Giuseppe Ungaretti

Il Canto I dell’« Inferno »

Edizione di riferimento:

Questo testo è tratto da Letture dantesche a cura di Giovanni Getto, vol. I, Inferno, Sansoni, Firenze 1964.

 Il primo effetto che fa la Divina Commedia, è, per l’ansia che la percorre dal primo all’ultimo verso, di stupenda inesorabilità. C’è Iddio da attestare innanzi tutto: non un feticcio; ma il sommo intelletto cui, dall’eterno, è presente l’Uomo, cioè un universo in ordine, un universo giudicato. Misurati da quella sommità, gli eroismi umani, le abiezioni umane, tutti gli atti umani appaiono collocati per sempre ciascuno nella sua realtà vera al giusto grado. Non conosco, né credo si conosca, nella letteratura delle genti europee, dopo il Gorgia platonico, rappresentazione della giustizia frutto d’un sapere più preciso e vasto e mossa da una fede più poetica, più coraggiosa e, direi, più fanatica. Si tratta della giustizia attiva dalla quale unicamente, avendone chiara coscienza e contemplandone i segni, ha scaturigine la musica spirituale che sale verso la sua suprema liberazione e purezza.

Il non essere in possesso d’una siffatta coscienza, sarebbe ritenere che, nelle sue misure, la giustizia possa essere priva di giustizia. E voglio dire che sarebbe priva di giustizia, la nostra giustizia, la giustizia di noi all’opera nello spazio e nel tempo, se, dalla confusione, dall’agitazione, dal travaglio, dal dramma, dalla « selva oscura » della nostra vita carnale e della nostra vita storica non sapessimo, non desiderassimo e almeno non tentassimo di trasferire i nostri atti nell’assoluto cercando in qualche modo di vederli come appariranno nudati, valutati e classificati da un arbitro infallibile, al compimento dei secoli, in una, finalmente possibile, generale e ultima sistemazione di ciascuna umana persona e di tutta l’umana storia.

In altri termini, la giustizia in assoluto sarebbe vano parto di delirio, se il millenario sentire e immaginare e speculare dei poeti e dei filosofi non l’avesse invocata per chiarire al sentimento, al pensiero o alla fantasia, intuitivamente o logicamente, la causa e il fine universali dell’uomo: la sua pura libertà e felicità - e se la speranza di giustizia non si scoprisse costante nell’attività morale dell’uomo: la tesa speranza anche a conseguimento terreno d’una sorte degli individui nelle società temporali, degna della persona umana.

*

Dante non è di quelli che dovendo fabbricare una casa incomincerebbero dal tetto, e sa, e mostra, dovendoci spiegare l’uomo, che l’uomo è, nel suo slancio verso un supremo riferimento e nell’umile accoglimento del suo universale destino storico, innanzi tutto appalesato a sé dalla sua natura, da ciò che gli è, in giro a sé nello spazio e, dentro la sua carne, nel succedersi delle generazioni, “sensibile” e “corruttibile".

Si fa narrare da Virgilio:

Di poco era di me la carne nuda...

Tale è l’estrema nudità: è estremo tenebrore, estrema oscenità, estrema pietà, se un corpo oramai, l’anima essendone disciolta, sia cadavere, ridotto sia a sola materia.

Ma ne resta tra noi l’ombra: l’ombra del corpo quale esso fu vivente, il clamore d’oltretomba delle anime impazienti di ricongiungersi ai loro corpi, corpi finalmente, consumatisi i secoli, liberi di materia, e si ha, per tramite timido di ombre superstiti in mezzo a noi, consapevolezza della magia della parola che lega dal primo all’ultimo giorno del mondo tutta la umana fatica: si ha, ecco, memoria, e ecco che di nuovo spunta il giorno, che di nuovo i macigni si ergono e acquistano spigoli, durezza, quantunque le velature del passato abbiano da principio - e direi che la luce non riesca mai a dissolverla molto - tanta sconcertante ambiguità. Stupiti, trepidi e teneri, ecco che gli sguardi riprendono, da remoti sembianti, a interrogarsi negli occhi; ecco, dal primo all’ultimo giorno del mondo, il fratello che è belva al fratello; ecco che tra i vivi e i morti si prosegue il dialogo, e che, tra la natura e l’uomo, ha luogo il legame storico, e che non perisce mai l’arte d’

... Eriton cruda

Che richiamava l’ombre a’ corpi sui...

