Vittorio Alfieri

La Vita scritta da esso

edizione di riferimento

Vittorio Alfieri, Vita scritta da esso, riveduta sull'originale e annotata da Luigi Fassa (su invito di Guido Biagi), con un ritratto dell'autore e un autografo, Firenze, Sansoni editore, 1926

INTRODUZIONE

Plerique suam ipsi vitam narrare, fiduciam

potius morum, quam arrogantiam, arbitrati sunt.

Tacito, Vita di Agricola

Il parlare, e molto più lo scrivere di sé stesso, nasce senza alcun dubbio dal molto amor di sé stesso. Io dunque non voglio a questa mia Vita far precedere né deboli scuse, né false o illusorie ragioni, le quali non mi verrebbero a ogni modo punto credute da altri; e della mia mia futura veracità in questo mio scritto assai mal saggio darebbero. Io perciò ingenuamente confesso, che allo stendere la mia propria vita inducevami, misto forse ad alcune altre ragioni, ma vie più gagliardo d’ogni altra, l’amore di me medesimo: quel dono cioè, che la natura in maggiore o minor dose concede agli uomini tutti, ed in soverchia dose agli scrittori, principalissimamente poi ai poeti, od a quelli che tali si tengono. Ed è questo dono una preziosissima cosa; poiché da esso ogni alto operare dell’uomo proviene, allor quando all’amor di sé stesso congiunge una ragionata cognizione dei propri suoi mezzi, ed un illuminato trasporto pel vero ed bello, che non son se non uno.

Senza proemizzare dunque più a lungo sui generali, io passo ad assegnare le ragioni per cui questo mio amor di me stesso mi trasse a ciò fare: e accennerò quindi il modo con cui mi propongo di eseguir questo assunto.

Avendo io oramai scritto molto, e troppo più forse che non avrei dovuto, è cosa assai naturale che alcuni di quei pochi a chi non saranno dispiaciute le mie opere (se non tra' miei contemporanei tra quelli almeno che vivran dopo) avranno qualche curiosità di sapere qual io mi fossi. Io ben posso ciò credere, senza neppur troppo lusingarmi, poichè, di ogni altro autore anche minimo quanto al valore, ma voluminoso quanto all'opere, si vede ogni giorno e scrivere e leggere, o vendere almeno la vita. Onde quand'anche nessun'altra ragione vi fosse, è certo pur sempre che, morto io, un qualche librajo per cavare alcuni più soldi da una nuova edizione delle mie opere, ci farà premettere una qualunque mia vita. E quella, verrà verisimilmente scritta da uno che non mi aveva o niente o mal conosciuto, e che avrà radunato le materie di essa da fonti o dubbi o parziali; onde codesta vita per certo verrà ad essere, se non altro, alquanto meno verace di quella che posso dar io stesso. E ciò tanto più, perchè lo scrittore a soldo dell'editore suol sempre fare uno stolto panegirico dell'autore che si ristampa, stimando amendue di dare così più ampio smercio alla loro comune mercanzia. Affinchè questa mia vita venga dunque tenuta per meno cattiva e alquanto più vera, e non meno imparziale di qualunque altra, verrebbe scritta da altri dopo di me; io, che assai più largo mantenitore che non promettitore fui sempre, m'impegno qui con me stesso, e con chi vorrà leggermi, di disappassionarmi per quanto all'uomo sia dato; e mi vi impegno, perché esaminatomi e conosciutomi bene, ho ritrovato, o mi pare, essere in me di alcun poco maggiore la somma del bene a quella del male. Onde, se io non avrò forse il coraggio o l'indiscrezione di dir di me tutto il vero, non avrò certamente la viltà di dir cosa che vera non sia.

Quanto poi al metodo, affine di tediar meno il lettore, e dargli qualche riposo e anche i mezzi di abbreviarsela col tralasciare quegli anni di essa che gli parranno meno curiosi; io mi propongo di ripartirla in cinque Epoche, corrispondenti alle cinque età dell'uomo e da esse intitolarne le divisioni: Puerizia, Adolescenza, Giovinezza, Virilità e Vecchiaja. Ma già dal modo con cui le tre prime parti e più che mezza la quarta mi son venute scritte, non mi lusingo più oramai di venire a capo di tutta l'opera con quella brevità, che più d'ogni altra cosa ho sempre nelle altre mie opere adottata o tentata; e che tanto più lodevole e necessaria forse sarebbe stata nell'atto, di parlar di me stesso. Onde tanto più, temo che nella quinta parte (ove pure il mio destino mi voglia lasciar invecchiare) io non abbia di soverchio a cader nelle chiacchiere, che sono l'ultimo patrimonio di quella debole età. Se dunque, pagando io in ciò, come tutti, il suo diritto a natura, venissi nel fine a dilungarmi indiscretamente, prego anticipatamente il lettore di perdonarmelo, sì; ma, di castigarmene a un tempo stesso, col non leggere quell'ultima parte.

