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Edizione di riferimento:
Giovan Francesco Straparola, Le piacevoli notti, a cura Giuseppe Rua, Gius. Laterza & Figli Tipografi-Editori-Librai, Bari, 1927 Gennaio MCMXXVII - 70832
realizzato in collaborazione con LiberLiber.it
Sono molti, amorevoli donne, i quali o per invidia o per odio mossi, cercano co’ minacciosi denti mordermi e le misere carni squarciare, imponendomi che le piacevoli favole da me scritte, ed in questo e nell’altro volumetto raccolte, non siano mie, ma da questo e quello ladronescamente rubbate. Io, a dir il vero, il confesso che non sono mie, e se altrimenti dicessi, me ne mentirei; ma ben holle fedelmente scritte secondo il modo che furono da dieci damigelle nel concistorio raccontate. E se io ora le do in luce, no ’l fo per insuperbirmi, né per acquistar onore e fama; ma solo per compiacere a voi, e massime a quelle che mi ponno comandare, ed alle quali in perpetuo sono tenuto ed obligato. Accettate adunque, graziose donne, con allegro volto il picciol dono del servo vostro, né date fede agli abbaiatori che contra noi con canina rabbia e con mordaci denti si moveno; ma leggetele alle volte e pigliatene a luogo e tempo trastullo e diletto, non lasciando però quello da cui ogni nostro bene procede. State felici, memore di quelli che nel cuore scolpite vi tengono, tra’ quali non credo esser il minimo.
Da Vinegia, il primo di settembre, MDLIII.
Le tenebre della scura notte già da ogni parte si dimostravano, e le dorate stelle per lo spazioso cielo non davano più il loro lume, ed Eolo, correndo sopra le salse onde con grandissimo soffiamento non solamente faceva grossissimo il mare, ma ancora a’ naviganti era molto contrario, quando la bella e fida compagnia, sprezzato ogni sforzevole vento e gonfiamento di mare e duro freddo, all’usato luogo si ridusse; e fatta primieramente la debita riverenza alla signora, ciascuno nella sua sedia si pose a sedere. Indi la signora comandò il vaso aureo le fusse portato; e postovi dentro di cinque damigelle il nome, il primo che uscí fuori di Alteria fu il nome: il secondo, di Arianna: il terzo, di Cateruzza: il quarto, di Lauretta: il quinto, di Eritrea. Poscia la signora impose che tutte cinque una canzonetta cantassero; le quali al lei comandamento ubidientissime, in tal guisa soavemente cantarono:
S’a’ bei princìpi, Amor, di fede armati,
corrispondesse con madonna il fine,
unqua il tuo col suo nome arrebbe fine.
Ma penso, ahimè, che ’n lei la tua possanza
non è di tal valor, che stringa il freno
a l’alto suo pensier d’onestà pieno,
ch’assai mi dá desir più che speranza:
anzi veggio ne’ bei modi temprati
quasi molesta farsi in te fortuna,
si che ’l suo nome vive, il tuo s’imbruna.
Finita che fu la vaga e dilettevole canzonetta, Alteria, a cui toccava il primo luogo di favoleggiare, messa giù la viola e il plettro che aveva in mano, alla sua favola in tal modo diede principio: —
— Grandi sono l’astuzie e gl’inganni che oggidì usano i miseri mortali; ma molto maggiori penso siano quelli, quando l’un compare tradisce l’altro. Dovendo adunque con una favola dar cominciamento a’ ragionamenti della presente notte, hommi imaginato di raccontarvi l’astuzia, l’inganno e il tradimento che fece l’un compare all’altro. E quantunque il primo ingannatore con mirabil arte ingannasse il compare, non però con minor astuzia, né con minor ingegno si trovò esser gabbato da lui. Il che fiavi aperto, se benigna audienzia mi prestarete.
In Genova, cittá celebre ed antica, furon nei passati tempi duo compari: l’uno di quai chiamavasi messer Liberale Spinola, uomo assai ricco ma dedito a’ piaceri del mondo; l’altro messer Artilao Sara, tutto dedito alla mercatanzia. Questi molto s’amavano insieme, e tanto era l’amore tra loro, che l’uno senza l’altro quasi non sapea vivere. E se occorreva bisogno alcuno, senza indugio e senza rispetto l’un dell’altro si prevaleva. E perché messer Artilao era mercatante grosso, e faceva molte facende sí sue come d’altrui, deliberò di far un viaggio in Soria. E trovato messer Liberale, suo cordialissimo compare, amorevolmente e con animo sincero gli disse: — Compare, voi sapete, e già è manifesto ad ogn’uno, quanto e qual sia l’amor tra noi, e il conto ch’io sempre fei e ora fo di voi, sí per la lunga amicizia già gran tempo fra noi contratta, sí anco per lo sacramento del comparatico che è tra noi. Laonde avendo io stabilito nell’animo mio di andar in Soria, né avendo persona di cui maggiormente fidar mi possa che di voi, con baldezza e fiducia sono ricorso a voi per ottener una grazia, la quale, ancor che sia con non picciolo disconcio delle cose vostre, spero però nella bontà vostra e nella benivolenza è tra noi, non me la negherete. — Messer Liberale, ch’era desideroso molto di far cosa grata al compare, senza più distendersi in parole, disse: — Messer Artilao, compare mio, l’amore e il comparatico contratto tra noi con sincero e reciproco amore, non richiede tante parole. Ditemi liberamente il desiderio vostro, e comandatemi, ch’io son per far quanto voi m’imporrete. — Io — disse messer Artilao, — volontieri vorrei che voi, mentre starò fuori, prendeste il carico di governar la casa mia e parimenti la moglie, sovenendole di tutto quello le fia bisogno; e quanto per lei spenderete, di tanto sodisferovvi a pieno. — Messer Liberale, intesa la voluntà del compare, prima lo ringraziò assai della buona openione che di lui tenea e del conto che facea; dopo’ liberamente li promise, secondo le deboli sue forze, di essequire quanto da lui li fia imposto. Venuto il tempo di andar al viaggio, messer Artilao caricò in nave le sue merci, e Daria sua moglie, che era gravida in tre mesi, raccomandata al compare, ascese in nave; e date le vele al prosperevole vento, da Genova si partí, e con buona ventura al suo viaggio se n’andò.
Partitosi adunque messer Artilao e gitosene al suo cammino, messer Liberale se n’andò a casa di madonna Daria sua diletta comare, e dissele: — Comare, messer Artilao, vostro marito e mio carissimo compare, innanzi ch’egli si partisse di qua, con grandissima instanza mi pregò che le cose sue e la persona vostra raccomandata mi fusse, sovenendovi di tutto quello che vi fia bisogno. Io per l’amorevolezza, che fu ed è tra noi, li promisi di far quanto mi comandava. Però io me ne sono qui ora a voi venuto, acciò che, occorrendovi cosa alcuna, senza rispetto mi comandiate. — Madonna Daria, che per natura era dolcissima, sommamente lo ringraziò, pregandolo che non le mancasse nelle sue bisogna. E cosí messer Liberale le promise. Continovando adunque messer Liberale a casa della comare, né lasciandole cosa alcuna mancare, conobbe lei esser gravida; e fingendo di non saperlo, disse: — Comare, come vi sentete? Vi par forse strano della partenza di messer Artilao vostro marito? — Rispose madonna Daria: — Certo sí, messer compare, e per molti rispetti, e maggiormente per trovarmi ne’ termini che ora mi trovo. — Ed in quai termini — disse messer Liberale, — vi trovate? — Gravida in tre mesi, — rispose madonna Daria; — ed ho una gravidanza sí strana, ch’io non ebbi mai la peggiore. — Il che sentendo, il compare disse: — Dunque, comare, voi siete pregna? — Cosí fosse il compare, — rispose madonna Daria, — ed io sarei digiuna. —
Dimorando messer Liberale in tali ragionamenti colla comare, e vedendola bella, fresca e ritondetta, in tal maniera del suo amor s’accese, che dí e notte non pensava ad altro salvo ch’a conseguir il disonesto suo desire; pur l’amor del compare lo rimoveva alquanto. Ma spronato dall’ardente amore che lo struggeva, s’accostò a lei, e disse: —Oh quanto, comare mia, m’ incresce e duole che messer Artilao sia da voi partito, e lasciatavi pregna, perciò che per la sua presta partenza egli s’avrà di leggieri domenticato finire la creatura che nel ventre portate. E da questo forse procede la mala gravidezza ch’avete. — Rispose la comare: — Avete voi, o mio compare, cotesta opinione che la creatura che io tengo nel ventre, sia di qualche membro manchevole, e ch’io per questo patisca? — Veramente — disse messer Liberale, — io sono di questa opinione; e tengo per certo che messer Artilao, mio compare, sia mancato farle tutte le sue membra intiere. E di qua procede che uno nasce zoppo, l’altro attratto, e chi in un modo, e chi in un altro. — Questo che voi dite, compare, mi va forte per il capo, — disse la comare; — ma che rimedio sarebbe a questo, acciò che io in tal errore non incorresse? — Ah, comare mia! — disse messer Liberale; — state di buona voglia, né vi smarrite punto: perciò che ad ogni cosa si trova rimedio, fuori che alla morte. — Io vi prego, — rispose la comare, — per quell’amore che portate al compare, che mi date questo rimedio; e quanto più presto me lo darete, tanto più vi sarò tenuta, né sarete causa che la creatura nasca con diffetto. — Vedendo messer Liberale aver ridotta la comare a buon termine, disse: — Comare, gran viltà e scortesia sarebbe che l’amico, vedendo l’amico perire, non gli porgesse aiuto. Potendo adunque io formar lo restante della creatura in quello che manca, vi sarei traditore e vi farei gran torto a non sovenirvi. — Deh! caro mio compare, — disse la donna, — più non tardate, acciò che la creatura non rimanga impedimentata. Il che, oltra il danno, sarebbe non picciolo peccato. — Non dubitate punto, comare, che servirovvi a pieno. Imponete alla fante che apparecchi la mensa, che in questo mezzo noi daremo cominciamento alla riforma nostra. — Mentre che la fante apparecchiava il desinare, messer Liberale andò in camera con la comare; e chiuso l’uscio, cominciò accarezzarla e basciarla, facendole le maggior carezze che facesse mai uomo a donna. Il che vedendo, madonna Daria molto si maravigliò; e disse: — Come, messer Liberale, fanno cosí fatte cose i compari colle comari? Ohimè trista! egli è troppo gran peccato; e se non fosse questo, io ve contentarei. — Rispose messer Liberale: — Qual’è maggior peccato: giacere colla comare, o che nasca la creatura imperfetta? — Giudico esser maggiore quando nasce imperfetta per colpa de’ lor parenti, — rispose la donna. — Adunque, — disse messer Liberale, — voi fareste gran peccato se non mi lasciaste sopplire in quello che mancò il vostro marito. — La donna, che desiderava che il parto nascesse perfetto, credette alle parole del compare, e non ostante il comparatico, si recò a dover fare e suoi piaceri; e più e più volte si ritrovaro insieme. Piaceva molto alla donna la riforma delle defettive membra, e pregava il compare che non mancasse, come già era mancato il marito. Il compare a cui piaceva il boccone, con ogni studio dí e notte s’affaticava alla riforma della creatura, acciò che intiera nascesse. Venuto il termine del parto, madonna Daria parturi un bambino che in tutto rassomigliava al padre; ed era sí ben formato, che non vi era membro che non fosse in ogni parte perfetto. Di che la donna molto si rallegrava, ringraziando il compare che di tanto bene era stato cagione.
Non passò molto tempo che messer Artilao ritornò a Genova; e giunto a casa, trovò la moglie sana e bella: la quale gioiosa e festevole se gli fé’ in contro col fanciullo in braccio, e strettamente s’abbracciarono e basciarono. Intesa messer Liberale la venuta del compare, subito se n’andò a lui, e l’abbracciò, rallegrandosi del felice ritorno e del ben esser suo. Avenne che trovandosi un giorno messer Artilao a mensa con la moglie, e accarezzando il fanciullo, disse: — O Daria, oh come è bello questo bambino! Vedesti mai tu il più ben formato? Guarda che aspetto! mira che viso! considera quegli occhi lucenti come stelle! — e cosí di parte in parte il comendava in tutti gli suoi membri. Rispose madonna Daria:—Certo nulla vi manca: ma non già per opera vostra, marito mio; perciò che nella partenza vostra, come sapete, di tre mesi mi lasciaste gravida, e il bambino nel mio ventre restò delle sue membra imperfetto: di che ne portava gran sinistro nella gravidezza mia. Onde noi avemo da ringraziare messer Liberale nostro compare; il qual sollecito e diligente con la virtù sua sovenne all’imperfezione del bambino, sopplendo in tutte quelle parti, nelle quali voi avete mancato. — Messer Artilao, udite e ben intese le parole della moglie, stette sopra di sé, e quelle li furono un coltello al core, e subito comprese messer Liberale averlo tradito, e contaminata la donna; e da uomo prudente, fingendo di non aver intesa la cosa, tacque, e in altri ragionamenti si mise.
Levatosi da mensa, messer Artilao cominciò tra stesso considerare lo strano e vergognoso portamento del compare, il qual sopra ogn’altra persona amava: pensando giorno e notte con qual modo e con qual via della ricevuta ingiuria vendicar si potesse. Dimorando adunque il passionato in tai pensieri, né sapendo che strada tenere, pur al fine s’imaginò far cosa che gli riuscí secondo ch’egli voleva ed era il desiderio suo. Onde disse alla moglie: — Daria, fa che dimane tu apparecchi da desinare più lautamente, perciò che io voglio che messer Liberale e madonna Properzia, sua moglie e nostra comare, venghino a desinare con noi; ma fa, per quanto hai cara la vita, non parli, sofferendo pazientemente ciò che veder e intender potresti. — Il che di fare madonna Daria rispose. Partitosi di casa, andò in piazza, e trovò messer Liberale suo compare, e l’invitò con madonna Properzia sua moglie lo giorno seguente a desinar seco. Egli graziosamente accettò l’invito. Venuto il giorno seguente, il compare e la comare andarono alla casa di messer Artilao, ove furono amorevolmente veduti e accettati. Essendo tutti insieme, e ragionando di varie cose, disse messer Artilao: — Comare mia, mentre che si cuoceranno li cibi e apparecchierassi la mensa, voi vi farete una zuppa; — e menatala in un camerino, le porse un bicchiere di alloppiato vino, ed ella, fattasi una zuppa, senza timore alcuno la mangiò, e tutto ’l vino beve. Poi se n’andorono a desinare, e lietamente mangiorono. Appena che avevano fornito di mangiare, che a madonna Properzia venne sí fatto sonno, che non potea tenere gli occhi aperti. Il che vedendo, messer Artilao disse: — Comare, voi ve n’anderete un poco a riposare; forse avete la passata notte mal dormito; — e menòlla in un camerino: dove gettatasi sopra un letto, subito s’addormentò. Messer Artilao, temendo che la virtù della bevanda non venisse a meno, e li mancasse il tempo di operar quello che nell’animo nascoso tenea, chiamò messer Liberale; e dissegli: — Compare, partiamosi di qua e lasciamo la comare a suo bell’agio dormire; che forse per esser ella levata troppo per tempo, ha di bisogno di riposare. — Partitisi dunque ambiduo ed andatisi in piazza, messer Artilao finse di voler ispedire certi suoi negozi; e presa licenzia dal compare, nascosamente ritornò a casa. E chetamente entrato in camera dove la comare giaceva, s’approssimò a lei; e veduto che dolcemente dormiva, senza che alcuno di casa se n’avedesse, né che la comare sentisse, quanto più destramente che puote le levò le anella dalle dita e le perle dal collo, e di camera si partí. La bevanda dell’alloppiato vino già aveva persa la sua virtù, quando madonna Properzia si destò; e volendo levarsi di letto, vidde che le perle e le anella glie mancavano: e levata di letto, or qua or là cercando e ogni cosa sottosopra volgendo, nulla trovò. Onde tutta turbata uscí di camera, ed a madonna Daria addimandò se per avventura ella avesse avute le sue perle ed anella, e riservate. A cui rispose che no. Per il che madonna Properzia stava molto addolorata. Dimorando la poverella in tal affanno, né sapendo che rimedio prendere, sopragiunse messer Artilao; e vedendo la comare tutta affannosa e di mala voglia: — Che avete, comare mia, che sí forte vi ramaricate? — La comare narròli il tutto. Messer Artilao, fingendo nulla sapere, disse: — Cercate bene, comare mia, e pensate se in luogo alcuno, che ora non vi soviene, poste le avete, che forse le troverete; e non trovandole, vi prometto, da fede di buon compare, che io farò tal provisione, che gramo sarà colui che l’avrà tolte. Ma prima che si faccia movimento alcuno, cercate diligentemente in ogni parte. — Le comari e le fanti cercaron e ricercaron per tutta la casa, ogni cosa rivolgendo sottosopra; e nulla trovarono. Il che vedendo, messer Artilao cominciò far romore per casa, minacciando or questo or quello; ma tutti con giuramento dicevano nulla sapere. Dopo’, voltosi verso madonna Properzia, disse: — Comare mia, non vi attristate, ma state allegra, ch’ io son disposto vedere il fine di questo. E sapiate, comare mia, ch’appresso me è un secreto di tanta virtù, che, sia qual esser si voglia che tolte abbia le gioie, io lo scoprirò. — Questo intendendo, madonna Properzia, disse: — O messer compare mio, di grazia, vi prego, fate l’isperienza, acciò che messer Liberale non mi avesse sospettata e pensasse di me qualche male. — Messer Artilao, vedendo esser venuto il tempo opportuno di vendicarsi della ricevuta ingiuria, chiamò la moglie e le fanti; e dissele che uscissero di camera: e che niuna sia di tanto ardire, che s’approssimi alla camera, se prima non sarà chiamata. Partita la moglie con le fantesche, messer Artilao chiuse la camera, e con un carbone fece un cerchio in terra; e fatti alcuni segni e certi caratteri a modo suo, entrò nel cerchio, e disse a Properzia: — Comare mia, state cheta nel letto, né vi movete, né abbiate spavento di cosa che sentir potreste, perciò che non mi leverò di qua, che troverò le gioie vostre. — Non dubitate punto di me, — disse la comare, — che io non mi moverò, né farò cosa alcuna senza comandamento vostro. — Voltatosi allora messer Artilao verso la parte destra, fece alcuni segni in terra: indi alla sinistra ne fece alcuni in aria; e fingendo di parlar con molti, formava varie e strane voci, di maniera che madonna Properzia si smarriva alquanto: ma messer lo compare, che di questo se n’avedeva, le dava animo, confortandola che non si smarrisse. Essendo il compare stato nel cerchio per spazio di mezzo quarto di ora, mandò fuori una voce che barbottava, e in tal guisa diceva:
Quel ch’or non trovi e che cercando vai,
giace nel fondo della vai pelosa,
ch’ivi la tien, chi l’ha perduta, ascosa.
Ma pesca ben, che tu la troverai.
Queste parole diedero a madonna Properzia non minor allegrezza che maraviglia. Finito che fu l’incanto, disse il compare: — Comare, voi avete udito il tutto: e le gioie che smarrite esser credete, sono in voi. State allegra e di buon animo, che troveremo il tutto. Ma fa bisogno ch’ io le cerchi dove inteso avete. — La comare, che desiderava riaver le sue gioie, allegramente rispose: — Compare mio, intesi bene il tutto; non tardiate, ma con ogni diligenza cercate. — Messer Artilao, uscito fuori del cerchio ed andatosene al letto, si coricò appresso la comare, la qual non si mosse; e levatele i panni e la camiscia, cominciò pescare nella vai pelosa; e trattosi, non avedendosi lei, nella prima tratta che egli fece, un anello di seno, gli lo porse, dicendo: — Vedete, comare mia, coni’ io ho ben pescato, che alla prima tratta presi il diamante ! — La comare, veduto il diamante, molto s’allegrò; e disse: — O dolce mio compare, pescate ancora, che forse troverete l’altre gioie. — Il compare, seguendo virilmente la pescagione, ora trovava una gioia, ora l’altra, e finalmente col suo anzino trovò tutte le smarrite cose. Di che la comare molto paga e contenta rimase. Riavute tutte le sue care gioie, disse la comare: — O dolce mio compare, voi mi avete ricuperate tante cose; vedete per vostra fé’ se per aventura pescando poteste ritrovare un secchielletto molto bello, che alli passati giorni mi fu rubato, ed erami molto caro. — Rispose messer Artilao: — Molto volontieri. — E gettato da capo lo stromento nella vai pelosa, tanto s’operò, che toccò il secchiello: ma non ebbe tanta forza di traerlo fuori; e vedendo affaticarsi in darno, disse: — Comare mia, ho trovato il secchiello, ed hollo veramente tocco; ma perciò che è volto col fondo in su, lo stromento non si ha potuto attaccare, e per questo non lo posso traer fuori. — Madonna Properzia, che desiderava averlo, e che ’l giuoco molto le piaceva, gli persuadeva che pescasse ancora. Ma il compare a cui mancava l’oglio della lucerna, sí che più non ardeva, disse: — Comare, sapiate che lo stromento con cui fin ora abbiamo pescato, ha rotta la punta e non può più operare; però per ora arrete pacienzia. Dimane manderò lo stromento al fabbro, che li farà la punta; doppo a bell’agio pescheremo il secchielletto. — Ella s’accontentò, e tolta licenzia dal compare e dalla comare, allegra e contenta ritornò a casa sua.
Giacendo madonna Properzia una notte in letto col marito, e stando in piacevoli ragionamenti, pescando tuttavia ancor lui nella valle pelosa, disse: — O marito, per vostra fé’ guardate se pescando potreste mai per aventura trovare il secchielletto che ne’ passati giorni perdessimo; perciò che l’altrieri, avendo io perse le mie gioie, messer Artilao nostro compare, pescando in questa valle, trovolle tutte. Onde avendolo io pregato che pescasse anche il secchielletto perso, disse averlo tocco, ma non averlo potuto pigliare, perciò che era col fondo in su, e lo stromento suo per lo tanto pescare aveva rotta la punta. Però isperimentate ancor voi, se ritrovar lo poteste. — Messer Liberale, avedutosi del rimando fattogli dal compare, s’ammutì e pazientemente il scorno s’offerse. La mattina seguente ambiduo i compari si trovaro in piazza, e l’un guardava l’altro; non però né l’uno né l’altro osava scoprirsi, ma tacendo l’una parte e l’altra, né facendo alle mogli motto, finalmente le fecero communi, e davasi l’uno all’altro luogo di poter con l’altrui moglie prender trastullo. —
— La favola da Alteria non men graziosamente che prudentemente recitata, mi riduce a memoria una facezia non men ridicolosa che la sua, la quale mi fu da una nobil donna poco tempo fa brevemente narrata. E se io non ve la conterò con quella grazia, con quella leggiadria che mi fu raccontata da lei, mi arrete per iscusa, perché la natura mi ha denegato quello che a lei copiosamente concesse.
Sotto Fano, città nella Marca, posta al lito del mare Adriatico, trovasi una villa chiamata Carignano, copiosa di bei giovanazzi e di belle femine. Quivi tra gli altri abitava un contadino chiamato Sandro, il più faceto ed il più piacevol uomo che mai la natura creasse. E perché egli non si metteva pensiero di cosa alcuna, andasse male o bene che si volesse, era venuto sí robicondo e grasso, che le sue carni non altrimenti parevano ch’un lardo vergelato di porco. Costui, sendo già pervenuto all’età di quarant’anni, prese per moglie una feminazza non men piacevole né men grassa di lui, ed era in grandezza ed in grossezza simile a lui; e non sarebbe passata una settimana, ch’ egli non si avesse fatto radere la barba, acciò che più bello e più giocondo paresse. Avenne che Castorio, gentil uomo di Fano, giovane ricco, ma poco savio, comperò nella villa di Carignano un podere con una casa non troppo grande; ed ivi con duo serventi ed una femina per suo diporto la maggior parte della state dimorava.
Castorio, andando un dí doppo vespro per la campagna, come spesso far si suole, vide Sandro che col curvo aratro la terra volgeva; e vedendolo bello, grasso e robicondo, con viso allegro disse: — Fratello, non so la causa ch’io sono sí macilente e macro, come tu vedi, e tu sei robicondo e grasso. Io d’ogni tempo mangio dilicati cibi, beo preciosi vini, giaccio in letto quanto mi piace: nulla mi manca; e desidero più che ogn’altro uomo divenir grasso, e quanto più mi sforzo di ingrassarmi, tanto più mi smagrisco. Ma tu mangi lo verno i cibi grossi, bevi l’acquatico vino, lievi su la notte a lavorare, né mai la state hai di riposo un’ora; e nondimeno sei sí robicondo e grasso, che è un diletto a vederti. Onde, desideroso di tal grassezza, ti prego, quanto so e posso, che di tal cosa mi facci partecipe, dimostrandomi il modo che tenuto hai in divenir si grasso; e oltre i cinquanta fiorini d’oro che ora dar ti voglio, promettoti di guidardonarti di tal maniera, che di me per tutto il tempo della vita tua ti potrai lodare e chiamar contento. — Sandro, che aveva dell’astuto e del giotto ed era di rosso pelo, ricusava insegnarli il modo. Ma pur astretto dalle lunghe preghiere di Castorio e dal desiderio di avere i cinquanta fiorini, accontentò d’insegnargli la via. E lasciato di arare la terra, si pose con lui a sedere; e disse: — Signor Castorio, voi vi maravigliate della grassezza mia e della magrezza vostra, e credete i cibi esser quelli che smagriscono ed ingrassano; ma voi siete in grande errore, perciò che si veggono molti mangiatori e bevitori che non mangiano ma diluviano; nondimeno son sí macri, che paiono lucertole. Ma se voi farete quel che feci io, presto verrete grasso. — E che fatto hai tu? — disse Castorio. — Rispose Sandro: — Io già un anno mi fei cavare i testicoli; e d’allora in qua io sono, in questa maniera che vedete, grasso. — Soggiunse Castorio: — Mi maraviglio che non moresti. — Come morire? — disse Sandro. — Anzi il maestro che me li cavò, me gli trasse con tanta agevolezza e desterità, che quasi non sentii noia alcuna; e d’allora in qua sono fatte le mie carni come quelle d’un fanciullo, né mai mi trovai tanto lieto e contento, quanto ora mi trovo. — E chi fu colui che con tanta destrezza, senza che tu sentesti noia, ti trasse i testicoli? — Rispose Sandro: — Egli è morto. — Ma come si farà, — disse Castorio, — se egli è morto? — Rispose Sandro: — Quell’uomo da bene innanzi che morisse m’insegnò quest’arte, e d’allora in qua ho cavato i testicoli a molti vitelli, poliedri e altri animali, i quali sono venuti a maraviglia grassi; e se volete lasciare il carico a me, farò sí che vi partirete contento. — Ma dubito di morte, — disse Castorio. — Come di morte? — rispose Sandro. — I vitelli, i poliedri e gli altri animali, a’ quai trassi i testicoli, non sono per questo già morti. — Castorio, che era più che ogni altro uomo desideroso di venir grasso, si lasciò consigliare. Sandro, vedendo il voler di Castorio fermo e saldo, ordinò che sopra la fresca erba subito si stendesse ed aprisse le gambe. Il che fatto, tolse un coltellino che come rasoio tagliava, e presa la cassa de’ testicoli in mano e con oglio commune ben mollificata, destramente diede un taglio; e messe due dita nel luoco inciso, con tanta arte e con tanta destrezza gli cavò ambi i testicoli, che quasi non sentí dolore. E fattogli certo empiastro mollificativo con oglio e sugo d’erbe, il fece levar in piedi. Castorio, già fatto cappone anzi eunuco, mise mano alla borsa, e cinquanta fiorini li donò; e tolta licenza da lui, a casa fece ritorno.
Non era ancor passata un’ora, che Castorio, fatto eunuco, incominciò sentire il maggiore dolore e la maggior passione che mai uomo sentisse; né poteva trovar riposo, perciò che di dí in dí aumentava il dolore, e la piaga s’ammarciva, e rendeva un fetore, che chi s’approssimava a lui, sofferire non lo poteva. Il che venuto all’orecchi di Sandro, fortemente temette, e si pentì aver tal errore commesso, dubitando di morte. Castorio, vedendosi giunto a mal partito, oltre il dolore che avea, salí in tanto sdegno e furore, che voleva al tutto Sandro per uomo morto. E meglio che ei puote, accompagnato da duoi suoi servi, il trovò che cenava; e gli disse: — Sandro, tu hai fatta una gentil opera a farmi morire: ma innanzi ch’io moia, farotti sentire la pena del commesso fallo. — La causa, — disse Sandro, — fu vostra, e non mia; perciò che i preghi vostri m’indussero a farlo. Ma acciò che non paia manchevole nell’opera mia, né ingrato del beneficio ricevuto, né sia causa della vostra morte, domattina verrete per tempo alla campagna: ed ivi porgerovvi aiuto, né dubitate punto di morte. — Partitosi Castorio, Sandro si mise in amaro pianto, e voleva al tutto fuggire, e andarsene in alieni paesi, pensando tuttavia aver gli sbirri alle spalle che strettamente lo legasseno. La moglie, vedendo il marito dolersi né sapendo la causa del suo dolore, il domandò per che causa sí dirottamente piagnesse. Ed egli di punto in punto le raccontò la cosa. La moglie, intesa la causa del suo affanno, e considerata la sciocchezza di Castorio e il pericolo di morte, stette alquanto sopra di sé; indi, fatta una riprension al marito del pericolo grande in che era incorso, dolcemente il confortò, e pregollo che stesse di buon animo, ch’ella provederebbe sí fattamente, che non li sarebbe pericolo di morte.
Venuta l’ora del giorno sequente, la moglie prese i panni di Sandro suo marito, e se li mise indosso, e un cappello in capo; ed andatasene alla campagna con i buoi e con l’aratro, si mise a coltivare il terreno, aspettando che Castorio ivi venisse. Non stette molto che giunse Castorio; e credendo che la moglie di Sandro fosse esso Sandro che arasse la terra, disse: — Sandro, io mi sento morire se non m’aiuti. Il taglio che tu mi facesti, non è ancora saldato, anzi è putrefatto, e rende tanto puzzo, che dubito assai de’ fatti miei; e se non mi porgi soccorso, presto vedrai il fine della vita mia. — La moglie, che Sandro parea, disse: — Lasciami un poco veder il taglio, che poi provederemo. — Castorio, alciata su la camiscia, mostrò la piaga che già putiva. Il che vedendo, la moglie sorrise; e disse: — Castorio, voi temete di morte, e pensate il caso esser irreparabile; certo v’ ingannate, perciò che il taglio che mi fu fatto, è maggiore del vostro, e ancora non è saldato, e putisce molto più che la piaga vostra: e nientedimeno mi vedete robicondo, grasso e fresco come giglio; ed acciò che voi crediate quello ch’io vi dico, vi voglio dimostrar la piaga non ancor saldata. — E tenendo una gamba in terra e l’altra sopra l’aratro, alciossi i panni di dietro; e tratta una rocchetta secreta, inchinò il capo e gli mostrò la piaga. Castorio, vedendo il taglio di Sandro esser maggiore del suo, né in tanto tempo rinsaldato ancora, e sentendo il gran fetore che gli veniva al naso, e mirando che egli aveva inciso il membro virile, si rallegrò molto, e pacientemente sofferse ogni dolore e puzzo; né stette gran tempo che il meschinello si riebbe, e venne grasso, si come egli desiderava. —
— La donna, assuefatta ad alcuna cosa, o buona o rea che si sia, non si può da quella agevolmente astenere; perciò che in quell’abito ch’ella è lungamente vivuta, persevera fino al termine della vita sua. Per il che intendo ora raccontarvi un caso ad una vedovella avenuto; la quale, abituata nella puzzolente lussuria, non puote mai per modo alcuno da quella rimoversi, anzi con uno sottil inganno fatto al proprio figliuolo, che amorevolmente la riprendeva, non cessò dal suo malvagio proponimento: sí come nel discorso del mio ragionare a pieno intenderete.
Fu adunque, graziose donne, poco tempo fa, e forse ancora udito l’avete, nella pomposa ed inclita cittá di Vinegia, una vedovella, Polissena per nome chiamata, donna nel vero giovane di anni e di corpo bellissima, ma di bassa condizione. Costei col proprio marito ebbe un figliuolo, Panfilio chiamato, giovane ingenioso, di buona vita e di laudevoli costumi; ed era aurifice. E perché, sí come ho detto di sopra, Polissena era giovane vaga e piacevole, molti uomini, e de’ primai della città, la vagheggiavano, e fortemente la solecitavano. Ed ella, che già provati aveva i piaceri del mondo e i dolci abbracciamenti d’amore, agevolmente condescendeva alla volontà di coloro che la solecitavano, e in anima e in corpo a quelli si dava. Ella, essendo tutta fuoco, non si sottometteva a uno o duo amanti, il che sarebbe stato errore degno di perdono per esser giovane e di poco rimasa vedova; ma faceva copia della persona sua a chiunque desiderava gli abbracciamenti suoi, non avendo riguardo né a l’onor suo, né a quello del marito.
Panfilio, che di tal cosa era consapevole, non già che la favoreggiasse, ma perché di ora in ora s’accorgeva de’ pessimi portamenti della madre, si ramaricava molto, e ne sentiva quel grave cordoglio e dura passione di animo, quale ciascaduno prudentissimo uomo sentito arrebbe. Dimorando adunque il meschinello in questo tormento di animo, né potendo più sofferire tanto ignominioso scorno, più e più volte tra sé stesso deliberò uccidere la madre. Ma poscia considerando che da lei avuto aveva l’essere, si rimosse dal suo fiero proponimento, e volse vedere se con parole la poteva placare, e rimoverla da questo errore. Laonde, presa un giorno l’opportunità del tempo, si pose con la madre a sedere; e tai parole amorevolmente le disse: — Madre mia diletta e onoranda, non senza grandissimo dolore e affanno mi son posto quivi con esso voi a sedere, e rendomi certo che voi non arrete a sdegno intender quello che nel petto fin a ora tenni nascoso. Io vi ho per lo adietro conosciuta savia, prudente e accorta; ma ora imprudentissima vi conosco, e vorrei, sallo Iddio! esser tanto da lungi, quanto io vi sono da presso. Voi, per quanto io posso comprendere, tenete pessima vita, la quale oscura la fama vostra e il buon nome del quondam padre mio e marito vostro. E se non volete aver risguardo all’onor vostro, almeno abbiate rispetto a me, che vi sono unico figliuolo, in cui sperar potete che sarà vero e fido sostentacolo della vecchiezza vostra. — La madre, udite le parole del figliuolo, se ne rise, e fece a modo suo. Panfilio, vedendo che la madre faceva poco conto delle amorevoli sue parole, deliberò di non dirle più cosa alcuna, ma lasciarla far ciò che le aggradiva.
Non varcarono molti giorni, che Panfilio per sua sciagura prese tanta rogna, che pareva leproso; e perché era il freddo grande, non poteva remediarle. Stavasi il buon Panfilio la sera presso il fuoco, e di continovo grattavasi la rogna; e quanto più egli participava del calor del fuoco, tanto più s’accendeva il sangue e cresceva la smania. Stando una tra l’altre sere Panfilio al fuoco, e con somma dolcezza grattandosi la rogna, venne uno amante della madre, ed in presenzia del figliuolo stette gran pezza con esso lei in amorosi ragionamenti. Il meschinello, oltra la noia della infetta scabbia che fieramente lo premeva, di veder la madre con lui molto s’attristava. Partitosi l’amante, Panfilio, grattandosi tuttavia la rogna, alla madre disse: — Madre, altre volte io vi essortai che doveste reffrenare cotesta mala e disonesta vita, la qual parturisce e a voi vergogna ria e a me, che vi sono figliuolo, danno non picciolo; ma voi, come donna impudica, avete chiuse le orecchie, volendo piuttosto contentare gli appetiti vostri, che attender a gli consigli miei. Deh! madre mia! lasciate ormai questa ignominiosa vita, cessate da sí grave scorno, conservate l’onor vostro né vogliate esser causa della morte mia. Non vi avedete che la morte vi è sempre da canto? Non udite quello che di voi si ragiona? — E cosí dicendo di continuo si grattava la rogna. Polissena, udendo Panfilio suo figliuolo sí grandemente dolersi, imaginossi farli una burla, acciò che più non si ramaricasse di lei; e la burla le successe sí come ella bramava ed era il desiderio suo. E voltatasi con allegro viso verso il figliuolo, disse: — Panfilio, tu ti duoli e contristi di me, che io tengo mala vita; io il confesso, e tu fai quello che dee far un buon figliuolo. Ma se tu sei cosí desideroso dell’onor mio come tu dici, tu mi contentarai d’una sola cosa, ed io all’incontro ti prometto di mettermi nelle tue mani, e lasciare ogni amatore, e tenere buona e santa vita; ma non contentandomi, tieni per certo che tu non arrai il desiderio tuo, ed io mi darò a peggior vita che prima. — Il figliuolo, che desiderava più che ogni altra cosa l’onor materno, disse: — Comandate, madre, che se ben voleste che io mi gettasse nel fuoco ed ivi m’abbrusciasse, io per amor vostro il farei volentieri, mentre che voi non incorriate più nel vizio in cui fin’ora siete incorsa. — — Guarda — disse la madre, — e considera bene sopra quello che io ti dirò, che se tu intieramente l’osserverai, arrai l’intento tuo; se no, la cosa sarà con maggior tuo scorno e danno. — Io — disse Panfilio, — mi obligo di essequire quanto voi mi proponerete. — Disse allora Polissena: — Io da te, figliuolo, altro non voglio, salvo che per tre sere cessi di grattarti la rogna; e io ti prometto di sodisfare al desiderio tuo. — Il giovane, udita la materna proposta, stette alquanto sopra di sé: e quantunque dura gli paresse, nondimeno accontentò; e in fede di questo ambiduo si toccaron la mano. Sopra venne la prima sera, e Panfilio, partitosi da bottega, venne a casa; e posta giù la zamarra, si mise a passeggiare per la camera. Indi, perché il freddo lo molestava, si pose appresso il fuoco in un cantone; e tanto li crebbe la volontà di grattarsi, che quasi non si poteva ritenere. La madre, che era astuta e aveva acceso un buon fuoco acciò che il figliuolo meglio si scaldasse, vedendolo tergersi e distendersi non altrimenti di quello ch’arrebbe fatto una biscia, disse: — Panfilio, che fai tu? Guarda che non mi manchi della promessa fede, perciò che io non son a te per mancare. — Rispose Panfilio:—Non dubitate punto di me, madre mia. State pur voi ferma, ch’io non vi mancarò; — e tuttavia l’uno e l’altra rabbiava: l’uno di grattarsi la rogna, l’altra di ritrovarsi coll’amante suo. Passata con grandissima amaritudine la prima sera, sopragiunse l’altra; e la madre, acceso un buon fuoco e apparecchiata la cena, aspettò il figliuolo che ritornasse a casa. Il quale strinse i denti, e meglio che ’l puote, ancor la seconda sera ottimamente passò.
Polissena, vedendo la gran costanza di Panfilio, e considerando ch’erano passate due sere che grattato non si aveva, dubitò fortemente di non esser perdente; e tra sé stessa si ramaricava assai. E perché l’amoroso furore la tormentava molto, deliberò di far tal cosa, ch’egli avesse causa di grattarsi, ed ella trovarsi colli suoi amanti. Onde fatta una delicata cena con preciosi vini e potenti, aspettò il figliuolo che a casa tornasse. Venuto il figliuolo e veduto l’insolito apparato, maravigliossi molto; e voltatosi verso la madre, disse: — Madre, e dove procede la causa di cosi nobil cena? Arreste mai voi mutato pensiero? — A cui rispose la madre: — Certo no, figliuol mio; anzi son io più costante che prima. Ma considerando che tutto ’l giorno fino alla buia notte te ne stai a bottega a lavorare, e vedendo questa maledizion di rogna averti sí attenuato che appena la ti lascia vivo, molto m’attristava. Onde mossa a compassione di te, volsi prepararti alcuna dilicata vivanda, acciò che tu potesti sovenire alla natura e più gagliardamente resistere al tormento della rogna che tu sopporti. — Panfilio, che era giovanetto e semplice, non s’avedeva dell’astuzia materna, e che ’l serpe era tra bei fiori nascoso; ma postosi a mensa appresso il fuoco con la madre, cominciò saporitamente mangiare e allegramente bere. Ma l’astuta e maledetta madre ora moveva le legna e soffiava nel fuoco acciò che maggiormente ardesse, ora gli apporgeva il dilicato sapore di spezie condito, acciò che, dal cibo e dal calor del fuoco acceso, maggiormente si grattasse la rogna. Stando adunque Panfilio appresso il fuoco e avendo a saturità empiuto il ventre, vennegli una sí fatta rabbia di pizza, che si sentiva morire; ma pur volgendosi e rivolgendosi or qua or là, quanto più mai poteva, sofferiva il tormento. Il cibo salato e con spezie condito, il vino greco e il calor del fuoco gli avevano già si fieramente accese le carni, che ’l miserello non puote più durare; ma squarciatisi i panni dinanzi il petto, e slacciatesi le calze, e levatesi le maniche della camiscia sopra le braccia, si puose sí fortemente a grattarsi, che d’ogni parte a guisa di sudore il sangue pioveva: e voltatosi verso la madre, che tra sé stessa rideva, ad alta voce disse: — Ogn’un torni al suo mistiero! ogn’un torni al suo mistiero! — La madre, vedendo già aver vinta la lite, finse di dolersi; e disse al figliuolo: — Panfilio, che sciocchezza è la tua? che pensi tu di fare? è questa la promessa che fatta mi hai? Tu non potrai più dolerti di me, ch’io non ti abbia servata la fede. — Panfilio, tuttavia forte grattandosi, con animo alquanto turbato rispose: — Madre, ogn’un torni al suo mistiero; voi farete fatti vostri, ed io farò i miei. — E d’allora in qua il figliuolo non ebbe più ardire di riprender la madre, ed ella ritornò alla usata sua mercatanzia, aumentando le facende sue. —
— Quantunque, graziose donne, la modestia sia laudevole appresso a tutti, niente di meno molto più laudevole la giudico quando ella si trova in un uomo che conosca sé stesso. E però con sopportazione di queste mie madonne, racconterò una favola non men arguta che bella; la quale, ancor che alquanto ridicolosa sia e disonesta, sarà però da me narrata con quelle convenevoli ed oneste parole che si richieggono. E se per aventura in parte alcuna il mio ragionare offendesse le caste orecchie vostre, chieggole perdono, pregandole che ad altro tempo contra me riserbino il castigo.
Trovasi nella nobile città di Firenze uno monasterio assai famoso di santità e di religione, il cui titolo ora con silenzio trapasso per non guastare con sí fatta macchia il suo glorioso nome. Avenne che la badessa di quel luogo s’infermò; e giunta al termine della vita sua, rese il spirito al suo creatore. Morta adunque e solennemente sepolta la badessa, le suore feceno sonare a capitolo; e tutte quelle che avevano voce, si raunorono in quello. Il vicario di monsignor lo vescovo, che era uomo prudente e savio e che desiderava la elezione della nuova badessa giuridicamente procedere, fece motto alle suore che sedessero; dopo’ in tal modo le disse: — Donne venerande, voi chiaramente sapete che ad altro fine non siete qua raunate, se non per far elezione di una che sia capo vostro. Se cosí è, voi per conscienza vostra eleggerete quella che vi parrà migliore. — E cosí di fare tutte le donne risposero.
Avenne che nel monasterio trovavansi tre donne, tra’ quai nacque grandissima differenza, qual di loro dovesse esser badessa; perciò che ciascaduna di loro era molto favoreggiata dalle suore, e riputavasi per assai rispetti alle altre superiore; e però ciascaduna di loro desiderava esser badessa. Mentre che le monache si preparavano di far la elezione della nuova badessa, si levò in piedi una delle tre donne, suor Veneranda chiamata; e voltatasi alle suore, cosí disse: — Sorelle e figliuole da me amate molto, voi chiaramente potete comprendere con quanta amorevolezza io sempre abbia a cotesto monasterio servito, che già ne sono venuta vecchia, anzi decrepita. Onde per la lunga servitù mia e per l’età, mi parrebbe convenevole che io fosse per vostro capo eletta. E se non vi muoveno ad eleggermi le fatiche sostenute e le vigilie fatte nella gioventù mia, movavi almeno la vecchiezza, la quale dee esser sopra ogni cosa sommamente onorata. Voi vedete che poco mi resta a fornire il tempo di mia vita; considerate che tosto darò luogo ad un’altra. E però, figliuole mie, mi darete questa breve allegrezza, riducendovi a memoria i buoni consigli che sempre vi ho dati. — E dette queste parole, lagrimando tacque. — Finito che ebbe suor Veneranda di parlare, levossi in piedi suor Modestia, di età seconda; e in tal maniera disse: — Madri e sorelle mie, voi avete apertamente udita e chiaramente intesa la proposta di suor Veneranda; la quale avenga che sia la più attempata di alcuna di noi altre, non però per mio giudicio la dovete eleggere in vostra badessa, perciò che ella è oggimai di tal età, che più della scempia che della savia tiene, e più tosto dovrebbe esser retta d’altrui, che essa noi altre reggere. Ma se voi con maturo giudicio considerarete la grandezza e la dependenzia mia, e di che legnaggio nata sia, certamente per debito di conscienzia alcun’altra che me non farete badessa. Il monasterio, sí come ciascaduna di voi può sapere, è molto vessato da liti ed ha bisogno di favori. Ma qual favor maggiore potrebbe il monasterio nelle sue occorrenzie avere, che quello de’ parenti miei? I quali, essendo io capo vostro, porrebbono la vita non che la robba per quello. — Appena nonera suor Modestia al suo luogo assisa, che suor Pacifica si levò in piedi; ed in tal guisa riverentemente parlò: — Mi persuado, venerabili sorelle, anzi certissima mi tengo che voi, come donne prudenti e savie, prenderete ammirazione non picciola che io, pur l’altr’ieri venuta ad abitare questo luogo, mi voglia agguagliare, anzi preporre a queste due nostre onorande sorelle, le quali e di età e di prosapia mi sono superiori. Ma se con gli occhi dell’ intelletto saggiamente considerarete quante e qual siano le condizioni mie, senza dubbio voi farete stima maggiore della gioventù mia che della loro vecchiezza e parentado. Io, sí come è cosa a voi tutte manifesta, portai meco amplissima dote, colla quale il vostro monasterio, che già era per antiquità tutto distrutto, è ora dalle fondamenta sino al tetto rinnovato. Taccio le case ed i poderi co’ denari della mia dote comperati, de quai ogni anno ne cavate grandissime rendite. Per queste adunque ed altre condizioni mie, e per ricompensamento di tanto beneficio quanto ricevuto avete, me in vostra badessa eleggerete, perciò che il viver e il vestir vostro da Dio e dalla mia dote e non altronde dipende. — E cosí detto, se n’andò a sedere. Compiuti che ebber le tre suore i loro sermoni, il vicario di messer lo vescovo fece tutte le donne ad una ad una venir alla presenza sua e scrisse il nome di colei che ciascaduna di loro voleva per sua conscienza fosse abadessa. Compiuto il dar de’ voti, tutta tre rimasero negli voti uguali, né tra loro era differenza alcuna. Onde tra tutte le monache nacque grandissimo contrasto, e chi l’una e chi l’altra e chi la terza per suo capo voleva, né per maniera alcuna acchetar si potevano.
Il vicario, vedendo la lor dura ostinazione, e considerando che ciascaduna delle tre suore per le sue buone condizioni tal dignità meritava, pensò di trovar via e modo che una di quelle tre, senza dar materia di turbamento alle altre, rimanesse badessa. E chiamate le tre donne alla presenza sua, disse: — Madri mie dilette, io a bastanza intesi le virtù e condizioni vostre, e ciascaduna di voi per le degne opere sue meritarebbe esser abadessa. Ma tra queste venerande suore è grandissimo contrasto nella elezione, e i voti egualmente procedono. Però, acciò che in amore e in tranquilla pace vi conserviate, io vi proporrò nello eleggere la badessa un modo, il quale, come io spero, sarà di sí fatta maniera, che al fine tutte rimarrete contente. Il modo adunque è questo. Ciascaduna di queste tre mie madri che desiderano aspirare all’onorato grado, s’ingegnerà tra tre giorni di far nella presenza nostra alcuna cosa che sia laude voi e e degna di memoria; e qual di lor tre dimostrerà opera di maggior gloria e virtù, quella fia da tutte le suore concordevolmente eletta, prestandole la riverenza e l’onore che se le conviene. — Piacque assai alle donne la determinazione di messer lo vicario; e cosí tutte ad una voce promisero di osservare. Venuto il determinato giorno, e raunate tutte le suore nel capitolo, messer lo vicario fece a sé venire le tre suore che alla bazial dignità salire volevano, e interrogolle se pensato avevano a’ casi suoi, facendo alcuna gloriosa dimostrazione. Esse unitamente risposero di sí.
Postesi tutte a sedere, suor Veneranda, che era più attempata delle altre, si mise in mezzo del capitolo, e trasse fuori un ago damaschino che era fitto nella nera cocolla; e levatisi i panni dinanzi, in presenza del vicario e delle suore sì minutamente orinò per lo forame de l’ago, che pur una gocciola non si vide a terra cadere, se prima non era per lo forame passata. Questo vedendo, messer lo vicario e le donne tutte pensarono costei dover essere la badessa, né poter farsi cosa che di quella fosse migliore. Indi levossi suor Modestia, che era la seconda di età; e messasi in mezzo del capitolo, prese un dado con cui si giuoca, e poselo sopra uno scanno; dopo’ prese cinque granella di minuto miglio, e posele sopra i cinque punti del dado, assignando a ciascun punto il grano suo; poscia alciossi i panni di dietro, ed accostatasi con le parti posteriori
al scanno sopra il quale giaceva il dado, mandò fuori del
forame una rocchettta sí grande e sí terribile, che fece il vicario e le donne quasi tutte spaurire. E quella rocchetta, ancor che uscisse fuori del forame con grandissimo soffiamento, fu nondimeno tratta con tanta virtù ed arte, che ’l granello di mezzo fermo al suo luogo rimase, e gli altri quattro disparvero, che non furon più veduti. Questa pruova non parve al vicario e alle donne minore della prima; ma stettero chete ad aspettare la prodezza di suor Pacifica. La quale, appresentatasi nel mezzo del capitolo, fece una prova non da vecchia, ma da donna virile. Imperciò che ella trasse fuori di seno un duro osso di peschio, e gettollo in alto; e subito alzossi i panni, e quello prese con le natiche, e sí fattamente lo strinse, che lo ruppe, e fecelo venire non altrimenti che minuta polve. Il vicario, che era prudente e savio, cominciò con le donne maturatamente considerare le prodezze di tutta tre le donne; e vedendo che non se ne poteva aggiungere, tolse tempo a pronunciare la diffinitiva sentenzia. E perché negli suoi libri egli non seppe mai trovare la decisione di questo caso, il lasciò irresolubile, e sino a questo giorno ancora la lite pende. Voi adunque, sapientissime donne, darete la sentenzia, la quale per la grandezza della cosa io non ardisco proferire. —
— Suolsi dire, carissime donne, che la virtù consiste nelle parole, nell’erbe e nelle pietre; ma le pietre avanzano in virtute l’erbe e le parole: sí come per questa mia brevissima favoluzza intenderete.
Era nella città di Bergamo un sacerdote avaro, chiamato pre’ Zefiro, e aveva fama di aver gran danari. Costui aveva un giardino fuori della città presso alla porta che si chiama
Penta. Il qual giardino era circondato da mura e fosse, di modo che non vi potevano entrare uomini né animali, ed era ornato di diversi arbori d’ogni sorte; e tra gli altri vi era un gran figaro con suoi rami sparsi d’intorno, carico di frutti bellissimi e ottimi, de’ quali soleva participare ogni anno con gentil’uomini e primai della città. Erano quei fighi di color misto tra bianco e pavonazzo, e gettavano lagrime come di mele; ed eranvi sempre guardiani che gli custodivano diligentemente. Una notte, che per caso non vi erano li guardiani, un giovane ascese sopra quest’arbore; e scegliendo i fighi maturi, quelli con silenzio cosí vestiti nella voragine del ventre suo fedelmente nascondeva. Pre’ Zefiro, ricordandosi che non erano guardiani al suo giardino, vi andò volando; e subito che fu entrato dentro, vidde costui che sedeva su l’arbore mangiando i fighi a suo bell’agio. Onde il sacerdote incominciò pregarlo che descendesse; e non descendendo, egli si gettò in genocchioni, scongiurando per lo cielo, per la terra, per i pianeti, per le stelle, per gli elementi e per tutte le sacre parole che si trovano scritte, che venisse giuso; e il giovane tanto più attendeva a mangiare. Pre’ Zefiro, vedendo che non faceva profitto alcuno con tai parole, raccolse dell’erbe, ch’erano lí d’intorno, e in virtù di quelle lo scongiurava che descendesse; ed egli più alto ascendeva, meglio accomodandosi. Allora il prete disse queste parole: — Gli è scritto che nelle parole, nell’erbe e nelle pietre sono le virtù; per le due prime ti ho scongiurato, e non ti hai curato di descendere; ora in virtù di quelle ti scongiuro che debbi venir giuso. — E cosí cominciò a trarli delle pietre con mal animo e gran furore; e ora l’aggiungeva nel braccio, ora nelle gambe e ora nella schiena. Onde per gli spessi colpi tutto enfiato percosso e malmenato, gli fu forza a descendere; e dandosi il giovane alla fuga, depose i fighi ch’egli s’aveva ragunati in seno. E cosí le pietre avanzaro in virtù l’erbe e le parole. —
Tutte le parti dell’estremo e freddo occidente già cominciavano adombrarsi, e di Plutone l’amata amica già da ogni canto le notturne tenebre dimostrava, quando l’onesta e fida compagnia al palazzo della signora si ridusse. Onde di mano in mano secondo i loro ordini postisi a sedere, sí come le trapassate notti aveano fatto, non altrimenti fecero la presente. Il Molino di ordine della signora comandò il vaso fosse recato; e messavi la mano dentro, trasse prima di Vicenza il nome: indi, di Fiordiana: dopo, di Lodovica; riserbando a Lionora il quarto luogo e ad Isabella il quinto. Finito l’ordine di quelle che avevano a favoleggiare, la signora ordinò che Lauretta una canzone cantasse: la quale ubidientissima senza altra iscusazione cosí a dire incominciò:
Ardo tremando e ne l’arder agghiaccio;
disir d’un fermo amor fido e perfetto
mi tien tra ’l sí e ’l no tardo e sospetto.