Sa Dante che per conoscersi l’uomo anzitutto è portato a chiarire a sé la sua esperienza secondo i dati che gli vengono dai propri limiti terreni, i limiti di spazio e di tempo, i naturali limiti “sensibili” e “corruttibili” e sa - Eriton è in noi - che il tempo sarà per primo presente all’uomo, poiché è il suo segno tragico che, dall’interno, dal segreto, sino dal seme, e sino alla morte, gli scandisce l’esistere individuale; ma, per averne coscienza, per distinguerne dalla notte le ombre, occorrerà prima possedere misura umana dello spazio.

Di conseguenza, la prima cura di Dante sarà, nella prima parte del primo canto, di mostrare come tutte le cose naturalmente siano attratte dalla rivelazione fisica che il sole produrrà sorgendo, e come sia l’uomo nel medesimo tempo attratto anche dalla grazia divina che è nella bella armonia del creato e che, sorto il sole, gli sarà allora con lo spazio manifesta. Lo spazio naturalmente fomenta il primo slancio poetico dell’uomo, muovendo a sentire aspirazione a libertà.

Dunque il primo modo di conoscere dell’uomo è la poesia: è il suo modo innato di avere nozione di ciò che nella natura sua permane immortale, e vedremo che sarà anche il suo supremo modo, quando l’uomo stesso avrà saputo fare in sé luce completa sino a immedesimarsi nella poesia ed essere, per conseguita potenza morale e per possesso di chiaro intelletto, un libero uomo. Da principio la parola per l’uomo era poesia, e, sofferto, dichiarato, isolato e superato ogni male, dall’uomo rivestita l’originaria, musicale purezza, per l’uomo la parola sarà più che mai luce, poesia.

*

Nel punto dove il primo canto si divide in due parti, e il sentimento del tempo ha, sibillino, il suo fremito iniziale nella coscienza dell’uomo con l’apparizione delle tre fiere successive, supposte nel muoversi equivoco di volumi particolare a quel momento del giorno quando la luce sembrando ancora non essere se non guasto di tenebre, la notte può nei suoi inganni raffinarsi e falsare la stessa luce - in quel punto, sentendo il prestigio della natura offuscarsi in modo luciferino e mostruoso, un’immagine ci viene incontro dov’è di colpo reso quanto occorre spiegare:

Mi ripigneva là dove ’l sol tace.

Il sole tace? Certo il sole parla, ed è buona occasione per soffermarci sul valore che Dante dà all’atto della parola. Il mondo è vuoto, c’è solo il primo moto prospettico del canto in ombre indistinte nel silenzio, c’è solo il perenne Enea che tocca ancora terra: c’è solo un uomo, il nuovo Enea da cantare, in mezzo al suo ancora oscuro destino, ed ha con sé, ombre confuse nelle ombre, l’antico Enea non ancora nominato e Virgilio, il maestro che, tramite la Divina Commedia, in miracolo di poesia allaccerà la fatica dei due protagonisti di storia.

E come quei che con lena affannata

Uscito fuor del pelago alla riva

Si volge all’acqua perigliosa e guata...

Ma ancora l’ora è senza storia, se non latente, ancora a sé stesso il naufrago è solo il naufrago che ancora non s’è riavuto d’essersi dibattuto colla burrasca; è ancora l’assonnato, il « pien di sonno » che si sta sbrogliando dalla notte, trattenuto nella sorpresa del risveglio. E l’ora deserta in mezzo alla quale, solo, sta un uomo; e, nella solitudine desolata, aggrovigliata, cieca, c’è il sole che svela il groviglio, la desolazione, la cecità, che propaga a grado a grado, fra il moltiplicarsi delle titubanze, la sua luce, e ci sono le cose, per la luce del sole che sta suscitando il modo d’essere apparente di ciascuna: le cose che s’impazientano, che fanno premura all’uomo perché egli ad esse dica il nome di ciascuna, parli per esse: ci son le cose che per l’uomo discorrono e gridano prima ancora che possa vederle e che la lingua gli si possa sciogliere. Più tardi, e non molti lustri dopo Dante, sapremo che la natura vuota, l’aveva riempita l’uomo umanizzandola, popolandola di nomi quasi avesse creato il mondo lui. E nemmeno questa era trovata di superbia della quale l’uomo già non si fosse vantato, e anche in tempi non lontani da Dante, e il Cavalcanti, Dante usava ascoltare anche se taluni convincimenti ne riprovava. Ma che avrebbe detto Dante se avesse previsto che ci sarebbe stato il barocco, e secoli di disperazione anche più nera, e che un giorno, dal groviglio di contraddizioni, sarebbe sorto il convincimento che i nomi non sono se non « meri accidenti ». La parola, che avrà sommamente per Dante il valore di segno ascendente dell’intelletto e di duro strumento della passione morale, gli giunge, per iniziarlo a umanità e a poesia, anteriore all’uomo stesso, sacra, radicata nel mistero della natura, sostanza stessa della coscienza, anche se essa non sarà profferita dall’uomo e non sarà da esso udibile se non quale umano strumento della storia.

