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Edizione di riferimento:
Giosuè Carducci commemorato da Francesco Torraca, Francesco Perrella Editore, Napoli 1907
Commemorazione tenuta il 21 aprile nel teatro Bellini, per incarico della R. Università.
Signore e Signori
L’illustre Rettore dispose che Giosuè Carducci fosse commemorato solennemente dalla nostra Università nell’annuale del natale di Roma, e gli onorandi colleghi della Facoltà di Lettere vollero commettere a me il nobile e difficile incarico. Pensando che avrei parlato di lui innanzi a voi, colleghi, avvezzi a spaziare nelle alte e pure regioni delle idee; innanzi a voi, giovani studiosi, che sareste venuti qui, non per battere le mani a un « oratore fiorito » ‒ che non sono, né vorrei essere ‒; ma a sentire di lui qualche cosa, forse, che non fosse stata già detta, qualche cosa, che meglio illuminasse e confermasse in voi la coscienza della sua grandezza; e pensando che fosse giunto il tempo di far seguire all'effusione del dolore il raccoglimento della meditazione; mi proposi di mostrarvi quale fu lo spirito animatore dell’opera sua nella scuola, nella storia letteraria, nella critica e nell’arte.
Ma, prima, mi è grato esprimere un sentimento, che la vista di tanti giovani concordi nella riverenza e nell’ammirazione all’ultimo grande poeta d’Italia, ha destato in me. Pare a me, e ne godo, che essi, nel comune rimpianto, paghino un particolar debito di gratitudine; perchè, forse, dalla penna di quel potentissimo scrittore non uscì mai pagina così calda di affetto e così grondante di lagrime come quella, che gli fu ispirata dalla morte di un giovine napoletano, caduto combattendo per la Francia con Garibaldi.
Tu non lo leggerai, o fior gentile della gioventù napolitana e speranza d'Italia, o Giorgio Imbriani. Tu non lo leggerai questo libro, del quale alcune parti ti erano care, e le ridicevi agli amici nelle notti serene prodotte in fidi colloqui, le ridicevi ai compagni d’arme nelle fredde notti vegliate di contro al nemico. Né io udrò più la tua parola sgorgare frequente nell’amore di tutto che è bello e grande e puro, né vedrò gli occhi scintillanti che il fuoco di quella accompagnavano con lo splendore dell'anima, nè la fronte su cui pareva sfumare l'ombra d’una tristezza interiore. Egli aveva la fede d’un martire, l’amore e l’odio di un apostolo, l'impeto e la concitazione di un tribuno; e con tutto ciò una gentilezza decorosa come di cavaliere, una aspirazione alle fantasie meste e soavi come di trovatore, una dolcezza e bontà di fanciulla.
L’imagine cara e venerata di Giorgio Imbriani ‒ nel quale degnamente il Carducci vide impersonate le più elette e più simpatiche qualità della gioventù meridionale ‒ mi richiama agli anni tra il ’68 e il ’70. Quanto cammino abbiamo percorso! La poesia del Carducci, virile, arditissima, tutta materiata e vibrante di odio del passato triste, di sdegno del presente fiacco, di « amore della nobile natura da cui la solitaria oppressione semitica aveva sì a lungo e con sì feroce dissidio alienato lo spirito dell’uomo », stentava a farsi largo in Italia, specialmente nel Mezzogiorno. Pur allora il maggior poeta della seconda generazione romantica, Giovanni Prati, aveva mandato fuori lo Armando, diagnosi della malattia, che aveva roso quella generazione, e testimonianza della malattia, che in lui rodeva tuttora la poesia italiana: pur allora, dalla parte moderata, era salutato poeta della nuova Italia l’abate Zanella, il cantore della riconciliazione della scienza con la fede, del trono con l'altare. A Napoli, i canti dell’Aleardi facevan da Galeotto: i giovinetti innamorati promettevano alle fanciulle di abbeverarle cogliendo pei solchi
L’onda del ciel nel calice de’ fiori,
e le fanciulle sognavano « un giovinetto Pallido e bello, con la chioma d’oro. Con la pupilla del color del mare, Con un viso gentil da sventurato ». In provincia, gli uomini fatti declamavano a gran voce: « Signore! i tuoi clementi occhi declina Su le ripe Lucane »; i vecchi insegnavano ai fanciulli: « Quand’ io nacqui mi disse una voce: Tu sei nato a portar la tua croce». Fu allora che, in un giornale scritto a Napoli da giovani animosi [1], io, adolescente, lessi la prima volta il nome e alcuni versi del Carducci, che mi si stamparono nella memoria:
Salute o Satana
O ribellione !...
Ma proprio allora Francesco de Sanctis augurò e salutò nella « riabilitazione del lavoro e dell’azione », nel « sentimento vivo e presente della bella natura e della storia », nella « coscienza della gioventù, della forza, della fede operosa, nell’entusiasmo e quasi tripudio di una vita rigogliosa », nella « fresca onda d’impressioni giovani e pure », la Musa nuova, « che avrebbe sgombrato da sè « il mondo fosco e vaporoso di spettri, di visioni, di simboli, di contemplazioni [2]». Così, dolce a ricordare, l’arte del Carducci, era da un napoletano intuita, definita, annunziata; la rinnovata arte italiana, che non è ricorso letterario al passato, bensì ritorno, per la via maestra della più gloriosa storia nostra, al « santo ideale della vita », con piena coscienza del presente e fervida aspirazione al migliore avvenire della patria e dell’umanità. Quanto cammino abbiamo percorso! Questa Musa noi vogliamo oggi solennemente, devotamente, onorare; questa risposta diamo a coloro, che, nell’arte del Carducci, hanno scoperto e deplorato la mancanza dell’ideale; ‒ s’intende, del loro, di quello a punto, che egli combattè, al quale, come Italiani e come uomini civili, abbiamo il dovere e il diritto d’impedir che si rilevi a danno dell’Italia e della civiltà. No, non è morto con lui il suo concetto magnanimo; splende come faro agli animi nostri il suo presagio, o Roma!
Ecco, a te questa, che tu di libere
genti facesti nome uno, Italia,
ritorna, e s’abbraccia al tuo petto,
affisa a’ tuoi d’aquila occhi.
E tu da ’l colle fatal pe ’l tacito
Fòro le braccia porgi marmoree,
a la figlia liberatrice
additando le colonne e gli archi:
gli archi che nuovi trionfi aspettano
non più di regi, non più di cesari,
non più di catene attorcenti
braccia umane su gli eburnei carri;
ma il tuo trionfo, popol d’Italia,
su l’età nera, su l'età barbara,
su i mostri onde tu con serena
giustizia farai franche le genti.
O Italia, o Roma! quel giorno, placido
tonerà il cielo su ’l Fòro, e cantici
di gloria, di gloria, di gloria
correran per l’infinito azzurro.