Aggiungerò, nondimeno, che nel dire io che non mi lusingo di essere breve anche nelle quattro prime parti, quanto il dovrei e vorrei, non intendo perciò di permettermi delle risibili lungaggini accennando ogni minuzia; ma intendo di estendermi su molte di quelle particolarità, che, sapute, contribuir potranno allo studio dell'uomo in genere; della qual pianta non possiamo mai individuare meglio i segreti che osservando ciascuno sè stesso.

Non ho intenzione di dar luogo a nessuna di quelle altre particolarità che potranno risguandare altre persone, le di cui peripezie si ritrovassero, per così dire, intarsiate con le mie: stante che i fatti miei bensì, ma non già gli altrui, mi propongo di scrivere. Non nominerò dunque quasi mai nessuno individuandone il nome, se non se nelle cose indifferenti o lodevoli.

Allo studio dunque dell'uomo in genere è principalmente diretto lo scopo di quest'opera. E di qual uomo si può egli meglio e più dottamente parlare, che di sè stesso? quale altro ci vien egli venuto fatto di maggiormente studiare? di più addentro conoscere? di più esattamente pesare? essendo, per così dire, nelle più intime di lui viscere vissuto tanti anni?

Quanto poi allo stile, io penso di lasciar fare alla penna, e di pochissimo lasciarlo scostarsi da quella triviale e spontanea naturalezza, con cui ho scritto questa opera, dettata dal cuore e non dall'ingegno; e che sola può convenire a così umile tema.

EPOCA PRIMA

PUERIZIA

ABBRACCIA I PRIMI NOVE ANNI NELLA CASA MATERNA

CAPITOLO PRIMO

Nascita e parenti.

Nella città d'Asti in Piemonte, il dì 17 di gennaio dell'anno 1749, io nacqui di nobili, agiati ed onesti parenti. E queste tre loro qualità ho espressamente individuate, e a gran ventura mia le ascrivo per le seguenti ragioni. Il nascere della classe dei nobili, mi giovò appunto moltissimo per poter poi, senza la taccia di invidioso e di vile, dispregiare la nobiltà di per sè sola, svelarne le ridicolezze, gli abusi ed i vizj; ma nel tempo stesso mi giovò non poco la utile e sana influenza di essa, per non contaminare mai in nulla la nobiltà dell'arte ch'io professava. Il nascere agito, mi fece libero e puro; nè mi lasciò servire ad altri che al vero. L'onestà, dei parenti fece sì, che non ho dovuto mai arrossire dell'esser io nobile. Onde, qualunque di queste tre cose fosse mancata ai miei natali, ne sarebbe di necessità venuto assai minoramento alle diverse mie opere; a sarei quindi stato per avventura o peggior filosofo, o peggior uomo, di quello che forse non sarò stato.

Il mio padre chiamavasi Antonio Alfieri; la madre, Monica Maillard di Tournon. Era questa di origine savojarda, come i barbari di lei cognomi dimostrano: ma i suoi erano già da gran tempo stabiliti in Torino. Il mio padre era un uomo purissimo di costumi, vissuto sempre senza impiego nessuno, e non contaminato da alcuna ambizione; secondo che ho inteso dir sempre da chi l'avea conosciuto. Provveduto di beni di fortuna sufficienti al suo grado, e di una giusta moderazione nei desiderj, egli visse bastantemente felice. In età di oltre cinquantacinque anni invaghitosi di mia madre, la quale, benchè giovanissima, era allora già vedova del marchese di Cacherano, gentiluomo astigiano, la sposò. Una figlia femmina che avea di quasi due anni preceduto il mio nascimento, avea più che mia invogliato e insperanzito il mio buon genitore di aver prole maschia: onde fu oltre modo festeggiato il mio arrivo. Non so se egli si rallegrasse di questo come padre attempato, o come cavaliere assai tenero del nome suo e della perpetuità di sua stirpe: crederei che di questi due affetti si componesse in parte eguale la di lui gioja. Fatto si è, che datomi ad allattare in un borghetto distante circa due miglia da Asti, chiamato Rovigliasco, egli quasi ogni giorno ci veniva a piedi e vedermivi, essendo uomo alla buona e di semplicissime maniere. Ma ritrovandosi già oltre l'anno sessagesimo di sua età, ancorchè fosse vegeto e robusto, tuttavia quello strapazzo continuo, non badando egli nè a rigor di stagione nè ad altro, fè sì che riscaldatosi un giorno oltre modo in quella sua periodica visita che mi faceva, si prese una puntura di cui in pochi giorni morì. Io non compiva allora per anco il primo anno della mia vita. Rimase mia madre incinta di un altro figlio maschio, il quale morì poi nella sua prima età. Le restavano dunque un maschio e una femmina di mio padre, e due femmine ed un maschio del di lei primo marito, marchese di Cacherano. Ma essa, benchè vedova due volte, trovandosi pure assai giovine ancora, passò alle terze nozze col cavaliere Giacinto Alfieri di Magliano, cadetto di una casa dello stesso nome della mia, ma di altro ramo. Questo cavaliere Giacinto, per la morte poi del di lui primogenito che non lasciò figli, divenne col tempo erede di tutto il suo, e si ritrovò agiatissimo. La mia ottima madre trovò una perfetta felicità con questo cavalier Giacinto, che era di età all'incirca alla sua, di bellissimo aspetto, di signorili ed illibati costumi: onde ella visse in una beatissima ed esemplare unione con lui; e ancora dura, mentre io sto scrivendo questa mia vita in età di anni quarantuno. Onde da più di 37 anni vivono questi due conjugi vivo esempio di ogni virtù domestica, amati, rispettati, e ammirati da tutti i loro concittadini; e massimamente mia madre, per la sua ardentissima eroica pietà con cui si è assolutamente consecrata al sollievo e servizio dei poveri.