Arrei più volte il mio pensier scoperto,
sol per temprar del core
l’infinita passion ch’ai fin mi scorge;
ma vergogna e timor del vostro onore,
guerreggiando egualmente col desire,
al lungo mio martire
un tal effetto porge,
che d’un sí ardente amor comprendo aperto
il viver dubbioso e ’l morir certo.
Finita la soave ed amorosa canzone, Vicenza, a cui per sorte aveva tocco il primo aringo della presente notte, levatasi in piedi e fatta la debita reverenza, cosí a dire incominciò:
— Lungo sarebbe il raccontare quanto e qual sia l’amore che porta la moglie al marito, massimamente quando ella ha uomo a sodisfacimento di sé stessa trovato. Ma pel contrario non è odio maggiore di quello della donna, quando ella si trova in podestà di marito che poco le aggrada; perciò che, sí come scriveno i savi, la donna o sommamente ama o sommamente odia. Il che agevolmente potrete comprendere, se alla favola, che ora raccontar v’ intendo, benigna audienza prestarete.
Fu adunque, valorose donne, un mercatante nominato Ortodosio Simeoni, nobile fiorentino, il quale aveva una donna per moglie Isabella chiamata, vaga d’aspetto, gentile di costumi e di vita assai religiosa e santa. Ortodosio, desideroso di mercatantare, prese licenzia da’ parenti suoi, e non senza grandissimo cordoglio della moglie, di Firenze si partí, e con le sue merci in Fiandra se n’andò. Avenne che Ortodosio per sua buona, anzi malvagia sorte, prese una casa a pigione a dirimpetto d’una corteggiana nomata Argentina; del cui amore sí fieramente s’accese, che non che d’Isabella, ma di sé stesso più non si ricordava. Erano trascorsi cinque anni che Isabella non aveva udita novella alcuna di suo marito, se vivo o morto fosse, o dove si trovasse. Di che ella ne sentiva la maggior passione che mai donna sentisse; e parevale che a tutte ore l’anima le fusse tratta fuori del cuore. La miserella, sendo religiosa e tutta dedita al divino culto, per sua divozione ogni dí se n’andava alla chiesa dell’Annunciata di Firenze; ed ivi, postasi in genocchioni, con calde lagrime e pietosi sospiri che dal petto uscivano, pregava Iddio che a suo marito concedesse il presto ritorno. Ma gli umili prieghi e lunghi digiuni e le larghe limosene ch’ella faceva, nulla le giovavano; laonde vedendo la poverella che né per digiuni, né per orazioni, né per limosene, né per altri beni da lei fatti essaudita non era, determinò cangiare maniera e prender contrario partito; e sí come ella per l’adietro era stata divota e fervente nelle orazioni, cosí ora tutta si diede alle incantagioni e fatture, sperando le cose sue riuscirle in meglio. Ed andatasene sola una mattina a trovar Gabrina Furetta, a quella molto si raccomandò, isponendole tutte le bisogna sue.
Era Gabrina donna molto attempata e nell’arte magica più che ogni altra isperimentata; e facea cose fuor d’ogni natural costume, ch’era un stupor ad udire, non che a vedere. Gabrina, inteso il desiderio d’Isabella, si mosse a pietà e promise d’aiutarla; e confortolla ad esser di buon animo, che tosto vederebbe e goderebbe il suo marito. Isabella, per la buona risposta tutta allegra, aperse la borsa, e dièle dieci fiorini. Gabrina, per gli ricevuti danari lieta, si mise in vari ragionamenti, aspettando la buia notte. Venuta l’ora destinata dalla maga, ella prese il suo libretto, e fece in terra un cerchio di non molta grandezza, intorniandolo con certi segni e caratteri; indi prese un dilicato liquore e una gocciola ne beve, ed altrettanto ne diede ad Isabella bere. E bevuto che ella ebbe, cosí le disse: — Isabella, tu sai che noi siamo qui ridotte per far uno scongiuro, acciò che intendiamo del marito tuo; però è bisogno che tu sii costante, non temendo cosa che tu sentesti o vedesti, che spaventevole fusse. Né ti dia l’animo d’invocar Iddio, né santi, né farti segno di croce, perciò che non potresti tornar a dietro, e staresti in pericolo di morte. — Rispose Isabella: — Non dubitate punto di me, Gabrina; ma state sicura che, s’io vedesse tutti e demòni che nel centro della terra abitano, non mi smarrirei. — Spogliati adunque, —disse la maga, — ed entra nel cerchio. — Isabella, spogliatasi e nuda come nacque rimasa, nel cerchio animosamente entrò. Gabrina, aperto il libro e parimente entrata nel cerchio, disse: — Per la potente virtù che io mi trovo avere sopra voi, prencipi infernali, vi scongiuro che immantenenti vi appresentate dinanzi a me. — Astaroth, Farfarello e gli altri prencipi de’ demòni, astretti dal scongiuro di Gabrina, con grandissime strida a lei subito s’appresentaro; e dissero: — Comanda ciò che ti piace. — Disse Gabrina: — Io vi scongiuro e comando che senza indugio alcuno e veracemente mi palesate dove ora si trova Ortodosio Simeoni marito d’Isabella, e s’egli è vivo o morto. — Sappi, Gabrina, — disse Astaroth, — che Ortodosio vive ed è in Fiandra: e dell’amor di Argentina è sí focosamente acceso, che della moglie più non s’arricorda. —
La maga, questo intendendo, comandò a Farfarello che in un cavallo si trasformasse, e là dove era Ortodosio, Isabella conducesse. Il demonio, in cavallo trasformato, prese Isabella; e levatosi nell’aria, senza ch’alcuno nocumento ella sentisse né timore avesse, nell’apparir del sole nel palazzo d’Argentina invisibilmente la pose. Fece Farfarello subito Isabella in Argentina cangiare, e sí chiara era la lei apparenza, che non Isabella, ma Argentina pareva; e in quel punto trasmutò Argentina in una forma di donna attempata, la quale d’alcuno non poteva essere veduta né sentita, né ella poteva veder altrui. Venuta l’ora di cena, Isabella, cosí trasformata, cenò col suo Ortodosio: indi andatasene in una ricca camera, ov’era un morbido letto, a lato di lui si coricò; e credendo Ortodosio con Argentina giacere, giacque con la propria moglie. Di tanta virtù, di tanta forza furon le tenere carezze, gli stretti abbracciamenti, congiunti con gli saporiti basci, che in quella notte Isabella s’ingravidò. Farfarello in questo mezzo furò una veste di ricco trapunto di perle tutta ricamata, e un vago monile che per l’adietro Ortodosio ad Argentina donato aveva: e aggiunta la notte sequente, Farfarello fece Isabella e Argentina nella propria forma ritornare: e presa sopra la groppa Isabella, la mattina nel spuntar dell’aurora nella casa di Gabrina la mise, e a lei Farfarello diede la veste e il monile. La maga, avuta la veste e il monile dal demonio, li diede ad Isabella, dicendo: — Figliuola mia, terrai queste cose care; perciò che a tempo e luogo saranno della tua lealtà vero testimonio. — Isabella, presa la veste e il vago monile e rese le grazie alla maga, a casa ritornò.
Ad Isabella, passato il quarto mese, incominciò crescere il ventre e dimostrare segno di gravidezza. Il che vedendo, i suoi parenti molto si maravigliarono, e massime avendola per donna religiosa e santa. Onde più volte l’addimandaro se era gravida, e di cui. Ed ella con allegra faccia, di Ortodosio sé esser pregna respondeva. Il che esser falso i parenti dicevano, perciò che chiaramente sapevano il lei marito già gran tempo esser stato e ora esser da lei lontano, e per consequente esser impossibile lei di Ortodosio esser gravida. Per il che i parenti addolorati molto cominciorono temere il scorno che li poteva avenire, e tra loro più fiate deliberarono farla morire. Ma il timore d’Iddio, la perdita dell’anima del fanciullo, il mormorar del mondo e l’onor del marito da tal eccesso rimovendoli, volsero della creatura aspettare il nascimento. Venuto il tempo del parto, Isabella uno bellissimo fanciullo partorì. Il che inteso, i parenti grandemente si duolsero; e senza indugio ad Ortodosio in tal maniera scrissero: «Non già per darvi noia, cognato carissimo, ma per dinotarvi il vero, noi vi avisiamo Isabella vostra moglie e sorella nostra aver non senza nostro grave scorno e disonore partorito un figliuolo, il qual di cui sia, noi no ’l sapiamo; ma ben giudicheressimo da voi esser generato, quando da lei non foste cosí lungamente stato lontano. Il fanciullo con la sfacciata madre sarebbe finora per le nostre mani di vita spento, se la riverenza che noi portiamo a Dio, intertenuti non ci avesse. E a Dio non piaccia che nel proprio sangue si macelliamo le mani. Provedete adunque a’ casi vostri, e salvate l’onor vostro, né vogliate sofferire che tal offesa rimanga impunita ».
Ricevute che ebbe Ortodosio le lettere, e intesa la trista novella, grandemente si ramaricò; e chiamata Argentina, le disse: — Argentina, a me fa bisogno molto di ritornar a Firenze, acciò che ispedisca certe mie bisogna di non picciola importanza; le quali fra pochi giorni ispedite, subito ritornerò a te. Tu in questo mezzo abbi cura di te e delle cose mie, non altrimenti giudicandole che se tue fussero; e vivi allegra, arricordandoti di me. — Partitosi adunque di Fiandra, Ortodosio con prosperevole vento ritornò a Firenze; e giunto a casa, fu dalla moglie lietamente ricevuto. Più volte venne ad Ortodosio un diabolico pensiero di uccidere Isabella e di Firenze chetamente partirsi; ma considerando il pericolo e il disonore, volse ad altro tempo riservarsi il castigo. E senza dimora fece intendere a’ suoi cognati il ritorno suo, pregandogli che nel seguente giorno a desinar seco venissero. Venuti i cognati, secondo l’invito fatto, a casa di Ortodosio, furono ben veduti da lui e meglio accarezzati; e tutti insieme allegramente desinarono. Finito il prandio e levata la mensa, Ortodosio cosí a dire incominciò: — Amorevoli cognati, penso che a voi manifesta sia la causa per la quale noi quivi raunati siamo: e però non fa mistieri ch’io lungamente mi distendi in parole; ma verrò al fatto che a noi s’appartiene. — Ed alzato il viso contra la moglie, che a dirimpetto li sedeva, disse: — Con cui, Isabella, il fanciullo, che in casa tieni, hai tu conceputo? — A cui Isabella: — Con esso voi, — rispose. — Meco? e come meco? — disse Ortodosio; — già sono cinque anni che io ti sono lontano, e d’allora che mi partii, non mi hai veduto. E come dici tu averlo conceputo meco ? — Ed io vi dico, — disse Isabella, — che ’l figliuolo è vostro; e in Fiandra con esso voi hollo conceputo. — Allora Ortodosio, d’ira acceso, disse: — Ah, bugiarda femina e d’ogni vergogna priva, quando in Fiandra fosti tu giamai? — Quando giacqui nel letto con voi, — rispose Isabella. E cominciando dal principio del fatto li raccontò il luogo, il tempo e le parole tra loro quella notte usate. Il che quantunque ad Ortodosio ed a’ cognati ammirazione porgesse, non però credere lo poteano. Onde Isabella, vedendo la dura ostinazione del marito e conoscendolo incredulo, levossi da sedere, e andatasene in camera, prese la veste ricamata e il bel monile; e ritornata al marito, disse: — Conoscete voi, signor mio, questa veste sí divinamente trappunta? — A cui Ortodosio, quasi smarrito e fuor di sé rispose: — Ben è vero che una veste simile mi mancò, né mai di quella si puote aver nuova. — Sapiate — disse Isabella, — questa esser la propria veste che allora vi mancò. — Indi posta la mano in seno, trasse fuora il ricco monile, e disse: — Conoscete voi ancora questo monile? — A cui contradire non potendo il marito, di conoscerlo rispose: soggiongendo, quello con la veste esserli stati allora involato. — Ma acciò che voi, disse Isabella, — conosciate la fedeltà mia, vogliovi apertamente dimostrare che scioccamente voi vi sfidate di me. — E fattosi recare il fanciullo, che la balia nelle braccia teneva, e spogliatolo de’ suoi bianchissimi pannicelli, disse: — Ortodosio, conoscete voi questo bambino? — e mostròli il piede manco che del dito minore mancava: vero indizio e intiero testimonio della materna fede, perciò che ad Ortodosio altresí tal dito naturalmente mancava. Il che Ortodosio vedendo, sí fattamente s’ammutì, che non seppe né puote contradire; ma preso il fanciullo nelle braccia, lo basciò, e per figliuolo lo ricevette. Allora Isabella prese maggior ardire, e disse: — Sapiate, Ortodosio mio diletto, che i digiuni, le orazioni e gli altri beni ch’io feci per sentir novelle di voi, mi hanno fatto ottenere quello che sentirete. Io, stando una mattina nel sacro tempio dell’Annunciata in genocchioni pregandola che intendessi di voi nuova, fui essaudita. Imperciò che da un angelo in Fiandra io fui invisibilmente portata, e appresso voi nel letto mi coricò; e tante furon le carezze che in quella notte mi feste, che di voi gravida rimasi. E nella seguente notte con le robbe a voi mostrate a Firenze nella propria casa mi ritrovai. — Ortodosio e i fratelli, veduti ch’ebbero gli evidentissimi segni e udite le parole che Isabella fedelmente raccontava, insieme l’un con l’altro s’abbracciarono e basciarono, e con amore maggiore che prima la loro parentela stabilirono. Dopo passati alcuni giorni, Ortodosio in Fiandra ritornò, dove onorevolmente maritò Argentina; e caricate le sue merci sopra una grossa nave, ritornò a Firenze, dove con Isabella e col fanciullo in lieta e tranquilla pace lungo tempo visse. —
— Amore, sí come io trovo dagli uomini savi prudentissimamente descritto, niuna altra cosa è che una irrazionabile volontà, causata da una passione venuta nel cuore per libidinoso pensiero. I cui malvagi effetti sono dissipamento delle terrene ricchezze, guastamente delle forze del corpo, disviamento dell’ingegno, e della libertà privazione. In lui non è ragione, in lui non è ordine, in lui non è stabilità alcuna. Egli è padre de’ vizi, nemico della gioventù, e della vecchiezza morte; e rade volte o non mai gli è conceduto felice e glorioso fine: sí come avenne ad una donna della famiglia Spolatina, la qual, sottoposta a lui, miseramente finí la vita sua.
Ragusi, valorose donne, chiarissima città della Dalmazia, è posta nel mare, ed ha non molto da lungi una isoletta communalmente chiamata l’Isola di mezzo, dove è un forte e ben fondato castello; e tra Ragusi e la sopradetta isola è un scoglietto, dove altro non si trova se non una chiesa assai picciola con un poco di capanna mezza coperta di tavole. Quivi non abitavano persone per esser il luoco sterile e di cattiva aria, eccetto un Calogero, Teodoro chiamato, il quale per scargamento de’ peccati suoi divotamente serviva a quel tempio. Costui, non avendo il modo di sostentare la vita sua, andavasi quando a Ragusi e quando all’Isola di mezzo, e mendicava. Avenne che sendo un giorno Teodoro nell’Isola di mezzo e mendicando il pane secondo il costume suo, trovò quello che mai non s’avea imaginato di trovare. Imperciò che se gli fé’ incontro una vaga e leggiadra giovane, Malgherita nomata; la qual, veggendolo di forma bello e riguardevole, considerò tra sé stessa lui essere uomo più tosto da essercitarsi ne’ piaceri umani, che darsi alla solitudine. Onde Malgherita sí fieramente nel cuore l’abbracciò, che giorno e notte ad altro non pensava che a lui. Il Calogero, che di ciò ancora non s’avedeva, continuava il suo essercizio di mendicare: e spesso se n’andava alla casa di Malgherita, e chiedevale limosina. Malgherita, del lui amore accesa, facevagli limosina; non però osava scoprirgli il suo amore. Ma amore, che è scudo di chiunque volontieri segue le sue norme, né mai gli manca d’insegnar la via di pervenire al desiderato fine, diede alquanto di ardire a Malgherita; e accostatasi a lui, in tal guisa disse: — Teodoro, fratello e solo refrigerio dell’anima mia, tanta è la passione che mi tormenta, che se voi non mi prestate aiuto, presto mi vedrete di vita priva. Io, infiammata del vostro amore, non posso più resistere all’amorose fiamme. Ed acciò che voi di mia morte non siate cagione, mi prestarete subito soccorso; — e queste parole dette, si mise fortemente a piagnere. Il Calogero, che ancor non s’aveva aveduto ch’ella l’amasse, restò come pazzo. Ma rassicurato alquanto, ragionò con lei; e sí fatti furono i ragionamenti loro, che, lasciate da canto le cose celesti, nelle amorose entrarono: né altro li restava, se non il commodo di trovarsi insieme e adempir la lor bramosa voglia. La giovane, che era molto accorta, disse: — Amor mio, non dubitate; che io vi dimostrerò il modo che avremo a tenere. Il modo sarà questo. Voi in questa sera a quattro ore di notte porrete un lume acceso alla finestra della capanna vostra; ed io, quello veduto, immantenenti verrommi a voi. — Disse Teodoro: — Deh! come farai tu, figliuola mia, a passar il mare? Tu sai che né io né tu avemo navicella da traghettare; e mettersi nell’altrui mani sarebbe molto pericoloso all’onore e alla vita d’ambiduo. — Disse la giovane: — Non dubitate punto; lasciate il carico a me, perciò che io trovai la via di venire a voi senza pericolo di morte e di onore. Io, veduto il lume acceso, me ne verrò a voi nuotando; né alcuno saprà i fatti nostri. — A cui Teodoro: — Egli è pericolo che non ti attuffi nel mare; perciò che tu sei giovanetta e di poca lena, e il viaggio è lungo, e ti potrebbe agevolmente mancare il fiato, e sommergerti. — Non temo — rispose la giovane, — di non mantener la lena; perciò che io nuoterei a gara d’un pesce. — Il Calogero, vedendo il suo fermo volere, accontentò; e venuta la buia notte, secondo il dato ordine, accese il lume: e apparecchiato un bianchissimo sugatoio, con grandissima allegrezza aspettò la desiderata giovane. La quale, veduto il lume, s’allegrò; e spogliatasi le sue vestimenta, scalza e in camiscia, sola n’andò alla riva del mare: dove, trattasi la camiscia di dosso e ravoltala a lor guisa in testa, s’aventò nel mare; e tanto le braccia e i piedi nuotando distese, che in men d’un quarto d’ora aggiunse alla capanna del Calogero, che l’aspettava. Il quale, veduta la giovane, la prese per la mano e menolla nella sua mal coperta capanna: e preso il sugatoio come neve bianco, con le proprie mani da ogni parte l’asciugò: indi condottala nella sua celletta e postala sopra un letticello, presso lei si coricò e seco prese gli ultimi frutti d’amore. I duo amanti stettero due grand’ore in dolci ragionamenti e stretti abbracciamenti; e la giovane molto paga e contenta dal Calogero si partí, lasciando però buon ordine di ritornare a lui.
La giovane, che già era assuefatta ai dolci cibi del Calogero, ogni volta ch’ella vedeva il lume acceso, a lui nuotando se n’andava. Ma l’empia e cieca fortuna, mutatrice de’ regni, volvitrice delle cose mondane, nemica di ciascun felice, non sofferse la giovane lungo tempo il suo caro amante godere; ma come invidiosa dell’altrui bene, s’interpose e ruppe ogni suo disegno. Imperciò che, sendo l’aria da noiosa nebbia d’ogn’intorno impedita, la giovane, che avea veduto l’acceso lume, si gettò nel mare; e nuotando, fu da certi pescatori, che poco lontano pescavano, scoperta. I pescatori, credendo lei esser un pesce che nuotasse, si misero intentamente a riguardare; e conobbero lei esser femina, e videro lei nella capanna del Calogero smontare. Di che si maravigliarono assai. E presi i lor remi in mano, aggiunsero alla capanna: dove postisi in agguato, tanto aspettarono, che la giovane uscí fuori della capanna, e nuotando se n’andava verso l’Isola di mezzo. Ma la meschinella non seppe tanto occultarsi, che da’ pescatori non fusse conosciuta. Avendo adunque i pescatori scoperta la giovane, e conosciuto chi ella era, e veduto più volte il periglioso passaggio, e compreso il segno dell’acceso lume, deliberarono più fiate tra sé stessi tenere il fatto occulto. Ma poscia, considerato il scorno che poteva avenire all’onesta famiglia e il pericolo di morte in cui la giovane incappar poteva, mutorono openione, e al tutto tal cosa a’ fratelli della giovane deliberarono palesare; e andatisene alla casa delli fratelli di Malgherita, di punto in punto gli raccontaro il tutto.
I fratelli, udita e intesa la trista nuova, creder non la poteano, se prima con i propri occhi tal cosa non vedeano. Ma poscia che di tal fatto furono chiari, deliberarono di farla morire; e fatto tra loro deliberato consiglio, quello essequirono. Imperciò che il minor fratello nel brunir della sera ascese nella navicella, e chetamente solo al Calogero se n’andò; e a quello richiese che per quella notte l’albergo non gli negasse, perciò che era avenuto un caso, per lo quale stava in gran pericolo d’esser preso e per giustizia morto. Il Calogero, che conosceva lui esser fratello di Malgherita, benignamente il ricevette e carezzollo; e tutta quella notte stette seco in vari ragionamenti, dichiarandogli le miserie mondane e i peccati gravi che mortificano l’anima e fannola serva del diavolo. Mentre che ’l minor fratello col Calogero dimorava, gli altri fratelli nascosamente uscirono di casa, e presa un’antennella e il lume, montarono in nave e verso la capanna del Calogero se n’andarono; e aggiunti che furono, drizzarono l’antennella in piede, e sopra quella posero l’acceso lume, aspettando quello avenir potesse. La giovane, veduto il lume acceso, secondo il suo costume si mise in mare; e animosamente nuotava verso la capanna. I fratelli, che cheti si stavano, udito il movimento che Malgherita nell’acqua faceva, presero i lor remi in mano, e chetamente col lume acceso si scostorono dalla capanna; e senza esser da lei sentiti, né per la scura notte veduti, pian piano cominciarono senza far strepito alcuno vogare. La giovane, che per la buia notte altro non vedeva fuori che l’acceso lume, quello seguiva; ma i fratelli tanto si dilungarono, che la condussero nell’alto mare: e calata giù l’antenna, estinsero il lume. La miserella, non vedendo più il lume, né sapendo dove si fusse, già stanca per lo lungo nuotare, si smarrì; e vedendosi fuori d’ogni soccorso umano, s’abbandonò del tutto, e, come rotta nave, fu ingiottita dal mare. I fratelli, che vedevano non esser più rimedio al suo scampo, lasciata l’infelice sorella nel mezzo delle marine onde, ritornarono a casa. Il fratello minore, fatto il chiaro giorno, rese le debite grazie al Calogero per le accoglienze fatte e da lui si partí.
Già si spargeva la trista fama per tutto il castello che Malgherita Spolatina non si trovava. Di che i fratelli fingevano averne grandissimo dolore, ma dentro del cuore sommamente godevano. Non varcò il terzo giorno, che il corpo morto della infelicissima donna fu dal mare alla riva del Calogero gettato. Il quale, vedutolo e conosciutolo, poco mancò che non si privasse di vita. Ma presolo per un braccio, niuno però avedendosi, lo trasse fuori dell’onde e portollo dentro in casa; e gettatosi sopra il morto viso, per lungo spazio lo pianse, e di abbondantissime lagrime il bianco petto coperse, assai volte in vano chiamandola. Ma poscia che ei ebbe pianto, pensò di darle degna sepoltura, ed aiutare con orazioni, con digiuni e con altri beni l’anima sua. E presa la vanga con cui alle volte vangava il suo orticello, fece una fossa nella chiesetta sua, e con molte lagrime le chiuse gli occhi e la bocca: e fattale una ghirlanda di rose e viole, gliela pose in capo; indi datale la benedizione e basciatala, dentro la fossa la mise e con la terra la coperse. E in tal guisa fu conservato l’onor de’ fratelli e della donna, né mai si seppe quello di lei si fosse. —
— La favola, graziose e amorevoli donne, da Fiordiana ingeniosamente raccontata, vi ha dato materia di spargere qualche lagrima per esser stata pietosa; ma perché questo luogo è più tosto luogo di ridere che di piagnere, ho determinato dirne una, la qual spero vi sarà di non poco piacere; perciò che intenderete le buffonarie fatte da uno bresciano, il qual, credendosi a Roma divenir ricco, in povertà e in miseria finí la vita sua.
Nella città di Brescia, posta nella provincia di Lombardia, fu già un buffone, Cimarosto per nome chiamato: uomo molto astuto, ma a’ bresciani poco grato, sí perché egli era dedito all’avarizia, devoratrice di tutte le cose, sí anco perché egli era bresciano, e niun profeta è ricevuto nella propria patria. Vedendo Cimarosto non avere il convenevole precio che li pareva per le sue facezie meritare, tra sé stesso molto si sdegnò; e senza far sapere ad alcuno il voler suo, di Brescia si partí, e verso Roma prese il cammino, pensando di acquistare gran quantità di danari: ma non gli andò fatto com’era il desiderio suo, perciò che la città di Roma non vuole pecora senza lana. Trovavasi in quei tempi in Roma sommo pontefice Leone, di nazione alemanna; il quale, quantunque scienziato fosse, pur alle volte e di buffonarie e di altri simili piaceri, come fanno e gran signori, molto si dilettava: ma pochi, anzi niuno era guidardonato da lui.
Cimarosto, non avendo conoscenza d’alcuno in Roma, né sapendo in qual guisa farsi a papa Leone conoscere, determinò di andare personalmente a lui e dimostrargli le sue virtù. E andatosene al palazzo di San Pietro, dove il papa faceva la residenza, trovò nella prima entrata un cameriere assai robusto, con barba nera e folta; il qual gli disse: — E dove vai tu? — E postali la mano nel petto, lo ribattè in dietro. Cimarosto, vedendo la turbata ciera del cameriere, con umil voce disse: — Deh, fratello mio, non m’impedir l’entrata, perciò che ho da ragionar col papa cose importantissime. — Disse il cameriere: — Parteti di qua per lo tuo meglio; se non, tu troverai cose che non ti piaceranno. — Cimarosto pur instava d’entrare, affermando tuttavia di aver cose importantissime da ragionare. Intendendo il cameriere la cosa esser di molta importanza, pensò tra sé ch’egli dovesse dal papa esser sommamente guidardonato; e pattiggiò con lui se libera l’entrata voleva. E la lor convenzione fu questa: che Cimarosto desse al cameriere nel suo ritorno dal papa la metà di quello che gli fia concesso. Il che di fare Cimarosto largamente promise. Ed andato più oltre, Cimarosto entrò nella seconda camera, alla cui custodia dimorava un giovane assai mansueto; il quale, levatosi da sedere, ci li fé’ incontro, e disse: — Che addimandi tu, compagnone? — A cui rispose Cimarosto: — Io vorrei parlar col papa. — Disse il giovane: — Ora non se gli può parlare, perciò che ad altri negozi egli è occupato: e sallo Iddio quando fia il tempo commodo di poterli parlare. — Disse Cimarosto: — Deh, non mi tener a bada; perciò che troppo sono importanti le cose che raccontargli intendo. — Il giovane, udite cotai parole, pensò quello istesso che l’altro cameriere imaginato s’aveva; e dissegli: — Se tu vuoi entrare, voglio la metà di tutto quello che il papa ti concedrà. — Il che di fare Cimarosto liberamente rispose. Entrato adunque Cimarosto nella sontuosa camera del papa, vidde un vescovo tedesco che stava discosto dal papa in un cantone; ed accostatosi a lui, si mise seco a ragionare. Il vescovo, che non aveva l’italiano idioma, ora tedesco ora latino parlava; e Cimarosto, fingendo di parlar tedesco, sí come i buffoni fanno, ciò che in bocca gli venea, respondeva. E di tal maniera erano le loro parole, che né l’uno né l’altro non intendeva quello si dicesse. Il papa, che era alquanto occupato con un cardinale, disse al cardinale: — Odi tu che odo io? — Beatissimo padre, sí,—rispose il cardinale. Ed avedutosi il papa, che ogni linguaggio ottimamente sapea, del burlo che faceva Cimarosto al vescovo, rise e gran piacere ne prese. E fingendo di ragionar col cardinale, acciò che la cosa più in lungo si traesse, gli voltò le spalle. Avendo adunque Cimarosto e il Vescovo per gran spazio con grandissimo piacer del papa contrastato insieme, né intendendo l’uno e l’altro il suo linguaggio, finalmente disse Cimarosto latinamente al vescovo: — Di qual città sete voi? — A cui rispose il vescovo: —Io sono della città di Nona. — Allora disse Cimarosto: — Monsignor mio, non è maraviglia se voi non intendevate il parlar mio, né io il vostro; perciò che, se voi sete da Nona, e io sono da compieta. — Sentita il papa la pronta e arguta risposta, si mise col cardinale in sí fatto riso, che quasi si smascellava. E chiamatolo a sé, l’addimandò chi egli era, e di dove venea, e che andava facendo. Cimarosto, prostrato a terra e basciato il piede al santo padre, rispose esser bresciano, e nominarsi Cimarosto, ed esser venuto da Brescia a lui per ottenere una grazia da Sua Santità. Disse il papa: — Addimanda quel che vuoi. — Io, — rispose Cimarosto, — altro non voglio da Vostra Beatitudine, se non venticinque staffilate, e delle migliori. — Il papa, udendo la sciocca dimanda, molto si maravigliò, e assai se ne rise. Ma pur Cimarosto fortemente instava che la grazia li fosse concessa. Il papa, vedendolo persistere in cotal suo
volere, e conoscendo lui dir da dovere fece chiamare un robustissimo giovane, e ordinolli che in presenza sua gli desse venticinque buone staffilate per suo amore. Il giovane, ubedientissimo al papa, fece spogliar Cimarosto nudo come nacque; e preso un sodo staffile in mano, voleva essequire il comandamento impostoli dal papa. Ma Cimarosto con chiara voce disse: — Fermati, giovane, e non mi battere. — Il papa, veggendo la pazzia di costui, e non sapendo il termine, scoppiava dalle molte risa; e comandò al giovane che si fermasse. Fermatosi il giovane, Cimarosto cosí ignudo s’ingionicchiò dinanzi al papa, e con calde lagrime disse: — Non è cosa, beatissimo padre, al mondo, che più dispiacqua a Iddio che la rotta fede. Io per me voglio mantenerla, pur che Vostra Santità non sia manchevole. Io contra mia voglia promisi a duo de’ vostri camerieri la metà di quello che da Vostra Santità mi sarà concesso. Io richiesi venticinque staffilate buone, e voi per vostra innata umanità e cortesia concesse me l’avete. Voi adunque per nome mio farete dar dodeci staffilate e mezza ad uno cameriere, e dodeci e mezza all’altro; e cosí facendo, voi adempirete l’addimanda mia, ed io la lor promessa. — Il papa, che non intendeva il fine della cosa, disse: — E che vuoi per questo dire? — Allora disse Cimarosto: — Se io, santissimo padre, volsi qua entro entrare ed a Vostra Beatitudine appresentarmi, forza mi fu contra ogni mio volere pattiggiare con duo de’ camerieri vostri, e con giuramento promettergli la metà di quello che voi mi concederete. Onde, non volendo mancare della promessa fede, mi è forza di dare a ciascun di loro la parte sua, e io ne rimarrò senza. — Il papa, intesa la cosa, assai si risentí; e fatti i camerieri a sé venire, ordinò che si spogliassino e, secondo che Cimarosto promesso li aveva, fussero battuti. Il che fu subito essequito. Ed avendo il giovane a ciascuno di lor duo date dodeci staffilate, e mancandone una al numero di venticinque, ordinò il papa che l’ultimo ne avesse tredeci. Ma Cimarosto disse: — Non bene si conviene, perciò che egli arrebbe più di quello che io li promisi. — Ma come si farà? — disse il papa. Rispose Cimarosto: — Fategli legare ambiduo sopra una tavola, uno appresso l’altro, con le rene in su; ed il giovane gliene darà una buona, che accingherà indifferentemente l’uno e l’altro: e cosí ciascuno ugualmente arrà la parte sua, e io ne rimarrò libero.
Partito Cimarosto dal papa senza rimunerazione alcuna, fu per le sue pronte risposte dalle persone circondato. Ed avicinatosi a lui un prelato che era buon compagno, disse: — Che è qui de nuovo? — — E prestamente Cimarosto rispose: — Non altro, salvo che dimane si griderà la pace. — Il prelato, che creder no ’l poteva, né ragion vi era che creder lo dovesse, disse a Cimarosto: —Tu non sai quel che tu ti dici, perciò che egli è tanto tempo che ’l papa e Franza guerreggiano insieme, né mai si ha sentita parola di pace. — E fatto lungo contrasto insieme, disse Cimarosto al prelato: — Messere, volete che vada un godimento tra noi, che dimani si griderà la pace? — — Si, — rispose il prelato. Ed in presenzia di testimoni misero dieci fiorini per uno a godere insieme. Partitosi il prelato con animo di far gozzoviglia a costo di Cimarosto, allegramente se n’andava. Ma Cimarosto, che non dormiva, andò al suo alloggiamento; e trovato il patrone in casa, disse: — Patrone, io vorrei da voi un piacere che sarà utile e di diletto. — E che vuoi? — disse il patrone; —non sai che mi puoi comandare? — — Io — disse Cimarosto, — non voglio altro da voi, se non che la moglie vostra dimani si vesti di quelle armi antiche che sono nella camera vostra; né dubitate punto di male, né di disonore alcuno: e poi lasciate la cura a me. — Aveva la moglie del patrone nome Pace, e l’armature da uomo di arme erano sí rugginose e di sí gran peso, che un uomo, quantunque gagliardo fosse, sendo in terra steso, levar non si potrebbe. Il patrone, che era festevole e molto attrattivo, conosceva Cimarosto pieno di berte; e però di tal cosa volse compiacergli. Venuto il dí sequente, il patrone fece la moglie di tutte quelle armi vestire, e cosí armata, la fece in terra nella sua camera distendere; poi disse alla donna: — Levati su in piedi; — ed ella più volte si sforzò di levarsi, ma muoversi non si potea. Cimarosto, vedendo che la cosa gli riusciva sí come desiderava, disse al patrone:— Partiansi di qua; —e chiuso l’uscio della camera che guardava sopra la strada publica, si partirono. La moglie del patrone, vedendosi chiusa sola in camera, e non potendosi movere, grandemente temette di qualche sinistro caso, e ad alta voce si mise a gridare. La vicinanza, sentendo il gran grido e il suono delle armi, corse a casa dell’oste. Cimarosto, udito il tumulto degli uomini e delle donne che vi erano concorsi, disse al patrone: — Non vi movete, né parlate; ma lasciate il carico a me, che presto goderemo. — E sceso giù per la scala, andò sopra la strada, e addimandò questo e quello: — Chi è colui che sí fortemente grida? — E tutti ad una voce rispondeano: — Non odi tu che grida la Pace? — E fattosi replicare e treplicar tal detto, chiamò molti testimoni della gridata pace. Passata l’ora di compieta, venne il prelato, e disse: — Tu hai pur perso, fratello, il godimento. Non è già fin ora sta’ gridata la pace. — — Anzi sí, — rispose Cimarosto. E tra loro fu grandissimo contrasto; e fu bisogno ch’un giudice la causa determinasse. Il quale, udite le ragioni dell’una parte e l’altra, e uditi i testimoni che apertamente deponevano tutta la vicinanza aver sentito gridar la pace, sentenziò il prelato a pagare il godimento.
Non passarono duo giorni, che Cimarosto, andando per la città, s’incontrò in una donna romana ricchissima ma sozza come il demonio. Costei era maritata in un bellissimo giovane; e di tal matrimonio ognuno si maravigliava. Avenne che allora a caso passò un’asinella; e a lei voltatosi, Cimarosto disse: — O poverella, se tu avessi danari assai come ha costei, tu ti maritaresti. — Il che intendendo, un gentiluomo, che della sozza donna era parente, prese un bastone e sopra la testa gli diede sí fatta percossa, che per mani e per piedi a casa dell’oste lo portarono. Il cirugio, per poterlo meglio medicare, gli fece rader la testa. Gli amici che venevano a visitarlo, dicevano: — Cimarosto, come stai? Tu sei raso? — Ed egli diceva: — Deh, tacete per vostra fé, e non mi date noia; che se raso o damaschino io fosse, io vaierei un fiorino il braccio, che ora nulla vaglio. — Venuta poi l’ultima ora della sua vita, venne il sacerdote per dargli l’ultima unzione, e cominciollo ungere; e venuto con l’unzione ai piedi, disse Cimarosto: — Deh! messer, non mi ungete più. Non vedete voi come presto vado e leggermente corro? — I circostanti, udendo questo, si misero a ridere; e Cimarosto cosí buffoneggiando in quel punto se ne morí: e in tal guisa egli con le sue buffonarie ebbe miserabil fine. —
— Grande veramente, amorevoli e graziose donne, è l’amore del tenero padre verso il suo figliuolo; grande è la benivolenza del stretto e fedel amico verso l’altro; grande è l’amorevolezza che porta l’orrevole cittadino alla cara e diletta sua patria. Ma non minore giudico esser quello di duo fratelli, quando sommamente e con perfetto amore s’amano insieme. Da questo, avenga che sovente il contrario si vegga, riescono lieti e maravigliosi effetti, che oltre la speranza riducono l’uomo al desiderevole fine. E di ciò io ne potrei addurre infiniti esempi: i quali, per non fastidire questa nobile e grata compagnia, con silenzio passo. E per attendere a quanto vi ho promesso, intendo ora di raccontarvi un caso poco tempo fa a duo fratelli avenuto, il quale spero vi sarà più tosto di non picciolo frutto, che di contentezza.
In Napoli, città nel vero celebre e famosa, copiosa di leggiadre donne, costumata e abondevole di tutto quello che imaginar si puole, furono due fratelli; l’uno de’quai si chiamava Ermacora e l’altro Andolfo. Costoro erano di stirpe nobile e della famiglia Carafa, e ambiduo dotati di risvegliato ingegno; e appresso questo maneggiavano molte merci, con le quali avevano acquistato un ricco tesoro. Questi, sendo ricchi e di nobil parentado e senza moglie, come ad amorevoli fratelli conviene, vivevano a comuni spese; e tanto era il loro fratellevole amore, che l’uno non faceva cosa veruna, che non fosse di somma contentezza dell’altro. A venne che Andolfo, minor fratello, con consenso però di Ermacora, si maritò; e prese per sua legittima moglie una donna gentile e bella e di sangue nobile, il cui nome era Castoria. Costei, perciò che prudente era e di alto ingegno, non meno onestamente amava e riveriva Ermacora suo cognato, che Andolfo suo marito: e l’uno e l’altro di loro con reciproco amore le correspondeva; e tanta era fra loro la concordia e la pace, che per l’adietro mai non si trovò la pare. Castoria, sí come piacque al giusto Dio, ebbe molti figliuoli: e sí come cresceva la famiglia, cosí parimente cresceva l’amorevolezza e la pace e s’aumentavano le ricchezze: né v’era tra loro mai differenzia alcuna; anzi tutt’e tre erano d’un medesimo volere e d’una medesima volontà.
Cresciuti i figliuoli, e giunti alla perfetta età, la cieca fortuna, invidiosa dell’altrui bene, s’interpose; e dove era unione e pace, cercò di metter guerra e discordia. Onde Andolfo, mosso da fanciullesco e non ben regolato appetito, deliberò al tutto dividersi dal fratello, e conoscere la parte de’ beni suoi, e abitare separatamente altrove; e un dí disse al fratello: — Ermacora, egli è gran tempo che noi amorevolmente abbiamo abitato insieme e communicato il nostro avere, né mai tra noi è stata torta parola; e acciò che la fortuna, volubile come al vento foglia, non semini tra noi qualche zizzania, ponendo disordine e discordia dove è ordine e pace, determinai conoscer il mio e venire alla divisione teco; e questo io fo, non che abbia mai ricevuta ingiuria da te, ma acciò che ad ogni mio volere possa disponere le cose mie. — Ermacora, inteso il sciocco voler del fratello, non si puote astenere che non si ramaricasse: e principalmente non essendovi causa per la quale egli dovesse moversi sí leggermente a separarsi da lui; e con dolci ed affettuose parole incominciò ammonirlo ed essortarlo che da questo iniquo pensiero si dovesse rimovere. Ma Andolfo, più ostinato che prima, persisteva nel suo malvagio volere; né considerava il danno che avenir ne poteva. Onde con voce robesta disse: — Ermacora, egli è commun proverbio che ad uomo deliberato non giova consiglio; e però non fa bisogno che con tue lusinghevoli parole mi rimovi da quello che già fermamente proposi nell’animo mio, né voglio che mi astringi a renderti la ragione per la quale io mi muova a separarmi da te. E quanto più tosto farai la divisione, tanto maggiormente mi fia grato. — Udendo Ermacora il fermo voler del fratello, e vedendo di non poterlo con dolci parole rimuovere, disse: — Poscia che cosí ti aggrada che noi dividiamo il nostro avere, e che l’uno e l’altro si separi, io (non però senza grave dolore e grandissimo discontento) sono apparecchiato di sodisfarti e adempire ogni tuo volere. Ma una sol grazia a te addimando, e pregoti che quella non mi neghi, e negandola presto vedresti il termine della vita mia. — A cui Andolfo: — Dí che ti piace, — rispose, — che in ogni altra cosa, fuor che in questa, son per contentarti. — Allora disse Ermacora: — Dividere la robba e separarsi l’uno da l’altro, è giusto e ragionevole; ma dovendosi far questa divisione, io vorrei che tu fosti il partitore, facendo le parti sí che niuno s’avesse a sentire. — Rispose Andolfo: — Ermacora, a me non aspetta far le parti, perciò che io sono il fratello minore; ma appartiene a te, come fratello maggiore. — Finalmente Andolfo, bramoso di dividere e d’adempire la sua sfrenata voglia, né vedendo altro rimedio di venir al fine, divise i beni, e al fratel maggiore diede la elezione. Ermacora, che era uomo aveduto, ingenioso e d’animo benigno, quantunque vedesse le parti esser giustissime, finse però quelle non esser uguali, ma in diverse cose manchevoli; e disse: —Andolfo, la divisione che tu hai fatta, ti par per tuo giudizio che stia bene, e niuno si abbia a dolere; ma a me pare che uguale non sia. Onde ti prego che meglio la sostanzia dividi, acciò che l’uno e l’altro resti contento. — Vedendo Andolfo il fratello della divisione non contentarsi, rimosse alcune cose da una parte e le mise all’altra; e addimandolli se in tal maniera erano le parti uguali, e se di tal divisione si contentava. Ermacora, che era tutto amore e carità, sempre gli opponeva e fingeva di non contentarsi, quantunque il tutto fosse con sincerità ottimamente diviso. Parve molto strano ad Andolfo che ’l fratello non si contentasse di quello che fatto aveva; e con faccia tutta di sdegno pregna, prese la carta nella qual era annotata la divisione, e quella con molto furore squarciò; e voltatosi contra il fratello, disse: — Va, e secondo che ti piace, dividi; perciò che io sono disposto al tutto vedere il fine, avenga che fosse con mio non poco danno. — Ermacora, che chiaramente vedeva l’acceso animo del fratello, con umil voce graziosamente disse: — Andolfo, fratello mio, non ti sdegnare, e non permettere che ’l sdegno superi la ragione; raffrena l’ira, tempera la collera e conosci te stesso; poscia come prudente e savio considera se le parti sono pari: e non essendo pari, fa ch’elle siano; perciò che allora mi accheterò, e senza contrasto torrò la parte mia. — Andolfo ancor non intendeva l’alto concetto che era ascosto nel ben disposto cuore del fratello; né avedevasi dell’artificiosa rete colla quale egli s’ingegnava di prenderlo. Onde con maggior empito e con maggior furore che prima, contra il fratello disse: — Ermacora, non ti dissi io che tu facesti le parti come fratello maggiore? E perché non le festi? Non mi promettesti tu di contentarti di quello che da me deliberato fosse? E perché ora mi manchi? — Rispose Ermacora: — Fratello mio dolcissimo, se tu hai partita la robba e datami la parte mia, se ella non è eguale alla tua, qual ragion vuole ch’io non mi lamenta? — Disse Andolfo: — Qual cosa si trova in casa, della quale ancor tu non abbi avuta la parte tua? — Rispose Ermacora, non averla avuta; e Andolfo diceva che sí, e Ermacora diceva che no. — Io vorrei sapere — disse Andolfo, — in che mancai, che le parti non siano pari. — A cui rispose Ermacora: — Tu mancasti, fratel mio, nel più. — E perché Ermacora vedeva Andolfo più adirarsi, e la cosa, se più in lungo andava, poteva partorire scandolo sí dell’onore come della vita, trasse un gran sospiro; e disse: — Tu dici, o amorevole fratello, avermi data intieramente la parte che di ragion mi tocca; e io il nego, e il provo con evidentissima ragione, che potrai con l’occhio vedere e con la mano toccare. Dimmi un poco, e il sdegno stia da parte, quando tu menasti a casa Castoria, tua diletta moglie e mia cara cognata, non eravamo noi in fraterna? — Sí.—Non si ha ella affaticata in governar la casa a beneficio universale? — Sí. — Non ha ella partorito tanti figliuoli, quanti che ora tu vedi? Non sono nati in casa? Non è ella vivuta con i figliuoli a communi spese? — Stava Andolfo tutto attonito ad ascoltar l’amorevoli parole del fratello; né poteva comprendere il loro fine. — Tu hai, fratello mio, — diceva Ermacora, — divisa la robba: ma non hai divisa la moglie e i figliuoli, dandomi di loro ancor la parte mia. Non debbo ancora io participar di loro? E come farò io senza la parte della diletta cognata e degli amorevoli nipoti miei? Dammi adunque e della moglie e de’ figliuoli la parte mia; dopo’, vattene in pace, che io ne rimarrò contento. E se altrimenti farai, io non intendo che la divisione abbia luogo per modo alcuno. E se per caso, che Iddio no ’l voglia! non volesti a questo consentire, io giuro di convenirti dinanzi la mondana giustizia e addimandar ragione; e non possendo ottenerla dal mondo, io ti farò citare dinanzi al tribunal di Cristo, a cui ogni cosa è manifesta e palese. —
Stava Andolfo molto attento alle parole del fratello, prendendone grandissima maraviglia: e considerava con qual tenerezza di cuore quelle provenivano dal vivo fonte di amorevolezza: e quasi confuso non poteva raccoglier lo spirito a formare la parola per rispondergli. Pur in sé converso, e addolcito l’indurato cuore, prostrato a terra, disse: —Ermacora, grande è stata l’ignoranza mia, grande l’errore; ma maggiore è stata la gentilezza e umanità tua. Ora conosco il mio sciocco errore: ora veggio la mia aperta ignoranza: ora chiaramente comprendo la turbida nube del mio grosso ingegno; né è lingua sí pronta né sí spedita, che isprimere potesse quanto io sia degno di rigido castigo, né pena è sí aspra e sí crudele, che io non meriti. Ma perché tanta è la clemenza e la bontà che nel tuo petto alberga, e tanta è l’amorevolezza che mi dimostri e hai sempre dimostrato, ricorro a te come fonte vivo, e chiedoti perdono d’ogni mio fallo; e promettoti di mai partirmi da te, ma star alla ubidienza tua con la moglie e con i figliuoli: de’ quali voglio che tu disponi non altrimenti che si fussero generati da te. — Allora i fratelli con molte lagrime, che giù da gli occhi cadevano, s’abbracciaron insieme; e in tal maniera s’acquietarono, che per l’avenire non fu mai più parola tra loro: e sí fattamente in tranquilla pace vissero, che li figliuoli e i nepoti dopo la loro morte ricchissimi rimasero. —
— Io ho sentito dire che lo ’ngegno supera le forze, e che non è cosa al mondo sí ardua e sí difficile, che l’uomo col suo ingegno non la consequisca. Il che dimostrerovvi con una brevissima favola, se attenti mi ascoltarete.
Trovavasi in questa alma città un povero uomo che aveva tre figliuoli; e per la troppa sua povertà non aveva modo di nodrirli e sostentarli. Per il che i figliuoli, astretti dal bisogno, vedendo la grande inopia del padre, e considerando le picciole e deboli forze di quello, fatto consiglio tra loro, deliberorono di alleggerire il carico del padre suo, e andar pel mondo vagando col bastone e la tasca, per cercar di guadagnarsi alcuna cosa onde potessero sostentar la vita loro. Per tanto, inginocchiatisi avanti il padre, gli addimandarono licenzia di andarsi procacciando qualche guadagno: promettendogli che, passati dieci anni, ritornerebbono nella patria. E partendosi con tal desiderio, poiché furono giunti a certo luogo che parve loro, si partirono l’uno dall’altro. E il maggiore per sua ventura andò in campo di soldati che erano alla guerra, e accordossi per servo con un capo di colonnello; e in poco spazio di tempo divenne perito nell’arte della milizia, e fecesi valente soldato e valoroso combattitore, di modo che teneva il principato tra gli altri: ed era tanto agile e destro, che, con duo pugnali, pel muro ascendeva ogni alta rocca. Il secondo arrivò ad un certo porto dove si fabricavano navi; e accostossi ad uno di quei maestri da navi, il quale era eccellente in quell’arte: e in breve tempo fece gran profitto, si che non aveva pari a lui, ed era molto celebrato per tutto quel paese. L’ultimo, veramente, udendo i dolci canti di Filomena, e di quelli grandemente dilettatosi, per oscure valli e folti boschi, per laghi e per solitarie e risonanti selve e luoghi deserti e disabitati, i vestigi e i canti di quella sempre andava seguitando; e talmente fu preso dalla dolcezza del canto de gli uccelli, che, smenticatosi il cammino di ritornare adietro, rimase abitatore di quelle selve: di modo che, stando di continuo per anni dieci in quelle solitudini senza abitazione alcuna, divenne come un uomo selvatico; e per l’assidua e lunga consuetudine di tai luoghi imparando il linguaggio di tutti gli uccelli, gli udiva con gran dilettazione e intendevali, ed era conosciuto come il dio Pane tra i Fauni.