La natura aveva dato a Giosuè Carducci « forti nervi e muscoli », ingegno vivido, aperto all'entusiasmo per ogni idea nobile, indole prontissima allo sdegno, alla « rabbia » contro tutto ciò, ch’è vile ed abietto; la Maremma aveva serbato « gentile ed intero nel sano petto il core »; ma la fortuna aveva negato gli agi della vita: quando suo padre morì, gli lasciò « per tutta eredità dieci paoli ». Pure, non si perde in querele sterili, non fantasticò, non sognò, e, a soli diciotto anni, si sottopose di gran cuore alla disciplina degli « studi forti ». A soli diciotto anni, egli non si cullava nell’ammirazione fatua de’ primi suoi versi, anzi li condannava come « pazzi e frugonici »; faceva proponimento di non scriver mai più poesia, ‒ «la prosa deve essere il solo mio campo »! ‒ e già spingeva lo sguardo lontano, a dopo la laurea: « Mi restano anche altri tre anni, in cui dovrò faticare come un cane, perchè le fatiche a cui siamo sottoposti nella scuola normale, sono immensurabili. E poi, prr saziare questa sete c’ho nel core, mi resta tutta la vita, così che m’accorgo sarà brevissima, da consumarsi in studi severi [3]».
A diciannove anni, si vergognava di cantare d’amore mentre la patria giaceva oppressa:
Risorgerem poeti allor che sia
Scosso il torpore senza fin amaro,
E la patria virtù musa ne fia.
A ventidue, per un momento la vita gli pareva peso insopportabile a chi non brama se non virtù e libertà; ma subito si riscosse e si rampognò:
Spettacol degno
Dei numi e di sublimi animi, uom forte
Pugnar più sempre quanto più constretto,
E ’l fato lui d’ogn’ira sua far segno,
E lui soffrire ed aspettar la morte
Pur contro il mondo e contro i fati eretto.
A ventisei, già professore nell’Università di Bologna, per liberarsi ‒ ha detto egli ‒ da ogni tentazione di poesia; ma più veramente per rendersi meglio degno dell’ uffizio, e per provare se durasse « quella che i più credono o chiamano troppo facilmente ispirazione», ‒ provarla facendola « passare per il travaglio delle fredde ricerche e tra il lavoro degl’istrumenti critici » ‒ si chiuse nelle biblioteche, dove prese « un bagno freddo di filologia e si ravvolse nel lenzuolo dell’erudizione », affrontò la polvere e respirò « l’aere grave degli archivi ».
Questo dominio di sé, questo diriger tutte le energie native ed acquisite a un solo altissimo scopo, impronta di mirabile unità la vita e l'opera del Carducci. Unità, non immobilità. Tra il ’59 e il ’61, egli aveva già innanzi alla mente chiaro e preciso il programma, del quale sarebbe stata svolgimento ed effettuazione tutta l'attività sua posteriore, e che si riassume in tre parole: restaurare, conservare ed innovare.
Restaurare si può con riacquisto d’idee e di forme; e conservare con decoro di ricchezza; e innovare, con vantaggio d’aumento. Ma si restauri quello solo ch’è acconcio di ciò, e temperando: ma si conservi quello che è degnamente utile, e riformando: ma s’innovi dov’è necessario, e ben meditando il presente, e riguardando al passato, adeguatamente all’ indole della nazione. E queste operazioni non sieno ciascuna principio e fine a se stessa, non procedano separate l’una dall’altra.
Prima riformò e innovò nell'educazione della sua mente.
Il Guerrazzi, lette le prime poesie di lui, aveva detto: « Di questo giovane spero bene, solo che si spedantizzi o spedantisca, come si voglia dire [4]». Non solo egli si spedantì; non solo alla sua cultura letteraria dette amplissimo e saldissimo fondamento di studi storici; ma l’arricchì e rinfrescò imparando le lingue e studiando le letterature straniere. Perciò egli che, nel ’53, dantescamente imprecava alle « vilissime bestiuole italiane » colpevoli di leggere e di ammirare Inglesi e Tedeschi, gridava col Giusti di sentirsi « paesano paesano » e ne andava superbo, ardeva di bile « contro ogni ideologista straniereggiante »; egli, dico, pochi anni dopo, ragionava pacatamente e rettamente del Byron, dello Scott, dello Sterne, e giudicava difetto del Giusti che « rado o non mai » avesse allargato le « ali oltre il confine delle Alpi ».
Poi, «perchè noi siamo e vogliamo essere moderni », riconobbe, ammonì non poter il critico ignorare la letteratura francese; dovere dell’inglese e della tedesca conoscere almeno una, « un po’ più in là della superficie »; tradusse in prosa e in versi dal Voltaire, dallo Schiller, dal Platen, dal Heine, dal Klopstock; dichiarò la mente e illustrò l'arte di A. Heine, di V. Hugo, dello Shelley. O « Eschilo rinato sulle rive dell’Avon », « Guglielmo re dei poeti dall’ardua fronte serena»; o Vittore Hugo, nel cui gran cuore « l’anima infinita di Francia s’accolse per i secoli a volo »; e tu Shelley, « spirito di titano entro verginee forme, poeta del liberato mondo »; e tu Heine, che, « sotto il vento dei tuoi cantici facesti piegar croscianti le selve delle vecchie cattedrali », e rintoccare « a morto ogni campana », e sin Carlo Magno avvolgersi « tremando nel lenzuolo sepolcrale»; come vi ammirò, quanto vi amò, quali monumenti nelle sue strofe vi eresse quegli, che, un tempo, preferiva i Romani in parrucca canticchianti le ariette del buon Metastasio, ai Romani veri del Julius Caesar, lamentava cruccioso la fuga di Apolline greco innanzi agli Dei germanici, si sdegnava che la musa, agl'italiani, sonasse dalle Alpi tedesche!
Conservare riformando, restaurare temperando, innovare scegliendo e correggendo fu, nella scuola, il suo lavoro quotidiano. Lo disse agli scolari nel primo giubileo di magistero.
Accettando dalla scienza e dalla dottrina moderna tutto ciò che queste due grandi forze mi danno, ho cercato di levarmi all’idealità di conservare in voi, di alimentare in voi e dissotterrare in voi le grandi tradizioni nazionali, delle quali un maestro di lettere italiane deve essere difensore e custode. Quell'unità, quella libertà che i nostri padri e fratelli gloriosi conquistarono con tanto sangue generoso sparso sulla terra della penisola sarà, dobbiamo conservare, difendere, propugnare noi maestri nella regione dello spirito.
