Vittorio Alfieri

La Vita scritta da esso

APPENDICI  ALL'EPOCA  TERZA

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APPENDICE PRIMA
(cap. XIV)

CLEOPATRA PRIMA
Abbozzaccio

SCENA PRIMA Lachesi, Photino

PHOTINO Della mesta regina i strazi e l'onte
chi nato è in riva al Nilo ormai non puote
di più soffrir, alla vendetta pronte
foran l'Egizie genti, ove il consiglio
destar potesse un negghitoso core
ché alla vendetta non pospone amore;
LACHESI Sconzigliata a te par l'alma regina,
son questi i sensi audaci e generosi
del tuo superbo cuor, ma più pietosi
gira ver ella i lumi, e allora in pianto
forse sciogliendo i detti giusti e amari
vedrai che pria fu donna e poi regina
vedrai
PHOTINO T'accheta, non fu doglia pari
a quella che mi strugge, e mi consuma,
de' Tolomei, l'illustre ceppo ha fine,
con lor rovina il sventurato Egitto,
benché di corte all'aura infida, nato
nome non è per me finto, o sognato
quel bel di patria nome, che nel petto,
invan mi avvampa, qual divino fuoco;
ma de' stati la sorte allor che pende
da un sol, quell'un tutti infelici rende.
LACHESI Inutili riflessi: ora fra' mali
sol fia d'uopo il minor, possenti Dei,
voi che de' miseri mortali [1]
reggete colassù le vite, e i fati
ah pria di me, se l'ire vostre io basto
tutte a placar, il pronto morir sia,
la vittima [2]
dell'infelice Antonio il rio destino
dove mai, ma che vedo, ecco s'avanza
Cleopatra, turbata.
note d'Alfieri [1] verso brevino
[2] verso abortivo

SCENA SECONDA Cleopatra, Photino, Lachesi

CLEOPATRA Amici ah se albergate ancor pietade,
nel vostro sen, se fidi non sdegnate,
voi ch'alle glorie mie parte già aveste,
esser a mie sciagure ancor compagni,
deh non v'incresca il gir per mare [3]
per monti, o piani, o selve meco in traccia
di chi più della vita ognor io preggio.
L'incauto piè dal vacillante trono
rimosse amor, il vincitor già veggio
alla foce approdar sull'orme audaci
d'un'ingiusta fortuna, a morte pria
amor mi meni che a scorno o ad onta ria. [4]
Questi, lo so, son d'infelice amante
non di altiera Regina, i sensi, e l'opre.
Forse m'han scelto i Dei per crudo esempio,
per far toccar alla più rozza gente
che talor chi li regge, indegno, ed empio
fanne, per vil passion, barbaro scempio.
PHOTINO Signora, il tuo patir, non che a pietade,
ma ad insania trarria uomini e fere,
e qual fra i poli adamantino core [5]
resisterebbe a' tuoi aspri lamenti, [6]
il fallo emendi, in confessarlo, e forse
tu se' la prima fralli Ré superbi,
che pieghi alla ragion l'altera fronte,
alla ragione a' vostri par ignota
o non dalla forza ancor distinta:
sozza non fu la lingua mia giammai
dal basso stil d'adulatori iniqui, [7]
il ver ti dissi ognor, Regina, il sai,
e tel dirò finché di vita il filo
lasso, terrammi al tuo destino avvinto
cieco amor, vana gloria, al fin t'han spinto
a duro passo, e non si torce il piede,
altro scampo Photino oggi non vede
fuorché nel braccio e nell'ardir d'Antonio,
di lui si cerchi, a rintracciarlo volo
non men di lui parmi superbo, e fiero
ma assai più ingiusto il fortunato Ottavio,
ah se l'aspre querele, e i torti espressi
sotto cui giace afflitta umanitade,
se vi son noti in ciel, saria pietade
il fulminar color che ingiusti e rei
vonno quaggiù raffigurarvi, o dei. (Parte) [8]
Note d'Alfieri
[3] o terra: rimasto nella penna
[4] Verso lunghetto. Un dotto lo intitolerebbe Upercatatectico
[5] Nota quel fra i poli, che è squisita espressione
[6] Almeno il punto interrogativo ci fosse stato
[7] Lo scrittore era nemico giurato del punto fermo
[8] Qui le informi reminiscenze del Metastasio traevano l'autore a rimare senza avvedersene

