Vittorio Alfieri
La Vita scritta da esso
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CAPITOLO SESTO
Viaggio in Inghilterra e in Olanda. Primo intoppo amoroso.
Partii dunque di Parigi verso il mezzo
gennaio, in compagnia di un cavaliere mio paesano, giovine di bellissimo aspetto, di età
circa dieci o dodici anni più avanzato di me, di un certo ingegno naturale; ignorante,
quanto me; riflessivo, assai meno, e più amatore del gran mondo che conoscitore o
investigatore degli uomini. Egli era cugino del nostro ambasciatore in Parigi, e nipote
del principe di Masserano allora ambasciatore di Spagna in Londra, in casa del quale egli
doveva alloggiare. Benché io non amassi gran fatto di legarmi di compagnia per viaggio,
pure per andare a un determinato luogo e non più, mi ci accomodai volentieri. Questo mio
nuovo compagno era di un umore assai lieto e loquace, onde con vicendevole soddisfazione
io taceva e ascoltava, egli parlava e lodavasi, essendo egli fortemente innamorato di sé,
per aver piaciuto molto alle donne; e mi andava annoverando con pompa i suoi trionfi
amorosi, ch'io stava a sentire con diletto, e senza invidia nessuna. La sera all'albergo,
aspettando la cena, giuocavamo a scacchi, ed egli sempre mi vinceva, essendo io stato
sempre ottusissimo a tutti i giuochi. Si fece un giro più lungo per Lilla, e Douay, e
Sant'Oméro, per renderci a Calais; ed era il freddo sì eccessivo, che in un calesse
stivatissimo coi cristalli, ed inoltre un candelotto che ci tenevamo acceso, ci si
agghiacciò in una notte il pane, ed il vino stesso; e quest'eccesso mi rallegrava,
perché io per natura poco gradisco le cose di mezzo.
Lasciate finalmente le rive della
Francia, appena sbarcavamo a Douvres, che quel freddo, si trovò scemato per metà, e non
trovammo quasi punta neve fra Douvres e Londra. Quanto mi era spiaciuto Parigi al primo
aspetto, tanto mi piacque subito e l'Inghilterra, e Londra massimamente. Le strade, le
osterie, i cavalli, le donne, il ben essere universale, la vita e l'attività di
quell'isola, la pulizia e comodo delle case benché picciolissime, il non vi trovare
pezzenti, un moto perenne di danaro e d'industria sparso egualmente nelle province che
nella capitale; tutte queste doti vere ed uniche di quel fortunato e libero paese, mi
rapirono l'animo a bella prima, e in due altri viaggi, oltre quello, ch'io vi ho fatti
finora, non ho variato mai più di parere, troppa essendo la differenza tra l'Inghilterra
e tutto il rimanente dell'Europa in queste tante diramazioni della pubblica felicità,
provenienti dal miglior governo. Onde, benché io allora non ne studiassi profondamente la
costituzione, madre di tanta prosperità, ne seppi però abbastanza osservare e valutare
gli effetti divini.
In Londra essendo molto maggiore la
facilità per i forestieri di essere introdotti nelle case, di quel che non sia in Parigi,
io, che a quella difficoltà parigina non avea mai voluto piegarmi per ammollirla, perché
non mi curo di vincere le difficoltà da cui non me ne ridonda niun bene, mi lasciai
allora per qualche mesi strascicare da quella facilità, e da quel mio compagno di
viaggio, nel vortice del gran mondo. Contribuì anche non poco ad infrangere la mia
naturale rusticità e ritrosia la cortese e paterna amorevolezza verso di me del principe
di Masserano, ambasciatore di Spagna, ottimo vecchio, appassionatissimo dei piemontesi,
essendo il Piemonte la sua patria, benché il di lui padre si fosse già traspiantato in
Ispagna. Ma dopo circa tre mesi, avvedendomi che in quelle veglie e cene e festini io mi
ci seccava purtroppo, e niente imparavaci, scambiatami allora la parte, in vece di
recitare da cavaliere nella veglia, mi elessi di far da cocchiere alla porta di essa, e
incarrozzava e scarrozzava di qua e di là per tutto Londra il mio bel Ganimede compagno,
a cui solo lasciava la gloria dei trionfi amorosi; e mi era ridotto a far sì bene e
disinvoltamente il mio servizio di cocchiere, che anche di alcuni di quei combattimenti a
timonate che usano tra i cocchieri inglesi all'uscire del Renelawgh, e dei teatri, ne
uscii con un qualche onore, senza rottura di legno né danno dei cavalli. In tal guisa
dunque terminai i miei divertimenti di quell'inverno, col cavalcare quattro o cinqu'ore
ogni mattina, e stare a cassetta due o tre ore ogni sera a guidare, per qualunque tempo
facesse. Nell'aprile poi col mio solito compagno si fece una scorsa per le più belle
province d'Inghilterra. Si andò a Portsmouth e Salsbury, a Bath, Bristol, e si tornò per
Oxford a Londra. Il paese mi piacque molto, e l'armonia delle cose diverse, tutte
concordanti in quell'isola al massimo ben essere di tutti, m'incantò sempre più
fortemente; e fin d'allora mi nascea il desiderio di potervi stare per sempre a dimora;
non che gli individui me ne piacessero gran fatto, (benché assai più dei francesi,
perché più buoni e alla buona), ma il locale del paese, i semplici costumi, le belle e
modeste donne e donzelle, e sopra tutto l'equitativo governo, e la vera libertà che n'è
figlia; tutto questo me ne faceva affatto scordare la spiacevolezza del clima, la
malinconia che sempre vi ti accerchia, e la rovinosa carezza del vivere.
Tornato poi da quel giretto che mi avea
rimesso su le mosse, io già di bel nuovo mi sentiva incalzato dal furore dell'andare, e
con gran pena differii ancora sino ai primi di giugno la mia partenza per l'Olanda. E
allora poi, per la via di Harwich imbarcatomi per Helvoetsluys, con un rapidissimo vento
in dodici ore vi approdai.
La Olanda è nell'estate un ameno e
ridente paese; ma mi sarebbe piaciuta anche più, se l'avessi visitata prima
dell'Inghilterra; atteso che quelle stesse cose che vi si ammirano, popolazione,
ricchezza, lindura, savie leggi, industria ed attività somma, tutte vi si trovano
alquanto minori che in Inghitterra. Ed in fatti poi, dopo molti altri viaggi e molta più
esperienza, i due soli paesi dell'Europa che mi hanno sempre lasciato desiderio di sé,
sono stati l'Inghilterra e l'Italia; quella, in quanto l'arte ne ha per così dire
soggiogata o trasfigurata la natura; questa, in quanto la natura sempre vi è robustamente
risorta a fare in mille diversi modi vendetta dei suoi spesso tristi e sempre inoperosi
governi.
Nel mio soggiorno nell'Haja, che riuscì
assai più lungo che non avea disegnato, io incappai finalmente nell'amore, che mai fin
allora non mi avea potuto raggiungere né afferrare. Una gentil signorina, sposa da un
anno, piena di grazie naturali, di modesta bellezza, e di una soave ingenuità, mi toccò
vivissimamente nel cuore; ed il paese essendo piccolo, e poche le distrazioni, nel
rivederla io assai più spesso che non avrei voluto da prima, tosto poi mi venni a dolere
di non poterla veder abbastanza. Mi trovai preso, senza quasi avvedermene, in una
terribile maniera; talché già stava ruminando in me stesso niente meno che di non mi
muover mai più né vivo né morto dall'Haja, persuadendomi che mi sarebbe
impossibilissima cosa di vivere senz'essa. Apertosi il mio indurito cuore agli strali
d'Amore, egli avea ad un tempo stesso dato adito alle dolci insinuazioni dell'amicizia. Ed
era il mio nuovo amico, il signor Don Iosé D'Acunha, ministro allora di Portogallo in
Olanda. Egli era uomo di molto ingegno e più originalità, di una bastante coltura, e di
un ferreo carattere; magnanimo di cuore, di animo bollente ed altissimo. Una certa
simpatia fra le nostre due taciturnità ci avea già quasi allacciati vicendevolmente,
senza che ce ne avvedessimo; la franchezza poi e il calore dei nostri due animi ben tosto
ebbe operato il di più. Io dunque mi trovava felicissimo nell'Haja, dove per la prima
volta in vita mia mi occorreva di non desiderare altra cosa al mondo nessuna, oltre
l'amica, e l'amico. Amante io ed amico, riamato da entrambi i soggetti, traboccava da ogni
parte gli affetti, parlando dell'amata all'amico, e dell'amico all'amata; e gustava così
dei piaceri vivissimi incomparabili, e fino a quel punto ignoti al mio cuore, benché
tacitamente pur sempre me li fosse egli andato richiedendo, e additando come in confuso.
