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Edizione di riferimento:
Giosuè Carducci commemorato da Francesco Torraca, Francesco Perrella Editore, Napoli 1907
Signore e signori,
Quando accettai l’invito cortesissimo di venire oggi tra voi, mi proposi di procurarvi ‒ come meglio potessi ‒ qualche minuto di diletto spirituale, leggendovi un’ode di Giosuè Carducci, una delle più belle.
Nella lettura silenziosa della poesia, « il più divin s’invola ». Oltre che sentimento, fantasmi, imagini, la poesia è musica, la poesia è canto; ond’è che la viva voce la dichiara, la interpreta meglio del più dotto e diligente commento: la viva voce, ben si può dire, la compie, restituendo ai versi, che giacciono allineati inerti e freddi su la carta, il movimento, il calore, l’espressione, l’efficacia.
Ma, come ogni altro godimento, questo, perchè sia puro, sereno, pieno, vuol esser preceduto da un po’ di preparazione e di attesa. Non io vorrò ‒ per adattare al caso mio due versi del Carducci stesso ‒
non io tinger vorrò di dotta polve
a le dame il vel bianco ed i pensieri;
ricambierei molto male la degnazione, che mi fanno, ascoltandomi. No: soltanto, premetterò alla lettura alcuni brevi cenni, che valgano a renderla più agevole e spedita. Non saranno ‒ spero ‒ inopportuni, perchè la più alta poesia del Carducci trae spesso la materia e le ispirazioni dalla storia della nostra patria, dalle tradizioni della nostra stirpe: « sua musa » ‒ vorrei dire col De Sanctis ‒ « è l’ammirazione commossa, che accompagna le grandi memorie. » Egli stesso l’ha detto ‒ e nessuno potrebbe dir meglio ‒ quando ha figurato il poeta come un grande artiere dal capo fiero, dal collo robusto, dal braccio duro e dall’occhio gaio, il quale, allo spuntar dell’aurora, al primo pigolar degli uccelli, rientra alla fucina, vi ridesta la fiamma ‒ la rossa fiamma sfavillante, sibilante, scoppiettante ‒ e
ne le fiamme così ardenti,
gli elementi
de l’amore e de ’l pensiero
egli getta, e le memorie
e le glorie
de’ suoi padri e di sua gente.
Il passato e l’avvenire
a fluire
va, nel masso incandescente,
Ei l’afferra e, poi, de ’l maglio
col travaglio,
ei lo doma su l’incude.
Picchia e canta. Il sole ascende,
o risplende
su la fronte e l’opra rude.
Non una sola volta le memorie e il paesaggio dell’Umbria ispirarono il Carducci; ‒ anche un’altra volta la fusione delle impressioni attuali, del sentimento moderno, con le impressioni delle reliquie e tracce de’ tempi andati, col sentimento, che vorrei dire storico, si compiè felicemente nella sua fantasia. Ciò fu a Perugia, su la bella spianata alta ed ampia, dove la rocca di Paolo III stette minacciosa fino al ’59, sino al giorno che il popolo, insorgendo, l’abbattè al suolo. Di lassù l’occhio spazia intorno intorno, e ne gode, a una infinita distesa di pianure, di colline, di monti.
E il sol, nel radiante azzurro immenso,
fin degli Abbruzzi al biancheggiar lontano,
folgora, e con desìo d’amor più intenso,
ride ai monti dell’Umbria e al verde piano.
Ne ’l roseo lume, placidi sorgenti
i monti, si rincorrono tra loro,
sin che sfumano in dolci ondeggiamenti
entro vapori di viola e d’oro.
Dentro questa stupenda cornice, la grande e bella varietà de’ paesi, de’ luoghi, degli edifizi e de’ ricordi con essi congiunti, si compose a mirabile unità, in una magnifica serie di tocchi pittorici e di evocazioni storiche, sino al prorompere dell’ammirazione del poeta in un grido alto e giocondo.
Da i vichi umbri che foschi tra la gole
De l’Appennino s’amano appiattare;
Da lo tirrene acròpoli che sole
Stan su i fioriti clivi a contemplare;
Da i campi onde tra l’armi e l’ossa arate
La sventura di Roma ancor minaccia;
Da le rocche tedesche appollaiato
Sì come falchi a meditar la caccia;
Da i palagi de ’l popol che, sfidando,
Surgon neri e turriti incontro a lor;
Da le chiese, che a ’l ciel lunghe levando
Marmoree braccia, pregano il Signor;
Da i borghi, che s’affrettan di salire
Allegri verso la cittade oscura,
Come villani c’hanno da partire
Un buon raccolto dopo mietitura;
Da i conventi, tra i borghi e le cittadi
Cupi sedenti a ’l suon de le campane,
Come cucùli tra gli alberi radi
Cantanti noie ed allegrezze strane;
Da le vie, da le piazze gloriose.