  SCENA TERZA Cleopatra, e Lachesi

LACHESI O veridico amico, o raro dono
del ciel co' Regi di tal dono avari. [9]
CLEOPATRA Veri, ma inutil foran i tuoi detti
se più d'Antonio il braccio invitto a lato
non veglia in cura della gloria mia, [10]
disperata che fo? dove m'aggiro?
A infame laccio, a servil catena,
tenderò, dunque umile e supplicante
e collo e braccia, al vincitore altiero?,
Questi che già di sì bel nodo avvinti,
nodo fatal, [11] funesto amor! che pria
tua serva femmi, e poi di tirannia.
LACHESI Signora, ancor della nemica Corte
tentati ancor non hai li guadi estremi
forse, chi sà, s'alle nemiche turbe
avesse la Fortuna volto il dorso,
se Antonio coi guerrier fidi ed audaci,
rientrando in sé, dalle lor mani inique,
non strappò la vittoria
CLEOPATRA                                    Ah nò che fido
solo all'amor, più non curò d'onore:
l'incauta fuga mia tutto perdette,
sol sconsigliata io fui, sola infelice,
almeno del Ciel placar potessi io l'ira
ma se a pubblico scorno ei mi riserva,
saprò con mano generosa, e forte
forse smentire i suoi decreti ingiusti:
non creder già, che sol d'amante il core
alberghi in sen, ch'ancor quel di Regina
nobile, e grande ad alto fin m'invita,
l'infamia ai vil, morte all'ardir si aspetta,
dubbia non è fra questi due la scielta,
ma almen, potessi, ancor di Marco, [12]
dimmi, nol rivedrò? per lui rovino,
lassa, morir senza di lui degg'io?
note d'Alfieri
[9] È venuto scritto avari invece di avaro
[10] Sia maledetto, se mai un punto fermo ci casca
[11] Nascea quest'autore con una predilezione smaniosa per le virgole
[12] Rimaste due sillabe nella penna, pel troppo delirante affetto

E su questo bell'andare proseguiva questo bel dramma, finché vi fu carta: e pervenne sino a metà della prima scena dell'atto terzo, dove o cessasse la cagione che facea scriver l'autore, o non gli venisse più altro in penna, rimase per allora arrenata la di lui debil barchetta, troppo anche mal allestita e scema d'ogni carico, perch'ella potesse neppur naufragare.
E parmi che i versi fin qui ricopiati sian anche troppi, per dare un saggio non dubbio del saper fare dell'autore nel gennaio dell'anno 1774.

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APPENDICE SECONDA
(cap. XV, p. 176)

PRIMO SONETTO

Ho vinto alfin, sì non m'inganno, ho vinto:
spenta è la fiamma, che vorace ardeva
questo mio cuor da indegni lacci avvinto
i cui moti l'amor cieco reggeva.

Prima d'amarti, o Donna, io ben sapeva
ch'era iniquo tal foco, e tal respinto
l'ho mille fiate, e mille Amor vinceva
sì che vivo non era, e non estinto.

Il lungo duol, e gli affannosi pianti,
li aspri tormenti, e i crudei dubbi amari
"onde s'intesse il viver degli amanti"

fisso con occhi non di pianto avari.
Stolto, che dissi? è la virtù fra' tanti
sogni, la sola i cui pensier sian cari.

Lettera del Padre Paciaudi

Mio Stimat.mo ed Amat.mo S.r Conte.

Messer Francesco s'accese d'amor per Monna Laura, e poi si disinnamorò, e cantò i suoi pentimenti. Tornò ad imbertonarsi della sua Diva, e finì i suoi giorni amandola non già filosoficamente, ma come tutti gli uomini hann'usato. Ella, mio gentit.mo Sig. Conte, si è dato a poetare: non vorrei che imitasse quel padre de' rimatori italiani in questa amorosa faccenda. Se l'uscir dai ceppi è stato forza di virtù, com'ella scrive, conviene sperare che non andrà ad incepparsi altra volta. Comunque sia per avvenire, il Sonetto è buono, sentenzioso, vibrato, e corretto bastamente. Io auguro bene per lei nella carriera poetica, e pel nostro Parnasso Piemontese, che abbisogna tanto di chi si levi un poco su la turba volgare.
Le rimando l'eminentissima Cleopatra [1], che veramente non è che infima cosa. Tutte le osservazioni ch'ella vi ha aggiunte a mano, sono sensatissime, e vere. Vi unisco i due volumi di Plutarco, e s'ella resta in casa, verrò io stesso a star seco a desco per ricrearmi colla sua dolce società. Sono colla più ferma stima ed osservanza suo ec. Nota manus.
L'ultimo di Gennaio 1775.

nota di Alfieri
[1] La Cleopatra di cui qui fa menzione, è quella del cardinale Delfino, che il Padre Paciaudi mi avea consigliato di leggere

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APPENDICE TERZA
(cap. XV)

COLASCIONATA PRIMA
sendo mascherato da Poeta sudicio.

 

Le vicende d'amor strane, ed amare
colla cetra m'appresto a voi cantare;
non vi spiacciale udir dal labro mio
che sincero dirolle affè d'Iddio.
Voi le provaste tutti, o le sentite,
onde se v'ingannassi, mi smentite.

Sventurato è colui ch'ama davvero:
sol felice in amor è il menzognero.
Ingannato è colui che non inganna,
e le frodi donnesche ei si tracanna.

Amor non è che un fanciullesco giuoco,
chi l'apprezza di più, quant'è da poco!
Eppur, miseri noi, la quiete, e pace
c'invola spesso il traditor rapace.

Pria che d'amar, paiono dolci i lacci,
così creder ti fan con finti abbracci.
Cresce dappoi delle catene il peso
a misura che il sciocco resta acceso.
E quando egli è ben bene innamorato,
che dura è la catena ha già scordato:
o se la sente ancor, la scuote invano,
ch'allacciata le vien da accorta mano.

