VITTORIO ALFIERI

ULTIME VOLONTÀ

Commedia in tre atti in prosa

Edizione di riferimento:

Vita giornali lettere di Vittorio Alfieri per cura di Emilio Teza, Felice Le Monnier Firenze 1861

 ULTIME VOLONTÀ

Esposte e raccomandate alla contessa d'Albany [1].

Siccome io confermo in tutto e per tutto il mio testamento fatto in scriptis, rogato dal notaio Felice Torelli di Niccolò Gaetano Torelli, nel dì 14 luglio del 1793 in Firenze; queste mie presenti intenzioni non sono altro che semplici preghiere da eseguirsi o no, secondo le circostanze e il total piacimento della contessa Luisa Stolberg d'Albany, la quale nel suddetto testamento ho istituita mia erede universale di tutti i mobili, danari, carte, libri ed effetti qualunque che non siano compresi nella Donazione già da me fatta di tutti i miei beni stabili a mia sorella Giulia di Cumiana, nell'istromento fatto in Firenze sin dall'anno 1778.

Manoscritti.

1° Circa ai miei scritti, che sono la vera e sola mia proprietà, desidero che le satire, l'Abele, e le rime, che si troveranno ricopiate di mia mano, ed inserite in forma di libercoletti in-12, con carta turchina sopra, si stampino poi, quando e dove e come si potrà per il meglio. Quanto alle traduzioni, siccome nessuna ha ricevuta quella perfezione che io le avrei forse potuta dare, desidererei che nessuna ne venisse alla luce. Me se pur mai questa adorabile e rispettabile metà di me stesso per una qualche sua angustia o altre circostanze si ritrovasse mai nel caso di doverle stampare, se si potrà scegliere fra esse, si preferiscano come meno peggiori, il Sallustio, e le due Alcesti d'Euripide, ancor che queste non siano del tutto finite. Se poi di tutte si dovesse cavar partito, non posso nè voglio certamente impedire a quella che tanto amo, nessuno dei mezzi di poter minorare i tanti suoi danni, con un sì debole risarcimento, qual sarebbe il prodotto di queste mie interrotte fatiche. Sicché bisognando stampar tutte le traduzioni, si diano, dopo le accennate, il Filottete di Sofocle, al quale non mancano che i cori; ed i Persiani di Eschilo se si ritroveranno finiti; poi le sei commedie di Terenzio; ed in ultimo l'Eneide, la quale ancorché limata, cioè ricopiata due volte, mi farà pure maggior vergogna che tutte l'altre; stante l'inimitabile autore. Solamente pregherò che, stampandole, si faccia dirigere da persona dotta, intelligente ed amica, come l'abate di Caluso, o altra simile se ce n'è [2] e si prevenga il pubblico della verità, ch'io non le lasciava perchè fossero pubblicate, e che nessuna ha ricevuto il debito compimento.

Lo stesso dico della mia Vita, che ho scritta sino a tutto l'anno 1789: opera prolissa, e piena forse di molte inezie, ma pure non del tutto inutile per quel che risguarda l' arte mia particolarmente, e il cuore dell' uomo in generale.

Ma se poi la contessa d'Albany non avrà giudicato di fare stampare nessuna di queste opere durante la vita sua, la scongiuro di non le lasciare a chi che sia dopo la sua morte, ma di farle tutte assolutamente ardere in sua presenza, meno le satire, il Misogallo, l'Abele, e le rime, parte seconda. E così parimente farà ardere ogni qualunque altra mia composizione, scritto, o lettera che si trovasse, fuorché vi fosse scritto di mia mano: Si serbi, o si stampi.

Opere stampate.

2° Quanto poi alle 4 opere da me già stampate sin dall' anno 1789 in Kehl, e non publicate, e sono: le Rime, parte prima; l'Etruria Vendicata, poema in ottava rima in 4 canti; del Principe e delle lettere, libri tre, prosa; della Tirannide, libri due, prosa: .sicöopie tutta l'edizione di esse, di 500 e più copie per ciaschedun' opera, sono rimaste in Parigi nelle mani di codesto governo, ed io non ne ho presso me che due sole copie di ciascuna, [3] altra disposizione non posso dare su questo proposito, se non se la seguente: Ove mai, o tutte, o parte di queste opere venissero pubblicate da chi me le ha rubate, e principalmente le due prose, prego allora la contessa d'Albany di fare immediatamente stampare in Inghilterra il Misogallo, e spanderlo abbondantissimamente in tutta l'Italia, affinchè egli serva di commento, e di contravveleno a tutte le sinistre interpretazioni ed effetti che potrebbero forse provenire dalla pubblicazione del Principe, e della Tirannide, suddette. Queste opere, scritte da me in altri tempi, ch'io non avrei mai voluto pubblicare in questi, per non far eco ai ribaldi ed ai vili, hanno forse in sè degli errori cagionati da inesperienza, e trasporto per il vero e pel retto; ma ehi le leggerà riflettendo e sentendo, non vi conoscerà certamente nò un sedizioso, nè un reo e mal intenzionato schiavo moderno.