Espressione del genio nazionale sono la lingua e la letteratura, che insegnò dalla cattedra con la dottrina e con l’arte di maestro sommo; e volle direttamente studiate dagli scolari con assiduità e con pazienza su le opere degli scrittori. Una lettera da lui diretta a un discepolo, quando questi già insegnava in una scuola secondaria, e aveva dato segni non dubbi d’ingegno agile e di cultura soda, vi mostri insieme la severità de’ suoi criteri didattici, la cura, che metteva all’educazione morale de’ giovani, e l’affetto, col quale li accompagnava nei primi passi, che davano nella difficile via dell’insegnamento. Il discepolo si doleva di aver dovuto interrompere delle ricerche felicemente cominciate, di trovarsi lontano da un grande centro di studi, relegato in una piccola città, senza libri; e il maestro:
Che che Ella ne pensi o dica, ho caro che sia costì. Non perda (scusp il tempo a amentarsi e a fantasticare. In Macerata non ci saranno le biblioteche che in Firenze e in Bologna. Ma studiare bene ‒ storicamente e filologicamente ‒ i classici si può anche in Macerata. Scelga; studi da capo a fondo, per tutti i versi, s’intende anzi tutto, per la lingua. Ponga codesto solido fondamento all’edifizio che verrà su. Cotesta è l'età. E non intermetta l'esercizio di scrivere. In gioventù bisogna scrivere molto: per sé, tanto meglio, e a poco a poco anche per gli altri. Ella non può subito esser giudice di sé stesso scrittore; ma un po’ per volta sentirà di far meglio e ci avrà piacere. Legga, legga bene i grandi prosatori; e scriva, mi raccomando. Lo studio delle cose e dei fatti e delle idee non glie lo raccomando: s’intende da sé. Ella ha ingegno, facoltà, attitudini. Ella ha (e la serberà sempre) la religione dell’arte e della verità, che è il sentimento della sublime dignità umana, la religione dell'ideale umano, in somma. Compia sé stesso. Ho caro che sia in Macerata. Studi bene durante l'anno scolastico i classici. Comincio bene l'anno scrivendo a Lei giovine, su ’l quale, e su due o tre altri, ho raccolto tutto l’amore che mi rimane nell’animo poco consolato; ed é pure molto. Mi voglia bene, perseverando nel bene anche a costo di aver male. Che importa? Ma in somma il fermo carattere è anche guarentigia di riuscita buona. La benedico come se fosse mio figlio [5].
Attendano i giovani valorosi, che mi ascoltano, e riflettano: quegli, al quale fu diretta la lettera, era ingegnoso e colto, era uscito dalla Università con due lauree, aveva ben venticinque anni, era un professore; eppure Giosuè Carducci non stimava inutile di raccomandargli, d’imporgli l’esercizio quotidiano del leggere i classici e dello scrivere. Per sè prima; per gli altri a poco a poco: la fretta dello stampare, ne’ giovani, lo sdegnava; e una volta pensò un suo severo disegno di legge per la istruzione classica: « Articolo 30) quel professore di letteratura un cui alunno dia a stampare versi o prose prima del pieno discorrimento di almeno tre anni dall’esame di licenza e di baccellierato, sia destituito ‒ Articolo 31) quel professore un cui alunno dia a stampare versi o prose essendo ancora inscritto alla scuola, sia passato per le verghe ».
Le energie giovanili voglion essere secondate; ma hanno bisogno della disciplina del tirocinio per temprarsi ed affinarsi; e disciplinare l’ingegno è anche formare ed elevare il carattere.
A questo fine egli reputava le ricerche storiche più adatte dalla critica letteraria, e lo affermò in una pagina eloquentissima.
Provate o giovani gli studi severi; sentirete il disinteressato conforto dello scoprire un fatto o un monumento ancor nuovo della nostra storia, una legge o una forma incognita della nostra arte, di quanto avanzi le misere e maligne soddisfazioni d’una troppo facile diagnosi intorno a un romanzo nato male o a una manatella di versi scrofolosi. Entrate nelle biblioteche e negli archivi d’Italia, tanto frugati dagli stranieri; e sentirete alla prova come anche quell'aria e quella solitudine per chi gli frequenti col desiderio puro del conoscere, con l'amore del nome della patria, con la conscienza dell'immanente vita del genere umano, sieno sane e piene di visioni da quanto l'aria e l'orror sacro delle vecchie foreste; sentirete come gli studi fatti in silenzio, con la quieta fatica di tutti i giorni, con la feconda pazienza di chi sa aspettare, con la serenità di chi vede in fine d’ogni intenzione la scienza e la verità, rafforzino sollevino migliorino l'ingegno e l'animo. I giovani non possono generalmente esser critici; e, per due o tre che riescano, cento lasciano ai rovi della via i brandelli del loro ingegno e ne vengon fuori tutti inzaccherati di pedanteria e tutti irti le vesti di pugnitopi: la critica è per gli anni maturi. Per i giovani è la storia letteraria e civile, specialmente trattata per monografie: essi portando nelle ricerche l'alacrità delle forze, ne’ raffronti l’agilità dell'ingegno, nella erudizione la fantasia degli anni loro, possono infondere nell’opera storica un’anima di poesia che alla scuola antica per avventura manca. Peccato che prescelgano di andare nel numero de’ più.
Nella storia letteraria, ebbe ad innovare più che a conservare. La storia letteraria, quando egli cominciò, era tuttora concepita come una serie di cenni biografici intrammezzati da sommari di opere e giudizi sintetici, dommatici, distribuiti nelle caselle dei generi, tenuti insieme or sì or no dalla colla acquosa di notiziole e date di storia politica. Aveva voga nelle scuole un compendio di Giuseppe Maffei, che, per esempio, costringeva in sei pagine duecentocinquant’anni di storia; e se lasciava un po’ meno di due alle vicende d’Italia nella seconda metà del secolo XIII, lo faceva solo perchè Dante Alighieri fu « uomo di stato » e sperimentò gli effetti della rabbia delle fazioni.
Invece di badare alla storia, l’Emiliani-Giudici si era abbandonato al mare infido della filosofia della storia. Per dirne una, contro la leggenda tradizionale della conquista normanna nel Mezzogiorno, non produceva i risultati d’un esame attento delle cronache antiche; ma invocava l’autorità del Vico: non furono ‒ insegnava egli ‒ quaranta avventurieri, che conquistarono « un paese abitato da otto milioni; ma altrettanti baroni, o capi tribù accompagnati da un numero considerevole di uomini». E perchè? Perchè Giambattista Vico dimostrò che « i vassalli feudali non avevano nome, né individualità se non in quella del feudatario ». Il Cantù, storico di professione, aveva violentemente divelto dal tronco della storia il ramo della letteratura; il nostro venerato Settembrini foggiava e giudicava la storia secondo gl’ispirava la passione patriottica; non era comparso ancora il libro di Francesco De Sanctis ‒ che, del resto, trascurò i secoli XI e XII ‒ quando (1865-1870) il Carducci, ne’ discorsi dello svolgimento della letteratura nazionale, prese a mostrare come la letteratura nostra fosse rampollata, dalla vita del nostro popolo, da tutta la vita ‒ pubblica e privata, politica e civile, spirituale e materiale ‒ attuando così l’ideale di « una storia vera composta non di parole, non d’impressioni, non di giudizi, ma di fatti » significativi, caratteristici, « ordinati sotto le idee informanti ». Forse oggi, dopo tanti altri studi, può parere alquanto artificiosa e, a volte, di troppo peso gravante sopra i fatti la sua teoria dei tre elementi formatori della letteratura nazionale ‒ « l’ elemento ecclesiastico, il cavalleresco, il nazionale »; ‒ ed oggi le sue illazioni da alcuni fatti, che sono conosciuti meglio, non reggono più; ma questa è sorte comune di tutte le opere storiche. Besta l'esempio, non abbastanza seguito, di indagare nella storia, intesa nel più ampio significato, e con criteri superiori interpretata, le ragioni prime delle correnti del pensiero e degli atteggiamenti delle forme; resta il modello della rappresentazione del passato in quadri animati e coloriti su la trama salda della verità scrupolosamente accertata; e restano germi fecondi di nuovi lavori, che bisognerà intraprendere o compiere. Uno di tali germi è il suo concetto che il ritorno all’antichità nel Quattrocento non fu se non la continuazione o l’esplicazione necessaria del « moto di restaurazione del risvegliato elemento romano», cominciato con la formazione dei comuni; del quale moto « la cagione intrinseca » si deve cercare nel « genio paesano ».
