presto ed adagio, piano e forte, pacato e risentito, che alternate sempre, a seconda delle parole, vengono a colpire la parola e scolpire, direi, il personaggio ed incidere in bronzo le cose ch'ei dice ».

Parole che rivelano come l'Alfieri sentisse, da artista potente e creatore, l'arte della recitazione, e come stimasse scopo principale di questa l'immedesimazione della persona dell'attore col personaggio della tragedia.

Il segreto, insomma, dei grandi artisti di tutti i tempi.

Come abbiamo già detto, nel Saul l′Alfieri ritenne per sè la parte del protagonista; David, fu Giovanni Carmignani, il futuro grande criminalista, allora poco più che ventenne, ammiratore dell'Alfieri ed autore d'una tragedia, Polissena, stampata coi tipi del Baldinucci nel 1789; Abner, fu un certo Perini; Gionata, il dottor Lorenzo Collini, uno dei futuri luminari del foro toscano; Achimelech, un Tanfani; infine Micol fu Eugenia Bellini, una signora intelligente, colta, e la cui casa era il ritrovo dei letterati e dei dotti fiorentini di quel tempo. Il teatro era d'una semplicità da collegio; una stanza quadrilunga; due porte laterali, in fondo, ed opposte l'una e l'altra direttamente, da fingere due entrate sul palcoscenico: due finestre con tende poste fra le due porte, servivano da fondo del palco, fingendo il padiglione di Saul. Nel lato opposto, la platea aveva una porta che ribatteva una delle finestre e dava adito agli spettatori indipendentemente dagli attori. La platea poi, si componeva così: tre file di seggiole ad otto per fila; in tutto ventiquattro posti. Il rimanente della sala, era il palco, ove una striscia di mattonato, messa allo scoperto, divideva il tappeto della scena da quello della sala In questo angustissimo campo – scriveva l'Alfieri al Bianchi [78] – privi d'ogni illusione d'abiti e prospettiva, gli spettatori ci han pure assai compatito, e anche lodati. Ma io non volendo credere alle lodi, che la cortesia spesso fa dare, credo pure moltissimo alla tenacissima intensità dell'uditorio, che ci pare incatenato ad udirci. Questo è uno dei segni buoni, e non si può comandare; e chi non è fortemente intento per due ore e più, fa almeno scricchiolar la seggiola, che parla per lui. La nostra Micol ha naturalezza, calore e grazia; i suoi difetti sono di tempo in tempo un poco di canto, di cui però si avvede subito e lo spegne; ed anche lo smorzar troppo le parole finali, che si perdono. Gionata è intelligente ed esatto, dice a senso e bene, ma non è fatto per parte tenera, e nelle cose di molto affetto pizzica un pochino del comico. David ha tutto: figura e nobiltà di gesti e d'atteggiamenti, metallo di voce vario e bellissimo, intelligenza e sentimento; pecca alle volte nel dir presto, alle volte nel lasciarsi cadere nel tuono di piagnisteo, dove dovrebbe grandeggiare anzi, e far forza. Abner ha più pratica teatrale di tutti noi, per aver molto recitato altre volte: dice a senso con intelligenza molta; non canta affatto: solamente si desidererebbe un'intonazione più alta e più nobile, benché però non sia bassa la sua. Achimelech è la nostra parte debole. Dice però anch'egli a senso, ma non lo possiamo incalorire per quanto si vada spronando; egli riesce torpidetto e freddo: pure tal ch'è, ancora cento volte migliore di tutta la istrioneria conosciuta nei pubblici teatri d'Italia. Saul dice a senso, e con un certo calore, ma pecca molto nelle braccia, corpo e gambe, non avendo quasi niente la pratica teatrale. Tutti sanno la parte a segno, che un uomo di legno può rammentare. La musica e il rammentatore sono nascosti in una delle camere laterali

Dopo il Saul, recitarono Bruto Primo, poi Filippo.

L'Alfieri non recitava soltanto, scriveva anche, ma non tragedie. Continuò le due traduzioni dall′Eneide e dal teatro di Terenzio; limò e ricopiò il Sallustio, scrisse il Misogallo, satira terribile, sanguinosissima delle cose e degli uomini di Francia. Imperocché l′Alfieri, che aveva gridato libertà quando tutti tacevano e servivano, allorché codesta sua libertà si mostrò sotto i cenci della plebe francese ed uccise all'impazzata, la rinnegò subito. Quella che hanno fatto i francesi – gridava egli – non è la mia repubblica! » Probabilmente in questo suo giudizio, che era anche quello di molti di coloro che invocando riforme avevano preludiato alla rivoluzione, deve essere entrata per qualche cosa la contessa d'Albany, la quale, nella sua qualità di regina in partibus, detestava cordialmente i rivoluzionari, e segnatamente quelli di Francia che avevano sequestrato le rendite che a lei aveva assegnato la monarchia. L'Alfieri anzi, in quell'epoca, visitò il re di Sardegna, il quale dopo i rovesci del suo esercito, si trovava, esule, a Firenze. Si diceva che il re, nel vedere l'Alfieri, gli avesse detto : "Eccovi un tiranno! "  Il poeta tace questo, e scrive :

«Fui ad inchinarlo come di doppio dover mio, essendo egli stato il mio re, ed essendo allora infelicissimo.

Egli mi accolse assai bene; la di lui vista mi commosse non poco e provai in quel giorno quel ch'io non aveva mai provato, una certa voglia di servirlo, vedendolo sì abbandonato, e sì inetti i pochi che gli rimanevano: e me gli sarei profferto se avessi creduto di potergli essere utile; ma la mia abilità era nulla in tal genere di cose, e ad ogni modo era tardi.

Si diè allo studio del greco, e la lettura d'Euripide gli ispirò una nuova tragedia, l′Alceste; poi, invasa dai francesi la Toscana, non volle vederli a Firenze, e la vigilia del loro ingresso nella gentile città dei fiori si ritirò insieme alla contessa a Montughi [79] , dove pochissimi dei nostri conoscenti di Firenze ci visitavano, e di rado, per non insospettire la militare ed avvocatesca tirannide, che è di tutti i guazzabugli politici il più mostruoso e risibile, e lagrimevole ed insopportabile, e mi rappresenta perfettamente un tigre guidato da un coniglio » [80] . Entrati i francesi a Firenze il 25 marzo del 1799, ne uscirono il 5 luglio dello stesso anno: un mese dopo vi rientrava l′Alfieri con la sua amica; se non che, il 15 ottobre 1800, i francesi vi appaiono nuovamente; ma questa volta l'Alfieri si tappò in casa, e fuorché due ore di passeggiata a lui necessaria, che faceva ogni mattina nei luoghi più appartati e soletto non si fece mai vedere. In quelle sue passeggiate solitarie ebbe talvolta ad incontrarlo Ugo Foscolo, il quale poi nel suo carme famoso cantò di lui:

Irato ai patrj Numi, errava muto

Ove Arno è più deserto... [81] .

Però, se l'Alfieri sfuggiva d'imbattersi negli odiati francesi, questi facevano di tutto per conoscerlo.

«Per mia disgrazia il loro generale comandante (Miollis), in Firenze, pizzicando del letterato, volle conoscermi e civilmente passò da me una o due volte sempre non mi trovando, chè già aveva provvisto di non esser reperibile mai; nè volli pure rendere garbo per garbo col restituir per polizza la visita. Alcuni giorni dopo egli mandò ambasciata a voce, per sapere in che ora mi si potrebbe trovare.

Io vedendo crescere l'insistenza e non volendo commettere ad un servitore di piazza la risposta in voce, che potea venire o scambiata o alterata, scrissi su un fogliolino : che Vittorio Alfieri, perchè non seguisse sbaglio nella risposta da rendersi dal servo al signor generale, mettea per iscritto; che se il generale in qualità di comandante in Firenze intimavagli di esser da lui, egli ci si sarebbe immediatamente costituito, come non resistente alla forza imperante, qual ch'ella si fosse; ma che se quel volermi vedere era una mera curiosità dell'individuo, Vittorio Alfieri di sua natura molto selvatico nonrinnovava oramai più conoscenza con chi che sia, e lo pregava quindi di dispensarnelo.Il generale rispose direttamente a me due parole in cui diceva che dalle mie opere gli era nata questa voglia di conoscermi, ma che ora vedendo questa mia indole ritrosa, non ne cercherebbe altrimenti [82]

Dopo la vittoria di Marengo, ristabilitasi la quiete, l'Alfieri potè attendere più tranquillamente ai suoi studi; scrisse sei commedie, portò sino a quei giorni la Vita intorno alla quale lavorava da qualche tempo. Era però divenuto più melanconico, più selvatico, non riceveva quasi più nessuno, meno, qualche amico devoto. Il 3 ottobre 1803 s'ammalò e la mattina del 7 dello stesso mese spirò. Contava cinquantacinque anni, essendo nato, in Asti, il 17 gennaio 1749. Chateaubriand, ch'era allora addetto all'ambasciata francese di Roma, si trovava in quei giorni di passaggio a Firenze ed ebbe tempo di vedere la salma del grande astigiano prima che fosse composta nella cassa funebre.

Se non che, prima che l'Alfieri scendesse nella tomba, un nuovo romanzo s′era andato formando intorno al suo. Noi lo narreremo qui rapidamente.

La contessa d'Albany per lunghi anni fu fedele all'Alfieri. Anche quando i due amanti fissarono definitivamente la loro residenza a Firenze, l'amore di Luisa di Stolberg pel poeta non aveva subito nessuna alterazione. Esso raggiava in tutta la sua purezza [83] .

Ma a Firenze, dopo parecchi anni di vita quasi maritale, quell'amore parve che non bastasse più al poeta: non che egli non circondasse più di cure affettuose la contessa o cessasse di considerarla come la sua musa, la sua ispiratrice, la sua migliore consigliera, no; ma egli aveva sentito il bisogno d'altri affetti, d'altre ebbrezze amorose. Si capisce che il cuore c'entrava poco e molto la carne; ma a questo riguardo la cronaca, sempre pettegola, è muta o non ha parlato che assai parcamente; e solo si sa, dai Ricordi di Massimo d'Azeglio, il quale raccolse le chiacchiere che correvano allora nella società fiorentina, che l'Alfieri, negli ultimi anni della sua vita, andava quasi tutte le sere, alle nove, a trovare una signora che parlava francese. Chi fosse poi questa donna, s'ignora o si è fatto a fior di labbro qualche nome brancolando nel buio. Si parlò anche d'altre infedeltà perpetrate dal poeta non a Firenze, ma a Siena, dove egli si recava di tanto in tanto a recitare in qualcuna delle sue tragedie. Conobbe la contessa codeste infedeltà?

Probabilmente, sì; ma il suo amore per lui era divenuto una specie di culto; essa era orgogliosa d'essere l'amica, l′impareggiabile amica, la divina amica di colui che tutti chiamavano il più grande poeta vivente della penisola, il creatore del teatro tragico italiano; e più d'una volta ebbe certamente a perdonare. Ma se si perdona, non si dimentica; e la contessa, di fatti, non dimenticò: e non dimenticò quando l′Alfieri stesso introdusse in casa, contrariamente alle sue abitudini, un giovine pittore francese, Francesco Saverio Fabre, da Montpellier, il quale, dopo tre o quattro visite, divenne uno dei più assidui frequentatori di casa Alfieri, anche perchè s'era offerto di dar lezioni di pittura alla signora, ch'era già una discreta disegnatrice. Il Fabre non era bello, non aveva maniere distinte, non aveva facile ed elegante la parola, ma aveva quindici anni meno della contessa e diciotto dell′Alfieri. Era però molto colto, ed aveva ingegno.

A ventun'anno, a Parigi, aveva ottenuto il Prix de Rome ed era andato a completare i suoi studi nella Città Eterna, dove aveva assistito all'invasione delle truppe del Direttorio, alla proclamazione dell'effimera repubblica romana e all′allontanamento di Pio VI. Sebbene non fosse un aristocratico, pure non divise gli entusiasmi della gioventù di quei «tempi per le novità francesi, e rifiutò, nella sua qualità di pensionato della Francia, di prestar giuramento al nuovo governo, il quale lo espulse dal palazzo Salviati, dove allora aveva la sua sede l′Académie de France. Con questi precedenti realisti, di nemico dei giacobini trionfatori, egli fu accolto a braccia aperte dagli ospiti di palazzo Gianfigliazzi. L'Alfieri fu estremamente solleticato nel suo amor proprio quando sentì domandarsi da questo giovane artista d'ingegno tanto promettente il permesso di riprodurre sulla tela una scena del Saul; e più grato ancora gli si mostrò, quando il Fabre si esibì graziosamente a fare il ritratto di lui, non che quello della contessa. Cominciarono allora le lezioni di pittura alla quale si frammezzarono le sedute per i ritratti e una dolce, deliziosa, intimità si stabilì fra i tre nuovi amici, sopratutto fra la signora e il Fabre.

Come già abbiamo detto, questi possedeva una qualità molto apprezzabile per una donna che stava per compiere i cinquant'anni: era giovane; e non è da far le meraviglie se la contessa, fra una lezione e l'altra, fra la correzione d'una testa e la riproduzione d'un drappeggiamento o d'un gruppo, si sia sentita invadere l'animo da un dolce sentimento di amore pel giovine francese. I cuori sensibili, non che coloro che credono all'eternità delle passioni, non gridino allo scandalo, non invochino i fulmini del cielo sul capo oramai non più biondo di Luisa di Stolberg! Questa aveva già perdonato delle infedeltà al suo poeta; continuava a perdonargliene altre [84] : ebbene, deve proprio relegarsi fra le reprobe, se fra un perdono e l'altro si ricordò che anche lei aveva un cuore?

Quel romanzo fra un artista di trentacinque anni e una signora di quasi cinquanta, non potè rimaner celato, e divertì di molto la società fiorentina di quel tempo. Le male lingue, ed anche quelle che non praticavano per abitudine o per mestiere la maldicenza, vi fecero sopra i più allegri commenti. Massimo d'Azeglio, che da bambino frequentò coi propri genitori la casa d'Alfieri, ci lasciò, nei suoi Ricordi, una breve ma deliziosa pittura di quella casa e della società che vi si riuniva:

« Ricordo altresì che frequentavo la casa d'Albany. Mi ci conducevano la domenica, e la contessa ascoltava alcuni versi da me imparati nella settimana, la cui recita era immediatamente seguita dalla sua ricompensa. Ancora vedo l'ampia circonferenza di quella celebrità, tutta in bianco, col gran fichu di linon alla Maria Antonietta salire su d'una sedia onde por la mano alla scatola di torroni posta sul piano più alto della sua libreria... In seguito la contessa istituì una società di ragazzi ogni sabato a sera: e vi ci radunavamo noi, i Balbo, i Ricasoli da ponte alla Carraja, gli Antinori e la ragazza Antinori, ch'era un sole, maritata poi al Rinuccini e madre delle marchese Lajatico e Trivulzio, ora viventi. Ci venivano le Torrigiani, le Santini, iPrié, le D'Alborgo. Se chiudo gli occhi, vedo, come se fosse ora, il camino in faccia alle finestre, ed accanto, su un seggiolone, la contessa d'Albany col solito suo abito alla Maria Antonietta. Vedo alle pareti due quadri del Fabre: l'uno l'ombra di Samuele colla Pitonessa e Saulle; l'altro un soggetto preso, dagli scavi di Pompei. Vedo le finestre ad arco tondo di Lungarno con tre scalini, sui quali, seduto, mi beccavo un gelato e due cialdoni, razione fissata a noi bimbi dalla contessa.»

