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Edizione di riferimento:
Giosuè Carducci commemorato da Francesco Torraca, Francesco Perrella Editore, Napoli 1907
Giosuè Carducci era ancora forte ed alacre nel ’98, quando ‒ consentitemi il ricordo personale ‒ lo vidi l’ultima volta in Roma. Lo rividi due anni dopo, a Bologna, già colpito dal male, che, lentamente rodendolo, lo ha spento. Pallido, grigio, barcollante, muto, faceva pietà. Non dimenticherò mai la tristezza angosciosa di quell’incontro. Il capo altero e fiero non secondava più, pronto e brusco, l’agilità della mente; la fronte maestosa si curvava gravata d’ineffabile malinconia. Ancora scintillavano gli occhi; ma la mano ‒ quella mano nervosa, piccola e delicata come di fanciulla, che tante saette aveva scagliate e tante gemme insertate ‒ non reggeva più la penna. [Con che cuore egli ha assistito otto lunghi anni, giorno per giorno, al suo disfacimento! Pensando all’agonia dell’anima sua, pur tra le lagrime, oh! non malediciamo la morte, che lo ha liberato dal duro travaglio e tratto ‒ come a lui piaceva sperare ‒ « ai concilii de le ombre, » agli spiriti magni dei padri conversanti lungh’esso il fiume sacro ».]
Egli era della storia prima di lasciarci; ‒ ma, certo, voi non vi aspettate oggi da me nè una biografia minuziosamente esatta, nè uno studio critico: ‒ non sarebbe questa l’occasione, nè questo il luogo. Nè potete desiderare che l’enfasi della declamazione offenda il vostro dolore. Voi, se non m’inganno, preferite che io vi offra il mezzo di sentirvi più vicini a lui, o di sentir lui in mezzo a voi, segnando i tratti più salienti dell’uomo, del prosatore, del poeta; additandovi alcuna delle più luminose parti dell’opera sua. E se ho colto il vostro pensiero, v’invito subito a considerare e ammirare la schietta ed energica tempra del carattere, che spiega la dirittura e la dignità della vita, l’alta ispirazione e la saldezza dell’opera.
Quale tempra fosse, meglio di lunghe e fredde analisi, mostrano due aneddoti della sua adolescenza, da lui stesso raccontati. Aveva dodici anni. La santa donna, che fu sua madre, e che gl’insegnò leggere su le tragedie di Alfieri gli disse un giorno le strofe immortali di Giovanni Berchet:
Su! nell’irto increscioso Alemanno,
Su, Lombardi, puntate la spada...
Era il lunedì di Pasqua del 1847; e un superbo sole di primavera rideva nel cielo turchinissimo, e cinque paranzelle filavano su ’l mare lontano rapide agili bianche come ninfe antiche, e su i colli tra il folto verde smeraldino delle biade e degli alberi parevano meno annoiate sin le vecchie torri ruinose del medio evo; e da per tutto era un subisso di fiori, fiori nelle piante, fiori fra l’erba, fiori per cielo e per terra, del più bel giallo, del più largo rosso, del più amabile incarnatino.
Come son belli i fiori dei pèschi a primavera! E pure, dopo sentiti cotesti versi, non vidi più nulla, o meglio, vidi tutto nero: avevo una voglia feroce di ammazzare tedeschi.
Passarono due anni e un giorno del marzo 1849, a Castagneto, in Maremma pisana, si lesse nei giornali l’arrivo del Mazzini a Roma. Tra le forre dei monti della Gherardesca urlava, come suole di marzo, il vento polveroso e furioso, e si udiva lontano da basso il mugghio spasimante del Tirreno che si contorceva bianco nella maretta. E io fra gli uliveti selvaggi e scoscesi mi sentivo il bisogno di levare la voce sul vento urlando anch’ io i versi dell’Arnaldo
O repubblica santa, il tuo vessillo
sul Castel di Crescenzio all’aure ondeggia!
Questa subitaneità e profondità d’impressioni, che in un attimo s’impossessano di tutto l’essere ‒ questo bisogno istintivo, prepotente, di gridare forte, ben forte, non foss’altro al vento, i propri palpiti, i propri fremiti ‒ l’odio implacabile allo straniero e l’amore ardente per la patria in un giovinetto di dodici o tredici anni, annunziano l’atleta, che combatterà ardito e franco per la libertà, per la verità, per la giustizia, contro la superstizione, contro la prepotenza, contro la falsità politica e letteraria; ‒ il « grande artiere », che lavorerà tutta la vita a « rifare la Italia morale, la Italia intellettiva, la Italia viva e vera, la bella la splendida la gloriosa Italia quale con gli occhi inebbriati d’ideale la contemplavano quegli uomini generosi, che per lei affrontarono le carceri, li esigli, la morte sui patiboli e in guerra».
Nobilissimo scrittore egli fu, e grande poeta; ma guai a noi se la gloria, di che ha fatto rifulgere la nostra letteratura nella seconda metà del secolo decimonono, ci facesse dimenticare che fu anche maestro di doveri e di virtù, con la parola, con la penna, con la vita semplice, modestissima, operosissima, profondamente proba, sdegnosa di contatti impuri, non macchiata da nessuna viltà; tale, insomma, che ben potè egli affermare con alto orgoglio:
Gli offici che io tenni e tengo nell’insegnamento gli ebbi per riparazione od offertimi. Ma compensi ai miei scritti non ne ebbi mai che dagli editori, e chiedere, io non chiesi e non ho chiesto mai nulla, nè posti ai ministri, nè favori agli statisti, nè articoli ai giornalisti, nè amicizia agli uomini, nè amore alle donne, né ammirazione ai giovani, nè voti al popolo.
Quale era venticinque anni or sono, tale restò fino alla morte. Posso citarvi un documento recentissimo, ignoto, della sua coscienza dignitosa e netta. Invitato a presiedere la commissione, che prepara la stampa delle opere del Mazzini, rispose, ringraziando, che non poteva accettare. A nuove insistenze, replicò:
Le poche ore del giorno che mi rimangono utili e calme sono destinate alla pubblicazione delle mie opere. Impossibile prendere altro incarico. E dico no, no, no al Ministro e agli altri. Io fui avvezzo a lavorare quando potevo: e non fo l’uomo decorativo [1].
Nobilissimo scrittore e grande poeta fu, perchè nell’anima sua ardeva la fiamma dell’ideale perfezione civile ed artistica. Questa, che ‒ passato lui alla storia ‒ rimane accesa nelle opere, questa fiamma illuminò e scaldò tutta la sua esistenza e tutte le sue energie; lo mantenne « sano, laborioso, schietto, modesto ‒ credente all’amore, alla virtù, alla giustizia, agli alti destini del genere umano » ‒ fieramente avverso alla « impostura dell’imporsi, del sopraffare, del dare a intendere di essere quello che non siamo, di sapere quello che non sappiamo, di fare quello che non facciamo o contraffacciamo;» ‒ lo incorò alla « restaurazione degli studi severi » ‒ gli fece amare di amore puro l’arte e le lettere, « l’esercizio e la manifestazione in cui la nobiltà dell’ uomo più appare, in cui il valore della nazioni si eterna » ‒ fece splendere sempre, in cima ai suoi pensieri e ai suoi affetti, l’Italia.
Ma non si avrebbe innanzi intera la sua fisonomia morale, né s’ intenderebbero alcune peculiarità de’ suoi scritti, se, accanto alla parte virile, eroica, si lasciasse nell’ombra un’altra, meno vistosa, ma non meno simpatica.