Mille savi consigli mi dava continuamente quel degnissimo amico; e quello massimamente, di
cui non perderò mai la memoria, si fu del farmi con destrezza ed efficacia arrossire
della mia stupida oziosa vita, del non mai aprir un libro qualunque, dell'ignorar tante
cose, e più che altro i nostri, pur tanti e sì ottimi, italiani poeti ed i più distinti
(ancorché pochi) prosatori e filosofi. Tra questi, l'immortal Niccolò Machiavelli, di
cui null'altro sapeva io che il semplice nome, oscurato e trasfigurato da quei pregiudizi
con cui nelle nostre educazioni ce lo definiscono senza mostrarcelo, e senza averlo i
detrattori di esso né letto, né inteso se pur mai visto l'hanno. L'amico D'Acunha me ne
regalò un esemplare, che ancora conservo, e che poi molto lessi, e alcun poco postillai,
ma dopo molti e molti anni. Una stranissima cosa però (la quale io notai molto dopo, ma
che allora vivamente sentii senza pure osservarla) si era, che io non mi sentiva mai
ridestare in mente e nel cuore un certo desiderio di studi ed un certo impeto ed
effervescenza d'idee creatrici, se non se in quei tempi in cui mi trovava il cuore
fortemente occupato d'amore; il quale, ancorché mi distornasse da ogni mentale
applicazione, ad un tempo stesso me ne invogliava; onde io non mi teneva mai tanto capace
di riuscire in un qualche ramo di letteratura, che allorquando avendo un oggetto caro ed
amato mi parea di potere a quello tributare anco i frutti del mio ingegno.
Ma quella mia felicità olandese non mi
durò gran tempo. Il marito della mia donna, era un ricchissimo individuo il di cui padre
era stato governatore di Batavia; egli mutava spessissimo luogo, ed avendo recentemente
comprata una baronia negli Svizzeri, voleva andarvi a villeggiare in quell'autunno.
Nell'agosto egli fece colla moglie un viaggietto all'acque di Spa; ed io dietro loro, non
essendo egli gran fatto geloso. Nel tornare poi di Spa verso l'Olanda, si venne insieme
sino a Mastricht, e là mi fu forza lasciarla, perché ella dovea andar in villa con la di
lei madre, mentre il marito andava egli solo verso la Svizzera. Io non conosceva la di lei
madre, e non v'era né pretesto né mezzo decente e plausibile per intromettermi in casa
altrui. Codesta prima separazione mi spaccò veramente il cuore; ma rimanevaci pure ancora
una qualche speranza di rivederci. Ed in fatti, tornato io all'Haja, e partito il marito
per la Svizzera, di lì a pochi giorni ricomparì l'adorata donna nell'Haja. La mia
contentezza fu somma, ma fu un lampo momentaneo. Dopo dieci giorni in cui veramente mi
tenni ed era beato sopra ogni uomo, non sentendosi ella il cuore di dirmi qual giorno
dovesse ripartire per la villa, né avendo io il coraggio di domandarglielo; una mattina
ad un tratto mi venne a vedere l'amico D'Acunha, e nel dirmi ch'ell'era sforzatamente
dovuta partire, mi diede una sua letterina che mi colpì a morte, benché tutta spirasse
affetto ed ingenuità nell'annunziarmi l'indispensabile necessità in cui si trovava, di
non poter più senza scandalo differire la di lei partenza alla volta del marito, che le
avea ingiunto di raggiungerlo. L'amico soavemente aggiungeva in voce, che non v'essendo
rimedio, bisognava dar luogo alla necessità ed alla ragione.
Non sarei forse reputato veridico, se io
volessi annoverare tutte le frenesie dell'addolorato disperato mio animo. A ogni conto
voleva io assolutamente morire, ma non articolai però mai tal parola a nessuno; e
fingendomi ammalato perché l'amico mi lasciasse, feci chiamare il chirurgo perché mi
cavasse sangue, venne, e me lo cavai. Uscito appena il chirurgo, io finsi di voler
dormire, e chiusomi fra le cortine del letto io stava qualche minuti fra me ruminando a
quello ch'io stava per fare, poi principiai a sfasciare la sanguigna avendo fermo in me di
così dissanguarmi e perire. Ma quel non meno sagace che fido Elia, che mi vedea in tale
violento stato, e che anche dall'amico era stato addottrinato prima di lasciarmi,
simulando che io lo avessi chiamato mi tornò alla sponda del letto rialzando la cortina
ad un tratto; onde io sorpreso e vergognoso ad un tempo, forse anche pentito o mal fermo
nel mio giovenile proposto, gli dissi che la fasciatura mi s'era disfatta; egli finse di
crederlo, e me la rifasciò, né più mi volle perder di vista un momento. Ed anzi, fatto
di nuovo cercar l'amico, egli corse da me, ed ambedue quasi mi sforzarono ad alzarmi da
letto, e l'amico mi volle portare a casa sua dove mi vi trattenne per più giorni, nei
quali mai non mi abbandonò. Il mio dolore era cupo e taciturno; o sia che mi vergognassi,
o che mi diffidassi, non l'ardiva esternare; onde o taceami, ovvero piangeva. Frattanto ed
il tempo, e i consigli dell'amico, e le piccole divagazioni a cui egli mi costringeva, e
un qualche raggio d'incerta speranza di poterla rivedere; di ritornare in Olanda l'anno
dopo, e più ch'ogni cosa forse la natural leggerezza di quella età di anni diciannove,
mi andarono a poco a poco sollevando. Ed ancorché il mio animo non si risanasse per assai
gran tempo, la ragione mi rientrò pure intera nello spazio di pochi giorni.
Così alquanto rinsavito, ma
dolentissimo, fermai di partire alla volta d'Italia, riuscendomi ingratissima la vista di
un paese e di luoghi ai quali io ridomandava il mio bene perduto quasi ad un tempo che
posseduto. Mi doleva però assaissimo di staccarmi da un tale amico; ma egli stesso,
vedendomi sì gravemente piagato, mi incoraggì al partire, essendo ben convinto che il
moto, la varietà degli oggetti, la lontananza ed il tempo infallibilmente mi
guarirebbero.
Verso il mezzo settembre mi separai
dall'amico in Utrecht, dove mi volle accompagnare, e di donde per la via di Brusselles,
per la Lorena, Alsazia, Svizzera, e Savoia non mi arrestai più sino in Piemonte, altro
che per dormire; ed in meno di tre settimane mi ritrovai in Cumiana nella villa di mia
sorella, dove andai subito da Susa senza passar per Torino, per isfuggire ogni consorzio
umano, avendo bisogno di digerire la mia febbre nella piena solitudine. E durante tutto il
viaggio, nulla vidi in tutte quelle città di passo, Nancy, Strasborgo, Basilea, e
Ginevra, altro che le mura; né mai aprii bocca col fidato Elia, che adattandosi alla mia
infermità, mi obbediva a cenni, e antiveniva ogni mio bisogno.
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CAPITOLO
SETTIMO
Ripatriato per un mezz'anno, mi do agli studi filosofici.
Tale fu il primo mio viaggio, che
durò due anni e qualche giorni. Dopo circa sei settimane di villeggiatura con mia
sorella, restituendosi ella in città, tornai in Torino con essa. Molti non mi
riconoscevano quasi più attesa la statura che in quei due anni mi si era infinitamente
accresciuta; tanto era il bene che mi aveva fatto alla complessione quella vita variata,
oziosa, e strapazzatissima. Nel passar di Ginevra io avea comprato un pieno baule di
libri. Tra quelli erano le opere di Rousseau, di Montesquieu, di Helvetius, e simili.
Appena dunque ripatriato, pieno traboccante il cuore di malinconia e d'amore, io mi
sentiva una necessità assoluta di fortemente applicare la mente in un qualche studio; ma
non sapeva il quale, stante che la trascurata educazione coronata poi da quei circa sei
anni di ozio e di dissipazione, mi avea fatto egualmente incapace di ogni studio
qualunque. Incerto di quel che mi farei, e se rimarrei in patria, o se viaggierei di bel
nuovo, mi posi per quell'inverno a stare in casa di mia sorella, e tutto il giorno
leggeva, un pochino passeggiava, e non trattava assolutamente con nessuno. Le mie letture
erano sempre di libri francesi. Volli leggere l'Eloisa di Rousseau; più volte mi
ci provai; ma benché io fossi di un carattere per natura appassionatissimo, e che mi
trovassi allora fortemente innamorato, io trovava in quel libro tanta maniera, tanta
ricercatezza, tanta affettazione di sentimento, e sì poco sentire, tanto calor comandato
di capo, e sì gran freddezza di cuore, che mai non mi venne fatto di poterne terminare il
primo volume. Alcune altre sue opere politiche, come il Contratto sociale, io non
le intendeva, e perciò le lasciai. Di Voltaire mi allettavano singolarmente le prose, ma
i di lui versi mi tediavano. Onde non lessi mai la sua Enriade, se non se a
squarcetti; poco più la Pucelle, perché l'osceno non mi ha dilettato mai; ed
alcune delle di lui tragedie. Montesquieu all'incontro lo lessi di capo in fondo ben due
volte, con maraviglia, diletto, e forse anche con un qualche mio utile. L'Esprit di
Helvetius mi fece anche una profonda, ma sgradevole impressione. Ma il libro dei libri per
me, e che in quell'inverno mi fece veramente trascorrere, dell'ore di rapimento e beate,
fu Plutarco, le vite dei veri grandi. Ed alcune di quelle, come Timoleone, Cesare, Bruto,
Pelopida, Catone, ed altre, sino a quattro e cinque volte le rilessi con un tale trasporto
di grida, di pianti, e di furori pur anche, che chi fosse stato a sentirmi nella camera
vicina mi avrebbe certamente tenuto per impazzato. All'udire certi gran tratti di quei
sommi uomini, spessissimo io balzava in piedi agitatissimo, e fuori di me, e lagrime di
dolore e di rabbia mi scaturivano dal vedermi nato in Piemonte ed in tempi e governi ove
niuna alta cosa non si poteva né fare né dire, ed inutilmente appena forse ella si
poteva sentire e pensare. In quello stesso inverno studiai anche con molto calore il
sistema planetario, ed i moti e leggi dei corpi celesti, fin dove si può arrivare a
capirle, senza il soccorso della per me inapprendibile geometria. Cioè a dire ch'io
studiai malamente la parte istorica di quella scienza tutta per sé matematica. Ma pure,
cinto di tanta ignoranza, io ne intesi abbastanza per sublimare il mio intelletto alla
immensità di questo tutto creato; e nessuno studio mi avrebbe rapito e riempiuto più
l'animo che questo, se io avessi avuto i debiti principii per proseguirlo.
