G. F. Straparola da Caravaggio

Le piacevoli notti

edizione Laterza

Edizione di riferimento:

Giovan Francesco Straparola, Le piacevoli notti, a cura Giuseppe Rua, Gius. Laterza & Figli Tipografi-Editori-Librai, Bari, 1927 Gennaio MCMXXVII - 70832

 

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LIBRO PRIMO

Orfeo dalla Carta alle piacevoli ed amorose donne, salute.

Meco pensando, amorevoli donne, quanti e quali siano stati quelli celesti e sollevati spiriti, i quali cosí ne gli antichi come ne’ moderni tempi hanno descritte varie favole, delle quali voi, leggendole, ne prendete non picciolo diletto, io com prendo, e voi parimente lo potete comprendere, che da altra causa non sono mossi a scrivere, se non a consolazione vostra e per compiacere a voi. Essendo adunque cosí sí come io giudico, anzi certissimo tengo, voi come piacevoli ed amorose non arrete a sdegno se io, vostro buon servo, a nome vostro darò in luce le favole e gli enimmi dell’ingenioso messer Gioanfrancesco Straparola da Caravaggio, non men elegante che dottamente descritti. E quantunque la loro materia non porgesse a vostre orecchie quel piacere e diletto che nelle altre solete trovare, non però per questo le sprezzarete ponendole da canto e dandole totalmente ripulsa, ma con allegro viso l’abbracciarete, sí come le altre solete abbracciare. Perciò che se voi leggendole considerarete la diversità de’ casi e le astuzie che in quelle si contengono, almeno vi saranno di ammaestramento non picciolo. Appresso di ciò voi non risguardarete il basso e rimesso stile dello autore, perciò che egli le scrisse, non come egli volse, ma come udí da quelle donne che le raccontarono, nulla aggiongendole o sottraendole. E se in cosa alcuna egli fusse stato manchevole, non accusarete lui, che ha fatto ciò che puote e seppe, ma me che contra il voler suo le diedi in luce. Accettate adunque con lieto viso il picciolo dono del vostro servo, il quale se intenderà esservi, come egli spera, grato, si sforzerà per lo innanzi di donarvi cose che vi saranno di maggior piacere e contento. State felici, memori di me. Da Vinegia alli ij di Gennaio M.D.L.

Comincia il libro delle favole ed enimmi

 di messer

Giovanfrancesco Straparola da Caravaggio,

INTITOLATO

Le piacevoli notti.

 PROEMIO

In Melano, antica e principal città di Lombardia, copiosa di leggiadre donne, ornata di superbi palagi e abbondevole di tutte quelle cose che ad una gloriosa città si convengono, abitava Ottaviano Maria Sforza, eletto vescovo di Lodi, al quale per debito di eredità, morto Francesco Sforza duca di Melano, l’imperio del stato ragionevolmente apparteneva. Ma per lo ravoglimento de’ malvagi tempi, per gli acerbi odi, per le sanguinolenti battaglie e per lo continovo mutamento de’ stati, indi si partí, ed a Lodi con la figliuola Lucrezia, moglie di Giovan Francesco Gonzaga, cugino di Federico marchese di Mantova, nascosamente se n’andò, ivi per alcun tempo dimorando. Il che avendo presentito li suoi, non senza suo grave danno il perseguitorono. Il miserello, vedendo la persecuzione de’ parenti suoi ed il mal animo contra lui e la figliuola che dinanzi era rimasa vedova, prese quelle poche gioie e denari ohe egli si trovava avere, ed a Vinegia con la figliuola se n’andò: dove trovato il Ferier Beltramo, uomo di alto legnaggio, di natura benigno, amorevole e gentile, fu da lui in sieme con la figliuola nella propia casa con strette accoglienze onorevolmente ricevuto. E perché la troppa e lunga dimoranza nell’altrui case il più delle volte genera rincrescimento, egli con maturo discorso indi partire si volse, ed altrove trovare propio alloggiamento. Laonde ascese un giorno con la figliuola una navicella, ed a Morano se n’andò. Ed adocchiatovi un palagio di maravigliosa bellezza che allora vuoto si trovava, in quello entrò; e considerato il dilettevole sito, la spaziosa corte, la superba loggia, l’ameno giardino pieno di ridenti fiori e copioso di vari frutti ed abbondevole di verdeggianti erbette, quello sommamente comendò. Ed asceso sopra le marmoree scale, vidde la magnifica sala, le morbide camere ed un verone sopra l’acqua, che tutto il luogo signoreggiava. La figliuola, del vago e piacevole sito invaghita, con dolci ed umane parole tanto il padre pregò, che egli a compiacimento di lei il palagio prese a pigione. Di che ella ne sentí grandissima allegrezza, perciò che mattino e sera se ne andava sopra il verone mirando li squaminosi pesci che nelle chiare e marittime acque in frotta a più schiere nuotavano, e vedendogli guizzare or quinci or quindi sommo diletto n’apprendeva. E perché ella era abbandonata da quelle damigelle che prima la corteggiavano, ne scelse dieci altre non men graziose che belle, le cui virtù e leggiadri gesti sarebbe lungo raccontare. De’ quai la prima fu Lodovica, i cui begli occhi, risplendenti come lucide stelle, a tutti che la guardavano ammirazione non picciola porgevano. L’altra fu Vicenza, di costumi lodevoli, bella di forma e di maniere accorta, il cui vago e delicato viso dava grandissimo refrigerio a chiunque la mirava. La terza fu Lionora, la quale, avenga che per la sua natural bellezza alquanto altera paresse, era però tanto graziosa e cortese, quanto mai alcun’altra donna trovar si potesse. La quarta fu Alteria dalle bionde trecce, la quale con fede e donnesca pietà di continovo alli servigi della signora dimorava. La quinta fu Lauretta, vaga di aspetto ma sdignosetta alquanto, il cui caro ed amoroso sguardo incatenava ciascuno che fiso la mirava. La sesta fu Eritrea, la quale, quantunque picciola fusse, non però si teneva alle altre di bellezza e di grazia inferiore, per ciò che in lei erano duo occhi scintillanti e lucidi più che ’l sole, la bocca piccola e ’l petto poco rilevato, né cosa alcuna in lei si trovava che di somma laude degna non fusse. La settima fu Cateruzza, per cognome Brunetta chiamata; la quale tutta leggiadra, tutta amorosa, con le dolci ed affettuose sue parole non pur gli uomini nelle amorose panie invescava, ma il sommo Giove avrebbe potuto far giù discendere da l’alto cielo. L’ottava fu Arianna, giovane di età, di faccia venerabile, di aspetto grave e di eloquenza ornata; le cui divine virtù, accompagnate da infinite lodi, come stelle in cielo sparte rilucono. La nona fu Isabella, molto ingeniosa, la quale con le sue argute e vive proposte tutti i circostanti ammirativi rendeva. L’ultima fu Fiordiana, prudente e d’alti pensieri adornata, le cui egregie e virtuose opere avanzavano tutte quelle ch’in ogn’altra donna si vedessero giammai. Queste adunque dieci vaghe damigelle tutte insieme, e ciascheduna da per sé, servivano alla generosa Lucrezia sua signora. La quale insieme con esso loro elesse due altre matrone di venerando aspetto, di sangue nobile, di età matura e pregiate molto, acciò che con suoi savi consigli l’una alla destra, l’altra alla sinistra sempre le fusse. L’una delle quai era la signora Chiara, moglie di Girolamo Guidiccione, gentiluomo ferrarese; l’altra la signora Veronica, fu già consorte di Santo Orbat, antico e nobile di Crema. A questa dolce ed onesta compagnia concorsero molti nobili e dottissimi uomini, tra’ quai il Casal bolognese, vescovo e del re d’Inghilterra ambasciatore, il dotto Pietro Bembo. cavaliere del gran maestro di Rodi, e Vangelista de’ Cittadini melanese, uomo di gran maneggio, il primo luoco appresso la signora tenevano. Dopo costoro vi erano Bernardo Cappello, fra gli altri gran versificatore, l’amoroso Antonio Bembo, il domestico Benedetto Trivigiano, il faceto Antonio Molino detto Burchiella, il cerimonioso Ferier Beltramo e molti altri gentiluomini, i cui nomi ad uno ad uno raccontare sarebbe noioso.

Questi adunque tutti, overo la maggior parte di loro, quasi ogni sera a casa della signora Lucrezia si riducevano; ed ivi ora con amorose danze, ora con piacevoli ragionamenti ed ora con suoni e canti la intertenevano; e cosí quando in un modo e quando in un altro il volubile e fugace tempo passavano. Di che la gentil signora con le savie damigelle sommo diletto n’apprendeva. Furono ancora tra loro sovente proposti alcuni problemi, de’ quai la signora era sola difinitrice. E per ciò che oramai s’approssimavano i giorni ultimi di carnesale dedicati alle piacevolezze, la signora a tutti comandò che sotto pena della disgrazia sua a concistorio la seguente sera ritornassero, acciò che divisar potessero il modo e l’ordine che avessero tra loro a tenere.

Venute le tenebre della seguente notte, tutti secondo il comandamento a loro fatto vi vennero; e messisi tutti a sedere secondo i gradi loro, la signora cosí a dire incominciò: — Gentiluomini miei onorati molto, e voi piacevoli donne, noi siamo qui raunati secondo l’usato modo, per mettere regola a’ dolci e dilettevoli intertenimenti nostri, acciò che questo carnesale, di cui oggimai pochi giorni ci restano, possiamo prendere alcun piacevole trastullo. Ciascuno adunque di voi proponerà quello che più gli aggrada, e ciò che alla maggior parte parerà sie deliberato. — Le donne parimente e gli uomini ad una voce risposero che era convenevole che ella determinasse il tutto. La signora, vedendo esserle tal carico imposto, rivoltasi verso la grata compagnia, disse: — Da poi che cosí vi piace, che io di contentamento vostro ditermini l’ordine che si ha a tenere, io per me vorrei che ogni sera, infino a tanto che durerà il carnesale, si danzasse: indi che cinque damigelle una canzonetta a suo bel grado cantassero; e ciascheduna de’ cinque damigelle a cui verrà la sorte, debba una qualche favola raccontare, ponendole nel fine uno enimma da essere tra tutti noi sottilissimamente risolto. Ed ispediti tai ragionamenti, ciascuno di voi se n’anderà alle loro case a posare. Ma se in questo il mio parere non vi piacesse (che disposta io sono il voler vostro seguire), ciascuno di voi dirà quello che più gli aggrada. — Questo proponimento fu da tutti comendato molto. Laonde fattosi portare un vasetto d’oro, e postivi dentro di cinque donne i nomi, il primo che uscí del vaso, fu quello della vaga Lauretta; la quale per vergogna tutta arrossita divenne come mattutina rosa. Indi, seguendo l’incominciato ordine, il secondo che uscí fuori fu di Alteria il nome, il terzo di Cateruzza, il quarto di Eritrea, il quinto di Arianna. Appresso questo comandò che gli stromenti venissero; e fattasi recare una ghirlandetta di verde alloro, in segno di maggioranza in capo di Lauretta la puose, comandandole che nella seguente sera al dolce favoleggiare desse principio. Dopo volse che Antonio Bembo con gli altri insieme facesse una danza. Egli, presto a’ comandamenti della signora, prese per mano Fiordiana, di cui era alquanto invaghito; e gli altri parimenti fecero il somigliante. Finita la danza, con tardi passi e con gli amorosi ragionamenti i giovani con le damigelle si ridussero in una camera, dove erano apparecchiati confetti e vini preziosi. E le donne e gli uomini, rallegratisi alquanto, al motteggiare si diedero; e finito il dilettevole motteggiare, presero licenza dalla generosa signora, e tutti con sua buona grazia si partirono.

Venuta la seguente sera, e tutti raunati all’onestissimo collegio, e fatti alcuni balli nella usata maniera, la signora fece cenno alla vaga Lauretta che desse al cantare e al favoleggiare principio. Ed ella senza più aspettare che detto le fusse, levatasi in piedi e fatta la debita riverenza alla signora ed ai circostanti, ascese uno luogo alquanto rilevato, dove era la bella sedia di drappo di seta tutta guarnita; e fattesi venire le quattro compagne elette, la seguente canzonetta con angeliche voci in laude della signora tutte cinque in tal maniera cantorono:

Gli atti, donna gentil, modesti e grati,

con l’accoglienze vaghe e pellegrine,

salir vi fanno tra l’alme divine.

Vostro stato real ch’ogni altro avanza,

per cui divengo dolcemente meno,

e l’ornamento d’ogni laude pieno,

pascendomi di vostra alma sembianza,

tengon miei spirti in voi tanto avezzati,

che se voglio d’altrui formar parola,

dir mi convien di voi nel mondo sola.

 Da poi che le cinque damigelle tacendo dimostrarono la sua canzone esser venuta al glorioso fine, sonorono gli stromenti; e la vezzosa Lauretta, a cui il primo luogo di questa notte per sorte toccava, senza aspettare altro comandamento dalla signora, diede principio alla sua favola cosí dicendo:

FAVOLA I.

Salardo, figliuolo di Rainaldo Scaglia, si parte da Genova, e va a Monferrato,

dove fa contra tre comandamenti del padre lasciatili per testamento,

e condannato a morte vien liberato ed alla propia patria ritorna.

 — Di tutte le cose che l’uomo fa over intende di fare, o buone o rie che elle si siano, dovrebbe sempre il termine maturamente considerare. Laonde, dovendo noi dar cominciamento a’ nostri dolci e piacevoli ragionamenti, assai più caro mi sarebbe stato, se altra donna che io al favoleggiare avesse dato principio; perciò che a tal impresa non molto sofficiente mi trovo, perché di quella facondia che in tai ragionamenti si richiede, al tutto priva mi veggio, per non mi essere esser citata nell’arte dell’ornato e polito dire, sí come hanno fatto queste nostre graziose compagne. Ma poiché cosí piace a voi, ed emmi dato per sorte ch’ io a ragionare sia la prima, acciò che ’l mio tacere a questa nostra amorevole compagnia non cagioni disordine alcuno, con quella maniera di dire che mi sarà dal divino favore concessa, al nostro favoleggiare darò debole cominciamento, lasciando l’ampio e spazioso campo alle compagne, che dopo me verranno, di poter meglio e con più leggiadro stile sicuramente raccontare le loro favole, di ciò che da me ora udirete.

Beato, anzi beatissimo è tenuto quel figliuolo che con ogni debita riverenza è ubidiente al padre, perciò che egli adempisce il comandamento datoli dallo eterno Iddio, e lungamente vive sopra la terra, ed ogni cosa che egli fa ed opera li riuscisce in bene. Ma pe ’l contrario quello che gli è disubidiente, infelice anzi infelicissimo è riputato, perciò che a crudele e malvagio fine riusciscono le cose sue, sí come per la presente favola, che raccontarvi intendo, agevolmente potrete comprendere.

Dicovi adunque, graziose donne, che in Genova, cittá antiquissima, e forse cosí dilettevole, o più, come ne sia alcun’altra, fu, non è gran tempo, un gentiluomo, Rainaldo Scaglia per nome chiamato, uomo nel vero non meno abondevole de’ beni della fortuna che di quelli dell’animo. Egli, essendo ricco e dotto, aveva uno figliuolo nominato Salardo, il quale amando il padre oltre ogni cosa, lo ammaestrava ed accostumava, come dee fare un buono e benigno padre, né li lasciava mancare cosa che li fusse di utile, onore e gloria. Avenne che Rainaldo, essendo già pervenuto alla vecchiezza, gravemente s’infermò, e vedendo esser giunto il termine della vita sua, chiamò un notaio, e fece il suo testamento, nel quale instituí Salardo suo universal erede; dopo pregollo, come buon padre, che egli volesse tenere a memoria tre precetti né mai scostarsi da quelli. De’ quai il primo fu che, per l’amor grande ch’egli alla moglie portasse, secreto alcuno mai non le palesasse. L’altro, che per maniera alcuna figliuolo da sé non generato non allevasse come suo figliuolo ed erede de’ suoi beni. Il terzo, che non si sottoponesse a signore che per la sua testa sola lo suo stato reggesse. Questo detto e datali la benedizione, rivolse la faccia al pariete, e per spazio di un quarto d’ora spirò.

Morto adunque Rainaldo e rimaso Salardo erede universale, vedendo che egli era giovane, ricco e di alto legnaggio, in luogo di pensare all’anima del vecchio padre ed alla moltitudine de’ maneggi che come a nuovo possessore de’ paterni beni gli occorrevano, diterminò di prendere moglie, e trovarla tale e di sí fatto padre, che egli di lei ne rimanesse contento. Né passò l’anno della morte del padre, che Salardo si maritò, e tolse per moglie Teodora, figliuola di messer Odescalco Doria, gentiluomo genovese e de’ primi della cittá. E perciò che ella era bella ed accostumata, ancor che sdegnosetta fusse, era tanto amata da Salardo suo marito, che egli non pur la notte, ma anche il giorno non si scostava da lei. Essendo amenduo più anni dimorati insieme, né potendo per aventura aver figliuoli, parve a Salardo, contro agli ultimi paterni aricordi, di consenso della moglie, adottarne uno ed allevarlo come suo legittimo e natural figliuolo, ed al fine lasciarlo erede del tutto. E sí come nell’animo suo aveva proposto, cosí senza indugio eseguí, e prese per adottivo figliuolo un fanciullo di una povera vedova, Postumio chiamato, il quale da loro fu più vezzosamente che non se li conveniva, nodrito ed allevato.

Passato certo tempo, parve a Salardo di partirsi di Genova ed andar ad abitare altrove; non già che la città non fusse bella ed onorevole, ma mosso da un certo non so che appetito, che ’l più delle volte trae coloro che senza governo di alcuno superiore vivono. Presa adunque grandissima quantità di danari e di gioie e messe in assetto tutte le cavalcature e carriaggi, con Teodora, sua diletta moglie, e con Postumio, suo adottivo figliuolo, da Genova si partí, ed aviatosi verso Piamonte, a Monferrato se n’andò. Dove assettatosi adagiamente, cominciò prendere amicizia con questo e con quello cittadino, andando con esso loro alla caccia e prendendo molti altri piaceri de’ quai egli molto si dilettava. E tanta era la magnificenza sua verso ciascuno, che non pur amato, ma anche onorato era sommamente da tutti.

Già era pervenuta alli orecchi del marchese la gran liberalità di Salardo, e vedendolo giovane, ricco, nobile, savio ed atto ad ogni impresa, li prese tanto amore, che non sapeva stare un giorno che egli non lo avesse con esso lui. E tanto era Salardo col marchese in amistà congiunto, che a chiunque voleva dal signore grazia alcuna, era bisogno che egli andasse per le sue mani, altrimenti la grazia non conseguiva. Laonde, vedendosi Salardo dal marchese in tanta altezza posto, se ingegnava con ogni studio ed arte di compiacerli di tutte quelle cose che giudicava potessero esserli grate. Il marchese, che parimente era giovane, molto di andare a sparviere si dilettava, ed aveva nella sua corte molti uccelli, bracchi ed altri animali, sí come ad uno illustre signore si conviene; né mai pur una sol volta sarebbe andato alla caccia o ad uccellare, se Salardo seco stato non fusse.

Avenne che, ritrovandosi Salardo un giorno nella sua camera solo, cominciò tra sé stesso pensare al grande onore che li faceva il marchese; dopo si riduceva a mente le maniere accorte, i graziosi gesti, gli onesti costumi di Postumio, suo figliuolo, e come egli gli era ubidiente. E cosí stando in questi pensieri, diceva: — Deh quanto il padre mio se ingannava! certo io dubito che egli teneva del scemo, come il più degli insensati vecchi fanno. Io non so qual frenesia, anzi sciocchezza lo inducesse a comandarmi espressamente di non dover allevare figliuolo da me non generato, né sottopormi alla testa d’un signore che solo signoreggiasse. Io ora vedo gli suoi precetti esser molto dalla verità lontani; perciò che Postumio è mio figliuolo adottivo né mai lo generai, ed egli è pur buono, savio, gentile, accostumato ed a me molto ubidiente. E chi mi potrebbe più dolcemente carezzare ed onorare di ciò che fa il marchese? Egli è pur testa sola, né ha superiore; nondimeno, tanto è l’amore che egli mi porta, e tanto mi onora, che basterebbe io li fussi superiore e che egli temesse me. Di che tanto mi maraviglio, che io non so che mi dire. Sono certamente alcuni vecchi insensati, i quali non ricordandosi di quello che hanno fatto nella loro gioventù, vogliono dar leggi ed ordini ai loro figliuoli, imponendoli carichi che elli col dito non toccherebbeno. E ciò fanno non per amore che li portino, ma mossi da una simplicità, acciò che lungamente stiano in qualche travaglio. Ora io di due delle gravezze impostemi da mio padre sono oltre la speranza riuscito a lieto fine, e presto voglio fare della terza larga isperienza; e tengo certo che la cara e dolce mia consorte mi confermerà molto più nel suo cordiale e ben fondato amore. Ed ella, che io amo più che la luce degli occhi miei, ampiamente scoprirà quanta e qual sia la simplicità, anzi pazzia, della misera vecchiaia, la quale allora molto più si gode, quando empie il suo testamento di biasmevoli condizioni. Conosco ben ora che ’l padre quando testava era di memoria privo e come vecchio insensato e fuori di sé faceva gli atti da fanciullo. In chi potrei io più sicuramente fidarmi che nella propia moglie? La quale, avendo abbandonato il padre, la madre, i fratelli, le sorelle e la propia casa, si è fatta meco una istessa anima ed uno istesso cuore. Laonde rendomi sicuro che io le posso aprire il mio secreto, quantunque quello importantissimo sia. Farò adunque isperienza della sua fede, non già per me, che io sono certo mi ami più di sé medesima, ma solo tentarolla ad esempio de’ semplici giovani, i quali scioccamente credono essere peccato irremissibile il contrafare a’ pazzi ricordi de’ vecchi padri, i quali, a guisa di uomo che sogna, entrano in mille frenesie e continovo vacillano. —

Deleggiando adunque Salardo tra sé stesso in tal maniera i saggi e ben regolati comandamenti paterni, deliberossi di contravenire al terzo. Onde uscito di camera e sceso giù delle scale, senza mettervi indugio alcuno, se ne andò al palagio del Marchese, ed appressatosi ad una stanga dove erano molti falconi, ne prese uno che era il migliore ed al marchese più caro, e senza che egli fusse da alcuno veduto, via lo portò; e chetamente andatosene a casa di uno suo amico, nominato Fransoe, glielo appresentò, pregandolo, per lo amore grande che era tra loro, custodire lo dovesse fino a tanto che egli intendesse il voler suo; e ritornatosene a casa, prese uno de’ suoi, e secretamente, senza che alcuno lo vedesse, lo uccise, e portollo alla moglie, cosí dicendole: —Teodora, moglie mia diletta, io, come tu puoi ben sapere, non posso con questo nostro marchese aver mai pur un’ora di riposo, perciò che egli ora cacciando, ora uccellando, ora armeggiando ed ora facendo altre cose, mi tiene in si continovo essercizio, che io non so alle volte se io sia morto o vivo. Ma per rimuoverlo dallo andare tutto il dí alla caccia, io gli ho fatto una beffa, che egli si vedrà poco contento, e forse egli per alquanti giorni riposerà, lasciandone ancor noi altri posare. — A cui disse la moglie: —E che gli avete fatto voi? — A cui rispose Sa lardo: — Io gli ho ucciso lo miglior falcone e lo più caro che egli abbia, e penso, quando egli non lo trovi, quasi da rabbia non moia. — Ed apertisi li drappi dinanzi, cavò fuori il falcone ucciso e diello alla moglie, imponendole che lo facesse cucinare, che a cena per amor del marchese lo mangerebbe. La moglie, udendo le parole del marito e vedendo il falcone ucciso, molto si ramaricò, e voltatasi contra lui, lo cominciò rimproverare, caricandolo fortemente dello errore commesso. — Io non so come voi avete mai potuto commettere sí grave eccesso, oltraggiando lo signor marchese, che tanto cordialmente vi ama. Egli vi compiace di tutto ciò che voi addimandiate, ed appresso questo voi tenete il primo luoco appo la persona sua. Ohimè, Salardo mio, voi vi avete tirata una gran roina addosso! Se per aventura lo signor venisse a saperlo, che sarebbe di voi? Certo voi incorrereste in pericolo di morte. — Disse Salardo: — E come vuoi tu che egli lo intenda? Niuno sa questo se non tu ed io. Ma ben ti prego per quello amore che m’hai portato e porti, che questo secreto appalesar non vogli; perciò che manifestandolo ne saresti e della tua e della mia total roina cagione. A cui la moglie rispose: — Non dubitate punto, che io più tosto soffrirei di morire, che mai tal secreto rivelare. — Cotto adunque e ben concio il falcone, Salardo e Teodora si puosero a sedere a mensa, e non volendo ella mangiare del falcone, né attendere alle parole del marito che a mangiare dolcemente la esortava, Salardo alzò la mano e sopra ’l viso le diede sí fatta guanzata, che le fece la guanza destra tutta vermiglia. Il perché ella si mise a piangere e dolersi che egli battuta l’aveva, e levatasi da mensa, tuttavia barbottando, lo minacciò che di tal atto in vita sua si ricorderebbe, ed a tempo e luoco si vendicarebbe. E venuta la mattina, molto per tempo si levò di letto, e senza porre indugio alla cosa, andossene al marchese, e puntalmente li raccontò la morte del falcone. Il che intendendo, il marchese si accese di tanto sdegno ed ira, che lo fece prendere, e senza udir ragione e difesa alcuna, comandò che in quello instante fusse impiccato per la gola e che tutti gli suoi beni fussero divisi in tre parti, de’ quai l’una data fusse alla moglie che accusato lo aveva, l’altra al figliuolo e la terza fusse assignata a colui che lo impiccasse. Postumio, che era ben formato della persona ed aitante della vita, intesa la sentenza fatta contro il lui padre e la divisione de’ beni, con molta prestezza corse alla madre, e dissele: — O madre, non sarebbe meglio che io sospendessi il padre mio e che io guadagnassi il terzo de’ suoi beni, che alcun’altra strana persona? — A cui rispose la madre:— Veramente, figliuolo mio, tu hai ben discorso; perciò che, facendolo, la facultá di tuo padre rimarrà integralmente a noi. — E senza mettergli intervallo di tempo, il figliuolo se ne andò al marchese e chieseli grazia di sospendere il padre, acciò che della terza parte de’ suoi beni, come carnefice, successore rimanesse. La dimanda a Postumio dal marchese fu graziosamente concessa.

Aveva Salardo pregato Fransoe, suo fedel amico, a cui aperto aveva lo suo secreto, che, quando la famiglia del marchese lo conducesse per darli la morte, che egli fusse presto ad andare al marchese, pregandolo Salardo li fusse menato dinanzi, e, prima che fusse giustiziato, benignamente lo ascoltasse. Ed egli, sí come imposto li fu, cosí fece. Dimorando l’infelice Salardo co’ ceppi a’ piedi nella dura prigione, ed aspettando di ora in ora di esser condotto al patibolo della ignominiosa morte, tra sé duramente piangendo a dire incominciò: — Ora conosco e chiaramente comprendo il mio vecchio padre con la sua lunga isperienza aver provisto alla salute mia. Egli prudente e savio mi diede il consiglio, ed io ribaldo e insensato lo sprezzai. Egli per salvarmi mi comandò che io fuggessi questi miei domestici nemici; ed io, acciò mi uccidessino e poi di mia morte ne godessino, me li sono dato in preda. Egli, conoscendo la natura de’ prencipi che in un’ora amano e disamano, essaltano ed abbassano, mi confortò stare da quelli lontano; ed io, per perdere la robba, l’onore e la vita, incautamente li ricercai. Oh Dio volesse che io mai ispermentata non avessi l’infida mia moglie! O Salardo, quanto meglio ti sarebbe se sequitato avesti la paterna traccia, lasciando a’ lusinghieri ed agli adulatori il corteggiare i prencipi e signori! Ora io veggio a che condotto mi ha il troppo fidarmi di me stesso, di mia moglie e del scelerato figliuolo, e sopra tutto il troppo credere all’ingrato marchese. Ora sono chiaro quanto egli mi amasse. E che peggio potevami egli fare? Certamente nulla; perciò che e nella robba e nell’onore e nella vita ad un tratto mi offende. Oh quanto presto l’amor suo è in crudo ed acerbo odio rivolto! Ben vedo ora il proverbio, che volgarmente si dice, esser verificato: cioè il signore esser simile al vino del fiasco, il quale la mattina è buono, e poi la sera guasto. O misero Salardo, a che sei venuto? dov’è ora la tua nobiltà? dove sono i cari parenti tuoi? dove sono le ampie ricchezze? dov’è ora la tua lealtà, integrità ed amorevolezza? O padre mio, io credo che tu, riguardando, cosí morto come sei, nel chiaro specchio dell’eterna bontà, mi vedi qua condotto per esser sospeso non per altra cagione se no per non aver creduto né ubidito a’ tuoi savi ed amorevoli precetti; e credo che con quella tenerezza di cuore, che già mi amasti, ancora adesso mi ami, e preghi il sommo Iddio che l’abbi compassione de’ sciocchi miei giovenili errori; ed io, come ingrato tuo figliuolo e disubidiente a’ comandamenti tuoi, pregoti mi perdoni. —

Mentre che in tal modo tra sé stesso Salardo sé medesimo riprendeva, Postumio, suo figliuolo, come ben ammaestrato carnefice, se ne andò con la sbirraglia alla prigione; e arrogantemente appresentatosi innanzi al padre, disse tai parole: — Padre mio, poi che per sentenza del signor marchese voi senza dubbio dovete esser sospeso, e dovendosi dar la terza parte de’ vostri beni a colui che farà l’ufficio de impiccarvi, e conoscendo lo amore che voi mi portate, io so che voi non arrete a sdegno se io farò cotal ufficio; perciò che, facendolo, i beni vostri non anderanno nelle altrui mani, ma ci resteranno in casa come prima: e di ciò voi ne rimarrete contento. — Salardo, che attentamente ascoltate aveva le parole del figliuolo, rispose: — Iddio ti benedica, figliuolo mio; tu hai pensato ciò che molto mi piace, e se prima moriva scontento, ora, intese le tue parole, me ne morrò contento. Fa adunque, figliuol mio, l’ufficio tuo, e non tardare. — Postumio prima li dimandò perdono e basciollo in bocca; dopo, preso il capestro, glielo pose al collo, essortandolo e confortandolo che pazientemente sopportasse tal morte. Salardo, vedendo il mutamento delle cose, attonito e stupefatto rimase; e uscito della prigione con le mani dietro legate e col capestro ravolto al collo, accompagnato dal carnefice e dalla sbirraglia, si aviò con frettoloso passo verso il luoco della giustizia; e giuntovi, rivolse le spalle alla scala che era appoggiata alla forca, ed in tal modo di scaglione in scaglione quella ascese. E con intrepido e costante animo pervenuto al deputato termine della scala, guardò d’intorno al popolo, e raccontógli a pieno la causa per la quale egli era condotto alla forca: dopo con dolci ed amorevoli parole d’ogni oltraggio umilmente dimandò perdono, essortando i figliuoli ad esser ubidienti ai loro vecchi padri. Udita che ebbe il popolo la causa della condannazione di Salardo, non vi fu veruno che dirottamente non piangesse la sciagura del sventurato giovane, e che non desiderasse la sua liberazione.

Mentre che le sopradette cose si facevano, Fransoe se ne era andato al palagio, al marchese tai parole dicendo: — Illustrissimo signor, se mai favilla di pietà fu accesa nel petto di giusto signore, rendomi certo quella raddoppiarsi in voi, se con la solita clemenza considerarete la innocenza dell’amico, all’estremo di morte già condotto per errore non conosciuto. Qual causa, signor mio, vi indusse a sentenziare a morte Salardo che tanto cordialmente voi amavate? Egli non vi ha mai offeso, né pur pensato di offendervi. Ma se voi, benignissimo signore, commetterete il fedelissimo amico vostro esser qui alla presenza vostra condotto innanzi che egli moia, farovvi apertamente conoscere la innocenza sua. — Il marchese con gli occhi per ira affocati, senza altra risposta all’amico Fransoe rendere, volevalo al tutto da sé scacciare; quando egli, gittatosi a terra ed abbracciateli le ginocchia, tuttavia piangendo, cominciò gridare: — Mercé, signor giusto, mercé, signor benigno! non moia, pregoti, per tua cagione lo innocente Salardo. Cessi la perturbazione tua, ed io manifesterotti l’ innocenza sua. Cessa per un’ora, signore, per amore della conservata sempre da’ tuoi vecchi e da te giustizia! Non sia detto di te, signore, che si strabocchevolmente senza causa facci morire i tuoi amici. — Il marchese, tutto sdegnoso contra Fransoe, disse: — Vedo che tu attendi d’esser compagno di Salardo; e se poco più accendi il fuoco di mia ira, a mano a mano te li metterò appresso. — Disse Fransoe: —Signore, io sono contento che la lunga mia servitù abbia questo ricompenso che tu faccia impiccarmi insieme con Salardo, se non lo trovi innocente. — Il marchese, considerata la grandezza dell’amico Fransoe, fra sé stesso pensò che senza certezza della innocenza sua egli non si obligarebbe ad essere suspeso con Salardo, e perciò disse che era contento che si soprastesse per un’ora, e non provando Fransoe lui esser innocente, s’apparecchiasse a ricevere la morte con esso lui. E fattosi chiamare uno servente, gli ordinò che egli andasse al luoco della giustizia imponendo per nome suo a’ ministri che più oltre non precedessero, e che Salardo, cosí legato e col capestro al collo, dal carnefice accompagnato, alla presenza sua fusse condotto.

