Giuseppe Bonghi

Biografia di Vittorio Alfieri

Vittorio Alfieri è nato ad Asti nel Palazzo Alfieri (oggi sede del Centro Nazionale di studi alfieriani) il 16 gennaio 1749 dal Conte Antonio Amedeo conte di Cortemilia e da Monica Maillard de Tournon, originaria della Savoia, tanto che il nostro ebbe a definirsi un "barbaro Allobrogo", in quanto gli Allobrogi (letteralmente: abitanti in paese straniero) erano gli antichi abitatori della Savoia, dove avevano come città principale Ginevra, ed erano stati acerrimi nemici dei Romani dai quali furono assoggettati nel 121 a.C. comandati da di Quinto Fabio Massimo.

Autore di Tragedie e Rime, Satire ed Epigrammi, è non solo il primo vero grande scrittore di Tragedie della Letteratura italiana, ma sicuramente uno dei più grandi nostri autori tra Illuminismo e Preromanticismo e precursore del nostro Risorgimento. Alfieri fu amato da tanti personaggi della cultura e da tanti patrioti per il suo fortissimo amore per la patria e per la libertà, per la lotta per l’indipendenza e per la polemica antitirannica, che si traducono spesso in un titanismo individuale ed eroico, dalle forme talvolta un po’ esasperate, che compaiono per la prima volta nel panorama culturale italiano, e giustificabili perché quella forza avrebbe potuto smuovere le coscienze assopite da troppi secoli, spingendo gli uomini alla lotta per la libertà della Patria dallo straniero e per l'Unità del territorio.

Alfieri, la cui vita copre tutta la seconda metà del Settecento, ebbe un’esistenza agitata e inquieta, che raccontò lui stesso in una autobiografia che fu, da Giannone a Vico, dai Mémoires di Goldoni alle Memorie del Casanova, un costume del secolo XVIII, un modo per affermare la propria personalità e per lasciare un’orma indelebile di sé agli altri e al tempo. La Vita scritta da esso rappresenta per i lettori un ideale ritratto della sua opera, svelando con una narrazione sincera, anche se qua e là la memoria si inganna, come è venuta maturando e il retroterra culturale nel quale è nata. È quindi importante Leggere la Vita, un’opera sicuramente sincera, anche se certi elementi sono un po’ romanzati e tendono a creare una figura eroica che comunque ha lottato, innanzitutto per sé e quasi nulla per gli altri, che mai ha preso parte attiva alla lotta politica e culturale del tempo, vivendo come un esule e uno "sradicato" per non sottomettersi mai a nessun principe e a nessun re. Proprio questo vivere sradicato gli impedisce a volte di capire la realtà nella quale si trova a vivere vicende anche importanti, come la Rivoluzione francese, che larga e importante conseguenza hanno avuto sui tempi, caratterizzando i tempi a venire, fino ai giorni nostri.

Comincia a scrivere la sua autobiografia a Parigi, il Sabato Santo 3 aprile 1790, terminando un primo getto il 27 maggio 1790, 54 giorni dopo. Decide quindi di soprassedere, e il manoscritto resta chiuso e sigillato  per 8 anni, fino al marzo 1798: Alfieri si limita a ricopiare la prima stesura, ritoccandola (manoscritto 24) e solo il 4 maggio 1803 ricomincia a scrivere (manoscritto 13), gettando sulla carta in dieci giorni la Parte II della Vita, cioè i capitoli XX-XXXI dell’Epoca Quarta. Egli stesso organizza la sua Vita, da intendere più come storia interiore che come racconto degli avvenimenti che gli erano accaduti, diviso in più "epoche", accentuando gli aspetti negativi delle prime e presentando la sua vita come una vicenda eroica, in cui in cui lo vediamo lottare strenuamente, come un antico cavaliere, contro un destino e una società ostili, e affermare vittoriosamente se stesso.

A quasi un anno dalla nascita rimane orfano di padre. La madre aveva sposato in prime nozze il Marchese di Cacherano, dal quale aveva avuto due figli: Angela Maria Eleonora e Vittorio Antonio che morirà giovanissimo nel 1758; convola in seconde nozze appunto con Antonio Alfieri, dal quale avrà i figli Giulia e Vittorio, ed infine in terze nozze sposerà il cavaliere Giacinto Alfieri di Magliano, di un ramo collaterale della famiglia Alfieri, dal quale avrà due figlie (Anna Maria Giuseppina Barbara e Giuseppina Francesca) e tre figli (Pietro Lodovico Antonio, Giuseppe Francesco Agostino e Francesco Maria Giovanni).

Vittorio trascorre i primi anni della sua vita accanto alla madre; ma abbastanza presto, nel 1854, quando convola a terze nozze, la madre lo affida, per ricevere i fondamenti della buona educazione e perché impari i primi rudimenti della cultura, alle cure del "buon prete" ma "ignorantello" don Ivaldi, che lo inizia allo studio del latino, con la lettura soprattutto di Cornelio Nepote e Fedro, e in seguito a un precettore che lo terrà con sè fino al nono anno, senza altre amicizie o contatti. Raggiunta l’età di nove anni, anche per interessamento dello zio Pellegrino Alfieri, uno dei più alti dignitari della corte piemontese (sarà perfino vicerè in Sardegna) nel luglio 1758 viene mandato alla Reale Accademia di Torino, dove rimane fino al 1766. La partenza e il distacco dalla madre fu doloroso perché coincideva con la morte del fratellastro Vittorio Antonio, che la madre aveva avuto dal primo marito. Il viaggio da Asti a Torino viene raccontato da Alfieri nella sua Vita come un evento memorabile: il volare del calesse, che il cocchiere faceva correre velocemente dopo aver ricevuto una lauta mancia dal piccolo viaggiatore, e la visione del paesaggio gli provocano un piacere senza eguali; per questo il primo viaggio resta anche l’emblema della vita alfieriana: in corsa, capelli al vento e pensieri all’aria, indomito e indomabile ribelle, che rifugge tutte quelle regole che lo obbligano a un comportamento servile e ubbidiente.

Il bambino viene ospitato dallo zio Pellegrino; ma è troppo vivace, per cui si decide di anticiparne da ottobre al primo agosto l’entrata all’Accademia; questo lo fa sentire abbandonato fra estranei, in un luogo in cui, come scriverà nella Vita, "nessuna massima di morale e nessun ammaestramento di vita" veniva mai dato, anche perché "gli educatori stessi non conoscevano il mondo né per teoria né per pratica". I primi nove anni sono denominati dallo stesso Alfieri la prima epoca della sua vita, definiti come "nove anni di vegetazione", ricchi di fatterelli infantili, apparentemente puerili e privi di conseguenze, ma pure significativi e rivelatori già di un carattere dai contorni precisi e volitivi.

Gli anni trascorsi all’Accademia militare di Torino, dove si sarebbe sentito sempre "ingabbiato" e dalla quale uscirà nell’ottobre del 1766 (a 17 anni) col grado di porta-insegna nel reggimento provinciale di Asti, rappresentano la seconda epoca e sono definiti come "otto anni di ineducazione", durante i quali segue studi "pedanteschi" e "malfatti" che poi definirà "non studi", in particolare le letture dell’Ariosto, del Metastasio, del Goldoni e dell’Eneide nella traduzione di Annibal Caro, perché poco confacenti alla sua indole e alle sue aspirazioni, nelle quali si sente "asino, fra asini, e sotto un asino". Impara anche che vivere con gli altri significa a volte subirne la violenza o essere capaci di imporla per evitare guai peggiori, e soprattutto, afferma nella Vita, "imparai sin da allora, che la vicendevole paura era quella che governava il mondo".

Alfieri cresce tra piccole e continue infermità e piuttosto debole di complessione, tanto che nel 1762 viene afflitto da una strana malattia al cuoio capelluto, che lo costringe a tagliarsi a zero i capelli e a mettersi una parrucca che per qualche settimana lo fa diventare lo zimbello dell'Accademia, fin quando da sé si "sparrucca", palleggiando "l’infelice parrucca in aria", prevenendo in tal modo i lazzi dei "petulantissimi" compagni: dopo qualche giorno lo scherno finalmente termina. È un po’ la prova generale del suo carattere: quando si trova in difficoltà cerca di anticipare i tempi e le mosse degli avversari, evitando talvolta anche tragiche conseguenze, come la fuga da Parigi del 1792 di cui parleremo più avanti. Quella malattia fu una profonda lezione di vita: "Allora imparai, che bisognava sempre parere di dare spontaneamente, quello che non si potea impedire d'esserti tolto."