Quanto poi agli amori della d'Albany col Fabre, ecco quanto narra il D'Azeglio per averlo appreso dalla bocca della marchesa di Prié, la quale gli aveva fatto il seguente racconto:

Io me ne ero accorta da un pezzo dell'intrigo della contessa con Fabre. Glielo dicevo alla Santini e mi dava della matta. Allora in casa del conte si recitavano le sue tragedie, e recitava anche lui. A una di queste recite mi trovavo alla prima fila di sedie, accanto alla Santini; alla mia sinistra, tra la folla degli uomini, era Fabre appoggiato allo stipite della porta. Mi pareva che sempre mi guardasse, ed ogni tanto portava alle labbra il rovescio della sua mano. Cosa diavol vuol da me costui? dicevo. Poi mi venne in mente, do un'occhiata alla mia destra nella medesima direzione; vedo la contessa! Ah, ah, ho capito! Dico alla Santini; Guardate un po' seson matta! Evide anch′essa Fabre che faceva gli occhi teneri alla contessa e baciava un anello che aveva in dito » [85] .

Ma se l'amore della d'Albany pel Fabre non fu un segreto pei frequentatori di palazzo Gianfigliazzi, lo fu per l′Alfieri: questi aveva troppa stima del carattere della sua amica, e, per altro, era troppo ingolfato nei suoi studi, specie a fondare uno strampalato ordine d'Omero di cui s'era creato da sè stesso cavaliere, perchè potesse scoprire quello che già gli altri avevano scoperto; e quando morì, ritenne d'aver lasciato nella desolazione la contessa e il suo giovane amico.

E la contessa, la quale a malgrado di quella sua scappatella aveva conservato pel poeta, oltre ad un'ammirazione da confinare col culto, anche un pizzico d'affetto, quando il suo amico chiuse gli occhi versò lagrime copiosissime. Ne aveva anche versate per la morte del marito; se ne ricordi il lettore! Ella, probabilmente, comprendeva come il suo titolo di regina d'Inghilterra non le fruttasse che omaggi d'un valore assai problematico; gliene fruttava, all′incontro, molti, e da tutte le parti d'Italia, quello di amica di Vittorio Alfieri sotto il quale la posterità, l'avrebbe conosciuta. Ella, quindi, ne curò la memoria, come se la immagine del poeta fosse stata sempre scolpita nel suo cuore. Di fronte ai propri amici, nel cospetto degli ammiratori del grande estinto, ella non nascose questo suo cordoglio, ma volle anche esprimerlo con parole spiranti un affetto ardentissimo; e più d'uno, certamente, ingannato da quelle lagrime, deve essersi ricreduto di quella storia d'amori un po' autunnali fra lei e il Fabre. Difatti, ecco con quanto affetto per la memoria del suo amico ella rispose al D'Anse de Villoison, che le aveva fatto pervenire le sue condoglianze :

« Florence, le 9 décembre 1803.

J'étoisbien sûre, mon cher monsieur, que vous prendriez un grand intérêt à la perte horrible que j'ai faite. Vous savez par expérience quel malheur affreux c'est de perdre une personne avec qui on a vécu pendant 26 ans, et qui ne m'a jamais donné un moment de déplaisir, que j'ai toujours adorée, respectée et vénérée. Je suis la plus malheureuse créature qui existe: j'ai tout perdu mon sentiment dans ces circonstances malheureuses, ma consolation, et ma société. Je suis seule dans ce monde qui m'est devenu odieux. Le plus grand bonheur, et le seul qui puisse m'arriver ce seroit d'aller rejoindre cet ami incomparable... Il se portait très bien le 3 octobre au matin, et il travailla à son ordinaire; je rentrai à quatre heures pour dîner, et je le trouvai avec la fièvre: la goutte s'étoit fourrée dans les entrailles, qu'il avoit très affaiblies depuis quelque tems, ne pouvant quasi plus manger parce qu'il avoit la digestion trop pénible, et que cela le contrarioit, ne voulant pas être plus pesant après le dîner qu'auparavant. Enfin, le samedi 8, après avoir passé une nuit moins mauvaise que les précédentes, il s'affaiblit, il perdit la vue, et mourut sans fièvre, comme un oiseau, sans agonie, sans le savoir. Ah, monsieur, quelle douleur! J'ai tout perdu! C'est comme si on m'avoit arraché le cœur. Je ne puis pas encore me persuader que je ne le reverrai plus. Imaginez-vous que depuis dix ans je ne l′avais jamais plus quitté, que nous passions nos journées ensemble; j'étoit à côté de lui quand il travailloit, je l'exhortois à ne pas tant se fatiguer mais c'étoit en vain : son ardeur pour l'étude et le travail augmentoit tous les jours, et il cherchoit à oublier les circonstances des tems en s'occupant continuellement. Sa tête étoit toujours tendue à des objets sérieux, et ce pays ne fournit aucune distraction. Je me reproche toujours de ne l'avoir pas forcé à faire un voyage : il se seroit distrait par force. Son âme ardente ne pouvoit pas exister davantage dans un corps qu'elle minoit continuellement. Il est heureux, il a fini de voir tant de malheurs;sa gloire va augmenter: moi seule je l'ai perdu; il faisait le bonheur de ma vie. Je ne puis plus m'occuper de rien. Mes journées étoient toujours trop courtes: je lisoit au moins 7 ou 8 heures; èt présent je ne puis plus ouvrir un livre; ils me semblent odieux [86] ».

Chi, dopo la lettura di questa lettera, riboccante di tanto affetto pel perduto amico, non proclamerebbe la contessa d'Albany la più fedele, la più devota, la più appassionata delle amanti? Eloisa non avrebbe scritto diversamente dopo la morte di Abelardo, nè Giulietta dopo quella di Romeo. Eppure, Francesco Saverio Fabre, nel momento in cui la contessa scriveva quella lettera al d'Anse de Villoison, era forse accanto a lei per consolarla o consultarla sulle disposizioni testamentarie del conte Alfieri! Poiché (cosa curiosa!) non era soltanto la contessa che fosse addolorata per la morte del grande scrittore; lo era pure il Fabre, il quale, sebbene avesse rubato all'autore del Saul il cuore della sua stagionata amica, pure era uno dei più grandi ammiratori del suo genio. Egli, difatti, che durante la vita dell'Alfieri s'era occupato a trasportare sulla tela i soggetti delle sue tragedie, o a riprodurne le sembianze, dopo la morte di lui, ne ideò e diresse i funerali, occupandosi anche della sepoltura, la quale ebbe luogo nel tempio di Santa Croce, dove già dormivano il sonno della morte Niccolò Machiavelli e Galileo Galilei. Nell'Archivio di Stato di Firenze, anni fa, grazie alla cortesia del suo illustre direttore, il compianto Cesare Guasti, potemmo esaminare un fascicoletto di carte appartenenti all'amministrazione della casa della contessa d'Albany, e dove parecchie delle stesse riguardavano i funerali dell'Alfieri: c'era il conto del legnaiuolo per la cassa, quello della vestitura, come si diceva, di S. E. il signor conte Vittorio Alfieri, quello della cereria Strozzi e in cui il nome di battesimo del Sofocle italiano era stato lasciato in bianco, quasi a provare come non sempre le trombe della fama arrivino a diffondere dappertutto il nome dei grandi uomini; infine, c'era la ricevuta del parroco di Santa Trinità per cento messe celebrate in suffragio dell'anima di colui che in vita aveva scritto:

Il Papa è papa e re:

Dèssi abborrir per tre.

Codesti funerali, come abbiamo detto, furono amorosamente diretti dal Fabre; ma la devozione di lui verso la memoria del grande poeta non si fermò lì: essendo capitato in quei giorni a Firenze il giovane visconte di Chateaubriand, nel timore che le male lingue della città lo mettessero a parte del nuovo romanzo d'amore della contessa, la qualcosa, certamente, avrebbe offuscata la memoria dell'Alfieri gettando una sinistra luce su colei che il poeta di Mirra aveva considerato come la sua musa, si raccomandò al futuro autore del Genio del Cristianesimo perchè, di ritorno in Francia, non divulgasse o scrivesse cosa alcuna che potesse riuscire come una macchia sulla luce di quella gloria italiana. Chateaubriand comprese il significato di quella raccomandazione? Probabilmente deve averlo compreso, se si affrettò di rispondere al Fabre: «Du reste, monsieur, soyez sûr que je ne publierai rien sur le comte Alfieri qui puisse vous être désagréable, et surtout à son admirable amie, aux pieds de laquelle je vous prie de mettre mes respects ». Il giovine visconte, per altro, in quei giorni doveva avere il cuore ammirabilmente disposto a comprendere e compatire le debolezze umane: egli aspettava a Firenze l'arrivo della sua amica, la signora di Beaumont, figlia di quel Conte di Montmorin che a Parigi aveva frequentato il salotto della d'Albany, una delle stelle della nuova società che in Francia s'era formata sotto la dittatura geniale di Napoleone Bonaparte, e che si recava a Roma nella speranza di poter vincere, sotto quel cielo, la terribile malattia che la travagliava, la tisi. Arrivò, difatti, la spirituale signora a Firenze, ma estremamente ammalata, e il suo tenero amico l′accompagnò devotamente a Roma, dove s'estinse fra le sue braccia.

Coloro che hanno letto il quinto volume delle Mémoires d'Outre-Tombe ricorderanno le strazianti pagine che Chateaubriand consacrò alla morte e ai funerali della sua amica. " Je t'aimerai toujours – esclamava egli ad imitazione del poeta dell'Antologia greca; – mais toi, chez les morts, ne bois pas, je t'en prie, à cette coupe qui te ferait oublier tes anciens amis! » Certamente, chi amava a questo modo, doveva molto perdonare a Luisa di Stolberg!

Vittorio Alfieri aveva dettato il suo testamento il 14 luglio 1793, e dopo d'aver fatto alcuni legati aggiungeva : In tutti poi gli altri miei beni mobili, e immobili, semoventi, ori, argenti, fogli, libri, tanto stampati che manoscritti, carte e scritture in qualsivoglia luogo e parte del mondo esistenti, ragioni, azioni, e nomi di debitori presenti e futuri, ed in quali si siano altre ragioni che a me testatore in qualunque modo contro qualunque persona, effetti e beni si competono, o competere mi si possono, mio erede universale faccio, costituisco, ordino, deputo, e di mia propria bocca nomino, e voglio che sia la signora contessa Luisa d'Albany, nata principessa di Stolberg, vedova del conte d'Albany Stuart, morto in Roma nel gennaio dell'anno 1788

Così la contessa, divenuta l'erede del poeta, pensò anzitutto che il suo culto per la memoria del suo amico non dovesse fermarsi alle lagrime versate dopo la sua morte e ai funerali: pensò insieme al Fabre, ch'era divenuto il suo cavalier servente, il suo consigliere, il suo segretario, e all'abate Tommaso di Caluso, il migliore amico dell'estinto, di curare l'edizione completa delle opere del grande scrittore, compresa quella Vita dove l′Alfieri parla, di lei con tanta bontà d'animo e squisitezza di sentimento [87] . L'Alfieri, in verità, prima di morire le aveva raccomandato di distruggere di sua mano parecchi di quei lavori che lasciava inediti; ma la contessa non ne ebbe il coraggio: se non che, per non mettersi in aperta contraddizione con la volontà del suo estinto amico, prese una via di mezzo; non bruciò nulla, ma cominciò a far stampare le opere per le quali non era stato pronunciato l'anatema. Così videro la luce il Misogallo, le Satire, l′Abele, le Rime e la Vita. Esse, sotto la cura di Francesco Tassi, che in quegli ultimi anni era stato il segretario dell'Alfieri, furono stampate in tredici volumi a Firenze dalla tipografia Piatti, ma con la falsa data di Londra, 1804.

Volle pure la contessa innalzare, in Santa Croce, al suo amico, un monumento che fosse degno del principe degli scrittori tragici d'Italia, e ne affidò l'esecuzione ad Antonio Canova [88] , che allora era appellato Fidia redivivo [89] . Il monumento non fu scoperto che nel 1810, dopo che la contessa ebbe a superare parecchi ostacoli, poiché una parte del clero fiorentino non voleva permettere che un'adultera glorificasse, nella casa del Signore, il suo amante. Il monumento, vicino a quello dove giace il Segretario fiorentino, l'autore del Principe e della Mandragora, è principesco: sopra un largo zoccolo, dove sono scolpite una lira e due ghirlande di fiori, s'innalza un sarcofago di forma antica, ornato di maschere tragiche, di corone d'alloro con un medaglione col busto dell'Alfieri e sotto la scritta: Victorius Alferius Astensis. Una donna, maestosamente drappeggiata nel suo paludamento, con una corona murale sul capo, è appoggiata, pensosa, sul sarcofago. Ella emana dal suo volto un'aria di tristezza, ma d'una tristezza che rivela una certa fierezza, qualche cosa di virile. Essa rappresenta l'Italia piangente e vegliante sulla tomba del suo illustre figlio. Sullo zoccolo del sarcofago la contessa d'Albany fece incidere l'inscrizione seguente: Victorio Alferio Astensi - Aloisia e principibus Stolbergis Albaniae comitissa P P. An. MDCCCX. «Ainsi – esclama il Taillandier – ce n'était pas seulement la gloire d'Alfieri, c'était aussi l'amour du poète et de la comtesse qui était consacré dans ce monument [90] . Quale strana contraddizione – griderà forse qualcuno – fra la condotta pubblica e quella privata di questa donna! – Oimè! rispondiamo noi; perchè tanto gridare contro la memoria di quella donna, se la natura dotò questa donna d'un cuore che a cinquant'anni suonati sentiva il bisogno d'amare? Per altro, se essa aveva tradito l′uomo, non aveva tradito lo scrittore: alla gloria di questo, come abbiamo visto, essa rimaneva fedele.

CAPITOLO VIII.

La d′Albany, il suo salotto, i suoi amici, i suoi corrispondenti.