Ove, come de ’l maggio ilare a i dì
Boschi di querce e cespiti di rose.
La libera de’ padri arte fiorì;
Per le tenere verdi mèssi a’l piano,
Pe’ vigneti su l’erte arrampicati,
Pe’ laghi e’ fiumi argentei lontano,
Pe’ boschi sopra i vertici nevati,
Pe’ casolari a ’l sol lieti fumanti
Tra strider di mulini e di gualchiere.
Sale un cantico solo in mille canti,
Un inno in voce di mille preghiere:
‒ Salute, o genti umane affaticate!
Tutto trapassa e nulla può morir.
Noi troppo odiammo e sofferimmo. Amate.
Il mondo è bello e santo è l’avvenir. ‒
« Da’ campi onde tra l’armi e l’ossa arate La sventura di Roma ancor minaccia.... » Presso al lago Trasimeno, vinti prima dalle angustie del luogo che dal ferro de’ Cartaginesi, quindici mila Romani, col console Flaminio, furono tagliati a pezzi in poche ore; diecimila fuggirono per le diverse vie dell’Etruria. Un ruscelletto ricorda col suo nome, anche oggi, che, nel giorno fatale, portò al lago più sangue che acqua; e lì vicino, più spesso che altrove, il vomere del bifolco ha urtato ed urta nelle ossa dei caduti.
Annibale, senza por tempo in mezzo, penetrò nell’Umbria;
per le alture, pei colli umbri s’ avvia,
dove; presso alla cima alta del monte,
pende Todi alla costa, e dove al piano,
nebbie inerti esalando, alla distesa
giace Mevania, de’ gran tori altrice,
ostie di Giove.
Così, nel poema su le guerre cartaginesi. Silio Italico, il quale prosegue frettoloso narrando la rapida marcia di Annibale per il Piceno e, giù giù, sino alla Campania. Ma invano il vincitore salì, per l’alto colle, alle porte di Spoleto; invano tentò di penetrarvi a viva forza: e fu respinto con grande strage de’ suoi ». Con queste poche parole ci tramandò il fatto glorioso Tito Livio; ma la memoria di esso restò e resta viva nella generosa città, dove, con giusto orgoglio, il cittadino vi avverte che la porta, per la quale siete entrati, è la porta della fuga, ‒ della fuga di Annibale; ‒ e dirizza i vostri occhi alla cima d’un’alta torre vicina, la torre dell’olio onde piovvero « flutti d’olio ardenti » sopra gl’invasori; e vi invita e vi esorta a vedere il telone del teatro, sul quale una buona composizione del Cochetti rappresenta la fortunata resistenza degli Spoletini. In alto, nel quadro, sopra alla città, si aderge la rocca, bruna, massiccia; della città si vede solo il frontone d’un tempio sopra colonne bianche, perchè intorno la cinge una forte cerchia di torrioni e di mura, nella quale da un lato s’apre la porta. Sopra i torrioni e sopra le mura, la moltitudine de’ difensori lancia dardi e versa liquidi fumanti, e i globi del fumo si levano a offuscar l’aria. Dalla porta sbuca arditamente una schiera: tutta l’erta, dal colle al piano, è gremita di cavalieri affricani, che si precipitano a squadre, a gruppi, con lo spavento impresso sul volto nero, o rotolano in mucchi confusi per la costa scoscesa: a destra fuggono di gran corsa le insegne cartaginesi, tra cavalieri senza cavalli e cavalli senza cavalieri.
Queste cose udiva il poeta a Spoleto; queste cose vedeva, e se ne compiaceva. E da Spoleto, per la bella strada, che, passata sotto la città, scende dolcemente, con largo giro, in mezzo a campagne ben coltivata, amene; egli compiendo, certo, un antico voto, si recò alle sorgenti del fiume Clitumno.
Questo nome ‒ ora lo cerchereste inutilmente su le carte geografiche, perchè il tempo l’ha mutato in quello assai meno poetico di Maroggia ‒ oltre che al fiume, fu dato dagli Umbri al principale de’ loro Dei nativi, indìgeti, al loro Giove. È venuto a noi, nei versi de’ poeti latini, congiunto con il ricordo dell’usanza di bagnare nelle acque del fiume i buoi, che traevano al Campidoglio i carri de’ duci vittoriosi.
