Vittorio Alfieri
La Vita scritta da esso
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Ecco intanto a puntino come erano
veramente accadute le cose del giorno dianzi. Il fidato mio Elia, avendo veduto arrivare
quel messaggiero col cavallo fradicio di sudore e trafelatissimo, e che tanto e poi tanto
gli avea raccomandato di farmi avere immediatamente quella lettera, era subito uscito per
rintracciarmi; e cercatomi prima dal principe di Masserano dove mi credeva esser ito, poi
dal Caraccioli, che abitavano a più miglia di distanza, avea così consumato più ore;
finalmente riaccostandosi verso casa mia che era in Suffolk street, vicinissima
all'Haymarket dov'è il Teatro dell'Opera Italiana, gli venne in capo di veder se io ci
fossi; benché non lo credesse, atteso che avea tuttora il braccio slogato fasciato al
collo. Appena entrato egli al teatro, e chiesto di me a que' custodi dei palchi che
benissimo mi conoscevano, gli fu detto che un dieci minuti prima era uscito con tal
persona, che era venuta a cercarmi espressamente nel palco dov'io era. Elia sapeva
benissimo (benché non lo sapesse da me) quel mio disperato amore; onde udito appena il
nome della persona che mi era venuta cercare, e combinato la lettera di donde veniva,
subito entrò in chiaro di ogni cosa. Allora Elia, sapendo benissimo quanto mal destro
spadaccino io mi fossi, ed inoltre vedendomi impedito il braccio sinistro, mi reputò
anch'egli certamente per un uomo morto; e subito corse al Parco San Giacomo, ma non
essendosi rivolto verso il Greenpark, non ci rinvenne; intanto annottò; ed egli fu
costretto di uscir del parco, come ogni altra persona. Non sapendo che si fare per venir
in chiaro della mia sorte, si avviò verso la casa del marito, credendo quivi poter
raccapezzare qualcosa; e forse avendo egli azzeccato cavalli migliori al suo fiacre,
che non erano stati quelli del marito; o che questi forse in quel frattempo fosse andato
in qualch'altro luogo; fatto si è, che Elia si combinò di arrivar egli nel suo fiacre
vicino alla porta del marito, nel punto istesso in cui esso marito era giunto a casa sua;
e l'avea benissimo veduto ritornare colla spada, e slanciarsi in casa, e far chiuder la
porta subito, ed in aspetto e modi molto turbati. Sempre più si confermò Elia nel
sospetto ch'egli m'avesse ucciso, e non potendo più far altro, era corso dal Caraccioli,
e gli avea dato conto di quanto sapeva, e di quel che temeva.
Io dunque, dopo una sì penosa giornata,
rinfrancato da molte ore di placidissimo sonno, rimedicate alle meglio le mie due ferite,
di cui quella della spalla mi dolea più che mai, e l'altra sempre meno, subito corsi
dalla mia donna, e vi passai tutto intero quel giorno. Per via dei servitori si andava
sentendo quello che faceva il marito, la di cui casa, come dissi, era assai vicina di
quella della cognata, dove abitava per allora la mia donna. E benché io riputassi in me
stesso ogni nostro guai terminato col prossimo divorzio; e ancorché il padre di lei
(persona a me già notissima da più anni) fosse venuto in quel giorno del mercoledì a
veder la figlia, e nella di lei disgrazia si congratulasse pur seco, che almeno ad uom
degno (così volle dire) le toccasse di riunirsi in un secondo matrimonio; con tutto ciò
io scorgeva una foltissima nube su la bellissima fronte della mia donna, che un qualche
sinistro mi vi parea presagire. Ed ella, sempre piangente, e sempre protestandomi che mi
amava più d'ogni cosa; che lo scandalo dell'avvenimento suo e il disonore che glie ne
ridondava nella di lei patria, le venivano largamente compensati s'ella potea pur vivere
per sempre con me; ma ch'ella era più che certa che io non l'avrei mai presa per moglie
mia. Questa sua perseverante e stranissima asserzione mi disperava veramente; e sapendo io
benissimo ch'ella non mi reputava né mentitore né simulato, non poteva assolutamente
intendere questa sua diffidenza di me. In queste funeste perplessità, che purtroppo
turbavano ed annichilivano ogni mia soddisfazione del vederla liberamente dalla mattina
alla sera; ed inoltre fra le angustie d'un processo già intavolato ed assai spiacente per
chiunque abbia onore e pudore; così si passarono i tre giorni dal mercoledì a tutto il
venerdì, finché il venerdì sera insistendo io fortemente per estrarre dalla mia donna
una qualche più luce nell'orrido enimma dei di lei discorsi, delle sue malinconie, e
diffidenze; finalmente con grave e lungo stento, previo un doloroso proemio interrotto da
sospiri e singhiozzi amarissimi, ella mi veniva dicendo che sapea purtroppo non poter
essere in conto nessuno omai degna di me; e che io non la dovea né poteva né vorrei
sposar mai... perché già prima... di amar me... ella avea amato... "E chi
mai?" soggiungeva io interrompendo con impeto. "Un jockey" (cioè un
palafreniere) "che stava... in casa... di mio marito. " " Ci stava? e
quando? Oh Dio, mi sento morire! Ma perché dirmi tal cosa? crudel donna; meglio era
uccidermi. " Qui mi interrompe ancor essa; e a poco a poco alla per fine esce
l'intera confessione sozzissima di quel brutto suo amore; di cui sentendo io le dolorose
incredibili particolarità, gelido, immobile, insensato mi rimango qual pietra. Quel mio
degnissimo rival precursore stava tuttavia in casa del marito in quel punto in cui si
parlava; egli era stato quello che avea primo spiato gli andamenti della amante padrona;
egli avea scoperto la mia prima gita in villa, e il cavallo lasciato tutta notte
nell'albergo di campagna; ed egli con altri di casa, mi avea poi visto e conosciuto nella
seconda gita fatta in villa la domenica sera. Egli finalmente, udito il duello del marito
con me, e la disperazione di esso di dover far divorzio con una donna ch'egli mostrava
amar tanto, si era indotto nel giorno del giovedì a farsi introdurre presso al padrone, e
per disingannar lui, vendicar sé stesso, e punire la infida donna e il nuovo rivale,
quell'amante palafreniere avea spiattellatamente confessato e individuato tutta la storia
de' suoi triennali amori con la padrona, ed esortato avea caldamente il padrone a non si
disperar più a lungo per aver perduta una tal moglie, il che si dovea anzi recare a
ventura. Queste orribili e crudeli particolarità, le seppi dopo; da essa non seppi altro
che il fatto, e menomato quanto più si potea.
Il mio dolore e furore, le diverse mie
risoluzioni, e tutte false e tutte funeste e tutte vanissime ch'io andai quella sera
facendo e disfacendo, e bestemmiando, e gemendo, e ruggendo, ed in mezzo a tant'ira e
dolore amando pur sempre perdutamente un così indegno oggetto; non si possono tutti
questi affetti ritrarre con parole: ed ancora vent'anni dopo mi sento ribollire il sangue
pensandovi.
La lasciai quella sera, dicendole:
ch'ella troppo bene mi conosceva nell'avermi detto e replicato sì spesso che io non
l'avrei mai fatta mia moglie; e che se io mai fossi venuto in chiaro di tale infamia dopo
averla sposata, l'avrei certamente uccisa di mia mano, e me stesso forse sovr'essa, se
pure l'avessi ancor tanto amata in quel punto, quanto purtroppo in questo l'amava.
Aggiunsi che io pure la dispregiava un po' meno, per l'aver essa avuto la lealtà e il
coraggio di confessarmi spontaneamente tal cosa; che non l'abbandonerei mai come
amico, e che in qualunque ignorata parte d'Europa o dAmerica io era pronto ad andare
con essa e conviverci, purch'essa non mi fosse né paresse mai d'esser moglie.
Così lasciatala il venerdì sera,
agitato da mille furie alzatomi all'alba del sabato, e vistomi sul tavolino uno di quei
tanti foglioni pubblici che usano in Londra, vi slancio così a caso i miei occhi, e la
prima cosa che mi vi capita sotto è il mio nome. Gli spalanco, leggo un ben lunghetto
articolo, in cui tutto il mio accidente è narrato, individuato minutamente e con verità,
e vi imparo di più le funeste e risibili particolarità del rivale palafreniere, di cui
leggo il nome, l'età, la figura, e l'ampissima confessione da lui stesso fatta al
padrone. Io ebbi a cader morto ad una tal lettura; ed allora soltanto riacquistando la
luce della mente, mi avvidi e toccai con mano, che la perfida donna mi avea spontaneamente
confessato ogni cosa dopo che il gazzettiere, in data del venerdì mattina, l'avea
confessata egli al pubblico. Perdei allora ogni freno e misura, corsi a casa sua, dove
dopo averla invettivata con, tutte le più amare furibonde e spregianti espressioni, miste
sempre di amore, di dolor mortalissimo, e di disperati partiti, ebbi pure la vile
debolezza di ritornarvi qualche ore dopo averle giurato ch'ella non mi rivedrebbe mai
più. E tornatovi, mi vi trattenni tutto quel giorno; e vi tornai il susseguente, e più
altri, finché risolvendosi essa di uscir d'Inghilterra, dove ell'era divenuta la favola
di tutti, e di andare in Francia a porsi per alcun tempo in un monastero, io
l'accompagnai, e si errò intanto per varie provincie dell'Inghilterra per prolungare di
stare insieme, fremendo io e bestemmiando dell'esservi, e non me ne potendo pure a niun
conto separare. Colto finalmente un istante in cui poté più la vergogna e lo sdegno che
l'amore, la lasciai in Rochester, di dove essa con quella di lei cognata si avviò per
Douvres in Francia, ed io me ne tornai a Londra.