... ’I sol tace :

sensi e coscienza accostati bruscamente, quasi senza lasciare tempo alla durata; e tanta immediatezza affermata proprio nel momento in cui sta per affacciarsi alla mente la storia.

Tale la parola per Dante: arriva, sebbene saggia, d’impeto al primo piano, divorando, abolendo quanto nel suo intervenire non sia il proprio rivelare;” e così, subitanea, irrevocabile, essa si era poco fa addensata e pietrificata con la malìa e con l’orrore irrotti insieme alle tre araldiche bestie mentre esse egli indovinava.

Anche dunque la storia, e la malinconia che proprio il suo tempo, il tempo di Guido Cavalcanti incomincia a conoscere: anche la malinconia portata dalla storia alle cose, anche il tempo e la sua malinconia, poiché non può evitare il tempo la sua condizione di essere il segno del perire, al quale perire Dante anzi toglie ogni velo - anche la storia veduta nella sua malinconia - come la vedemmo quando fu evocata « Eriton cruda », l’evocatrice - si convertirà, nella parola dantesca, a incarnare aspetti dell’attività umana definiti per sempre.

*

A sfondo del primo canto, emergente dalla notte, intriso di notte e tutto echeggiante e intimidito di notturno orrore - gli oggetti dello spazio sono veduti, e formati per sempre, nel continuo mutamento che ad essi reca fuggendo l’attimo, ed è talmente intensa la realtà del mutamento, è con tanto precisa e tanto delicata certezza colta, da farci avere per un momento voglia d’asserire che alla fama di Dante potrebbe bastare la sua perfezione d’arte nell’esprimere, rivaleggiando col sole, la sfumatura fisica d’ogni fuggente attimo; ma

... ’I sol tace.

Nello sfondo, l’uomo alla luce del sorgente sole giungendo, la vede, la sente, come gli altri animali, come tocca sentirla a ogni nato; ma egli di più per essa ha in sorte di sentire un’altra luce, di vedere che, egli presente, il baratro va annientandosi; di vedere ch’egli, dal baratro in dissolvimento, è emerso, e che si va estendendo attorno un ordine alto, l’armonia d’un’opera bella: il fine dell’uomo è così tracciato in una linea verticale, all’infinito, dall’imo del baratro all’empireo, ed è ansietà di divenire opera in armonia, per ordine e per luce, con la bellezza dell’universo, il primo moto umano: è la speranza dell’altezza. Per uno di quei prodigi che sa la poesia, che la poesia dantesca sa meglio d’ogni altra, noi allora vediamo un paesaggio descritto in diverse progressive fasi, fatto passare dall’inconscio sonno alla sonnolenza intricata, all’alba vacillante, e tutto accorso e confluito e transfuso d’improvviso in quell’ergersi d’uomo speranzoso d’altezza, il quale si manifesta allora quale esso è, manifestando come l’universo attorno a noi non sia se non svariare all’infinito d’allusioni all’umano e non possa insegnare se non a imparate ad essere umani, a ristabilire rapporto fra l’effimero e l’eterno.

Nella sua prima esperienza d’ordine naturale, nell’esperienza spaziale, con propri mezzi, con la sola sua “sensibilità” l’uomo conquista la sua prima misura, e impara, in seguito al primordiale moto di poesia dell’essere umano, che in sé possiede un’umanità da conquistare e un’animalità con i suoi inganni, i suoi appetiti, la sua aggressività, il suo orgoglio, la sua voracità e la sua avarizia, da castigare, da frenare e da guidare, da moderare, da dominare. L’uomo è innanzi tutto uomo, perché in sé sa distinguere dall’uomo, la bestia, perché è responsabile dei propri atti. Incomincia ad essere uomo, ad essere poeta, quando ha fatto in sé qualche luce, quando in sé ha rotto e annientato l’inconscio della bestia. Una bestia può essere lussuriosa, prepotente, avida, rimane bestia. La bestia è in sé compatta, opaca, cieca. È nella sua condizione di bestia non sapere d’essere bestia. Ma se un uomo fa così, se gli viene a mancare la « speranza dell’altezza », da sé si destituisce dalla dignità d’uomo, e ricade nel fitto delle tenebre, e rinunzia alla libertà dei suoi atti, e ricade nell’inestricabile imbroglio della bestialità.

