Vittorio Alfieri
La Vita scritta da esso
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VIRILITÀ
Abbraccia trenta più anni di composizioni, traduzioni, e studi diversi.
CAPITOLO PRIMO
Ideate, e stese in prosa francese le due prime tragedie il Filippo, e il Polinice.
Intanto un diluvio di pessime rime.
Eccomi ora dunque, sendo in età di
quasi anni venzette, entrando nel duro impegno e col pubblico e con me stesso, di farmi
autor tragico. Per sostenere una sì fatta temerità, ecco quali erano per allora i miei
capitali.
Un animo risoluto, ostinatissimo, ed
indomito; un cuore ripieno ridondante di affetti di ogni specie tra' quali predominavano
con bizzarra mistura l'amore e tutte le sue furie, ed una profonda ferocissima rabbia ed
abborrimento contra ogni qualsivoglia tirannide. Aggiungevasi poi a questo semplice
istinto della natura mia, una debolissima ed incerta ricordanza delle varie tragedie
francesi da me viste in teatro molti anni addietro; che debbo dir per il vero, che fin
allora lette non ne avea mai nessuna, non che meditata; aggiungevasi una quasi totale
ignoranza delle regole dell'arte tragica, e l'imperizia quasi che totale (come può aver
osservato il lettore negli addotti squarci) della divina e necessarissima arte del bene
scrivere e padroneggiare la mia propria lingua. Il tutto poi si ravviluppava nell'indurita
scorza di una presunzione, o per dir meglio, petulanza incredibile, e di un tale impeto di
carattere, che non mi lasciava, se non se a stento e di rado e fremendo, conoscere,
investigare, ed ascoltare la verità. Capitali, come ben vede il lettore, più adatti
assai per estrarne un cattivo e volgare principe, che non un autor luminoso.
Ma pure una tale segreta voce mi si facea
udire in fondo del cuore, ammonendomi in suono anche più energico che nol faceano i miei
pochi veri amici: "E' ti convien di necessità retrocedere, e per così dir,
rimbambire, studiando ex professo da capo la grammatica, e susseguentemente tutto quel che
ci vuole per saper scrivere correttamente e con arte". E tanto gridò questa voce,
ch'io finalmente mi persuasi, e chinai il capo e le spalle. Cosa oltre ogni dire dolorosa
e mortificante, nell'età in cui mi trovava, pensando e sentendo come uomo, di dover pure
ristudiare, e ricompitare come ragazzo. Ma la fiamma di gloria sì avvampante mi tralucea,
e la vergogna dei recitati spropositi sì fortemente incalzavami per essermi quando che
fosse tolta di dosso, ch'io a poco a poco mi accinsi ad affrontare e trionfare di codesti
possenti non meno che schifosi ostacoli.
La recita della Cleopatra mi avea,
come dissi, aperto gli occhi, e non tanto sul demerito intrinseco di quel tema per sé
stesso infelice, e non tragediabile, da chi che si fosse, non che da un inesperto autore
per primo suo saggio; ma me gli avea ancor spalancati a segno di farmi ben bene osservare
in tutta la sua immensità lo spazio che mi conveniva percorrere all'indietro, prima di
potermi, per così dire, ricollocare alle mosse, rientrare nell'aringo, e spingermi con
maggiore o minor fortuna verso la meta. Cadutomi dunque pienamente dagli occhi quel velo
che fino a quel punto me gli avea sì fortemente ingombrati, io feci con me stesso un
solenne giuramento: che non risparmierei oramai né fatica né noia nessuna per mettermi
in grado di sapere la mia lingua quant'uomo d'Italia. E a questo giuramento m'indussi,
perché mi parve, che se io mai potessi giungere una volta al ben dire, non mi dovrebbero
mai poi mancare né il ben ideare, né il ben comporre. Fatto il giuramento, mi inabissai
nel vortice grammatichevole, come già Curzio nella voragine, tutto armato, e guardandola.
Quanto più mi trovava convinto di aver fatto male ogni cosa sino a quel punto,
altrettanto mi andava tenendo per certo di poter col tempo far meglio, e ciò tanto più
tenendone quasi una prova evidente nel mio scrigno. E questa prova erano le due tragedie,
il Filippo, ed il Polinice, le quali già tra il marzo e il maggio di
quell'anno stesso 1775, cioè tre mesi circa prima che si recitasse la Cleopatra,
erano state stese da me in prosa francese; e parimente lette da me ad alcuni pochi, mi era
sembrato che ne fossero rimasti colpiti. Né mi era io persuaso di quest'effetto perché
me l'avessero più o meno lodate; ma per l'attenzione non finta né comandata, con cui le
avevano di capo in fondo ascoltate, e perché i taciti moti dei loro commossi aspetti mi
parvero dire assai più che le loro parole. Ma per mia somma disgrazia, quali che si
fossero quelle due tragedie, elle si trovavano concepite e nate in prosa francese, onde
rimanea loro lunga e difficile via da calcarsi, prima ch'elle si trasmutassero in poesia
italiana. E in codesta spiacevole e meschina lingua le aveva io stese, non già perché io
la sapessi, né punto ci pretendessi, ma perché in quel gergo da me per quei cinque anni
di viaggio esclusivamente parlato, e sentito, io mi veniva a spiegare un po' più, ed a
tradire un po' meno il pensiero mio; che sempre pur mi accadeva, per via di non saper
nessuna lingua, ciò che accaderebbe ad un volante dei sommi d'Italia, che trovandosi
infermo, e sognando di correre a competenza de' suoi eguali o inferiori, null'altro gli
mancasse ad ottener la vittoria se non se le gambe.
E questa impossibilità di spiegarmi, e
tradurre me stesso, non che in versi ma anche in prosa italiana, era tale, che quando io
rileggeva un atto, una scena, di quelle ch'eran piaciute ai miei ascoltatori, nessuno
d'essi le riconosceva più per le stesse, e mi domandavano sul serio, perché l'avessi
mutate; tanta era l'influenza dei cangiati abiti e panneggiamenti alla stessa figura,
ch'ella non era più né conoscibile, né sopportabile. Io mi arrabbiava, e piangeva; ma
invano. Era forza pigliar pazienza, e rifare; ed intanto ingoiarmi le più insulse e
antitragiche letture dei nostri testi di lingua per invasarmi di modi toscani, e direi (se
non temessi la sguaiataggine dell'espressione), in due parole direi che mi conveniva tutto
il giorno spensare per poi ripensare.
Tuttavia, l'aver io quelle due tragedie
future nello scrigno, mi facea prestare alquanto più pazientemente l'orecchio agli avvisi
pedagogici, che d'ogni parte mi pioveano addosso. E parimente quelle due tragedie mi
aveano prestato la forza necessaria per ascoltare la recita a' miei orecchi
sgradevolissima della Cleopatra, che ogni verso che pronunziava l'attore mi
risuonava nel core come la più amara critica dell'opera tutta, la quale già fin d'allora
era divenuta un nulla ai miei occhi; né la considerava per altro, se non se come lo
sprone dell'altre avvenire. Onde, siccome non mi avvilirono punto le critiche (forse
giuste in parte, ma più assai maligne ed indotte) che mi furono poi fatte su le tragedie
della mia prima edizione di Siena del 1783, così per l'appunto nulla affatto
m'insuperbirono, né mi persuasero, quegli ingiusti non meritati applausi che la platea di
Torino, mossa forse a compassione della mia giovenile fidanza e baldanza, mi volle pur
tributare. Primo passo adunque verso la purità toscana essere doveva, e lo fu, di dare
interissimo bando ad ogni qualunque lettura francese. Da quel luglio in poi non volli più
mai proferire parola di codesta lingua, e mi diedi a sfuggire espressamente ogni persona o
compagnia da cui si parlasse. Con tutti questi mezzi non veniva perciò a capo
d'italianizzarmi. Assai male mi piegava agli studi gradati e regolati; ed essendo ogni
terzo giorno da capo a ricalcitrare contro gli ammonimenti, io andava pur sempre
ritentando di svolazzare coll'ali mie. Perciò, ogni qualunque pensiero mi cadesse nella
fantasia, mi provava di porlo in versi; ed ogni genere, ed ogni metro andava tasteggiando,
ed in tutti io mi fiaccava le corne e l'orgoglio, ma l'ostinata speranza non mai. Tra
l'altre di queste rimerie (che poesie non ardirò di chiamarle) una me ne occorse
di fare, da essere da me cantata ad un banchetto di liberi muratori. Era questa, o dovea
essere un capitolo allusivo ai diversi utensili e gradi e officiali di quella buffonesca
società. E benché io nel primo sonetto quassù trascritto avessi rubato un verso del
Petrarca dai suoi capitoli, con tutto ciò, tanta era la mia disattenzione e ignoranza,
che allora cominciai questo mio senza più ricordarmi, e non l'avendo forse mai bene
osservata, la regola delle terzine; e così me lo proseguii sbagliando, sino alla
duodecima terzina; dove essendomene nato il dubbio, aperto Dante conobbi l'errore, e lo
corressi in appresso, ma lasciai le dodici terzine com'elle stavano; e così le cantai al
banchetto: ma quei liberi muratori tanto intendevan di rime e di poesia, quanto dell'arte
di fabbricare; e il mio capitolo passò. Per ultima prova e saggio degli infruttuosi miei
sforzi, trascriverò ancora qui, o gran parte, o tutto forse quel capitolo; secondo che mi
basterà la carta, e la pazienza [Appendice prima].