Per amore della « verità vera » e reazione alla facile rettorica ammantata di estetica, scrisse una volta che il suo ideale era « di alzare, col metodo storico più severo, la storia letteraria al grado della storia naturale »; ma egli stesso provò nella pratica la falsità dell’assunto, perchè nessuno aborrì più di lui dalla pura erudizione, minuziosa, fredda e fastidiosa. Quando augurò che l’argomento importantissimo della letteratura ne’ secoli barbari in Italia « attraesse studi e pensieri di più valenti ‒ non pure per le ragioni filologiche e metriche, che non sono poi gran cosa o ardua, ma per le ragioni psicologiche »; sapeva bene che la psiche sfugge agli strumenti, comunque perfetti, dell’anatomista, è troppo grande cosa per il microscopio dell’entomologo. Domandava:
Come s’è fatto, di elementi cristiani insieme ed etnici, il nuovo sentimento morale ed estetico degli italiani? Come la tradizione italica vecchia e traverso quali correnti nuove si è modificata e di quali nuove impressioni e di quali antiche ripercuotentisi alle nuove è lampeggiata la fantasia! Onde il giudizio classico e la natività vigorosa e l’audacia alta e profonda! onde e come in sommo la poesia, non quella leggera e passeggera de’ trovadori, sì quella di Dante!
Chi guardava così dall’alto, e poneva con tanta precisione il problema, non ne aspettava la soluzione dal metodo storico, qual è, da alcuni, grettamente applicato.
Nella critica letteraria, portò assai per tempo un ricco corredo d’idee sane e larghe. Vide le sterili esagerazioni degli ultimi puristi: « il cercare ch’essi facevano la parola innanzi a tutto, l’aborrire da ogni maschio ed alto pensare nelle discipline di filologia di critica di filosofia e di politica, sebbene di quest’ultime non s’impacciassero, anzi i più ne rifuggissero inorriditi o per sospetto di barbarie o per paura di razionalismo; lo sfatare ogni erudizione men che mezzana, essi che al di là dei repertorii di frasi non vedevano letteratura ». Li condannò e derise, e, per conto suo, accolse e seguì il principio che l’autorità e la norma della lingua « è nell’ uso, più generale e più conforme alla tradizione letteraria, del popolo meglio parlante; perciò fondamento al favellare e allo scrivere son quest’uso vivente del popolo toscano e gli scrittori di quel tempo nel quale la letteratura fu popolare ». E condannò le esagerazioni di quelli, che, per smania di novità e affettazione di popolarità, « rigettavano ogni bellezza antica, sfatavano ogni tradizione ragionata, tenevano per retorica e accademica tutta la prosa, per convenzionale ed aristocratica tutta la poesia, per incivile e impopolare l'universal letteratura d’Italia ».
Le condizioni de’ tempi, il carattere generoso, l'amore ardentissimo dei più alti ideali patriottici e civili, le predilezioni letterarie lo spingevano verso l’estetica etica del Parini e dell’Alfieri; ma la genialità innata, il sentimento schietto e profondo dell’arte e il gusto squisito lo fermarono all’orlo della china pericolosa; e liberamente adottò, francamente professò la dottrina dell’indipendenza dell’arte. Si può dubitare che nel 1863, quando, nel bellissimo sonetto a Dante, egli assommò questa dottrina gridando alto:
Son chiesa e imporo una rovina mesta
Cui sorvola il tuo cauto o al ciel risona:
Muor Giove o l’inno del poeta resta,
sapesse che primo, parecchi anni innanzi, l’aveva bandita da Torino un esule napoletano. Ma, certo, non l’ignorava nel 1873 [6], quando attestò di pensare e credere « chiaramente e fermamente » che « la sostanza, la materia, cioè l’ argomento... in arte non ha valore per sé, ma l’acquista tutta dal lavoro dell’artista »; ‒ che, perciò,
il giudizio circa un’opera d’arte non dev’essere sottomesso al giudizio de’ sentimenti e de’ principi o filosofici o politici che possono averla informata. L’artista non è obbligato a fare dell’opera sua né un apologo nè una tesi dimostrativa o di filosofia o di politica o di estetica; e il critico letterario non deve nè esigerla né voler provarla tale.
Non cadremo noi nell’errore di giudicare un poeta, un artista, dalle sue opinioni, da’ suoi concetti intorno al mondo, alla vita, alla storia, alla patria; dalle sue passioni, che sono gli stimoli a creare, non essa la creazione; benché non dobbiamo dimenticare che, quanto più gli stimoli penetrano addentro a sommovere, tanto più producono quella temperatura elevata, nella quale sboccia e spande il suo profumo il fiore dell’arte. Una delle ragioni del fascino potente, che emana dalla poesia del Carducci, è che egli vi si presenta non soltanto come un « grande artiere » ma, come un vero personaggio poetico, in quanto manifesta immediatamente, con l’ardore, con l’ impeto nativo, le impressioni, che le idee e le opinioni gli fanno; i palpiti, i fremiti, i rapimenti d’entusiasmo, gli scatti d’ira, che suscitano in lui:
. . . il cuore al pensiero balzando
segue la strofe che sorge e trema.
Nel poeta sentiamo tutta la varia e ricca vita interiore dell’uomo; l’uomo, che si svela qual è, sensibilissimo, nervoso, appassionato, si effonde, si abbandona, direi si confessa ad alta voce, schietto, sincero, candido; e lo amiamo.
Ma guardiamo all'arte sua.