La morte dell'Alfieri restituiva alla contessa d'Albany quella libertà che negli ultimi anni della vita del poeta essa aveva quasi del tutto perduta. Come già narrammo, l'Alfieri, negli ultimi tempi, era divenuto misantropo: odiava il mondo e se ne stava volentieri lontano. Quasi sempre, sulla scala del palazzo Gianfigliazzi, stava un cartellino che diceva: il conte Alfieri non è in casa; ed egli era in casa, serrato nel suo studio; e il pubblico non l'ignorava. La contessa, in quella solitudine, trovava la sua consolazione nella compagnia del Fabre; ma se questa bastava ai suoi sensi, non bastava al suo spirito. Nata a dominare nei salotti, essa a Parigi, aveva saputo esercitare questo suo potere con una grazia inarrivabile, anche quando accanto a lei c'erano donne non meno di lei ammaliatrici d'uomini, come Giuseppina di Beauhamais e madama di Staël. Divenuta libera, con un cavalier servente discreto, prudente, che si metteva volentieri nell'ombra, come il Fabre, ella volle essere la regina dei salotti d'Italia, e lo divenne; poiché il suo salotto di palazzo Gianfigliazzi, per circa vent'anni, fu il primo d'Italia. Dinanzi a lei, per circa un'intiera generazione, anche quando essa era già divenuta vecchia, passò press'a poco tutta l'Europa diplomatica, politica, scientifica, letteraria ed artistica. Non vi fu persona di qualche valore che passando per Firenze non ambisse l'onore d'essere presentata all'amica dell'Alfieri, poiché più che alla vedova d'un re in partibus più che alla contessa d'Albany, non si voleva vedere e riverire che l'amica del grande poeta italiano. Nel 1804, quando cominciò questo suo nuovo regno, ella contava cinquantadue anni, e quindi la non si ricercava e corteggiava nè per la sua giovinezza, nè per la sua bellezza. Di quello che fosse la contessa alla morte dell'Alfieri non abbiamo nessuna testimonianza, mentre il ritratto di lei, opera del Fabre, che si conserva insieme a quello dell'Astigiano negli Uffizi di Firenze, è anteriore di qualche anno, senza tener conto che un pittore, specie se innamorato del soggetto, tenta, anche involontariamente, d'abbellirlo e ringiovanirlo. Un ritratto a penna ce ne lasciò il Lamartine, ma è del 1810:

«Rien nerappelait en ellecette epoque,déjà unpeu avancée de sa vie, ni lareine d'un empire, ni lareine d'un cœur. C'était une petite femme dont la taille, un peu affaissée sous son poids, avait perdu toute légèreté et toute élégance. Les traits de son visage, trop arrondis et trop obtus aussi, ne conservaient aucunes lignes pures de beauté idéale... Mais ses yeux avaient une lumière, ses cheveux cendrés une teinte, sa bouche un accueil, toute sa physionomie une intelligence et une grâce d'expression qui faisaient souvenir si elles ne faisaient plus admirer. Sa parole suave, ses manières sans apprêt, sa familiarité rassurante, élevait au sien, tant il y avait de naturel dans sa personne ».

Un altro ritratto della contessa abbiamo in quello che il visconte de Chateaubriand ci lasciò nelle sue Mémoires, ma i ricordi del grande scrittore francese sono del 1822 ed allora la d'Albany aveva settant'anni. Anche Laura de Noves o Eleonora d'Este, a quell'età, sarebbe stata brutta. Ma ecco le parole dell'autore à Atala: «J'ai connu madame d'Albany à Florence; l'âge avait apparemment produit chez elle un effet opposé à celui qu'il produit ordinairement: le temps ennoblit le visage, et quand il est de race antique, il imprime quelque chose de sa race, sur le front qu'il a marqué. La comtesse d'Albany, d'une taille épaisse, d'un visage sans expression, avait l'air commun. Si les femmes des tableaux de Rubens vieillissaient, elles ressembleraient à madame d'Albany à l'âge où je l'ai rencontrée. Je suis fâché que ce cœur, fortifié et soutenu par Alfieri, ait eu besoin d'un autre appui.

Qui, come si vede. Chateaubriand si lasciò scappare il suo segreto, chè, le sue ultime parole alludono in modo evidente alla relazione della contessa col Fabre; se non che, l'autore dei Martiri, non confidava quel segreto – il quale, per altro, nel 1822, non era che il segreto di Pulcinella – che alle sue Mémoires d'OutreTombe, le quali non dovevano stamparsi, come, difatti, non si stamparono, che dopo la sua morte, che avvenne nel 1848. E ad un quarto di secolo di distanza, quando già la contessa d'Albany era morta, ed era anche morto il Fabre, quel segreto non aveva più ragione di rimanere nell'ombra.

Nè tutti gli uomini illustri che attraversarono in quegli anni il salotto della d'Albany si limitarono a farvi una semplice apparizione, a compiere soltanto un atto d'omaggio, a soddisfare una banale curiosità.

Parecchi di quegli uomini annodarono con la contessa relazioni d'amicizia, che non si spensero che con la morte, o furono mantenute più o meno lungamente per mezzo di lettere. Fra costoro tenne un posto principale il Sismondi, lo storico famoso, il quale, dopo una visita fatta alla contessa, mantenne con questa un'affettuosa corrispondenza. Quando egli pubblicò nel 1807 i primi due volumi della Storia delle Repubbliche italiane, scrisse alla contessa:

« Permettez-moi de me rappeler à votre souvenir en vous envoyant les deux premiers volumes de mon histoire. Si votre noble ami (l'Alfieri) avait vécu, c'est à lui que j'aurais voulu les présenter, c'est son suffrage que j'aurais ambitionné d'obtenir par-dessus tous les autres. Son âme généreuse et fière appartenait à ces siècles de grandeur et de gloire que j'ai cherché à faire connaître.

Né comme par miracle hors de son siècle, il appartenait tout entier à des temps qui ne sont plus, et il avait été donné à l′Italie comme un monument de ce qu'avaient été ses enfants, comme un gage de ce qu'ils pouvaient être encore. Il me semble que l'amie d'Alfieri, celle qui consacre désormais sa vie à rendre un culte à la mémoire de ce grand homme, sera prévenue en faveur d'un ouvrage d'un de ses plus zélés admirateurs, d'un ouvrage où elle retrouvera plusieurs des pensées et des sentiments qu'Alfieri a développés avec tant d'âme et d'éloquence. Avant la fin de l'été, je compte aller à Florence vous rendre mes devoirs et entendre de votre bouche, madame, votre jugement sur mes Républiques.

Nella stessa lettera, il Sismondi le parla della Staël e della Corinna.

«Il y a quinze jours que j'ai quitté madame de Staël à Coppet; elle avait chargé son libraire de vous faire parvenir sa Corinne, et elle se flattait que vous l'aviez reçu.

Si cependant elle ne vous est pas parvenue encore, je pourrai vous en envoyer un exemplaire; je serai sûr, en le faisant, de l'obliger, car elle désirait sur toute chose que cet ouvrage fût de bonne heure entre vos mains, et qu'il obtint votre approbation. Je me flatte qu'elle sera entière, et que, si la France a été juste pour elle, l'Italie sera reconnaissante. »

Qui si vede chiaramente che la contessa d'Albany non era soltanto un oggetto di curiosità; era una donna di cui s'apprezzava lo spirito e il giudizio. Un'altra lettera dello stesso Sismondi ci rivela le attrattive del salotto fiorentino della contessa:

«J'ai reçu de madame Brun deux lettres de Florence; elle y parle de vous, madame, avec un enchantement, avec un enthousiasme, qui m'ont fait un sensible plaisir.

Vous avez réellement trouvé moyen de faire pour elle un paradis de Florence, Elle y parle de ceux qu'elle a vus chez vous et par vous comme d'hommes extraordinaires, d'hommes supérieurs; quelquefois je doutais si c'était bien à Florence qu'elle avait trouvé tout cela ou elle n'y avait point vécu dans le quinzième siècle plutôt qu'aujourd'hui. Après tout je soupçonne que vous êtes deux magiciennes, et que tout ce monde si distingué était de votre création ou de la sienne. Encore votre manière de créer est elle fort différente: vous regardez toujours le monde de haut en bas en le jugeant; elle le place dans les nuages que le soleil colore, et dont elle arrête les formes dans son imagination. Vous avez fait valoir les gens que vous lui présentiez, parce que vous aviez démêlé leur qualités, que vous mettiez au grand jour; mais c'étaient toujours eux. Elle les a rêvés dans sa tête et celui-là serait bien habile qui reconnaîtrait les portraits qu'elle en fait.

Il salotto fiorentino della contessa d'Albany aveva, in quegli anni, un riscontro nel salotto di Coppet di Madame di Staël. Qui, certamente, il carattere intellettuale era maggiore, e maggiore età ancora quello politico, poiché intorno all′illustre autrice di Corinna si riuniva un'eletta società, di letterati e di filosofi, che coi loro scritti facevano la guerra a Napoleone. Sebbene questi li disprezzasse ritenendoli non buoni ad altro che a mettere insieme delle parole, pure, nel fondo dell'animo suo, li temeva, ed aveva ordinato alla sua polizia di tenerli fuori della Francia. A Coppet, in Isvizzera, essi con la Staël formavano una specie d'Arcadia mezzo politica, mezzo letteraria, rappresentandovi una parte più o meno interessante, oltre al Sismondi, Beniamino Constant, il Werner, un poeta tedesco romantico ed autore di tragedie, il Bonstetten già da noi ricordato, Guglielmo Schlegel ed altri, che il dispotismo del Giove moderno – così in quei giorni Vincenzo Monti chiamava Napoleone – vi spingeva dalle diverse parti d'Europa soggiogata dalle armi di Francia. Di quel cenacolo di Coppet, dove la letteratura si mescolava alla politica, il Sismondi s'era fatto il portavoce presso la contessa, la quale, mercè le lettere dell'illustre storico, poteva conoscerne i misteri. Così nel 1808, il Sismondi scriveva alla d'Albany:

Nous avons eu à Coppet M. Werner, le poëte tragique, auteur de Luther, de Wanda, d'Attila, l'un des hommes enfin les plus distingués de l'Allemagne. J'aurais beaucoup désiré vous le faire connaître, et si, comme il en a l'intention, il va dans une année en Italie, je ne manquerai pas de vous l'adresser. C'est une chose si digne d'observation que la poésie mystique, qui a pris complètement le dessus en Allemagne, et qui tient désormais toute cette nation dans un somnambulisme perpétuel, qu'on est heureux de pouvoir la juger dans son principal prophète. Werner est un homme de beaucoup d'esprit, de beaucoup de grâce, de finesse et de gaieté dans l'esprit, ce à quoi il joint la sensibilité et la profondeur, et cependant il se considère comme chargé d'aller prêcher l'amour par le monde. Il est, à votre choix, apôtre ou professeur d'amour; ses tragédies n'ont d'autre but que de répandre la religion du très-saint amour, et elles doivent réussir car c'est la plus admirable versification qu'on ait encore vue en Allemagne, et une imagination si riche et si neuve, qu'en dépit de sa bizarrerie elle comande l'admiration

Dalla quale lettera si rileva come il Sismondi, storico gravissimo, fosse già attinto dalle nuove idee letterarie, che nate in Germania, dovevano fra non molto diffondersi in tutta l'Europa, e specialmente in quella occidentale, per mezzo del libro della Staël, De l′Allemagne. E a proposito di questo libro, in cui si proclamava la guerra contro la scuola classica, e quindi contro il teatro dell'Alfieri, il Sismondi scriveva alla d'Albany:

« Elle (laStaël) travaille à present,à des lettres sur l'Allemagne où elle compte examiner l'esprit, les mœurs et la littérature de ce pays. Jusqu'à présent, elle n'a fait qu'un peu plus du quart de l'ouvrage; mais ce qui est écrit me paraît supérieur à tout ce que nous avons vu d'elle. Ce n'est point, comme dans Corinne, le cadre d'un roman où elle place ses observations, elle va droit à son sujet et l'embrasse avec une force qu'on n'attend point d'une femme. Il y a une profondeur vraiment admirable dans le jugement du caractère national, dans la peinture de son genre d'esprit et dans son opposition avec celui de tous les autres peuples. Rien encore de si nouveau, de si impartial et de si pénétrant n'a été écrit, je crois, sur le caractère d'une nation

Ma queste relazioni coi frondeurs di Coppet dovevano attirare sulla contessa d'Albany l'attenzione del grande imperatore, specie che l'amica d'Alfieri non nascondeva le sue antipatie pel dominio francese in Italia. A Napoleone quel salotto di Firenze, dove arrivavano gli echi di quello di Coppet e si commentavano i suoi atti in modo certamente non lusinghiero per lui, diede subito noia; e nei primi mesi del 1810 ordinò che la contessa lasciasse immediatamente l'Italia e andasse a stabilirsi a Parigi.

La d'Albany, un po' precipitosamente, fece i suoi bauli, e questa volta non in compagnia dell'Alfieri, ma del Fabre varcò le Alpi. A Parigi si presentò all'imperatore, il quale aveva mostrato il desiderio di conoscere questa cospiratrice all'acqua di rose, e l'accolse con cortesia. Il grand'uomo, che faceva anche da sè la polizia del suo vasto impero, le disse:

« Conosco l'influenza che voi esercitate sulla società fiorentina, e so che ve ne siete servita contro di me e del governo di mia sorella Elisa. Voi siete un ostacolo al mio progetto d'una riunione della Toscana alla Francia. È appunto per togliere questo ostacolo che vi ho fatto chiamare a Parigi, dove potrete passare il vostro tempo visitando i musei e le gallerie, poiché so che avete un gusto squisito per le belle arti ».

Ed avendo saputo che amava il teatro, mise a disposizione della contessa un palco del teatro delle Tuilleries, ove ella potè più volte ammirare Talma.

Se non che, quel suo esilio – se esilio si può chiamare – fu di breve durata. Verso la fine di quello stesso anno 1810, l'imperatore permise che la contessa ritornasse a Firenze; ed essa lasciò Parigi. Durante il suo soggiorno in questa ultima città, essa aveva avuto una piccola soddisfazione: essa aveva potuto constatare che il Fabre, come artista, godeva d'una certa riputazione.

Difatti il suo ultimo quadro: Il Giudizio di Paride, esposto al Salon, e comprato dal Bertin, il fondatore dei Débats, era stato giudicato un ottimo lavoro da due grandi luminari della pittura francese, il David e il Girodet.

Ritornata a Firenze, assunse un'aria perfettamente neutrale. Capiva che punzecchiando ancora il colosso, avrebbe ripassato le Alpi. «Je suis à la fenêtre – scriveva al Sismondi – et je regarde passer les événements Ma era una neutralità forzata; poiché nell'animo suo conservava sempre rancore contro l′Impero, come prima l'aveva avuto contro la Rivoluzione, di cui l'altro non era che il figlio primogenito. Ma a Firenze non si fermò che poco; se ne allontanò insieme al Fabre il 28 ottobre 1811 recandosi a Roma, dove passò una parte dell'inverno.

Naturalmente non andò ad alloggiare nel palazzo della Cancelleria, dove trent'anni prima aveva tanto deliziosamente tubato il suo idillio d'amore con l'Alfieri; ma sebbene non fosse ella più giovane, anche questa volta il suo salotto fu molto frequentato. In quell'inverno, furono suoi assidui visitatori il Landi, il Granet, Angelica Kauffmann, Thorwaldsen, il sommo Canova. Con quest'ultimo, anzi, amava discutere, e più d'una volta il grande scultore ebbe a rimaner mortificato dei giudizi un po' freddi che sulle proprie opere dava la contessa. Questa, forse, non divideva pienamente il giudizio che l'Europa intiera dava sull'artista veneto; forse le crucciava il cuore che colui il quale qualche anno innanzi aveva innalzato a Vittorio Alfieri un monumento ove l'Italia era stata rappresentata in atteggiamento di profondo dolore, ora scolpisse, sotto le forme d'un iddio, la statua di Napoleone: e forse, senza volerlo, si faceva in qualche modo eco dei giudizi severi che da parte d'uomini invidiosi o corti d'intelletto avevano perseguitato, sin dai suoi primi passi nell'arte, il grande scultore. Ella, che s'era trovata a Roma quando il Canova, ancora giovanissimo, ebbe l'incarico di scolpire il monumento a Clemente XIV, che poscia fu innalzato nella chiesa dei Ss. Apostoli, si sarà probabilmente ricordata della sanguinosa satira che di quello stesso monumento venne fatta non appena fu scoperto al pubblico. Si trattava d'una pasquinata, abbastanza triviale, che noi qui riproduciamo avendola rinvenuta trascritta fra le carte di monsignor Vincenzo Maria Conti:

Un uom che lavora all'apostolica,

Ha fatto un monumento singolare:

Papa Ganganelli è di maiolica,

E in mezzo è una cassetta da lavare.