Ella ha successivamente in questo decorso di tempo perduti e il primo maschio del primo marito e la seconda femmina; così pure i due soli maschi del terzo, onde nella sua ultima età io solo di maschi le rimango; e per le fatali mie circostanze non posso star presso di lei; cosa di cui mi rammarico spessissimo: ma assai più mi dorrebbe, ed a nessun conto ne vorrei stare continuamente lontano, se non fossi ben certo ch'ella e nel suo forte e sublime carattere, e nella sua vera pietà ha ritrovato un amplissimo compenso a questa sua privazione dei figli. Mi si perdoni questa forse inutile digressione, in favor di una madre stimabilissima.

CAPITOLO SECONDO

Reminiscenze dell'infanzia.

Ripigliando adunque a parlare della mia primissima età, dico che di quella stupida vegetazione infantile, non mi è rimasta altra memoria se non se quella d'uno zio paterno, il quale avendo io tre anni in quattr’anni, mi facea por ritto su un antico cassettone, e quivi molto accarezzandomi mi dava degli ottimi confetti. Io non mi ricordava quasi punto di lui, né altro me n’era rimazto fuorch’egli portava certi scarponi riquadrati in punta. Molti anni dopo, la prima volta che mi vennero agli occhi certi stivali a tromba,che portano pure la scarpa quadrata a quel modo stesso dello zio morto già da gran tempo, né mai più veduto da me da che io aveva uso di ragione, la subitanea vista di quella forma di scarpe del tutto oramai disusata, mi richiamava ad un tretto tutte quelle sensazioni primitive ch’io aveva provate già nel ricevere le carezze e i confetti dello zio, di cui i moti ed i modi, ed il sapore perfino dei confetti mi si riaffacciavano vivissimamente ed in un subito nella fantasia. Mi sono lasciata uscir di penna questa puerilità, come non inutile affatto a chi specula sul meccanismo delle nostre idee, e sull’affinità dei pensieri colle sensazioni.

Nell’età di cinque anni circa, dal mal de' pondi fui ridotto in fine; e mi pare di aver nella mente tuttavia un certo barlume de’ miei patimenti; e che senza aver idea nessuna di quello che fosse la morte, pure la desiderava, come fine di dolore; perché quando era morto quel mio fratello minore avea sentito dire ch'egli era diventato un angioletto.

Per quanti sforzi io abbia fatto spessissimo per raccogliere le idee primitive, o sia le sensazioni ricevute prima de' sei anni, non ho potuto mai raccapezzarne altre che queste due. La mia sorella Giulia, ed io, seguitando il destino della madre, eramo passati dalla casa paterna ad abitare con lei nella casa del patrigno, il quale pure ci fu più che padre per quel tempo che ci stemmo. La figlia ed il figlio del primo letto rimasti, furono successivamente inviati a Torino, l’uno nel collegio de’ Gesuiti, l’altra nel monastero; e poco dopo fu anche posta in monastero, ma in Asti stessa, la mia sorella Giulia, essendo io vicino ai sett'anni. E di questo avvenimento domestico mi ricordo benissimo, come del primo punto in cui le facoltà mie sensitive diedero cenno di sé. Mi sono presentissimi i dolori e le lagrime ch’io versai in quella separazione di tetto solamente, che oure a principio non impediva ch’io la visitassi ogni giorno. E speculando poi dopo su quegli effetti e sintomi del cuore provati allora, trovo essere stati per l'appunto quegli stessi che poi in appresso provai quando nel bollore degli anni giovenili mi trovai costretto a dividermi da una qualche amata mia donna; ed anche nel separarmi da un qualche vero amico, che tre o quattro successivamente ne ho pure avuti finora: fortuna che non sarà toccata a tanti altri, che gli avranno forse meritati più di me. Dalla reminiscenza di quel mio primo dolore del cuore, ne ho poi dedotta la prova che tutti gli amori dell’uomo, ancorchè diversi, hanno lo stesso motore.

Rimasto dunque io solo di tutti i figli nella casa materna, fui dato in custodia ad un buon prete, chiamato Don Ivaldi, il quale m'insegnò cominciando dal compitare e scrivere, fino alla classe quarta, in cui io spiegava non male, per quanto diceva il maestro alcune vite di Cornelio Nipote, e le solite favole di Fedro. Ma il buon prete era egli stesso ignorantuccio, a quel ch’io combinai poi dopo; e se dopo i nov'anni mi avessero lasciato alle sue mani, verisimilmente non avrei imparato più nulla. I parenti erano anch'essi ignorantissimi, e spesso udiva loro ripetere, quella usuale massima dei nostri nobili di allora: che ad un signore non era necessario di diventare un dottore. Io nondimeno aveva per natura una certa inclinazione allo studio, e specialmente dopo che uscì di casa la sorella, quel ritrovarmi in solitudine col maestro mi dava ad un tempo malinconia e raccoglimento.