Certo, mentre il poeta nostro scendeva alle sorgenti, gli tornavano alla memoria le parole del suo Virgilio: « Di qui le candide greggi e il toro, principale vittima, cospersi dell’onda tua sacra, soglion guidare ai templi degli Dei i trionfi romani. » Di qui, da questa terra benedetta ‒ terra di Saturno, gran madre di biade e di uomini. E, certo, Properzio gli accennava, con l’affetto e con la soddisfazione dell’umbro, il luogo a lui ben noto, « dove il Clitumno dalla bella corrente protegge con la sua ombra e lava i buoi, candidi come la neve. » E Claudiano lo esortava a vedere « le onde del Clitumno, sacre ai vincitori, che forniscono candidi armenti ai trionfi del Lazio », e il fonte maraviglioso, le cui acque, placide sin che lo spettatore tace, si commuovono e fervono al rumore de’ passi, alla voce.
Ma il Carducci, come altri hanno fatto, prima di visitare il fonte sacro, aveva avuto cura di rileggere la garbata descrizione, che ne lasciò Plinio il giovine.
Hai veduto qualche voltu il fonte Clitumno? Se non ancora ‒ e credo non ancora, altrimenti me l’avresti detto ‒ va a vederlo. Io, e m’incresce d’aver tardato tanto, l’ho veduto ch’è poco. Scaturisce sotto una piccola collina folta e ombrosa di antichi cipressi, sgorgando da parecchie vene, non tutte eguali; e, il gorgo, che fa prorompendo fuori, si allarga in ampio letto così puro e cristallino, che potresti contare al fomdo le monete (votive), che vi si gettano, e le pietruzze rilucenti. Di là è sospinto, non dalla pendenza del luogo, ma dalla sua stessa abbondanza e quasi dal proprio peso. Ancora fonte e già larghissimo fiume, e tale da sostener anche navi... Le ripe sono vestite di molti frassini e di molti pioppi, e il fiume trasparentissimo le riflette verdi, come se stessero sotto l’acqua. Il freddo dell’acqua contrasterebbe alle nevi, ne cede (alle nevp il colore. Un tempio antico e devoto sorge lì vicino: v’ è dentro la statua dello stesso Clitumno, avvolto e adorno della pretesta: nume propizio e fatidico lo dicono le sorti (le schede degli oracoli). Intorno intorno, sono parecchi tempietti e altrettanti Dei: ognuno ha suo culto e suo nome, qualcuno anche un proprio fonte; giacché oltre quello, ch’è quasi padre di tutti, altri ve ne sono discosti da esso; ma si mescono alla corrente... Gli abitanti di Spello, ai quali il divo Augusto donò il luogo, vi hanno aperto a spese pubbliche un bagno e un ospizio, né mancano ville sopra gli ameni margini del fiume. Insomma, tutto ti darà diletto. E potrai anche studiare: leggerai su tutte le colonne, in tutte le pareti, numerose iscrizioni, che celebrano il Dio e il fonte. Parecchie ti spiaceranno, taluna ti farà ridere.
Il tempo, che ha mutato il nome del fiume, ha rispettato la deliziosa valletta, dove il fiume sorge. Chi vi giunge con la descrizione di Plinio in mente, di questa riconosce subito, con lieta maraviglia, l’esattezza.
Proprio così! Tale impressione provò il poeta: Ancor!... Ancora ondeggiano sul monte i frassini foschi; ancora scendono le greggi al fiume; ancora il pastorello «la riluttante pecora ne l’onda immerge »[1] . Ma nel confronto tra ciò, che ripensa, e ciò, che gli sta davanti, la scena circostante, le figure, che vi si muovono, fermano la sua attenzione. È una scena campestre, semplice di sana semplicità, e severa, riprodotta con poche, sobrie pennellate. Dal monte, sul quale i frassini mormorano al vento, dal monte olezzante di salvie e di timi, scendono, sul far della sera, nel vespero umido, le greggi. Al fanciullo, che immerge a forza la pecora nell’onda, si volge una bambina, levando il viso tondo dal seno della madre abbronzata dal sole,
che scalza siede al casolare e canta,
e gli sorride. Il padre, pensoso, avvolto in pelli di capre, regge il plaustro ‒ il carro dipinto di storie a vivaci colori, come usa nell’Umbria e in altre parti d’Italia, ‒ regge la forza dei giovenchi. Bei giovenchi dal petto quadrato, dalle coma lunate, dagli occhi dolci, candidi come neve. Li amava il mite Virgilio, pensa il poeta; e noi pensiamo che anch’egli li ama e che in questa breve strofe ha magistralmente raccolto le linee, i colori, il sentimento intimo di quel suo sonetto, il quale, dopo i versi di Virgilio, è forse la più bella poesia, che il paziente e prezioso amico dell’uomo, il bove, abbia mai ispirata.