È durante questo periodo, nel 1762, che, per merito di una bugia dello zio, il grande Architetto Benedetto Alfieri, assiste al teatro Carignano di Torino per la prima volta a una rappresentazione teatrale (si trattava dell’opera buffa Il Mercato di Malmantile, Dramma giocoso per musica di Polisseno Fegeio, pastor arcade, cantato dai migliori attori comici del momento, come il Carratoli e il Baglioni e le loro figlie) che gli lascerà, per il suo brio e per la sua varietà, "un solco di armonia negli orecchi e nell’immaginativa" e lo agiterà, come scrive nella Vita "a tal segno che per più settimane io rimasi immerso in una malinconia straordinaria ma non dispiacevole; dalla quale mi ridondava una totale svogliatezza e nausea per quei miei soliti studi, ma nel tempo stesso un singolarissimo bollore d'idee fantastiche, dietro alle quali avrei potuto far dei versi se avessi saputo farli, ed esprimere dei vivissimi affetti, se non fossi stato ignoto a me stesso ed a chi dicea di educarmi."

Dopo quello da Asti a Torino, nell’agosto 1762 compie il suo secondo viaggio, questa volta da Torino a Cuneo, dove va a trascorrere una quindicina di giorni presso lo zio Pellegrino Alfieri. È un viaggio di piacere, anche se molto noioso, che comunque gli fa molto bene al fisico, che in quei pochi giorni sembra rifiorire. Alla fine dell’anno ottiene di poter disporre una piccola mensilità: è il primo passo verso quel senso di libertà e di rifiuto di assoggettamento a chiunque che caratterizzerà sempre la sua vita.. Nel 1763, il compimento del quattordicesimo anno, che per la legge piemontese significava la liberazione da ogni tutela legale, coincide con la morte dello zio Pellegrino di Cuneo, che in quel periodo si trovava a Cagliari come vicerè in Sardegna. La vita comincia a scorrere velocemente: per le sue condizioni di salute ottiene di poter andare "alla Cavallerizza", dove impara a cavalcare e dove comincia a scatenarsi quella passione per i cavalli che in lui sarà sempre viva; proprio il cavalcare, l’esercizio all’aria aperta, lo fortificherà nel corpo e gli farà perdere quell’aria da "tisicuzzo" che aveva assunto negli anni dell’Accademia. Nel contempo diventa un po’ ribelle e restio a rispettare le regole dell’Accademia; esce da solo e senza il regolare permesso dall’Accademia e viene punito, e ripetendo la mancanza viene segregato in camera, dove vive come recluso, non solo per non aver dato prova di ravvedimento, ma  perché aveva addirittura promesso che, alla prima occasione, sarebbe ancora uscito da solo di sera contro le norme come coloro che abitavano "il Primo Appartamento", cioè i più grandi.

Da questa specie di prigione lo libera il matrimonio della sorella Giulia col Conte Giacinto di Cumiana, celebrato il primo maggio 1764; proprio l’intervento del cognato lo fa inserire di diritto e definitivamente fra coloro che abitano il "Primo Appartamento". Nello stesso tempo il curatore legale allarga un po’ i cordoni della borsa e il giovane Alfieri si trova ad avere fra le mani una maggiore disponibilità di denaro. Un’eco profonda gli lascerà nell’animo l’acquisto del primo cavallo, che porterà con sé a Cumiana, e l’anno successivo (1765) l’accendersi della prima fiamma amorosa, per la moglie del fratello maggiore di due suoi compagni di divertimenti a Torino, presso i quali era andato a trascorrere un mese di villeggiatura. Nel mese di Ottobre, insieme al suo curatore, compie il primo viaggio fuori dal Piemonte, a Genova, dove resta una decina di giorni; durante il viaggio passa per Asti, da cui mancava ormai da sette anni, e rivede finalmente la madre.

La passione per i cavalli, l’amore e la frenetica smania per i viaggi, provati per la prima volta in quell’ultimo anno, caratterizzeranno d'ora in poi la sua vita, sempre spinto dall'ansia di vedere nuovi posti e da un'inquietudine che non lo rendeva mai contento di ciò che vedeva o viveva.

Nel maggio 1766 viene promosso porta-insegna nel reggimento provinciale di Asti, impegno che in tempo di pace era davvero ben misera cosa, dovendosi i Reggimenti radunare in rassegna per due volte nell’arco dell’anno. Nel mese di Settembre si presenta alla sua prima rassegna nel Reggimento di Asti, dopo aver lasciato nel mese di Maggio l’Accademia. Nello stesso tempo chiede licenza al Re (come prescriveva la legge) di intraprendere un viaggio della durata di un anno e per facilitare il rilascio del permesso dichiara che avrebbe viaggiato insieme a due compagni, coi quali aveva vissuto un anno in Accademia, un olandese e un fiammingo, guidati da un aio cattolico inglese, John Tuberville Nedham.

Il 4 Ottobre 1766, in compagnia del fido servo Francesco Elia, abbastanza esperto perché aveva viaggiato per gran parte dell’Europa al servizio di Pellegrino Alfieri, e dei compagni citati, parte da Torino, visitando, o per meglio dire, sostando senza veder quasi nulla, e quel poco anche superficialmente, Milano, Bologna, Firenze, Roma e Napoli, dove si libera dell’aio inglese, ancora Roma (dove viene introdotto a far visita al Papa Clemente XIII, e infine Venezia, per terminare poi il viaggio a Genova, dove chiede ed ottiene di poter effettuare un secondo viaggio, questa volta fuori dai confini d’Italia.. Di tutte le città visitate vede molto poco, anche se in ognuna resta talvolta parecchie settimane, sempre sospinto dal desiderio di muoversi.

Cominciano dieci anni circa di "viaggi e di dissolutezze", durante i quali, prima in compagnia di un aio, poi solo, viaggia disperatamente per l'Italia e l'Europa, visitando Marsiglia e Parigi che lo lascia piuttosto disgustato; va poi a Londra ed ha modo di visitare alcune città inglesi: ne resta veramente affascinato: l'armonia delle cose diverse, tutte concordanti in quell'isola al massimo ben essere di tutti, m'incantò sempre più fortemente; e fin d'allora mi nascea il desiderio di potervi stare per sempre a dimora; non che gli individui me ne piacessero gran fatto, (benché assai più dei francesi, perché più buoni e alla buona), ma il locale del paese, i semplici costumi, le belle e modeste donne e donzelle, e sopra tutto l'equitativo governo, e la vera libertà che n'è figlia; tutto questo me ne faceva affatto scordare la spiacevolezza del clima, la malinconia che sempre vi ti accerchia, e la rovinosa carezza del vivere.

Lasciata Londra si reca in Olanda, ameno e ridente paese; all’Haja incontra il primo vero amore della sua vita, Cristina Emerentia Leiwe Van Aduard, moglie del barone Giovanni Guglielmo Imhof, sposa da un anno, e il primo vero amico, Don Josè D’Acunha, Ministro del Portogallo in Olanda: fu un periodo veramente felice, destinato però ben presto a svanire: la felicità fu solo un lampo momentaneo. Abbandonata Cristina, riprende il viaggio, torna in Piemonte, a Cumiana nella villa della sorella Giulia, cominciando sei mesi di studi disordinati e filosofici che durano fino all’inizio del 1769, leggendo Voltaire e Rousseau e Montesquieu e fra gli antichi Plutarco, colle sue Vite dei grandi uomini. Fallisce intanto un tentativo del cognato di combinare un matrimonio fra Vittorio e una ragazza nobile e ricca, la quale però, pur affascinata dal giovane dai capelli e dalla testa al vento, alla fine farà cadere la sua scelta su un altro giovane, meno scapestrato e sicuramente più tranquillo e affidabile.

Intanto a Genova ottiene il permesso per il suo terzo viaggio, il secondo attraverso l’Europa. Nel mese di maggio del 1769 parte alla volta di Vienna, dove giunge dopo aver visitato, con ben altro spirito dal precedente, Milano e Venezia. Il viaggio prosegue poi per Dresda, Berlino, dove viene presentato "al gran re Federico", Amburgo, la Danimarca dove trascorre l’inverno. In marzo riparte visitando la Svezia e la Finlandia per ridiscendere passando dalla Russia (fermandosi a Pietroburgo e cancellando la visita a Mosca dal suo itinerario: "Ma, oimè, che appena io posi il piede in quell'asiatico accampamento di allineate trabacche, ricordatomi allora di Roma, di Genova, di Venezia, e di Firenze mi posi a ridere. E da quant'altro poi ho visto in quel paese, ho sempre più ricevuto la conferma di quella prima impressione; e ne ho riportato la preziosa notizia ch'egli non meritava d'esser visto. E tanto mi vi andò a contragenio ogni cosa (fuorché le barbe e i cavalli), che in quasi sei settimane ch'io stetti fra quei barbari mascherati da europei, ch'io non vi volli conoscere chicchessia, neppure rivedervi due o tre giovani dei primi del paese, con cui era stato in Accademia a Torino, e neppure mi volli far presentare a quella famosa autocratrice Caterina Seconda; … Ora, trovandoli io in una servitù così intera dopo cinque o sei anni di regno di codesta Clitennestra filosofessa; e vedendo la maledetta genia soldatesca sedersi sul trono di Pietroborgo più forse ancora che su quel di Berlino; questa fu senza dubbio la ragione che mi fe' pur tanto dispregiare quei popoli, e sì furiosamente abborrirne gli scellerati reggitori." (Epoca III, cap. IX). Ripartito da Pietroburgo, attraversa velocemente la Germania, per portarsi in Olanda, dove ritrova l’amico ministro portoghese De Acunha, col quale trascorre due mesi sereni prima di essere ripreso dalla smania del viaggio.