CAPITOLO TERZO.

Primi sintomi di carattere appassionato.

Ma qui mi occorre di notare un'altra particolarità assai strana, quanto allo sviluppo delle mie facoltà amatorie. La privazione della sorella mi avea lasciato addolorato per lungo tempo, e molto più serio in appresso. Le mie visite a quell’amata sorella erano sempre andate diradando, perché essendo sotto il maestro, e dovendo attendere allo studio, mi si concedeano solamente nei giorni di vacanza o di festa, e non sempre. Una tal quale consolazione di quella mia solitudine mi si era andata facendo sentire a poco a poco nell’assuefarmi ad andare ogni giorno alla chiesa del Carmine attigua alla nostra casa; e di sentirvi spesso della musica, e di vedervi uffiziare quei frati, e far tutte le cerimonie della messa cantata, processione e simili. In capo a più mesi pensava più tanto alla sorella, ed in capo a più altri, non ci pensava quasi più niente, e non desiderava altro che di esser condotto mattina e giorno al Carmine. Ed eccone la ragione. Dal viso di mia sorella in poi, la quale aveva circa nov’anni quando uscì di casa, non avea più veduto altro viso di ragazza, né di giovane, fuorché certi fraticelli novizj del Carmine, che poteano avere tra i quattordici e sedici anni all’incirca, i quali coi loro roccetti assistevano alle diverse funzioni di chiesa; questi loro visi giovanili, e non dissimili da’ visi donneschi, aveano lasciato nel mio tenero ed inesperto cuore a un di presso quella stessa traccia e quel desiderio di loro, che mi vi avea già impresso il viso della sorella. E questo insomma, sotto tanti e sì diversi aspetti, era amore; come poi pienamente conobbi, e me ne accertai parecchi anni dopo, riflettendovi su; perché di quanto io allora sentissi o facessi nulla affatto sapeva, ed obbediva al puro istinto animale. Ma questo mio innocente amore per quei novizi giunse tant'oltre, che io sempre pensava ad essi ed alle loro diverse funzioni; ora mi si rappresentavano nella fantasia coi loro devoti ceri in mano, servienti la messa con viso compunto ed angelico, ora coi turiboli incensando l’altare; e tutto assorto in codeste immagini, trascurava i miei studi, ed ogni occupazione, o compagnia, mi nojava. Un giorno fra gli altri, stando fuori di casa il mio maestro, trovatomi solo in camera, cercai ne' due vocabolari latino e italiano l'articolo frati, e cassata in ambedue quella parola, vi scrissi Padri: così credendomi di nobilitare, o che so io d’altro, quei novizietti, ch’io vedeva ogni giorno, e da cui non sapeva assolutamente quello ch’io mi volessi. L’aver sentito alcune volte con qualche disprezzo articolare la parola Frate, e con rispetto ed amore quella di Padre, erano la sola cagione per cui m’indussi a correggere quei dizionari: e codeste correzioni fatte anche grossolanamente col temperino e la penna, le nascosi poi sempre con gran sollecitudine e timore al maestro, il quale non se ne dubitando, né a tal cosa certamente pensando, non se n'avvide poi mai. Chiunque vorrà riflettere alquanto su quest’inezia, e rintracciarvi il seme delle passioni dell’uomo, non la troverà forse né tanto risibile né tanto puerile, quanto ella pare.

Da questi siffatti effetti d'amore ingnoto intieramente a me stesso, ma pure tanto operante nella mia fantasia, nasceva, per quanto ora credo, quell’umor malinconico assai, che a poco a poco s'insignoriva di me, e dominava poi sempre su tutte le altre qualità dell'indole mia. Fra i sette ed ott'anni, trovandomi un giorno in queste disposizioni malinconiche, occasionate forse anche dalla salute che era gracile anzi che no, visto uscire il maestro, e il servitore, corsi fuori dal mio salotto che posto a terreno riusciva in un secondo cortile, dove eravi intorno intorno molt'erba. E tosto mi misi a strapparne colle mani quanta ne veniva, e ponendomela in bocca a masticarne e ingojarne quanta più ne poteva, malgrado il sapore ostico ed amarissimo. Io avea sentito dire non so da chi, né come, né quando, che v’era un'erba detta cicuta che avvelenava e faceva morire; io non avea mai fatto pensiero di voler morire, e poco sapea quel che il morire si fosse; eppure, seguendo così un non so quale istinto naturale misto di un dolore di cui m’era ignota la fonte, mi spinsi avidissimamente a mangiar di quell'erba, figurandomi che in essa vi dovesse anco essere della cicuta. Ma ributtato poi dall'insopportabile amarezza e crudità d’un tal pascolo, e sentendomi provocato a dare di stomaco, fuggii nell’annesso giardino, dove non veduto da chi che sia mi liberai quasi interamente di tutta l'erba ingojata, e tornatomene in camera me ne rimasi soletto e tacito con qualche doloruzzo di stomaco e di corpo. Tornò frattanto il maestro, che di nulla si avvide, ed io nulla dissi. Poco dopo si dovè andare a tavola, e mia madre vedendomi gli occhi gonfi e rossi, come sogliono rimanere dopo gli sforzi del vomito, domandò insistendo e volle assoluamente sapere quel che fosse; ed oltre i comandi della madre mi andavano anche sempre più punzecchiando i dolori di corpo, sì ch’io non potea punto mangiare, e parlar non voleva. Onde io sempre duro a tacere, ed a vedere di non mi scontorcere, la madre sempre dura ad interrogare e minacciarmi; finalmente osservandomi essa ben bene, e vedendomi in atto di patire, e poi le labbra verdiccie, che io non avea pensato di risciacquarmele, spaventatasi molto, s'alza, si approssima a me, mi parla dell’insolito color delle labbra, m’incalza e sforza a rispondere, finchè vinto dal timore e dolore io tutto confesso piangendo. Mi vien dato subito un qualche leggiero rimedio, e nessun altro male ne segue; fuorché per più giorni fui rinchiuso in camera per castigo; e quindi nuovo pascolo, e fomento all'umor malinconico.