Lontano, su le cime dell’Appennino, le nubi oscure fumano. Chi, dal fondo della valletta del Clitumno, volge gli occhi attorno, crede d’essere al mezzo d’un immenso anfiteatro. Al poeta, che vede ciò, che gli altri non vedono, pare che l’Umbria, quasi persona viva e maestosa, l’Umbria stessa guardi « dalle montagne digradanti in cerchio » ‒ e la vastità del cerchio, che le montagne fanno intorno, e il carattere proprio e l’aspetto della regione sono insieme ritratti in tre parole ‒ grande, austera, verde ‒ tre sole parole, che, con la loro collocazione, la loro successione, e il suono e il tono particolare di ognuna, mentre dipingono lo spettacolo, ne danno viva, fresca, la sensazione.
Oscure, intanto, fumano le nubi
su l’Apennino: grande, austera, verde
da le montagne digradanti in cerchio,
l’Umbria guarda.
A questa vista solenne e lieta, dal profondo del cuore del poeta tutto vibrante d’amor della patria, erompe il saluto:
Salve, Umbria verde, e tu del puro fonte
nume Clitumno. Sento in cuor l’antica
patria e aleggiarmi su l’accesa fronte
gl’itali iddii.
Ma l’occhio suo è offeso, l’entusiasmo turbato: non tutto è ancora come al tempo di Plinio e di Properzio: su le rive del fiume sacro ricadono ora, malinconicamente, i rami dei salici piangenti. Chi osò piantarli ‒ domanda irritato ‒ chi osò piantarli qui, dove tutto parla di Roma grande e dell’antica Italia, grande con Roma? Un’imprecazione gli esce in uno scatto di sdegno:
Ti rapisca il vento
dell’Apeunino, o molle pianta, amore
d’umili tempi!
Qui la quercia salda, robusta, che resiste al vento, la quercia secolare, e sempre giovine di allegra giovinezza dentro l’involucro verde dell’edera; ‒ qui i cipressi, « vigili giganti, » sollevino al cielo le ardue cime intorno al nume, che emerge dalle acque, e, fra queste ombre più degne, canta tu i tuoi carmi fatali, o Clitumno! Narra ciò, che vedesti nei secoli!
Così, dallo spettacolo presente, il poeta è respinto nel passato lontanissimo. Indietro! Indietro! Questa terra ‒ egli ricorda e medita ‒ tennero prima gli Umbri, popolo fiero e semplice, sinché non gliela contesero e tolsero in parte gli Etruschi. La pesante fanteria umbra cedette alle truppe leggere dell’Etruria. Non lontano di qui, sopra un’alta collina, secondo il costume, gli Etruschi innalzarono una delle loro città maggiori, Perugia; e di qui estesero il loro dominio e la loro potenza al mezzogiorno sino alle falde del monte Cimino. Così, dice Virgilio, la forte Etruria crebbe.
« Gli opulenti campi dell’ Etruria » si arrestavano all’orlo della foresta densissima, che copriva tutto il Cimino ‒ e anche oggi lo copre, men densa. ‒ Un misterioso terrore, una superstizione invincibile allontanava dalla foresta i Romani, e protesse l’Etruria e l’Umbria, sin che un Fabio non ebbe l’ardimento di attraversarla contro il volere dello stesso Senato, e inflisse agli Etruschi la tremenda sconfitta di Sutri. Anche agli Umbri l’avanzarsi dei Romani dispiacque; ma non tardarono la comunanza delle origini e il senno di Roma a placarli, e, soli cento anni dopo, l’ invitta resistenza di Spoleto mostrava ad Annibale qual dura impresa egli avesse incominciata.
Il poeta vede intorno a sè quello, che gli altri non vedono: la poesia sa quello, che la storia tace. La storia registra i fatti accaduti: la poesia intuisce e scopre le cagioni dei fatti nelle anime dei personaggi storici, sieno individui, sieno moltitudini, integrando, compiendo e interpretando la storia. Livio dice brevemente: ‒ Spoleto respinse Annibale; ‒ il poeta imagina come la resistenza fu preparata, quali affetti, quali passioni ressero e mossero le armi dei difensori.
