Luigi Valli

Il linguaggio segreto

di Dante e dei «Fedeli d'Amore»

Edizione di riferimento

Luigi Valli, Il linguaggio segreto di Dante e dei «Fedeli d'Amore»,  Luni Editrice, Milano 1994 - ISBN 88-7984-018-5

testo digitale in collaborazione con Paolo Alberti Paolo Alberti: paoloalberti@iol.it

VI. L'ambiente e lo spirito del dolce stil novo

«Non vedi tu che (Dante) dice qui chiaro

che, quando l'amore dello Spirito Sancto lo

prira dentro al suo intellecto, che nota l'ispirazione

e poi la significa secondo che esso

Spirito gli dicta e dimostra?»

Petrarca

1. Modo e ragione del rinnovamento operato dal Guinizelli

Nella poesia siciliana e in quella di Buonagiunta da Lucca non ritroviamo ancora quell'elevata spiritualità e quel dottrinarismo profondo che vedremo pervadere la poesia del dolce stil novo.

In essa, se al posto della parola «Rosa» si deve mettere un'altra parola, meglio che la parola «Sapienza» bisogna mettere per lo più la parola «setta». La corte di Federico II carteggia con la setta (la Rosa) sotto le parole d'amore. Ma quella poesia non teoretizza, non cerca di determinare nella sua essenza mistica questa forza Amore-Sapienza che essa contrappone semplicemente (e soltanto quando le fa comodo) alla Chiesa di Roma. È un interesse politico più che un vero interesse religioso, quello che spinge l'Imperatore a dire alla «Rosa» che egli è fatto suo servitore e la «Rosa» gli risponde bellamente in rima per bocca di Arrigo Baldonasco che non gli crede affatto. La poesia siciliana adoperò il gergo d'amore quasi unicamente per quelle poche parole che servivano alla vita settaria, non espresse la vera commozione mistica né la profonda speculazione intellettuale sull'«Intelligenza attiva». Essa è la manifestazione più semplice e pratica di tutta la simbologia segreta di questa tradizione.

E una manifestazione di poco meno rozza della stessa tradizione, si ritrova come ho già detto in Buonagiunta da Lucca che parla sempre d'amore senza mai dir nulla di preciso, di profondo, di sentito, senza dare mai un nome alla donna che non sia quello di «Rosa». In lui anzi le formule del gergo diventano noiosamente e pericolosamente stereotipate. Dico pericolosamente perché il monotono abuso di queste formule rischiava naturalmente di renderle ormai troppo comprensibili.

Ecco un esempio di quello a cui si era ridotta nella meccanicizzazione del gergo questa poesia. Si doveva celebrare al solito il «Fiore», la verità custodita dalla setta, quella che conserva ancora il bene nel mondo, quella della quale il poeta è fedele, quella dalla quale si attende il buon frutto della liberazione spirituale. Ecco la maniera grossolana e trasparente con la quale si esprime Buonagiunta da Lucca:

Tutto lo mondo si mantien per fiore:

se fior non fosse, frutto non serìa [1]:

per lo fiore si mantene amore,

gioia e allegrezza, ch'è gran signoria.

E della fior son fatto servidore,

sì di bon core, che più non poria,

in fiore ho messo tutto il meo valore;

se il fiore mi fallisse, bem morria.

Eo son fiorito, e vado più fiorendo:

in fiore ho posto tutto il mio diporto:

per fiore aggio la vita certamente.

Com' più fiorisco, più in fior mi 'ntendo;

se fior mi falla, ben seria morto:

vostra mercé, Madonna, fiore aulente [2].

È questa una poesia d'amore? Lo creda chi vuole. Io non ci credo. Quella povera Madonna è appiccicata in fondo a prendere la qualifica di «fiore aulente», ma come non vedere che essa non c'entra per nulla e che essa non è una donna vera, se è quel «fiore» per il quale tutto il mondo si mantene, quel «fiore» che deve dare un certo frutto che non si nomina? Leggendo questa poesia si comprende come i «Fedeli d'Amore» sentissero il bisogno di cambiare questo «vecchio stile» e di creare uno «stile novo».

E sommamente importante è il fatto che un tale cambiamento avvenne non per un lento sopravvenire di una moda, ma in certo modo di autorità, autorità di Guido Guinizelli il quale a un certo punto «mutò le maniere de li piacenti detti de l'amore» e sapete con quali argomenti sostenne la sua riforma e la necessità di questa riforma contro Buonagiunta da Lucca? Con argomenti che non hanno assolutamente nulla a che vedere né con l'arte né con l'amore, bensì col fatto che «ciò ch'uom pensa non de' dire». È Falsosembiante che ha fatto scuola e nulla è più istruttivo per intender che cosa fosse nella sua vera sostanza il dolce stil novo che seguire con una certa avvedutezza la polemica alla quale esso dette origine nel suo sorgere e la definizione sottilissima e significantissima che ne dette Dante dopo che esso fu fiorito.

La poesia siciliana e la poesia di Buonagiunta erano, sì, pervase dall'intenzione di celebrare la setta dei «Fedeli d'Amore», la «Rosa» che la simboleggiava e con essa l'aspettazione del trionfo di questa «Rosa» o «Fiore», ma non avevano profondità di dottrina religiosa o filosofica e si erano stilizzate e meccanicizzate nelle formule, come abbiamo visto nel citato sonetto di Buonagiunta da Lucca. Queste formule oltre a riuscire fredde e inefficaci rischiavano ormai di essere troppo trasparenti e Guido Guinizelli riformò sotto un doppio aspetto la poesia d'amore e cioè nella dottrina e nel gergo. Quanto alla dottrina egli riportò più direttamente e più vivamente la poesia a celebrare non solo la setta, la «Rosa» in forma vaga, ma a celebrare più direttamente e con sentimento più profondo la divina Intelligenza, la santa Sapienza, oggetto del culto della setta. Egli richiamò nella tradizione una forte corrente di profondo senso filosofico e religioso.

Non solo, ma, mentre l'amore precedente, dirigendosi a una donna che non aveva nessun carattere preciso, usava a volte per esprimere l'idea mistica e settaria anche immagini volgari o sensuali che contrastavano con la sublimità, la purezza e l'altezza del vero oggetto amato, egli creò per simboleggiare la Sapienza santa, una figura di donna angelicata piena di virtù celesti, amata in puro spirito, con sembiante di angelo, la quale, pur avendo avanti al volgo e all'Inquisizione apparenza e nome di donna, mirabilmente si prestava a raffigurare nella poesia la santa Sapienza amata.

Così la purezza, la bellezza, la perfezione della santa idea plasmò la purissima, bellissima, perfettissima donna celebrata nel dolce stil novo. Non fu una sola donna reale, bella e pura, Beatrice, che fece venire in mente a un poeta di simboleggiare in essa la santa Sapienza, fu la santa Sapienza amata e vagheggiata da secoli nell'antichità come perfezione divina, che per vestirsi degnamente e artisticamente informò di sé tutte queste vaghe e inafferrabili figure di donna.

E l'altra riforma di Guido Guinizelli consisté in questo, che invece di trattenere la poesia intorno a quella formula ormai vieta e a quel nome ormai abusato di «Rosa», «Fiore» dette genialmente a questa Sapienza santa il nome di una donna credibilmente viva e vera, diversa per ciascun amatore. L'Intelligenza attiva unica in sé e amata contemporaneamente da tutti i «Fedeli d'Amore» prese per ciascuno un nome diverso di donna. Lucia fu quello della sua donna: nome dell'Intelligenza attiva o Sapienza santa in quanto risplende all'adepto Guido Guinizelli, avviva il suo intelletto passivo e gli dà la vera vita. E gli altri seguirono. Giovanna è il nome della Sapienza santa in quanto risplende all'adepto Guido Cavalcanti, Beatrice il nome della Sapienza santa in quanto risplende all'adepto Dante Alighieri e così di seguito.

E nuove parole furono aggiunte via via al vecchio gergo e la raffigurazione più adatta che si era creata nell'immagine della donna gentilissima suscitava similitudini più vive, si prestava a rappresentazioni nuove, più calde, più intime, scaldate dal fuoco d'un rinnovato fervore, illuminate dalla luce di un nuovo e più profondo senso d'arte, vestite soprattutto da forme assai più melodiose. Così «il vecchio stile» aspro e duro diventava il dolce stil novo, il quale aderiva meglio al suo oggetto vero, l'«amor sapientiae», e le penne dei nuovi scrittori, secondo l'espressione di Dante, andavano strette dietro a questo Amore, a questa dottrina che dettava dentro. Questi nuovi poeti scrivevano rendendo direttamente e più intimamente i pensieri della vita mistica e iniziatica, cioè di Amore. Quando il Guinizelli iniziò la sua riforma, Buonagiunta da Lucca gli scrisse questo sonetto:

Poi che avete mutata manera

de li plagenti detti dell'amore

de la forma e de l'esser la dov'era

per avanzare ogni altro trovadore,

avete fatto come la lumera

ch'ha li scuri partiti da splendore

ma non quivi ove lucie la spera

perché passa et avanza di chiarore.

Ma sì passate ogn'om di sottiglianza

che non si trova già chi ben vi spogna

cotant'è scura (vostra) parladura

ed è tenuta a gran dissimiglianza

tutto che il senno venga da Bologna

trarre canzon per forza di scrittura [3].

«Questo mando ser Bonagiunta Orbicciani da Luccha a messer Guido Guinizelli. Et elli li rispuose per lo sonetto ke dicie homo ke saggio non corre leggero [4]». Evidentemente il nuovo stile di Guinizelli era soprattutto oscuro e involuto, tanto che quelli dello «stile vecchio» dichiaravano che non riuscivano a intendere.

La risposta inequivocabile di Guido Guinizelli è semplicemente questa: Bisogna parlare involuto per ragioni di prudenza.

Nel difendere la sua riforma egli non accampa nessuna ragione d'arte o d'amore, nessuna ragione galante o estetica, ma dice soltanto questa stranissima cosa (stranissima per chi voglia credere ancora che il dolce stil novo è espressione di vero amore e per di più immediata e spontanea): Non bisogna parlare troppo apertamente, perché se alcuni degli uccelli (degli adepti) possono avere ardire, ve ne sono altri che per la loro natura (debole) non possono osare molto e quindi l'uomo non deve dire che cosa pensa (per non compromettere i più deboli).

Homo ch'è saggio non corre leggero

ma pensa e guarda sì com' vol misura

poi ch'ha pensato riten suo pensero,

infin a tanto che il ver l'assecura.

Hom non si dee tener troppo altero

ma dee guardar su stato e sua natura

foll'è chi crede sol veder lo vero

e non crede ch'altri vi ponga cura [5].

Volano per aire augelli di strane guise

né tutti d'un volar né d'un ardire

et hanno in sé diversi operamenti.

Dio in ciascun grado natura mise

e fe' dispari senni e intendimenti

e però ciò che om pensa non de dire [6].

Bel modo invero di fondare il dolce stil novo se esso fosse, secondo l'interpretazione comune, espressione più diretta e più immediata del sentimento d'amore! Altro che espressione diretta e immediata! Si tratta precisamente di non dire quel che l'uomo pensa, di complicare la propria espressione perché c'è chi sta vigilando su quello che si dice e non tutti gli uccelli hanno lo stesso ardire e bisogna aver riguardo ai più deboli tra gli adepti che non possono esporsi a dire in modo troppo trasparente la verità!

Basterebbe questo sonetto, letto senza badare alle superstizioni della critica moderna, per far sentire che questa gente, lungi dall'esprimere «come detta dentro» una passione amorosa, cerca la maniera di sfuggire con la sua verità amata in mezzo a un mondo di sospetti e di nemici con un segreto nel cuore che si nasconde con tragica trepidazione, perché non tutti gli «uccelli» avrebbero il coraggio di sostenerlo apertamente.

2. La concezione dantesca del dolce stil novo

Se guardiamo alla maniera con la quale Dante ci rappresenta il dolce stil novo vedremo che essa conferma pienamente tale interpretazione. Dante immagina, com'è noto, un discorso tenuto in Purgatorio proprio con Buonagiunta da Lucca. Questi gli domanda se è lui quegli che trasse fuori le nuove rime cominciando Donne ch'avete intelletto d'amore. Dante sottintende la risposta affermativa con le famose parole:

.   .   .   .   I' mi son un, che quando

Amor mi spira, noto, e a quel modo

ch'e' ditta dentrovo significando».

«O frate, issa vegg'io» diss'elli «il nodo

che 'l Notaro e Guittone e me ritenne

di qua dal dolce stil novo ch'i' odo.

Io veggio ben come le vostre penne

di retro al dittator sen vanno strette,

che de le nostre certo non avvenne;

e qual più a riguardare oltre si mette,

non vede più da l'uno a l'altro stilo».

E, quasi contentato, si tacette [7].

Traduciamo: Io sono uno che scrivo non esprimendo dei semplici sentimenti, ma raccogliendo l'ispirazione da quella profonda dottrina che si chiama Amore ed esprimo di fuori a quel modo che questa profonda dottrina insegna di dentro.

E Buonagiunta risponde: Ora comprendo che cosa è che dà tanto vigore e tanta bellezza e tanta dolcezza a questo stile nuovo tanto più bello del nostro. Noi non seguivamo così strettamente con le nostre penne i dettami della profonda dottrina dell'amore, non il Notaio che quantunque «Fedele d'Amore» non faceva poesia dottrinale, non Guittone d'Arezzo che era completamente estraneo alla setta, non io che, pur facendo parte della setta e scrivendo in gergo, non m'interessavo d'esprimere le profonde cose che detta dentro, nel segreto, la dottrina d'amore. Questa è la sola differenza.

E Buonagiunta da Lucca si tace. In quell'immaginaria scena del Purgatorio si è conclusa in certo modo, col riconoscimento da parte di Buonagiunta del valore della nuova e più profonda maniera di poetare, la polemica che egli aveva avuto col Guinizelli quando aveva condannato l'oscurità di lui e ne aveva avuto per risposta che bisogna essere prudenti per non fare intendere quello che si pensa.

E ora viene fatto di sorridere se si torni all'interpretazione nettamente opposta che dà a questi versi la nostra critica corrente che insegna ancora nelle scuole che significare «come detta dentro amore» vuol dire esprimere in maniera più diretta e più immediata il sentimento dell'amore!

Certo non l'interpretarono così i più veri intenditori del pensiero di Dante. Tanto il Perez quanto il Pascoli quanto il Cesareo [8] rifiutarono questa superficialissima interpretazione che del resto era stata già rifiutata niente di meno che da Francesco Petrarca, il quale ci lasciò (secondo una verosimilissima tradizione) una sola chiosa dantesca e su questi versi, ma tale che vale per tutto un commento.

«Dimmi, tu pari vago e intendente di questa sua Comedia, (egli disse a un tale parlando del Poema Sacro e affermando che era opera non di Dante, ma dello Spirito Santo) come intendi tu tre versi che pone nel Purgatorio...

I' mi son un, che quando

Amor mi spira noto e a quel modo

ch'e' ditta dentro vo significando.

«Non vedi tu che dice qui chiaro, che, quando l'amore dello Spirito Sancto lo spira dentro al suo intelletto, che nota l'ispirazione, e poi la significa secondo che esso Spirito gli dicta e dimostra? [9]»

Or non è questo un modo evidente, sce pur sempre velato, di dichiarare che Amore per Dante non significa amore di una donna, ma è amore simbolico, di carattere religioso?

Ma mi diranno che questa testimonianza del Petrarca è solo una tradizione. C'è qualche altra cosa che non è una tradizione e che la critica realista non vede per la sua ostinata cecità, ed è che quella canzone: Donne ch'avete intelletto d'amore, che in quel passo è citata come tipica e fondamentale delle Nuove Rime, cioè del dolce stil novo, invece di essere più spontanea delle precedenti e più immediatamente dettata dall'amore, è tra le più difficili, tra le più artificiose, tra le più complicate di simbolismo che siano mai state scritte e Dante stesso, dopo averle appiccicato alcune artificiosissime chiose, con le quali evidentemente non spiega nulla della sua sostanza, finisce col dire così:

«Dico bene che, a più aprire lo intendimento di questa canzone, si converrebbe usare di più minute divisioni; ma tuttavia chi non è di tanto ingegno che per queste che son fatte la possa intendere, a me non dispiace se la mi lascia stare, ché certo io temo d'avere a troppi comunicato lo suo intendimento pur per queste divisioni che fatte sono, s'elli avvenisse che molti le potessero audire».

Avete inteso? Questo si chiamerebbe spontaneità e immediatezza di espressione.

Questo significherebbe scrivere sotto il dettame diretto e immediato dell'amore per una donna? Bisogna essere proprio rigidamente e seriamente «positivi» per scambiare così grossolanamente il bianco per il nero [10].

3. Il gergo erotico filosofico del «Convivio» rivelato da Dante

La tradizione vastissima della personificazione della Sapienza in donna giunge evidentemente a Dante, che l'accoglie in pieno nella Divina Commedia. Pensi chi vuole che abbia inventato lui nella sua età matura questa simbolizzazione; con i precedenti che conosciamo dobbiamo ritenere che questa tradizione gli fosse tutt'altro che ignota fin da quando egli era giovane e che essa non sia giunta alla Divina Commedia saltando sopra la Vita Nuova (che si pretende realistica), ma che sia arrivata alla Commedia attraverso la Vita Nuova, poiché Dante volutamente e chiaramente afferma l'unità e l'identità della Beatrice della Commedia con la Beatrice della Vita Nuova e perché la Vita Nuova trabocca d'indizi del suo carattere mistico.

La tradizione dunque della Sapienza personificata arriva dai tempi anteriori a Dante alla Divina Commedia ed è logico pensare che investa anche la Vita Nuova.

Ma c'è di più. La tradizione del gergo amatorio convenzionale investe evidentemente il Convivio.

Abbiamo ricordato i mistici persiani nei quali l'amore, la donna, gli occhi della donna, la bocca della donna, i capelli della donna sono convenzionalmente immagini mistiche; abbiamo ricordato il Fiore, nel quale l'amore significa evidentemente l'amore della Sapienza santa e dove il «Fiore» significa questa Sapienza, l'«amico» significa l'iniziatore, «Gelosia» significa la Chiesa, «Malabocca» l'inquisitore, «Falsosembiante» la simulazione necessaria per vincere l'Inquisizione, ecc.

La tradizione del linguaggio segreto e la convinzione di doverlo usare arriva, dunque, a quel poeta che si chiama Durante e che scrisse il Fiore, il quale personaggio, posto che non sia Dante stesso, è un fiorentino vicinissimo a lui. Ma possiamo pensare che Dante ignorasse questa tradizione o che rimanesse estraneo a essa, quando nel Convivio adopera apertamente e confessa e svela un gergo erotico, che viceversa nel suo pensiero è (badate bene) non veramente mistico bensì filosofico?

Ricordo che Dante nel Convivio dice chiaramente che:

- La Donna Gentile significa la Filosofia (II 15 12).

- Gli occhi della donna significano le dimostrazioni della Sapienza (III 15 12).

- Il riso della donna significa le persuasioni della Sapienza [11] (id.).

- I drudi della donna significano i Filosofi (II 15 4).

- L'amore per la donna significa lo studio [12] (III 12 2).

Domando. È questo o non è un gergo erotico convenzionale? E le poesie del Convivio sono o non sono scritte in questo gergo?

Ma qui io, che conosco l'ingenuità della critica «positiva», sento già farmi questa obiezione: ma non vedete che qui, dove il gergo esiste, Dante lo spiega? Evidentemente dunque, dove Dante non lo spiega, non esiste. Proprio ragionando in questo modo la critica «positiva» ha compiuto il miracolo di non capir nulla in tutta questa poesia dopo sei secoli di studio!

Chiunque non sia un critico «positivo» intende subito che, finché Dante parlava di Filosofia, cosa che non dava fastidio a nessuno, che non provocava la Chiesa, che non entrava nel campo della religione, e finché perseguiva realmente una Sapienza più o meno razionalistica, egli poteva perfettamente svelare il suo gergo.

Non altrimenti Dino Compagni quando presentò la sua misteriosa donna in forma nettamente filosofica come «l'amorosa Madonnna Intelligenza» poté parlare con un così aperto simbolismo da non lasciar nessun dubbio su quello che voleva intendere.

La necessità del segreto, la necessità di non svelare il gergo e di lasciar credere che si trattasse di donna vera sorgeva non per il linguaggio erotico-filosofico, ma per il linguaggio erotico-mistico, perché lì si parlava di argomenti che potevano direttamente portare al rogo.

Pertanto è perfettamente naturale che in un'opera filosofica e razionalista come il Convivio il gergo erotico-filosofico fosse chiarito e rivelato, mentre è altrettanto naturale che in un'opera mistica come la Vita Nuova il gergo erotico-mistico non fosse rivelato e si lasciassero la «gente grossa» e gl'inquisitori a credere che si parlava di una donna vera, ed è naturalissimo che uno zelante «Fedele d'Amore» appiccicasse a questa donna, sia pure dopo ottant'anni dalla morte di lei, un cognome, a confusione e dannazione di tutta la critica «positiva» che doveva venir dopo.

Ma questa semplice constatazione dell'esistenza del gergo mistico-filosofico del Convivio (constatazione contro la quale non credo che si possa in alcun modo sofisticare) ci conduce a due importanti deduzioni.

1. Che la critica «positiva» può ritirare un argomento sciocchissimo e rettorico che ha portato contro il Rossetti: Dante non era uomo da giuocare sul gergo. Dante era uomo del trecento, di un secolo cioè nel quale si adoprava il gergo, si scriveva oscuramente per simboli e si salvava per mezzo di Falsosembiante la propria idea e per mezzo di esso si sperava di scannare Malabocca. Dante era uomo che ha adoperato indiscutibilmente il gergo nel Convivio, non solo, ma in esso ha con mirabile arte e con sottile intendimento giustificato e glorificato la dissimulazione.

Rileggiamo quello che dice a proposito della dissimulazione, e se i vecchi pregiudizi non ci hanno accecato, sentiremo riaffermare da lui l'utilità, la bellezza, la necessità di dissimulare il proprio pensiero. «E questa cotale figura in rettorica è molto laudabile, e anco necessaria, cioè quando le parole sono a una persona e la 'ntenzione è a un'altra... questa figura è bellissima, utilissima e puotesi chiamare "dissimulazione". Ed è simigliante a l'opera di quello savio guerrero che combatte lo castello da un lato per levare la difesa da l'altro, che non vanno ad una parte la 'ntenzione de l'aiutorio e la battaglia [13]». È chiaro?

Dante si riserba il diritto della dissimulazione, loda e ammira questa bellissima, utilissima, necessaria figura rettorica, la usa per la sua confessione come un guerriero savio che, volendo assalire un castello, si volge da una parte per levare la difesa dall'altro.

Ma che cosa volete di più? Che vi spieghi tutto il gergo?

E si osservi che quando vuol dare un esempio dell'utilità e necessità della dissimulazione, prende un esempio che ricorda esattamente la sua posizione di laico e figlio della Chiesa che ammoniva e biasimava la Chiesa, spiegando che conviene la dissimulazione quando: «Lo figlio è conoscente del vizio del padre, e quando lo suddito è conoscente del vizio del segnore, e quando l'amico conosce che vergogna crescerebbe al suo amico quello ammonendo o menomerebbe suo onore, o conosce l'amico suo non paziente ma iracundo a l'ammonizione».

Dante, gira gira, finisce per dire tutto quello che vuole: «Usiamo la "dissimulazione" utile e necessaria, perché dobbiamo, noi laici, purificare e ammonire la Chiesa nostra Madre e Signora, perché non vogliamo diffondere tra la plebe la sua vergogna e il suo errore e perché la Chiesa (come l'amico iracundo all'ammonizione) non tollera di essere criticata, ammonita, purificata da noi, ma ci scaraventa addosso l'Inquisizione!»

Ma c'è un'altra considerazione. Il gergo erotico usato in materia di pura filosofia è semplicemente vezzo o arte (sia pure di cattivo gusto) e non è una necessità come è nella lotta contro la Chiesa. Il fatto che Dante lo abbia adoperato nel Convivio fa gravemente sospettare che egli lo abbia fatto proprio per forza di abitudine, cioè perché era tanto diffusa l'usanza di parlare d'amore con un «verace intendimento», di esprimere le idee alte e profonde sotto il velame della poesia amorosa, che Dante ha continuato nel Convivio in terni e in trattazioni razionalistiche, questa tradizione che egli aveva seguito nel campo mistico, e che in altri termini abbia continuato a vestire di forme erotiche le idee filosofiche perché era abituato a vestire di forme erotiche le idee mistiche. Ma il gergo amatorio usato nel Convivio depone per il gergo amatorio usato nella Vita Nuova anche per un'altra ragione. Le due opere sono strettamente connesse. Il Convivio, come dice Dante, non vuole derogare alla «Vita Nuova» anzi a quella maggiormente giovare. Ciò vuol dire evidentemente che la celebrazione della filosofia fatta nel Convivio non deve derogare alla celebrazione della Sapienza mistico-iniziatica fatta nella Vita Nuova e infatti la Donna Gentile, che si sostituisce alla Gentilissima, come Scienza a Sapienza, ha con la prima innumerevoli punti comuni e non esclude affatto la prima.

Orbene, se le due opere sono così ricollegate, se le due donne che in esse si celebrano sono così affini da poter contrastare l'una con l'altra, possiamo veramente credere senza offendere il senso comune che la prima sia, come certo è, un'opera simbolica, dove l'amore è gergo, e l'altra un'opera realistica dove l'amore è la vera attrazione verso la femmina?

Dobbiamo credere, non solo che quel tragico conflitto tra la Gentile e la Gentilissima fosse il conflitto tra la Filosofia e... la moglie morta di Simone de' Bardi, alla quale non si concepisce che fastidio potesse dare la filosofia, ma che un'opera simbolica in gergo amatorio non dovesse derogare, ma dovesse giovare a un'opera realistica scritta in parole aperte e che raccontava soltanto alcuni episodi abbastanza insipidi, monchi e confusi di un amore giovanile? E dovremo crederlo quando in una terza opera, nella Commedia, quella prima pretesa donna vera ci si ripresenta sul carro tirato da Cristo nella indubitabile figura della Sapienza santa? E dovremo crederlo quando la Vita Nuova, questo preteso, ingenuo racconto degli amori di Dante, ci si presenta come un groviglio di visioni, di sogni, di sottintesi, di preterizioni, di dichiarazioni di dir cose comprensibili soltanto ad alcuni, di non volersi far intendere da troppi, un groviglio di calcoli cabalistici, di frasi incomprensibili e assurde, come quella secondo la quale Dante, parlando della morte di Beatrice, sarebbe stato «laudatore di se medesimo»?

E via! Finiamola con questa grossolana ingenuità che dura da troppo tempo e che poggia esclusivamente (lo vedremo meglio in seguito) come una piramide rovesciata, su quella burla di Giovanni Boccaccio, il quale raccontò quale fosse il cognome di Beatrice.

4. L'ambiente storico e religioso del dolce stil novo

Dopo quanto ho detto mi sembra che s'imponga la necessità di rifare con un criterio completamente diverso dal solito la genesi di quel movimento cui è rimasto il nome di dolce stil novo. In esso convergono molte correnti delle tradizioni medioevali. Ma anzitutto la cornice nella quale la critica ordinaria inquadra tutto questo movimento dev'essere completamente rinnovata.

La critica che parte dall'idea, dal pregiudizio possiamo dire ormai, che le donne dei poeti non siano che donne vere sublimate, ci descrive un ambiente di eleganze cortesi nel quale agisce come fattore principale un'antica tradizione cavalleresca, che ha innalzato la donna (elemento che indiscutibilmente esiste nella preparazione del dolce stil novo), ma da questa tradizione e dalla tradizione della poesia provenzale, che è per questa critica soltanto poesia d'amore, si svilupperebbe presso Corti che sono «per caso» ghibelline, l'uso di dire d'amore, favorito «per caso» dal capo del ghibellinismo e dalla sua corte, la poesia d'amore italiana che, seguendo un po' rozzamente i modelli provenzali, celebra una donna che per ragione di moda o per paura del marito (!!) non ha mai né nome, né figura, né vita personale, e ha «per caso» il nome mistico del fiore: Rosa mystica.

In Guido Guinizelli (che sarebbe soltanto «per caso» quel fierissimo ghibellino che era) questa poesia d'amore verrebbe a combinarsi non si sa bene perché con un complesso e molto oscuro sistema dottrinale, accompagnandosi a un'ulteriore spiritualizzazione della donna e a un simbolismo che già appare ai contemporanei, e diventa sempre più in molte poesie del Cavalcanti e di Dante, assai mal comprensibile e si unisce per «ragioni di moda» a un gergo che talora apertamente mette insieme dei nonsensi e che è anche più incomprensibile. Tutta questa poesia d'amore avrebbe tanto risuonato «per caso» intorno ad Arrigo VII quando da lui si sperava l'instaurazione della vera Chiesa, e sarebbe insomma per coincidenza antipapale, mistica, apocalittica, e «per caso» tra tutti questi che cantavano donne vere (con formule e gergo che si riconoscono spesso incomprensibili) sarebbe venuto in mente a uno, a Dante, di dire che la sua donna era la Sapienza santa, e «per caso» a un altro di dire che era «l'amorosa Madonna Intelligenza» e «per caso» a un altro che l'amore era l'unione dell'intelletto possibile con l'Intelligenza attiva e via di seguito...

No, no! Tutto questo insieme di assurdità e di contraddizioni e di stiracchiature stride in ogni sua parte. Il quadro va interamente rifatto.

La poesia dei «Fedeli d'Amore» non si inquadra nello spirito tra le cortesie feudali e i canti di Calendimaggio. Si deve inquadrare tra la strage degli Albigesi e quella dei Templari; si deve incorniciare in quel fervore di tentate rivoluzioni religiose, di aspettazioni apocalittiche, di odii contro la Chiesa carnale, di ricerca della Chiesa ideale, che nei secoli XIII e XIV pervade tanto l'interno quanto l'esterno dell'ortodossia e che comprende il movimento di San Francesco, il resto dei movimenti dei Catari, dei Valdesi, dei Patarini, il movimento dei Fraticelli e forse le idee segrete dei Templari.

Dappertutto, nelle forme più diverse, nel fervore dell'ambiente politico e religioso vibra un pensiero sovrano: La Chiesa si è corrotta, ma in essa è la verità. E i «Fedeli d'Amore» dicono: «Nella Chiesa è la Sapienza santa, ma essa, la Chiesa carnale, è una turpe meretrice. Ebbene scindiamo questa corruzione da quella Sapienza incorruttibile. Noi odiamo ciò che nella Chiesa è corrotto, amiamo la sua incorruttibile Sapienza. E se ci si vieta di amarla nella Chiesa, ebbene noi l'amiamo nella setta sotto forma e simbolo di una donna purissima. La Chiesa la nasconde per servire i suoi bassi interessi. La Chiesa non diffonde più la vera dottrina; noi amiamo quella, esaltiamo quella, adoriamo quella, la sentiamo tra noi quando stiamo insieme, come una presenza miracolosa e bellissima, ne parliamo con sospiri d'amore. La Sapienza incorruttibile è tra noi cinta delle virtù più pure e più sante, coronata di divina bellezza, a essa incorruttibile ci appelliamo contro la Chiesa corrotta.

«Se la Chiesa è corrotta, la Sapienza è rimasta purissima, se la Chiesa è disonesta e violenta essa è gentile e onesta, se la Chiesa è superba essa è piena di soave umiltà e con quella umiltà rende beato chi la vede; se la Chiesa è dura come “pietra” e combatte con l'odio, essa è dolce come un “Fiore” ed è la donna in signoria d'amore, ed essa ci conduce a Dio».

Questi poeti odiano la Chiesa corrotta e imprecano contro di essa apertamente, ché questo apertamente si può fare: si può dire (e la Chiesa per sua tradizione lo consente) che il clero è corrotto e simoniaco, che la stessa curia di Roma è corrotta dai beni mondani, che la Chiesa va rinnovata nei suoi costumi, ma quello che non si può dire apertamente è che la corruzione morale della Chiesa vela e offusca la verità santa che essa contiene, sì che il fedele è costretto a ricercarla da sé, a rievocarla con altri fedeli laici in gruppi di adepti.