Tra queste dolci e nobili occupazioni,
che dilettandomi pure, accresceano nondimeno notabilmente la mia taciturnità, malinconia
e nausea d'ogni comune divertimento, il mio cognato mi andava continuamente istigando di
pigliar moglie. Io, per natura, sarei stato inclinatissimo alla vita casereccia; ma l'aver
veduta l'Inghilterra in età di diciannove anni, e l'aver caldamente letto e sentito
Plutarco all'età di venti anni, mi ammonivano, ed inibivano di pigliar moglie e di
procrear figli in Torino. Con tutto ciò la leggerezza di quella stessa età mi piegò a
poco a poco ai replicati consigli, ed acconsentii che il cognato trattasse per me il
matrimonio con una ragazza erede, nobilissima, e piuttosto bellina, con occhi nerissimi
che presto mi avrebbero fatto smettere il Plutarco, nello stesso modo che Plutarco forse
avea indebolito in me la passione della bella olandese. Ed io confesserò di aver avuto in
quel punto la viltà di desiderare la ricchezza più ancora che la bellezza di codesta
ragazza; speculando in me stesso, che l'accrescere circa di metà la mia entrata mi
porrebbe in grado di maggiormente fare quel che si dice nel mondo buona figura. Ma la mia
buona sorte mi servì in questo affare assai meglio che il mio debile e triviale giudizio,
figlio d'infermo animo. La ragazza, che da bel principio avrebbe inclinato a me, fu svolta
da una sua zia a favore d'altro giovinotto signore, il quale essendo figlio di famiglia
con molti fratelli, e zii, veniva ad essere allora assai men comodo di me, ma godeva di un
certo favore in corte presso il duca di Savoia erede presuntivo del trono, di cui era
stato paggio, e dal quale ebbe in fatti poi quelle grazie che comporta il paese.
Oltre ciò, il giovine era di un'ottima
indole, e di un'amabile costumatezza. Io, al contrario, aveva taccia di uomo straordinario
in mal senso, poco adattandomi al pensare, ai costumi, al pettegolezzo, e al servire del
mio paese, e non andando abbastanza cauto nel biasimare e schernire quegli usi; cosa, che
(giustamente a dir vero) non si perdona. Io fui dunque solennemente ricusato, e mi fu
preferito il suddetto giovine. La ragazza fece ottimamente per il bene suo, poiché ella
felicissimamente passò la vita in quella casa dove entrò; e fece pure ottimamente per
l'util mio, poiché se io incappava in codesto legame di moglie e figli, le Muse per me
certamente eran ite. Io da quel rifiuto ne ritrassi ad un tempo pena e piacere; perché
mentre si trattava la cosa io spessissimo provavo dei pentimenti, e ne avea una certa
vergogna di me stesso che non esternava, ma non la sentiva perciò meno; arrossendo in me
medesimo di ridurmi per danari a far cosa che era contro il mio intimo modo di pensare. Ma
una picciolezza ne fa due, e sempre poi si moltiplicano. Cagione di questa mia non certo
filosofica cupidità, si era l'intenzione che già dal mio soggiorno in Napoli avea
accolta nell'animo di attendere quando che fosse ad impieghi diplomatici. Questo pensiere
veniva fomentato in me dai consigli del mio cognato, cortigiano inveterato; onde a
desiderio di quel ricco matrimonio era come la base delle future ambascierie, alle quali
meglio si fa fronte quanto più si ha danari. Ma buon per me, che il matrimonio ito in
fumo, mandò pure in fumo ogni mia ambasciatoria velleità; né mai feci chiesta nessuna
di tale impiego, e per mia minor vergogna questo mio stupido e non alto desiderio nato e
morto nel mio petto, non fu (toltone il mio cognato) noto a chicchessia.
Appena iti a vuoto questi due disegni, mi
rinacque subito il pensiero di proseguire i miei viaggi per altri tre anni, per veder poi
intanto quello che vorrei fare di me. L'età di venti anni mi lasciava tempo a pensarci.
Io aveva aggiustati i miei interessi col curatore, dalla di cui podestà si esce nel mio
paese al suonar dei venti anni. Venuto più in chiaro delle cose mie' mi trovai esser
molto più agiato che non m'avea detto il curatore fino a quel punto. Ed egli in questo mi
giovò non poco avendomi piuttosto avvezzato al meno che al più. Perciò d'allora in poi
quasi sempre fui giusto nello spendere. Trovandomi dunque allora circa duemila cinquecento
zecchini di effettiva spendibile entrata, e non poco danaro di risparmio nei tanti anni di
minorità, mi parve pel mio paese e per un uomo solo di essere ricco abbastanza, e deposta
ogni idea di moltiplico mi disposi a questo secondo viaggio, che volli fare con più spesa
e maggiori comodi.
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CAPITOLO OTTAVO
Secondo viaggio, per la Germania, la Danimarca e la Svezia.
Ottenuta la solita indispensabile e
dura permissione del re, partii nel maggio del 1769 a bella prima alla volta di Vienna.
Nel viaggio, abbandonando l'incarico noioso del pagare al mio fidatissimo Elia, io
cominciava a fortemente riflettere su le cose del mondo; ed in vece di una malinconia
fastidiosa ed oziosa, e di quella mera impazienza di luogo, che mi aveano sempre incalzato
nel primo viaggio, in parte da quel mio innamoramento, in parte da quella applicazione
continua di sei mesi in cose di qualche rilievo, ne avea ricavata un'altra malinconia
riflessiva e dolcissima. Mi riuscivano in ciò di non picciolo aiuto (e forse devo lor
tutto, se alcun poco ho pensato dappoi) i sublimi Saggi del familiarissimo Montaigne, i
quali divisi in dieci tometti, e fattisi miei fidi e continui compagni di viaggio, tutte
esclusivamente riempivano le tasche della mia carrozza. Mi dilettavano ed instruivano, e
non poco lusingavano anche la mia ignoranza e pigrizia, perché aperti così a caso, qual
che si fosse il volume, lettane una pagina o due, lo richiudeva, ed assai ore poi su
quelle due pagine sue io andava fantasticando del mio. Ma mi facea bensì molto scorno
quellincontrare ad ogni pagine di Montaigne uno o più passi latini, ed essere costretto a
cercarne l'interpretazione nella nota, per la totale impossibilità in cui mi era ridotto
d'intendere neppure le più triviali citazioni di prosa, non che le tante dei più sublimi
poeti. E già non mi dava neppur più la briga di provarmici, e asinescamente leggeva a
dirittura la nota. Dirò più; che quei sì spessi squarci dei nostri poeti primari
italiani che vi s'incontrano, anco venivano da me saltati a piè pari, perché alcun poco
mi avrebbero costato fatica a benissimo intenderli. Tanta era in me la primitiva
ignoranza, e la desuetudíne poi di questa divina lingua, la quale in ogni giorno più
andava perdendo.
Per la via di Milano e Venezia, due
città ch'io volli rivedere; poi per Trento, Inspruck, Augusta, e Monaco, mi rendei a
Vienna, pochissimo trattenendomi in tutti i suddetti luoghi. Vienna mi parve avere gran
parte delle picciolezze di Torino, senza averne il bello della località. Mi vi trattenni
tutta l'estate, e non vi imparai nulla. Dimezzai il soggiorno, facendo nel luglio una
scorsa fino a Buda, per aver veduta una parte dell'Ungheria. Ridivenuto oziosissimo, altro
non faceva che andare attorno qua e là nelle diverse compagnie; ma sempre ben armato
contro le insidie d'amore. E mi era a questa difesa un fidissimo usbergo il praticare il
rimedio commendato da Catone. Io avrei in quel soggiorno di Vienna potuto facilmente
conoscere e praticare il celebre poeta Metastasio, nella di cui casa ogni giorno il nostro
ministro, il degnissimo conte di Canale, passava di molte ore la sera in compagnia scelta
di altri pochi letterati, dove si leggeva seralmente alcuno squarcio di classici o greci,
o latini, o italiani. E quell'ottimo vecchio conte di Canale, che mi affezionava, e
moltissimo compativa i miei perditempi, mi propose più volte d'introdurmivi. Ma io, oltre
all'essere di natura ritrosa, era anche tutto ingolfato nel francese, e sprezzava ogni
libro ed autore italiano. Onde quell'adunanza di letterati di libri classici mi parea
dover essere una fastidiosa brigata di pedanti. Si aggiunga, che io avendo veduto il
Metastasio a Schoenbrunn nei giardini imperiali fare a Maria Teresa la genuflessioncella
di uso, con una faccia sì servilmente lieta e adulatoria, ed io giovenilmente
plutarchizzando, mi esagerava talmente il vero in astratto, che io non avrei consentito
mai di contrarre né amicizia né familiarità con una Musa appigionata o venduta
all'autorità despotica da me sì caldamente abborrita. In tal guisa io andava a poco a
poco assumendo il carattere di un salvatico pensatore; e queste disparate accoppiandosi
poi con le passioni naturali all'età di vent'anni e le loro conseguenze naturalissime,
venivano a formar di me un tutto assai originale e risibile.