Giungendovi seppi che il marito avea
proseguito il processo divorziale in mio nome, e che in ciò mi avea accordata la
preferenza sul nostro triumviro terzo, il proprio palafreniere, che anzi gli stava ancora
in servizio, tanto è veramente generosa ed evangelica la gelosia degli inglesi. Ma ed io
pure mi debbo non poco lodare del procedere di quell'offeso marito. Non mi volle uccidere,
potendolo verisimilmente fare; né mi volle multare in danari, come portano le leggi di
quel paese, dove ogni offesa ha la sua tariffa, e le corna ve l'hanno altissima; a segno
che s'egli in vece di farmi cacciare la spada mi avesse voluto far cacciar la borsa, mi
avrebbe impoverito o dissestato di molto; perché tassandosi l'indennità in proporzione
del danno, egli l'avea ricevuto sì grave, atteso l'amore sviscerato ch'egli portava alla
moglie, ed atteso anche l'aggiunta del danno recatogli dal palafreniere, che per essere
nullatenente non glie l'avrebbe potuto ristorare, ch'io tengo per fermo che a recarla a
zecchini io non ne sarei potuto uscir netto a meno di dieci o dodici mila zecchini, e
forse anche più. Quel bennato e moderato giovine si comportò dunque meco in questo
sgradevole affare assai meglio ch'io non avea meritato. E proseguitosi in mio nome il
processo, la cosa essendo troppo palpabile dai molti testimoni, e dalle confessioni dei
diversi personaggi, senza neppure il mio intervento, né il menomo impedimento alla mia
partenza dall'Inghilterra, seppi poi dopo ch'era stato ratificato il totale divorzio.
Indiscretamente forse, ma pure a
bell'apposta ho voluto sminuzzare in tutti i suoi amminicoli questo straordinario e per me
importante accidente, sì perché se ne fece gran rumore in quel tempo, sì perché
essendo stata questa una delle principali occasioni in cui mi è venuto fatto di ben
conoscere e porre alla prova diversamente me stesso, mi è sembrato che analizzandolo con
verità e minutezza verrei anche a dar luogo a chi volesse più intimamente conoscermi, di
ritrovarne in questo fatto un ampissimo mezzo.
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CAPITOLO
DUODECIMO
Ripreso il viaggio in Olanda, Francia, Spagna, Portogallo, e ritorno in
patria.
Dopo aver sopportata una sì feroce
borrasca, non potendo io più trovar pace finché mi cadeano giornalmente sotto gli occhi
quei luoghi stessi ed oggetti, mi lasciai facilmente persuadere da quei pochi che
sentivano una qualche amichevole pietà del mio violentissimo stato, e mi indussi al
partire. Lasciai dunque l'Inghilterra verso il finir di giugno, e così infermo di animo
come io mi sentiva, ricercando pur qualche appoggio, volli dirigere i miei primi passi
verso l'amico D'Acunha in Olanda. Giunto nell'Haja, alcune settimane mi trattenni con lui,
e non vedeva assolutamente altri che lui solo; ed egli alcun poco mi consolava; ma era
profondissima la mia piaga. Sentendomi dunque di giorno in giorno anzi crescere la
malinconia che scemare, e pensando che il moto machinale, e la divagazione inseparabile
dal mutar luogo continuamente ed oggetti, mi dovrebbero giovare non poco, mi rimisi in
viaggio alla volta di Spagna; gita che fin da prima mi era prefisso di fare, essendo quel
paese quasi il solo dell'Europa che mi rimanesse da vedere. Avviatomi verso Brusselles per
luoghi che rinacerbivano sempre più le ferite del mio troppo lacerato cuore, massimamente
allorché io metteva a confronto quella mia prima fiamma olandese con questa seconda
inglese, sempre fantasticando, delirando, piangendo e tacendo, arrivai finalmente soletto
in Parigi. Né quella immensa città mi piacque più in questa seconda visita che nella
prima; né punto né poco mi divagò. Ci stetti pure circa un mese per lasciare sfogare i
gran caldi prima d'ingolfarmi nelle Spagne. In questo mio secondo soggiorno in Parigi
avrei facilmente potuto vedere ed anche trattare il celebre Gian-Giacomo Rousseau, per
mezzo d'un italiano mio conoscente che avea contratto seco una certa familiarità, e dicea
di andar egli molto a genio al suddetto Rousseau. Quest'italiano mi ci volea assolutamente
introdurre, entrandomi mallevadore che ci saremmo scambievolmente piaciuti l'uno l'altro,
Rousseau ed io. Ancorché io avessi infinita stima del Rousseau più assai per il suo
carattere puro ed intero e per la di lui sublime e indipendente condotta, che non pe' suoi
libri, di cui que' pochi che avea potuti pur leggere mi aveano piuttosto tediato come
figli di affettazione e di stento; con tutto ciò, non essendo io per mia natura molto
curioso, né punto sofferente, e con tanto minori ragioni sentendomi in cuore tanto più
orgoglio e inflessibilità di lui; non mi volli piegar mai a quella dubbia presentazione
ad un uomo superbo e bisbetico, da cui se mai avessi ricevuta una mezza scortesia glie
n'avrei restituite dieci, perché sempre così ho operato per istinto ed impeto di natura
di rendere con usura sì il male che il bene. Onde non se ne fece altro.
Ma in vece del Rousseau, intavolai bensì
allora una conoscenza per me assai più importante con sei o otto dei primi uomini
dell'Italia e del mondo. Comprai in Parigi una raccolta dei principali poeti e prosatori
italiani in trentasei volumi di picciol sesto, e di graziosa stampa, dei quali neppur uno
me ne trovava aver meco dopo quei due anni del secondo mio viaggio. E questi illustri
maestri mi accompagnarono poi sempre da allora in poi da per tutto; benché in quei primi
due o tre anni non ne facessi a dir vero grand'uso. Certo che allora comprai la raccolta
più per averla che non per leggerla, non mi sentendo nessuna né voglia né possibilità
di applicar la mente in nulla. E quanto alla lingua italiana sempre più m'era uscita
dall'animo e dall'intendimento a tal segno, che ogni qualunque autore sopra il Metastasio
mi dava molto imbroglio ad intenderlo. Tuttavia, così per ozio e per noia, squadernando
alla sfuggita que' miei trentasei volumetti mi maravigliai del gran numero di rimatori che
in compagnia dei nostri quattro sommi poeti erano stati collocati a far numero; gente, di
cui (tanta era la mia ignoranza) io non avea mai neppure udito il nome; ed erano: un Torracchione,
un Morgante, un Ricciardetto, un Orlandino, un Malmantile, e
che so io; poemi, dei quali molti anni dopo deplorai la triviale facilità, e la
fastidiosa abbondanza. Ma carissima mi riuscì la mia nuova compra, poiché mi misi
d'allora in poi in casa per sempre que' sei luminari della lingua nostra, in cui tutto
c'è; dico Dante, Petrarca, Ariosto, Tasso, Boccaccio e Machiavelli; e di cui (pur troppo
per mia disgrazia e vergogna) io era giunto all'età di circa ventidue anni senza averne
punto mai letto, toltone alcuni squarci dell'Ariosto nella prima adolescenza essendo in
Accademia, come mi pare di aver detto a suo luogo.
Munito in tal guisa di questi possenti
scudi contro l'ozio e la noia (ma invano, poiché sempre ozioso e noioso altrui e a me
stesso rimanevami), partii per la Spagna verso il mezzo agosto. E per Orléans, Tours,
Poitiers, Bordeaux e Toulouse, attraversata senza occhi la più bella e ridente parte
della Francia, entrai in Ispagna per la via di Perpignano; e Barcellona fu la prima città
dove mi volli alquanto trattenere da Parigi in poi. In tutto questo lungo tratto di
viaggio non facendo per lo più altro che piangere tra me e me soletto in carrozza, ovvero
a cavallo, di quando in quando andava pur ripigliando alcun tometto del mio Montaigne, il
quale da più di un anno non avea più guardato in viso. Questa lettura spezzata mi andava
restituendo un pocolino di senno e di coraggio, ed una qualche consolazione anche me la
dava.
Alcuni giorni dopo essere arrivato a
Barcellona, siccome i miei cavalli inglesi erano rimasti in Inghilterra, venduti tutti,
fuorché il bellissimo lasciato in custodia al marchese Caraccioli; e siccome io senza
cavalli non son neppur mezzo, subito comprai due cavalli, di cui uno d'Andalusia della
razza dei certosini di Xerez, stupendo animale, castagno d'oro; l'altro un hacha
cordovese, più piccolo, ma eccellente, e spiritosissimo. Dacché era nato sempre avea
desiderato cavalli di Spagna, che difficilmente si possono estrarre: onde non mi parea
vero di averne due sì belli; e questi mi sollevavano assai più che Montaigne. E su
questi io disegnava di fare tutto il mio viaggio di Spagna, dovendo la carrozza andare a
corte giornate a passo di mula, stante che posta per le carrozze non v'è stabilita, né
vi potrebbe essere attese le pessime strade di tutto quel regno affricanissimo. Qualche
indisposizionuccia avendomi costretto di soggiornare in Barcellona sino ai primi di
novembre, in quel frattempo col mezzo di una grammatica e vocabolario spagnuolo mi era
messo da me a leggicchiare quella bellissima lingua, che riesce facile a noi italiani; ed
in fatti tanto leggeva il Don Quixote, e bastantemente lo intendeva e gustava: ma
in ciò molto mi riusciva di aiuto l'averlo già altre volte letto in francese.