Giunto Salardo alla presenza del marchese e veggendolo ancora nella faccia infiammato, fermò il suo altiero animo; e con asciutto viso ed aperto né da parte alcuna turbato, cosí li disse: — Signor mio, la servitù mia verso te e l’amore che io ti porto, non avevan meritato l’oltraggio e la vergogna che mi hai fatta condannandomi a vituperevole ed ignominiosa morte. E quantunque il sdegno preso per la mia gran follia, se follia dir si dee, voglia che tu contra tua natura in me incrudelisca, non però dovevi, senza udire la ragione, sí frettolosamente condannarmi a morte. Il falcone, per la cui pensata morte sei contra me focosamente adirato, vive ed è in quel stato che era prima; né io lo presi per ucciderlo né per oltraggiarti, ma per far più certa isperienza d’un mio celato oggetto: il quale ora ora ti sarà manifesto. — E chiamato Fransoe che ivi era presente, lo pregò che il falcone portasse e al caro e dolce suo padrone rendesse. E da principio sino alla fine li raccontò gli amorevoli comandamenti del padre e la contrafazione loro. Il marchese, udite le parole di Salardo che uscivano dalle intime parti del cuore, e veduto il suo falcone grasso e bello più che prima, quasi muto divenne. Ma poscia che alquanto in sé medesimo rivenne e considerò l’error suo in aver inavedutamente condannato lo innocente amico a morte, alciò gli occhi quasi di lagrime pregni, e guardando fiso nel volto di Salardo, cosí li disse: — Salardo, se ora tu potesti penetrare con gli occhi della parte di dentro del mio cuore, apertamente conosceresti che la fune, che ti ha fin ora tenute legate le mani, e il capestro, che ti ha circondato il collo, non hanno apportato a te tanto dolore quanto a me affanno, né tanta pena a te quanta a me doglia; né penso mai più viver lieto e contento, poi che in tal maniera ho offeso te che con tanta sincera fede mi amavi e servivi. E se possibil fusse che quello è già fatto si potesse annullare, io per me lo annullarei. Ma essendo ciò impossibile, sforzerommi con ogni mia possa di ristaurare in tal guisa la ricevuta offesa, che di me rimarrai contento. — Ciò detto, il marchese con le propie mani li trasse il capestro dal collo e le mani li sciolse, abbracciandolo con somma amorevolezza e più fiate basciandolo; e presolo con la destra mano, lo fece appresso sé sedere.

E volendo il marchese che ’l laccio fusse posto al collo di Postumio per i suoi malvagi portamenti, ed impiccato, Salardo no ’l permesse; ma fattolo venire a sé innanzi, disseli tai pa role: — Postumio, da me per Dio da fanciullo insino a cotesta età allevato, io di te sallo Iddio che non so che fare. Da l’una parte mi tira l’amore che io fin ora ti ho portato; da l’altra mi trae lo sdegno contra te per li tuoi mali gesti conceputo. L’uno vuole che come buon padre ti perdoni; l’altro mi essorta che contra te rigidamente m’incrudelisca. Che debbo dunque far io? Se io ti perdono, sarò mostrato a dito; se farò la giusta vendetta, farò contra lo divino precetto. Ma acciò che io non sii detto troppo pio né troppo crudele, torrò la via di mezzo: e da me non sarai corporalmente punito, né anche ti fia da me al tutto perdonato. Prendi adunque questo capestro che tu mi avevi avinchiato al collo, ed in ricompenso de’ miei beni, che tu desideravi avere, lo porterai teco, ricordandoti sempre di me e del tuo grave errore: stando da me sí lontano, che mai non possi più sentir nova di te. — E cosí detto, lo scacciò da sé, e mandollo in sua mal’ora; né più di lui se intese novella alcuna. Ma Teodora, alle cui orecchie era già pervenuta la nova della liberazione di Salardo, se ne fuggì; e andatasene in un monasterio di suore, dolorosamente finí la vita sua. Indi Salardo, persentita la morte di Teodora sua moglie, chiese buona licenza dal marchese, e da Monferrato si partí ed a Genova ritornò: dove lietamente lungo tempo visse, e per Dio dispensò la maggior parte de’ suoi beni, ritenendone tanti, quanti fussero bastevoli al viver suo. —

Aveva la favola da Lauretta raccontata, più volte mosse le compagne a lagrimare; ma poi che intesero Salardo esser liberato dalla forca, e Postumio vituperevolmente cacciato, e Teodora miseramente morta, si rallegrarono molto, e resero le debite grazie a Dio che da morte l’avea campato. La signora, che attentamente ascoltata aveva la pietosa favola e quasi ancora da dolcezza piangeva, disse: —Se queste altre donzelle nel narrar le loro favole si porteranno sí valorosamente come ha fatto la piacevole Lauretta, ciascheduna di noi si potrà agevolmente contentare. — E senza dir altro, né aspettar altra risposta, le comandò che ’l suo enimma proponesse, acciò che l’ordine dato nella precedente sera si osservasse. Ed ella presta a’ suoi comandamenti con lieto viso cosí disse:

Nacqui tra duo serragli incarcerata;

e di me nacque dopo un tristo figlio,

grande come sarebbe, ohimè mal nata!

un picciol grano di minuto miglio:

da cui per fame fui poi divorata,

senza riguardo alcun, senza consiglio.

O trista sorte mia dura e proterva,

di madre non poter restar pur serva!

 Non senza grandissimo diletto fu da tutti ascoltato il dotto ed arguto enimma dalla festevole Lauretta ingeniosamente raccontato, e chi in uno modo e chi in un altro lo interpretorono. Ma niuno fu che aggiungesse al segno. Laonde la vaga Lauretta, vedendolo irresolubile rimanere, sorridendo disse: — Lo enimma per me proposto, se io non erro, altro non significa se non la fava secca, la quale, essendo nata, giace chiusa tra duo serragli, cioè due scorze; dopo nasce di lei, a guisa di un granello di miglio, un vermicello, il quale sí fieramente la rode e consuma, che, di madre, serva non può rimanere. —

Ad ognuno maravigliosamente piacque la isposizione di Lauretta, e tutti ad una voce molto la comendorono. La quale, fatta la debita reverenza, al suo luoco si pose a sedere. Ed Alteria, la quale appresso Lauretta sedeva ed a cui il secondo luoco di favoleggiare toccava, desiderosa più di dire che di ascoltare, non aspettando altro comandamento dalla signora, iu tal maniera a dire incominciò:

FAVOLA II.

Cassandrino, famosissimo ladro ed amico del pretore di Perugia, li fura

il letto ed un suo cavallo leardo; indi, appresentatoli pre’ Severino

in uno saccone legato, diventa uomo da bene e di gran maneggio.

 — Sí alta, valorose donne, e resvigliata è la virtù dello intelletto umano, che non è cosa in questo mondo sí grave e sí malagevole, che, rappresentata dinanzi all’uomo, non li paia lieve e facile, e con spazio di tempo non la mandi a perfezione. Laonde tra la gente minuta communamente dir si suole che l’uomo fa ciò che egli vuole. Il qual proverbio mi dá materia di raccontarvi una favola, la quale, avenga che ridiculosa non sia, sarà però piacevole e di diletto, ammaestrandovi ad agevolmente conoscere l’astuzia di coloro che continovo involano i beni e le facultà d’altrui.

In Perugia, antica e nobile città della Romagna, celeberrima di studi ed abondantissima del vivere, dimorava, non già gran tempo fa, un giovane giotto e della vita ben disposto quanto alcuno altro fusse giamai, e da tutti era Cassandrino chiamato. Costui, sí per la sua fama sí per li suoi ladronezzi, era quasi noto a ciascuno del popolo perugino. Molti cittadini e plebei eransi andati a richiamare al pretore, facendo contra lui gravi e lunghe querele per cagione de’ beni che egli involati gli aveva. Ma egli dal pretore non fu mai castigato, quantunque da lui con minacce fusse agramente ripreso. Ed avenga che Cassandrino fusse per i ladronezzi e per le altre giottonie in fame e di perduta speranza, niente di meno egli aveva in sé una laudevole virtù, che essercitava il latrocinio non già per avarizia, ma per potere a tempo e luoco usare la liberalità e magnificenza verso coloro che gli erano benigni e favorevoli. E perciò che egli era affabile, piacevole e faceto, il pretore sí cordialmente lo amava, che non poteva star un giorno che seco non lo avesse.

Perseverando adunque Cassandrino in questa parte biasmevole e parte laudevole vita, e considerando il pretore le giuste querele che di giorno in giorno contra lui erano porte, e per lo amor grande che li portava non potendolo punire, un giorno lo chiamò a sé; e ridottolo in uno secreto camerino, lo cominciò caritativamente ammonire, essortandolo volesse lasciare cotesta malvagia vita ed accostarsi alla virtù, fuggendo i trabocchevoli pericoli ne’ quai egli per li suoi pessimi portamenti incorreva. Cassandrino, che attentamente raccolte aveva le parole del pretore, rispose: — Signor mio, io ho udite e chiaramente intese le amorevoli ammonizioni che voi per vostra urbanità fatte mi avete, e quelle conosco uscire dal vivo e chiaro fonte di quello amore che voi mi portate. Di che vi ringrazio assai. Ma ben mi doglio che certi insensati, invidiosi degli altrui beni, di continovo cercano seminar scandali e togliere con sue velenose parole l’altrui onore e fama. Meglio farebbono questi tali che ciò vi dicono, tenere la velenifera lingua tra’ denti, che improperare altrui. — Il preside, che di poca levatura aveva bisogno, diede piena fede alle parole di Cassandrino, nulla o poco delle querele contra lui date curandosi; perciò che lo amore che ’l pretore li portava, avevali sí abbarbagliati gli occhi, che più oltre non vedeva. Avenne che, trovandosi un giorno Cassandrino col pretore alla mensa e ragionando con esso lui di varie cose che erano di piacere e diletto, tra l’altre li raccontò d’un giovane che era di tanta astuzia dalla natura dotato, che non vi era cosa alcuna sí nascosa e diligentemente custodita, che ei con sue arti furtivamente non la prendesse. Il che intendendo, il pretore disse: — Questo giovane non può esser altri che tu, che sei uomo accorto, malizioso ed astuto. Ma quando ti bastasse l’animo in questa notte furarmi il letto della camera dove io dormo, ti prometto sopra la mia fé di donarti fiorini cento d’oro. — Udendo Cassandrino la proposta del pretore, assai si turbò, ed in tal maniera li rispose: — Signor, a quel che mi posso avedere, voi mi tenete un ladro; ma io non sono ladro, né anche figliuolo di ladro, perciò che io della propia industria e de’ propi sudori me ne vivo: e cosí passo la vita mia. Ma pur, se vi è in piacere di farmi per tal causa morire, io, per lo amore che vi ho sempre portato ed ora porto, farovvi questo ed ogn’altro piacere, e poi me ne morrò contento. —

Desideroso adunque Cassandrino di compiacere al pretore, senza aspettare da lui altra risposta, si partí, e tutto quel giorno freneticando se n’andò come egli potesse rubbare il letto, che egli non s’avedesse; e stando in questa frenesia, gli venne un pensiero: il qual fu questo. Era, il giorno che questa imaginazione li venne, morto in Perugia un mendico, lo quale era stato sotterrato in un avello, fuori della chiesa de’ frati predicatori.

Laonde egli la notte su ’l primo sonno andò là dove era il mendico sepolto, e leggermente lo avello aperse; e preso il corpo morto per li piedi, fuor della sepultura lo trasse: e spogliatolo nudo, lo rivestí de’ propi panni, i quali li stavano sí bene indosso, che non il mendico, ma Cassandrino chiunque lo avesse veduto, giudicato lo avrebbe. E levatoselo su le spalle, meglio ch’ei puote, verso il palagio se n’andò; e giuntovi, col mendico in spalla montò su per una scala che seco recato aveva, e su ’l tetto del palagio salí, e chetamente cominciò scoprire il coperto del palagio; e con li suoi stromenti di ferro sí fattamente perforò le travi e le tavole, che fece un gran pertugio sopra la camera dove il pretor dormiva. Il preside, che nel letto giaceva e non dormiva, sentiva chiaramente tutto quello che faceva Cassandrino; e quantunque ne sentisse danno per lo rompere del coperto, pur ne prendeva piacere e gioco, aspettando di punto in punto che egli venisse a furarli il letto di sotto. E tra sé stesso diceva: — Fa pur, Cassandrino, il peggio che tu sai,—che in questa notte il letto mio non averai. —Stando adunque il pretore con gli occhi aperti e con le orecchie attente, ed aspettando che ’l letto li fusse involato, ecco che Cassandrino mandò giù per lo pertugio il mendico morto: il quale nella camera del preside diede sí fatta botta in terra, che lo fece tutto smarrire. Onde levatosi di letto e preso il lume, vide il corpo che in terra tutto franto e pisto giaceva. E credendo veramente che ’l corpo caduto fusse Cassandrino. perciò che era vestito de’ suoi panni, fra sé stesso assai dolendosi disse: — Ohimè misero! guata, dolente me, come, per adempire un mio fanciullesco appetito, della costui morte son stato cagione. Che si dirà di me quando si saperà che egli mi sia morto in casa? Oh quanto cauti ed aveduti gli uomini esser denno! — Stando il pretore in questi lamenti, picchiò all’uscio della camera di un suo leale e fido servente; e destatolo, li raccontò il misero caso intervenuto: pregandolo facesse una fossa nel giardino e dentro il corpo ponesse, acciò che tal vituperoso fatto ad alcun tempo non venisse in luce. Mentre il pretore e lo servente diedero sepultura al corpo morto, Cassandrino, che di sopra cheto si stava ed ogni cosa vedeva, non udendo né vedendo persona alcuna nella camera, primamente si calò giù per una fune, e fatto uno viluppo del letto, con molto suo agio via lo portò. Sepolto il corpo morto, e ritornato il pretore nella camera per posare, vide che il letto li mancava. Di che tutto suspeso rimase; e se egli volse dormire, forza li fu prendere altro partito, pensando tuttavia alla sagacità ed astuzia del sottilissimo ladro.

Venuto il giorno, Cassandrino, secondo che egli soleva, se n’andò al palagio, ed appresentossi al pretore; il quale vegendolo disse: —Veramente, Cassandrino, tu sei un famosissimo ladro. Chi mai si sarebbe imaginato d’involare il letto con tant’astuzia, se non tu? — Cassandrino nulla rispondeva; ma, sí come il fatto suo non fusse, ammirativo si stava. —Tu me ne hai fatta una delle beffe, — diceva il pretore; — ma voglio che tu me ne facci un’altra, ed allora conoscerò io quanto il tuo ingegno vaglia. Se tu nella seguente notte mi rubberai il cavallo leardo che tanto mi piace e tengo caro, io ti prometto, oltre i cento fiorini che io ti promisi, dartene altri cento. — Cassandrino, udita la dimanda del pretore, fece sembiante di esser molto turbato, e duolsesi che ei avesse di lui cosí sinistra oppenione, pregandolo tuttavia che della sua roina non volesse esser cagione. Il pretore, vedendo Cassandrino rifiutare ciò che gli addimandava, si sdegnò e disseli: — Quando non farai questo, non aspettare altro da me, se non esser appiccato col capestro ad una delle morse delle mura di questa città. — Cassandrino, che vedeva la cosa esser molto pericolosa ed importare altro che fìnocchi, disse al pretore: — Io farò ogni mio forzo di contentarvi, intra venga ciò che si voglia, ancor che a tal cosa atto non mi trovi. — E presa licenza, si partí. Il pretore, che cercava isperimentare l’ingegno sottile di Cassandrino, chiamò a sé uno suo servente, e dissegli: — Va alla stalla, e metti in punto il mio cavallo leardo, e montali su, e fa che in questa notte tu non smonti giù; ma guata bene, ed abbi buona cura che ’l cavallo non ti sia tolto. — E ad un altro comandò che a guardia del palagio si stesse; e chiuse le porte sí del palagio come della stalla con fortissime chiavi, si partí.

Venuta la buia notte. Cassandrino prese li suoi stromenti; e andatosene all’uscio del palagio, trovò che ’l guardiano dolcemente dormiva. E perciò che egli ottimamente sapeva tutti i luoghi secreti del palagio, lasciollo dormire, e presa un’altra strada, entrò nella corte; e andatosene alla stalla e trovatala chiusa, tanto con i suoi ferri chetamente operò, che l’uscio aperse; e veduto il servente sopra il cavallo con la briglia in mano, alquanto si smarrì, ed appressatosi pianamente a lui, vide ch’ancor ei fieramente dormiva. Lo astuto e trincato ladro, vedendo il servo a guisa d’una marmotta profondamente dormire, trovò la più bella malizia che uomo vivente si potesse mai imaginare; imperciò che egli tolse la misura dell’altezza del cavallo, dandole però quello avantaggio che all’opera sua conveneva, e partitosi e gitosene nel giardino, prese quattro gran pali che sostenevano le viti d’un pergolato, e fattali l’acuta punta, alla stalla ritornò; e veduto il servo ancora dirottamente dormire, astutamente tagliò le redine della briglia che il servente teneva in mano; dopo tagliò il pettorale, la cingia, la groppiera ed ogn’altra cosa che pareva li fusse ad impedirlo. E fitto in terra uno palo sotto l’uno de’ cantoni della sella, quella alquanto chetamente sollevò dal cavallo e posela su ’l palo. Indi postone un altro sotto l’altro cantone, fece il somigliante; e fatto il simile negli altri duo cantoni, levò la sella tutta di netto dalla schiena del cavallo; e, tuttavia il servo sopra la sella dormendo, sopra i quattro pali in terra fitti la puose: e preso il capestro e messolo al capo del cavallo, quello via condusse. Il pretore, levatosi di letto la mattina per tempo, ed andatosene alla stalla, e credendo trovare il cavallo, trovò il servente che profondamente dormiva sopra la sella dai quattro pali sostentata. E destatolo, li disse la maggior villania che si dicesse mai ad un uomo del mondo, e, tutto sopra sé manendo, di stalla si partí.

Venuto il giorno, Cassandrino, secondo l’uso suo, se n’andò al palagio ed appresentossi al preside, con lieto viso salutandolo. A cui disse il preside: — Veramente, Cassandrino, tu porti il vanto di tutti i ladri: anzi io ti posso chiamare re e prencipe de’ ladri. Ma ora ben conoscerò io se tu sei saccente ed ingenioso. Tu conosci, se non m’enganno, pre’ Severino, rettore della chiesa di san Gallo non molto lontana dalla città; se tu me lo porterai qua in un sacco legato, promettoti sopra la mia fé, oltre li ducento fiorini d’oro che io ti promisi, dartene altrettanti; e non facendolo, pensa di morire. — Era questo pre’ Severino uomo di buona fama e di onestissima vita, ma non molto aveduto; ed attendeva solamente alla sua chiesa, e d’altro nulla o poco si curava. Vedendo Cassandrino l’animo del pretore contro lui sí mal disposto, disse tra sé medesimo; — Certo costui cerca farmi morire; ma forse il pensier suo gli anderà fallito, per ciò che io mi delibero a più potere di sodisfarlo al tutto. — Volendo adunque Cassandrino far sí che il pretore rimanesse contento, s’imaginò di far al prete una beffa: la quale, secondo che egli desiderava, gli andò ad effetto. La beffa adunque fu questa: che egli prese da un suo amico in prestanza uno camice sacerdotale lungo sino a’ piedi ed una stola bianca tutta ricamata d’oro, e portossela a casa. Dopo, presi certi cartoni grandi e sodi, fece due ali di vari colori dipinte ed un diadema che alluminava l’aria d’intorno. E sopraggiunta la sera, con le sopradette cose uscí fuori della città ed andossene a quella villa dove abitava pre’ Severino; ed ivi si nascose dietro una macchia di pungenti spine, e tanto vi stette che venne l’aurora. Laonde Cassandrino, cacciatosi in dosso il camice sacerdotale e messasi la stola al collo e lo diadema in capo e le ali alle spalle, si appiattò, e cheto stette sino a tanto che venne il prete a sonar l’Ave Maria. Appena che Cassandrino si era vestito e appiattato, che pre’ Severino col cherichetto giunse all’uscio della chiesa; ed entratovi dentro, lo lasciò aperto e andossene a far li suoi servigi. Cassandrino, che stava attento e vedeva l’uscio della chiesa aperto, mentre che il prete sonava l’Ave Maria, uscí della macchia e chetatamente entrò in chiesa; e accostatosi al cantore d’un altare e stando dritto in piedi con un saccone che con ambe le mani teneva, cominciò con umile e bassa voce cosí dire: — Chi vuol andare in gloria, entri nel sacco! chi vuol andare in gloria, entri nel sacco! — Continovando Cassandrino in tal maniera le sue parole, ecco che il cherichetto usci fuori di sacrestia; e veduto lo camice bianco come neve e lo diadema che risplendeva come il sole e le ali che parevano penne di pavone, ed udita la voce, molto si smarrí; ma rinvenuto alquanto, ritornò al prete e disseli: —Messere, non ho io veduto l’angiolo del cielo con un sacco in mano, il qual dice: Chi vuoi andar in gloria, entri nel sacco? Io vi voglio andare, messere. — Il prete, che aveva poco sale in zucca, prestò fede alle parole del cherichetto; e uscito fuori di sacrestia, vide l’angiolo parato ed udí le parole. Onde desideroso il prete di andare in gloria, e dubitando che il cherichetto non gli togliesse la volta entrando prima che lui nel sacco, finse di aversi domenticato il breviario a casa, e disse al cherichetto: —Va a casa, e guata nella camera mia, e recami il mio breviario che mi ho domenticato sul scanno. — Mentre che ’l cherichetto andò a casa, pre’ Severino riverentemente accostossi all’angelo e con grandissima umiltà nel sacco si misse. Cassandrino, trincato, malizioso e astuto, vedendo il suo disegno riuscir bene, subito chiuse il sacco e strettamente legollo; e trattosi di dosso il camice sa cerdotale e posto giù lo diadema e le ali, fece un viluppo, e messolo col sacco sopra le spalle, verso Perugia se ne andò. E fatto il chiaro giorno, entrò nella città; ed a convenevole ora appresentò il sacco al pretore, e scioltolo trasse fuori pre’ Severino. Il quale, più morto che vivo, trovandosi in presenza del pretore ed accorgendosi esser deriso, fece gran querela contro lui: altamente gridando come egli era stato assassinato ed astutamente posto nel sacco non senza suo disonor e danno, pregando Sua Altezza che dovesse far giustizia e non lasciare cotale eccesso senza grandissimo castigamento, a ciò che la sua pena sia chiaro e manifesto essempio a tutti gli altri mal fattori. Il pretore, che già aveva inteso il caso dal principio al fine, quasi dalle risa non si poteva astenere; e voltatosi verso pre’ Severino, cosí li disse: — Padrezzolo mio, state cheto e non vi sgomentate; perciò che noi non vi mancheremo di favore e di giustizia, ancor che questa cosa, sí come noi potiamo comprendere, sia stata una berta. — E tanto seppe fare e dire il pretore, che lo attasentò; e preso un sacchetto con alquanti fiorini d’oro, glielo puose in mano, e ordinò che fusse fin fuori della terra accompagnato. E voltatosi verso Cassandrino, disse: — Cassandrino, Cassandrino, maggiori sono gli effetti delli tuoi ladronezzi, che non è la fama per la terra sparsa. Però prendi i quattrocento fiorini d’oro da me a te promessi, perciò che onoratissimamente guadagnati li hai. Ma fa che nell’avenire attendi a viver più modestamente di ciò che per lo adietro hai fatto; perciò che se di te più mi verrà alle orecchie querela alcuna, io ti prometto senza remissione di farti impiccare per le canne della gola. — Cassandrino, presi li quattrocento fiorini d’oro e rese le debite grazie al pretore, si partí ; e messosi al mercatantare, divenne uomo saggio e di gran maneggio. —

FAVOLA III.

 Pre’ Scarpacifico, da tre malandrini una sol volta gabbato, tre fiate gabba

loro; e finalmente vittorioso con la sua Nina lietamente rimane.

[Cateruzza:]

— Il fine della favola da Alteria precedentemente raccontata mi dá materia di dovere raccontarne una, la quale vi fia non men piacevole che grata; ma sarà differente in uno: che in quella pre’ Severino fu da Cassandrino gabbato, ma in questa pre’ Scarpacifico più volte gabbò coloro che lui gabbare credevano, sí come nel discorso della mia favola a pieno intenderete.

Appresso Imola, città vendichevole ed a’ tempi nostri dalle parti quasi ridotta all’ultimo esterminio, trovasi una villa, chiamata Postema, nella cui chiesa ufficiava nei tempi passati un prete, nominato pre’ Scarpacifico, uomo nel vero ricco, ma oltre modo misero ed avaro. Costui per suo governo teneva una femina scaltrita ed assai sagace, Nina chiamata; ed era sí aveduta, che uomo non si trovava, che ella non ardisse di dirli ciò che bisognava. E perché ella era fedele e prudentemente governava le cose sue, la teneva molto cara. Il buon prete, mentre fu giovane, fu uno di quelli gagliardi uomini che nel territorio imolese si trovasse; ma giunto all’estrema vecchiezza, non poteva più sopportare la fatica del camminar a piedi. Laonde la buona femina più e più volte lo persuase che un cavallo comperar dovesse, acciò che nell’andar tanto a piedi la vita sua innanzi ora non terminasse.

Pre’ Scarpacifico, vinto dalle preghiere e dalle persuasioni della sua fante, se ne andò un giorno al mercato; e adocchiato un muletto che alle bisogne sue parevali convenevole, per sette fiorini d’oro lo comperò. A venne che a quel mercato erano tre buoni compagnoni, i quali più dell’altrui che del suo, sí come anche a’ moderni tempi si usa, si dilettavano vivere. E veduto che ebbero pre’ Scarpacifico avere il muletto comperato, disse uno di loro: — Compagni miei, voglio che quel muletto sia nostro. — E come? — dissero gli altri. — Voglio che noi ci andiamo alla strada dove egli ha a passare, e che l’uno stia lontano dall’altro un quarto di miglio; e ciascaduno di noi separatamente li dirà, il muletto da lui comperato esser un asino. E se noi staremo fermi in questo detto, il muletto agevolmente sarà nostro. — E partitisi di comune accordo, s’acconciorono su la strada, sí come tra loro avevano deliberato; e passando pre’ Scarpacifico, l’uno de’ masnadieri, fingendo d’altrove che dal mercato venire, li disse: — Iddio vi salvi, messere. — A cui rispose pre’ Scarpacifico: — Ben venga il mio fratello. — E di dove venete voi? — disse il masnadiero. — Dal mercato, — rispose il prete. — E che avete voi di bello com perato? — disse il compagnone. — Questo muletto, — rispose il prete. —Qual muletto? — disse il masnadiero. — Questo che ora cavalco, — rispose il prete. — Dite voi da dovero, overo burlate meco? — E perché? — disse il prete. — Perciò che non un mulo, ma un asino mi pare. — Come, asino? — disse il prete. E senza altro dire, frettolosamente seguí il suo cammino. Né appena cavalcato aveva due tratte d’arco, che se li fé’ incontro l’altro compagno, e disseli: — Buon giorno, messere; e di dove venete voi?— Dal mercato, — rispose il prete. — Vi è bel mercato? — disse il compagno. — Sí bene, — rispose il prete. — Avete fatta voi alcuna buona spesa? — disse il compagnone. — Sí,—rispose il prete; — ho comperato questo muletto che ora tu vedi. — Dite il vero? — disse il buon compagno; — avetelo voi comperato per un mulo? — Sí, — rispose il prete. — Ma, in verità, egli è un asino, — disse il buon compagno. — Come, un asino? — disse il prete; — se più alcuno me lo dice, voglio di esso farli un presente. — E seguendo il suo cammino, s’incontrò nel terzo compagno, il qual li disse: — Ben venga il mio messere; dovete per aventura venir dal mercato voi? — Si,—rispose il prete. —Ma che avete comperato voi di bello? — disse il buon compagno. — Ho fatto spesa di questo muletto che tu vedi. — Come, muletto? —disse il compagnone; —dite da dovero, over burlate voi? — Io dico da dovero e non burlo, — rispose il buon prete. — Oh povero uomo! — disse il masnadiere; — non vi avedete che egli è un asino e non muletto? Oh ghiotti, come bene gabbato vi hanno! — Il che in tendendo, pre’ Scarpacifico disse: — Ancor duo altri poco fa me l’ hanno detto, ed io non ’l credevo. — E sceso giù del muletto, disse: — Piglialo, che di lui io ti fo un presente. — Il compagno, presolo e ringraziatolo della cortesia, ai compagni se ne tornò, lasciando il prete andar alla pedana.