Proseguii nel settembre il mio viaggio
verso Praga e Dresda, dove mi trattenni da un mese; indi a Berlino, dove dimorai
altrettanto. All'entrare negli stati del gran Federico, che mi parvero la continuazione di
un solo corpo di guardia, mi sentii raddoppiare e triplicare l'orrore per quell'infame
mestier militare, infamissima e sola base dell'autorità arbitraria, che sempre è il
necessario frutto di tante migliaia di assoldati satelliti. Fui presentato al re. Non mi
sentii nel vederlo alcun moto né di maraviglia né di rispetto, ma d'indegnazione bensì
e di rabbia; moti che si andavano in me ogni giorno afforzando e moltiplicando alla vista
di quelle tante e poi tante diverse cose che non istanno come dovrebbero stare, e che
essendo false si usurpano pure la faccia e la fama di vere. Il conte di Finch, ministro
del re, il quale mi presentava, mi domandò perché io, essendo pure in servizio del mio
re, non avessi quel giorno indossato l'uniforme. Risposigli: "Perché in quella corte
mi parea ve ne fossero degli uniformi abbastanza". Il re mi disse quelle quattro
solite parole di uso; io l'osservai profondamente, ficcandogli rispettosamente gli occhi
negli occhi; e ringraziai il cielo di non mi aver fatto nascer suo schiavo. Uscii di
quella universal caserma prussiana verso il mezzo novembre, abborrendola quanto bisognava.
Partito alla volta di Amburgo, dopo tre
giorni di dimora, ne ripartii per la Danimarca. Giunto a Copenhaguen ai primi di decembre,
quel paese mi piacque bastantemente, perché mostrava una certa somiglianza coll'Olanda;
ed anche v'era una certa attività, commercio, ed industria, come non si sogliono vedere
nei governi pretti monarchici: cose tutte, dalle quali ne ridonda un certo ben essere
universale, che a primo aspetto previene chi arriva, e fa un tacito elogio di chi vi
comanda; cose tutte, di cui neppur una se ne vede negli stati prussiani; benché il gran
Federico vi comandasse alle lettere e all'arti e alla prosperità, di fiorire sotto
l'uggia sua. Onde la principal ragione per cui non mi dispiacea Copenhaguen si era il non
esser Berlino né Prussia; paese, di cui niun altro mi ha lasciato una più spiacevole e
dolorosa impressione, ancorché vi siano, in Berlino massimamente, molte cose belle e
grandiose in architettura. Ma quei perpetui soldati, non li posso neppur ora, tanti anni
dopo, ingoiare senza sentirmi rinnovare lo stesso furore che la loro vista mi cagionava in
quel punto.
In quell'inverno mi rimisi alcun poco a
cinguettare italiano con il ministro di Napoli in Danimarca, che si trovava essere pisano;
il conte Catanti, cognato del celebre primo ministro in Napoli, marchese Tanucci, già
professore nell'Università pisana. Mi dilettava molto il parlare e la pronunzia toscana,
massimamente paragonandola col piagnisteo nasale e gutturale del dialetto danese che mi
toccava di udire per forza, ma senza intenderlo, la Dio grazia. Io malamente mi spiegava
col prefato conte Catanti, quanto alla proprietà dei termini, e alla brevità ed
efficacia delle frasi, che è somma nei toscani; ma quanto alla pronunzia di quelle mie
parole barbare italianizzate, ell'era bastantemente pura e toscana; stante che io
deridendo sempre tutte le altre pronunzie italiane, che veramente mi offendeano l'udito,
mi ero avvezzo a pronunziar quanto meglio poteva e la u, e la z, e gi,
e ci, ed ogni altra toscanità. Onde alquanto inanimito dal suddetto conte Catanti
a non trascurare una sì bella lingua, e che era pure la mia, dacché di essere io
francese non acconsentiva a niun modo, mi rimisi a leggere alcuni libri italiani. Lessi,
tra' molti altri, i Dialoghi dell'Aretino, i quali benché mi ripugnassero per le
oscenità, mi rapivano pure per l'originalità, varietà, e proprietà dell'espressioni. E
mi baloccava così a leggere, perché in quell'inverno mi toccò di star molto in casa ed
anche a letto, atteso i replicati incomoducci che mi sopravvennero per aver troppo
sfuggito l'amore sentimentale. Ripigliai anche con piacere a rileggere per la terza e
quarta volta il Plutarco; e sempre il Montaigne; onde il mio capo era una strana mistura
di filosofia, di politica, e di discoleria. Quando gl'incomodi mi permetteano d'andar
fuori, uno dei maggiori miei divertimenti in quel clima boreale era l'andare in slitta;
velocità poetica, che molto mi agitava e dilettava la non men celebre fantasia.
Verso il fin di marzo partii per la
Svezia; e benché io trovassi il passo del Sund affatto libero dai ghiacci, indi la Scania
libera dalla neve; tosto ch'ebbi oltrepassato la città di Norkoping, ritrovai di bel
nuovo un ferocissimo inverno, e tante braccia di neve, e tutti i laghi rappresi, a segno
che non potendo più proseguire colle ruote, fui costretto di smontare il legno e
adattarlo come ivi s'usa sopra due slitte; e così arrivai a Stockolm. La novità di
quello spettacolo, e la greggia maestosa natura di quelle immense selve, laghi, e dirupi,
moltissimo mi trasportavano; e benché non avessi mai letto l'Ossian, molte di quelle sue
immagini mi si destavano ruvidamente scolpite, e quali le ritrovai poi descritte allorché
più anni dopo le lessi studiando i ben architettati versi del celebre Cesarotti.
La Svezia locale, ed anche i suoi
abitatori d'ogni classe, mi andavano molto a genio; o sia perché io mi diletto molto più
degli estremi, o altro sia ch'io non saprei dire; ma fatto si è, che s'io mi eleggessi di
vivere nel settentrione, preferirei quella estrema parte a tutte l'altre a me cognite. La
forma del governo della Svezia, rimestata ed equilibrata in un certo tal qual modo che
pure una semilibertà vi trasparisce, mi destò qualche curiosità di conoscerla a fondo.
Ma incapace poi di ogni seria e continuata applicazione, non la studiai che alla grossa.
Ne intesi pure abbastanza per formare nel mio capino un'idea: che stante la povertà delle
quattro classi votanti, e l'estrema corruzione della classe dei nobili e di quella dei
cittadini, donde nasceano le venali influenze dei due corruttori paganti, la Russia e la
Francia, non vi potea allignare né concordia fra gli ordini, né efficacità di
determinazioni, né giusta e durevole libertà. Continuai il divertimento della slitta con
furore, per quelle cupe selvone, e su quei lagoni crostati, fino oltre ai 20 di aprile; ed
allora in soli quattro giorni con una rapidità incredibile seguiva il dimoiare d'ogni
qualunque gelo, attesa la lunga permanenza del sole su l'orizzonte, e l'efficacia dei
venti marittimi; e allo sparir delle nevi accatastate forse in dieci strati l'una su
l'altra, compariva la fresca verdura; spettacolo veramente bizzarro, e che mi sarebbe
riuscito poetico se avessi saputo far versi.
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CAPITOLO NONO
Proseguimento di viaggi.
Russia, Prussia di bel nuovo, Spa, Olanda e Inghilterra.
Io sempre incalzato dalla smania
dell'andare, benché mi trovassi assai bene in Stockolm, volli partirne verso il mezzo
maggio per la Finlandia alla volta di Pietroborgo. Nel fin d'aprile aveva fatto un giretto
sino ad Upsala, famosa università, e cammin facendo aveva visitate alcune cave del ferro,
dove vidi varie cose curiosissime; ma avendole poco osservate, e molto meno notate, fu
come se non le avessi mai vedute. Giunto a Grisselhamna, porticello della Svezia su la
spiaggia orientale, posto a rimpetto dell'entrata del golfo di Botnia, trovai da capo
l'inverno, dietro cui pareva ch'io avessi appostato di correre. Era gelato gran parte di
mare, e il tragitto dal continente nella prima isoletta (che per cinque isolette si varca
quest'entratura del suddetto golfo) attesa l'immobilità totale dell'acque, riusciva per
allora impossibile ad ogni specie di barca. Mi convenne dunque aspettare in quel tristo
luogo tre giorni, finché spirando altri venti cominciò quella densissima crostona a
screpolarsi qua e là, e far crich, come dice il poeta nostro, quindi a poco a poco a
disgiungersi in tavoloni galleggianti, che alcuna viuzza pure dischiudevano a chi si fosse
arrischiato d'intromettervi una barcuccia. Ed in fatti il giorno dopo approdò a
Grisselhamna un pescatore venente in un battelletto da quella prima isola a cui doveva
approdar io, la prima; e disseci il pescatore che si passerebbe, ma con qualche stento. Io
subito volli tentare, benché avendo una barca assai più spaziosa di quella peschereccia,
poiché in essa vi trasportava la carrozza, l'ostacolo veniva ad essere maggiore; ma però
era assai minore il pericolo, poiché ai colpi di quei massi nuotanti di ghiaccio dovea
più robustamente far fronte un legno grosso che non un piccolo. E così per l'appunto
accadde. Quelle tante galleggianti isolette rendevano stranissimo l'aspetto di
quell'orrido mare che parea piuttosto una terra scompaginata e disciolta, che non un
volume di acque; ma il vento essendo, la Dio mercè, tenuissimo, le percosse di quei
tavoloni nella mia barca riuscivano piuttosto carezze che urti; tuttavia la loro gran
copia e mobilità spesso li facea da parti opposte incontrarsi davanti alla mia prora, e
combaciandosi, tosto ne impedivano il solco; e subito altri ed altri vi concorreano, ed
ammontandosi facean cenno di rimandarmi nel continente. Rimedio efficace ed unico, veniva
allora ad essere l'ascia, castigastrice d'ogni insolente. Più d'una volta i marinai miei,
ed anche io stesso scendemmo dalla barca sovra quei massi, e con delle scuri si andavano
partendo, e staccando dalle pareti del legno, tanto che desser luogo ai remi e alla prora;
poi risaltati noi dentro coll'impulso della risorta nave, si andavano cacciando dalla via
quegli insistenti accompagnatori; e in tal modo si navigò il tragitto primo di sette
miglia svezzesi in dieci e più ore. La novità di un tal viaggio mi divertì moltissimo;
ma forse troppo fastidiosamente sminuzzandolo io nel raccontarlo, non avrò egualmente
divertito il lettore. La descrizione di cosa insolita per gl'italiani, mi vi ha indotto.