Postomi in via per Saragozza e Madrid, mi
andava a poco a poco avvezzando a quel nuovissimo modo di viaggiare per quei deserti; dove
chi non ha molta gioventù, salute, danari e pazienza, non ci può resistere. Pure io mi
vi feci in quei quindici giorni di viaggio sino a Madrid in maniera che poi mi tediava
assai meno l'andare, che il soggiornare in qualunque di quelle semibarbare città: ma per
me l'andare era sempre il massimo dei piaceri; e lo stare il massimo degli sforzi; così
volendo la mia irrequieta indole. Quasi tutta la strada soleva farla a piedi col mio
bell'andaluso accanto, che mi accompagnava come un fedelissimo cane, e ce la discorrevamo
fra noi due; ed era il mio gran gusto d'essere solo con lui in quei vasti deserti
dell'Arragona; perciò sempre facea precedere la mia gente col legno e le mule, ed io
seguitava di lontano. Elia frattanto sovra un muletto andava con lo schioppo a dritta e
sinistra della strada cacciando e tirando conigli, lepri, ed uccelli, che quelli sono gli
abitatori della Spagna; e precedendomi poi di qualch'ora mi facea trovare di che sfamarmi
alla posata del mezzogiorno, e così a quella della sera.
Disgrazia mia (ma forse fortuna d'altri)
che io in quel tempo non avessi nessunissimo mezzo né possibilità oramai di stendere in
versi i miei diversi pensieri ed affetti; ché in quelle solitudini e moto continuato
avrei versato un diluvio di rime, infinite essendo le riflessioni malinconiche e morali,
come anche le imagini e terribili, e liete, e miste, e pazze, che mi si andavano
affacciando alla mente. Ma non possedendo io allora nessuna lingua, e non mi sognando
neppure di dovere né poter mai scrivere nessuna cosa né in prosa né in versi, io mi
contentava di ruminar fra me stesso, e di piangere alle volte dirottamente senza saper di
che, e nello stesso modo di ridere: due cose che, se non sono poi seguitate da scritto
nessuno, son tenute per mera pazzia, e lo sono; se partoriscono scritti, si chiamano
poesia, e lo sono.
In questo modo me la passai in quel primo
viaggio sino a Madrid; e tanto era il genio che era andato prendendo per quella vita di
zingaro, che subito in Madrid mi tediai, e non mi vi trattenni che a stento un mesetto;
né ci trattai né conobbivi anima al mondo, eccetto un oriuolaio, giovine spagnuolo che
tornava allora di Olanda, dove era andato per l'arte sua. Questo giovinetto era pieno
d'ingegno naturale, ed avendo un pocolino visto il mondo si mostrava meco addoloratissimo
di tutte le tante e sì diverse barbarie che ingombravano la di lui patria. E qui narrerò
brevemente una mia pazza bestialità che mi accadde di fare contro il mio Elia,
trovandovisi in terzo codesto giovine spagnuolo. Una sera che questo oriuolaio avea cenato
meco, e che ancora si stava discorrendo a tavola dopo cenati, entrò Elia per ravviarmi al
solito i capelli, per poi andarcene tutti a letto; e nello stringere col compasso una
ciocca di capelli, me ne tirò un pochino più l'uno che l'altro. Io, senza dirgli parola,
balzato in piedi più ratto che folgore, di un man rovescio con uno dei candelieri ch'avea
impugnato glie ne menai un così fiero colpo su la tempia diritta, che il sangue zampillò
ad un tratto come da una fonte sin sopra il viso e tutta la persona di quel giovine, che
mi stava seduto in faccia all'altra parte di quella assai ben larga tavola dove si era
cenati. Quel giovane, che mi credé (con ragione) impazzito subitamente, non avendo
osservato né potendosi dubitare che un capello tirato avesse cagionato quel mio
improvviso furore, saltò subito su egli pure come per tenermi. Ma già in quel frattempo
l'animoso ed offeso e fieramente ferito Elia, mi era saltato addosso per picchiarmi; e ben
fece. Ma io allora snellissimo gli scivolai di sotto, ed era già saltato su la mia spada
che stava in camera posata su un cassettone, ed avea avuto il tempo di sfoderarla. Ma Elia
inferocito mi tornava incontro, ed io glie l'appuntava al petto; e lo spagnuolo a
rattenere ora Elia, ed or me; e tutta la locanda a romore; e i camerieri saliti, e così
separata la zuffa tragicomica e scandalosissima per parte mia. Rappaciati alquanto gli
animi si entrò negli schiarimenti; io dissi che l'essermi sentito tirar i capelli mi avea
messo fuor di me; Elia disse di non essersene avvisto neppure; e lo spagnuolo appurò
ch'io non era impazzito, ma che pure savissimo non era. Così finì quella orribile rissa,
di cui io rimasi dolentissimo e vergognosissimo e dissi ad Elia ch'egli avrebbe fatto
benissimo ad ammazzarmi. Ed era uomo da farlo; essendo egli di statura quasi un palmo più
di me che sono altissimo; e di coraggio e forza niente inferiore all'aspetto. La piaga
della tempia non fu profonda, ma sanguinò moltissimo, e poco più in su che l'avessi
colto, io mi trovava aver ucciso un uomo che amavo moltissimo per via d'un capello più o
meno tirato. Inorridii molto di un così bestiale eccesso di collera; e benché vedessi
Elia alquanto placato, ma non rasserenato meco, non volli pure né mostrare né nutrire
diffidenza alcuna di lui; e un par d'ore dopo, fasciata che fu la ferita, e rimessa in
sesto ogni cosa me n'andai a letto, lasciando la porticina che metteva in camera di Elia,
aderente alla mia, aperta al solito, e senza voler ascoltare lo spagnuolo che mi avvertiva
di non invitare così un uomo offeso e irritato di fresco ad una qualche vendetta. Ma io
anzi dissi forte ad Elia che era già stato posto a letto, che egli poteva volendo
uccidermi quella notte se ciò gli tornava comodo, poiché io lo meritava. Ma egli era
eroe per lo meno quanto me; né altra vendetta mai volle prendere, che di conservare poi
per sempre due fazzoletti pieni zeppi di sangue, coi quali s'era rasciutta da prima la
fumante piaga; e di poi mostrarmeli qualche volta, che li serbò per degli anni ben molti.
Questo reciproco misto di ferocia e di generosità per parte di entrambi noi, non si
potrà facilmente capire da chi non ha esperienza dei costumi, e del sangue di noi
piemontesi.
Io, nel rendere poi dopo ragione a me
stesso del mio orribile trasporto, fui chiaramente convinto, che aggiunta all'eccessivo
irascibile della natura mia l'asprezza occasionata dalla continua solitudine ed ozio,
quella tiratura di capello avea colmato il vaso, e fattolo in quell'attimo traboccare. Del
resto io non ho mai battuto nessuno che mi servisse se non se come avrei fatto un mio
eguale; e non mai con bastone né altr'arme, ma con pugni, o seggiole, o qualunque altra
cosa mi fosse caduta sotto la mano, come accade quando da giovine altri, provocandoti, ti
sforza a menar le mani. Ma nelle pochissime volte che tal cosa mi avvenne, avrei sempre
approvato e stimato quei servi che mi avessero risalutato con lo stesso picchiare; atteso
che io non intendeva mai di battere il servo come padrone, ma di altercare da uomo ad
uomo.
Vivendo così come orso terminai il mio
breve soggiorno in Madrid, dove non vidi nessunissima delle non molte cose, che poteano
eccitare qualche curiosità; né il palazzo dell'Escurial famosissimo, né Aranjuez, né
il palazzo pure del re in Madrid, non che vedervi il padrone di esso. E cagione principale
di questa straordinaria selvatichezza fu l'essere io mezzo guasto col nostro ambasciator
di Sardegna; ch'io avea conosciuto in Londra dal primo viaggio ch'io ci avea fatto nel
1768, dove egli era allora ministro, e non c'eramo niente piaciuti l'un l'altro.
Nell'arrivare io a Madrid, saputo ch'egli era con la corte in una di quelle ville reali,
colsi subito il tempo ch'egli non v'era, e lasciai il polizzino di visita con una
commendatizia della Segreteria di Stato che avea recato meco com'è d'uso. Tornato egli in
Madrid fu da me, non mi trovò; né io più mai cercai di lui, né egli di me. E tutto
questo non contribuiva forse poco a sempre più inasprire il mio già bastantemente
insoave ed irto carattere. Lasciai dunque Madrid verso i primi del dicembre, e per Toledo,
e Badaioz, mi avviai a passo a passo verso Lisbona, dove dopo circa venti giorni di
viaggio arrivai la vigilia del Natale.