*

In un clima di paura s’è aperto il canto: tre volte verrà ripetuto il vocabolo « paura », prima che la lonza appaia: « paura » per via della « selva, selvaggia e aspra e forte »

Che nel pensier rinova la paura!

che

Tant’è amara che poco è più morte:

ma la «selva» già s’è mutata, per l’iniziato diradarsi della notte, in « valle », in una « valle »

Che m’avea di paura ’l cor compunto,

quand’era « selva »; e, la « paura » essendo in declino, già si scorge che la « valle » si distacca da un « colle », già toccato, già vestito dai raggi:

Allor fu la paura un poco queta

Che nel lago del cor m’era durata

La notte ch’ i’ passai con tanta pietà.

È impossibile essere meglio ispirati dovendo descrivere le fasi d’un animo nel suo minimo variare, compreso quel perdurare in noi dell’effetto d’una scossa emotiva anche dopo l’esserci accorti che ne era da qualche tempo cessato il motivo:

Così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,

Si volse a retro a rimirar lo passo

Che non lasciò già mai persona viva.

In quel momento il poeta si rende conto che la piaggia è « diserta »:

Ripresi via per la piaggia diserta,

Si che ’l pie fermo sempre era ’l più basso...

e, nel silenzio, e nel deserto, solo ci accompagna e ci rimane impresso un ritmo di passo:

Si che ’l pie fermo sempre era ’l più basso.

In quel momento, nel luogo deserto e silente, dove le cose parlano mute, parlano solo agli occhi, e dove uno, uno che ha la « speranza dell’altezza » è avviato a salire, s’insinua agile, flessuosa, lieve movenza: balena in quel momento - è la lonza - invito del male dalla lussuria delle screziature che turbano la luce ancora ambigua, la luce, per illusione prodotta da « macchie », « gaetta » di pelle, la luce di « pel maculato », la luce ancora da oscuri raggiri osteggiata.

Ma d’un subito, il giorno tutto chiaro vince: l’innocenza del creato, alta di contro ai sortilegi della subdola felicità, è più sorprendente,

Le altre due fiere appariranno più tardi, segnando esse il passaggio dall’animo contrastato tra appetiti materiali e desiderio di poesia, all’animo già pronto a fare storia, a definirsi per sempre con le opere nella drammatica prova temporale.

Le tre fiere - lo abbiamo visto all’apparire della lonza - appaiono spettralmente, e non sono se non suggerimenti che dagli occhi si distacchino per vagare nella riflessione, e non sono se non il riflesso d’esperienza che il ricordo rinnova, e perciò sono anche simultaneamente scultura apocalittica posta per sempre a sorreggere, vinta, un’immane testimonianza: sono esse trapasso fulmineo d’ombra di forme, e sono un pieno rilievo ricavato con veemenza di colpi da durissima roccia, poiché Dante fa anche i conti con la materia, ed è proprio della sua arte di mostrare insieme al perseguirsi e al comporsi delle idee, la materia riottosa alle prese coll’anima e dall’anima soggiogata e modellata. È l’anima la forma corporis, l’immortale principio plasmatore in piena libertà, ed è essa tanto più libera, tanto vuole farsi più libera, quanto meglio si sia abilitata a giudicare qualsiasi altrui forma del corpo, qualsiasi altrui anima, avendo imparato a vederla come realmente è, per aver imparato a vedersi e a farsi migliore. Come la luce fisica, che svela agli occhi i corpi, e, secondo la sua dose di chiaroscuro, li svela peggio o meglio, un’anima, secondo la sua viltà o la sua nobiltà, è al suo corpo di persona umana, forma ripugnante o forma sublime.

L’arte, in tali condizioni, è una fatica d’Ercole. È sempre una fatica d’Ercole. Ma sono specialmente faticose le straordinarie condizioni di quel secolo, nel quale, come abbiamo visto, lo spazio e il tempo hanno fatto la loro ricomparsa suggestiva. È franta l’astratta fissità dei moduli, e l’uomo, nel “sensibile” e nel “corruttibile", torna a tormentarsi, e tale tormento reputa l’unico modo terreno valido a esprimersi cercando l’Eterno. E come mai aveva fatto a non più riferirsi ad essi, al “sensibile” e al “corruttibile", se essi recano impronta d’anima? La novità del secolo è in questa importanza data al “corruttibile” e al “sensibile". L’Eterno - attesterà quel secolo - si. manifesta non solo nell’inconoscibile Eterno attraverso la rivelazione della Grazia e l’autorità della Scrittura, ma altresì nell’esperienza naturale della stessa creatura sia essa esperienza poetica, o politica, o filosofica. Siffatto è quel finire d’evo nel quale Giotto riscopre la sensibilità volumetrica e, nel dramma spaziale dei corpi, la durata terrena dell’uomo, il tempo, il tempo fonte d’eroico vivere, altra funzione non avendo se non di segnare caducità. Non dimenticherò mai quelle braccia del Cristo degli Scrovegni che si allargano a stringersi sul petto un Giuda enorme come un monte. E che importa che Giuda stia per tradire - supera tutto, la gioia di quel Cristo giottesco che, nella bontà scavando le fondamenta della giustizia, finalmente ritrova nella consistenza corporale dell’apostolo traditore, la nostra malinconia: è un Cristo d’una bontà inuguagliabile, tale che nemmeno la più tetra ingratitudine potrebbe per contrasto darne la misura. Una giustizia, fondata su tanta bontà, non potrà, venuta l’ora di non essere più se non la giustizia, non essere terribilmente inesorabile verso chi non ebbe cura, stolto o ribelle, di farsi partecipe dell’Amore che la muove e la regola.