Pre’ Scarpacifico, giunto che fu a casa, disse alla Nina come egli aveva comperato una cavalcatura, e credendosi aver comperato un muletto, aveva comperato un asino; e perché per strada molti ciò detto gli avevano, all’ultimo n’aveva fatto un presente. Disse la Nina: — O cristianello, non vi avedete che elli vi hanno fatto una beffa? Io mi pensavo che voi foste più scaltro di quello che voi siete. Alla mia fé, che elli non mi arrebbeno ingannata. — Disse allora pre’ Scarpacifico: — Non ti affannare di questo, che, se egli me ne hanno fatto una, io gliene farò due; e non dubitare, perciò che essi, che ingannato mi hanno, non si contenteranno di questo, anzi con nuova astuzia verranno a vedere se potranno cavarmi alcuna cosa da le mani. —

Era nella villa un contadino non molto lontano dalla casa del prete, ed aveva, tra l’altre, due capre che si somigliavano sí che l’una dall’altra agevolmente conoscer non si poteva. Il prete fece di quelle due mercato, ed a contanti le comperò. E venuto il giorno seguente, ordinò alla Nina che apparecchiasse un bel desinare, perciò che voleva alcuni suoi amici venissero a mangiar con esso lui; e l’impose che ella tollesse certa carne di vitello e la lessasse, ed i polli e il lombo arrostisse. Dopo le sporse alcune spezie, ed ordinolle che li facesse un saporetto ed una torta, secondo il modo che ella era solita a fare. Poscia il prete prese una de le capre, e legolla ad un siepe nel cortile, dandole da mangiare; e l’altra legolla con un capestro, e con esso lei al mercato se n’andò. Né fu sí tosto giunto al mercato, che i tre compagni dell’asino l’ebbero veduto; e accostatisi a lui, dissero: — Ben venga il nostro messere! E che andate voi facendo? volete voi comperare alcuna cosa di bello? — A cui rispose il messere: — Io me ne sono venuto costí per ispendere, perciò che alcuni miei amici verranno a desinare oggi meco; e quando vi fusse a grado di venire ancora voi, mi fareste piacere. — I buoni compagni molto volentieri accettorno lo invito. Pre’ Scarpacifico, fatta la spesa che bisognava, mise tutte quelle robbe comperate sopra il dorso della capra, ed in presenza de’ tre compagni disse alla capra: —Va a casa, e di’ alla Mina che lessi questo vitello, e il lombo e i polli arrostisca; e dille che con queste spezie la faccia una buona torta ed alcuno saporetto secondo l’usanza nostra. Hai tu ben inteso? or vattene in pace. — La capra, carica di quelle robbe e lasciata in libertà, si partí; ma ne le cui mani capitasse, non si sa. Ma il prete ed i tre compagni ed alcuni altri suoi amici intorniorono il mercato, e parendoli l’ora, se n’andarono a casa del prete; ed entrati nella corte, subito i compagni balcorono la capra legata al siepe che l’erbe pasciute ruminava, e credettero che essa fusse quella che ’l prete con le robbe aveva mandata a casa; e molto si maravigliorono. Ed entrati tutti insieme in casa, disse pre’ Scarpacifico alla Nina: — Nina, hai tu fatto quello che io ti ho mandato a dire per la capra? — Ed ella, accorta ed intendendo quello voleva dire il prete, rispose: — Messere sí; io ho arrostito il lombo ed i polli, e lessata la carne di vitello. Appresso questo, ho fatta la torta e il saporetto con delle spezie per dentro, sí come mi disse la capra. — Sta bene, — disse il prete. I tre compagni, vedendo il rosto, il lesso e la torta al fuoco, ed avendo udite le parole della Nina, molto più che prima si maravigliorono; e tra loro cominciorono pensare sopra della capra, come aver la potessino. Venuta la fine del desinare, ed avendo molto pensato di furar la capra e di gabbare il prete, e vedendo non poterne riuscire, dissero: — Messere, noi vogliamo che voi ne vendiate quella capra. — A cui rispose il buon prete, non volerla vendere, perché non vi erano denari che la pagassino; e pur quando elli la volessero, cinquanta fiorini d’oro l’apprecciava. I buoni compagni, credendosi aver robbati panni franceschi, subito gli annoverorono i cinquanta fiorini d’oro. — Ma avertite, — disse il prete, — che non vi dogliate poi di me; perciò che la capra, non conoscendovi in questi primi giorni per non esser assuefatta con esso voi, forse non farà l’effetto che fare dovrebbe. — Ma i compagni, senz’altra risposta darli, con somma allegrezza condussero la capra a casa; e dissero alle lor mogli: — Dimane non apparecchiarete altro da desinare, fino a tanto che noi non lo mandiamo a casa. — E andatisene in piazza, comperorono polli ed altre cose che facevano bisogno al loro mangiare; e postele sopra il dorso della capra che seco condotta avevano, l’ammaestrarono di tutto quello che ei volevano che facesse e alle loro mogli dicesse. La capra, carica di vettovaria, essendo in libertà, si partí, e andossene in tanta bon’ora, che mai più la videro. Venuta l’ora del desinare, i buoni compagni ritornorono a casa, ed addimandarono le loro mogli se la capra era venuta con la vettovaria a casa, e se fatto avevano quello che ella detto gli aveva. Risposero le donne: — Oh sciocchi e privi d’intelletto, voi vi persuadete che una bestia debba far i servigi vostri? certo ve ne restate ingannati, perciò che voi volete ogni giorno gabbare altrui ed alla fine voi rimanete gabbati. — I compagnoni, vedendosi dirisi dal prete ed aver tratti i cinquanta fiorini d’oro, s’accesero di tanto furore, che al tutto lo volevano per uomo morto; e prese le sue arme, a trovarlo se n’andorono. Ma lo sagace pre’ Scarpacifico, che non stava senza sospetto della sua vita ed aveva sempre i compagni innanzi gli occhi, che non li fessero alcuno dispiacere, disse alla sua fante: — Nina, piglia questa vescica piena di sangue e ponela sotto il guarnello; perciò che, venendo questi malandrini, da rotti la colpa del tutto; e fingendo di esser teco adirato, tirerotti con questo coltello un colpo nella vescica, e tu, non altrimenti che se morta fosti, a terra caderai; e poi lascialo carico a me. — Né appena pre’ Scarpacifico aveva finite le parole con la fante, che sopragiunsero i malandrini, i quali corsero adosso al prete per ucciderlo. Ma il prete disse: — Fratelli, non so la cagione perché voi mi vogliate offendere. Forse questa mia fante vi debbe aver fatto alcuno dispiacere ch’io non so. — E voltatosi contra lei, mise mano al coltello e tirolle di punta e ferilla nella vescica che era di sangue piena. Ed ella, fingendo di esser morta, in terra cade; ed il sangue come un ruscello d’ogni parte correva. Poscia il prete, veggendo il caso strano, finse di esser pentuto, e ad alta voce cominciò gridare: —Oh misero ed infelice me, che ho fatt’io? Oh come scioccamente ho ucciso costei che era il bastone della vecchiezza mia! come potrò io più viver senza lei? — E presa una piva fatta al modo suo, levolle i panni e gliela pose fra le natiche; e tanto dentro soffiò, che la Nina rinvenne, e sana e salva saltò in piedi. Il che vedendo, i malandrini restorono attoniti: e messo da canto ogni furore, comprorono la piva per fiorini duecento, e lieti a casa ritornorono. Avenne che un giorno un de’ malandrini fece parole con la sua moglie, ed in quel sdegno le ficcò il coltello nel petto: per la cui botta ella se ne morí. Il marito prese la piva comperata dal prete, e gliela mise tra le natiche, e fece sí come il prete fatto aveva, sperando che ritornasse viva. Ma in vano s’affaticava in sparger il fiato; perciò che la misera alma era partita di questa vita e se ne era ita all’altra. L’altro compagno, vedendo questo, disse: — Oh sciocco, tu non hai saputo ben fare; lascia un poco fare a me. — E presa la propia moglie per li capelli, con un rasoio le tagliò le canne della gola; dopo tolta la piva, le soffiò nel martino: ma per questo la meschina non resuscitò. E parimente fece il terzo: e cosí tutta tre rimasero privi delle loro mogli. Laonde sdegnati andorono a casa del prete e non volsero più udire sue fole, ma lo presero e lo posero in un sacco con animo di affogarlo nel vicino fiume; e mentre che lo portavano per attuffarlo nel fiume, sopragiunse non so che ai malandrini, onde forza li fu metter giù il prete che era nel sacco strettamente legato, e fuggirsene. In questo mezzo che il prete stava chiuso nel sacco, per aventura indi passò un pecoraro col suo gregge, la minuta erba pascendo; e cosí pascolando udì una lamentevole voce che diceva: — I me la vogliono pur dare, ed io non la voglio: che io prete sono, e prendere non la posso; — e tutto sbigottito rimase, perciò che non poteva sapere donde venisse quella voce tante volte ripetita. E voltatosi or quinci or quindi, finalmente vide il sacco nel quale il prete era legato; ed accostatosi al sacco, tuttavia il prete vociferando forte, lo sciolse e trovò il prete. E addimandatolo per qual causa fusse nel sacco chiuso e cosí altamente gridasse, li rispose che ’l signor della città li voleva dar per moglie una sua figliuola, ma che egli non la voleva, sí per che era attempato, sí anche per che di ragione avere non la poteva, per esser prete. Il pastorello, che pienamente dava fede alle finte parole del prete, disse: — Credete voi, messere, che il signore a me la desse? — Io credo di sí, — rispose il prete, — quando tu fosti in questo sacco, sí come io era, legato. — E messosi il pastorello nel sacco, egli strettamente lo legò, e con le pecore da quel luogo si allontanò. Non era ancor passata un’ora, che li tre malandrini ritornorono al luogo dove avevano lasciato il prete nel sacco; e senza guatarvi dentro, presero il sacco in spalla e nel fiume lo gittorno: e cosí il pastorello, in vece del prete, la sua vita miseramente finí. Partitisi, i malandrini presero il cammino verso la lor casa; e ragionando insieme, videro le pecore che non molto lontano pascevano. Onde deliberorono di rubbare uno paio di agnelli; e accostatisi al gregge, videro pre’ Scarpacifico che era di loro il pastore, e si maravigliorono molto, perciò che pensavano che nel fiume annegato si fusse. Onde l’addimandorono, come fatto aveva ad uscire del fiume. Ai quali rispose il prete: — Oh pazzi, voi non sapete nulla. Se voi più sotto m’affocavate, con dieci volte

aitante pecore di sopra me ne veniva. — Il che udendo, i tre compagni dissero: — O messere, volete voi farne questo beneficio? Voi ne porrete ne’ sacchi e ne gitterete nel fiume, e, di masnadieri, custodi di pecore diverremo. — Disse il prete: — Io son apparecchiato a fare tutto quello che vi aggrada, e non è cosa in questo mondo che volontieri non la facessi. — E trovati tre buoni sacconi di ferma e fissa canevazza, li puose dentro, e strettamente, che uscir non potessero, li legò, e nel fiume gli aventò; e cosí infelicemente se n’andorono le anime loro ai luoghi bugi dove sentono eterno dolore: e pre’ Scarpacifico, ricco e di danari e di pecore, ritornò a casa, e con la sua Nina ancora alquanti anni allegramente visse. —

FAVOLA IV.

Tebaldo, prencipe di Salerno, vuole Doralice, unica sua figliuola,

per moglie; la quale, perseguitata dal padre, capita in Inghilterra,

e Genese la piglia per moglie, e con lei ha doi figliuoli, che da Tebaldo

furono uccisi: di che Genese re si vendicò.

[Eritrea:]

— Quanta sia la potenza d’amore, quanti li stimoli della corrottibile carne, penso che non sia alcuna di noi che per isperienza provato non l’abbia. Egli, come potente signore, regge e governa senza spada a un solo cenno lo imperio suo: sí come per la presente favola, che raccontarvi intendo, potrete comprendere.

Tebaldo, prencipe di Salerno, amorevoli donne, sí come più fiate udii dai nostri maggiori ragionare, ebbe per moglie una prudente e accorta donna e non di basso legnaggio, e di lei generò una figliuola che di bellezza e di costumi tutte le altre salernitane donne trapassava. Ma molto meglio a Tebaldo sarebbe stato, se quella avuta non avesse; perciò che avenuto non li sarebbe quello che gli avenne. La moglie, giovene di anni ma vecchia di senno, venendo a morte, pregò il marito, che cordialissimamente amava, che altra donna per moglie prendere non dovesse, se l’anello, che nel dito portava, non stesse bene nel dito di colei che per seconda moglie prendere intendeva. Il prencipe, che non meno amava la moglie che la moglie lui, giurò sopra la sua testa di osservare quanto ella gli aveva commesso. Morta la bella donna ed orrevolmente sepolta, venne in animo a Tebaldo di prender moglie; ma rimembrandosi della promissione fatta alla morta moglie, lo suo ordine in maniera alcuna pretermettere non volse. Già era divulgato d’ogn’intorno come Tebaldo, prencipe di Salerno, voleva rimaritarsi; e la fama pervenne alle orecchi di molte puncelle, le quali e di stato e di virtù a Tebaldo non erano inferiori. Ma egli, desideroso di adempire la volontà della morta moglie, a tutte quelle puncelle, che in moglie offerte gli erano, volse primieramente provare se l’anello della prima moglie le conveniva; e non trovandone veruna a cui l’anello convenisse, perciò che ad una era troppo largo, a l’altra troppo stretto, a tutte a fatto diede ripulsa.

Ora avenne che la figliuola di Tebaldo, Doralice per nome chiamata, desinando un giorno col padre e avendo veduto sopra la mensa l’anello della morta madre, quello nel dito si mise; e voltatasi al padre, disse: — Vedete, padre mio, come lo anello della madre mia mi si conviene al dito. — Il che veggendo, il padre lo confirmò. Ma non stette molto tempo che un strano e diabolico pensiero entrò nel cuore a Tebaldo: di avere Doralice, sua figliuola, in moglie; e lungamente dimorò tra il sí e ’l no. Pur vinto dal diabolico proponimento e acceso della sua bellezza, un giorno a sé la chiamò, e le disse: — Doralice, figliuola mia, vivendo tua madre ed essendo nell’estremo della sua vita, caldamente mi pregò che niun’altra per moglie prender dovessi, se non colei a cui convenisse l’anello che tua madre vivendo in dito portava; ed io sopra il capo mio con giuramento le promisi di far quanto era il suo volere. Laonde, avendo io isperimentate molte puncelle, né trovandone alcuna a cui l’anello materno meglio convenga che a te, deliberai nella mente mia al tutto di averti per moglie; perciò che cosí facendo io adempirò il voler mio, e non sarò manchevole a tua madre della promessa fede. — La figliuola, che era non men onesta che bella, intesa la mala intenzione del perverso padre, tra sé stessa forte si turbò; e considerato il malvagio suo proponimento, per non contaminarlo e addurlo a sdegno, nulla allora li volle rispondere, ma, dimostrandosi allegra ne l’aspetto, da lui si partí. Né avendo alcuno, di cui meglio si fidasse, che la sua balia, a lei, come a fontana d’ogni sua salute, per consiglio liberamente ricorse. La quale, inteso il fellone animo del padre e pieno di mal talento, e conosciuta la costante e forte intenzione della giovanetta, atta più tosto a sostenere ogni gran pena che mai consentire al furor del padre, la racconfortò promettendole aiuto, acciò che la sua virginità con disonore violata non fusse. La balia, tutta pensosa a ritrovare il rimedio che alla figliuola di salute fusse, saltava ora in un pensiero ora nell’altro, né trovava modo col quale assicurar la potesse; perciò che il fuggire ed allontanarsi dal padre molto le aggradiva, ma la temenza dell’astuzia sua e il timore che non l’aggiungesse e uccidesse, forte la perturbava. Ora andando la fedel balia freneticando nella mente sua, entrovvi un nuovo pensiero nell’animo: che è questo che intenderete.

Era nella camera della morta madre uno armaio bellissimo e sottilissimamente lavorato, nel quale la figliuola le sue ricche vestimenta e care gioie teneva; né vi era alcuno che aprire lo sapesse, se non la savia balia. Costei nascosamente trasse le robbe e gioie che vi erano dentro, e posele altrove; e mise nello armaio un certo liquore di tanta virtù, che chiunque ne prendeva un cucchiaro, ancor che picciolo, molto tempo senza altro cibo viveva; e chiamata la figliuola, dentro la chiuse, essortandola che là entro dimorasse fino a tanto che Iddio le porgesse migliore e più lieta fortuna, e che il padre dal fiero proponimento si rimovesse. La figliuola, ubidiente alla cara balia, fece quanto da lei imposto le fu. Il padre, non raffrenando il concupiscibile appetito, né rimovendosi dalla sfrenata voglia, più volte della figliuola addimandò; e non trovandola, né sapendo dove ella fusse, s’accese di tanto furore, che la minacciò di farla vituperosamente morire.

Non erano ancora trapassati molti giorni, che Tebaldo una mattina ne l’apparir del sole entrò nella camera dove l’armaio posto era; e vedendoselo innanzi gli occhi, né potendo sofferire di vederlo, comandò con mano che indi levato fusse e altrove portato e venduto, acciò che ei dagli occhi levar si potesse questa seccaggine. Li serventi, molto presti a’ comandamenti del lor signore, preserlo sopra le spalle e in piazza lo portorono. Avenne che in quel punto aggiunse in piazza un leale e ricco mercatante genovese; il quale, avendo adocchiato l’armaio bello e riccamente lavorato, di quello fortemente s’innamorò, deliberato tra sé stesso di non lasciarlo per danari, quantunque ingordo pregio addimandato li fusse. Accostatosi adunque il genovese al servente che dello armaio cura aveva, e convenutosi del pregio con esso lui, lo comperò; e messolo in spalla ad uno bastaio, alla nave lo condusse. Alla balia, che ogni cosa veduta aveva, questo molto piacque, quantunque della perduta figliuola tra sé medesima si dolesse molto. Ma pur si racconsolava alquanto; perciò che, quando duo gran mali concorreno, il maggiore sempre si dee fuggire.

Il mercatante genovese, levato da Salerno con la nave carica di preciose merci, pervenne all’ isola di Britannia, oggidì chiamata Inghilterra; e fatta scala ad uno luoco dove era un’ampia pianura, vide Genese, già poco tempo fa creato re, il quale, velocissimamente correndo per la spiaggia de l’isola, seguitava una bellissima cerva che per timore già s’aveva gittata nelle marittime onde. Il re, già stanco ed affannato per l’aver lungamente corso, si riposava; e veduta che ebbe la nave, al patrone dimandò da bere. Il patrone, fingendo di non conoscere il re, amorevolmente l’accettò, facendoli quelle accoglienze che se gli convenevano; e con ingegno ed arte tanto operò, che lo fece salire in nave. Al re, che già veduto aveva il bello e ben lavorato armaio, accrebbe tanto desiderio di esso, che un’ora mille li pareva di averlo. Onde addimandò il patrone della nave quanto l’estimava; risposo gli fu, assai pregio valere. Il re, invaghito molto di sí preciosa cosa, non si parti di là che col mercatante si convenne del pregio; e fattosi recare il danaro, e sodisfatto il mercatante pienamente del tutto, e preso da lui il commiato, al palazzo lo fece portare e nella sua camera porre.

Genese, per esser troppo giovane, non aveva ancora presa moglie, ed ogni dí la mattina per tempo a caccia andare molto si dilettava. Doralice, figliuola di Tebaldo, che nascosa si stava ne l’armaio che nella camera di Genese posto era, udiva ed intendeva ciò che nella camera del re si faceva; e pensando a’ passati pericoli, cominciò di qualche buona sorte sperare. E tantosto che il re era della sua camera partito ed alla caccia andato secondo il costume suo, la giovanetta usciva dell’armaio, e con grandissimo magistero apparecchiava la camera, scopandola, distendendo il letto, acconciando i capoletti e ponendoli sopra una coltre lavorata a certi compassi di perle grossissime con duo guanzali ornati a maraviglia. Appresso questo, la bella giovane pose sopra il vago letto rose, viole ed altri odoriferi fiori, mescolati insieme con uccelletti cipriani ed altri odori che piacevolmente olivano ed al cerebro molto erano confortativi. La giovane più e più volte, senza che mai da alcuno fusse veduta, questo ordine tenne. Il che a Genese re era di sommo contento; perciò che, quando egli veniva dalla caccia ed entrava nella camera, li pareva esser tra tutte le speziane che mai nacquero in Oriente.

Volse un dí il re dalla madre e dalle damigelle intendere, chi era colei sí gentilesca e di sí alto animo, che sí ornata ed odorificamente gli apparecchiava la camera. A cui risposo fu che non sapevano cosa alcuna; perciò che, quando ad acconciare il letto andavano, tutto di rose e di viole coperto e di soavi odori profomicato lo trovavano. Il che il re intendendo, deliberò al tutto di sapere onde procedeva la causa, e finse di andare una mattina per tempo ad uno castello, dalla città dieci miglia lontano; e chetamente nella camera si nascose, mirando fiso per una fissura e aspettando quello ch’avenir potesse. E non stette guari che Doralice più bella che ’l chiaro sole de l’armaio uscí fuori; e messasi a scopare la camera, a drizzare li tappeti e ad apparecchiare il letto, ogni cosa, sí come ella era solita di fare, diligentemente acconciò. Avendo adunque la gentil poncella già pienamente compiuto il degno e laudevole ufficio, volse nello armaio entrare; ma il re, che intentamente avea veduto il tutto, le fu presto alle spalle, e presala per mano e vedutala bella e fresca come un giglio, la dimandò chi ella era. La giovane tutta tremante disse che era unica figliuola di un prencipe, il cui nome non sapeva per esser già molto ne l’armaio nascosa; ma la cagione di ciò dirle non volse. Il re, inteso il tutto, con consentimento della madre in moglie la prese, e con essa lei generò duo figliuoli.

Tebaldo, continovando nel suo malvagio e perfido volere, non trovando la figliuola che più giorni cercata e ricercata aveva, s’imaginò che nello armaio venduto nascosa si fusse, e uscitane fuori, andasse per lo mondo errando. Laonde, vinto dall’ ira e dal sdegno, deliberò provar sua ventura, se in luoco alcuno trovare la potesse. E vestitosi da mercatante e prese molte gioie e lavorieri tutti d’oro a maraviglia lavorati, da Salerno isconosciuto si partí; e scorrendo per diversi paesi, s’abbattè in colui che prima l’armaio comperato aveva, e dimandollo se di quello era riuscito in bene, ed alle mani di chi era pervenuto. A cui il mercatante rispose averlo venduto al re d’Inghilterra, e averne guadagnato altrettanto di quello che gli era costo. Il che intendendo, Tebaldo si rallegrò, e verso Inghilterra prese il cammino; e aggiunto, ed entrato nella città regale, pose per ordine alle mura del palagio le gioie e lavorieri, tra’ quai erano fusi e rocche, e gridare incominciò: — Fusi e rocche, donne! — Il che udendo una delle damigelle, alla finestra si puose; e veduto ch’ella ebbe il mercatante con le care robbe, corse alla reina, e dissele che per la strada era uno mercatante con rocche e fusi d’oro, i più belli ed i più ricchi che si vedessero giammai. La reina comandò che su in palagio venire lo facesse; ed egli, asceso sopra le scale e venuto in sala, dalla reina non fu conosciuto, perciò che ella del padre più non si pensava: ma ben il mercatante conobbe la figliuola. La reina adunque, veduti i fusi e le rocche di maravigliosa bellezza, addimandò al mercatante quanto ciascuna di esse apprecciava. — Ed egli — Molto, — rispose; ma quando fosse aggrado a Vostra Altezza ch’io dormisse una notte nella camera de’ duo figliuoli vostri, io in ricompensamento le darei tutte queste merci in dono. — La signora, semplicetta e pura, non avendo del mercatante alcuno sinistro pensiero, a persuasione delle sue donzelle li consentí. Ma prima che messo fusse dalle serventi a riposare, le donzelle con la reina determinorono di dargli una bevanda di alloppiato vino. Venuta la notte, e fingendo il mercatante di esser stanco, una delle damigelle lo menò nella camera dei figliuoli del re, dove era apparecchiato un bellissimo letto; e innanzi che lo ponesse a riposare, disse la donzella: — Padre mio, avete voi sete? — A cui rispose: — Sí, figliuola mia; — e preso un bicchiere che d’argento pareva, li porse l’alloppiato vino. Ma il mercatante, malizioso ed astuto, prese il bicchiere, e fingendo di bere, tutto il vino sopra le vestimenta sparse, ed andossene a riposare.

Era nella camera de’ fanciulli un usciolo, per lo quale nella stanza della reina entrare si poteva. Il mercatante nella mezza notte, parendoli ogni cosa cheta, tacitamente nella camera della reina entrò: e accostatosi al letto, le tolse un coltellino che per l’adietro adocchiato aveva che la reina al lato portava; e gitosene alla culla dov’erano i fanciulli, ambeduo uccise, e subito il coltellino, cosí sanguinoso, nella guagina ripose; e aperta una finestra, si calò giù con una fune tutta nodosa: e la mattina nell’aurora andatosene ad una barbaria, si fece radere la lunga barba, acciò che conosciuto non fusse: e vestitosi de nuovi panni larghi e lunghi, andò per la città. Le balie sonnogliose, all’ora solita destatesi per allattare i bambini e postesi su le culle, trovorono i fanciulli uccisi. Laonde cominciorono a gridar forte e dirottamente a piagnere, squarciandosi i capegli e stracciandosi i panni di nanzi e mostrando il petto. Venne subito la trista nova al re ed alla reina, i quali, scalci ed in camicia, corsero allo scuro spettaculo; e vedendo li figliuoli morti, amaramente piansero.

Già per tutta la città era sparsa la fama dell’uccisione de li duo bambini, e come era giunto in la città un famoso astrologo, il quale secondo i vari corsi delle stelle sapeva le cose passate e prediceva le future. Ed essendo alle orecchie del re pervenuta la gran fama sua, il re lo fece chiamare; e venuto al palagio, si appresentò a Sua Maestà. E dimandato dal re se egli saprebbe dirli chi li fanciulli uccisi avesse, li rispose saperlo. E accostatosi all’orecchio del re, secretamente li disse: — Sacra Maestà, fa che tutti gli uomini e tutte le donne che coltello al lato portano e sono nella tua corte, si appresentino al tuo conspetto: ed a chi troverai il coltello nella guagina ancora di sangue macchiato, quello sarà de’ tuoi figliuoli stato il vero omicida. — Onde per comandamento del re tutti i cortigiani comparsero dinanzi a lui: il quale con le propie mani ad uno ad uno cercare li volse, guatando con diligenza se i lor coltelli erano cruentati; né trovandone alcuno che di sangue bruttato fusse, ritornò allo astrologo, e raccontolli tutto quello che fatto avea, né alcuno restare che ricercato non fusse, sol la vecchia madre e la reina. A cui lo astrologo disse: — Sacra Maestà, cercate bene, né di niuno abbiate rispetto, perciò che senza dubbio il malfattore trovarete. — Il re, cercata la madre e nulla trovandole, chiamò la reina; e presa la guagina che al lato ella teneva, trovò il coltellino tutto bruttato di sangue. Il re, d’ira e di furore acceso, veduto lo apertissimo argomento, contro la reina si volse, e dissele: — Ahi malvagia e dispietata femina, nemica delle propie carni! Ahi traditrice de’ propi figliuoli! Come hai tu potuto mai sofferire di bruttar le mani ne l’innocentissimo sangue di questi bambini? Io giuro a Dio che ne patirai la penitenza di tanta sceleraggine commessa. — E quantunque il re fusse infiammato di sdegno e desideroso allora di vendicarsi con vituperosa e disonesta morte, nientedimeno, acciò che ella sentisse maggiore e più lungo tormento, gli entrò un nuovo pensiero ne l’animo; e comandò che la reina fusse spogliata e, cosí ignuda, sino alla gola in terra sepolta e con buoni e delicati cibi nodrita, acciò che, cosí lungamente vivendo, i vermi le carni sue divorassino, ed ella maggiore e più lungo supplicio ne sentisse. La reina, che per l’addietro molte altre cose aveva miseramente sostenute, conoscendo l’innocenza sua, con paziente animo la grandezza del supplicio sofferse.

L’astrologo, intendendo la reina, come colpevole, esser condannata a crudelissimi tormenti, molto si rallegrò, e presa licenza dal re, assai contento d’Inghilterra si partí; e giunto celatamente al suo palagio, raccontò alla balia della figliuola tutto ciò che gli era avenuto, e come il re a grave supplicio aveala condannata. Il che intendendo, la balia dimostrò fuori segni di letizia, ma dentro fuor di modo si ramaricava; e mossa a pietà della tormentata figliuola e vinta dal tenero amore che le portava, di Salerno una mattina per tempo si partí, e tanto dí e notte sola cavalcò, ch’al regno d’Inghilterra aggiunse. Laonde, salita su per le scale del palagio, trovò il re che in una spaziosa sala audienza prestava; e inginocchiatasi a’ piedi del re, li addimandò una secreta audienza di cose che all’onore della corona aspettavano. Il re, abbracciatala, la fece in pie levare, e presala per mano, licenziò la brigata e con lei sola si pose a sedere. La balia, ben instrutta delle cose occorse, riverentemente disse: — Sappi, sacra Corona, che Doralice, tua moglie e mia figliuola: non che io l’abbia portata in questo misero ventre, ma per averla lattata e nodrita con queste poppe: è innocentissima del peccato per lo quale fu da te a cruda morte miseramente dannata. E quando minutamente inteso averai e tocco con mani, chi fu l’empio omicida, e la cagione per cui egli si mosse ad uccidere i tuoi figliuoli, rendomi certa che tu, mosso a pietà, subito da sí lunghi ed acerbi tormenti la libererai. E se in ciò sarò bugiarda, mi offero di sofferire quella istessa pena che ora la misera reina patisce. — E cominciando da capo, fino alla fine li raccontò a punto a punto tutto quello che era avenuto. Il re, intesa intieramente la cosa, diede fede alle parole sue, ed immantinente fece la reina, che era più morta che viva, della sepultura trarre; e fattala con diligenza medicare e ottimamente ricoverare, in breve tempo si riebbe.

Il re dopo fece uno apparecchiamento grande per tutto il suo regno, e raunò un potentissimo essercito e lo mandò a Salerno, dove non stette molto tempo che fé’ della città conquisto; e Tebaldo, con torte funi i piedi e le mani strettamente legate, in Inghilterra fu prigione condotto. E volendo il re aver maggior certezza del già commesso fallo, severamente contra lui processe; e messolo al martorio, diedegli delle buone. Ma egli, senza essere più collato, il tutto ordinatamente confessò; e il giorno sequente con quattro cavalli sopra un carro per tutta la cittá menato e con tenaglie affocate attanagliato, come Gano di Maganza, lo fece squartare, dando le sue carni a’ rabbiosi cani. E cosí il tristo e scelerato Tebaldo miseramente finí la vita sua, ed il re e la reina Doralice per molti anni felicemente si goderono insieme, lasciando figliuoli dopo la morte loro. —

FAVOLA V.

Dimitrio bazzariotto, impostosi nome Gramotiveggio, scopre Polissetia sua

moglie con un prete, ed a’ fratelli di lei la manda; da’ quai essendo

ella uccisa, Dimitrio la fante prende per moglie.

[Arianna:]

— Vedesi il più delle volte, amorose donne, che nell’amore è grandissima disavaglianza; perciò che, se l’uomo ama la donna, la donna disama lui, e, pel contrario, se la donna ama l’uomo, l’uomo sommamente ha in odio lei. Quinci nasce la rabbia della subita gelosia, fugatrice d’ogni nostro bene e insidiatrice d’ogni onesto vivere; quinci nascono i disonori ed ignominiose morti, non senza grandissima vergogna e vituperio di noi altre donne. Taccio i strabocchevoli pericoli, taccio gl’innumerevoli mali ne’ quali gli uomini e le donne disavedutamente incorreno per cagion di questa malvagia gelosia. I quali se io ad uno ad uno raccontare volessi, io vi sarei più tosto di noia che di diletto. Ma acciò che io dia fine in questa sera a’ nostri piacevoli ragionamenti, io intendo di raccontarvi una favola di Gramotiveggio, per lo adietro non più udita; per la quale io penso che voi ne prenderete non men piacere che ammaestramento.

Vinegia, cittá per l’ordine delli suoi magistrati nobilissima ed abbondevole di varie maniere di genti e felicissima per le sue sante leggi, siede nell’estremo seno del mare Adriatico, ed è chiamata reina di tutte le altre città, refugio de’ miseri, ricettaculo degli oppressi; ed ha il mare per mura ed il ciclo per tetto. E quantunque cosa alcuna non vi nasca, nondimeno è copiosissima di ciò che ad una città si conviene. In questa adunque nobile e generosa città trovavasi ai passati tempi un mercatante bazzariotto, Dimitrio per nome chiamato, uomo leale e di buona e di santa vita, ma di picciola condizione. Costui, desideroso di aver figliuoli, prese per moglie una vaga e leggiadra giovane, nominata Polissena, la quale era sí caldamente amata da lui, che non fu mai uomo che tanto amasse donna, quanto egli amava lei. Ella vestiva sí pomposamente, che non vi era alcuna, fuori le nobili, che di vestimenta, di gioie e di grossissime perle l’avanzasse. Appresso questo, aveva ahondanza de cibi delicatissimi, i quali, oltre che alla bassa sua condizione non convenivano, la facevano più morbida e più delicata di quello che stata sarebbe.

Avenne che Dimitrio, che per lo adietro fatto aveva molti viaggi per mare, deliberò di andarsene con le sue merci in Cipro; e apparecchiata e pienamente fornita la casa di vettovaglia e di ciò che ad una casa s’appartiene, lasciò Polissena sua diletta moglie con la fante giovane e ritondetta: e partitosi da Vinegia, andossene al suo viaggio. Polissena, che lautamente viveva ed alle delicatezze si dava, sentendosi della persona aitante e non potendo più sofferire gli acuti dardi d’amore, adocchiò un prete della sua parrocchia, e di quello caldamente s’accese. Il quale, essendo giovane e non men leggiadro che bello, un giorno s’avide che Polissena con la coda dell’occhio lo balestrava. E veggendola vaga di aspetto, leggiadra della persona ed avere tutte quelle qualità di bellezza che ad una bella donna si convengono, la cominciò con molta sollecitudine celatamente vagheggiare. Ed i loro animi sí fidi e sí divoti d’un reciproco amore divennero, che non passò molto tempo che Polissena, senza essere da alcuno veduta, condusse il prete in casa a fare i suoi piaceri. E cosí molti mesi furtivamente continuarono il loro amore, e più volte gli stretti abbracciamenti e dolci basi iterarono, lasciando il sciocco marito a’ pericoli del gonfiato mare.

Dimitro, essendo stato per alcun tempo in Cipro ed avendo delle sue mercatanzie assai ragionevolmente guadagnato, a Vinegia ritornò; e smontato giù di nave ed andatosene a casa, ritrovò la sua cara moglie che dirottamente piangeva. E addimandatale la causa che sí fortemente piangesse, rispose: — Sí per le cattive nove udite, sí anco per la soverchia allegrezza ch’ io sento della venuta vostra. Imperciò che, avendo io udito ragionare da molti le cipriane navi esser nel mare sommerse, temeva sommamente che alcuno sinistro caso non vi fusse avenuto. Ma ora, per la Iddio mercé, vedendovi salvo e sano a casa ritornato, per la soprabondante letizia non posso dalle lagrime astenermi. — Il cattivello, che di Cipro a Vinegia era ritornato per ristaurare il tempo che per la sua lunga assenza la moglie aveva perduto, pensava che le lagrime e le parole di Polissena procedessino da caldo e ben fondato amore che ella li portasse; ma non considerava il miserello che ella tra sé medesima diceva: — Oh volesse Iddio che egli nelle minacciose onde affocato fosse! perciò che io più securamente e con maggior contento mi darei piacere e diletto col mio amante, che cotanto mi ama. —

Non passò il mese che Dimitrio al suo viaggio fece ritorno; del che Polissena ne ebbe quella allegrezza che avere si potesse la maggiore, né stette gran pezza in farlo intendere allo amante suo, il quale non meno che ella vigilante stava; e venuta l’ora convenevole e determinata, a lei secretamente se n’andò. Ma lo andare del prete non puote esser sí occulto, che da Manusso, che abitava al derimpetto alla casa di Dimitrio, suo compare, non fusse veduto. Il perché Manusso, che molto amava Dimitrio, per esser uomo conversevole e servigiale, avendo non picciolo sospetto della comare, più e più volte le pose mente. Veduto adunque chiaramente che al prete, a certo segno ed a certa ora, era aperto l’uscio, ed egli entrava in casa e, men cautamente che non si conveniva, con la comare scherzava, deliberò di star cheto, acciò che il fatto, che era nascosto, non si appalesasse e ne seguisse scandalo; ma volse aspettare Dimitrio che ritornasse dal suo viaggio, acciò che egli più maturamente provedesse a’ casi suoi.