Nelle società primitive, se una guerra è imminente, i guerrieri sono chiamati alle armi da corrieri, che divulgano, di villaggio in villaggio, di borgo in borgo, di tribù in tribù, il comando del capo. In Iscozia, sino al secolo XVIII, i messaggeri portavano in mano una rozza croce di legno; e un poeta scozzese racconta:
Alla vista del simbolo fatale, gli abitanti delle grotte e delle capanne corsero alle armi; i burroni profondi, le piagge selvose inviarono i loro valorosi guerrieri. Passava il messaggero senza fermarsi, mostrava il segnale, indicava il luogo del convegno, e, allontanandosi con la celerità del vento, lasciava dietro a sè sorpresa e clamori. Il pescatore abbandonava le arene del lido, il fabbro annerito si armava di pugnale e di spada, il mietitore felice, con viso mutato, deponeva la falce: nei campi, l’aratro e il carro rimanevano inoperosi in mezzo al solco, le greggi erravano senza pastore. I cacciatori cessavano d’inseguire il cervo ne’ boschi, i falconieri restituivano ai loro falchi la libertà....
Il messaggero vola: giunge dove si piange un morto e gli si rendono gli onori funebri. Alla vista della croce, il giovinetto figliuolo del morto prende le armi, lascia la madre piangente, e parte. ‒ Il messaggero vola: giunge dove un lieto corteo s’è recato alla chiesa.
Maria si univa col giovine Normanno. Gli amici e i parenti della coppia felice, passando sotto le arcate gotiche, si avviavano in fila dopo la cerimonia nuziale. I vecchi, in abiti da festa, sorridevano al ricordo de’ loro anni felici: i compagni dello sposo cercavano di provocare il buonumore delle fanciulle, che fingevano di non ascoltarli; i ragazzi empivano l’aria dei loro clamori. La sposa novella abbassa con modestia lo sguardo. Le sue gote vermiglie ricordano l’incarnato della rosa, su la quale brilli una lagrima dell’aurora. Ella si avanza con passo timido, e con la mano raccoglie le pieghe del velo, che vince il candore della neve. Al fianco di lei cammina lo sposo, contemplandola con aria di trionfo, e all’orecchio di lui parla la madre felice sorridente di gioia...
Ed ecco giungere l’araldo del terrore e della morte.
Bagnato ancor dell’acqua del torrente, lordo di polvere, ansante, presenta il segnale delle battaglie allo sposo, dicendogli: ‒ Portalo tu.... Normanno si spoglia lentamente del suo mantello: fissa un tenero sguardo su la sposa, i cui begli occhi si empiono di lagrime, lagrime d’un dolore, che egli non potrà addolcire. Si volta non osando affrontare la vista di un secondo sguardo, e parte...[2].
Con questo racconto ha parecchie somiglianze quella parte dell’ode, nella quale il Carducci narra che, all’avvicinarsi di Annibale, quando tuonò il punico furore del Trasimeno un grido salì dagli antri del Clitumno, e lo ripercosse da’ monti la buccina (il corno guerresco di metallo torto a spirale):
O tu, che pasci i buoi sopra Mevania
caliginosa,
e tu che i proni colli ari alla sponda
del Nar sinistra, e tu che i boschi abbatti
sovra Spoleto verdi o ne la marzia
Todi fai nozze,
lascia il bue grosso tra le canne, lascia
il torel fulvo a mezzo solco, lascia
nell’inclinata quercia il cuneo, lascia
la sposa a l’ara;
e corri, corri, corri ! Con la scure
corri, e co’ dardi, con la clava e l’asta!
Corri, minaccia gl’itali penati
Annibal diro.
Non so, anzi non credo che il Carducci avesse presente alla memoria la pagina del poeta scozzese: la stessa cagione produce gli stessi effetti in tempi e luoghi tra loro lontani. Ma se quella pagina potesse, con certezza, credersi conosciuta, ricordata, da lui, oh! con quanta abilità e franchezza avrebbe egli reso concitato, efficace il racconto minuzioso dello scozzese!
Quale impeto lirico avrebbe sostituito alla lentezza della esposizione, quanto calore infuso nella rappresentazione! Non simbolo, non messaggero; ma un grido, un grido sorto dagli antri profondi del fiume, si leva ed echeggia intorno, ‒ e quel grido è comando, ‒ comando, che coglie improvviso l’uomo intento alle solite sue occupazioni, e lo scuote, lo svelle, lo lancia all’arme, e lo insegue incessante, pungente nella corsa animosa. A una serie di chiamate, che paiono i suoni della buccina ‒ e tu.... e tu... e tu ‒ segue un crescendo d’ingiunzioni ‒ lascia... lascia... lascia... lascia... ‒ al quale immediato tien dietro un crescendo più forte, più rapido, irresistibile, di esortazioni: e corri.... corri.... corri... corri ! E tutt’e due trascinano veementi, sollevano alla visione paurosa della battaglia, alla esultanza della vittoria ‒ che nel poema scozzese mancano.