Verso l'agosto di quell'anno stesso '75,
credendomi far vita troppo dissipata stando in città, e non potere perciò studiare
abbastanza, me n'andai nei monti che confinano tra il Piemonte e il Delfinato, e passai
quasi due mesi in un borguccio, chiamato Cezannes a' piedi del Monginewo, dove è fama che
Annibale varcasse l'Alpi. Io benché riflessivo per natura, talvolta pure sconsiderato per
impeto, non riflettei nel prendere quella risoluzione, che in quei monti mi tornerebbe fra
i piedi la maladettissima lingua francese, che con giusta e necessaria ostinazione io
m'era proposto di sfuggire sempre. Ma a questo mi indusse quell'abate, ch'io dissi mi avea
accompagnato in quel viaggio ridicolo fatto l'anno innanzi a Firenze. Era quest'abate
nativo di Cezannes; chiamavasi Aillaud; era pieno d'ingegno, di una lieta filosofia, e di
molta coltura nella letteratura latina e francese. Egli era stato aio di due fratelli coi
quali io m'era trovato assai collegato nella prima gioventù, ed allora aveamo fatto
amicizia l'Aillaud ed io; e continuatala dappoi. Debbo dire pel vero, che codesto abate
ne' miei primi anni avea fatto il possibile per inspirarmi l'amore delle lettere,
dicendomi che ci avrei potuto riuscire; ma il tutto invano. E alle volte si era fatto fra
noi il seguente risibile patto: ch'egli mi dovrebbe leggere per un'ora intera del romanzo,
o novelliere, intitolato Les Milles et une Nuits, con che poi io mi sottomettessi a
sentirmi leggere per soli dieci minuti uno squarcio delle tragedie di Racine. Ed io me ne
stava tutto orecchi nel tempo di quella prima insulsa lettura, e mi addormentava poi al
suono dei dolcissimi versi di quel gran tragico; cosa, di cui l'Aillaud arrabbiava, e
vituperavami, con gran ragione. Questa era la mia disposizione a diventar tragico, quando
stava nel Primo Appartamento della Reale Accademia. Ma neppur dappoi ho potuto ingoiar mai
la cantilena metodica muta e gelidissima dei versi francesi, che non mi sono sembrati mai
versi; né quando non mi sapea che cosa si fosse un verso, né quando poi mi parve di
saperlo.
Torno a quel mio ritiro estivo in
Cezannes, dove oltre l'abate letterato, aveva anche meco un abate citarista, che
m'insegnava suonar la chitarra, stromento che mi parea inspirare poesia, e pel quale una
qualche disposizione avea; ma non poi la stabile volontà, che si agguagliasse al
trasporto che quel suono mi cagionava. Onde né in questo stromento, né sul cimbalo, che
da giovane avea imparato, non ho mai ecceduta la mediocrità, ancorché l'orecchio e la
fantasia fossero in me musichevoli nel sommo grado. Passai così quell'estate fra codesti
due abati, di cui l'uno mi sollevava dalla angoscia per me sì nuova (dell'applicar
seriamente allo studio) col suonarmi la cetra; l'altro poi mi facea dar al diavolo col suo
francese. Con tutto ciò deliziosissimi momenti mi furono, ed utilissimi, quelli in cui mi
venne pur fatto di raccogliermi in me stesso; e di lavorare efficacemente e disrugginire
il mio povero intelletto, e dischiudere nella memoria le facoltà dell'imparare, le quali
oltre ogni credere mi si erano oppilate in quei quasi dieci anni continui d'incallimento
nel più vituperoso letargico ozio. Subito mi accinsi a tradurre o ridurre in prosa e
frase italiana quel Filippo o quel Polinice, nati in veste spuria. Ma, per
quanto mi ci arrovellassi, quelle due tragedie mi rimanevano pur sempre due cose anfibie,
ed erano tra il francese e l'italiano senza esser né l'una cosa né l'altra; appunto come
dice il Poeta nostro della carta avvampante:
|
... un color bruno, che non è nero ancora, e il bianco muore. |
In quest'angoscia di dover fare versi italiani di pensieri francesi mi era già travagliato aspramente anche nel rifare la terza Cleopatra; talché alcune scene di essa, ch'io avea stese e poi lette in francese al mio censor tragico e non grammatico, al conte Agostino Tana, e ch'egli avea trovate forti, e bellissime, tra cui quella d'Antonio con Augusto, allorché poi vennero trasmutate ne' miei versacci poco italiani, slombati, facili, e cantanti, essi gli comparvero una cosa men che mediocre; e me lo disse chiaramente; ed io lo credei; e dirò di più, che lo sentii anche io. Tanto è pur vero che in ogni poesia il vestito fa la metà del corpo, ed in alcune (come nella lirica) l'abito fa il tutto; a segno che alcuni versi
| con la lor vanità che par persona trionfano di parecchi altri in cui fosser gemme legate in vile anello. |
E noterò pure qui, che sì al padre
Paciaudi, che al conte Tana, e principalmente a questo secondo, io professerò eternamente
una riconoscenza somma per le verità che mi dissero, e per avermi a viva forza fatto
rientrare nel buon sentiero delle sane lettere. E tanta era in me la fiducia in questi due
soggetti, che il mio destino letterario è stato interamente ad arbitrio loro; ed avrei ad
ogni lor minimo cenno buttata al fuoco ogni mia composizione che avessero biasimata, come
feci di tante rime, che altra correzione non meritavano. Sicché, se io ne sono uscito
poeta, mi debbo intitolare, per grazia di Dio, e del Paciaudi, e del Tana. Questi furono i
miei santi protettori nella feroce continua battaglia in cui mi convenne passare ben tutto
il primo anno della mia vita letteraria, di sempre dar la caccia alle parole e forme
francesi, di spogliar per dir così le mie idee per rivestirle di nuovo sotto altro
aspetto, di riunire in somma nello stesso punto lo studio d'un uomo maturissimo con quello
di un ragazzaccio alle prime scuole. Fatica indicibile, ingratissima, e da ributtare
chiunque avesse avuto (ardirò dirlo) una fiamma minor della mia.