Come gli eroi veri dell’epopea e della storia, come Achille e Rolando, Dante e Garibaldi, ebbe ingenuità di fanciullo e pudori e delicatezze di donna: chi non lo ha conosciuto da vicino, mal può imaginare quali tesori di bontà e di gentilezza si nascondessero sotto l’apparenza ruvida. Sentì forte la religione della famiglia e il culto del focolare domestico. La nonna, la madre, il fratello dilettissimo sparito a venti anni, il « fanciulletto suo », le figlie sono figure note e care ai suoi lettori. Si compiaceva spesso di tornare con la memoria a’ primi anni e alla Maremma, « ove fiorìo la sua triste primavera ». Ricambiò cordialmente l’affetto degli amici e dei discepoli: nel « sapersi amato » trovava conforto [2]. Amò il sole, i monti, i mari, le bellezze e le glorie delle torre italiane; amò la sana operosità della campagna, gli alberi, gli uccelli, i fiori, i bambini. Godè di contemplare i mattini freschi e limpidi, i vesperi cheti, le stelle pie ridenti sopra il capo nelle notti serene; godè di ascoltare l’aereo trillo dell’allodola ascendente verso l’azzurro, e il robusto canto de’ mietitori, il fluir tenue del ruscello tra i sassi, e lo squillo della campana, che rapido e giocondo annunzia Cristo risorto, o, lento e solenne, porta su l’aure l’umile saluto dell’Ave Maria. Rispettò e onorò l’ingegno, la dottrina, l’austerità del carattere anche negli avversari. Il patriottismo non gl’impedì d’inchinarsi davanti alla sventura: le tragedie di Massimiliano, di Napoleone Eugenio, di Elisabetta, lo commossero. Provò pietà per gli afflitti e simpatia per gli umili, ai quali desiderò « la giustizia pia del lavoro ».
« Cercatore coscienzioso della verità vera », in più di cinquant’anni di studio ininterrotto, in quaranta d’insegnamento assiduo e severo, non ci fu periodo, forma o scrittore della letteratura nostra, che egli non esaminasse e valutasse, lasciando per tutto tracce profonde d’investigazione paziente, luminose di acume singolarmente penetrante e di gusto finissimo.
Tacendo dei saggi e delle monografie minori, del Poliziano, a soli ventisette anni, illustrò i tempi e le opere volgari in un libro di compiuta e sicura dottrina, che riaprì la porta, e segnò il cammino alla critica storica e filologica ‒ dell’Ariosto, egli primo raccolse tutte, dichiarò e fece gustare le poesie latine ‒ del Parini, del Foscolo, del Leopardi vide e disse a più riprese molte cose prima ignorate; del Petrarca, dopo un primo magnifico saggio di un testo e di un commento nuovo, dette negli ultimi anni, con l’aiuto d’un valente discepolo, il commento intero, con quella diligenza e « coscienza critica », che ancora qualche italiano suole chiamare tedesca, dimenticando che primi ne porsero l’esempio gl’Italiani.
Ricorderò ad ammaestramento dei giovani, e perchè quanti mi ascoltano si facciano un concetto di tale diligenza e coscienza, che egli condusse il saggio della nuova ed emendata lezione del Canzoniere « su quarantasette fra testi o studi filologici», e il commento sul « lavoro di trentasei e più commentatori e annotatori». Fu tra i primi e pochi nostri, che, riprendendo il filo di un’antica e gloriosa tradizione, si volsero allo studio della poesia provenzale e della sua diffusione in Italia; il primo a « raccogliere il più che gli fosse dato di quelle poesie dei secoli XIII, XIV, XV, le quali furono o popolari o più largamente sparse, mediante la musica e il canto, nei vari ordini della nazione ». Ma il suo grande amore fu Dante. Già, sin dal ’59, toccò della lirica dantesca.
. . . . come colui, che dice,
e il più caldo parlar dietro riserva.
Alcuni anni dopo, scrisse intorno alle rime, ai tempi, alla fortuna del nostro massimo poeta, pagine, che tuttora, tra la folta selva, ed aspra, della posteriore critica dantesca, rifulgono per larghezza ed esattezza d’informazione storica e bibliografica, per felicità d’intuizioni, per gli elevati criteri, per il vivo sentimento dell’arte di Dante, e per l’efficacia, con cui è comunicato ai lettori. Nessuno ignora, credo, la poderosa sintesi del discorso su l’opera di Dante. L’ultimo suo lavoro letterario fu, nel 1900, il saggio su la più nobile canzone di Dante. « Da lui cominciai, con lui finisco! »... E di Dante è piena la sua poesia.
Grande mole di opere, alla quale non poco, certo, si potrà aggiungere dai suoi manoscritti ‒ e compenserà qualche pietruzza, per dir così, che gli studi più recenti abbiano smossa o fatta cadere.
Alla sua critica conferiva saldezza e vigore la conoscenza, che ebbe compiutissima, dello letterature antiche, assai larga delle straniere. Gli piacevano i ravvicinamenti e i confronti da letteratura a letteratura, da scrittore a scrittore, dai quali sapeva trarre fasci di luce. Come l’indole sua calda, espansiva, ed anche la sua educazione letteraria portava, innanzi all’opera d’arte preferiva il godimento della contemplazione sintetica all’analisi, che penetra nell’intimo della concezione e rifà il processo creativo; ma delle ragioni storiche, dello stile, dei metri, della lingua, fu interprete e giudice incomparabile [3].
Prosatore quasi perfetto si rivelò sin dai primissimi lavori, nei quali non si desidera se non un poco più di agilità o un poco meno di agghindatura. Ma presto, temperando il documento col sentimento, avvivando il metodo con la fantasia, e, nella lingua, congiungendo e contemperando l’antico al moderno, la tradizione letteraria all’uso vivo ‒ come a nessuno prima di lui « era avvenuto di fare in modo che piacesse, se non al Guerrazzi » ‒ foggiò e padroneggiò quel mirabile strumento della sua prosa, che ha la flessibilità dell’acciaio e la trasparenza del cristallo. È però grave errore credere ch’egli non avesse fatto altro che tornare all’antico; e non mi pare giusto attribuire a lui solo ‒ s’è letto di questi giorni ‒ il merito dei progressi recenti della prosa italiana, « anche nei giornali »; non egli avrebbe dimenticato Alessandro Manzoni. Strumento, ripeto, di storia, di critica, di polemica letteraria e politica; e chi l’ammira in sé e per sé solo, dà segno che non siamo ancora guariti della vecchia malattia, che siamo frasaioli e linguai nelle ossa. Niente ha più odiato Giosuè Carducci che la vuotaggine e la nullaggine sotto i fronzoli e i « pennacchi » della frase.
Ascoltiamo la sua voce: ‒ « Fondamento dell’eloquenza è il pensiero fortemente nutrito di meditazione, di scienza, di storia: roccia granitica, cui la fantasia ha da vestire di selva verde e profonda a mezzo l’erta, e il sole dell’affetto ha da illuminare da lontano la vetta, forse nevata, della ragione ».
Una delle doti più appariscenti, una delle più forti attrattive della sua prosa è appunto questa: che i concetti vi si presentano ad ora ad ora contornati d’immagini, le quali li illuminano e rilevano; o concretati, incarnati in imagini, figure, gruppi, quadri, producendo nella mente del lettore il diletto, che dà l’opera d’arte. Cessata la visione,
ancor ci distilla
nel cuor lo dolce, che nacque da essa.
Vediamo, per esempio, come egli enumeri e determini le qualità della poesia di Dante:
È in quella poesia la ingenuità del canto popolare, come allodola che dagli umidi seminati d’autunno si leva trillando fin che s’incontra e perde, ebbra di gioia, nel sole: è la tensione dell’inno profetico discendente dall’alto a invader la terra come aquila tra l’addensarsi dei nembi: è la varietà graziosa e robusta, spiccata e raccolta, di aspetti, di colori e di suoni come nel paesaggio delle colline di Toscana e d’Emilia: è l’ ombra caliginosa, entro cui la formazione del grottesco pauroso si designa vaporosamente scabra, come nell’aere febbricoso dei sughereti delle vecchie maremme: è lo splendore diffuso per la vastità serena del canto intellettivo e cordiale, come giorno di primavera su ’l mare tirreno: è la letizia virginea del riso spirituale nella lucidità dell’idea, alta, pura, determinata, tranquilla, come giorno d’estate su l’alpe.