Lo spettacolo di quella città, la quale
a chi vi approda, come io, da oltre il Tago, si presenta in aspetto teatrale e magnifico
quasi quanto quello di Genova, con maggiore estensione e varietà, mi rapì veramente,
massime in una certa distanza. La maraviglia poi e il diletto andavano scemando
all'approssimar della ripa, e intieramente poi mi si trasmutavano in oggetto di tristezza
e squallore allo sbarcare fra certe strade, intere isole di muriccie avanzi del terremoto,
accatastate e spartite allineate a guisa di isole di abitati edifizi. E di cotali strade
se ne vedevano ancora moltissime nella parte bassa della città, benché fossero già
oramai trascorsi quindici anni dopo quella funesta catastrofe.
Quel mio breve soggiorno in Lisbona di
circa cinque settimane, sarà per me un'epoca sempre memorabile e cara, per avervi io
imparato a conoscere l'abate Tommaso di Caluso, fratello minore del conte Valperga di
Masino allora nostro ministro in Portogallo. Quest'uomo, raro per l'indole, i costumi e la
dottrina, mi rendé delizioso codesto soggiorno, a segno che, oltre al vederlo per lo più
ogni mattina a pranzo dal fratello, anche le lunghe serate dell'inverno io preferiva pure
di passarmele intere da solo a solo con lui, piuttosto che correre attorno pe'
divertimenti sciocchissimi del gran mondo. Con esso io imparava sempre qualche cosa, e
tanta era la di lui bontà e tolleranza, che egli sapea per così dire alleggerirmi la
vergogna ed il peso della mia ignoranza estrema, la quale tanto più fastidiosa e
stomachevole gli dovea pur comparire, quanto maggiore ed immenso era in esso il sapere.
Cosa che, non mi essendo fin allora accaduta con nessuno dei non molti letterati ch'io
avessi dovuti trattare, me li avea fatti tutti prendere a noia. E ben dovea essere così,
non essendo in me niente minore l'orgoglio, che l'ignoranza. Fu in una di quelle
dolcissime serate, ch'io provai nel più intimo della mente e del cuore un impeto
veramente febeo, di rapimento entusiastico per l'arte della poesia; il quale pure non fu
che un brevissimo lampo, che immediatamente si tornò a spegnere, e dormì poi sotto
cenere ancora degli anni ben molti. Il degnissimo e compiacentissimo abate mi stava
leggendo quella grandiosa ode del Guidi alla Fortuna, poeta, di cui sino a quel giorno io
non avea neppur mai udito il nome. Alcune stanze di quella canzone, e specialmente la
bellissima di Pompeo, mi trasportarono a un segno indicibile, talché il buon abate si
persuase e mi disse che io era nato per far dei versi, e che avrei potuto, studiando,
pervenire a farne degli ottimi. Ma io, passato quel momentaneo furore, trovandomi così
irrugginite tutte le facoltà della mente, non la credei oramai cosa possibile, e non ci
pensai altrimenti.
Intanto l'amicizia e la soave compagnia
di quell'uomo unico, che è un Montaigne vivo, mi giovò assaissimo a riassestarmi un poco
l'animo; onde, ancorché non mi sentissi del tutto guarito, mi riavvezzai pure a poco a
poco a leggicchiare, e riflettere, assai più che non avessi ciò fatto da circa diciotto
mesi. Quanto poi alla città di Lisbona, dove non mi sarei trattenuto neppur dieci giorni,
se non fosse stato l'abate, nulla me ne piacque fuorché in generale le donne, nelle quali
veramente abonda il lubricus adspici di Orazio. Ma, essendomi ridivenuta mille
volte più cara la salute dell'animo che quella del corpo, io mi studiai e riuscii di
sfuggire sempre le oneste.
Verso i primi di febbraio partii alla
volta di Siviglia e di Cadice; né portai meco altra cosa di Lisbona, se non se una stima
ed amicizia somma pel suddetto abate di Caluso, ch'io sperava di riveder poi, quando che
fosse, in Torino. Di Siviglia me ne andò a genio il bel clima, e la faccia originalissima
spagnuolissima che tuttavia conservavasi codesta città sovra ogni altra del regno. Ed io
sempre ho preferito originale anche tristo ad ottima copia. La nazione spagnuola, e la
portoghese, sono in fatti quasi oramai le sole di Europa che conservino i loro costumi,
specialmente nel basso e medio ceto. E benché il buono vi sia quasi naufrago in un mare
di storture di ogni genere che vi predominano, io credo tuttavia quel popolo una
eccellente materia prima per potersi addirizzar facilmente ad operar cose grandi,
massimamente in virtù militare; avendone essi in sovrano grado tutti gli elementi;
coraggio, perseveranza, onore, sobrietà, obbedienza, pazienza, ed altezza d'animo.
In Cadice terminai il carnevale
bastantemente lieto. Ma mi avvidi alcuni giorni dopo esserne partito alla volta di
Cordova, che riportato n'avea meco delle memorie gaditane, che alcun tempo mi durerebbero.
Quelle ferite poco gloriose mi amareggiarono assai quel lunghissimo viaggio da Cadice a
Torino, ch'io intrapresi di fare d'un sol fiato così ad oncia ad oncia per tutta la
lunghezza della Spagna sino ai confini di Francia, di dove già v'era entrato. Ma pure a
forza di robustezza, ostinazione e sofferenza, cavalcando, sfangando a piedi, e
strapazzandomi d'ogni maniera, arrivai, assai mal concio, a dir vero, a Perpignano, di
dove poi continuando per le poste ebbi a soffrir molto meno. In quel gran tratto di terra
i due soli luoghi che mi diedero una qualche soddisfazione, furono Cordova e Valenza:
massimamente poi tutto il regno di Valenza, che misurai per lo lungo sul finir di marzo,
ed era per tutto una primavera tepida e deliziosissima, di quelle veramente descritte dai
poeti. Le adiacenze poi e i passeggi, e le limpide acque, e la posizione locale della
città di Valenza, e il bellissimo azzurro del di lei cielo, e un non so che di elastico
ed amoroso nell'atmosfera; e donne i di cui occhi protervi mi faceano bestemmiare le
gaditane; e un tutto, insomma, sì fatto mi si appresentò in quel favoloso paese, che
nessun'altra terra mi ha lasciato un tale desiderio di sé, né mi si riaffaccia sì
spesso alla fantasia quanto codesta.
Giunto per la via di Tortosa una seconda volta in Barcellona, e tediatissimo del viaggiare
a così lento passo, feci il gran distacco dal mio bellissimo cavallo andaluso, che per
essere molto affaticato da quest'ultimo viaggio di trenta e più giorni consecutivi da
Cadice a Barcellona, non lo volea strapazzar maggiormente col farmelo trottar dietro il
legno quando sarei partito per Perpignano a marcia duplicata. L'altro mio cavallo, il
cordovesino, essendomisi azzoppito fra Cordova e Valenza, piuttosto che trattenermi due
giorni che forse si sarebbe riavuto, lo avea regalato alle figlie di una ostessa molto
belline, raccomandandolo che se lo curavano e gli davano un po' di riposo, rinsanito lo
venderebbero benissimo; né mai più ne seppi altro. Quest'ultimo dunque rimastomi, non lo
volendo io vendere, perché sono per natura nemicissimo del vendere, lo regalai ad un
banchiere francese domiciliato in Barcellona, già mio conoscente sin dalla mia prima
dimora in codesta città. E qui, per definire e dimostrare quel che sia il cuore di un
pubblicano, aggiungerò una particolarità. Essendomi rimaste di più forse un trecento
doppie d'oro di Spagna, che attese le severe perquisizioni che si fanno alle dogane di
frontiera all'uscire di Spagna, difficilmente forse le avrei potute estrarre, sendo cosa
proibita; richiesi al su detto banchiere, dopo avergli regalato il cavallo, che mi desse
una cambiale di codesta somma pagabile a vista in Monpellieri di dove mi toccava passare.
Ed egli, per testificarmi la sua gratitudine, ricevute le mie doppie sonanti, mi concepì
la cambiale in tutto quel massimo rigore di cambio che facea in quella settimana; talché
poi a Monpellieri riscotendo la somma in luigi, mi trovai aver meno circa il sette per
cento di quello ch'io avrei ricavato se vi avessi portate e scambiate le mie doppie
effettive. Ma io non avea neppur bisogno di aver provato questa cortesia banchieresca per
fissare la mia opinione su codesta classe di gente, che sempre mi è sembrata l'una delle
più vili e pessime del mondo sociale; e ciò tanto più, quanto essi si van mascherando
da signori, e mentre vi danno un lauto pranzo in casa loro per fasto, vi spogliano per uso
d'arte al loro banco; e sempre poi sono pronti ad impinguarsi delle calamità pubbliche. A
fretta in furia, facendo con danari bastonare le tardissime mule, mi portai dunque in due
giorni soli da Barcellona a Perpignano, dove ce n'avea impiegati quattro al venire. E la
fretta poi mi era si fattamente rientrata addosso, che di Perpignano in Antibo volando per
le poste, non mi trattenni mai, né in Narbona, né in Monpellieri, né in Aix. Ed in
Antibo subito imbarcatomi per Genova, dove solo per riposarmi soggiornai tre giorni, di
lì mi restituiva in patria due altri giorni trattenendomi presso mia madre in Asti; e
quindi, dopo tre anni di assenza, in Torino, dove giunsi il dì quinto di maggio dell'anno
1772. Nel passare di Monpellieri io avea consultato un chirurgo di alto grido, su i miei
incommodi incettati in Cadice. Costui mi ci volea far trattenere; ma io, fidandomi
alquanto su l'esperienza che avea oramai contratta di simili incommodi, e sul parere del
mio Elia, che di queste cose intendeva benissimo, e mi avea già altre volte perfettamente
guarito in Germania, ed altrove; senza dar retta all'ingordo chirurgo di Monpellieri, avea
proseguito, come dissi, il mio viaggio rapidissimamente. Ma lo strapazzo stesso di due
mesi di viaggio avea molto aggravato il male. Onde al mio arrivo in Torino, sendo assai
mal ridotto, ebbi che fare quasi tutta l'estate per rimettermi in salute. E questo fu il
principal frutto dei tre anni di questo secondo mio viaggio.