CAPITOLO QUARTO.

Sviluppo dell'indole indicato da alcuni fattarelli.

    L’indole, che io andava manifestando in quei primi anni della nascente ragione, era questa. Taciturno e placido per lo più; ma alle volte loquacissimo e vivacissimo; e quasi sempre negli estremi contrari; ostinato e restìo contro alla forza, pieghevolissimo agli avvisi amorevoli; rattenuto più che da nessun’altra cosa di essere sgridato; suscettibile di vergognarmi fino all'eccesso, e inflessibile se io veniva preso a ritroso.

Ma per meglio dar conto ad altrui e a me stesso di quelle qualità primitive, che la natura mi avea improntate nell'animo, fra molte sciocche istoriette accadutemi in quella prima età, ne allegherò due o tre di cui benissimo e che ritrarranno al vivo il mio carattere. Di quanti gastighi mi si potessero dare, quello che smisuratamente mi addolorava, e da segno di farmi ammalare, e che perciò non mi fu dato che due volte sole, era di mandarmi alla messa colla reticella da notte in capo; assetto che nasconde quasi interamente i capelli. La prima volta ch’io ci fui condannato (né mi ricordo più del perché) venni dunque strascinato per mano dal maestro alla vicinissima Chiesa del Carmine; chiesa abbandonata, dove non si trovavano mai quaranta persone radunate nellasua vastità: tuttavia sì fattamente mi afflisse codesto gastigo, che per più di tre mesi poi rimasi irreprensibile. Tra le ragioni ch’io sono andato cercando in appresso entro di me medesimo, per ben conoscere il fonte d’un simile effetto, due principalmente ne trovai, che mi diedero intiera soluzione del dubbio. L'una si era, che io mi credeva gli occhi di tutti doversi doversi necessariamente affissare su quella mia reticella, e ch'io doveva esser molto sconcio e difforme in codesto assetto, e che tutti mi terrebbero per un vero malfattore vedendomi punito così orribilmente. L'altra, si era ch’io temeva di esser visto così dagli amati novizj; e questo mi passava veramente il cuore. Or mira, o lettore, in me omiccino il ritratto e tuo e di quanti anche uomini sono stati o saranno; che tutti siam pur sempre, a ben prendere, bambini perpetui.

Ma l'effetto straordinario in me cagionato da quel gastigo, avea riempito di gioja i miei parenti e il maestro; onde ad ogni ombra di mancamento, minacciatami la reticella abborrita, io rientrava immediatamente nel dovere, tremando. Pure, essendo poi ricaduto al fine in un qualunque fallo insolito, per iscusa del quale mi occorse di articolare una solennissima bugia alla signora madre, mi fu di bel nuovo sentenziata la reticella; e di più, che in vece della deserta Chiesa del Carmine, verrei condotto così a quella di San Martino, distante da casa, posta nel bel centro della città e frequentatissima su l’ora del mezzo giorno da tutti gli oziosi del bel mondo. Oimè, qual dolore fu il mio! pregai, piansi, mi disperai, tutto invano. Quella notte ch’io mi credei dover essere l'ultima della mia vita, non che chiudessi mai occhio, non mi ricordo mai poi di averne in nessun altro mio dolore passata una peggio. Venne alfin l'ora; inreticellato, piangente, ed urlante mi avviai stiracchiato dal maestro pel braccio, e spinto innanzi dal servitore per di dietro, e in tal modo traversai due o tre strade, dove non era gente nessuna; ma non tosto che si entrò nelle vie abitate, che s'avvicinavano alla piazza e chiesa di San Martino, io immediatamente cessai dal piangere e dal gridare, cessai dal farmi strascinare; e camminando anzi tacito, e di buon passo, e ben rasente al prete Ivaldi, sperai di passare inosservato, nascondendomi quasi sotto il gomito del talare maestro, al di cui fianco appena la mia statura giungeva. Arrivai nella piena chiesa, guidato per mano come orbo ch’io era; che in fatti chiusi gli occhi all’ingresso, non gli apersi più finché non fui inginocchiato al mio luogo di udir la messa; né, aprendoli poi, li alzai mai a segno di potervi distinguere nessuno. E rifattomi orbo all’uscire, tornai a casa con la morte in cuore, credendomi disonorato per sempre. Non volli in quel giorno mangiare, né parlare, né studiare, né piangere. E fu tale in somma e tanto il dolore, e la tensione d’animo, che mi ammalai per più giorni; né mai più si nominò pure in casa il supplizio della reticella, tanto era lo spavento che cagionò alla amorosissima madre la disperazione ch'io ne mostrai. Ed io parimenti per assai gran tempo non dissi più bugia nessuna; e chi sa s'io non devo poi a quella benedetta reticella l'essere riuscito in appresso un degli uomini i meno bugiardi ch'io conoscessi.

