Vittorio Alfieri
La Vita scritta da esso
APPENDICI ALL'EPOCA TERZA
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CLEOPATRA PRIMA
Abbozzaccio
SCENA PRIMA Lachesi, Photino
| PHOTINO | Della mesta regina i strazi e l'onte chi nato è in riva al Nilo ormai non puote di più soffrir, alla vendetta pronte foran l'Egizie genti, ove il consiglio destar potesse un negghitoso core ché alla vendetta non pospone amore; |
| LACHESI | Sconzigliata a te par l'alma regina, son questi i sensi audaci e generosi del tuo superbo cuor, ma più pietosi gira ver ella i lumi, e allora in pianto forse sciogliendo i detti giusti e amari vedrai che pria fu donna e poi regina vedrai |
| PHOTINO | T'accheta, non fu doglia pari a quella che mi strugge, e mi consuma, de' Tolomei, l'illustre ceppo ha fine, con lor rovina il sventurato Egitto, benché di corte all'aura infida, nato nome non è per me finto, o sognato quel bel di patria nome, che nel petto, invan mi avvampa, qual divino fuoco; ma de' stati la sorte allor che pende da un sol, quell'un tutti infelici rende. |
| LACHESI | Inutili riflessi: ora fra' mali sol fia d'uopo il minor, possenti Dei, voi che de' miseri mortali [1] reggete colassù le vite, e i fati ah pria di me, se l'ire vostre io basto tutte a placar, il pronto morir sia, la vittima [2] dell'infelice Antonio il rio destino dove mai, ma che vedo, ecco s'avanza Cleopatra, turbata. |
| note d'Alfieri | [1] verso brevino [2] verso abortivo |
SCENA SECONDA Cleopatra, Photino, Lachesi
| CLEOPATRA | Amici ah se albergate ancor pietade, nel vostro sen, se fidi non sdegnate, voi ch'alle glorie mie parte già aveste, esser a mie sciagure ancor compagni, deh non v'incresca il gir per mare [3] per monti, o piani, o selve meco in traccia di chi più della vita ognor io preggio. L'incauto piè dal vacillante trono rimosse amor, il vincitor già veggio alla foce approdar sull'orme audaci d'un'ingiusta fortuna, a morte pria amor mi meni che a scorno o ad onta ria. [4] Questi, lo so, son d'infelice amante non di altiera Regina, i sensi, e l'opre. Forse m'han scelto i Dei per crudo esempio, per far toccar alla più rozza gente che talor chi li regge, indegno, ed empio fanne, per vil passion, barbaro scempio. |
| PHOTINO | Signora, il tuo patir, non che a pietade, ma ad insania trarria uomini e fere, e qual fra i poli adamantino core [5] resisterebbe a' tuoi aspri lamenti, [6] il fallo emendi, in confessarlo, e forse tu se' la prima fralli Ré superbi, che pieghi alla ragion l'altera fronte, alla ragione a' vostri par ignota o non dalla forza ancor distinta: sozza non fu la lingua mia giammai dal basso stil d'adulatori iniqui, [7] il ver ti dissi ognor, Regina, il sai, e tel dirò finché di vita il filo lasso, terrammi al tuo destino avvinto cieco amor, vana gloria, al fin t'han spinto a duro passo, e non si torce il piede, altro scampo Photino oggi non vede fuorché nel braccio e nell'ardir d'Antonio, di lui si cerchi, a rintracciarlo volo non men di lui parmi superbo, e fiero ma assai più ingiusto il fortunato Ottavio, ah se l'aspre querele, e i torti espressi sotto cui giace afflitta umanitade, se vi son noti in ciel, saria pietade il fulminar color che ingiusti e rei vonno quaggiù raffigurarvi, o dei. (Parte) [8] |
| Note d'Alfieri [3] o terra: rimasto nella penna [4] Verso lunghetto. Un dotto lo intitolerebbe Upercatatectico [5] Nota quel fra i poli, che è squisita espressione [6] Almeno il punto interrogativo ci fosse stato [7] Lo scrittore era nemico giurato del punto fermo [8] Qui le informi reminiscenze del Metastasio traevano l'autore a rimare senza avvedersene |
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SCENA TERZA Cleopatra, e Lachesi