Ne' Juvenilia, fu lo scudiero de’ classici: ne' Levia Gravia fece la sua vigilia d'armi; ne’ Decennalia, dopo i primi colpi un po’ ingenui e consuetudinari, corse le avventure a tutto suo rischio e pericolo. Mosse, e se ne onorò, dall’Alfieri, dal Parini, dal Monti, dal Foscolo, dal Leopardi; per essi e con essi risalì agli antichi, s’intrattenne con Dante e con Petrarca; ad essi, pur nelle scorse per le letterature straniere, ebbe l’occhio sempre.
Termine de’ Decennalia è il 1870; termine de’ Giambi ed Epodi il 1872.
Poesia come quella degli epodi e de’ giambi non è che d’un periodo e d’un breve periodo, della vita, nel quale l’artista sente e rende un momento storico rapido e sfuggente che gli è antipatico o simpatico; passato quel momento, l’artista non sarebbe più nella vera condizione d’artista ma nella posa, e finirebbe imitatore e caricaturista di sé stesso.
Ma, con i Giambi ed Epodi, comparvero nel 1872 le Nuove Poesie non politiche; e le prime Odi barbare furono pubblicate nel 1877.
In quegli anni la poesia italiana era divenuta un albero più che mezzo disseccato, coperto di vegetazione parassita: il Carducci lo mondò, recise le fronde secche, sui rami non ancora periti praticò parecchi innesti, rincalzò di buon terriccio le radici. Fuor di allegoria, per quanto è dell’arte, la purgò della sonorità vuota e dello splendore fattizio; v’infuse sincerità d’ispirazicme; la ricondusse alla delineazione nitida del fantasma poetico e alla espressione vigorosa sobria, densa, del sentimento; la piegò alla evocazione e alla riproduzione obbiettiva dell’avvenimento storico, alla rappresentazione diretta, commossa ma fedele, del mondo esterno: tutto questo rinsanguando le forme metriche abituali, rinnovando vittoriosamente il tentativo, non riuscito nel Cinquecento, della metrica, che gli piacque chiamare barbara; tutto questo in uno stile robusto ed agile, muscoloso e nervoso come lui, e con una vena di lingua copiosa cristallina, che ora corre piana col garrito del ruscello, ora precipita e urla come torrente, ora scende come fiume ampio, maestoso, che empie la valle del suo murmure solenne,
mostrando l'ubertà del suo cacume.
Sarà bello, a chi voglia e possa farlo, seguire a passo a passo il poeta nel suo cammino ascendente e determinare via via quello, che, dalla nostra e dalle letterature antiche, accettò; quello, che aggiunse di suo; quello, che assimilò di fuori e trasformò, e come, con piena coscienza; perchè, a giudizio suo, « un poeta inconscio, ai tempi nostri, non muta, non rinnova, non rivolge l’arte ». Noi notiamo che, così, egli ripigliava e continuava la grande tradizione italiana, perchè tutti i nostri maggiori poeti, da Dante al Tasso, dal Parini al Leopardi, furono uomini di dottrina, pensatori e critici: ‒ se l’Ariosto non scrisse di critica, esercitò lungamente le sue facoltà critiche nella scelta dei materiali e intonro alla forma dell’opera sua. E notiamo che ciò, che fece il Carducci, lo potè fare perchè educò e fortificò nella grande corrente dell’arte classica l’ingegno, che aveva sortito schiettamente italiano. Il nostro genio nazionale, limpido, equilibrato, ha la percezione larga, chiara e precisa del reale, il sentimento intimo dell’armonia organica del concetto e del fantasma ccm la forma concreta, nella quale si manifesta, e il senso della misura nel colore, della convenienza e della grazia nel disegno. Per esso Dante, sinceramente religioso, non fu un mistico, e improntò di potente realismo la rappresentazione dei regni oltremondani; per esso l’Italia ritrovò, risuscitò e donò all’Europa il pensiero e l’arte antica; per esso Alessandro Manzoni, liberissimo spirito e imbevuto d’idee moderne, si tenne lontano dalle esagerazioni dei romantici, e Giacomo Leopardi espresse lo strazio tragico dell’anima sua con serenità, soavità e compostezza, in un moderno, maravigliosa.
Ma a noi, che dobbiamo procedere di corsa, basterà salutare nei versi giovanili del Carducci, limpidi e armoniosi, nell’abbondanza e freschezza delle imagini, l’aurora radiosa promettitrice dello splendido meriggio. La originalità e serietà del suo spirito si rivela in ciò, che sin da principio egli rifiutò le allusioni, le frasi, le perifrasi, le imagini stinte, delle quali il classicismo formale abusava: sin da principio, più che alle tarde derivazioni, attinse alle fonti prime, e non meno che dalla mitologia, dedusse dalla storia greca e romana. Invocare Febo Apolline splendente di giovinezza e bellezza in mezzo al nimbo dei miti leggiadri onde la fantasia greca lo cinse, ma dicendogli: ‒ Io so bene che tu sei morto, ‒ significava distinguere nell’arte antica quello, che vi era di eternamente vivo, da quello, che era morto per sempre.
Ancora è vaga ed incerta nei versi giovanili la tendenza, che pure si avverte, a ritrarre
il mondo esterno quale egli lo vede; il sentimento della natura, che poi sarà profondo e vivissimo, non s’è ancora sviluppato. Questa è una primavera sbiadita, indistinta:
Primavera beata
Su le pianure italiche
Sorride. Ogni creata
Cosa in vista rallegrasi;
Scherza con l’ aura e ’l fiore
E vola nel sereno etere Amore.
È questo un giorno di Pasqua a pena accennato, come in un calendario:
Il borgo oggi risona
E si rallegra del risorto Iddio.
Ancora è timida o fiacca o insufficiente la traduzione plastica della visione poetica. Nell'eliso, Saffo solinga, che « languida posa la fronte tenue su la dotta cetra », qualche cosa ci dice; ma Tibullo, che siede all’ombra presso un ruscello, ci lascia freddi. Il giovine poeta narra di Apolline:
Qual della luna in placido
Sereno era il candore:
Era nel corpo niveo
Di porpora il colore,
Come al settembre tingonsi
Bianche mele fragranti,
Come fanciulle intrecciano
i gigli a li amaranti.
Vaghe imagini, felici paragoni; ma non hanno il torto di velare un po’ troppo la persona del « giovine Iddio bellissimo » ?
Più d’una volta il campo della poesia è invaso dal ragionamento astratto, che non s’adorna nemmeno di eloquenza, arido e nudo.
O padri antichi, a’ vostri petti degno
Culto eran patria e libertà; verace
Vita agitava l’anima capace
E il forte ingegno.
Pii documenti di civil costume,
Opre gentili, e amore intellettivo
Del buon del vero del decente, e vivo
D’esempio lume
Vedeano i figli nella sacra etate
De’ genitori e ne’ pudichi lari;
E sobri uscieno cittadini cari
Nella cittade.
Questo è uno de’ difetti delle liriche patriottiche composte « dentro i termini del 1860 ».