Fatto in tal guisa il primo tragitto, gli altri sei passi molto più brevi, ed oltre ciò
oramai fatti più liberi dai ghiacci, riuscirono assai più facili. Nella sua salvatica
ruvidezza quello è un dei paesi d'Europa che mi siano andati più a genio, e destate più
idee fantastiche, malinconiche, ed anche grandiose, per un certo vasto indefinibile
silenzio che regna in quell'atmosfera, ove ti parrebbe quasi esser fuor del globo.
Sbarcato per l'ultima volta in Abo,
capitale della Finlandia svezzese, continuai per ottime strade e con velocissimi cavalli
il mio viaggio sino a Pietroborgo, dove giunsi verso gli ultimi di maggio; e non saprei
dire se di giorno vi giungessi o di notte; perché sendo in quella stagione annullate
quasi le tenebre della notte in quel clima tanto boreale, e ritrovandomi assai stanco del
non aver per più notti riposato se non se disagiatamente in carrozza, mi si era talmente
confuso il capo, ed entrata una tal noia del veder sempre quella trista luce, ch'io non
sapea più né qual dì della settimana, né qual ora del giorno, né in qual parte del
mondo mi fossi in quel punto; tanto più che i costumi, abiti, e barbe dei moscoviti mi
rappresentavano assai più tartari che non europei.
Io aveva letta la storia di Pietro il
Grande nel Voltaire; mi era trovato nell'Accademia di Torino con vari moscoviti, ed avea
udito magnificare assai quella nascente nazione. Onde, queste cose tutte, ingrandite poi
anche dalla mia fantasia che sempre mi andava accattando nuovi disinganni, mi tenevano al
mio arrivo in Pietroborgo in una certa straordinaria palpitazione dell'aspettativa. Ma,
oimè, che appena io posi il piede in quell'asiatico accampamento di allineate trabacche,
ricordatomi allora di Roma, di Genova, di Venezia, e di Firenze mi posi a ridere. E da
quant'altro poi ho visto in quel paese, ho sempre più ricevuto la conferma di quella
prima impressione; e ne ho riportato la preziosa notizia ch'egli non meritava d'esser
visto. E tanto mi vi andò a contragenio ogni cosa (fuorché le barbe e i cavalli), che in
quasi sei settimane ch'io stetti fra quei barbari mascherati da europei, ch'io non vi
volli conoscere chicchessia, neppure rivedervi due o tre giovani dei primi del paese, con
cui era stato in Accademia a Torino, e neppure mi volli far presentare a quella famosa
autocratrice Caterina Seconda; ed infine neppure vidi materialmente il viso di codesta
regnante, che tanto ha stancata a' giorni nostri la fama. Esaminatomi poi dopo, per
ritrovare il vero perché di una così inutilmente selvaggia condotta, mi son ben convinto
in me stesso che ciò fu una mera intolleranza di inflessibil carattere, ed un odio
purissimo della tirannide in astratto, appiccicato poi sopra una persona giustamente
tacciata del più orrendo delitto, la mandataria e proditoria uccisione dell'inerme
marito. E mi ricordava benissimo di aver udito narrare, che tra i molti pretesti addotti
dai difensori di un tal delitto, si adduceva anche questo: che Caterina Seconda nel
subentrare all'impero, voleva, oltre i tanti altri danni fatti dal marito allo stato,
risarcire anche in parte i diritti dell'umanità lesa sì crudelmente dalla schiavitù
universale e totale del popolo in Russia, col dare una giusta costituzione. Ora,
trovandoli io in una servitù cosí intera dopo cinque o sei anni di regno di codesta
Clitennestra filosofessa; e vedendo la maledetta genia soldatesca sedersi sul trono di
Pietroborgo più forse ancora che su quel di Berlino; questa fu senza dubbio la ragione
che mi fe' pur tanto dispregiare quei popoli, e sì furiosamente abborrirne gli scellerati
reggitori. Spiaciutami dunque ogni moscoviteria, non volli altrimenti portarmi a Mosca,
come avea disegnato di fare, e mi sapea mill'anni di rientrare in Europa. Partii nel finir
di giugno, alla volta di Riga per Narva, e Rewel; nei di cui piani arenosi ignudi ed
orribili scontai largamente i diletti che mi aveano dati le epiche selve immense della
Svezia scoscesa. Proseguii per Konisberga e Danzica; questa città, fin allora libera e
ricca, in quell'anno per l'appunto cominciava ad essere straziata dal mal vicino despota
prussiano, che già vi avea intrusi a viva forza i suoi vili sgherri. Onde io bestemmiando
e russi e prussi, e quanti altri sotto mentita faccia di uomini si lasciano più che bruti
malmenare in tal guisa dai loro tiranni; e sforzatamente seminando il mio nome, età,
qualità, e carattere, ed intenzioni (che tutte queste cose in ogni villaggiuzzo ti son
domandate da un sergente all'entrare, al trapassare, allo stare, e all'uscire), mi
ritrovai finalmente esser giunto una seconda volta in Berlino, dopo circa un mese di
viaggio, il più spiacevole, tedioso e oppressivo di quanti mai se ne possano fare;
inclusive lo scendere all'Orco, che più buio e sgradito ed inospito non può esser mai.
Passando per Zorendorff, visitai il campo di battaglia tra' russi e prussiani, dove tante
migliaia dell'uno e dell'altro armento rimasero liberate dal loro giogo lasciandovi
l'ossa. Le fosse sepolcrali vastissime, vi erano manifestamente accennate dalla folta e
verdissima bellezza del grano, il quale nel rimanente terreno arido per sé stesso ed
ingrato vi era cresciuto e misero e rado. Dovei fare allora una trista, ma pur troppo
certa riflessione; che gli schiavi son veramente nati a far concio. Tutte queste
prussianerie mi faceano sempre più e conoscere e desiderare la beata Inghilterra.
Mi sgabellai dunque in tre giorni di
questa mia berlinata seconda, né per altra ragione mi vi trattenni che per riposarmivi un
poco di un sì disagiato viaggio. Partii sul finir di luglio per Magdebourg, Brunswich,
Gottinga, Cassel, e Francfort. Nell'entrare in Gottinga, città come tutti sanno di
Università fioritissima, mi abbattei in un asinello, ch'io moltissimo festeggiai per non
averne più visti da circa un anno dacché m'era ingolfato nel settentrione estremo dove
quell'animale non può né generare, né campare. Di codesto incontro di un asino italiano
con un asinello tedesco in una così famosa Università, ne avrei fatto allora una qualche
lieta e bizzarra poesia, se la lingua e la penna avessero in me potuto servire alla mente,
ma la mia impotenza scrittoria era ogni dì più assoluta. Mi contentai dunque di
fantasticarvi su fra me stesso, e passai così festevolissima giornata soletto sempre, con
me e il mio asino. E le giornate festive per me eran rare, passandomele io di continuo
solo solissimo, per lo più anche senza leggere né far nulla, e senza mai schiuder bocca.