| LACHESI | O veridico amico, o raro dono del ciel co' Regi di tal dono avari. [9] |
| CLEOPATRA | Veri, ma inutil foran i tuoi detti se più d'Antonio il braccio invitto a lato non veglia in cura della gloria mia, [10] disperata che fo? dove m'aggiro? A infame laccio, a servil catena, tenderò, dunque umile e supplicante e collo e braccia, al vincitore altiero?, Questi che già di sì bel nodo avvinti, nodo fatal, [11] funesto amor! che pria tua serva femmi, e poi di tirannia. |
| LACHESI | Signora, ancor della nemica Corte tentati ancor non hai li guadi estremi forse, chi sà, s'alle nemiche turbe avesse la Fortuna volto il dorso, se Antonio coi guerrier fidi ed audaci, rientrando in sé, dalle lor mani inique, non strappò la vittoria |
| CLEOPATRA |
Ah nò che fido solo all'amor, più non curò d'onore: l'incauta fuga mia tutto perdette, sol sconsigliata io fui, sola infelice, almeno del Ciel placar potessi io l'ira ma se a pubblico scorno ei mi riserva, saprò con mano generosa, e forte forse smentire i suoi decreti ingiusti: non creder già, che sol d'amante il core alberghi in sen, ch'ancor quel di Regina nobile, e grande ad alto fin m'invita, l'infamia ai vil, morte all'ardir si aspetta, dubbia non è fra questi due la scielta, ma almen, potessi, ancor di Marco, [12] dimmi, nol rivedrò? per lui rovino, lassa, morir senza di lui degg'io? |
| note d'Alfieri [9] È venuto scritto avari invece di avaro [10] Sia maledetto, se mai un punto fermo ci casca [11] Nascea quest'autore con una predilezione smaniosa per le virgole [12] Rimaste due sillabe nella penna, pel troppo delirante affetto |
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E su questo bell'andare proseguiva questo bel dramma, finché vi fu carta: e pervenne
sino a metà della prima scena dell'atto terzo, dove o cessasse la cagione che facea
scriver l'autore, o non gli venisse più altro in penna, rimase per allora arrenata la di
lui debil barchetta, troppo anche mal allestita e scema d'ogni carico, perch'ella potesse
neppur naufragare.
E parmi che i versi fin qui ricopiati sian anche troppi, per dare un saggio non dubbio del
saper fare dell'autore nel gennaio dell'anno 1774.
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APPENDICE SECONDA
(cap. XV, p. 176)
PRIMO SONETTO |
| Ho vinto alfin, sì non m'inganno, ho vinto: spenta è la fiamma, che vorace ardeva questo mio cuor da indegni lacci avvinto i cui moti l'amor cieco reggeva. Prima d'amarti, o Donna, io ben sapeva ch'era iniquo tal foco, e tal respinto l'ho mille fiate, e mille Amor vinceva sì che vivo non era, e non estinto. Il lungo duol, e gli affannosi pianti, li aspri tormenti, e i crudei dubbi amari "onde s'intesse il viver degli amanti" fisso con occhi non di pianto avari. Stolto, che dissi? è la virtù fra' tanti sogni, la sola i cui pensier sian cari. |
Lettera del Padre Paciaudi
Mio Stimat.mo ed Amat.mo S.r Conte.
Messer Francesco s'accese d'amor per Monna Laura, e poi si disinnamorò, e cantò i
suoi pentimenti. Tornò ad imbertonarsi della sua Diva, e finì i suoi giorni amandola non
già filosoficamente, ma come tutti gli uomini hann'usato. Ella, mio gentit.mo
Sig. Conte, si è dato a poetare: non vorrei che imitasse quel padre de' rimatori italiani
in questa amorosa faccenda. Se l'uscir dai ceppi è stato forza di virtù, com'ella
scrive, conviene sperare che non andrà ad incepparsi altra volta. Comunque sia per
avvenire, il Sonetto è buono, sentenzioso, vibrato, e corretto bastamente. Io auguro bene
per lei nella carriera poetica, e pel nostro Parnasso Piemontese, che abbisogna tanto di
chi si levi un poco su la turba volgare.