Venuto il tempo di rimpatriare, Dimitrio ascese in nave, e con prosperevole vento a Vinegia ritornò; e smontato di nave, a casa se ne gí, e picchiato all’uscio, la fante andò alla finestra a. vedere, e conosciutolo, corse giù, e quasi piangendo per l’allegrezza, li aperse. Polissena, intesa la venuta del marito, discese giù per la scala, e con le braccia aperte abbracciollo e basciollo, facendoli le maggior carezze del mondo. E perché egli era stanchetto e tutto rotto dal mare, senza altra cena se n’andò a dormire, e sí fiso s’addormentò, che, senza l’ultime dilettazioni d’amore conoscere, venne giorno. Pasciata adunque la buia notte e ritornato il chiaro giorno, Dimitrio si destò, e levatosi di letto senza di un sol bascio compiacerle, andò ad una cassettina, della quale trasse fuori certe cosette di non picciolo valore; e ritornato al letto, le appresentò alla moglie, la quale, perciò che altro aveva in capo, de tai doni nulla o poco stima si fece.

Avenne l’occasione a Dimitrio di navigare in Puglia per oglio ed altre cose; e raccontatolo alla moglie, si mise in ordine per partirsi. Ma l’astuta moglie, fingendo della sua partenza aver dolore, il carezzava, pregandolo che egli volesse alcuno giorno stare con esso lei; ma nel cuore un giorno le pareva mille che s’allontanasse da gli occhi, acciò che nelle braccia del suo amatore più sicuramente metter si potesse. A Manusso, che veduto aveva il prete più volte vagheggiare la comare e anche far cose che dir non si conviene, parve far ingiuria al compare se non li scopriva quello che aveva veduto far alla moglie. Laonde deliberò, avenga che si voglia, di raccontargli il tutto. E invitatolo un giorno con lui a desinare, e postisi a mensa, disse Manusso a Dimitrio: — Compare mio, voi sapete, se non m’inganno, ch’io sempre vi amai ed amerò fin che lo spirito reggerà queste ossa: né è cosa, quantunque ella difficile fusse, che per vostro amore io non facessi; e quando non vi fusse in dispiacere, io vi racconterei cose, che vi sarebbono più tosto di noia che di diletto: ma non ardisco dirle, acciò che non contamini la vostra ben disposta mente. Ma se voi sarete, come io penso, saggio e prudente, raffrenarete il furore, che non lascia l’uomo in maniera alcuna conoscer il vero. — Disse Dimitrio: — Non sapete voi che potete meco comunicar il tutto? Avete voi per sorte ucciso alcuno? ditelo, e non dubitate. — Io — disse Manusso, — non ho ucciso alcuno; ma ben vidi io altrui uccidere l’onore e la fama vostra. — Parlatemi chiaro, — disse Dimitrio, — e non mi tenete a bada con cotesto ragionare oscuro. — Volete che io vel dica palesamente? — disse Manusso; — ascoltate, e portate in pace quello che ora vi dirò. Polissena, che voi cotanto amate e cara tenete, mentre che voi siete altrove, ogni notte giace con un prete e con esso lui dassi piacere e buon tempo. — Deh, come è possibil questo? — disse Dimitrio; — conciosiacosaché ella teneramente mi ama, né mai quinci mi parto, che ella non empí il seno di lagrime e l’aria di sospiri; e se io lo vedessi con gli occhi, appena lo crederei. — Se voi sarete — disse Manusso, — uomo, come io penso, di ragione, e se non chiuderete gli occhi, come sogliono molti sciocchi fare, farovvi con gli occhi il tutto vedere e con le mani toccare. — Io sono contento — disse Dimitrio, — di far tanto quanto voi mi comandarete, pur che mi facciate veder quello che promesso mi avete. — Disse allora Manusso: — Se voi farete quello che io vi dirò, del tutto vi certificarete. Ma fate che voi siate secreto, mostrandole allegra ciera e benigno viso: altrimenti si guasterebbe la coda al fasiano. Dopo, nel giorno che voi vi vorrete partire, fingerete di ascender in nave, e più celatamente che potrete, verrete a casa mia, che senza dubbio vi farò il tutto vedere. —

Venuto adunque il giorno che Dimitrio si doveva partire, egli fece grandissime carezze alla moglie, e raccomandatole la casa e presa licenza, finse di andare in nave, ma nascosamente a casa di Manusso si ridusse. Volse la sorte che non passarono due ore che si levò un nembo con tanta pioggia, che parea volesse roinare il cielo: né mai quella notte refinò di piovere. Il prete, che già intesa aveva la partita di Dimitrio, non temendo né pioggia né vento, aspettò l’ora solita di andare al suo caro bene; e dato il segno, subito li fu aperto l’uscio, ed entratovi dentro, le diede un dolce e saporoso bascio. Il che vedendo Dimitrio, che ad un pertugio nascoso si stava, e non potendo contradire a quello che ’l compare gli aveva detto, stette tutto attonito, e poscia per lo giusto dolore diede gli occhi al pianto. Disse allora il compare a Dimitrio: — Or che vi pare? avete mo veduto quello che voi mai non pensavate? Ma state cheto e non vi sgomentate, perciò che, se voi mi ascoltarete, facendo ciò ch’ io vi dirò, vederete di meglio. Andate e ponete giù cotesti vestimenti, e prendete gli stracci d’un povero uomo e mettetevegli indosso, ed impiastracciatevi di fango le mani ed il viso, e contrafatta la voce andatevene a casa, e fingete di essere un mendico che dimandi per quella sera albergo. La fante forse, veggendo il crudo tempo, si moverà a pietà e daravvi alloggiamento; e cosí agevolmente potrete vedere ciò che voi non vorreste vedere. — Dimitrio, come intese la cosa, si spogliò de’ suoi panni e si vestí de’ stracci d’un mendico che era allora entrato in casa per alloggiare; e tuttavia fortemente piovendo, se ne andò all’uscio della sua casa, e tre volte picchiò alla porta, fieramente gemendo e sospirando. La fante, fattasi alla finestra, disse: — Chi picchia là giù?— Ed egli con voce interrotta le rispose: — Io sono un povero vecchio mendico dalla pioggia quasi annegato, e dimando per questa notte albergo. — La fante, ch’era non men compassionevole a’ poveri che la patrona al prete, corse alla madonna, e dimandolle di grazia che ella contentasse, un povero mendico tutto dalla pioggia molle e bagnato albergar in casa fin a tanto che egli si riscaldasse e rasciugasse. — Il potrà portar su l’acqua, menar lo schidone e far fuoco, acciò che i polli più tosto si arrostissano. Ed io in questo mezzo porrò al fuoco la pentola ed apparecchiarò le scodelle e farò gli altri servigi di cucina. — La patrona accontentò, e la fante, aperto l’uscio e chiamatolo dentro, lo fece sedere presso al fuoco: e mentre il povero menava lo schidone, il prete e la patrona in camera si solacciavano. Avenne che amenduo, tenendosi la mano, andorono in cucina, e il povero salutorono, e vedendolo sí impiastracciato, lo berteggiavano. Ed accostatasi la patrona a lui, lo dimandò, che era il nome suo. A cui rispose: — Gramotiveggio, madonna, mi chiamo. — Il che udendo, la patrona cominciò a ridersi, che se le averebbe potuto cavare i denti. E abbracciato il prete, disse: — Deh, anima mia dolce, lasciatimi basciare; —e vedendo tuttavia il mendico, strettamente lo abbracciava e basciava. Lasciovi pensare di che animo si trovava il marito, veggendo la moglie esser abbracciata e basciata dal prete. Venuta l’ora di cena, la fante puose gli amanti a mensa, e ritornata in cucina, s’accostò al vecchiarello, e disseli: — Parizzuolo mio, la mia patrona ha marito e cosí uomo da bene quanto un altro che in questa terra si possa trovare, né le lascia mancare cosa veruna; e Iddio lo sa dove il miserello con questo malvagio tempo ora si trova; ed ella, ingrata, non avendo pensiero di lui, e meno del suo onore, si ha lasciata cecare dal lascivo amore, accarezzando l’amante suo e chiudendo ad ogni altro l’uscio, fuori che a lui. Ma, di grazia, andiancene chetamente a l’uscio della camera, e vediamo quello che fanno, e come mangino. — Andatisene adunque a l’uscio, videro che l’uno e l’altro s’imboccava, dimorando in amorosi ragionamenti. Venuta l’ora di posare, ambeduo andorono al letto, e scherzando insieme e solazzando, cominciorono macinare a ricolta; e cosí forte soffiavano e menavano le calcole, che il mendico, che nell’altra camera vicina alla sua giaceva, agevolmente il tutto poteva comprendere.

Il misero poverello non chiuse mai gli occhi quella notte; ma fatto giorno, subito si levò di letto, e ringraziata la fante della buona compagnia che ella fatta gli aveva, si partí, e senza essere da alcuno veduto, se ne andò a casa di Manusso suo compare. Il quale sorridendo disse: — Compare, come va l’arte? avete voi per caso trovato quello che non volevate trovare? — Sí per certo, — disse Dimitrio; — e non l’arrei mai creduto, se con i propi occhi non lo avessi veduto. Ma pazienza! cosí vuole la mia dura sorte. — Manusso, che aveva alquanto del giotto, disse: — Compare, io voglio che voi fate quello che io vi dirò. Lavatevi molto bene, e prendete i vostri panni, e ponetevegli in dosso; e senza perdere giozzo di tempo, andatevene a casa, fingendo di non avervi potuto partire per la gran fortuna, e state attento che il prete non fugga; perciò che, essendo voi in casa, egli si nasconderà in qualche luogo, e indi non si partirà sino a tanto che ’l non abbia agio di partirsi: e voi in questo mezzo manderete per li parenti della moglie, che vengano a desinare con esso voi: e trovato il prete in casa, farete quello che voi vorrete. —

Piacque molto a Dimitrio il consiglio di Manusso suo compare; e spogliatosi de’ drappi e vestitosi de’ propi vestimenti, se ne andò alla sua casa, picchiando a l’uscio. La fante, veggendo che era il messere, subito corse alla camera della patrona, che ancora col prete in letto giaceva, dissele: — Madonna, messere è ritornato. — Il che intendendo, la donna tutta si smarrì; e levatasi di letto, quanto più tosto la puote, nascose il prete, che era in camiscia, in una cassa, dove le sue più pompose vestimenta teneva. E corsa giù con la pelliccia in collo, scalza, li aperse, e dissegli: — O marito mio, siate lo ben venuto; io per amor vostro non ho mai chiusi gli occhi, pensando sempre a questa gran fortuna; ma lodato sia Iddio che sete ritornato a salvamento. — Entrato adunque Dimitrio in camera, disse alla moglie: — Polissena, io in questa notte per la malvagità del tempo non ho mai dormito; io volentieri vorrei alquanto riposare; ma di quanto riposerò, la fante se n’anderà da’ tuoi fratelli, e per nome nostro gl’ inviterà che voglino stamane venir a desinare con esso noi. — A cui Polissena disse: — Non oggi, ma un altro giorno li potrete invitare; perciò che ora il piove, e la fante è occupata in lisciare le nostre camiscie, le linciuola e gli altri panni di lino. — Di mane forse sarà miglior tempo, — disse Dimitrio, — e mi converrò partire. — Disse Polissena: — Voi vi potreste andare; e non volendovi andare per essere stanco, chiamate Manusso, nostro compare, qui vicino, che vi farà questo servigio. — Tu dici bene, — disse Dimitrio. — Manusso, chiamato, venne, e fece quanto commesso li fu.

Vennero adunque li fratelli di Polissena a Dimitrio, e allegramente desinarono insieme. Levata la mensa, disse Dimitrio: — Cognati miei, io non vi ho mai mostrata la casa, né anche le vestimenta ch’io fei a Polissena, vostra sorella e nostra moglie; e però sarete contenti di vedere come da me è ben trattata. Levati su, Polissena, da sedere, e dimostriamo un poco la casa a’ tuoi frateli. — E levatasi, Dimitrio li dimostrava i magazzini pieni di legna, di formento e d’oglio e di mercatanzie; e appresso questo le botti piene di malvagia, di greco e di altri preziosi e trabocchevoli vini. Indi disse alla moglie: —Mostrali il tuo pendente e le grossissime perle e di molta bianchezza. Cava fuori di quella cassettina i smeraldi, i diamanti e le altre preziose gioie. Or che vi pare, cognati? non è ben trattata la sorella vostra? — A cui risposero tutti: — Noi lo sapevamo, e noi, se non avessimo intesa la buona vita e condizion vostra, non vi averessimo data nostra sorella in moglie. — E non contento di questo, le comandò che le casse aprir dovesse e li mostrasse le sue belle vestimenta di più sorte. Ma Polissena. quasi tutta tremante, disse: — Che fa bisogno di aprir casse e dimostrarli le vestimenta mie? Non sanno che voi mi avete orrevolmente vestita, e vie più di ciò richiede la condizione nostra? — Ma Dimitrio, quasi adirato, disse: — Apri questa cassa, apri quest’altra; — e mostravali le vestimenta. Ora restava una sola cassa che fusse aperta, e di essa non si trovava la chiave; perciò che vi era il prete nascoso dentro. Laonde Dimitrio, vedendo che non si poteva avere la chiave, tolse un martello, e tanto martellò, che ruppe la serratura e aperse la cassa. Il prete tutto di paura tremava, né si seppe si occultare, che non fusse da tutti conosciuto. I fratelli di Polissena, questo veggendo, fieramente si turborono; e tanto d’ira e furore si accesero, che poco mancò che ivi con le coltella, che a lato avevano, amendue non uccidessero. Ma Dimitrio non volse che uccisi fussero, perciò che vilissima cosa estimava l’uccidere uno che fusse in camiscia, quantunque uomo robusto fusse. Ma voltatosi verso i cognati, disse: — Che vi pare di questa malvagia femina, in cui ogni mia speranza avea già posta? Merito io da lei cotal onore? Ahi misera ed infelice te, che mi tiene ch’io non ti sieghi le vene? — La meschina, non potendosi altrimenti iscusare,  taceva;  perciò che  il marito in faccia le diceva ciò che egli aveva fatto e veduto la precedente notte, intanto che ella denegar non lo poteva. E voltatosi al prete che stava col capo chino, disse: — Prendi i panni tuoi, e levati tosto di qua, e vattene in tal malora, che mai più non ti vegga; perciò che per una rea femmina nel sacro sangue le mani imbruttare non intendo. Levati tosto; che stai tu a fare? — Il prete senz’aprir la bocca si partí, pensando tuttavia d’avere Dimitrio ed i cognati con le coltella alle spalle. Dopo, voltatosi Dimitrio a’ cognati, disse: — Menate la sorella vostra ovunque vi piace, perciò che io non voglio che più mi stia dinanzi agli occhi. — I fratelli, pieni di furore, non andarono prima a casa che la uccisero. Il che inteso da Dimitrio, e considerata la sua fante che era bellissima, e ricordatosi della compassione da lei verso dimostrata, in moglie diletta la prese. E fattole un dono de tutte le vestimenta e gioie che erano della prima moglie, in lieta e gioconda pace con lei lungo tempo visse. —

Era già l’ultima fatica del favoleggiare della presente notte giunta al fine, quando la signora impose a ciascuno che se n’andasse alle lor case a riposare: ritornando però nella seguente sera a ridotto, sotto pena della disgrazia sua. Laonde, accesi i torchi che neve parevano, i signori fino alla riva furono accompagnati.

IL FINE DELLA PRIMA NOTTE.

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NOTTE SECONDA

Aveva già Febo le dorate rote nelle salse onde dell’indiano mare, ed i suoi raggi non davano più splendore alla terra, e la sua cornuta sorella le oscure tenebre con la sua chiara luce signoreggiava per tutto, e le vaghe e scintillanti stelle avevano già il cielo del suo lume dipinto, quando l’onesta ed orrevole compagnia al luogo solito a favoleggiare si ridusse. E messisi tutti, secondo i gradi loro, a sedere, la signora Lucrezia comandò che l’ordine, nella precedente sera tenuto, in questa osservar si dovesse. E perciò che cinque delle damigelle restavano a novellare, la signora impose al Trivigiano che i loro nomi scrivesse e nel vasetto d’oro li ponesse: traendoli dal vaso ad uno ad uno, sí come fu fatto nella prima sera. Il Trivigiano, ubidiente molto alla sua signora, essequí il comandamento suo. E per sorte il primo che uscí del vaso, fu d’Isabella il nome: il secondo, di Fiordiana: il terzo, di Lionora: il quarto, di Lodovica: il quinto fu di Vicenza. Poscia al suono de’ flauti cominciorono a carolare, menando il Molino e Lionora la ridda. Di che le donne e parimente gli uomini fecero sí gran risa, che ancora ridono. Finito il ballo tondo, tutti si puosero a sedere; e le damigelle una dolce ed amorosa canzone in laude della signora in tal guisa allegramente cantorono:

I’ dico e dirò sempre,

né fia chi mai di tal pensier mi mute,

ch’essempio siete voi d’ogni virtute.

con gli atti riverenti, onesti e saggi,

ch’escono de’ bei raggi,

s’adorna quel che bello il mondo chiama.

e chi seguir non brama

l’opre gentil, quai fan che mi distempre,

degno non è di fama,

né di gustar il ben de l’altra vita,

al cui valor vostra bontà c’invita.

Finita l’amorosa canzone, Isabella, a cui per sorte aveva toccato il primo luogo della seconda notte, lietamente al fa voleggiare diede principio, così dicendo:

FAVOLA I.

Galeotto, re d’Anglia, ha un figliuolo nato porco,

il quale tre volte si marita; e posta giù la pelle porcina

e diventato un bellissimo giovane, fu chiamato re porco.

— Quanto l’uomo, graziose donne, sia tenuto al suo Creatore che egli uomo e non animale bruto l’abbia al mondo creato, non è lingua sí tersa né sí faconda, che in mille anni a sofficienza il potesse isprimere. Però mi soviene una favola, a’ tempi nostri avvenuta, di uno che nacque porco, e poscia, divenuto bellissimo giovene, da tutti re porco fu chiamato.

Dovete adunque sapere, donne mie care, che Galeotto fu re d’Anglia, uomo non men ricco di beni della fortuna che de quelli dell’animo; ed aveva per moglie la figliuola di Mattias re di Ongheria, Ersilia per nome chiamata, la quale e di bellezza e di virtù e di cortesia avanzava ogn’altra matrona che a’ suoi tempi si trovasse. E sí prudentemente Galeotto reggeva il suo regno, che non vi era alcuno che di lui veracemente lamentar si potesse. Essendo adunque stati lungamente ambeduo insieme, volse la sorte che Ersilia mai non s’ingravidò. Il che all’uno e l’altro dispiaceva molto. Avenne che Ersilia, passeggiando per lo suo giardino, andava raccogliendo fiori: ed essendo già alquanto lassa, adocchiò un luogo pieno di verdi erbette, e accostatasi a quello, si puose a sedere; e invitata dal sonno e da gli uccelli, che su per li verdi rami dolcemente cantavano, s’addormentò. Allora per sua buona ventura passarono per l’aria tre altiere fate; le quali, veggendo l’addormentata giovane, si fermorono, e considerata la lei bellezza e leggiadria, si consigliorono insieme di farla inviolabile ed affiatata. Rimasero adunque le fate tutta tre d’accordo. La prima disse: — Io voglio costei inviolabil sia: e la prima notte che giacerà col suo marito, s’ingravidi : e di lei nasca un figliuolo che di bellezze non abbia al mondo pare. — L’altra disse: — Ed io voglio che niuno offender la possi, e che ’l figliuolo, che nascerà di lei, sia dotato di tutte quelle virtù e gentilezze che si possino imaginare. — La terza disse: — Ed io voglio che ella sia la più savia e la più ricca donna che si truovi: ma che’l figliuolo, che ella conciperà, nasca tutto coperto di pelle di porco, e i gesti e le maniere, che egli farà, siano tutti di porco: né mai possi di tal stato uscire, se prima non saranno da lui tre mogli prese.

 Partite che furono le tre fate, Ersilia si destò: e incontinenti levatasi da sedere, prese i fiori che raccolti aveva, ed al palagio se ne tornò. Non passorono molti giorni, che Ersilia s’ingravidò; e aggiunta al desiderato parto, partorì un figliuolo, le cui membra non erano umane, ma porcine. Il che andato alle orecchie del re e della reina, inestimabile dolore ne sentirono. Ed acciò che tal parto non ridondasse in vituperio della reina che buona e santa era, il re più fiate ebbe animo di farlo uccidere e gettarlo nel mare. Ma pur rivolgendo nell’animo e discretamente pensando che ’l figliuolo, qual che si fusse, era generato da lui ed era il sangue suo, deposto giù ogni fiero proponimento che prima nell’animo aveva, e abbracciata la pietà mista col dolore, volse al tutto, non come bestia, ma come animal razionale allevato e nodrito fusse. Il bambino adunque, diligentemente nodrito, sovente veniva alla madre, e levatosi in piedi, le poneva il grognetto e le zampette in grembo. E la

pietosa madre all’incontro lo accarezzava, ponendoli le mani sopra la pilosa schiena, ed abbracciavalo e basciavalo, non altrimenti che creatura umana si fusse. Ed il bambino avinchiavasi la coda, e con evidentissimi segni le materne carezze esserli molto grate le dimostrava. Il porcelletto, essendo al quanto cresciuto, cominciò umanamente parlare e andarsene per la città; e dove erano l’immondicie e le lordure, sí come fanno i porci, dentro se li cacciava. Dopo, cosí lordo e puzzolente, si ritornava a casa: e accostatosi al padre ed alla madre e fregandosi intorno alle vestimenta loro, tutte de letame gli le imbruttava; e perciò che egli gli era unico figliuolo, ogni cosa pazientemente sofferivano.

Tra gli altri un giorno a casa venne il porchetto: e messosi, sí lordo e sporco come era, sopra le vestimenta della madre, grognendo le disse: — Io, madre mia, vorrei maritarmi.— Il che udendo, la madre rispose: — O pazzo che tu sei, chi vuoi tu che per marito ti prenda? Tu sei puzzolente e sporco; e tu vuoi che uno barone o cavaliere sua figliuola ti dia? — A cui rispose grognendo che al tutto moglie voleva. La reina, non sapendo in ciò governarsi, disse al re: — Che dobbiam noi fare? Voi vedete a che condizione noi si troviamo. Il figliuolo nostro vuol moglie, né fia alcuna che in marito prender lo voglia. — Ritornato il porchetto alla madre, altamente grognendo diceva: — Io voglio moglie, né mai cessarò infino a tanto che io non abbia quella giovane che oggi ho veduta, perciò che molto mi piace.—Costei era figliuola d’una poverella che aveva tre figliuole: e ciascheduna di loro era bellissima. Questo intendendo, la reina subito mandò a chiamare la poverella con la figliuola maggiore, e dissele: — Madre mia diletta, voi siete povera e carica di figliuole; se voi consentirete, tosto ve ne verrete ricca. Io ho questo figliuolo porco, e lo vorrei maritare in questa vostra figliuola maggiore. Non vogliate avere rispetto a lui che è porco, ma al re e a me; che, al fine, di tutto il regno nostro ella sarà posseditrice. — La figliuola, queste parole udendo, molto si turbò: e venuta rossa come mattutina rosa, disse che per modo alcuno a tal cosa consentir non voleva. Ma pur sí dolci furono le parole della poverella, che la figliuola accontentò. Ritornato il porco tutto lordo a casa, corse alla madre; la quale li disse: —Figliuolo mio, noi ti abbiamo trovata moglie, e di tuo sodisfacimento. — E fatta venire la sposa, vestita di onorevolissime vestimenta regali, al porco la presentò. Il quale, veggendola bella e graziosa, tutto gioliva: e cosí puzzolente e sporco la intorniava, facendole col grugno e con le zampe le maggior carezze che mai porco facesse. Ed ella, perciò che tutte le vestimenta le bruttava, indietro lo spingeva. Ma il porco dicevale: — Perché indietro mi spingi? non ti ho io fatto coteste vestimenta? — A cui ella, superba, alteramente disse: — Né tu, né ’l tuo reame de porci, mai me le facesti. — E venuta l’ora di andare a riposare, disse la giovane: — Che voglio io fare di questa puzzolente bestia? Questa notte, com’egli sarà in su ’l primo sonno, io l’ucciderò. — Il porco, che non era molto lontano, udí le parole, e altro non disse. Andatosene adunque a l’ora debita il porco, tutto di letame e di carogne impiastracciato, al pomposo letto, con il grugno e con le zampe levò le sottilissime linzuola, e imbruttato ogni cosa di fetente sterco, appresso la sua sposa si coricò. La quale non stette molto che s’addormentò. Ma il porco, fingendo di dormire, con le acute zanne si fortemente nel petto la ferì, che incontanente morta rimase. E levatosi la mattina per tempo, se n’andò, secondo il suo costume, a pascersi e inlordarsi. Parve alla reina di andar a visitazione della nuora: e andatasene e trovatala dal porco uccisa, ne sentí grandissimo dolore. E ritornato il porco a casa, e agramente ripreso dalla reina, le rispose, lui avere fatto a lei quello che ella voleva far a lui: e sdegnato si partí.

Non passorono molti giorni, che ’l porco da capo stimolò la madre di volersi rimaritare nell’altra sorella; e quantunque per la reina li fusse contraddetto molto, nondimeno egli ostinato al tutto la voleva, minacciando di porre ogni cosa in roina, quando egli non l’avesse. Udendo questo, la reina andò al re e raccontògli il tutto; ed egli le disse che manco male sarebbe farlo morire, che qualche gran male egli nella città facesse. Ma la reina, che madre gli era e che li portava grande amore, non poteva patire di rimanere priva di lui, ancor che porco fusse. E chiamata la poverella con l’altra figliuola, ragionò lungamente con esse loro; e poi che ebbero molto ragionato insieme di maritaggio, la seconda accontentò di accettare il porco per suo sposo. Ma la cosa non andò ad effetto si come ella desiderava; perciò che il porco la uccise come la prima, e di casa tostamente si partí. E ritornato all’ora debita al palagio con tanta lordura e letame, che per lo puzzore non se li poteva avicinare, fu dal re e dalla reina per l’eccesso commesso villaniggiato molto. Ma il porco arditamente li rispose, lui avere fatto a lei quello che ella intendeva di fare a lui.

Né stette molto, che messere lo porco ancor tentò la reina di volersi rimaritare e prendere per moglie la terza sorella, che era vie più bella che la prima e la seconda. Ed essendoli la dimanda al tutto negata, egli di averla maggiormente sollecitava, minacciando con spaventevoli e villane parole di morte la reina, se per sposa non l’aveva. La reina, udendo le sozze e vituperevoli parole, sentiva nel cuore sí fatto tormento, che quasi ne era per impazzire. E messo da canto ogni altro suo pensiero, fece venir a sé la poverella e la terza sua figliuola, Meldina per nome chiamata, e dissele: — Meldina, figliuola mia, voglio che tu prendi messer lo porco per tuo sposo: né aver rispetto a lui, ma al padre suo e a me; che, se tu saprai ben esser con esso lui, sarai la più felice e la più contenta donna che si trovi. — A cui Meldina con sereno e chiaro viso rispose che era molto contenta, ringraziandola assai che si dignasse accettarla per nuora. E quando altro ella non avesse, le sarebbe bastevole di poverella in uno instante esser venuta nuora d’un potente re. Sentendo la reina la grata ed amorevole risposta, non puote per dolcezza gli occhi dalle lagrime astenere. Ma pur temeva non avenisse a lei come alle altre due era avenuto.

Vestitasi la nuova sposa di ricche vestimenta e preziose gioie, aspettò lo suo caro sposo che venisse a casa. Venuto che fu messer lo porco, più lordo e sporco che mai fusse, la sposa benignamente lo ricevette, distendendo la sua preziosa veste per terra, pregandolo che si coricasse appresso lei. La reina le diceva che lo spingesse da parte; ma ella ricusava di spingerlo, e tai parole alla reina disse:

Tre cose ho già sentite raccontare,

Sacra Corona veneranda e pia:

l’una, quel ch’è impossibile truovare,

andar cercando, è troppo gran pazzia;

l’altra, a quel tutto fede non prestare,

che ’n sé non ha ragion né dritta via;

la terza, il dono prezioso e raro

c’hai nelle mani, fa che ’l tenghi caro.

Messer lo porco, che non dormiva ma il tutto chiaramente intendeva, levatosi in piedi, le lingeva il viso, la gola, il petto e le spalle; ed ella all’incontro l’accarezzava e basciava, sí che egli tutto d’amore si accendeva. Venuta l’ora di posare, andossene la sposa in letto, aspettando che ’l suo caro sposo se ne venisse; e non stette molto che ’l sposo, tutto lordo e puzzolente, se n’andò al letto. Ed ella, levata la coltre, se lo fece venire appresso, e sopra il guanciale li conciò la testa, coprendolo bene e chiudendo le cortine, acciò che freddo non patisse. Messer lo porco, venuto il giorno, e avendo lasciato il materasso pieno di sterco, se n’andò alla pastura. La reina la mattina andossene alla camera della sposa: e credendosi vedere ciò che per lo addietro delle altre due veduto aveva, trovò la nuora allegra e contenta, ancor che ’l letto tutto di lordura e carogne imbruttato fusse. E ringraziò il sommo Iddio di sí fatto dono, che suo figliuolo aveva trovata moglie di suo contento.

Non stette gran spazio di tempo, che messer lo porco, essendo con la sua donna in piacevoli ragionamenti, le disse: — Meldina, moglie mia diletta, quando io mi credessi che tu non appalesassi ad alcuno l’alto mio secreto, io, non senza grandissima tua allegrezza, ti scoprirei una cosa che fin ora ho tenuta nascosa; ma perciò che io ti conosco prudente e savia, e veggio che mi ami di perfetto amore, vorrei di ciò farti partecipe. — Sicuramente scopritemi ogni vostro secreto, — disse Meldina, — che io vi prometto di non manifestarlo, senza il vostro volere, ad alcuno. — Sicurato adunque messer lo porco dalla moglie, si trasse la puzzolente e sporca pelle, e un vago e bellissimo giovane rimase: e tutta quella notte con la sua Meldina strettamente giacque. E impostole che il tutto dovesse tacere, perciò che era fra poco tempo per uscire di sí fatta miseria, si levò di letto: e presa la sua spoglia porcina, alle immondizie, sí come per l’addietro fatto aveva, si diede. Lascio a ciascuno pensare quanta e qual fusse l’allegrezza di Meldina, veggendosi accompagnata con sí leggiadro e sí polito giovane.

Non stette guari che la giovane se ingravidò; e venuta al termine del suo parto, partorì un bellissimo figliuolo. Il che al re e alla reina fu di grandissimo contento, e massimamente che non di bestia, ma di creatura umana teneva la forma. Parve a Meldina esserle molto carico tener celata cosí alta e maravigliosa cosa; e andatasene alla suocera, disse: — Prudentissima reina, io mi credevo esser accompagnata con una bestia; ma voi mi avete dato per marito il più bello, il più vertuoso e il più accostumato giovane che mai la natura creasse. Egli, quando viene in camera per accoricarsi appresso me, si spoglia la puzzolente scorza, e in terra quella diposta, un attilato e leggiadro giovane rimane. Il che niuno potrebbe credere, se con gli occhi propi non lo vedesse. — La reina pensava che la nuora burlasse; ma pur diceva da dovere E addimandatala come ciò potesse vedere, rispose la nuora:—Verrete questa notte su ’l primo sonno alla camera mia, e trovarete aperto l’uscio, e vederete ciò che io vi dico, essere il vero. — Venuta la notte, e aspettata l’ora che tutti erano andati a posare, la reina fece accendere i torchi, e con il re se n’andò alla camera del figliuolo: ed entratavi dentro, trovò la porcina pelle che da l’un lato della camera era posta giù in terra; e accostatasi la madre al letto, vide il suo figliuolo essere un bellissimo giovane: e Meldina, sua moglie, in braccio strettamente lo teneva. Il che vedendo, il re e la reina molto si rallegrorono: e ordinò il re che, avanti alcuno indi si partisse, la pelle fusse tutta minutamente stracciata; e tanta fu l’allegrezza del re e della reina per lo rinnovato figliuolo, che poco mancò che non se ne morisseno. Il re Galeotto, veggendo avere sí fatto figliuolo e di lui figliuoli, depose la diadema e il manto regale, e in suo luogo con grandissimo trionfo fu coronato il figliuolo, il quale, chiamato re porco, con molto sodisfacimento di tutto il popolo resse il regno, e con Meldina, sua diletta moglie, lungo tempo felicissimamente visse. —

FAVOLA II.

Filenio Sistema, scolare, in Bologna vien da tre belle donne beffato,

ed egli con una finta festa di ciascheduna si vendica.