La donna, vestita in lunga tonica,

Poggiata ò sopra un vaso da cacare,

E par si contorca dalla colica,

Ma giunge a darle aiuto la comare.

Il papa alza la man per la paura;

L'altra, confusa, se ne sta a sedere

Del terzo pian in sulle basse mura.

E un fraticello a tutti fa sapere

Che con tal spiegazion questa scultura

Si vada ai Santi Apostoli a vedere [91].

Ma per ritornare al Canova e alla d'Albany, i loro battibecchi erano di breve durata, e non lasciavano strascico. Del resto, essi non ebbero più a rinnovarsi, dappoiché la contessa, nella primavera del 1812, sempre in compagnia del Fabre, lasciò Roma e si condusse a Napoli. Con lei viaggiavano anche Paolo Luigi Courier, elegante e caustico scrittore francese, e James Millingen, dotto antiquario inglese. La contessa e il Fabre andarono ad abitare un delizioso villino, a Posillipo: anche qui il salotto della d'Albany diventò il centro della vita intellettuale napoletana; e il Courier stesso se ne fece diremmo quasi lo storico con quella sua Conversation chez Comtesse d'Albany, dove al Fabre è assegnata una parte importante col sostenere la superiorità della gloria letteraria ed artistica su quella delle armi.

Ritornata l'amica d'Alfieri a Firenze, riaperse il suo salotto, e fu allora che vi capitò Ugo Foscolo, che dopo la rappresentazione dell′Ajace in cui a Milano si erano volute vedere delle allusioni a Napoleone [92] , aveva ricevuto il consiglio di cambiare aria. Egli aveva scelto Firenze per sua residenza, città eminentemente pacifica, letteraria, dove arrivava preceduto dalla fama di poeta grandissimo e di non meno grandissimo debellatore di cuori femminili.

Quest'ultimo particolare non doveva dispiacere a colei che a marcio dispetto degli anni manteneva ancora nel suo cuore vivo il culto pel giovane iddio dell'amore. S'aggiunga che il poeta zacintio possedeva quella bellezza assai più potente di quella che nasce dalla regolarità dei lineamenti e delle forme: egli era bello di quella bellezza seduttrice che possiedono soltanto certi esseri metà angeli, metà demoni, e dinanzi ai quali nessun cuore di donna sa resistere.

E il salotto della contessa d'Albany non era aperto soltanto agli uomini; era aperto anche alle signore, e queste spesso vi esercitavano un fascino che contrariava la padrona di casa, la quale riteneva che a malgrado dei suoi sessantanni possedesse ancora la virtù di incatenare gli uomini al proprio carro mediante la bellezza. Fra codeste signore che godevano allora fama di beltà o di spirito primeggiavano la Isabella Roncioni, pisana, divenuta marchesa Bartolommei, un'antica fiamma del poeta dei Sepolcri, ispiratrice se non unica, certamente ultima delle ardentissime Ultime Lettere di Jacopo Ortis, Eleonora Nencini, bella, elegante, che suonava ammirabilmente l'arpa ed abitava, in via San Gallo, un palazzo che Raffaello d'Urbino aveva architettato, la marchesa Maddalena Corsi, che più tardi doveva ricevere i teneri omaggi di Girolamo Bonaparte, l'ex-re di Westfalia, Massimina Fantastici-Massimini, una poetessa che allora ebbe qualche nome, infine, Quirina Mocenni-Magiotti, figlia di quella Teresa Mocenni, ch'era stata amica dell'Alfieri, e come la madre innamorata dei poeti e della poesia.

Quelle signore lì, e le altre ancora che frequentavano quel salotto, era naturale che non restassero insensibili dinanzi ad un uomo ch'era a un tempo poeta e soldato, filosofo e romanziere, patriotta e scapestrato; che aveva scritto le pagine più commoventi, più appassionate che fossero sin'allora cadute sotto gli occhi di donna italiana; che aveva nel suo attivo d'uomo galante tre o quattro romanzi d'amore, più o meno celebri; che alle donne da lui amate accordava, in ricompensa dei baci ricevuti, l′immortalità nei suoi libri, e che, come diceva la contessa Porro, lasciava dappertutto delle Terese. [93]

Delle donne di sopra ricordate, egli aveva già amato, e a modo suo, furiosamente, pazzamente, la Roncioni, la quale insieme al romanzo gli aveva ispirato i suoi più belli sonetti d'amore in uno dei quali narrava:

                            ... come i grand′occhi ridenti

Arsero d'immortal raggio il mio cuore;

Come la rosea bocca e i rilucenti

Adorati capelli, ed il candore

Delle divine membra, e i cari accenti

M'insegnarono al fin pianger d'amore.

Ma con la bella Roncioni, dai grandi occhi ridenti, il Foscolo non riprese il suo romanzo o se volle riprenderlo, pare che la giovinetta, che ora si era fatta donna, gliene avesse fatto perdere la voglia.

Del resto, la signora aveva già il suo cavalier servente nella persona dello Stiozzi, prefetto di Firenze, al quale, nell′ufficio galante, doveva presto succedere Michele Leoni, uno scrittore di tragedie ora cadute nell'oblio; ed egli si limitò a farle una corte rispettosa presso la d'Albany e a renderle visita in casa ogni quindici giorni. Fece un po' di corte, e forse più fortunata, alla marchesa Corsi, a proposito della quale le male lingue parlarono di baci dati e ricevuti; ma di quei giorni, a Firenze, le male lingue erano legione, e niuno dei tanti numerosi biografi d'Ugo ha potuto assodare quanto di vero o di falso contenessero quelle voci: più accertata è la corte che il nostro poeta fece alla bellissima Nencini, la quale, nel suo precedente soggiorno di Firenze, era stata la dolce confidente dei suoi amori con la Roncioni. Bella, sdegnosa, e altiera – doveva scrivere più tardi la Mocenni-Magiotti – attirò l'attenzione del Foscolo [94] . Fino a qual punto furono spinte le loro relazioni? Questo è quello che la cronaca anche più pettegola non seppe allora affermare, mentre a tal riguardo le carte del Foscolo nulla ci hanno svelato.

È certo però ch'egli amò la Nencini, e l'amò a modo suo, furiosamente, ma in apparenza, poiché, mentre a Firenze sospirava per lei, il suo cuore sospirava ugualmente per Lucietta Battaglia, che egli aveva lasciato a Milano. Ma il cuore d'Ugo, bontà sua, era vasto, e poteva contemporaneamente offrirlo a spicchi a donne diverse accompagnando la sua passione amorosa con le stesse parole di fuoco, con le stesse tempeste d'impazienza e di gelosia. Già aveva cominciato a far la corte alla Fantastici-Rosellini, ma smise presto, forse perchè nella piccola poetessa non gli sembrava di trovare un'eroina da romanzo, e si rivolse alla Nencini ch'era non solo bella, ma nobile e ricca, visitandola spesso nella sua casa di via San Gallo, senza tener conto che nelle sere di teatro la visitava nel suo palchetto della Pergola o del Cocomero, Sebbene tormentato dal ricordo della Battaglia, pure la splendida figura della giovane patrizia fiorentina esaltò la sua fantasia e il suo genio poetico, e in quei giorni, ruminando quel suo Carme alle Grazie, che non doveva portare a compimento, scrisse i versi sulla suonatrice d'arpa, che strapparono al Chiarini queste parole: «Io non mi ricordo nessun'altra poesia dove gli effetti della musica sien descritti con altrettanto fascino di colori e di suoni » [95] . Ecco, intanto, la poesia:

Leggiadramente d'un ornato ostello

Che a lei d'Arno futura abitatrice

I pennelli posando edificava

Il bel fabbro d'Urbino, esce la prima

Vaga mortale, e siede all'ara, e il bisso

Liberale acconsente ogni contorno

Di sue forme eleganti, e fra il candore

Delle dita s'avvivano le rose.

Mentre accanto al suo petto agita l'arpa.

Scoppian dall'inquiete aeree fila,

Quasi raggi di sol rotti dal nembo,

Gioia insieme e pietà, poi che sonanti

Rimembran come il ciel l'uomo concesse

Al diletto e agli affanni, onde gli sia

Librato e vario di sua vita il volo,

E come alla virtù guidi il dolore,

E il sorriso e il sospiro errin sul labbro

Delle Grazie, e a chi son fauste e presenti

Dolce in cuore ei s'allegri, e dolce gema.

Pari un concento, se pur vera è fama,

Un dì Aspasia tessea lungo l′Ilisso: ecc.

.    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .

Ah, ma nemico è un altro Dio di pace.

Più che fortuna, e gl'innocenti assale.

Ve' come l'arpa di costei sen duole!

Duolsi che a tante verginette il seno

Sfiori, e di pianto, alle carole in mezzo.

Invidioso Amor bagni i lor occhi.

Per sè gode frattanto ella che Amore

Per sè l'altera giovane non teme.

Ben l'ode e su l'ardenti ali s'affretta

A le vendette il Nume: e a quelle note

A un tratto l'inclemente arco gli cade.

E i montanini Zeffiri fuggiaschi

Docili al suono aleggiano più ratti

Da le linfe di Fiesole e dai cedri

A rallegrare le giunchiglie ond'ella

Oggi, o Grazie, per voi l'arpa inghirlanda

E a voi quest'inno mio guida più caro.

Questi versi, se non nella presente lezione certamente in una delle primitive, furono letti dal Foscolo alla contessa d'Albany, la quale, in seguito, scrivendogli della Nencini, diceva: – Vous avez raison de la chanter. Il faut un objet distingue pour réveiller l′imagination et animer la verve d'un poëte [96] ».

Se non che, nell'autunno del 1813, al suo ritorno da Milano, ove aveva fatto una corsa, trovò che un maggiore francese aveva preso il suo posto presso la volubile signora. Ecco come di questa sua passione per la Nencini il Foscolo, in una lettera del 23 ottobre, scriveva al suo amico Sigismondo Trechi: «– Tu hai da sapere che un certo maggiore... farfalleggiava prima ch'io ritornassi intorno a madonna. E me n'era già stato scritto da chi spia le case e le cose del prossimo; sdegnai di rispondere; e intanto quest'universo dell′Arno composto di venti sguaiate, e di cinquanta calabroni stava aspettando L′ire e le giostre e le querele e l'armi dei due rivali... Venni e non diedi segno di gelosia; non fui nè più rado, nè più assiduo nelle visite; a chi me ne parlò risi in faccia; o mi restrinsi nelle spalle: e bench'io sia in questi giorni più mesto e fantastico di Geremia accattai dalla mia filosofia quattro o cinque oncie di buon umore, e feci star sempre lietissima la signora ed il palchetto, imbrogliando le congetture dei telescopii di tutte le madonne pettegole del Cocomero e della Pergola. – Monsieur frattanto si - diede vis-à-vis de madame al patetico, car il aime à se désoler; ma in faccia al mondo fece l′avantageux, e siede in palco come uomo qui ne se gêne point de personne : – se non che la signora è naturalmente altera, parla poco, interroga spesso ed asciutto, si contenta di mezze risposte, ed interrogata si sbriga con punti ammirativi freddi, dei non so freddi e con una schiera di monosillabi ch'ella ha ingaggiati al suo soldo per rovinare gli assalitori; ma talvolta anche sorride con un sorriso – e dalla Beatrice in fuori – sorride più amabilmente di quante donne io conosca, o getta un'occhiata che illude e persuade a rassegnarsi e a sperare [97] ».

Ma non creda il lettore che l'amore o la fantasia per la Nencini assorbisse intieramente, in quei giorni, il cuore del Foscolo. A questo piacevano i romanzi amorosi a doppia od anche a triplice azione. Il poeta mentre a Milano teneva incatenato il suo cuore con la Battaglia, e a Firenze corteggiava la Nencini, aveva stretto una relazione intima con un'altra delle assidue frequentatrici del salotto d'Albany, la Quirina Mocenni-Magiotti. Questa egli aveva conosciuto in casa del conte Leopoldo Cicognara, l'illustre autore della Storia della Scultura in Italia, e poi riveduta presso l'amica dell'Alfieri. Il romanzo, fra loro, fu subito stabilito, ed esso non si limitò soltanto a uno scambio di dolci parolette o di sorrisi, ma fu coltivato intensivamente. Questo amore però era assai diverso da quello con la Nencini, specie a causa dell'indole molto diversa delle due donne. L'abitatrice del palazzo innalzato dal bel fabbro d'Urbino era leggiera, civetta, e sapeva cambiare d'amanti con una disinvoltura singolare; l'altra tenera, affettuosa, costante nei suoi propositi, portò ad Ugo un affetto che non si estinse che con la sua morte.

Tutti questi amori proteggeva maternamente la contessa d'Albany, la quale, non potendo più imbastirne per conto proprio, guardava con occhio benevolo quelli degli altri. Il Foscolo l'aveva già presa per sua confidente, e nulla le nascondeva, forse le nascose il suo amore per la Battaglia, l′ultima sua passione milanese, dandole probabilmente ad intendere che la donna da lui amata a Milano fosse ancora quella Maddalena Bignami il cui culto nel suo cuore era succeduto a quello per la contessa Antonietta Arese, per la quale aveva scritto l′ode tutta greca fraganza. Per L′amica risanata. Ma fra un suo amore e l'altro non mancava di parlare alla contessa del suo Alfieri ed anche del suo Fabre, il quale, in quel tempo, era divenuto uno dei pittori più stimati d'Italia, sebbene la posterità non abbia ratificato questo giudizio dei contemporanei. La contessa, che riponeva ogni sua maggior gloria in quella d'essere stata la musa del grande astigiano, lasciò vedere al poeta dei Sepolcri la biblioteca, non che esaminare i manoscritti del suo defunto amico, gli prestò dei libri, e con l'accompagnamento d'una lettera piena di benevolenza, gli regalò un esemplare della edizione delle tragedie ed un'opera già di proprietà dello stesso Alfieri. Il Foscolo ricambiava tutte queste gentilezze con altre gentilezze, ed avendo terminato di scrivere la Ricciarda, con l′invio del manoscritto ne domandava il parere non solo alla contessa, ma anche al Fabre:

Prego la signora contessa di dirmi se l′amore riscalda questa tragedia con tanta progressione di sentimenti delicati ed ardenti da sciogliere passionatamente e naturalmente l′azione. Chiedo a lei questo giudizio, perchè più che dagli uomini si può ascoltarlo dalle donne, che al cuore atto a sentire altamente aggiungono una mente osservatrice.

* Dal signor Fabre desidero ch'egli esamini se le fisionomie dell'anima dei quattro attori principali sieno sì precisamente scolpite e sì armonicamente congiunte insieme, da poter dare ad un pittore l′idea di quattro personaggi diversi. – Quanto alla condotta apparente richiesta dalle regole dell'arte, ne sono sicuro; ma della sostanziale che emana dalla natura, me ne accerterò alla recita più per ravvedermi nelle altre da farsi, che per correggere questa; da che le correzioni sono tutte rappezzature. Lo stile è più che italiano, perchè dovendo far parlare italiani del secolo xii, mi sono scrupolosamente astenuto da ogni maniera latina o greca che non sogliono dare vigore ed eleganza alla nostra poesia [98] ».