Le rimando l'eminentissima Cleopatra [1], che veramente non è che infima cosa. Tutte le
osservazioni ch'ella vi ha aggiunte a mano, sono sensatissime, e vere. Vi unisco i due
volumi di Plutarco, e s'ella resta in casa, verrò io stesso a star seco a desco per
ricrearmi colla sua dolce società. Sono colla più ferma stima ed osservanza suo ec. Nota
manus.
L'ultimo di Gennaio 1775.
nota di Alfieri
[1] La Cleopatra di cui qui fa menzione, è quella del cardinale Delfino, che il
Padre Paciaudi mi avea consigliato di leggere
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COLASCIONATA PRIMA |
| Le vicende d'amor strane, ed amare Sventurato è colui ch'ama davvero: Amor non è che un fanciullesco giuoco, Pria che d'amar, paiono dolci i lacci, L'innamorato stolto, un uom si crede, La donna, ch'altro vuol ch'aspri lamenti, Spesso lo muove poi fredda pazzia, In somma: l'innamorato fà trista figura, Io finisco col dirvi, amici cari, Io già rider vi ho fatto, e rido adesso |
COLASCIONATA SECONDA, |
| Cortesi donne, amati cavalieri, voi attendete già dal blando aspetto Io, ch'Apolline son, cantar disdegno Io m'accingo a cantar della sciocchezza: Io comincio da voi, donne, e vi chieggio, E dirovvi di più, se un scimunito Oh quanto giubilate, voi zitelle, Dunque, o donne, negar non mi saprete Passo agli uomini adesso, e ben distinti I lor vizi sen vanno nascondendo. Ed all'incontro poi li padri avari Da chi poi la stoltezza è più ch'amata, Che diremo de' brutti bacchettoni: E voi ricchi, ed ignari alti Signori Voi altri Zerbinotti casca-morti, Voi famelici autori, e che fareste? Voi d'ogni autor peggiori, che spiate Voi che inimici al ver, già posto in bando Le velenose lingue, e non acute Insomma canterei tre giorni interi, In due versi però composti a stento E voi che qui l'orecchie spalancate Ma tu cetra cantasti già di tanti, Dirò dunque di me, per mia disgrazia O né poeti innata impertinenza! Lascio giudici voi: sassi gettate Io confesso pian pian, che vado altero |
COLASCIONATA TERZA |
| Apolline già stufo di vagare, ma questo non è ver, se l'ha sognato. M'accingerò de' vizi a voi cantare. Della virtude adunque: è contrabbando, Dirò della bellezza delle donne? Canterò della vita ogni vicenda, Dé ricchi canterei se avessi fronte Dirovvi della morte; oh quanto è trista Dirò di quest'alloro qualcosetta Farovvi di miseria un quadro bello. Della felicitade, oh bel soggetto: Tema più bello ancor: volete udirlo? Dirò che sono un pazzo, e ben m'avvedo |
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CLEOPATRA SECONDA
SCENA PRIMA Diomede, Lamia
| DIOMEDE | E fia pur ver', che neghittosi, e vili traggon gli Egizi, in ozio imbelle, i giorni allor che i scorni replicati, e l'onte dovrian destar l'alme a vendetta, e all'ire? Cleopatra, d'amor ebra, e d'orgoglio del suo regno l'onor, cieca, non cura, o se pure l'apprezza, incauta, giace di rea fiducia in seno, e forse, ignora ch'a lieve fil, stà il suo destino appeso. M'affanna il duolo, a sì funesto aspetto, e benché avvezzo all'empia corte iniqua, più cittadin, che servo, oggi compiango le pubbliche sciagure. Un finto nome quel di patria non è, che in cuor ben nato arde, ed avvampa, qual divino fuoco, ed invano i tiranni, un tanto amore taccian' di reo delitto: al falso grido s'oppon natura, e dice, ch'è virtude. |
| LAMIA | Di Diomede son questi i sensi audaci. Ti diede il Ciel, forse per tua sventura un'alma forte, generosa, e fiera; inutil dono a chi fra corti è nato. Poiché, dei Regi rispettando i falli spesso adorar li deve: intanto i lumi volgi men fieri, a mesta donna, inerme; mira Cleopatra, impietosisci, e in pianto scioglier ti vedo allor, gli amari detti. In pianto sì, né rifiutar lo puote a sì fatte miserie un'alma grande: e rivendica ognor l'umanitade gli antichi suoi sacri diritti, e augusti; son gli infelici di pietà ben degni, ancor che rei. |
| DIOMEDE |
Da
me l'abbiano tutta; ma quando sol desta pietà, chi impera, si piange l'uom, ma si disprezza il Rege. Avvilita in Egitto è da molti anni la maestà dei trono ec. cc. |
E basti di questa Seconda, per dimostrare che forse era peggio della Prima.