Venendo il giorno di ritornar alla patria, i duoi primi si ritrovorono al destinato loco, ed aspettorono il terzo fratello; qual poi che viddero venir tutto peloso e nudo, gli andarono in contra: e per tenerezza d’amore prorompendo in lagrime, l’abbracciorono e basciorono, e vestironlo. E mangiando nell’ostaria, ecco che un uccello volò sopra un albero; e con la sua voce cantando diceva: — Sapiate, o mangiatori, che nel cantone dell’ostaria vi è ascoso un gran tesoro, il qual già gran tempo vi è predestinato; andatelo a tórre! — e dette queste parole, volò via. Allora il fratello, ch’era venuto ultimamente, manifestò per ordine agli altri fratelli le parole ch’avea dette l’uccello; ed escavorono il luogo che li aveva detto, e tolseno il tesoro che vi trovorono: onde molto allegri ritornorono al padre ricchissimi. Dopo i paterni abbracciamenti e le ricche e sontuose cene, un giorno questo fratello, che ultimo venne, intese un altro uccello che diceva, che nel mare Egeo pel circoito di circa dieci miglia v’ è un’ isola che si chiama Chio, nella quale la figliuola d’Apolline vi fabricò un castello di marmo fortissimo, la cui entrata custodisce un serpente che per la bocca getta fuoco e veleno, e alla soglia di questo castello v’ è legato un basilisco. Quivi Aglea, una delle più graziate donne che sia al mondo, è rinchiusa con tutto il tesoro che l’ha ragunato: ed havvi raccolto infinita quantità di danari. — Chi anderà a quel luogo e ascenderà la torre, guadagnerà il tesoro e Aglea. — Dette queste parole, l’uccello volò via. Allora, dechiarato il parlar di quello, deliberorono i tre fratelli di andarvi. E il primo promise di ascender la rocca con duoi pugnali; il secondo di far una nave molto veloce. La qual fatta in poco spazio di tempo, un giorno con buona ventura e con buon vento, traversando il mare, s’inviorono verso l’isola di Chio. Alla quale arrivati, una notte, circa il far del giorno, quel franco soldato armato di duoi pugnali ascese sopra la rocca; e presa Aglea e legatala con una corda, la diede ai fratelli: e tratti i rubini e gioie ed un monte d’oro che v’era, indi allegramente discese, lasciando vota la terra per lui saccheggiata; e tutti ritornorono sani e salvi nella patria. E della donna, la qual era indivisibile, nacque discordia tra lor fratelli, a cui rimaner devea. E furono fatte molte e lunghe dispute, chi di loro meritasse di averla; e fino al presente pende la causa sotto il giudice. A cui veramente aspettar si debba, lasciolo giudicare a voi. —
Il biondo e luminoso Apollo, figliuolo del tonante Giove e di Latona, omai s’era partito da noi; e le lucciole, uscite delle cieche e tenebrose caverne, rallegravansi di volare per la oscurità della notte, e quella d’ogni intorno signoreggiavano, quando la signora, venuta nella spaziosa sala con le damigelle, graziosamente ricevette la nobile e orrevol compagnia, che poco inanzi al bel ridotto era arrivata. E veggendo tutti come la sera precedente esser ridotti, comandò gli stromenti che venissero: e poscia ch’ebbero danzato alquanto, venne con l’aureo vaso uno servente, e di quello un fanciullo trasse cinque nomi; de quali il primo fu di Eritrea, l’altro di Cateruzza, il terzo di Arianna, il quarto di Alteria: riservato l’ultimo a Lauretta. Ma prima che la festevole Eritrea desse principio alla sua favola, la signora volse che tutte cinque insieme con lor stromenti cantassero una canzone. Le quali con lieti visi e angelichi sembianti in tal maniera incominciorono la lor cantilena:
Questa fera gentile,
dove soglio trovar sovente unita
ne’ suoi begli occhi la mia morte e vita,
mentre più allargo alle lagrime il freno
per ritrovar pietà, non pur mercede,
ella poco si cura e ’l duol non crede.
E nel volto sereno,
per maggior doglia e per peggior mia sorte,
scorgo che ’l ciel m’ha in odio, amore e morte. —
Piacque a tutti il dolce e celeste canto: e massimamente al Bembo, a cui più che ad ogn’altro toccava. Ma per non scoprir quello che nel cuor ascoso teneva, s’astenne da ridere. E volto il viso verso la graziosa Eritrea, disse: — Sarebbe oramai tempo che voi con una dilettevole favola deste principio al novellare. — Ed ella, senz’aspettar altro comandamento dalla signora, cosí allegramente incominciò:
— Considerava tra me stessa, valorose donne, la gran varietà di stati ne’ quai oggidì i miseri mortali si trovano; e giudicai tra le umane creature non trovarsi il più sciagurato né ’l più tristo, che viver poltronescamente; perciò che i poltroni per la loro dapocagine sono biasmati da tutti e dimostrati a dito, e più tosto vogliono viver in stracci e in tormenti, che dalla loro poltroneria rimuoversi: come a venne a tre gran forfantoni, la natura de’ quali nel processo del mio ragionare a pieno intenderete.
Dicovi adunque che nel territorio di Siena (non sono ancora passati duoi anni) si trovarono tre compagnoni giovani di età, ma vecchi ed eccellenti in ogni sorte di poltroneria che dir o imaginar si potesse. De’ quai l’uno, per esser più dedito alla gola che gli altri, chiamavasi Gordino; l’altro, perché era da poco e infenticcio, tutti lo chiamavano Fentuzzo; il terzo, perché aveva poco senno in zucca, si nominava Sennuccio. Trovandosi tutta tre un giorno a caso sopra un crucicchio, e ragionando insieme, disse Fentuzzo: — Dove tenete il cammino vostro, fratelli? — A cui rispose Gordino: — Io me ne vo a Roma. — E per far che? — disse Fentuzzo. — Per trovare — rispose Gordino, — alcuna ventura che facesse per me, acciò che io viver potessi senza affaticarmi. — E cosí ancor noi andemo, — dissero i duoi compagni. — E quando il fosse di contento vostro, — disse Sennuccio, — io volontieri verrei con voi. — I duoi compagni graziosamente l’accettarono; e dieronsi la fede di mai non partirsi l’uno dall’altro, sino attanto che dentro di Roma giunti non fussero. Continoando tutta tre il loro cammino, e ragionando di piú cose insieme, Gordino abbassò gli occhi a terra; e vide una gemma in oro, che risplendeva sí che gli abbarbagliava il viso. Ma Fentuzzo prima l’aveva dimostrata a’ duoi compagni; e Sennuccio la levò di terra, e se la pose in dito. Laonde tra loro nacque grandissima differenzia, di chi esser devesse. Gordino diceva dover esser sua, perché fu primo a vederla. Fentuzzo: — Anzi debbe toccare a me, — diceva, — perché innanzi di lui ve la mostrai. — — Anzi s’appartiene a me di ragione, — diceva Sennuccio, — perché io la levai da terra e me la posi in dito. — Dimorando adunque i sciagurati in questa contenzione, né volendo l’uno cedere a l’altro, vennero ai fatti; e si diedero per lo capo e per lo viso sí fatti punzoni, che quasi da ogni parte pioveva il sangue.
Avenne che in quell’ora un messer Gavardo Colonna, uomo di gran maneggio e gentil’uomo romano, veniva da un suo podere e ritornava a Roma. Gavardo, veduti dalla lunga i tre poltronzoni e sentito il loro romore, si fermò, e stette alquanto sopra di sé, temendo forte che non fussero assassini e l’uccidessero; e più volte volse volgere la briglia al cavallo e tornar a dietro. Ma pur fatto buon coraggio e assicuratosi, seguí il suo cammino; e avicinatosi a loro, li salutò, e disse: — Compagnoni, che contese sono coteste che fate tra voi? — Rispose Gordino: — Gentil’uomo mio, il nostro contrasto è questo. Siam noi partiti dai propri alloggiamenti, e a caso si siam trovati in strada, e insieme accompagnati; e ne andiam a Roma. Onde camminando e ragionando insieme, io vidi in terra una bellissima gemma legata in oro, la quale per ogni debito di ragione devrebbe esser mia, perché primo la vidi. — Ed io, — disse Fentuzzo, — primamente la dimostrai a loro; e per averglila prima dimostrata, mi pare che più a me appartenga, che a loro. —Ma Sennuccio, che non dormiva, disse: — Anzi, signor mio, la gemma, debbe aspettar a me, e non a loro; perciò che, senza che segno fatto mi fosse, la levai da terra e me la posi in dito. Onde non volendo l’uno cedere a l’altro, siamo messi in gran pericolo di morte. — Intesa ch’ebbe il signor Gavardo la causa della differenzia loro, disse: — Volete, o compagnoni, rimettere le vostre differenzie in me, ch’ io vedrò di adattarvi insieme? — A cui tutta tre a una voce risposero che sí; e si diedero la fede di star a quello che per lo gentil’uomo sarà determinato. Il gentil’uomo, veduta la lor buona intenzione, disse: — Poscia che voi di commun volere v’avete messi nelle mani mie, volendo che delle differenzie vostre io sia solo diffinitore, io da voi due sol cose richieggio: prima, che mi date la gemma nelle mani; dopo’, che ciascuno da per sé s’ingegna di far alcuna opera poltronesca: e quello che in termine di quindeci giorni l’averà fatta più disutile e vile, sarà della gemma vero patrone. — I compagni s’accontentarono, e dierongli la gemma nelle mani; e andarono a Roma. Giunti che furono a Roma, si partirono; e uno andò in qua, e l’altro in là, procurando ciascaduno di loro fare secondo il suo potere alcuna solenne poltroneria, che fusse d’ogni laude e di perpetua memoria degna.
Gordino trovò un patrone, e con quello s’accordò. Il qual, essendo un giorno in piazza, comprò alquanti fighi primari che vengono alla fine del mese di giugno; e diégli a Gordino che li custodisse fino che andasse a casa. Gordino, che era solenne poltrone e parimente per natura molto goloso, prese uno de’ fighi, e tuttavia seguendo il padrone, ascosamente a poco a poco lo mangiò. E perché il fico assai li piacque, il poltronzone continuò il costume suo, e celatamente ne mangiò degli altri. Continovando adunque il gaglioffone la sua golosità, finalmente in bocca ne prese uno che era oltra misura grande; e temendo che ’l patrone non se n’avedesse, a guisa di scimia il pose in un cantone della bocca, e tenevala chiusa. Il patrone, voltatosi per aventura a dietro, vide Gordino, e parevagli molto gonfio nella sinistra guancia; e guatatolo meglio nel viso, vide che nel vero era gonfiato molto. E addimandatolo che cosa avesse che cosi gonfio fusse, egli come mutolo nulla rispondeva. Il che vedendo, il patrone assai si maravigliò; e disse: — Gordino, apri la bocca, acciò che io veda il difetto tuo per potergli meglio rimediare. — Ma il tristo né aprir la bocca né parlar voleva. E quanto più il patrone si sforzava di fargli aprir la bocca, tanto maggiormente il gaglioffone stringeva i denti e la chiudeva. Avendo il patrone fatte diverse prove per farlo aprir la bocca, e vedendo che niuna li riusciva, acciò che non gli intravenesse alcun male, lo menò in una barberia ivi vicina; e mostrollo al ciruico, cosí dicendo: —Maestro, a questo mio servo ora è sopravenuto un accidente molto bestiale, e come voi vedete, egli ha gonfiata la guancia di maniera ch’egli non parla né può aprir la bocca. Temo che non si soffochi. — Il ciruico destramente toccò la guancia; e disse a Gordino: — Che senti tu, fratello? — Ed egli nulla rispondeva. — Apri la bocca! — Ed egli punto non si moveva. Il ciruico, vedendo non poter operare cosa alcuna con parole, mise mano a certi suoi ferri, e cominciò tentare se poteva aprirgli la bocca; ma non vi fu mai modo né via che ’l poltronzone volesse aprirla. Parve al ciruico che fusse una postema a poco a poco crisciuta, e che ora fusse matura e a termine di scoppiare; e degli un taglio acciò che la postema meglio si purgasse. Il poltronzone di Gordino, che aveva inteso il tutto, mai non si mosse, né disse pur un cito; anzi, come ben fondata torre, costante rimase. Il ciruico cominciò stropicciare la guancia, acciò che veder potesse che materia era quella che usciva fuori; ma in vece di putrefazione e marcia, usciva sangue vivo, misto col fico che con la bocca ancor stretto tenea. Il patrone, veduto il fico e considerata la poltroneria di Gordino, il fece medicare; e, risanato, il mandò in mal’ora.
Fentuzzo, che in poltroneria non era inferiore a Gordino, avendo già dissipati alcuni pochi quattrini che si trovava avere, né trovando per la sua dapocagine persona alcuna a cui appoggiar si potesse, andava mendicando all’uscio di questo e di quello: e dormiva or sotto un portico, or sotto un altro, e alle volte alla foresta. Avenne che ’l gaglioffo una tra l’altre notti capitò in un luogo tutto rovinato; ed entratovi dentro, trovò un letamaro con un poco di paglia: sopra del quale meglio che puote col corpo in su e con le gambe sbarrate si coricò, ed oppresso dal sonno si mise a dormire. Non stette molto che si levò un forcevole vento con tanta furia di pioggia e di tempesta, che pareva che ’l mondo volesse venir a fine; né mai rifinò tutta quella notte di piovere e lampeggiare. E perché l’albergo era mal coperto, una gocciola di pioggia, che descendeva giù per uno pertugio, gli percuoteva un occhio di maniera che lo destò, né lo lasciava posare. Il tristo, per la gran poltroneria che nel suo corpo regnava, non volse mai rimoversi da quel luogo, né schiffare il pericolo che gli avenne; anzi, perseverando nella perfida e ostinata sua volontà, lasciavasi miseramente percuotere l’occhio dalla gocciola, non altrimenti che stato fusse una dura e insensibil pietra. La gocciola, che di continovo cadeva giù del tetto e percotevali l’occhio, fu di tanta freddezza, che non venne giorno, che ’l sciagurato perse la luce dell’occhio. Levatosi Fentuzzo la mattina non molto per tempo per proveder al viver suo, trovò mancarli la vista; ma perché pensava che sognasse, pose la mano all’occhio buono, e serrollo: e allora conobbe l’altro esser privo di luce. Di che oltre modo letizia ne prese; né cosa gli poteva avenire che più cara o più grata li fosse, perciò che si persuadeva per tal poltronesca prodezza aver vinta la gemma.
Sennuccio, che menava la vita sua con non minor poltroneria che gli altri duoi, si maritò; e prese per moglie una femina che di gaglioffaria non era a lui inferiore: e Bedovina chiamavasi. Essendo ambiduoi una sera dopo cena a sedere appresso l’uscio della casa per prendere un poco d’ora, perciò che era la stagione del caldo, disse Sennuccio alla moglie: — Bedovina, chiudi l’uscio, che ormai è ora che se n’andiam a riposare. — A cui ella rispose: — Chiudetelo voi. — Stando amenduo in questo contrasto, né l’uno né l’altro volendo chiuder la porta, disse Sennuccio: — Bedovina, voglio che facciam patto tra noi: chi sarà il primo a parlare, chiuda l’uscio. La femina, che era poltrona per natura e ostinata per costumi, accontentò. Stando Sennuccio e Bedovina nella lor poltroneria, non osavano parlare per non cadere nella pena di chiuder l’uscio. La buona femina, a cui già la festa rincresceva, e il sonno la gravava, lasciò il marito sopra una panca; e spogliatasi la gonnella, se n’andò a letto. Non stette molto che indi passò per strada un servitore d’un gentil’uomo che andava al suo albergo: e per sorte se gli era estinto il lume che nella lanterna portava; e veduto l’uscio di quella casetta aperto, entrò dentro, e disse: — O là? chi è qua? Accendetemi un poco questo lume! — e niuno gli rispondeva. Andatosene il servitor più innanzi, trovò Sennuccio che sopra la panca con gli occhi aperti posava; e addimandatolo che gli accendesse il lume, egli nulla rispose. Il servitore, che pensava Sennuccio dormisse, il prese per mano; e cominciollo crollare, dicendo: — Fratello, o là, che fai? Rispondi! — Ma Sennuccio, non che dormisse, ma per timore di non incorrere nella pena di chiuder l’uscio, non volse parlare. Il servitore, fattosi alquanto innanzi, vide un poco di lume che dentro d’un camerino luceva; ed entratovi dentro, non vide persona alcuna, se non Bedovina che sola nel letto giaceva; e chiamatala, e ben crollatala più volte, ella, per non cadere nella detta pena di chiuder l’uscio, non volse mai né moversi né parlare. Il servitore, vedendola bella e taccagnotta, né voler parlare, pian piano se le coricò appresso; e posto la mano agli suoi ferri ch’erano quasi arrugginiti, li pose nella fucina. Ma Bedovina, nulla dicendo, ed ogni cosa dolcemente soffrendo, lasciò il giovane (tuttavia vedendo il marito) conseguire ogni suo piacere. Partito il servitore, e avuta la buona sera, Bedovina si levò di letto: e andatasi all’uscio, trovò il marito che non dormiva; e in modo di riprensione gli disse: — O bella cosa di uomo! Voi avete lasciato tutta notte l’uscio aperto, lasciando licenziosamente venir gli uomini in casa, senza fargli resistenza alcuna. Il sarebbe da darvi da bere con una scarpa rotta. — Il poltronzone di Sennuccio, levatosi allora in piedi, in vece di risposta, disse: — Va, chiudi l’uscio, pazzarella che tu sii; or ti ho pur io aggiunta! Tu credevi farmi chiuderlo, e tu sei rimasta ingannata. In questo modo si castigano l’ostinate! — Bedovina, che si vedeva aver perduto il pegno col marito, e parimente avuta la bona sera, tosto chiuse l’uscio; e col cornuto marito se n’andò a riposare.
Venuto il giorno del termine, tutta tre s’appresentarono dinanzi a Gavardo; il quale, intese le sopradette loro prodezze, e considerate le loro ragioni, non volse far giudicio, pensando che sotto la cappa del cielo non si troverebbono tre altri poltronazzi che fussero simili a loro. E presa la gemma, la gettò in terra, dicendo: chi la prendesse, fusse sua. —
— Il savio e aveduto medico, quando vede una infermità doversi causare in alcun corpo umano, a conservazione sua prende quelli rimedi che li paiono migliori, non aspettando l’infermità sopravenga, perciò che la piaga recente con agevolezza maggiore si sana che non si fa la vecchia. Cosí parimenti — mi perdonarete, donne, — debbe fare il marito quando prende moglie: cioè non lasciarla aver balia sopra di lui, acciò che, volendole poi provedere, non possi, ma l’accompagni fino alla morte: sí come avenne ad un soldato, il quale, volendo castigar la moglie, e avendo troppo tardato, pazientemente sopportò fino alla morte ogni suo diffetto.
Furon — non molto tempo fa — in Corneto, castello di Roma nel patrimonio di santo Pietro, duoi fratelli giurati, i quali non altrimenti s’amavano, che se di uno istesso ventre nati fossero: l’uno de’ quali chiamavasi Pisardo, l’altro Silverio: ed ambidue facevano l’arte del soldato, ed avevano stipendio dal papa. Ed avenga che l’amor tra loro fusse grande, non però abitavano insieme. Silverio, che era minore di età, non avendo governo, prese per moglie una figliuola d’un sarto, Spinella chiamata: giovane bella e vaga, ma di cervello gagliarda molto. Fatte le nozze, e menata la moglie a casa, Silverio della lei bellezza sí fattamente s’accese, che li pareva non poterle dar parangone; e le compiaceva di tutto quello che ella gli addimandava. Per il che Spinella venne in tanta baldanza e signoria, che nulla o poco conto faceva del suo marito. Ed il caprone era già venuto a tal condizione, che, quando le imponeva una cosa, ella ne faceva un’altra, e quando egli diceva: vien qua, — ella andava in là, e di lui se ne rideva. E perché il minchione non vedeva per altri occhi se non per gli suoi, non ardiva riprenderla, né al diffetto prendeva rimedio, ma a suo bel grado la lasciava far ciò che voleva.
Non passò l’anno, che Pisardo prese per moglie l’altra figliuola del sarto, nominata Fiorella: donna non men bella d’aspetto né men gagliarda di cervello di Spinella sua sorella. Finite le nozze, e tradotta la moglie a casa, Pisardo prese un paio di brache da uomo e duo bastoni; e disse: — Fiorella, queste son brache da uomo; piglia tu l’un di questi bastoni ed io prenderò l’altro: e combattiamo le brache, qual di noi le debba portare; e chi di noi sarà vincitore, quello le porti: e chi sarà perditore, quello stia ad ubidienza del vincente. — Udendo Fiorella le parole del marito, senza mettergli intervallo di tempo, umanamente rispose: — Ahimè, marito, che parole son queste che voi dite? Non siete voi il marito, e io la moglie? Non debbe star la moglie ad ubidienza del marito? E come io mai potrei far tal pazzia? Portate pur voi le brache, che a voi più ch’a me si convengono. — Io adunque — disse Pisardo — porterò le brache, e sarò il marito; e tu, come mia diletta moglie, starai all’ubidienza mia. Ma guarda che non cangi pensiero, né vogli tu esser marito, e io la moglie, acciò che poi tu non ti dogli di me. — Fiorella, che era prudente, confermò quanto gli aveva detto, e il marito in quel punto le diede il governo di tutta la casa; e consegnolle le robbe, dimostrandole il modo e l’ordine del viver suo. Dopo’ disse: — Fiorella, vieni meco, che io ti voglio mostrare i miei cavalli ed ensegnarti come li debbi governare quando fia bisogno. — E giunto alla stalla, disse: — Che ti pare, Fiorella, di questi miei cavalli? Non sono belli? Non sono ben tenuti? — A cui rispose Fiorella: — Signor sí. —Ma guarda — disse Pisardo — come sono maneggevoli e presti; — e presa una sferza in mano, toccava or questo or quello, dicendo: — Fatti qua, fatti là. — Ed i cavalli, stringendosi la coda fra le gambe, e facendosi tutti in groppo, ubidivano al patrone. Aveva Pisardo tra gli altri un cavallo assai bello di vista, ma vicioso e poltrone: e di lui poco conto teneva; ed accostatosi a lui con la sferza, diceva: — Fatti qua, fatti là; — e lo batteva. Ed il cavallo, di natura poltrone, si lasciava battere, non facendo cosa alcuna di quello che voleva il patrone; anzi tirava calzi or con un piede, ora con l’altro, ed ora con ambiduo. Onde vedendo Pisardo la durezza del cavallo, prese un bastone fermo e sodo, e li cominciò pettinare la lana di maniera che se gli stancò intorno. Ma il cavallo, più ostinato che prima, si lasciava battere, né punto si moveva. Pisardo, vedendo la dura ostinazione del cavallo, s’accese d’ira; e messa mano alla spada, che a lato aveva, l’uccise. Fiorella, veduto l’atto, si mosse a compassione del cavallo; e disse: — Deh, marito, perché avete voi ucciso il cavallo? Egli era pur bello; egli è stato un gran peccato ad ucciderlo. — Pisardo con turbata faccia rispose: — Sappi che tutti quelli che mangiano il mio, e non fanno a mio modo, premio di sí fatta moneta. — Fiorella, udita tal risposta, molto si contristò; e tra sé medesima diceva: — Ahimè misera e dolente, come sono io con costui mal arrivata! Io mi credevo aver per marito un uomo prudente; ed hommi incappata in un uomo bestiale. Guarda come per poco o per niente egli ha ucciso cosí bel cavallo! — e cosí tra sé molto si ramaricava, non pensando a che fine il marito questo diceva. Per il che Fiorella s’era posto in sí fatto timore e spavento del marito, che come mover lo sentiva, tremava tutta; e quando egli le ordinava cosa alcuna, subito l’essequiva, né a pena il marito aveva aperta la bocca, ch’ella lo intendeva: né mai vi era tra loro parola alcuna che molesta fosse.
Silverio, che molto amava Pisardo, sovente lo visitava, e desinava e cenava con esso lui; e vedendo i modi e i portamenti di Fiorella, molto si maravigliava: e tra sé stesso diceva: — O Dio, perché non mi toccò la sorte di aver Fiorella per moglie, sí come l’ebbe Pisardo mio fratello? Guarda come ella governa bene la casa, e fa gli servigi suoi senza strepito alcuno! Guarda come è ubidiente al marito, e fa ciò che egli le comanda! Ma la mia — misero me!— fa tutto ’l contrario; ed usa con tra di me quel peggio che usar si puole. — Trovandosi un giorno Silverio con Pisardo, e ragionando di varie cose, fra le altre disse: — Pisardo, fratello mio, tu sai l’amore che è tra noi; io volontieri saprei da te qual via tenuta hai in ammaestrare la moglie tua, che ti è sí ubidiente e tanto ti accareccia. Io a Spinella non posso sí amorevolmente comandare cosa alcuna, che ella ritrosamente non mi risponda; e appresso di questo fa tutto ’l contrario di quello che io le comando. — Pisardo, sorridendo, puntualmente gli raccontò l’ordine e il modo che egli tenuto aveva quando a casa la tradusse; e li persuase che ancor egli le dovesse fare il simile, e veder se gli giovasse: e quando questo non gli giovasse, non saprebbe che ricordo dargli. Piacque a Silverio l’ottimo arricordo; e presa licenza, da lui si partí.
E giunto a casa, senza indugio alcuno chiamò la moglie; e prese un paio delle sue brache e duoi bastoni, e fece tanto quanto Pisardo consigliato l’aveva. Il che vedendo, Spinella disse: — Che novità è questa, Silverio, che voi fate? che capricci vi sono sopraggiunti nel capo? Sareste mai voi divenuto pazzo? Non credete voi che noi sapemo che gli uomini, e non le donne, debbeno portar le brache? E che bisogna ora, fuor di proposito, tal cosa fare? — Ma Silverio nulla rispondeva; e continoava rincominciato ordine, dandole la regola del governo della casa. Spinella, maravigliandosi di questo, sgrignando disse: — Parvi forse, Silverio, che ancor io non sappia il modo di governar le cose vostre, che cosí caldamente me le mostrate? — Ma il marito taceva; e andatosene con la moglie alla stalla, fece parimente de’ cavalli tutto quello che aveva fatto Pisardo, e ne uccise uno. Spinella, vedendo tal sciocchezza, tra sé medesima pensò lui aver veramente perso lo senno; e disse: — Deh, ditemi per vostra fé, marito mio: che accidenti sono questi che vi sono sopragiunti nel capo? Che vogliono dir queste pazzie che voi fate senza considerazione? Sareste forse voi per vostra mala sorte divenuto insensato? — Rispose Silverio: — Io non sono impazzito, ma tutti quelli che viveno a mie spese e non mi ubidiscono, castigo in cotal guisa come hai veduto. — Accortasi Spinella del fatto bestiale del sciocco marito, disse: — Ahi, meschinello voi! par bene che il cavallo vostro sia stato una semplice bestia, avendosi sí miseramente lasciato uccidere. Ma che pensiero è il vostro? pensate voi far di me quello che fatto avete del cavallo? Certo, se voi lo credete, v’ingannate molto; e troppo tardo siete stato a provedere a quello che ora vorreste provedere. L’osso è fatto troppo duro, la piaga è ormai incancarita, né vi è più rimedio; più per tempo voi dovevate provedere alla vostro strana sciagura. O pazzo e senza cervello! non vi avedete di quanto danno e di quanto scorno state vi sono le vostre innumerabili sciocchezze? E di questo che ne conseguirete voi? Certo, nulla. — Udendo Silverio le parole della sagace moglie, e conoscendo per lo troppo amore nulla aver operato, deliberò a suo mal grado la trista sorte sino alla morte pazientemente sofferire. Spinella, vedendo il consiglio non esser stato profittevole al marito, se per lo adietro aveva d’un dito fatto a modo suo, nello avenire fece d’un braccio; perciò che la donna ostinata per natura più tosto patirebbe mille morti, che mutare la ferma sua deliberazione. —
— Quantunque, graziose donne, la focosa lussuria — sí come scrive Marco Tullio nel libro della Vecchiezza — sia ad ogni età fetente e sozza, nientedimeno alla canuta vecchiaia è sozzissima e d’ogni immondizia piena; perciò che, oltre la lei lordura e succidume, ella debilita le forze, toglie la vista, priva l’uomo dell’intelletto, fallo infame, gli vuota la borsa, e con la sua corta e fastidiosa dolcezza spingelo ad ogni scelerato delitto. Il che fiavi noto, se alle mie parole, secondo il costume vostro, grata e benigna audienza prestarete.
Nella nostra cittá, che di belle donne ogni altra avanza, trovavasi una gentil madonna, leggiadra e d’ogni bellezza compiuta, i cui vaghi lumi fiammeggiavano come matutina stella. Costei vivendo in delicatezze, e sendo morbida, e forse mal trattata dal marito nel letto, scielse per suo amatore un giovane valoroso, accostumato e di onorevol famiglia, e fecelo possessor dell’amor suo, amandolo più che ’l proprio marito. Avenne che un uomo d’anni molto aggravato, e amico del marito, il cui nome era Anastasio, sí fieramente s’accese dell’amor di costei, che né dí né notte non trovava riposo; e tanta era la passione e il tormento ch’egli sentiva, che in pochi dí divenne sí macilente e magro, che appena la pelle sopra le ossa ci stava. Egli aveva gli occhi lagrimosi, la fronte rugosa, il naso schiacciato, che a guisa di lambicco sempre gli stillava; e quando fiatava, rendeva un certo fetore, che quasi ammorbava chi s’avicinava a lui: e in bocca aveva solo duo denti, i quali gli erano più presto di danno che di utile. Appresso questo, era paralitico; ed avenga che il sole fosse in leone e scaldasse molto, non però si trovava mai caldo. Essendo adunque il miserello d’amor preso e infiammato, sollicitava molto la donna ora con un presente ed ora con un altro. Ma la donna — ancor che di gran valuta i doni fussero — tutti li rifiutava; perciò che a lei non bisognavano suoi presenti, per aver il marito ricco che non le lasciava cosa alcuna mancare. Più volte il vecchio la salutò per strada quando ella andava o ritornava da’ divini uffici, pregandola che l’accettasse per suo buon servo, e che non fosse sí cruda bramando la lui morte. Ma ella, prudente e savia, con gli occhi bassi, nulla rispondendogli, a casa ritornava.
Avenne che Anastasio s’avide che il giovane, di cui dicemmo di sopra, frequentava la casa della bella donna; e tanto cautamente spiò, che lo vide una sera che ’l marito era fuora della città, entrare in casa. Il che gli fu un coltello al core. Ed impazzito, non avendo riguardo né all’onor suo né a quello della donna, prese molti danari e gioie; e andatosene alla casa della donna, picchiò all’uscio. La fante, udito ch’ebbe picchiare a la porta, fecesi al balcone dimandando: — Chi picchia? Il vecchio rispose: — Apri, ch’io sono Anastasio, e voglio parlar a madonna d’una cosa importantissima. — La fante, conosciutolo, ne andò subito a lei che con l’amante era in camera e si solazzava; e chiamatala da parte, le disse:—Madonna, messer Anastasio picchia alla porta. — A cui disse la donna: — Va, e digli che vada pe’ fatti suoi, che io di notte non apro la porta ad alcuno quando il mio marito non è in casa. — La fante, inteso il voler della donna, li riferì quanto ella le aveva detto. Il vecchio, veggendo che gli era data ripulsa, cominciò fieramente a picchiare; e con ostinato animo voleva entrare in casa. La donna, già accesa di sdegno ed ira sí per lo disturbo, sí anche per lo giovane ch’era in casa, si fé’ alla finestra; e disse:—Mi maraviglio grandemente di voi, messer Anastasio, che voi senza rispetto alcuno veniate a queste ore picchiando l’uscio dell’altrui case; andatevene, poverello, a riposare, e non molestate chi non vi dá noia. Se ’l mio marito fusse nella terra e in casa, come non è, io vi aprirei volontieri; ma poi ch’egli non è in casa, non intendo di aprirvi. — Il vecchio pur diceva volerle parlare, e di cosa di non poca importanza; né però cessava di picchiar la porta. La donna, vedendo la temerità del bestione, e temendo che per sciocchezza non dicesse cosa che redondasse contra l’onor suo, si consigliò con l’innamorato giovane; il quale rispose che li aprisse, e intendesse quel che dir voleva, e che non temesse. Ella — tuttavia il vecchio fortemente battendo la porta — fece accendere un torchio, e mandò l’ancilla ad aprirlo. Venuto il vecchio in sala, la donna uscí di camera; e fattaseli incontro, che pareva una matutina rosa, dimandollo quello ch’egli andasse facendo a quell’ora. Il vecchio amoroso con benigne e pietose parole, quasi piangendo, disse: — Signora, unica speranza e sostenimento della misera mia vita, non vi paia strano che io temerariamente e con prosonzione sia qui venuto a picchiar il vostro uscio, dandovi noia. Io non son venuto per annoiarvi, ma per dichiarirvi la passione e l’affanno che per voi, madonna, sento; e di questo n’è causa la unica bellezza vostra, la qual vi fa ad ogni altra donna superiore. E se voi non arrete chiuse di pietà le porte, sovenerete a me, che per voi al giorno ben mille volte moio. Deh ! addolcite quel vostro duro cuore; non riguardate alla età né alla picciola condizione mia, ma all’alto e magnifico mio animo e caldo amore ch’ io vi portai, ora porto e sempre porterò, fin che l’afflitto spirito reggerà queste deboli ed afflitte membra. Ed in segno dell’amor mio verso di voi, allegramente accettarete questo presente: il quale, ancor che picciolo sia, pur caro lo arrete. — E tratto fuori di seno un borsone di ducati d’oro, che lucevano come il sole, e un fil di bianche, grosse e tonde perle, e due gioie legate in oro, gliele appresentò, pregandola che ella non li negasse il suo amore. La donna, udite e chiaramente intese le parole dell’insensato vecchio, disse: — Messer Anastasio, io mi pensavo che voi aveste altro cervello di quello che voi avete; ma ora mi parete d’intelletto privo. Dove è il saper e la prudenza vostra? Credete voi ch’io sia qualche meretrice, tentandomi con vostri presenti? Certo, voi v’ ingannate. A me non mancano coteste cose che donar mi volete. Portatele alle vostre triste, che vi contenteranno. Io, come ben sapete, ho marito, il qual non mi niega cosa che mi fa bisogno. Andatevi adunque alla buon’ora, e quel poco di tempo che vi avanza, attendete a vivere. — Il vecchio, e da dolore e da sdegno compunto, disse: — Madonna, rendomi certo che questo non dite da do vero, ma per paura del giovane che ora avete in casa, — e nominollo per lo proprio nome; — e se voi non mi contentarete sodisfacendo al desiderio mio, io vi scoprirò al marito vostro. — La donna, sentendo nominar per nome il giovane che aveva in casa, non si smarrì, ma li disse la maggior villania che mai si dicesse ad uomo nato; e preso un bastone in mano, volse dargli delle busse: ma il vecchio bellamente scese giù della scala, e aperto l’uscio, si partí.
La donna, partito il vecchio, se n’andò in camera dove era l’innamorato giovane; e quasi piagnendo li raccontò il tutto, temendo forte che ’l scelerato vecchio non l’appalesasse al marito: e addomandògli consiglio, che via ella tener dovesse. Il giovane, che era savio e accorto, prima confortò la donna e diedele animo; indi prese ottimo partito, e disse: — Anima mia, non dubitate punto, né vi sgomentate; prendete il consiglio che vi darò io, e state sicura che ogni cosa riuscirà in bene. Ritornato che fia il marito vostro, raccontategli la cosa come giace: dicendogli che ’l tristo e sciagurato vecchio v’infamia di commettere il peccato con questo e con quello; e annoveratene quattro o sei, tra’ quali ancor me mi porrete: e poi lasciate operar la fortuna, che vi sarà favorevole. — Parve alla donna ottimo il consiglio; e fece tanto quanto l’amante la consigliò. Ritornato il marito a casa, la donna si mostrava molto addolorata e trista, e con gli occhi pieni di lagrime malediceva la sua trista sorte; e addimandata dal marito che cosa avesse, nulla rispondeva, ma solo piangendo ad alta voce diceva: — Io non so che mi tenga ch’io da me stessa non mi dia la morte; che non posso patire che un perfido e traditore sia causa della mia ruina e perpetua infamia. Ahi, misera me, che aggio fatto io, che debbio essere lacerata e fino al vivo squarciata? E da chi? da un manigoldo, da un assassino che meritarebbe mille morti. — Pur, astretta dal marito, disse: — Quel temerario e prosontuoso vecchio amico vostro, Anastasio, uomo insensato, lascivo e dissoluto, non è egli venuto l’altra sera a me chiedendomi cose non men disoneste che triste, offerendomi danari e gioie? E perciò che io non gli diedi orecchio né volsi contentarlo, mi cominciò villaneggiare, dicendomi che io era una trista, e ch’io menava gli uomini in casa, e che io m’impacciava col tal e col tale. Il che udendo, rimasi morta; ma fatto buon coraggio, presi un bastone per batterlo; ed egli, dubitando di quello li poteva avenire, con bel modo scese giù per la scala e si partí. — Il marito, intendendo questo, fu oltre modo dolente ; e confortata la moglie, determinò di farli tal scherzo, che sempre si ricordarebbe di lui.
Venuto il giorno sequente, il marito della donna ed Anastasio si rincontrorono insieme; ed innanzi che ’l marito dicesse cosa alcuna, Anastasio fece motto di volerli parlare. Ed egli molto volontieri l’ascoltò. Disse adunque Anastasio: — Signor mio, voi sapete quanto e qual sia sempre stato l’amore e benevolenza tra noi, che a quella poco si potrebbe aggiungere. Onde mosso d’ardente zelo dell’onor vostro, determinai dirvi alquante parole, pregandovi tuttavia per l’amor che è tra noi, le teniate ascose, provedendo con maturo giudizio e con ogni celerità alle cose vostre. E per non tenervi sospeso in lungo sermone, dicovi che la moglie vostra è vagheggiata dal tal giovane: ed ella l’ama, e si dá piacere e solazzo con esso lui, con grave scorno di voi e della famiglia vostra. E questo v’affermo per ciò che l’altra sera, che voi eravate fuori della città, io con gli propri occhi il vidi la sera entrare in casa vostra incognito, e la mattina per tempo uscire. — Il marito, udendo questo, s’accese di sdegno, e cominciollo villaneggiare, dicendo: — Ah sciagurato, manigoldo e tristo! non so che mi tenga non ti prenda per cotesta barba, e che non te la cavi a pelo a pelo. Non so io di che condizione è la moglie mia? non so io come l’hai voluta corrompere con danari e gioie e perle? Non hai tu detto, sciagurato e tristo, che non volendo ella acconsentire alla tua sfrenata voglia, tu l’accuserai a me, facendola dolente e grama tutto il tempo della vita sua? non hai tu detto che ’l tale e il tale e molti altri si danno piacere con essa lei? Se io non avessi risguardo alla età tua, io ti follerei sotto i piedi, e te ne darei tante, che ti uscirebbe l’anima del corpo. Vattene in tua mal’ora, vecchio insensato, né mi venir più dinanzi gli occhi; né serai più sí oso di avicinarti a casa mia. — Il vecchio, messe le pive nel sacco e come muto divenuto, si partí; e la donna, savia e prudente dal marito tenuta, con maggior sicurtà che prima si diede buon tempo col suo amante. —
— La favola raccontata da questa mia amorevole sorella, mi riduce a memoria quello che intervenne ad un mercatante genovese, il quale, vendendo il vino con acqua, perse i danari e quasi di doglia volse morire.
In Genova, cittá preclara e molto dedita a mercatanzie, trovavasi un Bernardo della famiglia Fulgosa, uomo avaro e dedito alli contratti illiciti. Costui deliberò condurre in Fiandra una nave carica di ottimo vino del monte Folisco per venderlo ivi gran prezzo. Partitosi adunque un giorno con buona ventura del porto di Genova, e prosperamente solcando, giunse nelle parti di Fiandra, dove, gettate l’ancore, fermò la nave; e sceso in terra, accompagnò il vino con altrettanta acqua, sí che d’una botte di vino ne fece due. Il che fatto, levò le ancore; e veleggiando con buono e prosperevole vento, giunse nel porto di Fiandra. E perché ivi era gran penuria di vino, gli abitatori comprorono il detto vino a gran prezzo. Laonde il mercatante, empiuti duo gran sacchetti di scudi d’oro, e grandemente allegrandosi, di Fiandra si partí, ritornando verso la patria sua.
Bernardo, poiché fu bonamente discosto da Fiandra, ritrovandosi in mezzo al mare, pose quei denari sopra una tavola,
e cominciò a noverargli; i quai, contati, ripose ne’ due sacchetti, e strettamente legolli. Fatto questo, ecco ch’una scimia, ch’era nella nave, si sciolse dalla catena, e saltò sopra; e tratti dalla tavola i duo sacchetti, rattamente ascese l’arboro della nave, ed entrò nella gabbia, e cominciò trar fuori i danari de’ sacchetti, non altrimenti che annoverargli volesse. Il mercatante, temendo di perseguirla, over di farla seguitare, acciò che adiratasi non gettasse gli scudi nel mare, stava di mala voglia tutto addolorato, e quasi era per rendere lo spirito; né sapeva che consiglio prendere, o di andare a lei o di rimanersi. E stando in questo dubbioso pericolo, parvegli finalmente esser il meglio sottoporsi alla volontà dell’animale. Ma la scimia, slegati li pacchetti e traendo fuori gli scudi e riponendogli dentro, poi che gli ebbe maneggiati un gran pezzo, ripostigli ne’ sacchetti e legatigli, uno sacchetto ne trasse nel mare e l’altro al mercatante su la nave, come significar volesse che quelli danari ch’erano stati gettati nel mare, s’erano acquistati per l’acqua posta nel vino, e gli altri dati al mercatante, erano quelli del vino: e cosí l’acqua ebbe il prezzo dell’acqua, e Bernardo del vino. Onde vedendo egli ciò esser intervenuto per volontà divina, si racquetò: pensando che le cose di mal acquisto non sono beni duraturi, e se aviene che le goda il patrone, non le gode l’erede. —
— Vari sono i giudici degli uomini e varie le volontà; e ciascaduno, come dice il savio, nel suo senso abbonda. Da qua procede che degli uomini alcuni si danno al studio delle leggi, altri all’arte oratoria, altri alla speculazione della filosofia, e chi ad una cosa e chi a l’altra: cosí operando la maestra natura, la quale, come pietosa madre, muove ciascaduno a quel che gli aggrada. Il che vi fia noto se al parlar mio benigna audienza prestarete.
In Sicilia, isola che per antiquità tutte le altre avanza, è posta una nobilissima città; la quale per lo sicuro e profondissimo porto è chiara, e volgarmente è detta Messina. Di questa nacque maestro Lattanzio; il quale aveva due arti alle mani, e dell’una e dell’altra era uomo peritissimo: ma una essercitava publicamente e l’altra di nascosto. L’arte che egli palesemente essercitava, era la sartoria; l’altra, che nascosamente faceva, era la nigromanzia. Avenne che Lattanzio tolse per suo gargione un figliuolo d’un pover’uomo, acciò che imparasse l’arte del sarto. Costui, che era putto, e Dionigi si chiamava, era sí diligente ed accorto, che quanto gli era dimostrato, tanto imparava. Avenne che, sendo un dí maestro Lattanzio solo e chiuso nella sua camera, faceva certe cose di nigromanzia. Il che avendo persentito Dionigi, chetamente si accostò alla fessura che nella camera penetrava; e vidde tutto quello che Lattanzio suo maestro faceva. Laonde, invaghito di tal arte, puose ogni suo pensiero alla nigromanzia, lasciando da canto l’essercizio del sarto; non però osava scoprirsi al maestro. Lattanzio, vedendo Dionigi aver mutata natura, e di diligente e saputo esser divenuto pigro ed ignorante, né più attendere, come prima, al mistiero del sarto, diégli licenza, e mandollo a casa di suo padre. Il padre, che poverissimo era, veduto che ebbe il figliuolo, molto si duolse. E poscia che castigato ed ammaestrato l’ebbe, lo ritornò a Lattanzio, pregandolo sommamente che lo dovesse tenere, castigarlo e nodrirlo; né altro da lui voleva se non che l’imparasse. Lattanzio, che conosceva il padre del gargione esser povero, da capo l’accettò, e ogni giorno gl’insegnava cuscire; ma Dionigi si dimostrava d’addormentato ingegno, e nulla apparava. Per il che Lattanzio ogni giorno con calzi e pugna lo batteva, e il più delle volte li rompeva il viso e facevagli uscir il sangue; ed insomma più erano le battiture, che i bocconi che egli mangiava. Ma Dionigi ogni cosa pazientemente sofferiva; e la notte alla fessura della camera n’andava, e il tutto vedeva. Vedendo Lattanzio il gargione esser tondo di cervello, né poter apparare cosa che li fosse mostrata, non si curava più di far la sua arte nascosamente, imaginandosi che, s’egli non poteva apparar quella del sarto, che era agevole, molto minormente appararebbe quella di nigromanzia, che era malagevole. E però Lattanzio non si schifava più da lui, ma ogni cosa in sua presenzia faceva. Il che era di molto contento a Dionigi; il quale, quantunque fosse giudicato tondo e grossolone, pur molto leggermente apparò l’arte nigromantica, e divenne sí dotto e sofficiente in quella, che di gran lunga il maestro avanzò. Il padre di Dionigi, andatosene un giorno alla bottega del sarto, vidde suo figliuolo non lavorare, ma portar le legna e l’acqua che bisognava per cucina, scopar la casa e far altri vilissimi servigi. Onde assai si duolse; e fatta tuor buona licenza dal maestro, a casa lo condusse.
Aveva il buon padre per vestir il figliuolo molti danari spesi acciò che apparasse l’arte del sarto; ma vedendo non potersi prevaler di lui, assai si ramaricava; ed a lui diceva: — Figliuolo mio, tu sai quanto per farti un uomo ho per te speso; né dell’arte tua mi ho mai prevalesto nelle bisogne mie. Onde mi trovo in grandissima necessità, né so come debba far in nodrirti. Io vorrei, figliuol mio, con qualche onesto modo tu ti affaticassi per sovenirti. — A cui rispose il figliuolo: — Padre, prima vi ringrazio delle spese e fatiche fatte per me; indi pregovi che non vi affannate, ancor che io non abbia apparato l’arte del sarto, sí come era il desiderio vostro; perciò che io ne apparai un’altra che ne sarà di maggior utile e contento. State adunque cheto, padre mio diletto, né vi smarrite, perciò che presto vedrete il profitto che io fei, e del frutto la casa e la famiglia sovenir potrete. Io per nigromantica arte trasmuterommi in un bellissimo cavallo; e voi fornito di sella e briglia mi menerete alla fiera, e mi venderete: ed io lo sequente giorno ritornerò a casa nel modo che voi ora mi vedete; ma guardate di non dare in modo alcuno al compratore la briglia, perciò che io non potrei più ritornare a voi, e forse più non mi vedreste. —Trasformatosi adunque Dionigi in un bellissimo cavallo, e menato dal padre in fiera, fu veduto da molti: i quai si maravigliavano di tanta bellezza e delle prove che il cavallo faceva.
Avenne che in quell’ora Lattanzio si trovava in fiera; e veduto il cavallo, e conosciutolo esser sopranaturale, andò a casa: e trasformatosi in un mercatante, prese gran quantità di danari, ed in fiera ritornò. E avicinatosi al cavallo, espressamente conobbe quello esser Dionigi; e addimandato il patrone se vender lo voleva, fulli risposo che sí. E fatti molti ragionamenti, il mercatante gli offerse dare fiorini ducento d’oro.
Il patrone del prezio s’accontentò, con patto però che non intendeva che nel mercato fosse la briglia. Il mercatante tanto con parole e con danari fece, che ebbe anche la briglia, e menollo al proprio alloggiamento; e messolo in stalla, e strettamente legato, aspramente il bastonava; e questo ordine teneva e mattina e sera, di modo che ’l cavallo era venuto sí distrutto, che era una compassione a vederlo. Aveva Lattanzio due figliuole; le quali, vedendo la crudeltà dell’impio padre, si mossero a pietà; ed ogni dí andavano alla stalla, ed il cavallo acccarezzavano, facendogli mille vezzi. E tra le altre una volta lo presero per lo capestro, e lo menorono al fiume per dargli da bere. Giunto il cavallo al fiume, subito nell’acqua si slanciò; e trasformatosi nel pesce squallo, s’attuffò nell’onde. Le figliuole, veduto il strano ed inopinato caso, si smarrirono; e ritornate a casa, si misero dirottamente a piagnere, battendosi il petto e squarciandosi e biondi capelli. Non stette molto che Lattanzio venne a casa; e gitosene alla stalla per dar delle busse al cavallo, quello non trovò: ma acceso di subita ira, e andato su dove erano le figliuole, vidde quelle dirottamente piagnere; e senza addimandarle la causa delle lagrime loro, perciò che s’avedeva dell’error suo, disse: — Figliuole mie, senza timore dite presto quello è intravenuto del cavallo, che noi li provederemo. — Le figliuole, assecurate dal padre, puntalmente gli narrorno il tutto. Il padre, inteso il sopradetto caso, senza indugio si spogliò le sue vestimenta, e andato alla riva del fiume, nell’acqua si gettò; e trasformatosi in un tonno, perseguitò il squallo ovunque nuotava per divorarlo. Il squallo, avedutosi del mordace tonno e temendo che non lo inghiottisse, s’accostò alla sponda del fiume; e fattosi in un preciosissimo robino, uscí fuori dell’acqua, e chetamente saltò nel canestro d’una damigella della figliuola del re, la quale per suo diporto nel lito raccoglieva certe pietruzze: e tra queste si nascose. Tornata la damigella a casa, e tratte fuori le pietruzze del canestro, Violante, unica figliuol del re, vidde l’anello: e preso, se lo pose in dito, e tennelo molto caro. Venuta la notte, e andatasene Violante a riposare, tenendo tuttavia l’anello in dito, l’anello si trasmutò in un vago giovanetto; il quale, messa la mano sopra il candido petto di Violante, trovò due popoline ritondette e sode. Ed ella, che ancora non s’era addormentata, si smarrì, e volse gridare. Ma il giovane, posta la mano sopra la bocca, di odor piena, non la lasciò gridare; e messosi in genocchione, le chiese mercé, pregandola che gli porgesse aiuto, perciò che non era ivi venuto per contaminare la sua casta mente, ma da necessitá costretto; e raccontolle chi egli era, la causa perché era venuto, e come e da chi era perseguitato. Violante, per le parole del giovane assicurata alquanto, e per la lampade, che era nella camera accesa, veggendolo leggiadro e riguardevole, si mosse a pietà; e disse: — Giovane, grande è stata l’arroganzia tua a venir là dove non eri chiamato, e maggiore a toccar quello che non ti conveneva. Ma poscia ch’io intesi le sciagure a pieno da te raccontate, io, che non sono di marmo né ho il cuore di diamante, mi accingo e preparo a darti ogni possibile ed onesto soccorso, pur che il mio onore illeso sia riserbato. — Il giovane prima le rese le debite grazie: indi, venuto il chiaro giorno, nell’anello si fece; ed ella il pose là dove erano le sue care cose: e spesse volte l’andava a visitare, e con lui, che si riduceva in forma umana, dolcemente ragionava.
Avenne che al re, padre di Violante, sopragiunse una grave infermità; né si trovava medico che ’l potesse guarire, ma tutti dicevano l’infermità incurabile: e di dí in dí il re peggiorava. Il che venne all’orecchie di Lattanzio; il quale, vestitosi da medico, andò al palazzo regale: ed entrato in camera del re, l’addimandò della sua infermità; poscia, guardatolo ben nella faccia, e tòccogli il polso, disse: — Sacra Corona, l’infermità è grande e pericolosa; ma state di buon animo, che presto vi risanarete. Io ho una virtù, che vuol ben esser infermità gravissima, che non la curi in brevissimo tempo. State adunque di buona voglia, e non vi sgomentate. — Disse il re: — Maestro mio, se voi curarete questa infermità, io vi guidardonerò di tal sorte, che per tutto il tempo della vita vostra contento vi trovarete. — Il medico disse che non voleva stato né danari, ma una sola grazia. Il re promise concedergli ogni cosa che convenevole fosse. Disse il medico: — Sacra corona, altro da voi non voglio se non un robino legato in oro, che ora si trova in balia della figliuola vostra. — Il re, intesa la picciola domanda, disse: — Se altro da me non volete, state sicuro che la grazia vi sarà concessa. — Il medico, diligente alla cura del re, tanto operò, che in dieci giorni dalla gravosa infermità fu liberato. Risanato il re e restituito alla pristina sanità, in presenza del medico fece il re chiamare la figliuola, e comandolle che li portasse tutte le gioie che ella aveva. La figliuola, ubidiente al padre, fece quanto il re le aveva comandato; non però gli portò quella che sopra ogni altra cosa teneva. Il medico, vedute le gioie, disse tra quelle non esser il robino che egli desiderava: e che la figliuola riguardasse meglio, che lo troverebbe. La figliuola, che era già tutta accesa dell’amor del robino, denegava averlo. Il re, questo udendo, disse al medico: — Andate e ritornate dimani, che faremo sí fattamente con la figliuola, che voi l’arrete. — Partitosi il medico, il padre chiamò Violante: e ambiduo chiusi in una camera, dolcemente l’interrogò del robino che voleva il medico. Ma ella costantemente denegava il tutto.