Va in Inghilterra, ritrovando le conoscenze che s’era fatte nel precedente viaggio, come il Conte di Masserano ambasciatore spagnolo e il marchese Caraccioli ministro di Napoli. Incontra il suo secondo "fierissimo intoppo amoroso", a Londra nel 1771, per Penelope, figlia di Sir George Pitt, moglie di Lord Eduard Ligonier, già conosciuta nel precedente soggiorno londinese, ma allora la sua selvaggia indole lo avea riservato dai lacci amorosi. Gli incontri sono abbastanza assidui, anche perché frequentano il Teatro dell’Opera Italiana nello stesso palco del principe Masserano. Alla fine della primavera del 1771 Penelope parte per la campagna, e Alfieri, correndo molti rischi la va a trovare entrando da una porticina che la donna aveva lasciato aperta. Ma il marito di lei scopre la tresca e sfida a duello l’Alfieri, che resta leggermente ferito. Penelope fugge di casa e va a Londra, dove la storia è diventata ormai di dominio pubblico, tanto da venire pubblicata sui giornali locali, con piccanti particolari, come la precedente tresca della donna col suo palafreniere. Gli incontri durano ancora per qualche settimana, finché la relazione viene troncata e Alfieri riparte approdando in Olanda, da dove scende verso sud, visitando di nuovo Parigi, per proseguire verso la Spagna prima a Barcellona, poi a Madrid e infine in Portogallo a Lisbona, dove conosce uno degli amici che gli sarà caro fino alla morte, l’abate Tommaso di Caluso, fratello minore del Conte Valperga di Masino che in quel momento era Ministro Ambasciatore del Piemonte in Portogallo.

Dopo cinque settimane, all’inizio del 1772 riparte raggiungendo Torino nel mese di maggio, dopo tre anni di assenza, ammobiliando una bellissima casa in Piazza San Carlo e dandosi a spese pazze con amici e conoscenti. È in questo periodo che scrive la sua prima operetta, che legge agli amici, in lingua francese, Esquisse du jugement universel, "in cui Dio domandando alle diverse anime un pieno conto di sé stesse, ci aveva rappresentate diverse persone che dipingevano i loro propri caratteri; e questo ebbe molto incontro perché era fatto con un qualche sale, e molta verità; talché le allusioni, e i ritratti vivissimi e lieti e variati di molti sì uomini che donne della nostra città, venivano riconosciuti e nominati immediatamente da tutto l'uditorio.

A Torino incappa anche nella sua "terza rete amorosa": è il "tristo amore" per la Marchesa Gabriella Falletti di Villafalletto sposata con Giovanni Antonio Turinetti Marchese di Priè, conosciuta e amata, nel 1773: è la "dotta Frine", come viene definita nei Giornali, e l’"odiosamata signora", maggiore di lui di nove anni, conosciuta già sei anni prima: la donna abitava proprio di fronte all’appartamento del poeta. La relazione dura dalla metà del 1773 fino alla fine di febbraio del 1775, con un breve intervallo nel maggio del 1774, quando tenta di fare un viaggio a Roma con la speranza di dimenticarla. Nel gennaio 1774 la donna si ammala e deve restare a letto per parecchio tempo; Alfieri l’assiste, restando a vegliarla dalla mattina alla sera; è in questo frangente che, quasi per caso, si mette a scrivere; così ricorda nella sua Vita: "cominciai così a caso e senza aver piano nessuno, a schiccherare una scena di una non so come chiamarla, se tragedia, o commedia, se d'un sol atto, o di cinque, o di dieci; ma insomma delle parole a guisa di dialogo, e a guisa di versi, tra un Photino, una donna, ed una Cleopatra, che poi sopravveniva dopo un lunghetto parlare fra codesti due prima nominati. Ed a quella donna, dovendole pur dare un nome, né altro sovvenendomene, appiccicai quel di Lachesi, senza pur ricordarmi ch'ella delle tre Parche era l'una. E mi pare, ora esaminandola, tanto più strana quella mia subitanea impresa, quanto da circa sei e più anni io non avea mai più scritto una parola italiana, pochissimo e assai di rado e con lunghissime interruzioni ne avea letto. Eppure così in un subito, né saprei dire né come né perché, mi accinsi a stendere quelle scene in lingua italiana ed in verso".

Per abbandonare la sua "fiamma" decide di tagliarsi la lunga e ricca treccia dei suoi rossissimi capelli, perché si sarebbe vergognato di mostrarsi in pubblico così "tosato": non sarebbe uscito di casa se non dopo molto tempo e quindi non sarebbe andato più a trovare la sua amica, dalla quale lo dividevano solo poche decine di metri. Era un'impresa veramente difficile, e per ricevere un po' di sostegno manda la treccia tagliata all’amico e coetaneo Arduino Tana, chiedendogli di aiutarlo a sopportare quella straordinaria prova. Passa così due frenetici mesi, durante i quali, aiutato dal Tana e dall’altro amico abate Paciaudi, comincia a scrivere con più continuità e riscrive la sua prima tragedia, Cleopatra, alla quale viene aggiunta una farsetta, I poeti: entrambe le opere vengono rappresentate, anche con un buon successo, per la prima volta al Teatro Carignano di Torino il 16 giugno 1775: Alfieri conta ormai 26 anni e comincia una nuova vita, tra dubbi e ripensamenti e ritorni all’antico: la strada nuova è comunque segnata.

Con questo primo atto pubblico, entrato "nel duro impegno e col pubblico e con se stesso di farsi autore tragico" come scrive nell’autobiografia, Alfieri fa coincidere la sua nascita come uomo, cominciando una vita di intenso studio, applicandosi alla lingua e alla grammatica, cercando di "disfranciolarsi" e "spiemontesizzarsi"; in una parola: di "italianizzarsi". Spinto dagli amici, si dedica agli studi con lo stesso furore con cui si era dato per dieci anni a viaggiare per l’Europa. Studia i nostri maggiori, Dante e Petrarca, Ariosto e Tasso e riprende lo studio del latino, leggendo, ad esempio, le tragedie di Seneca e prendendo a tradurre la Poetica e tutte le odi di Orazio, anche per impadronirsi meglio della lingua parlabile. Nell’agosto 1775 si rifugia nel piccolo borgo di Cezannes (Cesana Torinese) nel Piemonte occidentale, ai confini con la Francia sulle prime pendici del Monginevro, ospite per un paio di mesi di quell’abate Aillaud che lo aveva accompagnato fino a Napoli nel primo viaggio italiano. Qui tenta di trascrivere in italiano il tema di due tragedie, Polinice e Filippo, che aveva ideato in Francese nel marzo di quell’anno.

Nell’aprile del 1776, per abituarsi a "parlare, udire, pensare e sognare in toscano" parte con ben altro spirito verso Firenze: adesso il viaggio non è più frenetico, ma va a passo lento, in compagnia dei suoi "poetini tascabili", con poco bagaglio e solo tre cavalli; e dovunque si ferma cerca di conoscere gli uomini più in vista della cultura (a Parma conosce ad esempio il celebre stampatore Bodoni). A Pisa risiede per un paio di mesi, durante i quali verseggia il Filippo e il Polinice e scrive in prosa toscana l’Antigone, mentre continua la traduzione della Poetica di Orazio. Intanto scrive l’abbozzo delle due tragedie Agamennone e Oreste. Passa quindi a Firenze, dove verseggia per la seconda volta il Filippo, e sente raccontare l’aneddoto storico di Don Garzia ucciso dal proprio padre Cosimo I de’ Medici. In ottobre torna a Torino dove rivede l’amico abate Tommaso di Caluso.