Lettera del Padre Paciaudi
Pregiat.mo mio Sig. Conte.
Le rimando il suo originale in cui ho scritte le mie sincere ed amichevoli osservazioni.
Parlando in generale io mi sono compiaciuto dei primi tratti della Tragedia. Spicca
l'ingegno, l'immaginazione feconda, e il giudizio nella condotta. Ma con eguale
schiettezza le dirò, che non sono contento della poesia. I versi sono mal torniti, e non
hanno il giro italiano. Vi sono infinite voci, che non son buone, e sempre la ortografia
è mancante, e viziosa. Condoni alla mia natural ingenuità, e all'interesse, che prendo a
ciò che la risguarda, il presente avviso. Bisogna saper bene la lingua in cui si vuole
scrivere. Perché non tiene ella sul tavolino la Ortografia Italiana, picciol
volume in ottavo? Perché non legge prima gli Avvertimenti Gramaticali, che vanno
aggiunti? Intanto ella osserverà dalle mie molte postille, ch'io non ho voluto
risparmiarle il tedio delle emendazioni Gramaticali. Sono in Lingua severo,
scrupoloso, forse indiscreto. Ma questa volta il sono stato di più, perché la proprietà
della lingua è la sola cosa che manchi al di lei lavoro. Vi sono de' pensieri grandi,
degli affetti ben maneggiati, de' caratteri nobilmente sostenuti. Prosiegua con coraggio,
chè difficile trovare chi scrivendo la prima volta cose tragiche vi sia meglio riuscito.
Me ne congratulo seco nell'atto di rassegnarmi
tutto suo.
N.B. Come segnalato dal Fassò, nella sua edizione astense della Vita, questa lettera è di fatto un falso, essendo il risultato di una contaminazione operata dall'Alfieri su due diverse lettere del Paciaudi (una delle quali qui riprodotta nell'Appendice seconda). ndr
* * * * *
Riportiamo la stessa lettera nell'edizione curata dal Camerini, tenendo presente che è leggermente diversa:
LETTERA. DEL PADRE PACIAUDI.
Pregiatis. mio sig. Conte.
Non le rendo ancora íl suo originale, perchè qualche incomoduccio mi ha impedito di scrivere le mie sincere ed amichevoli osservazioni. Parlando in generale io mi sono conipiaciuto dei primi tratti della Tragedia. Spicca l'ingegno, l'immaginazione feconda, e il giudizio nella condotta. Ma con uguale schiettezza le dirò, che non sono contento della poesia. I versi sono molte volte mal torniti, e non hanno il giro italiano. Vi sono infinite voci, che non son buone, e sempre la ortografia è mancante e viziosa. Condoni alla mia natural ingenuità, e allinteresse, che prendo a ciò che la risguarda, questo avviso. Bisogna saper bene la lingua in cui si vuole scrivere. Perchè non tiene ella sul tavolino la Ortografia Italiana, picciol volume in ottavo? Perchè non legge prima gli Avvertimenti Gramaticali, che vanno aggiunti? Spero di restituirle prima di sabato il suo manoscritto: intanto le invio il Teatro Italiano raccolto dal marchese Maffei, libro piuttosto raro che ho fortunatamente trovato per sei lire dal libraio romano. Parmi necessario ch'ella legga que' primi autori stimati dal nostro teatro per facilità di una corretta versificazione. Vi troverà una Cleopatra del card. Delfino autore di più tragedie. Se la rimembranza non m'inganna altri ha posto sulle scene quest'istesso soggetto: ma non posso sull'istante accennarle chi sia, non avendo potuto rinvenire il libro italiano del Riccoboni tessente il catalogo di tutte le nostre cose teatrali. Torna bene osservare chi ha scritto prima di noi in un argomento medesimo per conoscerne le bellezze, come gli sbagli. Mi serbi la sua grazia che pregio assaissimo e consenta che io usurpi lonorevol titolo di suo, ec. [a].