Quando accenna alla veste di raggi sul colle e quasi sembra il colle palpare per definirne la corporale consistenza, quando indica come il colle si era d’improvviso separato dalla valle, quando mostra come il pendio verso l’alto si era di colpo mutato in erta via, e in molti altri esempi nel primo canto, ogni volta che occorra, e, sempre in tutta la Divina Commedia, Dante impiega sempre, a circoscrivere gli aspetti dello spazio, le tre dimensioni, e le impiega con strenua energia o con somma delicatezza, ma con lo stupore e l’entusiasmo che offre di solito la novità d’un mezzo.

*

Ecco il secolo: un secolo che è entrato nell’ordine di misure spaziali e temporali che s’è detto: misura per misurare le possibilità dell’anima umana, s’intende, quando, su di esse, s’avventura Dante a articolare l’arte sua.

Quando Virgilio apparirà a Dante, sarà precisamente il momento scelto da Dante per segnalare come ci sia rapporto tra l’esperienza sensibile e l’esperienza temporale: sarà il momento nel quale all’uomo si farà palese la necessità di legare il proprio sentire al volere e all’agire. Dante, per ragioni di logica poetica, immaginerà di essere solo allora in grado di vedere Virgilio, che pure era da un pezzetto presente nel primo canto: era presente - l’abbiamo a tempo debito fatto osservare - ombra indistinta accanto all’ombra del naufrago Enea, anch’essa ancora indistinta - era presente sino da principio, sino da quando Dante si ritrova « per una selva oscura », recando in sé - nei sensi, nel sentimento, nella fantasia e nell’intelletto - la figura dell’Enea nuovo, già per maturità di tempi, sorto sulla terra: 1300 anni potevano considerarsi il « mezzo del cammin di nostra vita », tanto l’Era nuova aveva oramai saldezza di corpo, connotati sicuri, tanto era ormai civiltà amalgamata nei molteplici lieviti.

Il profilarsi di Virgilio, sciogliendosi finalmente dall’ombra, è momento di grande poesia. È il terzo momento di grande poesia di questo canto; e appunto il primo era quello che aveva alluso all’approdo d’Enea antico alla sua terra promessa:

E come quei che con lena affannata

Uscito fuor del pelago alla riva

Si volge all’acqua perigliosa e guata,

Così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,

Si volse a retro a rimirar lo passo

Che non lasciò già mai persona viva.

*

Riepilogando quanto già esposto nel nostro discorso, il primo momento era l’attimo oscillante tra l’orrore per la notte in fuga e lo stupore per il giorno non ancora irrotto, ancora segreto, ma già presente; era l’attimo tutto allibito per l’incredibile distacco, tutto percorso e tutto turbato per le ombre d’un passato recente, che s’allontanavano, era l’attimo quando, avvertendovi il moto confuso delle cose e dell’animo, i quali, all’annunziarsi della luce, in sé vedono la fine della notte persistere in un vagamento d’ombre, in una perplessità - arriva quel verso, ottimo di timbro e di ritmo, dove si narra del calmarsi delle cose e dell’animo nell’invadente luce:

Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso...

Il secondo momento era quello dove l’uomo, per esperienza sensibile scopriva il fine umano e gli nasceva la « speranza dell’altezza »; dove, la vista della « fera alla gaetta pelle », gli era cagione a bene sperare poiché non appena era stata dalla luce agli appetiti fisici rivelata « leggiera e presta molto », la medesima luce rivelava all’anima la « speranza dell’altezza »:

Temp’era dal principio del mattino,

E ’l sol montava ’n su con quelle stelle

Ch’eran con lui quando l’amor divino

Mosse di prima quelle cose belle;

Sì ch’a bene sperar m’era cagione

Di quella fera alla gaetta pelle

L’ora del tempo e la dolce stagione...