Tradotte dunque in mala prosa le due
tragedie, come dissi, mi posi all'impresa di leggere e studiare a verso a verso per ordine
d'anzianità tutti i nostri poeti primari, e postillarli in margine, non di parole, ma di
uno o più tratticelli perpendicolari ai versi; per accennare a me stesso se più o meno
mi andassero a genio quei pensieri, o quelle espressioni, o quei suoni. Ma trovando a
bella prima Dante riuscirmi pur troppo difficile, cominciai dal Tasso, che non avea mai
neppure aperto fino a quel punto. Ed io leggeva con sì pazza attenzione, volendo osservar
tante e sì diverse e sì contrarie cose, che dopo dieci stanze non sapea più quello
ch'io avessi letto, e mi trovava essere più stanco e rifinito assai che se le avessi io
stesso composte. Ma a poco a poco mi andai formando e l'occhio e la mente a quel
faticosissimo genere di lettura; e così tutto il Tasso, la Gerusalemme; poi
l'Ariosto, il Furioso; poi Dante senza commenti, poi il Petrarca, tutti me gli
invasai d'un fiato postillandoli tutti, e v'impiegai forse un anno. Le difficoltà di
Dante, se erano istoriche, poco mi curava di intenderle, se di espressione, di modi, o di
voci, tutto faceva per superarle indovinando; ed in molte non riuscendo, le poche poi
ch'io vinceva mi insuperbivano tanto più. In quella prima lettura io mi cacciai piuttosto
in corpo un'indigestione che non una vera quintessenza di quei quattro gran luminari; ma
mi preparai così a ben intenderli poi nelle letture susseguenti, a sviscerarli, gustarli,
e forse anche rassomigliarli. Il Petrarca però mi riuscì ancor più difficile che Dante;
e da principio mi piacque meno; perché il sommo diletto dei poeti non si può mai
estrarre, finché si combatte coll'intenderli. Ma dovendo io scrivere in verso sciolto,
anche di questo cercai di formarmi dei modelli. Mi fu consigliata la traduzione di Stazio
del Bentivoglio. Con somma avidità la lessi, studiai, e postillai tutta; ma alquanto
fiacca rne ne parve la struttura del verso per adattarla al dialogo tragico. Poi mi fecero
i miei amici censori capitare alle mani l'Ossian del Cesarotti, e questi furono i
versi sciolti che davvero mi piacquero, mi colpirono e m'invasarono. Questi mi parvero con
poca modificazione, un eccellente modello pel verso di dialogo. Alcune altre tragedie, o
nostre italiane, o tradotte dal francese, che io volli pur leggere sperando d'impararvi
almeno quanto allo stile, mi cadevano dalle mani per la languidezza, trivialità, e
prolissità dei modi e del verso, senza parlare poi della snervatezza dei pensieri. Tra le
men cattive lessi e postillai le quattro traduzioni del Paradisi dal francese, e la Merope
originale del Maffei. E questa, a luoghi mi piacque bastantemente per lo stile, ancorché
mi lasciasse pur tanto desiderare per adempirne la perfettibilità, o vera, o sognata,
ch'io me n'andava fabbricando nella fantasia. E spesso andava interrogando me stesso: or,
perché mai questa nostra divina lingua, sì maschia ancor ed energica e feroce in bocca
di Dante, dovrà ella farsi così sbiadita ed eunuca nel dialogo tragico? Perché il
Cesarotti che sì vibratamente verseggia nell'Ossian, così fiaccamente poi
sermoneggia nella Semiramide e nel Maometto del Voltaire da esso tradotte?
Perché quel pomposo galleggiante scioltista caposcuola, il Frugoni, nella sua traduzione
del Radamisto del Crebillon, è egli sì immensamente minore del Crebillon e di sé
medesimo? Certo, ogni altra cosa ne incolperò che la nostra pieghevole e proteiforme
favella. E questi dubbi ch'io proponeva ai miei amici e censori, nissuno me li sciogliea.
L'ottimo Paciaudi mi raccomandava frattanto di non trascurare nelle mie laboriose letture
la prosa, ch'egli dottamente denominava la nutrice del verso. Mi sovviene a questo
proposito, che un tal giorno egli mi portò il Galateo del Casa, raccomandandomi di
ben meditarlo quanto ai modi, che certo ben pretti toscani erano, ed il contrario d'ogni
franceseria. Io, che da ragazzo lo aveva (come abbiam fatto tutti) maledetto, poco inteso,
e niente gustatolo, mi tenni quasiché offeso di questo puerile o pedantesco consiglio.
Onde, pieno di mal talento contro quel Galateo, lo apersi. Ed alla vista di quel
primo Conciossiacosache, a cui poi si accoda quel lungo periodo cotanto pomposo e
sì poco sugoso, mi prese un tal impeto di collera, che scagliato per la finestra il
libro, gridai quasi maniaco: " Ella è pur dura e stucchevole necessità, che per
iscrivere tragedie in età di venzett'anni mi convenga ingoiare di nuovo codeste baie
fanciullesche, e prosciugarmi il cervello con sì fatte pedanterie ". Sorrise di
questo mio poetico ineducato furore; e mi profetizzò che io leggerei poi il Galateo, e
più d'una volta. E così fu in fatti; ma parecchi anni dopo, quando poi mi era ben bene
incallite le spalle ed il collo a sopportare il giogo grammatico. E non il solo Galateo,
ma presso che tutti quei nostri prosatori del Trecento, lessi e postillai poi, con quanto
frutto, nol so. Ma fatto si è che chi gli avesse ben letti quanto ai lor modi, e fosse
venuto a capo di prevalersi con giudizio e destrezza dell'oro dei loro abiti, scartando i
cenci delle loro idee, quegli potrebbe forse poi ne' suoi scritti sì filosofici che
poetici, o istorici, o d'altro qualunque genere, dare una ricchezza, brevità, proprietà,
e forza di colorito allo stile, di cui non ho visto finora nessuno scrittore italiano
veramente andar corredato. Forse, perché la fatica è improba; e chi avrebbe l'ingegno, e
la capacità di sapersene giovare, non la vuol fare; e chi non ha questi dati, la fa
invano.
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CAPITOLO
SECONDO
Rimessomi sotto il pedagogo a spiegare Orazio.
Primo viaggio letterario in Toscana.
Verso il principio dell'anno '76,
trovandomi già da sei e più mesi ingolfato negli studi italiani, mi nacque una onesta e
cocente vergogna di non più intendere quasi affatto il latino; a segno che, trovando qua
e là, come accade, delle citazioni, anco le più brevi e comuni, mi trovava costretto di
saltarle a piè pari, per non perder tempo a diciferarle. Trovandomi inoltre inibita ogni
lettura francese, ridotto al solo italiano, io mi vedeva affatto privo d'ogni soccorso per
la lettura teatrale. Questa ragione, aggiuntasi al rossore, mi sforzò ad intraprendere
questa seconda fatica, per poter leggere le tragedie di Seneca, di cui alcuni sublimi
tratti mi aveano rapito; e leggere anche le traduzioni letterali latine dei tragici greci,
che sogliono essere più fedeli e meno tediose di quelle tante italiane che sì
inutilmente possediamo. Mi presi dunque pazientemente un ottimo pedagogo, il quale,
postomi Fedro in mano, con molta sorpresa sua e rossore mio, vide e mi disse che non
l'intendeva, ancorché l'avessi già spiegato in età di dieci anni; ed in fatti
provandomici a leggerlo traducendolo in italiano, io pigliava dei grossissimi granchi, e
degli sconci equivoci. Ma il valente pedagogo, avuto ch'egli ebbe così ad un tempo stesso
il non dubbio saggio e della mia asinità, e della mia tenacissima risoluzione,
m'incoraggì molto, e in vece di lasciarmi il Fedro mi diede l'Orazio, dicendomi:
"Dal difficile si viene al facile; e così sarà cosa più degna di lei. Facciamo
degli spropositi su questo scabrosissimo principe dei lirici latini, e questi ci
appianeran la via per scendere agli altri ". E così si fece; e si prese un Orazio
senza commenti nessuni; ed io spropositando, costruendo, indovinando, e sbagliando,
tradussi a voce tutte l'Odi dal principio di gennaio a tutto il marzo. Questo
studio mi costò moltissima fatica, ma mi fruttò anche bene, poiché mi rimise in
grammatica senza farmi uscire di poesia.
In quel frattempo non tralasciava però
di leggere e postillare sempre i poeti italiani, aggiungendone qualcuno dei nuovi, come il
Poliziano, il Casa, e ricominciando poi da capo i primari; talché il Petrarca e Dante
nello spazio di quattr'anni lessi e postillai forse cinque volte. E riprovandomi di tempo
in tempo a far versi tragici, avea già verseggiato tutto il Filippo. Ma benchè
fosse venuto alquanto men fiacco e men sudicio della Cleopatra, pure quella
versificazione mi riusciva languida, prolissa, fastidiosa e triviale. Ed in fatti quel
primo Filippo, che poi alla stampa si contentò di annoiare il pubblico con soli
millequattrocento e qualche versi, nei due primi tentativi pertinacemente volle annoiare e
disperare il suo autore con più di due mila versi, in cui egli diceva allora assai meno
cose, che nei millequattrocento dappoi.
Quella lungaggine e fiacchezza di stile,
ch'io attribuiva assai più alla penna mia che alla mente mia, persuadendomi finalmente
ch'io non potrei mai dir bene italiano finché andava traducendo me stesso dal francese,
mi fece finalmente risolvere di andare in Toscana per avvezzarmi a parlare, udire,
pensare, e sognare in toscano, e non altrimenti mai più. Partii dunque nell'aprile del
'76, coll'intenzione di starvi sei mesi, lusingandomi che basterebbero a disfrancesarmi.