[a] Questa lettera un poco differente da quella pubblicata dall'Alfieri, fu tolta dall'autografo (Ms. n.o 13). Abbiamo un'altra letterina dello stesso Paciaudi che lAlfieri, stampando, rimpastò colla prima. Eccola:
"Chiedo benigno compatimento al mio veneratissimo ed amatissimo signor conte della
tardanza in eseguirne il comando. Ma lo imploro maggiormente per la noiosa serie delle
emendazioni grammaticali. Sono in lingua severo, scrupoloso, forse indiscreto; ma questa
volta il sono stato di più, perchè la proprietá della lingua è la sola cosa che manchi
al di lei lavoro. Vi sono de' pensieri grandi, degli affetti ben maneggiati, de' caratteri
nobilmente sostenuti. Prosiegua con coraggio, ch'è difficile trovare chi scrivendo la.
prima volta cose tragiche vi sia meglio riuscito. Me ne congratulo seco nell'atto di
segnarmi
tutto suo. "
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CLEOPATRA TERZA
quale fu recitata nel Teatro Carignano
Atto primo
SCENA PRIMA Cleopatra, Ismene
| CLEOPATRA | Che farò?... Giusti Dei... Scampo non veggo ad isfuggire il precipizio orrendo. Ogni stato, benché meschino e vile, mi raffiguro in mente; ogni periglio stolta ravviso, e niun, fra tanti, ardisco affrontare, o fuggir, dubbi crudeli squarcianmi il petto, e non mi fan morire, né mi lasciano pur riposo, e vita. Raccapriccio d'orror; l'onore, il regno prezzo non son d'un tradimento atroce; ambo mi par di aver perduti; e Antonio, Antonio, sì, vedo talor frall'ombre gridar vendetta, e strascinarmi seco. Tanto dunque, o rimorsi, è il poter vostro? |
| ISMENE | Se hai pietà di te stessa, i moti affrena d'un disperato cuor; d'altro non temi, che non più riveder quel fido amante? Ma ignori ancor, se vincitore, o vinto, se viva, o no... |
| CLEOPATRA |
E
s'ei vivesse ancora, con qual fronte, in qual modo, a lui davanti presentarmi potrò, se l'ho tradito? Della virtù qual è forza ignota, se un reo neppur può tollerarne i guardi? |
| ISMENE | No, Regina, non è sì reo quel core, che sente ancor rimorsi... |
| CLEOPATRA |
Ah!
sì, li sento: e notte, e dì, e accompagnata, e sola, sieguonmi ovunque, e il lor funesto aspetto non mi lascia di pace un sol momento Eppur, gridano invan; nell'alma mia servir dovranno a più feroci affetti; né scorgi tu questo mio cuor qual sia. Mille rivolgo altri pensieri in mente, ma il crudel dubbio, d'ogni mal peggiore, vietami ognor la necessaria scelta. |
| ISMENE [1] | Cleopatra, perché prima sciogliesti l'Egize vele all'aura, allor che d'Azio n'ingombravano il mar le navi amiche? E allor che il Mondo, alla gran lite intento, pendea per darsi al vincitore in preda, chi mai t'indusse a così incauta fuga? |
| CLEOPATRA | Amor non è, che m'avvelena i giorni; mossemi ognor l'ambizion d'impero. Tutte tentai, e niuna in van, le vie, che all'alto fin trar mi dovean gloriosa: ogni passione in me soggiacque a quella, ed alla mia passion le altrui serviro. Cesare il primo, il crin mi cinse altero del gran diadema: e non al solo Egitto leggi dettai, che quanta Terra oppressa avea già Roma, e il vincitor di lei, vidi talora ai cenni miei soggetta. Era il mio cor d'alta corona il prezzo, né l'ebbe alcun, fuorché reggesse il Mondo. Un trono, a cui da sì gran tempo avea la virtude, l'onor, la fè, donata, non lo volli affidare al dubbio evento, e alla sorte inegual dell'armi infide serbar lo volli: e lo perdei fuggendo;... vacilla il piè su questo inerme soglio; e a disarmare il vincitor nemico, altro più non mi resta che il mio pianto... tardi m'affliggo, e non cancella il pianto un tanto error, anzi lo fa più vile. |