Deh! come rise d’alma luce il sole,
per questa chiostra di bei monti, quando
urlanti vide e ruinanti in fuga,
l’alta Spoleto,
i mauri immani e i numidi cavalli
con mischia oscena, e sovra loro nembi
di ferro, flutti d’olio ardente, e i canti
de la vittoria.
Si dice che quando Michelangelo ebbe compiuto il maraviglioso Mosè, lo percosse forte del martello e gli gridò: ‒ Parla! Il Carducci ha tolto dall’immobilità del dipinto del Cochetti i giganteschi guerrieri della Mauritania, gli agili corsieri della Numidia, i nembi di ferro, i flutti d’olio infiammato. Tutto si muove, tutto si agita innanzi agli occhi nostri, e nel suono de’ versi echeggiano gli urli de’ fuggenti e il fragore della mina, sin che li copre il canto prorompente alto, largo, dai petti dei vincitori.
Le stesse cagioni ‒ dicevo testè ‒ producono, su per giù, gli stessi effetti in tempi e luoghi tra loro lontani; ma, s’intende, con le diversità estrinseche, le quali la diversità de’ tempi e de’ luoghi porta con sè; ma con le differenze ben più profonde, che la mutata situazione del poeta rispetto alla materia, che tratta, genera nel suo sentimento e nella sua fantasia. Anche in un’altra ode del Carducci[3] (2), di parecchi anni posteriore a questa, splende il sole sopra monti, ‒ un grido sorto di sotterra rimbomba da monte a monte e si diffonde da villa a villa; ‒ dai borghi e dalle ville inerpicati su per le alture o distendentisi al piano, accorrono giovani e vecchi in armi; ‒ rintrona il corno del pastore, come la ritorta buccina. Ma il sole scintilla su i ghiacciai candidi, e penetra sotto le nere boscaglie delle Alpi; ‒ e il grido si leva dalle fosse de’ caduti combattendo per la patria, non per esortare a difesa, ma per chiedere vendetta; e al suono del corno tien dietro, e lo copre, ben più fragoroso e tremendo, il suono proprio delle moderne battaglie di popolo; ‒ e le imagini, che qui trasvolano concitate e rapidissime si compongono lente, l’una dopo l’altra, in amplissimo quadro, che il verso riflette quasi con la precisione, con la solennità, con la maestà dell’epopea.
Torniamo al Clitumno ‒ dal quale non ci siamo molto allontanati, perchè, sotto altra forma, abbiamo ritrovato la stessa grande scena e gli stessi motivi.
A un tratto, il tono si abbassa, e gli sguardi del poeta si chinano, si fissano sul laghetto, che non hanno sinora guardato. Egli guarda, e pare che non abbia altra cura. La visione di gloria è sparita, la balda letizia è cessata; l’intimo accoramento traspare dai suoni attenuati, dal ritmo frequentemente sospeso, dallo sforzo, che pare facciano le imagini a congiungersi l’una con l’altra.
Tutto ora tace. Nel sereno gorgo,
la tenue miro saliente vena:
trema, e d’un lieve pullular lo specchio
segua dell’acque.
Ride, sepolta a l’imo, una foresta
breve, e rameggia immobile: ‒ il diaspro
par che si mischi in flessuosi amori
con l’ametista.
e di zaffiro i fior paiono, ed hanno
de l’adamante rigido i riflessi,
e splendon freddi e chiamano a i silenzi
del verde fondo.
Tutto ora tace: sull’ardore de’ versi precedenti, pare un getto di acqua gelida. Quetato il tumulto dei ricordi e degli affetti, il poeta può disegnare e colorire un quadretto di esattezza e di evidenza mirabile; può osservare e ritrarre ciò, che sfuggì ad altri, osservatori o poeti. Plinio notò sotto le acque trasparentissime le monete e le pietruzze, non la foresta breve, che rameggia immobile al fondo, con quelle sue tinte metalliche, fredde; notò l’ampiezza, il volume e quasi il peso delle acque, non la vena saliente, che, quantunque tenue, si solleva tremolando al sommo di esse, e le fa lievemente pullulare. Il Byron[4] ammirò le acque « del più puro cristallo, che fosse mai, » benedisse al genio del luogo, che asperge di sua freschezza il cuore e lo deterge dell’arida polvere della vita; ‒ non sentì il fascino de’ fiori di zaffiro, che chiamano ai silenzi del verde fondo.
Bene imaginò il Byron la ninfa del fiume, che contempla e lava le sue belle membra nelle acque, specchio insieme e bagno; e non trascurò « il tempio di piccole e delicate proporzioni, che, sopra il dolce declivio del colle, tien viva la memoria del Dio. » Ma furono tocchi fuggevoli, nè l’illustre straniero, benché amantissimo dell’Italia, poteva sentire, in quel luogo, ciò, che vi sentì il poeta italiano.