Partita dal padre Violante ed andata nella sua camera e chiusa sola dentro, si mise a piagnere; e preso il robino, lo abbracciava, basciava e stringeva, maladicendo l’ora che il medico in queste parti era venuto. Vedendo il robino le calde lagrime che dai be’ occhi giù scorrevano ed i profondi sospiri che dal ben disposto cuore venivano, mosso a pietà, si converse in umana forma; e con amorevoli parole disse: — Signora mia, per cui reputo aver la vita, non piangete né sospirate per me che vostro sono, ma cercate rimedio al nostro affanno; perciò che il medico che con tanta sollecitudine procaccia di avermi nelle mani, è il mio nemico che vorrebbe di vita privarmi: ma voi, come donna prudente e savia, non mi darete nelle sue mani, ma dimostrandovi piena di sdegno, mi trarrete nel muro; ed io provederò al tutto. — Venuta la mattina sequente, il medico ritornò al re; ed udita la cattiva risposta, alquanto si turbò, affermando veramente il robino esser nelle mani della figliuola. Il re, chiamata la figliuola in presenza del medico, disse: — Violante, tu sai che per virtù di questo medico noi abbiamo riavuta la sanità, e per suo guidardone egli non vuole stati né tesori, ma solamente un robino, il quale dice esser nelle tue mani. Io avrei creduto che per l’amor che mi porti, non che un robino, ma del proprio sangue mi avesti dato. Onde per l’amor che io ti porto e per le fatiche che ha portate tua madre per te, ti prego che non neghi la grazia che il medico addimanda. — La figliuola, udita ed intesa la volontà paterna, ritornò in camera; e preso il robino con molte gioie, ritornò al padre, e ad una ad una le addimostrò al medico: il qual, subito che vidde quella che tanto desiderava disse: — Eccola! — e volse gettarli la mano adosso. Ma Violante, avedutasi dell’atto, disse: — Maestro, state indietro, perciò che voi l’avrete. — E tolto il robino con sdegno in mano, disse: — Già che questo è il caro e gentil robino che voi cercate, per la cui perdita in tutto il tempo della vita mia rimarrò scontenta, io non vi lo do di mio volere, ma astretta dal padre; — e cosí dicendo, trasse il bel robino nel muro: il quale, giunto in terra, subito s’aprí, e un bellissimo pomo granato divenne, il quale, aperto, sparse le sue granella da per tutto. Il medico, vedute che ebbe del pomo le granella sparse, si trasformò in un gallo: e redendo col suo becco Dionigi di vita privare, rimase del tutto ingannato; perciò che un grano in tal modo si nascose, che dal gallo mai non fu veduto. Lo nascosto grano, aspettata l’opportunità, in un’astuta e sagace volpe si converse; ed accostatosi con fretta al crestuto gallo, quello per lo collo prese, uccise ed in presenza del re e della figliuola il divorò. Il che vedendo, il re stupefatto rimase; e Dionigi, ritornato nelle propria forma, narrò al re il tutto, e di consentimento suo prese Violante per sua legittima moglie: con la quale visse lungo tempo in tranquilla e gloriosa pace; e il padre di Dionigi di povero grandissimo ricco divenne, e Lattanzio, d’invidia e odio pieno, ucciso rimase.—
— Oggidì, amorevoli donne, più s’onorano i favori, la nobiltà e le ricchezze, che la scienzia; la quale, quantunque sia in persone di basso e umil grado sepolta, ella nondimeno da sé stessa pur riluce e splende come un raggio. Il che fiavi manifesto, se alla mia breve favola l’orecchio prestarete.
Fu già nella città antenorea un medico molto onorato e ben accommodato di ricchezze, ma poco disciplinato nella medicina; il quale aveva per compagno nella cura d’un gentil’uomo de’ primi della città un altro medico, che per dottrina e pratica era eccellente, ma privo de’ beni della fortuna. Un dí venuti a visitar l’infermo, quel gran medico riccamente vestito, toccatogli il polso, disse che egli aveva una febre molto violenta e formicolare. Il medico povero, bellamente guardando sotto ’l letto, vidde per aventura alcune cortecce di pomi; e pensossi ragionevolmente che l’infermo avesse mangiato de’ pomi la sera precedente. Poi che gli ebbe toccato il polso, dissegli: — Fratel mio, veggio che ieri sera tu hai mangiato de’ pomi, perché hai una gran febre. — Non potendo l’ammalato negar quello ch’era la verità, gli disse di sí. Furono ordinati gli opportuni rimedi, e partironsi i medici. E cosí andando insieme, quel famoso ed onorato medico, gonfiato il petto d’invidia, pregò molto questo medico di bassa fortuna, suo collega, che gli volesse manifestar i segni per i quali aveva conosciuto l’infermo aver mangiato de’ pomi: promettendo dargli un buon pagamento per la sua mercede. Il medico di umile stato, veggendo l’ignoranza di costui, acciò che se ne vergognasse, l’ammaestrò in questo modo: — Quando ti averrà d’andar alla cura d’alcun infermo, al primo ingresso abbi sempre l’occhio sotto ’l suo letto; e quello che vi vedrai da mangiare, sappi certo che l’infermo ne ha mangiato. Questo è un notabile isperimento del gran commentatore; — e ricevuti alcuni danari, da lui si partí. La mattina sequente questo magnato ed eccellente medico, chiamato alla cura d’un certo contadino, ma però ben accommodato e ricco, entrando nella camera, vidde sotto ’l letto la pelle d’un asino; e poi ch’ebbe cerco e investigato il polso dell’infermo, trovatolo da inordinata febre aggravato, gli disse: — Io conosco, fratel mio, che iersera hai fatto un gran disordine, che hai mangiato l’asino; e per questa causa quasi sei incorso all’ultimo termine della vita tua. — Il contadino, udite cosí pazze ed esorbitanti parole, sorridendo gli rispose: — Perdonimi, prego, Vostra Eccellenzia, signor mio; sono già dieci dí ch’altro asino, che te solo, non ho io visto né mangiato. — E con queste parole licenziò il cosí prudente e scienziato filosofo, e trovossi un altro medico più perito di lui. E cosí appare, sí come dissi nel principio del mio ragionamento, che più sono onorate le ricchezze che la scienzia. E se io sono stata più breve di quello che conveniva, mi perdonarete; perciò che io vedeva l’ora esser tarda, e voi col capo affermar ogni cosa esser vera. —
Aveva ormai la secca terra mandata fuori l’umida ombra della scura notte, e gli vaghi uccelli sopra li fronzuti rami delli diritti arbori nelli lor nidi chetamente posavano, quando l’amorevole e onorata compagnia, posto da parte ogni noioso pensiero, al solito luogo si ridusse. E poscia che con lento passo furono fatte alquante danze, la signora comandò che ’l vaso fosse recato; e postovi dentro di cinque donne il nome, la prima che uscí fu Diana, l’altra Lionora, la terza Isabella, la quarta Vicenza e la quinta Fiordiana. Ma prima che dessero principio al favoleggiare, volse la signora che tutte cinque con i loro lironi cantassero una canzonetta. Le quali con lieto viso e con angelico sembiante in tal maniera dissero:
Sconsolate erbecine,
Dov’è il valor, dov’è la gloria vostra
E i gentil sguardi della donna nostra?
Ahimè, smarrito è il lume,
Anzi ’l bel sol ch’ogni altro discolora,
Che per divin costume
Ci facevan gioir ad ora ad ora,
E la nobil sembianza
Dolcemente allargar a gli occhi il freno.
O fallace speranza,
Come Amor n’ hai del bel viso sereno
In tutto privi e sconsolati a pieno!
Non senza qualche acceso sospiro fu ascoltata l’amorosa canzone, la qual forse d’alcuno penetrò le radici del cuore. Ma ciascuno il suo segreto amore dentro nel petto nascosto ritenne. Indi la gentil Diana, sapendo il primo luogo del favoleggiar a lei toccare, non aspettando altro comandamento, alla sua favola diede felice principio:
— Sí come, amorose donne, la lealtà, che in una gentil madonna si trova, merita lode per esser sommamente comendata da tutti, cosí per lo contrario la dislealtà che la signoreggia, merita biasmo per esser parimenti vituperata da tutti. La prima distende le sue braccia in ogni parte, e da tutto il mondo è strettamente abbracciata; l’altra ha i piedi deboli e per la sua debolezza non può gir innanzi: onde nel fine rimane da ogn’uno miserabilmente abbandonata. Dovendo adunque io dar cominciamento al favoleggiare di questa notte, mi ho pensato raccontarvi una favola che vi fia di sodisfamento e piacere.
Galafro, potentissimo re della Spagna, fu uomo a’ giorni suoi bellicoso; e per le sue virtù superò molte province, e quelle al suo imperio sottomesse. Venuto il re alla senile età, prese per moglie una giovane, Feliciana per nome chiamata: donna veramente leggiadra, cortese e fresca come rosa; e per la sua gentilezza e maniere accorte, era sommamente amata dal re, né ad altro pensava che compiacerle. Avenne che trovandosi un giorno il re a ragionamento con uno chiromante, il quale per comune fama era peritissimo nell’arte, vuolse che gli guardasse la mano, e dicesse la ventura sua. Il chiromante, inteso il voler del re, prese la sua mano e diligentemente mirò ogni linea che in quella si trovava; e guardato che l’ebbe, s’ammutí e pallido nella faccia divenne. Il re, vedendo il chiromante muto e bianco nel viso divenuto, conobbe apertamente lui aver veduta cosa che non gli aggradiva; e fattogli buon cuore, disse: — Maestro, dite ciò che avete veduto, né temete; perché quello che voi direte, accettaremo allegramente. — Il chiromante, assicurato dal re di poter liberamente parlare, disse: — Sacra Maestà, molto mi spiace esser qui aggiunto per raccontarle cosa, per cui dolore e noia ne abbia a venire. Ma poscia ch’io sono assicurato da lei, dichiarerolle il tutto. Sappi, o re, che la moglie che tanto ami, ti porrà due corna in testa; e però fa mestieri che con somma diligenza la custodisci. — Il re, questo intendendo, rimase più morto che vivo; e data buona licenza al chiromante, imposegli che la cosa secreta tenesse. Or stando il re in questo affannoso pensiero, e considerando dí e notte quello che detto gli aveva il chiromante, e come schiffar puotesse un sí ignominioso scorno, determinò di mettere la moglie in una forte torre e con diligenza farla servare: e cosi fece.
Era già divolgata d’ogn’ intorno la fama, come Galafro re aveva fabricata la rocca, e in quella messa la moglie sotto grandissima custodia; ma non si sapeva la cagione. Questo pervenne all’orecchi di Galeotto, figliuolo di Diego re di Castiglia; il quale, considerata l’angelica bellezza della reina, e l’età del suo marito, e la vita che le faceva tenendola chiusa in una forte torre, deliberò di tentare se gli poteva far una berta; e sí come egli deliberò, cosí la deliberazione riuscì come era il desiderio suo. Imperciò che Galeotto prese gran quantità di danari e molte ricche merci, e in Spagna secretamente se n’andò, e in casa d’una povera vedova tolse due camere a pigione. Avenne che Galafro re una mattina per tempo montò a cavallo, e con tutta la sua corte se n’andò alla caccia con animo di star fuori più giorni. Il che avendo persentito Galeotto, si mise in ordine; e vestitosi da mercatante, e prese molte merci d’oro e d’argento, che erano bellissime e valevano uno stato, uscí di casa, e quinci e quindi andava dimostrando le sue merci per la città. Ultimamente pervenuto al luoco della torre, più volte gridò: — Chi vuoi comprar delle mie merci, facesi innanzi! — Udendo le damigelle della reina il mercatante sí altamente gridare, si fecero ad una finestra; e videro bellissimi panni d’oro e d’argento in tal maniera ricamati, che era cosa ammirativa a vederli. Le donzelle subito corsero alla reina; e dissero: — Signora, quinci passa un mercatante e ha robbe le più belle, le più ricche che vedeste già mai: e quelle sono non da cittadini, ma da re, prencipi e gran signori; e tra le altre vi sono alcune a voi conformi, tutte ingemmate di preciose gioie. — La reina, bramosa di veder cosí belle merci, pregò i guardiani che entrar lo lasciassero; ma elli, temendo di non essere scoperti e malmenati, non volevano consentire, perciò che il comandamento del re era grande e gli andava la vita; pur addolciti dalle affettuose parole della reina e dalle larghe promesse del mercatante, lo lasciarono entrare. Il qual, prima fatta la debita e convenevole riverenza, la salutò; indi mostrolle le nobili sue merci. La reina, che era festevole e baldanzosa, vedendolo bello, piacevole e di natura benigno, incominciò balestrarlo con la coda dell’occhio e accenderlo del lei amore. Il mercatante, che non dormiva, dimostrava nel volto corresponderle in amore. Vedute che ebbe la reina molte cose, disse: — Maestro, le cose vostre sono bellissime, né hanno opposizione alcuna; ma tra tutte questa molto mi aggrada. Io volontieri saprei quello l’apprecciate. — Rispose il mercatante: — Signora, non è danaro che sofficiente sia a sodisfamento di lei. Ma quando vi fosse in piacere, io più presto ve la donerei che venderla, pur ch’io fosse sicuro di ottener la grazia sua, la qual io reputo maggiore che ogni altra robba. — La reina, intesa la magnifica e generosa liberalità, e considerato l’altissimo suo animo, tra sé stessa s’imaginò lui non esser persona vile, ma di grandissimo maneggio; e voltatasi a lui, disse: — Maestro, quello che voi dite, non è atto di uomo vile, che è più delle volte dedito all’ingordo guadagno; ma con effetti dimostrate la magnanimità che nel cor vostro ben disposto regna. Io, quantunque indegna, mi offero a’ piaceri e comandi vostri. — Il mercatante, vedendo la reina ben disposta e la cosa riuscire sí come egli desiderava, disse: — Signora, vera e salda colonna della vita mia, l’angelica bellezza vostra, congiunta con quelle dolci e benigne accoglienze, mi ha sí fortemente legato, che io non spero potermi mai più da lei disciogliere. Io per voi ardo, né trovo acqua che estinguer possa sí ardente fuoco in cui mi trovo. Io da lontani paesi sono partito, e non per altro se non per veder la rara e singolar bellezza, la quale ad ogni altra donna vi fa superiore. Se voi, come benigna e cortese, nella grazia vostra mi accetterete, arrete un servo di cui potrete disporre come di voi stessa. — La reina, udite tai parole, stette sopra di sé, e prese ammirazione non picciola che ’l mercatante avesse tanto ardire; ma pur vedendolo bello e leggiadro, e considerando l’ingiuria che le faceva il marito tenendola chiusa nella torre, dispose al tutto seguir il piacer suo. Ma prima che lo contentasse, disse: — Maestro, gran cosa son le forze d’amore: le quali mi hanno ridotta a sí fatto termine, che io sono rimasta più vostra che mia. Ma poscia che cosí vuol la sorte, ch’io sia in servitù d’altrui, son disposta che la deliberazione seguiti l’effetto: con questa però condizione, ch’io posseda la guadagnata robba. — Il mercatante, veduta l’ingordigia della reina, prese la nobil mercé, e quella le diede in dono. La reina, invaghita della cara e preciosa robba, dimostrando di non aver il cuor di pietra né di diamante, prese il giovane per mano e menollo in un camerino; e affettuosamente s’abbracciarono e basciarono. Il giovane, messala sopra il letto e lui coricatosi appresso, alziòle la camiscia ch’era più che neve bianca; e preso in mano il piviolo, che già diritto era, subito nel solco lo mise, e prese gli ultimi frutti d’amore.
Adempita che ebbe il mercatante la sua voglia, uscí di camera, e chiese alla reina la sua mercé in dietro. La reina, questo intendendo, attonita rimase; e da dolore e da vergogna oppressa, cosí disse: — Non conviensi ad uomo magnifico e liberale addimandare indietro la cosa lealmente donata. Questo fanno i fanciulli, che per la tenella età sono di senno e d’intelletto privi. Ma a voi, uomo savio e accorto, a cui non fa bisogno curatore, io la robba restituir non intendo. — Il giovane, che di tal cosa prendeva trastullo, disse: — Signora, se voi non me la darete, lasciandomi andare alla buon’ora, io mai non mi partirò di qua, sino attanto che ’l re venga: ed egli, giusto e sincero, o la pagherà, o farammela, com’è convenevole, ristituire. — La reina, decetta dall’astuto mercatante, temette che il re non sopragiungesse; e contra sua voglia gli rese la robba. Partitosi il mercatante per uscir del castello, i guardiani lo assalirono, e addimandarono la cortesia che promessa gli aveva. Il mercatante non negò averli promesso: ma con patto, s’egli vendeva le sue merci o parte di quelle. — Onde, non avendole né in tutto né in parte vendute, non mi tengo esser obligato a darvi cosa alcuna, perciò che con quelle istesse merci, con le quali nella torre entrai, me n’uscisco fuori. — I guardiani, accesi d’ira e di furore, non volevano che per maniera alcuna uscisse se prima non pagava il scotto. Il mercatante, che era più giotto di loro, disse: — Fratelli, poscia che voi mi vietate l’uscire tenendomi qui a bada, io me ne starò sino a tanto che ’l re vostro venga: ed egli, magnanimo e giusto signore, determinerà la questione nostra. — I guardiani, che temevano che ’l re non venisse ed ivi il giovane trovasse, e come disubidienti uccider li facesse, apersono la porta e a suo bel grado lo lasciarono gire.
Uscito il mercatante della torre, e lasciata la reina più con vergogna che con robba, cominciò ad alta voce gridare: — Io il so, e non lo voglio dire; io il so e non lo voglio dire! — In quel punto Galafro ritornava dalla caccia: e udendo dalla lunga il grido che faceva il mercatante, molto se ne rise; e giunto al palazzo, e andato nella torre dove dimorava la reina, invece di saluto burlando disse: — Madonna, io il so, e non lo voglio dire! — e ciò replicò più volte. La reina, udendo le parole del re, e pensando che dicesse da dovero e non da burla, si tenne morta; e tutta tremante, prostratasi a terra, disse al re: — O re, sappi ch’io ti ho tradito, e chiedoti perdono del mio gran fallo, né è morte che io non meriti; ma confisa della tua clemenza, spero di ottener grazia e perdono. — Il re, che non sapeva la cosa, si maravigliò molto; e comandolle che si levasse in piedi e gli raccontasse il tutto. La reina, smarrita, con tremante voce e con abondantissime lacrime li narrò il caso dal principio alla fine. La qual cosa intesa, disse il re: — Madama, sta di buona voglia, né ti smarrire; perciò che quello che vuole il cielo, convien che sia. — Ed in quell’ora fece spianar la torre, e pose la moglie in libertà, con la quale allegramente visse; e Galeotto, nel fatto d’arme vittorioso, con le sue merci a casa fece ritorno. —
— Se l’amore è guidato da uno spirito gentile con quella modestia e temperanza che se gli conviene, rare volte aviene che non riuscisca in bene. Ma quando è guidato da uno incordo e disordinato appetito, nuoce molto e conduce l’uomo ad orrido e spiacevole fine. Qual sia la causa di questo breve discorso, il fine della favola ve ’l darà a conoscere.
Dicovi adunque, graziose donne, che Lodovico re di Ungheria ebbe un solo figliuolo, Rodolino nomato; il qual, ancor che molto giovanetto fosse, non restava però di sentire i cocenti stimoli d’amore. Il giovanetto un giorno, dimorando ad una finestra della camera sua, e ravolgendo nell’animo suo varie cose, de quai assai si dilettava, vidde per aventura una fanciulla, figliuola d’un sarto, della quale, per esser bella, modesta e gentile, sí caldamente s’accese, che non trovava riposo. La fanciulla, che Violante si chiamava, s’avidde dell’amor di Rodolino, e non meno di lui s’accese, che egli di lei; e quando non lo vedeva, si sentiva morire. Cresciuti ambiduo in pari benivolenza, amor, che è fida guida d’ogni animo gentile e vera luce, operò sí che la giovanetta si assicurò di parlar con lui. Sendo un giorno Rodolino alla finestra, e conoscendo apertamente il reciproco amore che gli portava Violante, disse: — Violante, sappi che tanto è l’amor ch’io ti porto, che quello mai non mi separerà se non la scura morte. Le laudevoli e leggiadre maniere, gli onesti e real costumi, gli occhi vaghi e lucidi come stella, e l’altre condizioni che io veggo in te fiorire, mi hanno sí focosamente indutto ad amarti, che mai altra donna che te non intendo di prender per moglie. — Ed ella, che era astuta, ancor che giovanetta fosse, rispose che, se egli amava lei, assai più ella amava lui, e che ’l lei amore non era d’agguagliare al suo, perciò che l’uomo non ama di buon cuore, ma il suo amore è folle e vano, e il più delle volte conduce la donna, che sommamente ama, a miserabil fine. — Deh, anima mia, — diceva Rodolino, — non dir cosí; che, se tu sentesti la millesima parte della passione ch’io per te sento, tu non diresti tai parole; e se tu no ’l credi, fa l’isperienzia, che allora tu vedrai se io ti amo o no. —
Avenne che Lodovico, padre di Rodolino, s’avidde un giorno dell’innamoramento del figliuolo; e molto tra sé stesso si dolse, temendo forte quello che agevolmente li poteva avenire con vituperio e vergogna del suo regno. E senza farli saper cosa alcuna di questo, deliberò mandarlo in lontani paesi, acciò che il tempo e la lontananza ponesse in oblivione l’innamoramento suo. Laonde il re, chiamato un giorno a sé il figliuolo, disse: — Rodolino, figliuolo mio, tu sai che noi non avemo altri figliuoli che te, né serao per averne: e il regno dopo la morte nostra aspetta a te, come vero successore; e acciò che tu diventi uomo prudente e accorto, e a tempo e a luoco possi saviamente reggere il regno tuo, io determinai mandarti in Austria, dove dimora Lamberico, da parte di madre tuo zio. Ivi sono uomini dottissimi, i quali per amor nostro ti ammaestreranno, e sotto la loro disciplina verrai prudente e savio. — Rodolino, inteso il parlar del re, si sbigottí e quasi muto divenne; ma pur, ritornato in sé, disse: — Padre mio, quantunque lo allontanarmi da voi mi sia dolore e pena, perciò che mi privo della presenza vostra e della madre mia, pur, perché cosi v’aggrada, io sono disposto di ubedirvi. — Il re, intesa la benigna risposta del figliuolo, subito scrisse a Lamberico suo cognato, e li significò la causa, raccomandandogli il figliuolo come la propia vita.
Rodolino, poi che fatta ebbe la larga promessa al padre, assai si duolse; ma non potendola con suo onor ritrattare, a quella consenti. Ma prima che si partisse, trovò la commoditá di parlar con la sua Violante per instruirla che far devesse fin alla venuta sua, acciò che un tanto amore non si separasse. Trovatisi adunque insieme, disse Rodolino: —Violante, io, per compiacere al padre mio, m’allontano da te col corpo, ma non col core; e ovunque sarò, io sempre mi ricorderò di te. Ma pregoti per quello amore ch’io ti portai, porto e porterò fin che ’l spirito reggerà queste ossa, che tu non vogli congiungerti in matrimonio con uomo alcuno, perciò che, tantosto ch’io ritornerò, prenderotti senza fallo per mia legittima moglie; e in segno della mia intiera fede, prendi questo anello, e tiello caro. — Violante, avuta la trista nuova, volse da dolor morire; ma poscia che riebbe le smarrite forze, rispose: — Signore, Dio volesse che io mai non vi avesse conosciuto, perciò che io non mi troverei in tanti duri affanni, in quanti ora mi trovo. Ma poi che cosí vuol il cielo e la mia sorte che voi vi allontanate da me, almeno fatemi certa se ’l vostro star lontano sarà breve o lungo; perciò che, essendo lungo, non potrei resistere alla volontà del padre, quando mi volesse maritare. — Disse Rodolino: — Violante, non ti ramaricare: stammi allegra, che innanzi che finisca l’anno, sarò qui; e se in termine dell’anno non vengo, ti do buona licenza di poterti maritare. — E cosí detto, con lagrime e sospiri tolse licenza da lei: e la mattina per tempo, montato a cavallo, con onorevole compagnia cavalcò verso l’Austria; ed ivi giunto, fu da Lamberico suo zio orrevolmente ricevuto. Stavasi Rodolino per la sua lasciata Violante addolorato molto, né sapea prender solazzo alcuno; ed avenga che gli giovani si sforciassino di dargli tutti i piaceri che imaginar si potevano, nulla però o poco valeano.
Dimorando adunque Rodolino nell’Austria con suo non poco scontento, e avendo l’animo affiso alla sua diletta Violante, non avvedendosi, passò l’anno. Onde accortosi di questo, chiese licenza al zio di ritornar a casa per veder il padre e la madre; e Lamberico benignamente gliela concesse. Venuto Rodolino nel paterno regno, e accettato con gran festa dal padre e dalla madre, gli venne in cognizione come Violante, figliuola di Domizio sarto, era maritata. Il che fu di somma letizia al re, ma d’infinito dolor a Rodolino, il qual tra sé stesso molto si doleva che di tal maritaggio ne era stato causa. Dimorando il miserello in questo angoscioso tormento, né sapendo trovar remedio all’amorosa passione, voleva da doglia morire. Ma amore, che non abbandona gli seguaci suoi, e castiga quelli che non attendono alle promesse, trovò il modo che Rodolino si ritrovò con Violante. Rodolino, senza saputa di Violante, una sera nella sua camera si nascose: e giacendo lei col marito in letto, chetamente andò alla callicella; ed entrato dentro pianamente, levò la sargia e posele la mano sopra il petto. Violante, che non sapeva la venuta sua, sentendosi da altri che dal marito toccare, volse dar un grido; ma Rodolino, messa la mano alla bocca, la vietò, e diedesi a conoscere. La giovane, conosciuto che ebbe lui esser Rodolino, subito si smarrì, e temenza le venne che dal marito sentito non fusse; e con savio modo, meglio che ella poteva, lo spingeva da sé, né si lasciava pur basciare. Rodolino, vedendosi dal suo caro bene al tutto abbandonato e apertamente scacciato, non vedendo rimedio al gravoso affanno che sofferiva, disse: — O crudelissima fiera, ecco che io moio; contentati che più non avrai di vedermi fastidio, e tardi divenuta pietosa, di biasmare la tua durezza a forza costretta sarai. Ohimè, e come può essere che ’l lungo amore ch’un tempo mi portasti, sia ora in tutto da te fuggito? — E cosí dicendo, strettamente abbracciò la sua Violante, e quella, volendo o non volendo, basciò; e sentendosi dentro al cuore già venire meno lo spirito, si raccolse in sé, e mandando fuori un gran sospiro, a lato di lei infelicemente morí.
La meschinella, poi che conobbe lui esser morto, stette sopra di sé, e pensava che via tener dovesse che ’l marito non s’accorgesse; e lasciatolo della lettiera nella callicella lievemente giù cadere, finse di sognare: e trasse un grandissimo grido, per lo quale il marito subito si destò; e addimandata la causa del grido, tutta tremante e spaventata li raccontò come le pareva Rodolino, figliuolo del re, giacer seco e nelle sue braccia esser morto: e levatosi di letto, trovò nella callicella il corpo morto disteso, che ancor era caldo. Il marito, veduto il strano caso, sbigottito rimase, e molto temette della vita sua. E fatto buon core, prese il corpo morto sopra le spalle; e senza esser veduto da alcuno, poselo su la porta del regal palazzo. Il re, intesa la trista nuova, voleva di dolor ed ira sé stesso uccidere; ma poscia ritornato in sé, mandò per gli medici che vedessino e giudicassino la causa della sua morte. I medici separatamente videro il corpo morto, e conformemente riferirono esser morto non da ferro né da veneno, ma da dolore intrinseco. Il che inteso, ordinò il re che si apparecchiassero le funerali essequie, e che il cadavero nella chiesa catredale fusse portato, e che tutte le donne della città, di qualunque condizione esser si voglia, sotto pena della disgrazia sua, debbano andar alla bara e basciare il figliuolo morto. Concorseno molte matrone, le quali per pietà largamente il piansero; e tra l’altre vi andò la infelice Violante; la qual, desiderando almeno morto veder colui a cui vivo non aveva voluto d’un sol bascio compiacere, gettossi sopra il morto corpo: e pensando che per amor di lei era privo di vita, ritenne sí fattamente il fiato, che senza dir parola passò della presente vita. Le donne, vedendo l’inopinato caso, corsero ad aiutarla; ma in vano si affaticarono, perciò che l’anima s’era partita e andata a trovar quella di Rodolino, suo diletto amante. Il re, che sapeva l’innamoramento di Violante e del figliuolo, lo tenne secreto: e ordinò che ambiduoi fussero in una stessa tomba sepolti. —
— La favola raccontata da Lionora mi presta campo largo di recitarvi un compassionevole caso, il quale ritiene più presto della istoria che della favola; perché cosí intervenne ad uno figliuolo d’un duca, il quale dopo molti affanni fece patire alli lor nemici l’aspra penitenza del suo commesso fallo.
Dicovi adunque che a’ tempi nostri si trovò in Melano il signor Francesco Sforza, figliuolo di Lodovico Moro, duca di Melano, il quale e in vita del padre e dopo la morte sua fu da invidiosa fortuna ballestrato molto. Era il signor Francesco ne’ suoi prim’anni bello di forma, ornato di costumi, e il suo volto dimostrava segno di chiara indole; indi venuto alla età della florida adolescenzia, dopo i studi e l’altre buone operazioni, alle volte si dava all’armeggiare, a lanciar il palo e all’andar a caccia: e di questo assai si dilettava. Onde la gioventù per gli costumi e prodezze sue l’amava molto, ed ella era amata da lui; né giovane era nella città, che largamente non fosse guidardonato da lui. Il signor Francesco un giorno per suo diporto raunò molti giovani de quai niuno aveva ancor tocco il ventesimo anno; e asceso a cavallo, se n’andò con esso loro alla caccia. Ed aggiunti ad un boschetto, dove dimoravano le fiere, quello circundorono. Avenne che dalla parte dove il signor Francesco attentamente guardava, uscí fuori un leggiadretto cervo; il quale, veduti i cacciatori, per timore si diede al fuggire. Il signore, ch’aveva cuor di leone e stava bene a cavallo, vedendo il cervo velocemente fuggire, con li sproni spinse il cavallo, e animosamente si mise a seguirlo; e tanto lo seguitò, che, allontanato dalla compagnia, smarrì la diritta strada, di maniera che, perduto il cervo di veduta e lasciata l’impresa, non sapeva dove egli fosse né dove andasse. Laonde, vedendosi solo e fuori della commune strada, né sapendo tornare a dietro, e sopragiungendo l’oscurità della notte, alquanto si smarrì, temendo non gli avenisse cosa che gli spiacesse: sí come gli avenne. Continovando adunque il signor Francesco il smarrito cammino, finalmente aggiunse ad una picciola casa coperta di paglia e mal condizionata; ed entrato nel cortile, scese giù del cavallo, e per sé stesso lo legò ad una siepe ivi vicina; indi, entrato in casa, trovò un vecchiarello che non aveva meno di anni novanta: e con esso lui era una contadina giovane e assai bella, la quale aveva nelle braccia una fanciulla di anni circa cinque, e la pasceva. Il signore, dato al vecchiarello e alla contadina un bel saluto, si pose con loro a sedere; e di grazia gli addimandò che per quella notte gli volessero dare alloggiamento, non lasciandosi però conoscere. Il vecchiarello e la femina, che gli era nuora, vedendo il giovane ben in ordine e di vago aspetto, molto volontieri l’accettarono, scusandosi tuttavia di non aver luogo che convenevole fosse alla persona sua. Il signore assai li ringraziò; e uscito di casa, attese al suo cavallo; e governato che l’ebbe, ritornò in casa. La fanciulla, che era amorevole, s’accostò al signore: e facevagli feste e carezze assai, ed egli all’incontro la basciava e lusingava.
Mentre che ’l signore, il vecchiarello e la nuora stavano in ragionamenti, sopragiunse Malacarne, figliuolo del vecchio e marito della giovane, ed entrato in casa, vidde il signore che ragionava col vecchio e accarezzava la fanciulla; e data e ricevuta la buona sera, ordinò alla moglie che apparecchiasse la cena, e accostatosi al signore, L’addimandò per qual cagione era venuto in quel selvaggio e inabitato luogo. A cui il signore iscusandosi rispose: — Fratello, la causa della venuta mia in cotesto luogo non è stata per altro se non che, trovandomi solo per strada ed essendo sopragiunta la notte, né sapendo dove andare per esser mal instrutto di queste contrade, trovai per mia buona sorte questa picciola abitazione, dove da questo vecchiarello e da questa donna fui allegramente ricevuto. — Malacarne, inteso il parlar del signore, e vedendolo riccamente vestito con la catena d’oro che li pendeva dal collo, subito fece disegno sopra di lui, e al tutto determinò ucciderlo e spogliarlo. Volendo adunque Malacarne adempire il diabolico proponimento, chiamò il vecchio padre e la moglie; e presa la fanciulla in braccio, uscirono fuor di casa, e tiratisi da un lato, fecero tra loro consiglio di uccidere il giovane e spogliatolo delle sue vestimenta, sotterrarlo nella campagna, persuadendosi che mai più di lui novella non si sentisse.
Ma il giusto Dio non permise il malvagio lor proponimento aver effetto, ma con bel modo il loro trattato scoperse. Finito il trattato e ’l malvagio consiglio, Malacarne pensò di non poter solo adempire il deliberato pensiero, perciò che il padre era vecchio e impotente e la donna di poco animo, e considerava il giovane in apparenza essere di grandissimo coraggio e potersi agevolmente difendere e fuggire. Onde determinò d’andare ad un luogo non molto lontano, e chiamare tre suoi amici, e insieme con loro esseguir il tutto. Gli amici, intesa la cosa e avidi del guadagno, lietamente accontentarono: e prese le lor armi, alla casa di Malacarne se ne girono. La fanciulla, lasciato il vecchiarello con la madre in compagnia, ritornò al signore, e facevagli maggior festa e maggior carezze che prima. Il signore, veggendo la grand’amorevolezza della fanciulla, la prese in braccio, e dolcemente l’accarezzava e basciava. La fanciulla, vedendo il lustro della catena d’oro, e piacendole, si come è costume di ciascun fanciullo, pose la mano sopra la catena, e voleva mettersela al collo. Il signore, che vedeva la fanciulla della catena dilettarsi, tuttavia accarezzandola, disse: — Vuoi tu, figliuola mia, ch’io te la doni? — E cosí detto, gliela pose al collo. La fanciulla, che aveva inteso il trattato, senza dir altra parola rispose: — Ella sarà ben mia, perciò che il padre mio e la madre mia ve la vogliono tórre e ammazzarvi. — Il signor Francesco, ch’era savio e accorto, intese ch’ebbe le tristi parole della fanciulla, non le lasciò cader in terra, ma da prudente tacque: e levatosi da sedere con la fanciulla in braccio, sopra un letticello con la catena al collo la pose; ed ella, perché l’ora era tarda, immantinenti si addormentò. Indi il signor Francesco si rinchiuse in casa, e l’uscio con duo gran cassoni fortificò, aspettando virilmente quello che i giotti far volevano. Appresso questo, il signor trasse fuori un picciolo scoppio che a lato teneva e avea cinque bocche, le quali unitamente, e ciascaduna di per sé poteasi scaricare.
I compagni del signor, vedendo mancargli il lor capo, né sapendo dove fusse gito, cominciarono a sonar i corni e chiamarlo; ma niuno li rispondeva. Per il che i giovani dubitarono che ’l cavallo, correndo, di qualche trabocchevol balzo caduto non fusse, e consequentemente col patrone morto e dalle fiere divorato. Essendo i giovani tutti affannati, né sapendo che partito prendere, disse uno dei compagni: — Io lo viddi per questo sentiero seguir un cervo e tener la strada verso il vallone; e perché lo suo cavallo nel corso era più veloce che ’l mio, non li potei tener dietro, onde in picciol’ora il perdei di vista: ma dove se ne gisse, non seppi. — Inteso ch’ebbero i giovani il parlar di costui, si misero in via; e seguirono tutta notte la traccia del cervo, pensando trovarlo o morto o vivo.
Mentre che i giovani cavalcavano, Malacarne si accompagnò con i tre scelerati amici, e con esso loro venne a casa; e credendo senza contrasto entrar in casa, trovarono l’uscio chiuso. Malacarne col piede picchiò l’uscio, dicendo: — O buon compagno, apri; che fai che non apri? — Il duca taceva, e nulla rispondeva; ma guatando per un pertugio, vidde Malacarne con una secure in spalla, e i tre altri ben assettati nelle lor armi. Il signore, che già aveva caricato il scoppio, non stette a bada; ma postolo ad uno pertugio, diserrò una bocca, e passò a uno de’ tre compagni il petto, di maniera che, senza dir sua colpa, in terra morto cadde. Malacarne, questo vedendo, con la secure cominciò percuoter l’uscio per gettarlo giù; ma nulla faceva, perciò che era ben puntellato. Il duca senza indugio diserrò la seconda bocca; e’l diserrar fu di tal sorte, che nel braccio destro ferì un altro de’ compagni a morte. Sdegnati allora quelli che erano rimasti vivi, si misero alla forte per gettar giù l’uscio; e sí fatto romor facevano, che pareva che roinasse il mondo. Ma il duca, che stava non senza spavento, fortificava la porta con scanni, panche ed altre cose. E perché quanto più la notte è lucida e serena, tanto più è tranquilla e queta, e ogni moto, ancor che lontano, di leggieri si sente, fu dalla compagnia del signor il strepito sentito. Onde riserrati insieme e lasciate a’ cavalli in libertà le briglie, subito aggiunsero al luogo dove era il romore, e videro i malfattori che s’affaticavano gettar giù la porta. Ai quali disse uno della compagnia: — Che contenzioni e romori sono questi che voi fate? — Rispose Malacarne: — Signori, io vel dirò. Questa sera, essendo venuto a casa tutto lasso, trovai un giovane soldato, della vita molto disposto. E perché egli voleva uccidere il mio vecchio padre, sforciare la moglie, rapire la fanciulla e togliermi la robba, io me ne fuggii per non poter far difesa: e vedendomi a mal partito ridotto, me n’andai a casa di certi miei amici e parenti, e li pregai che mi aiutasseno; ed aggiunti che fussemo a casa, trovassimo l’uscio chiuso e fortemente puntellato di dentro, di modo che non potevamo entrare, se prima l’uscio non era rotto. E non contento del forzo della mia moglie, hammi anco con un scoppio ucciso, come voi vedete, l’amico, e l’altro a morte ferito. Onde, non potendo sofferire tanta ingiuria, io il voleva aver nelle mani, o morto o vivo. — I giovani del duca, udendo il caso, e parendogli verisimile per lo corpo che morto in terra giaceva, e per lo compagno gravemente ferito, si mossero a pietà; e scesi giù de’ suoi cavalli, si misero a gettar giù la porta, gridando ad alta voce: — Ah traditore, ah nemico di Dio! Apri l’uscio, che stai a fare? tu patirai la pena del tuo fallo. — Il duca nulla rispondeva, ma con ogni studio ed arte attendeva a fortificar la porta, non conoscendo però che quelli fussero i compagni suoi.
Dimorando i giovani in questo conflitto, né potendo per violenza alcuna aprir l’uscio, uno de’ compagni, tiratosi da parte, vidde un cavallo che era nella corte al siepe legato; e avvicinatosi a lui, conobbe quello esser il cavallo del signore, e ad alta voce disse: — Acquetatevi, signor’ cavallieri, e non procedete più oltre, perciò che ’l nostro signor è qua dentro; — e dimostrògli il cavallo legato al siepe. I compagni, veduto e conosciuto il cavallo, fermamente pensarono il duca esser dentro nella chiusa casa, e con grandissima allegrezza il chiamorono per nome. Il duca, sentendosi chiamare, subito conobbe quelli esser i compagni suoi; e assicuratosi della vita e dispuntellato l’uscio, aperse. Ed intesa la causa del suo chiudersi in casa, presero i malfattori, e strettamente legati, a Melano li condussero; e prima con affocate tanaglie furon tormentati: dopo, cosí vivi, da quattro cavalli squartati. La fanciulla, che Verginea si chiamava e lo scelerato trattato scoperto aveva, fu dal duca data in governo alla signora duchessa che l’ammaestrasse. E venuta alli nubili anni, in ricompensamento di tanto beneficio quanto il duca ricevuto aveva, fu in un gentil cavaliere con amplissima dote onorevolmente maritata. E presso questo le diede in dono il castello di Binasio, posto fra Melano e Pavia: il quale oggidì per le continove guerre è in sí fatta maniera distrutto, che non ci è rimasta pietra sopra pietra. E in tal modo i tristi e sciagurati finirono la vita loro, e la fanciulla col suo marito per molti anni felicemente visse.—
— Se noi, piacevoli donne, volessimo, con quella diligenzia che si conviene, prudentemente cercare quanto grande sia il numero de sciocchi e d’ignoranti, con assai agevolezza trovaressimo essere innumerabile; e se più oltre volessimo conoscere i difetti che dalla ignoranza procedeno, andiancene dalla isperienza, di tutte le cose maestra, ed ella, come madre diletta, il tutto ci dimostrerà. Ed acciò che noi non ce ne andiamo con le mani, come volgarmente si dice, piene di mosche, dicovi che da lei, tra gli altri vicii, nasce uno che è la superbia, fondamento di tutti i mali e radice d’ogni umano errore; perciò che l’uomo ignorante si presume sapere quel che non sa, e vuole apparere quel che non è: sí come avenne ad un prete di villa, il quale, presumendosi esser scienziato, era il maggior ignorante che mai la natura creasse. Ed ingannato dalla falsa sapienza sua, rimase della facoltà e quasi della vita privo: sí come per la presente novella, la qual forse ancora intesa avete, a pieno intenderete.
Dicovi adunque che nel territorio di Brescia, città assai ricca, nobile e popolosa, fu, non già molto tempo fa, uno prete, il cui nome era Papiro Schizza; ed era rettore della chiesa della villa di Bedicuollo, non molto discosta dalla città. Costui, che era essa ignoranza, faceva il literato, e mostravasi con ogni uno esser gran sapiente; e quelli del contado assai volontieri il vedevano, onoravano e di molta dottrina l’estimavano. Avenne che dovendosi il giorno di san Macario in Brescia celebrare una divota e solenne processione, il vescovo fece fare un espresso comandamento a tutti i chierici sí della città come di villa, che sotto pena di ducati cinque dovessero cum cappis et coctis venir ad onorare la solenne festa, sí come ad un tanto divoto santo si conveniva. Il nunzio del vescovo, andatosene alla villa di Bedicuollo, trovò messer pre’ Papiro, e fecegli il comandamento, da parte di monsignor lo vescovo: che sotto pena di ducati cinque il giorno di san Macario la mattina per tempo si trovi a Brescia nella chiesa catredale cum cappis et coctis, acciò che egli con gli altri preti onori la solenne festa.
Partito che fu il nunzio, messer pre’ Papiro cominciò tra sé stesso pensare e ripensare che dir volesse ch’ei venisse a tal solennità cum cappis et coctis. E discorrendo su e giù per casa, ruminava con la dottrina e sapienza sua, se per aventura poteva venir in cognizione delle predette parole. Or avendo lungamente pensato sopra questo, finalmente gli occorse nell’animo che cappis et coctis non significasse altro che capponi cotti. Onde, fermatosi nella sua bestial intelligenza, senza aver l’altrui consiglio, prese due paia di capponi, e degli migliori, e alla fante ordinò che diligentemente li cucinasse. Venuta la mattina sequente, pre’ Papiro nell’aurora montò a cavallo: e fattisi dare in un piatto i capponi cotti, a Brescia li portò; ed appresentatosi dinnanzi a monsignor lo vescovo, li diede i capponi cotti, dicendoli che dal suo nuncio gli era stato commesso ch’egli venisse ad onorar la festa di san Macario cum cappis et coctis, e per sodisfare al debito suo egli era venuto e seco portato aveva i capponi cotti. Il vescovo, che era prudente ed astuto, veduti i capponi grassi e ben arrostiti, e considerata la ignoranzia del prete, strinse le labbra e s’astenne dalle molte risa; doppo con faccia gioconda accettò i capponi, e resegli mille gratis. Messer pre’ Papiro, udite le parole del vescovo, per la sua grossezza non le comprese; ma tra sé stesso pensò che il vescovo li richiedesse mille fassa di legna. Laonde l’ignorantazzo, gettatosi a’ piedi del vescovo, con le ginocchia a terra, disse: — Monsignor mio, vi prego per l’amor che portate a Iddio, e per la riverenzia che io vi porto, non vogliate imponermi tanta gravezza, perciò che la villa è povera, e mille gratis è troppo gran carico a cosí bisognoso luoco; ma accontentatevi di cinquecento, ch’io li manderò più che volontieri. — Il vescovo, quantunque fusse giotto ed astuto, non però comprese quello che dir voleva il prete; ed acciò che non paresse, come egli, ignorante, si achetò al voler suo. Il prete, fornita la festa, e presa buona licenza e la benedizione dal vescovo, a casa ritornò. E tantosto ch’aggiunse a casa, trovò i carri e fece caricare le legna; e la mattina sequente al vescovo le mandò appresentare. Il vescovo, vedute le legna ed inteso chi era il mandatore, assai s’allegrò e molto volontieri le ricevette. Ed in tal maniera il grossolone, persistendo nella sua ignoranza, con suo disonore e danno perdè i capponi e le legna.
Avenne, dopo non molti giorni, che nella predetta villa di Bedicuollo trovavasi un contadino, detto per nome Gianotto, il quale, quantunque fosse uomo di villa e né leggere né scrivere sapesse, era nondimeno tanto amatore de gli virtuosi, che servo in catena si sarebbe fatto per loro amore. Costui aveva uno figliuolo di buon aspetto, che dimostrava chiaro segno di divenir scienziato e dotto: il cui nome era Pirino. Gianotto, che cordialmente amava Pirino, determinò di mandarlo in studio a Padova e non gli lasciare cosa alcuna, che ad uno scudioso appartiene, mancare; e cosí fece. Passato un certo tempo, il figliuolo, assai ben fondato nell’arte della grammatica, tornò a casa, non già per rimpatriare, ma per visitare i parenti e gli amici suoi. Gianotto, desideroso dell’onor del figliuolo e volendo sapere s’egli faceva nel studio profitto, determinò d’invitare i parenti e gli amici e fargli un bel desinare, e pregar messer pre’ Papiro che in presenza loro l’essaminasse, acciò che vedessero se egli perdeva il tempo in vano.
Venuto il giorno dell’invito, tutti i parenti e gli amici, secondo l’ordine dato, si ridussero a casa di Gianotto; e fatta la benedizione per messer lo prete, tutti, secondo la loro maggioranza, sederono a mensa. Finito il desinare e levate le tovaglie, Gianotto si levò in piede, e disse: — Messere, io volontieri vorrei, tuttavia piacendovi, che voi essaminaste Pirino mio figliuolo, acciò che noi vedessimo se egli è per far frutto o no. A cui messer pre’ Papiro rispose: — Gianotto, compare mio, questo è poco carico a quello che io vorrei far per voi, perciò che quello che ora mi comandate, è una cosa minima alla sufficienza mia. —E voltato il viso verso Pirino, che a dirimpetto sedeva, cosí disse: — Pirino, figliuol mio, noi siamo qua tutti raunati ad uno istesso fine, e desideriamo l’onor tuo, e vogliamo sapere se tu hai ben dispensato il tempo nel studio di Padova. Onde, per sodisfamento di Gianotto tuo padre e per contento di questa onorevole brigata, noi faremo un poco di essaminazione sopra le cose che hai imparato a Padova; e se tu ti porterai, sí come noi speriamo, valorosamente, tu darai a tuo padre e agli amici e a me consolazione non picciola. Dimmi adunque, Pirino, figliuolo mio: come si addimanda latinamente il prete? — Pirino, ch’era ottimamente instrutto nelle regole grammaticali, arditamente rispose: — Praesbyter. — Papiro, udita la presta e pronta risposta datagli da Pirino, disse: — E come praesbyter, figliuol mio? Tu t’inganni di largo. — Ma Pirino, che sapeva che diceva il vero, affermava audacemente, quello che risposto aveva, esser la verità; e provavalo con molte autorità. Dimorando l’uno e l’altro in grandissima contenzione, né volendo pre’ Papiro cedere all’ intelligenzia del giovane, voltossi verso coloro che a mensa sedevano, e disse: — Ditemi, fratelli e figliuoli miei: quando nel tempo di notte vi occorre alcuno caso che sia d’importanza, come di confessione, di comunione o di altro sacramento che è necessario alla salute dell’anima, non mandate subito al prete? — Sí . — E che fate voi prima? Non picchiate a l’uscio? — Certo sí. — Dopo non dite voi: Presto, presto, messere, levatevi su e venete presto a dar i sacramenti ad un infermo che se ne more? — I contadini, non potendolo negare, confermavano cosí essere il vero. — Adunque, — disse pre’ Papiro, — il prete latinamente non si dice praesbyter, ma prestule, perché egli presto viene a sovenire all’ infermo. Ma voglio che questa prima volta ti sia sparamiata. Ma dimmi, come si addimanda il letto? — Pirino prontamente rispose: — Lectus, thorus. — Udendo pre’ Papiro cotal risposta, disse: — O figliuol mio, tu sei in grand’errore, e il tuo precettore ti ha ensegnato il falso. — E voltatosi verso suo padre, disse: — Gianotto, quando voi venete dalla campagna a casa stanco, dopo che avete cenato non dite voi: Io voglio andar a riposare? — Sí, — rispose Gianotto. — Adunque, disse il prete, il letto reposorium si chiama. — Il che tutti ad una voce confermarono esser il vero. Ma Pirino, che si faceva beffe del prete, non osava contradirgli, a ciò che i parenti non s’adirasseno. Or seguendo, pre’ Papiro disse: — E come s’addimanda la tavola sopra la quale si mangia? — — Mensa, — rispose Pirino. Allora pre’ Papiro disse a tutta la brigata: — Deh, come Gianotto malamente ha speso il suo danaro e Pirino il tempo! perciò che egli è nudo degli vocaboli latini e delle regole grammaticali, per ciò che la tavola dove si mangia s’addimanda gaudium e non mensa, perché di quanto l’uomo sta a tavola, sta in gaudio e allegrezza. — A tutti che vi erano presenti parve questo molto di laude degno; e ogni uno comendò assai il prete, tenendolo dottrinato e scienziato molto. Pirino a suo malgrado era astretto a cedere alla ignoranza del prete, perché gli era da’ propri parenti troncata la strada. Pre’ Papiro, che vedevasi esser da tutti i circonstanti sí degnamente laudato, si pavoneggiava; e alciata alquanto maggiormente la voce, disse: — E come s’addimanda la gatta, figliuol mio? — Felis, rispose Pirino. — Oh caprone! — disse il prete, — ella s’addimanda saltagraffa; perciò che quando se le porge il pane, ella subito salta, e con la zatta s’attacca, graffa e poi se ne fugge. — Stavano gli uomini della villa ammirativi, e con attenzione ascoltavano le pronte proposte e risposte che il prete faceva, e dottissimo il giudicavano. Ritornato il prete da capo all’ interrogazione, disse: — E come si chiama il fuoco? — — Ignis, — rispose Pirino: — Come ignis ? — disse il prete; e voltatosi alla compagnia, disse: — Quando, fratelli miei, voi portate la carne a casa per mangiarla, che ne fate voi? non la cucinate? — Tutti risposero di sí . — Adunque, — disse il valente prete, — non si addimanda ignis, ma carniscoculum. Ma dimmi, Pirino mio, per la tua fé, come si chiama l’acqua? — Limpha,— rispose Pirino. — Ahimè, — disse pre’ Papiro, — che dici tu? Bestia andasti a Padova, e bestia tornasti. — E voltatosi alla compagnia, disse: —Sapiate, fratelli miei, che la isperienza è maestra di tutte le cose, e che l’acqua non s’addimanda limpha, ma abondantia; per ciò che, se voi andate a i fiumi per attinger l’acqua o per abbeverare gli vostri animali, l’acqua non vi manca, e però dicesi abondantia. — Gianotto stavasi come insensato ad ascoltare, e dolevasi della perdita del tempo e de danari mal spesi. Vedendo pre’ Papiro Gianotto star di mala voglia, disse: — Vorrei solamente saper da te, Pirino mio, come si addimandano le ricchezze, e poi metteremo fine alle nostre interrogazioni. — Rispose Pirino: — Divitiae, divitiarum. — O figliuolo mio! tu t’inganni e sei in grand’errore; per ciò che si chiamano sostantia, perché sono sostentamento dell’uomo. — Finito il bel convito e le interrogazioni, pre’ Papiro tirò Gianotto da parte e dissegli: — Gianotto, compare mio, voi potete facilmente comprendere quanto poco frutto abbia fatto il fìgliuol vostro in Padova. E però per consiglio mio no ’l mandarete più in studio, a ciò che egli non perda il tempo e voi i danari; e se altrimenti farete, voi ve ne pentirete. — Gianotto, che non sapea più oltre, diede fede alle parole del prete; e spogliato il figliuolo dei cittadineschi panni e vestitolo di griso, il mandò dietro a’ porci.
Pirino, vedendosi falsamente superato dalla ignoranza di Papiro, né aver potuto disputar seco, non già ch’egli non sapesse, ma per non conturbare i parenti che gli davano l’onore, e vedendosi di scolare fatto custode di porci, ritenne nella mente il conceputo dolore; e in tanto sdegno e furore divenne, che al tutto deliberò di vendicarsi di sí ignominioso scorno. E la fortuna in questo gli fu molto favorevole, perciò che, andando un giorno pascendo i porci dinanzi la casa del prete, vidde la sua gatta, e tanto col pane l’avezzò, che la prese; e trovata certa stoppa grassa, gliela legò alla coda; e datole il fuoco, la lasciò fuggire. La gatta, sentendosi strettamente legata la coda e aver il fuoco alle natiche, corse in casa; e per un pertugio si mise in una camera appresso quella dove il prete ancor dormiva, e tutta paventata fuggí sotto la lettiera, dove era gran copia di lino. Né stette molto, che il lino, la lettiera e tutta la camera cominciò ardere. Pirino, vedendo che la casa di pre’ Papiro Schizza s’abbrusciava e che quasi non vi era più rimedio di estinguere il fuoco, cominciò ad alta voce gri dare: — Prestule, prestule, surge de reposorio, et vidde ne cadas in gaudium, quia venit saltagraffa et portavit carniscoculum et nisi succurras domum cum abundantia, non restabit tibi substantia. — Pre’ Papiro, che ancor nel letto giaceva e dormiva, udita l’alta voce di Pirino, si destò e porse l’orecchie al gridare che ei faceva; ma non comprese quello che Pirino diceva, per ciò che non si rammentava delle parole che dette l’aveva.