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CAPITOLO
DECIMOTERZO
Poco dopo essere rimpatriato, incappo nella terza rete amorosa.
Primi tentativi di poesia.
Ma benché agli occhi dei più, ed
anche ai miei, nessun buon frutto avessi riportato da quei cinque anni di viaggi, mi si
erano con tutto ciò assai allargate le idee, e rettificato non poco il pensare; talché,
quando il mio cognato mi volle riparlare d'impieghi diplomatici che avrei dovuto
sollecitare, io gli risposi: che avendo veduti un pochino più da presso ed i re, e coloro
che li rappresentano, e non li potendo stimare un iota nessuni, io non avrei voluto
rappresentarne né anche il Gran Mogol, non che prendessi mai a rappresentare il più
piccolo di tutti i re dell'Europa, qual era il nostro; e che non rimaneva altro compenso a
chi si trovava nato in simili paesi, se non se di camparvi del suo, avendovelo, e
d'impiegarsi da sé in una qualche lodevole occupazione sotto gli auspici favorevolissimi
sempre della beata indipendenza. Questi miei detti fecero torcere moltissimo il muso a
quell'ottimo uomo che trovavasi essere uno dei gentiluomini di camera del re; né mai più
avendomi egli parlato di ciò, io pure sempre più mi confermai nel mio proposito.
Io mi trovava allora in età di ventitré
anni; bastantemente ricco, pel mio paese; libero, quanto vi si può essere; esperto,
benché così alla peggio, delle cose morali e politiche, per aver veduti successivamente
tanti diversi paesi e tanti uomini; pensatore, più assai che non lo comportasse
quell'età; e presumente anche più che ignorante. Con questi dati mi rimaneano
necessariamente da farsi molti altri errori, prima che dovessi pur ritrovare un qualche
lodevole ed utile sfogo al bollore del mio impetuoso intollerante e superbo carattere.
In fine di quell'anno del mio
ripatriamento, provvistomi in Torino una magnifica casa posta su la piazza bellissima di
San Carlo, e ammobigliatala con lusso e gusto e singolarità, mi posi a far vita di
gaudente con gli amici, che allora me ne ritrovai averne a dovizia. Gli antichi miei
compagni d'Accademia, e di tutte quelle prime scappataggini di gioventù, furono di nuovo
i miei intimi; e tra quelli, forse un dodici e più persone, stringendoci più
assiduamente insieme, venimmo a stabilire una società permanente, con admissione od
esclusiva ad essa per via di voti, e regole, e buffonerie diverse, che poteano forse
somigliare, ma non erano però, Libera Muratoreria. Né di tal società altro fine ci
proponevamo, fuorché divertirci, cenando spesso insieme (senza però nessunissimo
scandalo); e del resto nell'adunanze periodiche settimanali la sera, ragionando o
sragionando sovra ogni cosa. Tenevansi queste auguste sessioni in casa mia, perché era e
più bella e più spaziosa di quelle dei compagni, e perché essendovi io solo si rimanea
più liberi. C'era fra questi giovani (che tutti erano ben nati e dei primari della
città) un po' d'ogni cosa; dei ricchi e dei poveri, dei buoni, dei cattivucci, e degli
ottimi, degli ingegnosi, degli sciocchetti, e dei colti; onde da sì fatta mistura, che il
caso la somministrò ottimamente temperata, risultava che io né vi potea, né avrei
voluto potendolo, primeggiare in niun modo, ancorché avessi veduto più cose di loro.
Quindi le leggi che vi si stabilirono furono discusse e non già dettate; e riuscirono
imparziali, egualissime, e giuste; a segno che un corpo di persone come eramo noi, tanto
potea fondare una ben equilibrata repubblica, come una ben equilibrata buffoneria. La
sorte e le circostanze vollero che si fabbricasse piuttosto questa che quella. Si era
stabilito un ceppo assai ben capace, dalla di cui spaccatura superiore vi si introducevano
scritti d'ogni specie, da leggersi poi dal presidente nostro elettivo ebdomadario, il
quale tenea di esso ceppo la chiave. Fra quegli scritti se ne sentivano talvolta alcuni
assai divertenti e bizzarri; se ne indovinavano per lo più gli autori, ma non portavano
nome. Per nostra comune e più mia particolare sventura, quegli scritti erano tutti in
(non dirò lingua), ma in parole francesi. Io ebbi la sorte d'introdurre varie carte nel
ceppo, le quali divertirono assai la brigata; ed erano cose facete miste di filosofia e
d'impertinenza, scritte in un francese che dovea essere almeno non buono, se pure non
pessimo, ma riuscivano pure intelligibili e passabili per un uditorio che non era più
dotto di me in quella lingua. E fra gli altri, uno ne introdussi, e tuttavia lo conservo,
che fingeva la scena di un Giudizio Universale, in cui Dio domandando alle diverse
anime un pieno conto di sé stesse, ci aveva rappresentate diverse persone che dipingevano
i loro propri caratteri; e questo ebbe molto incontro perché era fatto con un qualche
sale, e molta verità; talché le allusioni, e i ritratti vivissimi e lieti e variati di
molti sì uomini che donne della nostra città, venivano riconosciuti e nominati
immediatamente da tutto l'uditorio.
Questo piccolo saggio del mio poter
mettere in carta le mie idee quali ch'elle fossero, e di potere, nel farlo, un qualche
diletto recare ad altrui, mi andò poi di tempo in tempo saettando un qualche lampo
confuso di desiderio e di speranza di scrivere quando che fosse qualcosa che potesse aver
vita; ma non mi sapeva neppur io quale potrebbe mai essere la materia, vedendomi
sprovvisto di quasi tutti i mezzi. Per natura mia prima prima, a nessuna altra cosa
inclinava quanto alla satira, ed all'appiccicare il ridicolo sì alle cose che alle
persone. Ma pure poi riflettendo e pensando, ancorché mi vi paresse dovervi aver forse
qualche destrezza, non apprezzava io nell'intimo del cuore gran fatto questo sì fallace
genere; il di cui buon esito, spesso momentaneo, è posto e radicato assai più nella
malignità e invidia naturale degli uomini, gongolanti sempre allorché vedono mordere i
loro simili, che non nel merito intrinseco del morditore.
Intanto per allora la divagazione somma e
continua, la libertà totale, le donne, i miei ventiquattro anni, e i cavalli di cui avea
spinto il numero sino a dodici e più, tutti questi ostacoli potentissimi al non far nulla
di buono, presto spegnevano od assopivano in me ogni qualunque velleità di divenire
autore. Vegetando io dunque così in questa vita giovenile oziosissima, non avendo mai un
istante quasi di mio, né mai aprendo più un libro di sorte nessuna, incappai (come ben
dovea essere) di bel nuovo in un tristo amore; dal quale poi dopo infinite angosce,
vergogne, e dolori, ne uscii finalmente col vero, fortissimo, e frenetico amore del sapere
e del fare, il quale d'allora in poi non mi abbandonò mai più; e che, se non altro, mi
ha una volta sottratto dagli orrori della noia, della sazietà, e dell'ozio; e dirò più,
dalla disperazione; verso la quale a poco a poco io mi sentiva strascinare talmente, che
se non mi fossi ingolfato poi in una continua e caldissima occupazione di mente, non v'era
certamente per me nessun altro compenso che mi potesse impedire prima dei trent'anni
dall'impazzire o affogarmi.
Questa mia terza ebrezza d'amore fu
veramente sconcia, e pur troppo lungamente anche durò. Era la mia nuova fiamma una donna,
distinta di nascita, ma di non troppo buon nome nel mondo galante, ed anche attempatetta;
cioè maggiore di me di circa nove in dieci anni. Una passeggiera amicizia era già stata
tra noi, al mio primo uscire nel mondo, quando ancora era nel Primo Appartamento
dell'Accademia. Sei e più anni dopo, il trovarmi alloggiato di faccia a lei, il vedermi
da essa festeggiato moltissimo; il non far nulla; e l'esser io forse una di quelle anime
di cui dice, con tanta verità ed affetto, il Petrarca:
| So di che poco canape si allaccia un'anima gentil, quand'ella è sola, e non è chi per lei difesa faccia; |
ed in somma il mio buon padre Apollo che forse per tal via straordinaria mi volea chiamare a sé; fatto si è, ch'io, benché da principio non l'amassi, né mai poi la stimassi, e neppure molto la di lei bellezza non ordinaria mi andasse a genio; con tutto ciò credendo come un mentecatto al di lei immenso amore per me, a poco a poco l'amai davvero, e mi c'ingolfai sino agli occhi. Non vi fu più per me né divertimenti, né amici; perfino gli adorati cavalli furono da me trascurati. Dalla mattina all'otto fino alle dodici della sera eternamente seco, scontento dell'esserci, e non potendo pure non esserci; bizzarro e tormentosissimo stato, in cui vissi non ostante (o vegetai, per dir meglio) da circa il mezzo dell'anno 1773 sino a tutto il febbraio del '75; senza contar poi la coda di questa per me fatale e ad un tempo fausta cometa.