| ISMENE | Regina, il tuo dolor desta pietade in ogni cor, ma la pietade è vana. Rientra in te, riasciuga il pianto, e mira con più intrepido ciglio ogni sventura; né soggiacer: ch'alma regale è forza si mostri ognor de' mali suoi maggiore. I mezzi adopra che parran più pronti alla salute, od al riparo almeno del tuo regno. |
| CLEOPATRA |
Mezzi
non vedo, ignoto [2] della gran pugna essendo ancor l'evento: né error novello, ai già commessi errori aggiunger sò, finché mi sia palese. D'Azzio lasciai l'instabil mar coperto, di navi, e d'armi, e d'aguerrita gente, sì che l'onda in quel di vermiglia, e tinta di sangue fu, di Roma a danno ed onta. Era lo stuol più numeroso, e forte, quel ch'Antonio reggea, e le sue navi, ergendo in mar i minaccievol rostri, parean schernir coll'ampia mole i legni piccioli, e frali del nemico altero; sì, questo è ver; ma avea la Sorte, e i Numi da gran tempo per lui Augusto amici; e chi amici non gli ha, gli sfida invano. Or che d'Antonio la fortuna è stanca, or che d'Augusto mal conosco i sensi, or che, tremante, inutil voti io formo, né so per chi, della futura sorte fra i dubbi orror, solo smaniando e in preda a un mortal dolor, che più sperare mi lice omai? tutto nel cuor mi addita, che vinta son, che non si scampa a morte, e a morte infame. |
| ISMENE |
Non
è tempo ancora di disperare appien del tuo destino. Chi può saper, s'alle nemiche turbe non avrà volto la fortuna il tergo; ovver se Augusto vincitor pietoso a te non renderà quanto ti diero un dì, Cesare, e Antonio. |
| CLEOPATRA | Il cor nutrirmi potrò di speme, allor che ben distinti ravviserò dal vincitore il vinto; ma in fin che ondeggia infra i rivai la sorte trapasserò miei dì mesti e penosi, in vano pianto; e di dolor non solo io piangerò, ma ancor di sdegno, e d'onta. Ma Diomede s'appressa, il cuor mi palpita. |
| Note di Alfieri [1] Codeste interrogazioni d'Ismene, più assai proprie di un giudice fiscale, che non di una dipendente amica, mi hanno pur rallegrato un pochino, e sollevatami col riso la noia di questa copiatura. [2] Anco un verso falso di accenti, e da non potersi strascinare con sei par di buoi, mi toccò di far recitare nella mia prima comparsa su le scene italiane. |
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SCENA SECONDA Diomede, Cleopatra, Ismene
| CLEOPATRA | Fedel Diomede, apportator di vita, o di morte mi sei?... Che rintracciasti? Si compì il mio destin?... parla - |
| DIOMEDE |
Regina, i cenni tuoi ad adempir n'andava, quando scendendo alla marina in riva vidi affollar l'insana plebe al porto, confuse grida udii, s'eran di pianto, di gioia, o di stupor, nulla indagando, v'andai io stesso, e la cagion funesta di tal romor, purtroppo a me fu nota. Poche sdruscite, e fuggitive navi, miseri avanzi dell'audaci squadre, eran l'oggetto de' perversi gridi del basso volgo, che schernisce ognora quei, che non teme. |
| CLEOPATRA | E in esse eravi Antonio? |
| DIOMEDE | Canidio, Duce alla fuggiasca gente credea trovarlo, cc. ec. |
E su questo andare proseguiva tutta intera, piuttosto lunghetta, essendo di versi 1641. Numero al quale poi non sono quasi mai più arrivato nelle susseguenti tragedie che ho scritte sino in venti, allorché forse mi trovava poi aver qualcosa più da dire. Tanto vagliono per l'esser breve i mezzi del poter dire in un modo piuttosto che in un altro.
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Lettera del Conte Agostino Tana
Aristarco all'autore.