Non si può dire che la Chiesa, che dovrebbe essere vita, è diventata invece morte, che essa nasconde una verità santa e pura che le fu affidata un giorno da Cristo, che la opprime in sé, la tradisce e la seppellisce, mentre propaga invece l'errore plasmato per i suoi interessi mondani.

Soprattutto non ci si può organizzare religiosamente fuori dalla Chiesa.

Ebbene tutto questo dicono e fanno invece i «Fedeli d'Amore». Sono un gruppo di anime elette, raffinate, non contrarie all'essenza della Chiesa Cattolica, ma per amore di quella che ritengono la sua santa vera dottrina, odiatori della presente Chiesa corrotta, per amore della santa Beatrice odiatori di quella meretrice che ha usurpato il posto di lei sul carro della Chiesa.

Sono spiriti còlti: leggono Virgilio e credono che egli pure parli sempre per simboli, ciò che fa dire a uno di essi, Dante, che ha rinnovato lo stile simbolico, di avere tratto il suo stile da Virgilio. Parlano continuamente di ciò che è sotto alla poesia e questa poesia è uno strano intreccio di parole esaltate d'amore per la Sapienza santa, di parole nelle quali si parla della setta, dei suoi dolori, delle sue speranze, si celebrano misteri, riti e sacramenti della setta, si mandano con parole che sembrano d'amore, informazioni settarie e insieme a tutto questo si mescola quello che chiamerei il pettegolezzo della setta, le parole con le quali questi fedeli, che sono sempre in sospetto, si sorvegliano reciprocamente tra loro, si minacciano, si lanciano anatemi, si accusano, oppure si ribellano contro la setta, cioè contro Amore, e ricorre ogni tanto l'imprecare contro una certa «Morte», che è la nemica giurata di Amore e che rappresenta indubbiamente la Chiesa corrotta.

Tra la necessità di essere uniti nella lotta e quindi di cercare, non solo di far proseliti ad Amore, ma di prender contatto con delle strane donne lontane (sètte affini, forse Catari, Valdesi, Templari) e d'altra parte la tendenza individualistica, per la quale questi spiriti eminentemente italiani e tutti di forte personalità, difficilmente si piegano senza discutere alla disciplina della setta stessa, la poesia d'amore prende movenze apparentemente strane e diversissime.

E queste diversità si moltiplicano anche perché in queste forti personalità prevale a volta a volta l'uno o l'altro dei diversi elementi spirituali che confluiscono in questo strano e convenzionale amore.

Risplende sì, su tutti, l'idea e l'immagine della Sapienza santa, identificata nel linguaggio convenzionale con la setta che raccoglie tutti i «Fedeli d'Amore»; ma in Guido Guinizelli, in Guido Cavalcanti, in Dante, in Cino, la poesia di finto amore aderisce più strettamente all'immagine della Sapienza santa, in altri più all'idea della setta con la quale carteggiano per mezzo della poesia d'amore. E i primi due hanno dinanzi agli occhi più specialmente l'aspetto filosofico della Sapienza divina, soprattutto Guido Cavalcanti che definisce l'amore come prendente loco nell'intelletto possibile e quindi come raggio dell'Intelligenza attiva. Dante invece nella Vita Nuova dà a Beatrice il carattere vero della Sapienza mistico-iniziatica e vedremo come il suo amore per essa si svolge in gradi successivi di iniziazione, ma egli pure ha la parentesi filosofico-intellettualistica del Convivio e dopo di essa la sua donna riappare in forma assai più limpida col carattere di Sapienza già affidata alla Chiesa e della quale ora sul Carro della Chiesa è stato usurpato il posto.

Ma come l'idea pagana dell'Intelligenza attiva viene a confondersi e unificarsi con quella della santa Sapienza rivelata alla Chiesa? È chiaro. Secondo la dottrina agostiniana il peccato originale aveva offuscato l'intelletto umano togliendogli lo scire recte, immergendolo in una fondamentale ignorantia e quindi togliendogli di potersi ricongiungere all'Intelligenza attiva che rivela le verità eterne. La Redenzione aveva appunto sanato questa fondamentale ignorantia e la Rivelazione che essa aveva portato e consegnato alla Chiesa era precisamente la nuova capacità per l'intelletto possibile di ricongiungersi con l'Intelligenza attiva e quindi di attingere le verità eterne. Ecco come nella figura della misteriosa donna amata si confondono l'idea dell'Intelligenza attiva e quella della Rivelazione cristiana.

Ma questo movimento dei «Fedeli d'Amore» si svolge tempestosamente, si rompe, si sfalda, si ricostruisce attraverso mille tempeste sulle quali è disteso il velo di molti dolci versi, di poche parole commosse e delle molte formule oscure o freddissime.

Orbene, quando si è detto tutto questo, si è detto forse qualche cosa di molto strano e di molto inatteso?

Strano e inatteso per la critica «positiva», che si è impossessata delle nostre scuole e le ha chiuse nella considerazione puramente letteraria di questa poesia e del suo senso superficiale, ma semplicissimo e logicissimo per chi conosca la vera, intera anima medioevale e le grandi correnti che l'agitarono.

E quando si è detto questo, si è detta anche un'altra cosa assai ovvia: cioè che vi è una continuità tra la poesia mistica della Bibbia ove si invoca la «Sposa del Libano», le idee mistiche di Sant'Agostino che esalta la mistica Rachele come santa Sapienza e il misticismo della Divina Commedia ove la donna è semplicemente la Sapienza santa, Sposa del Libano e compagna di Rachele; si è detto che Dante non reinventò di testa sua il gioco di presentarsi come amante della mistica Sapienza e non mascherò, per una sua originale trovata, da mistica Sapienza la moglie a tutti nota di un suo concittadino (il quale, sia detto per incidente, era tra l'altro un noto mascalzone e traditore della Patria) [14], ma proseguì nel linguaggio, nel pensiero, nello stile di una tradizione profonda e antica.

Tra quella tradizione e il canto sublime della Divina Commedia, nel quale l'oggetto dell'amore è indiscutibilmente la Sapienza santa, non vi è un'incomprensibile parentesi di realismo; nessuna povera femmina vera si è cacciata in mezzo a interrompere questo limpido dramma di passione e di fede religiosa!

Una continuità mirabile e limpidissima lega il pensiero della Commedia all'amore giovanile di Dante e quest'amore giovanile a quello dei suoi compagni e tutti questi amori (che sono sempre lo stesso amore) alla secolare tradizione del mistico amore dell'umanità, che si spinge indietro nei tempi fino a inesplorate lontananze.

VII. Il dolce stil novo.

Le parole del gergo

Fan proverbi e fan pronomi

guarda te ben come tomi.

F. da Barberino

Quanto ho detto fin qui è dedotto soltanto da indizi esteriori, ma la mia certezza è conseguenza della verifica che ho compiuta del fatto che la poesia dei «Fedeli d'Amore» è costruita con un gergo convenzionale. Tale verifica è stata da me compiuta, come ho accennato, con uno schedario delle parole sospette e dei passi nei quali comparivano, il quale mi ha rivelato che costantemente il loro significato apparente poteva essere sostituito, con vantaggio del senso, dal significato convenzionale.

Io credo di poter ora presentare, infatti, il piccolo glossario ragionato delle parole a significato segreto, per mezzo delle quali vedremo trascolorarsi e diventare chiare molte liriche piatte, fredde, insulse od oscure.

È in queste poche parole la vera chiave del gergo.

Naturalmente esse non sono molte. Una poesia doveva artificiosamente comporsi in modo da rivelare il suo senso segreto col cambiamento di una o due o tre parole sole e possibilmente le parole a doppio senso dovevano essere collocate in modo che anche il senso letterale avesse la sua significazione, la sua logica e possibilmente il suo «pathos».

D'altra parte bisogna pensare che l'artificio non doveva riuscire eccessivamente difficile perché, se gli oggetti non erano quelli dei quali parlava il senso letterale, gli stati d'animo che si esprimevano erano in un certo senso veramente reali. Era veramente amore quello che questi adepti provavano per la loro mistica Sapienza; era veramente professione di fedeltà quella che facevano dinanzi alla setta, come se l'avessero fatta dinanzi alla donna. Era veramente dolore di essere trascurati, abbandonati o condannati dalla setta quello che essi esprimevano come dolore di essere trascurati, abbandonati o respinti dalla donna; era veramente odio quello che essi avevano contro la Chiesa corrotta potente e malvagia e che essi esprimevano come odio contro la morte quando la vituperavano: pertanto bastava loro introdurre in un contesto talvolta una sola parola a senso occulto perché il significato letterale e il significato segreto, diversissimi tra loro, potessero ambedue procedere per conto loro: quello letterale per la «gente grossa», quello segreto per i «Fedeli d'Amore».

Tra le parole del gergo ve ne sono alcune che, pur essendo diverse nel senso letterale, significano simbolicamente la stessa cosa e ve ne sono altre che con lo stesso suono significano nel gergo, a seconda dei casi, cose diverse.

Ciò non deve sorprendere. In qualunque gergo gli oggetti dei quali più spesso e con più insistenza si parla hanno molte designazioni convenzionali.

Basta pensare come riprova, agli infiniti termini con i quali nel gergo furbesco della malavita (mi si perdoni il confronto) vengono designati il coltello o il furto, o alle innumerevoli forme con le quali nel gergo osceno vengono designate le cose delle quali gli osceni parlano più spesso.

È appunto la necessità di ripetere più volte una stessa idea, quella che obbliga a variarne le espressioni. Non ci deve dunque sorprendere se troveremo che la Sapienza mistica oltreché Madonna, oltreché Beatrice o Lagia, ecc., sarà chiamata Rosa, Fiore, Stella, ecc. Non ci deve sorprendere ugualmente se il suo contrario, la sua nemica, la «nemica d'amore», la Chiesa corrotta, sia chiamata tanto Morte quanto Gelosia e Pietra. È questo un mezzo per dare al discorso varietà e verosimiglianza.

Ugualmente non ci deve sorprendere se alcune parole come «Amore», «Madonna», «Morte», ci appaiono polisense. Il senso segreto della parola «Amore» per esempio, è duplice, ma l'un senso è un facile traslato dell'altro. Esso significa «Amor Sapientiae», sentimento dell'innamorato e significa per metafora «la Stella dei Fedeli d'Amore», l'autorità che domina su di essi, il patto iniziatico che lega tra loro gli adepti. E l'Amore in questo secondo senso è quell'Amore così spesso monotonamente, convenzionalmente, gelidamente personificato, col quale tutti questi innamorati parlano e discutono di continuo come fosse persona viva.

Per quanto riguarda «Madonna» avviene lo stesso traslato. Essa è tanto la mistica Sapienza, quanto la Setta nella quale essa si adora. E un tale traslato, come già ho accennato, è comune nel linguaggio volgare nel quale si può perfettamente dire e si dice «Maometto», «Cristo», per dire l'«Islamismo» e il «Cristianesimo» e nel quale la parola «Chiesa» significa tanto il luogo ove si esercita il culto quanto la spirituale unione che lo esercita.

Ma v'è un altro avvertimento importante, che io devo far precedere all'esposizione di queste parole. In questo che è un semplice saggio sullo smisurato argomento, io ho dovuto cogliere, per così dire, il gergo e la dottrina in un gruppo abbastanza determinato e chiuso di poeti d'amore. Ma tanto il gergo che la dottrina d'amore vissero probabilmente di una vita secolare e vastissima. Secolare, perché attraverso correnti sotterranee iniziatiche questo movimento si ricollega a movimenti antichissimi dell'Oriente e ha tarde propagini probabilmente fino nei movimenti mistici del platonismo del cinquecento e oltre. In tutto questo tempo e in questa sua larga estensione tanto la dottrina quanto il gergo si trasformarono, si rinnovarono, ebbero diramazioni, biforcazioni, filiazioni probabilmente indefinite e non perseguibili.

Rifare tutta la storia di questo gergo, spiare dove e quando e come appaiano le parole nuove o cadano in disuso le vecchie, sarà un vasto compito da intraprendersi quando i fatti, che io tento di fissare in questo libro, si potranno dire ben saldi e sicuri.

Sono pertanto ben lungi dal ritenere che questo mio piccolo glossario sia perfetto, definito e completo; certo esso è messo insieme con uno studio più accurato e più metodico di quello del Rossetti che costruì sulla base, io credo, di tradizioni pervenutegli all'orecchio più che non (come ho fatto io) sopra un lungo esame comparativo dell'uso delle parole, delle frasi e soprattutto delle incongruenze che questo loro uso presentava.

Come ho già detto, ho redatto un grande schedario di tutti i passi ove apparivano le parole sospette e ho esaminato passo per passo se sostituendo al significato apparente il significato segreto, il passo e l'intera poesia davano un senso e ho trovato che non solo lo davano, ma lo davano più chiaro e più profondo e soprattutto davano un senso chiaro e profondo quando nel senso letterale si presentava un'assurdità, una contraddizione o una melensaggine.

Per mezzo di questo schedario ho potuto anche constatare, ad esempio, che il Rossetti errò in pieno quando ritenne che la parola «pietà» fosse parola di gergo per «Chiesa». Come si dimostra che errò? È molto semplice: nelle centinaia di volte nelle quali è usata la parola «pietà», non si può sostituire con la parola «Chiesa» in modo che il senso torni; mentre invece tale sostituzione è sempre possibile per le parole «Morte», «Pietra», ecc. [15].

Questa constatazione è stata per me preziosissima come riprova matematica del valore del mio metodo.

Questo metodo è quello col quale io sono giunto alla mia certezza, ma è inutile che io dica che soltanto l'applicazione di questi significati segreti alla massa delle poesie in questione, cioè la traduzione dal gergo che si ottiene sostituendo semplicemente nelle poesie il significato segreto al significato palese, e il senso mirabile e coerente che dànno queste traduzioni può essere, come ho già detto, la riprova necessaria e sufficiente della mia tesi [16].

Intanto io dò l'elenco delle principali parole del gergo accompagnando ciascuna di esse con pochi chiarimenti e con qualche esempio più cospicuo dell'uso che se ne faceva.

1. Il significato segreto della parola «Amore»

«Amore» significa «Amor sapientiae», è l'amore della Sapienza santa, di quella Sapienza santa che è personificata appunto in Madonna. Questo amore naturalmente non ha nulla di sensuale, esso ha il suo luogo non già nei sensi e nemmeno, secondo la sua immagine comune, nel cuore, cioè negli affetti, bensì nella mente. È passione intellettuale, congiungimento dell'intelletto possibile con l'Intelligenza attiva, cioè divina Sapienza.

Questo amore si manifesta sempre improvvisamente e violentemente alla prima vista di Madonna. Essa infatti non è se non «l'eterna luce / che vista sola e sempre amore accende». Il suo effetto immediato (rappresentato molte volte come l'effetto di un «dardo» che esce dagli occhi di Madonna) è molto strano e non affatto simile a quello del comune amore. Infatti l'effetto dell'amore è prima di tutto questo: esso desta la mente e uccide il cuore, fa tremare l'anima. Dice Guido Cavalcanti:

Voi che per li occhi mi passaste 'l core

e destaste la mente che dormia [17],

Per intendere questo bisogna riferirsi al preciso significato di queste tre parole: mente, cuore, anima. Nel nostro linguaggio comune noi dovremmo tradurle così: mente è intelletto, cuore è l'insieme degli affetti umani, anima è l'animalità.

Posto questo significato, che risponde perfettamente alla psicologia-scolastica, si comprende che l'amore, appunto in quanto è congiungimento dell'intelletto con la Sapienza santa, abbia quei due effetti. Infatti soltanto all'apparire della Sapienza santa la mente, (cioè l'intelletto), che prima dormiva, viene a essere svegliata o a essere chiamata a vera vita. L'intelletto non illuminato dal raggio dell'Intelligenza attiva è come dormente o morto. Ma quando il raggio dell'Intelligenza attiva sveglia l'intelletto possibile e lo chiama dalla morte alla vita, per questo stesso fatto, per questo innalzarsi dello spirito alla contemplazione della verità santa, gli affetti umani, cioè il cuore, restano uccisi. Quella parte dell'uomo che ama le cose basse e transitorie in quanto è legata agli affetti per le cose inferiori, muore. L'uomo vive soltanto come contemplazione, come mente, come intelletto, egli è - si direbbe volgarmente - tutto nella contemplazione, gli altri suoi affetti sono morti. Quindi è perfettamente naturale che all'apparire della donna, al sorgere dell'amore, come effetto immediato del dardo che scocca dagli occhi di Madonna, la mente si desti e viva, il cuore sia piagato e muoia. Ma quando nell'uomo vive la mente nella contemplazione amorosa e gli affetti umani (il cuore) sono morti, l'animalità, cioè l'anima, l'uomo inferiore, quella che ha qualche cosa di comune con l'animale, è sacrificata, ne soffre e quando il cuore muore l'anima va traendo perciò «guai dolorosi» o in altro modo si lamenta. Questo dramma è ripetuto monotonamente da tutti questi poeti. Appare la signora della mente, la donna della mente e subito il cuore è morto. Per secoli si è creduto che in queste monotone ripetizioni di formule non ci fosse che una sciocchissima convenzione, rettorica, mentre c'era convenzione sì, ma mistica e iniziatica.

Questo effetto triplice dell'amore è descritto in maniera perfettamente limpida anche nel primo capitolo della Vita Nuova nel quale si vede chiaramente che all'apparire di Beatrice «lo spirito... lo quale dimora ne la secretissima camera de lo cuore» trema e annunzia che sarà dominato da un Dio più forte di lui; gli spiriti del viso (contemplazione, intelletto) vedono apparire la loro beatitudine, e lo spirito naturale piange e prevede che d'allora in poi sarà spesso impedito [18].

Ma la critica positiva seguita a credere e a far credere che questi tre spiriti parlassero per davvero latino nelle diverse parti del corpo di un fanciullo di nove anni!

Non si può intendere perfettamente il significato di questa parola «Amore» senza intendere a un tempo il vero significato dell'espressione «cuore gentile». Cuore gentile è il cuore purificato dalle passioni mondane. Non appena il cuore è purificato, cioè è diventato gentile, esso non può non volgersi all'amore per la Sapienza santa e, d'altra parte, l'amore per la Sapienza santa non discende altro che nel cuore purificato dalle passioni volgari, quindi è che avere il cuore gentile ed essere innamorati son due cose necessariamente legate tra loro e per questo si intende perché

Amore e 'l cor gentil sono una cosa [19]

e perché

Al cor gentil ripara sempre Amore,

........................................................

né fe' Amor, anti che gentil core,

gentil cor, anti che Amor, Natura [20].

Vedremo come questo pensiero e soltanto questo pensiero, che ha la sua radice in tutta la filosofia mistica, illumini di luce completa la non ben compresa canzone di Guido Guinizelli.

L'idea di S. Agostino che l'uomo soltanto dopo la sua dealbatio ottiene Rachele e che solo per Rachele cerca la dealbatio o purificazione, è quella che vive in questo pensiero così comune del dolce stil novo.

Si ricordi che il pensiero ripetuto dai mistici persiani che «quando dallo specchio dell'anima sia tolta la ruggine in esso appare immediatamente l'immagine amata (di Dio)». Si ricordi la frase di S. Agostino: «La mente umana non si rende capace di partecipare a quella (la Sapienza) se non quando elevandosi dalla ragione dei sensi si purga e si purifica [21]».

Ecco che cosa sono l'amore e il cuore gentile.

«Amore» (secondo significato). Significa la «Setta», la sua autorità, la sua dottrina, il patto iniziatico. Quell'amore vestito di bianco o talvolta di umili panni (che cioè dissimula il suo vero essere e insegna a dissimulare), quell'amore altero che comanda ai suoi fedeli, che vuole questo o quello, che ordina a Dante di andare a cercare Beatrice, di trovarsi uno schermo e simili, quell'Amore al quale questi poeti parlano così inverosimilmente e gelidamente di continuo in seconda persona ora ringraziandolo, ora pregandolo, ora irritandosi contro di lui, ora mandandogli delle ambasciate, ora riconfermandogli con calde parole la propria fedeltà, questo Amore-persona è la setta dei «Fedeli d'Amore». Esso guida l'adepto, lo consiglia, gli comanda, lo giudica, a volte lo respinge, lo condanna.

L'adepto a volte si sottomette, a volte gli domanda perdono, a volte gli si ribella. Alcuni di loro che si sono ribellati ad Amore, cioè alla setta (es. Onesto Bolognese e Bacciarone), continuano a fare un'attiva propaganda in versi tra i «Fedeli d'Amore» perché «si guardino di lui servire». Le polemiche che sorgono in questi casi, che sembrano così insulse e vuote, sono piene di passione e di significazione. Guido Cavalcanti scrive a tutti gli amanti dicendo che «non si partano da Amore, ma fermino il desire in quanto che Amore vuole apportare», minacciando che in caso contrario devono «mal finire» e lo scrive proprio come il capo di una setta che, in un momento in cui si teme la dispersione, minacci ai dissidenti, ai transfughi, agli indisciplinati le rappresaglie della setta.

Tutti questi poeti parlano sempre di questo Amore che comanda questo e quello, che dirige l'innamorato come un padrone e signore. Amore imponeva tra l'altro di scrivere in versi. Doveva esserci una specie di obbligo fatto agli adepti di comunicare con un sonetto agli altri «Fedeli d'Amore» il proprio ingresso nella setta o il proprio passaggio ad altro grado e di rispondere ai sonetti di questo genere e così pure doveva esservi l'obbligo di farsi ogni tanto presenti ad Amore, cioè alla setta, con l'invio di versi, così che Cino per esempio sente il bisogno di fare delle formali scuse perché è stato molto tempo senza parlare (in rima) per paura.

Canzon, io so, che ti dirà la gente:

perché quest'uom fu da timor sì giunto,

ch'e' non parlava punto?

Dov'era il suo parlar d'amore allora? [22]

Con questa molto probabile ipotesi noi possiamo venire a scusare in certo modo un'enorme quantità di sonetti brutti, freddi e convenzionali lasciatici da questi dicitori per rima, i quali tante volte hanno proprio l'aria di scrivere perché sono obbligati a ripetere certe poche formule divenute stucchevoli e insulse, a base di queste poche idee, che non hanno mai una determinazione un po' nuova, un'immagine veramente ispirata: «Io son soggetto completamente ad Amore», «Io sono servo fedele di Madonna», «Io soffro tanto per amor di Madonna» e simili, che dovevano servire unicamente a tenere il contatto con la setta.

2. Il significato segreto della parola «Madonna»

«Madonna» è la Sapienza santa che fu già rivelata da Cristo e ora comunicata per iniziazione ai «Fedeli d'Amore» e per ciò donna della mente. Si identifica (come dimostrò il Perez per Beatrice) con l'Intelligenza attiva degli aristotelici e degli scolastici, in quanto è il raggio di luce divina col quale si attingono le verità eterne e si estende a significare la santa Sapienza rivelata nella quale soltanto è la conoscenza della suprema verità, la beatitudine della vita. E il raggio del lume di Dio che discende dal cielo fino all'uomo e, quando l'uomo è puro, di necessità lo innamora di sé. Chi è innamorato di lei ha tolto dal suo cuore ogni bassa voglia, è fatto nobile, cortese, puro ed è da lei naturalmente scortato alla salute dell'anima, a Dio.

Essa quando è rappresentata intellettualisticamente è:

L'amorosa Madonna Intelligenza,

che fa nell'alma la sua residenza,

che co la sua bieltà m'ha 'nnamorato [23].

Questa Intelligenza attiva, offuscata dalla «ignorantia» del peccato originale, restituita all'uomo nella redenzione, si identifica con la rivelazione dei veri eterni fatta dalla Chiesa. Essa è quindi la dottrina della Chiesa di Cristo (Rivelazione), ma è quella dottrina che la Chiesa insegnò e praticò al tempo della sua purezza. Oggi la Chiesa di Roma, corrotta, la nasconde e la tradisce fino a perseguitare, tormentare e uccidere coloro che la ricercano e coloro che ritrovano in essa la vera vita.

Questa Sapienza che, come abbiamo detto, si chiamò per molto tempo «Rosa», «Fiore», «Stella», nel dolce stil novo prende convenzionalmente un nome diverso per ogni amante. Ma è sempre una sola. Naturalmente essa è amata soltanto da chi ha l'anima pura (il «cuore gentile»); chi è «villano», «selvaggio», «uomo di basso cuore» ecc., è insensibile all'amore per lei ed è odiato e disprezzato dai «Fedeli d'Amore».

Gli adepti immaginano di vederla accompagnata da Amore, di ritrovarla tra le donne (che sono gli altri adepti), considerano e figurano come suoi sorrisi, come sue parole, le parole della sua rivelazione. Forse anche essi usavano raffigurarla inghirlandata e vestita di bianco nell'immagine di una donna vera che porgeva il «saluto», rito sacramentale al quale si arrivava in certi gradi della setta [24].

«Madonna» (secondo significato) è (come Amore) la «Setta», nella quale si conserva il culto della Sapienza santa. Essa quindi accoglie benignamente l'adepto, gli porge, ma non subito, bensì dopo nove anni (convenzionali) di amore il saluto (rituale) se l'adepto l'ha meritato, toglie il saluto a chi l'ha demeritato, manda mercé, saluti e conforti agli amanti lontani. Qualche volta è fiera con gli adepti dei quali non si cura (che non protegge e non assiste) e che se ne lamentano. Se essa non cura l'adepto, non lo difende, egli qualche volta minaccia di morire (cioè, come vedremo, di passare alla parte avversa e dominante, alla parte della Chiesa).

Quando Cino scrive:

Novelle non di veritate ignude

quant'esser può lontane sien da gioco,

disio saver, sì ch'io non trovo loco,

de la beltà, che per dolor si chiude, [25]

parla appunto della setta che sta nascosta, chiusa, della quale vuole aver notizie, ne parla in un momento di depressione o di sventura della setta e lo prova il seguito del sonetto ove è espresso il timore che il destinatario sia anche lui straniato dal culto di Madonna per «la nuova usanza delle genti crude». Nel senso letterale non si vede perché a causa della nuova usanza delle genti crude l'amico dovrebbe trascurare di dar notizie di una donna chiusa. La fine del sonetto infatti allude al modo di rinnovare tutta la speranza, evidentemente contro il prevalere delle «genti crude». Il sonetto continua infatti:

A ciò, ti prego, metti ogni virtute

pensando ch'entrerei per te 'n un fuoco;

ma svarïato t'ha forse non poco

la nuova usanza delle genti crude;

sicché, ahi me lasso! il tuo pensier non volte;

però m'oblii; che memoria non perde,

se non quel che non guarda spesse volte:

ma, se del tutto ancor non si disperde,

mandami a dir, mercé ti chiamo molte,

come si dee mutar lo scuro in verde.

3. Le parole «morte» e «vita»

«Morte» (primo significato). La parola ha molteplici significati segreti e questa ricchezza di significati è stata una delle sue grandi fortune e una delle ragioni per le quali essa ritorna con così esasperante monotonia e così fuor di posto nelle poesie di questi fedeli.

La morte ha in tutta la mistica e quindi anche in questa poesia mistica, il doppio significato di morte dell'errore o del peccato (mistica morte per la quale soltanto si assurge alla mistica vita) e morte nell'errore e nel peccato, cioè persistenza nell'errore, privazione della verità santa che è vita vera.

In base a ciò si hanno due primi significati mistici convenzionali della parola «morte». L'uno, morte mistica, cioè morte dell'errore, rinascita nella verità che è vera vita, l'altro è morte-errore. Errore opposto alla Sapienza santa, errore nel quale vive chi si scosta da lei e che è quindi morto. Particolarmente questa morte-errore opposta all'amore viene rappresentata come significante la Chiesa di Roma che perseguita i «Fedeli d'Amore», che sono «color che sono in vita», che sono nella vera vita.

Accenniamo prima alla mistica morte, a quella morte che è (vera) vita.

Della mistica morte si parlava ben diffusamente non soltanto dai mistici cristiani e già fin da San Giovanni e da San Paolo, ma prima ancora dai mistici di tutti i tempi.

Già nel misticismo dei misteri più antichi l'iniziazione era concepita come un abbandono della vita vecchia, come una palingenesi, come l'assunzione di una vita nuova (termine antichissimo d'impronta nettamente mistica, che soltanto gli stiracchiamenti sfrontati della critica «positiva» giungono a interpretare vita giovanile o vita amorosa) e perciò come un morire (mistico) del vecchio uomo e un assumere una vita nuova, che è sentita e pensata come una rinascita o palingenesi.

Apuleio dice che dopo la sua iniziazione fu celebrato il giorno della sua nascita: tutti i riti dei misteri, infatti includevano un rito allusivo a questa mistica morte che è mistica vita. Vi sono misteri e iniziazioni tra i selvaggi nei quali l'iniziato viene addirittura sepolto per qualche tempo per dargli il senso vero della rinascita o nel quale dopo l'iniziazione (nella quale spessissimo si prende un nome nuovo), deve fingersi smemorato e non riconoscere i suoi per dare il senso di questa rigenerazione [26].

Tutti sanno come la grande corrente del misticismo antico misterico e iniziatico, immesso nel Cristianesimo, portò per opera dell'autore del quarto Vangelo e di San Paolo a concepire il battesimo come morte mistica: «Ignoravate voi, o fratelli, che quanti siamo stati battezzati in Cristo siamo stati battezzati nella morte di Lui? Siamo stati seppelliti mediante il battesimo, con lui alla morte affinché, come esso risorse dai morti per la gloria del Padre, così noi camminiamo nella novità della vita [27]».

Tutti conoscono lo sviluppo che ha avuto presso Sant'Agostino e presso tutti gli altri Padri della nostra mistica quest'idea della mistica morte, la quale non rimase certo chiusa nell'àmbito della mistica ortodossa. Sappiamo di eretici presso i quali quell'idea era particolarmente viva e agiva drammaticamente, come presso quei dolciniani che, dopo battezzati, suggevano il latte alle mammelle di una nutrice per significare la loro nuova infanzia, la loro vita nuova.

Ma anche là dove la personificazione della Sapienza santa non era ancora entrata nella grande corrente della mistica ortodossa, essere iniziati alla Sapienza, possedere la Sapienza era pensato e qualificato come vita, l'esser lontani da essa come morte.

Ora tutto questo serve a farci intendere come, sia nella Vita Nuova di Dante, sia in tutta la poesia d'amore dei «Fedeli», appaia di continuo presentimento di morte, annunzio di morte da parte dell'innamorato e l'amore sia accompagnato continuamente da quest'idea del morire e si noti, non già con quel senso vero e tragico col quale la morte poteva accompagnare l'amore nel pensiero di Giacomo Leopardi!

Questi innamorati mistici, ai quali non passa mai per la mente di possedere le loro donne e che desiderano tutt'al più il saluto, parlano della morte non già per lo strazio della passione insoddisfatta, ma per un evidentissimo convenzionalismo.

Di questa «morte del cuore», di questa segreta morte che è dentro l'anima, di questa morte che è minacciata, si noti, a colui che guarderà bene la donna, che oserà fissarla o che colpisce immediatamente l'amante alla vista di lei, si parla di continuo.

Lapo Gianni [28] all'apparire della sua donna che gli porge il saluto, vede «l'intelletto suo giulivo», ma immediatamente «il cor divenne morto che era vivo». Non è già, si noti bene, la mente che si offuschi, che si annebbi o che in qualche forma muoia. Muore, sì, la memoria, muore il cuore: il vecchio uomo che è nella memoria e i suoi affetti; la mente vive, la mente si sveglia allora.

In tutti gli altri innamorati (è questa una cosa importantissima), se l'amore offusca qualche cosa, offusca proprio la mente e li induce a esser tutto cuore, tutto sentimento; in questi innamorati avviene il contrario, il cuore muore e la mente si sveglia.