Ma Velleda, che, tra le ombre solitarie dei larici rotte dalla luna e dal vento, si leva « pallida, in nero vestimento, a gli omeri lenta il crin biondo» ‒ e Achille dipinto a colori omerici sfolgorante tra le armi ‒, e l’astore, che, nella sala di Mulazzo,
l'ale dibatteva il serpentino
Collo snodando, e uno stridor mettea
Rauco di gioia ‒
un chiaro di luna sul mare col nocchiere, che lo guarda e canta ‒ la
pioggia d’aprile a la campagna,
Che bacia i fiori e su le larghe fronde
Crepita; ride fra le nubi il sole
E nelle gocce pendule si frange,
Getta odore la terra; l'ali batte
La passeretta, al ciel levasi e trilla ‒
infine « il bello e orribile mostro » mirabile effetto e mirabile simbolo della nostra civiltà, che,
Corrusco e fumido
Come i vulcani,
I monti supera,
Divora i piani;
Sorvola i baratri;
Poi si nasconde
Per antri incogniti
Per vie profonde;
Ed esce; e indomito
Di lido in lido
Come di turbino
Manda il suo grido ‒,
danno il lieto annunzio ch’egli è maturo all’uffizio proprio del poeta; quello di trasformare nell'anima rovente ‒ come egli ha detto ‒ l’idea in fantasma », di dare ai fantasmi esistenza indipendente, capacità d’imprimersi nella mente nostra come reali, viventi, e forza di suscitarvi le impressioni della natura e della vita; ma più profonde, più efficaci, come raggi raccolti al foco della lente.
Giacchè uno de’ caratteri più singolari, uno degl’incanti dell’arte matura del Carducci, è la facoltà, la quale non saprei chiamare altrimenti che dantesca, di scolpire figure a scalpellate energiche, con pochi tratti rilevati, marcati, che hanno la virtù di scuotere e scaldare l’imaginazione del lettore così da compiersi in essa e darle, come in un lampo, la visione della persona intera.
Interroghiamo i nostri ricordi. Ecco, moderno agreste riflesso della divina Matelda di Dante, sorgere alta e ridente la bionda giovinetta della Maremma, con un serto di fiori in mano, e aprire sotto i cigli vivi l’occhio azzurro grande e profondo, lampeggiante di selvatico foco ‒ e un’altra fanciulla uscir come una dea, e gettar delle « viole onde aveva colmo il grembo », ascondere il volto e fuggire ‒ e la bella donna del camposanto avvincere al seno il bel velo, e stringersi tutta a lui «voluttuosa nell’atto languido», e guardar serena « per entro i lugubri luoghi di morte. » Ecco il villano umbro « di caprine pelli Ravvolto l’anche come i fauni antichi » ‒ e il ciociaro, che « nel mantello avvolto, Grave fischiando tra la folta barba, Passa e non guarda » ‒ e i vigili, che « van lungo il nero convoglio E vengono incappucciati di nero... Com’ombre; » ‒ e la madre e il fanciulletto fratello del poeta:
sul rio passeggiava mia madre
florida ancor ne gli anni, traendosi un pargolo a mano
cui per le spalle bianche splendevano i riccioli d’oro.
Andava il fanciullo con piccolo passo di gloria
superbo de l’amore materno, percosso nel core
da quella festa immensa che l'alma natura intonava ‒
e un’altra madre forte, palleggiante il suo parvolo forte:
da i nudi seni già sazio
palleggialo alto, e ciancia dolce
con lui che ai lucidi occhi materni
intende gli occhi fissi ed il piccolo capo
tremante d'inquietudine
e le cercanti dita: ride
la madre e slanciasi tutta amore.
Evocati dal mago potente, riappaiono giocondi e luminosi gli antichi Dei, danzano e cantano le ninfe, e allietano di loro vista i mortali.
Richiamato « ai tripodi chiaro sonanti » di Delfo, torna dai lidi iperborei Apollo:
Due cigni il traggono candidi a volo,
Sorride il cielo.
Al capo ha l' aurea benda di Giove;
Ma nel crin florido l'aura sospira
E con un tremito d’amor gli muove
In man la lira.
Balzano su, dalle pagine della storia, Alessandro in Egitto:
. . . il giovin duce, liberato il biondo
capo da l'elmo, in fronte a la falange
guardava il mare...
. . . . . dal sudato petto
l'aurea corazza
sciolse, e gittolla splendida nel piano:
« Come la mia macedone corazza
stia nel deserto e a’ barbari ed agli anni
regga Alessandria » ‒
Federico Barbarossa a Marengo: ‒
Solo, a piedi, nel mezzo del campo, al corridore
Suo presso riguardava nel ciel l'imperadore ‒
Dante inginocchiato nella chiesa di Polenta, « l'alta fronte che Dio mirò da presso chiusa Entro le palme », piangendo il suo bel S. Giovanni; Napoleone « da Monte Zemolo uscendo al Tanaro sonante »:
Spiovongli le chiome
in doppia lista nera per l'adusto
pallido viso
e neri gli occhi scintillanti immoti
foran dal fondo del pensier le cose ‒
la madre di Napoleone, la còrsa Niobe nella notte, su la porta della solitaria casa d’Aiaccio:
le braccia
fiera tende su ’l selvaggio mare
e chiama e chiama ‒
Pietro Calvi in mezzo alle palle austriache:
biondo, diritto, immobile,
leva in punta a la spada, pur fiso al nemico mirando
il foglio e ’l patto d’Udine
e un fazzoletto rosso, segnale di guerra e sterminio,
con la sinistra sventola ‒
Garibaldi, solo innanzi alla lugubre schiera dei vinti, « ravvolto e tacito » a cavallo ‒ Garibaldi allo scoglio di Quarto, « Al collo leonino avvoltosi Il puncio, la spada di Roma Alta su l’omero bilanciando».
Ciascuna figura rivela il suo carattere o nell'atteggiamento, o nel piglio, o nella mossa, o nel gesto; spesso la figura stacca netta sul paesaggio. La bionda Maria esce tra l’ondeggiar de’ lunghi solchi, e davanti e intorno le fiammeggia la grande estate; ‒ la fanciulla delle viole esce « tra le prime stelle e i primi fiori », e su la sua testa trema dal cielo puro la stella vespertina,
E da la valle un fremito salía
Un nembo inebriante
E correa per i colli un’ armonia...
Intorno al piccolo fratello e alla madre del poeta, è una « festa immensa »:
Però che le campane suonavano su dal castello
annunziando Cristo tornante dimane a’ suoi cieli;
e su le cime e al piano, per l'aure, pe’ rami, per l’acque
correa la melodia spiritale di primavera;
ed i pèschi ed i mèli tutti eran fior’ bianchi e vermigli,
e fior gialli e turchini ridea tutta l’erba al di sotto,
ed il trifoglio rosso vestiva il declivio de’ prati,
e molli d’auree ginestre si paravano i colli,
e un’aura dolce movendo quei fiori e gli odori
veniva giù dal mare; nel mar quattro candide vele
andavano andavano cullandosi lente nel sole
che mare e terra e cielo sfolgorante circonfondeva.