Stufo oramai di ogni qualunque tedescheria, lasciai dopo due giorni Francfort, e avviatomi
verso Magonza, mi v'imbarcai sopra il Reno, e disceso con quell'epico fiumone sino a
Colonia, un qualche diletto lo ebbi navigando fra quelle amenissime sponde. Di Colonia per
Aquisgrana ritornai a Spa, dove due anni prima avea passato qualche settimane, e quel
luogo mi avea sempre lasciato un qualche desiderio di rivederlo a cuor libero; parendomi
quella essere una vita adattata al mio umore, perché riunisce rumore e solitudine, onde
vi si può stare inosservato ed ignoto infra le pubbliche veglie e festini. Ed in fatti
talmente mi vi compiacqui, che ci stetti sin quasi al fin di settembre dal mezzo agosto;
spazio lunghissimo di tempo per me che in nessun luogo mi potea posar mai. Comprai due
cavalli da un irlandese, dei quali l'uno era di non comune bellezza, e vi posi veramente
il cuore. Onde cavalcando mattina e giorno e sera, pranzando in compagnia di otto o dieci
altri forestieri d'ogni paese, e vedendo seralmente ballare gentili donne e donzelle, io
passava (o per dir meglio logorava) il mio tempo benissimo. Ma guastatasi la stagione, ed
i più dei bagnanti cominciando ad andarsene, partii anch'io e volli ritornare in Olanda
per rivedervi l'amico D'Acunha, e ben certo di non rivedervi la già tanto amata donna, la
quale sapeva non essere più all'Haja, ma da più d'un anno essere stabilita con marito in
Parigi. Non mi potendo staccare dai miei due ottimi cavalli, avviai innanzi Elia con il
legno, ed io, parte a piedi parte a cavallo, mi avviai verso Liegi. In codesta città,
presentandomisi l'occasione di un ministro di Francia mio conoscente, mi lasciai da esso
introdurre al principe vescovo di Liegi, per condiscendenza e stranezza; ché se non avea
veduta la famosa Caterina Seconda, avessi almeno vista la corte del principe di Liegi. E
nel soggiorno di Spa era anche stato introdotto ad un altro principe ecclesiastico, assai
più microscopico ancora, l'abate di Stavelò nell'Ardenna. Lo stesso ministro di Francia
a Liegi mi avea presentato alla corte di Stavelò, dove allegrissimamente si pranzò, ed
anche assai bene. E meno mi ripugnavano le corti del pastorale che quelle dello schioppo e
tamburo, perché di questi due flagelli degli uomini non se ne può mai rider veramente di
cuore. Di Liegi proseguii in conipagnia de' miei cavalli a Brusselles, Anversa, e varcato
il passo del Mordick, a Roterdamo, ed all'Haja. L'amico, col quale io sempre avea
carteggiato dappoi, mi ricevé a braccia aperte; e trovandomi un pocolin migliorato di
senno egli sempre più mi andò assistendo de' suoi amorevoli, caldi e luminosi consigli.
Stetti con esso circa due mesi, ma poi infiammato come io era della smania di riveder
l'Inghilterra, e stringendo anche la stagione, ci separammo verso il fin di novembre. Per
la stessa via fatta da me due e più anni prima giunsi, felicemente sbarcato in Harwich in
pochi giorni a Londra. Ci ritrovai quasi tutti quei pochi amici che io avea praticati nel
primo viaggio; tra i quali il principe di Masserano ambasciator di Spagna, ed il marchese
Caraccioli ministro di Napoli, uomo di alto sagace e faceto ingegno. Queste due persone mi
furono più che padre in amore nel secondo soggiorno ch'io feci in Londra di circa sette
mesi, nel quale mi trovai in alcuni frangenti straordinari e scabrosi, come si vedrà.
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CAPITOLO DECIMO
Secondo fierissimo intoppo amoroso a Londra.
Fin dal primo mio viaggio erami in
Londra andata sommamente a genio una bellissima signora delle primarie, la di cui immagine
tacitamente forse nel cuore mio introdottasi mi avea fatto in gran parte trovare sì bello
e piacevole quel paese, ed anche accresciutami ora la voglia di rivederlo. Con tutto ciò,
ancorché quella bellezza mi si fosse mostrata fin d'allora piuttosto benigna, la mia
ritrosa e selvaggia indole mi avea preservato dai di lei lacci. Ma in questo ritorno,
ingentilitomi io d'alquanto, ed essendo in età più suscettibil d'amore, e non abbastanza
rinsavito dal primo accesso di quell'infausto morbo, che sì male mi era riuscito
nell'Haja, caddi allora in quest'altra rete, e con sì indicibil furore mi appassionai,
che ancora rabbrividisco, pensandovi adesso che lo sto descrivendo nel primo gelo del nono
mio lustro. Mi si presentava spessissimo l'occasione di veder quella bella inglese,
massimamente in casa del principe di Masserano, con la di cui moglie essa era compagna di
palco al Teatro dell'Opera Italiana. Non la vedeva in casa sua, perché allora le dame
inglesi non usavano ricevere visite, e principalmente di forestieri. Oltre ciò, il marito
ne era gelosissimo, per quanto il possa e sappia essere un oltramontano. Questi
ostacoletti vieppiù mi accendevano; onde io ogni mattina ora all'Hyde-park, ora in
qualche altro passeggio mi incontrava con essa; ogni sera in quelle affollate veglie, o al
teatro, la vedea parimente; e la cosa si andava sempre più ristringendo. E venne
finalmente a tale, che io, felicissimo dell'essere o credermi riamato, mi teneva pure
infelicissimo, ed era dal non vedere modo con cui si potesse con securità continuare gran
tempo quella pratica. Passavano, volavano i giorni; inoltratasi la primavera, il fin di
giugno al più al più era il termine, in cui, attesa la partenza per la campagna dove
ella solea stare sette e più mesi, diveniva assolutamente impossibile il vederla né
punto né poco. Io quindi vedeva arrivare quel giugno come l'ultimo termine indubitalmente
della mia vita; non ammettendo io mai nel mio cuore, né nella mente mia inferma, la
possibilità fisica di sopravvivere a un tale distacco, sendosi in tanto più lungo spazio
di tempo rinforzata questa mia seconda passione tanto superiormente alla prima. In questo
funesto pensiere del dover senza dubbio perire quando la dovrei lasciare, mi si era
talmente inferocito l'animo, ch'io non procedeva in quella mia pratica altrimenti che come
chi non ha oramai più nulla che perdere. Ed a ciò contribuiva parimente non poco il
carattere dell'amata donna, la quale pareva non gustar punto né intendere i partiti di
mezzo. Essendo le cose in tal termine, e raddoppiandosi ogni giorno le imprudenze sì mie
che sue, il di lei marito avvistosene già da qualche tempo avea più volte accennato di
volermene fare un qualche risentimento; ed io nessun'altra cosa al mondo bramava quanto
questa, poiché dal solo uscir esso dei gangheri potea nascere per me o alcuna via di
salvamento, ovvero una total perdizione. In tale orribile stato io vissi circa cinque
mesi, finché finalmente scoppiò la bomba nel modo seguente. Più volte già in diverse
ore del giorno con grave rischio d'ambedue noi io era stato da essa stessa introdotto in
casa; inosservato sempre, attesa la piccolezza delle case di Londra, e il tenersi le porte
chiuse, e la servitù stare per lo più nel piano sotterraneo, il che dà campo di aprirsi
la porta di strada da chi è dentro, e facilmente introdursi l'estraneo ad una qualche
camera terrena contigua immediatamente alla porta. Quindi quelle mie introduzioni di
contrabbando erano tutte francamente riuscite; tanto più ch'era in ore ove il marito era
fuor di casa, e per lo più la gente di servizio a mangiare.