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CAPITOLO
DECIMOQUARTO
Malattia e ravvedimento.
Nel lungo tempo che durò questa
pratica, arrabbiando io dalla mattina alla sera, facilmente mi alterai la salute. Ed in
fatti nel fine del '73 ebbi una malattia non lunga, ma fierissima, e straordinaria a segno
che i maligni begl'ingegni, di cui Torino non manca, dissero argutamente ch'io l'avea
inventata esclusivamente per me. Cominciò con lo dar di stomaco per ben trentasei ore
continue, in cui non v'essendo più neppur umido da rigettare, si era risoluto il vomito
in un singhiozzo sforzoso, con una orribile convulsione del diaframma che neppur l'acqua
in piccolissimi sorsi mi permettea d'ingoiare. I medici, temendo l'infiammazione, mi
cacciarono sangue dal piede, e immediatamente cessò lo sforzo di quel vomito asciutto, ma
mi si impossessò una tal convulsione universale, e subsultazione dei nervi tutti, che a
scosse terribili ora andava percuotendo il capo della testiera del letto, se non me lo
teneano, ora le mani e massimamente i gomiti, contro qualunque cosa vi fosse stata
aderente. Né alcunissimo nutrimento, o bevanda, per nessuna via mi si poteva far
prendere, perché all'avvicinarsi o vaso o istromento qualunque a qualunque orifizio,
prima anche di toccare la parte era tale lo scatto cagionato dai subsulti nervosi, che
nessuna forza valeva a impedirli; anzi, se mi voleano tener fermo con violenza era assai
peggio, ed io ammalato dopo anche quattro giorni di totale digiuno, estenuato di forze,
conservava però un tale orgasmo di muscoli, che mi venivano fatti allora degli sforzi che
non avrei mai potuti fare essendo in piena salute. In questo modo passai cinque giorni
interi in cui non mi vennero inghiottiti torse venti o trenta sorsetti di acqua presi
così a contrattempo di volo, e spesso immediatamente rigettati. Finalmente nel sesto la
convulsione allentò, mediante le cinque o le sei ore il giorno che fui tenuto in un bagno
caldissimo di mezz'olio e mezz'acqua. Riapertasi la via dell'esofago, in pochi giorni col
bere moltissimo siere fui risanato. La lunghezza del digiuno e gli sforzi del vomito erano
stati tali, che nella forcina dello stomaco, fra quei due ossucci che la compongono, vi si
formò un tal vuoto, che un uovo di mezzana grandezza vi potea capire; né mai poi mi si
ripianò come prima. La rabbia, la vergogna, e il dolore, in cui mi facea sempre vivere
quell'indegno amore, mi aveano cagionata quella singolar malattia. Ed io, non vedendo
strada per me di uscire di quel sozzo laberinto, sperai, e desiderai di morirne. Nel
quinto giorno del male, quando più si temeva dai medici che non ne ritornerei, mi fu
messo intorno un degno cavaliere mio amico, ma assai più vecchio di me, per indurmi a
ciò che il suo viso e i preamboli del suo dire mi fecero indovinare prima ch'egli
parlasse; cioè a confessarmi e testare. Lo prevenni, col domandar l'uno e l'altro, né
questo mi sturbò punto l'animo. In due o tre aspetti mi occorse di rimirare ben in faccia
la morte nella mia gioventù; e mi pare di averla ricevuta sempre con lo stesso contegno.
Chi sa poi, se quando ella mi si riaffaccerà irremissibile io nello stesso modo la
riceverò. Bisogna veramente che l'uomo muoia, perché altri possa appurare, ed ei stesso,
il di lui giusto valore.
Risorto da quella malattia, ripigliai
tristamente le mie catene amorose. Ma per levarmene pure qualcun'altra d'addosso, non
volli più lungamente godermi i lacci militari, che sommamente mi erano sempre
dispiaciuti, abborrendo io quell'infame mestiere dell'armi sotto un'autorità assoluta
qual ch'ella sia; cosa, che sempre esclude il sacrosanto nome di patria. Non negherò
pure, che in quel punto la mia Venere non fosse più assai per me opprobriosa che non era
il mio Marte. In somma fui dal colonnello, e allegando la salute domandai dimissione dal
servizio, che non avea a dir vero prestato mai; poiché in circa ott'anni che portai
l'uniforme, cinque li avea passati fuor del paese; e nei tre altri appena cinque riviste
avea passate, che due l'anno se ne passavano sole in quei reggimenti di Milizie
Provinciali in cui avea preso servizio. Il colonnello volle ch'io ci pensassi dell'altro
prima di chiedere per me codesta dimissione; accettai per civiltà il suo invito e
simulando di avervi pensato altri quindici giorni, la ridomandai più fermamente e
l'ottenni.
Io frattanto strascinava i miei giorni
nel serventismo, vergognoso di me stesso, noioso e annoiato, sfuggendo ogni mio conoscente
ed amico, sui di cui visi io benissimo leggeva tacitamente scolpita la mia opprobriosa
dabenaggine. Avvenne poi nel gennaio del 1774, che quella mia signora si ammalò di un
male di cui forse poteva esser io la cagione, benché non intieramente il credessi. E
richiedendo il suo male ch'ella stesse in totale riposo e silenzio, fedelmente io le stava
a piè del letto seduto per servirla; e ci stava dalla mattina alla sera, senza pure aprir
bocca per non le nuocere col farla parlare. In una di queste poco, certo, divertenti
sedute, io mosso dal tedio, dato di piglio a cinque o sei fogli di carta che mi caddero
sotto mano, cominciai cosí a caso, e senza aver piano nessuno, a schiccherare una scena
di una non so come chiamarla, se tragedia, o commedia, se d'un sol atto, o di cinque, o di
dieci; ma insomma delle parole a guisa di dialogo, e a guisa di versi, tra un Photino, una
donna, ed una Cleopatra, che poi sopravveniva dopo un lunghetto parlare fra codesti due
prima nominati. Ed a quella donna, dovendole pur dare un nome, né altro sovvenendomene,
appiccicai quel di Lachesi, senza pur ricordarmi ch'ella delle tre Parche era l'una. E mi
pare, ora esaminandola, tanto più strana quella mia subitanea impresa, quanto da circa
sei e più anni io non avea mai più scritto una parola italiana, pochissimo e assai di
rado e con lunghissime interruzioni ne avea letto. Eppure così in un subito, né saprei
dire né come né perché, mi accinsi a stendere quelle scene in lingua italiana ed in
verso. Ma, affinché il lettore possa giudicar da sé stesso della scarsezza del mio
patrimonio poetico in quel tempo, trascriverò qui in fondo di pagina [Appendice prima, ndr] a guisa di nota un bastante squarcio di
codesta composizione, e fedelissimamente lo trascriverò dall'originale che tuttavia
conservo, con tutti gli spropositi perfino di ortografia con cui fu scritto: e spero, che
se non altro questi versi potranno far ridere chi vorrà dar loro un'occhiata, come vanno
facendo ridere me nell'atto del trascriverli; e principalmente la scena fra Cleopatra e
Photino. Aggiungerò una particolarità, ed è: che nessun'altra ragione in quel primo
istante ch'io cominciai a imbrattar que' fogli mi indusse a far parlare Cleopatra
piuttosto che Berenice, o Zenobia, o qualunque altra regina tragediabile, fuorché l'esser
io avvezzo da mesi ed anni a vedere nell'anticamera di quella signora alcuni bellissimi
arazzi, che rappresentavano vari fatti di Cleopatra e d'Antonio.
Guarì poi la mia signora di codesta sua
indisposizione; ed io senza mai più pensare a questa mia sceneggiatura risibile, la
depositai sotto un cuscino della di lei poltroncina, dove ella si stette obbliata circa un
anno; e così furono frattanto, sì dalla signora che vi si sedeva abitualmente, si da
qualunque altri a caso vi si adagiasse, covate in tal guisa fra la poltroncina e il sedere
di molti quelle mie tragiche primizie.