Parla certamente della mistica morte alla quale deve giungere, Gianni Alfani [29] quando dice:

(Amore) ... contami che pur convien ch'io moia

per forza d'un sospiro,

che per costei debbo fare sì grande,

che l'anima smarrita s'andrà via.

Parla certo di questa mistica morte già anche Jacopo da Lentini in questa che sembrerebbe una ridicola gonfiatura rettorica:

Oi lasso, lo meo core ch'è 'n tanta pena miso,

ke vede che si more

per ben amare e' tenelosi in vita.

Dunque morire' eo?

no, ma lo core meo more spesso e più forte

ke no faria di morte naturale [30].

In queste parole la qualifica di morte naturale contrapposta al morire che fa il cuore del poeta, tradisce la contrapposizione di quella alla mistica morte. Se soltanto chi muore (misticamente) per amore vive della vera vita e trova la salute, è naturale quello che dice Guido Cavalcanti:

Sì che mi sembia che vivendo more

quei, che si parte da sì dolce speme [31].

È naturale che si glorifichi

... Amore

senza lo qual seria morte la vita. [32]

Francesco da Barberino nel Reggimento e costumi di Donna (Parte V) ha uno stranissimo racconto nel quale si descrive la morte-resurrezione operata da Amore. Prima Amore «qua e là ferendo» uccide una quantità di gente, poi

... fa portar li feriti elli morti

davanti assé, e dice sovra loro,

queste parole che qui son scritte:

«Li colpi mie' son di cotal natura,

che qual si crede di quegli esser morto,

allor in vita magior si ritrova.

Levate su, non dormite ch'i' vegghio

vo' che sembrate nella vista morti,

e vo' feriti sicuri da morte».

Così parlando Amor sovra costoro

risuscitaron li morti e le morte [33].

Inutile insistere su questo concetto della mistica morte operata dalla rivelazione della verità, perché esso è concetto comune a ogni misticismo anche ortodosso e la poesia mistica di tutti i tempi ne ha fatto larghissimo uso. Cantava Jacopone da Todi:

In Cristo è nata nova creatura

spogliat'ha uom vecchio e uom fatto novello.

E gli altri dicevano la stessa cosa non esplicitamente di Cristo, ma della Sapienza santa portata in terra da Cristo (Beatrice sul Carro tirato dal Grifone).

«Morte» (secondo significato). Ma abbiamo detto che la terminologia simbolica che aveva chiamato vita o vera vita o vita nuova l'illuminazione rinnovatrice dell'adepto per opera della mistica Sapienza e aveva dato a questa illuminazione, che uccideva l'uomo antico mentre faceva vivere il nuovo, il nome di «morte», aveva dato lo stesso nome di «morte» anche a ciò che era il contrario di quella mistica vita, cioè all'errore che si oppone alla Sapienza santa. Se solo per la Sapienza si vive, prima di acquistarla si è morti. I critici «positivi» non parlino di confusioni e di complicazioni perché, lo sappiano essi o no, di questo gioco tra la parola «vita» e la parola «morte», di questo polisenso delle due parole trabocca tutta la mistica cristiana, la quale ha continuamente giocato su queste frasi. La vita (comune) è morte (dell'anima o dell'intelletto). La morte (al mondo, alla carne, al peccato) è (la vera) vita. Soltanto chi muore (misticamente in Cristo) vive (della vera vita). I vivi (della vita comune) sono in verità dei morti. E così di seguito. Dante è tutt'altro che estraneo a questo mistico artificio. La Divina Commedia è piena di questo gioco perpetuo di significati tra la vita e la morte, e anche altrove egli tratta sempre da morti quelli che non seguono la Ragione [34].

Questo fatto deve prepararci a intendere come, qualificandosi in genere come «morte» l'errore che devia l'uomo dalla Sapienza santa e come morti quelli che lo seguono, quando si delineò un movimento che considerava la Chiesa di Roma e le sue parole come falsate dalla corruzione e dalla cupidigia, come, non più espressione vera della Sapienza santa a lei confidata, ma come deviazione ed errore, come negazione quindi di quella verità che è vita, si sia potuto attribuire per convenzione a questa Chiesa corrotta e odiata, a questa Chiesa divenuta l'antitesi di se stessa (come il Carro santo trasformato in mostro e su cui siede la meretrice è divenuto l'antitesi di se stesso, del Carro mirabile che portava Beatrice), il nome convenzionale ma espressivo di morte e il nome e la qualifica di morti a quelli che, invece di seguire la santa e pura Sapienza immortale, seguivano la temporanea corruzione della Chiesa odiata. E possediamo una sirventese del trovatore Guglielmo Figueira ove questa designazione di morti ai seguaci della Chiesa è chiaramente gridata.

«Su, sirventese, mettiti in cammino e dì ai falsi sacerdoti che chi si sottomette alla loro potenza è designato alla morte. Questo si è ben appreso a Tolosa! [35]»

Alcune delle poesie del dolce stil novo ci mostrano all'evidenza come questa morte (che è ben altra cosa che la morte) sia stata vituperata in versi che parevano dire tutt'altro.

E questa la morte nell'errore e quindi negazione della verità santa, tenebra e peccato, è questa la famosa «morte della vita privatrice» della ben nota canzone di Cino (o di Gianni Alfani?). Basta leggere questa canzone con gli occhi un poco snebbiati per vedere immediatamente che nel senso letterale essa si lascia sfuggire delle sbalorditive assurdità, che invece diventa limpidissima e insieme profonda e tragica se si intenda come una canzone di odio contro la Chiesa corrotta nemica d'Amore (della setta).

Se qualche volta l'autore ha qualche raro tratto nel quale sembra che parli della morte vera, come quando dice che essa è chiamata dai misteri e schifata dai ricchi (d'intelletto) o quando ricorda che essa fu vinta da Cristo allorché spezzò le porte dell'Inferno (e fu vittoria sulla morte spirituale), in ogni verso traspare nettamente il recondito significato nel quale il poeta si scaglia contro la malvagità della Chiesa. Per intendere questa canzone non ci si può tenere davvero all'ambiente idilliaco del Calendimaggio fiorentino, bisogna ripensare alle persecuzioni della Chiesa contro i suoi avversari, bisogna pensare all'ombra tragica della strage degli Albigesi che si stende attraverso tutta la poesia così detta di Amore, al supposto assassinio di Arrigo VII attribuito alla Chiesa e alla strage dei Templari che avviene quando Dante e Cino sono ancora in vita.

L'odio feroce che spira da ciascuno di questi versi sarebbe sciocco e insulso se sprecato contro la morte vera e specialmente assurdo sulla bocca di un cristiano che credeva (come credevano tutti costoro) all'immortalità dell'anima.

E comincerebbe con l'essere sciocchissimo, se non avesse altro che un senso letterale, il primo verso: «O morte della vita privatrice», che non ci direbbe davvero una notizia peregrina, ma che acquista un senso quando in quel «della vita privatrice» si legga negatrice della verità santa. L'appello al «divin Fattore» contro la morte sarebbe esso pure piuttosto sciocco, visto che è lui che la manda, mentre contro la Chiesa ricorda perfettamente l'invocazione di Dante nella Divina Commedia, piena di tragica aspettazione per la punizione della Chiesa corrotta. L'espressione secondo la quale la morte è fatta «nel mondo vicara» deve ricordare il corrotto Vicario di Dio e non ha senso serio nel piano letterale. È insulso e sciocchissimo il minacciare alla morte che essa sarà giudicata nel giorno del giudizio (quando non ci sarà più) e che allora essa sarà «a orribile morte giudicata», mentre l'attesa del Die giudicio contro la Chiesa corrotta è proprio uno dei motivi più triti nell'ambiente eretico e ghibellino. Alquanto ridicolo il particolare che il poeta promette di metterci le mani anche lui nel giorno del giudizio quando si tratterà di ammazzare la morte (!). Anche quest'idea prende ben altro significato nella tragedia della vita del trecento.

O morte della vita privatrice,

o di ben guastatrice,

dinanzi a cui porrò di te lamento?

Altrui non sento ch'al divin fattore,

perché tu, d'ogni età divoratrice,

se' fatta imperatrice,

che non temi né foco, acqua né vento, [36]

non ci vale argomento al tuo valore:

tuttor ti piace eleggere il migliore

e 'l più degno d'onore.

Morte, sempre dai miseri chiamata,

e da' ricchi [37] schifata come vile

troppo se 'n tua potenza signorile,

non provvedenza umile, [38]

quando ci togli un uom fresco e giulivo,

o ultimo accidente destruttivo.

O morte nata di mercé contrara,

o passione amara,

sottil ti credo porre mia questione

contra falsa ragion de la tu' ovra;

perché tu fatta nel mondo vicara

ci vien senza ripara

nel die giudicio avrai quel guiderdone

che a la stagione converrà ch'io scovra.

Oi, com'avrai in te la legge povra!

Ben sai chi morte adovra

simil deve ricever per giustizia,

poi tua malizia sarà refrenata

ed a orribile morte giudicata;

come se' costumata

in farla sostenere ai corpi umani,

per mia vendetta ivi porrò le mani.

Alcuni attributi come «di ben matrigna e albergo di male» non convengono affatto alla morte vera, ma stanno a pennello alla Chiesa corrotta, come l'altro «madre di vanitate», come l'annunzio che la sua «possanza fia finita» quando il Signor superno darà contro di lei una «crudele sentenza» ed essa finirà nel «foco sempiterno». Particolarmente interessante la frase: «nemica di canto» (la Chiesa era la nemica dei poeti «Fedeli d'Amore») e l'allusione al fatto che essa perseguita proprio l'uomo quando «prende diletto di sua novella sposa», cioè la Chiesa perseguita l'adepto quando esso si congiunge con la Sapienza santa e non lascia vivere i «Fedeli d'Amore» (che nella realtà la morte perseguiti proprio di regola chi prende moglie non si comprende).

O morte, fiume di lacrime e pianto

o nemica di canto,

desidero visibil che ci vegni,

perché sostegni sì crudel martire?

Perché di tanto arbitro hai preso manto

e contra tutti ha 'l guanto?

Ben par nel tu' pensier che sempre regni

poi ci disegni lo mortal partire.

Tu non ti puoi, maligna, qui covrire

né da ciascun disdire,

ché non trovasi più di te possente:

fu Cristo onnipotente a la sua morte

che prese Adamo ed ispezzò le porte

incalzandoti forte:

allora ti spogliò de la virtute

ed a lo 'nferno tolse ogni salute [39].

O morte, patimento d'amistate,

o senza pietate,

di ben matrigna ed albergo del male!

Già non ti cale a cui spegni la vita,

perché tu, fonte d'ogni crudeltate,

madre di vanitate,

se' fatta arciera e di noi fa' segnale,

di colpo micidial sì se' fornita.

O come tua possanza fia finita

trovando poc'aita

quando fia data la crudel sentenza

di tua fallenza dal Signor superno!

Poi fia tuo loco in foco sempiterno:

lì sarai state e verno

là dove hai messo papi e 'mperadori

re e prelati ed altri gran signori [40].

O morte oscura di laida sembianza,

o nave di turbanza

che ciò ch'è vita congiunge e notrica,

nulla ti par fatica scieverare,

perché radice d'ogni sconsolanza

prendi tanta baldanza:

d'ogni uom se' fatta pessim nemica,

nova doglia ed antica fai creare,

pianto e dolor tutto fai generare;

ond'io ti vo' blasmare,

ché quando un uom prende diletto e posa

di sua novella sposa in questo mondo

breve tempo lo fai viver giocondo,

ché tu lo tiri a fondo,

poi non ne mostri ragione, ma usaggio [41]

d'onde riman doglioso vedovaggio.

Morte, sed io t'avessi fatta offesa

o nel mio dir ripresa,

non mi t'inchino a pié mercé chiamando;

ché disdegnando non certo perdono.

Io so ch'i' non avrò ver te difesa,

però non fo contesa,

ma la lingua non tace, mal parlando

di te e rimproverando cotal dono.

Morte, tu vedi quanto e quale io sono

che con teco ragiono,

ma tu mi fai più muta parlatura

che non fa la pintura a la parete.

Oh, come di distruggerti ho gran sete!

che già veggio la rete

che tu acconci per voler coprire,

cui troverai o vegghiare o dormire!

Bello e veramente commovente il verso della penultima strofe «Non mi t'inchino a piè mercé chiamando», che ora finalmente significa qualche cosa, e qualche cosa di bello, ma assolutamente assurdo, nel senso letterale, tutto il congedo.

Il poeta infatti manda la canzone ai suoi correligionari che sono naturalmente «quei che sono in vita», i seguaci della Sapienza santa, ma, adoperando questa espressione non si è accorto di quanto essa fosse ridicola nel senso letterale perché nessuno certo pensava che la canzone potesse essere mandata ai morti in camposanto. Aggiunge che la manda a quelli che sono in vita di «gentil core e di gran nobilitate» (gli adepti), ma dà loro un compito che, se si trattasse veramente della morte vera, sarebbe assurdo e ridicolo. Essi dovrebbero ricordarsi sempre della morte e contrastarla forte, ma per quanto gentili e nobili fossero non si immaginerebbe proprio come potessero farlo contro la morte vera. Anche più inconcepibile è l'ultimo compito che dovrebbero avere questi uomini gentili, quello di fare vendetta della morte se la vedono visibile. Ma dove la dovevano vedere? Ma dov'è la morte visibile? La vendetta c'era da fare, sì, e tutta questa canzone spira l'odio che la vendetta prepara, ma la vendetta è quella che si dovrà fare dai cuori gentili, dagli uomini di gran nobiltate che sono nella (vera) vita, dai «Fedeli d'Amore» contro la Chiesa corrotta e iniqua: Morte.

Canzon, gira' ne a que' che sono in vita,

di gentil core e di gran nobiltate;

di' che mantengan lor prosperitate

e sempre si rimembrin de la morte,

in contrastarla forte,

e di' che se visibil la vedranno

ne faccian la vendetta che dovranno [42].

L'usanza di contrapporre l'«amore» alla «morte», di trattare da «morti» quelli che erano fuori della verità è diffusissima. Molto probabilmente quando (come racconta il Boccaccio nella giornata sesta, novella nona) Guido Cavalcanti che andava speculando tra le tombe, per liberarsi dagli amici che lo seccavano, saltò con la mano sulla tomba dicendo loro: «Voi mi potete dire a casa vostra ciò che vi piace», e il motto fu interpretato così: che la loro casa era la tomba e che essi «a comparazion di lui e degli altri uomini scienziati erano peggio che uomini morti», il vero spirito del motto tanto esaltato dal Boccaccio sta proprio in quel significato convenzionale della parola «morto» in uso tra i «Fedeli d'Amore».

Uno dei motivi più importanti, più usitati di questa poesia è quello secondo il quale il poeta innamorato dice di aver figura di morto, colore di morto, aspetto di morto e simili. Il poeta che, secondo una prescrizione della setta, comune a parecchie sette medioevali (per esempio i Catari) e della quale troveremo l'evidente enunciazione in un sonetto di Guido Cavalcanti, finge esteriormente di essere ossequente alla Chiesa dominante, prende figura esternamente non di vivo (adepto) bensì di morto (seguace della Chiesa). In questo senso Guido Guinizelli scrive:

Chi ne vole aver ferma certanza

riguardi me se sa legger d'amore

ch'i' porto morte scritta nella faccia [43].

In questo senso Dante (?) dice della sua anima:

Però mi mise nel morto colore

l'alma dolente [44].

Nello stesso senso Cino scrive:

E gli atti e gli sembianti ch'io foe

son come d'un che in gravitate more [45].

Altrove Cino scrive:

E porto dentro agli occhi un cor feruto

che quasi morto si dimostra altrui [46].

Cavalcanti dice ancora:

Guardi ciascuno e miri

che morte m'è nel viso già salita [47].

Li vedete voi passeggiare per le vie e per le piazze d'Italia in mezzo a tanto fervore di opere, di lotte, questi giovani ferventi, tutti veramente con la faccia di morti perché sono innamorati? No, con la faccia di morti no, ma con la faccia di normali credenti che vanno in Chiesa, s'inchinano all'autorità ecclesiastica (che nel cuore non riconoscono, odiano e disprezzano), che conoscono benissimo gli articoli della fede e sanno all'occasione ripeterli [48]. Così essi portano morte scritta nella faccia, ma dentro hanno la vita cioè l'amore per la Sapienza santa, la Rivelazione immediata e diretta che vivifica le loro anime e li guida alla salute.

Dice Cino [49].

Parliam sovente, non sappiendo a cui,

a guisa di dolenti a morir messi

La morte la portano scritta nella faccia, ma la odiano e sanno cantare segretamente il loro odio, come lo sapeva cantare l'autore della canzone: O morte della vita privatrice. Cino scrive:

A finir mia gravezza

fo con la morte volentier battaglia [50].

Il Cavalcanti ha una graziosissima maniera di dire a un certo punto che egli non può dire la verità intorno alla Sapienza santa senza fingersi fedele alla «morte» (Chiesa) perché la setta (Amore) non lo può sufficientemente difendere.

Amor non t'assicura

in guisa, che tu possa di leggero

a la tua donna si contar il vero,

che morte non ti ponga in sua figura [51].

Cino riaffermando come tante volte ha fatto, la sua fedeltà alla setta (spesso messa in dubbio), scrive di Amore:

Io li son tanto suggetto e fedele,

Che morte ancor da lui non mi diparte [52].

E questo quantunque tante volte abbia confessato (e la confessavano tutti) la grande paura che aveva della morte.

La mia natura combatte e divide

morte, ch'io veggio la 'unque mi giro [53].

E scrive altrove parlando della continua minaccia della Chiesa:

Senza tormento di sospir non vissi,

né senza veder morte un'ora stando [54].

Evidentemente chiunque ama è minacciato dalla morte. L'antitesi amore-setta contro morte-Chiesa riappare a ogni passo, ma essa è velata, è confusa per l'esistenza di quel primo importantissimo significato della parola morte che è completamente diverso da questo: morte come mistica morte.

Un buonissimo esempio dell'uso nella stessa strofa dei due significati opposti della parola «morte» si ha in Guido Guinizelli. Si osservi che nel primo verso il poeta dice di sembrare vivo, nell'ultimo dice perfettamente l'opposto cioè di sembrare morto. Nella prima parte egli dice che quantunque egli sembri vivo (come gli altri) dentro ha una ascosa morte (mistica); nella seconda parte dice che quantunque dentro sia (misticamente) vivo, egli porta invece la morte scritta nella faccia cioè di fuori sembra (misticamente) morto, perché sembra ossequente alla Chiesa.

Che sembro vivo e morto vo nascoso;

Ascosa morte porto a mia possanza

.   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .

E chi ne vole aver ferma certanza

riguardi me se sa legger d'amore,

ch'i' porto morte scritta nella faccia [55].

«Vita». Per quanto è detto sopra, la parola vita opposta al primo significato segreto di morte-errore e in particolare errore della Chiesa di Roma, significa verità e propriamente verità della setta. Chi entra in essa giunge alla vera vita. Chi ne sta fuori è morto, secondo la formula comune a tutte le forme di misticismo iniziatico e a qualunque soteriologia.

Chi entra nella setta entra nella vera vita, abbandona la vita vecchia e inizia una vita nova.

È istruttivo un passo di Cino da Pistoia nel quale questa parola vita è usata in modo che, intesa nel senso letterale, riesce contraria al senso comune. Cino ha voluto dire che ogni animale (uomo) può giungere alla vera vita, ma non vi può essere condotto se non da un adepto, cioè da un uomo di pregio e valoroso che lo inizi, e che il nuovo adepto, se non persevera nella virtù ricade nell'errore (morte) e viene tolto dalla vista dell'eterna Sapienza, cioè dell'eterna verità. Ma si osservino le assurdità del senso letterale:

Naturalmente ogni animale ha vita

e d'altro non l'acquista

se non da uom che pregio e valor segua,

lo qual, se con virtude non s'aita,

da vera eterna vista

morte come non fosse lo dilegua [56].

Il poeta che pensava «vera vita» diceva una cosa seria che cioè alla vera vita si giunge per iniziazione, ma il «vera» gli restò nel pensiero tra il gioco del gergo e disse nel senso letterale una sciocchezza, cioè che uno non acquista vita altro che da uomo che segua pregio e valore, mentre la vita nel senso ordinario si può acquistare benissimo da uomo spregevole e vile.

«Morte di Madonna» (primo significato). Excessus mentis per il quale la Sapienza cessa di esistere come tale quando diventa atto della contemplazione pura. Ho già spiegato come la tradizione discendente da Riccardo da San Vittore abbia portato nella mistica quest'idea. Sant'Agostino aveva identificato la Sapienza santa con Rachele. Riccardo da San Vittore aggiunse che Beniamino, generato da Rachele, significa l'atto della contemplazione pura generato dalla Sapienza contemplativa e poiché in tale atto non esiste più vera Sapienza, ma lo spirito deve uscire dalla stessa mente (excessus mentis) per arrivare fino a Dio, Rachele nel dare alla luce Beniamino deve morire. Rimando per i particolari a quanto ho detto sopra (cap. VI) e a quanto hanno detto il Perez (La Beatrice svelata) e il Pascoli (Mirabile visione).

Qui accenno ai casi nei quali in modo più trasparente i poeti del dolce stil novo ripresero questo motivo escludendo naturalmente (costoro erano più poeti di Riccardo da San Vittore) il particolare del parto e parlando semplicemente della morte della donna. Guido Cavalcanti narra chiaramente a un certo punto che uno spirito gli dice dentro:

Guarda, se tu costei miri

vedrai la sua vertù nel ciel salita, [57]

parole che letteralmente sono un non-senso e non possono significare altro che questo: Se tu persisti nella contemplazione della santa Sapienza tu la vedrai trasformarsi nell'atto della contemplazione pura, col quale essa sale a mirare nella faccia di Dio.

È, come vedremo in seguito, proprio quello che accadde a Dante, il quale amò tanto la sua Beatrice, tanto mirò la sua Sapienza santa, che un giorno questa sua Beatrice, questa sua Rachele (come egli aveva presentito e previsto) si partì di questo secolo e andò a mirare gloriosamente «ne la faccia di colui qui est per omnia secula benedictus». E Dante non raccontò il come e il perché dicendo che non poteva farlo per non «essere laudatore di se medesimo»!

Il Rossetti senza comprendere bene il significato della cosa osservò che queste donne molto facilmente muoiono prima dei loro amanti.

Già parlando dell'influenza di Riccardo da San Vittore nella lirica del dolce stil novo ho dimostrato, approfittando di una ingenua rivelazione di Nicolò de' Rossi, che la morte della donna era per costoro proprio l'excessus mentis. Egli infatti pone l'excessus mentis come ultimo dei quattro gradi dell'amore e in una canzone ove la sua donna (la Sapienza) deve fargli in estasi delle rivelazioni, comincia col dire che la donna è morta e insieme che per eccesso di mente egli ha avuto questa miracolosa rivelazione.

«Morte di Madonna» (secondo significato). Si dice che la donna (la Sapienza santa) è morta (partita da questo mondo) o nascosta sotto una «pietra» o un «sasso» (apparentemente «tomba»), per indicare che essa non è più viva nella parola della Chiesa corrotta, ma è sepolta sotto questa Chiesa, che ha appunto il nome di «pietra» o di «sasso», come in una tomba. È un'altra maniera artificiosa di esprimere quello che esprime il «Fiore». Gelosia (la Chiesa) tiene chiuso e nascosto il Fiore (la Sapienza) in un castello.

Il lamento di Cino da Pistoia sul sasso sotto il quale l'eletta «aveva posto la sua fronte», è il suo lamento in Roma dove sotto il sasso della Chiesa giace come morta la verità santa dalla Chiesa depressa e nascosta e dal «Fedele d'Amore» amata.

Quest'immagine è naturalmente abbastanza ricca di movimenti poetici verosimili, ma per intenderla bene bisogna cercarla là dove un altro poeta è riuscito meno brillantemente.

L'importantissimo sonetto che qui cito, dove si parla di una pietra che tiene morta la donna e si impreca contro di lei e le si ingiunge di aprirsi affinché il poeta «veggia scorta» colei che giace in mezzo alla pietra, perché il cuore gli dice che essa ancor «viva seggia», è nella sua apparenza di un amore disperato e drammatico una limpidissima imprecazione contro la Chiesa, alla quale si dicono infatti cose che a una pietra sepolcrale non converrebbero affatto e prima di tutto che essa serra la donna «ancor viva» e poi che essa, la pietra, era bianca ed è fatta nera «de lo colore suo tutta distorta» (come era infatti la Chiesa), dove si minaccia a questa pietra che «il sudore e l'angoscia già la scheggia» e dove si conclude che questa, che è di fuori una pietra, fa diventare pietra di dentro gli altri. È un sonetto che appare mirabile di profondità, appena si sia veramente inteso. Va sotto il nome di Dante.

Deh piangi meco tu, dogliosa petra, [58]

perché s'è Petra en così crudel porta

entrata, che d'angoscia el cor me'npetra;

deh, piangi meco tu che la tien morta! [59]

Ch'eri già bianca, e or se' nera e tetra, [60]

de lo colore suo tutta distorta;

e quando più ti priego, più s'arretra

Petra d'aprirme, ch'io la veggia scorta.

Aprimi, petra, sì ch'io, Petra veggia

come nel mezzo di te, crudel, giace,

che 'l cor mi dice ch'ancor viva seggia,

che se la vista mia non è fallace,

il sudore e l'angoscia già ti scheggia...

petra è di fuor che dentro petra face [61].

Questo caratteristico esempio di sonetto a doppio senso serve come richiamo a farci intendere non solo il pianto di Cino da Pistoia che con più dolce suono si lamentava su quella «pietra», «sasso», «ove l'onesta pose la sua fronte», ma anche a farci comprendere quelle famose canzoni pietrose di Dante, sulle quali dovremo ritornare, e che da parecchi secoli si scambiano per strampalate espressioni di morboso sadismo e sono invece semplicemente poesie d'odio contro la Chiesa corrotta.

«Morte di Madonna» (terzo significato). In quanto Madonna rappresenta la setta e più specialmente un determinato gruppo settario, si raffigura come «morte di Madonna» il fatto che questo gruppo sia costretto a sciogliersi o a disperdersi. Naturalmente in questo caso la Donna-Sapienza continua però a vivere immortalmente invisibile, i suoi fedeli la piangono, ma hanno fede che essa, come tante volte ha fatto, «rinnovi come fenice». Non è improbabile che alcune delle posizioni più complicate che ci presenta l'amore di questi poeti, siano apparenze create da una confusione di questi diversi significati convenzionali della «morte di Madonna». Ritengo anch'io col Rossetti che debba riferirsi a questo significato uno strano passo dei Documenti d'Amore, nel quale Francesco da Barberino insegna con cura meticolosa quello che deve fare un amante quando, mentre è in viaggio di mare, la sua donna viene a morire. Deve fare una serie di operazioni stranissime che fanno pensare a norme per trasmettere segretamente l'idea e i fondi della setta ad altri gruppi.

E se forse adivegna - ma Dio sua guardia tegna

ch'esta donna pur mora - e tu non se' ancora

presso a terra ove possa - seppellir le sue ossa

una cassa serrata - ben ferma e impegolata

farale apparecchiare - e lei dentro acconciare

con oro e con argento - gioie e tutto ornamento

che le puoi far maggiore - che sì comanda amore

et una scritta i metti - con tuoi pietosi detti

pregando umilemente - che tutta quella gente

che poi la troveranno - che piangan sì gran danno

e faccian sepultura - con suo nome in sculptura

e tu lo scrivi loro - e dai lor lo tesoro

perch'ella sia honorata - sepellita e locata

e che preghin per ella - e dì com'era bella

e saggia e come nata - e d'onestade ornata

e come il suo paese - non averà difese

a morir sol del pianto - di tal dolor e tanto

e dì com'ella è morta - in penitenza accorta

e pon ne le sue mani - croci perché i cristiani

saccian ch'ell'ebbe fede - di ciò che buon uom crede

poi a Dio la accomanda - et in acqua la manda [62].

Ciò che è più strano è che l'autore, commentatore minuziosissimo di tutto ciò che egli dice, qui invece di commentare il complesso, parla soltanto della scritta che l'amante deve mettere nella cassa e di come si deve fabbricare e fa addirittura un trattato di metrica per scrivere le poesie d'amore, «ballatellam, cantionem extensam, sonitium, ecc.», finendo col dire «sunt et alii plures modi qui non sunt pro novitiis». Seguitando, poi, il Barberino parla di quello che si deve fare quando, mentre l'amato sta in mare con l'amata, la nave fa naufragio; e qui dichiara addirittura che non può dare spiegazioni: «et ammodo lictera glosam non habet quia ista instructio non posset apertius glosari [63]». Conferma evidentissima che del naufragio e della morte non si poteva parlare troppo apertamente.

«Donne». Significa: gli Adepti, i «Fedeli d'Amore». Quando Dante dice: Donne ch'avete intelletto d'amore, parla semplicemente ai suoi compagni di fede e di lotta. Dice perciò Dante che di Madonna non si può parlare che con loro (e ho già dimostrato che, dicendo di parlarne con donne, ne parlava con uomini), dice che qualunque donna miri negli occhi di lei diventa «gentil donna» e simili. Quando il Cavalcanti scrive:

Io vidi donne co' la donna mia

non che ne una mi sembrasse donna,

ma sol che somigliavan sua ombria,

vuol dire che gli adepti erano come l'ombra della Sapienza santa che amavano. Quando Gianni Alfani dice che quelle donne che hanno il cor gentile «...preghin colei per cui ciascuna vale», non domanda l'intercessione di donne vere presso la sua donna dicendo loro l'inopportunissima scortesia che esse valgono qualche cosa soltanto per merito di lei, ma domanda semplicemente agli adepti che la setta faccia qualche cosa che egli chiede.

Sono due donne di maggiore età, e che non c'entrerebbero nulla, quelle che accompagnano Beatrice nel giorno del rituale saluto [64], sono donne che nella visione coprono di un velo Beatrice morta [65], sono donne che si ritrovano sempre con questa donna sovrana e che, come abbiamo visto, parlano di lei dicendo: «nostra donna», e rispondono (dunque sapevano far versi e bene) alla canzone di Dante Donne ch'avete intelletto d'amore [66].

«Dormire». Significa: essere nell'errore, essere lontano dalla verità santa. Quando Guido Cavalcanti scrive:

Talor credete voi, amor, ch'i' dorma,

che co' lo core i' penso a voi e veglio;

non fa che rassicurare la setta della sua fedeltà.

Quando si parla della mente che dormia, dell'Amore che dorme nel cuore e simili, si legga sicuramente che l'animo si è allontanato o non è ancora arrivato alla Sapienza santa.

Dante spiega chiaramente nella Vita Nuova che Amore è fatto sire nella magione del cuore «dentro la qual dormendo si riposa / talvolta poca e tal lunga stagione», finché non appare la Donna-Sapienza [67].

Il che vuol dire che lo spirito, finché non ama la divina Sapienza, finché non è illuminato da lei o se ne estrania è dormiente; e ora si comprende lo strano sonno di Dante nella selva, quando era straniato da Beatrice e abbandonò la via:

Tant'era pieno di sonno a quel punto

che la verace via abbandonai [68].

«Folle», «Follia». Folle è l'uomo che è fuori della setta o che se ne diparte (savio è chi è dentro).

Però non parto me da le ferute

sì como folle che vi sono usato [69],

dice il Cavalcanti quando vuole dichiararsi «Fedele d'Amore» ad onta di quello che egli soffre. E Cino dice scivolando nel nonsenso letterale:

... 'l mio camino a veder follia torsi [70],

nel dare conto di un suo viaggio nel quale probabilmente aveva dovuto sfuggire ad ambienti avversari.