Questa magica facoltà di dare alle idee corpo, moto, colore e calore, quando evoca dalla storia stati collettivi di anime, consegue effetti stupendi. Ricordiamo «il levar del sole nel primo giorno dell’anno mille», angosciosamente aspettato e temuto come l’ultimo giorno del mondo:
Che stupore di gioia e che grido salì al cielo dalle turbe raccolte in gruppi silenziosi intorno a’ manieri feudali, accasciate e singhiozzanti nelle chiese tenebrose e ne’ chiostri, sparse con pallidi volti e sommessi mormorii per le piazze e alla campagna, quando il sole, eterno fonte di luce e di vita, si levò trionfale la mattina dell’anno mille! Folgoravano ancora sotto i suoi raggi le nevi delle Alpi, ancora tremolavano commosse le onde del Tirreno e dell’Adriatico, superbi correvano dalle rocce alpestri per le pingui pianure i fiumi patrii, si tingevan di rosa al maggio mattutino così i ruderi neri del Campidoglio e del Fòro come le cupole azzurre delle basiliche di Maria. Il sole! Il sole! v’è dunque ancora una patria? v’è il mondo? E l’Italia distendeva le membra raggricciate dal gelo della notte, e toglieasi d’intorno al capo il velo dell’ascetismo per guardare all’oriente.
Oggi i più tengono che i terrori precedenti all’anno mille sieno tarda invenzione di eruditi; ma se il fatto è negato, resta, fissata in una pagina mirabile, l’impressione, che suscitò, mentre fu creduto, nell’imaginazione di un artista sovrano. Altra volta egli ritrasse l’ambiente, le condizioni psicologiche, tra cui sbocciò, primo fragrante fiore della letteratura italiana, la poesia del dolce stil novo, così:
Nelle canzoni di que’ tempi ha certe stanze che io non posso non imaginarmi concepite tra gli austeri colonnati delle grandi cattedrali, alla luce d’uno splendido tramonto di aprile che si rifrange nelle vetrate colorite e impallidisce innanzi al vermiglio fiammeggiar de’ doppieri, mentre il fumo e l’odor dell’incenso avvolge l’altare della Vergine, e l’organo sona e voci argentine di donne empiono d’un malinconico inno le volte oscure. Allora dovè Dante vedere in mezzo a una nube odorosa, irradiata nella bianca fronte dalla dubbia luce del sole occidente e dal chiarore de’ ceri la fanciulla de’ Portinari, dovè udire la voce di lei inginocchiata salire a Dio nel suono del lamento e del desiderio: allora il tempo e lo spazio si dileguarono dinanzi dalla sua mente, ed egli mirò in visione il paradiso e l’inferno, il paradiso che invocava lei, l’ inferno che lui aspettava; e pensò i solenni versi che sono il primo annunzio della Divina Commedia.
Qui il critico non ricorda e non riflette soltanto; ma vede, e, quello che vede, riproduce: la sua dottrina e la sua intuizione storica rappresentano, si fanno scena e persone, e pare che la prosa, pur rimanendo vera, schiettissima prosa, già metta le penne per volare, convertita in poesia. E spiccò il volo infatti, trasfigurata da nuove immagini, riscaldata da nuovo sentimento:
Anch’ei, fra ’l dubbio giorno d’un gotico
tempio avvolgendosi, l’Alighier, trepido
cercò l’immagine di Dio nel gemmeo
pallore d’una femmina.
Sott’esso il candido vel, de la vergine
la fronte limpida fulgea ne l’estasi,
mentre, fra nugoli d’incenso, fervide
le litanie saliano;
salian co’ murmuri molli, co’ fremiti
lieti saliano d’un vol di tortori,
e poi con l’ululo di turbe misere,
che al ciel le braccia tendono.
Mandava l’organo pe’ cupi spazii
sospiri e strepiti: da l’arche candide,
parea che l’anime de’ consanguinei
sotterra rispondessero.
Ma da le mitiche vette di Fiesole
tra le pie storie, pe’ vetri, roseo
guardava Apolline: su l’altar massimo
impallidiano i cerei.
E Dante ascendere fra inni d’angeli
la tòsca vergine trasfigurantesi
vedea, sentiasi, sotto i piè, ruggere
rossi d’inferno i baratri.
Non piccola parte della prosa del Carducci è polemica. Offeso, reagì; colpito ne’ sentimenti di cittadino, nella dignità di uomo e di scrittore, assalì e si difese; condannato da ignoranti e non sinceri, svelò la doppiezza, rese manifesta l’ignoranza, altamente, fieramente, senza pietà. Non so ora; ma quando comparvero le Confessioni e Battaglie, a me rincrebbe che i più non avessero occhi se non per il suo vigore inesausto; non si rallegrassero se non delle sferzate, che egli faceva cadere su gli avversari.
Che cosa sono ‒ chiedevo ‒ le risposte pronte, eloquenti, le invettive calde, gli sfoghi dell’anima amareggiata, i colpi bene assestati ‒ che cosa è tutto ciò rispetto alle gravi o delicate questioni di moralità, di letteratura, di arte, che egli agita; alla serietà e nobiltà di motivi che lo spingono a trattarle; al desiderio intenso, prorompente infiammato da ogni pagina, da ogni periodo, da ogni frase, di vedere purificata, sollevata la vita, la cultura, l’arte italiana? Che cosa sono rispetto agli effetti benefici, salutari di quella severità, che, colpendo o ferendo, vivifica, conforta all’esercizio modesto e perseverante della virtù, insegna l’aborrimento dall’ipocrisia nella vita, dalla « istrionia » nella cultura, dalla falsità nell’arte?
Nella polemica, la facoltà di accoppiare o sostituire al ragionamento severo la figurazione plastica è la più terribile delle sue armi; perchè si può al riso opporre il cachinno, alla voce concitata rispondere con voce adirata; ma non v’è riparo alla pubblica mostra del difetto o del fallo ritratto con le tinte più forti, scolpito a tutto rilievo. Ma, anche nel fervore della lotta più aspra, la parte più eletta del suo nobilissimo spirito lo tira in alto a confortare sé e noi di spettacoli sereni, di scene spiranti soavità e tenerezza. Tale è questa, a cui mette capo improvvisamente una vigorosa difesa della lingua e della letteratura italiana:
Nelle belle sere di primavera o di autunno, o nei mezzogiorni d’inverno, ho veduto grandetti e piccolini, maschi e femmine, occhi neri e celesti e grigi e perla, capelli scuri e castagni e biondi e canapini e cenerini, pigliarsi tutti per mano, intrecciarsi, confondersi e ballare in tondo. E guardandosi fissi in viso gli uni gli altri e poi guardando nel cielo, con voce e accento già bronzino i maschiotti, argentino le femmine, bleso i piccolini, cantavano. Ballavano e cantavano, e i grandi alberi guardavano il dolce ballo ricoprendolo e accompagnandolo della compiacenza dell’ombre e d’un mormorio sommesso, e il sole baciava le fronti serene e incoronava d’aureole le capigliature sciolte o ricciute innamorato di coteste più leggiadre e soavi emanazioni della sua benignità. Cantavano e ballavano, e nelle movenze dei corpicini gentili scorreva tutta la gioia della vita, e nei «grandi occhi aperti seri e lucenti splendeva la intuizione inconscia e tranquilla dei misteri dell’essere e della divinità.
Tali si levano, di mezzo al fragore e al polverio di altre pugne, rapide eppure precise e limpide apparizioni, Firenze tra i suoi colli; la pianura, le colline, i prati, i boschetti, le ville del Valdarno; i monti, i borghi, le città, la distesa delle acque del lago di Garda.