Nel maggio 1777 compie il suo secondo viaggio in Toscana sia allo scopo di migliorare la sue capacità di versificazione, sia con l’intento di chiarificare il metodo di scrittura delle tragedia, che nella vita così sintetizza (Epoca quarta, capitolo quarto):

" E qui per l'intelligenza del lettore mi conviene spiegare queste mie parole di cui mi vo servendo sì spesso, ideare, stendere, e verseggiare. Questi tre respiri con cui ho sempre dato l'essere alle mie tragedie, mi hanno per lo più procurato il beneficio del tempo, così necessario a ben ponderare un componimento di quella importanza; il quale se mai nasce male, difficilmente poi si raddrizza. Ideare dunque io chiamo, il distribuire il soggetto in atti e scene, stabilire e fissare il numero dei personaggi, e in due paginucce di prosaccia farne quasi l'estratto a scena per scena di quel che diranno e faranno. Chiamo poi stendere, qualora ripigliando quel primo foglio, a norma della traccia accennata ne riempio le scene dialogizzando in prosa come viene la tragedia intera, senza rifiutar un pensiero, qualunque ei siasi, e scrivendo con impeto quanto ne posso avere, senza punto badare al come. Verseggiare finalmente chiamo non solamente il porre in versi quella prosa, ma col riposato intelletto assai tempo dopo scernere tra quelle lungaggini del primo getto i migliori pensieri, ridurli a poesia, e leggibili. Segue poi come di ogni altro componimento il dover successivamente limare, levare, mutare; ma se la tragedia non v'è nell'idearla e distenderla, non si ritrova certo mai più con le fatiche posteriori. Questo meccanismo io l'ho osservato in tutte le mie composizioni drammatiche cominciando dal Filippo, e mi son ben convinto ch'egli è per sé stesso più che i due terzi dell'opera. Ed in fatti, dopo un certo intervallo, quanto bastasse a non più ricordarmi affatto di quella prima distribuzione di scene, se io, ripreso in mano quel foglio, alla descrizione di ciascuna scena mi sentiva repentinamente affollarmisi al cuore e alla mente un tumulto di pensieri e di affetti che per così dire a viva forza mi spingessero a scrivere, io tosto riceveva quella prima sceneggiatura per buona, e cavata dai visceri del soggetto. Se non mi si ridestava quell'entusiasmo, pari e maggiore di quando l'avea ideata, io la cangiava od ardeva. Ricevuta per buona la prima idea, l'adombrarla era rapidissimo, e un atto il giorno ne scriveva, talvolta più, raramente meno; e quasi sempre nel sesto giorno la tragedia era, non dirò fatta, ma nata. In tal guisa, non ammettendo io altro giudice che il mio proprio sentire, tutte quelle che non ho potuto scriver così, di ridondanza e furore, non le ho poi finite; o, seppur finite, non le ho mai poi verseggiate."

A Siena conosce Francesco Gori Gandellini, col quale stringerà una schietta e sincera amicizia, instaurando "un reciproco sfogo delle umane debolezze" in modo che la presenza dell’uno potesse servire da sprone al miglioramento dell’altro; proprio dal Gori prende l’impulso a un lavoro più continuo e metodico e all’ideazione della Congiura de’ Pazzi, una vicenda storica che il Gori gli dice di cercare nelle Istorie Fiorentine del Machiavelli. I cinque mesi trascorsi a Siena sono molto proficui, non solo continuando gli studi dei classici latini (Giovenale e Orazio soprattutto), dai quali acquisisce un senso elevato e nobile del sentire, ma anche lavorando a nuove tragedie: stende l’Agamennone e la Virginia, oltre ad ideare l’Oreste, opera che ha una gestazione strana, essendo stata scritta, oltre che da Seneca dal suo contemporaneo Voltaire, e soprattutto il trattatello Della Tirannide, steso tra il 29 luglio e il primo settembre.

Nel mese di ottobre 1777 si trasferisce a Firenze, indeciso se fermarsi o se tornare a Torino, chiudendo un periodo di duro esercizio linguistico e letterario e un tirocinio che lo porta ad acquisire una discreta sicurezza espressiva. Ma appena arrivato nella capitale del Granducato "nacque un tale accidente" che lo "collocò e inchiodò per molti anni; accidente" che lo porterà a conquistare definitivamente la sua nuova dimensione di poeta tragico e quella "letteraria libertà" senza la quale mai avrebbe "fatto qualcosa di buono" (le parole virgolettate sono dell’Alfieri). Rivede una "gentilissima e bella signora" conosciuta fin dall’estate dell’anno precedente, una signora che sarebbe stato impossibile non notare, come dice lo stesso Alfieri, sia perché di origini straniere, sia per la sua avvenenza: Luisa Stolberg contessa d'Albany.

Così lo stesso Alfieri parla del suo amore per Luisa:

… l'approssimazione di questa mia quarta ed ultima febbre del cuore si veniva felicemente per me manifestando con sintomi assai diversi dalle tre prime. In quelle io non m'era ritrovato allora agitato da una passione dell'intelletto la quale contrapesando e frammischiandosi a quella del cuore venisse a formare (per esprimermi col poeta) un misto incognito indistinto, che meno d'alquanto impetuoso e fervente, ne riusciva però più profondo, sentito, e durevole. Tale fu la fiamma che da quel punto in poi si andò a poco a poco ponendo in cima d'ogni mio affetto e pensiero, e che non si spegnerà oramai più in me se non colla vita. Avvistomi in capo a due mesi che la mia vera donna era quella, poiché invece di ritrovare in essa, come in tutte le volgari donne, un ostacolo alla gloria letteraria, un disturbo alle utili occupazioni, ed un rimpicciolimento direi di pensieri, io ci ritrovava e sprone e conforto ed esempio ad ogni bell'opera; io, conosciuto e apprezzato un sì raro tesoro, mi diedi allora perdutissimamente a lei. E non errai per certo, poiché più di dodici anni dopo, mentr'io sto scrivendo queste chiacchiere, entrato oramai nella sgradita stagione dei disinganni, vieppiù sempre di essa mi accendo quanto più vanno per legge di tempo scemando in lei quei non suoi pregi passeggieri della caduca bellezza. Ma in lei si innalza, addolcisce, e migliorasi di giorno in giorno il mio animo; ed ardirò dire e creder lo stesso di essa, la quale in me forse appoggia e corrobora il suo. (Epoca IV, cap. 5)

Luisa era figlia del principe di Holbery e "canonichessa di Mons". Racconta un certo Dutens in Mémoires d’un voyegeur qui se repose, pubblicato a Londra nel 1806, che le corti di Francia e Spagna, desiderando perpetuare la famiglia degli Stuart, si adoperarono in modo che Luisa sposasse, e ciò avvenne nel 1771, Carlo Edoardo Stuart pretendente al trono d'Inghilterra, di trentanni più vecchio di lei; ma da questo matrimonio non venne prole; alla morte di suo padre lo Stuart si precipitò a Roma, ma non venne riconosciuto dal Papa come erede al trono: per questo si ritirò a Firenze dove assunse il titolo di conte d’Albany e visse con quello che gli passava la Spagna che gli doveva costituire la dote avendo brigato a suo tempo per il matrimonio, mentre la Francia, che aveva contratto gli stessi obblighi, cercò addirittura di diminuire la quota che già passava a suo padre, e allora il conte rifiutò anche il resto, non senza un rabbioso rancore: "curiosa combinazione, che la contessa d'Albany dovesse aver per marito ed amante due odiatori dei Francesi e che da ultimo dovesse ad un Francese (al Fabre) pienamente abbandonarsi."

La "signora", "che vivea assai ritirata, e di continuo agitata dalle stravaganze del marito", dal quale praticamente vive separata, anche se sotto lo stesso tetto, era dunque diventata "la sua donna"; il marito spesso si ubriaca ed arriva perfino ad usarle violenza picchiandola. Nei primi tempi l’Alfieri entra nelle grazie dello Stuart, calmandone a volte gli improvvisi accessi di gelosia che gli facevano assumere atteggiamenti indelicati e poco dignitosi per un gentiluomo, che "a teatro, in chiesa, al passeggio, alle veglie, la seguia da per tutto; e, quando restava in casa, solea chiudervela a chiave".

La relazione con la Stolberg diede un corso definitivo alla vita dell’Alfieri, che nel '78 fece donazione di tutti i suoi beni alla sorella Giulia, moglie del Conte di Cumiana in cambio di un vitalizio annuo, sottoscrivendo un atto che gli diede la sensazione di aver riconquistato la libertà, nel suo processo di "spiemontizzazione". Il nuovo amore lo conferma sempre più nel suo nuovo modo di vita, nella ricerca della gloria come scrittore tragico e nel rinnegamento di ogni e qualsiasi forma di servitù che lo riguardi personalmente, anche se sul piano operativo mai nulla ha fatto: le sue parole restano un messaggio di libertà dalla tirannide, ma la distruzione della tirannide politica avrebbe portato inevitabilmente alla distruzione di una tirannide ben più radicata e complessa, quella della miseria, alla quale era sottoposta la parte più vasta della popolazione che non aveva nemmeno il diritto di chiamarsi con un nome preciso, ed era intesa come Terzo Stato o, quel che è peggio, col nome negativo e dispregiativo di Plebe. Questa vera liberazione avrebbe portato lentamente a una nuova organizzazione della società che deve ancora essere completamente realizzata.