Il fuoco già d’ogni parte della casa operava la sua virtù; né li mancava se non entrare nell’uscio della camera dove dormiva il prete, quando pre’ Papiro si destò e vidde che tutta la casa ardeva. Onde levatosi di letto, corse per estinguere il fuoco; ma non vi fu tempo, per ciò che ogni cosa ardeva e appena scampò la vita. E cosí pre’ Papiro nudo di beni temporali nella sua ignoranza rimase; e Pirino, della ricevuta ingiuria grandemente vendicato, lasciata la cura de’ porci, meglio che puoté a Padova ritornò: dove diede opera all’incominciato studio, e famosissimo uomo divenne. —
— Quantunque, graziose donne, grandissima sia la disaguaglianza tra gli uomini saputi e literati e quelli che sono materiali e grossi, nondimeno alle volte s’hanno veduti gli sapienti essere stati superati dagli uomini illiterati. E questo chiaramente si vede nelle scritture sante, dove gli apostoli semplici e abbietti confondevano la sapienzia di quelli che erano prudenti e savi. Il che ora con una mia favoluzza apertamente intenderete.
Ne’ tempi passati, si come più volte intesi dagli avoli miei, e forse ancor voi inteso l’avete, erano in compagnia alcuni mercatanti fiorentini e bergamaschi, i quali, andando insieme, ragionavano, come si suol fare, varie e diverse cose. Ed entrando di una cosa nell’altra, disse un fiorentino: — Veramente voi bergamaschi, per quanto noi possiamo comprendere, siete uomini tondi e grossi; e se non fosse quella poca mercatanzia, voi non sareste buoni di cosa alcuna per la vostra tanta grossezza. Ed avenga che la fortuna vi sia favorevole nella mercatanzia, non già per sottigliezza d’ingegno né per scienza che voi abbiate, ma più tosto per l’ingordigia e per l’avarizia che dentro di voi si riserba di guadagnare, nondimeno io non conosco uomini più goffi né più ignoranti di voi. — Allora fecesi avanti un bergamasco, e disse: — Ed io vi dico che noi bergamaschi siamo in ogni conto più valenti di voi. E quantunque voi fiorentini abbiate il parlar dolce che porge all’orecchie de gli auditori maggior dilettazione del nostro, nondimeno in ogni altra operazione voi siete inferiori a noi di gran lunga. E se ben consideriamo, non c’è alcuno tra la gente nostra, o grande o piccolo che si sia, che non abbia qualche lettera; appresso questo, noi siamo atti ad ogni magnanima impresa. Il che veramente non si trova in voi; e se pur si trova, sono pochi. — Essendo adunque grandissima contenzione tra l’una parte e l’altra, né volendo i bergamaschi cedere a’ fiorentini né i fiorentini a’ bergamaschi, ma difendendo ciascuno la parte sua, levossi un bergamasco e disse: — Che tante parole? Facciamo la prova e ordiniamo una solenne disputa, dove concorri il fior de’ dottori; e allora apertamente si vedrà quali di noi siano più eccellenti. — Alla qual cosa i fiorentini acconsentirono; ma tra loro rimase differenza se i fiorentini dovevano andar a Bergamo, o i bergamaschi a Firenze; e dopo molte parole convennero insieme che si gettasse la sorte. E fatti duo bollettini e posti in un vasetto, toccò ai fiorentini andare a Bergamo. Il giorno della disputa fu determinato alle calende di maggio.
I mercatanti andarono alle loro città e riferirono il tutto alli lor sapienti; i quai, intesa la cosa, furono molto contenti e apparecchioronsi di far una bella e lunga disputa. I bergamaschi, come persone sagge e astute, s’imaginorono di far sí che i fiorentini restassino confusi e scornati. Onde convocati tutti i savi della città, sí grammatichi come oratori, sí leggisti come canonisti, sí filosofi come teologi e di qualunque altra sorte dottori, fecero la scelta degli migliori, e quelli ritenettero nella città, a ciò che fussero la rocca e la fortezza nella disputazione contra i fiorentini. Gli altri veramente fecero vestire di panni vili e li mandarono fuor della città in quella parte dove passar doveano i fiorentini, e gl’imposeno che sempre con loro latinamente ragionassero. Vestiti adunque i dottori bergamaschi di grossi panni, e mescolatisi colli contadini, si misero a far molti essercizi: alcuni cavavano fossi, altri zappavano la terra, e chi faceva una cosa e chi faceva l’altra.
Dimorando i dottori bergamaschi in tai servizi che contadini pareano, ecco venire i fiorentini cavalcando con grandissima pompa; i quali, veduti ch’ebbero quelli uomini che lavoravano la terra, dissero: — Dio vi salvi, fratelli! — A cui risposero i contadini: Bene veniant tanti viri! — I fiorentini, pensando che burlasseno, dissero: — Quante miglia ci restano sino alla cittá di Bergamo? — A cui risposero i bergamaschi: — Decem, vel circa. — Udendo tal risposta, i fiorentini dissero: — O fratelli, noi vi parliamo volgarmente, e onde procede che voi rispondete latinamente? — Risposero i bergamaschi: — Ne miremini, excellentissimi domini. Unusquisque enim nostrum sic ut auditis loquitur, quoniam maiores et sapientiores nostri sic nos docuerunt. — Continovando i fiorentini il lor viaggio, viddero alcuni altri contadini che sopra la commune strada cavavano fossi. E fermatisi dissero: — O compagni! o là! Iddio vi aiuti. — A’ quai risposero i bergamaschi: — Et Deus vobiscum semper sit. — Che ci resta fino a Bergamo? — dissero i fiorentini.— Exigua vobis restat via. — Ed entrando d’una parola in un’altra, cominciorno battagliare insieme di filosofia; e sí fortemente argoivano i contadini bergamaschi, che i dottori fiorentini non sapevano quasi rispondere. Onde, tutti ammirativi, tra loro dicevano: — Com’è possibile che questi uomini rozzi e dediti all’agricoltura e ad altri rusticani essercizi sieno ben instrutti delle scienzie umane? — Partitisi, cavalcarono verso un’ostaria non molto distante dalla città, la quale era accommodata assai. Ma prima che aggiungessero all’albergo, s’appresentò un fante di stalla; e invitandogli al suo ospizio, disse: — Domini, libetne vobis hospitari? hic enim vobis erit bonum hospitium. — E perché i fiorentini eran già lassi per lo lungo cammino, scesero giù di suoi cavalli e mentre volevano salire su per le scale per riposarsi, il patrone dell’albergo si fece incontro, e disse: — Excellentissimi domini, placetne vobis ut praeparetur coena? Hic enim sunt bona vina, ova recentia, carnes, volatilia et alia huiusmodi. — Stavano i fiorentini tutti sospesi, né sapevano che dire; per ciò che tutti quelli con quai ragionavano, latinamente parlavano, non altrimenti che se tutto il tempo della vita loro fussero stati in studio. Non stette molto tempo, che venne una fanticella: la qual in verità era monaca, donna molto saputa e dottrinata, e a tal effetto astutamente condotta; e disse: — Indi gentile dominationes vestrae re aliqua? Placet ut sternantur lectuli, ut requiem capiatis? — Queste parole della fante resero maggior stupore a’ fiorentini; e si misero a ragionar con esso lei. La quale, poscia che ebbe parlato di molte cose, tuttavia latinamente, entrò nella teologia; e tanto catolicamente parlò, che non vi fu veruno che non la commendasse molto. Mentre la fanticella ragionava, venne un vestito da fornaio, tutto di carboni tinto; e intesa la disputazione che facevano con la fantesca, s’interpose, e con tanta scienza e con tanta dottrina interpretò la scrittura sacra, che tutti i dottori fiorentini tra sé affermavano non avere per lo adietro mai udito meglio.
Finita la disputazione, se ne andorono i fiorentini a riposare; e venuto il giorno, fecero tra loro consiglio se partirsi o andar dinanzi doveano. E dopo molto contrasto determinorono partire esser migliore, perciò che: se ne gli agricoltori, se ne gli osti, se ne’ fanti e nelle femine è tanta dottrina, che saria nella città, dove sono uomini consumatissimi e che ad altro non attendeno che alli continovi lor studi? Fatta adunque la deliberazione, senza indugio alcuno, né pur vedute le mura della città di Bergamo, montarono a cavallo e verso Firenze presero il cammino. E in tal maniera i bergamaschi con la loro astuzia furono contra i fiorentini vittoriosi. E da quell’ora in qua i bergamaschi ebbero un privilegio dall’imperatore, di poter sicuramente andar per tutte le parti del mondo senza impedimento alcuno. —
Già in ogni parte gli stanchi animali per le diurne fatiche davano riposo alle travagliate membra chi su le molli piume, chi su li duri ed aspri sassi, chi su le tenere erbette e chi sopra li fronzuti alberi, quando la signora con le sue damigelle uscí di camera e venne in sala, dove già erano raunati i compagni per udire il favoleggiare. E chiamato un servente, la signora li comandò che portasse l’aureo vaso; e postovi dentro di cinque damigelle il nome, il primo che uscí fu di Lauretta; il secondo, di Arianna; il terzo, di Alteria; il quarto, di Eritrea; il quinto, di Cateruzza. Ma prima che si cominciasse il favoleggiare, volse la signora che, dopo fatte alcune danze, il Bembo cantasse una canzonetta; il quale, non potendosi scusare, cosí soavemente cominciò, tacendo ciascuno:
Mancato è quell’unior e quell’ardore
che già mi diè possanza
di ragionar con voi, e in fin speranza
di conseguir l’ultimo don d’amore.
Già sento venir men omai la forza,
ed appressarmi a chi cercano tutti
vanamente fuggire;
che questi sono i delicati frutti
ch’escon di questa scorza,
dopo tante fatiche e gran martire,
per ultimo rimedio
di cosí lungo assedio,
(e in questo par che l’alma si conforte):
cangiar l’amara vita in dolce morte.
Piacque maravigliosamente a ciascuno il cantare del Bembo. Ma poi che egli si tacque, levossi da sedere la nobil Lauretta e alla sua favola diede principio, cosi dicendo:
— Molte volte pensando e ripensando alle travaglie e angustie che di giorno in giorno occorreno a’ miseri mortali, non trovo passione né affanno maggiore, che una donna lealmente amare il marito e senza ragione esser vilipesa e sprezzata da lui. E però non si dee maravigliare alcuno, se alle volte le misere e infelici donne cercano con ogni loro possa rimediare a’ casi suoi. E se per aventura le meschinelle inavedutamente cadeno in qualche errore, non si dogliano i lor mariti di esse, ma di sé stessi; perciò che d’ogni loro avenuto e danno e scorno ne sono primiera cagione. Il che agevolmente sarebbe avenuto ad una gentil donna di cui parlar intendo; ma ella, prudente e saggia, virtuosamente sprezzò le saette di amore: e l’onor suo e quello del marito illeso rimase.
In Verona, città nobile e antiqua, ne’ tempi passati abitava un messer Brocardo de’ Cavalli, uomo ricco e nella città riputato assai. Costui, non avendo moglie, prese per sua donna una figliuola di messer Can dalla Scala, Veronica per nome chiamata. Questa, ancor che fosse bella, graziosa e gentile, non però era dal marito amata; ma, sí come spesse volte aviene, egli teneva una femina, la qual era la radice del cuor suo, e della moglie nulla si curava. Di che la moglie dolendosi molto, non poteva sofferire che l’unica sua bellezza, estimata da tutti, fusse dal marito sí vilmente sprezzata. Ritrovandosi la bella donna di state in villa e sola soletta passiggiando dinanzi la porta della sua casa, tra sé stessa minutamente considerava le maniere, i costumi, gli atti del marito e il poco amore ch’egli le portava: e come una trista e vil femminuzza immonda e sporca gli abbia cosí tosto abbarbagliati gli occhi dell’intelletto, che non veda. E tra sé medesima ramaricandosi diceva: — Oh quanto meglio sarebbe stato che ’l padre mio m’avesse maritata in un povero, che in costui che è ricco! per ciò che io viverei, più di quel ch’io fo, lieta e contenta. Che mi vagliono le ricchezze? che mi vagliono le pompose vesti? che mi vagliono le gemme, i monili, i pendenti e le altre care gioie? Veramente tutte queste cose sono fumo a comparazione del piacere che prende la moglie col marito. —
Dimorando la signora Veronica in questi noiosi pensieri, apparve disavedutamente una feminella povera e mendica, la cui arte era di rubare questo e quello; ed era sí astuta e sagace, che, non che una donnicuolla, ma ogni gran uomo, ancor che prudente, arrebbe fatto stare. Costei, che Finetta si chiamava, veduta che ebbe la gentil madonna passiggiare dinanzi la casa, e vedutala star tutta pensosa, subito fece disegno sopra di lei; e accostatasi a lei, riverentemente la salutò e chiesele limosina. La donna, che altro aveva in capo che far limosina, con turbato viso l’espulse. Ma Finetta, astuta e maladetta, non si partí, ma fissamente guardò il volto della donna; e veggendola mesta, disse: — O dolce madonna, che vi è intravenuto, che sí pensorosa vi veggo? Vi darebbe per avventura il vostro marito mala vita? Volete ch’io vi vardi la vostra ventura? — La donna, sentendo le parole e conoscendo la vil feminella averle trovata la piaga che veramente la noiava, si pose in dirotto pianto, che pareva che innanzi gli occhi avesse il morto marito. Vedendo Finetta le calde lagrime, i cordial sospiri, gli angosciosi singulti e duri lamenti che la donna faceva, disse: — E donde viene, generosa madonna, la cagione di sí lamentevole pianto? — A cui rispose la donna: — Quando tu mi dicesti il mio marito devermi dar scelerata vita, allora col coltello mi apristi il cuore. — Disse Finetta: — Io, gentil madonna, non ho appena veduta una persona nella faccia, che tutta la vita sua puntalmente le saprò contare. La piaga vostra è recente e fresca, e con agevolezza si potrà sanare; ma se fusse vecchia e putrefatta, malagevolmente si potrebbe curare. — La donna, questo intendendo, raccontolle i costumi del marito, la trista vita che ’l teneva e la mala vita che le dava; né vi lasciò cosa veruna che minutamente non le narrasse.
Finetta, inteso il compassionevole caso e vedendo le cose sue riuscire sí come era il desiderio suo, andò più oltre e disse: — Cara la mia madonna, non vi ramaricate più; state costante e di buona voglia, che gli rimedieremo. Io, accontentando tuttavia voi, darovvi tal rimedio, che ’l marito vostro sommamente v’amerà e come pazzo verràvvi dietro. — E cosí ragionando insieme, andorono in camera dove col marito dormiva; e postesi ambedue a sedere, disse Finetta: — Madonna, se ’l vi aggrada che facciamo alcuna operazione, mandate fuori di camera tutte le fanti e ordinate ch’attendino alli servigi di casa; e noi tra questo mezzo resteremo qua, e faremo quello che fa bisogno. — Chiuso adunque l’uscio della camera, disse Finetta: — Recatemi una delle vostre collane d’oro, e la più bella, e un fil di perle. — La donna, aperta una sua cassetta, trasse fuori la collana con un bel pendente e un fil di orientali perle, e dielle a Finetta. Finetta, avute le gioie, addimandò un drappo di lino bianco: il qual subito le fu presentato; e prese tutte quelle cose ad una ad una e fattile alcuni segni a suo modo, di una in una le pose nel bianco drappo, e in presenza della donna strettamente ingroppò il drappo con le gioie dentro; e dette alcune secrete baie e fatti certi altri segni, porse il drappo a madonna e dissele: — Pigliate, madonna, questo drappo, e di vostra mano ponetelo sotto ’l guanzale dove dorme il marito vostro, e vedrete cose mirabili; ma non aprite il drappo fino a dimane, per ciò che ogni cosa si risolverebbe in fumo. — Prese la donna il drappo con le gioie dentro, e poselo sotto il guanciale dove Brocardo, suo marito, dormiva. Fatto questo, disse Finetta: — Andiamone in caneva; — e andate, Finetta sagace adocchiò la botte che era spinata, e isse: — Madonna, spogliatevi tutti i panni ch’indosso avete. — La donna si spogliò e rimase, come nacque, nuda. Finetta allora, tratta la spina della botte che era piena di buon vino, disse: — Madonna, ponete qua il dito vostro al buco e tenetelo ben chiuso, acciò che non si spanda il vino; e non vi movete fin ch’io non ritorno, perciò che io andarò qua fuori e farò alcuni miei segni, e poi sarà ispedito il tutto. — La donna, che le prestava intiera fede, cosí nuda, stavasi cheta e il pertugio della botte col dito teneva. Mentre che la donna in tal maniera dimorava, la vezzosa Finetta andò in camera dov’era il drappo con le gioie aggroppato; e quello sciolto, prese la collana e le perle, ed empito il drappo di pietricelle e di terra, l’ingroppò, e postolo al luogo suo, se ne fuggì. La donna, nuda, col dito attaccata al buco della botte, aspettava che Finetta ritornasse. Ma vedendo che non ritornava e che ormai l’ora era tarda, dubitò che ’l marito non venisse, e in tal guisa nuda la trovasse, e pazza la riputasse. Onde, presa la spina che era in un canto, chiuse il buco della botte; e postisi i suoi vestimenti in dosso, salí di sopra.
Non stette molto che messer Brocardo, marito di madonna Veronica, venne a casa; e con grazioso viso salutolla, dicendo: — Sia la ben trovata la mia cara moglie, rifrigerio e solazzo del cuor mio. — La moglie, udendo lo insolito saluto e fuor di natura, stupefatta rimase; e tra sé ringraziava Dio che tal feminella le avesse mandata, con il cui aiuto avea trovato rimedio al suo gravoso affanno. E tutto quel giorno e la notte sequente stettero in stretti abbracciamenti e saporiti basci, non altrimenti se allora fussero sposi. Madonna Veronica, tutta lieta e tutta festevole per le carezze che le faceva il marito, li raccontava la passione, l’affanno e lo strazio che per lui amore avea portato. Ed egli le prometteva tenerla per moglie cara, e che non intervenirebbe più quello che fin’ora era intervenuto. Venuta la mattina sequente, e levatosi il marito di letto e andatosene alla caccia, come i gran maestri fanno, madonna Veronica andò al letto, e alzato il guanciale, prese il drappo dove erano state messe le gioie; e discioltolo e credendo trovar la collana e le perle, trovollo pieno di pietre. Il che vedendo, la meschine!la restò smarrita, né sapeva che partito pigliare, perciò che temeva che, scoprendola, il marito non l’uccidesse. Dimorando adunque la bella donna in tal affanno e ravogliendo molte cose nell’animo suo, né sapendo che via tenere in riaver le sue care gioie, finalmente s’imaginò con onesto modo schernir colui che tanto tempo vagheggiata l’aveva.
Abitava in Verona un cavalliero di corpo bello, altiero di animo, famoso in prodezze e di orrevole famiglia. Il quale, come ogn’un altro sottoposto all’amorose fiamme, era dell’amor di madonna Veronica sí fieramente acceso, che non trovava riposo. Egli per suo amore spesso giostrava, armeggiava e faceva feste e trionfi, tenendo tutta la cittá in allegrezza. Ma ella, che intieramente aveva donato il suo amor al marito, di lui e di sue feste poco si curava. Di che il cavalliere ne sentiva quel cordoglio e quello affanno che mai amante sentisse. Madonna Veronica, partito che fu il suo marito di casa, si fece alla finestra; e per aventura indi passava quel cavalliero che era ardentissimamente acceso dell’amor di lei; e chiamollo cautamente e dissegli: — Cavalliere, voi sapete il fervido e caldo amore che già tempo mi avete portato e ora portate; e avenga che in tutte le operazioni mie dura e crudele vi abbia forse paruta, questo però non è proceduto che io non vi ami e che non vi tenghi scolpito nelle viscere del core; ma la causa è stata la conservazione del mio onore, il qual sempre ad ogni altra cosa preposi. E perciò non vi maravigliate se io alle vostre accese voglie non diedi ispedito volo, perciò che l’onore, che rende la casta moglie al dissoluto marito, è molto da esser tenuto caro. Ed ancor che dal vostro mal fondato giudizio dura, fella ed aspra verso voi istimata sia, nondimeno non resterò con fiduzia e sicurtà ricorrere a voi, come a quello che è fontana d’ogni mia salute. E se voi, come amorevole, soccorrerete al mio grave affanno, prestandomi frettoloso aiuto, mi arrete sempre in catena e porrete disporre di me come della persona vostra. — E questo detto, minutamente gli raccontò la sciagura sua. Il cavalliere, intese le parole dell’amata donna, prima la ringraziò che s’aveva degnata di comandargli; dopo’ le promise di non mancarle di aiuto, dolendosi tuttavia con lei del caso intravenuto. Partitosi il cavalliere, secretamente montò a cavallo, e con quattro buoni compagni seguí la femina che con le gioie fuggiva, e avanti che la sera venisse, l’aggiunse ad una fiumana la quale voleva valicare; e conosciutala alli contrassegni, la prese per le trecce e fecela confessare il tutto. Il cavalliere, lieto per le riavute gioie, a Verona ritornò; e trovato opportuno tempo, alla sua donna le rese. E cosí ella, senza che ’l marito di tal fatto se n’avedesse, col suo onore nel primo stato rimase. —
— La diversità dell’umane cose, la varietà de’ tempi, i costumi degli uomini maligni fanno spesse volte quello che è bello, parer brutto, e quello che è brutto, parer bello. Laonde, se in questa favola che ora raccontar intendo, fosse cosa alcuna che offendesse l’orecchie vostre, mi perdonerete, riservandovi ad altro tempo il convenevole castigo.
In Arcadia, paese della Morea, detta da Arcade, figliuolo di Giove, ove primieramente fu trovata la rustica e boscareccia sampogna, abitava ne’ passati tempi un monaio, uomo bestiale e crudele; ed era per natura sí sdegnoso, che poche legna accendevano il suo fuoco. Ei aveva un asino orecchiuto, con le labra pendule, il quale, quando raggiava, faceva tutto il piano risonare. Questo asino per lo poco mangiare e poco bere che il monaio gli dava, non poteva sostenere le gran fatiche né tolerare le dure bastonate che ’l patrone continovamente gli dava. Onde il povero asino sí distrutto e consumato divenne, che sola la pelle sopra le macerate ossa rimase. Avenne che ’l povero asino, tutto adirato sí per le molte busse che ogni giorno riceveva, sí anco per lo poco cibo ch’aveva, dal monaio si partí e col basto sopra il dorso molto da lui s’allontanò. Camminato ch’ebbe assai, il misero asino già lasso e stanco giunse a’ piè d’un dilettevol monte, che viepiù del domestico che del salvatico teneva. E veggendolo si verdeggiante e bello, fra sé stesso deliberò quello ascendere, ed ivi abitare e la vita sua finire. Dimorando adunque l’asino in questo pensiero, guatava intorno se da alcuno fusse veduto; né vedendo alcuno che noiar lo potesse, animosamente salí il monte; e con molto diletto e piacere si pose a pascolare, ringraziando tuttavia Iddio che liberato l’aveva dalle mani dell’iniquo e crudel tiranno, e che sí ottimo cibo per sostentamento della sua misera vita trovato aveva.
Abitando il buon asino sopra il monte e pascendosi di morbide e minute erbe, tenendo tuttavia il basto sopra ’l dorso, ecco un fiero leone uscire d’una cieca caverna; e veduto l’asino e quello attentamente mirato, molto si maravigliò ch’egli avesse avuto tanta arroganza e tanto ardire di ascendere il monte senza sua licenza e saputa. E perciò che il leone per l’adietro non aveva mai veduti di tal spezie animali, temette forte di più innanzi andare. L’asino, veduto il leone, si sentí arricciare tutti i peli; e per la sùbita paura cessò di mangiare, né ardiva pur di moversi. Il leone, preso pur ardire, fecesi inanti e disse all’asino: — Che fai tu qua, o buon compagno? Chi ti ha data licenza di salir qua su? E chi sei tu? — A cui l’asino insuperbito con ardito animo rispose: — E chi se’ tu che m’addimandi chi sono io? — Il leone, maravigliandosi di tal risposta, disse: — Io son il re di tutti gli animali. — Disse l’asino: — E come ti chiami per nome? — Rispose egli: — Leone è il nome mio: ma il tuo come si appella? — Allora l’asino, fatto più animoso, disse: — Ed io mi chiamo Brancaleone. — Questo udendo, il leone disse — Costui veramente debbe esser più possente di me. — Disse il leone: — Brancaleone, il nome e ’l parlar tuo chiaramente mi dimostra che tu sei più possente e più gagliardo di me; ma voglio che noi facciamo alcuna isperienza. — Allora crebbe maggior ardire all’asino; e volte le natiche contra del leone, disse: — Vedi tu questo basto e la ballestra ch’io tengo sotto la coda? s’io te la facessi provare, tu morresti di spasmo. — E cosí dicendo trasse una coppia di calzi nell’aria e mollò alquante rocchette, che fecero il leone stordire. Sentendo il leone il gran rimbombo di calzi e ’l crepitante tuono che fuor della ballestra usciva, grandemente si spaventò. E perché omai s’approssimava la sera, disse il leone: — Fratello mio, io non voglio che facciamo parole tra noi, né che s’uccidiamo; perciò che non è la peggiore cosa che ’l morire: ma voglio che andiamo a riposarci, e venuto il sequente giorno, noi saremo insieme, e tra noi faremo tre famose prodezze; e qual di noi in farle sarà superiore, quello fia del monte signore. — E cosí rimasero d’accordo.
Venuta la mattina, e trovatisi insieme, il leone, che desiderava di veder alcuna prodezza, disse: — Brancaleone, io sono acceso del tuo amore, né rimarrò contento sin a tanto ch’ io non vegga alcuna mirabil prova di te. — E camminando insieme, aggiunsero ad un fosso molto largo e profondo. Disse il leone: — Ora è il tempo che noi vediamo qual di noi salterà meglio questo fosso. — Il leone, ch’era gagliardo, non si tosto s’appresentò al fosso, che fu dall’altra parte. L’asino, appresentandosi alla sponda del fosso, animosamente saltò; ma nel saltare cadde in mezzo del fosso, e sopra alcune legna traversate attaccato rimase. Stava l’asino sospeso tra quelle legna, e parte su l’uno de’ lati, e parte su l’altro pendeva; ed era in grandissimo pericolo di fiaccarsi il collo. Il che vedendo, il leone disse: — Che fai, compagno mio? — Ma l’asino, che se n’andava a più potere, non rispondeva. Il leone, temendo che l’asino non morisse, discese giù nel fosso, e prestògli aiuto. L’asino, uscito fuori d’ogni periglio, prese maggior ardire; e voltatosi contra il leone, gli disse tanta villania, quanta si potesse mai dire a persona alcuna. Il leone, attonito di tal cosa, molto si maravigliò, e addimandollo per qual ragione sí fieramente il villanniggiava, avendolo si amorevolmente campato da morte. L’asino, dimostrando che fusse acceso di sdegno, superbamente rispose: — Ahi, scelerato e tristo, tu m’addimandi perché ti villaneggio? Sappi che tu m’hai privo del più soave piacere che mai io avesse a’ giorni miei. Tu pensavi che io ne morisse, e io me ne stava in gioia e diletto. — A cui il leone: — E che piacere era il tuo? — Io, — rispose l’asino, — mi era posto sopra quelle legna, e parte pendeva da un lato e parte da l’altro; e voleva in ogni modo sapere qual mi pesava più, il capo o la coda. — Disse il leone: — Ti prometto sopra la fede mia di non molestarti più in conto alcuno, e fin’ora veggo e chiaramente conosco che del monte sarai patrone. — Indi partiti, aggiunsero ad un fiume largo e impetuoso; e disse il leone: — Voglio, Brancaleone mio, che l’uno e l’altro di noi dimostra il valor suo nel varcar il fiume. — Io ne son contento, — disse Brancaleone; — ma voglio che tu sii il primo a valicare. — Il leone, che sapeva ben nuotare, con molta destrezza varcò il fiume; e postosi sopra la sponda del fiume, disse: — Compagno, che fai? varca ancor tu, — L’asino, veggendo di non poter mancare della promessa, si gettò nell’acqua, e tanto nuotò, che venne a mezzo del fiume; e costretto dal ravogliamento dell’acqua, ora andava col capo in giù e ora coi piedi, e ora sí fattamente si sommergeva, che di lui nulla o poco si vedeva. Il che veggendo il leone e le ingiuriose parole nell’animo rivogliendo, da un canto molto temeva soccorrerlo, da l’altro temeva che, liberato, non l’uccidesse. Laonde stando tra il sí e ’l no, determinò, intravenga ciò che si voglia, d’aiutarlo. Ed attuffatosi nell’acqua, se gli accostò appresso; e presolo per la coda, tanto tirò, che lo condusse fuor d’acqua. L’asino, vedendosi sopra la riva del fiume e già sicuro delle minacciose onde, tutto si turbò; e d’ira acceso, ad alta voce disse:—Ahi, tristo! ahi, ribaldone ! non so che mi tenga che io non scocchi la ballestra mia, e ti facci sentire quello che non vorresti. Tu sei la mia seccagine e la privazione d’ogni mio piacere. E quando, misero me, arrò il maggior solazzo? — Il leone, più timoroso che prima divenuto, disse: — Io, compagno mio, fortemente temeva che tu non t’affocassi nel fiume, e però venni e ti aiutai, pensando di farti cosa grata e non spiacere. — Or non dir più, — disse l’asino; — ma una sol cosa desidero da te sapere: qual frutto, qual utile hai tu conseguito del tuo varcare il fiume? — Nulla, — rispose il leone. — Ma l’asino, voltatosi, disse: —Guata bene se nel fiume sentiva piacere. — E crollatasi la persona e l’orecchie, che erano piene di acqua, li mostrò i pesciculi e gli altri animaletti che uscivano delle sue orecchie; e dolendosi disse: — Vedi tu quanto error facesti? Se io me n’andava al fondo del fiume, prendeva, con grandissimo mio piacere, pesci che ti arebbeno fatto stupire. Ma fa che per l’innanzi più non mi annoi; perciò che di amici veniressimo nemici, e sarebbe il peggio per te. Ed avenga che morto mi vedesti, non però voglio che tu te ne curi punto; perciò che quello che ti parrà in me morte, sarà in me piacere e vita. — Oramai il sole per la sua partita dopplicava le ombre, quando il leone al compagno fece motto che l’uno e l’altro andasse a riposare, ritrovandosi però insieme la mattina sequente.
Venuto il chiaro giorno, l’asino e il leone si ritrovarono insieme, ed ivi determinarono d’andare alla caccia, ma uno in uno luoco e l’altro nell’altro, e poscia ad una medesima ora ritrovarsi insieme: e qual di loro avrà preso maggior numero di animali, il monte sia suo. Il leone, andato in preda, prese molte fiere salvatiche; ma l’asino, trovato l’uscio d’una casa aperto, entrò dentro; e veduto nell’aia un grandissimo cumolo di melega, a quello s’avicinò, e tanta ne prese, che quasi il pancirone era per scoppiare. Ritornato l’asino a l’ordinato luoco, si mise a posare; e per la gran pienezza spesso scoccava la ballestra, la quale ora s’apriva, ora si serrava, a guisa della bocca di un gran pesce ch’è fuori del fiume in secca terra. Vedendo una gracchia, che per l’aria volava, l’asino in terra prostrato giacere, né punto muoversi, che morto pareva, e vedendo sotto la coda la mal digesta melega e le natiche tutte imbrattate di sterco, scese giù e cominciò beccare; e tanto innanzi se n’andò, che pose il capo dentro delle natiche. L’asino, sentendosi beccare nel forame, chiuse le natiche; e la gracchia col capo dentro presa rimase, e se ne morí. Tornato il leone con la gran preda al diputato luogo, vide l’asino giacere in terra; e dissegli: — Vedi, compagno mio, gli animali ch’io presi? — Disse l’asino: — In che modo facesti a prenderli? — Il leone raccontò il modo che tenuto aveva. Ma l’asino interrompendolo disse: — O pazzo e privo di senno! tu ti affaticasti tanto stamane circondando i boschi e le selve e i monti, e io me ne sono stato qui d’intorno; e prostrato a terra, con le natiche presi tante gracchie e tanti altri animali, che mi sono, come tu vedi, lautamente pasciuto. E questa sola mi è rimasta nelle natiche, la quale a tuo nome riservai, e pregoti che per amor mio la prendi. — Allora il leone maggiormente si paventò; e presa la gracchia per amor dell’asino, quella tenne, e senza dir altro, ritornò alla preda.
E camminando di galoppo, non però senza timore, s’incontrò nel lupo che molto in fretta se n’andava. A cui disse il leone: — Compare lupo, dove andate, cosi soletto, in fretta? Rispose il lupo: — Io me ne vo per un servigio molto importante. — E pur il leone cercava intrattenerlo; ma il lupo, temendo della vita, fortemente instava che no ’l tenesse a bada. Il leone, vedendo il gran pericolo nel quale incorreva il lupo, sollecitava che più innanzi andar non dovesse: — perché poco discosto di qua vi è Brancaleone, animal ferocissimo, il quale porta una ballestra sotto la coda che mena gran vampo, e mal è per colui che sotto s’abbatte. Ed oltre ciò ha certa cosa di pelle sopra il dorso, che in maggior parte lo copre, ed è di pelo biso; e fa gran fatti, e paventa ciascuno che se gli avicina. — Ma il lupo, che per gl’ indizi dati apertamente s’accorgea qual fusse l’animale di cui il leone parlava, disse: — Compare, non abbiate timore; perciò che egli s’addimanda l’asino, ed è il più vil animale che la natura creasse, e non è da altro se non da soma e da bastone. Io solo a’ giorni miei ne divorai più d’un centenaio. Andiamo dunque, compare, sicuramente, e vederete la prova. — Compare, — disse il leone, — io non voglio venire; e se voi vi volete andare, andatene in pace. — E pur replicava il lupo che il leone non avesse timore. Vedendo il leone il lupo star fermo nel suo pensiero, disse: — Poscia che voi volete che io venga con voi e mi assicurate, voglio che s’avinchiamo le code strette l’una con l’altra, acciò che, come sarà da noi veduto, non scampiamo, né alcun di noi rimanga in podestà di lui. — Annodatesi strettamente le code, andarono a ritrovarlo.
L’asino, che in piedi era levato e di erba si pasceva, vide dalla lunga il leone e il lupo, e molto smarrito volse fuggire; ma il leone, dimostrando Brancaleone al lupo, disse: — Eccolo, compare: egli viene verso noi; non l’aspettiamo, che veramente moriremo. — Il lupo, che aveva allora l’asino veduto e conosciuto, disse: — Affermiamosi, compare; non dubitate, che egli è l’asino. — Ma il leone, più timoroso che prima, si mise a fuggire; e cosí correndo per duri dumi, or saltava una macchia, or l’altra; e nel saltare, una pungente spina li cavò l’occhio sinistro. Il leone, credendo la spina stata fusse una di quelle artigliane che Brancaleone sotto la coda portava, disse, correndo tuttavia, al lupo: — Non te lo dissi io, compare: scampiamo? Non mi ha egli cavato un occhio con la sua ballestra? — E sempre più forte correndo, strascinava il lupo e menavalo per ispidi dumi, per ruinati fossi, per folti boschi e per altri luochi stretti ed aspri. Per il che il lupo tutto franto e rotto se ne morí. Il leone, quando li parve di essere in luogo sicuro, disse al lupo: — Compare, ormai è tempo che si disciogliamo le code; — ed egli nulla rispondeva. E voltatosi verso lui, vidde che era morto. Onde attonito disse: — Compare, non ve lo dissi io, che ’l vi ucciderebbe? Vedete quello avete guadagnato? Voi avete perduta la vita, ed io l’occhio sinistro; ma meglio è aver perduta una parte che ’l tutto. — E sciolta la coda, lasciò il lupo morto, e andossene ad abitar le grotte; e l’asino rimase signore e possessore del monte: dove lungo tempo allegramente visse. Di qua procede che gli asini abitano i luoghi domestici, ed i leoni i luoghi inabitabili e silvestri; perciò che il vil animale con sue astuzie e fraudi avanzò il feroce leone. —
— Rivogliendo l’antiche e moderne istorie, trovo la prudenza esser una delle più chiare e notabili virtù che nelle umane creature trovar si possa; perciò che l’uomo prudente si rammenta le cose passate, discerne le presenti e con maturo giudizio provede alle future. Dovendo adunque io questa sera favoleggiare, la favola di Arianna mi ha ridotto a memoria una novelluzza, la quale, avenga che ridicolosa non sia né lunga, sarà nondimeno dilettevole e di non picciolo frutto.
Fu, non è gran tempo, una povera donnicuolla che aveva un figliuolo chiamato Cesarino de’ Berni di Calavria, giovane veramente discreto e vie più de’ beni della natura che della fortuna dotato. Partitosi un giorno Cesarino di casa e andatosene alla campagna, capitò ad un folto e ben fronzuto bosco; e invaghito del verdeggiante luogo, entrò dentro, e per aventura trovò una pietrosa tana, dove eran leoncini, orsattini e lupini, de’ quali d’ogni sorte ne prese; e condottigli a casa, con sommo studio e diligenza unitamente li nudrí: ed erano sí maestrevolmente uniti, che un non poteva star senza l’altro ed erano cosí domestici con le persone, che niuno offendeano. Essendo gli animali di natura feroci e per accidente domestici cresciuti, e avendo già perse le lor vive forze, Cesarino con essi loro sovente se n’andava alla caccia, e sempre carico di silvestri fiere lietamente a casa ritornava e con quelle la madre e sé stesso nodriva. Vedendo la madre la preda grande che ’l figliuolo faceva, molto si maravigliò, e addimandollo come ogni giorno prendesse tante fiere. Egli rispose: — Con gli animali che avete veduti; ma ben vi prego che questo ad alcuno non rivelate, acciò non rimanga di quelli privo. — Non passarono molti giorni, che la madre si trovò con una sua vicina, alla quale molto amore portava, sí perché ella era donna da bene, sí anco perché era serviciale e amorevole; e ragionando insieme di più cose, disse la vicina: — Comare, come fa il figliuolo vostro a prender tante fiere? — E la vecchiarella le manifestò il tutto; e tolta licenza, ritornò a casa. Appena che partita s’era la buona vecchia dalla comare, che giunse il marito a casa; e fattasevi incontra con lieto viso, gli raccontò il tutto. Il marito, udendo questo, incontenenti andò a trovare Cesarino, e dissegli: — Figliuoccio mio, a questo modo vai tu alla caccia né mai chiamaresti un compagno teco? Questo non conviene all’amorevolezza ch’è tra noi. — Cesarino sorrise, né volse darli risposta; ma senza prender congiato dalla vecchia madre e dalle dilette sorelle, con gli tre animali si partí, e alla buona ventura se n’andò.
E dopo lungo cammino aggiunse ad uno solitario e inabitato luogo della Sicilia, dove era un eremitorio, e andatosene ivi, entrò, e non vedendo alcuno, con gli suoi animali si mise a posare. Non stette molto, che l’eremita tornò a casa; ed entrato dentro, vidde quelli animali, e smarrito volse fuggire. Ma Cesarino, che dell’eremita s’aveva già aveduto, disse — Padre, non temete, ma entrate sicuramente nella cella, perciò che questi animali sono sí domestici, che non vi oltreggiaranno in modo alcuno. — Assicurossi l’eremita per le parole di Cesarino, ed entrò nella sua povera cella. Era Cesarino molto affannato per lo lungo cammino che fatto aveva: e voltatosi verso l’eremita, disse: — Padre, arreste voi per aventura un poco di pane e di vino, acciò ch’io potesse riavere le perdute forze? — Sí bene, figliuol mio, — rispose lo eremita, — ma non di quella bontà che forse tu vorresti. — E scorticate e smembrate le fiere che prese aveva, le pose in un schidone e l’arrostí; ed apparecchiata la mensa, e ingombrata di quelle povere vivande che s’attrovava, cenarono allegramente insieme. Cenato che ebbero, disse l’eremita a Cesarino: — Non molto lungi di qua alberga un dracone, il cui anelito ammorba e avelena ogni cosa, né è persona che li possa resistere; ed è di tanta roina, che farà bisogno che i paesani tosto abbandonino il paese. Appresso questo fa mestieri ogni giorno mandargli un corpo umano per suo cibo: altrimenti distruggerebbe il tutto; e per empia e mala fortuna dimani tocca la sorte alla figliuola del re, la quale e di bellezza e di virtù e di costumi avanza ogni altra donzella, né è cosa in lei, che non sia d’ogni laude degna: e veramente è grandissimo peccato che una tanta donzella senza lei colpa sí crudelmente perisca. — Inteso ch’ebbe Cesarino il parlar dell’eremita, disse: — State di buon animo, padre mio santo, né dubitate punto, che vedrete della punzella la liberazione presto. —
Né appena era spuntata fuori l’aurora della mattina, che Cesarino andò là dove dimorava il minaccioso dracone, e seco condusse i tre animali; e vidde la figliuola del re che già era venuta per esser divorata. Onde appressatosi a lei che dirottamente piangeva, la confortò, e disse: — Non piangete, donna, né più vi ramaricate, perciò che io sono qui aggiunto per liberarvi. — E cosí dicendo, ecco con un gran empito uscir fuori l’insaziabil dracone; e con la bocca aperta cercava di lacerare e divorare la vaga e delicata giovane, la quale per paura tutta tremava. Allora Cesarino, da pietà commosso, s’inanimò, e spinse li tre animali contra l’affamata e ingorda belva; e tanto combatterono, che finalmente l’atterrarono e uccisero. Indi Cesarino col coltello, che nudo in mano teneva, gli spiccò la lingua, e postala in uno sacco, la riservò con molta diligenza; e senza dir parola alla liberata giovane, si ripartí ed all’eremo ritornò, raccontando al padre tutto quello aveva operato. L’eremita, intendendo il drago esser morto, e la giovane e il paese liberato, assai se n’allegrò.
Avenne che un contadino rozzo e materiale, valicando per quel luogo dove l’orribil fiera morta giaceva, vide il pauroso e fiero mostro; e messo mano ad un suo coltellone che a lato teneva, gli spiccò il capo dal busto: e postolo in un saccone che seco aveva, camminò verso la città. E camminando di buon passo, aggiunse la donzella che al padre ritornava, e con lei s’accompagnò; e giunto al real palazzo, l’appresentò al padre, il qual, veduta la ritornata figliuola, quasi da soverchia letizia se ne morí. Il contadino, tutto allegro, trattosi il cappello che in capo aveva, disse al re: — Signore, la figliuola vostra a me tocca per moglie, però che la campai dalla morte; — e in segno della verità trasse dal saccone l’orribil teschio dell’uccisa fiera, e appresentollo al re. Il re, considerando il teschio dell’altero e non più veduto mostro e compresa la liberazione della figliuola e del paese, ordinò un onorato trionfo e una superba festa, alla quale furono invitate tutte le donne della città; le quali, pomposamente vestite, vennero a congratularsi con la liberata figliuola.
Avenne che l’eremita, in quell’ora che si preparavano le feste e i trionfi, era nella città; e già intonavagli nell’orecchi un villano aver ucciso il dracone, ed in premio della liberazione della figliuola del re, deverla aver per moglie. Il che l’eremita udiva non senza grandissimo dolore; e lasciato da canto in quel giorno il mendicare, ritornò a l’eremitorio, raccontando la cosa a Cesarino come passava. Il quale, intesala, assai si dolse; e presa la lingua dell’ucciso dracone, li fece aperta fede lui esser stato quello che la fiera uccisa aveva. Il che intendendo l’eremita e apertamente conoscendo lui esser stato l’uccisore, al re se n’andò; e trattosi il povero cappuccio di capo, cosí gli disse: — Sacratissimo re, egli è cosa detestabile molto che un malvagio e reo uomo, consueto ad abitare nelle spelunche, divenga marito di colei ch’è fior di leggiadria, norma di costumi, specchio di gentilezza e dotata d’ogni virtù: e tanto più, che egli cerca ingannare Vostra Maestà, affermandole esser vero quello di che egli per la gola si mente. Io, desideroso dell’onor di Vostra Maestà e dell’utile della figliuola vostra, sono qui venuto per discoprirle, colui che si vanta aver liberata la figliuola, non esser quello che uccise il dracone. E però, sacratissimo re, aprite gli occhi, non tenete chiuse l’orecchie, ascoltate chi di buon cuor vi ama. — Il re, udito che ebbe l’eremita che saldamente parlava, e conoscendo le lui parole scaturire da fidelissimo e intiero amore, gli prestò inviolabil fede; e fatte cessare le feste e i triunfi, comandò all’eremita che palesasse colui che era stato il vero liberatore della figliuola. L’eremita, che altro non desiderava, disse: — Signore, non fa mestieri che io vi dica il nome suo; ma quando fosse in piacere di Vostra Maestà, io il menerei qua dinanzi della presenzia vostra, ed ella vederebbe un giovane di corpo bello, leggiadro, riguardevole e ad amare tutto inchinato, i cui reali e onesti costumi avanzano ogni altro che io conoscesse mai. — Il re, già invaghito del giovane, comandò che subito fusse condotto.
L’eremita, partito dal re, ritornò al suo tugurietto, e narrò a Cesarino il tutto. Il quale, presa la lingua e postala in una bisciaccia, con gli animali e con l’eremita al re se ne andò; e appresentatosi, e postosi in ginocchioni, disse: — Sacra Maestà, la fatica e il sudor fu mio, ma l’onor d’altrui. Io con questi miei animali per la liberazione della figliuola vostra uccisi la fiera. — Disse il re: — E che fede me ne darai tu d’averla uccisa? conciosiacosaché costui mi ha appresentato il teschio che ivi sospeso vedi. — Rispose Cesarino: — Non voglio il detto della figliuola vostra, che sarebbe in questo testimonio bastevole; ma un sol segno vi voglio dare, che denegare non si potrà che io non sia stato l’uccisore. Fate guardare — disse Cesarino, — nel teschio, che il troverete senza lingua. — Il re fecesi recar il teschio, e ritrovollo senza lingua. Allora Cesarino, messa la mano alla bisciaccia, cavò fuori la lingua del dracone, che era di estrema grandezza, né mai per lo addietro fu la maggior veduta; e apertamente dimostrò lui esser stato l’uccisore della crudel fiera. Il re, per lo detto della figliuola e per la dimostrata lingua e per gli altri indizi avuti, fece prendere il contadino e in quell’instante li fece troncare il capo dal busto; e con trionfo e festa furono con Cesarino celebrate le nozze, e consumarono il matrimonio.
La madre e le sorelle di Cesarino, sentita la nova che egli era stato l’uccisor della fiera e liberator della puncella, e già averla in guidardone per moglie, deliberarono d’andar in Sicilia; e ascese in una nave, con prosperevol vento giunsero nel regno, dove con grande onore furono ricevute. Non stettero gran tempo queste donne nel regno, che si mosseno a tanta invidia contra Cesarino, che l’averebbono divorato. E crescendo di giorno in giorno l’odio maggiore, determinorono di darli celatamente la morte. E ravogliendo nel loro animo più cose, al fine s’imaginorono di prender un osso e farlo acuto e venenar la punta e ponerlo tra le linzuola e ’l letto con la punta in su, acciò che Cesarino, andando a posare e gittandosi giù nel letto, come i giovani fanno, si pungesse e avenenasse; e senza indugio essequirono il malvagio consiglio.
Venuta l’ora di andar a dormire, Cesarino con la moglie andò in camera; e posti giù li drappi di dosso e la camiscia, gittossi sopra ’l letto, e diede del sinistro fianco sopra la punta de l’osso; e fu sí acerba la ferita, che per lo veneno subito s’enfiò: e andato il veneno al core, se ne morí. La donna, veggendo il suo marito morto, incominciò altamente gridare e dirottamente piagnere; al cui strepito corsero i corteggiani, e trovorono Cesarino di questa vita partito; e volgendolo e ravolgendolo, lo trovorono tutto enfio e nero come corbo; onde giudicarono che da veneno fosse stato estinto. Il che intendendo, il re fece grandissima inquisizione; e nulla di certezza potendo avere, restò, e vestitosi di abito lugubre con la figliuola e la corte, ordinò che al corpo morto si desse solenne e pomposa sepoltura.
Mentre si preparavano le grandi e orrevoli essequie, la madre e le sorelle di Cesarino cominciorono fortemente a temere che ’l leone, l’orso e il lupo non le scoprisseno, udendo il suo patrone morto; e fatto consiglio tra l’oro, pensorono d’impiombargli l’orecchi; e sí come s’imaginorono, cosí fecero. Ma al lupo non furono cosí ben impiombate l’orecchie; perciò che alquanto udiva da una orecchia. Essendo portato il corpo morto alla sepoltura, disse il lupo al leone e all’orso; — Compagni, parmi sentire una mala nuova; — ma elli che impiombate avevano le orecchie, nulla sentivano: e reiterate ancor le dette parole, meno udivano. Ma il lupo con cenni e motti tanto fece, che pur compresero non so che di morte. Laonde l’orso con le indurate unghie e curve, tanto penetrò nelle orecchie del leone, che gli estrasse il piombo; e parimenti fece il leone all’orso e al lupo. Essendo adunque a ciascun di loro tornato l’udito, disse il lupo alii compagni: — Parmi aver sentito ragionamento della morte del signor nostro. — E non venendo il signor, secondo il costume suo, a visitarli e dargli il cibo, tennerono per certo lui esser morto; e usciti di casa tutta tre, corsero là dove i becchini portavano il corpo morto. I chierici e l’altre persone che accompagnavano il corpo morto alla sepoltura, veduti gli animali, si misero a fuggire; e quelli che portavano la bara, la misero giù, e si dierono parimenti alla fuga; altri di più coraggio volsero vedere il fine. I tre animali con denti e unghie tanto fecero, che spogliarono al suo signore le vestimenta, e volgendolo da ogni parte, trovarono la piaga. Allora disse il leone all’orso: — Fratel mio, or fa di bisogno d’un poco di grasso delle budella tue; perciò che, tantosto che unta sarà la piaga, il signor nostro risusciterà. — Rispose l’orso: — Non fa mestiero dir altre parole; io aprirò la bocca a più mio potere, e tu porrai la zampa dentro, e trarrai del grasso a tuo piacere. — Il leone pose la zampa dentro della gola dell’orso che si ristringeva acciò che più in giù la potesse ficcare, e cavolli il grasso che facea bisogno, e con quello unse d’ogni intorno la piaga del signore. Ed essendo ben mollificata, la succhiava con la bocca; indi tolse certa erba e cacciolla nella piaga: e tanta fu la sua virtù, che subito andò al core, e quello sommamente allegrò. Laonde il signor a poco a poco cominciò aver le forze: e di morto, vivo rivenne. Il che vedendo quelli che vi erano presenti, restorono stupefatti; e subito corsero al re, e gli dissero, Cesarino vivere. Inteso questo, il re e la figliuola, che Doratea si chiamava, vi andorono incontra, e con insperata letizia l’abbracciorono, e con gran festa al regal palazzo lo condussero. Venne la nuova alla madre e alle sorelle di Cesarino come era risuscitato. Il che molto le dispiacque: ma pur fingendo d’aver allegrezza, andorono al palazzo; e giunte al conspetto di Cesarino, la piaga gettò gran quantità di sangue. Di che elle si smarrirono, e pallide divennero. Il che veggendo, il re ebbe non poco sospetto contra loro; e fattele ritenere e mettere alla tortura, confessorono il tutto. Il re senza indugio le fece vive ardere, e Cesarino e Doratea a lungo tempo felicemente si goderono insieme, e lasciorono dopo sé figliuoli; e gli animali, finché da natural morte morirono, furono con molta diligenza serviti. —
— Egli è commun proverbio, commendato da tutti, che chi malamente vive, malamente muore. Però gli è meglio vivere cristianamente, che senza freno alcuno di conscienza abbandonar le redine e adempire ogni sua sfrenata voglia; sí come avenne ad un nobile cittadino, il quale, venendo a morte, diede l’anima sua al gran nemico, e disperato, cosí permettendo la divina giustizia, fece la mala morte.
In Como, picciola cittá della Lombardia, non molto discosta da Melano, abitava un cittadino nomato Andrigetto di Valsabbia; il quale, quantunque e di poderi e di armenti e di pecore fosse ricco, né alcuno nella città si trovasse che a lui agguagliar si potesse, nondimeno la conscienza no ’l rimordeva di cosa alcuna, ancor che trista, ch’egli facesse. Andrigetto adunque essendo ricchissimo e avendo molto grano e altre sorti di biada che gli suoi poderi li rispondevano, dispensava tutte le sue rendite a poveri contadini e ad altre miserabili persone, né voleva quelle vendere a mercatanti o vero ad altri col danaro. E questo faceva non che egli avesse animo di sovenire ai poveri, ma acciò che li cavasse dalle mani qualche campo di terra e aggrandisse i suoi poderi e rendite; e sempre cercava di eleggere luogo che più facesse al profitto suo, acciò che a poco a poco del tutto s’impatronisse. Avenne che in quelle parti sopragiunse una gran penuria; ed era tale, che gli uomini e le donne e li fanciulli si trovavano in molti luoghi morti da fame. Per il che tutti quelli circonvicini contadini, sí del piano come del monte, ricorrevano ad Andrigetto; e chi li dava un campo di prato, chi un campo di bosco e chi un campo di terra arata: e all’incontro tolleva tanto tormento o altra biada, che fosse per le bisogne sue.