Ecco, e ad un tratto un raggio sbiadito di sole fende la nuvolaglia che a grandi cércini bianchi incappella la montagna e distendesi a bioccoli lunghi come una benda giù per il cielo. Ed ecco Sirmione, non a pena uno strale di Febo guizza serenante per l’aria, ecco la pagana Sirmio sente il suo dio, e lampeggia d’un sorriso tra il verde glauco degli oliveti e il bianco delle case di pescatori, su cui adergesi trecentisticamente leggiadra la torre scaligera. Sirmio sorride; e subito una grande insurrezione di linee, rosse ed auree, violacee, paonazze, vinacce, rompe, taglia, intraversa la funerea monotonia di cotesto dormentorio di acque.
Come dall’intuizione fantastica del passato, così dalla visione simpaticamente ricevuta, amorosamente vagheggiata della realtà presente, sgorga la poesia del Carducci.
Ecco: la verde Sirmio nel lucido lago sorride,
fiore de le penisole.
Il sol la guarda e vezzeggia: somiglia dintorno il Benaco
una gran tazza argentea,
cui placido olivo per gli orli nitidi corre
misto a l’eterno lauro.
Questa raggiante coppa Italia madre protende
con le braccia alte a i superi;
ed essi da i cieli cadere vi lasciano Sirmio,
gemma de le penisole...
A questa limpidezza di visione, sincerità di impressioni e immediata purezza di rappresentazione; a quest’armonico intreccio del reale con l’ideale; a questo rilievo e splendore diamantino dell’espressione nella compagine robusta insieme e melodica del verso, il Carducci non giunse d’un tratto. Riflettiamo che cominciò a comporre versi quando aveva soli diciotto anni; che la prima raccolta delle sue rime fu pubblicata nel luglio del 1857, ora è giusto mezzo secolo. Il sonetto, la canzone aulica, la canzonetta metastasiana, l’ode pariniana, l’ode fantoniana, gli sciolti foscoliani e leopardiani gli sgorgavano dall’abbondanza del cuore.
Egli stesso ha raccontato:
Le poesie, massime allora, io le facevo proprio per me: per me era de’ rarissimi piaceri della mia gioventù gettare a pezzi e brani in furia il mio pensiero o il sentimento nella materia della lingua e nei canali del verso, formarlo in abozzo e poi prendermelo su di quando in quando, e darvi della lima e della stecca dentro e addosso rabbiosamente. Qualche volta andava tutto in bricioli, tanto meglio. Qualche volta resisteva, ed io vi tornavo intorno a sbalzi come un orsacchio rabbonito, e mi v’indugiavo sopra brontolando, e non mi risolvevo a finire. Finire era per me cessazione di godimento...
La cura incontentabile o, com’egli scrive, rabbiosa, lo studio insistente, appassionato della forma rivelano il poeta nato: perchè ‒ dirò con un grande filologo, che fu pure squisito critico d’arte ‒ « una sensibilità delicata, un pensiero originale, la fusione stessa di questi due doni in una lega rara e preziosa, non bastano a fare un poeta: bisogna che vi si unisca un’arte capace di dar loro un’espressione personale ed efficace e di rivestirle di bellezza. » Le sue prime poesie, come accade ai giovani, non sempre hanno spiccato carattere proprio: spesso non pure la forma, ma la stessa ispirazione loro riflette o riecheggia l’azione della scuola e delle letture recenti, così dei nostri poeti, come di Orazio. Ma Dante, Parini, i grandi morti sepolti in Santa Croce, Niccolini, gl’ispirano sensi magnanimi, dispetto e dispregio del presente triste, rimpianto accorato delle glorie del passato, e, per il futuro, proponimenti virili. Io, dice al Parini, non fo voti per il tuo verso severo, per il tuo cauto superbo; non ho forze per seguirti in così largo volo:
Sol vuo’ di te la schiva anima, e ’l retto
non domabile ingegno, e l’ira o ’l forte
spregio pe’ vili, e la parola franca.
E voglio e posso. Tu me reggi e affranca:
che tu sai ben ch’ io pe ’l tuo fiero petto,
aspro vivere eleggo e oscura morte.
Sono versi del 1853; ma segnano la meta e tracciano il cammino di tutta la vita; della quale è come il simbolo anticipato, con qualche cosa più che il presagio dell’arte adulta, nell’altro magnifico sonetto, in cui descrive la sua nave battuta, tra l’acqua procellosa, dal tuono delle onde, dallo schianto dei folgori, e il suo genio diritto in piedi, con l’occhio al cielo e al mare, cantante:
Ma dritto su la poppa il genio mio
guarda il ciclo ed il mare, e canta forte
de’ venti e delle antenne al cigolìo:
‒ Voghiam, voghiamo, o disperate scorte,
al nubiloso porto dell’oblìo,
a la scogliera bianca della morte.
Qui è impressa già l’unghia del leone.
Nessuno giudicò i suoi versi giovanili più severamente di lui, quando gli parvero non pure inferiori; ma, per gran parte, contrari al concetto, che ebbe poi dell’arte di poetare. A noi, che tentiamo oggi raccogliere e ricomporre i lineamenti della sua grande figura, giova rilevarvi, con gl’ideali civili e patriottici, con « gl’intendimenti fermi » e « l’affetto puro », altri germi e segni certi di ciò, ch’egli dovrà essere. Notevole, fra essi, l’ammirazione ispiratagli dalle vaghe creazioni della fantasia greca nella religione e nell’arte. La poesia italiana era tuttora fiaccamente manzoniana e arcadicamente romantica, quando egli ‒ cresciuto sino a quattordici anni quasi senza maestro, nella libertà della campagna, all’aria aperta, al sole, robusto di membra e puro di animo ‒ sfogava il vigore e il calore del suo sano naturalismo nell’amore alle divinità dell’Olimpo, non senza rimpiangere col Monti e col Leopardi che « il vero inesorabile » e « squallido » le avesse coperte di fredda ombra. Più tardi la sua « ostinazione classica », « quel primo e mal distinto sentimento di opposizione quasi scettica, diverrà concetto, ragione, affermazione. » Notevole l’inclinazione quasi istintiva, se non sia meglio chiamarla disposizione nativa, all’elocuzione schietta, nitida, lontana dalla volgarità, schiva della sciatteria. Più tardi, con piena coscienza del già fatto e del da fare, dirà:
Odio la lingua accademica che prevalse in molte opere poetiche degli ultimi secoli, ma amo, adoro la lingua di Dante e del Petrarca, la lingua dei poeti popolari del quattrocento, la lingua degli elegantissimi poeti del cinquecento, la lingua de’ poeti classici dell’ultima età; amo e studio e uso a tempo la lingua del popolo, la nata e non fatta lingua del popolo, tanto più facilmente, credo, quanto ne ho in casa la fonte e non mi bisogna ricorrere alle cannelle de’ nuovi accademici popolari: e con tutto questo non mi perito né vergogno di dedurre anche quello che mi par bene dal greco e dal latino... Il mio lavoro artistico è, o vorrebbe essere, di amore, di conciliazione, di allargamento, di calda fusione.
E, fra tanti nobili amori, è notevole la scarsa parte che, ne’ versi giovanili come nella sua opera poetica posteriore, ha l’amore propriamente detto, l’amore della donna. Il maggior poeta vivente della Francia, or non è molto, osservò che, su la poesia francese degli ultimi quarantanni, le conquiste prodigiose della scienza hanno esercitato assai debole azione; che ultimo occupante dell’ispirazione poetica nel suo paese, come n’era stato il primo, è rimasto l’amore, con tutte le passioni, delle quali è la molla. E aggiungeva: « Non me ne maraviglio, né me ne dolgo. Ciò, che non è l’amore, non riesce mai ad empire interamente il cuore, e la poesia è il sospiro del cuore, che trabocca ».
L’amore del Carducci, che vagheggia, desidera, possiede la bellezza femminile senza languori malsani, senza lascivie, non empie mai solo il suo cuore, o non lo domina solo per lungo tempo; eppure, chi oserebbe affermare che quel cuore fosse mai vuoto o inerte?
Tirreno, anche il mio petto è un mar profondo,
e di tempeste, o grande, a te non cede,
l’anima mia rugge ne’ flutti, e a tondo
suoi brevi lidi e il picciol cielo fiede...