La contessa d'Albany aveva accolto bene il Foscolo non solo perchè egli allora contava tra i più pregiati poeti d'Italia, ma anche perchè, contrariamente al Monti, il suo rivale nell'arringo poetico, egli non era un ammiratore di Napoleone. Sebbene la signora avesse promesso a quest'ultimo di starsene alla finestra, pure un po' di politica, per quanto platonica, si continuava a fare nel suo salotto. Figurarsi la sua meraviglia quando, nel 1814, apprese che quel poeta metà greco metà italiano, col quale aveva parlato tanto male di Napoleone, andava a difenderlo ora che stava per essere cacciato dal trono! Questa proprio non poteva trangugiarla! Quel Foscolo, che montava ancora a cavallo per conto del Corso gli sembrava un pagliaccio! Ma il poeta dei Sepolcri la pensaeva diversamente: egli riteneva che se aveva potuto mangiare il pane del tiranno quando questi era l'arbitro dei destini dell′Europa, non poteva coscienziosamente abbandonarlo ora che la fortuna gli voltava le spalle. E poi si trattava dell'indipendenza d'Italia: sperava che con un esercito valoroso qual'era appunto quello comandato in quei giorni dal principe Eugenio di Beauharnais, con soldati ed ufficiali parlanti tutti la lingua d'Italia, con le memorie ancora fresche delle vittorie della Raab e di Smolensko, dove il valore italiano s'era gloriosamente affermato, l'indipendenza si sarebbe salvata. E per questo egli riprendeva la sua vecchia divisa di soldato cisalpino. Porse a tutto questo non restava estraneo quel suo amore per la Lucietta Battaglia presso il marito della quale, il generale conte Fontanelli, ultimo ministro della guerra del regno italico, egli aveva assunto servizio in qualità di capitano di stato maggiore. Ma alla contessa tutto sapeva d'esaltazione e ad Ugo scriveva in data del 2 febbraio 1814 –:

Dieu veuille nous donner la paix bientôt. Pour vous je vous conseille de mettre de l'eau dans votre vin, non pas phisiquement, car vous n′en buvez pas, mais moralement. Il est inutile de se tourmenter pour les autres! Peu des gens méritent qu'on leur fasse le plus petit sacrifice, et surtout la moltitude, et tout le monde est peuple. Il faut, au milieu des gens corrumpus, se distinguer par la sévérité des ses mœurs et les productions de son esprit. Si vous voulez vous donner uniquement aux lettres, vous aurez plus de gloire de conquérir l′univers surtout si vous dédiez véritablement aux muses et que vous ne passiez pas trop d'un sujet à l'autre.

Il me paraît que vous changez trop souvent de sujet. Votre orgueil est aussi inconstant que votre cœur. Vous cherchez la gloriole du moment. Vous perdez, aussi trop de temps avec les femmes. Quand on veut véritablement étudier, il faut se faire un peu l'amour, ou s'en occuper le soir avec modération, ou bien avoir un attachement qui partage vas sentiments et vos goûts; mais cela est difficile à trouver en Italie, où les femmes ne veulent pas partager l'amant avec les muses, et se gênent peu de la gloire de celui qui aiment [99] ».

E il 14 maggio gli scriveva:

–Tout le monde est enchanté de revoir Ferdinand (di Toscana).Votre Lombardie n'a pas le sens commun; les italiens sont peu mûrs et sont trop corrompus pour faire une nation [100] ».

Altro che acqua nel vino patriottico del povero Foscolo!

Con le restaurazioni del 1814-15, un torrente di stranieri si versò in Italia. Per quasi venti anni il giardino d'Europa, come si chiamava allora la penisola, non era stato visitato che da pochi touristes, quasi tutti francesi; le guerre della rivoluzione e dell'impero vi avevano tenuti lontano i forestieri. L'Italia sembrava che si scoprisse allora, segnatamente per gl'inglesi, i quali per tutto quel tempo non avevano potuto mettere il piede che nella sola Sicilia. Il salotto della d'Albany ne risentì subito il contraccolpo. Esso, da quasi italiano ch'era stato sino a quel punto, divenne d'un tratto cosmopolita. Inglesi, tedeschi, russi, polacchi, danesi, svedesi, spagnuoli vi si diedero la posta; esso divenne, come ebbe a chiamarlo il Sismondi, una vera lanterna magica, attraverso la quale passavano i più notevoli personaggi d'Europa. Chi avesse poi vaghezza di far conoscenza con tutti codesti signori, legga il libro del Reumont, anzi von Reumont, il quale, essendo rimasto diplomatico – rappresentò per lunghi anni la Prussia presso il governo toscano – ne prese nota con tutti i loro titoli e le loro qualità, come se si trattasse della compilazione d'un protocollo. Di tutte codeste persone che passando da Firenze fecero una punta nel salotto della nostra contessa, notiamo soltanto: la duchessa d'Hamilton, la contessa di Jersey, la marchesa di Prie, lady Morgan, il cardinale Consalvi, il poeta inglese Samuele Ragers, lord Byron, la cui fama di poeta e di conquistatore di donne riempiva allora l'Europa, John Hobhouse, a cui il Byron dedicò il quarto canto del Child-Harold, Leopoldo Cicognara, Tommaso Moore, l'autore degli Amori degli angeli, lord John Russell, il visconte di Chateaubriand, Alfonso Lamartine, che fu segretario del ministro di Francia presso il governo del granduca e precisamente al tempo in cui ebbe il suo duello con Gabriele Pepe.

Tutti questi stranieri davano alle conversazioni di casa d'Albany una varietà ed anche una importanza, che esse non avrebbero certamente avuto se avessero conservato un carattere schiettamente locale, fiorentino. La Firenze del 1815-1824: non sembra che avesse molte distrazioni; essa conservava per sè il suo famoso spirito; e il Sismondi, che pure l'amava, scriveva alla contessa –: «Il m'est impossible d'exprimer à quel point cette ville paraît triste et déserte quand vous n'y êtes pas. Les florentins ne savent ce que c'est que la société: ils avaient besoin de-l'attrait puissant qui les réunissait chez vous pour les tirer de ce demi-sommeil qui préside à leurs conversazioni; ils avaient besoin de l'impulsion étrangère qu'ils y recevaient pour mettre en dehors ce qu'ils ont d'esprit; ils avaient aussi besoin d'être tenus en respect par le double éclat, la double royauté du rang et du génie qui vous entourait, pour ne pas se mettre trop à l'aise, car leur familiarité est aussi insupportable que leur réserve [101] . Forse qui c'è della esagerazione tutta in danno dei fiorentini dei primi anni del secolo decimonono e a tutto beneficio della contessa, a cui il Sismondi, sebbene repubblicano e storico di repubbliche, bruciava volentieri un granellino d'incenso a causa sopratutto del titolo reale che i suoi amici volentieri le attribuivano, non esclusa la baronessa di Staël, la quale, scrivendole, non mancava mai di chiamarla dear majesty, anzi, nel giugno del 1816, quando il principio della sovranità legittima era nel suo pieno successo, le scriveva scherzosamente: « Dans ce moment de légitimité, ne pourriez-vous pas refaire reine d'Angleterre? Je vous baise les mains en signe de loyauté ». Comunque sia, è certo che il salotto della contessa aveva delle attrattive, che, in quel tempo, non si sarebbero trovate in qualsiasi altro salotto non solo di Firenze, ma d'ogni altra città di Italia.

Sebbene la d'Albany avesse salutato con gioia le restaurazioni del 1814-15, pure il SUO amore per loro, o almeno per alcune di loro, cominciò a poco a poco a raffreddarsi. Già, nel 1818, i liberali lombardi la prendevano a confidente se non delle loro trame, certamente delle loro aspirazioni. Lodovico di Breme, il quale fu il vero fondatore di quel Conciliatore che per pochi mesi fu l′interprete dei sentimenti dei patriotti milanesi, mandando alla contessa il primo numero di quel giornale, le scriveva una lettera che riproduciamo volentieri nella sua integrità perchè serve a rischiarare un periodo assai importante della storia del nostro risorgimento. La lettera fu scritta in francesce :

« Milan, 8septembre 1818.

Madame,

J'ai préféré, pour vous envoyer le programme de notre journal, d'attendre que le premier numéro en fût publié. De cette façon, vous pouvez déjà présager quelle sera notre manière de remplir les engagements que nous venons de contracter avec le public, et si cette manière a votre approbation, il ne reste plus qu'à se précautionner contre les germes de dégradation et les principes de refroidissement dont toutes les entreprises humaines sont naturellement entachées, et les entreprises littéraires plus que toutes les autres. Je me suis mis à la tête de cette organisation et j′en suis venu à bout. La charge économique en est toute en l'honneur du comte Porro; il se remboursera sur les associations, si nous sommes heureux. Mais on lit si peu en Italie et on s'y intéresse si peu au progrès des lumières! Les Italiens ne prennent part qu'aux querelles et ne s'amusent qu'à des personnalités. Mes premiers articles seront sur L′Histoire de l′Inquisition de Llorente, sur les Considérations de notre immortelle amie (la Staël) et sur d'Elci le satirique [102] .

J'ai sacrifié toute la belle saison aux soins qu'exigeait la monture de ce journal. De séduisantes et pressantes invitations m'attiraient à Coppet et à Paris: ce sera pour le jour où notre entreprise aura pris de la consistence, ou sera tombée à plat... Le Piémont est excessivement malheureux et dégradé. La Lombardieva cahin caha. Ondit que vous dormez sur le duvet en Toscane, mais que vous dormez: qui benedormit non peccat,me disait ma gouvernante il y a trente ans.

Lorsque les dieux de l′Olimpe se réunirent tous à un banquet chez les Éthiopiens, bonnes gens qui avaient une haute estime pour la légitimité de leurs divines majestés, ils s'en revinrent tous ivres dans leur paradis. La même chose aura-t-elle lieu en conséquence de l′auguste congrès que les maîtres des hommes vont célébrer à Aix-la-Chapelle?

E il 25 ottobre dello stesso anno scriveva a proposito dei rigori della censura:

«La police nous met en lambeaux. On voudrait nous laisser, mais nous préférons en tout cas les honneurs de la soppression. Entre autres propositions biffées par ces bourreaux du sens commun, se trouvait celle-ici :

En Angleterre l′homme de mérite peut toujours en appeler à l′opinion publique. Concevez-vous qu'un gouvernement quelconque puisse être assez dévergondé pour se récrier ouvertement contre une simple assertion de ce genre?... J'ai mis à part depuis quatre ans le plus bel et complet assortiment d'anecdotes austro-gothiques, qui suffisait à dessiller les yeux sur la prétendue sagesse des gouvernements légitimes... »

Pochi mesi dopo il Conciliatore era soppresso, e non molto dopo i suoi fondatori e i suoi collaboratori, il Porro, il Pellico, il Gioia, il Romagnosi, il Berchet ed altri, erano arrestati o riparavano all'estero.

Ora domandiamo noi: è possibile che questa donna, a cui tanti uomini d'ingegno e di spirito rendevano omaggio, a cui il Sismondi offriva un esemplare della sua Storia chiedendone il giudizio, e il Foscolo mandava la Ricciarda, fosse quella triviale e meschina femminuccia, di cui qualcuno di recente ha voluto darci il ritratto?

No; noi non lo crediamo. È vero che la contessa storpiava il francese; ma nell'alta società di quel tempo quasi tutte le grandi dame, storpiavano, scrivendo, la propria lingua: ignorava spesso la sintassi quella Quirina Mocenni-Magiotti, le cui lettere al Foscolo si leggono ora così linde e corrette insieme a quelle del poeta dei Sepolcri, nell′edizione fiorentina, e scriveva un pessimo italiano quella Carolina d'Austria, regina delle Due Sicilie, sebbene per tanti anni avesse dato prove d'essere il solo uomo dei Borboni di Napoli. Nè la leggiadra contessa Antonietta Arese, sebbene si dilettasse di letteratura e si fosse anche accinta a tradurre il Werther del Goethe, scriveva un italiano puro: anch'essa zoppicava, in materia di lingua, come la Magiotti.

Nè, del resto, lo stentato ed improprio maneggio della lingua francese impediva all'amica d'Alfieri di far mostra di spirito, o di dare anche, in materia di lettere, d'arte o filosofia, giudizi esatti o felici. Già quel ritratto del poeta d'Elci da noi riprodotto è un medaglioncino che mostra una finezza squisita e una causticità inarrivabile. Nè è esatto, come or ora è stato affermato [103] , che, dalle sue lettere agli amici di Siena [104] , la contessa appaia d'animo gretto, egoista, incapace d'ogni vera gentilezza, d'ogni bontà e d′ogni sagrificio. La stessa crudezza delle frasi mostra come l′autore di questo giudizio non guardi la figura della contessa che attraverso un paio di lenti affumicate.

Difatti, le lettere, sebbene spesso contengano particolari, diciamo così, troppo casalinghi, pure non meritano l'anatema che su le stesse è stato pronunziato. Ed anzitutto, esse sono dirette, per parecchi anni, a persone nè celebri per ingegno o illustri per casato: sono modesti borghesi di cui oggi non si occuperebbe la storia se non avessero avuto la fortuna d'avvicinare l'Alfieri e la sua amica. Nè questa, morto il poeta, dimentica o trascura i suoi buoni amici di Siena, i quali, sopratutto, non erano stati che gli amici del grande astigiano; ma affabilmente continua a carteggiare con loro, e fra una lettera diretta alla de Staël e un'altra al Sismondi o al Foscolo, trova il tempo d'intrattenersi per via epistolare con qualcuno di codesti suoi amici. Teresa Mocenni non era che la moglie di un mercante, eppure quella che la de Staël chiamava: mia cara sovrana, le scrive famigliarmente, affettuosamente. Ecco come le scriveva il 14 novembre 1797 :

«Je regrette bien, ma chère Thérèse, que vous ne soyez pas restée davantage à Florence, et que je ne vous ai connu plutôt; car vous êtes la seule jeune femme italienne que j'ai jamais aimée et qui m'a jamais aimée plus. J'espère bien que vous m′aimérez toujours et que nous resterons amies par la vie: votre excellent caractère, que je connais encore plus par réputation que par expérience, m'en est sûr garant. Comptez que tout ce qui vous arrivera, m'intéressera: ainsi parlez m'en toujours, et souvent, et croyez que vous trouverez en moi un'amie inaltérable.

Comment pouvez-vous croire que nous ne nous verrons plus, quand nous sommes à la porte, l'une de l'autre? Si vous ne pouvez pas venir me trouver, j'irai vous voir; mais j'espère que vous pourrez encore venir passer le mois d'octobre à Florence: ne désespérez de rien, je vous en prie. Les choses les plus impossibles s'arrangent dans ce monde, et les plus impossibles souvent manquent. Courage, ma chère, ne vous laissez pas aller à la mélancolie. Je sais bien que votre cœur est déchiré [105] ; mais aidez-vous de la raison, ou plutôt, laissez faire le temps, ce tiran destructeur, qui dévore même les sentiments les plus enracinés. Il n'efface pas l'amitié, mais il use les points aiguës de la douleur. C'est un service que la nature nous a rendu. Malgré nos beaux conseils, plus facils à donner qu'à suivre, je prémis, en pensant à la perte que vous avez faites. Mon cœur souffre pour vous...

Occupez-vous pour vous distraire; lisez des livres qui fortifient le cœur et rinvigoriscono la rajione. Je chercherai à vous trouver Montagne: c'est notre bréviaire. Il enseigne à penser et fortifie l′âme.