Era tanta la frequenzia e il concorso delle persone che da ogni parte venivano alla casa di Andrigetto, che pareva il giubileo. Egli aveva un notaio, Tonisto Raspante per nome detto: uomo veramente nell’arte del notariato molto saputo, ma nel scorticar villani trappassava tutti gli altri. Era un statuto in Como che notaio alcuno non potesse scriver instromento di vendita, se prima non era in presenza sua e di testimoni nomerata la pecunia. Laonde Tonisto Raspante più e più volte disse ad Andrigetto ch’egli non voleva scrivere tali instromenti, perciò che erano contra la forma del statuto comense, né voleva incorrere nella pena. Ma Andrigetto con parole spiacevoli il villaneggiava e il minacciava sopra la vita; e perché egli era uomo grande e de’ primai della città, e correva continovamente san Boccadoro, il notaio faceva quanto li comandava.
Non stette molto, che venne il tempo di confessarsi, e Andrigetto mandò al confessore un bello e lauto desinare e appresso questo tanto panno finissimo che facesse un paio di calze ed a lui ed alla sua fante; e per lo giorno sequente pose ordine con lui di andarsi a confessare. Messer lo prete, per esser lui gran cittadino e ricco e molto appresentato, con allegra faccia l’aspettò; e quando venne, amorevolmente l’accarezzò. Essendo adunque Andrigetto a’ piedi del sacerdote e con diligenza accusandosi de’ suoi errori, venne agli atti degli contratti illeciti ch’egli faceva, e confessolli minutamente. Il prete, che pur aveva molte lettere nella testa e conosceva chiaramente quelli contratti essere illeciti ed usurari, incominciò umilmente riprenderlo, dichiarandogli ch’egli era obligato alla restituzione. Andrigetto, a cui dispiacevano le parole del prete, rispose ch’egli non sapeva quel che dicesse, e che l’andasse ad imparar meglio di quello che fin ora aveva fatto. Il prete, ch’era spesse volte da Andrigetto appresentato, dubitò che non l’abbandonasse e andasse altrove a confessarsi; e però datagli l’assoluzione e la lieve penitenza, il licenziò: ed Andrigetto, messogli un fiorino in mano, allegro si partí.
Occorse che dopo poco tempo sopravenne ad Andrigetto una grandissima infermità; la qual fu di tal maniera, che tutti i medici lo diero per morto e l’abbandonorono. Gli amici ed i parenti, vedendo la sua infermità per lo detto de’ medici esser mortale ed incurabile, con destro modo gli fecero intendere che si confessasse e ordinasse i fatti suoi, sí come appartiene ad ogni catolico e buon cristiano. Egli che era tutto dedito ad arricchirsi, né pensava giorno e notte ad altro che ingrandirsi, non temeva di morire, anzi deleggiava coloro che li rammentavano la morte; e facevasi recare ora una cosa or l’altra, prendendo di quelle trastullo e gioco. Or avenne che dopo molti stimoli degli amici e parenti, egli volse compiacerli; e comandò che Tonisto Raspante suo notaio e pre’ Neofito suo confessore fussero chiamati, che voleva confessarsi e ordinare i fatti suoi. Venuto il confessore e il notaio, s’appresentaro a lui; e dissero: — Messer Andrigetto, Iddio vi dia la vostra sanità. E come vi sentite? State di buon animo: non abbiate timore, che tosto vi risanarete. — Rispose Andrigetto che era molto aggravato e che prima voleva ordinare i fatti suoi e poi confessarsi. Il confessore diede fede alle sue parole, essortandolo molto che si ricordasse di messer Domenedio e che si conformasse con la sua volontà, che, cosi facendo, li restituirebbe la sua sanità.
Andrigetto ordinò che fossero chiamati sette uomini, i quai fussero testimoni del suo nuncupativo ed ultimo testamento. Venuti i testimoni ed appresentatisi all’infermo, disse Andrigetto al notaio: — Tonisto, che vi viene per mercede di pregare un testamento? — Rispose Tonisto: — Secondo il capitolare de’ notai, è un fiorino; poi, più e meno secondo vogliono i testatori.— Or, — disse Andrigetto, — prendene duo, e fa che tu scrivi quanto io ti comanderò. — Il notaio di cosí far rispose.
E fatta l’invocazione del divino nome, e scritto il millesimo, il giorno, il mese e la indizione, sí come sogliono far i notai nell’instromenti, in tal modo scrivere incominciò: — Io Andrigetto di Valsabbia, sano della mente, ancor che languido del corpo, lascio l’anima mia al mio creator Iddio, al qual io rendo quelle grazie, che per me si puolono le maggiori, de’ tanti benefici quanti ho ricevuti. — Disse Andrigetto al notaio: — Che hai tu scritto? — Rispose il notaio: — Io scrissi sí e sí; — e gli lesse di parola in parola tutto quello che l’aveva scritto. Allora Andrigetto, di sdegno acceso, disse: — E chi ti ha commesso che tu scrivi cosi? perché non attendi a quello che mi hai promesso? Scrivi a mio modo, in questa forma: « Io Andrigetto di Valsabbia, infermo del corpo e sano dell’ intelletto, lascio l’anima mia al gran diavolo dell’inferno ». — Il notaio ed i testimoni, udendo queste parole, rimasero fuori di sé e presero maraviglia non picciola; e guardando fissamente nel viso del testatore, dissero: — Ah ! messer Andrigetto, ove è ora il vostro ingegno, ove è ora il vostro sapere? Sete voi divenuto pazzo? Gli insensati ed i furiosi useno tai parole. Deh, non fate per l’amor che voi portate a Iddio, perciò che è contra l’anima e l’onor vostro, e vituperio di tutta la famiglia vostra! Gli uomini che fino ora vi hanno riputato prudente e saggio, vi teneranno il più trascurato, il più perfido e il più traditore che mai la natura creasse, perciò che, sprezzando voi il bene e l’utel vostro, molto maggiormente sprezzereste quello d’altrui. — Allora Andrigetto, infiammato come bragia di fuoco, disse al notaio: — Non ti dissi io che tu scrivesti com’ io ti dissi? Non ti pagai oltre il devere, acciò che tu scrivesti quanto io diceva? — Rispose il notaio: — Signor sí! — Adunque — disse il testatore — nota e scrivi quello che ti dico, e non scrivere quello che non voglio. — Il notaio, che vorrebbe esser digiuno, vedendo il suo fiero proponimento e temendo che per sdegno non morisse, scrisse tutto quello che di sua bocca ordinò. Indi disse Andrigetto al notaio: — Scrivi: « Item lascio l’anima di Tonisto Raspante mio notaio al gran Satanasso, acciò che ella faccia compagnia alla mia, quando di qua si partirà ». — — Ah ! messere, mi fate ingiuria, — disse il notaio, — togliendomi l’onore e la fama. — Or segui, malvagio, — disse il testatore, — e non mi turbare più di quel ch’io sono. Io ti pagai, e molto più di quello che meritavi, acciò che tu scrivi a modo mio. Scrivi adunque in mal’ora cosí: « Perciò che, se egli non mi avesse consentiti e scritti tanti illiciti ed usurari contratti ma mi avesse scacciato da sé, io ora non mi troverei in tanto laberinto. E perché egli allora fece più stima del danaro che dell’anima mia e sua, però quella raccomando e do nelle mani di Lucifero ». — Il notaio, che temeva molto di non aggiungere mal a male, scrisse quanto egli gli disse. Dopo disse: — Scrivi: « Item lascio l’anima di pre’ Neofito, mio confessore, qua presente, ai trenta mila paia di diavoli ». — Or che dite voi, messer Andrigetto mio? — disse il confessore. — Sono queste parole da uomo prudente, come voi siete? Deh, non dite cosí! Non sapete voi che messer Gesù Cristo è misericordioso e pio, e sempre sta con le braccia aperte aspettando che egli venga a penitenza e si chiami in colpa di suoi peccati? Chiamatevi adunque in colpa de’ vostri gravi ed enormi delitti, e chiedete perdonanza a Dio, ch’egli largamente vi perdonerà. Voi avete il modo di restituire; e facendo la restituzione, Iddio, che è misericordioso e che non vole la morte del peccatore, vi perdonerà e daravvi il paradiso. — Rispose Andrigetto: — Ahi, scelerato prete, confusione dell’anima tua e mia, pieno di avarizia e simonia, ora mi dai consiglio! Scrivi, notaio, ch’io lascio l’anima sua nel centro dell’inferno, perciò che, se non fosse stata la pestilenziosa sua avarizia, egli non mi arrebbe assolto, né io arrei commessi tanti errori, né mi troverei nel stato ove ora mi trovo. Parti onesto e convenevole ch’io restituisca la mal tolta robba? Parti giusto ch’io lascia e miei figliuoli poveri e mendici? Lascio adunque questo consiglio ad altrui, che ora nol voglio. Scrivi ancora, notaio: « Item lascio a Felicita, mia innamorata, un podere posto nelle valli di Comacchio, acciò che ella possa avere il vitto ed il vestito e darsi piacere e buon tempo con gli suoi amatori, sí come sempre ha fatto, e nel fine della vita sua ella venga a trovarmi nello oscuro baratro infernale, ed insieme con noi tre sia tormentata di eterno supplicio. Il residuo veramente di tutti e miei beni, mobili ed immobili, presenti e futuri, in qualunque modo a me aspettanti ed appartinenti, lascio a Comodo e Torquato miei figliuoli legittimi e naturali, pregandoli che non vogliano far dire né messa né salmo per l’anima mia, ma che attendino a giocare, puttaneggiare, armeggiare e far tutte quelle cose che sono più detestabili ed abominevoli, acciò che la mia facoltà indebitamente acquistata vada in breve tempo in mal’ora, e gli figliuoli, per la perdita disperati, sé stessi si sospendano per la gola. E questa voglio sia l’ultima mia volontà, e cosí voi tutti, testimoni e notaio, vi prego ». — Scritto e publicato il testamento, messer Andrigetto volse la faccia verso il pariete; e tratto un mugito che d’un toro parse, rese l’anima a Plutone che sempre stava ad aspettarla. Ed in tal modo il tristo e scelerato Andrigetto, inconfesso ed impenitente, la lorda e scelerata sua vita finí. —
— Quanto e qual sia l’ardente e tenace amore del padre verso il virtuoso e disciplinato figliuolo, non è alcun ch’abbia figliuoli, che apertamente non lo conosca. Imperciò che egli non solamente si affatica di farli quello che fa mistieri al viver suo, ma anche spesse volte mette a pericolo la vita e sparge il sangue per aggrandirlo e arricchirlo. E che questo sia il vero, dimostrerovvelo con questa breve favoluzza ch’ora raccontarvi intendo. La quale, perciò che è più pietosa che dilettevole, penso vi sarà di non poco ammaestramento e dottrina.
In Pavia, città della Lombardia nobile sí per lo literario studio sí anco per essere sepolto in quella il santissimo corpo del venerabile e divino Agostino, martello degli eretici, lume e chiarezza della religione cristiana, fu già, poco tempo fa, un uomo disleale, malvagio, omicida, ladro e ad ogni malfar disposto; e tutti Rosolino per nome lo hiamavano. E perché era ricco e capo di parte, molti lo seguitavano; e stando alla strada, or questo or quello spogliava, rubbava e uccideva. E per lo séguito grande che egli aveva, tutto il territorio fortemente il temeva. E avenga che Rosolino avesse commessi molti errori, e contra lui fussero state poste molte querele, nondimeno non era uomo che vi bastasse l’animo proseguirle, perciò che tanti erano i favori delli tristi e malvagi uomini, che li querelanti abbandonavano le loro querele. Aveva Rosolino un solo figliuolo, il quale per natura era tutto contrario al padre e teneva vita molto laudevole e santa. Egli più volte con dolci parole riprese il padre della sua trista e scelerata vita, e dolcemente pregollo ch’omai ponesse fine a tante sceleraggini, dipingendogli i strabocchevoli pericoli ne’ quai continovamente viveva. Ma nel vero l’ammonizioni sagge del figliuolo erano frustatone e vane, perciò che maggiormente che prima egli attendeva al suo disonesto essercizio, e altro non si udiva di giorno in giorno, se non: egli è stato spogliato il tale, egli è stato ucciso il tale.
Perseverando adunque Rosolino nel suo fiero e bestiale proponimento e andando quotidianamente di mal in peggio, volse Iddio che fusse dagli sergenti del pretore preso e legato e a Pavia condotto. Ed essendo dal giudice del maleficio constituito, sfacciatamente negò il tutto. Il che intendendo, il pretore ordinò che gli sergenti in ceppi con tenaci catene in prigione lo mettessero, dandogli solamente al giorno tre uncie di pane e tre di acqua, e che fusse con ogni diligenza custodito. E quantunque fusse grandissima altercazione tra li giudici se doveano averlo per convenuto o no, pur dopo molto contrasto parve al pretore e alla sua corte di andar alla tortura e aver dalla sua bocca la confessione.
Venuta la mattina, il pretore fece condurre Rosolino alla sua presenza, e tolse di volontà il constituto; ed egli come prima dinegò ogni cosa. Questo vedendo, il pretore comandò che fusse alla corda legato e in alto levato. E quantunque più volte Rosolino fusse stato crollato alla tortura per gli indici grandi ch’erano contra lui, non però mai volse confessare, anzi con grandissima costanza villaneggiava il pretore e la sua corte, dicendo ch’erano tristi, giotti, ladri, scelerati e che meriterebbeno per la mala vita che tengono e per l’ingiustizie che fanno, mille forche: affermando sé esser uomo da bene, di buona vita, né esser alcuno che con verità dolersi possa di lui. Aveva il pretore, com’ è detto di sopra, più fiate contra Rosolino severamente proceduto, né aveva lasciato specie di tormento che non avesse provato; ma egli, saldo come ben fondata torre, sprezzava ogni tormento. Il pretore, che apertamente conosceva lui esser delinquente e non poterlo sentenziare a morte, assai si doleva. Onde la notte considerando il pretore la tristizia di Rosolino e la costanza grande, e non potergli dar più tormento per aver già purgato ogni indizio, s’imaginò di essere con la sua corte e proporre una cosa che intenderete.
Venuto il giorno, il pretore chiamò i suoi giudici e disse: — Eccellenti dottori, grande è la costanza di questo reo e maggiore la tristezza sua, e più tosto morrebbe tra’ tormenti che confessare cosa alcuna. Onde mi parrebbe, cosi però parendo e a voi, di fare un tentativo per ultimo refugio; il qual è questo: mandare i sergenti a prendere Bargetto figliuolo di Rosolino, ed in presenza sua metterlo al tormento, perciò che, veduto il padre tormentare l’innocente figliuolo, agevolmente confesserà l’error suo. — Questo consiglio molto piacque alla corte; e subito ordinò il pretore che Bargetto fusse preso, legato e alla sua presenza menato. Preso Bargetto e menato dinanzi al pretore, il giudice del maleficio tolse il suo constituto; e Bargetto innocentissimo rispondeva di non sapere cosa alcuna di quello era interrogato. Il che vedendo, il pretore senza indugio il fece spogliare e metterlo alla tortura in presenza del padre. Rosolino, veduto ch’ebbe il figliuolo preso e legato al tormento, rimase attonito e molto si contristò. Il pretore, tuttavia assistente Rosolino, ordinò che Bargetto fosse levato in alto, e cominciollo di molte cose interrogare; ed egli, che era innocente, diceva nulla sapere. Il pretore, mostrandosi d’ira acceso, disse: — Io tel farò ben sapere; — e ordinò che fusse tirato in alto. Il meschinello, che sentiva grandissimo dolore e passione, fortemente gridava:—Misericordia, signor pretore, misericordia, che io sono innocente né mai commessi tai delitti! — Il vicario, sentendolo dolersi e piagnere, diceva: — Confessa: non ti lasciar guastare; perciò che noi sappiamo di punto in punto il tutto, ma lo vogliamo sapere dalla tua bocca. — Bargetto respondeva non saper quello che ’l giudice dicesse, né esser vero ciò che gl’ improperava. Il giudice, che aveva il maestro dalla corda ammaestrato, gli fece cenno che lo lasciasse venir giù da alto a basso senza pietà e remissione alcuna. Bargetto, udendo le parole del giudice, e sentendo nelle braccia grandissima passione, e considerando di non poterla sofferire, dispose di confessare quello che non aveva fatto, e disse: — Signori, lasciatemi giù, che ’l tutto chiaramente vi dirò.— Lasciata leggermente venir giù la fune e appresentatosi Bargetto al conspetto del pretore e della corte, affermò in presenza del padre aver commessi tutti gli eccessi contra lui imputati.
Rosolino, che aveva sentita la non veridica confessione del figliuolo, ravoglieva nell’animo suo molte cose; ed alfine mosso da filial amore e considerata la lui innocenzia, disse: — Non tormentate più il figliuol mio, ma liberatelo, perciò che egli è innocentissimo ed io nocente. — E senza altro tormento, minutissimamente confessò ogni suo delitto. Il pretore, udita di Rosolino la confessione e fattala con ogni diligenza annotare e ratificare, e desideroso di sapere la causa, disse: — Rosolino, tu hai sofferti tanti tormenti, né mai abbiamo potuto da te aver la verità; ma poscia che vedesti Bargetto ne’ tormenti, e udisti la confessione da lui fatta, mutasti proponimento e senza martorio alcuno confessasti il tutto. Io, se Dio ti salvi ed abbia misericordia dell’anima tua, intenderei volontieri la causa di questa mutazione. — Ah, — rispose Rosolino, — non la sapete voi, signori? — Disse il pretore: — Veramente noi non la sapiamo. — Rispose Rosolino: — Ed io, se non la sapete, ve la raccontarò, s’attenti m’ascoltarete. Signori pietosi, umani e amatori di giustizia, voi avete veduta e chiaramente conosciuta la costanza mia ne’ tormenti; né è maraviglia: perciò che allora voi martoravate le carni morte; ma quando voi tormentavate Bargetto, unico mio figliuolo, allora tormentavate le carni vive. — Adunque, — disse il pretore, — tu sei morto, essendo le carni tue morte? — Non sono io morto, — rispose Rosolino, — né manco le carni mie morte sono, ma viveno; tuttavia quando voi mi tormentavate, io nulla pativa, perché queste carni, che voi ora vedete e tormentavate, non erano mie, ma del padre mio morto, putrido e già fatto polve; ma quando tormentaste il figliuol mio, tormentavate le carni mie, perché la carne del figliuolo è propria carne del padre. — Il pretore, intesa la causa, volse del tutto assolverlo: ma perché la giustizia non pativa che tanti delitti impuniti rimanessero, determinò di perpetuo bandirlo; non che i peccati sí lieve pena meritassero, ma per l’amore che ’l padre portava al figliuolo. Rosolino, intesa la leggier sentenzia, levò le mani al cielo e Iddio ringraziò, promettendogli con giuramento mutar vita e viver santamente. Partitosi Rosolino da Pavia, andò all’eremo, ed ivi visse santamente, e fece tanta penitenza de’ suoi peccati, che per grazia di Dio meritò di esser salvo; e di lui fino al dí d’oggi si fa memoria ad essempio de’ buoni e dannazione de’ tristi.
Era già venuta la scura notte, madre delle mondane fatiche, e gli animali lassi prendevano riposo, quando l’amorevole e dolce compagnia, lasciato ogni tristo pensiero da canto, si ridusse al solito ridotto; e danzato alquanto con le damigelle, secondo il solito costume fu portato il vaso: di cui per sorte venne primamente di Fiordiana il nome, indi di Lionora, terzo di Diana, quarto d’Isabella, riservando l’ultimo luogo alla signora Vicenza. E fatti portar i lironi e accordare, la signora ordinò che il Molino e il Trivigiano cantassero una canzone. I quali senza dimora cosi dissero:
Vostro vago sembiante,
nel qual i’ veggio la mia morte e vita,
seguirvi, donna mia, mi stringe e invita.
Qual è che in voi si specchi e fisso miri,
che dal capo alle piante
d’un desio non s’infiammi e dolce gelo?
e ben mille sospiri
non mandi fuor, da far ogni animante
a pietà muover con ardente zelo,
e per favor e per grazia del cielo,
anzi di lei sol dono,
trovar non pur mercé, ma sol perdono?
Fu di grandissimo contento a tutti la vaga e dolce cantilena dal Molino e dal Trivigiano cantata; e fu di tanta virtù, che fece alquanto per dolcezza piangere colei a cui primieramente toccava. Ed acciò che si desse incominciamento al favoleggiare, la signora comandò a Fiordiana che cominciasse; ed ella, fatta prima la riverenza, cosí disse: —
— Molte volte, amorevoli donne, vedesi un gran ricco in povertà cadere, e quello che è in estrema miseria ad alto stato salire. Il che intervenne ad un poverello, il quale, essendo mendico, pervenne al stato regale.
Trovavasi in Boemia una donna, Soriana per nome chiamata; ed era poverissima, e aveva tre figliuoli, l’uno di quali dicevasi Dusolino, l’altro Tesifone, il terzo Costantino Fortunato. Costei altro non aveva al mondo che di sostanzia fosse, se non tre cose: cioè uno albuolo, nel quale le donne impastano il pane, una panàra, sopra la quale fanno il pane, ed una gatta. Soriana, già carica d’anni, venendo a morte, fece l’ultimo suo testamento; e a Dusolino suo figliuolo maggiore lasciò l’albuolo, a Tesifone la panàra e a Costantino la gatta. Morta e sepolta la madre, le vicine per loro bisogna quando l’albuolo quando la panàra ad imprestido lor chiedevano; e perché sapevano loro esser poverissimi, gli facevano una focaccia, la quale Dusolino e Tesifone mangiavano, lasciando da parte Costantino minor fratello. E se Costantino gli addimandava cosa alcuna, rispondevano che egli andasse dalla sua gatta, che glie ne darebbe. Per il che il povero Costantino con la sua gatta assai pativa.
La gatta, che era fatata, mossa a compassione di Costantino e adirata contra i duo fratelli che sí crudelmente lo trattavano, disse: — Costantino, non ti contristare; perciò che io provederò al tuo e al viver mio. — Ed uscita di casa, se n’andò alla campagna; e fingendo dormire, prese un lepore, che a canto le venne, e l’uccise. Indi andata al palazzo regale e veduti alcuni corteggiani, dissegli voler parlare col re: il qual, inteso che era una gatta che parlar gli voleva, fecela venire alla presenza sua; e addimandatala che cosa richiedesse, rispose che Costantino suo patrone gli mandava donare un lepore che preso aveva: e appresentollo al re. Il re, accettato il dono, l’addimandò chi era questo Costantino. Rispose la gatta, lui esser uomo che di bontà, di bellezza e di potere non aveva superiore. Onde il re le fece assai accoglienze, dandole ben da mangiare e ben da bere. La gatta, quando fu ben satolla, con la sua zampetta con bel modo, non essendo d’alcuno veduta, empí la sua bisciaccia, che da lato teneva, d’alcuna buona vivanda; e tolta licenzia dal re, a Costantino portolle. I fratelli, vedendo i cibi di quai Costantino trionfava, li chiesero che con loro i participasse; ma egli, rendendogli il contracambio, li denegava. Per il che tra loro nacque una ardente invidia, che di continovo rodeva loro il core.
Costantino, quantunque fusse bello di faccia, nondimeno, per lo patire ch’aveva fatto, era pieno di rogna e di tigna che gli davano grandissima molestia; e andatosene con la sua gatta al fiume, fu da quella da capo a piedi diligentemente leccato e pettinato, e in pochi giorni rimase del tutto liberato. La gatta, come dicemmo di sopra, molto continoava con presenti il palazzo regale, e in tal guisa sostentava il suo patrone. E perché oramai rincresceva alla gatta andar tanto su e giù, e dubitava di venire in fastidio alli corteggiani del re, disse al patrone: —Signor, se tu vuoi far quanto ti ordinerò, in breve tempo farotti ricco. — E in che modo? — disse il patrone.— Rispose la gatta: — Vieni meco, e non cercar altro, che sono io al tutto disposta di arricchirti. — E andatisi insieme al fiume, nel luoco ch’era vicino al palazzo regale, la gatta spogliò il patrone e di commun concordio lo gettò nel fiume: dopo’ si mise ad alta voce gridare: — Aiuto, aiuto! correte, che messer Costantino s’annega! — Il che sentendo il re, e considerando che molte volte l’aveva appresentato, subito mandò le sue genti ad aiutarlo. Uscito di acqua messer Costantino e vestito di nuovi panni, fu menato dinanzi al re, il quale lo ricevette con grandi accoglienze; e addimandatolo per qual causa era stato gettato nel fiume, non poteva per dolor rispondere: ma la gatta, che sempre gli stava da presso, disse: — Sappi, o re, che alcuni ladroni avevano per spia il mio patrone esser carico di gioie per venire a donarle a te, e del tutto lo spogliorono; e credendo dargli morte, nel fiume lo gettorono, e per mercé di questi gentil’uomini fu da morte campato. — Il che intendendo, il re ordinò che fusse ben governato ed atteso. E vedendolo bello, e sapendo lui esser ricco, deliberò di dargli Elisetta sua figliuola per moglie, e dotarla di oro, di gemme e di bellissime vestimenta. Fatte le nozze e compiuti i triunfi, il re fece caricare dieci muli d’oro e cinque di onoratissime vestimenta, e a casa del marito, da molta gente accompagnata, la mandò.
Costantino, vedendosi tanto onorato e ricco divenuto, non sapeva dove la moglie condurre, e fece consiglio con la sua gatta; la quale disse: — Non dubitar, patrone mio, che ad ogni cosa faremo buona provisione. — Cavalcando ogni uno allegramente, la gatta con molta fretta camminò avanti; ed essendo dalla compagnia molto allontanata, s’incontrò in alcuni cavallieri, a’ quali ella disse: — Che fate quivi, o poveri uomini? Partitevi presto, che una gran cavalcata di gente viene, e farà di voi ripresaglia; ecco che l’è qui vicina: udite il strepito delli nitrenti cavalli ! — I cavallieri spauriti dissero: — Che deggiamo adunque far noi? — Ai quali la gatta rispose: — Farete a questo modo. Se voi sarete addimandati di cui sete cavallieri, rispondete animosamente: Di messer Costantino, e non sarete molestati. — E andatasi la gatta più innanzi, trovò grandissima copia di pecore e armenti, e con li lor patroni fece il somigliante; e a quanti per strada trovava, il simile diceva. Le genti che Elisetta accompagnavano, addimandavano: — Di chi siete cavallieri, e di chi sono tanti belli armenti? — e tutti ad una voce rispondevano: — Di messer Costantino. — Dicevano quelli che accompagnavano la sposa: — Adunque, messer Costantino, noi cominciamo sopra ’l tener vostro entrare?— ed egli col capo affermava di sí; e parimenti d’ogni cosa ch’era addimandato, rispondeva di sí. E per questo la compagnia gran ricco lo giudicava.
Giunta la gatta ad uno bellissimo castello, trovò quello con poca brigata; e disse:—Che fate, uomini da bene? non vi accorgete della roina che vi viene adosso? — Che? — disseno i castellani. — Non passerà un’ora, che verrano qua molti soldati e vi taglieranno a pezzi. Non udite i cavalli che nitiscono? non vedete la polve in aria? E se non volete perire, togliete il mio consiglio, che tutti sarete salvi. S’alcuno v’addimanda: Di chi è questo castello? diteli: Di messer Costantino Fortunato. — E cosí fecero. Aggiunta la nobil compagnia al bel castello, addimandò i guardiani di cui era; e tutti animosamente risposero: — Di messer Costantino Fortunato. — Ed entrati dentro, onorevolmente alloggiarono. Era di quel luogo castellano il signor Valentino, valoroso soldato, il quale poco avanti era uscito dal castello per condurre a casa la moglie che novamente aveva presa; e per sua sciagura, prima che aggiungesse al luogo della diletta moglie, gli sopragiunse per la strada un subito e miserabile accidente, per lo quale immantinenti se ne morí. E Costantino Fortunato del castello rimase signore. Non passò gran spazio di tempo, che Morando, re di Boemia, morí; ed il popolo gridò per suo re Costantino Fortunato per esser marito di Elisetta figliuola del morto re, a cui per successione aspettava il reame. Ed a questo modo Costantino, di povero e mendico, signore e re rimase; e con la sua Elisetta gran tempo visse, lasciando di lei figliuoli successori nel regno. —
— Dice il commune proverbio che per far bene non si perde mai. Ed è il vero; sí come avenne ad un figlio d’un notaio, il qual per giudizio della madre malamente aveva spesi i suoi danari; ma nel fine l’uno e l’altro rimase contento.
In Piamonte, nel castello di Trino, fu ne’ passati tempi un notaio, uomo discreto e intelligente, il cui nome era Xenofonte; ed aveva un figliuolo d’anni quindici, chiamato Bertuccio, il qual teneva piuttosto del scempio che del savio. Avenne che Xenofonte s’infermò: e vedendo esser aggiunto al fine della vita sua, fece l’ultimo suo testamento; ed in quello Bertuccio, figliuolo legittimo e naturale, universale erede instituí: con condizione però che egli non potesse avere l’universal amministrazione de’ beni se non passato il trentesimo anno; ma ben voleva che venuto all’età di venticinque anni, il potesse mercatantare e negoziare con ducati trecento della sua facoltà. Morto il testatore, e venuto Bertuccio all’età del ventesimoquinto anno, chiese alla madre, che era commessaria, ducati cento. La madre, che negar non gli poteva per esser cosí la intenzione del marito, glie li diede; e pregollo che volesse spenderli bene e con quelli guadagnare alcuna cosa acciò che potesse meglio sostentar la casa. Ed egli rispose di far sí che ella si contentarebbe.
Partitosi Bertuccio ed andatosene al suo viaggio, incontrossi in un masnadiere che aveva ucciso un mercatante: ed avenga che morto fusse, nondimeno non restava di dargli delle ferite. Il che veggendo, Bertuccio si mosse a pietà; e disse: — Che fai, compagno? Non vedi tu ch’egli è morto? — A cui il masnadiere, pieno d’ira e di sdegno, con le mani bruttate di sangue, rispose: — Levati di qua per lo tuo meglio, acciò non ti intravenga peggio. — Disse Bertuccio: — O fratello, vuoi tu quel corpo concedermi, ch’io te lo pagherò? — E che me vuoi tu dare? —rispose il masnadiere. Disse Bertuccio: — Ducati cinquanta. — Rispose il masnadiere: — Sono danari pochi a quel che ’l corpo vale; ma se tu ’l vuoi, l’è tuo per ducati ottanta. — Bertuccio, che era tutto amorevolezza, contolli ducati ottanta, e tolto il corpo morto in spalla, portollo ad una chiesa vicina ed onorevolmente il fece sepelire, e spese il restante dei ducati cento in farli dir messe e divini offici.
Bertuccio, spogliato di tutti i danari e non avendo che vivere, ritornò a casa. La madre, credendo il figliuolo avere guadagnato, gli andò incontra, e addimandollo come portato s’aveva nel mercatantare. Ed egli le rispose: — Bene. — Di che la madre s’allegrò, ringraziando Iddio che gli aveva prestato il lume e il buon intelletto. — Ieri, — disse Bertuccio, — madre mia, ho guadagnato l’anima vostra e la mia; e quando si partiranno da questi corpi, dirittamente andaranno in paradiso. — E raccontolle la cosa dal principio sino al fine. La madre, questo intendendo, molto si duolse ed assai lo riprese. Passati alquanti giorni, Bertuccio assaltò la madre, e le richiese il restante de’ ducati trecento che suo padre gli aveva lasciato. La madre, non potendoli dinegare, come disperata disse: —Or piglia i tuoi ducati ducento, e faranne il peggio che tu sai, né mi venir più in casa. — Rispose Bertuccio: — Non temete, madre; state di buona voglia, che io farò sí che voi vi contentarete. —
Partitosi il figliuolo con li danari, aggiunse ad una selva, dove erano due soldati che presa avevano Tarquinia figliuola di Crisippo, re di Novara; ed era tra loro grandissima contenzione, di cui esser dovesse. A’ quai disse Bertuccio: — O fratelli, che fate? volete voi uccidervi per costei? Se voi volete darmela, vi darò un dono, che ambiduo vi contentarete. — I soldati lasciorono di combattere, e gli addimandarono che dar gli voleva, che gliela lascerebbeno. Ed egli gli rispose: — Ducati ducento. — I soldati non sapendo di cui fosse figliuola Tarquinia, e temendo di morte, presero i ducati ducento, e tra loro li divisero, lasciando al giovane la fanciulla. Bertuccio, tutto allegro dell’avuta fanciulla, tornò a casa e disse alla madre: — Madre, non vi potrete ora doler di me, che io non abbia ben spesi i miei danari. Io, considerando che voi eravate sola, comprai questa fanciulla per ducati ducento, ed holla condotta a casa perché vi tenga compagnia. — La madre, non potendo sofferir questo, voleva dal dolor morire; e voltasi verso il figliuolo, il cominciò villaneggiare, desiderando che morisse, perché era la rovina e la vergogna della casa. Ma il figliuolo, che era amorevole, non per questo s’adirava: anzi con grate e piacevoli parole confortava la madre, dicendole che questo aveva fatto per amor suo, acciò sola non rimanesse.
Il re di Novara, persa ch’ebbe la figliuola, mandò molti soldati per diversi luoghi per vedere se novella alcuna di lei si potesse intendere; e poscia ch’ebbero diligentissimamente cercato e ricercato, vennero in cognizione, come una fanciulla era in casa di Bertuccio da Trino in Piamonte, la quale egli aveva comprata per ducati ducento. I soldati del re presero il cammino verso Piamonte; e aggiunti, trovarono Bertuccio, e l’addimandarono se alle sue mani era capitata una fanciulla. Ai quai rispose Bertuccio: — Vero è che nei giorni passati io comprai da certi ladroni una giovanetta; ma di cui ella sia non so. — E dove si trova ella? — dissero i soldati. — In compagnia della madre mia, — rispose Bertuccio, — la quale l’ama non meno se le fusse figliuola. — Andati a casa di Bertuccio, gli soldati trovorono la fanciulla, ed appena la conobbero, perciò che era mal vestita e per lo disagio nel viso estenuata. Ma poi che l’ebbero più e più volte rimirata, la conobbero ai contrasegni; e dissero in verità lei essere Tarquinia figliuola di Crisippo re di Novara, e molto si rallegrorono di averla ritrovata. Bertuccio, conoscendo che i soldati dicevano da dovero, disse: — Fratelli, se la fanciulla è vostra, tolletela in buon’ora, e menatela via, che io ne sono contento. — Tarquinia, innanzi che si partisse, diede ordine con Bertuccio che ogni volta che egli presentisse il re volerla maritare, a Novara venisse, ed elevata la man destra al capo, si dimostrasse, che ella altri che lui per marito non prenderebbe; e tolta licenza da lui e dalla madre, a Novara se ne gí. Il re, veduta la ricuperata figliuola, da dolcezza teneramente pianse; e dopo i stretti abbracciamenti ed i paterni basci, l’addomandò come era smarrita. Ed ella, tuttavia piangendo, li raccontò la captura, la compreda e la conservazione della sua verginità.
Tarquinia in pochi giorni venne ritondetta, fresca e bella come rosa; e Crisippo re divulgò la fama di volerla maritare. Il che venne all’orecchi di Bertuccio; e senza indugio ascese sopra una cavalla, alla quale per magrezza s’arrebbeno raccontate tutte le ossa; e verso Novara prese il cammino. Cavalcando il buon Bertuccio ed essendo mal in arnese, s’incontrò in un cavalliere riccamente vestito e da molti servitori accompagnato. Il qual con lieto volto disse: — Dove vai, fratello, cosí soletto? — E Bertuccio umilmente rispose: — A Novara. — Ed a far che? — disse il cavalliere — Dirottilo, se m’ascolti, — disse Bertuccio. — Io già tre mesi fa liberai la figliuola del re di Novara da ladroni presa, e avendola con e propri danari ricuperata, ella mi ordinò che, volendola il re maritare, io me ne vada al suo palazzo, e mi ponga la mano in capo, che ella non torrà altro marito che me. — Disse il cavalliere: — Ed io, innanzi che tu gli vadi, vi vo’ andare, ed arrò la figliuola del re per moglie, perciò che io sono meglio a cavallo di te, e di migliori vestimenta adobbato. — Disse il buon Bertuccio: — Andatevi alla buon’ora, signore. Ogni vostro bene reputo mio.— Veggendo il cavalliere l’urbanità, anzi semplicità del giovane, disse: — Dammi le vestimenta tue e la cavalla, e tu prendi il caval mio e le vestimenta mie, e vattene alla buon’ora; ma fa ch’alla tornata tua e le vestimenta e il cavallo mi rendi, dandomi la metà di quello che guadagnato arrai. — E cosí di far Bertuccio rispose.
Salito adunque sopra il buon cavallo ed onorevolmente vestito, a Novara se n’andò. Ed entrato nella città, vide Crisippo che era sopra un verone che guardava in piazza. Il re, veduto che ebbe il giovane tutto leggiadro e bene a cavallo, tra sé stesso disse: — Oh Dio volesse che Tarquinia mia figliuola volontieri prendesse costui per marito! perciò che sarebbe di mio gran contento. — E partitosi del verone, andò in sala, dove erano congregati assai signori per veder la giovane. Bertuccio scese giù del cavallo, e andossene in palazzo: ed ivi tra la povera e minuta gente si mise. Vedendo Crisippo infiniti signori e cavallieri in sala ridotti, fece venire la figliuola; e dissele: — Tarquinia, quivi, come tu vedi, sono venuti molti signori per averti in moglie; tu guata e considera bene qual più di loro ti piace, che quello fia tuo marito. — Tarquinia, passiggiando per la sala, vidde Bertuccio che con bel modo teneva la destra mano in capo, e subito lo conobbe; e voltatasi verso il padre, disse: — Sacra corona, quando fosse in piacer vostro, altri per marito non vorrei, che costui. — E il re, che quello bramava: — E cosí ti sia concesso, — rispose. E non si partí di lí, che furono fatte le nozze grandi e pompose, con grandissimo piacere de l’una e l’altra parte.
Venuto il tempo di condurre la nova sposa a casa, montò a cavallo; ed aggiunto al luogo dove fu dal cavallier veduto, fu da quello da capo assalito, dicendo: — Prendi, fratel mio, la cavalla e le vestimenta, e restituiscemi le mie e la metà di quello che hai guadagnato. — Bertuccio graziosamente il cavallo e le vestimenta li restituì; oltre ciò li fece parte di tutto quello che avuto aveva. Disse il cavaliere: — Ancora non mi hai dato la metà di quello che mi viene, perciò che non mi hai data la metà della moglie. — Rispose Bertuccio: — Ma a che modo faremo noi a dividerla? — Rispose il cavalliere: — Dividémola per mezzo. — Allora disse Bertuccio: — Ah signore! il sarebbe troppo gran peccato uccidere cosí fatta donna. Più tosto che ucciderla, prendetela tutta e menatela via, perciò che assai mi basta la gran cortesia che verso me usata avete. — Il cavalliere, vedendo la gran semplicità di Bertuccio, disse: — Prendi, fratel mio, ogni cosa, che ’l tutto è tuo, e del cavallo, delle vestimenta, del tesoro e della donna ti lascio possessore. E sappi ch’io sono il spirito di colui che fu ucciso dai ladroni ed a cui desti onorevol sepoltura, facendoli celebrare molte messe e divini offici. Ed io in ricompenso di tanto bene ogni cosa ti dono, annonziandoti che a te ed alla madre tua sono preparate le sedie nell’empireo cielo, dove perpetuamente vivrete. — E cosí detto, sparve. Bertuccio allegro con la sua Tarquinia ritornò a casa; ed appresentatosi alla madre, per nuora e figliuola gliela diede. La madre, abbracciata la nuora e basciata, per figliuola la prese, ringraziando il sommo Dio che l’era stato cosí favorevole. E cosí conchiudendo il fine col principio, per far bene non si perde mai. —
— Io vorrei questa sera esser digiuna e non aver il carico di raccontarvi favole, perché in verità non me ne soviene pur una che dilettevole sia. Ma acciò ch’io non disturbi il principiato ordine, ne dirò una, la quale, ancor che piacevole non sia, nondimeno vi sarà cara.
Trovavasi ne’ tempi passati in un famoso monasterio un monaco di età matura, ma notabile e gran mangiatore. Egli s’avantava di mangiare in un sol pasto un quarto di grosso vitello e un paio di capponi. Aveva costui, che don Pomporio si chiamava, un piatello, al quale aveva posto nome oratorio di divozione, e a misura teneva sette gran scutelle di minestra. E oltre il companatico, ogni giorno, sí a desinare come a cena, l’empiva di broda o di qualche altra sorte di minestra, non lasciandone pur una minuzia andare a male. E tutte le reliquie ch’agli altri monaci sopravanzavano, o poche o molte che ci fosseno, erano all’oratorio appresentate, ed egli nella divozione le poneva. E quantunque lorde e sozze fusseno, perciò che ogni cosa faceva al proposito del suo oratorio, nientedimeno tutte, come affamato lupo, le divorava. Vedendo gli altri monaci la sfrenata gola di costui e la grande ingordigia, e maravigliandosi forte della tanta poltroneria sua, quando con buone e quando con rie parole lo riprendevano. Ma quanto più li monaci lo correggevano, tanto maggiormente li cresceva l’animo di aggiunger la broda al suo oratorio, non curandosi di riprensione alcuna. Aveva il porcone una virtù in sé, che mai si corocciava; e ciascuno contra di lui poteva dir ciò che li pareva, che non l’aveva a male.
Avenne ch’un giorno fu al padre abbate accusato; il quale, udita la querela, fecelo a sé venire; e dissegli : — Don Pomporio, mi è sta’ fatta una gran conscienzia de’ fatti vostri, la quale, oltre che contiene gran vergogna, genera scandolo a tutto il monasterio. — Rispose don Pomporio: — E che opposizione fanno contra me questi accusatori? Io sono il più mansueto e il più pacifico monaco che nel vostro monasterio sia; né mai molesto né do impaccio ad alcuno, ma vivo con tranquillità e quiete, e se da altrui sono ingiuriato, sofferisco pazientemente, né per questo mi scandoleggio. — Disse l’abate: — Parvi questo lodevole atto? Voi avete un piatello non da religioso, ma da fetente porco, nel quale, oltre l’ordinario vostro, ponete tutte le reliquie che sopravanzano agli altri; e senza rispetto e senza vergogna, non come umana creatura, né come religioso, ma come affamata bestia, quelle divorate. Non vi fate conscienzia, grossolone e uomo da poco, che tutti vi tengono il suo buffone? — Rispose don Pomporio: — E come, padre abbate, deverei vergognarmi? Dove ora si trova nel mondo la vergogna? e chi la teme? Ma se voi mi date licenza ch’io possa sicuramente parlare, io vi risponderò; se non, io me ne passerò sotto ubidienza, e terrò silenzio. — Disse l’abbate: — Dite quanto vi piace, che siamo contenti che parliate. — Assicurato don Pomporio, allora disse: — Padre abbate, noi siamo alla condizione di quelli che portano le zerle dietro le spalle; perciò che ogn’un vede quella del compagno, ma non vede la sua. S’ancor io mangiasse di cibi sontuosi, come i gran signori fanno, certo io mangerei assai meno di quello ch’io fo. Ma mangiando cibi grossi, che agevolmente si digeriscono, non mi par vergogna il molto mangiare. — L’abbate, che con buoni capponi, fasciani, francolini e altre sorti di uccelli col priore e altri amici sontuosamente viveva, s’avide del parlare ch’aveva fatto il monaco; e temendo che apertamente non lo scoprisse, l’assolse, imponendogli che a suo bel grado mangiasse: e chi non sapeva ben mangiare e bere, il danno fusse suo.
Partitosi don Pomporio dall’abbate e assolto, di dí in dí raddoppiò la piatanza, accrescendo al santo oratorio del buon piatello la divozione: e perché don Pomporio dai monaci era di tal bestialità gravemente ripreso, montò sopra il pergamo del refettorio, e con uno bel modo li raccontò questa breve favola.
— « Si trovarono, già gran tempo fa, il vento, l’acqua e la vergogna ad una ostaria, e mangiarono insieme; e ragionando di più cose, disse la vergogna al vento e all’acqua: — Quando, fratello e sorella, ci trovaremo insieme sí pacificamente, come ora ci troviamo? — Rispose l’acqua: — Certo la vergogna dice il vero; perciò che chi sa quando mai più verrà l’occasione di ritrovarsi insieme. Ma se io ti volesse trovare, o fratello, dov’è la tua abitazione? — Disse il vento: — Sorelle mie, ogni volta che trovar mi volete per godere e stare insieme, verrete per mezzo di qualche uscio aperto o di qualche via angusta, che subito mi trovarete, perciò che ivi è la stanza mia. E tu, acqua, dove abiti? — Io sto — disse l’acqua, — ne’ paludi più bassi tra quelle cannelluzze; e sia secca quanto si voglia la terra, sempre ivi mi trovarete. Ma tu, vergogna, dov’è la stanzia tua? — Io, veramente, — disse la vergogna, — non so; perciò che io sono poverella e da tutti scacciata. Se voi verrete tra persone grandi a cercarmi, non mi trovarete, perché veder non mi vogliono e di me si fanno beffe. Si verrete tra la gente bassa, sí sfacciati sono, che poco curansi di me. Si verrete tra le donne, sí maritate come vedove e donzelle, parimenti non mi trovarete, perciò che mi fuggono come monstruosa cosa. Si verrete tra’ religiosi, sarò da loro lontana, perciò che con bastoni e con gallozze mi scacciano: di modo ch’io non ho finora abitazione dove mi possa fermare; e se io con voi non m’accompagno, mi veggo d’ogni speranza priva. — Il che il vento e l’acqua sentendo, si mossero a compassione, e in sua compagnia l’accettorono. Non stettero molto insieme, che si levò una grandissima fortuna; e la meschinella, travagliata dal vento e dall’acqua, non avendo onde posarsi, si sommerse nel mare ». Laonde io la cercai in molti luoghi, ed ora la cerco; né mai la potei ritrovare, né anco persona che dir mi sapesse ove ella fosse. Onde non la trovando, nulla o poco di lei mi curo; e però io farò a modo mio, e voi al vostro, perciò che oggi nel mondo non si trova la vergogna. —
— È un detto communamente comendato, che i buffoni molte volte piaceno, ma non sempre. Onde, essendomi tocco il quarto luogo di favoleggiare in questa sera, mi è sovenuta una novella che fece un buffone ad un gentil’uomo; il quale ancorché della burla si vendicasse, non però cessò di farglieli un’altra, per la quale dalla prigione fu liberato.
Vicenza, com’è noto a tutti voi, è città nobile, ricca, pomposa e dotata di pellegrini ingegni. Quivi abitava Ettore, nato dall’antica e nobil famiglia di Dreseni; il quale sopra gli altri per la gentilezza del parlar suo e per la grandezza dell’animo diede e lasciò il nome di nobiltà a’ posteri suoi. Tante erano le doti dell’anima e del corpo di questo gentil’uomo, ch’egli meritò che la sua imagine con maraviglioso artificio posta fusse e affissa nelle strade publiche, nelle piazze, ne’ templi e ne’ teatri, e con grandissime lodi esser inalzato fino alle stelle. Tanta era la liberalità di costui, che parea veramente niuna cosa degna di memoria ritrovarsi, che a lui mancasse. Grande era la pazienzia sua in udire, la gravitá nel rispondere, la fortezza nelle cose averse, la magnificenza ne’ suoi fatti, la giustizia e la misericordia nel condannare: in tanto che nel vero dir si può il magnanimo Ettore tenere il principato tra la famiglia di Dreseni. Avenne un dí che un gentil’uomo aveva mandato a donare a questo eccellente signore un quarto di vitello eletto. Il servo che portava la carne, subito che giunse alla casa di questo magnifico signore, trovò un aveduto ingannatore, il quale, visto il servo che aveva la carne di vitello, affrettatosi di andare a lui, gli addimandò chi mandava quella carne. Ed inteso chi fusse, disse che devesse aspettare fino che avisava il patrone. E ritornato in casa, sí come è costume de’ buffoni, cominciò a giocolare, dimorandosi alquanto per ingannare il servo e il patrone, e cosa alcuna non parlò del presente. Indi venne alla porta, rendendo grazie, per nome del patrone, a chi mandato l’aveva, con parole convenevoli a tal proposito; e comandolli che andasse con esso lui, perché ’l signor Ettore mandava quel presente ad un gentil’uomo; e cosí bellamente condusse il servo in casa sua. E trovatovi il fratello, lo diede a lui, con animo di tórre il vitello per sé e ingannare il suo signore. Il che fatto, l’uno e l’altro tornò a casa; e il servo rendè le dovute grazie al patron suo per nome del signor Ettore. Poi ritrovandosi un giorno per aventura il gentil’uomo ch’aveva mandato il quarto di vitello, col detto signor Ettore, gli addimandò, sí come si suol fare, se ’l vitello era stato buono e grasso. Il signor Ettore, non sapendo di questa cosa, lo ricercò di che vitello parlasse, egli dicendo non aver avuto né quarto né terzo. Il donatore, che lo mandò, chiamato il servo, disse, a cui l’avesse consignato. Il servo diede i contrasegni dell’uomo, dicendo: — Colui che tolse la carne per nome del patrone, era un uomo grasso di persona, allegro, con la panza grande, e parlava un poco barbosso; e portolla a un altro gentil’uomo. — Subito il signor Ettore lo conobbe a’ contrasegni, perciò che era solito far simili berte; e chiamatolo a sé, trovò come era passata la cosa. E poi che molto l’ebbe ripreso, lo fece volar in prigione, e porli e ceppi a’ piedi, isdegnato tale obbrobrio esserli fatto per un giocolatore il qual non temette di temerariamente ingannarlo.
Non però stette in prigione tutto il giorno, perché nel palazzo giudiciario, dove era carcerato il parassito, vi era per sorte un sbirro nominato Vitello; qual chiamò il carcerato o per aggiongere male a male, o per trovar rimedio alla sua malattia: e fece una pistola al signor Ettore, dicendo: — Signor mio, confidandomi della liberalità di Vostra Signoria, accettai il quarto di vitello a quella mandato in dono; ma ecco che per un quarto le mando uno vitello integro: e quella mi abbia per raccomandato. — E mandò il sbirro con la pistola, che per nome suo facesse la sicurtà. Il sbirro subitamente andò al signor Ettore, e consignolli la pistola; la qual letta, il signor subito comandò a’ servi suoi che togliessero il vitello ch’aveva mandato il buffone, e che l’ammazzassero. Il sbirro, ch’aveva udito che i servi lo dovessero prendere e uccidere, disnudò la spada che a lato aveva; e quella nuda tenendo in mano, e ravoltosi il mantello attorno il braccio, cominciò gridar con gran voce: — È scritto, nella gran corte regnar grande inganno. Il Vitello non torrete voi se non morto e smembrato. State indietro, servi; se non, sarete uccisi.— I circonstanti rimasero stupidi per la novità della cosa, e scoppiarono di ridere. Onde il prigioniere per tal giuoco fu liberato. E però meritamente diceva quel famoso filosofo Diogene, che piuttosto ischifare debbiamo l’invidia degli amici, che le insidie de’ nemici; perché quelle sono un male aperto, e questa è nascosa: ma è molto più potente l’inganno che non si teme. —
— Ho più volte udito dire, donne mie care, che la virtù perisce per la fraude; e questo avenne ad un religioso tenuto uomo divoto, il quale, acceso dell’amor d’una giovanetta, quella per moglie prese, e scoperto, fece l’amara penitenza, e la giovane fu onorevolmente maritata, sí come nel discorso del parlar mio intenderete.