Intorno a quell’altra madre,
ride il domestico
lavor, le biade tremule accennano
dal colle verde, il bue mugghia
e canta il florido gallo su l’aia.
Innanzi a Garibaldi, che salpa da Quarto per l’epica impresa di Sicilia, il mare placido; sopra, la luna « larga, nitida, candida », e l’astro di Venere sorridente; dietro, boschi di lauro mormoranti; lontano, Genova superba ardente di lumi e cantici « dal suo arco marmoreo di palagi ».
Il paesaggio o la scena si allieta o si attrista in mirabile armonia con la figura, che egli vi colloca o con lui, che guarda.
Nella selva maremmana, mentre egli legge Marlowe, gli pare che dal verso bieco esali un vapor acre d’orrida tristizia,
che sale e freme misto a l’aer maligno, feconda
di mostri intorno le pendenti nuvole,
crocida in fondo a’ fossi, ferrugigno ghigna ne’ bronchi,
filtra con la pioggia per l’ossa stanche...
Dentro la stazione, in una mattina piovosa di novembre, alla partenza della donna amata, egli è addolorato, e
i ferrei
freni tentati rendono un lugubre
rintocco lungo: di fondo a l’anima
un’eco di tedio risponde
doloroso, che spasimo pare.
E gli sportelli sbattuti al chiudere
paion oltraggi; scherno par l’ultimo
appello che celere suona.
E l'occhio suo vigile non coglie soltanto le grandi masse e le grandi linee; ma anche, a volte, particolari, che ad un occhio disattento sfuggono, e che, notati e riprodotti, danno fresca, acuta la sensazione del reale, il colore locale. Quando passa Maria, il pavone apre l’occhiuta coda e manda un rauco grido guardandola; quando la fanciulla delle viole fugge, il suo ceruleo lembo sibila tra le rose; nella stazione, Lidia dà « la tessera al secco taglio » della guardia»; nella conca del Clitumno, dal seno della madre, « Una poppante volgesi e dal viso Tondo sorride; » nelle terme di Caracalla, una inglese, « A le cineree trecce alzato il velo Verde», legge nella guida; mentre Cefalo è attratto al bacio dell’Aurora, il cane, Lelapo, « immobil, con erto, Il fido arguto muso, mira salire il sire »; nel silenzio triste della ritirata, s’ode la pesta del cavallo di Garibaldi guazzar nel fango; a Ferrara, Leonello « verde vestito » posa la destra sul fido levriere; in fondo della chiesa lombarda, « due soldati Guardavan fisi nell’altar maggiore »; su le mura di Fiesole, « dal rotto etrusco sasso La lucertola figge la pupilla»; a Lodi, mentre
moriano gli ultimi tuon de la folgore
franca no i concavi seni, volgeasi
da i limpidi lavacri
il bue candido, attonito.
Tra i nostri poeti moderni, nessuno, forse, ha sentito così spesso, con tanto trasporto di simpatia, la natura; nessuno forse, come si suol dire, l'ha resa con tale limpidezza e vivacità di visione, con tanta fedeltà e rilievo di colorito, con fare così largo e sicuro.
Al suo tocco, tutte le cose acquistano senso e sentimento: le acque a’ margini de’ prati « Di gemiti e sorrisi Un suon morbido frangono » ‒ il mare manda gemiti misteriosi ‒ l’Adige canta la sua scorrente canzone ‒ la Dora precipita a valle cercando Italia ‒ « Baldo paterno monte protegge la bella » Sirmio « da l’alto Col sopracciglio torbido » ‒ i còlli tendono le braccia al sole ‒ il sole s’indugia a guardare gli alti fastigi delle torri e delle chiese di Bologna, « con un sorriso languido di viole » ‒ gli alberi della selva maremmana stanno » Curvi, aggrondati, ricurvi, sì come becchini a la fossa... in cerchio a la lucida riva » ‒ i cipressi di Bolgheri guardano, inchinano il capo, provano pietà, parlano ‒ e i fiori,
Da lor culle di neve i fior si svegliano
E curïosi al ciel gli occhietti levano,
E ne’ lor guardi vagola una tremula
ombra di sogno...
Acquistano senso e sentimento anche le cose, che l'uomo ha fatte: la vaporiera,
... il mostro conscio di sua metallica
anima «buffa, crolla, ansa, i fiammei
occhi sbarra...
‒ i fanali sbadigliano la luce sul fango ‒ dall’orologio della torre le ore gemono come sospiri d’un mondo lontano ‒ « commove un conscio spirito l’agili corde » del liuto ‒ le insegne abbrunate piangono la morte del re.
Si affacciano nel verso, maestose o leggiadre, in membra ed atti femminili, le città, le regioni, le terre d’ Italia: Roma emergendo dal solco di Romolo, « torva riguardante su i selvaggi piani »; Trieste levando il capo tra i baleni; l’Umbria guardando dalle montagne « grande, austera, verde »; Salò tendendo le braccia candide
lieta come fanciulla che in danza entrando abbandona
le chiome e il velo a l'aure
e ride e gitta fiori con le man piene, e di fiori
lo esulta il capo giovine.
Le stesse forme poetiche e metriche assumono corpo e figura: la canzone, la serventese, la pastorella ci appaiono come fanciulle diversamente chiomate, diversamente vestite e atteggiate;
L’ode Olimpia di Pindaro, aquila trionfale,
distende altera e placida il remeggio dell’ale;
e
passa crollando i lauri l'immensa sonante epopea
come turbin di maggio sopra ondeggianti piani.
Qualche volta il paesaggio parla esso dalle forme, dalle linee, dalle tinte, restringendosi il poeta a riprodurlo fedelmente, come nell'ode all’Aurora:
Tu sali e baci, o dea, co 'l roseo fiato le nubi,
baci de’ marmorei templi le fosche cime.
Ti sente e con gelido fremito destasi il bosco,
spiccasi il falco al volo su con rapace gioia,
mentre nell’umida foglia pisspigliano garruli i nidi,
e grigio urla il gabbiano su ’l violaceo mare.
Primi ne ’l pian faticoso di te s’allegrano i fiumi
tremuli luccicando fra ’l mormorar de' pioppi:
corre da i paschi baldo ver’ l'alte fluenti il puledro
sauro, erto il chiomante capo, nitrendo a’ venti:
vigile da’ tuguri risponde la forza de i cani
« di gagliardi mugghi tutta la valle suona.
La poesia è nelle cose; l’arte ha scelto e dato rilievo ai particolari come si manifestano e si fan sentire, via via, allo spettatore attento e disposto, oltre che all’osservazione, al godimento dello spettacolo sublime, che ogni mattina si rinnova, ogni volta nuovo, stupendo.