E il 12 dicembre ritornava a scriverle:

Je suis fâchée, ma chère Thérèse, de vous savoir toujours si triste: je voudrais être avec vous pour vous consoler ou au moins pour adoucir un peu vos peines. Je conçois que vous avez besoin d'aimer, et que vous ne trouvez plus de quoi se satisfaire. Il est difficile de remplacer un cœur fait pour le notre, depuis tant de temps. Tâchez de vous armer de courage: fortifiez-vous l'esprit en lisant des livres qui sont un peu toniques. J'ai oublié de vous en donner un, quand vous étiez ici, qui m'a toujours plu. Je vous l'envoi... Il vous plaira. J'ai trouvé qu'il n'y a rien de mieux dans les peines du cœur que de forcer la tête à penser et même à épuiser le sujet du chagrin, et puis de lire des livres sérieux qui font penser. Je regrette bien que vous demeuriez à Sienne et moi à Florence. Il me paraît que vous m'aimeriez, que vous trouveriez en moi une amie qui sait sentir vos peines. Mais comme il n'y a pas mille lieux d'ici à vous, j'irai vous trouver et j'espère que j'aurai un moyen de vous faire venir moi voir ».

E del Gori-Gandellini, l'amico dell'Alfieri, così scriveva il 22 maggio 1798 all'arciprete Luti :

J'ai très bien connu, mon cher archiprêtre, l'ami (FrancescoGori-Gandellinï), que votre cœur avait choisi et que nous avons tous quatre perdu. C'est un des hommes plus estimables que j'ai jamais connu de ma vie, et en même temps le meilleur des êtres. C'était un cœur angélique, et il avait l'âme de ces hommes que nous révérons dans l'antiquité. J'ai pleuré sa mort, et je ne puis y penser encore sans que les larmes me viennent aux yeux. Je le regrette pour vous deux et pour le poète, qui avait en lui un ami digne de son cœur et de sa façon de penser. Hélas! les bons disparaissent de dessous la terre!

La Mocenni aveva avuto un figliuolo che l'Alfieri aveva tenuto a battesimo. La contessa non lo dimenticò, e quando ne fu tempo, essa s'occupò dei suoi studi, spedendogli da Firenze i temi per esercitarlo nel francese. Il 18 giugno 1798 ella scriveva alla madre:

Quand ilvoudra lireles théâtres, quand il entendra assez le latin, il faudra commencer par le théâtre grec traduit en latin, et le latin, Seneque, etc., et puis Corneille, Racine, Crébillon, Voltaire, Alfieri,et de cette manière il aura une idée du théâtre. Il faudra faire l'extrait de chaque pièce. Voilà comme je dirigerais Vittorios'il voulait lire avec fruit. Tout comme pour lire l'histoire, il faudraitcommencer par lire bien toute la Bible, et puis Hérodote, Thucidide, et descendre peu à peu. De cette manière les événements se classent dans la tête, avec ordre ».

E a proposito d'un libro francese classico la contessa scriveva alla Mocenni :

Je connais les Caractères de la Bruyère. Ils ont les défaux de tous les livres français, qui peignent toujours des français; et les auteurs de cette nation ne connaissent ou ne veulent connaître que la leur, tout comme ils voulaient toujours porter leurs usages partout. Racine dans ses tragédies a masqué les Romains et les Grecs en seigneurs de la cour de Louis quatorze. La Bruyère a voulu imiter les caractères de Théophraste. La Rochefoucault en a fait aussi qui sont plus fins et plus délicats; il sont pour la bonne compagnie .

Anche in quest'ultima lettera si rivela il gusto letterario, la finezza dell'ingegno della contessa: o perchè, dunque, chiamarla triviale, ignorante?

Da quel carteggio, certamente, emana un'ombra che appanna la figura non più giovane della Stolberg, cioè, la relazione, o meglio, la simpatia della d'Albany pel Fabre, il cui nome le cade spesso dalla penna; ma non è esatto che solo questo nome ella faccia, e mai quello del suo grande amico. I due nomi, in quelle Intere, si leggono quasi sempre insieme, e quasi sempre sono ricordati affettuosamente. È strano; e noi che non abbiamo velato l'amore della contessa pel pittore francese, esclamiamo: misteri del cuore umano!

Ecco un saggio delle lettere in cui si parla ancora con affetto dell′Alfieri:

Le monden'est plus pour moi qu'une lanternemagique. Je vois passer et je suis à la fenêtre. Je ne crois qu'une seule chose, et si je ne craignais pas ce-là, je ne craindrais rien: c'est la perte de l′ami pour qui seule je vis. J'aimerois cependant mieux le voir mort que malheureux, parce que je l'aime pour lui, quoique la perte serait pour moi un coup de massue sur la tête.

Esagerazione! esclamerà qualcuno. E vada per l'esagerazione; però anche nelle sue lettere più intime la contessa non dimentica il compagno della sua vita, se non più amante, certamente amico affettuoso, devoto.

Ancora dell'Alfieri; la lettera, indirizzata alla Mocenni, è del 24 luglio 1798:

Le poëte mecharge devous dire millechoses aimables de sa parte. Il nefait plusrien à pouvoir vous envoyer; et quand il aura une fois cinquante ans, il a résolu de ne plus poëter et de renoncer à sa bellle madonna la poésie, pour ne pas tomber dans l′inconvénient des vieux cygnes ses confrères qui ont fait des vers avec les cheveux blancs. Au présent il étudie son grec, il récopie des satires qu'il a fait. Ayez vous eu le sonnet pour Fabre?

Qui il Fabre figura in seconda linea; ma il ricordo maggiore è pel poeta, senza tener conto che, meno qualche rara volta, il pittore non è ricordato che per i saluti che manda alla Mocenni.

E ritorniamo al salotto della Stolberg.

Intanto, mentre tanti italiani e stranieri illustri sfilavano nel salotto della Albany, la padrona di casa invecchiava. Oramai questa non era che l'ombra di sè stessa, una reliquia d'una generazione scomsparsa. Intorno a lei tutto si ringiovaniva, tutto cambiava. Il suo abito alla Maria Antonietta, sotto il quale la descrisse Massimo d'Azeglio e la dipinse il Fabre, era divenuto anche ridicolo [106] . Sul finire del 1823, ella cadde in una specie di languore, che ispirò ai suoi amici una viva inquetudine: però, di tratto in tratto, essa riprendeva se non tutto, parte del suo vecchio spirito, e se non apriva più il suo salotto alle solite visite, poteva, mediante il suo copioso carteggio, assistere a quanto si diceva od operava nelle grandi città d'Europa, segnatamente a Parigi e a Roma. Da quest'ultima città, anzi, i suoi amici e le sue amiche inglesi le mandavano una piccola cronaca: ora le annunziavano che lord Norbanbey, lady Belfast, la signora Elliot e lord Howard avevano recitato un dramma inglese dinanzi ad un pubblico, di cui facevano parte il duca di Lavai, ambasciatore di Francia, la principessa di Lieven, moglie dell′ambasciatore russo, la contessa d'Appony, moglie dell′ambasciatore d'Austria; tal'altra, che l′Ampère aveva letto ad un ristretto numero d'amici la nuova commedia di Casimiro Delavigne, l′École des Veillards. Il difetto della commedia – scriveva il corrispondente, che era poi la duchessa di Devonshire – è che nessuno dei suoi personaggi desta l′interesse nell′animo del pubblico; nessuno di esso è animato dalla passione o dal dovere: il giovane duca è galante, ha un capriccio, ma non una passione; la donna è vana e poco sensibile; la madre è una sciocca... ». Quest'ultima cronaca dei salotti romani portava la data del 17 gennaio; dodici giorni dopo, il 29 gennaio 1824, sul fare dell'alba, la contessa d'Albany s'estinse dolcemente dopo d'aver ricevuto i conforti della religione.

Istituì suo erede universale in tutti i suoi beni, e quindi anche nei libri e nei manoscritti dell'Alfieri il Fabre; alla sorella Gustava di Stolberg lasciò quindici mila scudi, e agli altri suoi parenti, come ad alcuni suoi amici intimi, lasciò un ricordo per ciascuno: alla sorella maggiore, duchessa di Berwirk, un servizio di porcellana, ad un'altra sua sorella, la contessa d'Alberg, una caffettiera d'argento; al nipote duca di Berwick, conm discendente di quel duca omonimo che fu figlio naturale di Giacomo II d'Inghilterra, un ritratto di Carlo Edoardo su cammeo e una miniatura di Maria Stuarda; all'abate Lodovico di Breme un ritratto dell'Alfieri; al marchese di Valperga un ritratto dell'abate di Caluso (opera del Fabre); al cardinal Consalvi un quadro rappresentante San Girolamo.

Si vociferò allora che il Fabre avesse sposato la contessa; la stessa cosa, parecchi anni prima, era stata detta per l'Alfieri; ma tanto l'una quanto l'altra erano false. Parecchi anni dopo la morte della amica dell'Alfieri, nel supplemento della Biographie Universelle comparve un articolo sulla contessa d'Albany dove si leggeva: «Quelques biographes ont prétendu que madame d'Albany s'était unie par un mariage secret à Alfieri, et que, après la mort de ce poëte, elle avait épousé M. Fabre. Ce dernier fait est démenti par M. Fabre lui-même, qui regarde le premier comme également controuvé. E quasi questa smentita non bastasse, il Fabre, di suo pugno, sopra un esemplare del supplimento della Biographie Universelle da lui posseduto, accanto alle parole: elle avait épousé M. Fabre, che sottolineò, scrisse: C′est faux

Come la d'Albany aveva reso splendidi funerali all'Alfieri, così il Fabre ne volle rendere altri non meno splendidi alla contessa. Per altro, la sua qualità d'erede universale dell'estinta gliene faceva un dovere. Innalzò anche alla memoria di lei un monumento, e volle che fosse innalzato in quello stesso tempio di Santa Croce dove dormiva il sonno dell'eternità il grande poeta. Così i due innamorati, per volere d'un altro innamorato, che in questa circostanza volle rimanere estraneo al loro romanzo d'amore, giacciono l'uno vicino all'altro, precisamente come lo stesso Alfieri aveva desiderato che fosse avvenuto. Volle anche il Fabre riunire il ricordo della contessa a quello del grande suo amico facendo incidere sul sepolcro di lei metà di quell'iscrizione che l'Alfieri, insieme alla propria, aveva preparato per la sua musa, per la sua ispiratrice. Se non che il Fabre vi aggiunse il proprio nome quasi a perpetuare nella memoria dei posteri quella curiosa commedia in tre personaggi che per varii anni fu recitata a Firenze nel palazzo Gianfigliazzi.

Alcuni anni dopo la morte della contessa, il Fabre, preso dall'amore del natio luogo, andò a stabilirsi in Francia, dove fu fatto barone. Prima di lasciare Firenze donò al Comune i manoscritti dell′Alfieri, che ora conservansi nella Biblioteca Laurenziana, ma portò seco i libri, che insieme ai propri quadri (c'erano anche quelli che avevano fatto parte delle collezioni di Carlo Edoardo e della vedova di lui) non che al ricco carteggio della contessa e dello stesso Alfieri donò alla sua città natale, Montpellier, che raccolse il tutto in uno speciale museo. Egli morì nel 1837 della stessa malattia che aveva spento l'Alfieri, cioè, di gotta; e morendo, sebbene non fosse stato un puritano, ordinò al suo esecutore testamentario, che delle carte che lasciava avesse fatto uno spoglio accurato per distruggere la parte inutile o pericolosa.

Egli aveva nominato suo esecutore testamentario un giovane prete, certo don Gache, il quale, quando esaminò il carteggio amoroso fra la contessa e l'Alfieri, ritenne nel suo fanatismo religioso, che meritasse il rogo come un paterino del secolo xiii o un luterano del secolo xvi; e lo consegnò alle fiamme. Quanti tesori d'affetto e di tenerezza non distrusse quell'intollerante insieme a quelle lettere! E qual raro ed importante documento psicologico non sarebbe venuto fuori da quell'epistolario! E come le parti più recondite dell'anima dell'autore di Saul e di Mirra non ne sarebbero state irradiate !

Ma il bestiale auto-da-fé di quel prete fanatico non raggiunse nemmeno lo scopo propostosi dal suo autore. Questi riteneva che distrutte le lettere, gli amori di Vittorio Alfieri e di Luisa di Stolberg non sarebbero passati alla posterità, e questa avrebbe quindi avuta una storia scandalosa di meno da presentare; ma essi, codesti amori, a malgrado del fuoco che distrusse il carteggio dei due amanti, pervennero insino a noi: pieni, sinceri, ardenti d'ambo le parti sino a che la giovinezza ne avvivò la fiamma o gli ostacoli ne resero più desiderato il frutto; più abitudine ed amicizia che passione, negli ultimi anni. Ma di quest'ultima circostanza non possono dolersi che coloro i quali non contemplano la vita che attraverso i sogni della poesia: e nella vita vissuta, nella vita quale realmente si svolge, la poesia non è che l'eccezione. Ohimè, se si dovesse tener conto di tutta la prosa arida e disadorna che essa racchiude !

Fine.

INDICE

Prefazione

Capitolo Primo - Prima della .... Grande Passione » – Un poeta bracciere – Un Pretendente che s'ubbriaca.

Capitolo Secondo – Carlo Edoardo e Luisa di Stolberg – I primordi della « Grande Passione ».

Capitolo Terzo – In pieno romanzo – La fuga dalla casa coniugale – Da un convento all'altro.

Capitolo Quarto – Roma nella seconda metà del secolo xviii – La recita dell'Antigone e la stampa delle tragedie – Scoppia lo scandalo – Separazione diamanti – Separazione di coniugi – Il romanzo è ripreso in Alsazia.

Capitolo Quinto – L'Alfieri poeta d'amore – Un giudizio del Carducci – Documenti umani.

Capitolo Sesto  – Il romanzo continua – La morte del Pretendente – La contessa d'Albany a Parigi – Il viaggio in Inghilterra – Ritorno in Italia.

Capitolo Settimo – La fine del romanzo – La prosa della vita – L'Alfieri recita – Il pittore Fabre – La morte del poeta.

Capitolo Ottavo – La d'Albany, il suo salotto, i suoi amici, i suoi corrispondenti.

Note

________________________

[1] Dopo la morte dell′Alfieri, la contessa d′Albany, scrivendo al cav. Cerretani, ricordava a proposito delle critiche fatte ai primi saggi tragici dell′Astigiano: « Quand les Tragedies ont paru, mon cher chevalier, tout le monde en a dit pis que pendre ». Vedi Pèlissier: Canova, la comtesse d′Albany et le tombeau d′Alfieri, in Nuovo Archivio Veneto, 1902, p.149.

[2] Cantù, Storia degli italiani, vol. IV, p. 579 (Edizione di Palermo del 1858).

[3] Il Bertana.

[4] Vittorio Alfieri studiato nella Vita, nel Pensiero e nell′Arte con lettere e documenti inediti. — Torino, Loescher, 1902. Un vol. di 547 pagine.

[5] Per esempio, ha cercato di sfatare e ridurre al nulla la tanto celebrata forza di volontà dell′Alfieri; volontà che pel Bertana non fu nè tenace, nè forte; ma il Sergi, che non è soltanto un illustre antropologo, ma anche un insigne psicologo, ha rimesso le cose a posto. (Ved. La personalità di V. Alfieri, in Rivista d′Italia, 1903, p. 576): « L′Alfieri ebbe il volere fortissimo, come ebbe fortissimo il sentire ». — « Sentire forte e volere forte, ecco due caratteri che abbiamo ritrovato in Alfieri ».

[6] Sassi, La Contessa d′Albany in Nuova Antologia del 16 marzo 1903.