In Roma trovavasi un frate Bigoccio, nato di nobile e generosa famiglia, giovane assai e dotato de’ beni del corpo e di fortuna. Il miserello era talmente acceso dell’amore d’una bellissima giovanetta, che poco vi mancava che giunto non fusse al fine della sua vita. Egli non aveva riposo mai né giorno né notte; era tutto attenuato, squallido e macilente; non gli valevano medici, non medicine, non rimedi d’alcuna cosa, né giovavali la speranza nella copia delle paterne ricchezze. Per il che stando egli di continovo in questi pensieri, e or uno or un altro rimedio fantasticando, divenne a questo consiglio: di fingere alcune lettere false indrizzate al suo superiore per aver licenzia di partirsi. E compose certe lettere fitticie e simulate, infingendo che ’l padre suo infermo quelle scrivesse al suo guardiano, in questa forma: « Reverendo padre, poiché piace al sommo e onnipotente Iddio di terminare la mia vita, né può tardar la morte, che oramai è poco lontana, ho deliberato, anzi che io mi parta da questa, far il mio ultimo testamento, ed instituire erede il figliuol mio, che appo Vostra Reverenza è professo. E perché a me non è rimaso altro figliuolo in questa mia vecchiezza se non questo solo, qual desidero grandemente vedere, abbracciare, basciare e benedirlo, quella priego le piaccia mandarlomi con ogni celerità; altrimenti sappia Vostra Riverenzia che morendo di disperazione me n’andrò ai regni tartarei». Qual lettere presentate al guardiano del monasterio, ed ottenuta la licenza, il detto Bigoccio n’andò a Firenze dove era il paterno domicilio: e prese molte gioie e danari dal padre, comperò preziose vesti, cavalli e masserizie e andò a Napoli; dove tolta a pigione una casa presso la sua innamorata, cambiavasi ogni giorno di vesti di seta mutatorie di diverse sorti. E fatta bellamente amicizia col padre dell’amata donna, invitavalo spesse volte a desinare e a cena con esso lui, e presentavalo dandogli or una or un’altra cosa. Poi che molti giorni furono scorsi in questo modo, trovato il tempo congnio ed opportuno, un giorno dopo desinare cominciarono a ragionare di diverse cose e particolari suoi negozi, sí come è costume de’ convivanti; e tra l’altre cose disse lo innamorato giovane di voler tuor moglie. E perché aveva inteso che egli aveva una figliuola molto gentile e bella e dotata di ogni virtù, arrebbe piacere ch’ei gli la desse per moglie, acciò che legati fussero con duo legami, affermando a questa solamente avere inclinazione per le ottime sue condizioni a lui riferite. Il padre della giovane, che era di bassa condizione, gli rispondeva, la figliuola sua non esser di pari e ugual condizione a lui, che se abbino a celebrare tai sponsalizi; perciò ella era povera, ed egli ricco: ella ignobile, ed egli nobile; ma quando gli piaceva, ch’ei pur glie la darebbe non tanto per moglie, ma più tosto per serva. Disse il giovane: — Non sarebbe conveniente che sí fatta giovane mi fusse data per serva; ma per le condizioni sue meriterebbe uomo di maggior legnaggio di quello che sono io. Pur si vi è in piacimento di darmela, non per ancilla ma per diletta moglie l’accetterò volontieri, e farolle quella real compagnia che ad una vera matrona si conviene. — Furono finalmente di commune consentimento concluse le nozze, e tolse fra’ Bigoccio la vergine pulcella per moglie.
Venuta la sera, il marito e la moglie andorono a letto; e toccandosi l’uno con l’altro, fra’ Bigoccio s’avide che Gliceria sua moglie aveva i guanti in mano; e dissele: — Gliceria, cavati e guanti e mettili giù; perciò che non sta bene che quando noi siamo in letto, tu abbi i guanti in mano. — Rispose Gliceria: — Signor mio, io non toccherei mai cosí fatte cose con le mani nude. — Il che intendendo, fra’ Bigoccio non disse altro, ma attese a darsi piacere con lei. Venuta la sera seguente e l’ora di andar a riposare, fra’ Bigoccio nascosamente prese i getti da spariviere circondati di molti sonagli, e legògli al membro virile; e senza ch’ella se n’avedesse, andò a letto, e cominciò accarecciarla, toccarla e basciarla. Gliceria, ch’aveva i guanti in mano, e per l’addietro gustato il mattarello, pose la mano al membro di suo marito, e trovò i getti; e disse: — Marito mio, che cosa è questa ch’io tocco? Ier notte non l’avevate. — Rispose fra’ Bigoccio: — I’ sono i getti d’andar a spariviere; — e montato sopra l’arbore, voleva mettere il piviolo nella vai pelosa. E perché i getti impedivano il piviolo entrare, disse Gliceria; — Io non voglio i getti. — Se tu non vuoi i getti, — rispose il marito, — né io voglio i guanti. — Onde di commune consentimento gettarono via i guanti ed i getti.
Dandosi adunque piacere notte e giorno, la donna s’ingravidò; e come marito e moglie abitorono insieme un anno. Poi appropinquandosi il tempo del partorire, il frate, tolto occultamente il buono e il migliore, di casa fuggì, lasciando la donna gravida, come è sopradetto; e vestitosi del suo primo abito, ritornò nel monasterio. La donna partoritte un figliuolo, ed aspettò lungamente il suo marito. Soleva questa donna alle volte andar al detto monasterio per udir messa. Avenne un giorno per aventura, anzi per volontà del sommo Iddio, che la trovò il frate suo marito che diceva messa; e conobbelo. Onde quanto più presto a lei fu possibile, andò a trovare il guardiano di esso monasterio, e narrògli diligentissimamente il caso, come è di sopra seguito. Il guardiano, trovata la cosa e conosciuta la verità, formò contra di lui processo, e sigillato mandollo al generale della congregazione: il quale fece prendere il frate, e diégli una penitenza, che si ricordò per tutto il tempo della vita sua: indi con e denari del monasterio occultamente maritò la donna, dandola ad un altro in matrimonio: e tolto il bambino, fecelo notrire. —
I vaghi e occhiuti uccelli avevano già dato luogo all’oscurità della notte, e i pipistrelli nemici del sole e a Proserpina dedicati, eran già usciti delle usate grotte e per lo caliginoso aere lentamente scorrevano, quando l’orrevole e grata compagnia, diposto ogni molesto e affannoso pensiero, allegramente all’usato luogo si ridusse. E messisi secondo i loro ordini a sedere, venne la signora, e diede un grazioso saluto; indi, fatti alquanti balli con amorosi ragionamenti, la signora, sí come a lei piacque, comandò l’aureo vaso le fusse recato: e postavi la mano dentro, trasse di cinque damigelle il nome: delle quali il primo fu di Lionora, il secondo di Lodovica, il terzo di Floriana, il quarto di Vicenza, il quinto d’Isabella. A questa e alle altre fu data ampia licenza di poter liberamente ragionare ciò che più le piacesse, con questa però condizione, che fussero più brevi e risolute di quello che furono nelle notti precedenti. Alla qual cosa tutte, e ciascaduna da per sé, molto volontieri accontentorono. Fatta adunque la scielta delle donzelle che avevano nella duodecima notte a favoleggiare, la signora fece di cenno al Trivigiano e al Molino che una canzonetta cantassero. I quali, ubidientissimi a’ comandamenti suoi, presi i loro stromenti e accordati, in tal modo la seguente canzone artificialmente cantarono:
Se ’l tempo invola ogni mortal bellezza
col rapido suo corso,
che più tardate, donna, al mio soccorso?
La vita lieve fugge,
e le speranze son caduche e frali:
le nostre voglie lunghe e l’ore corte,
di che ’l pensier mi strugge:
ma tardi, o dura sorte de’ mortali!
del vostro error pentita e di mia morte
voi piangerete e di vostra durezza.
Però datemi aita,
mentre è valor in voi ed in me vita. —
Piacque a tutti la dilettevole canzone dal Trivigiano e dal Molino armoniosamente cantata, e a piena voce tutti sommamente la comendorono. Ma poscia che la signora vidde che ognun taceva, impose a Lionora, a cui la prima favola della duodecima notte per sorte toccava, che al favoleggiare desse incominciamento. Ed ella senza indugio in tal guisa incominciò:
— Più e più volte, amorevoli e graziose donne, ho udito dire, non valer scienza né arte alcuna contra l’astuzia delle donne; e questo procede perché elle non dalla trita e secca terra sono prodotte, ma dalla costa del padre nostro Adamo. e così sono di carne e non di terra, ancor che i loro corpi al fin in cenere si riducano. Laonde, dovendo io dar principio a’ nostri festevoli ragionamenti, determinai di raccontarvi una novella che intervenne ad un geloso; il quale, quantunque savio fusse, fu nondimeno dalla moglie ingannato, e in breve tempo di pazzo savio divenne.
In Ravenna, antiquissima città della Romagna, copiosa di uomini famosi, e massimamente in medicina, trovavasi nei passati tempi un uomo di assai nobil famiglia, ricco ed eccellentissimo, il cui nome era Florio. Costui, essendo giovane e ben voluto da tutti, parte perché era grazioso, parte ancora perché era peritissimo nell’arte sua, prese per moglie una leggiadra e bellissima giovane, Doratea per nome chiamata. E per la bellezza di lei fu da tanto timore e paura assalito che altri non contaminassero il letto suo matrimoniale, che non apparea buco né fissura alcuna in tutta la casa, che non fosse molto bene con calcina otturata e chiusa; e furono poste a tutte le finestre gelosie di ferro. Appresso questo, non permetteva che alcuno, per stretto parente che gli fusse, o congiuntoli per affinità o per amicizia, entrasse nella casa sua. Il miserello sforzavasi con ogni studio e vigilanza di rimovere tutte le cause che macchiar potessero la purità della sua moglie, e farla declinare della fede verso di lui. E avenga che, secondo le leggi civili e municipali quelli che sono carcerati per debiti, per la securitá e cauzione data a’ lor creditori debbiano liberarsi, e, più forte ancor, che i malfattori e delinquenti impregionati a certo spazio di tempo si disciogliono, non però a lei in perpetua sua pena era possibile uscir mai fuori di casa e da tal servitù disciolgersi; perciò che ei teneva fedeli guardiani per custodia della casa e pe’ suoi servigi, né meno era guardiano egli degli altri, se non che aveva libero arbitrio di uscirne a suo piacere. Non però egli si partiva giamai, come provido e gelosissimo uomo, se prima non aveva diligentissimamente ricerco tutti i buchi e le fissure di casa, e serrati tutti gli usci e finestre con suoi cadenazzi con gran diligenza, e chiavati con chiavi di maraviglioso artificio: e cosí passava la sua vita con questa crudel pena ogni giorno. Ma quella prudentissima moglie, mossa a compassione della pazzia del marito, imperciò che ella era specchio di virtù e di pudicizia e ad una Lucrezia romana agguagliar si poteva, deliberò sanarlo di tal pessima egritudine. Il che pensava non poterle altrimenti succedere, se con l’ingegno non dimostrasse quel che si potessero fare e operar le donne. Avenne che ella e il marito avevano pattuito insieme di andare la seguente mattina ambiduo vestiti da monaco ad un monasterio fuor della città a confessarsi. Onde, trovato il modo di aprire una finestra, vidde pe’ cancelli della ferrata gelosia che per aventura indi passava quel giovane che era ardentissimamente acceso dello amor di lei. Chiamollo cautamente, e dissegli: — Domattina per tempo andrai vestito da monaco al monasterio che è fuor della città; ed ivi aspettami fin che sotto il medesimo abito io e il mio marito venir ci vedrai. Ed allora, affrettandoti, tutto allegro ci verrai incontro, ed abbracceràmi e bascieràmi, e ci darai da mangiare, e goderai la insperata mia venuta; perciò che abbiamo ordinato, io e il mio marito, ambi vestiti di abito monacale, venir domattina al detto monasterio per confessarci. Sii aveduto, di buon animo e vigilante, né ti perder di consiglio. — Il che detto, si partí l’accorto giovane; e vestitosi da monaco e preparata una mensa con ogni maniera di dilicate vivande e abondevolmente con vini gloriosissimi, andò allo antedetto monasterio; e avuta una cella da quelli reverendi padri, ivi dormí quella notte. Venuta la mattina, fece ancora apparecchiare altre dilicatezze pel desinare, oltre quelle che già portate vi aveva. Il che fatto, cominciò a passiggiare avanti la porta del monasterio; e non stette molto, che vidde la sua Dorotea che veniva di fratesco abito coperta. A cui si fece incontro con viso giocondo e lieto, e quasi divenne meno da soverchia e inopinata allegrezza; e così diposto ogni timore, le disse: — Quanto mi sia grata e gioconda la tua venuta, frate Felice amantissimo, lasciolo pensare a te, con ciò sia che già gran tempo non si abbiamo veduti; — e dicendo queste parole, si abbracciorono insieme, e d’imaginarie lagrimette il viso bagnandosi, si basciorono. E quelli accettando, feceli venir nella sua cella, e posegli a sedere a mensa: qual era divinamente apparecchiata, dove non mancava cosa alcuna che desiderar si potesse. Ed egli sedendo appresso alla donna, quasi ad ogni boccone dolcemente la basciava. Il geloso per la novità della cosa rimase tutto attonito e sbigottito; e da grandissimo dolor confuso, vedendo la moglie in sua presenza esser baciata dal monaco, non poteva inghiottire il boccone che tolse, quantunque picciolo, né mandarlo fuori. In questa dilettazione e piacere consummarono tutto il giorno. Approssimandosi la sera, il geloso addimandò licenza, dicendo che molto erano stati fuori del monasterio, e che forza era ritornarci. Finalmente non senza difficultà ottenutala, doppo molti abbracciamenti e saporiti basci, con gran dolore si partirono. Poi che furono ritornati a casa, avedutosi il marito che egli era stato la cagione di tutto questo male, ed esser cosa superflua e frustratoria voler resistere agli sottili inganni delle donne, già quasi vinto e superato da lei, aperse le finestre e gli serragli per lui fatti, di maniera che non era casa nella città più sfinestrata di quella, e disciolse tutti i legami, lasciando la moglie in libertà, e dipose ogni paura; e risanato di tanta e sí grave infermità, pacificamente con la moglie visse: ed ella, liberata dalla dura prigione, lealmente servò la fede al marito. —
— Io aveva proposto nell’animo mio raccontarvi una favola d’altra materia, ma la novella recitata da questa mia sorella mi ha fatto mutar pensiero, e voglio dimostrarvi che l’esser pazzo molte volte giova, e che niuno debbe con li pazzi comunicar i secreti.
In Pisa, famosissima città della Toscana, a’ tempi nostri abitava una bellissima donna, il cui nome per onesta passo con silenzio. Costei, che era congiunta in matrimonio con uno di molto nobil casa e molto ricco e potente, amava ardentissimamente un giovane non men bello né men piacevole di lei; e facevalo venire a sé ogni dí cerca il mezzogiorno, e con gran riposo di animo spesso venivano alle armi di Cupidine. Di che ambiduo ne sentivano grandissima dilettazione e piacere. Avenne un giorno che un pazzo, gridando quanto più poteva, seguitava un cane che fuggendo gli portava via la carne che rubbata gli aveva; e seguitavanlo molti, sgridandolo e dandogli il stridore. Il cane, ricordevole della non pensata sua salute e sollicito della sua vita, trovando alquanto aperto l’uscio della casa di questa donna, entrato in casa di lei, si nascose. Il pazzo, che vidde entrare il cane nella porta della detta casa, cominciò ad alta voce gridare, picchiando alla porta e dicendo: — Cacciate fuori il ladrone che quivi è nascosto, e non vogliate nascondere i ribaldi che son degni di morte. State fermi qui! —
La donna, che aveva il drudo in casa, temendo che tanti uomini non fussero ragunati acciò che si dimostrasse il giovane e che fatto fusse palese il suo peccato, e dubitando di esser punita per l’adulterio secondo le leggi, chetamente aperse la porta e fece entrare in casa questo pazzo. E chiuso l’uscio, ingenocchiossi avanti di lui e a guisa di supplicante pregollo di grazia che volesse tacere, offerendosi pronta e apparecchiata ad ogni suo piacere, pur che non manifestasse il giovane adultero. Il pazzo, ma però savio in questo, mandato il furor suo da banda, cominciò dolcemente abbracciarla e basciarla, e brevemente combatterono insieme la battaglia di Venere. Né cosí presto furono dalla valorosa impresa disciolti, che il marito di lei giunse all’improviso, e picchiò l’uscio, e chiamò che si venga ad aprirlo. Ma quella eccellente e gloriosa moglie, da cosí inopinato e subito mal percossa, non sapendo in questa roina che consiglio prendersi, l’adultero da paura sbigottito e già mezzo morto, fedelmente nascose sotto il letto, e fece salire il pazzo nel camino; poi aperse l’uscio al marito, e accarezzandolo bellamente lo invitava a giacersi con esso lei. E perché era tempo di verno, comandò il marito che si dovesse accendere il foco, che voleva scaldarsi. Furono portate le legna per accenderlo: non però legna secche, acciò che troppo presto non s’accendesse, ma verdissime; per lo fumo delle quali si frizzevano gli occhi del pazzo, e suffocavasi di modo, che non poteva trarre il fiato, né poteva far che sovente non stranutasse. Onde il marito, guardando per lo camino, vidde costui che quivi s’era nascosto. E pensando egli che fusse un ladro, cominciò grandemente a riprenderlo e minacciarli. A cui il pazzo: — Tu ben vedi me, — disse; — ma quello che è sotto il letto nascosto, non vedi. Una sol volta son io stato con la moglie tua, ma egli ben mille volte ha contaminato il tuo letto. — Udendo queste parole il marito, il furore fu sopra di lui; e guardando sotto il letto, trovò l’adultero e lo uccise. Il pazzo, disceso giù del camino, prese un grosso bastone e ad alta voce cominciò gridare, dicendo: — Tu hai ucciso il mio debitore; per Dio, se non mi paghi il debito, ti accuserò al rettore, e farotti reo di morte. — Le quai parole considerando l’omicida e vedendo non poter prevalersi del pazzo, constituito in tanto pericolo, con un sacchetto pieno di buona moneta gli chiuse la bocca. Per il che la sua pazzia guadagnò quello che perso arrebbe la sapienza.
— Gli uomini savi e aveduti cleono tener le loro mogli sotto timore, né patire ch’elle li pongano le brache in capo, perciò che, altrimenti facendo, alla fine si troveranno pentiti.
Federico da Pozzuolo, giovane discreto, cavalcando un giorno verso Napoli sopra una cavalla che per aventura era pregnante, menava la sua moglie in groppa, la quale parimente era gravida. Il polledrino, seguitando la madre dalla lunga, cominciò a nitrire; e in suo linguaggio dicea: — Madre, cammina piano, perché essendo io tenerino e solamente di un anno, non posso correndo seguitare i tuoi vestigi. — La cavalla, stese le orecchie e soffiando con le nari, fortemente, cominciò annitrire; e rispondendogli diceva: — Io porto la patrona, che è gravida, e anche io ho nel ventre il tuo fratello; e tu che sei giovane, leggero e senza alcun peso soprapostoti, ricusi di camminare. Vieni, se vuoi venire; se non, fa come ti piace. — Le qual parole intendendo il giovane, perciò che egli intendeva le voci e degli uccelli e degli animali terrestri, si sorrise. La moglie, di ciò maravigliandosi, gli addimandò la causa del suo ridere. Le rispose il marito aver spontaneamente riso da sé: ma se pur in qualche caso egli le dicesse la causa di quello, ella si tenesse per certo che le Parche subito tagliarebbono il filo della sua vita, e cosí presto se ne morrebbe. La moglie importuna gli rispose che ad ogni modo ella voleva saper la causa di tal ridere; se non, che ella per la gola s’appiccherebbe. Il marito allora, constituito in cosí dubbioso pericolo, le rispose, cosí dicendole: — Quando saremo ritornati a Pozzuolo, ordinate le cose mie e fatte le debite provisioni all’anima e al corpo mio, allora ti manifesterò ogni cosa. — Per queste promissioni la scelerata e malvagia moglie s’achetò. Poi che furono ritornati a Pozzuolo, subito ricordatasi della promessa a lei fatta, sollecitava il marito che le dovesse mantenere quanto le aveva promesso. Le rispose il marito che ella andasse a chiamar il confessore, perché, dovendo egli morir per tal causa, voleva prima confessarsi e raccomandarsi a Dio. Il che fatto, le direbbe il tutto. Ella adunque, volendo più tosto la morte del marito che lasciar la pessima sua volontà, andò a chiamar il confessore. In questo mezzo giacendosi egli addolorato nel letto, udí il cane che disse tai parole al gallo che cantava: — Non ti vergogni tu, — disse egli, — tristo e ribaldo? Il nostro padrone è poco lontano dalla morte, e tu che doveresti e tristarti e star di mala voglia, canti di allegrezza? — Rispose prontamente il gallo: — E se more il padrone, che ne ho a far io? Sono io forse causa della morte di quello? egli vuole spontaneamente morire. Non sai tu che gli è scritto nel primo della Politica: « La femina e il servo sono ad un grado medesimo »? Essendo il marito capo della moglie, dee la moglie istimare i costumi del marito esser la legge della sua vita. Io ho cento moglie, e facciole per timore tutte obedientissime a’ comandamenti miei, e gastigo or una or un’altra, e dolle delle busse; ed egli non ha salvo che una moglie, e non sa ammaestrarla che le sia obediente. Lascia adunque che egli muoia. Non credi tu che ella si saprà trovare un altro marito? Tal sia di lui, s’egli è da poco, il quale desidera ubedire alla pazza e sfrenata voglia della moglie. — Le quali parole intese e ben considerate, il giovane revocò la sua sentenzia, e rendette molte grazie al gallo. E facendogli la moglie instanzia di voler intender la causa del suo ridere, egli la prese per gli capegli, e cominciò a batterla e diedele tante busse, che quasi la lasciò per morta. —
— La maggior pazzia che possa far l’uomo o la donna, è questa, cioè aspettar di far bene dopo la morte, perciò che oggidì o poco o niente si serva la fede a’ morti; e questo noi abbiam provato, che quel poco che ne fu lasciato, non l’abbiamo mai potuto conseguire. E questo è processo per causa degli essecutori, i quali, volendo arricchire i ricchi, hanno impoverito i poveri: sí come nel discorso del mio ragionare intenderete.
Dicovi adunque che in Pesaro, città della Romagna, trovavasi un cittadino molto onorato e danaroso, ma tenace nel spendere; e constituito nell’ultimo termine della sua vita, fece il testamento ed ultima sua voluntà; per la quale instituendo i suoi figlioli, che molti ve n’aveva, eredi universali, gl’impose che pagassero molti suoi legati e fideicommessi. E cosí morto e sepolto e pianto secondo il costume della patria, si raunarono insieme, e consigliaronsi quello si avesse fare dei legati che lasciò il padre per l’anima sua, i quali erano assai ed eccessivi; conciosiacosaché, se mandargli dovessero ad essecuzione, certa cosa è che inghiottivano quasi tutta l’eredità: laonde quella sarebbe loro istata più tosto di danno che di giovamento alcuno. Consideratosi adunque il tutto, rizzossi il minore di essi fratelli, e disse queste parole: — Sapiate, fratelli miei, che gli è più vero, se gli è lecito a dire la verità, che se l’anima del padre nostro è sepolta e condannata nel profondo dell’abisso, vana cosa è pagar i legati pel riposo di lei, imperocché non è redenzione alcuna nell’inferno, anzi a quelli che vi entrano, non è speranza di uscirne giamai. Ma se gli è ne’ floridi campi elisii, dove è perpetuo ed eterno riposo, non ha ella bisogno di legati né di fideicommessi. Ma se egli è nel cerchio di mezzo, dove limitatamente si purgano i peccati, è manifesto che, poi che saranno purgati, si scioglierà e libererassi al tutto, né alcuna cosa le gioveranno i legati. Per il che, lasciata da canto l’anima del padre alla divina providenza sottoposta, dividiamo la paterna eredità, e godiamola ancor noi fin che viviamo, sí come l’ha goduta il padre nostro mentre egli visse, acciò non siano di miglior condizione i morti che gli vivi. — Conchiudo adunque per questa mia breve novella, che debbiamo far bene mentre viviamo, e non dapoi la morte, conciosiaché oggidí, sí come dissi nel principio del mio parlare, o poco o niente si serva la fede ai morti. —
— Sí belle e si acute sono state le novelle che hanno recitate queste nostre sorelle, che io dubito per la bassezza dello ingegno mio mancar per via. Non però voglio desistere dal bell’ordine cominciato; e avenga che la novella, che raccontar intendo, sia stata descritta da messer Giovanni Boccaccio nel suo Decamerone, non però è detta nella maniera che voi udirete; perciò che vi ho giunto quello che la fa più laudevole.
Sisto quarto, pontefice massimo, di nazione genovese, nasciuto in Savona, città marittima, per avanti chiamato Francesco da Rovere, nella sua giovanezza a Napoli, andando alla scola, ebbe appresso di sé un cittadino, suo compatriota, detto Gerolomo da Riario, il quale lo serviva continoamente; e servillo non solo mentre andava alla scola, ma ancora dopo fatto monaco e prelato. E poi che ascese alla gran dignità pontificia, quello sempre giustamente e con gran fede servendo, si era invecchiato; ed essendo Sisto, sí come è usanza, per la subita morte di Paolo sommo pontefice in luogo di lui elevato alla suprema pontificaí dignità, sovenne ai servitori e domestici suoi per servizi da lor ricevuti, e quelli rimunerò largamente e oltre misura, eccetto questo Gerolomo, il quale, per la sua fedel servitù e pel troppo amore, fu pagato di oblivione e ingratitudine. Il che penso più tosto essere avenuto per certa sua sciagura, che per alcun’altra cagione. Onde il detto Gerolomo, da mala voglia e da gran dolore soprapreso, desiderò dimandar licenza di partirsi e ritornare nella patria sua; e ingenocchiatosi al conspetto di Sua Beatitudine, ottenne la licenza. E tanta fu l’ingratitudine di esso pontefice, che non solamente non gli diede danari, cavalli e famigli; ma fu constretto, ch’è il peggio, a render ragione di quanto aveva maniggiato, come fece quel Scipione africano, il qual puose ragione in publico al popol romano delle sue ferite, veggendosi rimunerar di essilio per lo premio de’ suoi gran fatti. E nel vero bene si dice che niun maggior male ha la cupidità, quanto che gli è ingrata.
Cosí adunque partendosi da Roma e andando verso Napoli, mai pur una parola non gli cascò dalla bocca, se non che, passando per certa acqua che era pel viaggio, s’intrattenne il cavallo per esserli venuta volontà di stalare; e stalo ivi, aggiungendo acqua all’acqua. E ciò veggendo Gerolomo: — Ben ti veggio, disse egli, — simele di mio patrone, il quale, facendo ogni cosa senza misura, mi ha lasciato venir a casa senza remunerazione alcuna, ed hammi dato licenzia per premio della mia lunga fatica. E che cosa è più misera di colui, al qual cascano e periscono i benefici e s’accostano l’ingiurie? — Il famiglio che lo seguitava, ripose queste parole nella memoria, e giudicò che il detto Gerolomo superasse Muzio, Pompeio e Zenone di pazienza; e così andando, arrivarono a Napoli.
Il famiglio, presa licenza e ritornando a Roma, narrò ogni cosa a punto per punto al pontefice. Il quale, poi che ebbe considerato queste parole, fece ritornar il corriere indietro, scrivendo al detto Gerolomo che, sotto pena di scomunica, dovesse venir alla presenzia sua. Le quali lettere lette, esso Gerolomo s’allegrò, e più presto che puote, ne andò a Roma; e dopo il bascio del pie, il pontefice gli comandò che il giorno seguente, all’ora di consiglio, doppo il suon della tromba, subito venisse in senato. Aveva il pontefice fatto far duo vasi molto belli e di una medesima grandezza; in uno di quali pose gran numero di perle, rubini, zafiri, pietre preziose e gioie di grandissima valuta: nell’altro veramente era metallo; ed erano ambi i vasi d’uno medesimo peso. E la mattina, poi che gli sacerdoti, vescovi, presidenti, oratori e prelati furono venuti in senato, sedendo il pontefice nel suo tribunale, fatti portar nel suo conspetto i duo vasi predetti, fece venir a sé Gerolomo sopradetto, e disse tai parole: — Carissimi ed amatissimi figliuoli, costui sopra tutti gli altri è stato fedele cerca i comandamenti miei, e talmente si ha portato fin da’ primi anni, che non si potria dir di più; e acciò che ei conseguisca il premio del suo ben servire, e che più presto l’abbia a dolersi della sua fortuna che della mia ingratitudine, gli darò elezione di questi duo vasi, e sia a l’arbitrio suo di prendere e goder quello che egli se eleggerà. — Ma quello infelice e sfortunato, pensando e ripensando or l’uno or l’altro vaso, elesse per sua disgrazia quello ch’era pieno di metallo. E scoprendo l’altro vaso, veggendo esso Gerolomo il gran tesoro di gioie che teneva rinchiuso, come sono smeraldi e zafiri, diamanti, rubini, topazi e altre sorte di pietre preziose, rimase tutto attonito e mezzo morto.
Il pontefice, poi che lo vidde star di mala voglia e tutto addolorato, lo esortò a confessarsi, dicendo ciò esser a venuto pei suoi peccati non confessi; de’ quali fatta l’assoluzione, gli diede in penitenza che per uno anno ogni giorno dovesse a certa ora determinata venire in senato quando si trattavano gli secreti de’ re e signori a dirgli nell’orecchi un’ave Maria: nel qual luogo a niuno era lecito d’entrare. Comandò che alla venuta di lui subito li fussero aperte tutte le porte, e dato libero adito di venire a lui con tanto onore quanto dir si potrebbe. Laonde esso Gerolomo, senza pur dir una parola, con gran onorificenzia, o più tosto con gran prosonzione, andava al pontefice, e ascendendo il seggio pontificale, faceva la penitenza a sé ingiunta. Il che fatto, tornava fuori. I circonstanti molto si maravigliavano di questa cosa, e gli oratori scrivevano a’ suoi prencipi che Gerolomo era il pontefice e trattavasi ogni cosa in senato a volontà sua. Per il che raccoglieva di gran danari, e da’ prencipi cristiani vi erano mandati tanti e tanti doni, che in poco tempo divenne molto ricco, di modo che appena si trovava in Italia un più ricco di lui; e cosi passato l’anno della penitenza, rimase contento e pieno di molti doni e ricchezze. E creatolo gentil’uomo di Napoli, di Forlí e di altre molte città, essendo prima di bassa condizione, divenne chiaro e illustre a guisa di Tulio Ostilio e di David, i quali consumaron la puerizia sua in pascere le pecore, e nella età più forte l’uno resse e raddoppiò l’imperio romano, l’altro trionfò del regno degli ebrei. —
Già Febo aveva queste parti nostre abbandonate, e il lucido splendor del giorno erasi già partito, né più cosa alcuna manifestamente si conoscea, quando la signora, uscita di camera, con le dieci damigelle andò fino alla scala, ricevendo lietamente la nobil compagnia che già di barca era smontata. E postisi tutti a sedere secondo i loro gradi, disse la signora: — Mi parrebbe cosa convenevole che, dopo fatti alquanti balli e cantata una canzone, tutti, sí gli uomini come le donne dicessero una favola, perciò che non è onesto, le donne aver solamente questo carico. E però, piacendo tuttavia a questa onorevole compagnia, ognuno racconterà la sua, con condizione però che breve sia, acciò che questa ultima sera di carnessale tutti possiamo favoleggiare. E il signor ambasciatore, come persona principal tra noi, sarà il primo; indi di uno in uno seguiranno gli altri, secondo gli ordini loro. — Piacque a tutti il consiglio della signora, e poscia ch’ebbero fatte alcune danze, la signora comandò al Trivigiano e al Molino che accordassero i loro stromenti e una canzonetta cantassero. I quali, figliuoli d’ubidienza, presero i loro liuti e la sequente canzone cantarono:
Donna, quanta bellezza e leggiadria
giamai fu in alma pura,
tutta la pose in voi gentil natura.
S’io miro nel bel viso
la bellissima gola e il bianco petto,
nel qual si regge e si vaneggia amore,
dico nel mio concetto:
Siete creata certo in paradiso
e mandata qua giù a far onore
al secol nostro e trarlo fuor d’errore;
e mostrar quanto sia,
dopo molto girar di caldo e gelo,
la gloria dei beati su nel cielo.
La canzone dal Trivigiano e dal Molino cantata, molto piacque, e a pieno tutti la comendarono. La qual finita, la signora pregò il signor ambasciatore che al favoleggiare desse principio. Ed egli, che non era villano, cosí a dire incominciò:
— Grave è il carico che mi ha dato la signora in raccontar favole, perciò che è più tosto ufficio di donna che di uomo: ma poscia che cosí è il desiderio suo e di questa orrevole e degna compagnia, sforcierommi, se non in tutto, almeno in qualche particella sodisfare all’intento vostro.
Trovavasi in Inghilterra un padre di famiglia molto ricco, e aveva uno solo figliuolo, nomato Gasparino. Lo mandò in studio a Padova, acciò che desse opera alle lettere. Ma egli, poco curandosi di lettere non che di sopravanzare gli altri studenti di dottrina, tutto il studio avea posto in giuocar alle carte e altri giuochi, praticando con certi suoi compagni dissoluti e dediti alle lascivie e mondani piaceri. Onde consumò il tempo indarno e i danari, che dovendo studiare in medicina e l’opere di Galeno, egli studiava la bocolica e le cartelle da giocare, e di darsi piacere in tutte quelle cose che gli dilettavano. E passati cinque anni, ritornò alla patria, e mostrò per isperienza aver imparato all’indietro, perché, volendo egli parer romano, era riputato da tutti barbaro e caldeo, ed era conosciuto da tutta la città e mostravasi a dito dagli uomini, di modo che di lui tutti favoleggiavano. Quanto dolore fusse al misero padre, làsciolo considerare a voi, perché, conciosiacosach’egli più tosto avesse voluto perdere i danari e il pane che perdere l’oglio per far il figliolo valente, perse l’uno e l’altro. Per il che volendo il padre mitigare il suo grandissimo dolore, chiamò a sé il figliuolo; e aperto il scrigno de’ suoi danari e gioie, li consegnò la metà de’ suoi beni, la qual nel vero non meritava, dicendogli: — Togli, figliuol mio, la tua parte della paterna eredità, e vanne lontano da me, perché voglio più tosto rimaner senza figliuoli, che viver teco con infamia. —
Più tosto che non s’è detto, il figliuolo, tolti i danari, volontieri, ubidendo al padre, si partí; ed essendosi molto allontanato da lui, pervenne all’ingresso d’una selva, dove scorreva un gran fiume. Ivi edificò egli un bel palazzo di marmo con maraviglioso artificio, con le porte di bronzo, facendogli andare il fiume a torno a torno; e fece alcune lagune con gli registri delle acque, quelle accrescendo e minuendo secondo che gli aggradiva. Onde ne fece alcune dove entravano l’acque tanto alte quanta è l’altezza d’uomo: altre che avevan le acque fino a gli occhi, altre fino alla gola, altre fino alle mammelle, altre fino all’ombelico, chi fino alle coscie, chi fino alle ginocchia. Ed a cadauna di queste lagune vi aveva fatto porre una catena di ferro. E sopra la porta di questo luogo vi fece fare il titolo che diceva: « Luogo da sanare i pazzi ». Ed essendo divulgata la fama di questo palazzo, per tutto si sapeva la condizione di quello. E per tanto convenivano i pazzi da ogni parte in gran numero per sanarsi; anzi, per parlare più drittamente, vi piovevano. Il maestro, secondo la pazzia loro, li poneva in quelle lagune; e alcuni di quelli curava con busse, altri con vigilie e astinenzie, e altri per la sottigliezza e temperanza dell’aere a poco a poco riduceva al pristino loro intelletto. Innanzi alla porta e nella spaziosissima corte vi erano alcuni pazzi e uomini da niente, i quali per la gran calidità del sole percossi, erano grandemente afflitti.
Avenne che di lí passò un cacciatore che portava il sparaviere in pugno, circondato da gran moltitudine de cani. Il quale subito che videro questi pazzi, maravigliandosi che cosí cavalcasse con uccelli e cani, gli addimandò uno di loro che uccello fosse quello ch’egli portava in pugno, e se forse era una trappola, over calapio da uccelli, e a che effetto lo nodriva egli. Risposegli subito il cacciatore: — Questo è un uccello molto rapace, e chiamasi sparaviere; e questi sono cani che vanno cercando le quaglie, uccelli grassi e di buon sapore. Quest’uccello le prende, e io le mangio. — Allora il pazzo dissegli: — Deh, dimmi, priegoti, per quanto prezzo hai tu comperato questi cani e sparaviere? — Risposegli il cacciatore: — Per dieci ducati comprai il cavallo, per otto lo sparaviere e per dodici li cani: e in nodrirgli spendo ogni anno da venti ducati. — Deh dimmi, per tua fé, —disse il pazzo, — quante sono le quaglie che prendi all’anno, e quante vagliono? — Rispose il cacciatore: — Io ne prendo più di dugento, e vagliono per lo meno ducati duo.—Alzando allora la voce, il pazzo (ma certamente non pazzo in questa cosa, anzi dimostrava egli esser savio): — Fuggi, — gridava, — fuggi, pazzo che sei, che tu spendi cinquanta ducati all’anno per guadagnarne duo, oltre che non hai detto il tempo che vi consumi. Fuggi, per Dio, fuggi! che se ’l maestro ti trova quivi, mi dubito che ti porrà in una laguna dove senza dubbio sommerso e quasi morto rimarrai. Imperocché io, che sono pazzo, giudico che sei più stolto di quelli che son stoltissimi. —
— Sí bella e sí dilettevole è stata la favola dal signor ambasciatore raccontata, ch’io non penso aggiungere alla millesima parte di quella: ma per non esser contraria a quello che io proposi nel principio di questa notte innanzi che ’l signor ambasciatore favoleggiare incominciasse, dironne una, la quale vi dimostrerà che la malizia de’ spagnuoli supera e avanza quella de’ villani.
Nella Spagna trovasi una città detta Cordova, appresso la quale corre un dilettoso fiume, nominato Bacco. Di questa nacque Diego, uomo astuto, ben disposto della vita e agli inganni tutto dedito. Costui, volendo fare una cena alli compagni suoi, e non avendo cosí il modo com’egli desiderava, s’imaginò di far una berta ad uno contadino, e a sue spese dar da cena agli amici suoi. Il che gli venne fatto secondo il desiderio suo. Il spagnuolo, andatosene in piazza per comprar pollami, s’abbattè in uno villano ch’aveva gran quantità di galline, capponi e uova, e venne con esso lui a mercato, e promise dargli di tutti i pollami fiorini quattro; e cosí il villano s’accontentò. Il spagnuolo, tolto un bastagio, mandògli subito a casa; ma non contò i danari al venditore, il quale pur sollecitava il spagnuolo che lo pagasse. Il spagnuoio diceva non aver danari addosso, ma che andasse con esso lui fino al monasterio di Carmini, che ivi era un frate suo barba, che li darebbe immediate gli suoi danari. E con queste parole andarono ambiduo in compagnia al detto monasterio.
Era per aventura in chiesa un certo frate, al quale si confessavano alcune donne. A cui accostandosi, il spagnuolo li disse nell’orecchie queste parole: — Padre, questo villano che è venuto con esso meco, è mio compare, e ha certe eresie nel capo. E benché ei sia ricco e di buona famiglia, non ha però buon cervello, e spesse volte cade del male della brutta. Son già tre anni che ei non s’ha confessato, e ha qualche buono intervallo della sua sciocchezza. Laonde, mosso io da carità e da fraterno amore, e per l’amicizia e comparatico che è tra noi, ho promesso alla sua moglie di far sí che si confesserà; e perché il buon nome e la buona fama di vostra santità corre per la città e per tutto il suo territorio, siamo venuti a Vostra Reverenzia, pregandola di somma grazia che per amor di Dio sia contenta di udirlo pazientemente e correggerlo. — Il frate disse per allora essere alquanto occupato: ma che, espedite ch’avesse quelle donne, (mostrandole con la mano), l’udirebbe molto volontieri; e chiamato il villano, lo pregò che lo aspettasse un pochetto promettendogli di espedirlo subito. Il villano, pensando che parlasse de’ danari, disse che l’aspettarebbe volontieri; e cosí l’astuto spagnuolo si partí, lasciando il villano schernito ch’aspettava in chiesa. Il frate veramente, ispedite le donne di confessare, chiamò a sé il villano per ridurlo alla fede; il quale andò subito, e scopertosi il capo, addimandava i suoi danari. Allora il frate comandò al villano che s’ingenocchiasse e, fattosi il segno della croce, dicesse il Pater nostro. Il villano, veggendosi deluso e schernito, s’accese di sdegno e collera; e risguardando il cielo e bestemmiando, diceva tai parole: — Ahi misero me, che male ho fatto io, che da un spagnuolo son cosí crudelmente ingannato? Io non voglio né confessarmi né comunicarmi, ma voglio i danari che m’hai promesso. — Il buon frate, che era ignorante di tal cosa, correggendolo, diceva: — Ben si dice che hai il demonio e non sei in buon cervello; — e aperto il messale, come se avesse qualche malo spirito, cominciò a scongiurarlo. Il villano, che non poteva sofferire tai parole, gridando dimandava gli danari che gli aveva promessi per il spagnuolo, dicendo non esser né inspiritato, né pazzo, ma da un ladro spagnuolo esserli tolta la sua povertà; e cosí piangendo, ricercava aiuto da’ circonstanti; e preso il cappuccio del frate, diceva: — Mai non ti lascierò, finché non mi darai gli miei danari. — Il frate, vedendo questo, né potendo ripararsi dal villano, con lusinghevoli e dolci parole si escusava esser stato ingannato dal spagnuolo. Il villano all’incontro, tenendolo tuttavia saldo per lo cappuccio, gli diceva che egli per lui aveva promesso, dicendo: — Non m’hai tu promesso che subito mi espediresti? — Il frate diceva: — Ho promesso di confessarti; — e cosí contrastando l’uno e l’altro, sopragiunsero alcuni vecchi, i quali, vedendogli in lunga contenzione, fecero conscienzia al frate e lo costrinsero pagar il villano per il spagnuolo. Il spagnuolo, giotto, maladetto e tristo, fece con le galline e i capponi una sontuosa cena agli amici suoi, dimostrandogli che la malizia spagnuola supera quella d’ogni gran villano. —
— La favola raccontata dalla valorosa nostra signora mi riduce a memoria quello intravenne della invidia nata tra gli servi d’un tedesco e d’un spagnuolo che mangiavano insieme. Ed avenga che la favola sia brevissima, sarà però dilettevole, e piacerà a molti.
Un tedesco ed un spagnuolo un giorno, ritrovandosi in certa osteria, cenarono insieme, e furonvi apposte vivande d’ogni maniera molto abondanti e dilicate. E mangiando l’uno e l’altro, il spagnuolo porgeva al servo suo or un pezzo di carne, or un pezzo di pollo, ed or questa, or quell’altra cosa da mangiare. Il tedesco stavasi mutolo divorando e sgolizzando ogni cosa, senza punto ricordarsi del servo suo. Per il che nacque tra’ servi una grandissima invidia; ed il servo del tedesco diceva che gli spagnuoli erano più liberali e più prestanti di tutti gli uomini: ed il servo del spagnuolo confirmava il medesimo. Il tedesco, poscia che ebbe cenato, prese il vaso con tutte le vivande che erano in quello, e porselo al servo suo, dicendo che cenasse. Onde il servo del spagnuolo, avendo invidia della felicità del suo compagno, rivocata la sentenzia sua, mormorava tra sé tai parole, dicendo: — Ora conosco io che i tedeschi sono fuor di modo liberali. —
La novella dimostra niuno essere contento della sorte sua. —
— Io più volte ho udito dire, prestantissimi signori miei, che gli peccati che non si commetteno coll’animo, non sono cosí gravi come se volontariamente si commettessero; e da qua procede che si perdona alla rusticità, alli fanciulli e ad altre simili persone, le quali non peccano sí gravemente come quelle persone che sanno. Laonde, essendomi tocca la volta di raccontarvi una favola, mi occorse alla mente quello che avenne a Fortunio servo, il qual, volendo ammazzare una mosca canina che annoiava il suo patrone, inavertentemente uccise esso patrone.
Era nella città di Ferrara un speciale assai ricco e di buona famiglia, e aveva un servo chiamato per nome Fortunio, giovane tondo e di poco senno. Avenne ch’il patrone per lo gran caldo che allora era, s’addormentò; e Fortunio col ventolo li cacciava le mosche acciò che potesse meglio dormire. Avenne che tra l’altre mosche ve n’era una canina molto importuna, la quale, non curandosi di ventolo né di percosse, s’accostava alla calvezza di quello e con acuti morsi non cessava di morderlo; e avendola indi cacciata due, tre e quattro volte, ritornava a darli fastidio. Finalmente, vedendo Fortunio la temerità e presonzione dell’animale, né potendo più resistere, imprudentemente si pensò di ammazzarla. E stando la mosca sopra la calvezza del patrone e succiandogli il sangue, Fortunio servo, uomo semplice e inconsiderato, preso un pistello di bronzo di gran peso, e quello con gran forza ammenando, pensando di uccider la mosca, uccise il patrone. Onde vedendo in fatto aver ucciso il suo signore, e per tal causa esser obligato alla morte, si pensò di fuggire e con la fuga salvarsi. Indi, revocata tal sentenzia, deliberò con bel modo secretamente di sepellirlo; e ravoltolo in un sacco, e portatolo in un orto alla bottega vicino, il sepellí. Poscia prese un becco delle capre e gettollo nel pozzo.
Il patrone non ritornando a casa la sera, come soleva sempre, la moglie cominciò pensar male del servo; e addimandandoli del suo marito, egli diceva non averlo veduto. Allora la donna, tutta addolorata, cominciò dirottamente a piangere e con lamentevoli voci chiamare il suo marito; ma in vano lo chiamava. I parenti e gli amici della donna, intendendo non trovarsi il marito, andarono al rettore della città e accusorono Fortunio servo, dicendogli che lo facesse porre in prigione e dargli della corda, acciò che il manifestasse quello che era del suo patrone. Il rettore, fatto prendere il servo e fattolo legare alla fune, stanti gl’indizi che di lui s’avevano, secondo le leggi gli diede la corda. Il servo, che non poteva sofferire il tormento, promise manifestar la verità se lo lasciavano giù. E deposto giù della corda, e constituito dinanzi al rettore, con astuto inganno disse tai parole: — Ieri, essendo io addormentato, sentii un gran strepito, come se fusse stato gettato in acqua un gran sasso; io mi stupii di tal strepito, e andato al pozzo, risguardai nell’acqua e viddi che l’era chiara, né guardai più oltra; mentre che io ritornavo, sentii un altro simil strepito e mi fermai. Nel vero penso che quel sia stato il patron mio, che volendo attinger l’acqua, sia caduto in pozzo. E acciò che la verità non stia sospesa, ma che dalle sospizioni ne nasca vera e giusta sentenzia, andiamo al loco, perciò che io subito descenderò nel pozzo e vedrò quel che sarà. — Volendo adunque il rettore far isperienza di quello che aveva detto il servo, perciò che l’isperienza è maestra delle cose e la prova che si fa con gli occhi è sempre opportuna e vie più dell’altre migliore, andò al pozzo con tutta la sua corte e con molti gentil’uomini che l’accompagnorono; e con loro v’andarono del popolo molti, che erano assai curiosi di veder questa cosa. Ed ecco che il reo, di comandamento del rettore, discese nel pozzo; e cercando il patrone per l’acqua, trovò il becco che vi aveva gettato. Onde astutamente e con inganno, gridando ad alta voce, chiamò la sua patrona, dicendole: — O patrona, ditemi, il vostro marito aveva egli le corna? Io ho trovato qua dentro uno che ha le corna molto grandi e lunghe; sarebbelo mai il vostro marito? — Allora la donna, da vergogna soprapresa, si tacque, né pur disse una parola. I circonstanti stavano in aspettazione di veder questo morto; e tiratolo suso, poi che videro che egli era un becco, festeggiando con le mani e i piedi, scoppiavano da ridere. Il rettore, veduto il caso, giudicò il servo di buona fede, e come innocente l’assolse; né mai si seppe del patrone cosa alcuna, e la donna con la macchia delle corna rimase. —
— Dice il famosissimo poeta, che chi prende diletto di far frode, non si die’ lamentar s’altrui l’inganna. Io molte volte e quasi sempre ho veduto quelli che vogliono ingannare, rimanere ingannati. Il che avenne ad un ladro, il quale, volendo uccidere un artegiano, fu ucciso da lui.
In Pistoia, città di Toscana, tra Firenze e Lucca, abitava un artegiano molto ricco e pieno di danari, e chiamavasi Vilio Brigantello. Costui per paura de’ ladri fingeva di esser constituto in gran povertà, e abitava solitario senza donna e senza servi in una picciola casetta, ma ben molto piena e fornita di tutte quelle cose che sono alla umana vita necessarie. E per dar fede della scarsa e picciola sua spesa nel vivere, vestiva un abito vile, abietto e lordo, e faceva la guardia al scrigno de’ suoi danari. Era Vilio vigilantissimo e molto sollecito al lavorare, ma misero e avaro nel spendere; e il suo mangiare non era altro che pane e vino, con formaggio e radici d’erbe. Alcuni ladri giotti e astuti, istimando ragionevolmente che Vilio avesse gran quantità di danari, andarono una notte, all’ora che parve atta al loro proposito, per rubbarlo. E non potendo con suoi ferri e altri ordegni aprir la porta né romperla, e dubitando che per lo strepito non concitassero i vicini in sua mala ventura, s’imaginarono d’ingannarlo per un’altra via.
Era tra questi ladri uno che era molto familiare e domestico di questo Vilio, e dimostrava di esserli suo grande amico; e alle volte l’aveva menato a desinare seco. Posero questi tristi un suo compagno, ch’era capo e guida loro, in un sacco come morto, e portaronlo a casa di questo Vilio artegiano: pregandolo grandemente questo simulato amico suo, che lo tenesse in salvo, fin che ritornassero a tuorlo, che non molto dimorarebbono. Vilio, non sapendo più oltre, per le preghiere del simulato amico, lasciò porre questo corpo in casa in salvo. Avevano i ladri dato ordine tra loro che quando Vilio fusse addormentato, dovesse uscir del sacco e ucciderlo, e tuorli i danari con l’altre cose migliori che s’attrovasse. Essendo adunque il sacco col corpo posto in casa, ed essendo Vilio appresso il lume attento al lavorare, risguardando per aventura, come è costume di quelli che sono timidi e paurosi, il sacco dove nascoso era il ladro, gli parve che quel corpo si movesse nel sacco. Onde, levatosi da sedere, subito prese un bastone di mirto, pieno di nodi, e lo menò sul capo del ladro, e percosselo di sí fatta maniera, che lo ammazzò, e di simulato e finto il fece un vero morto. I compagni del ladro, avendolo aspettato fin appresso il giorno, vedendo ch’el non veniva, diedero la colpa al sonno; e dubitando non del compagno, ma del giorno che s’approssimava, ritornarono alla casetta dell’artesiano, e gli addimandarono il suo deposito. Il qual dato loro, poi ch’ebbe molto ben serrato l’uscio e bene puntellato, dissegli ad alta voce: — Voi mi deste un corpo vivo in luogo d’un corpo morto per farmi paura; ora io, per far paura a voi, in luogo di vivo hollovi restituito morto. — Il che udito, i ladri sbigottiti rimasero; e aperto il sacco, trovarono morto il fedelississimo suo compagno. E per onorare il valor del magnanimo suo capitano, dopo molte lagrime e sospiri, lo diedero al mare che lo nascondesse; e cosí quello che se aveva imaginato di tradire e ingannar l’artegiano, fu tradito e ingannato da lui. —
— Sin’ora questi magnifici gentil’uomini e queste amorevoli donne hanno tanto detto, che quasi non mi è restata più materia di dire. Ma acciò che io non disconcia il bel incominciato ordine, mi sforzerò, in quanto per me si potrà, di raccontarvi una favola, la quale, ancora che non sia arguta, sarà nondimeno piacevole e di diletto, come ora intenderete.
Pandolfo Zabbarella, gentiluomo padovano, fu uomo a’ giorni suoi valente, magnanimo e aveduto molto. Avendo egli di bisogno d’un servo che li servisse, né trovandone uno che li piacesse, finalmente gli venne alle mani un doloroso e maligno, il qual nell’aspetto dimostravasi tutto benigno. Pandolfo l’addimandò se egli voleva andare a star con esso lui e servirli. Il servo, che Giorgio si nominava, rispose che sí, con questa però legge e patto: di doverlo servire solamente per attendere e governare il cavallo e accompagnarlo, e del resto non voler impacciarsi in cosa alcuna. E cosí rimasero d’accordo, e di questo fu celebrato l’instrumento di man di notaio, sotto pena e ipoteca di tutti i suoi beni, e con giuramento. Un giorno cavalcando Pandolfo per certa via fangosa e malagevole, entrato per aventura in un fosso dove non poteva il cavallo trarsi fuora del fango, dimandava l’aiuto del servo, temendo di pericolare in quello. Il servo stava a guardare, e diceva a questo non esser obligato, perciò che tai cose non si contenevano nell’instrumento del servir suo; e tratto fuori della scarsella l’instrumento, cominciò minutissimamente a leggere i loro capitoli e vedere se quel caso si conteneva. Diceva il patrone: — Deh, aiutami, fratel mio! — e il servo rispondeva: — Non posso farlo, perché è contra la forma dell’instrumento. — Diceva Pandolfo: — Se non mi aiuti e se non mi cavi di questo pericolo, non ti pagherò. — Replicava il servo non volerlo fare, acciò che non incorresse nella pena posta nell’instrumento; e se per aventura il patrone non fusse stato aiutato dai viandanti che per quella via passavano, senza dubbio egli mai non arebbe potuto liberarsi. Per il che fatta una nuova convenzione, fecero un altro accordo, nel quale prometteva il servo sotto certa pena di aiutar sempre il patrone in tutte le cose che li comandasse, né mai partirsi né mai separarsi da lui.