Tommaso da Faenza [71] fa dire da Amore: «Omo folle faidito di mia schiera», contro Giovanni dall'Orto da Arezzo. Questo Giovanni dall'Orto infatti aveva scritto contro Amore (cioè contro la setta) la canzone: Amor ti prego ch'alquanto sostegni, piena di accuse contro Amore che sono tipicamente applicabili a una setta nella quale prevalgano i cattivi e i buoni siano sacrificati. Aveva detto per esempio:

Amor ancor è in te strana natura

disnaturata e fera

c'om villano orgoglioso

veggio da te accolto

sfacciati parlatori e menzogneri [72],

proprio come Bacciarone del quale esamineremo la lunga diatriba contro la setta dei «Fedeli d'Amore». Guido Orlandi in un suo poco comprensibile sonetto (forse dal testo corrotto), contrappone chiaramente il folle a chi vive nel terzo grado (Amore-setta):

E 'l folle segue amor per altra via [73],

mai non riposa in sicura domo.

Nel terzo grado non fa vita d'omo

che porti 'n sé ragion; ma fantasia [74].

«Fiore». La parola è usitatissima per esprimere la Sapienza santa e la setta che la coltiva. Si identifica con la «Rosa» e non deve sorprendere se il rifacimento italiano (forse di Dante) del Roman de la Rose porti per titolo il «Fiore». Questo «Fiore» amato e conteso all'amante, questo «Fiore» che l'amante bacia con le braccia in croce [75], il possesso del quale è conteso da Gelosia (la Chiesa) e da quel Malabocca nel quale si ravvisa limpidamente la figura di un maligno inquisitore, è la Sapienza santa che viene conseguita a dispetto dell'opposizione della Chiesa corrotta. Tutto ciò che nel piccolo libro è digressione o contorno vago o doppio senso lubrico serve esclusivamente, come abbiamo visto, a velare il dramma dell'iniziazione, della persecuzione e della vittoria della santa verità che l'uomo deve riuscire a conquistare. Tutta la poesia siciliana è piena di questo «Fiore». Federico II scrive:

Ed ho fidanza

mio servire a piacere

di voi che siete fiore [76].

Caccia da Castello:

Chi ha fiorita l'alma, di quel fior disia [77].

Verso nel quale il Fiore ha evidentemente il carattere di cosa amata da molti, non da uno solo. Il Saladino di Pavia dice:

Tanto di fino amore son gaudente,

ch'uomo vivente non credo che sia,

né in gio' né in signoria così gioioso

siccome eo ch'amo l'alta Fiore aulente.

Egli scrive altrove:

Che ben aggia Amore

che fue tramezzatore

di me e dell'alta Fiore

che m'ha sì altamente meritato. [78]

Albertuccio da Viola si rallegra anche lui cantando:

Non mi fallio la fiore delle fiori [79].

Abbiamo visto come Buonagiunta da Lucca cantasse, svelando grossolanamente il pensiero segreto, tutta quella tiritera sul «Fiore» il quale ad onta dell'ultimo verso appare chiaramente un'idea religiosa o politica, non certo una donna, e abbiamo mostrato come la ripetizione stucchevole e pericolosa di queste parole «Fiore» e «Rosa», fosse uno degli elementi che dettero luogo a quello stile settario riformato che si chiama oggi il dolce stil novo.

Cino da Pistoia gioca sull'identità della donna o della setta col «fiore» e sul significato di fiore nel senso di «poco» e vorrebbe che amore lo aiutasse «sì che un fiore di me pietade avesse». Il che vuol dire: «Avesse un poco pietà di me» e anche «avesse pietà di me lei che è il “Fiore”».

Lapo Saltarello [80] alludendo senza dubbio al passaggio di una parola di gergo in un'altra, dice delle parole che letteralmente hanno un senso sciocco o incomprensibile:

Così m'ha travagliato accorta cosa

(cioè amore) che a vegliar dormendo

mi fece straniar, ov'eo son conto,

che spesse volte appello «fior» la «rosa» [81].

Dante da Maiano per dire che alla santa verità o alla setta si dovrebbero rivolgere tutti, dice:

O Rosa fresca, a voi chero mercede...

Rosa e Fiore aloroso...

la fior d'amor, veggendola parlare

innamorar d'amare ogni uom dovria [82].

Ora volete ritrovarla nella sua veste vera e nel suo vero nome questa «Fior», questa Donna-Fiore-Rosa? Leggete l'Intelligenza di Dino Compagni:

In una ricca e nobile fortezza,

istà «la fior» d'ogni bieltà sovrana;

in un palazzo ch'è di gran bellezza,

fu lavorato alla guis 'indiana... [83]

ed è naturalmente l'amorosa Madonna Intelligenza. E poiché essa è l'amorosa Madonna Intelligenza, cioè la Sapienza santa ed essa vive tra gli uomini per opera della fontana d'insegnamento, per la fonte della quale dirò in seguito, quel castello è naturalmente «intorneato da ricca fiumana». Ma questo «Fiore» che è la Sapienza santa, è amato per il frutto che deve dare (e che non si capisce quale dovrebbe essere se si trattasse di una donna amata platonicamente). Guido Orlandi dice:

Dunque sol siete quella

in cui l'amor si vesta

e flore in fronda crescie

che bon frutto conserva [84].

E Cecco d'Ascoli scrive a Cino da Pistoia per incitarlo a rimaner fedele alla setta:

Hor non lasciate 'l fior che fructo move.

Ora questo frutto che si attende dalla verità santa e dalla setta che la coltiva è precisamente il rinnovamento felice dell'umanità. Ecco perché Buonagiunta scriveva:

Se fior non fosse fructo non seria.

La setta (il Fiore) doveva dare il rinnovamento del mondo (il frutto). E questo «frutto» si aspettava da Madonna, perché il Fiore era appunto Madonna. A proposito della parola «fiore» usata nella corrispondenza tra Cino da Pistoia e Cecco d'Ascoli, è utile ricordare questa corrispondenza più diffusamente.

Cino, invocando Cecco d'Ascoli in nome della donna sua (che era la loro donna comune), e fingendo di appellarsi alla sua astrologia, gioca sul nome di «Fior» dato a Firenze e intanto chiama apertamente «pietra» Roma. Domanda a Cecco d'Ascoli se deve stare a Firenze o andare a Roma ma in realtà gli chiede se è il caso di tenersi al «fiore» (alla setta) o passare alla «pietra» (Chiesa). E Cecco attraverso molti pasticci astrologici (nei quali sarà bene osservare come questa gente ravvolgeva il pensiero importante), gli raccomanda di non lasciare «il fiore» perché ormai «il fiore» sta movendo «il frutto», cioè la setta sta per ottenere il suo trionfo, il rinnovamento felice dell'umanità che è appunto «il frutto». Ognuno può vedere che il «fior», considerato come Firenze secondo l'apparenza del primo sonetto, non poteva dare ragionevolmente nessun «frutto».

Cecco, io ti prego per virtù di quella

ch'è della mente tua pennello e guida,

che tu scorra per me di stella in stella

nell'alto ciel, seguendo la più fida:

E di' chi m'assecura e chi mi sfida:

e qual per me è laida e qual bella,

perché rimedio la mia vita grida

(e so da tal giudizio non s'appella);

E se m'è buon di gire a quella pietra

dov'è fondato il gran tempio di Giove

o star lungo 'l bel Fiore o gire altrove,

O se cessar della tempesta tetra

che sopra 'l genital mio terren piove.

Dimmelo, o Tolomeo, che 'l vero trove [85].

E Cecco risponde, dopo aver divagato sui corpi celesti:

............................................................

Ciascun de questi corpi per voi impetra

salute et fama, et non ricchezze nove

hor non lasciate 'l fior che fructo move.

Pistoia per sua parte non si spetra

girando 'l cielo per questi anni nove,

dico se la pieta ciò non rimove [86].

Qualche volta gli amanti dicono di amare non propriamente il «Fiore» ma un certo strano albero che promette di fare un fiore in cima, altra immagine che non ci riporta certo a una donna ma alla Sapienza santa, alla «Rosa», che fiorisce forse dalla tradizione occulta (dall'albero, dal lauro o dal faggio o dal pino che sta sopra alla fontana d'insegnamento). Soltanto così prendono un senso questi versi di Guido Orlandi che letteralmente sono dei nonsensi:

Lo gran piacer ch'io porto immaginato

d'un arbore fogliato dilectoso

m'ha fatto disioso

d'amor seguir guardado nella cima [87].

E questi altri dello stesso autore:

Guardando nel piacere del su' ramo [88]

a dilectanza chiamo

amor che la mercé non s'abbandoni

e prego lui che mi sia nutrice

la sua viva radice [89].

E questi altri di Ser Bonagiunta Monaco:

Un arbore fogliato d'amor novo riguardo

lo qual sanza ritardo

mostranza fe' di dar frutto di cima [90].

In questo ondeggiare continuo dell'immagine che il poeta ha dinanzi agli occhi, che è promiscuamente immagine di una rosa, di un fiore (talora anche di una stella) o di una donna, immagini che fluiscono facilmente una nell'altra, si conferma la nessuna consistenza realistica del loro sentimento e il carattere nettamente convenzionale di tutto ciò che essi dicono.

«Fontana», «Fonte», «Fiume», «Rio». È la «fontana d'insegnamento», cioè la tradizione della Sapienza santa, presso la quale si trova infatti spesso la donna (o l'Amore) o la Rosa a significare il suo rapporto con essa.

Abbiamo già visto che le donne che hanno «intelletto d'amore» (gli adepti) scrissero a Dante che Beatrice stava alla «fontana d'insegnamento». Dante stesso nella Vita Nuova trova Amore lungo «uno fiume bello e corrente e chiarissimo [91]» al quale Amore volge sovente gli occhi. E in quel momento infatti, ispirandosi alla tradizione della setta, Amore consiglia un nuovo schermo a Dante. Dante si trova ugualmente per un cammino «lungo lo quale sen gia uno rivo chiaro molto» quando (ispirandosi alla tradizione della setta) pensa il primo verso della famosa canzone: Donne ch'avete intelletto d'amore [92]. È utile osservare che tanto il «rivo», lungo il quale andava Dante, quanto il «fiume bello e corrente e chiarissimo», al quale Amore volge gli occhi, non hanno nessun ufficio nella descrizione del paesaggio, il quale si limita ingenuamente a questo particolare unico e non hanno alcun significato serio nel contesto del racconto letterale.

Mazzeo da Messina parla della «fonte che m'ha tolto ovunque sete». Guido Orlandi dice descrivendo la sua condizione d'amore: «Condotto sono in porto d'acqua viva».

Secondo il solito anche la misteriosa «Intelligenza» di Dino Compagni ha una fontana nel suo palazzo.

Ed io stando presso a una fiumana

in un verziere, all'ombra d'un bel pino:

d'acqua viva aveavi una fontana

intorneata di fior gelsomino [93].

Questa fontana che sorge ai piedi d'un albero (di regola faggio, pino o alloro) si ritrova di continuo a ombreggiare il riposo di tutte queste donne misteriose e, secondo la significantissima visione del Boccaccio (come si riuniscono le fila di questo simbolismo!) la madre di Dante sognò di partorire il figlio presso questa stessa fonte, all'ombra d'un alloro [94].

Cino da Pistoia in quel sonetto nel quale con grandissima fretta, e perciò con alquanta noncuranza del senso comune, dà conto in gergo di un suo viaggio, dice a un certo punto, evidentemente per dire di essere giunto in un luogo dove erano dei correligionari, una scuola, un centro settario.

Già così mi percosse un raggio vivo,

che 'l mio camino a veder follia torsi;

e per mia sete temperare a sorsi,

chiar'acqua visitai di blando rivo [95].

Abbiamo visto che nel Fiore la Rosa ricercata significa appunto la dottrina della Sapienza. Ma nell'originale di quell'opera, cioè nel Roman de la Rose, che il Fiore frettolosamente riassume, c'è una cosa stranissima e cioè che l'amante si innamora della Rosa perché la vede non direttamente, ma riflessa nell'acqua di una fontana sulla quale si è chinato. Significazione evidente. L'adepto si innamora della Sapienza santa che egli vede non direttamente, ma come per riflesso nella «fontana d'insegnamento», cioè in quella tradizione iniziatica che appunto conservava in sé la dottrina della Sapienza santa.

Molto importante è il fatto che anche qui la parola dovette essere usata in due sensi. «Fonte», «rio», sono tanto la tradizione iniziatica quanto le singole scuole o le singole logge o gruppi nelle quali si conserva e si insegna. Ecco perché Cino può dire che allontanandosi da «Follia» era andato a visitate la «chiara acqua di un rivo», ecco perché Guido Cavalcanti scrive a un certo momento a Bernardo da Bologna uno strano sonetto, dove si parla di tante fontanelle, le quali prendono chiarezza e vertute da una certa donna che scriveva versi (!):

Ciascuna fresca e dolce fontanella

prende in lisciar (?) sua chiarezza e vertute,

Bernardo, amico mio, e sol da quella,

la qual rispose alle tue rime acute [96].

Il che (sorvolando sull'oscurità di quella parola probabilmente corrotta «lisciar») significa probabilmente che tutte le scuole della setta erano illuminate soltanto da quella tale che aveva risposto alle rime di Bernardo, e non è da meravigliare che questa tale donna sapiente, che dava chiarezza e virtute alle fontanelle, stesse proprio in Bologna, da dove già era partito col Guinizelli il «senno di Bologna», cioè la nuova dottrina e la nuova arte della setta.

«Piangere». È questa una delle parole che hanno offerto alla finta poesia d'amore la possibilità di più sottili giochi. Essa significa simulare e precisamente «simulare fedeltà alla Chiesa corrotta e dominante, seguirne i riti e le imposizioni, ma rimanendo nel cuore fedeli alla setta». La prima volta che lessi questa spiegazione nel Rossetti, ne rimasi sbalordito anch'io e confesso che fui lì lì per metter da parte il libro. Ora, dopo anni di studio, mi meraviglio di quella mia meraviglia. Noi non ignoriamo che gli eretici del Medioevo, per esempio i Catari, prescrivevano agli affiliati di simulare l'ortodossia quando non potevano sfuggire alla persecuzione, come Guido prescriveva (vedremo) ai «Fedeli d'Amore» ben provveder di «mettersi in grato della religione», cioè della Chiesa. Abbiamo già visto che nel Fiore l'amico-iniziatore dice all'amante che per conquistare la Rosa deve molto «piangere» avanti alla vecchia che l'ha in custodia (Papa o Chiesa).

Molti dei motivi strani e tragici che vengono fuori in questa simulata poesia d'amore si ricollegano appunto a questo fatto, che il poeta ogni tanto deve far sapere alla setta che egli ama la sua donna, ma è costretto a piangere, cioè a fingere di non amarla e a seguire nella pratica della vita la volontà della Chiesa e a fingersi sottomesso a lei e a parlare simulando, e perciò si comporta esternamente come un non amante.

Le tragedie, delle quali vedremo le tracce, nascono da questo, che molte volte la setta accusa l'amante (l'adepto) di essere infedele e di qui le proteste dell'adepto che dice che egli piange soltanto, cioè simula fedeltà alla Chiesa corrotta, ma è fedelmente legato a Madonna, cioè alla vera Sapienza santa, alla Setta.

Due casi veramente caratteristici ci mostrano questa parola «pianto» nel suo vero significato.

Dante che, come vedremo in seguito, fu per un certo tempo allontanato dalla setta perché sospetto di esserle infedele (e la negazione del saluto di Beatrice si riferisce proprio a questo fatto), comincia una delle sue più oscure canzoni così:

Poscia ch' Amor del tutto m'ha lasciato,

non per mio grato,

ché stato non avea tanto gioioso,

ma però che pietoso

fu tanto del meo core,

che non sofferse d'ascoltar suo pianto;

i' canterò così disamorato... [97]

In questi versi è evidente che il gioco del gergo ha tradito la logica del poeta. Egli voleva dire velatamente che era stato allontanato dalla setta non per volontà sua, ma perché la setta non aveva saputo ascoltare e comprendere il suo pianto, cioè la simulazione che egli aveva dovuto fare accostandosi alla Chiesa. Ma non si è accorto che questo suo pianto così pietoso contraddiceva nettamente ai versi precedenti nei quali aveva detto che «stato non avea tanto gioioso», cioè che non vi era uno stato così gioioso come il suo (tanto è vero che lui non voleva esser lasciato da amore).

Si consideri attentamente questa strofa di Cino da Pistoia:

Amico, se egualmente mi ricange [98]

nïente già di me sarai allegro,

ch'io moro per la oscura, che pur piange,

la qual velata è 'n un ammanto negro [99].

Chi sia propriamente questa donna, perché pianga, perché si chiami la oscura, perché sia velata di un manto negro, naturalmente nessuno ce lo dice o si inventano in proposito romanzetti realistici. Eppure è chiarissimo. La divina Sapienza della setta è oscurata, non può risplendere nel mondo, non fa che piangere, è cioè costretta a simulare ed è perciò appunto coperta di un manto negro. E questo manto negro della donna che piange ritorna, sempre misteriosamente, in molti punti. Cecco d'Ascoli, proprio come Cino, scriveva:

Sì ch'io ridendo vivo lagrimando,

come fenice nella morte canto.

Ahimè! sì m'ha condotto il negro manto!

Dolce è la morte, po' ch'io moro amando

la bella vista coverta dal velo,

che per mia pena la produsse il cielo [100].

Qui il negro manto invece di stare addosso alla donna sta addosso all'adepto il quale piange, simula, ma il pensiero è lo stesso e l'uomo piange e muore per la donna che è velata.

E questa donna sotto il negro manto, questa che Cino chiama «l'oscura», la ritroveremo un giorno, più tardi, nell'Amorosa Visione di uno dei più grandi «Fedeli d'Amore», di Giovanni Boccaccio, la ritroveremo in una misteriosa fontana ove sono quattro e tre donne, le virtù cardinali e le teologali, e troveremo questo stranissimo fatto: che quella che rappresenta indiscutibilmente la Fede è nera e versa due fontane dagli occhi: è la Fede, la vera Fede che non può manifestarsi, è la Fede oscura e che piange, la Fede di Cino, la Fede di Cecco d'Ascoli, la Fede dissimulata di tutti questi «Fedeli d'Amore».

Il significato segreto di questa parola «piangere», ci spiega finalmente quella strana e tanto discussa controversia tra Guido Cavalcanti e Guido Orlandi, così sciocca nel senso letterale, della quale ci ha riportato il testo il Codice Vaticano 3214. Guido Cavalcanti nella ballata: Poi che di doglia cor convien ch'i' porti aveva scritto che avrebbe fatto «di pietà pianger amore».

L'Orlandi gli fece pedantescamente osservare che Amore «il vero amore, non può piangere», esso infatti non simula mai; simula invece l'uomo innamorato o la donna «per segnoraggio prendere e dividere», cioè nelle lotte della vita. Il settario vigilato simula (piange), non l'Amore. Riporto i versi perché in essi è evidentissimo il gioco del gergo:

Per troppa sottiglianza il fil si rompe

.   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .

Ch'amor sincero non piange né ride

in ciò conduce spesso omo o fema.

Per segnoraggio prende e divide.

E tu 'l feristi e no li perla sema (?)

Ovidio leggi: più di te ne vide.

Dal mio balestro guarda ed aggi tema [101].

Si osservi come l'Orlandi attribuisca l'errore di Guido alla «troppa sottiglianza» e come lo richiami a leggere «gli Ovidi», espressione usata anche da Cino da Pistoia e che evidentemente vuole indicare le prescrizioni convenute del gergo amatorio (così chiamate perché Ovidio aveva scritto la Ars amandi) e come egli (buon balestriere come sappiamo) si presenti scherzosamente pronto col suo balestro a cogliere in fallo il Cavalcanti.

Il Cavalcanti risponde sdegnosamente: «Di vil matera mi conven parlare» e dicendo all'Orlandi in varie parole che egli s'intende d'amore «di sua manera dire e di su' stato» meglio di lui. L'Orlandi, ostinato, risponde con un sonetto che è una vera rivelazione perché in esso riconosce al Cavalcanti un gran numero di bellissime qualità, che hanno rapporto evidente con l'Amore settario ma non hanno nulla a che vedere con l'amore per la donna. Guido era stato e forse era ancora il brillantissimo capo del movimento, quello che aveva portato la setta in molto floride condizioni, ed era un abilissimo artefice di versi a significato anfibologico. L'Orlandi ricorda proprio tutti questi suoi meriti, ma vuole insistere che non si può dire che amore pianga.

Riconosce che Guido sa limare (i versi), «di palo in frasca come uccel volare» (passare abilmente dall'uno all'altro senso), «con grande ingegno gir per loco stretto» (abilmente insinuarsi tra le strettezze del parlare doppio) e sa «salvar lo guadagnato» (conservare alla setta ciò che essa ha), «accoglier gente» (chiamare ad essa nuovi adepti), «terra guadagnare» (estendere l'attività della setta in altre città). Ma Guido non ha che un difetto solo, cioè che va «dicendo tra la savia gente» (tra i poeti d'amore, tra gli affiliati) che farebbe «piangere amore». Il sonetto termina riaffermando la spiritualità del poeta, che vuol confermare d'intendersi delle cose dello spirito tanto da aver disusato l'amore materiale.

Amico, i' saccia ben che sa' limare

con punta lata maglia di coretto, [102]

di palo in frasca come uccel volare,

con grande ingegno gir per loco stretto, [103]

e largamente prendere e donare,

salvar lo guadagnato (ciò m'è detto),

accoglier gente, terra guadagnare:

in te non trovo mai ch'uno difetto;

che vai dicendo in tra la savia gente,

faresti Amore piangere in tuo stato.

Non credo, poi non vede [104]: quest'è piano.

E ben di 'l ver, che non si porta in mano:

anzi per passion punge la mente

dell'omo ch'ama e non si trova amato.

Io per lung'uso disusai lo primo

amor carnale: non tangio nel limo [105].

«Saluto», «Salute». Si trovano usate le due parole promiscuamente l'una per l'altra. L'amante si compiace del «saluto» o della «salute» che la sua donna gli porge, e l'effetto di esso è tale quale non pare che il saluto abbia avuto mai fuorché per questi amanti del dolce stil novo. Legittimo il sospetto che si tratti di convenzione.

Se si pensi che in questo «saluto» sia adombrato un atto rituale (del quale non è facile per ora determinare i particolari) [106], col quale l'adepto venga messo con una speciale commozione in contatto con un'immagine o con delle parole della Sapienza santa, si comprenderanno molte cose che in altro modo restano incomprensibili.

Si noti che quasi tutti i poeti del dolce stil novo parlano di questo saluto e dei suoi effetti mirifici. Inutile ricordare l'effetto che descrive Dante del saluto di Beatrice, il quale commuove, secondo egli dice, non lui solo, ma tutti.

e cui saluta fa tremar lo core,

si che, bassando il viso, tutto smore,

e d'ogni suo difetto allor sospira [107].

Anche Gianni Alfani parla di questo saluto, compiacendosi di averlo ricevuto:

Una donna

che con gli occhi mi tolse

il cor, quando si volse

per salutarmi e non mel rende mai.

.   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .

e veggiovi con lei

il bel saluto che mi fece allora [108].

Cino ricorda alla donna:

il giorno che da pria

gli donaste il saluto

che dar sapete a chi vi face onore. [109]

Egli prega anche in altra forma le «donne» sue che gli facciano avere il saluto di Madonna:

E s'ella pur per sua mercé conforta

l'anima mia piena di gravitate

a dire a me - Sta' san - voi la mandate. [110]

Lapo Gianni dice:

Aggio sì bon sembianti d'ogni lato,

che salutato son bonairemente

.............................................

m'ha poi sempre degnato salutare [111].

Noi sappiamo invece quale tragedia suscitò in Dante il fatto che questo saluto che (dopo 9 + 9 anni precisi!) gli era stato concesso, gli fu, in seguito a certe accuse delle quali parleremo meglio, ritolto.

Ho detto che saluto si confonde con salute. Dante il giorno in cui ebbe il saluto, ebbe anche una visione nella quale vide fra le braccia d'Amore Beatrice che era «la donna della salute». Tutto questo fa pensare che quel saluto debba avvicinarsi a un atto che dà la salute o la spes salutis.

C'è infatti una strofa di Cino, nella quale il saluto è portato dalla speranza che reca amore:

L'alta speranza, che mi reca Amore,

d'una donna gentil ch'i' ho veduta,

l'anima mia dolcemente saluta

e falla rallegrar dentro allo core [112].

Una piccola poesia interessantissima di Lapo Gianni deve essere riletta per intero perché in essa appare molto trasparentemente il ricordo di un rito che si è compiuto fra un gruppo di «Fedeli d'Amore» a base di saluto di Madonna.

Il poeta dice di essere stato guidato da Amore come i Magi «a veder quella / che il giorno amanto prese nuovamente / ond'ogni gentil cuor fu salutato».

Questo giorno speciale evidentemente noto ai destinatari della poesia, nel quale Madonna prese un nuovo manto, ci riporta indubbiamente a una forma rituale, nella quale il simbolo della Sapienza santa era pensato (o non forse rappresentato?) come vestito di un colore nuovo e porgeva il saluto.

Possiamo indovinare che questo colore nuovo era il bianco, perché Dante ci dice nella Vita Nuova di aver visto da prima Beatrice vestita di sanguigno, ma il giorno del saluto era vestita di bianco. Lapo Gianni sembra si lasci sfuggire inavvedutamente un nesso di causa e di effetto tra l'abito di Madonna e il saluto (nesso che nel senso letterale non esiste), dicendo che ogni gentil cuore (si noti, non il poeta soltanto) fu salutato perché Madonna aveva preso un nuovo manto:

che 'l giorno amanto prese novamente

ond'ogni gentil cor fu salutato.

Il poeta venuto da lontano per questa cerimonia ha provato proprio gli stessi effetti (di mistica commozione) che provava Dante al saluto, si è afforzato per non cadere e naturalmente si è rinnovata in lui la mistica morte perché al saluto «il cor divenne morto che era vivo».

Il poeta non ha visto né occhi, né bocca della donna, ha visto (penetrato) lo intelletto di questa mistica essenza:

Siccome i Magi a guida de stella

girono inver le parti d'Orïente

per adorar lo Signor ch'era nato, [113]

così mi guidò Amore a veder quella

che 'l giorno amanto prese novamente,

ond'ogni gentil cor fu salutato.

I' dico ch'i' fu poco dimorato,

ch'Amor mi confortava: non temere,

guarda com'Ella vien umile e piana!

Quando mirai un po' m'era lontana;

allora m'afforzai per non cadere;

il cor divenne morto ch'era vivo.

Io vidi lo 'ntelletto su' giulivo

quando mi porse il salutorio sivo [114].

Accanto a questo sonetto bisogna metterne un altro di Dante che («per caso» direbbero i critici «positivi») ricorda esso pure una solennità, una riunione di «donne» (gli adepti) e Amore in mezzo ad esse e tra loro la Donna che dona salute a chi ne è degno, cioè a ogni cuor gentile. Se questi due, Dante e Lapo, non sono stati alla stessa cerimonia, sono stati a due cerimonie simili e forse con ciò abbiamo appreso che la cerimonia si faceva per Ognissanti come l'iniziazione si faceva per Pasqua, quando accadevano tutti quegli innamoramenti violentissimi e improvvisi come quello del Boccaccio (Sabato Santo) e del Petrarca (Venerdì Santo).

Di donne io vidi una gentile schiera

questo Ognissanti prossimo passato,

e una ne venia quasi imprimiera,

veggendosi l'Amor dal destro lato.

De gli occhi suoi gittava una lumera,

la qual parea un spirito infiammato;

e i' ebbi tanto ardir, ch'in la sua cera

guarda' [e vidi] un angiol figurato,

a chi era degno donava salute

co gli atti suoi quella benigna e piana,

e 'rapiva 'l core a ciascun di vertute.

Credo che de lo ciel fosse soprana,

e venne in terra per nostra salute:

là 'nd'è beata che l'è prossimana [115].

Bisogna osservare che anche quella misteriosa «Intelligenza» di Dino Compagni che, come abbiamo visto, è parente strettissima di tutte queste donne che salutano, sta in un palazzo dove i diversi ambienti rappresentano probabilmente gradi d'iniziazione, e in quel palazzo

Il terzo loco è lo salutatorio,

che vuol molto probabilmente dire: il terzo grado (dell'iniziazione) è quello nel quale si riceve il saluto, richiamandoci alle frequenti allusioni al «terzo cielo» o al «terzo grado» che nel cielo materiale è il cielo di Venere, ma nel simbolo significò assai probabilmente «la setta» o un grado superiore della sua iniziazione. [116]

Non si deve dimenticare che questo misterioso saluto aveva già prodotto gli stessissimi effetti di trafiggere il cuore, di togliere la parola, di far vedere la morte lasciando l'amante come cosa che ha soltanto l'aspetto di uomo, in Guido Guinizelli:

Lo vostro bel saluto e gentil guardo,

che fate, quando v'incontro, m'ancide.

Amor m'assale, e già non ha riguardo

s'egli face peccato, o ver mercide.

Che per mezzo lo cor mi lancia un dardo,

che d'oltre in parti lo taglia e divide.

Parlar non posso, ché in gran pena io ardo,

sì come quello, che sua morte vide.

Per gli occhi passa, come fa lo trono

che fer per la finestra della torre,

e ciò, che dentro trova, spezza e fende.

Rimagno come statua d'ottono,

ove vita, né spirto, non ricorre,

se non che la figura d'uomo rende [117].

«Luogo di ritrovo» e «corte d'amore». Questi innamorati hanno anche un loro luogo di ritrovo che non spiegano mai dove sia e che non si intenderebbe con il presupposto che essi siano dei veri e semplici innamorati, mentre si spiega benissimo se significhi il luogo di ritrovo della setta. Guido Cavalcanti dice che i suoi occhi

Menarmi tosto senza riposanza

in una parte, là 'v'i' trovai gente

che ciascun si doleva d'amor forte [118].

Che gli amanti veri usino di andare proprio a dolersi d'amor forte tutti insieme non mi sembra sostenibile.

Gianni Alfani, sempre guardandosi bene dal dire dove ha visto la sua donna, ma parlando evidentemente a persone che sanno completare il pensiero, scrive:

Guato una donna dov'io la scontrai...

Io pur la miro là dov'io la vidi...

Amor mi vien colà dov'io la miro [119]...

Il Cavalcanti dice di un antico (un vecchio, o di idee vecchie?) che gli aveva consigliato di abbandonare Amore (la setta) dicendogli: «Se non ti parti / del loco ove sei miso...». Sempre l'allusione a un luogo e sempre velata.

Dante [120] parla chiaramente della sua nostalgia

del dolce loco e del soave fiore

che si intende per Firenze, ma alludendo al luogo dove il «Fiore» ha la sua sede. È sempre lo stesso innominato luogo «il luogo ove tien corte Amore».

In questo «luogo» la setta naturalmente giudica i suoi e li chiama molte volte a render conto del loro operato.

Quando Ser Monaldi dice: «Citato sono alla corte d'amore», quando Cavalcanti dice d'essere accusato «nel fero loco ove tien corte amore» o Cino da Pistoia scrive:

Ond'io ne son di già chiamato a corte

d'Amor, che manda per messaggio un dardo;

il qual m'accerta che, senz'esser tardo

di suo giudizio avrò sentenza forte; [121]

tutti questi non perdono tempo con immagini sciocche e astruse, ma dicono semplicemente che devono in qualche maniera rispondere del loro operato alla setta. E Lapo Gianni si lascia sfuggire questo pensiero in forma anche più grossolana dicendo:

Data sentenza in tribunal sedendo

sì che per voi non si possa appellare

ad altro Amor che ve ne possa atare [122].

Naturalmente si sfruttava così la tradizione delle corti d'amore, le quali del resto anche in Provenza servirono mirabilmente a nascondere riunioni che si occupavano di cose ben più serie che d'amore, in un ambiente saturo di tragedie religiose.

Ma se si fosse trattato di una vera corte d'amore, ripeto, perché tanti misteri sul luogo, sulle persone, sul capo, sui procedimenti? Perché Dante, pur parlando tanto di certe strane «donne» che si dilettavano «l'una ne la compagnia dell'altra» [123] non ci dice nulla di questa corte d'amore? A proposito di tali corti o tribunali abbiamo già osservato quanto spesso si accenni a gente «faidita della schiera d'amore», abbiamo accennato al sonetto di Cavalcanti a Dante che fa sapere che ha trattenuto Amore mentre affilava i dardi contro Lapo e all'altro sonetto, forse di Dante: Amore e Monna Lagia, nel quale si esulta per la cacciata dalla setta di un indegno che è probabilmente lo stesso Lapo.