Questo prospero esito ci inanimì a
tentare maggiori rischi. Onde, venuto il maggio, avendola il marito condotta in una villa
vicina, sedici miglia di Londra, per starci otto o dieci giorni e non più, subito si
appuntò il giorno e l'ora in cui parimente nella villa verrei introdotto di furto; e si
colse il giorno d'una rivista delle truppe a cui il marito, essendo uffiziale delle
guardie, dovea intervenir senza fallo, e dormire in Londra. Io dunque mi ci avviai quella
sera stessa soletto, a cavallo; ed avendo avuto da essa l'esatta topografia del luogo,
lasciato il mio cavallo ad un'osteria distante circa un miglio dalla villa, proseguii a
piedi, sendo già notte, fino alla porticella del parco, di dove introdotto da essa stessa
passai nella casa, non essendo, o credendomi tuttavia non essere, stato osservato da chi
che fosse. Ma cotali visite erano zolfo sul fuoco, e nulla ci bastava se non ci assicurava
del sempre. Si presero dunque alcune misure per replicare e spesseggiar quelle gite,
finché durasse la villeggiatura breve, disperatissimi poi se si pensava alla
villeggiatura imminente e lunghissima che ci sovrastava. Ritornato io la mattina dopo in
Londra, fremeva e impazziva pensando che altri due giorni dovrei stare senza vederla, e
annoverava l'ore e i momenti. Io viveva in un continuo delirio, inesprimibile quanto
incredibile da chi provato non l'abbia, e pochi certamente l'avranno provato a un tal
segno. Non ritrovava mai pace se non se andando sempre, e senza saper dove; ma appena
quetatomi o per riposarmi, o per nutrirmi, o per tentar di dormire, tosto con grida ed
urli orribili era costretto di ribalzare in piedi, e come un forsennato mi dibatteva
almeno per la camera, se l'ora non permetteva di uscire. Aveva più cavalli, e tra gli
altri quel bellissimo comprato a Spa, e fatto poi trasportare in Inghilterra. E su quello
io andava facendo le più pazze cose, da atterrire i più temerari cavalcatori di quel
paese, saltando le più alte e larghe siepi di slancio, e fossi stralarghi, e barriere
quante mi si affacciavano. Una di quelle mattine intermedie tra una e l'altra mia gita in
quella sospirata villa, cavalcando io col marchese Caraccioli, volli fargli vedere quanto
bene saltava quel mio stupendo cavallo, e adocchiata una delle più alte barriere che
separava un vasto prato dalla pubblica strada, ve lo cacciai di carriera; ma essendo io
mezzo alienato, e poco badando a dare in tempo i debiti aiuti e la mano al cavallo, egli
toccò coi piè davanti la sbarra, ed entrambi in un fascio precipitati sul prato,
ribalzò egli primo in piedi, io poi; né mi parve di essermi fatto male alcuno. Del resto
il mio pazzo amore mi aveva quadruplicato il coraggio, e pareva ch'io a bella posta
mendicassi ogni occasione di rompermi il collo. Onde, per quanto il Caraccioli, rimasto su
la strada di là dalla mal per me saltata barriera, gridassemi di non far altro, e di
andar cercar l'uscita naturale del prato per riunirmi a lui, io che poco sapeva quel che
mi facessi, correndo dietro il cavallo che accennava di voler fuggire pel prato, ne
afferrai in tempo le redini, e saltatovi su di bel nuovo, lo rispinsi spronando contro la
stessa barriera, e ristorando egli ampiamente il mio onore ed il suo la passò di volo. La
giovenile superbia mia non godé lungamente di quel trionfo, che dopo fatti alcuni passi
adagino, freddandomisi a poco a poco la mente e il corpo, cominciai a provare un fiero
dolore nella sinistra spalla, che era in fatti slogata, e rotto un ossuccio che collega la
punta di essa col collo. Il dolore andava crescendo, e le poche miglia che mi trovava
esser distante da casa mi parvero fieramente lunghe prima di ricondurmivi a cavallo ad
oncia ad oncia. Venuto il chirurgo, e straziatomi per assai tempo, disse di aver
riallogato ogni cosa, e fasciatomi, ordinò ch'io stessi in letto. Chi intende d'amore si
rappresenti le mie smanie e furore nel vedermi io così inchiodato in un letto, la vigilia
per l'appunto di quel beato giorno ch'era prefisso alla mia seconda gita in villa. La
slogatura del braccio era accaduta nella mattina del sabato; pazientai per quel giorno, e
la domenica, sino verso la sera, onde quel poco di riposo mi rendé alcuna forza nel
braccio, e più ardire nell'animo. Onde verso le ore sei del giorno mi volli a ogni conto
alzare, e per quanto mi dicesse il mio semi-aio Elia, entrai alla meglio in un carrozzino
di posta soletto, e mi avviai verso il mio destino. Il cavalcare mi si era fatto
impossibile atteso il dolore del braccio, e l'impedimento della stringatissima fasciatura,
onde non dovendo né potendo arrivare sino alla villa in quel carrozzino col postiglione,
mi determinai di lasciare il legno alla distanza di circa due miglia, e feci il rimanente
della strada a piedi con l'un braccio impedito, e l'altro sotto il pastrano con la spada
impugnata, andando solo di notte in casa d'altri, non come amico. La scossa del legno mi
avea frattanto rinnovato e raddoppiato il dolore della spalla, e scompostami la fasciatura
a tal segno che la spalla in fatti non si riallogò poi in appresso mai più. Pareami pur
tuttavia di essere il più felice uomo del mondo avvicinandomi al sospirato oggetto.
Arrivai finalmente, e con non poco stento (non avendo l'aiuto di chicchessia, poiché dei
confidenti non v'era) pervenni pure ad accavalciare gli stecconi del parco per
introdurmivi, poiché la porticella che la prima volta ritrovai socchiusa, in quella
seconda mi riuscì inapribile. I marito, al solito per cagione della rivista dell'indomani
lunedì, era ito anche quella sera a dormire in Londra. Pervenni dunque alla casa, trovai
chi mi vi aspettava, e senza molto riflettere né essa né io all'accidente dell'essersi
ritrovata chiusa la porticella ch'essa pure avea già più ore prima aperta da sé, mi vi
trattenni fino all'alba nascente. Uscitone poi nello stesso modo, e tenendo per fermo di
non essere stato veduto da anima vivente, per la stessa via fino al mio legno, e poi
salito in esso mi ricondussi in Londra verso le sette della mattina assai mal concio fra i
due cocentissimi dolori dell'averla lasciata e di trovarmi assai peggiorata la spalla. Ma
lo stato dell'animo mio era sì pazzo e frenetico, ch'io nulla curava qualunque cosa
potesse accadere, prevedendole pure tutte. Mi feci dal chirurgo ristringere di nuovo la
fasciatura senza altrimenti toccare al riallogamento o slogamento che fosse. E martedì
sera trovatomi alquanto meglio, non volli neppur più stare in casa, e andai al Teatro
Italiano nel solito palco del principe di Masserano, che vi era con la sua moglie, e che
credendomi mezzo stroppio ed in letto, molto si maravigliarono di vedermi col solo braccio
al collo.
Frattanto io me ne stava in apparenza
tranquillo, ascoltando la musica, che mille tempeste terribili mi rinnovava nel cuore; ma
il mio viso era, come suol essere, di vero marmo. Quand'ecco ad un tratto io sentiva, o
pareami, pronunziato il mio nome da qualcuno, che sembrava contrastare con un altro alla
porta del chiuso palco. Io, per un semplice moto machinale, balzo alla porta, l'apro, e
richiudola dietro di me in un attimo, e agli occhi mi si presenta il marito della mia
donna, che stava aspettando che di fuori gli venisse aperto il palco chiuso a chiave da
quegli usati custodi dei palchi, che nei teatri inglesi si trattengono a tal effetto nei
corridoi. Io già più e più volte mi era aspettato a quest'incontro, e non potendolo
onoratamente provocare io primo, l'avea pure desiderato più che ogni cosa al mondo.
Presentatomi dunque in un baleno fuori del palco, le parole furon queste brevissime,
" Eccomi qua " gridai io. " Chi mi cerca? " " Io, " mi
rispos'egli, " la cerco, che ho qualche cosa da dirle. " " Usciamo, "
io replico; " sono ad udirla. " Né altro aggiungendovi, uscimmo immediatamente
dal teatro. Erano circa le ore ventitré e mezzo d'Italia; nei lunghissimi giorni di
maggio cominciando in Londra i teatri verso le ventidue. Dal Teatro dell'Haymarket per un
assai buon tratto di strada andavamo al Parco di San Giacomo, dove per un cancello si
entra in un vasto prato, chiamato Green-Park. Quivi, già quasi annottando, in un
cantuccio appartato si sguainò senza dir altro le spade. Era allor d'uso il portarla
anch'essendo infrack, onde io mi era trovato d'averla, ed egli appena tornato di villa era
corso da uno spadaio a provvedersela. A mezzo la via di Pallmall che ci guidava al Parco
San Giacomo, egli due o tre volte mi andò rimproverando ch'io era stato più volte in
casa sua di nascosto, ed interrogavami del come. Ma io, malgrado la frenesia che mi
dominava, presentissimo a me, e sentendo nell'intimo del cuor mio quanto fosse giusto e
sacrosanto lo sdegno dell'avversario, null'altro mai mi veniva fatto di rispondere, se non
se: " Non è vera tal cosa; ma quand'ella pure la crede son qui per dargliene buon
conto ". Ed egli ricominciava ad affermarlo, e massimamente di quella mia ultima gita
in villa egli ne sminuzzava sì bene ogni particolarità, ch'io rispondendo sempre, "
Non è vero ", vedea pure benissimo ch'egli era informato a puntino di tutto.
Finalmente egli terminava col dirmi: " A che vuol ella negarmi quanto mi ha
confessato e narrato la stessa mia moglie?". Strasecolai di un sì fatto discorso, e
risposi (benché feci male, e me ne pentii poi dopo): "Quand'ella il confessi, non lo
negherò io ". Ma queste parole articolai, perché oramai era stufo di stare sì
lungamente sul negare una cosa patente e verissima; parte che troppo mi ripugnava in
faccia ad un nemico offeso da me; ma pure violentandomi, lo faceva per salvare, se era
possibile, la donna. Questo era stato il discorso tra noi prima di arrivar sul luogo ch'io
accennai. Ma allorché nell'atto di sguainar la spada, egli osservò ch'io aveva il manco
braccio sospeso al collo, egli ebbe la generosità di domandarmi se questo non
m'impedirebbe di battermi. Risposi ringraziandolo, ch'io sperava di no, e subito lo
attaccai. Io sempre sono stato un pessimo schermidore; mi ci buttai dunque fuori d'ogni
regola d'arte come un disperato; e a dir vero io non cercava altro che di farmi ammazzare.
Poco saprei descrivere quel ch'io mi facessi, ma convien pure che assai gagliardamente lo
investissi, poiché io al principiare mi trovava aver il sole, che stava per tramontare,
direttamente negli occhi a segno che quasi non ci vedeva; e in forse sette o otto minuti
di tempo io mi era talmente spinto innanzi ed egli ritrattosi e nel ritrarsi descritta una
curva sì fatta, ch'io mi ritrovai col sole direttamente alle spalle. Così, martellando
gran tempo, io sempre portandogli colpi, ed egli sempre ribattendoli, giudico che egli non
mi uccise perché non volle, e ch'io non lo uccisi perché non seppi. Finalmente egli nel
parare una botta, me ne allungò un'altra e mi colse nel braccio destro tra l'impugnatura
ed il gomito, e tosto avvisommi ch'io era ferito; io non me n'era punto avvisto, né la
ferita era in fatti gran cosa. Allora abbassando egli primo la punta in terra, mi disse
ch'egli era soddisfatto, e domandavami se lo era anch'io. Risposi, che io non era
l'offeso, e che la cosa era in lui. Ringuainò egli allora, ed io pure. Tosto egli se
n'andò; ed io, rimasto un altro poco sul luogo voleva appurare cosa fosse quella mia
ferita; ma osservando l'abito essere, squarciato per lo lungo, e non sentendo gran dolore,
né sentendomi sgocciolare gran sangue la giudicai una scalfittura più che una piaga. Del
resto non mi potendo aiutare del braccio sinistro, non sarebbe stato possibile di cavarmi
l'abito da me solo. Aiutandomi dunque co' denti mi contentai di avvoltolarmi alla peggio
un fazzoletto e annodarlo sul braccio destro per diminuire così la perdita del sangue.