L'innamorato stolto, un uom si crede,
e ch'un uom non è più già non s'avvede.
Delirando sen va sera, e mattina
e da lui la raggion fugge tapina.
Ogni giorno scemando il suo cervello,
già non discerne più, né il buon, né il bello,
va gli amici fuggendo, e ancor se stesso
fugge, per non sentir l'error commesso.
Né l'ardisce emendar, piange, sospira,
contro il perfido amor, stolto, si adira.

La donna, ch'altro vuol ch'aspri lamenti,
con rimproveri accresce i rei tormenti:
e nel fiero contrasto ognor più sciocco
l'innamorato sta, come un alocco.
Legge in viso ad ognun la sua sentenza,
e si rode il suo fren con gran pazienza,
la pazienza, virtù denominata,
ma specialmente all'asino accordata.
L'innamorato almen sembrasse in tutto
al lascivo animal, immondo, e brutto.

Spesso lo muove poi fredda pazzia,
quella nera passion di gelosia.
Non sarebbe geloso, o il fora invano,
se palpasse la fronte con la mano.
Anime de' mariti a me insegnate
per non esser gelose, eh come fate?
Ho capito, di già stufi ne siete,
né sempre invan recalcitrar volete.
Il coniugale amor vien presto a noia,
e nel letto sponsal forza è che muoia,
e stuffarsi pur denno anco gli amanti
di gettare per donna all'aure i pianti.

In somma:

l'innamorato fà trista figura,
quando di farla buona ei s'assicura.
Ognun ride di lui, e n'ha ragione,
l'innamorato sempre è un gran beccone.

Io finisco col dirvi, amici cari,
voi ch'inghiottite ancor boccon sì amari,
di spicciarvi al più presto che possiate
delle donne che vosco strascinate.

Io già rider vi ho fatto, e rido adesso
delle donne, di voi, e di me stesso.

 

COLASCIONATA SECONDA,
sendo mascherato da Apollo.

 

Cortesi donne, amati cavalieri,
cui non spiacque ascoltar la rauca cetra
di sporchissimo vate, il qual nell'etra
percosse sol, con li suoi detti veri;

voi attendete già dal blando aspetto
ch'io ne venga a smentir quel vil cencioso
ch'ai sciapiti amator fu sì noioso:
no, diverso pensier racchiudo in petto.
Io, ch'Apolline son; ma voi ridete?
E si lieve menzogna or vi stupisce?
Quando parla di sé ciascun mentisce,
e ciò spesso v'accade, e non ridete.

Io, ch'Apolline son, cantar disdegno
con stucchevoli carmi il rancio amore:
da più strano pensier, più grand'onore
conseguir ne vorrei, se ne son degno.

Io m'accingo a cantar della sciocchezza:
quest'è un vago soggetto, e non cantato
benché spesso dai vati adoperato:
or sentite di lui l'alta bellezza.

Io comincio da voi, donne, e vi chieggio,
se non fossero sciocchi, i dolci sposi:
come fareste poi cogli amorosi?
Ecco che già fra voi sciocchezza è in preggio.

E dirovvi di più, se un scimunito
non scorgeste in chi v'ama al sol parlare,
impazzireste già, per non sfogare
quello di civettar dolce prurito.

Oh quanto giubilate, voi zitelle,
se vi trovate aver le madri sciocche!
La scuola fate lì di filastrocche,
che c'infilzate poi, leggiadre e belle.

Dunque, o donne, negar non mi saprete
che la nostra sciocchezza vi fa liete.

Passo agli uomini adesso, e ben distinti
in moltissime schiere li ravviso.
Oh quanta gioia appar dei figli in viso,
ch'aver stolidi i padri son convinti!

I lor vizi sen vanno nascondendo.
E se avvien ch'un molesto creditore
stufo di passeggiar mova rumore
il buon vecchietto allor paga ridendo.

Ed all'incontro poi li padri avari
quanto godon d'aver figliuoli stolti,
è ver che di questi non son molti,
che lor chíedan consigli e non danari.

Da chi poi la stoltezza è più ch'amata,
la cetra oscuramente quì li addita,
sono que' meschinelli, a cui la vita
la dabenaggin nostra ha già donata.

Che diremo de' brutti bacchettoni:
percotendosi il petto, e lagrimuccie
costor spargon fra gonzi; alle donnuccie
di soppiatto facendo certi occhioni.

E voi ricchi, ed ignari alti Signori
alla volgar stupidità dovete
di comparire ognor quel che non siete.
Via ergetele un tempio, e ognun l'adori.

Voi altri Zerbinotti casca-morti,
che nella testa, neppur testa avete,
altro che freddi semi non chiudete,
se non vi fosser stolti, siete morti.

Voi famelici autori, e che fareste?
E se non fosse il volgo ignaro, e stolto
vi si vedria la fame pinta in volto,
chi sa, d'inanizion forse morreste.

Voi d'ogni autor peggiori, che spiate
le faccende d'ognuno, e poi le dite,
ed a chi non le cura le ridite,
della stoltezza voi, quasi abusate.

Voi che inimici al ver, già posto in bando
crudamente l'avete, a chi direste
le sciapite bugiuzze, tacereste
se i stolti non le stessero ascoltando.