Altra storietta. Era venuta in Asti la mia nonna materna, matrona di assai gran peso in Torino, vedova di uno dei barbassori di corite, e corredata di tutta quella pompa di cose, che nei ragazzi lasciano grand'impressione. Questa, dopo essere stata alcuni giorni con la mia madre, per quanto mi fosse andata accarezzando moltissimo in quel frattempo, io non m'era per niente addimesticato con lei, come selvatichetto ch'io m'era; onde, stando essa poi per andarsene, mi disse ch'io le doveva chiedere una qualche cosa, quella che più mi potrebbe soddisfare, e che me la darebbe di certo. Io, a bella prima per vergogna e timidezza ed irresoluzione, ed in seguito poi per ostinazione e ritrosia, incoccio sempre a rispondere la stessa e sola parola: niente; e per quanto poi ci si provassero tutti in venti diverse maniere a rivoltarmi per pure estrarre da me qualcosa altro che non fosse quell'ineducatissimo niente, non fu mai possibile; né altro ci guadagnarono nel persistere gl'interrogatori, se non che da principio il niente veniva fuori asciutto, e rotondo; poi verso il mezzo veniva fuori con voce dispettosa e tremante ad un tempo; ed in ultimo, fra molte lagrime, interrotto da profondi singhiozzi. Mi cacciarono dunque, come io ben meritava, dalla loro presenza, e chiusorni in camera, mi lasciarono godermi il mio così desiderato niente, e la nonna partì. Ma quell'istesso io, che con tanta pertinacia aveva ricusato ogni dono legittimo della nonna, più giorni addietro le avea pure involato in un suo forziere aperto un ventaglio, che poi celato nel mio letto, mi fu ritrovato dopo alcun tempo; ed io allora dissi, com'era vero, di averlo preso per darlo poi alla mia sorella. Gran punizione mi toccò giustamente per codesto furto; ma, benché il ladro sia alquanto peggior del bugiardo, pure non mi venne più né minacciato né dato il supplizio della reticella; tanta era più la paura che aveva la mia madre di farmi ammalare di dolore, che non di vedermi riuscire un po' ladro; difetto, per il vero, da non temersi poi molto, e non difficile a sradicarsi da qualunque ente non ha bisogno di esercitarlo. Il rispetto delle altrui proprietà, nasce e prospera prestissimo negl'individui che ne posseggono alcune legittime loro.

E qui, a guisa di storietta, inserirò pure la mia prima confessione spirituale, fatta tra i sette ed otto anni. Il maestro mi vi andò preparando, suggerendomi egli stesso i diversi peccati ch'io poteva aver commessi, dei più de' quali io ignorava persino i nomi. Fatto questo preventivo esame in comune con don Ivaldi, si fissò il giorno in cui porterei il mio fastelletto ai piedi del padre Angelo, carmelitano, il quale era anche il confessore di mia madre. Andai: né so quel che me gli dicessi, tanta era la mia natural ripugnanza e il dolore di dover rivelare i miei segreti fatti e pensieri ad una persona ch'io appena conosceva. Credo, che il frate facesse egli stesso la mia confessione per me; fatto si è che assolutomi m'ingiungeva di prosternarmi alla madre prima di entrare in tavola, e di domandarle in tal atto pubblicamente perdono di tutte le mie mancanze passate. Questa penitenza mi riusciva assai dura da ingoiare; non già, perché io avessi ribrezzo nessuno di domandar perdono alla madre; ma quella prosternazione in terra, e la presenza di chiunque vi potrebbe essere, mi davano un supplizio insoffribile. Tornato dunque a casa, salito a ora di pranzo, portato in tavola, e andati tutti in sala, mi parve di vedere che gli occhi di tutti si fissassero sopra di me; onde io chinando i miei me ne stavo dubbioso e confuso ed immobile, senza accostarmi alla tavola, dove ognuno andava pigliando il suo luogo; ma non mi figurava per tutto ciò, che alcuno sapesse i segreti penitenziali della mia confessione. Fattomi poi un poco di coraggio, m'inoltro per sedermi a tavola; ed ecco la madre con occhio arcigno guardandomi, mi domanda se io mi ci posso veramente sedere; se io ho fatto quel ch'era mio dovere di fare; e se in somma io non ho nulla da rimproverare a me stesso. Ciascuno di questi quesiti mi era una pugnalata nel cuore; rispondeva certamente per me l'addolorato mio viso; ma il labbro non poteva proferir parola; né ci fu mezzo mai, che io volessi non che eseguire, ma né articolare né accennar pure la ingiuntami penitenza. E parimente la madre non la voleva accennare, per non tradire il traditor confessore. Onde la cosa finì, che ella perdé per quel giorno la prosternazione da farglisi, ed io ci perdei il pranzo, e fors'anco l'assoluzione datami a sì duro patto dal padre Angelo. Non ebbi con tutto ciò per allora la sagacità di penetrare che il padre Angelo aveva concertato con mia madre la penitenza da ingiungermi. Ma il core servendomi in ciò meglio assai dell'ingegno, contrassi d'allora in poi un odietto bastantemente profondo pel suddetto frate, e non molta propensione in appresso per quel sagramento ancorché nelle seguenti confessioni non mi si ingiungesse poi mai più nessuna pena pubblica.