L’amore per Luisa Stolberg pone l’Alfieri in una situazione diversa rispetto al passato: avrebbe dovuto, come feudatario e vassallo del re di Sardegna, continuare a chiedere di anno in anno la licenza di abitare fuori dagli stati del regno sabaudo, e quindi avrebbe dovuto dipendere pienamente dall’arbitrio altrui, usando "sottigliezze, raggiri, e lungaggini, simulando dei debiti, con vendite clandestine"; oltre a questo, e sempre come feudatario, avrebbe dovuto chiedere di volta in volta il permesso di pubblicazione; la legge piemontese imponeva, infatti, scrive Alfieri nella Vita, che:

"Sarà pur anche proibito a chicchessia di fare stampar libri o altri scritti fuori de' nostri Stati, senza licenza de' revisori, sotto pena di scudi sessanta, od altra maggiore, ed eziandio corporale, se così esigesse qualche circostanza per un pubblico esempio". Alla qual legge aggiungendo quest'altra: "I vassalli abitanti de' nostri Stati non potranno assentarsi dai medesimi senza nostra licenza in iscritto". E fra questi due ceppi si vien facilmente a conchiudere, che io non poteva essere ad un tempo vassallo ed autore. Io dunque prescelsi di essere autore. E, nemicissimo com'io era d'ogni sotterfugio ed indugio, presi per disvassallarmi la più corta e la più piana via, di fare una interissima donazione in vita d'ogni mio stabile sì infeudato che libero (e questo era più che i due terzi del tutto) al mio erede naturale, che era la mia sorella Giulia, maritata come dissi col conte di Cumiana. E così feci nella più solenne e irrevocabile maniera, riserbandomi una pensione annua di lire quattordici mila di Piemonte, cioè zecchini fiorentini mille quattrocento, che venivano ad essere poco più in circa della metà della mia totale entrata d'allora. E contentone io rimanevami di perdere l'altra metà, o di comprare con essa l'indipendenza della mia opinione, e la scelta del mio soggiorno, e la libertà dello scrivere.

La scelta di disvassallarsi, con la concessione della sua eredità alla sorella Giulia, è coraggiosa ma è anche emblematica di quel vivere coraggiosamente e senza lacci o catene che lo aveva caratterizzato sin da bambino, con la ferma volontà di vivere del suo senza chiedere nulla a nessuna e senza abbassarsi davanti a chicchessia.

Un po’ l’amore, un po’ le difficoltà legate al suo disvassallamento, lo tengono lontano dagli studi e da nuove composizioni per quasi tutto il 1778, insieme a una malattia al petto dalla quale guarisce molto lentamente, ma mai completamente come ebbe più volta a dichiarare. Nel 1778 struttura la Congiura de’ Pazzi e il Don Garzia, e nel contempo stende l’idea dell’operetta in tre libri Del Principe e delle lettere, di cui scrive i primi tre capitoli; quindi in agosto idea la Maria Stuarda e il mese successivo verseggia l’Oreste. Nel 1779 compone le tragedie Rosmunda, Ottavia, e Timoleone. Tutte queste opere sono portate a compimento nel 1780, insieme a un nuovo verseggiamento del Filippo.

Il 30 Novembre 1780 avviene un fatto che avrebbe dato una nuova svolta alla sua vita: Carlo Edoardo Stuart cerca di uccidere la moglie in un’ennesima scena di violenza, accecato dall’alcool e dalla gelosia; con uno stratagemma la donna abbandona la casa maritale:

Da prima dunque essa entrò in un monastero in Firenze, condottavi dallo stesso marito come per visitar quel luogo, e dovutavela poi lasciare con somma di lui sorpresa, per ordine e disposizioni date da chi allora comandava in Firenze. Statavi alcuni giorni, venne poi dal di lei cognato, chiamata in Roma, dove egli abitava; e quivi pure si ritirò in altro monastero. E le ragioni di sì fatta rottura tra lei e il marito furono tante e sì manifeste, che la separazione fu universalmente approvata.

Luisa si rifugia nel Monastero delle Bianchette di via del Mandorlo a Firenze, con l’aiuto di "una dama sua amica, una Orlandini, che aveva molto ingegno e buon cuore" e sotto la protezione del Granduca. Successivamente, sotto la protezione del cognato stesso, il Cardinale Enrico Benedetto Stuart, viene accolta a Roma nel Monastero delle Orsoline, sembra con un assegno di sessantamila franchi annuali versati dalla Regina di Francia e venticinquemila dal Papa. La separazione del poeta dalla donna (per molti mesi non poterono vedersi per evitare le chiacchiere della gente) è molto dolorosa. "Come orbo derelitto" a Firenze resta solo; il primo febbraio 1781 parte per Napoli, passando prima da Siena per salutare il suo grande amico Gori Gandellini, e proseguendo quindi per Roma dove incontra la sua donna:

Giunsi; la vidi (oh Dio, mi si spacca ancora il cuore pensandovi), la vidi prigioniera dietro una grata, meno vessata però che non l'avea vista in Firenze, ma per altra cagione non la rividi meno infelice. Eramo in somma disgiunti; e chi potea sapere per quanto il saremmo? Ma pure, io mi appagava piangendo, ch'ella si potesse almeno a poco a poco ricuperare in salute; e pensando, ch'ella potrebbe pur respirare un'aria più libera, dormire tranquilli i suoi sonni, non sempre tremare di quella indivisibile ombra dispettosa dell'ebro marito, ed esistere in somma; tosto mi pareano e men crudeli e men lunghi gli orribili giorni di lontananza, a cui mi era pur forza di assoggettarmi.

Quindi parte per Napoli, dove resta fino alla metà di maggio, per tornare ancora a Roma e pregare e far di tutto per incontrare la sua donna. Riprende a scrivere e completa le opera già cominciate. Del 1782 sono le due tragedie Merope e Saul: fino al mese di settembre aveva quindi composto quattordici tragedie e decide di non scriverne più, ma di dedicarsi alla limatura di queste.

Nel 1782 a Roma in un teatro privato esistente nel palazzo del Duca Grimaldi Ambasciatore di Spagna, gli viene offerta l’occasione di una rappresentazione di una sua tragedia ad opera di una compagnia di attori dilettanti; in quello stesso teatro spesso erano state rappresentate commedie e tragedie, soprattutto tradotte dal francese, come il Conte di Essex di Corneille alla quale aveva assistito lo stesso Alfieri, con la Duchessa di Zagarolo che rappresentava la parte di Elisabetta. Alfieri sceglie l’Antigone, reputandola una delle meno calde, assumendo anche la recitazione della parte del personaggio Creonte, dando al Duca di Ceri, fratello della Duchessa di Zagarolo, quella di Emone e alla moglie di questi quella di Argia, mentre la stessa Duchessa si assume la parte del personaggio principale: la recita riscuote un notevole successo. A Roma per due anni conduce "una vita veramente beata" nella villa Strozzi, presso le terme di Diocleziano (in passato abitata da importanti personaggi della cultura, come Bembo e Castiglione) e si "restituisce tutto intero agli studi". Spinto dal successo, nel 1783 pubblica il primo volume delle Tragedie con quattro opere (Filippo, Polinice, Antigone, Virginia), e prova sulla propria pelle cosa si fossero le letterarie inimicizie e i raggiri, gli asti librarii, le decisioni giornalistiche, e le chiacchiere gazzettarie, e tutto in somma il tristo corredo che non mai si scompagna da chi va sotto i torchi.

Verso la metà del 1783 la situazione tra i due amanti si complica; così ce la racconta l’autore:

Nell'aprile di quell'anno 1783 infermò gravemente in Firenze il consorte della mia donna. Il di lui fratello partì a precipizio, per ritrovarlo vivo. Ma il male allentò con pari rapidità, ed egli lo ritrovò riavutosi, ed affatto fuor di pericolo. Nella convalescenza, trattenendosi il di lui fratello circa quindici giorni in Firenze, si trattò fra i preti venuti con esso di Roma, ed i preti che aveano assistito il malato in Firenze, che bisognava assolutamente per parte del marito persuadere e convincere il cognato, ch'egli non poteva né dovea più a lungo soffrire in Roma nella propria casa la condotta della di lui cognata. E qui, non io certamente farò l'apologia della vita usuale di Roma e d'Italia tutta, quale si suole vedere di presso che tutte le donne maritate. Dirò bensì, che la condotta di quella signora in Roma a riguardo mio era piuttosto molto al di qua, che non al di là degli usi i più tollerati in quella città. […] Quindi, appena ritornò in Roma il cognato, egli per l'organo de' suoi preti intimò alla signora: che era cosa oramai indispensabile, e convenuta tra lui e il fratello, che s'interrompesse quella mia assiduità presso lei; e ch'egli non la sopporterebbe ulteriormente. Quindi codesto personaggio, impetuoso sempre ed irriflessivo, quasi che s'intendesse con questi modi di trattare la cosa più decorosamente, ne fece fare uno scandaloso schiamazzio per la città tutta, parlandone egli stesso con molti, e inoltrandone le doglianze sino al papa. Corse allora grido, che il papa su questo riflesso mi avesse fatto o persuadere o ordinare di uscir di Roma; il che non fu vero; ma facilmente avrebbe potuto farlo, mercè la libertà italica. Io però, ricordatomi allora, come tanti anni prima essendo in Accademia, e portando, com'io narrai, la parrucca, sempre aveva antivenuto i nemici sparruccandomi da me stesso, prima ch'essi me la levasser di forza; antivenni allora l'affronto dell'esser forse fatto partire, col determinarmivi spontaneamente. A quest'effetto io fui dal ministro nostro di Sardegna, pregandolo di far partecipe il segretario di Stato, che io informato di tutto questo scandalo, troppo avendo a cuore il decoro, l'onore, e la pace di una tal donna, aveva immediatamente presa la determinazione di allontanarmene per del tempo, affine di far cessare le chiacchiere; e che verso il principio del prossimo maggio sarei partito. Piacque al ministro, e fu approvata dal segretario di Stato, dal papa e da tutti quelli che seppero il vero, questa mia spontanea, e dolorosa risoluzione. Onde mi preparai alla crudelissima dipartenza.