Le velenose lingue, e non acute
che di mordere han voglia, e mal lo fanno
cangieriano mestier, se il barbagianno
non le trovasse poi pronte ed argute.

Insomma canterei tre giorni interi,
né del ricco soggetto la bellezza,
né degli ornati suoi la vaga ampiezza
io descriver saprei: voglionvi Omeri.

In due versi però composti a stento
spiegherovvi il fallace mio pensiero.
Dico, e ho inteso a dir che il mondo intiero
da stolidezza è retto a suo talento.

E voi che qui l'orecchie spalancate
per burlarvi di me, Censor severi,
e in vestigar miei carmi falsi e veri,
se lo stolto non fossi, allor che fate?

Ma tu cetra cantasti già di tanti,
e chi strider ti fa vuol tralasciare,
no che sarebbe ingiusto, hai da cantare;
per la soddisfazion di tutti quanti.

Dirò dunque di me, per mia disgrazia
che senza la stoltezza avrei tacciuto,
e forse molto meglio avria valsuto,
per conservar di voi la buona grazia,

O né poeti innata impertinenza!
Biasimare mi vuò, m'innalzo al cielo,
eppur se penso a me io sudo e gelo
ed abusando vò della pazienza.

Lascio giudici voi: sassi gettate
s'un Poeta vi paio da sassate

Io confesso pian pian, che vado altero
d'avervi detto scioccamente il vero.

 

COLASCIONATA TERZA

 

Apolline già stufo di vagare,
né sapendo che far, s'infinge adesso
che l'ha pregato alcun di ricantare;

ma questo non è ver, se l'ha sognato.
Chi conosce i Poeti ha già capito
ch'Apolline vuol esser corbellato.

M'accingerò de' vizi a voi cantare.
No, che reggono il mondo, e a me potrebbe
da ciò, biasimo e lutto ridondare.

Della virtude adunque: è contrabbando,
e tanti gli han imposta la gabella,
che quasi non si trova anche pagando.

Dirò della bellezza delle donne?
Ah quanto dicon più quei dolci sguardi
che additan che son Angeli fra gonne.

Canterò della vita ogni vicenda,
ma se la vita è un sogno molto breve,
le vicende d'un sogno, e chi le intende?

Dé ricchi canterei se avessi fronte
come l'hanno i poeti tutti quanti,
e poi già tai menzogne a voi son conte.

Dirovvi della morte; oh quanto è trista
non ne vorreste udir neppur parola,
ma nel pensarci mai, nulla s'acquista.

Dirò di quest'alloro qualcosetta
il qual cingemi il crin modestamente.
Zitto, ch'io mel donai, lo strappo in fretta.

Farovvi di miseria un quadro bello.
È ver che non è vizio eppur si fugge,
né se ne parla mai: dov'ho il cervello?

Della felicitade, oh bel soggetto:
la va cercando ognun, chi l'ha trovata
di grazia me lo dica, ch'io l'aspetto.

Tema più bello ancor: volete udirlo?
quest'è la vanità: ma non lo canto
potrei parlar di me senza sentirlo.

Dirò che sono un pazzo, e ben m'avvedo
che lo dite voi tutti anche tacendo.
Finisco, per non dir, ch'anch'io lo credo.

 

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APPENDICE QUARTA
(cap. XV)

CLEOPATRA SECONDA

SCENA PRIMA Diomede, Lamia

DIOMEDE E fia pur ver', che neghittosi, e vili
traggon gli Egizi, in ozio imbelle, i giorni
allor che i scorni replicati, e l'onte
dovrian destar l'alme a vendetta, e all'ire?
Cleopatra, d'amor ebra, e d'orgoglio
del suo regno l'onor, cieca, non cura,
o se pure l'apprezza, incauta, giace
di rea fiducia in seno, e forse, ignora
ch'a lieve fil, stà il suo destino appeso.
M'affanna il duolo, a sì funesto aspetto,
e benché avvezzo all'empia corte iniqua,
più cittadin, che servo, oggi compiango
le pubbliche sciagure. Un finto nome
quel di patria non è, che in cuor ben nato
arde, ed avvampa, qual divino fuoco,
ed invano i tiranni, un tanto amore
taccian' di reo delitto: al falso grido
s'oppon natura, e dice, ch'è virtude.
LAMIA Di Diomede son questi i sensi audaci.
Ti diede il Ciel, forse per tua sventura
un'alma forte, generosa, e fiera;
inutil dono a chi fra corti è nato.
Poiché, dei Regi rispettando i falli
spesso adorar li deve: intanto i lumi
volgi men fieri, a mesta donna, inerme;
mira Cleopatra, impietosisci, e in pianto
scioglier ti vedo allor, gli amari detti.
In pianto sì, né rifiutar lo puote
a sì fatte miserie un'alma grande:
e rivendica ognor l'umanitade
gli antichi suoi sacri diritti, e augusti;
son gli infelici di pietà ben degni,
ancor che rei.
DIOMEDE                       Da me l'abbiano tutta;
ma quando sol desta pietà, chi impera,
si piange l'uom, ma si disprezza il Rege.
Avvilita in Egitto è da molti anni
la maestà dei trono ec. cc.