Venne il ’59.
. . . . . Oh anno de’ portenti,
oh primavera de la patria, o giorni,
ultimi giorni del fiorente maggio,
oh trionfante
Buon de la prima italica vittoria
che mi percosse il cuor fanciullo! [4].
Il Carducci, che già aveva esortato Vittorio Emanuele ad abbracciare l’italica bandiera, a scagliare il serto « Oltre Po, nel terren de la battaglia » e, cacciato lo straniero, a sciogliere il voto augusto in Roma, sul busto di Giulio Cesare e di Traiano ‒ « allora, nella piccola Toscana, che pensassero all’unità e a Roma eravamo pochi rompicolli» ‒ vibrante delle comuni speranze, esultante della comune letizia, salutò Garibaldi, corso primo a spezzare le nostre catene; cantò il latin sangue gentile e vittorioso sul colle di S. Martino, la croce di Savoia splendente agli occhi e arridente ai cuori
su ’l Palagio de’ Priori
nella libera città,
l’italica famiglia rifatta una nel plebiscito; e cantò poi la rivoluzione di Sicilia e la proclamazione del regno d’Italia. Allora, nell’accesa fantasia, vedeva l’Italia, de l’etemo diritto Vendicatrice e de le nove genti Araldo » ascendere il Campidoglio:
Tuoni il romano editto
Con altra voce, e a’ popoli gementi
Ne l’ombra de la morte, Italia, splendi!
Non dirò con lui ‒ non solo modesto, ma fin troppo rigoroso giudice di sé e delle cose sue, e perciò esempio forse unico nella facile auto-esaltazione de’ verseggiatori contemporanei ‒ non dirò che quelle poesie non sieno se non «declamazioni consuetudinarie, fantasie per enumerazione, imagini a mo’ di comparse d’un ballo allegorico, e sopravi una gran mano di biacca ». Preparata dai pensatori e dai poeti, accompagnata dal grido di
Si schiudon le tombe, si levano i morti,
fatta dalle classi più colte, la nostra Rivoluzione ebbe necessariamente non del rettorico ‒ sarebbe indegna bestemmia ‒ ma del letterario tradizionale nella manifestazione degli entusiasmi, delle aspirazioni, delle illusioni, del giubilo; e il Carducci versò i suoi, con calda eloquenza, nelle forme solite della lirica patriottica, le quali erano ‒ non si deve dimenticare ‒ le più accessibili alla moltitudine e le più accette.
Seguirono anni burrascosi e fatti tristi ‒ Aspromonte, Custoza ‒ « cent’anni perduti per l’Italia » ‒ Lissa, Villa Glori, Mentana.... Tristi per tutti, pungevano di più angosciosa vergogna la parte più animosa e più giovane della nazione. Di questa parte egli fu la voce ‒ potente voce, così nell’ironia acre, nel sarcasmo mordente, con cui bollò a rosso quella prudenza e moderazione, che parve viltà, e gli errori e le colpe de’ vivi; come nella infocata esaltazione della gloria dei vinti e dei caduti col nome di Roma sul labbro. Certo il tempo se ne porta via molto di ciò, che la poesia politica strappa agli animi e infonde negli animi de’ contemporanei; ma la preserva dalla dissoluzione, mirra miracolosa, il magistero dell’arte.
L’Italia non sarebbe più che un ricordo storico, un nome vano senza soggetto, il giorno che un italiano non trasalisse, non fremesse al canto della morta schiera di Mentana:
‒ Or che le madri gemono
Sovra gl’insonni letti,
Or che le spose sognano
Il nostro spento amor,
Noi rileviam dal Tartaro
I bianchi infranti petti.
Per salutarti, Italia,
Per rivederti ancor.
Qual ne l’incerto tramite
Gittava il cavaliero
Il verde manto serico
De la sua donna al piè.
Per te gittammo l’anima
Ridenti al fato nero;
E tu pur vivi immemore
Di chi moria per te.
Ad altri, o dolce Italia,
Doni i sorrisi tuoi;
Ma i morti non obliano
Ciò che più in vita amar;
Ma Roma è nostra, i vindici
Del nome suo siam noi:
Voliam sul Campidoglio,
Voliamo a trionfar. ‒
In quegli anni burrascosi e tristi conviene a lui ciò, che egli ha cantato dell’Alfieri:
a l’umile paese
sovra volando, fosco, irrequieto
‒ Italia, Italia ‒
egli gridava a’ dissueti orecchi,
ai pigri cuori, agli animi giacenti.
E i giovani sentirono in lui il loro poeta; ed egli, nel consenso de’ giovani, sotto la pressione del dolore, nell’impeto dell’ira, nello scoppio dello sdegno, trovò se stesso, acquistò la coscienza piena delle sue forze, e il dominio intero dell’arte sua.
Quand’ io salgo de’ secoli su ’l monte
Triste in sembianti e solo,
Levan le strofe intorno a la mia fronte,
Siccome falchi, il volo.
Ed ogni strofe ha un’anima; ed a valle
Precipita e rimbomba,
Come fuga d’indomite cavalle.
Con la spada e la tromba;
E con la spada alto volando prostra
I mostri ed i giganti,
E con la tromba a la suprema giostra
Chiama i guerrier festanti.
Accanto ai giambi e agli epodi politici, le Nuove poesie presentarono agli occhi ammirati degl’Italiani e degli stranieri ‒ se ne compiacquero se non primi, più calorosamente gli stranieri ‒ sonetti, terze rime, odi d’ispirazione originale freschissima, di fattura squisita. Mai prima, nelle sue stesse composizioni, l’imagine non era apparsa più nettamente delineata, più vividamente o delicatamente colorita ‒ i paesaggi non s’erano riflettuti in più terso e fedele specchio; ‒ mai la strofe, balzando da’ particolari reali, non s’era più gioconda e più agile slanciata nella « regione delle aquile e dell’aurora »; ‒ mai non era stato il verso più efficacemente nè più soavemente rappresentativo delle arcane armonie della natura, delle gioie della vita, degl’intimi moti dell’anima. Dalle Nuove poesie ci percosse di maraviglia e di simpatia, « improvvisa » anche alla nostra imaginazione, Maria bionda:
Com’eri bella, o giovinetta, quando
Tra l’ondeggiar de’ lunghi solchi uscivi
Un tuo serto di fiori in man recando,
Alta e ridente, e sotto i cigli vivi
Di selvatico foco lampeggiante,
Grande e profondo l’occhio azzurro aprivi!
Ci si spiegarono innanzi la prima volta i luoghi, dove il poeta passò l’adolescenza:
Oh lunghe al vento susurranti file
De’ pioppi! oh a le belle ombre in su ’l sacrato
Nei dì solenni rustico sedile,
Onde bruno si mira il piano arato
E verdi quindi i colli e quinci il mare
Sparso di vele e il campo santo è a lato.
Ci parlò linguaggio da noi non ancora inteso la festa della primavera:
Gli uccelli
Si mescean nella luce armonizzando
Con mille cori: a i pigolanti nidi
Parlar, custodi pii, gli alberi antichi
Pareano, e gli arboscelli a le ronzanti
Api ed i fiori sospirare al bacio
De le farfalle; e steli ed erbe e arene
Formicolavan d’indistinti amori
E di vite anelanti a mille a mille
Per ogni istante. E li accigliati monti
Ed i colli sereni e le ondeggianti
Messi fra i boschi od i vigneti bionde,
E fin l’orrida macchia, ed il roveto
E la palude livida, pareano
Godere etema gioventù nel sole.
C’infuse al cuore, un sentimento non prima avvertito, un sentimento mite di vigore e di pace, il bove:
Da la larga narice umida e nera
Fuma il tuo spirto, e come un inno lieto
il mugghio nel sereno aër si perde,
E del grave occhio glauco entro l’austera
Dolcezza, si rispecchia ampio e quieto
Il divino del pian silenzio verde.