Ma sei mesi non disfanno una triste abitudine di dieci e più anni. Avviatomi alla volta
di Piacenza e di Parma, me n'andava a passo tardo e lento, ora in biroccio, ora a cavallo,
in compagnia de' miei poetini tascabili, con pochissimo altro bagaglio, tre soli cavalli,
due uomini, la chitarra, e le molte speranze della futura gloria. Per mezzo del Paciaudi
conobbi in Parma, in Modena, in Bologna, e in Toscana, quasi tutti gli uomini di un
qualche grido nelle lettere. E quanto io era stato non curante di tal mercanzia ne' miei
primi viaggi, altrettanto e più era poi divenuto curioso di conoscere i grandi, e i medi
in qualunque genere. Allora conobbi in Parma il celebre nostro stampatore Bodoni, e fu
quella la prima stamperia in cui io ponessi mai i piedi, benché fossi stato a Madrid, e a
Birmingham, dove erano le due più insigni stamperie d'Europa, dopo il Bodoni. Talché io
non aveva mai vista un'a di metallo, né alcuno di quei tanti ordigni che mi
doveano poi col tempo acquistare o celebrità o canzonatura. Ma certo in nessuna più
augusta officina io potea mai capitare per la prima volta, né mai ritrovare un più
benigno, più esperto, e più ingegnoso espositore di quell'arte maravigliosa che il
Bodoni, da cui tanto lustro e accrescimento ha ricevuto e riceve.
Così a poco a poco ogni giorno più
ridestandomi dal mio lungo e crasso letargo, io andava vedendo e imparando (un po'
tardetto) assai cose. Ma la più importante si era per me, ch'io andava ben conoscendo
appurando e pesando le mie facoltà intellettuali letterarie, per non isbagliar poi, se
poteva, nella scelta del genere. Né in questo studio di me medesimo io era tanto novizio
come negli altri; atteso che piuttosto precedendo l'età che aspettandola, io fin da anni
addietro avea talvolta impreso a diciferare a me stesso la mia morale entità; e l'avea
fatto anche con penna, non che col pensiero. Ed ancora conservo una specie di diario che
per alcuni mesi avea avuta la costanza di scrivere annoverandovi non solo le mie
sciocchezze abituali di giorno in giorno, ma anche i pensieri, e le cagioni intime, che mi
faceano operare o parlare: il tutto per vedere, se in così appannato specchio mirandomi,
A migliorare d'alquanto mi venisse poi a riuscire. Avea cominciato il diario in francese;
lo continuai in italiano; non era bene scritto né in questa lingua, né in quella; era
piuttosto originalmente sentito e pensato. Me ne stufai presto, e feci benissimo; perché
ci si perdeva il tempo e l'inchiostro, trovandomi essere tuttavia un giorno peggiore
dell'altro. Serva questo per prova, ch'io poteva forse ben per l'appunto conoscere e
giudicare la mia capacità e incapacità letteraria in tutti i suoi punti. Parendomi
dunque ormai discernere appieno tutto quello che mi mancava e quel poco ch'io aveva in
proprio dalla natura, io sottilizzava anche più in là per discernere tra le parti che mi
mancavano, quali fossero quelle che mi sarei potute acquistar nell'intero, quali a mezzo
soltanto, e quali niente affatto. A questo sì fatto studio di me stesso io forse sarò
poi tenuto (se non di essere riuscito) di non avere almeno tentato mai nessun genere di
composizione al quale non mi sentissi irresistibilmente spinto da un violento impulso
naturale; impulso, i di cui getti sempre poi in qualunque bell'arte, ancorché l'opera non
riesca perfetta, si distinguono di gran lunga dai getti dell'impulso comandato, ancorché
potessero pur procreare un'opera in tutte le sue parti perfetta.
Giunto in Pisa vi conobbi tutti i più
celebri professori, e ne andai cavando per l'arte mia tutto quell'utile che si poteva. Nel
fregarmi con costoro, la più disastrosa fatica ch'io provassi, ell'era d'interrogarli con
quel riguardo e destrezza necessaria per non smascherar loro spiattellatamente la mia
ignoranza; ed in somma dirò con fratesca metafora, per parer loro professo, essendo
tuttavia novizio. Non già ch'io potessi né volessi spacciarmi per dotto; ma era al buio
di tante e poi tante cose, che coi visi nuovi me ne vergognava; e pareami, a misura che mi
si andavano dissipando le tenebre, di vedermi sempre più gigantesca apparire questa mia
fatale e pertinace ignoranza. Ma non meno forse gigantesco era e facevasi il mio
ardimento. Quindi, mentr'io per una parte tributava il dovuto omaggio al sapere d'altrui,
non mi atterriva punto per l'altra il mio non sapere; sendomi ben convinto che al far
tragedie il primo sapere richiesto, si è il forte sentire; il qual non s'impara.
Restavami da imparare (e non era certo poco) l'arte di fare agli altri sentire quello che
mi parea di sentir io.
Nelle sei o sette settimane ch'io dimorai
a Pisa, ideai e distesi a dirittura in sufficiente prosa toscana la tragedia d'Antigone,
e verseggiai il Polinice un po' men male che il Filippo. E subito mi parve
di poter leggere il Polinice ad alcuni di quei barbassori dell'Università, i quali mi si
mostrarono assai soddisfatti della tragedia, e ne censurarono qua e là l'espressioni, ma
neppure con quella severità che avrebbe meritata. In quei versi, a luoghi si trovavan
dette cose felicemente; ma il totale della pasta ne riusciva ancora languida, lunga, e
triviale a giudizio mio; a giudizio dei barbassori, riusciva scorretta qualche volta, ma
fluida, diceano, e sonante. Non c'intendevamo. Io chiamava languido e triviale ciò
ch'essi diceano fluido e sonante; quanto poi alle scorrezioni, essendo cosa di fatto e non
di gusto, non ci cadea contrasto. Ma neppure su le cose di gusto cadeva contrasto tra noi,
perché io a maraviglia tenea la mia parte di discente, come essi la loro di docenti; era
però ben fermo di volere prima d'ogni cosa piacere a me stesso. Da quei signori dunque io
mi contentava d'imparare negativamente, ciò che non va fatto; dal tempo, dall'esercizio,
dall'ostinazione, e da me, io mi lusingava poi d'imparare quel che va fatto. E s'io
volessi far ridere a spese di quei dotti, com'essi forse avran riso allora alle mie,
potrei nominar taluno fra essi, e dei più pettoruti, che mi consigliava, e portava egli
stesso la Tancia del Buonarroti, non dirò per modello, ma per aiuto al mio tragico
verseggiare, dicendomi che gran dovizia di lingua e di modi vi troverei. Il che
equivarrebbe a chi proponesse a un pittore di storia di studiare il Callotta. Altri mi
lodava lo stile del Metastasio, come l'ottimo per la tragedia. Altri, altro. E nessun di
quei dotti era dotto in tragedia.
Nel soggiorno di Pisa tradussi anche la Poetica
d'Orazio in prosa con chiarezza e semplicità per invasarmi que' suoi veridici e ingegnosi
precetti. Mi diedi anche molto a leggere le tragedie di Seneca, benché in tutto ben mi
avvedessi essere quelle il contrario dei precetti d'Orazio. Ma alcuni tratti di sublime
vero mi trasportavano, e cercava di renderli in versi sciolti per mio doppio studio, di
latino e d'italiano, di verseggiare e grandeggiare. E nel fare questi tentativi mi veniva
evidentemente sotto gli occhi la gran differenza tra il verso giambo ed il verso epico, i
di cui diversi metri bastano per distinguere ampiamente le ragioni del dialogo da quelle
di ogni altra poesia; e nel tempo stesso mi veniva evidentemente dimostrato che noi
italiani non avendo altro verso che l'endecasillabo per ogni componimento eroico,
bisognava creare una giacitura di parole, un rompere sempre variato di suono, un
fraseggiare di brevità e di forza, che venissero a distinguere assolutamente il verso
sciolto tragico da ogni altro verso sciolto e rimato sì epico che lirico. I giambi di
Seneca mi convinsero di questa verità, e forse in parte me ne procacciarono i mezzi. Che
alcuni tratti maschi e feroci di quell'autore debbono per metà la loro sublime energia al
metro poco sonante, e spezzato. Ed in fatti qual è sì sprovvisto di sentimento e
d'udito, che non noti l'enorme differenza che passa tra questi due versi? L'uno, di
Virgilio, che vuol dilettare e rapire il lettore:
| Quadrupedante putrem sonitu quatit ungula campum; (Quàdrupedànte putrèm sonitù quatit ùngula càmpum;) ndr. |
l'altro, di Seneca che vuole stupire e atterrir l'uditore; e caratterizzare in due sole parole due personaggi diversi:
| Concede mortem. Si recusares, darem. |
Per questa ragione stessa non dovrà dunque un autor tragico italiano nei punti più appassionati e fieri porre in bocca de' suoi dialogizzanti personaggi dei versi, che quanto al suono in nulla somiglino a quei peraltro stupendi e grandiosissimi del nostro epico:
| Chiama gli abitator dell'ombre eterne il rauco suon della tartarea tromba. |
Convinto io nell'intimo cuore della necessità di questa total differenza da serbarsi
nei due stili, e tanto più difficile per noi italiani, quando è giuoco forza crearsela
nei limiti dello stesso metro, io dava dunque poco retta ai saccenti di Pisa quanto al
fondo dell'arte drammatica, e quanto allo stile da adoprarvisi; gli ascoltava bensì con
umiltà e pazienza su la purità toscanesca e grammaticale; ancorché neppure in questo i
presenti toscani gran cosa la sfoggino.