Ma, trovandomi vie più sempre tediato ed
arrabbiato di far quella vita serventesca, nel maggio di quello stesso anno '74, presi
subitamente la determinazione di partire per Roma, a provare se il viaggio e la lontananza
mi guarirebbero di quella morbosa passione. Afferrai l'occasione d'una acerba disputa
avuta con la mia signora (e queste non erano rare), e senza dir altro, tornato la sera a
casa mia, nel giorno consecutivo feci tutte le mie disposizioni, e passato tutto
quell'intero giorno senza capitar da lei, la mattina dopo per tempissimo me ne partii alla
volta di Milano. Essa non lo seppe che la sera prima (credo il sapesse da qualcuno di casa
mia), e subito quella sera stessa al tardi mi rimandò, come è d'uso, e lettere e
ritratto. Quest'invio già principiò a guastarmi la testa, e la mia risoluzione già
tentennava. Tuttavia, fattomi buon animo, mi avviai, come dissi, per le poste verso
Milano. Giunto la sera a Novara, saettato tutto il giorno da quella sguaiatissima
passione, ecco che il pentimento, il dolore e la viltà mi muovono un sì feroce assalto
al cuore, che fattasi omai vana ogni ragione, sordo al vero, repentinamente mi cangio. Fo
proseguire verso Milano un abate francese ch'io m'era preso per compagno, con la carrozza
e i miei servi, dicendo loro di aspettarmi in Milano. In tanto, io soletto, sei ore
innanzi giorno salto a cavallo col postiglione per guida, corro tutta la notte, e il
giorno poi di buon'ora mi ritrovo un'altra volta a Torino; ma per non mi vi far vedere, e
non esser la favola di tutti, non entro in città; mi soffermo in un'osteriaccia del
sobborgo, e di là supplichevolmente scrivo alla mia signora adirata, perch'ella mi
perdoni questa scappata, e mi voglia accordare un po' d'udienza. Ricevo tostamente
risposta. Elia, che era rimasto in Torino per badare alle cose mie durante il mio viaggio
che dovea esser d'un anno; Elia, destinato sempre a medicare, o palliar le mie piaghe, mi
riporta quella risposta. L'udienza mi vien accordata, entro in città, come profugo, su
l'imbrunir della notte; ottengo il mio intero vergognoso perdono, riparto all'alba
consecutiva verso Milano, rimasti d'accordo fra noi due che in capo di cinque o sei
settimane sotto pretesto di salute me ne ritornerei in Torino. Ed io in tal guisa
palleggiato a vicenda tra la ragione e l'insania, appena firmata la pace, trovandomi di
bel nuovo soletto su la strada maestra fra i miei pensamenti, fieramente mi sentiva
riassalito dalla vergogna di tanta mia debolezza. Così arrivai a Milano lacerato da
questi rimorsi in uno stato compassionevole ad un tempo e risibile. Io non sapeva allora,
ma provava per esperienza quel profondo ed elegante bel detto del nostro maestro d'amore,
il Petrarca:
| Che chi discerne è vinto da chi vuole. |
Due giorni appena mi trattenni in
Milano, sempre fantasticando, ora come potrei abbreviare quel maledetto viaggio, ed ora,
come lo potrei far durare senza tener parola del ritorno; che libero avrei voluto
trovarmi, ma liberarmi non sapea, né potea. Ma, non trovando mai un po' di pace se non se
nel moto e divagazione del correr la posta, rapidamente per Parma, Modena, e Bologna mi
rendei a Firenze; dove né pure potendomi trattener più di due giorni, subito ripartii
per Pisa e Livorno. Quivi poi ricevute le prime lettere della mia signora, non potendo
più durare lontano, ripartii subito per la via di Lerici e Genova, dove lasciatovi
l'abate compagno, e il legno da risarcirsi, a spron battuto a cavallo me ne ritornai a
Torino, diciotto giorni dopo esserne partito per fare il viaggio d'un anno. C'entrai anche
di notte per non farmi canzonar dalla gente. Viaggio veramente burlesco, che pure mi
costò dei gran pianti.
Sotto l'usbergo (non del sentirmi puro)
ma del mio viso serio e marmoreo, scansai le canzonature dei miei conoscenti ed amici, che
non si attentarono di darmi il ben tornato. Ed in fatti, troppo era mal tornato; e
divenuto oramai disprezzabilissimo agli stessi occhi miei, io caddi in un tale avvilimento
e malinconia, che se un tale stato fosse lungamente durato, avrei dovuto o impazzire, o
scoppiare; come in fatti venni assai presso all'uno ed all'altro.
Ma pure strascinai quelle vili catene ancora dal finir di giugno del '74, epoca del mio
ritorno di quel semiviaggio, sino al gennaio del '75, quando alla per fine il bollore
della mia compressa rabbia giunto all'estremo scoppiò.
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CAPITOLO
DECIMOQUINTO
Liberazione vera. Primo sonetto.
Tornato io una tal sera dall'opera
(insulso e tediosissimo divertimento di tutta l'Italia) dove per molte ore mi era
trattenuto nel palco dell'odiosamata signora, mi trovai così esuberantemente stufo che
formai la immutabile risoluzione di rompere sì fatti legami per sempre. Ed avendo io
visto per prova che il correre per le poste qua e là non mi avea prestato forza di
proponimento, che anzi me l'avea subito indebolita e poi tolta, mi volli mettere a maggior
prova, lusingandomi che in uno sforzo più difficile riuscirei forse meglio, stante
l'ostinazione naturale del mio ferreo carattere. Fermai dunque in me stesso di non mi
muovere di casa mia, che come dissi le stava per l'appunto di faccia; di vedere e guardare
ogni giorno le di lei finestre, di vederla passare; di udirne in qualunque modo parlare; e
con tutto ciò, di non cedere oramai a nulla, né ad ambasciate dirette o indirette, né
alle reminiscenze, né a cosa che fosse al mondo, a vedere se ci creperei, il che poco
importavami, o se alla fin fine la vincerei. Formato in me tal proponimento, per legarmivi
contraendo con una qualche persona come un obbligo di vergogna, scrissi un bigliettino ad
un amico mio coetaneo, che molto mi amava, con chi s'era fatta l'adolescenza, e che allora
da parecchi mesi non mi vedea più, compiangendomi molto di esser naufragato in quella
Cariddi, e non potendomene cavar egli, né volendomi perciò parer d'approvare. Nel
bigliettino gli dava conto in due righe della mia immutabile risoluzione, e gli acchiudevo
un involtone della lunga e ricca treccia de' miei rossissimi capelli, come un pegno di
questo mio subitaneo partito, ed un impedimento quasi che invincibile al mostrarmi in
nessun luogo così tosone, non essendo allora tollerato un tale assetto, fuorché ne'
villani, e marinai. Finiva il biglietto col pregarlo di assistermi di sua presenza e
coraggio, per rinfrancare il mio. Isolato in tal guisa in casa mia, proibiti tutti i
messaggi, urlando e ruggendo, passai i primi quindici giorni di questa mia strana
liberazione. Alcuni amici mi visitavano; e mi parve anco mi compatissero; forse appunto
perché io non diceva parola per lamentarmi, ma il mio contegno ed il volto parlavano in
vece mia. Mi andava provando di leggere qualche cosuccia, ma non intendeva neppur la
gazzetta, non che alcun menomo libro; e mi accadeva di aver letto della pagine intere
cogli occhi, e talor con le labbra, senza pure saper una parola di quel ch'avessi letto.
Andava bensì cavalcando nei luoghi solitari, e questo soltanto mi giovava un poco sì
allo spirito che al corpo. In questo semifrenetico stato passai più di due mesi sino al
finir di marzo del '75; finché ad un tratto un'idea nuovamente insortami cominciò
finalmente a svolgermi alquanto e la mente ed il cuore da quell'unico e spiacevole e
prosciugante pensiero di un sì fatto amore. Fantasticando un tal giorno così fra me
stesso, se non sarei forse in tempo ancora di darmi al poetare, me n'era venuto, a stento
ed a pezzi, fatto un piccolo saggio in quattordici rime, che io, riputandole un sonetto,
inviava al gentile e dotto padre Paciaudi, che trattavami di quando in quando, e mi si era
sempre mostrato ben affetto, e rincrescente di vedermi così ammazzare il tempo e me
stesso nell'ozio. Trascriverò qui, oltre il sonetto, anche la di lui cortese risposta [Appendici seconda, ndr]. Quest'ottimo uomo mi era sempre
andato suggerendo delle letture italiane, or questa or quella, e tra l'altre, trovata un
giorno su un muricciuolo la Cleopatra, ch'egli intitola eminentissima per
essere del cardinal Delfino, ricordatosi ch'io gli avea detto parermi quello un oggetto di
tragedia, e che lo avrei voluto tentare (senza pure avergli mai mostrato quel mio primo
aborto, di cui ho mostrato qui addietro il soggetto), egli me la comprò e donò. Io in un
momento di lucido intervallo avea avuta la pazienza di leggerla, e di postillarla; e glie
l'avea così rimandata, stimandola in me stesso assai peggiore della mia quanto al piano e
agli effetti, se io veniva mai a proseguirla, come di tempo in tempo me ne rinasceva il
pensiere. Intanto il Paciaudi, per non farmi smarrire d'animo, finse di trovar buono il
mio sonetto, benché né egli il credesse, né effettivamente lo fosse. Ed io poi, di lì
a pochi mesi ingolfatomi davvero nello studio dei nostri ottimi poeti, tosto imparai a
stimare codesto mio sonetto per quel giusto nulla ch'egli valeva. Professo con tutto ciò
un grand'obbligo a quelle prime lodi non vere, e a chi cortesemente le mi donò, poiché
molto mi incoraggirono a cercare di meritarne delle vere.