Le lusinghe piacevoli al disordine e al caos che lo spazio offriva, trovavano, per naturale contrasto, nello spazio stesso l’armonia del creato quale esso creato possedeva uscendo dalle eterne mani nella prim’ora della primavera del mondo:

Temp’era del principio del mattino,

E ’l sol montava ’n su con quelle stelle

Ch’eran con lui quando l’amor divino

Mosse di prima quelle cose belle...

Dunque il fatto stesso che l’illuminazione poetica ricorra, per farsi intellettivamente percettibile, a un paragone antitetico, dimostra che contemporaneamente ha inizio il perce-pimento del dramma umano. Si tratta difatti d’un’esperienza drammatica poiché si svolge, quantunque l’anima sia immortale - poiché si svolge, e già più d’una volta se n’è accennato, nella durata, nel perituro: nel “corruttibile”; e, nel dramma, nella storia, nel dare ai rapporti, con se stesso, colla società, forma alla propria umana persola che non sia indegna dell’immortale bellezza originaria (iella divina idea dell’Uomo, va elaborandosi e si confessa l’emana responsabilità d’ogni singolo uomo. Della responsabilità, Dante discorrerà nel secondo canto cogliendo in sul suo umanamente nascere, l’attività morale.

*

Come assorbendo gli incanti di perdizione della sparita lonza, mentre il poeta è rapito da bellezza contemplando mattutine e virginee,

L’ora del tempo e la dolce stagione,

appare la seconda fiera: il « leone », e a quel balzo dell’orgoglio ritorna nel creato, notturna confusione e la « paura »:

Ma non sì che paura non mi desse

La vista che m’apparve d’un leone.

Udite, a ribadire una precedente osservazione sull’eloquio dantesco, il terrore come simultaneamente si sparga da un fluttuare d’animo a un violento, incancellabile, sagomare oggettivo:

Questi [il leone ] parea che contra me venesse

Con la test’alta e con rabbiosa fame,

Sì che parea che l’aere ne temesse.

L’« aere » è dunque di nuovo contaminato dal timore, come l’animo di nuovo si guasta per « paura »; ma non basta: ecco apparire anche la vista « d’una lupa che di tutte brame »

Sembrava carca nella sua magrezza

E molte genti fé già viver grame,

Questa mi porse tanto di gravezza

Con la “paura” ch’uscia di sua vista

Ch’io perdei la speranza dell’altezza...

Già è entrata apertamente in scena la storia, è entrata per allusione a orrori:

E molte genti fé già viver grame...

La « lupa », la bestia che ha ventre « sanza pace » munto dall’avarizia e che è ormai sola a incutere « paura », sparito anche, non si sa come, il « leone »: la « lupa », ormai come se dal « leone », dall’orgoglio, procedesse - la « lupa », sola oramai, assommando nella propria natura i peggiori impulsi della lussuria e dell’orgoglio e dei molti altri « animali a cui s’ammoglia », a poco a poco,

Mi ripìgneva là dove ’l sol tace.

*

Terzo momento di poetica bellezza è quello appunto nel quale al poeta si presenta la naturale nozione dell’Eterno per luce venuta all’intelletto dall’esperienza storica:

Mentre ch’i’ ruvinava in basso loco

Dinanzi alli occhi mi sì fu offerto

Chi per lungo silenzio parca fioco.

Quando vidi costui nel gran diserto,

« Miserere di me » gridai a lui,

« Qual che tu sii, od ombra od omo certo! »

Il creato è tornato in rovina, è tornato a straziarsi negli effetti del buio e della « paura », la poca luce è sbranata dalla tenebra poiché nemmeno la bestialità peggiore può mostrarsi senza un po’ di luce, e l’animo del poeta crolla in quella rovina, crolla dall’* altezza della speranza ». Ma di uno - sarà il secondo miracolo della luce - s’accorge in quel mentre, di uno fiocamente apparso. Come aveva fatto Dante a accorgersi che uno, non avendo ancora mai parlato avesse voce « fioca »? Lo spettacolo è tuttora spaziale, e le cose che parlano, ancora non parlano se non per tramite della vista: il Poeta ha appena ora finito di dire:

... ’l sol tace.