E basti di questa Seconda, per dimostrare che forse era peggio della Prima.

Lettera del Padre Paciaudi

Pregiat.mo mio Sig. Conte.
Le rimando il suo originale in cui ho scritte le mie sincere ed amichevoli osservazioni. Parlando in generale io mi sono compiaciuto dei primi tratti della Tragedia. Spicca l'ingegno, l'immaginazione feconda, e il giudizio nella condotta. Ma con eguale schiettezza le dirò, che non sono contento della poesia. I versi sono mal torniti, e non hanno il giro italiano. Vi sono infinite voci, che non son buone, e sempre la ortografia è mancante, e viziosa. Condoni alla mia natural ingenuità, e all'interesse, che prendo a ciò che la risguarda, il presente avviso. Bisogna saper bene la lingua in cui si vuole scrivere. Perché non tiene ella sul tavolino la Ortografia Italiana, picciol volume in ottavo? Perché non legge prima gli Avvertimenti Gramaticali, che vanno aggiunti? Intanto ella osserverà dalle mie molte postille, ch'io non ho voluto risparmiarle il tedio delle emendazioni Gramaticali. Sono in Lingua severo, scrupoloso, forse indiscreto. Ma questa volta il sono stato di più, perché la proprietà della lingua è la sola cosa che manchi al di lei lavoro. Vi sono de' pensieri grandi, degli affetti ben maneggiati, de' caratteri nobilmente sostenuti. Prosiegua con coraggio, chè difficile trovare chi scrivendo la prima volta cose tragiche vi sia meglio riuscito. Me ne congratulo seco nell'atto di rassegnarmi
tutto suo.

N.B. Come segnalato dal Fassò, nella sua edizione astense della Vita, questa lettera è di fatto un falso, essendo il risultato di una contaminazione operata dall'Alfieri su due diverse lettere del Paciaudi (una delle quali qui riprodotta nell'Appendice seconda). ndr

* * * * *

Riportiamo la stessa lettera nell'edizione curata dal Camerini, tenendo presente che è leggermente diversa:

LETTERA. DEL PADRE PACIAUDI.

Pregiatis. mio sig. Conte.

Non le rendo ancora íl suo originale, perchè qualche incomoduccio mi ha impedito di scrivere le mie sincere ed amichevoli osservazioni. Parlando in generale io mi sono conipiaciuto dei primi tratti della Tragedia. Spicca l'ingegno, l'immaginazione feconda, e il giudizio nella condotta. Ma con uguale schiettezza le dirò, che non sono contento della poesia. I versi sono molte volte mal torniti, e non hanno il giro italiano. Vi sono infinite voci, che non son buone, e sempre la ortografia è mancante e viziosa. Condoni alla mia natural ingenuità, e all’interesse, che prendo a ciò che la risguarda, questo avviso. Bisogna saper bene la lingua in cui si vuole scrivere. Perchè non tiene ella sul tavolino la Ortografia Italiana, picciol volume in ottavo? Perchè non legge prima gli Avvertimenti Gramaticali, che vanno aggiunti? Spero di restituirle prima di sabato il suo manoscritto: intanto le invio il Teatro Italiano raccolto dal marchese Maffei, libro piuttosto raro che ho fortunatamente trovato per sei lire dal libraio romano. Parmi necessario ch'ella legga que' primi autori stimati dal nostro teatro per facilità di una corretta versificazione. Vi troverà una Cleopatra del card. Delfino autore di più tragedie. Se la rimembranza non m'inganna altri ha posto sulle scene quest'istesso soggetto: ma non posso sull'istante accennarle chi sia, non avendo potuto rinvenire il libro italiano del Riccoboni tessente il catalogo di tutte le nostre cose teatrali. Torna bene osservare chi ha scritto prima di noi in un argomento medesimo per conoscerne le bellezze, come gli sbagli. Mi serbi la sua grazia che pregio assaissimo e consenta che io usurpi l’onorevol titolo di suo, ec. [a].

[a] Questa lettera un poco differente da quella pubblicata dall'Alfieri, fu tolta dall'autografo (Ms. n.o 13). Abbiamo un'altra letterina dello stesso Paciaudi che l’Alfieri, stampando, rimpastò colla prima. Eccola:

"Chiedo benigno compatimento al mio veneratissimo ed amatissimo signor conte della tardanza in eseguirne il comando. Ma lo imploro maggiormente per la noiosa serie delle emendazioni grammaticali. Sono in lingua severo, scrupoloso, forse indiscreto; ma questa volta il sono stato di più, perchè la proprietá della lingua è la sola cosa che manchi al di lei lavoro. Vi sono de' pensieri grandi, degli affetti ben maneggiati, de' caratteri nobilmente sostenuti. Prosiegua con coraggio, ch'è difficile trovare chi scrivendo la. prima volta cose tragiche vi sia meglio riuscito. Me ne congratulo seco nell'atto di segnarmi
tutto suo. "

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APPENDICE QUINTA
(cap. XV)