Eccomi intanto in meno d'un anno dopo la
recita della Cleopatra, possessore in proprio del patrimonietto di tre altre
tragedie. E qui mi tocca di confessare, pel vero, di quai fonti le avessi tratte. Il Filippo,
nato francese, e figlio di francese, mi venne di ricordo dall'aver letto più anni prima
il romanzo di Don Carlos, dell'Abate di San Reale. Il Polinice, gallo anch'egli, lo
trassi dai Fratelli nemici, del Racine. L'Antigone, prima non imbrattata di
origine esotica, mi venne fatta leggendo il duodecimo libro di Stazio nella traduzione su
mentovata, del Bentivoglio. Nel Polinice l'avere io inserito alcuni tratti presi
nel Racine, ed altri presi dai Sette prodi di Eschilo, che leggicchiai nella
traduzione francese del padre Brumoy, mi fece far voto in appresso, di non più mai
leggere tragedie d'altri prima d'aver fatte le mie, allorché trattava soggetti trattati,
per non incorrere così nella taccia di ladro, ed errare o far bene, del mio. Chi molto
legge prima di comporre, ruba senza avvedersene, e perde l'originalità, se l'avea. E per
questa ragione anche avea abbandonato fin dall'anno innanzi la lettura di Shakespeare
(oltre che mi toccava di leggerlo tradotto in francese). Ma quanto più mi andava a sangue
quell'autore (di cui però benissimo distingueva tutti i difetti), tanto più me ne volli
astenere.
Appena ebbi stesa l'Antigone in
prosa, che la lettura di Seneca m'infiammò e sforzò d'ideare ad un parto le due gemelle
tragedie, l'Agamennone, e l'Oreste. Non mi parea con tutto ciò, ch'elli mi
siano riuscite in nulla un furto fatto da Seneca.
Nel fin di giugno sloggiai da Pisa, e
venni in Firenze, dove mi trattenni tutto il settembre. Mi vi applicai moltissimo
all'impossessarmi della lingua parlabile; e conversando giornalmente con fiorentini, ci
pervenni bastantemente. Onde cominciai da quel tempo a pensare quasi esclusivamente in
quella doviziosissima ed elegante lingua; prima indispensabile base per bene scriverla.
Nel soggiorno in Firenze verseggiai per la seconda volta il Filippo da capo in
fondo, senza neppur più guardare quei primi versi, ma rifacendoli dalla prosa. Ma i
progressi mi pareano lentissimi, e spesso mi parea anzi di scapitare che di migliorare.
Nel corrente di agosto, trovandomi una mattina in un crocchio di letterati, udii a caso
rammentare l'aneddoto storico di Don Garzia ucciso dal proprio padre Cosimo I. Questo
fatto mi colpì; e siccome stampato non è, me lo procurai manoscritto, estratto dai
pubblici archivi di Firenze, e fin d'allora ne ideai la tragedia. Continuava intanto a
schiccherare molte rime, ma tutte mi riuscivano infelici. E benché non avessi in Firenze
nessun amico censore che equivalesse al Tana e al Paciaudi, pure ebbi abbastanza senno e
criterio di non ne dar copia a chi che si fosse, e anche la sobrietà di pochissimo
andarle recitando. E mai esito delle rime non mi scoraggiava con tutto ciò; ma bensì
convincevami che non bisognava mai restare di leggerne dell'ottime, e d'impararne a
memoria, per invasarmi di forme poetiche. Onde in quell'estate m'inondai il cervello di
versi del Petrarca, di Dante, del Tasso, e sino ai primi tre canti interi dell'Ariosto;
convinto in me stesso, che il giorno verrebbe infallibilmente, in cui tutte quelle forme,
frasi, e parole d'altri mi tornerebbero poi fuori dalle cellule di esso miste e
immedesimate coi miei propri pensieri ed affetti.
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CAPITOLO TERZO
Ostinazione negli studi più ingrati.
Nell'ottobre tornai in Torino, perché
non avea prese le misure necessarie per soggiornare più lungamente fuor di casa, non già
perché io mi presumessi intoscanito abbastanza. Ed anche molte altre frivole ragioni mi
fecero tornare. Tutti i miei cavalli lasciati in Torino mi vi aspettavano e richiamavano;
passione che in me contrastò lungamente con le Muse, e non rimase poi perdente davvero,
se non se più d'un anno dopo. Né mi premeva allora tanto lo studio e la gloria, che non
mi pungesse anco molto a riprese la smania del divertirmi; il che mi riusciva assai più
facile in Torino dove c'avea buona casa, aderenze d'ogni sorta, bestie a sufficienza,
divagazioni ed amici più del bisogno. Malgrado tutti questi ostacoli, non rallentai punto
lo studio in quell'inverno; ed anzi mi accrebbi le occupazioni e gl'impegni. Dopo Orazio
intero, avea letti e studiati ad oncia ad oncia più altri autori, e fra questi Sallustio.
La brevità ed eleganza di quest'istorico mi avea rapito talmente, che mi accinsi con
molta applicazione a tradurlo; e ne venni a capo in quell'inverno. Molto, anzi infinito
obbligo io debbo a quel lavoro; che poi più e più volte ho rifatto, mutato e limato, non
so se con miglioramento dell'opera, ma certamente con molto mio lucro sì
nell'intelligenza della lingua latina, che nella padronanza di maneggiar l'italiana.
Era frattanto ritornato di Portogallo
l'incomparabile abate Tommaso di Caluso; e trovatomi contro la sua aspettativa ingolfato
davvero nella letteratura, e ostinato nello scabroso proposito di farmi autor tragico,
egli mi secondò, consigliò, e soccorse di tutti i suoi lumi con benignità e
amorevolezza indicibile. E così pure fece l'eruditissimo conte di San Raffaele, ch'io
appresi in quell'anno a conoscere, e altri coltissimi individui, i quali tutti a me
superiori di età, di dottrina, e d'esperienza nell'arte mi compativano pure, ed
incoraggivano; ancorché non ne avessi bisogno atteso il bollore del mio carattere. Ma la
gratitudine che sovra ogni altra professo e sempre professerò a tutti i suddetti
personaggi, si è per aver essi umanamente comportata la mia incomportabile petulanza
d'allora; la quale, a dir anche il vero, mi andava però di giorno in giorno scemando, a
misura che riacquistava lume.
Sul finir di quell'anno '76, ebbi una
grandissima e lungamente sospirata consolazione. Una mattina andato dal Tana, a cui sempre
palpitante e tremante io solea portare le mie rime, appena partorite che fossero, gli
portai finalmente un sonetto al quale pochissimo trovò che ridire e lo lodò anzi molto
come i primi versi ch'io mi facessi meritevoli di un tal nome. Dopo le tante e continue
afflizioni ed umiliazioni ch'io avea provate nel leggergli da più d'un anno le mie
sconcie rime, ch'egli da vero e generoso amico senza misericordia nessuna censurava, e
diceva il perché e il suo perché mi appagava; giudichi ciascuno qual soave nèttare mi
giunsero all'anima quelle insolite sincere lodi. Era il sonetto una descrizione del ratto
di Ganimede, fatto a imitazione dell'inimitabile del Cassiani sul ratto di Proserpina.