Ma anche il brillante capo della setta, Guido Cavalcanti, provò a un certo punto i rigori del «fero loco ove tien corte amore». E una buona parte delle sue poesie sono di risentimento e di protesta contro la setta che non lo apprezza più, minacce di abbandonarla e querele infinite. E noi sappiamo che Dante rimpianse molto a un certo punto che Guido non mirasse più «a questa gentilissima» (Giovanna). Il dramma dell'abbandono della setta da parte di Guido per il quale essa si chiamava «Giovanna», suona nella Vita Nuova e ha molti echi in tutta questa poesia.

Tra gli innumerevoli sonetti di questo tono io debbo citarne uno attribuito al Cavalcanti nel quale il poeta parla addirittura dei suoi nemici e si lamenta che nessuno più lo aiuti, quantunque abbia speso tutto il suo tempo in servizio della setta (in far d'Amor suo gradi). Lo cito perché quel suo appello alle sue benemerenze e alla sua devozione ad Amore non avrebbe senso serio di fronte ai nemici, se si fosse trattato di amore per le donne. Si trattava di un Amore (la setta) che avrebbe dovuto ripagarlo di gratitudine e invece lo lasciava abbandonato ai nemici o forse anche gliene suscitava contro egli stesso.

I' sì mi tengo, lasso a mala posta;

or ecco il fatto e sonvi per lo fermo

a tal che non mi val neuno schermo,

e assalito son da ongne costa;

e no mi danno i miei nemici sosta

perché fedito vegianmi ed infermo,

ned io medesmo non mando a Palermo

per tal dolor sanar che tanto costa;

ch'anzi mi sforzo pur deli contradi

e quanto posso tuttor trago a essi

ed e' così mi pagan dela via:

trovar non posso in alcun cortesia,

ed io dolente i miei spiriti messi

tutto tempo aggio in far d'Amor suo gradi. [124]

In questo sonetto è curiosa anche l'allusione al fatto che Guido non manda a Palermo. Che significa? A cercar grandi medici? O non forse a Palermo, antico centro della setta, era rimasta qualche suprema autorità settaria alla quale egli avrebbe potuto appellarsi?

«Gaiezza», «Gaio». È tutto ciò che si riferisce alla Sapienza santa e alla setta che la venera. Non indago qui quale legame abbia la parola con la «gaia scienza» e il «gaj saber», gravemente sospettati di nascondere nell'ambiente provenzale un movimento segreto di idee perfettamente analogo a questo. Certo è che la parola «gaio» e «gaiezza» ricorrono assai spesso come qualifica di tutto ciò che riguarda l'Amore o Madonna. Dante piange per una donna morta

che donna fu di sì gaia sembianza. [125]

Si parla assai spesso del «tempo gaio» o del «tempo verde» in contrapposizione al «tempo freddo». E il tempo in cui trionferà la verità santa in contrapposizione al presente in cui trionfa l'errore e il male.

 

«Noia», «Noioso». Tutto ciò che sta fuori è contro la setta (opposto a «gaio» e «gaiezza» come «morte» opposta a «vita»).

«Amore», dice Cavalcanti «vive in parte dove noia more». In uno di quei sonetti nei quali come capo riconosciuto della setta ammonisce e guida i suoi, rimprovera Dante di posare vilmente e di frequentare gente «noiosa» che prima fuggiva («tuttor fuggivi la noiosa gente») e finisce eccitandolo a che si riscuota:

Lo spirito noioso che t'incaccia

si partirà da l'anima invilita. [126]

Lapo Gianni dice che la sua donna lo ha liberato dalla «antica noia»:

quella che m'ha 'n signoria

e dispogliato de l'antica noia. [127]

Guido Cavalcanti dice che quando Amore lo fece pauroso di sé, lo sospettò d'infedeltà (e abbiamo visto che lo citò alla corte d'amore), gli occhi della donna «mi guardar com'io fosse noioso». E in infiniti altri passi si ritrova questa parola «noia», «noioso», in netta contrapposizione a «gaiezza», «gentilezza», «Amore». Anche nel Fiore Amore è opposto a «noia». «Sanz'amor non è altro che noia [128]».

 

«Vento», «Freddo», «Freddura», «Gelo». Sono tra le molte parole che servono a designare la forza opposta ad Amore (la Chiesa potente e corrotta) e il suo prevalere. Questi poeti, ed essi soli mi pare, sentono questa violenta opposizione tra l'amore e l'inverno, il tempo freddo, il gelo, ecc. Gli altri fanno all'amore in tutte le stagioni come usa l'«homo sapiens».

Guido Orlandi, volendo probabilmente esprimere che l'amore può errare o perché sopraffatto dalla forza avversa (dal freddo) o per eccesso di zelo e di entusiasmo, scrive:

Che giusto sia che (Amore) puote esser fallente

per freddo che sormonti o per calore. [129]

Dante in una delle sue più famose e meno intese poesie, che esamineremo: Io son venuto al punto della rota, fa una lunga e tragica descrizione di un fantastico inverno durante il quale però egli resta fedele ad Amore. La mirabile energia di tutte le espressioni contrasta vivamente con la piccolezza del concetto fondamentale che, nel senso letterale, sarebbe semplicemente questo: «Quantunque sia inverno e faccia molto freddo, io tuttavia son sempre molto innamorato». Concetto non solo meschino (perché si sa bene che gli innamorati in genere sono innamorati anche d'inverno), ma che contrasterebbe, come vedremo meglio in seguito, col tono veramente eroico di tutta la canzone. Tale contrasto sparisce e tutta la canzone diventa immensamente più bella se si intenda il suo senso riposto. «E tempo freddo, inverno, gelo, cioè prevalere della Chiesa corrotta crudele e tirannica (siamo forse all'epoca della distruzione dei Templari, con i quali, come vedremo, la setta dei «Fedeli d'Amore» era strettamente legata) e Dante, mentre tutti gli augelli che temono il freddo fuggono, e

tutti li animali che son gai

di lor natura, son d'amor disciolti,

però che 'l freddo lor spirito ammorta,

protesta la sua fedeltà eroica alla setta, cioè alla verità santa, grida:

io de la mia guerra

non son però tornato un passo arretro.

E augura e attende il ritorno del

dolce tempo novello, quando piove

amore in terra da tutti li cieli [130],

cioè il tempo in cui Amore con la vera Sapienza cui esso è fedele trionferà sul mondo. Anche la parola «vento» ha lo stesso senso e infatti «le donne» fecero a Dante rispondendo alla sua canzone il buffissimo elogio di non aspettare «vento né piova», cioè di aspettare invece il «tempo verde» ed ecco come e perché, quando Cino scriveva il resoconto del suo viaggio, aggiungeva una notizia che sembra una sciocchezza:

Ora 'n su questo monte tira vento

per dire che la Chiesa dominava indiscussa e aggiungeva quella buffa conseguenza del vento:

ond'io studio nel libro di Gualtieri

per trarne nuovo e vero intendimento [131].

Studiava il libro di Gualtieri, cioè il Gualtieri dell'Amore di Andrea Cappellano, ma per trarne nuovi artifici e nuovi pensieri segreti nella lotta in pro di Amore, della setta.

A proposito della parola «gelo» è profondamente rivelatore un passo della expositio che Nicolò de' Rossi fece alla sua canzone Color di perla. In questa canzone, nella seconda strofa, cominciando a parlare dei diversi gradi dell'amore e propriamente del primo, dice: «Zunto primo lo spirto liqueface». Il primo effetto dell'amore dunque, nel primo grado, dev'essere una certa liquefazione e il de' Rossi ci spiega che cosa è questa liquefactio: «Hic incipit primus gradus. s. liquefactio que opponitur congelationi. ea enim que sunt congelata non sunt habilia ad recipiendum aliquid in se ipsis. unde ad amorem primo pertinet quod appetitus coaptetur ad intencionem amati prout amatum est in amante».

E qui si vede nella maniera più limpida chc nel primo grado dell'amore l'adepto doveva disciogliersi dal gelo, cioè dalla soggezione alla Chiesa corrotta, cosa che come vedremo, è espressa ugualmente nella figura rivelatrice del Barberino, nella quale il primo grado dell'amore emerge nella «vita nuova» dal «religioso» che è morto.

«Gelosia». Al significato speciale della parola «freddo» e «gelo», si ricollega probabilmente il significato speciale di «geloso» e «gelosia» contrapposti ad Amore. Sono frequenti i versi nei quali si ripete che Amore rende gli uomini felici, mentre gelosia li rende infelicissimi o malvagi. Del resto abbiamo già veduto che nel Fiore la Chiesa corrotta che rinserra la Rosa, la vera dottrina, nel castello per sottrarla al legittimo amante, si chiama appunto Gelosia e l'espressione risulta perfettamente appropriata: «Gelosia fece murare un castello». Guido Orlandi scrive un complicato sonetto contrapponendo la gelosia all'Amore e concludendo in forma tale che esclude che si possa trattare della solita gelosia e del solito amore:

Di gelosia d'amore feci un nodo

che dur'a scioglier t'è se non intendi

lo meo sermone ornato tondo, e sodo [132].

E ciò in risposta a una critica che gli aveva fatto Dino Compagni intorno a una sua canzone sulla gelosia.

Ma se si pensi che, da quanto appare, questi poeti ignoravano completamente il sentimento della gelosia nei rapporti delle donne, che mai una volta in tutta questa poesia la gelosia è comparsa sul serio come sentimento riguardante una donna, si dovrà convenire che quella gelosia alla quale Guido Cavalcanti dice tanti improperi, contrapponendola nettamente ad Amore, non è la gelosia vera, ma proprio la Chiesa corrotta contrapposta ad Amore della vera Sapienza.

Infatti egli dice delle cose che con la gelosia vera non hanno nulla a che vedere, per esempio che la gelosia rende gli uomini codardi, il che non è vero affatto (se mai li rende violenti); e dice che rende l'uomo villano (e villano è proprio sempre il seguace della Chiesa); e che lo rende «scarso di uguaglianza» in quanto appunto la Chiesa con tutte le sue gerarchie negava la vera uguaglianza evangelica degli uomini di fronte a Dio.

D'amore vene ad om tutto piacere,

da Gelosia ispiacer grave e pesanza;

d'Amore, è l'om cortese a suo podere,

da Gelosia villan con mala usanza.

D'Amore è ch'om si fa largo tenere,

da Gelosia iscarso d'iguaglianza;

d'Amore è l'omo ardito e sa valere,

da Gelosia codardo esser n'avanza.

D'Amor ven tutto ben comunemente

quanto sen può pensare od anche dire,

perch'io amo di lui esser servente.

Da Gelosia ven poi similemente

male et dolore, affanno con martiro,

perch'io l'odio a podere e m'è spiacente [133].

Come si potrebbe contrapporre, sul serio, la gelosia a quell'Amore che cantava Guido Cavalcanti e che prendeva «loco e dimoranza nell'intelletto possibile», che era cioè evidentemente amore della Sapienza e della verità santa?

«Pietra», «Sasso», «Marmo». È un'altra designazione di gergo per «Chiesa corrotta». Non è improbabile che l'idea sia stata suggerita dalla corruzione di «Petrus». Era la pietra ora corrotta sulla quale Cristo aveva edificato. Di più la Chiesa corrotta che chiude dentro di sé e nasconde agli altri la vera santa Sapienza ricevuta dal Cristo e amata dai «Fedeli d'Amore», si presta mirabilmente a esser raffigurata come una «pietra» entro la quale si trovi qualche cosa di misterioso e di sacro o sotto la quale addirittura giaccia la donna morta, che però, secondo quanto dice il cuore, è ancor viva. Ne abbiamo già parlato a proposito del secondo significato della morte di Madonna e del sonetto: Deh, piangi meco tu dogliosa pietra.

Questa considerazione, unita a molte altre, trasformerà completamente ai nostri occhi le famose poesie di Dante per Madonna Pietra, le quali invece di essere, come si crede, delle poesie d'amore che sarebbero espresse in forme sadiche e feroci («Questa scherana micidiale e latra» e simili), sono delle vere e proprie poesie di odio contro la Pietra, cioè contro la meretrice che si è impossessata del Carro della Chiesa, la quale non soltanto è pietra, ma impietraPietra è di fuor che dentro pietra face») e che, come vedremo, ha molti rapporti con Medusa che impietra, corruzione della Sapienza che fa di smalto chi la vede. Essa è infatti quella Roma alla quale Pietro di Dante faceva dire:

Io sono il capo mozzo dallo 'mbusto [134].

Ma sulle canzoni per la donna Pietra ci tratterremo più avanti. Qui basti ricordare che, se quel sonetto non è di Dante, non è stato Dante solo a parlare di questo misterioso personaggio, ma che anche altri lo hanno conosciuto e odiato come Dante lo odiava.

Anche il sonetto di Cino da Pistoia: Io fui sull'alto e sul beato monte, ove egli dice d'aver pianto sulla «pietra» che chiudeva la sua donna, per quanto sia uno dei più riusciti sonetti del dolce stil novo (cioè dei più commossi e dei più logici e coerenti nel senso esterno), si spiega perfettamente tutto come il lamento di un fedele che piange sulla Chiesa la quale contiene, ma nasconde come morta la Sapienza santa da lui amata.

Per analogia si dice «pietra» chi segue la «pietra» ed è quindi impietrato. Il Cavalcanti dice di aver aspetto di «pietra».

Io vo come colui ch'è fuor di vita,

che pare, a chi lo sguarda, c'omo sia

fatto di rame o di pietra o di legno. [135]

E quegli uomini fatti di pietra da quella «Pietra di fuor che dentro pietra face», cioè i seguaci della Chiesa, sono appunto quelle tali «pietre» che in un verso di Dante, ridicolissimo nel senso letterale e tragico nel senso profondo gridano contro di lui: Mora! Mora!

Le pietre par che gridin: Mora! Mora!

Sono i nemici della setta (pietre impietrate dalla pietra) che gridano contro Dante, il «Fedele d'Amore».

Un mottetto oscuro di Francesco da Barberino ci illumina del resto con perfetta chiarezza sul significato di questa pietra. Esso suona:

Caro impetra amor di petra

chi so petra petre impetra.

E poiché quel petre è evidentemente un vocativo di Petrus, il mottetto suona chiaramente che chi impetra «O Pietro», cioè chi volge le sue preghiere, i suoi voti e la sua fede al Papa impetra l'amore di una pietra.

E poiché quel «caro» ad onta degli artifici che vi ricama sopra il Barberino nella nota è difficile possa essere interpretato altrimenti che «a caro prezzo», il senso vero del mottetto è: «Chi sotto la Pietra (la Chiesa) invoca O Pietro”, invoca a caro prezzo (a suo danno) l'amore di una pietra (che amore non ha)».

Ma la parola pietra torna ancora assai stranamente nel De Vulgari Eloquentia di Dante. Ivi si trova come uno stranissimo e incomprensibile segno, questa buffa frase: «Petramala civitas amplissima est, et patria maiori parti filiorum Adam». Il poeta continua spiegando di aver voluto intendere che ognuno crede che il proprio borgo sia una città grandissima e il proprio volgare la lingua che fu parlata da Adamo, ma è certo molto strano che non solo quegli attributi dati a Pietramala si riferiscano perfettamente a Roma (madre spirituale della maggior parte dei figli di Adamo traviati), ma che si senta perfettamente in questo discorso un segreto riferimento al fatto che quei di Pietramala ritengano che il loro volgare sia la lingua prima dell'umanità (come quelli di Roma ritengono che la fede di Roma sia veramente l'originaria fede di Cristo)! [136]

«Selvaggio», «Villano». È l'uomo che segue la Chiesa di Roma. Egli è naturalmente l'opposto di «cortese», «gentile». Egli si rallegra e ride quando l'aria è fredda, cioè naturalmente quando Amore è perseguitato e avvilito.

Poi ch'aggio udito dir dell'uom selvaggio

che ride e mena gio' de lo turbato tempo;

ché l'air fredda in suo coraggio, [137]

dice Guido Orlandi; e anche Jacopo da Lentini aveva messo in rapporto il «selvaggio» col «gelo»:

per quello ch'è salvagio

Dio li mandi dolore,

unqua non venga a magio:

tant'è di mal usagio,

che di stat'à gielore. [138]

Inghilfredi aveva già dato una graziosa spiegazione apparente, ripresa da altri, dell'amore che ha l'uomo selvaggio per il freddo e dell'odio che ha per il «tempo chiaro»; ed è che quando il tempo era chiaro si spauriva pensando alla tempesta.

L'omo selvaggio ha in sé cotal natura

che piange quando vede il tempo chiaro

però che la tempesta lo spaura. [139]

Ma questa vecchia tradizione sulle abitudini dell'uomo selvaggio è sfruttata per contrapporla all'uomo gentile e al «Fedele d'Amore», che invece ama il «tempo gaio», il «tempo verde», il «tempo chiaro», che verrà col trionfo della verità santa.

La parola si prestava mirabilmente per far sapere in quei sonetti, che sono in realtà «lettere informative» sotto l'apparenza dell'amore, se in un dato luogo vi erano o non vi erano adepti. Quando Cino da Pistoia scriveva:

Poiché io son lunge in fra selvaggia gente,

dava semplicemente conto dell'ambiente in cui si trovava nei rapporti della setta. Infatti egli diceva più chiaramente:

Ciò ch'io veggo di qua m'è mortal duolo,

poiché io son lunge in fra selvaggia gente;

la quale io fuggo e sto celatamente,

perché mi trovi Amor col pensier solo.

E dopo aver detto come egli andasse col pensiero a riguardare la sua donna, dice:

quella, ch'io chiamo, lasso! coi sospiri,

perch'odito non sia da cor villano

d'Amor nemico e degli suoi desiri. [140]

Anche Dante raccomandava alla sua canzone di non palesarsi alla «gente villana».

non restar ove sia gente villana:

ingegnati, se puoi, d'esser palese

solo con donne o con omo cortese. [141]

E la soave ballatetta di Guido: Perch'io non spero di tornar giammai scritta non sul morire, come si crede, ma assai prima, quando mirava ancora alla sua Giovanna, riceve raccomandazione analoga.

...guarda che persona non ti miri [142]

che sia nemica di gentil natura:

ché certo per la mia disavventura

tu saresti contesa

tanto da lei ripresa

che mi sarebbe angoscia [143]

E se la ballatetta significava cosa che i nemici di gentil natura non dovevano mirare, è assai probabile che parlasse con una dolce fantasia poetica di morte figurata, di «mistica morte» (va ragionando nella strutta mente) e non di morte reale.

«Tuono». Minaccia o atto di violenza o scomunica che viene dalla Chiesa contro un «Fedele d'Amore» o contro la setta.

Questi «tuoni» o «troni» hanno due effetti veramente strani nel senso letterale, cioè mettono in fuga il bene e fanno cambiare aspetto agli uomini, cioè disperdono e mettono in fuga coloro che cercano il bene, i «Fedeli d'Amore», e li costringono a «cambiar faccia» cioè a «simulare». Cino scrivendo a Dante in un sonetto trasparentissimo, parla appunto di questi «tuoni» nati dal «contrario del bene»:

Dante, io non odo in quale albergo suoni

il ben che da ciascun messo è in oblio;

e sì gran tempo è che di qua fuggio,

che del contrario son nati li tuoni;

e, per le varïate condizïoni,

chi 'l ben facesse non risponde al fio:

il ben sai tu che predicava Dio,

e nol tacea nel regno de' demoni. [144]

Ognuno comprende che questo vaghissimo e indefinito «ben» che si è disperso è la setta o la sua dottrina e che proprio dal contrario di essa (dalla Chiesa) sono nati «li tuoni», cioè le minacce e le persecuzioni. D'altra parte Dante stesso (quel Dante che la tradizione ci ha raffigurato come denunciato ai Frati Minori per eresia e salvatosi per aver saputo in una notte redigere tutto un Credo cattolico in versi senza il più piccolo errore!) questo Dante scrive a un certo punto di sé:

E mostra poi la faccia scolorita

qual fu quel trono che mi giunse adosso. [145]

Parole alle quali nel senso letterale, è assai difficile dare un significato serio, ma che ne acquistano uno molto serio e tragico messe accanto a quelle prime parole di Cino o a queste altre di Cino stesso nelle quali egli pure, minacciato e costretto a simulare, dice di avere la faccia scolorita cioè di essere vestito come un morto, perché la Morte (la Chiesa) combatte il suo cuore:

Si ché la Morte ch'io porto vestita

combatte dentro a quel poco valore

che mi rimane, con pioggia e con tuoni.

Allor comincia a pianger dentro al core

lo spirito vezzoso della vita,

e dice - o Amore, perché mi abbandoni. [146]

Nel senso letterale si potrà spiegare, per quanto malamente, che la morte combatta con pioggia (cioè con lacrime), ma questi «tuoni» che fa la «morte» proprio non saprei vedere che cosa siano. Bacciarone in una canzone contro la setta dei «Fedeli d'Amore» ove in molti punti la mette in ridicolo, ride delle scomuniche che (come la Chiesa) lanciava la setta (Amore), a petto alla quali i tuoni veri sono soavi:

Colpi di tuoni quasi son soavi,

a paraggio dei suoi, tanto son gravi,

ed empi.

Vergogna», «Vergognarsi». È lo stato di chi per timore (della Chiesa corrotta) resta lontano dalla Sapienza santa e dalla setta rimanendo però fedele a esse. Quando diventa veramente infedele, allora cade nella «morte». I seguenti versi di Cino da Pistoia scusano evidentemente il poeta di essersi «ammutolito» in un momento grave. Egli dice dapprima, in una sua canzone:

Canzon, io so, che ti dirà la gente:

perché quest'uom fu da timor sì giunto,

ch'e' non parlava punto?

Dov'era il suo parlar d'amore allora?

Al che la canzone deve rispondere:

...io mi vergognava allor più forte,

che dato non m'avea però la morte,

Vergognavami sol per ch'io era vivo,

.   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .

ben fu miracol ch'io non caddi morto. [147]

Tutto questo vuol dire evidentemente: «Ho dovuto tacere e non mandar versi per prudenza, ma sono sempre dei vostri».

Anche altrove Cino che, come vedremo, è stato uno dei più ondeggianti e malfermi «Fedeli d'Amore», spesso incerto e spesso in sospetto e talora in dispregio presso i compagni, ripete:

Poi ché sentir li miei spiriti Amore

di lei chiamar son stati vergognosi. [148]

E altrove:

In disonor e 'n vergogna solamente

degli occhi miei che mirarono altrui. [149]

Ser Ventura Monaci scrive:

ond'io son fatto fera

che lei fuggendo di vergogna suda, [150]

dove la parola «vergogna» applicata a una fera suona per lo meno molto strana, e invece suona comprensibilissima se il poeta voglia dire che per paura o per prudenza si tiene lontano dalle riunioni della setta.

«Natura». È la debolezza dell'adepto per la quale è concesso e stabilito ch'egli possa dissimulare il suo amore alla Sapienza santa e parlare velatamente.

Guido Guinizelli mostra il vero senso della parola scrivendo a Buonagiunta quel sonetto (che nel senso letterale è stranissimo e confuso, ma che ora diventa limpidissimo): «Omo ch'è saggio non corre leggero» già spiegato sopra.

Ivi è detto che l'uomo saggio «ritiene suo pensiero» perché dee guardar suo stato e sua natura» e conclude:

Volan per aire augelli di strane guise,

né tutti d'un volar, né d'uno ardire;

et hanno in sé diversi operamenti;

Dio in ciascun grado natura mise,

e fe' dispari senni e intendimenti:

e però ciò che om pensa, non de dire. [151]

In questo sonetto non solo, come vedremo, si dà ragione del perché si son dovute mutare le maniere «de li piacenti detti dell'amore» (perché bisogna esser cauti nel parlare delle proprie cose), ma si spiega che una tale cautela è dovuta alla natura dei diversi augelli (adepti) tra i quali ve ne sono di quelli che sono di natura debole e non potrebbero quindi affrontare la lotta aperta.

Cino da Pistoia quando vuole descrivere lo stato d'incertezza della sua anima perché ha paura della Morte (cioè della Chiesa corrotta), scrive:

La mia natura combatte e divide

Morte, ch'io veggio là unque mi giro, [152]

e non risulta che stesse alla guerra dove avrebbe potuto vedere davvero la «morte» tutta in giro, ma era soltanto sotto la minaccia della Chiesa che lo sorvegliava da ogni parte, sicché la sua «natura» (debolezza) era combattuta e divisa tra la paura di lei e il desiderio della Sapienza santa, cioè l'amore per la setta. Altrove Cino stesso scrive:

L'uom che conosce è degno ch'aggia ardire

e che s'arrischi; quando s'assecura

vêr quello onde paura

può per natura o per altro, avvenire. [153]

Parole nelle quali si parla sempre con artificiosa espressione indefinita di quello onde a cagione della (debole) natura dell'adepto può venire paura. Naturalmente aver natura gentile significa invece essere «Fedele d'Amore». Cavalcanti dice alla ballata: «Guarda che persona non ti miri / che sia nemica di gentil natura». [154]

«Gravezza». È il doloroso imbarazzo del «Fedele d'Amore» stretto tra le minacce della Chiesa e L'attrazione della setta.

Cino, per far sapere che egli si comporta in dato modo (che destava sospetti) per la situazione imbarazzante in cui lo poneva la sorveglianza della Chiesa, scrive:

E gli atti e gli sembianti ch'io foe

son come d'un che 'n gravitade more. [155]

Guido Cavalcanti, incaricando Dante di sorvegliare Lapo e la sua fedeltà ad Amore e alla donna scrive:

ché molte fiate così fatta gente

sol, per gravezza, d'amor fa sembiante. [156]

Frase che non avrebbe nessun senso serio (come del resto tutto il sonetto), se si trattasse di vero amore. Cino volendo un giorno assicurare i suoi che intendeva uscire con una lotta risoluta contro la Chiesa dallo stato di incertezza che gli si rimproverava, scrive:

.   .   .   a finir mia gravezza

fo con la morte volentier battaglia. [157]

Parole che nel piano letterale hanno la consueta inafferrabilità e inconsistenza e acquistano senso vero e serio soltanto interpretate.

«Donna somigliante a Madonna». È, come abbiamo visto (cap. II, 6) un'altra setta o un altro gruppo settario affine, col quale il «Fedele d'Amore» viene nelle sue peregrinazioni a contatto. Egli naturalmente s'innamora di questa nuova «donna» (cioè è accolto dal gruppo) e lo fa sapere a tutti. Questo fatto accade, come abbiamo visto, a Guido Cavalcanti, naturalmente a Tolosa, centro di movimenti ereticali e fino ai tempi più tardi del molto sospetto Gaj Saber. Gli accade in un pellegrinaggio a San Giacomo di Compostella, pellegrinaggio che, era certo una scusa e che fu interrotto con la fermata a Tolosa. Di questo strano viaggio, della malattia che colse il Cavalcanti a Tolosa costringendolo a fermarsi presso le grazie di quella misteriosa Mandetta, abbiamo già parlato e intenderemo meglio tutto, quando spiegheremo tutta la ballata del Cavalcanti: Era in pensier d'amor quand'io trovai. Sapremo allora quali cose accaddero a questo proposito al Cavalcanti al suo ritorno, cose insignificantissime secondo la lettera della ballata, e importantissime secondo il suo significato profondo. Abbiamo visto che anche Gianni Alfani s'innamorò a Venezia di una donna che somigliava alla sua donna e ser Ventura Monaci fece altrettanto, forse più d'una volta.

«Verde», «verdura». La setta e ciò che riguarda la setta in contrapposizione a tutto ciò che le è contrario e che è detto «scuro». Cino chiede a Dante come in questo triste tempo contrario ad Amore «si dee mutar lo scuro in verde». Dalla verdura nasce naturalmente la rosa. E un ignoto, forse il Cavalcanti, promettendo l'avvento vicino del trionfo della Sapienza santa dice:

Perch'ogni giorno vien dritta stagione

da coglier quella rosa di verdura. [158]

Il Cavalcanti stesso dice alla sua «Rosa»:

Fresca rosa novella,

piacente primavera,

per prata e per rivera

gaiamente cantando

vostro fin pregio mando a la verdura. [159]

Parole che, interpretate nel senso letterale, sono piuttosto strane, ché il poeta avrebbe raccontato i pregi della sua donna all'erba e agli alberi, e interpretate invece nel senso profondo sono molto significanti, perché egli esaltava appunto la santa Sapienza presso i suoi fedeli, ripeteva insomma: «Donne e donzelle amorose con vui, che non è cosa da parlarne altrui».

4. Le parole occasionali e le incerte

Oltre a queste parole che costituiscono le chiavi fondamentali del gergo e sono le più usitate, ve ne sono altre di meno diffuso e meno certo significato segreto, alle quali accennerò volta per volta e che esigono comunque un più attento e più diffuso esame di quanto non abbia potuto compiere finora. Ho già detto che io escludo dalle parole di gergo la parola «Pietà» alla quale il Rossetti dette tanta importanza ritenendo che significasse convenzionalmente la «Chiesa odiata».

Egli fu indotto a questo da una erronea interpretazione del sonetto della Vita Nuova che finisce: «Convenemi chiamar la mia nemica, Madonna la Pietà [160]». Egli interpretò: Assegno alla Chiesa il nome convenzionale di «Madonna la Pietà». Ebbene io che, invece delle suggestioni sparse, ho seguito un metodo che posso dire matematico, redigendo lo schedario delle parole sospette e dei passi dove figurano, mentre ho verificato la giustezza delle sue ipotesi per altre parole, ho trovato molte nuove prove del loro senso di gergo e ho constatato il significato convenzionale di parole a lui sfuggite, ho constatato invece che la parola «Pietà» non dà senso quando si sostituisca nei vari passi ove compare, con la parola «Chiesa», quindi essa non è parola di gergo.

Noto però che l'obiezione contro il significato segreto della parola «Pietà» sollevata dal Fraticelli è assolutamente inconsistente. Egli scrisse [161] che se la parola «Pietà» dovesse significare «Chiesa» (Guelfismo) come la parola «Morte», il verso di Dante «Morte crudele di Pietà nemica» darebbe il senso assurdo di «Chiesa nemica di Chiesa» (Guelfismo nemico di Guelfismo). Ora il Fraticelli, che con questa obiezione, che pareva definitiva, credette di aver stroncato tutta l'ipotesi del Rossetti, non si accorse che la poesia: Morte crudele di Pietà nemica è scritta prima di quella: Tutti li miei pensier parlan d'amore nella quale Dante avrebbe, secondo il Rossetti, creato il significato segreto della parola «Pietà»: è scritta quindi quando la parola «Pietà», secondo il Rossetti, non era ancora del gergo. Se questa parola si deve escludere dal gergo ciò è per le ragioni mie e non per quelle, al solito, poco serie e poco ponderate della critica ufficiale e accreditata.

Vi sono alcune parole il cui valore di gergo rimane incerto e ciò per la semplice ragione che esse si presentano troppo di rado perché risulti evidente il loro significato.

Per esempio la parola «vaio» (vestito vaio) si presenta due volte, in condizioni tali che può essere perfettamente traducibile con la parola «discorso artefatto, discorso in gergo», e se si pensi che il vaio è una pelle che ha delle parti bianche e delle parti nere, che «pavimento a scacchi bianchi e neri» si chiama il gergo artefatto dei Manichei e che l'immagine si presta benissimo a indicare il doppio significato delle parole, si può ritenere probabile che l'espressione sia stata usata con questo significato segreto. E certo essa risulta traducibile con aumento e ingrandimento di significazione in quei due casi, ma sono due soli. Il Guinizelli dice della sua donna (Lucia) che essa è molto gentile con un «capuzzo vaio in testa» (la Sapienza è bene acconcia sotto l'adornamento del parlare artefatto).