Quindi dal maggio 1783 inizia una sorta di pellegrinaggio poetico, visitando prima a Ravenna il sepolcro di Dante, quindi ad Arquà sui colli Euganei la casa e la tomba di Petrarca, a Padova il celebre Melchiorre Cesarotti e a Ferrara la tomba e i manoscritti di Ludovico Ariosto. Il viaggio si conclude nel luglio 1783 a Milano dove incontra più volte Giuseppe Parini, che definisce "il vero precursore della satira italiana". Infine ritorna a Firenze, dove, in ottobre, fa la sua seconda prova di stampa, con la pubblicazione di sei tragedie (Agamennone, Oreste, Rosmunda, Ottavia, Timoleone e Merope) curata e corretta dallo stesso autore.

Per trovare un po’ di pace, e per superare anche la grande depressione dovuta alla lontananza della donna amata, in ottobre parte per l’Inghilterra, attraverso la Francia, fermandosi ad Avignone e Parigi; da Londra ritorna in Italia nel maggio 1784 portando con sé ben quattordici cavalli acquistati uno per ciascuna tragedia scritta. Al rientro in Italia rende visita al re Sabaudo Vittorio Amedeo III e assiste a Torino alla prima serata della rappresentazione della Virginia che ottiene lo stesso successo che aveva già ricevuto la Cleopatra, la sua prima tragedia.

Riparte per la Toscana:

Partito di Torino, mi trattenni tre giorni in Asti presso l'ottima rispettabilissima mia madre. Ci separammo poi con gran lagrime, presagendo ambedue che verisimilmente non ci saremmo più riveduti. Io non dirò che mi sentissi per lei quanto affetto avrei potuto e dovuto; atteso che dall'età di nov'anni in poi non mi era mai più trovato con essa, se non se alla sfuggita per ore. Ma la mia stima, gratitudine, e venerazione per essa e per le di lei virtù è stata sempre somma, e lo sarà finch'io vivo. Il Cielo le accordi lunga vita, poich'ella sì bene la impiega in edificazione e vantaggio di tutta la sua città. Essa poi è oltre ogni dire sviscerata per me, più assai ch'io non abbia mai meritato. Perciò il di lei vero ed immenso dolore nell'atto della nostra dipartenza grandemente mi accorò, ed accora.

Sono parole sincere, che mettono a nudo lo stato d’animo del poeta nei confronti della madre e di una situazione familiare che mai si era veramente costituita, favorendo un carattere indocile e ribelle, ma anche timido e riservato, che non ama la ribalta dell’attenzione altrui anche se cerca la gloria.

Lasciata la madre e Asti, riprende il suo viaggio verso la Toscana. Giunto in Piacenza riceve una lettera della sua donna che gli annuncia di essere stata finalmente liberata dalla vita in monastero e di aver ottenuto, a costo "di mille stenti, e con dei sacrifici pecuniari non piccioli verso il marito" di lasciare Roma per andare a Baden, celebre stazione termale per curare una salute che negli ultimi tempi era andata sempre più deperendo. Così, mentre lui viaggiava verso Siena, lei viaggiava da Roma verso la Germania. Ma dopo circa due mesi, all’inizio di agosto, parte improvvisamente da Siena, lasciando l’amico Gori Gandellini, con l’idea di andare a Venezia e si avvia verso Colmar, dove finalmente il diciassette agosto rivede la donna amata, colla quale trascorre due mesi che fuggono in un baleno prima di fare entrambi ritorno in Italia, per strade diverse, lei verso Roma (ma si fermerà a Bologna) e lui verso Firenze. In questo periodo idea altre tre nuove tragedie: Agide, Sofonisba e Mirra, pur colpito dal grave dolore per la morte dell’intimo amico Gori Gandellini. Tornato in Toscana il soggiorno a Siena diventa "insoffribile", per cui si trasferisce a Pisa per trascorrervi l’inverno, durante il quale compone il Panegirico a Traiano e continua la prosa Del principe e delle lettere. Alla fine dell’agosto 1785 lascia Pisa per recarsi in Alsazia dalla sua donna, nella stessa villa dove l’anno prima avevano trascorso due mesi straordinariamente felici.

Ricomincia un periodo di tensione culturale: finisce la Sofonisba e la Mirra, e il secondo e terzo libro Del principe e delle lettere, La virtù sconosciuta e, all’inizio dell’anno seguente, la "tramelogedia" Abele e i due Bruti. Dopo quattordici mesi di soggiorno in Alsazia, nel 1786 si stabilisce con la sua donna a Parigi, che proprio per questo gli appare per la prima volta addirittura piacevole, dopo averla definita perfino una "cloaca". Proprio nella capitale francese nel maggio 1787 con l’editore Didot comincia la stampa delle sue tragedie, il cui primo volume esce nel mese di maggio, prima di partire in giugno per l’Alsazia dove giunge dopo un breve viaggio in Svizzera con la Stolberg e l’amico abate di Caluso al quale era andato incontro a Ginevra.

All’inizio del 1788 ritorna a Parigi, mentre continua la pubblicazione delle sue opere, che alla fine dell’anno arriverà al sesto volume). Qui Alfieri e la sua donna sono raggiunti da una notizia che darà una definitiva sistemazione alla loro relazione:

Venuto intanto il febbraio del 1788, la mia donna ricevé la nuova della morte del di lei marito seguita in Roma, dove egli da più di due anni si era ritirato, lasciando Firenze. E benché questa morte fosse preveduta già da un pezzo, attesi i replicati accidenti che da più mesi l'aveano percosso; e lasciasse la vedova interamente libera di sé, e non venisse a perdere nel marito un amico; con tutto ciò io fui con mia maraviglia testimonio oculare, ch'ella ne fu non poco compunta, e di dolore certamente non finto, né esagerato; che nessun'arte mai entrava in quella schiettissima ed impareggiabile indole. E certo quel suo marito, malgrado la molta disparità degli anni, avrebbe trovato in lei un'ottima compagna, ed un'amica se non un'amante donna, soltanto che non l'avesse esacerbata con le continue acerbe e rozze ed ebre maniere. Io doveva questa testimonianza alla pura verità.

Nel 1789 scoppia la rivoluzione, e l'Alfieri, cantore in tutte le sue opere della libertà, in un primo momento ne è entusiasta, tanto da comporre l'ode Parigi sbastigliato celebrando la caduta della Bastiglia; ma il procedere della rivoluzione, che proseguendo nel suo corso logico si avviava a forme più democratiche e popolari con un indirizzo chiaramente antinobiliare e anticlericale, ferì l'Alfieri, il quale, con la passionalità che gli era propria, verso la fine del mese d’aprile del 1791 compie, anche per desiderio di Luisa Stolberg, un viaggio in Inghilterra che dura quattro mesi, in attesa che tempi migliori potessero aprirsi per la Francia e Parigi in particolare. Al ritorno, mentre si dirige verso la nave per imbarcarsi, precedendo la sua donna, rivede la sua antica fiamma Penelope Pitt:

ecco, che nell'atto, che dal molo stava per entrare nella nave, alzati gli occhi alla spiaggia dove era un certo numero di persone, la prima che i miei occhi incontrano, e distinguono benissimo per la molta prossimità, si è quella signora; ancora bellissima, e quasi nulla mutata da quella ch'io l'avea lasciata vent'anni prima appunto nel 1771. Credei a prima di sognare, guardai meglio, e un sorriso ch'ella mi schiuse guardandomi, mi certificò della cosa. Non posso esprimere tutti i moti, e diversi affetti contrari che mi cagionò questa vista. Tuttavia non le dissi parola, entrai nella nave, né più ne uscii; e nella nave aspettai la mia donna, che un quarto d'ora dopo giuntavi, si salpò. Essa mi disse, che dei signori, che l'accompagnarono alla nave, gli avean indicata quella signora; e nominategliela, e aggiuntovi un compendiuccio della di lei vita passata e presente.

Le scrive una lettera, "certamente piena d'affetti; non già d'amore, ma di una, vera e profonda commozione di vederla ancora menare una vita errante e sì poco decorosa al suo stato e nascita, e il dolore, ch'io ne sentiva tanto più, pensando di esserne io stato, ancorché innocentemente, o la cagione o il pretesto. Che senza lo scandalo succeduto per causa mia, forse avrebbe potuto occultare o tutto o gran parte le sue dissolutezze, e cogli anni poi emendarsene.", alla quale mentre circa un mese dopo si trova a Bruxelles riceve una risposta, nella quale la donna lo rassicura augurandogli ogni bene e felicità.