Egli è stampato da me il primo tra le mie rime. E invaghito della lode, tosto ne feci
anche due altri, tratto il soggetto dalla favola, e imitai anch'essi come il primo, a cui
immediatamente anche nella stampa ho voluto poi che seguitassero. Tutti e tre si risentono
un po' troppo della loro serva origine imitativa, ma pure (s'io non erro) hanno il merito
d'essere scritti con una certa evidenza, e bastante eleganza; quale in somma non mi era
venuta mai fin allora. E come tali ho voluto serbarli, e stamparli con pochissime
mutazioni molti anni dopo. In seguito poi di quei tre primi sufficienti sonetti, come se
mi si fosse dischiusa una nuova fonte, ne scaturii in quell'inverno troppi altri; i più,
amorosi; ma senza amore che li dettasse. Per esercizio mero di lingua e di rime avea
impreso a descrivere a parte a parte le bellezze palesi d'una amabilissima e leggiadra
signora; né per essa io sentiva neppure la minima favilluzza nel cuore; e forse ci si
parrà in quei sonetti più descrittivi che affettuosi. Tuttavia, siccome non mal
verseggiati, ho voluto quasi che tutti conservarli, e dar loro luogo nelle mie rime; dove
agli intendenti dell'arte possono forse andare additando i progressi ch'io allora andava
facendo gradatamente nella difficilissima arte del dir bene, senza la quale per quanto sia
ben concepito e condotto il sonetto, non può aver vita.
Alcuni evidenti progressi nel rimare, e
la prosa del Sallustio ridotta a molta brevità con sufficiente chiarezza (ma priva ancora
di quella variata armonia, tutta propria sua, della ben concepita prosa), mi aveano
ripieno il cuore di ardenti speranze. Ma siccome ogni altra cosa ch'io faceva, o tentava,
tutte aveano sempre per primo ed allora unico scopo, di formarmi uno stile proprio ed
ottimo per la tragedia, da quelle occupazioni secondarie di tempo in tempo mi riprovava a
risalire alla prima. Nell'aprile del '77 verseggiai perciò l'Antigone, ch'io, come
dissi, avea ideata e stesa ad un tempo, circa un anno prima, essendo in Pisa. La
verseggiai tutta in meno di tre settimane; e parendomi aver acquistata facilità, mi tenni
di aver fatto gran cosa. Ma appena l'ebbi io letta in una società letteraria, dove quasi
ogni sera ci radunavamo, ch'io ravvedutomi (benché lodato dagli altri) con mio sommo
dolore mi trovai veramente lontanissimo da quel modo di dire ch'io avea tanto
profondamente fitto nell'intelletto, senza pur quasi mai ritrovarmelo poi nella penna. Le
lodi di quei colti amici uditori mi persuasero che forse la tragedia quanto agli affetti e
condotta ci fosse; ma i miei orecchi e intelletto mi convinsero ch'ella non c'era quanto
allo stile. E nessun altri di ciò poteva a una prima lettura esser giudice competente
quanto io stesso, perché quella sospensione, commozione, e curiosità che porta con sé
una non conosciuta tragedia, fa sì che l'uditore, ancorché di buon gusto dotato, non
può e non vuole, né deve, soverchiamente badare alla locuzione. Quindi tutto ciò che
non è pessimo, passa inosservato, e non spiace. Ma io che la leggeva conoscendola, fino a
un puntino mi dovea avvedere ogni qual volta il pensiero o l'affetto venivano o traditi o
menomati dalla non abbastanza o vera, o calda, o breve, o forte, o pomposa espressione.
Persuaso io dunque che non era al punto,
e che non ci arrivava, perché in Torino viveva ancor troppo divagato, e non abbastanza
solo e con l'arte, subito mi risolvei di tornare in Toscana, dove anche sempre più mi
italianizzereí il concetto. Che se in Torino non parlava francese, con tutto ciò il
nostro gergaccio piemontese ch'io sempre parlava e sentiva tutto il giorno, in nulla
riusciva favorevole al pensare e scrivere italiano.
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CAPITOLO QUARTO
Secondo viaggio letterario in Toscana, macchiato di stolida pompa cavallina.
Amicizia contratta col Gandellini. Lavori fatti o ideati in Siena.
Partii nei primi di maggio, previa la
consueta permissione che bisognava ottener dal re per uscire dai suoi felicissimi stati.
Il ministro a chi la domandai, mi rispose che io era stato anco l'anno innanzi in Toscana.
Soggiunsi: " E perciò mi propongo di ritornarvi quest'anno ". Ottenni il
permesso; ma quella parola mi fece entrar in pensieri, e bollire nella fantasia il disegno
che io poi in meno d'un anno mandai pienamente ad effetto, e per cui non mi occorse
d'allora in poi mai più di chiedere permissione nissuna. In questo secondo viaggio,
proponendomi di starvi più tempo, e fra i miei deliri di vera gloria frammischiandone pur
tuttavia non pochi di vanagloria, ci volli condur più cavalli e più gente, per recitare
in tal guisa le due parti, che di rado si meritano insieme, di poeta e di signore. Con un
treno dunque di otto cavalli, ed il rimanente non discordante da esso, mi avviai alla
volta di Genova. Di là imbarcatomi io col bagaglio e il biroccino, mandai per la via di
terra verso Lerici e Sarzana i cavalli. Questi arrivarono felicemente avendomi preceduto.
Io nella filucca essendo già quasi alla vista di Lerici, fui rimandato indietro dal
vento, e costretto di sbarcare a Rapallo, due sole poste distante da Genova. Sbarcato
quivi, e tediandomi di aspettare che il vento tornasse favorevole per ritornare a Lerici,
lasciai la filucca con la roba mia, e prese alcune camicie, i miei scritti (dai quali non
mi separava mai più) ed un sol uomo, per le poste a cavallo a traverso quei rompicolli di
strade del nudo Appennino me ne venni a Sarzana, dove trovai i cavalli, e dovei poi
aspettar la filucca più di otto giorni. Ancorché io ci avessi il divertimento dei
cavalli, pure non avendo altri libri che l'Orazietto e il Petrarchino di tasca, mi tediava
non poco il soggiorno di Sarzana. Da un prete fratello del mastro di posta mi feci
prestare un Tito Livio, autore che (dalle scuole in poi, dove non l'avea né inteso né
gustato) non m'era più capitato alle mani. Ancorché io smoderatamente mi fossi
appassionato della brevità sallustiana, pure la sublimità dei soggetti, e la maestà
delle concioni di Livio mi colpirono assai. Lettovi il fatto di Virginia, e gl'infiammati
discorsi d'Icilio, mi trasportai talmente per essi, che tosto ne ideai la tragedia; e
l'avrei stesa d'un fiato, se non fossi stato sturbato dalla continua espettativa di quella
maledetta filucca, il di cui arrivo mi avrebbe interrotto la composizione.
E qui per l'intelligenza del lettore mi
conviene spiegare queste mie parole di cui mi vo servendo sì spesso, ideare, stendere, e
verseggiare. Questi tre respiri con cui ho sempre dato l'essere alle mie tragedie, mi
hanno per lo più procurato il beneficio del tempo, così necessario a ben ponderare un
componimento di quella importanza; il quale se mai nasce male, difficilmente poi si
raddrizza. Ideare dunque io chiamo, il distribuire il soggetto in atti e scene, stabilire
e fissare il numero dei personaggi, e in due paginucce di prosaccia farne quasi l'estratto
a scena per scena di quel che diranno e faranno. Chiamo poi stendere, qualora ripigliando
quel primo foglio, a norma della traccia accennata ne riempio le scene dialogizzando in
prosa come viene la tragedia intera, senza rifiutar un pensiero, qualunque ei siasi, e
scrivendo con impeto quanto ne posso avere, senza punto badare al come. Verseggiare
finalmente chiamo non solamente il porre in versi quella prosa, ma col riposato intelletto
assai tempo dopo scernere tra quelle lungaggini del primo getto i migliori pensieri,
ridurli a poesia, e leggibili. Segue poi come di ogni altro componimento il dover
successivamente limare, levare, mutare; ma se la tragedia non v'è nell'idearla e
distenderla, non si ritrova certo mai più con le fatiche posteriori. Questo meccanismo io
l'ho osservato in tutte le mie composizioni drammatiche cominciando dal Filippo, e
mi son ben convinto ch'egli è per sé stesso più che i due terzi dell'opera. Ed in
fatti, dopo un certo intervallo, quanto bastasse a non più ricordarmi affatto di quella
prima distribuzione di scene, se io, ripreso in mano quel foglio, alla descrizione di
ciascuna scena mi sentiva repentinamente affollarmisi al cuore e alla mente un tumulto di
pensieri e di affetti che per così dire a viva forza mi spingessero a scrivere, io tosto
riceveva quella prima sceneggiatura per buona, e cavata dai visceri del soggetto. Se non
mi si ridestava quell'entusiasmo, pari e maggiore di quando l'avea ideata, io la cangiava
od ardeva. Ricevuta per buona la prima idea, l'adombrarla era rapidissimo, e un atto il
giorno ne scriveva, talvolta più, raramente meno; e quasi sempre nel sesto giorno la
tragedia era, non dirò fatta, ma nata. In tal guisa, non ammettendo io altro giudice che
il mio proprio sentire, tutte quelle che non ho potuto scriver così, di ridondanza e
furore, non le ho poi finite; o, seppur finite, non le ho mai poi verseggiate. Così mi
avvenne di un Carlo Primo che immediatamente dopo il Filippo intrapresi di
stendere in francese; nel quale abbozzo a mezzo il terz'atto mi si agghiacciò si
fattamente il cuore e la mano, che non fu possibile alla penna il proseguirlo. Così d'un Romeo
e Giulietta, ch'io pure stesi in intero, ma con qualche stento, e con delle pause.