Francesco da Barberino in uno dei suoi mottetti oscuri, consigliando di filare sempre grosso o non mai troppo sottile (scrivere in gergo ma in modo da non essere incomprensibili), scrive:

Se tu fili fila grosso

o non troppo sottil mai

quando volpe quando vai. [162]

E dà delle spiegazioni assurde di questo suo mottetto, che invece si può spiegare abbastanza bene come un consiglio dato ai rimatori a doppio senso di filare astutamente come la volpe o (cosa non molto diversa) di filare in color vaio (bianco e nero) [163]. Siamo con questo sicuri che non esista nessun'altra parola di gergo della quale ci sfugga il significato? No davvero. Ecco una parola per esempio, il cui signficato ci sfugge completamente e ci rende assolutamente ininterpretabile tanto nel senso letterale che nel senso segreto un sonetto di Guido Cavalcanti: la parola «lamie».

Egli scrive a Bernardo da Bologna un sonetto, di quei tali che la critica non riesce a intendere nemmeno nel senso superficiale, dicendo che «Ciascuna fresca e dolce fontanella prende in lisciar (?) sua chiarezza e virtude da una certa donna che ha risposto alle rime acute di Bernardo», il che vuol dire probabilmente che tutto un certo gruppo di scuole o sette prende luce da un determinato gruppo settario del quale fa parte Bernardo, o da un adepto (donna molto saggia) e che è probabilmente in Bologna. Ma Guido Cavalcanti finisce dicendo:

Mando io alla Pinella un grande fiume,

pieno di lamie (?) servito da schiave (?)

belle ed adorne di gentil costume. [164]

Non si capisce nulla perché la parola «lamie» non appare in altri passi ove il senso sia più trasparente. La risposta di Bernardo da Bologna che comincia, A quella amorosetta forosella, parla della gran gioia che ha avuto la setta in Bologna (Pinella) per il saluto di Guido e di certi grandi meriti di Guido per i quali «si allargarono le mortali ferute di Amore e di suo fermamento stella con pura luce, che spande soave [165]». Ma la Pinella pare che abbia detto:

Ma dimmi, amico, se ti piace, come

la conoscenza di me da te l'ave?

Sì tosto come il vidi, seppi il nome,

ben è così qual si dice la chiave,

a lui ne mandi trentamila some. [166]

L'incomprensibilità si estende al sonetto di risposta. Quanto a me questo parlare d'invio di trentamila some di una cosa innominata, quell'accenno all'invio di un fiume pieno di lamie in una corrispondenza che mi pare indiscutibilmente si svolga tra colui che è la «chiave» (di volta) di tutto l'Amore, cioè il capo della setta, e una sezione separata, quella di Bologna, mi suona come qualche cosa che riguardi, chi sa? Invio o richiesta di fondi o qualche cosa di simile [167]. I romantici che si commuovono per la forosella, i lettori abituati a considerare lo «stil novo» come l'espressione immediata e diretta dell'amore, (ecco un bell'esempio di espressione immediata!) quelli che parlano di «gergo letterario» dovuto all'ambiente delle corti, si veleranno il viso con orrore, ma in ogni modo è bene ricordare che questi sonetti non li intendiamo né io né loro, se non che io mi spiego almeno perché sono incomprensibili (sono in gergo!), essi non spiegano neanche questo.

Altre parole vi sono delle quali l'uso non è così generale e costante, parole delle quali forse il poeta doveva ritenere che «gli amici» avrebbero facilmente inteso il significato recondito pur non essendo questo fissato per convenzione. Così per esempio Gherarduccio, scrivendo aspramente contro Cino che teneva il piede in due staffe tra la setta e la Chiesa, poteva dirgli:

Se v'ha ghermito la pola silvana

come esser può della pinta fedele?

nelle quali parole tutti quelli che sapevano il fatto leggevano soltanto: «Se vi ha preso la Chiesa corrotta come pretendete di essere fedele alla setta?».

E ciò quantunque la pola e la pinta non fossero parole usitate nel gergo [168]. Altre parole vi sono che non si possono dire propriamente del gergo in quanto conservano nel pensiero del poeta un significato molto analogo al loro significato comune, ma con una speciale accezione, così per esempio le parole «savio», «savia gente» che conservano il loro significato, ma bisogna sentirle come contrapposte a «folle» che vuol dire estraneo o contrario alla setta, altre di ovvio senso come uccelli per adepti, e simili.

VIII. Il dolce stil novo.

Saggio di poesie tradotte dal gergo

Bel Tappeto alcun celone

mise fuor li drappi rotti

ovra è questa d'uomin docti

se nel tempo e luogo non è.

F. da Barberino

Ecco ora un saggio di poesie del dolce stil novo o di poeti vicini a esso [169] tradotte nel loro significato reale. Ne scelgo alcune tra le più oscure, altre tra le più chiare per mostrare come la differenza tra le une e le altre sia, come ho già detto, questa sola: che nelle poesie chiare il poeta è riuscito a dare anche al suo pensiero esteriore una continuità logica e una certa coerenza e talora una grazia artistica, mentre nelle poesie più oscure non è riuscito a esprimersi con questa logica e con questa grazia. Nelle prime è riuscito a far camminare parallelamente il pensiero segreto e il pensiero apparente, nelle seconde il pensiero apparente è risultato confuso e artefatto o insulso o ha lasciato qualche squarcio di illogicità. E non esito a dire che abbastanza insulso esso risulta in una grandissima parte delle poesie di questi poeti, quantunque quel pubblico che conosce dalle antologie soltanto le poche poesie belle (cioè ben riuscite anche nel senso letterale), possa avere un'impressione del tutto diversa.

L'esempio di queste poesie basterà, io credo, a far vedere come si debbano intendere tutte le altre e ad aprire uno spiraglio sopra un mondo che è ancora tutto da esplorare. E come se chi conosce soltanto la Roma che è «sopra terra, discendesse a un tratto e si aggirasse nelle catacombe ove per tanto tempo si è svolta una vita così intensa di mistico fervore. Sono queste le catacombe di una fede che non trionfò, ma che non fu del tutto vana, se prima di dissolversi contribuì a creare la grande arte poetica italiana sboccando nella Divina Commedia.

Il lettore nello scorrere queste poesie si domanderà certamente: ma sono dunque tutte in gergo le poesie del dolce stil novo? E quali sono allora, nella letteratura di quel tempo, le vere poesie d'amore? Questi poeti dunque non si saranno mai innamorati?

Quanto al fatto che esistano alcune poesie d'amore fuori gergo, rispondo subito che sono uscite da questo gruppo anche alcune poesie in linguaggio aperto ed estraneo alla dottrina iniziatica. Sono, ad esempio, come mi riservo di dimostrare, le poesie con le quali i poeti già iniziati rispondevano al primo sonetto che il poeta diramava per uso tra i «Fedeli d'Amore» al momento della sua iniziazione o del suo passaggio di grado. Così troviamo che quando Dante diresse ai «Fedeli d'Amore» il suo famoso sonetto: A ciascun'alma presa e gentil core, che è il sonetto ove si annunzia il suo arrivo a un grado alto della setta, tutti coloro che risposero, risposero fuori gergo e con scipitaggini molto grossolane. Fra gli altri Dante da Maiano rispose con delle artefatte sconcezze, che non erano davvero da cuore gentile e da alma innamorata e che pure non offesero minimamente Dante, che continuò a carteggiare con lui in versi.

Questa usanza derivava probabilmente dal fatto che la poesia del nuovo adepto o del nuovo promosso era mandata anonima e le risposte dovevano perciò essere vaghe e non riferirsi affatto alle verità iniziatiche. Vi sono inoltre altre poesie che si scrivevano veramente per tutti, come le poesie di carattere non amoroso, ma morale o politico e che erano destinate non soltanto ai «Fedeli d'Amore», bensì al pubblico comune.

Un chiaro esempio della differenza che esiste tra le poesie in gergo e le altre si ha nelle due canzoni scritte certo quasi contemporaneamente da Cino da Pistoia alla morte di Arrigo VII Imperatore. Quella che comincia: Da poi che la natura ha fine 'mposto è scritta in linguaggio aperto e palese, senza ombra di doppio senso o di sottinteso. Era destinata alla folla. L'altra che comincia: L'altra virtù che si ritrasse al cielo ha un'intonazione diversissima, allusioni velate al regno di Saturno, imprecazioni e tirate contro la «Morte» (Chiesa corrotta) e altri motivi consueti nella poesia d'amore, e l'Amore (che non c'entrerebbe proprio nulla) è due volte ricordato. Questa poesia è scritta invece per la setta e non per caso è indirizzata a Guido Novello, al quale dice che il suo «amore, idol beato» non lo distoglie certo dall'«amore spento», da Arrigo che è morto. Guido Novello, poeta d'amore, era della bella compagnia.

Quanto alla domanda: dove sono dunque le poesie d'amore di questi poeti? Rispondo: questi poeti vivendo in ambiente mistico e iniziatico e vagheggiando un'arte che non era niente affatto l'arte per l'arte o l'espressione per l'espressione, usavano fare di tutti i loro sentimenti d'amore, delle emozioni vere che avevano nella loro vita amorosa, materia per esprimere pensieri mistici e iniziatici. La verità dei loro amori di uomini, se dava qualche vero spunto o qualche immagine dei loro versi era filtrata attraverso il simbolismo in modo che quella materia d'amore venisse ad avere un verace intendimento, cioè una significazione di profonda verità, che era verità mistica e iniziatica. A qualcuno di essi era accaduto certo di restare con la lingua tremante avanti a qualche bella donna della quale era innamorato, ma quando metteva questo in versi e raccontava ai «Fedeli d'Amore» di rimanere con la lingua tremante avanti a «Madonna», lo ripensava e lo diceva in modo che quel suo turbamento significasse per lui e per gli altri ascoltatori il suo sgomento avanti all'ineffabilità della verità divina.

Chi guardi la Santa Teresa del Bernini in viso, non può non riconoscere in alcuni tratti della sua estasi i segni della voluttà materiale visti sul volto di una modella, ma quei segni sono adoperati lì a esprimere una voluttà spirituale e mistica e sono tradotti in espressione mistica.

Questo entra un po' difficilmente nei cervelli nostri, abituati ad apprezzare la teoria dell'arte per l'arte e della lirica pura, ma qui non si tratta di dire se questa maniera di poetare (che la maggior parte delle volte, si deve avere il coraggio di riconoscerlo, riusciva brutta, fredda o insulsa) sia imitabile, si tratta di sapere che cosa quella poesia significava, con quali intenzioni era scritta e basta.

Ma con ciò dovremo affermare che questi poeti, capaci di trattare la poesia d'amore e che di regola l'adoperavano come strumento per comunicarsi idee mistiche e settarie, si proibissero in modo assoluto di scrivere qualche volta una ballatella o un madrigale per dire una cosa gentile a una donna vera o per compiacerla o per commuoverla un poco? Questo non si può assolutamente affermare, come non si può disconoscere che vi dovettero essere alcuni i quali, imitando le forme esterne della lirica d'amore e ignorandone il contenuto simbolico, ripetevano con solo senso letterale le formule che per gli iniziati erano simboliche. Sono, come abbiamo visto, coloro dei quali Dante e il Cavalcanti ridevano dicendo che «rimavano stoltamente».

Del resto debbo ricordare che a proposito della poesia persiana, indubitabilmente poesia mistica e simbolica, molte volte si presenta il dubbio se un poeta in quel momento scriva d'amore o se simbolizzi, e di tale incertezza è piena tutta la storia della letteratura persiana, la quale però non dubita minimamente dell'esistenza del gergo mistico-amoroso.

Io sostengo che una corrente di pensieri iniziatici si immise a un certo punto nella poesia d'amore e via via pervase fino al punto che il grande nucleo centrale dei poeti d'amore, quello che visse intorno a Dante, finì con lo scrivere di regola in linguaggio d'amore simbolico con un gergo artefatto, il che spiega le molte incongruenze e oscurità di questa poesia; ma che non sia rimasto nessun residuo di poesia d'amore vera, che cioè il gergo abbia pervaso interamente tutta la lirica, è cosa della quale, anche se fosse vera, non si potrebbe mai avere una prova assoluta.

Chi sa e dimostra che a un certo punto della nostra storia i primi liberali costituiti in setta segreta, assunsero la terminologia dei carbonari chiamando carbone le idee che diffondevano, vendite le loro logge, baracche i loro luoghi di riunione, ecc., non può negare che contemporaneamente ci fossero dei carbonari veri che seguitavano a vendere carbone. Ma sarebbe assai sciocco chi oggi, portandomi una ricevuta regolare di carbone venduto in quel tempo effettivamente da altra gente o magari da uno degli stessi carbonari, pretendesse di provarmi con questo che non esisteva una setta segreta chiamata la Carboneria.

E ora passiamo all'esame delle poesie e scegliamo naturalmente non i sacchi dove potrebbe esserci eventualmente del carbone vero, ma i sacchi dove è scritto «carbone» e che contengono contrabbando di propaganda o di comunicazioni settarie.

1. La canzone: «Al cor gentil» del Guinizelli

Comincerò com'è giusto da quella che si considera come la «magna carta» del dolce stil novo, poesia la fama della quale (grandissima tra i «Fedeli d'Amore») è certo maggiore del valore dei concetti che esprime, se questi si debbano prendere nel senso letterale. Ma questi concetti sono, come vedremo, molto più profondi di quanto non appaiano.

Il senso generale della canzone è questo: L'amore della Sapienza santa sorge immediatamente nell'anima quando essa è fatta pura, e non può sorgere se non nell'anima pura.

E il concetto ripetutamente espresso dai mistici persiani e da tutti i mistici, che i «puri di cuore» acquistano l'intuizione o la visione della Sapienza o di Dio e che non si può volgersi alla Sapienza vera o a Dio se non si sia puri di cuore. Soltanto perché lo specchio dell'anima è rugginoso, dicono i Persiani, non vi si vede Iddio, basta togliere la ruggine (il male che è nell'anima), perché il volto di Dio appaia nell'anima.

Ricordo ancora la parola di Sant'Agostino: «La mente umana non si rende capace di partecipare a quell'Intelligenza divina sc non quando, elevandosi dalla regione dei sensi, si purga e si purifica» (si fa gentile). Ricordo anche che nel Contra Faustum Agostino stesso dice che si deve servire a Laban, che significa «dealbatio», per ottenere Rachele che è la Sapienza. Nell'ambiente settario tutto questo significava: «Non chi segue riti, prescrizioni e formule della Chiesa corrotta, ma chi è puro di cuore vede e ama la vera santa Sapienza e può ricongiungersi con essa».

Stanza prima.

Nel cuore, quando esso è veramente puro (cuore gentile) sorge sempre l'amore per la Sapienza santa. Non esiste amore per la Sapienza santa se non nel cuore interamente puro (gentile) e il cuore in quanto è veramente puro ama di necessità la Sapienza santa. È proprio del cuore puro amare la Sapienza santa come è proprio del sole risplendere e del fuoco essere caldo.

Al cor gentil ripara sempre Amore,

come fa augello 'n selva a la verdura

ne fe' amore anti che gentil core,

ne gentil core anti d'amor natura.

Ch'adesso com fu 'l sole

sì tosto lo splendore fu lucente,

ne fu davanti sole

et prende amor in gentilezza loco,

così propriamente,

como calore in chiarità di foco.

Stanza seconda.

L'amore per la Sapienza santa sta nel cuore puro come la virtù specifica sta nella pietra preziosa. Le stelle che immettono le virtù specifiche nella pietra preziosa non possono farlo finché il sole non abbia purificato la pietra stessa. Allo stesso modo, soltanto quando il cuore è fatto «schietto puro e gentile» esso è reso innamoratodella Sapienza santa.

Foco d'amore in gentil cor s'apprende,

como vertute in petra pretiosa

che da la stella valor non discende

anzi che 'l sol la faccia gentil cosa,

poi che n'ha tratto fore

per sua forza lo sol ciò che gli è vile,

stella le da valore,

così lo cor, ch'è fatto da natura

schietto puro et gentile

donna a guisa di stella lo innamora.

Stanza terza.

È proprio del cuore puro amare la santa Sapienza, come è proprio del doppiere portare il fuoco sulla sua cima. Il fuoco non vorrebbe stare se non sul doppiere. La natura malvagia è opposta all'amore della Sapienza santa come l'acqua al fuoco, il caldo al freddo. L'amore della Sapienza santa trova il suo luogo adatto nell'anima pura come la calamita nella miniera del ferro.

Amor per tal ragion sta in cor gentile,

per qual lo foco in cima del doppiero.

Splendeli a suo diletto chiar sottile,

non staria in altra guisa tant'è fiero:

così prava natura

rincontra amor, como fa l'acqua il foco

caldo per la freddura

Amor in gentil cor prende rivera

per suo consimil loco,

como adamas dil ferro in la minera.

Stanza quarta.

Come il sole investe il fango e pur non lo fa nobile né per questo il sole perde di virtù, così il raggio della divina Sapienza tocca, senza penetrarlo, l'animo dell'uomo orgoglioso che si ritiene gentile per schiatta (puro e virtuoso per l'antichità della sua stirpe) [170]. La purezza del cuore non viene da nessuna dignità né da ricchezza (contro la Chiesa). Un cuore non puro è attraversato dal raggio della divina Sapienza senza esserne scaldato, come l'acqua dal raggio delle stelle del cielo.

Fiede lo sole il fango, tuttavia

vile riman, ne 'l sol perde calore:

dice huom altier, gentil per schiatta sia,

lui sembra il fango, il sol gentil valore.

Che non de dare huom fe

che gentilezza sia fuor di coraggio

in dignità di re,

s'egli ha ricchezza et non ha gentil core:

com'acqua porta il raggio

e 'l ciel ritien le stelle et lo splendore.

Stanza quinta.

L'Intelligenza che governa il cielo riceve luce immediata dal creatore, sicché essa risplende di lui più di quanto ai nostri occhi non risplenda il sole. Essa comprende Iddio oltre i limiti del cielo nei quali si manifesta a noi. Il cielo in tutto ciò che vuole segue la norma della divina Sapienza e con ciò segue Iddio. Allo stesso modo la bella Donna mia (in quanto essa non è altro che la divina Intelligenza manifestata a noi) dovrebbe essere la norma di tutti noi, perché essa ci mostra con i suoi occhi la sua immediata e assoluta volontà che è fissa in quella di Dio e non si allontana mai dall'ubbidire a lui.

Splende la 'ntelligenza de lo cielo

del creator, più ch'a nostr'occhi il sole.

Ella intende '1 fattor su 'oltra 'l cielo,

il ciel volendo lui ubidir vole

et consegue al primiero

dal giusto Dio beato a compimento:

così dar dovria 'l vero

la bella donna, in cui occhi risplende,

del suo gentil talento,

che mai da l'ubidir non si disprende.

Stanza sesta.

Se Iddio mi domanderà quando sarò avanti a lui se io, amando, ho amato una donna vera con vano amore mentre Iddio solo deve essere amato, io gli risponderò che quella che io ho amato era la Sapienza santa, divina Intelligenza (angelo), e apparteneva al regno divino.

Donna, Dio mi dirà: che presumesti?

stando l'anima mia a lui davante:

lo ciel passasti 'nfin a me venisti,

et desti in vano amor me per sembiante.

Ch'a me convien le laude

e alla reina dil reame degno,

per cui cessa ogni fraude.

Dir li potrò, tenne d'angel sembianza,

che fosse del tuo regno,

non mi fu fallo, s'eo le posi amanza [171].

2. La canzone di Guido Cavalcanti: «Donna mi prega»

A questa facciamo seguire l'altra poesia fondamentale del dolce stil novo, la terribile canzone di Guido Cavalcanti: Donna mi prega perch'io voglio dire, e vedremo che tutto quanto essa dice dell'amore non solo è spiegabile con l'ipotesi da me presentata, ma soltanto con quell'ipotesi diventa veramente chiara e profondissima e fa cadere quei veli complicatissimi, i quali avevano tormentato il cervello di coloro che credevano si potesse intendere come una canzone che davvero trattasse dell'amore per una donna.

Il primo verso serviva mirabilmente a prendere in giro gl'ingenui. Guido Cavalcanti scriveva che cosa sia l'amore dietro invito d'una «donna». E il lettore ingenuo doveva subito pensare a una galante cortesia. Sennonché sappiamo chiaramente dalla testimonianza dei codici che la «donna» che aveva pregato il Cavalcanti di dire dell'amore era un uomo: Guido Orlandi; era una «donna» nel senso convenzionale di «adepto», e l'ingenuità dei critici realisti deve essere davvero molto grande se essi continuano a credere ancora oggi che a una donna vera di carne e d'ossa il Cavalcanti avrebbe potuto giocare il bruttissimo tiro di dirle che cosa sia l'amore in una maniera così artificiosamente impasticciata e terminando, quasi per colmo d'ironia, dicendo d'aver adornata la canzone in modo che «chi ha intendimento» la loderà, ma essa non ha nessun talento di stare con gli altri.

Il lettore nel rileggere questa poesia abbia sempre presente la spiegazione realistica e sentirà continuamente tutto l'assurdo dell'ipotesi che questa canzone sia diretta veramente a una donna. Avrà così una di quelle prove non sillogistiche, ma intuitivamente certissime che qui si tratta di uno che vuol farsi intendere soltanto da un gruppo di persone che già conoscono le sue idee e che devono essere in grado di completarle e sono «le persone che hanno intendimento», per le quali appunto la canzone è stata «adornata» in modo che essi soli la possano intendere. La «gente grossa» non doveva intendere e infatti non ha inteso.

Stanza prima.

Un adepto (Guido Orlandi) mi chiede che io parli dell'amore che qualche volte è fero (perché uccide misticamente). Così voglia Iddio che chi non lo conosce (lo nega) possa sentirne la verità. Ne voglio parlare a coloro che sono conoscenti (iniziati) perché non spero che uomini volgari possano intendere il mio ragionamento. Non mi metterei a provare quel che voglio provare se non a chi abbia un «natural dimostramento» della cosa (un'esperienza o iniziazione diretta dell'amore della Sapienza). Quel che voglio dire è: 1. Dove sorge l'amore per la Sapienza santa. 2. Chi lo crea. 3. Qual è la sua virtù e la sua potenza. 4. Come si comporta e quali gioie dà. 5. Se chi lo prova lo manifesta esternamente (per vedere).

Donna mi prega perch'io voglio dire

d'un accidente che sovente è fero

ed è si altero - ch'è chiamato amore.

Si chi lo nega possa 'lver sentire.

Ed, a presente, canoscente chero,

perch'io no spero - ch'om di basso core

a tal ragione porti canoscenza:

ché senza - natural dimostramento

non ò talento - di voler provare

là ove posa e chi lo fa creare,

e qual è sua vertute e sua potenza,

l'essenza, - poi ciascun suo movimento,

e 'l piaciamento - che 'l fa dire amare

e s'omo per veder lo po' mostrare.

Stanza seconda.

L'amore (che è congiungimento dell'intelletto passivo con l'Intelligenza attiva, cioè spirituale unione con la Sapienza santa) sorge nello spirito in quella parte dove sta memora, in quanto allorché sorge uccide l'uomo vecchio e con lui la memoria di ciò che egli fu e si mette al suo posto. È dunque rinnovamento, palingenesi, «vita nuova» e si forma come il diafano è formato dalla luce (gli scolastici avevano già detto che l'Intelletto attivo penetra l'intelletto passivo come la luce penetra la cosa diafana). Questa illuminazione si forma attraverso un'oscurità che sorge e dura per opera di Marte (del principio della lotta e della disarmonia) [172]. L'amore ha questo nome per i sensi ma è un costume dell'anima e una volontà del cuore. Esso sorge per opera della Sapienza intuita (veduta forma che s'intende) cioè dell'intelletto attivo che prende luogo e dimoranza nell'intelletto possibile come in un suo subbietto. Nella parte intellettuale dello spirito esso sta immune dal dolore (non ha pesanza) perché è un atto puro (da qualitade non discende) e risplende come gioia in sé; non già come piacere comune (diletto), ma come pura contemplazione (consideranza), cosicché la sua gioia non può essere rassomigliata a nessun'altra.

In quella parte dove sta memora

prende suo stato, sì formato come

diaffan da lume, - d'una scuritate

la qual da Marte vene e fa dimora.

Elli è creato ed à sensato nome,

d'alma costume - e di cor volontate.

Ven da veduta forma che s'intende

che prende - nel possibile intelletto

come 'n subietto - loco e dimoranza.

In quella parte mai non à pesanza

perché da qualitate non descende:

resplende - in sé perpetuale effetto;

non à diletto - ma consideranza;

sì che non pote là gir simiglianza.

Stanza terza.

L'amore (essendo pura considerazione della Sapienza santa) non è una delle virtù morali (non è vertude), ma deriva direttamente dalla perfezione (che è intellettuale, razionale, virtù dianoetica). Dico questo perché generalmente si chiama virtù (si pone tale) quella che è virtù morale e non razionale legata alla parte sensibile dello spirito (che sente). Ma il credere (giudicare) che la volontà morale (l'«intenzione» che è nelle virtù morali) possa valere quanto la ragione (che è pura contemplazione), è uno degli errori che mantengono gli uomini lontani dalla vera salute (fuor di salute).

Vero è però che un rapporto tra l'amore della Sapienza e le virtù morali esiste, perché chi manca di virtù morali (cui è vizio amico) non può arrivare alla vera contemplazione (discerne male). (Si ricordi che Amore non ha luogo, secondo il Guinizelli, se non nel cuore gentile o puro).

Quando la virtù dell'amore (che mira alla vera Sapienza) è impedita, ne consegue spesso la Morte (errore intellettuale della Chiesa corrotta), la quale Morte (Chiesa) aiuta chi va per la via contraria alla vera Sapienza. Ne consegue «morte» non già nel senso che l'amore (della Sapienza santa) sia opposto alla morte naturale; ma perché quando lo spirito è torto dalla Verità non si può dire che esso abbia (vera) vita in quanto non è assoggettato alla legittima (stabilita) signoria (della Sapienza santa). E ugualmente cade nella morte (errore) chi dalla Sapienza santa si distacca (l'oblia).

Non è vertute, ma da quella vene

ch'è perfezione, che si pone tale

non razionale – ma che sente dico.

For di salute giudicar mantene,

ché la 'ntenzione per ragion vale.

Discerne male - in cui è vizio amico.

Di sua potenza segue spesso morte

se forte - la vertù fosse impedita,

la quale aita - la contraria via,

non perché oppost'a naturale sia;

ma quanto che da buon perfetto tort'è

per sorte - non po' dire om c'aggia vita

che stabilita - non à segnoria:

a simel po' valer quand'om l'oblia.

Stanza quarta.

L'esser vero, il vero compimento dell'amore si ha quando la volontà (della Sapienza) è così forte che supera il grado naturale (oltre misura di natura torna) e fa trasumanare. In questo desiderio esso non è immobilità (non si adorna di riposo), ma si muove cambiando colore riso e pianto, cioè i suoi aspetti dinanzi alle genti, e con paura (della Chiesa) storna la sua figura (cioè dissimula il proprio aspetto). Poco soggiorna (nelle stesse formule). Esso si trova generalmente tra gente di valore (gli adepti).

La nuova qualità (dell'adepto) suscita in lui nuove speranze (move sospiri) ed esige che l'uomo sia rivolto fedelmente a un luogo non fermato (non designato - la setta). Altrimenti diviene oggetto d'ira (da parte degli adepti). Poiché l'amore è un'esperienza mistica, non lo può immaginare chi non lo prova. Pertanto non vada verso di lui chi contemporaneamente non si allontani (non si giri) dal male e non vada verso di lui chi va per scherzare (trovar gioco) o per cercarvi poco o molto di (volgare) sapere.

L'esser è quando lo voler è tanto

ch'oltra misura di natura torna:

poi non s'adorna - di riposo, mai.

Move cangiando color riso e pianto

e la figura con paura storna:

poco soggiorna: - ancor di lui vedrai

che 'n gente di valor lo più si trova.

La nova - qualità move sospiri

e vol ch'om miri - in non fermato loco

destandos'ira, la qual manda foco.

Imaginar non pote om che no 'l prova.

Né mova - già però ch'a lui si tiri

e non si giri - per trovarvi gioco

né certamente gran saver né poco.

Stanza quinta.

Dalla complessione di due cose affini (da simil complexione), cioè dell'intelletto passivo e dell'intelletto attivo, l'amore trae una visione (sguardo) del vero che fa apparire quale sia la vera felicità (lo piacere certo). Quando questo piacere (la felicità vera), è attinto in questo modo (sì giunto), esso si rivela chiaramente (non può coverto star). La beltà (della donna - della Sapienza) non ferisce (non tocca) l'uomo selvaggio, rozzo, malvagio (non già selvaggio le beltà son dardo), perché la volontà d'amore (tal volere) si prova per la soggezione dell'anima a lei (per temere). Lo spirito che è punto dall'amore (conseguendo la visione della verità santa) consegue merito (vero presso Dio).

L'amore degli iniziati non si mostra per l'aspetto, (non si può conoscere per lo viso). Nell'uomo preso dall'amore (adepto) il bianco (il colore dell'amore) cade (non si mostra), non si vede (dai profani) e non si vede in lui la forma (l'idea) che osa coraggiosamente combattere l'errore. Si vede quindi anche meno l'amore in sé che si diffonde in lui. Esso amore è distaccato dal colore del (suo) essere (non mostra il suo colore vero). Esso siede tra l'oscurità (della Chiesa) con rare luci. Ma dice la verità fuori di ogni frode ed è degno di fede chi afferma che soltanto dall'amore (della Sapienza santa) nasce la grazia (mercede).

De simil trage complexione sguardo

che fa parere lo piacere certo:

non po'coverto - star quand'è sì giunto.

Non già selvaggio le beltà son dardo,

ché tal volere per temer è sperto:

consegue merto - spirito ch'è punto.

E non si po' conoscer per lo viso:

c'om priso - bianco in tale obietto cade,

e chi ben aude - forma non si vede.

Dunqu'elli meno che da lui procede:

for di colore d'esser è diviso,

assiso - mezzo scuro luce rade:

for d'onne fraude - dice, degno in fede,

che solo di costui nasce mercede.

Congedo.

Canzone, tu puoi andare dove ti piace con sicurezza perché io ti ho adornata (congegnata artificiosamente) in modo tale che il tuo ragionamento (la tua ragione) sarà molto lodato dagli adepti iniziati (le persone che hanno intendimento). Quanto agli altri (i profani), tu non desideri di rivolgerti ad essi.

Tu puoi sicuramente gir, canzone,

là 've ti piace, ch'io t'ò sì adornata

ch'assai laudata - sarà tua ragione

da le persone - ch'anno intendimento:

di star con l'altre tu non ài talento [173].

La voluta oscurità di questa canzone è tale che non si può esser certissimi dell'interpretazione di ogni verso. Ma il convergere di tutte le sue parti nel pensiero fondamentale che l'amore è visione e contemplazione della Sapienza santa, ricollegarsi cioè dell'intelletto attivo con l'intelletto passivo che è proprio di alcune anime elette e che dissimula il proprio essere tra il volgo, non può essere messo in dubbio.

E così noi abbiamo che anche questo, centralissimo tra i poeti d'amore, ci viene a rivelare incontrovertibilmente che cosa questo amore sia. È l'amore per «l'Amorosa Madonna Intelligenza» di Dino Compagni, è l'amore per la Sapienza santa, la Beatrice di Dante, l'amore comune di tutti gli adepti dei quali Guido Cavalcanti per alcuni anni ci appare capo e guida: è l'amore per la verità santa e divina, amata in segreto, mentre la paura stornava la figura degli adepti e il vero colore dell'amore veniva nascosto.

Io prego di osservare la strettissima rispondenza di pensieri profondi che le due canzoni suesposte mostrano nella loro profondità, essendo tanto diverse di figura e di apparenze.

3. Altre poesie tradotte

Ecco ora la traduzione di un altro gruppo di poesie. Sarà poi gioia di ogni lettore intelligente aprire da sé con la piccola chiave le altre consimili, come si aprono degli scrigni sigillati da secoli.