[7] Dama di compagnia della contessa. Sulla tendre Maltzan può leggersi un articolo dei Pèlissier nella raccolta di scritti varii: Da Dante al Leopardi. Milano, Hoepli, 1904.

[8] Un ritratto assai gustoso del cavalier servente di quei tempi troviamo in un sonetto che abbiamo letto nelle carte di monsignor Vincenzo Maria Conti (Biblioteca Casanatense, di Roma). Il sonetto s′intitola appunto: Il Cavalier Servente, e se non è inedito, è certamente rarissimo: eccolo.

 

       Femmina di costumi e di maniere

E d′esercizio sol maschio e di sesso,

Non marito, non celibe, ma spesso

È l′uno e l′altro per genio e per mestiere.

       Supplimento diurno, il cui dovere

È di restar sempre all′altrui moglie appresso,

Ed ha per patto e complimento espresso

Noiarsi insieme le giornate intiere.

       Che legge quando sa, cuce e ricama,

E dieci ore del dì molle, indolente

Serve or d′ombra, or di corpo alla sua dama.

       Questo è lo strano, indefinito ente,

Quell′anfibio animal ch′oggi si chiama

Per tutta Italia cavalier servente.

[9] Satire e Poesie Minori; Firenze, Barbèra, 1885; pag. 24-25.

[10] Vita, Epoca iv, cap. v.

[11] Vita, Epoca III; cap. xiv.

[12] Opere (ediz. del 1821), vol. xi, pag. 148.

[13] Morfeo.

[14] Vittorio Alfieri studiato nella Vita, nel Pensiero e nell′Arte — Torino, Ermanno Loescher, 1902.

[15] Die Grafin von Albany — Berlino, 1860; 2 volumi.

[16] La Contesse d′Albany — Parigi, L èvy, 1862; un volume.

[17] The Cumtess of Albany — London, Alien e C. 1884.

[18] Le Porte feuille de la Comtesse d′Albany — Parigi, Fontinoing, 1902. — Una copiosissima Bibliografia Alfieriana (lavoro del Mazzatinti), si legge nella Rivista d′Italia del 1903.

[19] Questo secondo volume del Pèlissier apparve sotto il titolo: Lettres inèdites de la comtesse d′Albany à ses amis de Sienne. Paris, Fontmoing, 1904.

[20] Era nato a Roma il 31 dicembre 1720.

[21] Divideva con lui quel brutto vizio la Walkinshaw.

[22] Carlo Edoardo era conosciuto sotto il nome di conte d′Albanie, che era il titolo del secondogenito dei re di casa Stuarda. Il Pretendente lo adoperò sempre sotto la forma francese; all′incontro, la moglie conservò la forma inglese e segnò sempre: d′Albany.

[23] Nelle Notizie per l′anno bisestile 1772 dedicate al Cardinale Mario Marefoschi e stampate a Roma nella stamperia Cracas presso San Marco al Corso trovasi una rubrica: Nascita dei Principi e Sovrani d′Europa, e nella parte riservata all′Inghilterra leggesi: Carlo Edoardo figlio del defunto re della Gran Brettagna Giacomo III; 31 dec. 1720.–

[24] Erano neri e contrastavano stranamente col biondo dei capelli.

[25] Ved. Saint-René Taillandier, op. cit., pag. 41.

[26] Vita. Epoca IV, Capo V.

[27] Il barone di Lassberg, nipote di madama di Malzen, conobbe la d′Albany nel 1784 e ne fece questo ritratto: «La Contessa brillava ancora di tutta la sua bellezza. Di statura un po′ oltre la mezzana, di corporatura salda benchè non di soverchio robusta, essa nel moto mostrava dignità e grazia. I suoi capelli folti castagni arrivavano quasi al suolo. Gli occhi celesti (L′Alfieri scrisse «neri» e poteva saperlo bene. Nè i capelli erano castani, ma biondi.) esprimevano amore e dolcezza. Una bocca ben formata mostrava denti d'avorio ugualissimi. Le rose del volto, la cui pelle era finissima, erano scomparse in mezzo ai dispiaceri sofferti. Mani e piedi erano di belle forme, il camminare e le maniere accennavano a gentilezza e distinzione. La sua voce era alquanto più alta e forte di quel che sogliono essere le voci nelle classi superiori. Essa ballava, cantava, disegnava, sonava l′arpa e il cembalo, e montava a cavallo meglio che generalmente si veda nelle donne del suo grado. I suoi modi erano piuttosto serii, e quantunque possedesse in grado non comune il dono della conversazione, non poteva dirsi loquace. Era gentile con tutti, coi poveri benefica e generosa. Bisognava conoscerla per volerle bene, ma allora l'affetto non era fugace ». — Reumont, La contessa d′Albany e V. Alfieri in Archivio Storico Italiano, p. 89, 1881.

[28] Vita. Epoca IV, Capo V.

[29] I particolari della donazione possono leggersi in Bertana, op. cit. Non si comprende, però, come quest'ultimo ne possa trarre argomento per rimpicciolire la figura del poeta. L'atto fu certamente straordinario, dappoich è l'Alfieri, sia per rendersi libero cittadino, sia per meglio perseverare nel suo amore per la d'Albany, sia per l'uno e per l'altro motivo insieme, fece cosa che poche, se non pochissime nature elette, avrebbero fatto: nientemeno spogliarsi del suo ricco patrimonio per non conservare, sua vita naturale durante, che metà della rendita dello stesso patrimonio! Nè la generosità o straordinarietà dell'atto può restare diminuita, o, peggio, può scomparire, perchè l'atto medesimo il poeta volle far precedere o accompagnare da pratiche dirette a garentire la propria posizione economica; che, se egli rinunciava a tanta parte delle sue entrate per un capriccio di scrittore o d'innamorato, non è da fargli rimprovero se prendeva le sue precauzioni per la rendita che conservava. È quindi semplicemente ameno il signor Farinelli, il quale, scrivendo sulla falsariga del Bertana, stampava (Rivista d'Italia, ottobre 1903, pag. 536) : « La cessione dei beni alla sorella, che ci era nota dalla Vita, e ammiravamo come una prova di liberalità straordinaria, appare, dal carteggio pubblicato, in luce assai meno ideale ». Ma chi aveva detto al signor Farinelli che nella donazione doveva ravvisarsi soltanto un atto di pura liberalità? Non sognò di dirlo nemmeno l'Alfieri.

[30] Trovasi nel Codice n. 27 degli autografi Alfieriani presso la Biblioteca Laurenziana di Firenze, dopo il terzo atto della Maria Stuarda.

[31] Sembra che il principe avesse voluto strangolare la moglie. Sir Orazio Mann, che raccolse questa voce, aggiunge che Carlo Edoardo aveva promesso cento zecchini a chi avesse ammazzato l'Alfieri.

[32] Op. cit. Epoca IV, Capo VIII.

[33] Saint-René Taillandier, Op. cit., pag. 60.

[34] Dopo il matrimonio del Pretendente con la Stolberg-Gedern.

[35] Perrero: Gli ultimi Stuardi, ecc., in: Rivista Europea, 1881, p. 683.

[36] Vita: Epoca IV, Cap. VIII.

[37] Vita: Epoca IV, Cap. VIII.

[38] È assai curioso il modo con che l′Alfieri s′introdusse presso il Cardinale di York. Ci è rivelato da una lettera della d′Albany allo stesso Cardinale. Eccola:

« Essendomi accorta; mio caro fratello, che nella vostra biblioteca manca un « Virgilio » che n'è degno, venni a conoscere che esisteva quello che vi mando, ed è il più bello che vi sia. Prendo la libertà di mandarvelo per mezzo del conte Alfieri, il quale è stato a pranzo da me e mi ha detto che domani verrebbe a farvi la sua corte. Spero, mio caro fratello, che mi farete la grazia d'accettare il mio libro qual pegno del mio tenero e sincero affetto. Vorrei poter darvene delle prove a ogni momento, ma siate sicuro che il mio affetto per voi è quello di vera e propria sorella. Accogliete le testimonianze d'amicizia senza limiti.

Ai 15 maggio (1781).

« Luisa ».

[39] L'aveva preso in affitto per dieci scudi al mese col diritto di andare a diporto per la magnifica villa tanto a piedi che a cavallo.

[40] Improvvisatrice dotata di qualche capacità poetica, Corilla Olimpica, nome d′arte di Maria Maddalena Morelli, fu incoronata in Campidoglio il 31 agosto 1776 e le fu conferito, in quell'occasione, il titolo di Poetessa laureata. Donò la corona di alloro alla Basilica della Madonna dell'Umiltà di Pistoia. Oggi è praticamente sconosciuta. (ndr)

[41] Altri due sonetti scrisse il Monti contro l′Alfieri, uno dei quali, sulle stesse rime di quello dell'Astigiano, può leggersi in: Le Liriche di V. Monti pubblicate da G. Carducci; Firenze, Barbèra, 1889; pag. 146.

[42] Questo e il sonetto che segue li abbiamo trascritti dalle carte di monsignor Vincenzo Maria Conti, esistenti presso la Biblioteca Casanatense di Roma.

[43] Bertana, op.cit., pag. 192.

[44] Vita: Epoca IV, Cap. XVI.

[45] Perrero: Gli ultimi Stuardi, ecc., in: Rivista Europea, vol. xxiv, pag. 687.

[46] Allontanamento al quale non dovette essere estraneo un invito del Papa, come si rileva dalla seguente lettera, che il 4 maggio la d'Albany scrisse al cognato cardinale:

« (4 maggio 1783). Domenica sera. Secondo il consiglio che mi avete dato, mio fratello, e di cui a suo tempo vi ho ringraziato perchè lo avevo per segreto, ho indotto il conte Alfieri a lasciar Roma. Esso è partito questa mattina. Avrei cercato di determinarlo più presto, se, dopo mature riflessioni e secondo l′opinione di persone sensatissime, non avessi temuto che una partenza tanto subitanea, la quale sarebbe apparsa forzata, avrebbe dato credito alle voci ingiuriose sulla mia condotta, le quali, quantunque senza fondamento, non si sono che troppo divulgate. Comunque ciò siasi, il vostro desiderio è adempiuto e il vostro consiglio seguito. Il solo dispiacere che sento è quello che mi ha procurato il modo strepitoso, il quale ha ferito la mia riputazione, e la sua delicatezza. Guardate, quante pene mi avreste risparmiato, ove, secondo che pel passato si era convenuto fra di noi, a me sola aveste comunicate le vostre intenzioni — ove non vi foste indirizzato, senza verun bisogno, al Papa; — in una parola, ove in un moto subitaneo non vi foste lasciato andare a un procedere, il quale, me ne appello al vostro buon cuore, a quest′ora non vi può parere essere stato conveniente verso di me, tanto perchè sono vostra cognata, quanto perchè sono quella che sono. Non crediate però che sentirete in futuro dei rimproveri da parte mia: saprò evitarveli. Non terrò presente alla mente se non le prove d'amicizia quali in altri tempi ho ricevute da Voi e di cui per tutta la vita vi conserverò la maggiore riconoscenza. Malgrado tutto ciò che è accaduto, sento per voi sincerissimo affetto. Vi prego di gradirne le proteste. Mio fratello, vostra umilissima serva e sorella: Luisa ».

« Al mio carissimo fratello il Cardinal-Duca, a Frascati ».

(Reumont, in Arch, St. It. cit.).

[47] Vita: Epoca IV, Cap. X.

Mentre rivediamo le bozze di stampa del presente capitolo, da una gentilissima comunicazione d′Enrico Celani, bibliotecario all′Angelica di Roma, apprendiamo che dai libri parrocchiali di S. Bernardo alle Terme, risulta che l′Alfieri, prenotato nello Stato delle anime solito a farsi dopo la Pasqua, aveva, per tutto il tempo che rimase in quella parrocchia, adempiuto a tutti gli obblighi di religione e presi i sacramenti pasquali. Nessuno ne faccia le meraviglie, giacché, a Roma, certe apparenze erano d'obbligo; e poi si sa, il biglietto pasquale lo si rilasciava facilmente a tutti, anche agli increduli.

[48] Alfieri: Lettere edite e inedite. Editori L. Boax e C., Roma-Torino-Napoli; pag. 14.

[49] Op.cit., pag. 15.

[50] Vita: Epoca IV, Cap. XVI.

[51] La contessa d'Albany a cui aveva dedicato la Maria Stuarda.

[52] Vita: Epoca IV, Cap. XVI.

[53] Epoca IV, Cap. XVI.

[54] Vita: Epoca IV, Cap. XIII.

[55] Vita: Epoca IV, Cap. XIV.

[56] De Reumont e Saint-BenéTaillandier, opere citate.

[57] La Contessa Luisa Stolberg non era solo l'amante e la musa ispiratrice di Alfieri, ma anche la copista di un gruppo di liriche che il poeta astigiano aveva composto per lei e sono raccolte raccolte nel manoscritto "Sonetti di Psipsio copiati da Psipsia in Genzano il 17 ottobre 1783, anno disgraziato per tutti e due " conservato presso la Biblioteca Nazionale di Firenze, confluiti nella sezione LII-XCVIII della "Parte prima" delle "Rime". Da notare che l′ordine del manoscritto non corrisponde a quello della successione delle rime nel volume a stampa. (ndr)

[58] Ecco, a riguardo della separazione, una lettera della d'Albany al Cardinale di York:

« Non ho creduto poter parlarvi prima, mio caro fratello, d′un progetto d'una convenzione dal Re di Svezia propostami da farsi col mio marito, dopo di essere stata a vedervi a Frascati. Mi ci sono prestata con doppio piacere, perchè facendo così, provo di non voler impossessarmi del patrimonio di vostro fratello, come esso pretende, e senza rincrescimento gli rendo non solo i mille scudi datimi da voi, ma ancora i tremila secondo i patti matrimoniali dovutimi a titolo di spillatico. Consento ugualmente che si trasportino da Roma a Firenze le sue gioie. Da lungo tempo gli avrei fatto tale sagrificio, ove non avessi giudicato l′onor mio richiedere tale pensione qual prova certa dell'aver io, separandomi dal mio marito, goduta l′approvazione di coloro dei quali mi è preziosa la stima. Non ho dunque creduto poterla cedere, se non in forza d′un accomodamento con lui il quale dimostra che ci siamo separati di comune accordo, il Re di Svezia se n'è incaricato, e mi sono rimessa in lui intieramente per tutto ciò che mi riguarda. Egli ha agito da amico e da parente. Con mia grande sorpresa Stuart venuto questa mattina a portarmi la convenzione firmata. Essa ritrovasi ancora nelle mani del Re di Svezia. Appena l′avrò, ve la comunicherò, persuasa, mio carissimo fratello, che sarete contento di veder me alfine assicurata contro le persecuzioni del mio marito, e lui fuori delle strettezze che ritengo vere, perchè Stuart mi disse esser tali. Sono dunque altera d'assisterlo, rinunziando al mio superfluo onde procurargli il necessario. Possa il cielo fargli godere tranquillità e contentezza nell'età sua cadente! — Luisa.

« Mercoledì, 9 aprile (1784)».

[59] Era il castello di Masterbourg. Lett. ed. ed ined. Pag. 16.

[60] Vita: Epoca IV, Cap. XIV. - L'Alfieri superò mirabilmente quella difficoltà: l′amore incestuoso di Mirra non s'apprende dallo spettatore che negli ultimi versi della tragedia.

[61] Vita: Epoca IV, Cap. XV.