Onde più mesi dopo, ripreso in mano quell'infelice abbozzo mi cagionò un tal gelo
nell'animo rileggendolo, e tosto poi m'infiammò di tal ira contro me stesso, che senza
altrimenti proseguirne la tediosa lettura, lo buttai sul fuoco. Dal metodo ch'io qui ho
prolissamente voluto individuare, ne è poi forse nato l'effetto seguente: che le mie
tragedie prese in totalità, tra i difetti non pochi ch'io vi scorgo, e i molti che forse
non vedo, elle hanno pure il pregio di essere, o di parere ai più, fatte di getto, e di
un solo attacco collegate in sé stesse, talché ogni parola e pensiero ed azione del
quint'atto strettamente s'immedesima con ogni pensiero parola e disposizione del quarto
risalendo sino ai primi versi del primo: cosa, che, se non altro, genera necessariamente
attenzione nell'uditore, e calor nell'azione. Quindi è, che stesa così la tragedia, non
rimanendo poi all'autore altro pensiere che di pacatamente verseggiarla scegliendo l'oro
dal piombo, la sollecitudine che suol dare alla mente il lavoro dei versi e
l'incontentabile passione dell'eleganza, non può più nuocer punto al trasporto e furore
a cui bisogna ciecamente obbedire nell'ideare e creare cose d'affetto e terribili. Se chi
verrà dopo me giudicherà ch'io con questo metodo abbia ottenuto più ch'altri
efficacemente il mio intento, la presente disgressioncella potrà forse col tempo
illuminare e giovare a qualcuno che professi quest'arte; ove io l'abbia sbagliato,
servirà perché altri ne inventi un migliore.
Ripiglio il filo della narrazione. Giunse
finalmente a Lerici quella tanto aspettata filucca; ed io, avuta la mia roba,
immediatamente partii di Sarzana alla volta di Pisa, accresciuto il mio poetico patrimonio
di quella Virginia di più; soggetto che mi andava veramente a sangue. Già avea
disegnato in me di non trattenermi questa volta in Pisa più di due giorni; sì perché mi
lusingava che per la lingua io profitterei assai più in Siena dove si parla meglio, e vi
son meno forestieri; sì perché nel soggiorno fattovi l'anno innanzi io mi vi era quasi
mezzo invaghito di una bella e nobile signorina, la quale anche agiata di beni di fortuna
mi sarebbe stata accordata in moglie dai suoi parenti, se io l'avessi chiesta. Ma su tal
punto io era allora d'assai migliorato di alcuni anni prima in Torino, allorché avea
consentito che il mio cognato chiedesse per me quella ragazza che poi non mi volle. Questa
volta non volli io lasciar chiedere per me quella che mi avrebbe pur forse voluto, e che
sì per l'indole, che per ogni altra ragione mi sarebbe convenuta, e mi piaceva anche non
poco. Ma ott'anni di più ch'io m'aveva, e tutta l'Europa quasi ch'io avea o bene o male
veduta, e l'amor della gloria che m'era entrato addosso, e, la passion dello studio, e la
necessità di essere, o di farmi libero, per poter essere intrepido e veridico autore,
tutti questi caldissimi sproni mi facean passar oltre, e gridavanmi ferocemente nel cuore,
che nella tirannide basta bene ed è anche troppo il viverci solo, ma che mai,
riflettendo, vi si può né si dee diventare marito né padre. Perciò passai l'Arno, e mi
trovai tosto in Siena. E sempre ho benedetto quel punto in cui ci capitai, perché in
codesta città combinai un crocchietto di sei o sette individui dotati di un senno,
giudizio, gusto e cultura, da non credersi in cosi picciol paese. Fra questi poi
primeggiava di gran lunga il degnissimo Francesco Gori Gandellini, di cui più d'una volta
cara memoria non mi uscirà mai dal cuore. Una certa somiglianza nei nostri caratteri, lo
stesso pensare e sentire (tanto più raro e pregevole in lui che in me, attese le di lui
circostanze tanto diverse dalle mie) ed un reciproco bisogno di sfogare il cuore
ridondante delle passioni stesse, ci riunirono ben tosto in vera e calda amicizia. Questo
santo legame della schietta amicizia era, ed è tuttavia, nel mio modo di pensare e di
vivere un bisogno di prima necessità; ma la mia ritrosa e difficile e severa natura mi
rende e renderà finch'io viva, poco atto ad inspirarla in altrui, e oltre modo ritenuto
nel porre in altri la mia. Perciò nel corso del mio vivere pochissimi amici avrò avuti;
ma mi vanto di averli avuti tutti buoni e stimabili assai più di me. Né io mai altro ho
cercato nell'amicizia se non se il reciproco sfogo delle umane debolezze, affinché il
senno e amorevolezza dell'amico venisse attenuando in me e migliorando le non lodevoli e
corroborando all'incontro e sublimando le poche lodevoli, e dalle quali l'uomo può trarre
utile per altri ed onore per sé. Tale è la debolezza del volersi far autore. Ed in
questa principalmente, i consigli generosi ed ardenti del Gandellini mi hanno certo
prestato non piccolo soccorso ed impulso. E desiderio vivissimo ch'io contrassi di
meritarmi la stima di codesto raro uomo, mi diede subito una quasi nuova elasticità di
mente, un'alacrítà d'intelletto, che non mi lasciava trovar luogo né pace, s'io non
procreava prima qualche opera che fosse o mi paresse degna di lui. Né mai io ho goduto
dell'intero esercizio delle mie facoltà intellettuali e inventive, se non se quando A mio
cuore si ritrovava ripieno e appagato, e l'animo mio per così dire appoggiato o sorretto
da un qualche altro ente gradito e stimabile. Che all'incontro quand'io mi vedeva senza un
sii fatto appoggio quasi solo nel mondo, considerandomi come inutile a tutti e caro a
nessuno, gli accessi di malinconia, di disinganno e disgusto d'ogni umana cosa, eran tali
e si spessi, ch'io passava allora dei giorni interi, e anco delle settímane senza né
volere né potere toccar libro né penna.
Per ottenere dunque e meritare la lode di
un uomo così stimabile agli occhi miei quanto era il Gori, io mi posi in quell'estate a
lavorare con un ardore assai maggiore di prima. Da lui ebbi il pensiero di porre in
tragedia la congiura de' Pazzi. Il fatto m'era affatto ignoto, ed egli mi suggerì di
cercarlo nel Machiavelli a preferenza di qualunque altro storico. Così, per una strana
combinazione, quel divino autore che dovea poi in appresso farmisi una delle mie più care
delizie, mi veniva per la seconda volta posto in mano da un altro veracissimo amico,
simile in molte cose al già tanto a me caro D'Acunha, ma molto più erudito e colto di
lui. Ed in fatti, benché il mio terreno non fosse preparato abbastanza per ricevere e
fruttificare un tal seme, pure in quel luglio ne lessi di molti squarci qua e là, oltre
la narrazione del fatto della congiura. Quindi, non solo la tragedia ne ideai
immediatamente, ma invasato, di quel suo dire originalissimo e sugoso, di lì a pochi
giorni mi sentii costretto a lasciare ogni altro studio, e come inspirato e sforzato a
scrivere d'un sol fiato i due libri della Tirannide; quasi per l'appunto quali poi
molti anni appresso gli stampai. Fu quello uno sfogo di un animo ridondante e piagato fin
dall'infanzia dalle saette dell'abborrita e universale oppressione. Se in età più matura
io avessi dovuto trattar di nuovo un tal tema, l'avrei forse trattato alquanto più
dottamente, corroborando l'opinione mia colla storia. Ma nello stamparlo non ho però
voluto, col gelo degli anni e la pedanteria del mio poco sapere, indebolire in quel libro
la fiamma di gioventù e di nobile e giusto sdegno, che ad ogni pagina d'esso mi parve
avvampare, senza scompagnarsi da un certo vero e incalzante raziocinio che mi vi par
dominare. Che se poi vi ho scorti degli sbagli, o delle amplificazioni, come figli
d'inesperienza e non mai di mal animo, ce li ho voluti lasciare. Nessun fine secondo,
nessuna privata vendetta mi inspirò quello scritto. Forse ch'io avrò o male, o
falsamente sentito, ovvero con troppa passione. Ma e quando mai la passione pel vero e pel
retto fu troppa, allorché massimamente si tratta di immedesimarla in altrui? Non ho detto
che quanto ho sentito, e forse meno che più. Ed in quella bollente età il giudicare e
raziocinare non eran fors'altro che un puro e generoso sentire.