Torna quindi a Parigi, ma gli avvenimenti precipitano; i nobili cominciano ad essere arrestati e spesso massacrati nelle carceri. Ottenuti tutti i passaporti, decide di partire il 20 agosto; ma con la solita lungimiranza che gli permetteva nei momenti difficili di superare le difficoltà, fugge il 18 agosto da Parigi, divenuto ormai acerrimo nemico della rivoluzione come da molti anni lo era dei Francesi: due giorni dopo si presentano infatti alla sua casa i gendarmi per arrestare Luisa Stolberg e alla notizia della sua fuga confiscano tutto ciò che trovano, mobili, libri, cavalli. Quella fuga verrà benedetta più volte, perché pur perdendo quasi tutto quello che avevano, riuscirono a conservare la vita.

Usciti da Parigi si dirigono verso il Belgio, raggiungendolo dopo tante difficoltà, venendo più volte fermati dai popolani; poi attraverso la Germania e la Svizzera si riportano a Firenze. Frutto degli avvenimenti di questi ultimi anni è soprattutto Il misogallo, una prosa storico-satirica alla quale nei mesi aggiunge sonetti ed epigrammi.

Nello stesso 1992, il 23 aprile, moriva la madre settantenne: tra i due si era consumato un affetto quasi solamente epistolare, senza che nessuno dei due sentisse veramente il bisogno di vedersi più spesso per stare insieme: è un affetto intessuto certamente di stima profonda da parte del poeta, ma anche di frasi fatte e di calore apparente. Le rare visite, pochissime sia quando era suddito del re sabaudo, sia dopo essersi spiemontesizzato e disvassallato, sono durate poco anche nel tempo, e nella sua Vita l’Alfieri le accenna appena. Sulla morte della madre non usa che poche righe, mentre sulla morte del suo grande amico Gori Gandellini di Siena si dilunga molto di più.

Tornato in Italia, si stabilisce definitivamente a Firenze, e va ad abitare verso la fine del ’93 "presso il Ponte Santa Trinità una casa graziosissima benché piccola, posta al Lung'Arno di mezzogiorno, casa dei Gianfigliazzi" dove resterà fino alla morte, a parte una breve parentesi nel 1799, quando va ad abitare fuori Porta Sangallo vicino a Montuchi, a causa dell’entrata dei Francesi nel Granducato di Toscana e il 25 marzo addirittura in Firenze. L’antifrancesismo, sempre vivo nell’animo del poeta, aveva raggiunto altissime cime a partire dalla fuga da Parigi del ’92, mantenuto vivo nel ’96 con la famosa Campagna d’Italia di Napoleone e raggiunto il culmine proprio nel ’99: "Quell'anno '96 funesto all'Italia per la finalmente eseguita invasione dei francesi che da tre anni tentavano, mi abbuiò sempre più l'intelletto, vedendomi rombar sovra il capo la miseria e la servitù. Il Piemonte straziato, già già mi vedea andare in fumo l'ultima mia sussistenza rimastami. Tuttavia preparato a tutto, e ben risoluto in me stesso di non accattar mai né servire, tutto il di meno di queste due cose lo sopportava con forte animo, e tanto più mi ostinava allo studio, come sola degna diversione a sì sozzi e noiosi fastidi."

Negli ultimi anni della sua vita compone le 17 Satire, la Vita, una parte delle Rime insieme alla limatura delle altre e soprattutto si accinge allo studio della lingua greca per avere una conoscenza diretta degli autori greci - Euripide, Sofocle, Eschilo, Aristofane, studio che è all’origine della composizione delle ultime due tragedie, Alceste I (maggio 1798) e Alceste II (settembre- ottobre 1798) ispirate proprio dalla lettura e traduzione dell’opera di Euripide.

Nel 1800 l’Istituto Nazionale, che fino all’avvento dei Francesi si era chiamato Accademia Reale delle Scienze, di cui era segretario l’amico di Alfieri, l'Abate di Caluso, nel frangente del cambiamento della denominazione, mandò all’Alfieri una lettera in cui lo si invitava a farne parte, per mezzo di un segretario, che subito si dimise; l’Alfieri, inorridito anche dall'appellativo "cittadino" scritto sulla busta, non aprì nemmeno la busta e la rimandò indietro, inviandola all'amico Abate Valperga di Caluso, perché la riportasse a chi gliel'aveva mandata, riferendo all’assemblea dell’Istituto che mai lui avrebbe accettato una tale nomina, perché innanzitutto non voleva essere di nessuno e da qualche anno aveva ormai conquistata intera la sua libertà; in secondo luogo non avrebbe voluto né potuto appartenere a una Assemblea dalla quale erano stati esclusi il cardinale Gerdil, il Conte Balbo e il Cavalier Morozzo [Appendice VIII, IV epoca] perché troppo fedeli al vecchio re piemontese, atto che aveva tutto l'aspetta della pura oppressione.

Nel settembre dello stesso 1800 "per impulso naturale fortissimo" crea la struttura di sei commedie, quattro politiche, concepite come un tutto unico: L’uno, I pochi, I troppi, L’antidoto, e due psicologico-sociologico-morali: La finestrina e Il divorzio; la loro stesura in prosa viene effettuata da luglio ad ottobre 1801 e la scrittura in versi tra l’agosto e il settembre 1802; la loro ultima copiatura, risalente ai mesi della primavera estate del 1803, è stata interrotta dalla morte dell’autore, tanto che gli ultimi due testi citati sono rimasti in qualche modo incompiuti, soprattutto La finestrina, che rimane verseggiata solo fino al terzo atto. "Così dunque in sei commedie – scrive l’Alfieri - io ho creduto, o tentato di dare tre generi diversi di commedie. Le quattro prime adattabili ad ogni tempo, luogo, e costume; la quinta fantastica, poetica, ed anche di largo confine, la sesta nell'andamento moderno di tutte le commedie che si vanno facendo."

Gli ultimi tre anni sono anche i più solitari; la stanchezza di una vita quasi sempre avventurosa, che solo negli ultimi tempi aveva trovato un po’ di quiete, cominciava a farsi sentire fin troppo, intristita anche da lutti familiari, come la morte del marito della sorella Giulia e del figlio di questi conte di Cumiana, di appena trentanni.

Muore, dopo pochi giorni di malattia, a soli cinquantaquattro anni, l’8 ottobre 1803. Viene sepolto con grande concorso di folla e degli esponenti più importanti del mondo politico e letterario della città, in Santa Croce, dove la sua donna, la Contessa Luisa Stolberg d’Albany fece costruire un monumento, sul quale venne scolpita questa semplicissima epigrafe:

VICTORIO . ALFERIO . ASTENSI

ALOISIA . E . PRINCIPIBUS . STOLBERGIS

ALBANIAE . COMITISSA

M . P . C . AN . MDCCCX

e intorno al ritratto che si trova al centro del monumento fece porre la scritta:

VICTORIUS . ALFERIUS . ASTENSIS.

Il corpo di Luisa Stolberg, deceduta il 29 gennaio 1824 in Firenze, riposa accanto al poeta e sulla sua lapide troviamo questa epigrafe:

HIC . SITA . EST

ALOISIA . E . PRINCIPIBUS . STOLBERGIS

ALBANIAE . COMITISSA

GENERE . FORMA . MORIBUS

INCOMPARABILI . ANIMI . CANDORE

PRAECLARISSIMA

HANNONIAE . MONTIBUS . NATA

VIXIT . ANNOS . LXXII . MENSES . IV . DIES . IX

OBIIT . FLORENTIAE . DIE . XXIX . MENSIS . JANUARII

ANNO . DOMINI . M . DCCC . XXIV

GRATI . ANIMI . ET . DEVOTAE . REVERENTIAE

MONUMENTUM

L’edizione postuma delle opere edite ed inedite di Vittorio Alfieri comincia quasi subito, già nel 1804 coi tipi di Guglielmo Piatti ed a spese della contessa d'Albany. Il grande amico del poeta e della contessa, l'abate Valperga di Caluso, venuto in quel tempo espressamente in Firenze, scelse fra i manoscritti dell'Alfieri quelli che credeva meritevoli della stampa: il Dottor Francesco Tassi e il signor Fabre accudirono alla correzione delle stampe. Il signor Fabre, benché di nazionalità francese, strano destino di un poeta che odiava i francesi, conosceva molto bene la nostra lingua, ed era anche versato non mediocremente nella letteratura italiana.