Avenne che un giorno passeggiando Pandolfo con certi gentil’uomini veneziani nella chiesa del Santo, il servo, ubidiente al patrone, passeggiava con esso lui andando sempre presso le spalle di quello, né mai lo lasciava. I gentil’uomini e gli altri circonstanti per la novità della cosa ridevano d’ogni banda e ne prendevano piacere. Onde il patrone, ritornato a casa, riprese grandemente il servo, dicendogli che male e scioccamente aveva fatto a passeggiare in chiesa con lui andandogli cosí appresso senza rispetto e riverenza alcuna del patrone e de’ gentil’uomini ch’erano con esso lui. Il servo stringeva le spalle, dicendo aver ubedito agli suoi comandamenti, e allegava i patti della legge che eran nel loro instrumento. Laonde fecero nuovo patto, pel quale comandò il patrone al servo che andasse più lontano da lui. Allora lo seguitava cento piedi lontano. E quantunque il patrone l’addimandasse e facesse atto che venisse a lui, nondimeno il servo ricusava d’andare, e lo seguitava tanto quanto gli era stato imposto, dubitando sempre d’incorrere nella pena della loro convenzione. Allora sdegnatosi Pandolfo per la dapocaggine e semplicità del servo, gli dichiarò quella parola che li disse: lontano! — ch’ella si dovesse intendere per tre piedi. Il servo, che aveva chiaramente inteso il voler del suo patrone, prese un bastone di tre piedi, accostando un capo di quello al suo petto, e l’altro capo alle spalle del patrone; e cosí lo seguitava. I cittadini e gli artegiani, vedendo questo e pensando che quel servo fusse un pazzo, si scoppiavano da ridere della sua pazzia. Il patrone, che ancora non si avedeva del servo che aveva il bastone in mano, si maravigliava forte che tutti il guardavano e ridevano. Ma poi che conobbe la causa del loro ridere, si sdegnò, e con ira riprese acerbamente il servo e volse anco sconciamente batterlo. Ed egli piangendo e lamentandosi si scusava dicendo: — Avete torto, patrone, a volermi battere. Non feci io patto con esso voi? Non ho io ubedito in tutto ai comandamenti vostri? Quando contrafei al voler vostro? Leggete l’instrumento e poi punitemi, se io mancai in cosa alcuna. — E cosí il servo ogni volta rimaneva vincitore.
Un altro giorno il patrone mandò il suo servo al macello per comprar della carne; e parlando ironicamente, com’è costume de’ patroni, gli disse: — Va, e sta uno anno a ritornare. — Il servo, pur troppo ubidiente al patrone, andò nella patria sua, e ivi stette finché scorse l’anno. Dopo’, il primo dí del sequente anno ritornando, portò la carne al patrone: il quale, maravigliandosi, perciò che egli aveva mandato in oblivione ciò che comandato avesse al servo, lo riprendeva grandemente della fuga, dicendogli: — Tu sei venuto un poco tardetto, ladro da mille forche. Per Dio, che io ti farò pagar la pena come tu meriti, tristo ribaldone; né sperar da me aver salario alcuno. — Rispose il servo aver servato tutto l’ordine contenuto nello instrumento publico e aver ubedito alli precetti suoi secondo la continenzia di quello. — Ricordatevi, signor mio, che mentre mi comandaste ch’io stessi un anno a ritornare, che io ho ubedito. E però mi pagherete il salario che m’avete promesso. — E cosi andati a giudicio, giuridicalmente fu costretto il patrone a pagar il suo salario al servo. —
— Grande è il peccato della gola, ma maggiore è quello dell’ipocresia, perciò che il goloso inganna sé stesso, ma l’ipocrita con la sua simulazione cerca d’ingannare altrui, volendo parere quel che non è e far quel che non fa; sí come avenne ad uno prete di villa, il quale con la sua ipocresia offese l’anima ed il corpo suo, come ora brevemente intenderete.
Appresso la città di Padova trovasi una villa chiamata Noventa, nella quale abitava un contadino molto ricco e divoto. Costui per divozione sua e per scarico dei peccati suoi e della moglie, fabricò una chiesiola, e dotatala di sofficiente dote, e intitolata di santo Onorato, presentò un sacerdote in rettore e governatore di quella, il quale era assai dotto in ragione canonica. Un giorno, che era certa vigilia di un santo, non però comandata dalla santa madre Chiesa, il detto rettore, chiamato il diacono, andò a visitare ser Gasparo, cioè il villano che l’aveva posto in governatore di essa chiesa, o per sue facende o per qual altra ragion si voglia. Il villano, volendo onorarlo, fece una sontuosa cena con arrosti, torte ed altre cose, e volle che restasse appresso lui quella notte. Il sacerdote disse che non mangiava carne quel giorno per esser vigilia, e fingendo i costumi dai quali era tutto alieno, mostrava di digiunare, negando la cena al famelico ventre. Il contadino, per non rimuoverlo dalla sua divozione, comandò alla moglie che conservasse le cose che erano avanzate, in certo armario per lo giorno seguente. Ispedita la cena ed il ragionamento doppo quella, se n’andarono a dormire nella medesima casa: il contadino con la moglie, ed il sacerdote col diacono. Ed era una camera dirimpetto all’altra. Il prete, cerca la mezza notte, eccitando dal sonno il diacono, gli addimandò bellamente dove la patrona avesse riposta la torta che era avanzata, dicendogli che, se non cibava il suo corpo, ei si morrebbe da fame. Il diacono, ubidiente, levossi di letto, e pian piano n’andò leggermente al luogo dove erano le reliquie della cena, e tolse un buon pezzo di torta; e credendo venire alla camera del suo maestro, andò per sorte nella camera del villano. E perché era di state ed il sole era in Leone, la moglie del contadino pel gran caldo era nuda e dormiva scoperta, e colla bocca di dietro soffiava a guisa d’un folle. Allora il diacono, pensando di parlare col prete, disse: —Prendete, maestro, la torta ch’avete dimandata. — Ed ella pur traendo sospiri con l’altra bocca, disse il diacono ch’era ben fredda e non era bisogno di raffreddarla. Ed ella pur di continuo soffiando, sdegnatosi il diacono, quella trasse sopra il volto posterior de la donna, credendo trarla nella faccia del prete. La quale, sentendosi quella cosa fredda sul viso di sotto, subito risvegliatasi, cominciò a gridare ad alta voce. Onde eccitato il marito dal sonno, la moglie gli narrò ciò che l’era intravenuto. Il diacono, vedendo ch’aveva fallato la stanza, pian piano ritornò alla camera del prete. Il villano, levatosi di letto ed accesa la lucerna, cercò per tutta la casa. E quando vidde la torta nel letto, maravigliossi grandemente. E pensando che fusse stato qualche spirito maligno, chiamò il sacerdote; il quale, cantando salmi ed inni a ventre digiuno, con acqua benedetta benedí la casa; e poi tutti ritornarono a riposare. E cosí, come io dissi nel principio del mio parlare, l’ipocresia offese l’anima ed il corpo del prete, il quale, credendo mangiare la torta, rimase contra sua voglia digiuno. —
— Grandi sono, graziose donne, i secreti della natura e innumerabili, né è uomo al mondo che quelli imaginar potesse. Laonde mi ho pensato di raccontarvi un caso, il quale non è favola, ma intervenuto poco tempo fa nella cittá di Salerno.
In Salerno, città onorevole e copiosa di bellissime donne, trovavasi un padre di famiglia della casa di Porti, il quale aveva una sola figliuola, ch’era nel fior della sua bellezza, né passava il decimosesto anno. Costei, che Filomena si chiamava, era da molti per la sua bellezza molestata e addimandata in moglie. Il padre, vedendo il pericolo grande della figliuola, e temendo che non le avenisse qualche scorno per esser cosí stimolata, deliberò di porla nel monasterio di San Iorio della città di Salerno, non già che facesse professione, ma che le donne la tenessero fino ch’ella si maritasse. A costei, essendo nel monasterio, sopravenne una violente febbre, la qual era curata con ogni sollecitudine e diligenza. Andorono al principio alla cura di lei alcuni erbolai, che con gran giuramenti promettevano in breve tempo farle ricuperare la pristina sanità; ma nulla facevano. Il padre le mandò medici pratichi e eccellenti, e alcune vecchie che promettevano darle rimedi presentanei, che subito guarirebbe. A questa bella e graziosa giovane s’era grandemente enfiato il pettignone, il quale era venuto a guisa di una grossa palla. Per il che era molestata da tanti dolori, che altro non facea che pietosamente lamentarsi, di modo che parea esser giunta all’ultimo termine della sua vita. I parenti, mossi a pietà della misera giovane, le mandarono cirugi degni e molto approbati nell’arte cirugia. I quali ben visto ed essaminato il luogo della enfiazione, altri dicevano doverglisi sopraporre radici di altea cotte e miscolate con grasso di porco, perché levarebbono il dolore e la enfiazione; altri altre cose, e altri negavano che far si dovesse alcuno delli rimedi allegati. Tutti finalmente furono d’accordo, che tagliar si dovesse il luogo enfiato per rimuover la materia e la causa del dolore. Il che deliberatosi, vennero tutte le monache del monasterio e molte matrone con alcuni propinqui della graziosa giovane. E uno di detti cirugi, il quale di gran lunga tutti gli altri avanzava, preso il coltello feritorio, percosse leggermente e con gran destrezza in un volger d’occhi il loco enfiato; e perforata la pelle, quando si credeva che di tal buco uscir ne dovesse o sangue o marza, ne uscí un certo grosso membro, il quale le donne desiderano e di vederlo si schifano. Non posso astenermi dal ridere scrivendo la veritade in luogo di favola. Tutte le monache, stupefatte per tal novità, piangevano da dolore, non per la ferita, né anco per la infermità della giovane, ma per la lor causa, perciò che elle averebbeno più tosto voluto che quello che palesamente era occorso, fusse intravenuto occultamente. Imperciò che per onor suo fu subito mandata la giovane fuori del monasterio. Or quanto l’averebbeno carissimamente dentro conservata ! Tutti li medici non poteano più da ridere. E cosí in un tratto la giovane risanata divenne uomo e donna. E referisco per bugia quello che è la verità, che di poi la vidi con gli occhi miei vestita da uomo con l’uno e l’altro sesso. —
— Tre cose, leggiadre donne, distruggono il mondo e mandano ogni cosa sottosopra; la pecunia, il dispetto e il rispetto. Il che agevolmente potrete intendere, se alla mia favola benigna audienza prestarete.
Lodovico Mota, sí come avete altre volte inteso, fu uomo aveduto, saggio e de’ primai della città di Napoli; e non avendo moglie, prese per donna la figliuola di Alessandro degli Alessandri, cittadino napolitano, e di lei ebbe un solo figliuolo, a cui impose nome Cesare. Venuto il figliuolo grandicello, gli diede un precettore che gl’insegnasse le prime lettere. Indi mandollo a Bologna per studiare in ragion civile e ragion canonica; e ivi avealo tenuto lungo tempo, ma poco profitto avea però egli fatto. Il padre, desideroso che il figliuolo diventasse eccellente, gli comprò tutti i libri de giureconsulti di ragion canonica e de dottori che hanno scritto nell’una e nell’altra facultà, e pensava ch’egli di gran lunga superasse tutti i causidici di Napoli, e davasi ad intendere che per tal causa gli avessino a toccare de buoni clientuli e cause di molta importanza. Ma Cesare, dottissimo giovane, mancandogli i primi fondamenti legali, era cosí nudo di lettere, ch’egli non intendeva quello che leggeva, e quello ch’aveva imparato recitava con grande audacia, anzi senza ordine e preposteramente, ponendo una cosa al contrario dell’altra e dimostrando l’ignoranza sua, perciò che togliendo il vero per lo falso e il falso per lo vero, contendeva molte volte con gli altri. E cosí come un otre pieno di vento ne andava alla scuola, turati gli orecchi e facendo castelli in aria; e perché a tutti quelli che sono ignoranti, è in bocca quel detto che dice che gli è cosa disdicevole e brutta il studiare a quelli c’hanno molte ricchezze, cosí costui ch’era ricco, o poco o niun profitto fece ne’ studi di ragion civile e canonica. Per il che volendo con la sua ignoranza agguagliarsi a coloro ch’erano dottissimi, né avevano perso l’oglio e il tempo ne’ continoi studi, tentò prosontuosamente d’ascendere al grado del dottorato. Propose adunque il fatto in senato, e accettati i punti della disputa, in presenzia del popolo fece publicamente la ’sperienza, dimostrando il nero per il bianco e il verde per il nero, credendo esso, cieco, che parimenti gli altri fussero ciechi. Nondimeno per buona sorte, sí per danari, sí per gran favore e amicizia, fu approvato e fatto dottore. Per il che accompagnato da gran comitiva di onorate persone, andando per la città con suoni di trombe e piffari, venne a casa con veste di seta e di porpora, sí che parea più presto uno ambasciatore che un dottore.
Un giorno questo eccellente magnate, vestito di porpora con la stola di veluto, fece alcune cartelle, e legatele a guisa delle filze de’ notai, quelle riponeva in un certo vaso. E sopravenendogli per aventura il padre, gli addimandò quello che far volesse di quelle carte. A cui diede egli questa risposta: — Trovasi scritto, o padre, ne’ libri di ragion civile, che le sentenzie si deono connumerare tra i casi fortuiti. Io che ho considerata la mente e non la corteccia della legge, ho fatto queste filze per sorte, nelle quali ho notate alcune sentenzie, le quali, a Dio piacendo, quando pel vostro aiuto sarò giudice della gran corte, pronunzierò senza fatica a’ litiganti. Non vi par egli, padre, ch’io abbia sottilmente investigato questa cosa? — Il padre, inteso questo, rimaso pel dolor mezzo morto, voltò le spalle, lasciando il disutel figliuolo nell’ ignoranza sua. —
— La paura, amorevoli donne, alle volte nasce da troppo ardire e alle volte dall’animo pusillanime, il quale doverrebbe temere solamente quelle cose ch’hanno potenza di far altrui male, non quelle che non sono da temere.
Io, donne mie care, voglio raccontarvi un caso, non da burla, ma da dovero a’ giorni nostri avenuto ad un povero fratuncello, non senza però suo grave danno. Il qual, partitosi da Cologna per andare a Ferrara, passò l’Abbadia e il Polesine di Rovigo, ed entrato nel territorio del duca di Ferrara, fu sopragiunto dalla buia notte. E quantunque la luna splendesse, nondimeno per esser giovanetto, solo e in altrui paese, temeva di non esser morto o da masnadieri o da silvestri animali. Non sapendo il poverello dove gire e trovandosi senza pecunia, vidde un certo cortile discosto alquanto dagli altri; ed entratovi dentro senza che da alcuno fosse veduto né sentito, se n’andò al pagliaio, a costo il quale era una scala appoggiata, e salito sopra, meglio che puote per riposare quella notte s’acconciò. Appena il fraticello era coricato per dormire, che sopragiunse uno attilato giovane, il quale aveva nella man destra la spada e nella man sinistra la rotella, e cominciò pianamente cifolare. Il fraticello, sentendo cifolare, pensò di essere scoperto, e per timore quasi tutti i capegli addosso se gli arricciarono; e pieno di paura molto cheto si stava. Il giovane armato era il prete di quella villa, il quale era d’amor acceso della moglie del patrone di quella casa. Stando adunque il fraticello non senza grandissimo pavento, ecco uscir di casa una donna in camiscia ritondetta e fresca e venirsene verso il pagliaio; la qual tantosto che il prete vide, posta giù la spada e la rotella, corse ad abbracciarla e basciarla e altresì ella lui, e postisi ambidue appresso il pagliaio, e coricatisi in terra, il prete prese quella cosa che l’uomo ha, ed alzatale la camiscia, tostamente nel solco per ciò fatto la mise. Il fraticello, che era di sopra e vedeva il tutto, s’assicurò, pensando che il prete non era ivi venuto per dargli noia, ma per prender diletto con l’amata donna. Onde preso un poco d’ardire, distese il capo in fuori del pagliaio per meglio vedere e sentire quello che facevano gli innamorati; e tanto innanzi col capo si fece, che, pesandoli più la testa che il busto, né avendo modo nella paglia di ritenersi, sopra di loro cadde e non senza suo danno, perché si ruppe un poco d’una gamba il schinco. Il prete e la donna, ch’erano in sul più bello del menar delle calcole, e che ancor non erano venuti al compimento dell’opera, vedendo i drappi e il cappuccio del frate nero, forte si smarrirono, pensando che fusse qualche notturna fantasma; e lasciata la spada e la rotella, ambiduo tremanti e di paura pieni si diedero al fuggire. Il fraticello, non senza paura e dolore del schinco, meglio ch’ei puote in un cantone del pagliaio se ne fuggì, e fatto un gran bucco nel pagliaio, ivi si nascose. Il prete, che temeva non fusse scoperto, essendo la spada e la rotella conosciuta, tornò al pagliaio, e senza veder altra fantasma, prese la sua spada e la rotella e non senza gran sospetto ritornò a casa. Venuta la mattina sequente, e volendo il prete celebrar la messa un poco per tempo, acciò che certi suoi negozi ispedir potesse, stavasi su l’uscio della chiesa, aspettando il chierichetto che a risponder la messa venisse. Stando cosí il prete in aspettazione, ecco venir il fratuncello, il quale innanzi giorno s’era levato e partito per non esser ivi raccolto e mal trattato. E giunto ch’egli fu alla chiesa, il prete il salutò e addimandollo dove egli cosí solo se n’andava. A cui rispose il fratuncello: — Me ne vo a Ferrara. — E addimandato dal prete se egli fretta aveva, li rispose che no e che bastava assai se la sera si trovava in Ferrara. E addimandato più oltre s’egli voleva servirlo alla messa, rispose di sí. Il prete, vedendo il fraticello aver il capo e la tonica tutta imbrattata di paglia, ed esser vestito di panni neri, s’imaginò ch’egli fusse la fantasma che veduta aveva; e disse: — Fratel mio, dov’hai dormito la passata notte? — A cui rispose il fraticello: — Io ho dormito malamente sopra un pagliaio non molto discosto di qua, ed hommi quasi rotta una gamba. — Questo udendo, il prete ebbe maggior credenza del fatto, né il fraticello si partí, ch’egli scoperse pienamente la cosa come stava. E detta la messa, e desinato col prete, il fraticello si partí col suo schinco rotto. Ed avenga che il prete lo pregasse che di ritorno volesse andar ad alloggiare con esso lui, perciò che egli voleva che alla donna tutto il fatto raccontasse, non però vi venne: ma avuta la risposta in sonno, per altra via al suo monasterio fece ritorno. —
— Bennati anzi divini si suoleno giudicar coloro che con effetti si guardano dalle cose contrarie e col giudicio naturale si accostano a quelle che di beneficio e giovamento li sono: ma rari per l’addietro s’hanno trovati e oggidì pochi si trovano, che una regola nel loro vivere vogliono osservare. Ma altramente avenne ad uno re, il quale per conservar la sanità prese dal medico tre documenti e quelli osservando si resse.
Penso, anzi mi rendo certo, graziose donne, che mai non abbiate inteso il caso di Guglielmo re di Bertagna, il quale a’ tempi suoi né in prodezza né in cortesia non ebbe il pare, e mentre ch’egli visse, sempre li fu la fortuna favorevole e propizia. Avenne che il re gravemente s’infermò: ma essendo assai giovane e di gran coraggio, nulla o poco estimava quel male. Or continovando l’infermità e di giorno in giorno facendosi maggiore, divenne a tale, che quasi non più vi era speranza di vita. Laonde il re ordinò che tutti i medici della città venissero alla sua presenzia e liberamente dicesseno il lor parere. Intesa la voluntà del re, tutti i medici, di qualunque grado e condizione esser si voglia, andorono al palazzo regale e dinanzi al re s’appresentarono. Tra questi medici vi era uno nominato maestro Gotfreddo, uomo di buona vita e di sofficiente dottrina, ma povero e mal vestito e peggio calzato. E perché egli era mal addobbato, non ardiva comparere tra tanti sapienti ed eccellentissimi uomini: ma per vergogna si puose dietro l’uscio della camera del re, che appena si puotea vedere, e ivi chetamente stava ad ascoltar quello che dicevano i prudentissimi medici. Appresentati adunque tutti i medici dinanzi al re, disse Guglielmo: — Eccellentissimi dottori, la causa del raunarvi insieme alla presenza mia, altro non è se non ch’io desidero intender da voi la causa di questa mia grave infermità, pregandovi che con ogni diligenzia vogliate curarla e darmi quelli opportuni rimedi che si ricercano, restituendomi alla pristina sanità. La qual restituita, mi darete quelli consegli che più idonei vi pareranno a conservarla. — Risposero i medici: — Sacra Maestà, dar la sanità non è in potestate nostra, ma nella mano di Colui che sol con un cenno il tutto regge. Ma ben si sforzeremo in quanto per noi si potrà, di farvi quelle provisioni che possibili seranno a riaver la sanità e, riavuta, conservarla. — Indi cominciarono i medici a disputare dell’origine dell’infermità del re e de’ rimedi che s’hanno a dare; e ciascuno di loro, sí come è lor usanza, particolarmente referiva l’opinione sua, allegando Galeno, Ippocrate, Avicenna e gli altri suoi dottori. Il re, poscia che intese chiaramente la lor opinione, volgendo gli occhi verso l’uscio della sua camera, vidde un non so che di ombra che appareva, e addimandò se vi era alcuno che restasse a dir l’opinione sua. Fulli risposto che no. Il re, ch’aveva adocchiato uno, disse: — Parmi veder, se non son cieco, non so che dietro quella porta; e chi è egli? — A cui rispose uno di quei sapienti: — Est homo quidam; — quasi schernendolo e facendosene beffe di lui: e non considerava che spesse volte aviene che l’arte dall’arte è schernita. Il re fecegli intendere che venisse innanzi alla presenzia sua; ed egli, cosí mal vestito che un mendico pareva, fecesi innanzi, e tutto timoroso umilmente s’inchinò, dandogli un bel saluto. Il re, fattolo prima onorevolmente sedere, lo interrogò del nome suo. A cui rispose: — Gotfreddo è il mio nome, Sacra Maestà. — Allora disse il re: — Maestro Gotfreddo, voi dovete a bastanza aver inteso ’l caso mio per la disputazione c’hanno fatto fin’ora questi onorandi medici; però non fa bisogno altrimenti riassumere quello è stato detto. Che dite adunque voi di questa mia infermità? — Rispose maestro Gotfreddo: — Sacra Maestà, quantunque tra questi onorandi padri il più infimo e il men dotto e il men eloquente meritamente dir mi possa per esser povero e di poca estimazione, nondimeno per obedire a’ precetti di Vostra Sublimità mi sforzerò, in quanto per me si potrà, di dichiarirle l’origine del mal suo; indi darolle una norma e una regola che nell’avenire sano viver potrà. Sapiate, signor mio, che l’infermità vostra non è a morte, perciò che non è causata da fondamento fermo ma da sforzato e non aveduto accidente, il quale, sí come tostamente venne, cosí ancor prestamente si risolverà. Io, acciò che riabbiate la pristina sanità, non voglio altro da voi eccetto la dieta, prendendo un poco di fior di cassia per rinfrescar il sangue. Il che fatto, in otto giorni resterete sano. Riavuta la sanità, se voi vorrete lungo tempo conservarvi sano, osservarete questi tre precetti. Il primo, che voi teniate il capo ben asciutto. Il secondo, ch’abbiate i piedi caldi. Il terzo, che ’l cibo vostro sia da bestia. Le quai cose se voi porrete in essecuzione, lungo tempo camparete, e sano e gagliardo viverete. — I medici, inteso il bell’ordine dato da Gotfreddo al re cerca la norma del suo viver, si misero in tanto riso, che quasi si smascellavano da ridere; e voltatisi verso il re, dissero: — Questi sono i canoni, queste sono le regole di maestro Gotfreddo, questi sono gli suoi studi! Oh che bei rimedi, oh che buone provisioni da esser fatte a un tanto re! — e in tal maniera lo schernivano. Il re, vedendo le tante risa che i medici facevano, comandò che ognuno tacesse e dal ridere oramai cessasse, e che maestro Gotfreddo rendesse la ragione di tutto quello che avea proposto. — Signor mio, — disse Gotfreddo, — questi miei onorandissimi padri, molto esperti nell’arte della medicina, si maravigliano non poco dell’ordine da me dato cerca il viver vostro: ma se considerasseno con saldo giudicio le cause per le quali vengono l’infermità a gli uomini, forse non si riderebbeno, ma attenti starebbeno ad ascoltare colui, che forse, con sua pace il dico, è più savio e più perito di loro. Non prendete adunque maraviglia, Sacra Corona, della proposta mia; ma abbiate per certo tutte l’infermità che vengono agli uomini, nascere o da riscaldamenti, o da freddo preso, o da superfluità d’umori cattivi. Imperciò che quando l’uomo si trova per la stanchezza o per lo gran calore sudato, debbe immantinenti asciugarsi, acciò che quella umidità che è uscita fuori del corpo, più dentro non ritorni e generi l’infermità. Poi, l’uomo dee tenere i piedi caldi, acciò l’umidità e freddura che rende la terra, non ascenda allo stomaco e dallo stomaco al capo, e generi dolor di capo, mala disposizione di stomaco e altri innumerabili mali. Il viver da bestia, è che l’uomo die mangiare cibi appropriati alla complessione sua, sí come fanno gli animali irrazionali, i quali si nudriscono di cibi convenevoli alla natura loro. E piglio l’esempio dal bove e dal cavallo, ai quali se noi appresentiamo un cappone, un fasciano, una pernice o la carne di un buon vitello o di altro animale, certo non vorranno mangiarne, perché non è cibo appropriato alla natura loro. Ma se li porrete dinanzi il fieno e la biada, per cibo convenevole a sé, subito lo gusteranno. Ma date il cappone, il fasciano e la carne al cane over al gatto, subito li divoreranno, perché è cibo appropriato a loro; ma per contrario lascieranno il fieno e la biada, perché non li conviene per esser contrario alla natura loro. Voi adunque, signor mio, lasciarete i cibi che alla natura vostra non si convengono, e abbracciarete quelli che alla complessione vostra sono convenevoli; e cosí facendo, viverete sano e lungamente. — Piacque molto al re il consiglio datoli da Gotfreddo, e prestandoli fede, a quello s’attenne; e data licenzia agli altri medici, lo ritenne appo di sé, avendolo in molta riverenza per le sue degne virtù, e di povero lo fece ricco, sí come egli meritava: e solo rimasto alla cura del signore, felicemente visse. —
— La prodigalità è un vizio che conduce l’uomo a peggior fine che l’avarizia, perciò che ’l prodigo consuma il suo e quello d’altrui, e fatto povero, non è ben veduto da alcuno, anzi tutti lo fuggono come persona insensata, e lo dileggiano prendendo giuoco di lui: sí come intravenne ad un Pietro Rizzato, il quale per la sua prodigalità venne in grandissima miseria, indi, trovato un tesoro, diventò ricco e avaro.
Dico adunque che già nella città di Padova, famosissima per lo studio, abitava ne’ passati tempi un Pietro Rizzato, uomo affabile, di bellezza prestante e di ricchezze sopra ogni altro abondevole: ma era prodigo, perciò che donava agli amici or questa or quell’altra cosa, secondo li parea convenire al grado loro; e per la sua troppo grande liberalità aveva molti che lo seguitavano, né mai li mancavano ospiti alla sua mensa, la qual era sempre abondantissima di dilicate e preziose vivande. Costui tra l’altre sue pazzie ne fece due, delle quali l’una fu, che, andando un giorno con altri gentil’uomini da Padova a Vinegia per Brenta, e veggendo che ciascaduno di loro s’essercitava chi in sonare, chi in cantare e chi altre cose facendo, egli, per non parer tra loro ocioso, si mise con i danari a far, come si dice, passarini, e gettavali ad uno ad uno nel fiume. L’altra, ch’è di maggior importanza, fu ch’essendo egli in villa, e venendo a lui molti giovani per corteggiarlo, e veggendogli da lontano, per far loro onore, fece metter fuoco in tutte le case de’ suoi lavoratori. Volendo adunque Pietro contentar il suo sfrenato appetito in tutte le cose a lui possibili, vivendo dissolutamente e senza alcun freno, presto gli vennero le sue gran ricchezze a meno, e insieme gli mancarono tutti gli amici che ’l corteggiavano. Egli per lo passato tempo, quando era nella sua felicità, aveva nodrito molti famelici; ora ch’egli è affamato e sitibondo, non trova alcuno che gli voglia dar da mangiare o da bere. Egli vestiva i nudi, ora niuno gli copre la sua nudità; egli aveva cura degl’infermi, ora niuno ha cura della sua infermità. Egli accarezzava tutti onorandogli sommamente; ora è malveduto e lo fuggono come contagiosa peste. Laonde essendo giunto il miserello all’amaro e crudel passo di povertà, ed essendo nudo e infermo e vessato dal flusso in tal maniera che n’andava il sangue, menava pazientemente la misera e infelice sua vita, ringraziando sempre Dio che dato gli avea conoscimento.
Avenne che andando un giorno il meschinello pieno di rogna, tutto sozzo, ad un certo luogo roinato, non già per solazzare ma per diporvi giù il natural peso del ventre, e guardando finalmente in un pariete per antichità guasto, vidde per una gran fissura risplendere oro. E rotto quel pariete, trovò un gran vaso di terra pieno di ducati d’oro; e portatolo a casa nascosamente, cominciò a rispendere, non profusamente come prima, ma secondo il suo bisogno e moderatamente. Gli amici e cari compagni, che continovamente il corteggiavano nel tempo che ’l viveva felicissimamente, avedutisi che si era fatto ricco, pensarono di ritrovarlo prodigo come prima; e andatisene a lui, il cominciorono carezzare e corteggiare, pensando tuttavia di viver alle altrui spese. Ma la cosa non gli venne fatta come essi voleano ed era il desiderio loro. Perciò che non solamente non lo trovarono pazzo e largo nel spendere, scioccamente donando il suo e facendo banchetti: ma conobbero apertamente lui esser divenuto savio e avaro. E addimandato dagli amici e compagni come era diventato si ricco, li rispondeva che se volevano ancor essi diventar ricchi, bisognava prima che vuotassino il sangue dal ventre suo, come aveva fatto egli, dinotandogli che prima aveva sparso ’l sangue che trovato avesse li danari. Allora gli sopradetti compagni e amici, vedendo che non vi era allegrezza di cavar altro construtto da lui, si partirono. —
Perché la rosseggiante aurora incominciava apparere, e già era terminato il carnessale, e sopragiunto il primo dí di quadragesima, la signora, voltatasi all’onorevol compagnia, con piacevol viso cosí disse: — Sapiate, magnifici signori e amorevoli donne, che noi siamo al primo dí di quaresima, ed oramai da per tutto si odeno le campane che n’invitano alle sante prediche e a fare la penitenza de’ nostri commessi errori. Laonde mi par cosa onesta e giusta che in questi santi giorni poniamo da canto i dilettevoli ragionamenti e gli amorosi balli e soavi suoni, gli angelici canti e le ridicolose favole, ed attendiamo alla salute delle anime nostre. — Gli uomini parimenti e le donne, ch’altro non desideravano, il voler della signora sommamente comendarono. E senza far accendere i torchi, perciò che omai era il giorno chiaro, comandò la signora che ciascuno se n’andasse a riposare, né più alcuno si riducesse per conto di compagnia all’usato concistoro, se prima non gli era imposto da lei. Gli uomini, tolta buona licenza dalla signora e dalle damigelle, e lasciatele in santa pace, ritornarono agli alloggiamenti loro.
Gian Francesco Straparola da Caravaggio lasciò il suo nome raccomandato a due opere: un Canzoniere e il Novelliere. Il canzoniere uscí in luce nel 1508 in Venezia, e qui fu ristampato nel 1515: cosa di nessun pregio, cadde presto in dimenticanza. Il novelliere, edito nel 1550-53, ebbe in Italia molte edizioni nel decorso del secolo XVI e nei primi anni del XVII; fu presto tradotto in francese e più tardi in tedesco, e nel secolo scorso forní argomento e motivo a studi e ricerche specialmente per il fatto ch’è il primo novelliere in Europa in cui, per proposito che si può dire deliberato, siano state raccolte in cosí gran numero le fiabe popolari. Per esso adunque il nome dello Straparola si perpetuò; ma come se l’origine del novelliere fosse destinata ad essere avvolta nel buio che circonda l’origine delle sue fiabe, e cosí misterioso come un personaggio di queste dovesse rimanere il loro narratore, il ricordo delle vicende della sua vita si spense con essa. Che fosse da Caravaggio è detto già in fronte al canzoniere: Opera nova de Zoan Francesco Straparola da Caravazo; e alla sua città il giovine rimatore rivolge il sonetto:
O Caravagio, castel venturato,
come felice ti trovi al presente,
godendo miser Iacomo Pesente
che ti ten per virtù tanto inalzato.
Che fosse della famiglia Secchi di Caravaggio s’è detto, ma non fu confermato. Certo è che se la sua esistenza fu oscura, fu tuttavia assai lunga, perché ancora nell’edizione delle Piacevoli Notti del 1556 lo Straparola aggiungeva due novelle dettate nel suo solito stile, e l’edizione del 1557, come fu già osservato, uscí « ad istanza dell’autore ». Il racconto storico che serve di cornice al novelliere, può indurre a credere che lo Straparola verso quel tempo (1530-40) vivesse in Venezia, e « da Vinegia il primo di settembre, 1553 » è datata la lettera « alle graziose ed amorevoli donne » che apre il secondo libro delle P. N.
Ecco in succinto il prospetto delle edizioni italiane dei due libri del novelliere.
Edizioni del libro primo:
I. Venezia, Comin da Trino, 1550.
II. » 155I
III. » 1555
Edizioni del libro secondo:
I. Venezia, Comin da Trino, 1553.
II. 1554
III. » 1556.
IV. » 1557
Edizioni dei due libri riuniti:
I. Venezia, Comin da Trino, 1556.
II. » 1557
III. Domenico Giglio, 1558.
IV. Francesco Lorenzini, 1560.
V. Comin da Trino, 1562.
VI. Giovanni Bonadio, 1563.
VII. Andrea Ravenoldo e Giorgio de* Zilij, 1565
VIII. Ioseppe di Manzelli, 1567.
IX. Domenico Farri, 1569.
X. 1570.
XI. Altobello Salicato, 1573.
XII. » Giovanni de’ Picchi e fratelli, 1578.
XIII. s. n. t., 1580.
XIV. Domenico Farri, 1584. *
XV. Domenico Cavalcalupo, 1586.
XVI. Venezia, Daniel Zanetti, 1590.
XVII. - » » 1597
XVIII. » » 1598.
XIX. Alessandro de’ Vecchi, 1599.
XX. » Daniel Zanetti, 1601.
XXI. » Zanetto Zanetti, 1604.
XXII. » Alberti » 1604.
XXIII. » Daniel Zanetti, 1607.
XXIV. » Zanetto Zanetti, 1608.
XXV. » » 613.
XXVI. Bologna, Romagnoli Dall’Acqua, volumi due, 1898-1908, a cura di G. Rua.
Nella prefazione a quest’ultima edizione diedi notizia alquanto diffusa delle varie modificazioni che furono introdotte nel testo e nel complesso delle P. N. nelle loro successive edizioni. Furono dapprima, cioè nelle ediz. 1556, 1557, 1558 e in qualche altra in seguito, soltanto modificazioni del testo intese generalmente a sostituire nella trascrizione forme più moderne e letterarie a forme antiquate e dialettali; ma già nelle edizioni ’56 e ’58 (e in seguito nelle posteriori) si nota un’alterazione, a cosí dire, sostanziale.
Nelle edizioni 1553 e 1554 la novella VIII, 3 svolgeva questo argomento: Frate Tiberio Pallavicino apostata, poi fatto prete secolare e maestro in teologia, ama la moglie di maestro Chechino intagliatore; ella col consenso del marito in casa l’introduce: e trovato da lui, con una ignominiosa beffa fuori lo manda e da morte lo libera [1]; svolgeva cioè l’argomento che da due fabliaux si suole intitolare Le preist crucifié e Le preist teint. Lo Straparola pensò bene di sopprimerla, e vi sostituì le due altre brevi novelle che nella presente edizione (cosí come in quelle del ’56 e ’58) recano i numeri VIII, 3 e VIII, 4. — La censura, di cui pare che già in questo caso si presenta l’influsso, adoperò sempre più addentro le sue forbici nelle edizioni posteriori al ’63: come e quanto, può trovarsi descritto nella mia prefazione su citata all’edizione di Bologna 1898-1908. Nella quale, pubblicata per cura della R. Commissione pe’ testi di lingua nelle Provincie dell’Emilia, dopo più di tre secoli le P. N. riapparvero nella loro forma integrale e originaria essendo state riprodotte principalmente sulle edizioni del 1550 e 1551 pel primo libro e su quelle del 1553 e 1554 Per il secondo, tenuto il debito conto delle edizioni del ’56 e del ’58.
Ristampando ora le fiabe e novelle delle P. N., mi sono naturalmente attenuto al testo dell’edizione di Bologna che ho tuttavia riveduto e ritoccato, specie nella punteggiatura; e in ultimo ho segnalato alcune varianti tratte particolarmente dalla ediz. 1558 per il primo libro e dalle edizioni 1556 e 1558 per il secondo. Ma non ho creduto di dover fissare in forme costanti la varia grafia antica di molte parole e flessioni, ed ho lasciato, p. es., alciò e alzò; albero, arbovo, albovo; fuoco e fuogo; orecchi e orecchie; limosina e limosena; di, de, de’; fosse e fusse; dopo, dopo’, doppo e simili.
Ho omesso la nov. VIII, 3, ripudiata, come s’è detto, dallo stesso autore. Ho anche omesso gli aridi e monotoni cenni di commento con cui la brigata accoglie la narrazione delle novelle, e le chiuse delle Notti che sono di una desolante uniformità; a darne un’idea ho fatto eccezioni per la novella I, 1 e per la Notte I; qualcosa di nuovo e di vario leggesi nelle chiuse delle Notti V e XIII, e perciò le ho conservate. Parimenti sono omessi gli enimmi; del modo abituale come sono proposti e risoluti può offrire esempio quello riportato nel séguito della nov. I, 1: e ne trascegliamo qui per saggio alcuni altri.
Sovra il superbo monte di Chiraldo,
cinto di forte siepe d’ogni intorno,
un vidi star con occhio di ribaldo,
quando più scalda il sol del Tauro il corno.
La spoglia ha di finissimo smeraldo;
ragiona, ride e piange tutto il giorno.
Il tutto detto v’ ho: restami il nome;
vorrei saper da voi com’ei si nome.
— Il papagallo.
Nel mezzo della notte un leva su,
tutto barbuto, né mai barba [non] fé’;
il tempo accenna, né strologo fu;
porta corona, né si può dir re;
né prete, e l’ore canta ed ancor più;
calza li sproni, e cavalier non è;
pasce figliuoli, e moglie inver non ha:
molto è sottil chi indovinar lo sa.
— Il gallo.
Va sier Zovo indrio e inanti,
ch’ è vezù da tuti quanti ;
chi da un lô sta, chi da l’altro.
ben sará quel fante scaltro
che dá a quatro in su la schina,
s’a la prima lo indovina.
Tuta fià, da bon amigo,
che l’ è zovo pur ve ’l digo.
— El zovo.
Vecchio già fui per tempo, e quando nacqui,
fui da mia madre maschio procreato;
molti giorni ne l’acque fredde giacqui,
indi poi tratto fuor martirizzato;
cotto già fui, e quando a l’uomo piacqui,
col ferro m’ebbe ancor tutto squarciato;
d’allor in qua al servir fui sempre buono:
ditemi, se ’l sapete, chi ch’ io sono.
— Il lino.
Per me sto ferma, e se talun m’assale,
vo su per tetti e spesso urto nel muro;
le percosse mi fan volar senz’ale,
e saltar senza piedi al chiaro al scuro;
non cesso mai, se ’l mio contrario tale
non resta, che ’l desir suo sia sicuro;
in me principio o fin pur non si vede,
e cosa viva fui, né alcun me ’l crede.
— La palla.
Due siamo in nome e sol una in presenza,
fatte con arte e fornite con guai.
Fra donne conversiam senza avvertenza,
ma siam maggior fra genti rozze assai;
ed infiniti non posson far senza
nostro valor, né si dogliamo mai;
e consumate per l’altrui lavoro,
guardate non siam più d’alcun di loro.
— Le forbici.
Vivo col capo in sabbia sotterrato,
e sto giocondo e senza alcun pensiero;
giovane son, né appena fui ben nato,
che tutto bianco, anzi canuto io ero;
la coda verde e poco apprecciato
son dal popolo grande, ricco, altero;
caro sol m’ha la gente vile e bassa,
che mia bontà fra gran signor non passa.
— Il porro.
Les facietieuses Nuits de Straparole. Traduites d’italien en françois par Pierre de Larivey; Amsterdam, 1725. Ristampa dell’antica traduz. francese (sec. XVI) con prefazione del La Monnoye e annotazioni di fonti e imitazioni del Lainez. Altra ristampa di Parigi, 1857, con introduzione dello Jannet.
Mélanges tirés d’une grande Bibliothèque. Romans, Section XIII, Parigi, 1791: con una larga analisi delle Piac. Notti.
Straparola, Marche», Vienna, 1791: vi sono tradotte alcune novelle scelte dalle prime sei Notti, con alcune scarne e arruffate notizie bio-bibliografiche.
Dunlop-Liebrecht, Geschichte der Prosadichtungen, 1814-1851: il novelliere dello Straparola vi è oggetto di particolare trattazione.
Schmidt, MàrchenSaal. Die Màrchen des Straparola aus devi italienischen mit Anmerkungen, Berlino, 1817. La traduzione delle fiabe dello Straparola è condotta sulla ediz. ital. del 1608 gravemente mutilata dalla censura; perciò non vi comparisce qualche fiaba. A questa lacuna rimediò poi Guglielmo Grimm in una delle edizioni dei Kinder und Hausmàrchen.
Passano, / novellieri italiani in prosa, Torino, 1878, ad vocem.
Brakelmann, G. F. Straparola da Caravaggio. Dissertation zur Erlangung der philosophischen Doctorwürde; Gottinga, 1867.
Landau, Beiträge zur Geschichte der italienischen Novelle, Vienna, 1875; il cap. sullo Straparola è a pp. 126-131.
Crane, Italian popular tales, Boston, 1885; vi si parla a lungo dello Straparola e a pp. 348-50 vi è tradotta in inglese la fav. XI, 1. La stessa fiaba era già stata tradotta dal Deulin, Les contes de ma mère l’oye avant Perrault, Parigi, 1878. E a questo proposito è da aggiungere che le nov. II, 2; IV, 4 e Vili 2 delle P. N. leggonsi tradotte in Simrock, Die Quellen des Shakspeare, Bonn, 1872; e che il Köppel, Studien zür Geschichte der italienischen
Novelle in der englischen Litteratur des XVI Jahrhund., Strasburgo, 1892, dà notizia di antiche traduzioni inglesi di novelle dello Straparola, fra cui appunto le nov. II, 2 e IV, 4.
Rua, Intorno alle P. N. dello Slraparola, nel Giorn. stor. d. letteratura ital., vol. XV e XVI; e Le Piac. Notti dello Straparola, Roma, 1898.
Di Francia, La Novellistica, voi. I, Milano, 1924, pp. 713-31.
Prefazione
Favola prima
Duo compari s’amano insieme, e l’uno l’altro s’ingannano; e finalmente fanno le mogli communi.
Favola seconda
Castorio, desideroso di venir grasso, si fa cavare tutti duo i testicoli a Sandro; ed essendo quasi morto, vien dalla moglie di Sandro con una piacevolezza placato.
Favola terza
Polissena vedova ama diversi amanti; Panfilio suo figliuolo la riprende: ella li promette di rimoversi s’egli cessa di grattarsi la rogna; egli le promette, la madre l’inganna: e finalmente ogn’uno ritorna alla opra sua.
Favola quarta
Tra tre venerande suore d’uno monasterio nacque differenza qual di loro dovesse essere badessa; e dal vicario del vescovo vien determinato quella dover esser, che farà più degna prova.
Favola quinta
Pre’ Zefiro scongiura un giovane che nel suo giardino mangiava fighi.
Favola prima
Ortodosio Simeoni, mercatante e nobile fiorentino, vassene in Fiandra, e di Argentina corteggiana innamoratosi, della propria moglie più non si ricorda: ma la moglie, per incantesmi in Fiandra condotta, gravida del marito a Firenze ritorna.
Favola seconda
Malgherita Spolatina s’innamora di Teodoro Calogero, e nuotando se ne va a trovarlo; e scoperta da’ fratelli e ingannata dall’acceso lume, miseramente in mare s’annega.
Favola terza
Cimarosto buffone va a Roma, e uno suo secreto a Leone papa racconta, e fa dar delle busse a duo suoi secreti camerieri.
Favola quarta
Duo fratelli s’amano sommamente; l’uno cerca la divisione della facultà: l’altro gli consente, ma vuole che la divida. Egli la divide; l’altro non si contenta, ma vuole la metà della moglie e de’ figli: e poi s’acquetano.
Favola quinta
Tre fratelli poveri andando pel mondo divennero molto ricchi.
Favola prima
Tre forfanti s’accompagnano insieme per andar a Roma; e per strada trovano una gemma, e tra loro vengono in contenzione, di chi esser debba. Un gentil’uomo prononcia dever esser di colui che farà la più poltronesca prodezza; e la causa rimane indiscussa.
Favola seconda
Duoi fratelli soldati prendeno due sorelle per mogli; l’uno accareccia la sua, ed ella fa contra il comandamento del marito; l’altro minaccia la sua, ed ella fa quanto egli le comanda; l’uno addimanda il modo di far che gli ubidisca: l’altro gli lo insegna. Egli la minaccia, ed ella se ne ride; e alfine il marito rimane schernito.
Favola terza’
Anastasio Minuto ama una gentildonna, ed ella non ama lui. Egli la vitupera, ed ella il dice al marito; il qual per esser vecchio gli dona la vita.
Favola quarta
Bernardo, mercatante genovese, vende il vino con acqua, e per volontà divina perde la metà de’ danari.
Favola quinta
Maestro Lattanzio sarto ammaestra Dionigi suo scolare; ed egli poco impara l’arte che gl’insegna, ma ben quella ’l sarto teneva ascosa. Nasce odio tra loro, e finalmente Dionigi lo divora, e Violante figliuola del re per moglie prende.
Favola sesta
Di duo medici, de’ quali uno era di gran fama e molto ricco, ma con poca dottrina; l’altro veramente era dotto, ma molto povero.
Favola prima
Galafro, re di Spagna, per le parole d’un chiromante, che la moglie li farebbe le corna, fabrica una torre e in quella pone la moglie; la quale da Galeotto, figliuolo di Diego re di Castiglia, rimane aggabbata.
Favola seconda
Rodolino, figliuolo di Lodovico re di Ungheria, ama Violante figliuola di Domizio sarto; e morto Rodolino, Violante, da gran dolor commossa, sopra il corpo morto nella chiesa si muore.
Favola terza
Francesco Sforza, figliuolo di Lodovico Moro, duca di Melano, segue un cervo nella caccia, e da’ compagni si smarrisce; e giunto in casa di certi contadini, si consigliano di ucciderlo. Una fanciulla scopre il trattato; ed egli si salva, e i villani vivi sono squartati.
Favola quarta
Pre’ Papiro Schizza, presumendosi molto sapere, è d’ignoranza pieno; e con la sua ignoranza beffa il figliuolo d’un contadino: il quale per vendicarsi gli abbrusciò la casa e quello che dentro si trovava.
Favola quinta
I fiorentini ed i bergamaschi conducono i lor dottori ad una disputa, e i bergamaschi con una sua astuzia confondeno i fiorentini.
Favola prima
Finetta invola a madonna Veronica di messer Brocardo de’ Cavalli da Verona, una collana, perle e altre gioie; e per mezzo d’un suo amante, non avedendosi il marito, ricupera il tutto.
Favola seconda
Un asino fugge da un monaio, e capita sopra un monte; e trovato dal leone, gli addimanda chi egli è, e l’asino all’incontro addimanda al leone il nome suo. Il leone dice essere il leone, e l’asino li risponde esser brancaleone; e sfidatisi a fare alcune prove, l’asino finalmente rimane vincitore.
Favola terza
Cesarino de’ Berni con un leone, un orso e un lupo si parte dalla madre e dalle sorelle; e giunto nella Sicilia, trova la figliuola del re, che deveva esser divorata da un ferocissimo dracone, e con quelli tre animali l’uccide; e liberata da morte, vien presa da lui in moglie.
Favola quarta
Andrigetto di Valsabbia, cittadino di Corno, venendo a morte, fa testamento; e lascia l’anima sua e quella del notaio e del suo confessore al diavolo, e se ne muore dannato.
Favola quinta
Rosolino da Pavia, omicida e ladro, vien preso dalla famiglia del podestà: e messo alla tortura, nulla confessa. Indi vede l’innocente figliuolo tormentare, e senza più martorio il padre confessa. Il pretore li dona la vita, ed il bandiggia; egli si fa eremita e salva l’anima sua.
Favola prima
Soriana viene a morte, e lascia tre figliuoli: Dusolino, Tesifone e Costantino Fortunato; il quale per virtù d’una gatta acquista un potente regno.
Favola seconda
Xenofonte notaio fa testamento, e lascia a Bertuccio suo figliuolo ducati trecento; di quai cento ne spende in un corpo morto, e ducento nella redenzione di Tarquinia, figliuola di Crisippo, re di Novara; la quale infine prende per moglie.
Favola terza
Don Pomporio monaco viene accusato all’abbate del suo disordinato mangiare; ed egli con una favola mordendo l’abbate, dalla querela si salva.
Favola quarta
Un buffone con una burla inganna un gentil’uomo; egli per questo è messo in prigione, e con un’altra burla è liberata dal carcere.
Favola quinta
Frate Bigoccio s’innamora di diceria, e vestito da laico fraudolentemente la prende per moglie; e ingravidata, l’abbandona, e ritorna al monasterio. Il che presentito dal guardiano, la marita.
Favola prima
Florio, geloso della propria moglie, astutamente vien ingannato da lei; e risanato da tanta infermità, lietamente con la moglie vive.
Favola seconda
Un pazzo, il quale aveva copia d’una leggiadra e bellissima donna, finalmente riportò premio dal marito di lei.
Favola terza
Federico da Pozzuolo, che intendeva il linguaggio degli animali, astretto dalla moglie dirle un secreto, quella stranamente batte.
Favola quarta
D’alcuni figliuoli che non volsero essequire il testamento del padre loro.
Favola quinta
Sisto, sommo pontefice, con una parola solamente fece ricco un suo arlievo nominato Gerolamo.
Favola prima
Maestro Gasparino medico con la sua virtù sanava i pazzi.
Favola seconda
Diego spagnuolo compra gran quantità di galline da uno villano, e dovendo far il pagamento, aggabba e il villano e un frate carmelitano.
Favola terza
Un tedesco ed un spagnuolo mangiavano insieme; nacque tra’ servi contenzione qual fosse più liberale, e finalmente si conclude il tedesco essere più magnifico del spagnuolo.
Favola quarta
Fortunio servo, volendo ammazzare una mosca, uccide il suo patrone, e dall’omicidio con una piacevolezza fu liberato.
Favola quinta
Vilio Brigantello ammazza un ladro, il quale era posto nelle insidie per ammazzar lui.
Favola sesta
Lucietta, madre di Lucilio figliuolo disutile e da poco, il manda per ritrovar il buon di ; ed egli il trova, e con la quarta parte di un tesoro a casa ritorna.
Favola settima
Giorgio servo fa capitoli con Pandolfo suo patrone del suo servire e alfine convince il patrone in giudicio.
Favola ottava
Gasparo contadino, fabricata una chiesiola, la intitola santo Onorato, e vi presenta il rettore, il qual col diacono va a visitare il villano. Ed il diacono inconsideratamente fa una burla.
Favola nona
Filomena giovanetta, posta nel monasterio, gravemente s’inferma; e visitata da molti medici, finalmente ermafrodita vien ritrovata.
Favola decima
Cesare napolitano, lungamente stato in studio a Bologna, prende il grado del dottorato; e venuto a casa, infilsa le sentenze per saper meglio giudicare.
Favola undecima
Un povero fratuncello si parte da Cotogna per andare a Ferrara, e sopragiunto dalla notte, se nasconde in una casa, dove gli sopravenne un timoroso caso.
Favola duodecima
Guglielmo re di Bertagna, aggravato d’una infermità, fa venir tutti i medici per riaver la salute e conservarsi sano. Maestro Gotfreddo medico, e povero, li da tre documenti, e con quelli si regge, e sano rimane.
Favola decimaterza
Pietro Rizzato, uomo prodigo, impoverisce; e trovato un tesoro, diventa avaro.
Varianti
Nota
[1] La beffa consiste in ciò che, all’improvviso rincasar del marito, frate Tiberio si atteggia sopra un armadio in forma di crocifisso, sperando cosí di restare inosservato. Frattanto essendo sopraggiunte alcune monache per vedere appunto un crocifisso che maestro Chechino stava lavorando per loro, egli mostra il corpo del frate; e poiché esse si lagnano d’una cotal sua soverchia prominenza, il maestro s’appresta a tagliarla co’ suoi ferri: ma frate Tiberio non gliene lascia il tempo, che, saltato giù dall’armadio, cosí nudo com’era, se ne fugge a rompicollo mentre le monache gridono al miracolo.
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© 1996 - Tutti i diritti sono riservati Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi Ultimo aggiornamento: 16 agosto 2010 |