Provammo l’uggia de’ pigri terrori del Medio Evo:
Dannosa etade! Solitario mostro
La morte allor su ’l cieco mondo incombe
Con mille aspetti, e l’uomo esce dal chiostro
Sol per le tombe...
Da l’aspre torri e dal cenobio muto,
Dal folto domo d’irti steli inserto,
Par che la vita l’ultimo saluto
Mandi al deserto.
E anche noi navigammo bramosi di aria pura e di luce alla patria di Apolline, dove danzano le Cicladi, e Alceo regge per le onde un legno a purpuree vele, sul quale siede
Saffo dal candido petto anelante
A l’aura ambrosia che dal dio vola;
‒ riparammo all’isola bella, dove colli e prati fremono e le acque sussurrano e, al canto dei poeti, la città ricantano: Amore ! Amore ! ‒ riudimmo i versi dolcissimi di Dafni in faccia al mare siciliano, e gl’inviti e le promesse delle ninfe. Anche noi, sotto gli archi gotici, tra le tombe, sentimmo i palpiti della giovinezza e dell’amore quando la bella donna
Guardò serena per entro i lugubri
Luoghi di morte: levò la tenue
Fronte, pallida e bella,
Fra le floride anella
Che a l’agil collo scendendo incaute
Tutta di mille fulgor la irradiano:
E piovvegli nel core
Sguardi e accenti d’amore
Lunghi, soavi, profondi...
Nelle Nuove poesie, gli alessandrini del Campo di Marengo offrirono la prima volta « alla fantasia ed al sentimento » dei lettori, « in brevi tratti, come attuale e senza mistura di elementi personali un avvenimento storico, » ‒ le odi Primavere elleniche attestarono che il poeta, « con altra voce omai, con altro vello, » con l’intelligenza e col sentimento dell’uomo moderno, tornava alle forme della lirica classica. Agli alessandrini obbiettivi dei Campi di Marengo seguirono la Canzone di Legnano, la Leggenda di Teodorico, Faida di Comune, Ça ira, che trasportano nel passato, e del passato danno l’impressione, ‒ alle Primavere elleniche seguirono le Odi barbare.
Perchè questo titolo? Dichiarava il poeta:
Queste odi le intitolai barbare, perchè tali sonerebbero agli orecchi e al giudizio dei greci e dei romani, se bene volute comporre nelle forme metriche della loro lirica, e perchè tali soneranno pur troppo a moltissimi italiani, se bene composte e armonizzate di versi e di accenti italiani. E così le composi, perchè, avendo ad esprimere pensieri e sentimenti che mi parevano diversi da quelli che Dante, il Petrarca, il Poliziano, il Tasso, il Metastasio, il Parini, il Monti, il Foscolo e il Leopardi (ricordo in specie i lirici originariamente e splendidamente concepirono ed espressero, anche credei che questi pensieri e sentimenti io poteva esprimerli con una forma metrica meno discordante dalla forma organica con la quale mi si andavano determinando nella mente.
Ed altre ragioni lo mossero: il desiderio di « recare qualche po’ di varietà formale nella nostra lirica moderna», l’odio per « la usata poesia », per « la lirica bolsa, con la pancia, in veste da camera, larga a cintura, e in pantofole». Ma poco valse: molti, troppi, impararono presto, più o men bene, a combinare i metri italiani come egli aveva fatto: ciò, che non impararono, e non potevano rapire a lui, era lo spirito animatore e l’arte sovrana.
Che cosa canta il poeta? La bellezza classica e la forza della civiltà presente ‒ Roma antica trionfante sul mondo, l’Italia moderna, una, abbracciata a Roma, e l’Italia, che sarà («il verso animoso vola da le memorie all’avvenire ») ‒ i ricordi di età lontane, che in lui ridestano le ruine delle Terme di Caracalla, e le ispirazioni immediate di una sera d’inverno nella piazza di S. Petronio ‒ quel, che egli sente e pensa in una chiesa gotica, tra gl’incensi, le preci, i boati dell’organo, e quello che dentro una stazione, alla partenza del treno che rapisce una persona diletta ‒ le gioie o gli scoramenti dell’amore suo, e la tristezza delle case, dove l’epidemia uccide i fanciulli ‒ il suo odio per il misticismo medioevale, e la dolce fanciulla di Iesse, che guarda placida dall’alto dell’estremo pinnacolo del tempio
tutta avvolta di faville d’oro.
Quanto s’è allargato il suo orizzonte! Come si è sollevata la sua mente sopra le oscure mischie della vita, i rancori dello scuole, i pugilati de’ partiti politici, le gare delle sette!
Non più del tempo l’ombra, o de l’algide
cure, su ’l capo mi sento; sentomi,
o Ebe, l’ellenica vita
tranquilla per lo vene fluire.
E, con la vita, la serenità dell’arte greca.
Come canta? Oh, non più « torbido! » Non scambia più la materia per l’arte ‒ non si abbandona più alla foga del sentimento, anzi lo tiene a freno e gl’ impone l’espressione schietta sì, ma tranquilla, efficace sì, ma composta ‒ tempera l’entusiasmo con la dolcezza, l’estro con la misura ‒ congiunge per finissime sfumature la delicatezza alla solennità, la leggiadria al vigore ‒ dentro robusta unità organica, fa prevalere « la fantasia scultrice su l’eccitabilità imaginosa e coloritrice ». Vediamolo in quella, che molti, a ragione, giudicano la più bella delle prime Odi barbare.
La ritorta buccina ha ripercosso dai monti il grido salito dagli antri del Clitumno; ha chiamato alla pugna contro l’invasore, ad uno ad uno, tutti gli abitatori dell’Umbria ‒ quello, che pasce i buoi presso Mevania caliginosa, e quello, che ara i colli alla sponda sinistra del Nar, e quello, che abbatte i boschi verdi sopra Spoleto o celebra nozze nella bellicosa Todi ‒ li ha scossi, incitati, lanciati a correre, inseguiti nella corsa:
e corri, corri, corri! con la scure
corri e co’ dardi, con la clava e Pasta:
corri, minaccia gl’itali penati
Annibal dirò.
Spoleto resiste, Spoleto vince, e il poeta si rappresenta giubilante il gran fatto:
Deh, come riso d’alma luce il sole,
per questa chiostra di bei monti, quando
urlanti vide e ruinanti in fuga,
l’alta Spoleto
i mauri immani e i numidi cavalli
con mischia oscena, o, sovra loro, nembi
di ferro, flutti d’olio ardente, e i canti
de la vittoria.
Inaspettatamente si abbassa, si attenua il tono; d’un tratto, a tanto fragore succede il silenzio, a tanto movimento la quiete:
Tutto ora tace. Nel sereno gorgo,
la tenue miro saliente vena:
trema, e d’un lieve pullular lo specchio
segna de l’acque.
con ciò, che segue, del quadro stupendo, del quale non può sentire tutta la verità e tutto l’incanto chi non abbia con i propri occhi veduto la foresta breve ridere e rameggiare immobile sotto le acque, e splender freddi come gemme i fiori, che « chiamano a i silenzi del verde fondo ».