I tratti originali della vita alfieriana, coi suoi viaggi senza meta e le passioni senza dignità (a parte l’ultima) e il disordine in una vita che non aveva un grande fine o un grande scopo, insieme a quelli della sua opera, ci restituiscono piuttosto l’idea di un grande poeta, ormai lontano dalle sdolcinature della poesia arcadica e metastasiana, piuttosto che quella di un tragediografo di grande inventiva scenica. La scena teatrale, infatti, è povera quanto ricco è il personaggio, che riflette i capricci di un’anima appassionata e in qualche modo malata, un’anima egoista che troppo spesso pensa solo a se stessa, e troppo è legata agli avvenimenti della vita quotidiana, fra i quali spiccano gli amori, l’istintivo disvassallarsi, la passione talvolta smodata per i cavalli e la Rivoluzione Francese che lo getta quasi sul lastrico. Alfieri non è il genio superiore che vede dall’alto la vita e ne coglie le regole e i sentimenti, ma il genio poetico che affonda le sue radici nella vita quotidiana, da cui non si distaccherà mai, sempre guardando in alto, verso ideali e valori eterni, primo fra tutti la libertà dell'uomo.

Se mai qualche coraggioso, in questi nostri tempi così diversi dai suoi, in cui le persone hanno un sentire così diverso dal suo, vorrà affrontare lo studio di questo grande, senza subirne il fascino o senza relegarlo fra i poeti difficili e illeggibili, credo che debba cominciare proprio dai forti e orgogliosi sentimenti della vita, da quei valori che oggi sono un po’ in declino, come la sincerità, lo spirito di libertà, il voler essere indipendente e mai servo della volontà altrui, la passione per la cultura che può rendere veramente liberi gli uomini.

La storia interiore

La Vita, cioè la biografia che il poeta compose nel '90, quando ormai aveva steso la maggior parte delle sue opere e considerava chiusa la sua attività di scrittore, può essere di aiuto a intendere la personalità dell'Alfieri e il suo formarsi, purché se ne usi con discrezione intelligente, sapendo che essa è non una relazione di fatti freddamente obbiettiva, ma una interpretazione che lo scrittore ha data di sé e della propria opera.

Per questo l'Alfieri insisté su piccoli fatti della puerizia, nei quali vide in germe i tratti futuri dell'uomo; sottolineò fortemente gli aspetti negativi della sua educazione, ad accentuare, per contrasto, il valore della battaglia che egli aveva vinta contro la « società », riuscendo a portare alla luce quanto la natura gli aveva dato di buono e di fervido; per questo ancora accentuò la forza e il carattere delle sue dissipatezze, che non erano proprio e del tutto dissipatezze e avevano una loro nobiltà, dato che indicavano la ricerca inquieta di un qualcosa che egli non sapeva ancora individuare, ma che pure avvertiva. Da ciò quei viaggi disperati, nei quali corre verso una città o un paese nuovi, come se solo lí possa trovar pace, e poi subito se ne disgusta e ne fugge; da ciò certi gesti retorici, come il non voler essere presentato al Metastasio, per averlo visto nei giardini imperiali di Schonbrunn piegare il ginocchio

Il Teatro

Nel Settecento il teatro italiano si identificava soprattutto nella commedia e nel melodramma. La tragedia, nata nel Cinquecento, aveva offerto qualche risultato nel secolo successivo, mentre nel Settecento, in teatro, aveva assunto la funzione di intrattenimento anche grazie all’imitazione di modelli francesi.

Alfieri viene spinto verso la tragedia, non solo dall’ambizione di primeggiare in un campo insigne sottovalutato, ma anche dall’intuizione che solo in quella forma teatrale egli avrebbe potuto esprimere tutto il suo mondo interiore protratto alla ricerca di un equilibrio tra sentimento e volontà di educare. Egli non apporta grandi novità al teatro classico proprio per frenare lo slancio passionale da cui nascono i suoi testi. Il linguaggio che egli utilizza è “puro” e nobile; la scena è ridotta all’essenziale; le caratterizzazioni storiche sono in genere evitate; le vicende sono collocate entro termini di due notti consecutive; il numero dei personaggi è limitato per non appesantire la trama; quando l’atmosfera tragica ha mostrato le sue caratteristiche fondamentali, viene introdotto il personaggio principale. E’ nell’essenzialità, nella potenza e nell’organicità che Alfieri ha voluto individuare gli elementi essenziali della tragedia senza farsi condizionare da tutto ciò che è contemporaneo. L’opera alfieriana utilizza innumerevoli mezzi espressivi che mettono in risalto gli elementi drammatici e le idee politiche ad essi collegate; la lingua a questo punto viene ridotta all’essenzialità e le azioni vengono molto alleggerite. Alfieri acquista una capacità teatrale di altissimo livello tanto da poter reggere il confronto con il teatro tradizionale. Grazie a un continuo lavoro di revisione e correzione dei suoi testi egli riesce a trasmettere al pubblico la profonda tragicità della storia dell’uomo e infonde nello spirito dei personaggi un nuovo senso del limite avvicinando sempre di più i tiranni alle loro vittime.

Della Tirannide

Nel 1777 a Siena Alfieri scrisse il trattato Della Tirannide molto importante, oltre che per l’atteggiamento politico e combattivo del poeta, anche per l’accentuazione del carattere antagonistico e l’impeto eroico nell’urto fra tiranno e uomo libero. In quest’opera vi è la figura potente dell’eroe che combatte contro i limiti rappresentati dalla tirannide. Lo scrittore concepisce la sua opera come una battaglia per l’affermazione della propria libera personalità; egli è quindi un uomo che abbandonerebbe volentieri la penna per impugnare la spada. Alfieri si schiera contro il dispotismo illuminato, e identifica con tirannide ogni tipo di monarchia che ponga il sovrano al di sopra delle leggi e dichiara di preferire le tirannidi estreme a quelle moderate che illudono i popoli. Egli sogna quindi un’insurrezione del popolo tale da provocare il capovolgimento della situazione ed il ritorno alla più totale libertà dell'uomo non asservito in qualsiasi modo a un altro uomo. Per Alfieri vi sono tre “corpi” che pur essendo d’appoggio alla tirannide, grazie alla radicale unità, possono distruggerla definitivamente:

l’ESERCITO, inteso come uno “stato nello stato” che con la pretesa della difesa dai nemici esterni, servirebbe al tiranno per evitare insurrezioni popolari. Vi è un rapporto tra patria e libertà in mancanza del quale l’esercito non può essere che strumento di oppressione interna e difesa da nemici che potrebbero togliere al popolo la libertà che già il tiranno interno ha soppresso;

la CASTA SACERDOTALE E LA RELIGIONE. Il tiranno viene paragonato a Dio e la concezione assolutistica in politica è vista come un monoteismo che ha preso forme “monarchiche”. La divinità è potenza, non c'è amore, per questo vengono predicate l’obbedienza e il rispetto assoluto dell’autorità;

la NOBILTÀ: Alfieri chiede la distruzione di questa classe sociale interessata al mantenimento della tirannide. I nobili grazie all’educazione ricevuta sono in grado di comprendere il vero pericolo che rappresenta il tiranno; ma quest’ultimo, spinto dalla paura, corrompe i nobili stessi offrendo loro privilegi in cambio di una diminuzione dei poteri di cui dispongono.

Alfieri nel trattato Della Tirannide definisce il popolo.

“ E una volta per tutte mi spiego, che io nel dir POPOLO, non intendo mai altro che quella massa di cittadini e contadini più o meno agiati, che posseggono proprj lor fondi o arte, che hanno e moglie e figli e parenti: non mai quella più numerosa forse, ma tanto meno apprezzabile classe di nulla-tenenti della infima plebe. Costoro, essendo avvezzi di vivere alla giornata; e ogni qualunque governo essendo loro indifferente, poiché non hanno da perdere; ed essendo, massimamente nella città, corrottissimi e scostumati; ogni qualunque governo, perfino la schietta Democrazia, non dee né può usar loro altro rispetto, che di non li lasciar mai mancare né di pane, né di giustizia, né di paura. Che ogniqualvolta l’una di queste tre cose lor manchi, ogni buon ordine di società può essere in un istante da costoro sovvertito, e anche pienamente distrutto.”

Leggendo il III capitolo del Libro I Della Paura si scopre il singolare rapporto fra il tiranno e i suoi sudditi: una paura reciproca di perdere il potere e di perdere la libertà. L’uomo libero è impossibilitato a vivere nella tirannide (Libro II) e a lui rimane aperta solo la via de tirannicidio e la “gloria di morir da libero, abbenchè pur nato servo”. Alfieri invoca la morte come suprema prova di eroismo, come affermazione della propria natura e come vocazione alla libertà. Nella Tirannide vi è una speranza, un elemento di fede eroica in un risultato positivo del gesto del tirannicida o del sacrificio dell’uomo libero che possono provocare un risvegliarsi improvviso del popolo e la sua insurrezione irresistibile. Gli eroi alfieriani, anche se vincitori, subiscono sconfitte tragiche e dolorose poiché tormentati dal sangue versato, non riusciranno più a vivere gioiosamente e serenamente.

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Ultimo aggiornamento: 12 maggio 2011