Libri.

3° Disposto così de'miei scritti, quanto ai libri, i quali ancor che pochi, erano pure bastantemente scelti, la contessa d'Albany ne farà quell'uso che porteranno le di lei circostanze. Ma se pure saran tali (come voglio sperare) ch'ella li possa serbare senza nessun suo danno ed incomodo, avrò assai caro che la cosa ch'io ho amata il più dopo lei, resti indivisibilmente con essa sino alla di lei morte. Ed allora poi ne disporrà a suo piacimento; e, se si potrà, secondo le in« tenzioni che avevamo ambedue concordi su questo punto, come su tutti.

Altri effetti.

4° D'ogni qualunque altra mia cosa disporrà a suo piacere la contessa d'Albany. Ma ecco le poche cose, che desidererei si eseguissero:

Dividere per metà i miei stracci fra la cameriera Nera Colomboli, e il cameriere Giuseppe Guise.

5° Alla signora Carolina Gavard, in memoria mia avrei caro che le fosse rimesso in mio nome l'oriuolo inglese a ripetizione.

6° All'abate Tommaso Caluso il mio anello del Dante; [4] in mio nome, e per mia memoria.

7° Ai predetti due, cameriere Giuseppe e cameriera Colomboli, una ricognizione in danari, ma non eccedente zecchini 25 per caduno; minore, o anche nulla, se facesse incomodo il darli, stante i tempi calamitosi.

8° La minore spesa possibile per le mie esequie; ma però senza affettazione di stoicismo, e senza offendere in nulla la decenza, e gli usi del paese.

Gradirà bensì moltissimo l'errante mia ombra, se i miseri avanzi di questo suo corpo potranno un giorno esser chiusi in un luogo stesso con quelli dell'amatissima donna sua. Si troveranno a quest'effetto le due lapidette di marmo [5] incisevi le nostre due iscrizioni, da eseguirsi poi in grande, se la cosa avrà luogo.

E così provveduto per quanto bisognasse alle cose mie, starò aspettando il momento, che mi riuscirà certamente dolorosissimo, atteso lo stato terribile in cui dovrò lasciare la sacra metà di me stesso, a cui forse avrei potuto esser utile ancora. Ma non mi spaventa in nulla, qual ch'egli possa essere, l'avvenire, avendo in me la coscienza di non aver mai fatto male a nessuno.

Vittorio Alfieri.

Firenze, di to gennajo 1799.

TESTAMENTO SOLENNE

DEL CONTE VITTORIO ALFIERI. [6]

Al Nome di Dio , Amen.

L'anno del Nostro Signor Gesù Cristo millesettecento novantatrè, Indizione undecima, e questo dì quattordici del mese di luglio. Regnando la Santità di Pio Sesto Sommo Pontefice, e Sua Altezza Reale, il Serenissimo Ferdinando Terzo Principe Reale d'Ungheria e di Boemia; Arciduca d'Austria, Gran Duca decimo di Toscana, felicemente dominante.

Io, conte Vittorio Amedeo Alfieri di Cortemiglia, figlio del fu conte Antonio, della città d'Asti, in Piemonte, riflettendo all'incertezza del vivere umano, e volendo al tempo di mia morte trovarmi libero e sciolto da ogni affare ed interesse, ho risoluto adesso che son sano di tutti i sentimenti ed anche di corpo, di fare, come faccio, il presente ultimo Testamento, che si dice in scriptis, disponendo delle cose mie nel modo e forma che appresso, cioè:

Per ragione di legato, ed in ogni altro miglior modo, lascio all'Opera di Santa Maria del Fiore di questa città di Firenze, la solita tassa di lire tre, e soldi dieci.

Item monito a lasciar qualche caritativo sussidio alla Congregazione dei Poveri di San Giovan Battista di questa suddetta città, dico che se le pagheranno dopo la morte mia zecchini fiorentini dieci.

Item dichiaro ed intendo che all'infrascritto mio erede universale debbano liberamente spettare ed appartenere tutti quegli avanzi da me fatti, e che sarò per fare sopra l'annua pensione di lire novemila, moneta di Piemonte, dovutami durante la mia vita naturale dalla contessa Giulia mia sorella, e moglie del signor conte Giacinto Canale di Cumiana, gentiluomo di Camera di Sua Maestà il Re di Sardegna, e suoi ec., dei quali avanzi, non meno che di quella somma di cui andrò creditore al tempo di mia morte per dipendenza di detta pensione, mi riservai di testare in ordine all'Istrumento di donazione universale tra i vivi, ricevuto nei rogiti di ser Michel Angiolo Ceccherelli, notaro pubblico fiorentino, del dì 6 aprile 1778 al quale ec.