CLEOPATRA TERZA
quale fu recitata nel Teatro Carignano

Atto primo

SCENA PRIMA Cleopatra, Ismene

CLEOPATRA Che farò?... Giusti Dei... Scampo non veggo
ad isfuggire il precipizio orrendo.
Ogni stato, benché meschino e vile,
mi raffiguro in mente; ogni periglio
stolta ravviso, e niun, fra tanti, ardisco
affrontare, o fuggir, dubbi crudeli
squarcianmi il petto, e non mi fan morire,
né mi lasciano pur riposo, e vita.
Raccapriccio d'orror; l'onore, il regno
prezzo non son d'un tradimento atroce;
ambo mi par di aver perduti; e Antonio,
Antonio, sì, vedo talor frall'ombre
gridar vendetta, e strascinarmi seco.
Tanto dunque, o rimorsi, è il poter vostro?
ISMENE Se hai pietà di te stessa, i moti affrena
d'un disperato cuor; d'altro non temi,
che non più riveder quel fido amante?
Ma ignori ancor, se vincitore, o vinto,
se viva, o no...
CLEOPATRA                         E s'ei vivesse ancora,
con qual fronte, in qual modo, a lui davanti
presentarmi potrò, se l'ho tradito?
Della virtù qual è forza ignota,
se un reo neppur può tollerarne i guardi?
ISMENE No, Regina, non è sì reo quel core,
che sente ancor rimorsi...
CLEOPATRA                                       Ah! sì, li sento:
e notte, e dì, e accompagnata, e sola,
sieguonmi ovunque, e il lor funesto aspetto
non mi lascia di pace un sol momento
Eppur, gridano invan; nell'alma mia
servir dovranno a più feroci affetti;
né scorgi tu questo mio cuor qual sia.
Mille rivolgo altri pensieri in mente,
ma il crudel dubbio, d'ogni mal peggiore,
vietami ognor la necessaria scelta.
ISMENE [1] Cleopatra, perché prima sciogliesti
l'Egize vele all'aura, allor che d'Azio
n'ingombravano il mar le navi amiche?
E allor che il Mondo, alla gran lite intento,
pendea per darsi al vincitore in preda,
chi mai t'indusse a così incauta fuga?
CLEOPATRA Amor non è, che m'avvelena i giorni;
mossemi ognor l'ambizion d'impero.
Tutte tentai, e niuna in van, le vie,
che all'alto fin trar mi dovean gloriosa:
ogni passione in me soggiacque a quella,
ed alla mia passion le altrui serviro.
Cesare il primo, il crin mi cinse altero
del gran diadema: e non al solo Egitto
leggi dettai, che quanta Terra oppressa
avea già Roma, e il vincitor di lei,
vidi talora ai cenni miei soggetta.
Era il mio cor d'alta corona il prezzo,
né l'ebbe alcun, fuorché reggesse il Mondo.
Un trono, a cui da sì gran tempo avea
la virtude, l'onor, la fè, donata,
non lo volli affidare al dubbio evento,
e alla sorte inegual dell'armi infide…
serbar lo volli: e lo perdei fuggendo;...
vacilla il piè su questo inerme soglio;
e a disarmare il vincitor nemico,
altro più non mi resta che il mio pianto...
tardi m'affliggo, e non cancella il pianto
un tanto error, anzi lo fa più vile.
ISMENE Regina, il tuo dolor desta pietade
in ogni cor, ma la pietade è vana.
Rientra in te, riasciuga il pianto, e mira
con più intrepido ciglio ogni sventura;
né soggiacer: ch'alma regale è forza
si mostri ognor de' mali suoi maggiore.
I mezzi adopra che parran più pronti
alla salute, od al riparo almeno
del tuo regno.
CLEOPATRA                        Mezzi non vedo, ignoto [2]
della gran pugna essendo ancor l'evento:
né error novello, ai già commessi errori
aggiunger sò, finché mi sia palese.
D'Azzio lasciai l'instabil mar coperto,
di navi, e d'armi, e d'aguerrita gente,
sì che l'onda in quel di vermiglia, e tinta
di sangue fu, di Roma a danno ed onta.
Era lo stuol più numeroso, e forte,
quel ch'Antonio reggea, e le sue navi,
ergendo in mar i minaccievol rostri,
parean schernir coll'ampia mole i legni
piccioli, e frali del nemico altero;
sì, questo è ver; ma avea la Sorte,
e i Numi da gran tempo per lui Augusto amici;
e chi amici non gli ha, gli sfida invano.
Or che d'Antonio la fortuna è stanca,
or che d'Augusto mal conosco i sensi,
or che, tremante, inutil voti io formo,
né so per chi, della futura sorte
fra i dubbi orror, solo smaniando e in preda
a un mortal dolor, che più sperare
mi lice omai? tutto nel cuor mi addita,
che vinta son, che non si scampa a morte,
e a morte infame.
ISMENE                             Non è tempo ancora
di disperare appien del tuo destino.
Chi può saper, s'alle nemiche turbe
non avrà volto la fortuna il tergo;
ovver se Augusto vincitor pietoso
a te non renderà quanto ti diero
un dì, Cesare, e Antonio.
CLEOPATRA Il cor nutrirmi
potrò di speme, allor che ben distinti
ravviserò dal vincitore il vinto;
ma in fin che ondeggia infra i rivai la sorte
trapasserò miei dì mesti e penosi,
in vano pianto; e di dolor non solo
io piangerò, ma ancor di sdegno, e d'onta.
Ma Diomede s'appressa, il cuor mi palpita.
Note di Alfieri
[1] Codeste interrogazioni d'Ismene, più assai proprie di un giudice fiscale, che non di una dipendente amica, mi hanno pur rallegrato un pochino, e sollevatami col riso la noia di questa copiatura.
[2] Anco un verso falso di accenti, e da non potersi strascinare con sei par di buoi, mi toccò di far recitare nella mia prima comparsa su le scene italiane.