Il quale non volle ‒ io credo ‒ seguir l’esempio del Byron, ma piuttosto far eco al nostro Leopardi, quando si scosse dalla contemplazione esclamando:
visser le ninfe, vissero, e un divino
talamo è questo!
Come altri poeti del tempo suo, il Leopardi lamentò in dolcissimi versi la sparizione delle leggiadre deità, di cui la religione antica aveva popolato le montagne, le selve, i fiumi, le fontane:
Già di candide ninfe i rivi albergo,
placido albergo e specchio
furo i liquidi fonti...
Vissero i fiori e l’erbe,
vissero i boschi un dì.
Era un vago tessuto d’illusioni, che l’arido vero ha crudelmente strappato. Al divino Leopardi mancò la forza di ricreare con la fantasia quel mondo incantato, e viverci dentro.
Non egli, figliuolo dotto e malato del secolo XIX; ma il pastorello antico, ignorante, ingenuo,
il pastorel, che all’ombre
meridiane incerte, ed al fiorito
margo adducea de’ fiumi
le sitibonde agnelle, arguto carme
sonar d’agresti Pani
udì lungo le ripe; o tremar l’onda
vide, e stupì che, non palese al guardo,
la faretrata diva
scendea ne’ caldi flutti, e, dall’immonda
polve tergea, della sanguigna caccia,
il niveo lato e le verginee braccia.
Il Carducci ha quella forza; il Carducci vede le Naiadi azzurre emergere dal fiume lunghe ne’ fluenti veli; le ode, per la cheta sera, chiamare le sorelle brune dalle montagne; e le une e le altre vede, come Orazio vedeva, danzare sotto l’imminente luna, cantando; e le ode cantare di Giano, l’antichissimo Dio degl’Italiani, dalle cui nozze con la forte vergine Camesena nata dalla terra d’Italia, autoctona virago, « nacque l’itala gente ». E se, con maggiore mestizia, egli ripete, tutto ora tace, tutto, egli non tanto è triste perchè le Naiadi e le Oreadi tacquero, fuggirono, sparirono; quanto perchè la fine delle divinità antiche segnò la fine della grandezza di Roma. E se un solo de’ tempietti del Clitumno resta, e non vi siede più la statua del nume; in verità non del fato del nume si duole egli, ma del fato di Roma:
Non più perfusi del tuo fiume sacro
menano i tori, vittime orgogliose,
trofei romani a i templi aviti: Roma
più non trionfa!
Torna il concetto, tornano le imagini di Virgilio; ma con tutt’altro significato, in tutt’altra situazione. Ancor, aveva esclamato il poeta, cominciando: ahimè, è costretto a soggiungere: Non più non più! Niente pareva mutato, e tutto è mutato.
Roma più non trionfa, pensa il poeta, da quando il Cristianesimo trionfò. E ricorda, si raffigura con dolore, e presenta a noi vive e mobili le moltitudini, che, nel terzo e nel quarto secolo dell’ era nostra, avvolte in rozze tuniche nere, in lente processioni, litaniando, distrussero i templi e gl’idoli dell’antichità. Anche questa è storia, rievocata dal calore dell’imaginazione.
Un contemporaneo descrive così quella « sacra follia » di distruzione: ‒ « Corrono ai templi portando legna e pietre e ferro: quelli, che non ne hanno, portano contro di essi le mani e i piedi... Abbattuti i primi templi, si accorre ai secondi ed ai terzi, si accumulano trofei e trofei... Passano per i campi come torrenti devastatori ». ‒ « Nelle Gallie il vescovo Martino, nella Siria il vescovo Marcello, ad Alessandria il vescovo Teofilo marciavano alla testa dei loro fedeli, tutto abbattendo e distruggendo[5] ».
Seguì l’ ascetismo monastico prevalente per secoli.
strappar le tnrbe a i santi aratri, a i vecchi
padri aspettanti, a le fiorenti mogli;
ovunque il divo sol benedicea,
maledicenti.
Maledicenti a l’opre de la vita
e de l’amore, ei deliraro atroci
congiugnimenti di dolor con Dio»
su rupi o in grotte.
Allora, come il Carducci ebbe a scrivere altrove, « l’obbrobrio del mondo, la sete del dissolvimento, la rinnegazione della vita fu la legge e la filosofia. »
Discesero ebri di dissolvimento
a le cittadi e in riddo paurose
al crocefisso supplicarono, empi,
d’essere abbietti!