CAPITOLO QUINTO

Ultima storietta puerile.

Era venuto in vacanza in Asti il mio fratello maggiore, il marchese di Cacherano, che da alcuni anni si stava educando in Torino nel collegio de' Gesuiti. Egli era in età di circa anni quattordici al più, ed io di otto. La di lui compagnia mi riusciva ad un tempo di sollievo e d'angustia. Siccome io non lo avea mai conosciuto prima (essendomi egli fratello uterino soltanto), io veramente non mi sentiva quasi nessun amore per esso; ma siccome egli andava pure un cotal poco ruzzando con me, una certa inclinazione per lui mi sarebbe venuta crescendo con l'assuefazione. Ma egli era tanto più grande di me; avea più libertà di me, più danari, più carezze dai genitori; avea già vedute più assai cose di me, abitando in Torino; aveva spiegato il Virgilio; e che so io, tante altre cosarelle aveva egli, che io non avea, che allora finalmente io conobbi per la prima volta l'invidia. Ella non era però atroce, poiché non mi traeva ad odiare precisamente quell'individuo, ma mi faceva ardentissimamente desiderare di aver io le stesse cose, senza però volerle togliere a lui. E questa credo io, che sia la diramazione delle due invidie, di cui, l'una negli animi rei diventa poi l'odio assoluto contro chi ha il bene, e il desiderio d'impedirglielo, o toglierglielo, anche non lo acquistando per sé; l'altra, nei non rei, diventa sotto il nome di emulazione, o di gara, un'inquietissima brama di ottenere quelle cose stesse in eguale o maggior copia dell'altro. Oh quanto è sottile, e invisibile quasi la differenza che passa fra il seme delle nostre virtù e dei nostri vizi!

Io dunque, con questo mio fratello ora ruzzando, ora bisticciando, e cavandone ora dei regalucci, ora dei pugni, mi passava tutta quella state assai più divertito del solito, essendo io fin allora stato sempre solo in casa; che non v'è pe' ragazzi maggior fastidio. Un giorno tra gli altri caldissimo, mentre tutti su la nona facevano la siesta, noi due stavamo facendo l'esercizio alla prussiana, che il mio fratello m'insegnava. Io, nel marciare, in una voltata cado, e batto il capo sopra uno degli alari rimasti per incuria nel camminetto sin dall'inverno precedente. L'alare, per essere tutto scassinato e privo di quel pomo d'ottone solito ad innestarvisi su le due punte che sporgono in fuori del camminetto, su una di esse mi venni quasi ad inchiodare la testa un dito circa sopra l'occhio sinistro nel bel mezzo del sopraciglio. E fu la ferita così lunga e profonda, che tuttora ne porto, e porterò sino alla tomba, la cicatrice visibilissima. Dalla caduta mi rizzai immediatamente da me stesso, ed anzi gridai subito al fratello di non dir niente; tanto più che in quel primo impeto non mi parea d'aver sentito nessunissimo dolore, ma bensì molta vergogna di essermi così mostrato un soldato male in gambe. Ma già il fratello era corso a risvegliare il maestro, e il romore era giunto alla madre, e tutta la casa era sottosopra. In quel frattempo, io che non avea punto gridato né cadendo né rizzandomi, quando ebbi fatti alcuni passi verso il tavolino, al sentirmi scorrere lungo il viso una cosa caldissima, portatevi tosto le mani, tosto che me le vidi ripiene di sangue cominciai allora ad urlare. E doveano essere di semplice sbigottimento quegli urli, poiché mi ricordo benissimo, che non sentii mai nessun dolore sinché non venne il chirurgo e cominciò a lavare a tastare e medicare la piaga. Questa durò alcune settimane, prima di rimarginare; e per più giorni dovei stare al buio, perché si temeva non poco per l'occhio, stante la infiammazione e gonfiezza smisurata, che vi si era messa. Essendo poi in convalescenza, ed avendo ancora gl'impiastri e le fasciature, andai pure con molto piacere alla messa al Carmine; benché certo quell'assetto spedalesco mi sfigurasse assai più che non quella mia reticella da notte, verde e pulita, quale appunto i zerbini d'Andalusìa portano per vezzo. Ed io pure, poi viaggiando nelle Spagne la portai per civetteria ad imitazione di essi. Quella fasciatura dunque non mi facea nessuna ripugnanza a mostrarla in pubblico: o fosse, perché l'idea, di un pericolo corso mi lusingasse; o che, per un misto d'idee ancora informi nel mio capicino, io annettessi pure una qualche idea di gloria a quella ferita. E così bisogna pure che fosse; poiché, senza aver presenti alla mente i moti dell'animo mio in quel punto, mi ricordo bensì che ogniqualvolta s'incontrava qualcuno che domandasse al prete Ivaldi cosa fosse quel mio capo fasciato; rispondendo egli, ch'io era cascato; io subito soggiungeva del mio: facendo l'esercizio.