Qualche volta dà espressione al paesaggio la voce umana, benché indistinta:
Isvarïavan brevi, tra la macchia, il piano ed i colli
rasi a metà da la falce, in parte ancor mobili e biondi.
Via per i solchi; grigi e le stoppie fumavano accesi,
e or sì or no veniva su per l’aure umide il canto
de’ mietitori, lungo, lontano, piangevole, stanco.
Nessuno ignora quali effetti magnifici il Carducci abbia saputo trarre dalle campane, sia che annunziando la risurrezione di Cristo cantino « con onde e volate di suoni. Da la città su’poggi lontanamente verdi »; sia che martellino alla morte de’ nemici d’Italia
un suon che piange e chiama, che grida, che prega, che infuria
insistente terribile;
sia che cantino di clivo in clivo a la campagna » invitando alla preghiera della sera.
Ave Maria! Quando su l'aure corre
l’umil saluto, i piccoli mortali
scovrono il capo, curvano la fronte
Dante ed Aroldo.
Una di flauti lenta melodia
passa invisibil fra la terra e il cielo:
spiriti forse che furon, che sono
e che saranno ?
Un oblio lene de la faticosa
vita, un pensoso sospirar quiete,
una soave volontà di pianto
l'anime invade.
Taccion le fiere, gli uomini e lo cose,
roseo il tramonto ne l’azzurro sfuma,
mormoran gli alti vertici ondegganti
Ave Maria.
Ricordo la squilla di Dante, « che pare il giorno pianger che si muore » ‒ ricordo l'esclamazione del Byron: « È questa una imaginazione, che la nostra ragione disprezza? Ah! certo, niente muore; ma qualche cosa si veste a lutto» ‒ ricordo l’apostrofe del Manzoni:
Te, quando sorge, e quando cade il die,
E quando il sole a mezzo corso il parte,
saluta il bronzo che le turbe pie
Invita ad onorarte; ‒
ma io non so, non trovo che alcun poeta abbia provato così profondamente ed espresso con tanta delicatezza e soavità rindefinibile commozione destata dall’ora, dal suono, dal significato cristiano dell’Ave Maria, come e quanto il « poeta pagano » Giosuè Carducci.
Vorrei essere riuscito, signore e signori, a darvi un concetto chiaro dello spirito, che mosse l’attività e informò l’opera del Carducci; vorrei soprattutto essere riuscito, o giovani, a trasmettervi un’impressione, per quanto sintetica, esatta e calda dell’arte sua, intimamente umana d’ispirazione, veracemente classica di concezione, schiettamente italiana di espressione ‒ a render in voi più viva la simpatia per essa, più salda la certezza che essa ritempra, rasserena, innalza l’animo come l’aria fresca delle vette montane purifica e fortifica i polmoni ‒ a lasciarvi la convinzione che egli è quello dei poeti nostri moderni, ne’ cui versi più note « del poema eterno » risuonano armoniose; quello, il quale meglio abbia sentito e meglio faccia sentire il sospiro d’amore,
che tra la terra e il ciel sale e discende.
Osservò egli che cinque grandi poeti italiani ‒ il Parini, il Monti, il Foscolo, il Manzoni e il Leopardi ‒ « accettarono, poco modificando e anche meno aggiungendo, i mezzi d’arte che i tempi avevano variamente recato: e aiutati dall’ingegno profondo, dall’animo acceso, e dalle circostanze dei pensieri e dei sentimenti predisposti, seppero con quei pochi mezzi operare in modo che l’impressione raggiunse effetti d’efficacia di larghezza di durabilità ancora e lungamente vitali ». Sesto egli, e non postremo, ha tanto restaurato, battendo e demolendo « il barocco, l’ istrionico, il declamatorio, il sentimentale, l’allegorico, il decoramentale »; ha tanto modificato e tanto aggiunto, imprimendo nettamente e superbamente il carattere suo su le modificazioni e le aggiunzioni; che da lui comincia un periodo nuovo nella storia dell’arte nostra. Ma dove sono i continuatori? Quando morì Giovanni Prati, e certi critici meschinelli versavano calde lagrime su la morte, com’essi dicevano, della poesia italiana, chi ha l’onore di parlarvi insorse e protestò: « Chinati reverentemente innanzi alla tomba di Giovanni Prati, mandiamo un saluto ed un augurio a Giosuè Carducci »! [7] A chi manderemo oggi, chinati innanzi alla tomba di Giosuè Carducci, la parola augurale?
Possa dalle vostre file, o giovani, uscire quello, che compensi l’Italia della sparizione dell'ultimo suo poeta!
Note
________________________
[1] L’articolo era stato scritto da mio fratello Michele.
[2] De Sanctis, l'Armando (1868), ne' Saggi Critici. Cfr. più oltre p. 153.
[3] V. le lettere del Carducci al Gargani pubblicate da S. Morpurgo nel Marzocco del 24 febbraio (anno XII. n. 8).
[4] Guerrazzi, Lettere; Livorno, Vigo, 1882, seconda serie, p. 357. Il Guerrazzi il 14 gennaio 1858 annunziava all’amico A. Mangini la pubblicazione, nella Rivista contemporanea di Torino, di un « bello articolo scritto a sua insinuazione su le poesie del Carducci »: secondo una nota del Carducci ai Juvenilia, l'articolo sarebbe stato scritto dallo stesso Guerrazzi. Questi nella lettera, al passo citato nel testo, aggiungeva: « e il canchero si porti chi con la cosa rese necessario il vocabolo fra noi ».
[5] Tolgo questa lettera da un bel discorso del mio valente amico prof. Giuseppe Albini, Gli Studi e l'animo di Severino Ferrari; Bologna, stab. Monti, 1906.
[6] È curioso notare che, nel 1869, nel saggio Settembrini e i suoi critici, il De Sanctis si servì d’una espressione simile a quella del Carducci: « Gli Dei d’Omero sono morti: l'Iliade è rimasta». Ma se si considera la frase, che segue: « Può morire l’Italia ed ogni memoria di Guelfi e Ghibellini, rimarrà la Divina Commedia » ‒ si vede chiaro che il De Sanctis non fece se non aggiungere un nuovo esempio a quello, ch’egli stesso aveva recato, a conferma del suo concetto, nello scritto Giudizio del Gervinus sopra Alfieri e Foscolo pubblicato nel Cimento del 1855: « Nelle vere poesie vi è sempre qualche cosa di superiore che sopravvive, spento anche quello scopo politico che le si propongono. Guelfi e Ghibellini, Bianchi e Neri sono ormai dimenticati: le passioni, che rosero tanto il cuore di Dante, sono spente, ma non sono spente già le sublimi creazioni della Divina Commedia alle quali quelle passioni diedero vita ».
[7] Cfr. i miei Scritti Critici, p. 439.
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© 1996 - Tutti i diritti sono riservati Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi Ultimo aggiornamento: 29 maggio 2010 |