Questo, non le allusioni alla mitologia, ‒ del resto, via via meno frequenti nelle odi successive ‒ né le imagini e le sentenze derivate dai poeti antichi, questo è l’ellenismo vero, il classicismo intimo, profondo del Carducci. È il classicismo di W. Goethe, il quale « porta l’affetto fino al punto che possa trasparire nelle linee e nei colori senza guastare la bellezza [5]; e quando giunge a tale violenza, che rompe la placida armonia delle tinte, o, indocile all’immagine, prorompe al di fuori, con l’impeto eloquente di un puro sentimento, sa sviare o interrompere a proposito, e portare l’anima in più serena regione» [6]. È ‒ per usare le parole sue ‒ « non dirò l’indifferenza, ma la insensibilità naturale, la placidità della bellezza pura dinanzi e in mezzo ai perturbamenti dell’affetto e della passione: ed è, non dirò l’idea, ma il fantasma più accarezzato dall’arte greca, che risorge o permane, tra i mutamenti e nei rinnovamenti solenni dell’ideale della nostra razza. »
Il Carducci raggiunse questa serenità o placidità più spesso nelle seconde e terze odi barbare. I così detti voli lirici vi sono assai rari: rare volte si lascia andare a esprimere il suo sentimento innanzi al quadro, che egli stesso ha tracciato, alla statua, che egli stesso ha scolpita; e quando lo fa, parla breve, solenne, come chi, assorto in sé medesimo, non si accorga che gli sfugge una frase, una parola rivelatrice dell’interno travaglio. Quasi non riconosciamo in lui il poeta battagliero, che ci aveva avvezzati a palpitare delle sue passioni, a fremere de’ suoi sdegni. Con molto minor frequenza di prima mette in iscena sé stesso. E quanta differenza tra il cantore sdegnato de’ giambi, il polemista inesorabile, che sembra maneggiare non la penna, ma la sferza ‒ e il poeta, che tende a pena l’orecchio quando l’accusano di richiamare col batter del dito i numeri degli antichi versi italici, come api che al rauco suon del percosso rame ronzando si raccolgono ‒ che, turbato da una triste lettura, da un fosco paesaggio, già schiude l’adito a pensieri di vendetta, già grida sangue per sangue; e si acqueta e sorride all’apparire de’ colli, tra cui visse la fanciullezza! La sua lirica si fa sempre più pura, più impersonale, e perciò più umana. All’emozione viva, ma passeggera, destata dalla voce squillante di uno, che ami, odii, speri, si dolga per conto proprio; si sostituisce l’emozione profonda, durevole, della voce grave, che esprime gli amori, gli odi, le speranze, i dolori di tutti. Cessiamo d’essere spettatori e uditori attenti, commossi anche, ma pure presenti a noi stessi, conscii della distanza, che ci separa dall’oggetto, e della presenza di esso il poeta. La distanza scompare, il poeta non si frammette più fra il paesaggio o il personaggio e noi; ma li ritrae, li raffigura in modo da costringerci a sentire e pensare ciò, che egli sente e pensa ‒ e non dice. Di qui la chiarezza, la trasparenza veramente classica ‒ per esempio ‒ delle odi All’Aurora, Per la morte di Napoleone Eugenio, Una sera in S. Pietro, Sirmione, Presso l’urna di Percy B. Shelley.
Una frase, un verso, una parola, un’esclamazione sola, bastano a indicare che egli segue il soggetto suo con cuore partecipe; e bastano a illuminare, direi a distrigare e determinare le impressioni nostre, sino a quel punto indistinte e confuse. Così, nella prima delle odi citate, dopo l’inno degli antichi padri Ariani, dopo la mirabile pittura di Cefalo attratto al bacio dell’Aurora, i due versi:
O baci di una dea olezzanti fra la rugiada!
O ambrosia dell’amore nel giovinetto mondo!
Così, nella seconda, la strofe:
O solitaria casa d’Aiaccio,
cui verdi o grandi lo querce ombreggiano
o i poggi coronan sereni
e davanti le risuona il mare!
Così, nell’ultima, i versi:
O lontana a le vie dei duri mortali travagli
Isola de le belle, isola degli eroi,
Isola de’ poeti!
La serenità non esclude la mestizia, suggello della modernità dell’ispirazione. Non era un caso che le Nuove Odi si aprissero con La Lirica del Platen, dove si leggeva che il nome di Pindaro, di Orazio, del Petrarca, vaga eterno per le umane orecchie
.... ma raro s’accompagna ad essi
amico spirto, che la forte onori
malinconia [7].
Il maggior numero delle nuove e delle terze odi trae l’occasione da soggetti non lieti; ed anche in quelle, che parrebbe non dovessero punto consentirgliela, la nota mesta sa aprirsi la via. ‒ Ami tu anche o dea? domanda il poeta all’Aurora; e soggiunge: ‒ Ma il nostro genere è stanco! Innanzi al gruppo della Madre, pensa che la natura conforta di sante visioni le anime, che per lei spregiano le larve di gloria care ai volghi; e poi, con rapido passaggio esclama: ‒ Quando il lavoro sarà lieto? Quando sarà securo l’amore? E mestizia forte, che invade il cuore, ma non inumidisce le ciglia. È la mestizia dei grandi spiriti, che, usciti alla riva dall’acqua perigliosa, e ripiegatisi in sè, possono guardare compassionevoli l’agitarsi così spesso infecondo delle passioni umane, e aspettare calmi, sicuri, che giunga la fine. Il poeta della giovinezza, della salute, della gioia, scrive l’ode Fuori alla Certosa di Bologna, nella quale viene dalla voce dei morti l’antico consiglio: Amatevi, che la vita è breve. Il poeta delle Primavere elleniche, mentre ammira dal Gianicolo l’imagine di Roma
Nave immensa lanciata vèr l’impero del mondo,
è sorpreso dal desiderio che l’ora suprema lo colga in quella Roma, tanto amata,
Ne’ crepuscoli a sera di gemmeo candore fulgenti
Tranquillamente lunghi su la Flaminia via;
e mentre, in lieta compagnia, la riguarda dalla vetta di Monte Mario, medita:
Diman morremo, come ier moriro
quelli, che amammo: via da le memorie,
via dagli affetti, tenui ombre lievi
dilegueremo.
Quando comparvero le prime odi barbare, ben pochi si dettero ragione di quello, che il poeta modestamente chiamava un tentativo; ben pochi sentirono quanto di nuovo e di vivo cantasse l’eloquio di Dante ne’ ritmi fulgidi di Venosa: e i più credettero e lamentarono che egli avesse abbandonato per sempre la rima. Ma il caldo saluto, che, dalle ultime pagine di quel volumetto, saliva a lei, « del latin metro reina», non era l’addio del distacco, anzi affermazione di amore e attestazione di fedeltà:
Cura e onor de’ padri miei
tu mi sei
come lor sacra e diletta:
ave o rima! e dammi un fiore
per l’amore,
e per l’odio una saetta.
Molte altre poesie rimate compose dopo, per ardire e nervosità di tocchi, nitidità di disegno, vigore di tinte, bellissime: sotto l’afflato lirico, il classicismo sostanziale delle odi barbare vi si snoda e ammorbidisce « pieno di forza e di soavità ». Ne ho già ricordate alcune; ricorderò anche Dinanzi a S. Guido ‒ una pagina autobiografica, piuttosto che narrata, resa drammaticamente, con tutto il fascino dolce e malinconico delle ricordanze della fanciullezza ‒ sonetti, come quelli su S. Francesco d’Assisi (Santa Maria degli Angeli, e su Niccolò Pisano, che sono tra i più belli, che la patria del sonetto possa vantare ‒ l’ode potente A Vittore Hugo, e il maraviglioso Canto dell’Amore, inno fervido, sonante, alato alla bellezza perenne dell’Umbria e dell’Italia, alla operosità e alla concordia degli uomini:
‒ Salute o genti umane affaticate!
Tutto trapassa e nulla può morir.
Noi troppo odiammo e sofferimmo. Amate.
Il mondo è bello e santo è l’avvenir.
Simbolo quasi e suggello della duplice attività del poeta intorno alle forme metriche, si direbbe il suo ultimo canto ‒ mestissimo e soavissimo canto ‒ nella cui strofe la rima, nel giro di due versi lunghi, lenti, interpunti da molte pause, accorda i profondi sospiri di lui; e due altri brevi senza rima ‒ uno piano, scorrente, uno sdrucciolo, lamentevole ‒ pare che gli vogliano negare il conforto della speranza [8:
A me, prima che l’inverno stringa pur l’anima mia,
Il tuo riso, o sacra luce, o divina poesia!
Il tuo canto, o padre Omero,
Pria che l’ombra avvolgami!