Quindi uscito dal parco, per la stessa strada di Palmall, e ripassando davanti al Teatro,
di donde era uscito tre quarti d'ora innanzi, ed al lume di alcune botteghe avendo veduto
che non era insanguinato né l'abito, né le mani, scioltomi co' denti il fazzoletto dal
braccio e non provatone più dolore, mi venne la pazza voglia puerile di rientrare al
Teatro, e nel palco donde avea preso le mosse. Tosto entrando fui interrogato dal principe
di Masserano, perché io mi fossi scagliato così pazzamente fuori del suo palco, e dove
fossi stato. Vedendo che non aveano udito nulla del breve diverbio seguito fuori del loro
palco, dissi che mi era sovvenuto a un tratto di dover parlar con qualcuno, e che perciò
era uscito così: né altro dissi. Ma per quanto mi volessi far forza, il mio animo
trovavasi pure in una estrema agitazione, pensando qual potesse essere il seguito di un
tal affare, e tutti i danni che stavano per accadere all'amata mia donna. Onde dopo un
quarticello me n'andai, non sapendo quel che farei di me. Uscito dal Teatro mi venne in
pensiero (già che quella ferita non m'impediva di camminare) di portarmi in casa d'una
cognata della mia donna, la quale ci secondava, e in casa di cui ci eramo anche veduti
qualche volta.
Opportunissimo riuscì quel mio
accidentale pensiero, poiché entrando in camera di quella signora il primo oggetto che mi
si presentò agli occhi, fu la stessa stessissima donna mia. Ad una vista sì,
inaspettata, ed in tanto e sì diverso tumulto di affetti, io m'ebbi quasi a svenire.
Tosto ebbi da lei pienissimo schiarimento del fatto, come pareva dover essere stato; ma
non come egli era in effetto; che la verità poi mi era dal mio destino riserbata a
sapersi per tutt'altro mezzo. Ella dunque mi disse, che il marito sin dal primo mio
viaggio in villa n'avea avuta la certezza, dalla persona in fuori; avendo egli saputo
soltanto che qualcun c'era stato, ma nessuno mi avea conosciuto. Egli avea appurato, che
era stato lasciato un cavallo tutta la notte in tale albergo, tal giorno, e ripigliato poi
in tal ora da persona che largamente avea pagato, né articolato una sola parola. Perciò
all'occasione di questa seconda rivista, avea segretamente appostato alcun suo familiare
perché vegliasse, spiasse, ed a puntino poi lunedì sera al suo ritorno gli desse buon
conto d'ogni cosa. Egli era partito la domenica il giorno, per Londra; ed io come dissi,
la domenica al tardi di Londra per la villa sua, dove era giunto a piedi su l'imbrunire.
La spia (o uno o più ch'ei si fossero), mi vide traversare il cimitero del luogo,
accostarmi alla porticella del parco, e non potendola aprire, accavalciarne gli stecconi
di cinta. Così poi m'avea visto uscire su l'alba, ed avviarmi a piedi su la strada
maestra verso Londra. Nessuno si era attentato né di mostrarmisi pure, non che di dirmi
nulla; forse perché vedendomi venire in aria risoluta con la spada sotto il braccio, e
non ci avendo essi interesse proprio, gli spassionati non si pareggiando mai cogli
innamorati, pensarono esser meglio di lasciarmi andare a buon viaggio. Ma certo si è, che
se all'entrare o all'uscire a quel modo ladronesco dal parco, mi avessero voluto in due o
tre arrestare, la cosa si riducea per me a mal partito; poiché se tentava fuggire, avea
aspetto di ladro, se attaccarli o difendermi, aveva aspetto di assassino: ed in me stesso
io era ben risoluto di non mi lasciar prender vivo. Onde bisognava subito menar la spada,
ed in quel paese di savie e non mai deluse leggi queste cose hanno immancabilmente
severissimo gastigo. Inorridisco anche adesso, scrivendolo: ma punto non titubava io
nell'atto d'espormivi. E marito dunque nel ritornare il lunedì giorno in villa, già
dallo stesso mio postiglione, che alle due miglia di là mi avea aspettato tutta notte,
gli venne raccontato il fatto come cosa insolita, e dal ritratto che gli avea fatto di mia
statura, forme, e capelli, egli mi avea benissimo riconosciuto. Giunto poi a casa sua, ed
avuto il referto della sua gente, ottenne al fine la tanto desiderata certezza dei danni
suoi.
Ma qui, nel descrivere gli effetti
stranissimi di una gelosia inglese, la gelosia italiana si vede costretta di ridere,
cotanto son diverse le passioni nei diversi caratteri e climi, e massime sotto
diversissime leggi. Ogni lettore italiano qui sta aspettando pugnali, veleni, battiture, o
almeno carcerazion della moglie, e simili ben giuste smanie. Nulla di questo. L'inglese
marito, ancorché assaissimo al modo suo adorasse la moglie, non perdé il tempo in
invettive, in minacce, in querele. Subito la raffrontò con quei testimoni di vista, che
facilmente la convinsero del fatto innegabile. Venuta la mattina del martedì, il marito
non celò alla moglie, ch'egli già da quel punto non la tenea più per sua, e che ben
tosto il divorzio legittimo lo libererebbe di lei. Aggiunse, che non gli bastando il
divorzio, voleva anche che io scontassi amaramente l'oltraggio fattogli; ch'egli in quel
giorno ripartirebbe per Londra, dove mi troverebbe senz'altro. Allora essa immediatamente
per mezzo di un qualche suo affidato mi avea segretamente scritto, e spedito l'avviso di
quanto seguiva. E messaggiere, largamente pagato, avea quasi che ammazzato il cavallo
venendo a tutt'andare in meno di du' ore a Londra, e certamente vi giunse forse un'ora
prima che non giungesse il marito. Ma per mia somma fortuna, non avendomi più trovato in
casa né il messaggiero, né il marito, io non fui avvisato di nulla, ed il marito
vedendomi uscito, s'immaginò ed indovinò ch'io fossi al Teatro Italiano; e là, come io
narrai, mi trovò. La fortuna in quest'accidente mi fece due sommi benefici: che io non mi
fossi slogato il braccio destro in vece del manco; e ch'io non ricevessi quella lettera
dell'amata donna, se non se dopo l'incontro. Non so se non avrei in qualche parte forse
operato men bene, ove l'una di queste due cose mi fosse accaduta. Ma intanto, partito
appena il marito per Londra, per altra via era anche partita la moglie, e venuta
direttamente a Londra in casa di quella sua cognata, che non molto lontana abitava dalla
casa del suo marito; quivi già avea saputo che il marito meno d'un'ora prima era tornato
a casa in un fiacre; dal quale slanciatosi dentro si era chiuso in camera, senza
voler né vedere né favellare con chi che si fosse di casa. Onde essa tenea per fermo
ch'egli mi avesse contrato ed ucciso. Tutta questa narrazione a pezzi e bocconi mi veniva
fatta da lei; interrotta, come si può credere, dall'immensa agitazione dei sì diversi
affetti che ambedue ci travagliavano. Ma per allora però, il fine di tutto questo
schiarimento scioglievasi in una felicità per noi inaspettata e quasi incredibile;
poiché, atteso l'imminente inevitabil divorzio, io mi trovava nell'impegno (e null'altro
bramava) di sottentrare ai lacci coniugali ch'ella stava per rompere. Ebro di un tal
pensiero, quasi non mi ricordava più punto della mia ferituccia; ma in somma poi, alcune
ore dopo, visitatomi il braccio in presenza dell'amata donna, si trovò la pelle scalfitta
in lungo, e molto sangue raggrumato nei pieghi della camicia, senz'altro danno. Medicato A
braccio, ebbi la giovenile curiosità di visitare anche la mia spada, e la trovai, dalle
gran ribattiture di colpi fatte dall'avversario, ridotta dai due terzi in giù della lama
a guisa d'una sega addentellatissima; e la conservai poi quasi trofeo per più anni in
appresso. Separatomi finalmente in quella notte del martedì assai inoltrata dalla mia
donna, non volli tornare a casa mia senza passare dal marchese Caraccioli, per informarlo
d'ogni cosa. Ed egli pure, dal modo in cui avea saputo il fatto in confuso, mi tenea
fermamente per ucciso, e che fossi rimasto nel parco, che verso la mezz'ora di notte suol
chiudersi. Come risuscitato dunque mi accolse, ed abbracciò caldamente, ed in vari
discorsi si passarono ancora forse du' altre ore più della notte; talché arrivai a casa
quasi al giorno. Corcatomi dopo tante e sì strane peripezie d'un sol giorno, non ho
dormito mai d'un sonno più tenace e più dolce.
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© 1999 - by prof. Giuseppe Bonghi
E-mail: Giuseppe Bonghi
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Ultimo aggiornamento: 08 settembre, 2003