 [Antonio Molino:]

— Io non avrei mai creduto, valorose donne, né pur imaginato che la signora mi avesse dato carico di dover favoleggiare: e massimamente toccando la volta alla signora Fiordiana, avenutale per sorte. Ma poscia che a Sua Altezza cosí piace, ed è di contentamento di tutti, io mi sforzerò di raccontare cosa che vi sia di sodisfacimento. E se per aventura il mio ragionare, che Iddio non voglia, vi fosse noioso, o che passasse di onestà il termine, mi averete per iscuso, e incolparete la signora Fiordiana, la quale di tal cosa n’è stata cagione.

In Bologna, nobilissima città di Lombardia, madre de’ studi e accomodata di tutte le cose che si convengono, ritrovavasi uno scolare, gentiluomo cretense, il cui nome era Filenio Sistema, giovane leggiadro e amorevole. Avenne che in Bologna si fece una bella e magnifica festa, alla quale furono invitate molte donne della città e delle più belle; e vi concorsero molti gentiluomini bolognesi e scolari, tra’ quali vi era Filenio. Costui, sí come è usanza de’ giovani, vagheggiando ora l’una ed ora l’altra donna, e tutte molto piacendoli, dispose al tutto volere carolare con una di esse loro. Ed accostatosi ad una che Emerenziana si chiamava, moglie di messer Lamberto Bentivogli, la chiese in ballo. Ed ella, che era gentile e non men ardita che bella, non lo rifiutò. Filenio adunque, con lento passo menando il ballo e alle volte stringendole la mano, con bassa voce cosí le disse: — Valorosa donna, tanta è la bellezza vostra, che senza alcun fallo quella trapassa ogni altra che io vedessi giamai. E non vi è donna veruna a cui cotanto amore io porti, quando alla Vostra Altezza: la quale se mi corrisponderà nell’amore, terrommi il più contento e il più felice uomo che si truovi al mondo; ma altrimenti facendo, tosto vedrammi di vita privo, ed ella ne sarà stata della mia morte cagione. Amandovi adunque io, signora mia, com’ io fo ed è il debito mio, voi mi prenderete per vostro servo, disponendo e di me e delle cose mie, quantunque picciole siano, come delle vostre proprie. E grazia maggiore dal cielo ricevere non potrei, che di venire suggetto a tanta donna, la quale come uccello mi ha preso nell’amorosa pania. — Emerenziana, che attentamente ascoltate aveva le dolci e graziose parole, come persona prudente, finse di non aver orecchie, e nulla rispose.

Finito il ballo e andatasi Emerenziana a sedere, il giovane Filenio prese un’altra matrona per mano, e con esso lei cominciò ballare; né appena egli aveva principiata la danza, che con lei si mise in tal maniera a parlare: — Certo non fa mestieri, gentilissima madonna, che io con parole vi dimostri quanto e quale sia il fervido amore che io vi porto e porterò, fin che questo spirito vitale reggerà queste deboli membra e infelici ossa. E felice, anzi beato mi terrei, allora quando io vi avessi per mia patrona, anzi singolar signora. Amandovi adunque io sí come io vi amo, ed essendo io vostro, sí come voi agevolmente potete intendere, non arrete a sdegno di ricevermi per vostro umilissimo servitore, perciò che ogni mio bene e ogni mia vita da voi e non altronde dipende. — La giovane donna, che Pantemia si chiamava, quantunque intendesse il tutto, non però li rispose, ma la danza onestamente seguí; e finito il ballo, sorridendo alquanto si puose con le altre a sedere.

Non stette molto che lo innamorato Filenio prese la terza per mano: la più gentile, la più graziata e la più bella donna che in Bologna allora si trovasse; e con esso lei cominciò menare una danza, facendosi far calle a coloro che s’appressavano per rimirarla; e innanzi che si terminasse il ballo, egli le disse tai parole: — Onestissima madonna, forse io parerò non poco prosontuoso scoprendovi ora il celato amore che io vi portai e ora porto; ma non incolpate me, ma la vostra bellezza, la quale a ciascaduna altra donna vi fa superiore, e me come vostro mancipio tene. Taccio ora i vostri laudevoli costumi; taccio le egregie e ammirabili vostre virtù, le quali sono tante e tali, che hanno forza di far discendere giù d’alto cielo i superni Dei. Se adunque la vostra bellezza, accolta per natura e non per arte, aggradisce agli immortali Dei, non è maraviglia se quella mi stringe ad amarvi e tenervi chiusa nelle viscere del mio cuore. Pregovi adunque, gentil signora mia, unico refrigerio della mia vita, che abbiate caro colui che per voi mille volte al giorno more. Il che facendo, io riputerò aver la vita per voi, alla cui grazia mi raccomando. — La bella donna, che Sinforosia si appellava, avendo ottimamente intese le care e dolci parole che dal focoso cuore di Filenio uscivano, non puote alcuno sospiretto nascondere: ma pur considerando l’onor suo e che era maritata, niuna risposta li diede; ma, finito il ballo, se ne andò al suo luogo a sedere.

Essendo tutta tre una appresso l’altra quasi in cerchio a sedere, ed intertenendosi in piacevoli ragionamenti, Emerenziana, moglie di messer Lamberto, non già a fine di male ma burlando, disse alle due compagne: — Donne mie care, non vi ho io da raccontare una piacevolezza che mi è avenuta oggi? — E che? — dissero le compagne. — Io — disse Emerenziana — mi ho trovato, carolando, uno innamorato il più bello, il più leggiadro e il più gentile che si possa trovare. Il quale dice esser sí acceso di me per la mia bellezza, che né giorno né notte non trova riposo; — e puntalmente le raccontò tutto ciò che egli le aveva detto. Il che intendendo, Pantemia e Sinforosia dissero quello medesimo esser avenuto a loro; e dalla festa non si partirono, che agevolmente conobbero uno istesso esser stato colui che con tutta tre aveva fatto l’amore. Il perché chiaramente compresero che quelle parole dello innamorato non da fede amorosa ma da folle e fittizio amore procedevano, e a sue parole prestarono quella credenza che prestare si suole a’ sogni degli infermi o a fole de romanzi. Ed indi non si partirono, che tutta tre concordi si dierono la fede di operare sí che ciascheduna di loro da per sé li farebbe una beffa, e di tal sorte, che l’innamorato si ricorderebbe sempre che anche le donne sanno beffare.

Continovando adunque Filenio in far l’amore quando con l’una, quando con l’altra, e vedendo che ciascheduna di loro faceva sembiante di volerli bene, si mise in cuore, se possibile era, di ottenere da ciascheduna di loro l’ultimo frutto d’amore; ma non li venne fatto sí come egli bramava ed era il desiderio suo, perciò che fu perturbato ogni suo disegno. Emerenziana, che non poteva sofferire il fittizio amore del sciocco scolare, chiamò una sua fanticella assai piacevoletta e bella, e le impose che ella dovesse con bel modo parlare con Filenio e isponerli lo amore che sua madonna li porta: e quando li fusse a piacere, ella una notte vorrebbe esser con esso lui in la propia casa. Il che intendendo, Filenio si allegrò, e disse alla fante: — Va, e ritorna a casa, e raccomandami a tua madonna, e dille da parte mia che questa sera la mi aspetti, già che ’l marito suo non alberga in casa. — In questo mezzo Emerenziana fece raccogliere molti fascicoli di pongenti spine, e poseli sotto la littiera dove la notte giaceva, e stette ad aspettare che lo amante venisse. Venuta la notte, Filenio prese la spada, e soletto se n’andò alla casa della sua nemica; e datole il segno, fu tostamente aperto. E dopo che ebbero insieme ragionato alquanto e lautamente cenato, ambe duo andarono in camera per riposare. Filenio appena si aveva spogliato per girsene al letto, che sopragiunse messer Lamberto, suo marito. Il che intendendo, la donna finse di smarrirsi: e non sapendo dove l’amante nascondere, gli ordinò che sotto il letto se n’andasse. Filenio, veggendo il pericolo suo e della donna, senza mettersi alcun vestimento in dosso, ma solo con la camiscia, corse sotto la littiera: e cosí fieramente si punse, che non era parte veruna del suo corpo, cominciando dal capo insino a’ piedi, che non gittasse sangue. E quanto più egli in quel scuro voleva difendersi dalle spine, tanto maggiormente si pungeva: e non ardiva gridare, acciò che messer Lamberto non lo udisse e uccidesse. Io lascio considerare a voi a che termine quella notte si ritrovasse il miserello; il quale poco mancò che senza la coda non restasse, sí come era rimasto senza la favella. Venuto il giorno e partitosi il marito di casa, il povero scolare meglio che egli puote si rivestí, e cosí sanguinoso a casa se ne tornò, e stette con non picciolo spavento di morte. Ma curato diligentemente dal medico, si riebbe e ricuperò la pristina salute.

Non passorono molti giorni, che Filenio seguí lo suo innamoramento facendo l’amore con le altre due: cioè con Pantemia e Sinforosia; e tanto fece, che ebbe agio di parlare una sera con Pantemia, alla quale raccontò i suoi lunghi affanni e continovi tormenti, e pregolla di lui pietà avere dovesse. L’astuta Pantemia, fingendo averli compassione, si iscusava di non aver il modo di poterlo accontentare; ma pur al fine, vinta da’ suoi dolci preghi e cocenti sospiri, lo introdusse in casa. Ed essendo già spogliato per andarsene a letto con esso lei, Pantemia li comandò che andasse nel camerino ivi vicino, ove ella teneva le sue acque nanfe e profumate, e che prima molto bene si profumasse, e poi se n’andasse al letto. Il scolare, non s’avedendo dell’astuzia della malvagia donna, entrò nel camerino; e posto il piede sopra una tavola diffitta dal travicello che la sosteneva, senza potersi ritenere, insieme con la tavola cade giù in uno magazzino terreno, nel quale alcuni mercatanti tenevano bambaia e lane. E quantunque di alto cadesse, niuno però male si fece nella caduta. Ritrovandosi adunque il scolare in quello oscuro luogo, cominciò brancolare, se scala o uscio trovasse; ma nulla trovando, maladiceva l’ora e ’l punto che Pantemia conosciuta aveva. Venuta l’aurora, e tardi accortosi il miserello dello inganno della donna, vide in una parte del magazzino certe fissure nelle mura che al quanto rendevano di luce; e per essere antiche e grommose di fastidiosa muffa, egli cominciò con maravigliosa forza cavare le pietre dove men forti parevano: e tanto cavò, che egli fece un pertugio sí grande, che per quello fuori se ne uscí. E trovandosi in una calle non molto lontana dalla publica strada, cosí scalcio e in camiscia prese lo cammino verso il suo albergo, e senza essere d’alcuno conosciuto, entrò in casa.

Sinforosia, che già aveva intesa l’una e l’altra beffa fatta a Filenio, s’ingegnò di farli la terza, non minore delle due. E cominciollo con la coda dell’occhio, quando ella lo vedeva, guatare, dimostrandoli che ella si consumava per lui. Il scolare, già domenticato delle passate ingiurie, cominciò passeggiare dinanzi la casa di costei facendo il passionato. Sinforosia, avedendosi lui esser già del suo amore oltre misura acceso, li mandò per una vecchiarella una lettera, per la quale li dimostrò che egli con la sua bellezza e gentil costumi l’aveva sí fieramente presa e legata, che ella non trovava riposo né di né notte: e perciò, quando a lui fusse a grado, ella desiderava, più che ogni altra cosa, di poter con esso lui favellare. Filenio, presa la lettera e inteso il tenore, e non considerato l’inganno, e smemorato delle passate ingiurie, fu il più lieto e consolato uomo che mai si trovasse. E presa la carta e la penna, le rispose che se ella lo amava e sentiva per lui tormento, che era ben contracangiata, perciò che egli più amava lei che ella lui, e ad ogni ora che a lei ci paresse, egli era a’ suoi servigi e comandi. Letta la risposta e trovata la opportunità del tempo, Sinforosia lo fece venire in casa, e dopo molti finti sospiri li disse: — Filenio mio, non so qual altro, che tu, mi avesse mai condotta a questo passo, al quale condotta mi hai; imperciò che la tua bellezza, la tua leggiadria e il tuo parlare mi han posto tal fuoco nell’anima, che come secco legno mi sento abbrusciare. — Il che sentendo, il scolare teneva per certo che ella tutta si struggesse per suo amore. Dimorando adunque il cattivello con Sinforosia in dolci e dilettevoli ragionamenti, e parendogli omai ora di andarsene a letto e coricarsi a lato lei, disse Sinforosia: — Anima mia dolce, innanzi che noi andiamo a letto, mi pare convenevole cosa che noi si riconfortiamo alquanto; — e presolo per la mano, lo condusse in uno camerino ivi vicino, dove era una tavola apparecchiata con preziosi confetti e ottimi vini. Aveva la sagace donna alloppiato il vino per far che egli s’addormentasse fino a certo tempo. Filenio prese il nappo e lo empí di quel vino, e non avedendosi dell’inganno, intieramente lo beve. Restaurati gli spiriti, e bagnatosi con acqua nanfa e ben profumatosi, se n’andò a letto. Non stette guari che il liquore operò la sua virtù, e il giovane sí profondamente s’addormentò, che ’l grave tuono delle artigliarie e di ogni altro gran strepito malagevolmente destato l’arebbe. Laonde Sinforosia, vedendo che egli dirottamente dormiva e il liquore la sua operazione ottimamente dimostrava, si partí; e chiamò una sua fante giovane e gagliarda che del fatto era consapevole, e amendue per le mani e per li piedi presero il scolare, e chetamente aperto l’uscio, lo misero sopra la strada, tanto lungi da casa, quanto sarebbe un buon tratto di pietra. Era circa un’ora innanzi che spuntasse l’aurora, quando il liquore perde la sua virtù e il miserello si destò; e credendo egli esser a lato di Sinforosia, si trovò scalzo e in camiscia e semimorto da freddo giacere sopra la nuda terra. Il poverello, quasi perduto delle braccia e delle gambe, a pena si puote levar in piedi; ma pur con gran malagevolezza levatosi, e non potendo quasi affermarsi in piedi, meglio che egli puote e seppe, senza esser d’alcuno veduto, al suo albergo ritornò, e alla sua salute provedé. E se non fusse stata la giovenezza che lo aiutò, certamente egli sarebbe rimaso attratto de nervi.

Filenio, ritornato sano e nell’esser che era prima, chiuse dentro del petto le passate ingiurie, e senza mostrarsi crucciato e di portarle odio, finse che egli era di tutta tre vie più innamorato che prima, e quando l’una e quando l’altra vagheggiava. Ed elle, non avedendosi del mal animo che egli avea contra loro, ne prendevano trastullo, facendoli quel viso allegro e quella benigna e graziosa ciera che ad uno vero innamorato far si suole. Il giovane, che era alquanto sdignosetto, più volte volse giocare di mano e signarle la faccia; ma come savio considerò la grandezza delle donne, e che vergognosa cosa li sarebbe stata a percuotere tre feminelle, e raffrenossi. Pensava adunque e ripensava il giovane qual via in vendicarsi tener dovesse; e non sovenendogli alcuna, molto fra sé stesso si ramaricava. Avenne, dopo molto spazio di tempo, che il giovane s’imaginò di far cosa per la quale al suo desiderio agevolmente sodisfar potesse; e sí come gli venne nell’animo, cosí la fortuna fulli favorevole.

Aveva Filenio in Bologna a pigione uno bellissimo palagio, il quale era ornato d’un’ampia sala e di polite camere. Egli determinò di far una superba e onorata festa, e invitare molte donne, tra’ quali vi fussero ancora Emerenziana, Pantemia e Sinforosia. Fatto l’invito e accettato, e venuto il giorno dell’onorevol festa, tutta tre le donne, poco savie, senza pensar più oltre, se n’andarono. Essendo l’ora di rinfrescar le donne con recenti vini e preziosi confetti, l’astuto giovane prese le tre innamorate per mano, e con molta piacevolezza le menò in una camera, pregandole che si rinfrescasseno al quanto. Venute adunque le pazze e sciocche tre donne in camera, il giovane chiuse l’uscio della camera, e andatosene a loro, disse: — Ora, malvage femine, è venuto il tempo che io mi vendicherò di voi e farovvi portare la pena dell’ ingiuria fattami per lo mio grande amore. — Le donne, udendo queste parole, rimasero più morte che vive, e cominciorono ramaricarsi molto d’aver altrui offeso; e appresso questo, maladicevano loro medesime che troppo si avevano fidate in colui che odiare dovevano. Il scolare con turbato e minaccevole viso comandò che, per quanto caro avevano la vita loro, tutta tre ignude si spogliassino. Il che intendendo, le ghiottoncelle si guatarono l’una con l’altra, e dirottamente cominciarono a piangere: pregandolo, non già per loro amore, ma per sua cortesia e innata umanità, l’onor suo riservato le fusse. Il giovane, che dentro di sé tutto godeva, in ciò le fu molto cortese: non volse però che nel suo cospetto vestite rimanessero. Le donne, gittatesi a’ piedi del scolare, con pietose lagrime umilmente lo pregorono licenziare le dovesse, e che di sí grave scorno non fusse cagione. Ma egli, che già fatto aveva di diamante il cuore, disse questo non essere di biasmo ma di vendetta segno. Spogliatesi adunque le donne e rimase come nacquero, erano cosí belle ignude come vestite. Il giovane scolare, riguardandole da capo a’ piedi e vedendole sí belle e sí delicate che la lor bianchezza avanzava la neve, cominciò tra sé sentire alquanta compassione; ma nella memoria ritornandoli le ricevute ingiurie e il pericolo di morte, scacciò da sé ogni pietà, e nel suo fiero e duro proponimento rimase. Appresso questo, l’astuto giovane tolse tutte le vestimenta loro e altre robbe che in dosso portate avevano, e in uno camerino ivi vicino le pose, e con parole assai spiacevoli le ordinò che tutta tre, l’una a lato dell’altra, nel letto si coricassero. Le donne, tutte sgomentate e tremanti da terrore, dissero: — Oh insensate noi, che diranno i mariti, che diranno i parenti nostri, come si saprà che noi siamo quivi state ignude trovate uccise? Meglio sarebbe che noi fussimo morte in fascie, che esser con tal vituperoso scorno manifestate. — Il scolare, vedendole coricate l’una appresso l’altra, come fanno marito e moglie, prese uno linzuolo bianchissimo ma non molto sottile, acciò che non trasparessero le carni e fussero conosciute, e tutta tre coperse da capo a piedi: e uscitosi di camera e chiuso l’uscio, trovò li mariti loro che in sala danzavano; e finito il ballo, menolli nella camera dove le tre donne in letto giacevano, e disseli: — Signori miei, io vi ho quivi condotti per darvi un poco di solacio e per mostrarvi la più bella cosa che a’ tempi vostri vedeste giammai; — e approssimatosi al letto con un torchietto in mano, leggermente cominciò levar il linzuolo da’ piedi e invilupparlo, e discoperse le donne sino alle ginocchia; ed ivi li mariti videro le tondette e bianche gambe con i loro isnelli piedi, maravigliosa cosa a riguardare. Indi discopersele sino al petto, e mostrolli le candidissime coscie che parevano due colonne di puro marmo, col rotondo corpo al finissimo alabastro somigliante. Dopo, scoprendole più in su, li mostrò il teneretto e poco rilevato petto con le due popoline sode, delicate e tonde, che arebbeno costretto il sommo Giove ad abbracciarle e basciarle. Di che i mariti ne prendevano quel trastullo e contento che imaginar si puole. Lascio pensar a voi a che termine si trovavano le misere e infelici donne, quando udivano i mariti suoi prendere di loro trastullo. Elle stavano chete e non osavano citire, acciò che conosciute non fussero. I mariti tentavano il scolare che le discoprisse il volto; ma egli, più prudente nell’altrui male che nel suo, consentire non volse. Non contento di questo, il giovane scolare prese le vestimenta di tutta tre le donne e mostrolle ai mariti loro. I quali, vedendole, rimasero con una certa stupefazione che li rodeva il cuore. Dopo con grandissima meraviglia più intensamente riguardandole, dicevano tra sé: — Non è questo il vestimento che io fei alla mia donna? Non è questa la cuffia che io le comprai? Non è questo il pendente che le discende dal collo innanzi il petto? Non sono questi gli anelletti che la porta in dito? — Usciti di camera, per non turbar la festa non si partirono, ma a cena rimasero. Il giovane scolare, che già aveva inteso esser cotta la cena e ogni cosa dal discretissimo siniscalco apparecchiata, ordinò che ogn’uno si ponesse a mensa. E mentre che gl’invitati menavano le mascelle, lo scolare ritornò nella camera dove le tre donne in letto giacevano; e discopertele, disse: — Buon giorno, madonne; avete voi uditi i mariti vostri? Eglino quivi fuori con grandissimo desiderio vi aspettano vedere. Che dimorate? Levatevi su, dormiglione; non sbadagliate, cessate omai di stropicciarvi gli occhi, prendete le vestimenta vostre e senza indugio ponetevele in dosso, che omai è tempo di gire in sala dove le altre donne vi aspettano. — E cosí le berteggiava e con diletto le teneva a parole. Le sconsolate donne, dubitando che ’l caso suo avesse qualche crudel fine, piangevano e disperavano della lor salute. E cosí angosciate e da dolor trasfitte, in piedi si levarono, più la morte che altro aspettando. E voltatesi verso il scolare, dissero: — Filenio, ben ti sei oltre modo di noi vendicato; altro non ci resta se no che tu prendi la tua tagliente spada e con quella tu ne dia la morte, la qual noi più che ogni altra cosa desideriamo. E se questa grazia tu non ne vuoi fare, ti preghiamo almeno isconosciute a casa ne lasci ritornare, acciò che l’onor nostro salvo rimanga. — Parendo a Filenio aver fatto assai, prese gli suoi panni: e datili, ordinò che subito si rivestissero: e rivestite che furono, per un uscio secreto fuori di casa le mandò; e cosí vergognate, senza esser d’alcuno conosciute, alle lor case ritornorono. Spogliatesi le loro vestimenta che indosso avevano, le posero nelli lor forcieri, e calidamente senza andar al letto si misero a lavorare.

Finita la cena, i mariti ringraziorono lo scolare del buon accetto che fatto gli aveva, e, molto più, del piacere che avevano avuto in vedere i delicati corpi che di bellezza avanzavano il sole: e preso da lui il combiato, si partirono ed ai loro alberghi ritornorono. Ritornati adunque i mariti a casa, trovorono le loro mogli che nelle loro camere presso il fuoco sedevano e cusivano. E perché i panni, l’anella e le gioie da’ mariti vedute nella camera di Filenio li davano alquanta suspizione, acciò che niuno sospetto li rimanesse, ciascun di loro addimandò la sua donna dove era stata quella sera e dove erano le sue vestimenta. Ai quali ciascheduna di loro arditamente rispose che di casa quella notte uscita non era: e presa la chiave della cassa dove erano le robbe, li mostrò le vestimenta, l’anella e ciò che i mariti fatto gli avevano. Il che vedendo i mariti e non sapendosi che dire, rimasero cheti, raccontando minutamente alle loro donne tutto quello che gli era quella notte avenuto. Il che intendendo, le mogli fecero sembiante di non saper nulla; e dopo che ebbero alquanto riso, si spogliorono e s’andorono a riposare. Non passorono molti giorni, che Filenio più volte per strada s’incontrò nelle sue care madonne, e disse: — Qual di noi ebbe maggior spavento? qual di noi fu peggio trattato? — Ma elle, tenendo gli occhi chini a terra, nulla rispondevano. Ed in tal guisa lo scolare meglio che egli seppe e puote, senza battitura alcuna, virilmente si vendicò della ricevuta ingiuria. —

FAVOLA III.

Carlo d’Arimino ama Teodosia, ed ella non ama lui, perciò che aveva a

Dio la verginità promessa; e credendosi Carlo con violenza abbracciarla,

in vece di lei abbraccia pentole, caldaie, schidoni e scovigli:

e tutto di nero tinto, da’ propi servi viene fieramente battuto.

[Lionora:]

— La favola, donne mie care, dal Molino arteficiosamente raccontata, mi ha fatto rimovere da quella che mi era nell’animo di dire; e un’altra raccontar vi voglio, la quale, se non m’inganno, non sarà di minor piacere alle donne, che fusse la sua a gli uomini. E uanto più la sua fu lunga e alquanto sconvenevole, tanto più la mia sarà breve e onesta.

Dicovi adunque, piacevoli donne, che Carlo d’Arimino, sí come io penso alcuna di voi sapere, fu uomo guerreggevole, dispregiatore d’Iddio, bestemmiatore de’ santi, omicida, bestiale e dedito ad ogni specie di effeminata lussuria. E tanta fu la malignità di lui, e tali e tanti i vizi dell’animo, che non aveva pare. Costui, essendo giovane leggiadro e riguardevole, fortemente s’accese dell’amore d’una giovanetta, figliuola d’una povera vedova; la quale, ancor che avesse bisogno e con la figliuola in gran necessità vivesse, era però di tal condizione, che più tosto si arrebbe lasciata morire da fame, che consentire la figliuola peccasse. La giovane, che Teodosia si chiamava, oltre che era bella e piacevole, era anche onesta, accostumata e di canuti pensieri dotata; e sí era intenta al divino culto e alle orazioni, che nell’animo le temporali cose al tutto sprezzava. Carlo adunque, infiammato di lascivo amore, di giorno in giorno la sollecitava, e il dí che egli non la vedeva, da doglia si sentiva morire. Più volte egli tentò con lusinghe, con doni e con ambasciate ridurla a’ suoi piaceri, ma egli nel vero s’affaticava indarno, perciò che, come giovane prudente e savia, ogni cosa rifiutava, e cotidianamente pregava Iddio che lo rimovesse da tai disonesti pensieri. Non potendo il giovane far più resistenza all’ardente amore, anzi bestial furore, e ramaricandosi di esser refutato da colei che più che la vita sua amava, propose nell’animo, intravenga che si voglia, di rapirla e contentare il suo concupiscibile appetito. Ma pur temea far tumulto, e che ’l popolo, che l’odiava molto, non lo uccidesse; ma vinto dalla sfrenata voglia e divenuto come rabbioso cane, compose con duo suoi servi, uomini audacissimi, di volerla affatto rapire.

Laonde un giorno, nell’oscurar della sera, egli prese le sue armi, e con i duo serventi se n’andò alla casa della giovane; e trovato l’uscio aperto, prima che entrasse dentro, comandò a gli servi facessero buona guardia, né, per quanto cara hanno la vita sua, lasciasseno alcuno entrare in casa o fuori uscire, fino a tanto che egli non ritornasse a loro. I servi, desiderosi di compiacere al suo padrone, risposero che farebbero quanto gli era da lui imposto. Avendo adunque Teodosia, con qual mezzo non so, la venuta di Carlo persentita, dentro d’una povera cucina subito soletta si rinchiuse. Salito allora Carlo su per la scala della picciola casa, trovò la vecchia madre, la quale, fuori d’ogni sospizione d’essere in tal guisa salita, a filare si stava: e dimandolle della figliuola sua, da lui tanto desiata. L’onesta donna, veduto che ebbe il giovane lascivo armato, più tosto al mal fare che al bene tutto inchinevole, molto si smarrì, e nel viso come persona morta pallida divenne, e più volte volse gridare; ma pensando che nulla farebbe, prese partito di tacere e metter l’onor suo nelle mani d’Iddio, in cui molto si fidava. E preso pur alquanto d’ardire, e voltato il viso contra a Carlo, cosí gli disse: — Carlo, non so con qual animo e con qual arroganza sei tu qui venuto a contaminare la mente di colei che onestamente viver desidera. Se tu sei venuto per bene, Iddio, munerator del tutto, ti dia ogni giusto e onesto contento; ma quando altrimenti fusse, il che Iddio no ’l voglia, tu faresti gran male a voler con vituperio conseguire quello che non sei per mai avere. Spezza adunque e rompi cotesta sfrenata voglia, né vogli tuore alla figliuola mia quello che tu rendere non le puoi giamai, cioè l’onor del corpo suo. E quanto più tu sei di lei innamorato, tanto ella maggior odio ti porta, essendo tutta data alla virginità. —

Carlo, udite le compassionevoli parole della vecchiarella, assai si turbò; né per questo si mosse dal suo fiero proponimento, ma come pazzo si mise per ogni parte della casa a ricercarla; e non la ritrovando, al luoco della picciola cucina se ne gí, e trovatala rinchiusa, pensò che ella, come era, dentro vi si fusse: e guatando per una fissura della porta, vide la Teodosia che in orazioni si stava, e con dolcissime parole la cominciò pregare che aprire lo volesse, in tal guisa dicendo: — Teodosia, vita della mia vita, sappi che io non sono qui venuto per macolare l’onor tuo, lo quale più che me stesso amo, e lo reputo mio; ma per accettarti per propia moglie, quando ed a te ed alla madre tua fusse a grado. Ed io vorrei esser omicida di colui che l’onor tor ti volesse. — Teodosia, che attentamente ascoltava le parole di Carlo, senza altro indugio rispondendo cosí disse: — Carlo, rimoviti da cotesto pertinace volere; perciò che per moglie mai non sei per avermi, perché la mia virginità offersi a colui che ’l tutto vede e regge. E quantunque a mio mal grado con violenza il corpo mio macchiasti, non però la ben disposta mente, la quale dal principio del mio nascimento al mio fattor donai, contaminar potresti. Iddio ti diede il libero arbitrio acciò tu conoscesti il bene e il male e operasti quello che più ti aggrada. Segui adunque il bene, che sarai detto virtuoso, e lascia il contrario, che è detto vizioso.—

Carlo, dopo che vide nulla giovare le sue lusinghe, e sentendosi rifiutare, né potendo più far resistenza alla fiamma che gli abbrusciava il cuore, come giovane più furibondo che prima, lasciate le parole da canto, l’uscio, il quale non molto forte né molto sicuro era, con poca difficultà ad ogni suo buon piacere aperse. Entrato adunque Carlo nella piccioletta cucina, e veggendo la damigella piena di grazia e d’incomprensibile bellezza, dell’amor suo più furiosamente infiammato, pensò ogni suo disordinato appetito allora del tutto adempire: e se le aventò addosso, non altrimenti che volonteroso ed affamato veltro alla timidetta lepre. Ma la misera Teodosia, avendo li biondi capei sparsi dopo le spalle, ed essendo tenuta stretta nel collo, divenne pallida e debole di modo che quasi più movere non si poteva. Laonde ella levò la mente al cielo, ed a Iddio dimandò soccorso. Appena era fornita la mentale orazione, che Teodosia miracolosamente sparve, ed a Carlo Iddio sí fortemente abbarbagliò il lume dell’intelletto, che più cosa buona non conoscea; e credendo egli di toccar la damigella, abbracciarla, basciarla e in sua balia averla, altro non stringeva, altro non abbracciava né basciava se non pentole, caldaie, schidoni, scovigli ed altre simili cose che erano per la cucina. Avendo già Carlo saziata la sua sfrenata voglia, ed il vulnerato petto da capo moversi sentendo, corse ancora ad abbracciar le caldaie, non altrimenti che le membra di Teodosia fussero. E sí fattamente il volto e le mani dalla caldaia tinte rimasero, che non Carlo, ma il demonio pareva.