SCENA SECONDA Diomede, Cleopatra, Ismene

CLEOPATRA Fedel Diomede, apportator di vita,
o di morte mi sei?... Che rintracciasti?
Si compì il mio destin?... parla -
DIOMEDE                                                 Regina,
i cenni tuoi ad adempir n'andava,
quando scendendo alla marina in riva
vidi affollar l'insana plebe al porto,
confuse grida udii, s'eran di pianto,
di gioia, o di stupor, nulla indagando,
v'andai io stesso, e la cagion funesta
di tal romor, purtroppo a me fu nota.
Poche sdruscite, e fuggitive navi,
miseri avanzi dell'audaci squadre,
eran l'oggetto de' perversi gridi
del basso volgo, che schernisce ognora
quei, che non teme.
CLEOPATRA E in esse eravi Antonio?
DIOMEDE Canidio, Duce alla fuggiasca gente
credea trovarlo, cc. ec.

E su questo andare proseguiva tutta intera, piuttosto lunghetta, essendo di versi 1641. Numero al quale poi non sono quasi mai più arrivato nelle susseguenti tragedie che ho scritte sino in venti, allorché forse mi trovava poi aver qualcosa più da dire. Tanto vagliono per l'esser breve i mezzi del poter dire in un modo piuttosto che in un altro.

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APPENDICE SESTA
(cap. XV)

Lettera del Conte Agostino Tana

Aristarco all'autore.

Voi m'avete scelto per lo vostro Aristarco, io contraccambio l'onore che m'avete fatto, col non ricusarlo. Preparatevi dunque alla più severa inesorabil censura; e quale pochi hanno il coraggio di farla, pochissimi di soffrirla. Io sarò fra i pochi, e voi fra i pochissimi annoverato. La Plebe letteraria, lusinghiera, mendace, e tracotante, non è avvezza certamente a comportarsi in simil guisa: presenti, si lodano senza ritegno; lontani, si biasimano, e si tradiscono senza rossore. Tal cosa non potrà accadere giammai fra l'amico Censore, e l'autore di questa Tragedia.

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APPENDICE SETTIMA
(cap XV)

I POETI

Commedia in un atto
recitata nel Teatro stesso, dopo la Cleopatra

SCENA PRIMA Zeusippo, solo

ZEUSIPPO: Ah misero Zeusippo! e a che ti serve di esserti nell'accademia degli stupidi alteramente denominato, il Sofocléo, mentre si avvicina l'ora in cui ti sarà barbaramente discinto il coturno? io sudo e gelo nel pensare all'esito della mia povera tragedia. Ma che diavolo di capriccio fu questo, di voler balzar d'un salto in cima al Parnasso, e scrivere il poema il più difficile a ben eseguirsi, prima quasi d'aver finito d'imparare gli elementi grammaticali della toscana favella? ardir veramente Poetico. - Ma queste riflessioni bisognava farle avanti; ora son tarde, e ridicole. - Eppure non mi posso far animo, e tremo come se io avessi fatto una bricconeria: ma è meglio assai di farla, che di scrivere una cattiva tragedia. Non tutti i bricconi tremano; è vero poi, che né anche tutti i cattivi poeti. Zeusippo, segui tracotante le orme dei poetastri, e se spiacerà la tragedia, concludi ad esempio loro, che il Publico non ha gusto, non ha discernimento; che giudica per invidia; e che tu sei un eccellente poeta. - Muse, castissime, benché da tanti profanate; biondo Apollo, la di cui cetra è assai miglior della mia; orgoglioso Pegaso, che sì sovente inciampi quando sei carico dal soverchio peso d'un cattivo cavalcatore; tu che sì raramente spieghi per noi le tue ale per innalzarti a volo: tutti, tutti v'imploro in queste penosissime circostanze. Affascinate gli occhi e gli orecchi de' spettatori, sì che l'infelice Cleopatra appaia lor degna almeno di compassione. - Ma voi, barbare Deità, sorde vi mostrate: io vi abbandono, non fo più versi; siete troppo ingrate: dirò del male di voi, farò un madrigale; disonorerò tutta la vostra famiglia: tremate.