Ed ecco, come nei giovanissimi petti, chi ben li studiasse, si vengono a scorgere manifestamente i semi diversi delle virtù e dei vizi. Che questo certamente in me era un seme di amor di gloria; ma, né il prete Ivaldi, né quanti altri mi stavano intorno, non facevano simili riflessioni.

Circa un anno dopo, quel mio fratello maggiore, tornatosene in quel frattempo in collegio a Torino, infermò gravemente d'un mal di petto, che degenerato in etisia, lo menò alla tomba in alcuni mesi. Lo cavarono di collegio, lo fecero tornare in Asti nella casa materna, e mi portarono in villa perché non lo vedessi; ed in fatti in quell'estate morì in Asti, senza ch'io lo rivedessi più. In quel frattempo il mio zio paterno, il cavalier Pellegrino Alfieri, al quale era stata affidata la tutela de' miei beni sin dalla morte di mio padre, e che allora ritornava di un suo viaggio in Francia, Olanda e Inghilterra, passando per Asti mi vide; ed avvistosi forse, come uomo di molto ingegno ch'egli era, ch'io non imparerei gran cosa continuando quel sistema d'educazione, tornato a Torino, di lì a pochi mesi scrisse alla madre, che egli voleva assolutamente pormi nell'Accademia di Torino. La mia partenza si trovò dunque coincidere con la morte del fratello; onde io avrò sempre presenti alla mente l'aspetto i gesti e le parole della mia addoloratissima madre, che diceva singhiozzando: "Mi è tolto l'uno da Dio, e per sempre: e quest'altro, chi sa per quanto!". Ella non aveva allora dal suo terzo marito se non se una femmina; due maschi poi le nacquero successivamente, mentre io stavo in Accademia a Torino. Quel suo dolore mi penetrò altamente; ma pure la brama di veder cose nuove, l'idea di dover tra pochi giorni viaggiar per le poste, io che usciva di fresco dall'aver fatto il primo mio viaggio in una villa distante quindici miglia da Asti, tirato da due placidissimi manzi; e cento altre simili ideuzze infantili che la fantasia lusinghiera mi andava apprestando alla mente, mi alleggerivano in gran parte il dolore del morto fratello, e dell'afflittissima madre. Ma pure, quando si venne all'atto di dover partire, io mi ebbi quasi a svenire, e mi addolorò di dover abbandonare il maestro don Ivaldi forse ancor più che lo staccarmi dalla madre.

Incalessato poi quasi per forza dal mio fattore, che era un vecchio destinato per accompagnarmi a Torino in casa dello zio dove doveva andare da prima, partii finalmente, scortato anche dal servitore destinatomi fisso, che era un certo Andrea, alessandrino, giovine di molta sagacità e di bastante educazione secondo il suo stato ed il nostro paese, dove il saper leggere e scrivere non era allora comune. Era di luglio nel 1758, non so qual giorno, quando io lasciai la casa materna la mattina di buonissima ora. Piansi durante tutta la prima posta; dove poi giunto, nel tempo che si cambiava i cavalli, io volli scendere nel cortile, e sentendomi molto assetato senza voler domandare un bicchiere, né far attinger dell'acqua per me, accostatomi all'abbeveratoio de' cavalli, e tuffatovi rapidamente il maggior corno del mio cappello", tanta ne bevvi quanta ne attinsi. L'aio fattore, avvisato dai postiglioni, subito vi accorse sgridandomi assai; ma io gli risposi, che chi girava il mondo si doveva avvezzare a tai cose, e che un buon soldato non doveva bere altrimente. Dove poi avessi io pescate queste idee achillesche, non lo saprei: stante che la madre mi aveva sempre educato assai mollemente, ed anzi con risguardi circa la salute affatto risibili. Era dunque anche questo in me un impetino di natura gloriosa, il quale si sviluppava tosto che mi veniva concesso di alzare un pocolino il capo da sotto il giogo.

E qui darò fine a questa prima epoca della mia puerizia, entrando ora in un mondo alquanto men circoscritto, e potendo con maggior brevità, spero, andarmi dipingendo anche meglio. Questo primo squarcio di una vita (che tutta forse è inutilissima da sapersi) riuscirà certamente inutilissimo per tutti coloro, che stimandosi uomini si vanno scordando che l'uomo è una continuazione del bambino.

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Ultimo aggiornamento: 27 maggio 2011