In questa guisa adunque avendo Carlo saziato il suo appetito, e parendogli oggimai tempo di partirsi, cosí di nero tinto scese giù della scala. Ma i duo servi che presso l’uscio facevano la guardia che niuno entrasse o uscisse, veggendolo cosí contrafatto e divisato in viso, che più di bestia che di umana creatura la sembianza teneva, imaginandosi che il demonio o qualche fantasma egli si fusse, volsero come da cosa mostruosa fuggire. Ma fattisi con miglior animo all’incontro, e guatatolo sottilissimamente nel volto, e vedutolo sí diforme e brutto, di molte bastonate il caricorono, e con le pugna, che di ferro parevano, tutto il viso e le spalle li ruppero, né li lasciorono in capo capello che bene gli volesse: né contenti di ciò, lo gittorono a terra, stracciandogli i panni da dosso e dandogli calzi e pugna quante mai ne puote portare; e tanto spessi erano i calzi che i servi li davano, che mai Carlo non puote aprire la bocca ed intendere la causa perché cosí crudelmente lo percotevano. Ma pur tanto fece, che uscí delle lor mani: e via se ne fuggì, pensando tuttavia averli dietro le spalle. Carlo adunque essendo da’ suoi servi senza pettine oltra modo carminato, ed avendo per le dure pugna gli occhi sí lividi e gonfi che quasi non discerneva, corse verso la piazza gridando e fortemente ramaricandosi de’ servi suoi che l’avevano sí maltrattato. La guardia della piazza, udendo la voce ed il lamento che egli faceva, gli andò all’ incontro, e veggendolo sí diforme e col viso tutto impiastracciato, pensò lui esser qualche pazzo. E non essendo da alcuno per Carlo conosciuto, ognuno il cominciò deleggiare e gridare: — Dalli, dalli, che gli è pazzo! — e appresso questo alcuni lo spinghievano, altri gli sputavano nella faccia ed altri prendevano la minuta polve e glie la aventavano ne gli occhi. E cosí in grandissimo spazio di tempo lo tennero, infino a tanto che ’l rumore andò alle orecchie del pretore; il quale, levatosi di letto e fattosi alla finestra che guardava sopra la piazza, dimandò che era intravenuto, che cosí gran tumulto si faceva. Uno della guardia rispose che era un pazzo che metteva la piazza tutta sotto sopra. Il che intendendo, il pretore domandò che, legato, li fusse menato dinanzi. E cosí fu essequito. Carlo, che per lo adietro era da tutti molto temuto, vedendosi esser legato, schernito e maltrattato, né sapendo che era isconosciuto, assai di ciò seco si maravigliava; ed in tanto furore divenne, che quasi ruppe il laccio che legato lo teneva. Essendo adunque Carlo condotto dinanzi al pretore, subito il pretore lo conobbe che egli era Carlo da Arimino: né puote altro imaginare, salvo che quella lordura e diformità procedeva per causa di Teodosia, la quale egli sapeva che sommamente amava. Laonde cominciò lusingarlo ed accarezzarlo, promettendogli di punire coloro che di tal vergogna erano stati cagione. Carlo, che ancora non sapeva che egli paresse un etiopo, stava tutto sospeso; ma poscia che chiaramente conobbe lui esser di bruttura tinto, che non uomo ma bestia pareva, pensò quello istesso che ’l pretore imaginato s’aveva. E mosso a sdegno, giurò di tal ingiuria vendicarsi, quando il pretore non la punisse. Il rettore, venuto il chiaro giorno, mandò per Teodosia, giudicando lei aver fatto ciò per magica arte. Ma Teodosia, che tra sé considerava il tutto ed ottimamente conosceva il pericolo grande che le poteva avvenire, se ne fuggì ad uno monasterio di donne di santa vita: dove nascosamente dimorò, servendo a Dio, tutto il tempo della vita sua con buon cuore. Carlo dopo fu mandato allo assedio di uno castello, e volendo fare maggiori prove di ciò che li conveneva, fu preso come vil topo a trappola; perciò che volendo ascendere le mura del castello e primo mettere lo stendardo del papa sopra li merli, fu colto da una grossa pietra, la quale in tal maniera il fracassò e ruppe, che non puote appena dir sua colpa. E cosí il malvagio Carlo, come meritato aveva, senza sentire vero frutto del suo amore, la sua vita miseramente finí. —

FAVOLA IV.

Il demonio, sentendo i mariti che si lamentano delle loro mogli, prende

Silvia Ballastro per moglie e Gasparino Boncio per compare dell’anello:

e non potendo con la moglie vivere, si parte ed entra nel corpo

del Duca di Melfi, e Gasparino suo compare fuori lo scaccia.

[Benedetto Trivigiano:]

— La leggerezza e poco senno che oggi si trova nella maggior parte delle donne, parlando tuttavia di quelle che senza considerazione alcuna si lasciano abbarbagliare gli occhi dell’intelletto e cercano di adempire ogni suo sfrenato desiderio, mi dá cagione che io racconti a questa orrevole compagnia una favola non più per lo adietro intesa: la quale, quantunque breve e mal composta sia, pur spero darà alcuno ammaestramento a voi donne di non essere cosí moleste nell’avenire a’ mariti vostri, come siete state fin’ora. E se io sarò mordace, non accusate me che a tutte voi minimo servitore sono, ma incolpate la signora nostra che mi ha lasciata la briglia che io possi, sí come ancor voi udito avete, raccontare quello che più m’aggrada.

Già gran tempo fa, graziose donne, che avendo il demonio presentite le gravi querele che facevano i mariti contra le loro mogli, determinò di maritarsi. E presa la forma d’un leggiadro e polito giovane e de’ denari e de’ poderi accomodato molto, Pangrazio Stornello per nome si fece chiamare. E sparsa la fama fuori per tutta la città, vennero molti sensali, i quali gli offerivano donne bellissime e con molta dote; e tra le altre gli fu proposta una nobile e gentil donna di somma bellezza, Silvia Ballastro per nome chiamata: la quale al demonio molto piacendo, per moglie diletta la prese. Quivi furono le nozze grandissime e pompose, e molti parenti e amici da l’una e l’altra parte furono invitati: e venuto il giorno di sposarla, tolse per compare dell’anello un messer Gasparino da ca’ Boncio, e finite le solenni e sontuose nozze, condusse la sua diletta Silvia a casa. Non passorono molti giorni, che ’l demonio le disse: — Silvia, moglie mia, più che me stesso da me amata, tu puoi agevolmente comprendere quanto cordialissimamente ti ami: e questo l’hai potuto vedere per molti effetti. Essendo adunque cosí come veramente è, tu mi concederai una grazia, la quale e a te sarà facillima e a me di sommo contento. La grazia che io ti dimando, è che tu ad ora m’addimandi tutto quello che imaginare si può, sí di vestimenta come di perle, gioie ed altre cose che a donna possino appartenere; perciò che deliberai, per l’amore ch’io ti porto, di contentarti di tutto ciò che mi addimanderai, se ben valesse un stato: con questa però condizione, che nell’avenire tu non abbi a molestarmi per tal cagione, ma che queste cose ti siano bastevoli per tutto il tempo della vita tua: né altro cercherai da me, perché altro non averai. — Silvia, tolto il termine di rispondere al marito, se n’andò alla madre che Anastasia si dimandava e perché era alquanto vecchia, era parimente astuta: e le raccontò ciò che ’l marito detto le aveva, e chiesele consiglio quello addimandare dovesse. La madre, sagace e saputa molto, intesa la proposta, prese la penna in mano e scrisse tante cose, che una lingua in un giorno intiero non sarebbe bastevole la minima parte a raccontare: e disse alla figliuola: — Ritorna a casa, e dí al tuo marito che ti faccia tutto quello che si trova scritto in questa carta, che rimarrai contenta. —

Silvia, partitasi dalla madre e andasene a casa, s’appresentò al marito, e chiesegli tanto quanto nella scritta si conteneva. Pangrazio, letta la scritta e ben considerata, disse alla moglie: — Silvia, guata bene che non ci manchi cosa alcuna, acciò che poi non ti lamenti di me; perciò che ti fo sapere che, se tu poi mi chiederai cosa veruna, quella da me al tutto ti fia negata, né ti valeranno i pietosi preghi né le calde lagrime. Pensa adunque ai casi tuoi, e guata bene se nulla ci manca. — Silvia, non sapendo altro che addimandare, disse che si contentava di quanto nella scritta si conteneva, e che mai più altra cosa non gli addimanderebbe. Il demonio le fece molte vestimenta lavorate a compassi di grossissime perle e preciose gioie, e diverse altre ricche robbe, le più belle e le più care che mai fusseno state vedute d’alcuno. Appresso questo, le diede reti di perle, anella e cinture e altre cose assai, e molto più che nella scritta si conteneva. Il che sarebbe impossibile a raccontare. Silvia, che era sí ben vestita e sí ben adornata, che non vi era altra donna nella città che se le potesse agguagliare, stava tutta allegra, né aveva bisogno di addimandare cosa alcuna al marito, perché nulla per giudizio suo le mancava.

Avenne che nella città si preparava una solenne e magnifica festa, alla quale furono invitate tutte le famose e orrevoli donne che si trovassino: e tra le altre fu anche invitata la signora Silvia per esser nobile, bella e delle maggiori. Laonde le donne mutorono i portamenti, e a nuove fogge non più usate, anzi lascive molto, si diedero; e i loro vestimenti erano sí differenti da’ primi, che nulla si assimigliavano. E beata colei, come al presente si usa, che poteva trovar abito e portamento per l’adietro non più usato, acciò che più pomposamente onorasse la solenne festa. Ciascheduna donna a più potere s’ingegnava di avanzare le altre in ritrovare nuove e disdicevoli pompe. Alle orecchie di Silvia era già pervenuto come le matrone della città facevano varie fogge di vestimenta per onorare la superba festa. Onde s’ imaginò che quelle vestimenta, che ella aveva, non fussero più buone né al proposito suo, perché erano fatte all’antica, ed ora si usavano vestimenta di altra maniera. Il perché ella entrò in sí fiera e sí spiacevole malinconia e cordoglio, che né mangiare né dormire non poteva; e per casa non si udivano se non sospiri e lamenti, i quali discendevano dalle infime parti dell’addolorato cuore. Il demonio, che quello che la moglie aveva, apertamente sapeva, finse di nulla sapere: e accostatosi a lei, disse: — Silvia, che hai tu, che sí mesta e dolorosa mi pari? Non vuoi ancor tu andartene a questa solenne e pomposa festa ? — Silvia, vedendosi aver campo largo di rispondere, prese alquanto d’ardire, e disse: — E come volete voi, marito mio, che io vi vadi? Le vestimenta mie sono tutte all’antica, e non sono come quelle che oggidí le altre donne usano. Volete voi che io sia dileggiata e beffata? Veramente, no ’l credo. — Disse allora il demonio: — Non ti ho fatto io ciò che per tutto il tempo della vita tua ti faceva bisogno? E come ora mi addimandi cosa alcuna? — Ed ella di tal guisa vestimenta non avere rispondeva, ramaricandosi molto della sua mala sorte. Disse il demonio: — Or va, (e questo ti sia per sempre!) e addimandami tutto ciò che vuoi, che per questa fiata da me ti fia concesso. E se più nell’avenire cosa alcuna m’addimanderai, tieni per certo che ti averrà cosa che ti sarà di sommo scontento. — E tutta allegra Silvia li richiese infinite cose, che malagevol cosa sarebbe raccontarle a punto a punto. Ed il demonio senza dimoranza alcuna la sfrenata voglia della moglie affatto adempì.

Non passorono molti mesi, che le donne cominciorono far nuove guise de abiti, de’ quali Silvia vedeasi priva. E perché ella non poteva comparere tra le altre donne che avevano fogge sopra fogge, ancor ch’ella fusse riccamente vestita e di molte gioie oltre modo addobbata, molto sospesa e di trista voglia si stava, né dire cosa alcuna al marito ardiva, perciò che già due volte egli l’aveva accontentata di tutto quello che addimandare si poteva. Pur il demonio, veggendola stare sí malinconiosa e sapendo la causa, ma fingendo di non saperla, disse: — Che ti senti tu, Silvia mia, che sí trista e sí di mala voglia ti veggio? — A cui arditamente Silvia rispose: — Non debbo io contristarmi e star di mala voglia? Senza abiti che oggidí usano le donne mi trovo, né posso comparer tra l’altre che derisa e beffata non sia. Il che a l’uno e l’altro di noi è vituperevole molto. E la servitù che ho con esso voi, essendovi sempre stata fedele e leale, non merita cotale ignominia e vergogna. — Allora il demonio, tutto d’ira acceso, disse: — In che io mai mancato ti sono? Non ti ho già due fiate accontentata di tutto quello che addimandare si puole? Di che ti lamenti di me? Io non so più che farti. Io voglio accontentare il tuo disordinato appetito, e tanto lontano andarommene, che più di me non sentirai novella alcuna. — E fattile molti drappi alla foggia che allora si usavano, e sodisfattala del tutto, da lei senza tuor commiato alcuno si partí, ed a Melfi se n’andò: e nel corpo del duca entrato, oltre modo lo tormentava. Il povero duca, dal maligno spirito gravemente afflitto, tutto affannoso si stava; né vi era in Melfi uomo veruno di sí buona e santa vita, che da dosso torre lo potesse.

Avenne che messer Gasparino Boncio, compare dall’anello del demonio, per alcuni delitti da lui commessi fu della città sbandito. Laonde, acciò che preso non fusse e per giustizia pienamente punito, indi si partí, ed a Melfi se n’andò. E perché mistiero alcuno non sapeva, né che far altro fuor che giuocare e questo e quell’altro ingannare, diede fama per tutta la città di Melfi come egli era uomo esperto ed aveduto ed atto molto ad ogni orrevole impresa; e nondimeno del tutto era inespertissimo. Or giuocando un giorno messer Gasparino con alcuni gentiluomini di Melfi, e avendoli con sue baratterie aggiunti, quelli molto si turborono, e se non fusse stato il timore della giustizia, agevolmente ucciso l’arrebbero. E non potendo l’uno di loro patire tal ingiuria, disse tra sé: — Io ti punirò di sí fatta maniera, che, mentre tu viverai, sarai memore di me. E senza mettervi punto d’indugio, dai compagni si partí, ed al duca se n’andò; e fattali la convenevole riverenza, disse: — Eccellentissimo duca e signor mio, è in cotesta città un uomo, Gasparino per nome chiamato, il quale si va vantando saper trarre gli spiriti da dosso di chiunque persona: siano di qual qualità spiriti esser si voglino, o aerei o terrestri o di qualunque altra sorte. Onde sarebbe buono che vostra Eccellenza ne fesse alcuna esperienza, acciò che da tal crucciamento ella rimanesse libera. — Inteso che ebbe il duca questo, incontanente mandò a chiamare messer Gasparino: il quale, intesa la domanda, al duca se n’andò. Il duca, guatatolo bene nel viso, disse: — Maestro Gasparino, voi vi avete vantato di saper trarre gli spiriti da dosso; io, come voi vedete, sono ispiritato, e se vi basta l’animo di liberarmi dal maligno spirito che tuttavia mi cruccia e tormenta, vi prometto di farvi un dono, che sempre felice sarete. — Messer Gasparino, che mai non aveva mossa parola di simil cosa, tutto stupefatto rimase, e negò sé mai aversi da vanto di simil cosa. Il gentiluomo che poco discosto era, accostatosi a lui, disse: — Non vi arricordate, maestro, quando voi diceste sí e sí? — E messer Gasparino con intrepida ed aperta fronte il tutto negava. Stando adunque in questa contenzione ambeduo, e l’uno affermando e l’altro negando, disse il duca: — Ponete silenzio alle parole, ed a voi, maestro Gasparino, io do termine tre giorni di maturamente pensare ai casi vostri; e se voi da tal miseria mi scioglierete, io vi prometto darvi in dono il più bel castello che si trovi sotto il mio potere, ed oltre ciò voi potrete disporre di me come della persona propia. Ma se altrimenti farete, tenetevi certo che, oggi otto giorni, sarete tra due colonne del mio palazzo per la gola sospeso. —

Messer Gasparino, inteso il fiero voler del duca, molto ramaricato rimase: e partito da lui, giorno e notte pensava come lo spirito trarre di dosso li potesse. E venuto il termine statuito, messer Gasparino al duca ritornò, e fattolo stendere sopra uno tappeto in terra, cominciò il maligno spirito scongiurare che uscire di quel corpo dovesse e che più non lo tormentasse. Il demonio, che indi quetamente si posava, nulla in quel punto li rispose, ma al duca si fattamente gonfiò la gola, che quasi si sentí morire. Ripetendo allora mastro Gasparino il suo scongiuro, disse il demonio: — O compare mio, voi avete il buon tempo! Io me ne sto bene ed agiato, e volete che quindi mi parti? Voi vi affaticate in vano; — e del compare assai se ne rideva. Tornato messer Gasparino la terza volta a scongiurarlo, ed addimandatolo di più cose, e di continovo chiamandolo compare, né potendosi imaginare chi egli si fusse, al fine lo costrinse a dire chi egli era. A cui rispose il demonio: — Dopo che io sono costretto a confessarvi il vero e manifestarmi chi io sono, sappiate ch’io sono Pangrazio Stornello, marito di Silvia Ballastro. Non lo sapete voi? Pensate forse ch’io non vi conosca? Non siete voi messer Gasparino Boncio, mio carissimo compare dall’anello? Non sapete voi quanti trionfi abbiamo fatti insieme? — Deh, compare, — disse allora messer Gasparino, — che fate voi qua dentro a tormentare il corpo di questo misero duca? — Io non ve ’l voglio dire, — rispose il demonio; — andate via, e più non mi molestate, perciò che mai io non stetti meglio di quello ch’ io mi trovo ad ora. — Allora messer Gasparino tanto lo scongiurò, che di necessità fu costretto il demonio a raccontarli minutamente la causa per la quale era partito dalla moglie ed entrato nel corpo del duca. Disse messer Gasparino: — O caro mio compare, non volete farmi un grande piacere? — E che? — disse il demonio. — Uscire di questo corpo, — disse messer Gasparino, — e non darli più noia. — Deh, compare, — disse il demonio, — voi mi parete un gran pazzo a dimandarmi cotal cosa; perciò che tanto refrigerio trovo qua dentro, che meglio imaginar non mi potrei. — Disse messer Gasparino: — Per la fede di compare che è tra noi, vi prego che mi vogliate compiacere per questa fiata; perciò che, se quinci non vi partite, io rimarrò di vita privo, e voi della mia morte sarete cagione. — Rispose il demonio: — Non è oggidì nel mondo la più trista e scelerata fede quanto quella del compare, e se voi ne morirete, il danno fia vostro e non mio. Che desidero io altro che vedervi nel fondo dell’infernal abisso? Dovevate voi esser più prudente e savio e tenere la lingua tra’ denti, perciò che un buon tacere non fu mai scritto. — Ditemi almeno, compare, — disse messer Gasparino, — chi fu colui che in tanto travaglio vi puose? — Abbiate pazienza, — rispose il Demonio, — perciò che non posso né ve lo voglio dire. Or partitevi di qua, e non aspettate altra risposta da me. — E quasi mezzo sdegnato, lasciò il duca più morto che vivo.

Essendo dopo alquanto spazio il duca rivenuto, disse messer Gasparino: — Signor duca, state di buon animo, che tosto sentirete la vostra liberazione. Io non voglio altro per ora da voi, se non che fate che domattina s’appresentino al palazzo tutti i musici e sonatori, e che sonino tutte le campane della terra e siano tratte tutte le artigliarie della città, e che unitamente facciano grandissima allegrezza e trionfi: e quanto più strepito faranno, tanto più contento ne sarò; e poi lasciate l’impaccio a me. — E cosí fu fatto. Venuta adunque la mattina seguente, e andatosene messer Gasparino al palazzo, cominciò scongiurare lo spirito del duca; e mentre che lo scongiurava, si incominciorono sentire per la città trombe, nacchere, tamburi, buccine, campane, artigliarie e tanti stromenti musici che ad un tempo sonavano, che pareva che ’l mondo venisse a fine. E seguendo messer Gasparino il suo scongiuro, disse il demonio: — Deh, compare, che vuoi dire tanta diversità de stromenti con sí confuso strepito, che mai più non gli ho sentiti? — A cui rispose messer Gasparino: — Non lo sapete voi, compare mio? — No, — disse il demonio. — E come no? — rispose messer Gasparino. — Perciò che noi, velati di questi corpi umani, non possiamo intendere né sapere il tutto, che troppo grossa è questa materia corporale. — Dirovvelo brevemente, — rispose messer Gasparino, — se paziente starete ad ascoltarmi, e non molestarete il povero duca. — Ditelo, vi prego, — disse il demonio, — che volentieri vi ascolterò, e promettovi per ora di non molestarlo. — Allora messer Gasparino disse: — Sappiate, compare mio, che il duca, vedendo che da lui non vi volete partire né cessare di tormentarlo, ed avendo inteso che voi dalla moglie, per la mala vita che ella vi dava, vi siete partito, per lei ha mandato: e del giunger suo tutta la città ne fa grandissima festa e trionfo. — Il che intendendo, il demonio disse: —Oh malvagio compare! voi siete stato più astuto e scelerato di me. Non vi diss’io heri che non si trovò mai compare che a l’altro fido fusse e leale? Voi siete stato l’inventore e quello che l’ha fatta venire. Ma tanto il nome della moglie aborrisco ed ho in odio, che più tosto nell’oscuro abisso dell’inferno mi contento di stare, che dove ella si trovi abitare. Laonde quinci ora mi parto, e sí lontano me ne vo, che più novella alcuna di me non saperete. — E fatto segno d’un grosso gonfiamento di gola e d’un volger d’occhi ed altri spaventosi segni, del corpo del duca si partí. E lasciato un fetente puzzo, il duca da lo spirito libero al tutto rimase.

Non passorono molti giorni, che ’l poverello duca nel suo pristino stato rivenne e ricuperò le smarrite forze. E non volendo esser d’ingratitudine accusato, chiamò messer Gasparino, e d’un bellissimo castello signore lo fece, dandoli molta quantità di danari e serventi che lo servisseno; ed al dispetto degli invidiosi il buon messer Gasparino con felice e prosperevole stato lungamente visse. E madonna Silvia, vedute le sue vestimenta e gioie e anella in cenere e fumo converse, tra pochi giorni disperata miseramente morí. —

FAVOLA V.

Messer Simplicio de’ Rossi s’innamora in Giliola, moglie

di Ghirotto Scanferla contadino: e trovato dal marito in casa,

vien sconciamente battuto e pisto, ed a casa se ne torna.

[Vicenza:]

— Negar non si può, vezzose donne, che amore per sua natura gentil non sia: ma rade volte ci concede glorioso e felice fine. Si come avenne a messer Simplicio de’ Rossi innamorato; il quale, credendosi godere la persona da lui cotanto amata, si partí da lei carico di tante busse, quante mai uomo potesse portare. Il che saravvi apertamente noto, se alla mia favola, che ora raccontarvi intendo, benigna audienza, si come è di costume vostro, prestarete.

Nella villa di santa Eufemia, posta sotto Campo San Pietro, territorio della celebre e famosa città di Padova, già gran tempo fa, abitava Ghirotto Scanferla, uomo per contadino assai ricco e potente, ma sedizioso e partigiano; ed aveva per moglie una giovane, Giliola per nome chiamata, la quale, per femina di villa, era da tutti bellissima riputata. Di costei caldamente s’innamorò Simplicio de’ Rossi, cittadino padoano. E perché egli aveva la sua casa vicina a quella di Ghirotto, con sua moglie, che era gentile, accostumata e bella, per diporto in contado sovente se n’andava. E quantunque la moglie avesse molte condizioni che la facevano grande, nondimeno egli poco di lei si curava. E tanto era dell’amore di Giliola acceso, che né di giorno né di notte non sapeva che fusse riposo alcuno. Questi teneva l’amor suo nascosto nel suo cuore, né osava in maniera alcuna scoprirlo, sí per temenza del marito e per la buona vita di Giliola, sí ancora per non dar scandalo alla prudente moglie. Aveva messer Simplicio appresso casa una fonte, di cui risorgevano acque sí chiare e sí saporite, che non pur i vivi, ma ancor i morti ne arebbeno potuto bere. Onde che Giliola e mattina e sera e secondo che le facea bisogno, alla chiara fonte se n’andava, e con una secchia di rame attingeva l’acqua ed a casa la portava. Amor che veramente a niuno perdona, molto messer Simplicio spronava; ma pur conoscendo la vita che ella teneva e la buona fama che ne risplendeva, non ardiva di farle motto alcuno, ma solo alle volte con il vederla si nodriva e consolava il cuore. Di che ella non sapeva, né mai di tal fatto accorta si era; perciò che, come femina di buon nome e di buona vita, al marito e alla casa sua, e non ad altro attendeva. Or andando un giorno Giliola alla fonte, sí come era sua usanza, per attingere l’acqua, per aventura in messer Simplicio s’incontrò, al quale ella semplicemente, sí come ogni altra femina fatto arrebbe, disse: — Buon giorno, messere; — ed egli le rispose: —Ticco! — pensando con tal parola doverla intertenere ed alquanto domesticare; ma ella, più oltre non pensando, altro non diceva, ma se n’andava per i fatti suoi.

Aveva messer Simplicio più e più volte data cotal risposta a Giliola che ogni volta che lo vedeva, lo salutava; ma ella, che della malizia di lui non s’avedeva, col capo basso a casa si ritornava. Continovando adunque in cotal risposta messer Simplicio, venne in animo a Giliola di dirlo a Ghirotto suo marito. Ed essendo un giorno in dolci ragionamenti con esso lui, disse: — O marito mio, io vi voglio dire una cosa, che voi forse ve ne riderete. — Che cosa? — disse Ghirotto. — Ogni volta — disse Giliola, —che io me ne vado alla fonte per attingere dell’acqua, io trovo messer Simplicio e gli do il buon giorno, ed egli mi risponde: Ticco! Io ho più e più volte considerata tal parola, né mai mi ho possuto imaginare che si voglia dire, Ticco. — E tu — disse Ghirotto, — che gli hai risposto? — Io — disse Giliola, — nulla gli ho mai risposto. — Ma fa — disse Ghirotto — che se egli più ti dice: Ticco! che tu gli risponda: Tacco! e vedi e attendi bene a quello che egli ti dirà, e non gli risponder altro, ma vientene secondo l’usanza tua a casa.

Giliola, alla solita ora andatasene alla fonte per acqua, trovò messer Simplicio, e diégli il buon giorno; ed egli, se condo l’uso suo, —Ticco! — le rispose. E Giliola, replicando sí come il suo marito ammaestrata l’aveva, disse: — Tacco! — Allora messer Simplicio, tutto invaghito e pensando che ella dell’amor suo se ne fusse aveduta, ed imaginandosi di averla a’ suoi comandi, prese alquanto di ardire, e disse: — Quando vengo? — Ma Giliola, sí come il marito imposto le aveva, nulla rispose: e ritornata a casa e addimandata dal marito come andata era la cosa, disse che ella fatto aveva tanto quanto egli le aveva ordinato, e che messer Simplicio detto le aveva: — Quando vengo? — e che ella altro non gli aveva risposto. Ghirotto, che era uomo astuto, quantunque contadino fusse, ed agevolmente comprendeva le parole di messer Simplicio, tra sé molto si turbò, ed imaginossi quelle parole importar altro che infilzar perle al scuro; e disse alla moglie: — Se tu vi torni più, ed egli ti dica: Quando vengo? rispondeli: Questa sera! e ritorna a casa, e lascia far a me. —

Venuto adunque il giorno seguente, Giliola secondo l’usanza sua andò per cavare l’acqua della fonte, e trovò messer Simplicio che con sommo desiderio l’aspettava, e dissegli: — Buon giorno, messere. — A cui messer Simplicio rispose: — Ticco! — ed ella a lui disse: — Tacco! — Ed egli a lei:—Quando vengo? — In questa sera! — Giliola rispose. Ed egli — In questa sera sia! — disse. Ritornata Giliola adunque a casa, disse al marito: — Io ho operato tanto quanto imposto m’avete. — E che ti ha egli risposto? — disse Ghirotto. — In questa sera sia, — disse Giliola. Ghirotto che già aveva carico lo stomaco d’altro che di lasagne e di maccheroni, disse: — Giliola, andiamo a misurare dodici sacchi di biada, perché io voglio fingere di andare al molino; e venendo messer Simplicio, fagli accoglienze e ricevilo onoratamente. E fa che tu abbi apparecchiato uno sacco vuoto appresso quelli che pieni saranno di biada: e come tu sentirai ch’io sia giunto a casa, fa che entri nel sacco apparecchiato e si nascondi; e poscia lascia l’impaccio a me. — E’ non vi sono in casa tanti sacchi che siano al numero che voi volete, — disse Giliola. — Disse allora Ghirotto: — Manda la Cia vicina nostra da messer Simplicio: e fa ch’egli te ne impresti duo: e fa che gli dica che io gli voglio per andar questa sera al molino. — E tanto fu fatto.

Messer Simplicio che ottimamente considerate aveva le parole della Giliola, e veduto come egli aveva mandato a richieder duo sacchi imprestito, credendo veramente che ’l marito se n’andasse al molino, si trovò il più felice e il più contento uomo del mondo: pensando tuttavia che ancor ella fusse del lui, come egli del lei amore accesa; ma non s’avedeva il poverello di ciò che era ordito e tramato contra lui, perciò che forse più cautamente sarebbe proceduto di quello che egli fece. Messer Simplicio, che nel cortile aveva molti buoni capponi, ne prese duo e degli migliori; e mandolli per lo suo valletto a Giliola, commettendoli che li facesse cucinare, che verrebbe la sera a lei secondo l’ordine dato. Venuta la buia notte, messer Simplicio nascosamente di casa si partí, ed alla casa di Ghirotto se n’andò: e da Giliola fu graziosamente ricevuto. Vedendo allora messer Simplicio i sacchi pieni della biada, e credendo che ’l marito fosse andato al molino, disse a Giliola: — Dov’ è Ghirotto? Io credevo che oramai egli fusse al molino; ma vedendo i sacchi ancor qui in casa, non so che dirmi. — Rispose Giliola: — Messer Simplicio, non vi ramaricate, né abbiate punto di paura, che ’l tutto passerà bene. Sapiate che nell’ora di vespro venne qui a casa suo cognato, e gli disse come la sorella sua era molto gravata da una continova febbre, e che la non vederebbe dimane. Onde egli, montato a cavallo, se ne è partito per vederla innanzi che la moia. — Messer Simplicio, che ben semplice chiamar si poteva, credendo ciò esser il vero, s’acchetò. Mentre che Giliola s’affaticava di cuocere i capponi ed apparecchiare la mensa, ecco che Ghirotto suo marito sopragiunse nel cortile: ed avendolo Giliola sentito, e fingendo di esser addolorata, disse: — Ahi, miseri noi, che siamo morti! — e senza metter indugio alcuno, ordinò che messer Simplicio entrasse nel sacco che ivi vuoto era rimaso: ed entratovi dentro, quantunque non molto volontieri v’intrasse, accostò il sacco, con messer Simplicio, dietro a gli altri sacchi che erano pieni di biada, ed aspettò che ’l marito venisse in casa.

Venuto Ghirotto in casa, e veduta la mensa apparecchiata ed i capponi che nella pentola si cucinavano, disse alla moglie:

— Che vuol dire questa sontuosa cena che parata mi hai? — A cui Giliola rispose: — Io pensavo che voi doveste ritornare stanco e lasso a casa, ancor che mezza notte fusse; ed acciò che voi poteste rifocilarvi alquanto e mantenervi nelle fatiche che di continovo fate, io vi ho voluto apparecchiare alcuna cosa di sostanza a cena. — Per mia fé, — disse Ghirotto, — che tu hai fatto gran bene; perciò che mal disposto mi trovo, e non vedo l’ora di cenare e andarmene a riposare, acciò che domattina per tempo io possi girmene al molino. Ma prima che noi se n’andiamo a cena, io voglio che noi vediamo se gli sacchi apparecchiati per andar al molino sono al peso e giusti. — Ed accostatosi a gli sacchi, li cominciò prima annomerare, e trovolli tredeci; e fìngendo di non averli bene annomerati, da capo li tornò a raccontare: e ritrovandoli pur tredeci, disse alla moglie: — Giliola, e che vuol dire che gli sacchi sono tredeci? E pur n’abbiamo apparecchiati solamente dodeci! E dove viene questo? — A cui ella rispose: — Io so che quando noi insaccassimo la biada, gli sacchi erano dodeci: ma come sia aggiunto il terzo decimo, io non ve lo so dire. — Messer Simplicio che nel sacco si stava e ben sapeva che erano tredeci, che cosí per lui non fussero stati, stavasi cheto, e tra sé stesso dicendo Pater nostri bassi, maladiceva lei ed il suo amore e sé che fidato se n’era; e se uscire delle sue mani avesse potuto, volontieri si sarebbe fuggito: e quasi più temeva il scorno assai che ’l danno. Ma Ghirotto, che ’l sacco ben conosceva, lo prese e lo strascinò fino fuori de l’uscio che astutamente aveva fatto lasciare aperto: e questo, perché, dandogli delle busse, avesse campo largo di uscire del sacco e fuggire alla buona ventura. Aveva preso Ghirotto un bastone nodoso, a tal effetto apparecchiato, e lo incominciò sí fattamente pistare, che non gli rimase membro che tutto pisto e rotto non fusse: e poco mancò che morto non rimanesse. E se non fusse stata la moglie che per pietà o per temenza del marito che bandito non fusse, glielo tolse di mano, facilmente ucciso l’arrebbe. Partitosi adunque Ghirotto ed abbandonata l’impresa, messer Simplicio se ne uscí del sacco: e cosí mal trattato a casa se n’andò, parendoli di aver Ghirotto col bastone sempre alle spalle. E messosi in letto, stette molti giorni innanzi che riaver si potesse. Ghirotto fra questo mezzo, con la sua Giliola a costo di messer Simplicio avendo ben cenato, se ne andò a riposare.

Passati alquanti giorni, la Giliola andando alla fonte vide messer Simplicio che passeggiava nella loggetta della sua casa; e con allegro viso lo salutò, dicendo: — Ticco! —Ma messer Simplicio, che ancor sentiva le battiture per tali parole ricevute, altro non le rispose fuor di questo: Né più buon dí, né più Ticco, né Tacco, donna, che non m’avrai più nel tuo sacco.

Il che udendo, Giliola si tacque, ed arrossita ritornossi a casa. E messer Simplicio, cosí stranamente trattato, mutò pensiero; ed alla moglie che quasi in odio aveva, con maggior cura ed amorevolezza attese, odiando le altrui, acciò che più non gli avenisse ciò che per lo adietro avenuto gli era. —

IL FINE DELLA SECONDA NOTTE.