Il tuo riso, sacra luce, o divina poesia... Ahimè, non gli arrise più, e troppo lungo, troppo rigido inverno tenne stretta quella grande anima! Ora il suo corpo, che ha tanto patito, giace « ne l’erma solenne Certosa»; ma tutti pensiamo, tutti sentiamo che non si dileguano, che restano con noi i suoi concepimenti e sentimenti, affidati alla custodia alabastrina della sua arte. Grande e preziosissima eredità, molto più grande e preziosa che non mostrino di intendere quelli, che, innanzi alla sua bara, credendo forse di fargli un elogio, hanno ripetuto il suo verso:
Muor Giove, e l’inno del poeta resta.
Ma è, dunque, morta l’Italia? O ha raggiunto i suoi naturali confini? O può guardare impavida all’avvenire? Ma è, dunque, sparita Roma? O ha compiuto la sua terza missione? Il Medio Evo è scomparso? O non si lascia bel bello, questa terza Italia attirare, dagli « occhi vitrei della Circe mistica?» È, questo nostro, il regno della sincerità, della giustizia, della pace, della prosperità? Han finito di salpare dai nostri porti lo navi non nostre cariche di nostri contadini? Han finito le plebi affamate di assalire i municipi e i casotti del dazio? La gran macchina burocratica e fiscale non comprime, non mortifica più le nostre energie?
Escono dalle scuole cittadini veramente educati, veramente colti, consci de’ loro doveri e pronti a compierli ? E ha cessato l’arte di « essere la secrezione della sensibilità o della sensualità del tale e del tale altro » di abbandonarsi « a tutte le rilassatezze e le licenze innaturali, che la sensibilità e la sensualità si concedono? »
Se non ancora, e fin che gl’ideali di Giosuè Carducci non saranno attuati, l’opera sua sta e starà intera ‒ ammonizione, rimprovero, incoraggiamento, eccitamento, esempio.
A voi giovani, che mi ascoltate, e certo pensate come me; a voi speranza nostra, speranza della patria, il testamento di Giosuè Carducci:
« O giovani, l’Italia non può e non vuol essere l’impero di Roma, se bene l’età della violenza non è finita pe’ validi: oh quale orgoglio umano oserebbe mirare tant’alto? Ma nè anche ha da essere la nazione cortigiana del rinascimento, alla mercè di tutti: quale viltà comporterebbe di dar sollazzo delle nostre ciance agli stranieri per ricambio di battiture e di strazi? Se l’Italia avesse a durar tutta, via come un museo o un conservatorio di musica o una villeggiatura per l’Europa oziosa, o al più aspirasse a divenire un mercato dove i fortunati vendessero dieci ciò che hanno arraffato per tre; oh per Dio non importava far le cinque giornate e ripigliare a baionetta in canna sette volte la vetta di San Martino, e meglio era non turbare la sacra quiete delle ruine di Roma con la tromba di Garibaldi sul Gianicolo o con la cannonata del re a Porta Pia. L’Italia è risorta nel mondo per sè e per il mondo: ella, per vivere, dee avere idee e forze sue, deve esplicare un officio suo civile ed umano, un’espansione morale e politica. Tornate, o giovani, alla scienza e alla coscienza de’ padri, e riponetevi in cuore quello che fu il sentimento il voto il proposito di quei vecchi grandi, che han fatto la patria » ‒ quello che fu il sentimento, il voto il proposito di Giosuè Carducci: ‒ « L’Italia avanti tutto! L’Italia sopra tutto »!
Note
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[1] ) Lettera da Bologna 14 aprile 1904 al mio antico discepolo Mario Menghiul, che il Carducci ebbe assai caro.
[2] Da una cartolina a me diretta da Madesimo, il 3 settembre 1904: « Io di salute sto così e così: mi difendo alla meglio contro la decadenza crescente. Mi conforta sapermi amato ».
[3] Non era opportuno che mi trattenessi di più a dire del Carducci critico, e tanto meno a fare un confronto tra lui e il De Sanctis. Ma perchè il confronto è stato magistralmente fatto dal mio carissimo amico prof. E. G. Parodi, riferirò le sue acute osservazioni dal Marzocco del 24 febbraio.
« Fu certo una grande ventura per noi, che fra i maestri di metodo e di scienza, intenti a indirizzare la nuova generazione a studii severi, fosse anche un poeta e un tale poeta. Già nel mezzogiorno d’Italia, venivano alla luce, nel 1866, i Saggi critici di Francesco De Sanctis: era una voce nuova, una voce alta e potente che additava alla critica letteraria la via maestra dell’esame interno dell’opera d’arte. Ma, oltreché la critica del De Sanctis è, in fondo, come l’arte, individuale, non trasmissibile, essa di troppo precorreva il suo tempo: l’Italia poteva forse comprendere la voce del Taine, ma non quella del grande critico napoletano; ed essa, anzitutto, sentiva l’urgente necessità di rinnovare il suo povero e invecchiato bagaglio di conoscenze storiche, alla scuola di tre maestri toscani. Senonchè, per fortuna, fra le più severe disquisizioni scientifiche, e le minuziose ricerche biografiche, e le indagini paleografiche sui manoscritti e sui documenti, la voce del Poeta continuò a risuonare come un armonioso e vigile richiamo alla bellezza dell’arte, all’ammirazione dei grandi spiriti, all’elevazione della mente e dell’anima verso cime ideali.
Così fu preparata la via ad intendere anche Francesco De Sanctis.
Fra la sua critica e la critica storica non v’è relazione: si compiono insieme, ma sono cose diverse. Invece con Giosuè Carducci, se non altro per l’intima affinità di natura e d’origine che v’è fra la critica estetica e la poesia, il passaggio diventa piano ed agevole, e i due grandi spiriti paiono fondersi insieme, in una superiore armonia. Forse essi non s’intesero bene da vivi; ma bene li comprendiamo entrambi noi ora, senza dover rinunziare ad alcuna parte dei loro intelletti. Sono ben diversi e lontani anche nel modo di sentire l’opera d’arte; ma noi amiamo, di sentirla con entrambi, e le due diverse maniere ci appaiono, talvolta, alla fine, come vicine e sorelle. Accanto alla potente sintesi del critico napoletano, noi amiamo collocare le delicate analisi particolari del Poeta e il suo squisito e infallibile giudizio dell’espressione poetica, che in quello pare talvolta meno esercitato e sicuro. E dopo avere ammirato il De Sanctis, che penetrando nell’intima compagine dell’opera d’arte, e scoprendone fibre e giunture, e scomponendola in servizio dell’analisi, all’ultimo, con poderoso gesto, la ricompone ne’ suoi tratti essenziali, amiamo ritornare al Poeta quando, ne’ suoi momenti felici, sentendola risuonare nel suo interno con tutti i suoi motivi e con tutti i suoi echi, la contempla, quasi a distanza, dall’alto, con meravigliosa simpatia e stupore, e se la ricompone nella propria fantasia poetica in un vasto quadro movente dove si mescolano insieme armoniose impressioni di bollezza, alte intuizioni storiche, indomabili sentimenti morali e civili, e dove insomma l’antica opera d’arte è trasformata in nuova opera d’arte. »
Alla fine della prolusione, che lessi il 3 dicembre 1903 nella Università di Napoli, ricordai:
« Mentre ero immerso nel lutto della sua morte (del De Sanctis), con pensiero, del quale ognuno di voi sentirà la squisita gentilezza, da Bologna, Giosuè Carducci volle scrivere a me il suo dolore per la irreparabile perdita. In quest’ora per me solenne, poter trarre gli auspici da questo ricordo, mi conforta e incoraggia ».
Ecco le sue parole... «del De Sanctis... udii ieri sera con gran dolore la grave perdita ».
[4] Piemonte, il poeta parla del ’48: ma questi versi si adattano bene anche al ’59.
[5] G. Paris, Sully Prudhomme.
[6] De Sanctis, Scritti critici.
[7] Questi versi furono poi modificati così:
Eterno vaga per le genti il nome,
ma raro ad essi spirito s’aggiunge
amico e pio che onori le gagliarde
menti profonde.
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