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CAPITOLO QUINTO
Degno amore mi allaccia finalmente per sempre.
Sgravato in tal guisa l'esacerbato mio
animo dal lungo e traboccante odio ingenito suo contro la tirannide, io mi sentii tosto
richiamato alle opere teatrali; e quel libercoletto, dopo averlo letto all'amico, ed a
pochissimi altri, sigillai e posi da parte, né più ci pensai per molti anni. Intanto,
ripreso il coturno, rapidissimamente distesi ad un tratto l'Agamennone, l'Oreste,
e la Virginia. E circa all'Oreste, mi era nato un dubbio prima di stenderlo,
ma il dubbio essendo per sé stesso picciolo e vile, mi venne in magnanima guisa disciolto
dall'amico. Questa tragedia era stata da me ideata in Pisa l'anno innanzi, e mi avea
infiammato di tal soggetto la lettura del pessimo Agamennone di Seneca. Nell'inverno poi,
trovandomi io in Torino, squadernando un giorno i miei libri, mi venne aperto un volume
delle tragedie del Voltaire, dove la prima parola che mi si presentò fu, Oreste
tragedia. Chiusi subito il libro, indispettito di ritrovarmi un tal competitore fra i
moderni, di cui non avea mai saputo che questa tragedia esistesse. Ne domandai allora ad
alcuni, e mi dissero esser quella una delle buone tragedie di quell'autore; il che mi avea
molto raffreddato nell'intenzione di dar corpo alla mia. Trovandomi io dunque poi in
Siena, come dissi, ed avendo già steso l'Agamennone, senza più nemmeno aprire
quello di Seneca, per non divenir plagiario, allorché fui sul punto di dovere stender
l'Oreste, mi consigliai coll'amico raccontandogli il fatto e chiedendogli in imprestito
quello del Voltaire per dargli una scorsa, e quindi o fare il mio o non farlo. Il Gori,
negandomi l'imprestito dell'Oreste francese, soggiunse: " Scriva il suo senza legger
quello; e se ella è nato per fare tragedie, il suo sarà o peggiore o migliore od uguale
a quell'altro Oreste, ma sarà almeno ben suo ". E così feci. E quel nobile ed alto
consiglio divenne d'allora in poi per me un sistema; onde, ogni qual volta mi sono accinto
a trattar poi soggetti già trattati da altri moderni, non li lessi mai se non dopo avere
steso e verseggiato il mio; e se li aveva visti in palco, cercai di non me ne ricordar
punto; e se mal mio grado me ne ricordava, cercai di fare, dove fosse possibile, in tutto
il contrario di quelli. Dal che mi è sembrato che me ne sia ridondata in totalità una
faccia ed un tragico andamento, se non buono, almeno ben mio.
Quel soggiorno di circa cinque mesi in
Siena fu dunque veramente un balsamo pel mio intelletto e pel mio animo ad un tempo. Ed
oltre tutte le accennate composizioni, vi continuai anche con ostinazione e con frutto lo
studio dei classici latini, tra cui Giovenale, che mi fece gran colpo, e lo rilessi poi
sempre in appresso non meno di Orazio. Ma approssimandosi l'inverno, che in Siena non è
punto piacevole, e non essendo io ancora ben sanato dalla giovanile impazienza di luogo,
mi determinai nell'ottobre di andare a Firenze, non ancora ben certo se vi passerei pur
l'inverno, o se me ne tornerei a Torino. Ed ecco, che appena mi vi fui collocato così
alla peggio per provarmici un mese, nacque tale accidente, che mi vi collocò e inchiodò
per molti anni; accidente, per cui determinatomi per mia buona sorte ad espatriarmi per
sempre, io venni fra quelle nuove spontanee ed auree catene ad acquistare davvero la
ultima mia letteraria libertà, senza la quale non avrei mai fatto nulla di buono, se pur
l'ho fatto.
Fin dall'estate innanzi, ch'io avea come
dissi passato intero a Firenze, mi era, senza ch'io '1 volessi, occorsa più volte agli
occhi una gentilissima e bella signora, che per esservi anch'essa forestiera e distinta,
non era possibile di non vederla e osservarla; e più ancora impossibile, che osservata e
veduta non piacesse ella sommamente a ciascuno. Con tutto ciò, ancorché gran parte dei
signori di Firenze, e tutti i forestieri di nascita da lei capitassero, io immerso negli
studi e nella malinconia, ritroso e selvaggio per indole, e tanto più sempre intento a
sfuggire tra il bel sesso quelle che più aggradevoli e belle mi pareano, io perciò in
quell'estate innanzi non mi feci punto introdurre nella di lei casa; ma nei teatri e
spasseggi mi era accaduto di vederla spessissimo. L'impression prima me n'era rimasta
negli occhi, e nella mente ad un tempo, piacevolissima. Un dolce focoso negli occhi
nerissimi accoppiatosi (che raro adiviene) con candidissima pelle e biondi capelli, davano
alla di lei bellezza un risalto, da cui difficile era di non rimanere colpito e conquiso.
Età di anni venticinque; molta propensione alle bell'arti e alle lettere; indole d'oro;
e, malgrado gli agi di cui abondava, penose e dispiacevoli circostanze domestiche, che
poco la lasciavano essere, come il dovea, avventurata e contenta. Troppi pregi eran
questi, per affrontarli.
In quell'autunno dunque sendomi da un mio
conoscente proposto più volte d'introdurmivi, io credutomi forte abbastanza mi arrischiai
di accostarmivi; né molto andò ch'io mi trovai quasi senza avvedermene preso. Tuttavia
titubando io ancora tra il sì e il no di questa fiamma novella, nel decembre feci una
scorsa a Roma per le poste a cavallo; viaggio pazzo e strapazzatissimo, che non mi fruttò
altro che d'aver fatto il sonetto di Roma, pernottando in una bettolaccia di Baccano, dove
non mi riuscì mai di poter chiuder occhio. L'andare, lo stare, e il tornare, furono circa
dodici giorni. Rividi nelle due passate da Siena l'amico Gori, il quale non mi sconsigliò
da quei nuovi ceppi, in cui già era più che un mezzo allacciato; onde il ritorno in
Firenze me li ribadì ben tosto per sempre. Ma l'approssimazione di questa mia quarta ed
ultima febbre del cuore si veniva felicemente per me manifestando con sintomi assai
diversi dalle tre prime. In quelle io non m'era ritrovato allora agitato da una passione
dell'intelletto la quale contrapesando e frammischiandosi a quella del cuore venisse a
formare (per esprimermi col poeta) un misto incognito indistinto, che meno d'alquanto
impetuoso e fervente, ne riusciva però più profondo, sentito, e durevole. Tale fu la
fiamma che da quel punto in poi si andò a poco a poco ponendo in cima d'ogni mio affetto
e pensiero, e che non si spegnerà oramai più in me se non colla vita. Avvistomi in capo
a due mesi che la mia vera donna era quella, poiché invece di ritrovare in essa, come in
tutte le volgari donne, un ostacolo alla gloria letteraria, un disturbo alle utili
occupazioni, ed un rimpicciolimento direi di pensieri, io ci ritrovava e sprone e conforto
ed esempio ad ogni bell'opera; io, conosciuto e apprezzato un sì raro tesoro, mi diedi
allora perdutissimamente a lei. E non errai per certo, poiché più di dodici anni dopo,
mentr'io sto scrivendo queste chiacchiere, entrato oramai nella sgradita stagione dei
disinganni, vieppiù sempre di essa mi accendo quanto più vanno per legge di tempo
scemando in lei quei non suoi pregi passeggieri della caduca bellezza. Ma in lei si
innalza, addolcisce, e migliorasi di giorno in giorno il mio animo; ed ardirò dire e
creder lo stesso di essa, la quale in me forse appoggia e corrobora il suo.
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© 1999 - by prof. Giuseppe Bonghi
E-mail: Giuseppe Bonghi
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Ultimo aggiornamento: 08 settembre, 2003