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NOTTE TERZA

Già la sorella del sole, potente nel cielo nelle selve e ne gli oscuri abissi, con scema ritondità teneva mezzo il cielo; e già l’occidente orizonte aveva coperto il carro di Febo, e le erratice stelle d’ogni parte fiammeggiare si vedevano; e li vaghi augelli, lasciati i soavissimi lor canti ed il tra loro guerreggiare, ne’ suoi cari nidi sopra i verdi rami chetamente si riposavano, quando le donne e parimente i gioveni la terza sera nel luogo usato si raunorono al favoleggiare. Ed essendo tutti secondo i lor ordini postisi a sedere, la signora Lucrezia comandò che il vaso, come prima, portato fusse; e messevi dentro il nome di cinque damigelle, le quali in quella sera, secondo che le fusse dato per sorte, avessero l’una dopo l’altra ordinatamente a favoleggiare. La prima adunque che uscí dal vaso, fu Cateruzza; la seconda, Arianna; la terza, Lauretta; la quarta, Alteria; la quinta, Eritrea. Indi la signora comandò che ’l Trivigiano il liuto prendesse e ’l Molino la viola, e tutti gli altri carolassino, menando il Bembo la carola. Finito il ballo e posto silenzio alla dolce lira e chetate le sante corde del concavo liuto, la signora a Lauretta impose che una canzonetta cantasse. La quale, desiderosa di ubidire e sodisfare alla sua signora, prese per mano le altre compagne; ed unitesi assieme e fatta la debita riverenza, con chiare e sonore voci cantorono la seguente canzone:

 Signor, mentre ch’io miro nel bel viso,

nel qual mi regge amore,

nasce da be’ vostri occhi un tal splendore,

ch’apertamente veggio il paradiso.

Cosí consenton, dopo il desir mio,

le lagrime, i sospir che ’n vano spargo

e l’immenso e celato mio martire,

ch’io corro a quell’estremo ultimo vargo,

che fa sovente che me stesso oblio,

e fammi l’alma tant’alto salire,

che ’n voi veggio per sorte

servata la mia vita e la mia morte.

Dapoi che Lauretta con le compagne dimostrò col tacere la sua canzone esser giunta al fine, la signora, nel chiaro viso di Cateruzza guardando, disse che alle favole della presente notte desse cominciamento. La quale, arrossita alquanto e poscia sorridendo un poco, cominciò in questa guisa:

FAVOLA I.

Pietro pazzo per virtù di un pesce chiamato tonno, da lui preso

e da morte campato, diviene savio; e piglia Luciana, figliuola

di Luciano re, in moglie, che prima per incantesimo di lui era gravida.

— Io trovo, amorevoli donne, sí nelle istorie antiche come nelle moderne, che l’operazioni di un pazzo, mentre che egli impazzisce, o naturali o accidentali che elle siano, li riusciscono molte volte in bene. Per tanto mi è venuto nell’animo di raccontarvi una favola d’un pazzo; il quale, mentre che impazziva, per una sua operazione savio divenne, e per moglie ebbe una figliuola d’un re: sí come per lo mio ragionare potrete intendere.

Nell’isola di Capraia, posta nel mare ligustico, la quale Luciano re signoreggiava, fu già una povera vedovella, Isotta per nome chiamata. Costei aveva un figliuolo pescatore; ma per sua disaventura era matto, e tutti quelli che lo conoscevano, Pietro pazzo lo chiamavano. Costui ogni dí se n’andava a pescare: ma tanto gli era la fortuna nemichevole, che nulla prendeva; ed ogni volta che egli ritornava a casa, essendo ancora più di mezzo miglio lontano dalla stanza, si metteva sí fortemente a gridare, che tutti quelli che erano nell’ isola agevolmente udire lo potevano: e lo suo gridare era tale: — Madre, conche conchette, secchie secchiette, mastelle mastellette, che Pietro è carico di pesce! — La povera madre, dando fede alle parole del figliuolo e credendo ciò che egli diceva esser il vero, il tutto apparecchiava. Ma giunto che egli era alla madre, il pazzo la scherniva e beffava, traendo di bocca la lingua lunga più di un gran sommesso.

Aveva questa vedovella la casa sua dirimpetto del palazzo di Luciano re: il quale aveva una figliuola di anni dieci, molto leggiadretta e bella. Alla quale, per esser unica figliuola, impose il nome suo, e Luciana s’addimandava. Questa, tantosto che sentiva Pietro pazzo dire: — Madre, conche conchette, secchie secchiette, mastelle mastellette, che Pietro ha preso molto pesce! — correva alla finestra, e di ciò pigliava tanto trastullo e solaccio, che alle volte dalle risa si sentiva morire. Il pazzo, che ridere dismisuratamente la vedeva, molto si sdegnava e con parole non convenevoli la villaneggiava. Ma quanto più il pazzo con villane parole l’oltreggiava, tanto più ella, come i morbidi fanciulli fanno, ne rideva e giuoco n’apprendeva. Continovando adunque Pietro di giorno in giorno la sua pescagione, e scioccamente ripetendo alla madre le sopradette parole, avenne che ’l poverello un giorno prese un grande e grosso pesce, da noi tonno per nome chiamato. Di che egli ne sentí tanta allegrezza, che ’l se n’andava saltolando e gridando per lo lito: — Cenerò pur con la mia madre, cenerò pur con la mia madre! — ed andava tai parole più volte replicando. Vedendosi il tonno preso, e non potendo in modo alcuno fuggire, disse a Pietro pazzo: — Deh, fratello mio, pregoti per cortesia che vogli di tal prigionia liberarmi e donarmi la vita. Deh, caro fratello, e che vuoi tu far di me? Come mangiato tu mi avrai, qual altro beneficio di me conseguir ne potrai? Ma se tu da morte mi camperai, forse ad alcun tempo agevolmente io ti potrei giovare. — Ma il buon Pietro, che aveva più bisogno di mangiare che di parole, voleva pur al tutto ponerselo in spalla e portarselo a casa per goderselo allegramente con la madre sua che ancor ella molto bisogno ne aveva. Il tonno non cessava tuttavia di caldamente pregarlo, offerendogli di dargli tanto pesce, quanto egli desiderava avere. Ed appresso questo li promise di concedergli ciò che egli gli addimanderebbe. Pietro, che, quantunque pazzo fusse, non aveva di diamante il cuore, mosso a pietà, contentò da morte liberarlo; e tanto e con i piedi e con le braccia lo spinse, che lo gittò nel mare. Allora il tonno, vedendo aver ricevuto sí gran beneficio, non volendo dimostrarsi ingrato, disse a Pietro: — Ascendi nella tua navicella, e col remo e con la persona pieghela tanto da l’un de’ lati, che l’acqua vi possa entrare. — Montato Pietro in nave, e fattala star curva e pendente da uno lato sopra il mare, tanta copia de pesci vi entrò, che ella stette in grandissimo pericolo di sommergersi. Il che vedendo, Pietro che niente stimava il pericolo, assai se ne allegrò: e presone tanto quanto in collo ne poteva portare, verso casa tolse il cammino; ed essendo non molto lontano dall’abitazione, cominciò, secondo la lui usanza, ad alta voce gridare: — Conche conchette, secchie secchiette, mastelle mastellette, che Pietro, ha pigliato di molto pesce! — La madre, che pensava come prima esser derisa e beffata, movere non si voleva. Ma pur il pazzo nel grido più altamente continovava. Laonde la madre, temendo ch’egli non facesse qualche maggior pazzia se gli vasi preparati non trovasse, ogni cosa apparecchiò. Aggiunto Pietro a casa, e veduta dalla madre tanta copia di bellissimo pesce, ella tutta si rallegrò, laudando Iddio che egli una volta aveva pur avuta buona ventura.

La figliuola del re, avendo udito Pietro altamente gridare, era corsa alla finestra; e lo dileggiava e scherniva, ridendosi fortemente delle parole sue. Il poverello, non sapendo altro che fare, acceso d’ira e di furore, corse al lito del mare, e ad alta voce chiamò il tonno che aiutare lo dovesse. Il tonno, udita la voce e conosciutala di cui era, s’appresentò alla riva del mare: e messo il capo fuori delle salse onde, l’addimandò che cosa egli comandava. A cui il pazzo disse: — Altro per ora non voglio, se non che Luciana, figliuola di Luciano re, gravida si trovi. — Il che in meno di un levar d’occhi fu essequito, tanto quanto egli comandato aveva. Non passorono molti giorni e mesi, che ’l verginal ventre cominciò crescere alla fanciulla che ancora il duodecimo anno tocco non aveva: e vedevansi segni evidentissimi di donna gravida. La madre della fanciulla, questo vedendo, molto addolorata rimase, non po tendosi persuadere che una fanciulla di undeci anni, che ancora i segni di donna non dimostrava, ingravidar si potesse. E pensando che più tosto ella fusse, sí come suol avenire, in qualche infirmità incurabile caduta, volse che dalle donne esperte fusse veduta; le quali diligentemente con secreto modo avendola considerata, giudicorono indubitatamente la fanciulla esser gravida. La reina, non potendo un tanto ignominioso eccesso sofferire, con Luciano re suo marito lo volse communicare. Il che inteso dal re, da cordoglio volse morire. E fatta la debita inquisizione con ogni onesto e secreto modo se ’l si poteva scoprire chi era stato colui che la fanciulla violata aveva, né potendo cosa alcuna intendere, per non restar con si vituperoso scorno, voleva occultamente ucciderla. Ma la madre, che teneramente amava la figliuola, pregò il re che la riserbasse fino a tanto che ella parturiva: e poi facesse quello che più gli aggradiva. Il re, che pur le era padre, mosso a compassione della fanciulla che unica figliuola gli era, al voler materno s’achetò.

Venuto il tempo del parto, la fanciulla parturí un bellissimo bambino; e perciò che era di somma bellezza, non puote il re sofferire che ucciso fusse, ma comandò alla reina che fino all’anno allattare e ben nodrire lo facesse. Essendo il bambino pervenuto al termine dell’anno, e crescendo in tanta bellezza che non vi era un altro che se gli potesse agguagliare, parve al re di far una isperienza, se colui, di cui era figliuolo, si potesse trovare. Laonde il re fece fare un publico bando per tutta la città, che chiunque della sua età il decimo quarto anno passava, dovesse, sotto pena di esserli il capo spiccato dal busto, appresentarsi a sua Maestà, portando nelle mani un frutto o un fiore over altra cosa che potesse dar campo al fanciullo di potersi commovere. Secondo il comandamento del re tutti vennero al palazzo portando chi un frutto chi un fiore e chi l’una e chi l’altra cosa in mano: e passavano di nanzi al re, e dopo secondo i loro ordini sedevano. Avenne che andando un giovene al palazzo, sí come gli altri facevano, s’abbattè in Pietro pazzo, e dissegli: — Dove vai, Pietro? Per che non vai al palazzo come gli altri, ed ubidire al comandamento del re? — A cui Pietro rispose: — E che vuoi tu che io faccia fra tanta brigata? Non vedi tu che io sono povero, nudo, né ho pur una veste da coprirmi; e tu vuoi che io mi ponga fra tanti signori e corteggiani? Questo non farò già io. — Disse allora il giovene burlando: — Vieni meco, ed io ti darò una veste; e chi sa che il fanciullo non possi esser tuo? — Andatosene adunque Pietro a casa del giovene, li fu data una veste; la quale presa e di quella vestitosi, se n’andò in compagnia del giovene al palazzo: ed asceso su per le scale, si puose dietro un uscio del palazzo, che appena da alcuno poteva esser veduto.

Essendosi adunque tutti appresentati al re, e dopo messisi a sedere, il re comandò che ’l bimbo in sala fusse portato, pensando che, ivi ritrovandosi il padre, le viscere paterne si commoverebbono. La balia prese il fanciullo in braccio ed in sala lo portò: dove tutti lo accarezzavano, dandogli chi un frutto chi un fiore e chi l’una e chi l’altra cosa; ma il bambino tutti con mano li ricusava. La balia, ch’or quinci or quindi passeggiava per la sala, una volta verso l’uscio del palazzo trascorse; e subito il fanciullo ridendo con la testa e con tutta la persona sí fieramente si piegò, che quasi uscí fuori delle braccia della balia. Ma ella non avedendosi di cosa alcuna, scorreva per tutto. Ritornata la balia da capo all’uscio, il fanciullo faceva la maggior festa, in quel luogo, del mondo, sempre ridendo e dimostrando l’uscio col dito. Il re, che già si accorgeva degli atti che faceva il fanciullo, chiamò la balia ed addimandolla, chi era dietro l’uscio. La balia, che altro non pensava, rispose esservi un mendico. Onde fattolo chiamare e venire alla sua presenza, conobbe il re che egli era Pietro pazzo. Il fanciullo, che gli era vicino, aperte le braccia, se gli aventò al collo e strettamente lo abbracciò. Il che vedendo il re, doglia sopra doglia li crebbe, e data buona licenza a tutta la brigata, deliberò che Pietro, con la figliuola e con il bambino, al tutto morisse. Ma la reina, che prudentissima era, molto saviamente considerò che, se costoro nel cospetto del re fossero decapitati ed arsi, gli sarebbe non piccioio vituperio e scorno. E però persuase al re che ordinasse una botte, la maggior che far si potesse, e tutta tre dentro rinchiusi, la botte nel mare gittasse, lasciandogli, senza che loro tanto affanno sentissino, andare alla buona ventura. Al re tale arricordo molto piacque: ed ordinata la botte, e messili tutta tre dentro con una cesta di pane ed uno fiasco di buona vernazza e con uno barile di fichi per lo fanciullo, nell’alto mare la fece gettare, pensando che giungendo in qualche scoglio si dovesse rompere ed annegare.

Ma la cosa altrimenti successe di ciò che ’l re e la reina pensato avevano. La vecchiarella madre di Pietro, intendendo il caso strano del figliuolo, tutta addolorata e dalla vecchiezza gravata, in pochi giorni se ne morí. Essendo adunque la misera Luciana nella botte da procellose onde molto combattuta, né vedendo sole né luna, dirottamente piangeva la sua sciagura: e non avendo latte da attasentare il fanciullo che sovente piangeva, alle volte gli dava de’ fichi, ed in tal modo lo addormentava. Ma Pietro, nulla curandosi, ad altro non attendeva se non al pane ed alla vernazza. Il che veggendo, Luciana disse: — Pietro, ohimè! tu vedi come io per te la pena innocentemente patisco, e tu insensato ridi, mangi e bevi, né punto consideri al commune pericolo. — A cui egli rispose: — Questo ci è avenuto non già per colpa mia, ma per cagione tua, che continuamente mi deridevi e berteggiavi. Ma sta di buon animo, — disse, — che tosto usciremo d’affanni. —Io — disse Luciana, — mi penso che tu dica il vero che tosto usciremo d’affanni; perciò che la botte si rumperà sopra qualche sasso, e noi si annegheremo. — Allora Pietro disse: —Taci, che io ho un secreto, il quale se tu sapessi, molto ti maraviglieresti, e forse ti rallegreresti. — E che secreto hai tu, — disse Luciana, — che sollevar ci potesse e di tanto travaglio ni traesse? — Io ho un pesce, — disse Pietro, — il quale fa ciò ch’io gli comando, e non preterirebbe cosa alcuna se egli credesse perder la vita: e fu quello che t’ingravidò.—Questa è una buona cosa, — disse Luciana, — quando cosí fusse. Ma come si addimanda il pesce? — disse Luciana. A cui rispose Pietro: — Egli s’addimanda tonno. — Ma fa ch’egli mi dia la tua autorità, — disse Luciana, — imponendogli che tanto essequisca, quanto io gli dirò. — Sia fatto — disse Pietro, — il tuo volere. — Ed incontanente chiamò il tonno, e commessegli che quanto ella gli imponeva, tanto egli facesse. La giovane, avuta la potestà di comandare al tonno, subito li comandò che egli gittasse la botte sopra uno de’ più belli e più securi scogli che sotto l’imperio del padre suo si trovasse; dopo, che operasse sí che Pietro, di sozzo e pazzo, divenisse il più bello ed il più saggio uomo che allora nel mondo si trovasse. E non contenta di ciò, ancora volse che sopra il scoglio fabricasse un ricchissimo palazzo con logge e con sale e con camere bellissime; e che di dietro avesse uno giardino lieto e riguardevole, copioso de alberi che producano gemme e preziose perle: in mezzo del quale sia una fontana di acqua freddissima ed una volta de preziosi vini. Il che senza indugio fu largamente essequito.

Il re e la reina, arricordandosi esser sí miseramente della figliuola e del bambino privi, e pensando come le loro carni fusseno già divorate da’ pesci, forte si ramaricavano, né mai si trovavano allegri né contenti. E stando amendue in questo affanno e cordoglio, determinorono, per refrigerare alquanto i passionati lor cuori, di andarsene in Gerusalemme ed ivi visitare la Terra santa; e preparata una nave e guarnita di ciò che le conveneva, montorono in nave e si partirono, e con prospero e favorevole vento navigorono. Non s’erano appena cento miglia scostati dall’isola Capraia, che videro dalla lunga un ricco e superbo palazzo alquanto rilevato dal piano, sopra un’isoletta posto. E perché era molto vago e al dominio loro soggetto, lo volsero vedere. Ed accostatisi all’isoletta, fecero scala, e giù di nave smontorono. Non erano ancora aggiunti al palazzo, che Pietro pazzo e Luciana, figliuola del re, li conobbero; e scesi giù delle scale, gli andorono incontra, e con strette accoglienze benignamente i ricevettero. Ma il re e la reina, perciò che erano tutti trasformati, non i conobbero. Entrati adunque nel vago palazzo, minutamente lo videro, e molto lo comendorono; e scesi giù per una scaletta secreta, andorono nel giardino: il quale al re ed alla reina tanto piacque, che giurorono a’ giorni suoi non averne veduto un altro che più li piacesse.

In mezzo del bel giardino eraci un albero che sopra un ramo aveva tre pomi d’oro; ed il guardiano, per espresso comandamento di Luciana, i custodiva che involati non fussero. Ma, non so come, il più bello, non avedendosi il re, occultamente nel seno gli fu posto. E volendosi partire il re, disse il guardiano a Luciana: — Signora, uno de’ tre pomi, ed il più bello, ci manca: né posso sapere chi involato l’abbia. — Allora Luciana al guardiano commesse che ad uno ad uno tutti diligentemente cercasse, perché non era cosa da farsene poco conto. Il guardiano, poi che ebbe ben cercato e ricercato ognuno, a lei ritornò, e dissele che non si trovava. Il che intendendo, Luciana finse di molto turbarsi; e voltatasi al re, disse: — Sacra Maestà, mi perdonarete se ancor voi sarete cercato; perciò che il pomo d’oro che ci manca, è di sommo valore, e molto più l’apprezzo che ogni altra cosa. — Il re, che non sapeva la trama, pensando che in lui tal error non fusse, arditamente la veste si scinse; e subito il pomo in terra cadde. Il che vedendo, il re tutto suspeso e stupefatto rimase, non sapendo come in seno venuto gli fusse. Luciana, vedendo allora tal cosa, disse: — Signor mio, noi vi abbiamo carezzato e onorato molto, facendovi quelle accoglienze ed onori che degnamente meritate; e voi, in guidardone delle accoglienze, senza saputa nostra ne involate del giardino i frutti. Molto mi pare che verso di noi grande ingratitudine mostrate. — Il re, che di ciò era innocente, molto si affaticava in farle credere che egli il pomo involato non avesse. Luciana, veggendo che omai era convenevole tempo di scoprirsi e dare a conoscere al padre l’innocenza sua, con viso lagrimoso disse: — Signor mio, sapiate ch’io sono quella Luciana, la quale infelicemente generaste e con Pietro pazzo e col fanciullo a morte crudelmente dannaste. Io sono quella Luciana, vostra unica figliuola, la quale senza aver conosciuto uomo alcuno pregna trovaste. Quest’è il fanciullo innocentissimo senza peccato da me conceputo — (e appresentogli il fanciullo). — Quest’altro è Pietro pazzo: il quale, per virtù d’un pesce chiamato tonno, sapientissimo divenuto, fabricò l’alto e superbo palazzo. Costui fu quello che, senza che voi ve n’avedeste, vi puose il pomo d’oro in seno. Costui fu quello di cui non con stretti congiungimenti, ma con incantesimi gravida divenni. E sí come voi dell’involato pomo d’oro siete innocente, cosí parimente della gravidanza io ne fui innocentissima. — Allora tutti d’allegrezza piangendo si abbracciorono insieme, e gran festa si fecero. E passati alcuni dí, montorono in nave, ed a Capraia ritornorono: dove fu fatta grandissima festa e trionfo. Ed il re fece a Pietro Luciana sposare; e come suo genero il pose in tal stato, ch’egli onoratamente ed in consolazione lungo tempo visse. Ed il re, venendo al fine della sua vita, del regno suo erede il constituí. —

FAVOLA II.

Dalfreno re di Tunisi ha due figliuoli: l’uno Listico, e l’altro Livoretto

chiamato, da poi per nome detto Porcarollo: e finalmente Bellisandra,

figliuola di Attarante re di Damasco, in moglie ottiene.

[Arianna:]

— Poco non fa lo saggio nocchiero, che balestrato da invidiosa e scapigliata fortuna, e fra duri e acuti scogli spinto, drizza, a sicuro e riposato porto l’affannata navicella. Il che avenne a Livoretto, figliuolo del gran re di Tunisi: il quale dopo molti non pensati pericoli, gravosi affanni e lunghe fatiche, calcata con l’altezza dell’animo suo la miseria della fortuna, a maggior stato pervenne, ed il regno del Cairo in pace godè: sí come per la presente favola, che raccontarvi intendo, agevolmente intender potrete.

In Tunisi, città regia ne’ liti dell’Affrica, fu, non gran tempo fa, un famoso e possente re, Dalfreno per nome chiamato; il quale, avendo per moglie una graziosa ed accorta donna, di lei ebbe duo figliuoli, savi, virtuosi ed ubidienti al padre: de’ quali il maggiore Listico, il minore Livoretto si nominava. Questi fratelli per decreto regale e approbata usanza al regno paterno succedere non potevano, perciò che la successione solamente alle femine di ragione aspettava. Laonde il re, veggendosi per sua mala sorte di figliuole privo, ed esser in tale età di non poterne più avere, si ramaricava molto, e infinita passione e cordoglio ne sentiva. E tanto più perché s’imaginava che dopo la morte sua sarebbeno mal veduti e peggio trattati, e con grandissimo loro scorno del regno miseramente scacciati. E dimorando l’infelice re in questi dolorosi pensieri, né sapendo trovar rimedio che sollevar il potesse, voltossi alla reina, che sommamente amava, e disse: — Madama, che debbiam far noi di questi nostri figliuoli, da poi che ogni podestà di lasciarli del regno eredi n’è per la legge e per l’antica usanza apertamente tolta? — A cui la prudente reina all’improvviso rispose: — Sacra Maestà, a me parrebbe che voi, essendo di molti e infiniti tesori potente, li mandaste altrove, dove conosciuti non fussero, dandogli quantità di gioie e di danari grandissima; che forse, la grazia d’alcun signore trovando, li fiano cari, ed in modo alcuno non patiranno. E quanto pur patisseno, che Iddio nol voglia! almeno non si saprà di cui sono figliuoli. I sono giovini, vaghi d’aspetto, apparenti in vista ed atti ad ogni magnanima ed alta impresa. Né vi è re, né principe, né signore, che per li privilegi dalla natura a lor concessi non gli amino e tenghino cari. — Piacque molto a Dalfreno la risposta della sapiente reina; e chiamati a sé Listico e Livoretto, li disse: — Figliuoli, da noi vostro padre molto diletti, perché dopo la morte nostra vi è tolta ogni speranza di questo regno, non già per vizio vostro né per disonesti costumi, ma perché cosí determina la legge e l’antica usanza, per esser voi non femine ma uomini dalla potente natura e da noi prodotti; noi e la madre vostra, per utile e comodo de l’uno e l’altro di voi, abbiamo presa deliberazione di mandarvi altrove con gioie, gemme e danari assai: acciò che, venendovi alcun orrevole partito, potiate con onor vostro la vita sostentare. E però voi vi contentarete di quanto è il desiderio nostro. — Il proponimento del re assai piacque a Listico e a Livoretto, e non vi fu di minor contento di quello che fu al re e alla reina; perciò che l’uno e l’altro di loro di veder cose nuove e gustare i piaceri del mondo sommamente desiderava. La reina, che, si come è general costume di donne, più teneramente il minor che ’l maggior figliuolo amava, chiamatolo da parte, dégli un schiumante e bellicoso cavallo, sparso di macchie, di picciol capo e di sguardo animoso; ed oltre le belle fattezze ch’egli aveva, era tutto affatato: e di tal cosa Livoretto minor figliuolo era consapevole.

Presa adunque la benedizione i figliuoli dai lor parenti, e tolti i tesori, celatamente insieme si partirono. Avendo più giorni cavalcato, né trovato luogo che di contentamento li fusse, si contristorono molto. Onde Livoretto a Listico disse: — Noi sinora abbiamo cavalcato insieme, né cosa alcuna di valor degna operato abbiamo; però parmi, quando ancora a te fusse a piacere, che l’uno dall’altro si separasse, e ciascuno da per sé per sua ventura andasse. — Il che piacque ad ambe duo: e strettamente abbracciatisi insieme e basciatisi, tolsero l’uno da l’altro commiato; e Listico, di cui poi nulla si seppe, verso l’occidente indirizzò il cammino, e Livoretto col suo affatato palafreno verso l’oriente prese il viaggio.

Avendo Livoretto cavalcato per gran spazio di tempo, e senza utile alcuno veduto assai del mondo, e già consumate le gioie e’ tesori datigli dall’amorevole padre, fuor che ’l fatato cavallo, finalmente aggiunse al Cairo, regia città dell’Egitto, la quale allora signoreggiava il soldano, Danebruno chiamato: uomo astuto e potente di ricchezze e di stato, ma de anni molto carico. Questi, quantunque vecchio fusse, nondimeno era caldamente acceso dell’amore di Bellisandra, figliuola di Attarante re di Damasco; e alla città s’era accampato, e posto le aveva assedio per acquistarla, acciò che o per amore o per forza egli l’avesse per moglie. Ma ella, avendo persentita la vecchiezza e bruttura del soldano, aveva al tutto determinato più tosto sé medesima uccidere che prenderlo per marito. Livoretto adunque, giunto al Cairo ed entrato nella città, quella tutta circuì: e rimirandola d’ogni parte, molto la comendò, e vedendosi aver dissipata tutta la sustanzia sua, adempiendo tutti gli appetiti suoi, nell’animo propose di non partirsi di là se prima con alcuno per servidore non era acconcio. Ed andatosene verso il palazzo, vide nella corte del soldano molti sanzachi, mamalucchi e schiavi. A’ quali addimandò se nella corte del signore era bisogno di servitor alcuno, ch’egli volontier gli servirebbe. E fulli risposto di no. Ma ricordandosi uno di loro che nella corte faceva bisogno d’uno che attendesse a’ porci, lo richiamò ed addimandollo se attenderebbe a’ porci. Ed egli gli rispose che sí. E fattolo scendere giù del cavallo, alla stalla de’ porci lo menò. E addimandatolo come era il suo nome, gli rispose aver nome Livoretto. Ma da tutti fu chiamato Porcarollo, che cosí nome gli imposero.

Acconciatosi adunque Livoretto, ora nominato Porcarollo, nella corte del soldano, a niun’altra cosa attendeva che a far i porci grassi; e tanta era la sollecitudine e diligenza sua, che quello che un altro in spazio di sei mesi faceva, egli in termine di duo mesi aveva pienamente ispedito. Vedendo gli sanzachi, mamalucchi e schiavi in costui tanta sofficienza, persuasero al signore che altro officio dargli dovesse, perciò che la diligenza sua in sí basso e vil servigio esser non meritava. Laonde per ordine del soldano fulli imposta la cura di attendere a’ cavalli, e accresciuto li fu il salario. Di che egli ne ebbe maggior contentezza; perciò che, attendendo agli altri, meglio poteva governar lo suo. E postosi a tale impresa, con la streggia sí fattamente gli streggiava, nettava ed abbelliva, che i lor mantelli non altrimenti che velluto parevano. E fra gli altri eravi un roncino assai vago, giovine ed animoso, e per le sue bellezze diligentemente gli attendeva ed ammaestrava: ed in tal maniera l’ammaestrò, che, oltre che si maneggiava d’ogni parte, il s’inchinava, danzava e quanto egli era alto si levava da terra, distendendo nell’aria calci che risembravano saette.

I mamalucchi e schiavi, vedendo le valentigie del cavallo, stavano ammirativi: e cose fuor di natura li parevano. Onde determinorono di raccontare il tutto al soldano, acciò che delle prodezze del Porcarollo alcuno diporto prendere ne potesse. Il soldano, che nella vista era malinconoso sí per lo soverchio amore come per l’estrema vecchiezza, nulla o poco di diporto si curava; ma carico d’amorosi pensieri, a niente altro che alla diletta amante pensava. Pur i mamalucchi e schiavi tanto fecero e dissero, che il soldano una mattina per tempo alla finestra si puose, e vide tutte quelle prodezze e leggiadrie che ’l Porcarollo col suo cavallo faceva; e vedendolo di piacevole aspetto e di persona ben formato, e trovando vie più di ciò che udito aveva, li parve molto mal fatto, e di ciò si ramaricava assai, che a sí vil ufficio come al governo di bestie deputato fusse. Onde pensando e ripensando all’alta e nascosa virtù dell’attilato giovine, e vedendo nulla mancarli, tra sé stesso dispose di rimoverlo da sí vil essercizio e farlo a maggior grado salire; e fattolo chiamare a sé, disseli: — Porcarollo, per lo innanzi non alla stalla, come prima, ma alla mensa mia attenderai, facendomi la credenza di tutto quello che in mensa appresentato mi fia. — Il giovane adunque, constituito pincerna del soldano, con tanto magistero ed arte l’ufficio suo faceva, che non che al soldano, ma anche a tutti ammirazione rendeva. Di che tra’ mamalucchi e schiavi nacque tanta invidia ed odio, che vedere a pena il potevano: e se il timor del signore stato non fusse, già di vita l’arrebbono privo. Ma acciò che il miserello venisse in disgrazia del signore e che ’l fusse o ucciso o scacciato in eterno esilio, un stratagemma astutamente s’imaginorono. Imperciò che, essendo la mattina uno de’ schiavi, nominato Chebur, al servigio del soldano, disse: — Non ti ho io, signor, da dir una buona nuova? — E che? — disse il soldano. — Il Porcarollo, il quale Livoretto per proprio nome si chiama, non si vanta niuno altro che lui esser bastevole di dare la figliuola di Attarante re di Damasco nella tua balia? — E com’è possibile questo? — disse il soldano. A cui Chebur: — Possibil è, signor. E se a me nol credi, addimanda a’ mamalucchi e agli altri schiavi, nella cui presenza più d’una volta di ciò s’ha dato il vanto; e s’io ti inganno, agevolmente comprender lo potrai. —

Il soldano, avuta prima di questo da tutti piena certezza, chiamò a sé Livoretto, e dimandollo se vero era quello che di lui apertamente si diceva. Il giovane, che di tal cosa nulla sapeva, il tutto animosamente negò. Onde il soldano, acceso d’ira e di sdegno, disse: — Va, e non più tardare: e se in termine di giorni trenta non opererai sí ch’ io abbia Bellisandra, figliuola d’Attarante re di Damasco, nel mio potere, il capo dal busto ti sarà diviso. — Il giovanetto, udito il fiero proponimento del signore, tutto dolente e sconsolato rimase; e partitosi dalla sua presenza, alla stalla ritornò. Il cavallo fatato, veduto che ebbe il suo patrone sí mesto e che calde lacrime dagli occhi continovamente spargeva, voltatosi a lui, disse: — Deh, patrone, che hai tu che sí appassionato ed addolorato ti veggio? — Il giovane, tuttavia piangendo e fortemente sospirando, li raccontò dal principio sino alla fine ciò che dal soldano gli era commesso. Ma il cavallo, crollando il capo e facendo segno di risa, lo confortò alquanto dicendogli che nulla temesse, perciò che ogni cosa gli verrebbe a bene. Indi li disse: — Torna al soldano, e digli che egli ti faccia una patente lettera direttiva al suo general capitano che ora all’assedio di Damasco si trova: commettendogli con espresso comandamento che tantosto che veduta e letta avrà la patente, sigillata del suo maggior sigillo, dall’assedio si rimova, dandoti danari, vestimenta ed arme, acciò che alla magnanima impresa animosamente andar tu possi. E se per a ventura di viaggio persona over animal alcuno, di qualunque condizione esser si voglia, ti chiedesse servizio alcuno, fa che tu lo servi: né per quanto hai tu cara la vita tua, cosa che t’addimandi li negherai. E se uomo alcuno comperare mi volesse, dilli che me venderai, addimandandoli però prezzo ingordo, acciò che dal mercato si rimova. Ma se fussero donne che mi volessero, faralli tutti quelli piaceri che far si puolono, lasciandole la libertà di toccarmi il capo, la fronte, gli occhi, l’orecchie, le groppe e ciò che le sarà a grado; perciò che, senza farle oltraggio e noia alcuna, lascerommi maneggiare. — Il giovanetto tutto allegro ritornò al soldano, e chieseli la patente lettera e ciò che il fatato cavallo ricordato gli aveva. Ed ottenuto il tutto, montò sopra il detto cavallo e verso Damasco prese il cammino: non senza però grandissima allegrezza de’ mamalucchi e schiavi, i quali per l’ardente invidia ed estremo odio che li portavano, tenevano per certo che più vivo al Cairo tornar non dovesse.