Guido Guinizelli esalta la sua donna identificandola con la «rosa» e la «stella Diana» (già usate a indicare la santa Sapienza) e sotto il velo di un'esagerata esaltazione della donna dice cose perfettamente chiare, cioè che essa (essendo la verità santa) dona la «salute» (dell'anima) e fa gli uomini umili e di «nostra fede», che non può essere conosciuta da chi sia impuro (vile) e che chi è arrivato a conoscerla non può pensare il male. Tutte cose assurdamente iperboliche nel senso letterale.

Io vo del ver la mia donna laudare,

et assembrarla a la rosa e a lo giglio,

più che stella diana luce et pare

et ciò che lassù è bello a lei somiglio.

Verdi riviere a lei rassembro et l'aere,

tutto color di fior giallo et vermiglio,

oro et argento et ricche gioie et care:

medesmo amor per lei raffina miglio.

 

Passa per via adorna et sì gentile

che abassa orgoglio a cui dona salute,

et fal di nostra fe se non la crede.

Et non le può appressar'huom che sia vile;

anchor ve ne dirò maggior vertute,

null'huom po' mal pensar fin che la vede [174].

Cavalcanti detta i precetti della vita ai «Fedeli d'Amore» (adepti) e tra questi importantissimo il quarto, di «serbare religione», che suona «essere apparentemente ossequenti alla Chiesa», confermato dal quinto «provvedere di mettersi in su' grato», cioè «farsi ritenere fedele alla Chiesa». Importante il settimo che impone d'avere in onore i correligionari (le donne) e l'ottavo che si sia arditi nella lotta. Si osservi che nessuno di questi comandamenti d'amore ha a che fare veramente e direttamente con l'amore nel senso letterale, e nel terzo ove sembra che ciò avvenga la «donna altrui» che non si deve amare, è la vile femmina del Papa corrotto che nella Chiesa di Roma usurpa il posto della Donna-Sapienza.

Otto comandamenti face amore

a ciascun gientil core innamorato:

lo primo che cortese in ciascun lato

sia e 'l secondo largo a tutte l'ore.

Non amar donna altrui è 'l terzo onore [175]

rilegion guardar dal quarto lato [176]

ben proveder di porres'in su' grato

è 'l quinto, che de' l'omo avere in core.

 

Or lo sesto è cortese, al mi' parere,

che d'esser credenzier fermo comanda: [177]

col sette a presso onoranza tenere

a l'amorose donne con piacere:

donandoci poi l'otto per vivanda,

che ardimento ci dobiamo avere. [178]

Dino Frescobaldi riespone con grazia tutte le idee della Setta: che la Sapienza fa innamorare chiunque la vede, che essa uccide ogni vizio, che porta dolcezza col saluto, che è lontana dalla gente villana, ecc.

Questa è la giovinetta ch'Amor guida

ch'entra per gli occhi a ciascun che la vede:

quest'è la donna piena di mercede

in cui ogni virtù bella si fida.

Vienle dinanzi Amor che par che rida

mostrando 'l gran valor ov'ella siede

et quando giunge ov'humiltà la chiede,

par che per lei ogni vizio s'uccida.

E quando a salutar Amor la 'nduce

honestarnente gli occhi move alquanto,

che mostran quel desio che ci favella.

Sol ov è nobiltà gira sua luce

il su' contrario fuggendo altettanto,

questa pietosa giovinetta bella. [179]

Lapo Gianni, divenuto «Fedele d'Amore», cioè iscritto nella setta, si compiace della dolcezza che prova nell'«amorosa vita» e nell'amore della Sapienza santa, dice di sentirsi migliore e si dichiara servo della santa idea.

Dolce è 'l pensier che mi nutrica il core

d'una giovane donna ch'e' desia,

per cui si fé gentil l'anima mia,

poiché sposata la congiunse Amore.

I' non posso leggeramente trare

il novo esempio ched ella somiglia:

quest'angela che par di ciel venuta

d'amor sorella mi sembr'al parlare

ed ogni su' atterello è meraviglia:

beata l'alma che questa saluta!

In colei si può dir che sia piovuta

allegrezza, speranza e gioi' compita

ed ogni rama di virtù fiorita,

la quale procede dal su' gran valore.

Il nobile intelletto che io porto

per questa giovin donna ch'è apparita,

mi fa spregiar viltate e villania.

Il dolce ragionar mi dà conforto

ch'i fé con lei de l'amorosa vita,

essendo già in sua nuova signoria.

Ella mi fé tanto di cortesia

che non sdegnò mio soave parlare,

ond'io voglio Amor dolce ringraziare

che mi fé degno di cotanto onore.

Com'i' son scritto nel libro d'amore

conterai, Ballatella, in cortesia,

quando tu vedrai la donna mia,

poi che di lei fui fatto servitore [180].

Guido Cavalcanti (capo della setta dei «Fedeli d'Amore») in nome di Amore, della setta, rimprovera un adepto indocile alla disciplina e che minaccia di uscire dalla setta (gittarsi tra i morti), esortandolo a essere sottomesso e docile per la speranza di essere rimesso in onore.

Amico, tu fai mal che ti sconforti

e ti lamenti sì di starmi servo,

dicendo ch'i' ti son crudo ed acervo,

volendoti però gittar tra i morti.

Non pare a me che 'n quella guisa porti

tua sofferenza, che quel ch'i' conservo

ti sia donato. Se, como lo cervo,

non ti rinnovi 'n saccienti ed accorti

piaceri, e 'n soferir con be' costumi

quanto che piacerà a me di darti

anch'io conoscerò lo tuo cor dentro.

Che’ ’n dar gioi' a villan già non mi pentro;

onde ti pena di cortese farti

acciò ch'io brevemente ti rallumi [181].

Guido Cavalcanti minaccia le rappresaglie e le vendette della setta (Amore) a coloro che non rimangono fedeli e si distaccano da lei. È un'energica e minacciosa circolare diramata in un momento in cui i fedeli accennavano a disertare.

Quando l'amore il su' servo partito

trova null'ora del su' pensamento,

volete udir un bel vendicamento

ched e' ne fa? - Si è pro ed ardito

che mantenente l'à sì assalito

di dolor grave e soverchio tormento,

che 'nfin ched e' non torna a pentimento

non può di tal penar esser guarito.

Perch'io consiglio ciascun amadore

che non si parta; ma fermi 'l disire

in quanto che amor vuol aportare.

Ch'onor né nullo ben vien sanz'amare,

ma lo contraro, perché mal finire

de' quei, che n' vuol già mai partir su' core. [182]

Cavalcanti fa sapere d'avere avvicinato in Tolosa una setta molto affine (donna somigliante) a quella alla quale egli appartiene in Firenze, di non aver rivelato per prudenza di essere ascritto alla setta di Firenze, ma di essere stato da quella accolto.

Una giovane donna di Tolosa

bell'e gentil, d'onesta leggiadria,

tant'è diritta e simigliante cosa,

ne' suoi dolci occhi, de la donna mia,

ch'è fatta dentro al cor desiderosa

l'anima in guisa, che da lui si svia

e vanne a lei: ma tant'è paurosa

che no le dice di qual donna sia.

Quella la mira nel su' dolce sguardo,

ne lo qual face rallegrare amore,

perché v'è dentro la sua donna dritta.

Po' torna, piena di sospir, nel core,

ferita a morte d'un tagliente dardo,

che questa donna nel partir li gitta. [183]

Guido Cavalcanti, tornato da Tolosa, ove ha avvicinato la setta somigliante a quella di Firenze e che viveva segreta e timorosa (accordellata e stretta), incontra un «Fedele d'Amore» o un gruppo di «Fedeli d'Amore» (la donna che canta) che ride e si compiace della forza d'amore che lo ha conquiso, e un finto «Fedele d'Amore» (una donna, o una setta «fatta di gioco in figura d'amore») che tenta di fargli raccontare quale sia la setta che ha avvicinato a Tolosa. A questa domanda che è dura e paurosa (e che nel senso letterale sarebbe invece la più ingenua e insignificante) il poeta risponde di aver conosciuto in Tolosa una donna che Amore chiama la «Mandetta». La prima delle due donne (il vero «Fedele d'Amore») lo loda e se ne compiace. Della seconda donna non se ne parla più. Il poeta manda la canzone a Tolosa per mezzo di un adepto, perché la setta sia informata che egli, pur tentato, non rivela il segreto. I bigotti del senso letterale e i fanatici della melodia sono invitati a considerare quanto in questa famosa ballata il senso letterale sia semplicemente sciocco, benché i versi siano melodiosi e pieni di grazia.

Era 'n penserd'amor quand'io trovai

due foresette nove.

L'una cantava: - e' piove

gioco d'amore in noi. -

Era la vista lor tanto soave

e tanto queta cortese ed umile

ch'i' dissi lor: - voi portate la chiave

di ciascuna vertù alta e gentile.

De! Foresette, no m'abbiate a vile

per lo colpo ch'io porto:

questo cormi fu morto

poi che 'n Tolosa fui. -

Elle con li occhi lor si volser tanto

che vider come 'l core era ferito,

e come un spiritel nato di pianto

era per mezzo de lo colpo uscito.

Poi che mi vider così sbigottito

disse l'una che rise:

- Guarda come conquise

forza d'amor costui. -

L'altra, pietosa, piena di mercede,

fatta di gioco in figura d'amore,

disse: - 'l tuo colpo che, nel cor si vede,

fu tratto d'occhi di troppo valore

che dentro vi lasciaro uno splendore

 ch'i' no'l posso mirare.

Dimmi se ricordare

di quelli occhi ti poi. -

A la dura questione e paurosa,

la qual mi fece questa forosetta,

i' dissi: E' mi ricorda che 'n Tolosa

donna m'apparve accordellata istretta [184]

la qual Amor chiamava la Mandetta.

Giunse sì presta e forte

che 'n fin dentro a la morte

mi colpir li occhi suoi. -

Molto cortesemente mi rispose

quella, che di me primaaveva riso:

disse: - la donna che nelcor ti pose

co' la forza d'amor tutto 'l suo viso,

dentro per li occhi ti mirò sì fiso

ch'amor fece apparire.

Se t'è grave 'l soffrire

raccomandati a lui. -

Vanne a Tolosa, ballatetta mia,

ed entra quetamente a la Dorata.

Ed ivi chiama che, per cortesia

d'alcuna bella donna, sia menata

dinanzi a quella, di cui t'ò pregata;

e, s'ella ti riceve,

dilli con voce leve:

Per merzé vengo a voi. [185]

Lapo Gianni si compiace d'essere stato reintegrato onorevolmente nella setta e innalzato a più alto grado o ufficio.

Amore, io non son degno ricordare

tua nobiltate e tuo conoscimento;

però chiero perdon, se fallimento

fosse di me, vogliendoti laudare.

Io laudo Amor, di me a voi, amanti,

che m'ha sor tutti quanti meritato

e 'n su la rota locato vermente;

che la' ond'i' sole' aver tormenti e pianti

aggio sì bon sembianti d'ogni lato,

che salutato son bonairemente.

Grazie, merzede a tal signor valente

che m'ha sì alteramente sormontato

e sublimato in su quel giro tondo

che 'n esto mondo non mi credo pare.

Unqua non credo par giammai trovare

se 'n tale stato mi mantene Amore,

dando valore a la mia innamoranza.

Or mi venite, amanti a compagnare

e qual di voi avesse alcor dolore

impetrerò ad Amor per lui allegranza;

ché egli è segnor di tanta beninanza,

che qual amante a lui vuol star fedele,

s'avesse il cor crudele,

si vole inver di lui umilïare.

Vedete, amanti com'egli è umile

e di gentile e d'alter baronaggio

ed ha 'l corsaggio in fina conoscenza!

Ché me veggendo sì venuto a vile,

si mosse il signorile com' messaggio,

fé riparaggio a la mia cordoglienza

e racquistò 'l miocor ch'era in perdenza,

da quella che rn'avea tanto sdegnato:

poi che gliel'ebbe dato,

m'ha poi sempre degnato salutare [186].

Gianni Alfani, venuto in rapporto a Venezia con un gruppo settario affine a quello che ha lasciato a Firenze, fa conoscere al nuovo gruppo la sua fedeltà alla setta fiorentina affermando che essa ha le stesse «bellezze» di quella di Venezia e si adorna degli stessi «dolci desiri» che tiene negli occhi quella di Venezia. Infine chiede alle donne, agli «adepti» di essere aiutato e confortato.

De la mia donna vo' cantar con vui,

madonna da Vinegia,

però ch'ella si fregia

d'ogni adorna bellezza che vo' avete.

La prima volta che io la guardai,

volsemi gli ochi sui

sì pien d'amor che mi preser nel core

l'anima isbigottita, sì che mai

non ragionò d'altrui,

come legger si può nel mio colore.

O lasso, quanto è suto il mio dolore

poscia, pien di sospiri,

per li dolci desiri

che nel volger degli occhi voi tenete!

Di costei si può dir ben che sia lume

d'amor, tanto risplende

la sua bellezza addentro d'ogni parte;

ché la Danubia, che è così gran fiume,

e 'l monte che si fende

passai e in me non ebbe tanta parte

ch'i' mi potessi difender, che Marte

cogli altri sei del cielo,

sotto 'l costei velo

non mi tornasser, come voi vedete.

De, increscavi di me, donne, per Dio,

ch'io non so che mi fare,

si son or combattuto feramente

ch'amor, la sua mercé, mi dice ch'io

non le tema mostrare

quelle ferite onde io vo' [] dolente.

Io l'ho scontrata e pur di porla a mente

son venuto sì meno

e di sospir sì pieno,

ch'io caggio morto, e voi non m'accorrete. [187]

Cino da Pistoia si lamenta perché dopo esser divenuto «Fedele d'Amore» è stato perseguitato dal sospetto della Chiesa (morte). Si duole che la vita dei «Fedeli d'Amore» sia penosa ed esiga una dolorosa disciplina e che quando egli, il poeta, piange, (cioè è costretto a simulare), Amore (la setta) non comprenda che egli simula e lo accusi di seguire veramente la Chiesa corrotta.

Senza tormento di sospir non vissi,

né senza veder morte un'ora stando

fui poscia, che i miei occhi riguardando

a la beltade di Madonna fissi;

come uom ch'i' non credea che tu ferissi,

Amore, altrui, quando 'l vai lusingando,

e sol per isguardar meravigliando

di così mortal lancia il cor m'aprissi;

anzi credea, che quando tu uscissi

di sì begli occhj apportassi dolci ore

non già che fossi amaro e fier signore,

né che 'n guisa cotal tu mi tradissi,

che fai sollazzo dello mio dolore,

vedendo uscir le lagrime dal core [188].

Lapo Gianni protesta la sua fedeltà e la sua devozione alla setta, ricorda che altra volta egli ha mancato verso di lei con indiscrezioni delle quali però si pentì e delle quali fu perdonato; si la-menta ora che la setta gli si mostri nuovamente poco benevola.

Gentil donna cortese e di bon'are,

di cui Amor mi fé primo servente,

merzé, poi che 'n la mente

vi porto pinta per non vi obbliare.

Io fui sì tosto servente di voi,

come d'un raggio gentile amoroso

da vostri occhi mi venne uno splendore;

lo qual d'Amor sì mi comprese poi,

che avante a voi sempre fui pauroso,

sì mi cerchiava la temenza il core.

Ma di ciò grazie porgo a Lui signore,

che 'l fe' contento di lungo disio,

della gioi' che sentio,

la qual mostrò in amoroso cantare.

In tal maniera fece dimostranza

mio cor leggiadro de la gio' che prese,

che in grande orgoglio sovente salio,

fora scovrendo vostra disnoranza.

Ma poi riconoscendo com' v' offese,

così folle pensier gittò in oblio:

quando vostro alto intelletto l'udio.

Sì come il cervo in ver lo cacciatore,

così a voi servidore

tornò, ché li degnasti perdonare. [189]

Perdon cherendo a voi umilemente

del fallo, ché scoverto si sentia,

venne subbietto in vista vergognosa,

voi non seguendo la selvaggia gente.

Ma come donna di gran cortesia

perdonanza li feste copïosa.

Or mi fate vista disdegnosa

e guerra nova in parte comenzate;

ond'io prego pietate

ed Amor, che vi deggia umiliare. [190]

Cavalcanti esalta la virtù, la cortesia e la vita onesta e diritta di coloro che appartengono alla setta dei «Fedeli d'Amore» considerando gli altri come morti perché non hanno vera vita.

Vita mi piace d'om che si mantene

cortesemente ne la via d'amore,

e che acconcia il su' amoroso core

in ciò che vole onore e tutto bene.

Ché indi nasce tutta fiata e vene

quanto ch'om face che sia di valore,

sì che mi sembia che vivendo more

quei che si parte da sì dolce spene [191].

Ché la vita d'amore è graziosa,

e 'n tutte cose si sape avanzare

lo 'nnamorato me' che l'altra giente;

ché chi non à d'amor né non ne sente

non puote, al mi' parer, di sé mostrare

neente ch'apartenga a nobil cosa. [192]

È particolarmente interessante la seguente ballata di Guido Cavalcanti: Veggio negli occhi della donna mia, alla quale ho già accennato. Dinanzi a essa non so se qualcuno pensi sul serio che la donna sua sia una donna di carne, perché a questa donna sua accade il fenomeno stranissimo che dalla sua labbia, dal suo aspetto, (o secondo altra interpretazione dalle sue labbra) esce un'altra donna e poi un'altra, ambedue bellissime e dall'ultima si muove una stella e si annunzia che «è apparita la salute»! Poiché questa donna è la Sapienza santa (la Beatrice, la fede) nascono naturalmente da lei altre due divine virtù, la carità e la speranza, la quale ultima naturalmente manda una stella (un messaggio lieto - si ricordi la stella apparsa ai Magi) che annunzia la salute all'anima.

La donna divina è esaltata per la sua santa umiltà e per il suo valore, ma chi insiste nel mirarla, chi cioè la guarda a lungo e progredisce nella Sapienza santa, giunge a quell'«excessus mentis» nel quale Rachele muore (come muore Beatrice), giunge cioè «all'atto della contemplazione pura» nel quale la virtù della divina Sapienza trascende il mondo per salire nel cielo. (Vd. Op. cit. IV, 5).

Veggio ne gli occhi de la donna mia

un lume pien di spiriti d'amore

che porta uno piacer novo nel core

sì, che vi desta d'allegrezza vita.

Cosa m'avien quand'i' le son presente

ch'i' no la posso a lo 'ntelletto dire:

veder mi par da la sua labbia uscire

una sì bella donna, che la mente

comprender no la può; che 'nmantenente

ne nasce un'altra di bellezza nova,

da la qual par ch'una stella si mova

e dica: - la salute tua è apparita. -

Là dove questa bella donna appare

s'ode una voce che le ven davanti,

e par che d'umiltà 'l su' nome canti

sì dolcemente che s'i' 'l vo' contare

sento che 'l su' valor mi fa tremare.

E movonsi ne l'anima sospiri

che dicon: - guarda se tu costei miri

vedrai la sua vertù nel ciel salita. [193]

Cino da Pistoia, recatosi a Roma ove sotto il «sasso» della Chiesa corrotta giace morta la santa Sapienza della Chiesa primitiva, ha pianto su di essa come sulla tomba della donna amata.

Io fui 'n su l'alto e 'n sul beato monte

ove adorai baciando il santo sasso,

e caddi 'n su quella pietra, ohimè lasso!

Ove l'onesta pose la sua fronte.

E ch'ella chiuse d'ogni virtù 'l fonte [194]

quel giorno che di morte acerbo passo

fece la donna del mio cor lasso,

già piena tutte d'adornezze conte.

Quivi chiamai a questa guisa Amore

- Dolce mio dio, fa' che quinci mi traggia

la morte a sé, ché qui giace il mio core. -

Ma poi che non m'intese il mio Signore,

mi dipartii pur chiamando Selvaggia; [195]

l'Alpe passai con voce di dolore.

Guido Cavalcanti (dopo uno di quei periodi di incertezze e di sdegni che pare dovessero essere frequenti) riprende il suo posto di lotta nella setta ed esalta la Sapienza santa dichiarando che non può rivelare il vero oggetto del suo amore.

Ne l'amoroso affanno son tornato

ed òmmi miso amore a sostenere: [196]

la più dolce fatica, al mi' parere,

che sostenesse mai null'omo nato.

Chè 'n quello loco, ove m'à servo dato,

dimoro sì con tutto il mi' volere,

che segnoria non è né nul piacere

 ch'i' più volesse né mi fosse 'n grato.

Che giovane bieltade e cortesia,

saver compiuto con perfetto onore

tuttor si trova in quella, cui disio.

Più non ne dico; che teme 'l cor mio,

se più contasse di su' gran valore,

ciascun saprebbe; quegli in tal disia. [197]

Cino da Pistoia, essendo lontano, domanda notizie della setta che è sempre più nascosta nei pericoli dei tempi avversi e chiede quale raggio di speranza si ha che le sue condizioni migliorino. In questo sonetto appare chiaramente che egli domanda speranza di tempi migliori a un adepto nel momento in cui gli domanda notizie della «beltà che per dolor si chiude» che è qualificata come donna in apparenza. Il pensiero della (finta) donna scivola inavvedutamente nella preoccupazione politica o religiosa.

Novelle non di veritate ignude

quant'esser può lontane sien da gioco,

disìo saver, sì ch'io non trovo loco,

de la beltà che per dolor si chiude.

A ciò, ti prego, metti ogni virtute,

pensando ch'entrerei per te 'n un fuoco;

ma svarïato t'ha forse non poco

la nuova usanza de le genti crude;

sicché, ahi me lasso! il tuo pensier non volte;

però m'oblii; ché memoria non perde,

se non quel che non guarda spesse volte:

ma, se del tutto ancor non si disperde,

mandami a dir, mercé ti chiamo molte,

come si dee mutar lo scuro in verde. [198]

Gherarduccio Garisendi accusa un adepto (Cino) di essere infedele alla «pinta» (gallina faraona - la setta) perché ghermito dalla pola silvana» (la folaga - la Chiesa) e di tenere il piede in due staffe tra la Chiesa e la setta, mentre egli, Gherarduccio, è fedelissimo alla setta (il fiore).

Poi che 'l piancto vi da fe certana

vorrei saper da voi maestro Michele

s'amor lo cor conduce con duo vele

sì che la mente vada 'n porto sana? [199]

Se v'ha ghermito la pola selvana

com'esser può de la pinta fedele?

Però ch'amante quando pon duo tele

a l'una pur conven mancar la lana.

Sì che perseverando 'n tale errore

dimando vostro fin valor completo

che mi dimostri questo suo segreto,

ch'amor suolmi distringer per un fiore

sì, che d'ogn' altro m'ha fatto divieto

et senza quel non posso mai star lieto. [200]

Guido Cavalcanti fa sapere a Dante che Lapo Gianni (il servitore di Monna Lagia) si è rivolto a lui per aiuto (probabilmente perché la setta non procedesse per qualche colpa contro di lui), che egli Guido è riuscito a trattenere la setta (amore) che affilava i dardi (preparava sentenza) contro Lapo e che Lapo poteva tornare alla setta (alla donna). Questo sonetto va messo probabilmente in rapporto con gli altri due di Cavalcanti e di Dante nei quali uno incarica Dante di sorvegliare Lapo e l'altro mostra di esultare (probabilmente qualche tempo dopo) perché Lapo è stato cacciato dalla setta. Il sonetto è sconclusionato e incomprensibile nel senso letterale.

Dante, un sospiro messaggier del core

subitamente m'assalì dormendo,

ed io mi risvegliai allor, temendo,

che elli fosse in compagnia d'amore.

Poi mi girai e vidi 'l servidore

di monna Lagia, che venia dicendo:

- Aiutami, pietà - sì che piangendo

i' presi di mercé tanto valore,

 

ch'io giunsi amore ch'afilava dardi.

Allor lo domandai del suo tormento

ed elli mi rispose in questa guisa:

- Dì al servente che la donna è prisa

e tengola per far suo piacimento:

e se no 'l crede dì ch'a li occhi guardi. [201]

Gherardo da Reggio informa che un «Fedele d'Amore» è stato preso e forse ucciso dalla Chiesa (Morte) senza che la sua donna (la setta) l'abbia aiutato o difeso, per il che Gherardo, sdegnato, è incerto se continuare o no ad aver fede nella setta dichiarando che non può ammettere che la setta lasci così distruggere i suoi. Si noti l'assurdità del senso letterale secondo la quale egli domanderebbe se deve o no restare innamorato della donna dell'amico morto, obbligo che certo nessuno poteva attribuirgli!

Con sua saetta d'or percosse Amore

tale, che poi senza mercé morio

et sua donna crudele 'l consentio,

né se ne dolse, né cangiò colore.

Et io che l'ho com'amico nel core

infiamma sì, messer, l'animo mio,

ch'i' son disposto con ogni desio

tal'hor di no, tal'hor di farle honore.

Se l'amo faccio bene, o s'el deo fare

d'haverla 'n odio, hor mi rispondete?

Ch'io terrò giusto ciò che manderete,

però che amore et io nol so pensare

come potria soffrir che si morisse

huom, che sua donna non se ne dolisse. [202]

Guido Cavalcanti, approfittando del fervore di entusiasmo e di fede sorto intorno alla Madonna di S. Michele in Orto [203] pone la santa Sapienza, «la donna sua» in figura di questa Madonna e parla dell'accusa d'idolatria che fanno contro di essa i Frati Minori (inquisitori). Questo sonetto, secondo il Codice Vaticano 3214, n. 154, fu mandato a Guido Orlandi di Firenze «et non seppe chi li li mandasse. Se non che sippensò per le precedenti pare che fosse Guido Chavalcanti. El messo tornò per la risposta la quale è a presso a questo Sonetto. Lo qual dice: "S'avessi decto amico di Maria"». Si comprende come Guido Orlandi, sospettando un tranello in quella grave e inusitata provocazione contro i Frati Minori, rispondesse - come vedremo - fuori gergo e con religiosa inusitata untuosità verso i frati.

Una figura della Donna mia

s'adora, Guido, a San Michele in Orto,

che di bella sembianza, onesta e pia,

dei peccatori è gran rifugio e porto.

E, qual con devozion lei s'umilia,

chi più languisce più n'à di conforto:

l'infermi sana e demon caccia via,

ed occhi orbati fa vedere scorto.

Sana in pubblico loco gran langori:

con reverenza la gente la 'nchina:

due luminara l'adornan di fori.

La voce va per lontane cammina;

ma dicon ch'è idolatra i Fra' Minori

per invidia che non è lor vicina. [204]

«Quest'è la risposta ke diede Guido Orlandi al messo ke li diede il detto sonetto». Si osservi bene che il redattore del codice (molto bene addentro nelle cose) non dice che la risposta fu mandata a Guido Cavalcanti. L'Orlandi, sospettando un tranello e una provocazione in quella sfrontata allusione contro i Frati Minori, risponde fuori gergo parlando di tutt'altro e in maniera così untuosamente bigotta che questa poesia stona violentemente in mezzo a tutte le altre del dolce stil novo con le quali non ha proprio nulla in comune e serve benissimo a far risaltare il vero carattere del sonetto precedente e l'ambiente di sospetto nel quale queste poesie venivano scambiate.

S'avessi detto, amico, di Maria,

di grazia plena e pia,

rosa vermiglia se' piantata in orto;

avresti scritta dritta simiglìa.

È veritas e via,

fu del nostro Signor magione e porto.

E di nostra salute quella dia

che prese sua contia,

l'angelo le porse il suo conforto.

E cierto son chì ver lei s'umilia,

e sua colpa grandia,

che sano e salvo il fa, vivo di morto.

Ahi, qual conforto ti darò, che plori

con deo li tuoi fallori

e non l'altrui; le tue parti diclina

e prendine doctrina

dal publican che dolse i suo' dolori.

Li Fra' Minori sanno la divina

iscrittura latina

e de la fede son difenditori

li bon predicatori;

lor predicanza è nostra medicina. [205]

Sono particolarmente interessanti alcune poesie nelle quali Onesto Bolognese, ribelle evidentemente alla setta e divenuto suo dispregiatore dopo avere avuto in essa un «alto luogo», scrive contro Amore, contro la sua vanità, incitando i «Fedeli d'Amore» ad abbandonare la setta. Nel sonetto che qui si ricorda, Poi non mi punge più d'amor l'ortica, l'iroso poeta scivola a un certo punto in un nonsenso che tradisce palesemente il significato segreto. Dopo aver parlato della propria donna al singolare, eccitando Cino ad abbandonare l'amore, si tradisce e dice:

provedi al negro che ciascun tuo paro

a lei ed a amor fatta ha la fica.

Ora è evidente che qui Onesto eccita Cino ad abbandonare non la donna sua, di Cino, come sarebbe naturale, ma la propria donna, quella stessa di Onesto Bolognese, che al dir suo già tutte le altre persone per bene, «ciascun tuo paro», avevano abbandonato con dispregio, e con ciò tradisce in modo addirittura ridicolo il fatto che questa donna era una sola: la setta.

Poi non mi punge più d'amor l'ortica

che sembra dolce ogni tormento amaro,

anzi ne son lontano più che dal caro [206]

suo vil poder non prezzo una mollica.

E quella sconoscente mia nemica

ch'ad ogni larghezza ben colmo 'l staro

a cui non piace lo fallir di raro

con tanto senno sua vita nutrica.

E già nell'operar non s'afatica,

cotanto pare dilettoso et chiaro

ciò che la disonesta quella antica [207].

Amico io t'aggio letto la robrica

provedi al negro che ciascun tuo paro

a lei ed a amor fatto ha la fica. [208]

Onesto Bolognese scrive ancora a Cino d'essere uscito dalla setta che l'ha ingannato e di essere quindi «morto». A questo è stato portato dalla malvagità della setta stessa ed eccita Cino da Pistoia ad abbandonare egli pure la setta.

Quella che in cor l'amorosa radice

mi piantò nel primier che mal la vidi,

cioè la dispietata ingannatrice,

a morir m'ha condotto; e stu nol cridi,

mira gli occhi miei morti in la cervice,

e del cor odi gli angosciosi stridi,

e dell'altro mio corpo ogni pendice,

che par ciascuna che la morte gridi.

A tal m'ha giunto mia donna crudele

ch'entro tal dolor sento in ogni parte;

 .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .

Che 'l mio dolzor con l'amaror del fele

aggio ben visto, Amor, com' si comparte.

Ben ti consiglio, di lui servir guarte. [209]

Cino da Pistoia, eccitato da Messer Onesto col precedente sonetto ad abbandonare la setta, gli risponde che prima di diventare «Fedele d'Amore» bisogna seriamente pensarci, che non si deve le-gare ad Amore (alla setta) chi nei momenti gravi (quando si grida: «Ancidi, Ancidi»!) piange o ride, cioè si avvilisce o se la ride. Cino si riconferma fedele ad Amore nella pace e nella lotta (si noti bene: nella pace e sotto Marte) e consiglia Onesto a imitarlo.

Anzi che Amore nella mente guidi

donna, ch'è poi del core ucciditrice,

si convien dire all'uom: - Non sei fenice:

guarti d'Amor se tu piangi e tu ridi;

quand'odirai gridare: - ancidi, ancidi -

ché poi consiglia invan chi 'l contradice:

però si leva tardi chi mi dice

ch'Amor non serva né di lui mi fidi.

Io li son tanto suggetto e fedele,

che morte ancor di lui non mi diparte;

ch'io 'l servo nella pace e sotto Marte.

Dovunque vola o va drizzo le vele,

come colui che non li servo ad arte [210].

Così, amico mio, convene farte [211].

Onesto Bolognese dopo la discussione precedente, deride ora Cino da Pistoia, uscito o messo in bando dalla setta. Evidentemente Cino ha gustato un frutto che è buono, ma ha il nocchio amaro. Onesto dice che d'ora innanzi non parlerà più a Cino «per figura» come usavano i «Fedeli d'Amore» e dice che Cino apprende ora delle cose che Guido e Dante, i due capi della setta, non gli hanno insegnato.

Sete voi, Messer Cin, se ben vi adocchio,

sì che la verità par che lo sparga,

che stretta via a voi vi sembra larga,

spesso vi fate dimostrare ad occhio.