Apollo al par di me tristo, e meschino
dal cielo in bando, esule, e ramingo
ti festi pastorello, poverino,
in Tessaglia d'Admeto; e ognor solingo
non ne sapesti pur servare il gregge;
te l'involò Mercurio... te l'involò
Mercurio;... Te l'involò Mercurio...

diavolo, la rima in egge m'è mancata, e la non vuol venire. Va, che sei felice, Apollo; che se la rima veniva…

SCENA SECONDA Orfeo, Zeusippo

ORFEO: Amatissimo Zeusippo, che fai? mi par che tu sii turbato. Sempre nuovi pensieri, eh? componi componi...
ZEUSIPPO: Signore Orfeo straccione, la non mi corbelli. Io già ho rinunziato alla poesia; e stavo facendo qualche rime per vendicarmi d'Apollo; e poi finisco; non ne vo più sapere...
ORFEO: Farete male, male assai. E qual disgrazia v 'obbliga a rotolar dal Parnasso? La vostra tragedia credo avrà un ottimo successo. Ho visto moltissima gente affollarsi all'entrata: questo è buon segno. Io ci sarei andato pure, se mi aveste regalato il viglietto; ma ve ne siete scordato. Eppure vi avrei potuto giovar molto, col battere delle mani a proposito, coll'esclamare con entusiasmo: Oh che bella parlata! Che scena! Che sentimenti! Siccome ho ancor io (non fo per dire) un qualche grido nella letteraria repubblica, quei pochi sciocchi che mi avrebbero circondato avrebbero anch'essi caldamente applaudito; e forse, forse...
ZEUSIPPO: No, caro Orfeo; questi son mezzi troppo vili; e, dovendovi regalare, amico, non vi darei un viglietto d'ingresso; non avete bisogno di pascervi lo spirito; sono altre necessità più essenziali a noi poeti; e se fossi ricco, ricompenserei in altro modo la vostra sviscerata amicizia. Ma, credete', che pur troppo l'ingegno non fá fortuna; e nel vederci accoppiati, chiunque ci prenderebbe per la Discordia e l'Invidia, quali si dipingono dai poeti e pittori. Ah duro mestiere in vero è quello, che noi pratichiamo. Come fate voi, Orfeo, per avere una faccia così allegra e gioiosa? Credo che né il Tasso, né il Petrarca, né alcun altro fra i più celebri poeti d'Italia, avessero mai un viso, un portamento così altero, e così contento di sé medesimo. Io all'incontro poi, pallido, smunto, macilento, ed egro, porto scritti in fronte tutti i più funesti attributi della poesia infelice.
ORFEO: Questo a voi stà benissimo. Così dev'essere il poeta tragico; sempre pensieroso, guardar bieco, trattar la fame eroicamente; lodar poco, o di nascosto: domandar mercede nelle dedicatorie; scegliere i più alti signori per indirizzarli i suoi componimenti, sì perché meno degl'altri gli intendono, sì perché più d'ogni altro si mostrano generosi. Io all'incontro, devo aver faccia di Lirico, e questa dev'essere gioviale, allegra, ridente, sardonica, ma non pingue, perché non sarebbe poetica. Io con un sonetto mi rendo amico un innamorato sciapito che vuoi lodar la sua Diva, ma che disgraziatamente non ha imparato nei suoi primi anni a leggere. Io con un epitalamio m'invito destramente ad un convito di nozze, e colà poeticamente mi sfamo per parecchi giorni. Io con un madrigaletto, con un epigramma, che sò io, con altre simili bagatelle, mi vò procurando giorni felici, riputazion mediocre; e dal mio basso inalzo ridendo gli sguardi temerari sino alle più alte piume del cimiero de' tragici, e non li invidio.
ZEUSIPPO: Ah, non insultare così il coturno. Io, non volendo abbandonar la poesia, preferirei di gran lunga il morir di fame in compagnia de' miei attori al quint'atto di una mia mediocre tragedia, all'arricchirmi componendo madrigali e sonetti. - Ma qualcuno si appressa: io tremo di bel nuovo. Oh cielo! vien l'emulo Leone; egli ha un'aria soddisfatta; la Cleopatra non è piaciuta; io son perduto.

SCENA TERZA Leone, Zeusippo, Orfeo

LEONE: Amici, oh che felice incontro! Zeusippo, vi ho ascoltato con molto piacere: dovete trovarvi anche voi al teatro, avreste fatto sobissar la platea dagli applausi.
ZEUSIPPO: Via, signor Leone, voi mi dite troppo; non vi credo; e non ho ancora il viso bastantemente sciacquato da Ippocrene, per presentarmi al pubblico senza arrossire: credo sarei morto d'affanno, se io mi trovava alla rappresentazione.
LEONE: Eh, che rossore? questo non è color poetico; scacciate coteste fanciullesche imaginazioni. Componete, rappresentate voi stesso, seguite gl'impulsi del genio Febeo, e non arrossite mai.
ZEUSIPPO: Seguirò il consiglio, che voi mi predicate ancor più efficacemente con l'esempio, che colle vostre lusinghiere parole. Ma, alle corte; noi due ci corbelliamo l'un l'altro; siamo entrambi, poeti, tragici entrambi, entrambi forse cattivi: noi non ci possiamo amare, potressimo però giovarci vicendevolmente, se volessimo francamente parlare l'uno dei componimenti dell'altro; e ciò, con quella pietosa fratellevole discrezione, che sogliono aver fra di loro gli autori ec.

E basta: perché non ce n'entra più; e perché troppo ce n'è entrato fin qui.

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© 1999 - by prof. Giuseppe Bonghi
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Ultimo aggiornamento: 08 settembre, 2003