Già parecchi giorni prima della rottura
con la signora, vedendola io indispensabile ed imminente, mi era sovvenuto di ripescare di
sotto al cuscino della poltroncina quella mia mezza Cleopatra, stata ivi in macero
quasi che un anno. Venne poi dunque quel giorno, in cui, fra quelle mie smanie e
solitudine quasi che continua, buttandovi gli occhi su, ed allora soltanto quasi come un
lampo insortami la somiglianza del mio stato di cuore con quello di Antonio, dissi fra me
stesso: "Va proseguita quest'impresa; rifarla, se non può star così; ma in somma
sviluppare in questa tragedia gli affetti che mi divorano, e farla recitare questa
primavera dai comici che ci verranno". Appena mi entrò questa idea, ch'io (quasiché
vi avessi ritrovata la mia guarigione) cominciai a schiccherar fogli, rappezzare,
rimutare, troncare, aggiungere, proseguire, ricominciare, ed in somma a impazzare in altro
modo intorno a quella sventurata e mal nata mia Cleopatra. Né mi vergognai anco di
consultare alcuni de' miei amici coetanei, che non avevano, come io, trascurata tanti anni
la lingua e poesia italiana; e tutti ricercava ed infastidiva, quanti mi poteano dar
qualche lume su un'arte di cui cotanto io mi trovava al buio. E in questa guisa,
null'altro desiderando io allora che imparare, e tentare, se mi poteva riuscire quella
pericolosissima e temeraria impresa, la mia casa si andava a poco a poco trasformando in
una semiaccademia di letterati. Ma essendo io in quelle date circostanze bramoso
d'imparare, e arrendevole, per accidente; ma per natura, ed attesa l'incrostata ignoranza,
essendo ad un tempo stesso agli ammaestramenti recalcitrante ed indocile; disperavami,
annoiava altrui e me stesso, e quasiché nulla venivami a profitto. Era tuttavia sommo il
guadagno dell'andarmi con questo nuovo impulso cancellando dal cuore quella non degna
fiamma, e di andare ad oncia ad oncia riacquistando il mio già sì lungamente alloppiato
intelletto. Non mi trovava almeno più nella dura e risibile necessità di farmi legare su
la mia seggiola, come avea praticato più volte fin allora, per impedire in tal modo me
stesso dal poter fuggir di casa, e ritornare al mio carcere. Questo era anche uno dei
tanti compensi ch'io aveva ritrovati per rinsavirmi a viva forza. Stavano i miei legami
nascosti sotto il mantellone in cui mi avviluppava, ed avendo libere le mani per leggere,
o scrivere, o picchiarmi la testa, chiunque veniva a vedermi non s'accorgeva punto che io
fossi attaccato della persona alla seggiola. E così ci passava dell'ore non poche. Il
solo Elia, che era il legatore, era a parte di questo segreto; e mi scioglieva egli poi,
quando io sentendomi passato quell'accesso di furiosa imbecillità, sicuro di me, e
riassodato il proponimento, gli accennava di sciogliermi. Ed in tante e sì diverse
maniere mi aiutai da codesti fierissimi assalti, che alla fine pure scampai dal ricadere
in quel baratro. E tra le strane maniere che in ciò adoperai, fu certo stranissima quella
di una mascherata, ch'io feci nel finire di codesto carnevale, al publico ballo del
teatro. Vestito da Apollo assai bene, osai di presentarmivi con la cetra, e strimpellando
alla meglio, di cantarvi alcuni versacci fatti da me, i quali anche con mia confusione
trascriverò qui in fondo di pagina. [Appendice terza, ndr].
Una tale sfacciataggine era in tutto contraria alla mia indole naturale. Ma, sentendomi io
pur troppo debole ancora a fronte di quella arrabbiata passione, poteva forse meritare un
qualche compatimento la cagione che mi movea a fare simili scenate; che altro non era se
non se il bisogno ch'io sentiva in me stesso di frapporre come ostacolo per me
infrangibile la vergogna del ricadere in quei lacci, che con tante publicità avrei
vituperati io medesimo. E in questo modo, senza avvedermene, io per non dovermi vergognar
di bel nuovo, in pubblico mi svergognava. Né queste ridicole e insulse colascionate avrei
osato trascrivere, se non mi paresse di doverle, come un autentico monumento della mia
imperizia in ogni convenienza e decenza, qui tributare alla verità.
Fra queste sì fatte scede io mi andava
pure davvero infiammando a poco a poco del per me nuovo bellissimo ed altissimo amore di
gloria. E finalmente dopo alcuni mesi di continui consulti poetici, e di logorate
grammatiche e stancati vocabolari, e di raccozzati spropositi, io pervenni ad appiccicare
alla peggio cinque membri ch'io chiamai atti, e il tutto intitolai Cleopatra tragedia.
E avendo messo al pulito (senza forbirmene) il primo atto, lo mandai al benigno padre
Paciaudi, perch'egli me lo spilluzzicasse, e dessemene il di lui parere in iscritto. E qui
pure fedelmente trascriverò alcuni versi di esso, con la risposta del Paciaudi [Appendice quarta, ndr]. Nelle postille da lui apposte a que'
miei versi, alcune eran molto allegre e divertenti, e mi fecero ridere di vero cuore,
benché fosse alle spalle mie: e questa tra l'altre. " Verso 184, il latrato del
cor.. Questa metafora è soverchiamente canina. La prego di torla. " Le postille
di quel primo atto, ed i consigli che nel paterno biglietto le accompagnavano, mi fecero
risolvere a tornar rifare il tutto con più ostinazione ed arrabbiata pazienza. Dal che
poi ne uscì la cosidetta tragedia, quale si recitò in Torino a dì 16 giugno 1775; della
quale pure trascriverò, per terza ed ultima prova della mia asinità nella età non poca
di anni venzei e mezzo, i primi versi, quanti bastino per osservare i lentissimi
progressi, e l'impossibilità di scrivere che tuttavia sussisteva, per mera mancanza dei
più triviali studi [Appendice quinta, ndr].
E nel modo stesso con cui avea tediato il buon padre Paciaudi per cavarne una censura di
quella mia seconda prova, andai anche tediando molti altri, tra i quali il conte Agostino
Tana mio coetaneo, e stato paggio del re nel tempo ch'io stava nell'Accademia.
L'educazione nostra era perciò stata a un di presso consimile, ma egli dopo uscito di
paggio avea costantemente poi applicato alle lettere sì italiane che francesi, ed erasi
formato il gusto, massimamente nella parte critica filosofica, e non grammaticale.
L'acume, grazia e leggiadria delle di lui osservazioni su quella mia infelice Cleopatra
farebbero ben bene ridere il lettore, se io avessi il coraggio di mostrargliele; ma elle
mi scotterebbero troppo, e non sarebbero anche ben intese, non avendo io ricopiato che i
soli primi quaranta versi di quel secondo aborto. Trascriverò bensì la di lui letterina
con la quale mi rimandò le postille, e basterà a farlo conoscere [Appendice sesta, ndr]. Io frattanto avea aggiunta una
farsetta, che si reciterebbe immediataniente dopo la mia Cleopatra; e la intitolai I
poeti. Per dare anco un saggio della mia incompetenza in prosa, ne trascrivo uno
squarcio [Appendice settima, ndr]. Né la farsetta
però, né la tragedia, erano le sciocchezze d'uno sciocco; ma un qualche lampo e sale qua
e là in tutte due traluceva. Nei Poeti aveva introdotto me stesso sotto il nome di
Zeusippo, e primo io era a deridere la mia Cleopatra, la di cui ombra poi si evocava
dall'inferno, perch'ella desse sentenza in compagnia d'alcune altre eroine da tragedia, su
questa mia composizione paragonata ad alcune altre tragediesse di questi miei rivali
poeti, le quali in tutto poteano ben essere sorelle; col divario però, che le tragedie di
costoro erano state il parto maturo di una incapacità erudita, e la mia era un parto
affrettato di una ignoranza capace.
Furono queste due composizioni recitate con applauso per due sere consecutive; e richieste
poi per la terza, essendo io già ben ravveduto e ripentito in cuore di essermi sì
temerariamente esposto al pubblico, ancorché mi si mostrasse soverchio indulgente, io
quanto potei mi adoprai con gli attori e con chi era loro superiore, per impedirne ogni
ulteriore rappresentazione. Ma, da quella fatal serata in poi, mi entrò in ogni vena un
sì fatto bollore e furore di conseguire un giorno meritatamente una vera palma teatrale,
che non mai febbre alcuna di amore mi avea con tanta impetuosità assalito. In questa
guisa comparvi io al pubblico per la prima volta. E se le mie tante, e pur troppe,
composizioni drammatiche in appresso non si sono gran fatto dilungate da quelle due prime,
certo alla mia incapacità ho dato principio in un modo assai pazzo e risibile. Ma se
all'incontro poi, verrò quando che sia annoverato fra i non infimi autori sì di tragedie
che di commedie, converrà pur dire, chi verrà dopo noi, che il mio burlesco ingresso in
Parnasso col socco e coturno ad un tempo, è riuscito poi una cosa assai seria.
Ed a questo tratto fo punto a questa epoca di giovinezza, poiché la mia virilità non
poteva da un istante più fausto ripetere il suo cominciamento.
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© 1999 - by prof. Giuseppe Bonghi
E-mail: Giuseppe Bonghi
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Ultimo aggiornamento: 08 settembre, 2003