[62] Lett. ed. ed ined, pag. 83.

[63] Vita: Epoca IV, Cap. XV.

[64] Lettere ed. ed »ned., pag. 129.

[65] Lettere ed. ed ined., pag. 130.

[66] Vita: Epoca IV, Cap. XVI.

[67] Satire e Poesie Minori di Vittorio Alfieri, — Firenze, Barbèra, 1885. (Prefazione).

[68] Ecco una variante del predetto sonetto ricavata da un autografo alfieriano e stampata in Riv. d'Italia (ottobre 1903) :

      Chi m′allontana dal leggiadro viso

Ove beltà, dolcezza ed infinita

Modestia con suo candido sorriso

Amare a un tempo e riverire invita?

      Chi in sì barbaro modo hammi diviso

Dalla dolce fontana di mia vita.

Dai be′ negr′occhi, in cui di Paradiso

La via s′insegna a ohi rabbia smarrita?

      Ipocrisia, Viltade, Invidia, manto

Vestito s′han di coscienza pia,

E di lor congiurar nasce il mio pianto.

      Ben dì verrà, turba malnata e ria,

Ch′io in libertade, al mio tesoro accanto,

Farò sentirti se poeta io sia.

È tra i sonetti di Psipsio a Psipsia.

[69] Lett. ed. ed ined., pag. 145.

[70] In quei giorni era andato a raggiungerlo a Masterbourg il suo amicissimo l′abate di Caluso.

[71] Lett. ed. ed ined., pag. 164.

[72] Lo stemma pontificio ispirò all'abate Mariottini il seguente epigramma:

                         Redde Aquilani imperio, francorum lilia regi,

                         Sidera redde polo, caetera, Brasche, tibi.

                         Il quale epigramma fu tradotto così:

                         Rendi all′impero l′Aquila,

                         Dei franchi il giglio al re,

                         Al ciel rendi le stelle,

                         Il resto, o Braschi, a te.

Il resto era Borea, il vento.

[73] Anche un recente biografo dell'Alfieri ha voluto gettare a piene mani la poesia sulla matura figliuola del Pretendente; però, questa, da qualche lettera già pubblicata dal Reumont (Arch. St. It. 1881, p. 81), si rivela pettegola e gonfiatrice di scandali più o meno immaginari riguardo alla Stolberg e all'Alfieri. Ecco una lettera di lei, diretta al Cardinale di York, e contenente notizie probabilmente raccolte da servi e portinai:

 

« Monsignore, – Secondo varii avvertimenti avuti, credo necessario informare V. A. E. l'Alfieri essere, come dicono, interamente guastato con Madama, per causa di gelosia. Egli le rimprovera di avergli preferito certo Elyot. Frattanto quell'inserviente di camera è stato mandato via da lei, ma ancora per altri motivi dell'istessa sorte. Finalmente pretendesi che un tedesco, chiamato il conte Prolj (?), l'ha seguita a Parigi. L'Alfieri non fa a nessuno mistero del suo rancore, e dice tutto il male di cui è capace. Ciò che fa ribrezzo è che quest'uomo ha preso qui una casa per quattro mesi, e che di continuo il Re trovasi nel caso d'incontrarlo, motivo di dispiacere e d'inquietudine. Per di più, questo cattivo arnese pare arrogantissimo e ha l'aria di beffare il mio augusto genitore. Mi perdoni. Monsignore, se forse abuso del permesso da Lei datomi di mettere V. A. R. al corrente di tutto ciò che posso scoprire. Ho da sottoporle due riflessioni. Sarebbe possibile che l'Alfieri ponesse in scena il furioso per meglio nascondere il suo giuoco. Ma esso non accoppierebbe a questa parte delle cose poco onorevoli per una persona da lui amata. Poi il suo soggiorno qui potrebbe forse aver le viste di spionaggio nel caso d′un avvenimento funesto. Tra qualche giorno spero conoscere un po' meglio i di lui disegni...

« Firenze, 4 giugno 1785.

« Carlotta ».

Questa lettera, femminilmente maligna, ha dato origine a molte malignazioni maschili; ma nulla fu accertato, mentre è stato smentito che l'Alfieri, in quel tempo, avesse preso per quattro mesi una casa a Firenze (Reumont, loc. cit., p. 87). Egli non vi stette che pochi giorni.

[74] Il Bertana, ch'è sempreostile alla d'Albany, ritiene, sull'appoggiod′una lettera di lord Camelford, stampata nellaEdimbourg Review, che il viaggio della contessa a Londra abbia avuto per iscopo d'ottenere una pensione dalla Corte inglese; pensione a lei rifiutata, ma ottenuta più tardi (nel 1806) dal cardinale suo cognato. Op.cit., p. 234. Ma se tale fosse stato lo scopo della visita, sarebbe sfuggito al Walpole raccoglitore di pettegolezzi e di scandali?

[75] Eppure e stato scritto ch'era goffa e triviale!

[76] Vita: Epoca IV, Cap. XXII.

[77] La Contessa in quella città aveva i parenti. Una delle sue sorelle, Francesca Claudia, fu contessa d'Alberg e Valengin e dama di palazzo dell'Imperatrice Giuseppina. Essa ebbe due figlie di cui l′una sposò Mouton, conte di Lobau e maresciallo di Francia, e l′altra il generale conte Klein. Un'altra sorella della Contessa sposò il duca di Berwik.

[78] Lett. ed. ed ined., pag. 256.

[79] In origine Montughi era il colle dove c'è la chiesa di San Martino, poi il nome fu dato anche alla zona in cui si trova il Convento dei Cappuccini e la chiesa di San Francesco. (Wikipedia)

[80] Vita: Epoca IV, Cap. XXVIII.

[81] Ved. Rivista d'Italia, dicembre In una nota dei Sepolcri, il Foscolo osservava: « Così, io scrittore, vidi Vittorio Alfieri negli ultimi anni della sua vita ». Di recente è stato rinvenuto a Venezia il verbale d'un'associazione repubblicana (giacobina) del 1797 dove fra diversi discorsi n'è riferito uno del Foscolo sull′Alfieri. Il futuro poeta dei Sepolcri mentre ammirava lo scrittore, si scagliava contro l′uomo, che in quei giorni insolentiva contro la Francia e la repubblica. 1902. (U. Foscolo contro V. Alfieri, del Michieli).

[82] Vita: Epoca IV, Cap. XXIX.

[83] Il Reumont scriveva nel 1881: « Par troppo si sa che, negli anni, almeno in cui venne scritta l'ultima parte della Vita, queste catene non furono se non un simulacro d'esteriore convenienza cui i nuovi rimanevano estranei. Ciò che rimaneva era una specie d'amicizia fondata sulle rimembranze del tempo antico, sull'impresione di dolori ad ambidue comuni, sulla necessità dall'uno come dall'altra provata di mantenere agli occhi del mondo un legame ormai divenuto storico, finalmente sull'abitudine che può tanto (Arch. Stor., 1881, pag. 87-88).

[84] Di recente furono pubblicati alcuni sonetti che rivelano, fra il 1794 e 1797, una nuova passione nell′Alfieri. Ved. Fabbris, Studi Alfieriani, in Bertana, op. cit., 243.

[85] I miei Ricordi, cap. iv.

[86] Vita,pag. 565-66.

[87] Chacun a desdevoirs à remplir; je suis restée dépositaire des ouvrages de cet ami que je pleure, et, quoique M. Fabre y donne tous ses soins, il me paraît cependant que je dois, avant de mourir, voir, être témoin, que la volonté de cet ami soit remplie ».

(La cont. d′Albany a Cerretani,in Nuovo Arch. Veneto, 1902, Canova, la d′Albany et le tombeau d'Alfieri per L. Or. Pélissier).

[88] Al solo Canova furono pagati 10.000 scudi romani.

[89] Ecco un saggio del carteggio che ebbe allora luogo fra la D'Albany, il Fabre e il Canova a proposito del monumento. È il Fabre che scrive al Canova:

« Firenze, 28 febbraio 1804.

« Signore,

La signora contessa d'Albany, volendo erigere un monumento pubblico alla memoria dell'uomo grande che la morte le ha si crudelmente rapito, e desiderando di renderlo degno (più che sia possibile) dell′alto nome d'Alfieri, m'incarica di domandarle se le sue presenti e future occapazioni le permetteranno di mettere a esecuzione questo suo progetto. Non dubito punto che il primo scultore dell'Italia non sdegnerà d'unire la propria gloria con quella del suo primo poeta, e che non sarà insensibile al piacere di sentire lodare i suoi rari talenti accanto alle ceneri del divino Michelangelo.

« Il posto fissato in Santa Croce per questo monumento è spazioso, chiaro e libero da qualunque ornamento che potrebbe guastarlo. La somma destinatavi è da 10 a 12 mila scudi romani. La prego dunque d'avere la bontà di farmi sapere se si può sperare ch'Ella accetti questa commissione, e se la somma destinata le pare sufficiente per poter eseguire qualche cosa di sua piena soddisfazione.

« Riceva, ecc.    F. X. Fabre

«Je sais bien, mon cher et illustre Canova,que la somme est modique pour votre talent. Mais je ne demande que ce que vous pourrez faire pour immortaliser mon attachement à cet ami incomparable que je pleure tous les jours, et que je pleurerai tous les jours de ma vie.

«Louise de Stolberg, comtesse d'Albany votre admiratrice».

« Madama,

« Dall′Ecc.mo Card.le segretario di Stato Consalvi ricevo il venerato suo foglio sulla onorevole commissione d'un monumento pel grande Alfieri. Il generoso progetto è ben degno del nobil suo cuore, sensibile alla funesta perdita di un tanto amico e di genio sì raro. Questo però non mi arriva nuovo, avendomene dato alcun cenno, mesi sono, il signor cavalier degli Alessandri, al quale risposi che io aveva già rinunziato espressamente a depositi e a sepolcrali monumenti; atteso che le presenti e future mie occupazioni non daranno luogo a nuovi lavori. Quando ciò dissi, non avea per anco fissata in mente una certa mia idea con cui mi studiava di dare un qualche tenero tributo a un tanto vate, degno veramente di eterne lagrime. Questa che dovea servire per solo sfogo dell'alta mia stima per lui, consisterebbe nella semplice rappresentazione di due figure; la tragedia forse e l'Italia, addolorate, piangenti davanti l'immagine sua, grandi al vero, in tutto rilievo nel suo finimento sopra alla maniera delle memorie greche sepolcrali; siccome un pensiero consimile d'una sola figura modellata da me, poco fa, alla memoria dell'egregio Volpato incontrò il generale compatimento, così vorrei lusingarmi che possa ottenere eguale sorte anche il secondo. Se questo qualora riesca con qualche felicità e ne rimanga il pubblico soddisfatto, potesse essere compatibile alla gentile commissione sua, previo un piccolo disegno, resterà in arbitrio dell′adorabilissima signora contessa d'ordinarmene l'esecuzione in marmo, poiché per me solo non l'avrei che semplicemente modellato. Nel caso che sia accetta, allora si parlerà del prezzo.

« Frattanto ecc. ecc. « Antonio Canova. ». (N. Arch. Veneto, articolo cit.)

[90] Op.cit., pag. 193.

[91] Né al Thorwaldsen, che nel primato della scultura succedette al Canova, mancarono pasquinate. Nel 1830, scoperto il monumento a Pio VII, girarono per Roma i seguenti versi:

Fiore di pere;

Mettersi può fra le altre cose rare

Pio Settimo in poltrona dal barbiere.

[92] L′allusione parve evidente nei seguenti versi:

A traverso le fólgori e la notte

Trassero tanta gioventù a giacersi

Per te in esule tomba e per te solo

Vive devota a morte.

Il Monti, nella sua qualità di poeta cortigiano, rispose col famoso epigramma:

Per porre in iscena il furibondo Ajace,

Il fiero Atride e l′Itaco fallace,

Gran fatica Ugo Foscolo non fè;

Copiò sè stesso e si divise in tre.

[93] Foscolo; Epist. vol. 1, pag. 299.

[94] Ved. il nostro libro: Epist. compreso quello amoroso d'Ugo Foscolo e di Q. Mocenni-Magiotti, pag. 35.

[95] Gli Amori d'U. Foscolo. Bologna, Zanichelli, 1892, vol. II, pag. 359.

[96] Lett. della cont. d′Albany a Ugo Foscolo. Roma, Molino, 1887, pag. 16.

[97] Chiarini, op. cit. vol. ii, pag. 362-63.

[98] Si trova nel iii vol. degli Scritti d′U. Foscolo esistenti nella Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, e il biglietto fu per la prima volta stampato da noi in Epist. d′U. Foscolo compreso quello amoroso, ecc., pagine 340-41.

[99] Op.cit. pagg. 56-57.

[100] Op. cit. pag. 80.

[101] Saint-René Taillandier, op. cit., pag. 267.

[102] AngeloMaria d'Elci, poeta toscano satirico, ebbe ai suoi tempi una fama che la posterità non confermò. La contessa d'Albany l'odiava cordialmente. Ecco il ritratto che essa ne fece in una lettera al Foscolo: « Cefameux pédant (il d'Elci)que j'ai d'abord reconnu au portrait flatté que vous faites de lui, a pris une femme vieille pour n'être pas c... Il va nous l'amener à Florence. Ne soyez pas flatté de sa visite; il a été chez vous comme il fait partout pour lire ses satires, que depuis trente ans il a soin de ne pas faire imprimer, pour n'être pas critiqué, et ainsi il jouit de la réputation sur parole. Sa seconde visite sera pour vous dire du mal du comte Alfieri, dont il a été l′ami jusqu'à ce qu'il a vu imprimé ses premières tragédies, par que cet homme sans imagination en avait faites. J'ai connu ce vieux pédant à l'âge de 18 ans; il était, quoique joli garçon, la risée de tous les jeunes gens pour sa gaucherie et sa malpropreté. Il est devenu avançant en âge, envieux, méchant, minutieux et un pédant sans génie ni imagination. Il vint à Paris dîner chez moi avec des savants et avec des gens de lettres, qui le prirent pour un libraire, tant il connoissait les titres des livres et les éditions rares. Je le trouve ennujeux à l'excès et capable pour envie de faire toutes les horreurs possibles. Je le déteste, et c'est l'homme de ce monde qui, après, Buonaparte,m'est le plus odieux. Et ce n'est pas sans raison, car il a fait l'impossible avec les moines de Santa Croce pour empêcher que je élevasse le mausolée du comte Alfieri, en leur disant qu'il aurait été irréligieux. Je ne lui pardonnerai de ma vie, car je ne pardonne jamais ce qu'on fait à mes amis ; ce qu'on me fait, je le mépris ».

Lettere della cont. d'Albany, ecc., pag. 129-30.

[103] Giornale St. della Lett. Italiana; Anno xxiii, pagina 96.

[104] Lettres inédites de la comt. d′Albany à ses amisde Sienne (1797-1820), pubblicate dal Pélissier. Paris, Fontemoing, 1904.

[105] Perla perdita diMario Bianchi, mortoa quarant'anni, il 7 novembre 1796.

[106] Corse allora a Firenze il seguente indecente epigramma :

Lung′Arno ammirano i forestieri

Una reliquia del conte Alfieri.

i crede il fodero del suo pugnale.

Secondo i fisici è l′orinale.

Come si è ingiusti contro la vecchiaia!

(Ved. Del Cerro: Misteri di polizia, Firenze, Salani, 1890, cap. xii).

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Ultimo aggiornamento: 28 maggio 2011