Voi m'avete scelto per lo vostro Aristarco, io contraccambio l'onore che m'avete fatto, col non ricusarlo. Preparatevi dunque alla più severa inesorabil censura; e quale pochi hanno il coraggio di farla, pochissimi di soffrirla. Io sarò fra i pochi, e voi fra i pochissimi annoverato. La Plebe letteraria, lusinghiera, mendace, e tracotante, non è avvezza certamente a comportarsi in simil guisa: presenti, si lodano senza ritegno; lontani, si biasimano, e si tradiscono senza rossore. Tal cosa non potrà accadere giammai fra l'amico Censore, e l'autore di questa Tragedia.
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I POETI
Commedia in un atto
recitata nel Teatro stesso, dopo la Cleopatra
SCENA PRIMA Zeusippo, solo
ZEUSIPPO: Ah misero Zeusippo! e a che ti serve di esserti nell'accademia degli stupidi alteramente denominato, il Sofocléo, mentre si avvicina l'ora in cui ti sarà barbaramente discinto il coturno? io sudo e gelo nel pensare all'esito della mia povera tragedia. Ma che diavolo di capriccio fu questo, di voler balzar d'un salto in cima al Parnasso, e scrivere il poema il più difficile a ben eseguirsi, prima quasi d'aver finito d'imparare gli elementi grammaticali della toscana favella? ardir veramente Poetico. - Ma queste riflessioni bisognava farle avanti; ora son tarde, e ridicole. - Eppure non mi posso far animo, e tremo come se io avessi fatto una bricconeria: ma è meglio assai di farla, che di scrivere una cattiva tragedia. Non tutti i bricconi tremano; è vero poi, che né anche tutti i cattivi poeti. Zeusippo, segui tracotante le orme dei poetastri, e se spiacerà la tragedia, concludi ad esempio loro, che il Publico non ha gusto, non ha discernimento; che giudica per invidia; e che tu sei un eccellente poeta. - Muse, castissime, benché da tanti profanate; biondo Apollo, la di cui cetra è assai miglior della mia; orgoglioso Pegaso, che sì sovente inciampi quando sei carico dal soverchio peso d'un cattivo cavalcatore; tu che sì raramente spieghi per noi le tue ale per innalzarti a volo: tutti, tutti v'imploro in queste penosissime circostanze. Affascinate gli occhi e gli orecchi de' spettatori, sì che l'infelice Cleopatra appaia lor degna almeno di compassione. - Ma voi, barbare Deità, sorde vi mostrate: io vi abbandono, non fo più versi; siete troppo ingrate: dirò del male di voi, farò un madrigale; disonorerò tutta la vostra famiglia: tremate.
| Apollo al par di me tristo, e meschino dal cielo in bando, esule, e ramingo ti festi pastorello, poverino, in Tessaglia d'Admeto; e ognor solingo non ne sapesti pur servare il gregge; te l'involò Mercurio... te l'involò Mercurio;... Te l'involò Mercurio... |
diavolo, la rima in egge m'è mancata, e la non vuol venire. Va, che sei felice, Apollo; che se la rima veniva
SCENA SECONDA Orfeo, Zeusippo
ORFEO: Amatissimo Zeusippo, che fai? mi par che tu sii turbato. Sempre
nuovi pensieri, eh? componi componi...
ZEUSIPPO: Signore Orfeo straccione, la non mi corbelli. Io già ho
rinunziato alla poesia; e stavo facendo qualche rime per vendicarmi d'Apollo; e poi
finisco; non ne vo più sapere...
ORFEO: Farete male, male assai. E qual disgrazia v 'obbliga a rotolar dal
Parnasso? La vostra tragedia credo avrà un ottimo successo. Ho visto moltissima gente
affollarsi all'entrata: questo è buon segno. Io ci sarei andato pure, se mi aveste
regalato il viglietto; ma ve ne siete scordato. Eppure vi avrei potuto giovar molto, col
battere delle mani a proposito, coll'esclamare con entusiasmo: Oh che bella parlata! Che
scena! Che sentimenti! Siccome ho ancor io (non fo per dire) un qualche grido nella
letteraria repubblica, quei pochi sciocchi che mi avrebbero circondato avrebbero anch'essi
caldamente applaudito; e forse, forse...