Tal frutto è buono, che di quello il nocchio,

chi l'assapora, molto amaror larga:

e ben lo manifesta vostra targa,

che l'erba buona è tal com'è il finocchio.

Più per figura non vi parlo avante,

ma posso dire, e ben ve ne ricorda,

che a trarre un baldovin vuol lunga corda.

Ah Cielo! E che follia dire s'accorda!

Allor non par che la lingua si morda;

né ciò v'insegnò mai Guido né Dante [212].

Bacciarone di Messer Baccone si scaglia contro la setta dei «Fedeli d'Amore». Egli dice loro tali enormi e assurdi insulti che sarebbero assolutamente inconcepibili se rivolti semplicemente a della gente che è innamorata. In questa trasparentissima canzone il poeta dice di essere stato «Fedele d'Amore» e di voler fare sconfitta alla gente che segue lui (la setta), che è denudata d'onore di prodezza e d'allegrezza e da capo a piedi veste tutto il contrario (di quel che dovrebbe). Dice che essi cantano lodando Amore che li sconcia e lo esaltano come colui che porta all'onore. Deride «li matti che si covren del suo scudo, il qual manco è, che di ragnolo tela», con evidente allusione ingiuriosa al segreto del gergo. Continua dicendo che non vuol più saperne di stare tra i «Fedeli d'Amore»: «Non già me coglieranno a quella setta» ove, egli dice, non era padrone di se stesso. Dice che l'amore non riuscirà più a fargli parere la triaca veleno e il veleno triaca. Dice che l'amore gli faceva sembrare persa (maggiorana) l'ortica e gli faceva parere nemica una che non nomina e non spiega chi sia e senza la quale egli sarebbe fuori di vita (la Chiesa) e soffrirebbe invece morte obbrobriosa e crudele. Dice che tutta la gente (gli adepti) gli è mancata e più chi gli faceva più festa e non dice affatto che gli sia mancata la donna, anzi della donna non c'è una parola sola! Grida a tutti di guardarsi bene dal cadere nel servaggio dell'amore che porta dolore e dannazione e ogni male e toglie questa vita e l'eterna. Dopo una strofe piena di violentissimi insulti dove parla di un luogo laido e disonorato (!) ove sono involti i «Fedeli d'Amore», allude oscuramente a una troia alla quale amore avrebbe affibbiato addosso il suo manto [213]!

Ricordo che fu soprattutto la lettura di questa poesia (nella quale l'odio del settario dissidente appare così chiaro e che è impossibile comprendere nell'àmbito dell'amore letterale e specialmente di quello squisito e raffinatissimo amore dei «Fedeli d'Amore»), quella che parve decisiva al Délécluze per accettare, come dimostrata la tesi del Rossetti, dell'esistenza di una setta dei «Fedeli d'Amore». Ricordo anche che queste brutte poesie dei «Fedeli d'Amore» dalle quali più traspare il pensiero segreto e settario, sono quasi ignote alla massa dei lettori che conoscono invece «Tanto gentile e tanto onesta pare» e simili e che per questo appunto hanno impressioni di questa maniera di poetare completamente falsate. Il testo è scorretto ma ho voluto lasciarlo com'è.

Nova m'è volontà nel cor creata,

la qual compresa l'alma e 'l corpo m'ave,

volendo proferisca e dica 'l grave

crudele stato ch'è in amor fallace:

però ch'alquanto già fui suo seguace

vuol che testimonia rendane dritta,

alla gente faccia sconfitta,

che seguen lui; com'ell'è denudata

d'onor, di prode, e d'allegrezza totta,

e come dal piè veste infino al capo

tutto 'l contrar, se eo ben dir lo sapo.

Dironne un poco, poi no 'l cor mi lascia,

e come grave a portar son suoi fascia

e com'sre' mei', cui ten, tenessel gotta.

Ora dico, chi 'l segue com'ei concia

che disconciando loro e il loro elloro

gridanne, punto non ne fan mormoro

ma si rallegran, com'oro acquistasse.

Parmi di tai son lor le vertù casse;

non più che vista han d'uomo razionale,

poi prenden gioia, e del lor cantan male,

e danno laude a chi tanto li sconcia,

cioè Amor, che non stanchi si veno

di coronarlo imperò d'ogni bene,

e senza lui non mai nullo pervene,

dicono, a cosa possa avere onore,

onde cotal discende loro errore

di lassarsi infrenar di sì reo freno.

Non venonsi gechiti di laudare

il folle e vano amor, d'ogni ben nudo,

li matti, che si covren del suo scudo,

il qual manco è, che di ragnolo tela;

e ché li porta isportando a vela

mettonsi a mar, creden' giungere a porto;

e poi che nel pereggio gli ave accorto

alma fa, corpo, aver, tutto affondare:

d'ogni dunque reo male è fondamento.

Poi tutto tolle bono, e 'l contrar porge,

come la gente non di lui s'accorge

a prender guardia de' suo' inganni felli,

che a Dio li fa ed al mondo ribelli?

Meraviglia grand'è com'non è spento.

Tai laudator lor pon far piacer reo

di donar pregio a cotale amore,

che tutto trappa bene, e dà dolore.

Non già me coglieranno a quella setta;

alcuna fiata fui 'n sua distretta,

non sì disposto che m'avesse acchiuso,

ch'eo non potesse giù gire e suso;

né suo serv'era, né signor ben meo [214].

Onde m'accorsi del doglioso passo,

ove m'avea condutto, e conducia,

che parenti e amici avea in obbria,

e quasi Dio venìa dimenticando;

per che nel tutto gli aggio dato bando,

non più dimorovi, né prendo stasso.

Parmi diritta dar possa sentenza

chi servito signor ha in sua magione,

se giusto, come comanda ragione,

u se il contraro di ciò il disforrna,

e chi non dimorato loco forma

di sua condizion ave neiente,

ma tanto come a voce della gente

che mante fiate del ver fa 'ntenza.

Perché d'amor deo saver far saggio

com'uomo che del suo sentì tormento,

d'ogni, dico, tristore è munimento:

colpi di tuoni quasi son soavi

a paraggio de' suoi; tanto son gravi

ed empi non pensar porta 'l coraggio.

Nighittoso fa l'uomo il suo difetto

a tutte oneste e profittabil cose,

ed a seguir le inique odiose

pronto, ardito, viziato 'l cor regge;

cotal d'amore è sua malvagia legge.

Ma, assai che è, da dosso me l'ho spento,

e in tal guisa, in verità che pento

lo suo mi turberea veder tragetto.

Non più triaca mi farà parere

veneno, e fino lo venen triaca.

Ché d'esto far di neun tempo vaca

ai denudati ch'hanno in lui gran fede.

Cotal decreto in sua corte possede,

se i suoi, non gran fatt'è, falli cadere (?)

Al passo ditt'ho che m'addusse forte,

di sua sentendo suggezione spersa,

e dico, come femmi parer persa

qual aspra più e pungent'era ortica;

e come mi facea parer nemica,

cui di nomare mi piace tuttora,

senza la qual di vita serea fora,

brobbiosa sofferendo e crudel morte,

che là u' tutta gente hammi fallita

e più chi più di me mostrava festa,

chi ditto non lassatasi la vesta

per poter mala persona dar campo,

per pioggia, né per vento, né per lampo,

di pensar ciò né far vesi gechita.

Poi mi condusse in sì crudele errore,

che mi facea del corpo il core odiare,

un uncia non avendo del cantare

di suo gravoso e sprofondato pondo;

or de' ben dirupare nel profondo

chi di tal carco addosso ave la soma,

e cui afferat'ha ben per la chioma,

sì certo, ch'ogni i tolle, ch'ha valore

miri, miri catuno, e ben si guardi

di non in tal sommettersi servaggio,

ch'adduce noia e spiacere e dannaggio,

e tutto quanto dir puossi di male,

che questa vita tolle e l'eternale.

Oh! Quanto assaporar mei' fora cardi.

O miseri dolenti sciagurati,

o netti d'allegrezza e di piacere,

fonte d'ogni tristizia possedere.

Spenti di vertù tutte e di luce,

ponendo cura bene o' vi conduce

il vostro amore, ch'al malvagio conio

odiar via più fareste che demonio?

Ma non tanto potete; sì v'ha orbati.

Se della mente gli occhi apriste bene,

e lo 'ntelletto non fossevi tolto,

vedreste chiaro il loco, ove v'ha 'nvolto

ch'è tanto laido, e dissorrato, e reo;

non savreste altro dir, che mercé Deo;

così doloroso è tutto ch'ei tene.

Amor, ti chiamo per lo nome quanto

per l'operare parmi ben so chenti

di che ditt'ho: se gravato ti senti,

e vuoi apporre di te vegna gioia,

piacemi farlo sentenziare a Troia,

a cui adosso il tuo affibbiasti manto [215].

E per chiudere questo saggio di poesie tradotte mi sembra quasi un debito d'onore che io debba spiegare il sonetto oscurissimo di Cino da Pistoia che ho portato da principio per esempio di evidentissima scrittura in gergo, il sonetto: Perché voi state, forse, ancor pensivo.

Nel corso della nostra trattazione abbiamo appreso qua e là molte cose che lo rendono ora abbastanza comprensibile. Abbiamo appreso che si diceva «follia» per indicare i nemici della setta, «fonte» o «rivo» la fontana d'insegnamento, la tradizione iniziatica o il luogo dove si coltivava o si insegnava, che si chiamavano «pietre» i seguaci della Chiesa corrotta, odiati dai «Fedeli d'Amore», che si chiamava «vento» o «gelo» o «freddo» la forza prevalente della Chiesa corrotta.

Ci resta una cosa da aggiungere, che nel Medioevo era noto (e lo possediamo anche oggi) il libro di Andrea Cappellano dedicato a un Gualtieri e che trattava appunto della dottrina dell'amore, ed era comunemente designato come Il libro di Gualtieri, ed è chiaro che quando un «Fedele d'Amore» diceva: «Studio nel libro di Gualtieri per trarne vero e nuovo intendimento» voleva dire: «Approfondisco la dottrina dell'amore e le formule della sua espressione» [216]. E il senso generale del sonetto viene a suonare ora come una chiara informazione della propria attività settaria in questi termini: «Poiché non sapete ancora notizie di me vi scrivo del mio stato. Ho incontrato da prima gente avversa e tutta devota alla Chiesa corrotta (follia), quindi mi sono allontanato e ho ritrovato un gruppo settario (acqua di rio). Ora mi sto occupando di conoscere la gente che ci è avversa, cioè le «pietre», studiando il «lapidato» con speciali intenzioni. Ma in questo luogo domina completamente la Chiesa corrotta (tira vento); io non posso che studiare ancora la nostra dottrina d'amore con intento di trarne nuovi profondi pensieri».

Perché voi state, forse, ancor pensivo

d'udir nuova di me, poscia ch'io corsi

su quest'antica montagna de gli orsi,

de l'esser di mio stato ora vi scrivo:

già così mi percosse un raggio vivo,

che 'l mio camino a veder follia torsi;

e per mia sete temperare a sorsi,

chiar'acqua visitai di blando rivo:

Ancor, per divenir sommo gemmieri,

nel lapidato ho messo ogni mio intento,

interponendo varj desideri.

Ora 'n su questo monte tira vento;

ond'io studio nel libro di Gualtieri,

per trarne vero e nuovo intendimento [217].

Lascio ai miei lettori, ripeto, il lavoro ormai facile e gioioso di aggirarsi per mezzo di questa piccola chiave nel castello incantato di tutte queste poesie d'amore, di scoprire cioè il senso riposto di tutte le altre poesie di questi «Fedeli», per quanto lo permettano, s'intende, le corrotte o incerte lezioni e i riferimenti non infrequenti a fatti che ci sono ignoti.

 

Note

__________________________

 

[1] Una donna?

[2] Valeriani, Op. cit., I, p. 519.

[3] R. A., Codice Vaticano 3214, n. 124.

[4] R. A., Codice Vaticano 3214, n. 124.

[5] Che l'Inquisizione non vigili.

[6] R. A., Codice Vaticano 3214, n. 69.

[7] Purg., XXIV, 52.

[8] Per quest'ultimo si veda il saggio Amor mi spira in *Miscellanea di Studi Critici in onore di A. Graf, Bergamo 1903.

[9] Papanti, Dante secondo la tradizione, p. 86.

[10] Risulta pertanto che Dante dicendo «stile» non intende quello che intendiamo noi, ma piuttosto «maniera di simbolizzare». E ora s'intende quell'incomprensibile idea di aver preso da Virgilio «lo bello stile» che era poi in fondo il dolce stil novo, idea che ha fatto strabiliare tutti. In realtà Dante come Servio, come Fulgenzio, ritenne che Virgilio simbolizzasse e aveva tolto da lui l'arte di simbolizzare profondamente, non lo «stile» nel senso nostro della parola.

[11] «E qui si conviene sapere che li occhi della Sapienza sono le sue demonstrazioni con le quali si vede la veritade certissimamente; e lo suo riso sono le sue persuasioni».

[12] «Per amore intendo lo studio lo quale io mettea per acquistare l'amore di questa donna».

[13] Convivio, III, X, 6-8.

[14] Dino Compagni scoprì le lettere da lui scambiate con i nemici del Comune per proporre il complotto contro Firenze e lo fece condannare in grave pena. D. Compagni, Cronaca, I, cap. XXXIV. Ma secondo la critica «positiva» costui poté leggere nel Poema di Dante che la propria moglie se ne andava per il Paradiso Terrestre scarrozzata da Gesù Cristo in persona.

[15] Inutile dire che l'Aroux seguì ciecamente il Rossetti in questo suo errore e ne trasse molte confusioni.

[16] Quando dico che la sostituzione del significato di gergo alle parole sospette dà costantemente un nuovo e più profondo significato, intendo parlare soprattutto dei casi nei quali il senso letterale è oscuro o grossolano o evidentemente convenzionale. Questi poeti non hanno assolutamente vietato a se stessi di usare le parole di gergo nel loro significato vero quando ciò conveniva al senso, ma le hanno usate in una forma ambigua quando avevano una buona ragione di farlo. I Carbonari che davano a tempo e luogo un significato di gergo alla parola «carbone», non è da credere che non usassero mai la parola «carbone» nel suo significato vero quando si trattava di comprarlo per la cucina.

[17] R. A., Codice Vaticano 3214, n. 92.

[18] V. N., II.

[19] V. N., XX.

[20] Valeriani, Op. cit., I, p. 91.

[21] De Genesis ad Litt., cap. XVI, n. 59-60.

[22] Cino da Pistoia, Rime, Ediz. cit., p. 171.

[23] Compagni, Intelligenza.

[24] Questa ipotesi è confermata da quella terribile chiusa della canzone di Bacciarone contro Amore (la setta) ove, riferendosi probabilmente a un rito nel quale appariva una donna vera (che qualche volta poteva non essere all'altezza del simbolo, come avvenne per la Dea Ragione), scrive oscuramente che Amore ha «affibbiato il suo manto addosso a una troia»!

[25] Cino da Pistoia, Rime, Ediz. cit., p. 166.

[26] Macchioro, Zagreus.

[27] Ai Romani, 6.

[28] Ediz. Lamma, p.61.

[29] Ediz. Lamma, p. 83.

[30] Monaci, Op. cit., p. 52.

[31] Cavalcanti, Ediz. cit., p. 96.

[32] Cavalcanti, Ediz. cit., p. 98.

[33] Ediz. Bandi di Vesmes, Bologna 1875, p. 157.

[34] Convivio, passim. Per la Commedia vd. Pascoli, Sotto il velame.

[35] Diez, Das Leben u. Werke der Troubadours, Leipzig 1882, p. 454.

[36] Senso letterale ridicolissimo. Nel senso vero la morte (Chiesa corrotta) era combattuta dagli eretici col battesimo dell'acqua, del fuoco e dello Spirito.

[37] Ricchi d'intelletto.

[38] Obbligo che avrebbe avuto la Chiesa non certo la morte.

[39] Assimilata la Chiesa, morte, al peccato, errore, è naturale che si ricordi la vittoria di Cristo su quella Morte che è il peccato e l'errore, invocando come Dante, Cristo contro la Chiesa corrotta. La morte naturale non fu affatto vinta da Cristo, egli vinse la morte spirituale, l'errore, il peccato. È questa un'altra conferma che qui non s'intende parlare della morte naturale.

[40] Motivo realistico convenzionale in apparenza. In realtà la corruzione della Chiesa ha condotto all'Inferno papi e imperatori, ecc.

[41] Si comprenda: Non ti basi sulla verità dimostrata giusta, ma sulla tradizione del tuo uso o Chiesa corrotta. Che la Morte vera faccia valer l'uso invece della ragione è una goffaggine.

[42] Cino, Ediz. cit.

[43] R. A., p. 76.

[44] R. A., p. 89.

[45] Cino da Pistoia, Ediz. cit., p. 30.

[46] Cino da Pistoia, Ediz. cit., p. 57.

[47] Cavalcanti, Ediz. cit., p. 163.

[48] O leggenda di Dante accusato di eresia e che, per scolparsi scrive in una notte un perfettissimo e ortodossissimo e impeccabile Credo!

[49] Ediz. cit., p. 146.

[50] Ediz. cit., p. 121.

[51] Cavalcanti, Ediz. cit., p. 144.

[52] Cino da Pistoia, Ediz. cit., p. 15.

[53] Cino da Pistoia, Ediz. cit., p. 126.

[54] Cino da Pistoia, Ediz. cit., p. 134.

[55] R. A., Codice Vaticano 3214, n. 68.

[56] Cino da Pistoia, Ediz. cit., p. 182.

[57] Cavalcanti, Ed. cit., p. 156.

[58] La Chiesa.

[59] Tieni come morta la Sapienza.

[60] Corrotta.

[61] Dante: Op. cit., I, p. 127.

[62] Documenti d'Amore, Ediz. cit., vol. III, pp. 144 e sgg.

[63] Documenti d'Amore, Ediz. cit., vol. III, p. 152.

[64] V. N., III, 1.

[65] V. N., XXIII, 8.

[66] Si veda per questa trattazione il cap. II.

[67] V. N., XX.

[68] Inf., I, 11.

[69] Cavalcanti, Ediz. cit., p. 85.

[70] Cino da Pistoia, Ediz. cit., p. 143.

[71] R. A., Codice Vaticano 3214, n. 34.

[72] R. A., Codice Vaticano 3214, n. 33.

[73] Falso amore.

[74] Rivalsa: Liriche del «Dolce stil novo», p. 46.

[75] Fiore, Sonetto XX.

[76] R. A., Codice Vaticano 3214, n. 8.

[77] Codice Vaticano n. 32.

[78] Rossetti, Il mistero dell'Amor Platonico, vol. I, p. 265.

[79] Rossetti, Il mistero dell'Amor Platonico, vol. I, p. 266.

[80] Anche lui così odiato per ignote ragioni da Dante suo compagno d'esilio, (Par., XV, 127) aveva scritto versi d'amore. Si trattava di un odio dovuto a ragioni settarie?

[81] Rossetti, Il mistero dell'Amor Platonico, vol. I, p. 269.

[82] Rossetti, Il mistero dell'Amor Platonico, vol. I, p. 270.

[83] Intelligenza, Ediz. cit., strofa 60.

[84] R. A., Codice Vaticano 3214, n. 140.

[85] Cino da Pistoia, Ediz. cit., p. 73.

[86] L'Acerba con prefazione, note e bibliografia di Pasquale Rosario, e, in appendice i sonetti attribuiti allo Stabili. Lanciano, Carabba.

[87] R. A., Codice Vaticano 3214, n. 56.

[88] Nel fiore.

[89] R. A., Codice Vaticano 3214, n. 56.

[90] R. A., Codice Vaticano 3214, n. 57.

[91] V. N., IX, 4.

[92] V. N., XIX, 1.

[93] Intelligenza, strofe 3.

[94] Vita di Dante.

[95] Cino da Pistoia, Ediz. cit., p. 143.

[96] Valeriani: Op. cit., II, p. 348.

[97] Dante: Op. cit., p. 88.

[98] Di affetto.

[99] Cino da Pistoia, Ediz. cit., p. 166.

[100] Cecco d'Ascoli, Ediz. cit., p. 156.

[101] Rivalta, Op. cit., p. 31.

[102] Con una punta larga limare una maglia che è piccola: grande difficoltà da uomo abile e sottile.

[103] Ridicolo elogio nel senso materiale!

[104] Non ha occhi da piangere.

[105] Rivalta, Op. cit., p. 33.

[106] Infondata e avventata è per me la certezza espressa dall'Aroux e dal Pèladan che significasse il consolamentum dei Catari.

[107] V. N., XXI.

[108] Ediz. cit., p. 83.

[109] Ediz. cit., p. 33.

[110] Ediz. cit., p. 31.

[111] Ediz. cit., p. 41.

[112] Ediz. cit., p. 28.

[113] Si noti il carattere chiaramente religioso di questa similitudine. Non si sente che si tratta di un rito? Si ripensi all'impressione, qui perfettamente obiettiva, del Croce a proposito della poesia d'amore di Dante: «Piuttosto che poesie i componimenti di Dante, si direbbero atti d'un culto, adempimenti di riti, cerimonie, drammi liturgici».

[114] (cibo). Ediz. cit., p. 61.

[115] Dante, Op. cit., p. 83.

[116] Vedi Rossetti, Il mistero dell'Amor platonico, vol. I.

[117] Valeriani, Op. cit., I, p. 108.

[118] Cavalcanti, Ediz. cit., p. 113.

[119] Ediz. cit., p. 83.

[120] Op. cit., p. 75.

[121] Cino da Pistoia, Ediz. cit., p. 26.

[122] Ediz. cit., pp. 56-57.

[123] V. N., XVIII, 1.

[124] Le Antiche Rime Volgari, p.278.

[125] V. N., VIII, 6.

[126] Dante, Op. cit., p. 64.

[127] Ediz. cit., p. 43.

[128] Sonetto XXXVIII.

[129] R. A., Codice Vaticano 3214, n. 129.

[130] Dante, Op. cit., p. 104.

[131] Cino da Pistoia, Ediz. cit., p. 143.

[132] Rivalta, Op. cit., p. 46.

[133] Le Antiche Rime Volgari, V, p. 248.

[134] R. A., Casanatense, d. v. 5 n. 195.

[135] Cavalcanti, Ediz. cit., p. 142.

[136] De Vulgari Eloquentia, I, VI, 2. Per le oscure frasi in esso contenute, che hanno sapore di gergo, vedasi il capitolo X.

[137] Valeriani, Op. cit., II, p. 270.

[138] Monaci, Op. cit., p. 42.

[139] R. A., Codice Vaticano 3114, n. 11.

[140] Cino da Pistoia, Ediz. cit., p. 94. Si noti che l'idea che il villano sia nemico di amore è un'idea comunissima in questi poeti ma forzata per convenzione; i villani potranno non comprendere gli innamorati ma non li odiano.

[141] V. N., XIX, 14.

[142] Comprenda.

[143] Cavalcanti, Ediz. cit., p. 84.

[144] Cino da Pistoia, Ediz. cit., p. 88.

[145] Dante, Op. cit., p. 121.

[146] Cino da Pistoia, Ediz. cit., p. 54.

[147] Cino da Pistoia, Ediz. cit., p. 171.

[148] Cino da Pistoia, Ediz. cit., p. 119.

[149] Cino da Pistoia, Ediz. cit., p. 116.

[150] R. A., Casanatense, d. v. 5, n. 186.

[151] R. A., Codice Vaticano 3214, n. 69.

[152] Ediz. cit., p. 126.

[153] Ediz. cit., p. 24.

[154] Ediz. cit., p. 184.

[155] Ediz. cit., p. 30.

[156] Ediz. cit., p. 106.

[157] Ediz. cit., p. 121.

[158] Ediz. cit., Append. p. 201.

[159] Cavalcanti, Ediz. cit., p. 110.

[160] V. N., XIII.

[161] Introduzione al commento della Vita Nuova.

[162] Francesco da Barberino, Ediz. cit., Vol. II, p. 291.

[163] Curioso che il Villani parli di una «nobile compagnia» che si fece a Firenze proprio nel 1283, epoca del massimo fiorire della setta, proprio «con uno signore detto dello Amore» e che per la Pasqua distribuiva «robe vaie»!

[164] Valeriani, Op. cit., II, p. 348.

[165] Questo «allargarsi delle mortali ferute di amore e della sua stella» per merito di Guido, vuol dire che egli sapeva «accoglier gente e terra guadagnare» come gli diceva Guido Orlandi, cioè aveva largamente esteso la setta dei «Fedeli d'Amore».

[166] Valeriani, Op. cit., II, p. 275.

[167] Allo stesso genere di misteri, cioè a interessi e movimenti di gruppi settari si riferisce certo l'altra coppia di poesie scambiate tra Gianni Alfani (Guido quel Gianni che a te fu l'altrieri) e Guido Cavalcanti (Gianni quel Guido salute). Vi si parla di una giovane di Pisa che per mezzo di Gianni si rivolge per strani intenti a Guido che dovrebbe proteggerla. Guido risponde che la giovane venga pure, che egli ne farà buona guardia. Naturalmente la critica «positiva» ci ha ricamato sopra tutto un romanzo fantastico di fanciulle rapite da Gianni e tenute in custodia da Guido, ecc.

[168] Si osservi poi che Gherarduccio ha appiccicato l'aggettivo di silvana (selvaggia, della Chiesa) alla pola che è bensì nera, ma non è affatto silvana perché è acquatica (folaga) e che la pinta (pintade) secondo l'Aroux rappresenta appunto la Chiesa eretica che si dissimula (pinta, dipinta) nei Fabliaux ove Chanteclair, il gallo sarebbe il trovatore albigese che la difende dal Clero Cattolico (Renard). Aroux: Les Mystères de la Chevalerie et de l'amour platonique au moyen âge, p. 195.

[169] La classe dei poeti del dolce stil novo è stata creata sulla base di analogie di stile esteriore. Vi erano molti scrittori che avevano le stesse idee di Dante e dei suoi amici e si esprimevano con stile (nel senso letterario) diverso, ma con la stessa simbologia.

[170] È probabilmente un'antitesi del valore del cuore puro dei mistici contro la tradizione antica e autorevole allegata dalla Chiesa come mezzo per conoscere il Vero. Si noti l'opposizione della purezza del cuore alla ricchezza della quale si valeva la Chiesa corrotta: essa è presente in tutta l'anima del misticismo medioevale.

[171] R. A., Casanatense, d. v. 5, n. 146.

[172] I codici hanno «Marte», ma data la stranezza dell'espressione, si potrebbe dubitare o che questo Marte stranamente opposto ad Amore fosse in realtà come altrove «Morte», o che sia usato convenzionalmente al posto di «Morte» e allora si vedrebbe l'Amore «conoscenza della Sapienza santa», penetrare attraverso l'oscurità che viene e fa dimora per opera della Chiesa corrotta.

[173] Ediz. cit., p. 123.

[174] R. A., Casanatense, d. v. 5, n. 151.

[175] Se dunque Dante avesse amato veramente la moglie di Simone de' Bardi avrebbe contravvenuto a questo chiaro precetto.

[176] O non era notoriamente miscredente questo Guido che qui così untuosamente esige che chi è innamorato guardi anche la religione? F. non si sente l'odor dell'untuosità falsa in quel mettersi in su' grato? Si ricordi la storia di Falsosembiante e di Malabocca e la canzone precedente, ove è detto che l'innamorato «con paura la figura storna» e che l'amore non mostra il suo colore.

[177] Credere: avere fede.

[178] Ediz. cit., p. 76.

[179] R. A. Casanatense, d. v. 5, n. 54.

[180] Ediz. cit., p. 29.

[181] Ediz. cit., p. 90. S'interpreti nel senso letterale e risulterà un complesso molto assurdo. Il povero amico si vuole uccidere per amore e Guido gli dice che egli deve rinnovare i suoi costumi fin che sarà conosciuto il suo cuore dentro e gli dice chiaramente che egli non ottiene quel che vuole perché è un villano! E il poveretto stava sull'orlo del suicidio!

[182] Ediz. cit., p. 96. Nella realtà della vita è una sciocchezza dire che tutti quelli che a un certo punto non sono più innamorati devono finir male. Non ci mancherebbe altro!

[183] Ediz. cit., p. 170.

[184] Si noti questo unico particolare della descrizione della donna. È assurdo che parlando di una donna si dica soltanto che era accordellata e istretta; ovvio invece, parlando di una setta, dire che viveva con grande segretezza e costrizione. Il sonetto precedente ha detto «tanto è paurosa» e probabilmente l'aggettivo si riferisce proprio alla donna.

[185] Ediz. cit., p. 171.

[186] Ediz. cit., p. 41.

[187] Ediz. cit., p. 93.

[188]  Ediz. cit., p. 134.

[189] Il cervo inseguito, a quanto si diceva, si volgeva indietro verso il cacciatore se questi gridava.

[190] Ediz. cit., p. 27.

[191] Ricollegate questo sonetto con quella famosa novella del Boccaccio ove Guido tratta da «morti» coloro che non sono «iscienziati» e vedrete che amore è dunque per lui amore della Scienza o Sapienza. Il contrario di «morte» qui è «amore», in quel racconto e sapienza», dunque sapienza = amore.

[192] Ediz. cit., p. 96.

[193] Parole senza senso sul piano letterale. Ediz. cit., p. 156.

[194] È l'idea comune che la virtù vera sia partita dal mondo con il corrompersi della Chiesa, col sovrapporsi della Pietra alla santa Sapienza.

[195] Cino da Pistoia, Ed. cit., p. 98.

[196] Si osservi il gioco della parola sostenere che suona perfettamente nel senso di appoggiare, difendere (la setta).

[197] Cavalcanti, Ediz. cit., p. 75.

[198] Cino da Pistoia, Ediz. cit., p. 166.

[199] Qui sfugge al poeta maldestro che lo scopo dell'Amore è di far giungere sana in porto la mente! Cioè toccare la mèta della Sapienza.

[200] R. A., Casanatense, d. v. 5, n. 128.

[201] Cavalcanti, Ediz. cit., p. 121.

[202] R. A., Casanatense, d. v. 5, n. 120.

[203] Vedasi il Villani (libro VII, cap. CLIV) che riprende evidentemente alcune frasi del sonetto. Strano, erano «laici», come egli dice, che cantavano intorno a questa Madonna; ma Domenicani e Francescani non ne volevano sapere!

[204] R. A., Codice Vaticano 3214, n. 154.

[205] R. A., Codice Vaticano 3214, n. 155.

[206] Cairo.

[207] Di fronte alla setta che manca di senno e fallisce, spesso appare persino bello, dilettoso e chiaro quell'insieme di colpe, che rendeva disonesta quella (donna) antica, cioè la Chiesa.

[208] R.A., Codice Vaticano 3214, n. 99.

[209] Cino da Pistoia, Ediz. cit., p. 14.

[210] Chi servirebbe ad arte amore? Una setta sì, è naturale che sia servita ad arte!

[211] Cino da Pistoia, Ediz. cit., p. 15.

[212] Cino da Pistoia, Ediz. cit., p. 170.

[213] Ricordare l'ipotesi di un rito eseguito con l'intervento di una donna vera raffigurante la santa Sapienza (cap. VII, 3).

[214] Evidentemente accenna al fatto d'esser appartenuto solo ai primi gradi.

[215] Valeriani, Op. cit., I, p. 401. Il Valeriani scrisse Troia col T maiuscolo e pensò, forse per una voluta suggestione dell'autore a qualche strana allusione alla città di Troia, ma il tono non è di allusioni classiche, è di volgarissimi insulti.

[216] Si osservi che un sonetto di Gianni Alfani esprime al Cavalcanti il desiderio di una certa giovane di Pisa di arrivare da lui senza che lo sapesse «altro che egli e Gualtieri». E Guido nella risposta parla di Andrea che sarà a guardia con arco e moschetti. Ora Andrea Cappellano è proprio l'autore del Gualtieri d'Amore. Tutto insomma questo misterioso incontro doveva svolgersi sotto la protezione del «libro d'amore».

[217] Ediz. cit. p. 143.

 

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Ultimo aggiornamento: 11 marzo 2010