Quasi non occorre dire che il pensiero del Carducci storico e critico è più compiuto e più esatto del sentimento del Carducci poeta. Pur credendo ‒ non primo, né solo ‒ che il Cristianesimo aprì dissidio insanabile « fra anima e corpo, fra cielo e terra, fra spirito e materia; » ‒ pure rimpiangendo le leggiadre figurazioni e i riti stessi della religione antica; il Carducci storico e critico non ignora, anzi riconosce che le idee e le rappresentazioni cristiane « furono storicamente necessarie ad abbattere pur una volta la sozza materialità dell’impero e ad atterrire i Trimalcioni dell’aristocrazia romana tiranni godenti del mondo; furono necessarie a contenere la materialità selvaggia dei barbari, a infrenare la forza cieca e orgogliosa de’ discendenti di Attila di Genserico di Clodoveo... E Gesù consolò molte anime di oppressi; asciugò molte lagrime di schiavi: nella servitù generale, la chiesa del figliuol del legnaiuolo era pur sempre il ricovero della libertà e dell’eguaglianza.» Ma, dirò ancora col De Sanctis, « la poesia non è filosofia, e la verità poetica è altra cosa che la verità filosofica. La verità poetica è ciò che è creduto vero dal poeta » nel momeuto dell’ispirazione, « e produce sul suo animo effetti estetici. » Infatti, per citare un esempio, dopo il grandissimo de’ poeti cristiani, Dante, nessuno, che io sappia, ha ridipinto al pari del Carducci, lì, nell’Umbria, a poca distanza dalle fonti del Clitumno, ridipinto l’ aureola della poesia intorno al capo di San Francesco di Assisi, il frate innamorato di tutte le creature, che egli definì « il socialista cristiano. »
Da’ templi spogliati, da’ colonnati infranti, dalle processioni delle turbe salmodianti, dalle esagerazioni dell’ascetismo, il poeta rifugge ai tempi della Grecia, ai tempi di Roma, quando l’anima umana era serena, intera, diritta su la riva dell’Ilisso, su i lidi del Tevere. Ed ecco un nuovo, dolce pensiero lo conforta e lo riconduce a noi: i foschi dì passaro. Si risolleva l’anima umana, torna Roma all’Italia, torna l’Italia ad essere quale Virgilio la cantò, prospera, feconda, forte, gloriosa, maestra di senno e di arte alle genti. Esulta il poeta nostro, come Virgilio esultava, rinnovellando alla patria risorta i canti dell’antica lode; mentre, simbolo della nuova civiltà, « corrusco, fumido », rapido, passa « mandando il suo grido di turbine », il vapore.
Così finisce l’ode. Amore e pensiero, memorie e glorie dei padri e speranze nostre, passato e avvenire, virili disdegni e magnanime aspirazioni ‒ imagini dell’arte e della storia antica, e impressioni attuali della vita e della natura, con le loro conformità e con i loro contrasti, conciliati nell’ideale luminoso della patria ‒ tutto questo, tutto insieme è il metallo, che Giosuè Carducci ha foggiato in nitida semplicità di linee, ha scolpito in austera purezza di rilievo ed ha avvivato del possente soffio dell’entusiasmo.
Ora ve la leggerò tutta. Ma, prima, signore e signori, mandiamo saluti, mandiamo augùri al grande artiere, sul quale è calato il peso delle infermità e dell’età. La fiamma balda e audace non sfavilla più, il picchiar del maglio non suona più dentro la sua fucina. Il capo fiero è cinto di canizie, il braccio pende inerte e l’occhio è triste... Ma l’opera sua sta: simile alla quercia, erge, a sfidare il tempo, il tronco poderoso, vestito del verde perenne dell’arte.
Come allietò gli anni fiorenti della nostra giovinezza; così rasserena e conforta i nostri anni maturi. Oh viva il poeta glorioso, viva ancora molti anni, al nostro affetto, alla nostra riconoscenza !
[1] - Rifiorirono nella memoria del Carducci due versi della traduzione dell’Orazio di T. B. Macaulay fatta dalla Luisa Grace Bartolini, i quali egli aveva riferiti nello studio su questa poetessa:
Or solo i fanciulletti immergeranno
La reluttante pecora nell’Umbro.
Me ne sono accorto rileggendo i Bozzetti critici: cfr. l’edizione di Livorno, p. 153. Il testo inglese è;
This year, young boys in Umbro
Shall plunge the struggling sheep.
[2] Cadore.
[3] Walter Scott, La donna del lago, III, 14 segg.
[4] Childe Harold’s Pilgrimage, IV, 66 segg.
[5] C. Pascal, Dei e diavoli; Le Monnier, 1904, p. 168.
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© 1996 - Tutti i diritti sono riservati Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi Ultimo aggiornamento: 29 maggio 2010 |