Item essendosi obbligata nell'enunciato Istrumento di donazione universale tra i vivi la prefata mia sorella di pagare annualmente dopo la mia morte a Domenico Persivalle, figlio di Pietro Antonio di Moncalvo, allora mio cameriere, la somma di lire cinquecento, moneta di Piemonte; come pure a Giacomo Cerruti di Calarengo, allora mio staffiere, la somma di lire quattrocento simili; e finalmente al signor Luigi Elia, figlio del signor Francesco Elia di Ferrere, la somma di lire cinquecento, moneta che sopra, perduranti le loro respettive vite naturali; con dichiarazione che le dette tre annue pensioni pagabili ai sunnominati Persivalle, Cerruti, e Luigi Elia, dovessero dai medesimi godersi e conseguirsi nel caso solamente che avessero continuato a stare al mio servizio sino alla mia morte, altrimenti chi di loro non fosse stato al mio servizio, non potesse pretendere cosa alcuna, e rimanesse in mia facoltà di disporre e di testare a favore di chi più mi fosse piaciuto della pensione o pensioni di quello o di quelli che non si trovassero più al mio servizio nel giorno della mia morte; e non essendo più alcuno dei mentovati Persivalle, Cerruti e Luigi Elia, già da qualche tempo, al mio servizio, perciò dichiaro ed intendo che l'infrascritto mio erede universale possa e deva godere e liberamente percipere sua vita natural durante le riferite tre annue pensioni, componenti in tutte la somma di lire millequattrocento annue di Piemonte, ogni e qualunque eccezione remossa nel modo e forma stabilita nel citato contratto di donazione universale tra i vivi, al quale ec.

In tutti poi gli altri miei beni mobili, e immobili, semoventi, ori, argenti, fogli, libri, tanto stampati che manoscritti, carte e scritture in qualsivoglia luogo e parte del mondo esistenti, ragioni, azioni, e nomi di debitori presenti e futuri, ed in quali si siano altre ragioni che a me testatore in qualunque modo contro qualunque persona, effetti e beni si competono, o competere mi si possono, mio erede universale faccio, costituisco, ordino, deputo, e di mia propria bocca nomino, e voglio che sia la signora contessa Luisa d'Albany, nata principessa di Stolberg, vedova del conte d'Albany Stuart, morto in Roma nel gennaio dell'anno 1788.

E questa intendo, e voglio che sia la mia volontà e l'ultimo mio Testamento, annullante ogni antecedente disposizione che potessi aver fatta; il quale se non valesse per ragione di testamento, intendo che vaglia per ragione di Codicillo o di Donazione per causa di morte, ed in ogni altro migliore e più valido modo che di ragione ec.

Io, conte Vittorio Amedeo Alfieri di Cortemiglia, figlio del fu conte Antonio della città d'Asti, in Piemonte, ho fatto il presente mio testamento, nel quale ho istituito il mio erede universale, ed ho disposto nel modo che sopra. In fede di che l'ho scritto di mia propria mano, e l'ho firmato alla presenza dei sette testimoni e del signor notaro, e sigillato col sigillo di mia famiglia, contenente un'aquila in campo d'oro con due aquile per supporti. E di poi, chiuso e sigillato attorno con nastrino di seta di color rosso e bianco, l'ho consegnato in mano al notaro alla presenza dei detti sette testimoni, questo dì quattordici del mese di luglio millesettecentonovantatrè in Firenze.

Note

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[1] Questo Documento è nel Museo Fabre di Mompellieri.

[2] L'edizione delle opere postume di Vittorio Alfieri è stata incominciata nel 1804 coi tipi di Guglielmo Piatti ed a spese della contessa d'Albany. L'abate di Caluso, venuto di quel tempo espressamente in Firenze, scelse fra i manoscritti dell'Alfieri quelli che credeva meritevoli della stampa: il Dottor Francesco Tassi e il signor Fabre accudirono alla correzione delle stampe. Questo signor Fabre, benché di nazione straniero all'Italia, dicesi fosse versato non mediocremente nella letteratura e lingua italiana, che parlava con eleganza. [Ed.)

[3] Queste due copie, alle quali l'Alfieri allude, sono nella Biblioteca del Museo Fabre a Monpellieri.

[4] Ci spiace dover fare una congettura, ed è che la volontà dell'Alfieri, che lasciava questo prezioso ricordo al diletto suo amico Abate di Caluso, non sia stata adempiuta; poiché questo anello, inciso dal Santarelli, si trova nel Museo Fabre in Monpellieri, ove pure si conserve la famosa Collana dell'Ordine equestre di Omero non condotta a compimento, [Ed.]

[5] Si conservano nel Museo Fahre a Monpellieri. [Ed.]

[6] Tratto dall'autografo esistente nell'Archivio Generale dei Contratti di Firenze [Ed.]

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Ultimo aggiornamento: 11 maggio 2011