ZEUSIPPO: No, caro Orfeo; questi son mezzi troppo vili; e, dovendovi
regalare, amico, non vi darei un viglietto d'ingresso; non avete bisogno di pascervi lo
spirito; sono altre necessità più essenziali a noi poeti; e se fossi ricco,
ricompenserei in altro modo la vostra sviscerata amicizia. Ma, credete', che pur troppo
l'ingegno non fá fortuna; e nel vederci accoppiati, chiunque ci prenderebbe per la
Discordia e l'Invidia, quali si dipingono dai poeti e pittori. Ah duro mestiere in vero è
quello, che noi pratichiamo. Come fate voi, Orfeo, per avere una faccia così allegra e
gioiosa? Credo che né il Tasso, né il Petrarca, né alcun altro fra i più celebri poeti
d'Italia, avessero mai un viso, un portamento così altero, e così contento di sé
medesimo. Io all'incontro poi, pallido, smunto, macilento, ed egro, porto scritti in
fronte tutti i più funesti attributi della poesia infelice.
ORFEO: Questo a voi stà benissimo. Così dev'essere il poeta tragico;
sempre pensieroso, guardar bieco, trattar la fame eroicamente; lodar poco, o di nascosto:
domandar mercede nelle dedicatorie; scegliere i più alti signori per indirizzarli i suoi
componimenti, sì perché meno degl'altri gli intendono, sì perché più d'ogni altro si
mostrano generosi. Io all'incontro, devo aver faccia di Lirico, e questa dev'essere
gioviale, allegra, ridente, sardonica, ma non pingue, perché non sarebbe poetica. Io con
un sonetto mi rendo amico un innamorato sciapito che vuoi lodar la sua Diva, ma che
disgraziatamente non ha imparato nei suoi primi anni a leggere. Io con un epitalamio
m'invito destramente ad un convito di nozze, e colà poeticamente mi sfamo per parecchi
giorni. Io con un madrigaletto, con un epigramma, che sò io, con altre simili bagatelle,
mi vò procurando giorni felici, riputazion mediocre; e dal mio basso inalzo ridendo gli
sguardi temerari sino alle più alte piume del cimiero de' tragici, e non li invidio.
ZEUSIPPO: Ah, non insultare così il coturno. Io, non volendo abbandonar
la poesia, preferirei di gran lunga il morir di fame in compagnia de' miei attori al
quint'atto di una mia mediocre tragedia, all'arricchirmi componendo madrigali e sonetti. -
Ma qualcuno si appressa: io tremo di bel nuovo. Oh cielo! vien l'emulo Leone; egli ha
un'aria soddisfatta; la Cleopatra non è piaciuta; io son perduto.
SCENA TERZA Leone, Zeusippo, Orfeo
LEONE: Amici, oh che felice incontro! Zeusippo, vi ho ascoltato con
molto piacere: dovete trovarvi anche voi al teatro, avreste fatto sobissar la platea dagli
applausi.
ZEUSIPPO: Via, signor Leone, voi mi dite troppo; non vi credo; e non ho
ancora il viso bastantemente sciacquato da Ippocrene, per presentarmi al pubblico senza
arrossire: credo sarei morto d'affanno, se io mi trovava alla rappresentazione.
LEONE: Eh, che rossore? questo non è color poetico; scacciate coteste
fanciullesche imaginazioni. Componete, rappresentate voi stesso, seguite gl'impulsi del
genio Febeo, e non arrossite mai.
ZEUSIPPO: Seguirò il consiglio, che voi mi predicate ancor più
efficacemente con l'esempio, che colle vostre lusinghiere parole. Ma, alle corte; noi due
ci corbelliamo l'un l'altro; siamo entrambi, poeti, tragici entrambi, entrambi forse
cattivi: noi non ci possiamo amare, potressimo però giovarci vicendevolmente, se
volessimo francamente parlare l'uno dei componimenti dell'altro; e ciò, con quella
pietosa fratellevole discrezione, che sogliono aver fra di loro gli autori ec.
E basta: perché non ce n'entra più; e perché troppo ce n'è entrato fin qui.
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© 1999 - by prof. Giuseppe Bonghi
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Ultimo aggiornamento: 08 settembre, 2003