E chi ha detto che l’« ombra od omo certo » già non avesse parlato? Il naufrago non era poco fa « uscito dal pelago alla riva » per allusione all’ombra dell’altro naufrago, a Enea? L’Uomo dell’Era nuova è maturo, e già è pronto a vedere l’uomo che aveva dato inizio mitico alle imprese che portarono, in mezzo al cammino dell’Era antica, il mondo antico a unificarsi per compiere i fini storici che dall’Eterno gli erano stati affidati; insieme a Enea, l’Uomo nuovo è pronto a vedere, e prima che Enea chiaramente gli appaia, chi Enea ha cantato, e l’Enea nuovo sarà l’Enea nuovo perché dalla maturità che hanno i suoi tempi raggiunto, sarà stato messo in grado di misurarsi con l’Enea antico, permettendo a Dante di misurarsi con Virgilio.

L’Enea nuovo sta per riconoscersi mediante una misura storica conquistata, mediante una profondità e una perizia che possono eleggersi a modello, insieme a Virgilio, l’antico momento di civiltà più gravido d’eventi.

*

Chi per lungo silenzio parea fioco...

è apparso, e tale « ombra od omo certo » è apparso in « gran diserto ». « Piaggia diserta », aveva detto il poeta quando stavano per apparire successivamente le bestie, ed era per indicare il vuoto del luogo, ma un vuoto non ancora grande, una solitudine del principio del mattino non interamente scoperta; a comporre in quel momento la piaggia diserta, c’era, di deserto, la valle, e c’erano le spalle del colle che si scoprivano dalle tenebre dove arrivavano a coprirle i raggi. Le indecisioni tra luce ed ombra, al nuovo rimbalzo della luce dalla notte, al nuovo progresso dell’alba, oramai sono state respinte molto in là e, grande - « grande » questa volta - il « diserto » da più d’un millennio si spalanca sino al poeta. La luce, e questa volta più liberamente, ha ripreso fiato: sino al poeta inavvertitamente la solitudine è appieno aperta, in fondo alla quale, varcando più di mille anni indietro, finalmente è possibile che appaia una grande esperienza, nella poesia la grande misura della storia che pareva « per lungo silenzio fioca ».

Non a caso Dante usa l’aggettivo « fioca » - Dante non fa mai nulla a caso: Dante sceglie « fioca » perché sta per finalmente « udirvi », non più solo « vedervi » « parola », e, nella sua ambivalenza, niun altro vocabolo sarebbe più di « fioco » in quel momento necessario: per la sua debolezza ancora non è voce udita, e, per la lontananza, ancora l’apparso si profila in debole luce.

Per rendere sensibile la luce temporale, la luce storica, la luce della memoria, è stato necessario al poeta convertirla prima in luce spaziale - questa volta in senso di misura orizzontale, dopo che in senso di misura verticale, in mezzo a infinita più notte, aveva in lui svegliato la « speranza dell’altezza ». Tutto è nelle prerogative della luce che, di fatti, come dirà il Manzoni, « suscita ». L’apparizione, conviene ripeterci, risulta illuminata debolmente, « fioca » per la grande distanza ov’essa sorge e a cui ora, per la maggiore apertura dell’orizzonte, arrivano gli occhi. Ora la luce ha esteso lo spazio visibile fino agli ultimi limiti, e un uomo - poiché di ciò che è a quella distanza si può fantasticare, e si può anche tentare d’essere indovini - vi vede anche le cose che c’erano quando lui non c’era, e prima, e prima. « Fioco », dirà, per precisare che si tratta di debole illuminazione, e anche - perché no? - di debole grido, dovuti a limiti estremi di spazio; e, per accrescere intensità all’aggettivo, accrescendo la prospettiva, abbracciando addirittura tutto quanto l’orizzonte, fino a dove possa un orizzonte estendersi - ripreso fiato soggiungerà: « Vidi costui nel gran diserto ».

C’è dell’altro da precisare, e, prima, da insistere su un dato: tutto avviene in questo canto, tutto procederà nella Divina Commedia, sapendo il poeta che ciascuna persona umana è sola in presenza del proprio destino, che ciascuno in smisurata solitudine di sé decide delle sue opere mediante le quali un’anima manifesta le sue fattezze, è del corpo forma. Nel canto sono progressive apparizioni in solitudine che preparano alla grande solitudine dell’anima la quale, nel secondo canto, sentirà la propria debolezza, e, nel segreto suo smarrimento, e nella sua angoscia di sentirsi sola, accoglierà la Grazia, e potrà sentirsi preparata alla sacra iniziazione, a andare come andava di « Silvio il parente »,

Corruttibile ancora, ad immortale

Secolo...

e « sarà sensibilmente ». Avrà così inizio l’esperienza morale che a Dante avvicinerà e chiarirà la storia da poterla egli giudicare, giudicandosi, mostrando, compiuto il Poema, da quale grado di coscienza entrando in lotta sarebbe stato dominato il vaticinato Veltro, l’energia temporale diramatasi dall’Enea nuovo.

È necessario che l’ombra di Virgilio sfiori la memoria e che, nella mente, il poeta la riconosca e le parli, e finalmente possa udire e profferire parole udibili, umane, rompendo il silenzio - è necessario che si frapponga Virgilio tra Dante e la lupa, che si frapponga l’esperienza storica insigne cantata da Virgilio, perché l’Enea nuovo possa finalmente fare profezia del Veltro il quale, davanti alla « lupa »

Che mai non empie la bramosa voglia

E dopo ’l pasto ha più fame che pria...

irromperà e la « farà morir con doglia ».

Siamo dunque giunti alla promessa della terribile venuta e dell’elegante furia del « Veltro ».

Il « Veltro », purché non si almanacchi più del necessario, sarà dunque da considerarsi forma dell’energia temporale che, nell’esperienza drammatica della storia, avrà da opporsi alle forme malefiche di tale energia, interamente compromesse in interessi materiali; e manifesterà dunque la volontà di potenza, ma volontà benefica di potenza. Il « Veltro » è nominato innanzi tutto per significare che, muovendosi entro le materiali spoglie terrene, energie temporali vanno combattute con energia temporale, poi per fare una distinzione precisa fra storia e eterno. Il « Veltro » sarà una forza temporale, ma formata e guidata nella sua caccia implacabile dai fini della storia, fini d’un’umanità tesa ad affermare l’idea eterna dell’Uomo; sarà forza politica; ma formata ad « umilmente » corrispondere a fini di « sapienza, , udibile, nella luce, che la storia è apparsa nella coscienza dell’uomo come naturale nozione di decreti eterni, il poeta e la sua memoria possono portare l’ombra persino a precedere il Naufragio, ad arretrare sino al momento nel quale, nel grido: « Italia! Italia! » a Enea si faceva chiara la sua missione, ed egli « umilmente » ubbidiva alla divina ingiunzione. E subito il senso corografico di « umile », non è più un senso corografico. E già Enea è nel Lazio, già combatte:  « Il Veltro verrà »,

Questi non ciberà terra né peltro,

Ma sapienza, amore e virtute,

E sua nazion sarà tra feltro e feltro.

Di quella umile Italia fia salute

Per cui morì la vergine Cammilla,

Eurialo e Turno e Niso di ferute.

Avete visto? Dal luogo d’approdo si torna indietro in alto mare, dall’alto mare si va oltre il luogo d’approdo, si è già in battaglia, già vicino alla mèta: tutto questo spazio, e l’andirivieni, sono ottenuti con un giuoco ellittico dell’espressione da fare scomparire gli scrittori d’oggi tanto scaltri in simili destrezze.

Ma non di questo volevo parlare; ma di « feltro e feltro ». Non mi arrovellerò a fare lo scioglitore d’enigmi; ma il « Veltro » non mirando a impinguarsi di terre e di ricchezze, ma a nutrirsi di « sapienza, amore e virtute », mi sembra interpretazione probabilmente esatta ch’egli abbia da sorgere da gente che dall’umiltà dell’abito - che da consuetudine coi sogni gioacchiniani, direi, preannunziata nel canto dal bestiario - dimostri di non avere altre mire se non, « sapienza, amore e virtute »: sorgerà da gente, da Uomini nuovi, per presentare il modello dei quali la Divina Commedia verrà concepita e scritta.

Prima di chiudere, vorrei fare un’ultima osservazione, a proposito del passo:

Di quella umile Italia fia salute

Per cui morì la vergine Cammilla,

Eurialo e Turno e Niso di ferute.

Vi vediamo accomunati in una stessa gloria, gli avversari caduti. Succede certo per l’animo cavalleresco di Dante, e non solo è apprezzato e onorato il coraggio di Camilla e di Turno, facendolo pari a quello dei seguaci d’Enea: Eurialo e Niso - Dante vuole anche si rammenti che una causa giusta non può trionfare, non può dimostrare clamorosamente la sua giustizia senza oppositori: sono gli oppositori che animano ed incitano a chiarire, a rendere luminosa la giustizia d’una causa: sono dunque anch’essi gli artefici del suo trionfo.

Dante, il fanatico della giustizia, così tra ombre e luce, sino dalle prime mosse del suo poema, riscoperte, come voleva il messaggio del suo secolo, le dimensioni sensibili e corruttibili dell’essere terreno, in pietà e in nobiltà si preparava a medicare al suo fanatismo.

 

Progetto Petrarca

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Ultimo aggiornamento: 30 dicembre 2007