Or avendo più e più giorni Livoretto cavalcato, giunse ad un’acqua, alla sponda della quale nell’estremità era un fetore che da non so che causava, che quasi approssimare non si poteva: ed ivi un pesce semimorto giaceva. Il pesce, veduto che ebbe il giovanetto, li disse: — Deh, gentil cavaliere, liberami per cortesia, ti prego, da questo lezzo; perciò che, sí come tu vedi, io son quasi di vita privo. — Il giovane, ricordevole di ciò che ’l suo cavallo detto gli aveva, giù di quello discese, dal luogo che sí fortemente putiva fuori lo trasse, e con le propie mani lavandolo lo nettò. Il pesce, rese prima le debite grazie al giovanetto, disse: — Prendi del dorso mio le tre squamine maggiori, e tienle appresso te: e quando bisogno arrai d’aiuto alcuno, poneralle sopra la riva del fiume, che io incontanente verrò a te, e porgerotti subito soccorso. — Livoretto, prese le squamine e gittato lo sguizzante pesce nelle chiare acque, rimontò a cavallo; e tanto cavalcò, che trovò un falcone pellegrino che dal mezzo in giù era nell’acqua gelato, né in maniera alcuna mover si poteva: il quale, veduto il giovane, disse: — Deh, leggiadro giovanetto, prendi pietà di me, e trammi di questo ghiaccio in cui avolto mi vedi, ch’io ti prometto, se di tanta sciagura mi scampi, di porgerti aiuto, se a tempo alcuno soccorso ti bisognasse. — Il giovane, da compassione e da pietà vinto, benignamente lo soccorse; e vibrato un coltellino che nella vagina della spada teneva, con la punta l’indurato ghiaccio tanto battè, che da ogni parte lo spezzò: e preso il falcone, se lo pose in seno, acciò che al quanto riscaldare si potesse. Il falcone, ritornato in sé e rivocate le smarrite forze, molto il giovane ringraziò; ed in premio di tanto beneficio, quanto ricevuto aveva, li diede due penne che sotto l’ala sinistra teneva: pregandolo che per suo amore conservar le dovesse, perciò che, occorrendoli bisogno alcuno di aiuto e tollendo le due penne e ficcandole nella sponda del fiume, subito gli verrebbe in soccorso: e questo detto, a volo se ne gí.

Il giovane, continuando il suo viaggio, finalmente all’essercito del soldano aggiunse: dove trovato il capitano che fieramente la città batteva, a lui si avvicinò e la patente lettera gli appresentò. Il capitano, veduta e letta la lettera, subito dallo assedio si levò, ed al Cairo con tutto lo essercito ritornò. Il giovanetto, veduta la partenza del capitano, la mattina seguente molto per tempo soletto entrò nella città di Damasco, e ad un’osteria si alloggiò; e vestitosi di uno bello e ricco vestimento tutto coperto di care e preziose gioie che facevano invidia al sole, e salito sopra il suo fatato cavallo, in piazza al real palazzo se ne gí: dove con tanta destrezza ed attitudine quello maneggiò, che ciascuno stavasi attonito a pensare, non ché a riguardarlo.

Bellisandra figliuola del re, la quale lo strepito del tumultuante popolo desta aveva, si levò di letto; e postasi ad uno verone che tutta la piazza signoreggiava, vide il leggiadro giovine e la bellezza e prontezza del suo gagliardo e feroce cavallo: e non altrimenti di quello si accese, che arrebbe fatto un giovine d’una bellissima damigella. Ed andatane al padre, sommamente il pregò che per lei comperare lo volesse, perciò che, vedendolo sí leggiadro e bello, era di esso fieramente invaghita. Il padre per sodisfacimento della figliuola che teneramente amava, mandò uno de’ baroni a dimandare il giovane, se gli aggradiva a contanti vender il cavallo, imponendoli convenevole pregio: perciò che l’unica figliuola del re è di quello fieramente innamorata. Il giovane li rispose non esservi cosa sí pregiata e degna, che pagare il potesse: e dimandolli maggior quantità di danari che non valeva il paterno regno. Il re, inteso l’immoderato pregio, chiamò la figliuola, e dissele: — Figliuola mia, per uno cavallo e per contentamento tuo, del regno privare non mi voglio; però abbi pazienza, e vivi allegramente, che di uno altro più bello e migliore provederemo noi. — Ma Bellisandra, più accendendosi dell’amor del cavallo, maggiormente il padre pregava che di quello la contentasse: costa e vaglia ciò che vuole. Dopo molti preghi, vedendo la figliuola non poter commovere il padre che in ciò la compiacesse, partitasi da lui ed andatasi alla madre, come disperata, quasi morta nelle braccia della madre cadde. La pietosa madre, veduta la figliuola di color smarrita, dolcemente la confortò pregandola che ramaricare non si dovesse, che, partito che fusse il re, ambedue anderebbeno al giovanetto e mercarebbero il cavallo: e forse, per esser donne, ne averemo miglior mercato. La figliuola, udite le dolci parole della diletta madre, alquanto si raddolcì; e partito che fu ii re, la madre per un messaggero tostamente mandò a dire al giovane che venisse al palazzo ed insieme menasse il suo cavallo. Il quale, intesa l’imbasciata, molto si rallegrò e alla corte se n’andò; ed addimandatoli dalla madre quanto pregiava il suo cavallo, perciò che la figliuola sua di averlo desiderava molto, alla reina in tal guisa rispose: — Madama, se voi mi donaste ciò che avete al mondo, la figliuola non potrebbe per via di vendita aver il mio cavallo: ma in dono sí, quando che accettarlo le piacesse. Ma prima che in dono ella lo prenda, voglio che bene lo guata e maneggia, perciò che è piacevole e destro, ed agevolmente sopra di sé salir si lascia. — E sceso giù del cavallo, pose la figliuola in sella: e tenendo il freno del cavallo, la addestrava e reggeva. Non era appena un tratto di pietra allontanata la figliuola dalla madre, che ’l giovane si puose in groppa del suo cavallo, e tenendo gli sproni stretti a’ fianchi, tanto lo punse, che uno uccello che vola per l’aria rassembrava nel fuggire. La damigella smarrita cominciò gridare: — Oh, malvagio disleale e traditore! dove mi meni, cane, figliuolo di cane? — Ma nulla le giovava il gridare; né veruno era che le desse soccorso, né con parole la confortasse. Era già aggiunta la damigella sopra la riva d’un fiume, quando prese un bellissimo anello che nel dito teneva, e quello celatamente trasse nell’acqua.

Aveva cavalcato il giovine molte giornate, quando final mente giunse al Cairo con la damigella; e giunto che egli fu, subito la presentò al soldano: il quale, vedendola bella, leggiadra e pura, molto si rallegrò, e con grate accoglienze la ricevette. Già era vicina l’ora del dormire, quando, essendo ambeduo in una camera non meno ornata che bella, disse la damigella al soldano: — Signor, non pensate che mai mi pieghi agli amorosi desideri vostri, se prima non fate che questo iniquo e malvagio trovi l’anello che nel fiume mi cadde; e trovato e resomelo, sarò sempre arrendevole a’ vostri piaceri.— Il soldano, che era infiammato dell’amore dell’afflitta damigella, non volse contristarla, ma subito comandò a Livoretto che l’anello trovasse: e non trovandolo, lo minacciò di darli la morte. Livoretto, udendo che il comandamento del soldano stringeva e che non bisognava contravenire al suo volere, molto dolente si parti; ed andatosene alla stalla, dirottamente piangeva, essendo fuori d’ogni speranza di poterlo trovare. Il cavallo, veduto il patrone addolorato e dirottamente lagrimare, l’addimandò che cosa egli aveva che cosí fieramente lagrimava; ed inteso il tutto, li disse: — Ahi, poverello, taci! non ti soviene ciò che ti disse il pesce? Apri adunque le orecchie alle mie parole, e fa quanto io ti dirò. Ritorna al soldano, e chiedili ciò che ti fa mestieri, e vattene sicuramente, e non dubitare. — Il giovane fece né più né meno che il suo cavallo ordinato gli aveva; ed andatosene al fiume in quel luogo dove varcò con la damigella, pose le tre squamme del pesce nella verde riva. Il pesce, guizzante per le chiare e lucide onde, or quinci or quindi saltolando, tutto lieto e giocondo se gli appresentò; e trattosi di bocca il caro e prezioso anello, in mano glie lo die: e prese le sue tre squamme, nell’onde s’attuffò.

Il giovane, avuto l’anello, subito il dolore in allegrezza converse, e senza indugio alcuno al soldano ritornò; e fatta la debita riverenza, nel suo cospetto l’anello alla damigella appresentò. Il soldano, vedendo che la damigella aveva avuto il prezioso anello sí com’ella desiderava ed era il voler suo, incominciò a farle tenere e amorose carezze e losingarla, volendo che quella notte ella giacesse nel letto con esso lui. Ma il soldano s’affaticò in vano. Perciò che la damigella disse: — Non pensate, signor mio, con vostre finte losinghe ora ingannarmi; ma giurovi che di me piacer alcuno non prenderete, se prima questo rio e falso ribaldone, che col suo cavallo m’ha ingannata, l’acqua della vita non mi porta.— Il soldano, che disdire all’amata donna non voleva, anzi con ogni suo sforzo cercava di compiacerle, chiamò Livoretto; e strettamente sotto pena del rapo gl’impose che l’acqua della vita recare le dovesse. Il giovane dell’impossibile dimanda molto si dolse; ed acceso d’ira, dentro e di fuori ardeva: ramaricandosi forte che il signor il suo ben servire e le sue tante sustenute fatiche non senza gran pericolo della vita sua, sí miseramente guidardonasse. Ma il soldano, tutto infiammato d’amore, per sodisfare alla diletta donna, senza mutare altro consilio, volse che al tutto l’acqua della vita le trovasse. E partitosi dal signore ed andatosene secondo il solito alla stalla, maladiceva l’empia sua fortuna, tuttavia dirottamente piangendo. Il cavallo, vedendo il duro pianto del patrone ed udendo i gravi lamenti, disse: — Che hai tu, patrone, che sí fortemente ti cruci? Ti è sopragiunta cosa alcuna? Acquetati alquanto, che ad ogni cosa si trova rimedio fuor che alla morte. — Ed intesa la cagione del dirotto pianto, dolcemente lo racconfortò riducendoli a memoria quello che già li aveva detto il falcone che egli liberò dal freddo ghiaccio, e l’onorato dono delle due penne. Il giovane miserello, ricordatosi pienamente il tutto, montò a cavallo: e presa un’ampolla di vetro bene avenchiata, attaccossela alla cinta, e cavalcò là dove il falcone fu liberato: e piantate le due penne nella sponda del fiume, come li fu già ricordato, subito apparve il falcone, ed addimandolli di che egli bisogno aveva. A cui rispose Livoretto: — Dell’acqua della vita. — Allora disse il falcone: — Deh, cavaliere, egli è cosa impossibile che tu mai ne prenda; perciò che ella è guardata e diligentemente custodita da duo fieri leoni ed altretanti dragoni, i quali di continovo ruggiano e miseramente divorano tutti quelli che per prenderne s’avicinano. Ma in ricompensamento del beneficio già da te per me ricevuto, prendi l’ampolla che dal lato tieni, ed annodala sotto la mia ala destra; e non ti partire di costà fin che io non ritorno a te. — E fatto quanto per lo falcone gli fu imposto, levossi da terra con la annodata ampolla, e volò colà dov’era l’acqua della vita: ed empiuta nascosamente l’ampolla, al giovane ritornò ed appresentogliela: e prese le sue due penne, a volo si levò.

Livoretto, tutto giulivo per lo ricevuto liquore, senza far dimoranza alcuna, frettolosamente al Cairo ritornò; ed appresentatosi al soldano, che con Bellisandra sua amata donna in dolci ragionamenti si stava, l’acqua della vita a lei con somma letizia diede. La quale, poscia che ebbe ricevuto il vital liquore, fu dal soldano negli amorosi piaceri sollecitata molto. Ma ella, costante come forte torre da impetuosi venti conquassata, non vi volse in maniera alcuna consentire se prima a Livoretto, cagionevole di sí fatta vergogna, con le propie mani la testa dal busto non gli spiccava. Il soldano, inteso il fiero proponimento della cruda damigella, in modo alcuno compiacere non le voleva; perciò che li pareva sconvenevole molto che in premio delle sue tante fatiche il giovane crudelmente decapitato fusse. Ma la perfida e scelerata donna, perseverando nel suo mal volere, prese un coltello ignudo, e con intrepido e viril animo, in presenza del soldano, il giovane ferì nella gola; e non essendovi alcuno che avesse ardire di prestargli aiuto, in terra morto cadde. Non contenta di questo, la malvagia damigella gli spiccò il capo dal busto: e minuzzate le sue carni e fratti li nervi, e rotte le dure ossa e fatte come minuta polvere, prese una conca di rame non picciola, e a poco a poco dentro vi gettò la trita e minuzzata carne, componendola in sieme con l’ossa e i nervi, non altrimenti che sogliono fare le donne un pastone di fermentata pasta. Impastata che fu la minuzzata carne e ben unita con le trite ossa e i nervi, la donna fece una imagine molto superba, e quella con l’ampolla dell’acqua della vita spruzzò; e incontanente il giovane, da morte a vita risuscitato, più bello e più leggiadro che prima divenne.

Il soldano, già invecchiato, veduta la maravigliosa prova e lo miracolo grande, tutto attonito e stupefatto rimase; e desideroso molto di ringiovenirsi, pregò la damigella che si come ella fatto aveva al giovane, cosí ancora a lui far dovesse. La damigella, non molto lenta ad ubidire il comandamento del soldano, prese l’acuto coltello che del giovenil sangue era bagnato ancora: e postali la mano sinistra sopra il cavezzo, e quello forte tenendo, nel petto un mortal colpo li diede; indi gettollo giù d’una finestra dentro una fossa delle profonde mura del palazzo, e invece di ringiovenirlo come il giovanetto, lo fece cibo de’ cani: e cosí il misero vecchio finí la vita sua. La damigella, onorata e temuta da tutti per la meravigliosa opera, e inteso il giovane esser figliuolo di Dalfreno re di Tunisi, e Livoretto veramente chiamarsi, scrisse al vecchio padre, dandoli notizia dell’avenuto caso nella persona sua, pregandolo instantissimamente che alle nozze al tutto si dovesse trasferire. Dalfreno, intesa la felice nuova del figliuolo, del quale mai più non aveva avuta notizia alcuna, ebbe grandissima allegrezza; e messosi in punto, al Cairo se n’andò: dove da tutta la cittá onorevolmente fu ricevuto, e fra pochi giorni con sodisfacimento di tutto il popolo fu Bellisandra da Livoretto sposata. E sua legittima sposa divenuta, con molto trionfo e fausto, signor del Cairo fu constituito: nel qual lungo tempo il regno pacificamente governò, e tranquillamente godè. Dalfreno fra pochi giorni, tolta buona licenza dal figliuolo e dalla nuora, a Tunisi sano e salvo se ne ritornò. —

FAVOLA III.

Biancabella, figliuola di Lamberico marchese di Monferrato,

viene mandata dalla matrigna di Ferrandino, re di Napoli, ad uccidere.

Ma gli servi le troncano le mani e le cavano gli occhi; e per una biscia

viene reintegrata, e a Ferrandino lieta ritorna.

[Lauretta :]

— È cosa laudevole e necessaria molto che la donna, di qualunque stato e condizione esser si voglia, nelle sue operazioni usi prudenza: senza la quale niuna cosa ben si governa. E se una matrigna, della quale ora raccontarvi intendo, con modestia usata l’avesse, forse, altrui credendosi uccidere, non sarebbe stata per divino giudicio uccisa d’altrui, sí come ora intenderete.

Regnava, già gran tempo fa, in Monferrato un marchese potente di stato e di ricchezze, ma de figliuoli privo: e Lamberico per nome si chiamava. Essendo egli desideroso molto di avergliene, la grazia da Iddio gli era denegata. Avenne un giorno che, essendo la marchesana in uno suo giardino per diporto, vinta dal sonno, a’ piedi d’uno albero s’addormentò; e cosí soavemente dormendo, venne una biscia piccioletta, ed accostatasi a lei, ed andatasene sotto i panni suoi, senza che ella sentisse cosa alcuna, nella natura entrò, e sottilissimamente ascendendo, nel ventre della donna si puose, ivi chetamente dimorando. Non stette molto tempo che la marchesana, con non picciolo piacere ed allegrezza di tutta la città, s’ingravidò: e giunta al termine del parto, parturí una fanciulla con una biscia che tre volte l’avinchiava il collo. Il che vedendo, le comari che l’allevavano si paventarono molto. Ma la biscia, senza offesa alcuna dal collo della bambina disnodandosi, e andossene alla balia, la qual ritrovò ch’ancora riposava; e destatala, con esso lei senza dir cosa alcuna se n’andò in casa.

Venuto il giorno seguente, ed essendo Biancabella con la madre in camera sola, assai nella vista sua malanconosa le parve. Laonde la madre le disse: — Che hai tu, Biancabella, che star sí di mala voglia ti veggio? Tu eri allegra e festevole, ed ora tutta mesta e dolorosa mi pari. — A cui la figliuola rispose: — Altro non ho io, se non che io vorrei duo vasi, i quali fussero nel giardino portati: uno de’ quai fusse di latte e l’altro di acqua rosata pieno. — E per sí picciola cosa tu ti ramarichi, figliuola mia? — disse la madre. — Non sai tu che ogni cosa è tua? — E fattisi portar duo bellissimi vasi grandi, uno di latte e l’altro d’acqua rosata, nel giardino li mandò. Biancabella, venuta l’ora, secondo l’ordine con la biscia dato, senza essere d’alcuna damigella accompagnata, se n’andò al giardino; ed aperto l’uscio, sola dentro si chiuse, e dove erano gli vasi, a sedere si puose. Non si fu sí tosto posta Biancabella a sedere, che la biscia se le avicinò e fecela immantinente spogliare, e cosí ignuda nel bianchissimo latte entrare; e con quello da capo a’ piedi bagnandola e con la lingua tingendola, la nettò per tutto dove difetto alcuno parere le potesse. Dopo, tratta fuori di quel latte, nell’acqua rosata la pose, dandole un odore che a lei grandissimo refrigerio prestava. Indi la rivestí, comandandole espressamente che tacesse e che a niuna persona tal cosa scoprisse, quantunque il padre o la madre fusse; perciò che voleva che niuna altra donna si trovasse, che a lei in bellezza ed in gentilezza agguagliar si potesse. E addotatala finalmente d’infinite virtù, da lei si partí.

Uscita Biancabella del giardino, ritornò a casa; e vedutala la madre sí bella e si leggiadra, ch’ogn’altra di bellezza e leggiadria avanzava, restò sopra di sé e non sapea che dire. Ma pur la dimandò come aveva fatto a venire in tanta estremità di bellezza. Ed ella: non sapere, le rispondeva. Tolse allora la madre il pettine per pettinarla e per conciarle le bionde trezze: e perle e preziose gioie le cadevano dal capo; e lavategli le mani, uscivano rose, viole e ridenti fiori di vari colori con tanta soavità de odori, che pareva che ivi fusse il paradiso terreste. Il che vedendo, la madre corse a Lamberico suo marito; e con materna allegrezza li disse: — Signor mio, noi abbiamo una figliuola la più gentile, la più bella e la più leggiadra che mai natura facesse. Ed oltre la divina bellezza e leggiadria che in lei chiaramente si vede, da gli capelli suoi escono perle, gemme ed altre preziosissime gioie: e dalle candide mani, oh cosa ammirabile! vengono rose, viole e d’ogni sorte fiori, che rendono a ciascuno che la mira, soavissimo odore. Il che mai creduto non arrei, se con e propi occhi veduto non l’avessi. — Il marito, che per natura era incredulo e non dava si agevolmente piena fede alle parole della moglie, di ciò se ne rise, e la berteggiava; pur fieramente stimolato da lei, volse vedere che cosa ne riusciva. E fattasi venire la figliuola alla sua presenza, trovò vie più di quello che la moglie detto gli aveva. Il perché in tanta allegrezza divenne, che fermamente giudicò non esser al mondo uomo che congiungersi con essa lei in matrimonio degno fusse.

Era già per tutto l’universo divolgata la gloriosa fama della vaga e immortal bellezza di Biancabella; e molti re, prencipi e marchesi da ogni parte concorrevano, acciò che il lei amore acquistassino ed in moglie l’avessino. Ma niuno di loro fu di tanta virtù che aver la potesse, perciò che ciascuno di loro in alcuna cosa era manchevole. Finalmente sopragiunse Ferrandino, re di Napoli, la cui prodezza e chiaro nome risplendeva come il sole tra le minute stelle; ed andatosene al marchese, gli dimandò la figliuola per moglie. Il marchese, vedendolo bello leggiadro e ben formato, e molto potente e di stato e di ricchezze, conchiuse le nozze; e chiamata la figliuola, senza altra dimoranza si toccorno la mano e basciorono. Non fu sí tosto contratto il sponsalizio, che Biancabella si rammentò delle parole che Samaritana sua sorella amorevolmente dette le aveva; e discostatasi dal sposo, e fingendo di voler fare certi suoi servigi, in camera se n’andò; e chiusasi dentro, sola per un usciolo secretamente entrò nel giardino, e con bassa voce cominciò chiamare Samaritana. Ma ella non più come prima se le appresentava. Il che vedendo, Biancabella molto si maravigliò; e non trovandola né veggendola in luogo alcuno del giardino, assai dolorosa rimase, conoscendo ciò essere avenuto per non esser lei stata ubidiente a’ suoi comandamenti. Onde ramaricandosi tra sé stessa, ritornò in camera; ed aperto l’uscio, si pose a sedere appresso il suo sposo, che lungamente aspettata l’aveva. Or finite le nozze, Ferrandino la sua sposa a Napoli trasferì: dove con gran pompa e glorioso trionfo e sonore trombe fu da tutta la città orrevolmente ricevuto.

Aveva Ferrandino matrigna con due figliuole sozze e brutte; e desiderava una di loro con Ferrandino in matrimonio copulare. Ma essendole tolta ogni speranza di conseguir tal suo desiderio, se accese contra di Biancabella di tanta ira e sdegno, che non pur vedere, ma sentire non la voleva: fingendo però tuttavia d’amarla ed averla cara. Volse la fortuna che il re di Tunisi fece un grandissimo apparecchiamento per terra e per mare per mover guerra a Ferrandino: non so se questo fusse per causa della presa moglie, over per altra cagione; e già col suo potentissimo essercito era entrato nelle confine del suo reame. Laonde fu di bisogno che Ferrandino prendesse l’arme per difensione del regno suo e raffrontasse il nimico. Onde messosi in punto di ciò che li faceva mistieri, e raccomandata Biancabella, che gravida era, alla matrigna, col suo essercito si partí.

Non passorono molti giorni, che la malvagia e proterva matrigna deliberò Biancabella far morire; e chiamati certi suoi fidati servi, li commise che con esso lei andar dovessino in alcun luoco per diporto, e indi non si partisseno se prima da loro uccisa non fusse: e per certezza della morte sua, le recassino qualche segno. Gli servi, pronti al mal fare, furono ubidienti alla signora; e fingendo di andare ad uno certo luogo per diporto, la condussero ad uno bosco dove già di ucciderla si preparavano: ma vedendola sí bella e sí graziosa, gli venne pietà, ed uccidere non la volsero, ma le spiccarono ambe le mani dal busto e gli occhi di capo le trassero, portandogli alla matrigna per manifesta certezza che uccisa l’avevano. Il che vedendo, l’empia e cruda matrigna paga e molto lieta rimase. E pensando la scelerata matrigna di mandar ad effetto il suo maligno proponimento, seminò per tutto il regno che le due figliuole erano morte: una di continova febbre, l’altra per una postema vicina al cuore ch’affocata l’aveva; e che Biancabella, per lo dolore della partita del re, disperso aveva un fanciullo, e sopragiunta le era una terzana febbre che molto la distruggeva, e che vi era più tosto speranza di vita che temenza di morte. Ma la malvagia e rea femina in vece di Biancabella teneva nel letto del re una delle sue figliuole, fingendo lei esser Biancabella da febbre gravata.

Ferrandino, che l’essercito del nimico aveva già sconfitto e disperso, a casa si ritornava con glorioso trionfo; e credendosi ritrovare la sua diletta Biancabella tutta festevole e gioconda, la trovò che macra scolorita e disforme nel letto giaceva. Ed accostatosi bene a lei, e guatatala fiso nel volto e vedutala si distrutta, tutto stupefatto rimase, non potendosi in modo alcuno imaginare che ella Biancabella fusse; e fattala pettinare, invece di gemme e preziose gioie che dalle bionde chiome solevano cadere, uscivano grossissimi pedocchi che ogni ora la divoravano: e dalle mani, che ne uscivano rose ed odoriferi fiori, usciva una lordura e uno succidume che stomacava chi le stava appresso. Ma la scelerata donna lo confortava, e gli diceva questa cosa avenire per la lunghezza della infermità che tali effetti produce.

La misera adunque Biancabella con le mani monche e cieca d’ambi gli occhi nel luoco solingo e fuor di mano soletta in tanta afflizione si stava, chiamando sempre e richiamando la sorella Samaritana che aiutare la dovesse; ma niuno vi era che le rispondesse se non la risonante eco che per tutta l’aria si udiva. Mentre che la infelice donna dimorava in cotal passione, vedendosi al tutto priva di umano aiuto, ecco entrare nel bosco un uomo attempato molto, benigno di aspetto e compassionevole assai. Il quale, udita che ebbe la mesta e lamentevole voce, a quella con le orecchie accostatosi, e pian piano con i piedi avicinatosi, trovò la giovane cieca e monca delle mani che della sua dura sorte neramente si ramaricava. Il buon vecchio, vedutala, non puote sofferire che tra bronchi, dumi e spini rimanesse; ma vinto da paterna compassione, a casa la condusse ed alla moglie la raccomandò: imponendole strettissimamente che di lei cura avesse. E voltatosi a tre figliuole che tre lucidissime stelle parevano, caldamente le comandò che compagnia tenere le dovessino, carezzandola a tutt’ore e non lasciandole cosa veruna mancare. La moglie, che più cruda era che pietosa, accesa di rabbiosa ira, contra il marito impetuosamente si volse, e disse: — Deh, marito, che volete voi che noi facciamo di questa femina cieca e monca, non già per le sue virtù, ma per guidardone de’ suoi benemeriti? — A cui il vecchiarello con sdegno rispose: — Fa ciò che io ti dico; e se altrimenti farai, non mi aspettar a casa. —

Dimorando adunque la dolorosa Biancabella con la moglie e le tre figliuole, e ragionando con esso loro di varie cose, e pensando tra sé stessa alla sua sciagura, pregò una delle figliuole che le piacesse pettinarla un poco. Il che intendendo, la madre molto si sdegnò, perciò che non voleva in guisa alcuna che la figliuola divenisse come sua servitrice. Ma la figliuola, più che la madre pia, avendo a mente ciò che commesso le aveva il padre, e vedendo non so che uscire dall’aspetto di Biancabella che dimostrava segno di grandezza in lei, si scinse il grembiale di bucato che dinanzi teneva; e stesolo in terra, amorevolmente la pettinava. Né appena cominciato aveva pettinarla, che delle bionde trezze scaturivano perle, rubini, diamanti ed altre preziose gioie. Il che vedendo, la madre, non senza temenza, tutta stupefatta rimase: e l’odio grande, che prima le portava, in vero amore converse. E ritornato il vecchiarello a casa, tutte corsero ad abbracciarlo: rallegrandosi molto con esso lui della sopragiunta ventura a tanta sua povertà. Biancabella si fece recare una secchia d’acqua fresca, e fecesi lavare il viso ed i monchi, dalli quali, tutti vedendo, rose, viole e fiori in abondanza scaturivano. Il perché non umana persona, anzi divina la reputorono tutti.

Avenne che Biancabella deliberò di ritornare al luogo dove fu già dal vecchiarello trovata. Ma il vecchiarello, la moglie e le figliuole, vedendo l’utile grande che di lei n’apprendevano, l’accarezzavano, ed instantemente la pregavano che in modo alcuno partire non si dovesse, allegandole molte ragioni acciò che rimovere la potessino. Ma ella, salda nel suo volere volse al tutto partirsi, promettendoli tuttavia di ritornare. Il che sentendo, il vecchio senza indugio alcuno al luoco dove trovata l’avea, la ritornò. Ed ella al vecchiarello impose che si partisse, e la sera ritornasse a lei, che ritornerebbe con esso lui a casa. Partitosi adunque il vecchiarello, la sventurata Biancabella cominciò andare per la selva, Samaritana chiamando; e le strida ed i lamenti andavano fino al cielo. Ma Samaritana, quantunque appresso le fusse, né mai abbandonata l’avesse, rispondere non le voleva. La miserella, vedendosi spargere le parole al vento, disse: — Che debbo io più fare al mondo, dopo che io sono priva degli occhi e delle mani, e mi manca finalmente ogni soccorso umano? — Ed accesa da uno furore che la tolleva fuor di speranza della sua salute, come disperata, si voleva uccidere. Ma non avendo altro modo di finir la sua vita, prese il cammino verso l’acqua, che poco era lontana, per attuffarsi; e giunta in su la riva già per entro gittarsi, udí una tonante voce che diceva: — Ahimè, non fare, né voler di te stessa esser omicida! riserba la tua vita a miglior fine. — Allora Biancabella, per tal voce smarrita, quasi tutti i capelli addosso si senti arricciare. Ma parendole conoscere la voce, preso alquanto di ardire, disse: — Chi sei tu che vai errando per questi luochi, e con voce dolce e pia ver me ti dimostri? — Io sono — rispose la voce, — Samaritana tua sorella, la quale tanto instantemente chiami. — Il che udendo, Biancabella con voce da fervidi singolti interrotta le disse: — Ah! sorella mia, aiutami ti prego; e se io dal tuo consiglio scostata mi sono, perdono ti chiedo. Perciò che errai, ti confesso il fallo mio, ma l’error fu per ignoranza, non per malizia; che se per malizia stato il fusse, la divina provvidenza non l’arrebbe lungo tempo sustenuto. — Samaritana, udito il compassionevole lamento, e vedutala cosí maltrattata, alquanto la confortò; e raccolte certe erbucce di maravigliosa virtù, e postele sopra gli occhi, e giungendo due mani alle braccia, immantinente la risanò. Poscia Samaritana, deposta giù la squallida scorza di biscia, una bellissima giovanetta rimase.

Già il sole nascondeva gli suoi folgenti rai, e le tenebre della notte cominciavano apparire, quando il vecchiarello con frettoloso passo giunse alla selva, e trovò Biancabella che con un’altra ninfa sedeva. E miratala nel chiaro viso, stupefatto rimase, pensando quasi ch’ella non fusse. Ma poi che cono sciuta l’ebbe, le disse; — Figliuola mia, voi eravate stamane cieca e monca; come siete voi cosí tosto guarita? — Rispose Biancabella: — Non già per me, ma per virtù e cortesia di costei che meco siede, la quale mi è sorella. — E levatesi ambedue da sedere, con somma allegrezza insieme con il vecchio se n’andorono a casa: dove dalla moglie e dalle figliuole furono amorevolmente ricevute.

Erano già passati molti e molti giorni, quando Samaritana, Biancabella ed il vecchiarello con la moglie e con le tre figliuole andarono alla città di Napoli per ivi abitare; e veduto un luogo vacuo che era al dirimpetto del palazzo del re, ivi si posero a sedere. E venuta la buia notte, Samaritana, presa una vergella di lauro in mano, tre volte percosse la terra di cendo certe parole; le quali non furono appena fornite di dire, che scaturì un palazzo il più bello ed il più superbo che si vedesse giamai. Fattosi Ferrandino re la mattina per tempo alla finestra, vide il ricco e maraviglioso palazzo; e tutto attonito e stupefatto rimase. E chiamata la moglie e la matrigna, lo vennero a vedere. Ma ad esse molto dispiacque, perciò che dubitavano che alcuna cosa sinistra non le avenisse. Stando Ferrandino alla contemplazione del detto palazzo, ed avendolo d’ogni parte ben considerato, alzò gli occhi e vide per la finestra d’una camera due matrone che di bellezza facevano invidia al sole. E tantosto che l’ebbe vedute, gli venne una rabbia al cuore, perciò che li parve una di loro la sembianza di Biancabella tenere. E addimandolle, chi fussero e donde venisseno. A cui fu risposto che erano due donne fuoruscite, e che venivano di Persia con il loro avere, per abitare in questa gloriosa città. E addimandate se grato averebbono che da lui e dalle sue donne visitate fussero, gli risposero che caro le sarebbe molto, ma che era più convenevole ed onesto ch’elle, come suddite, andassero a loro, che elle, come signore e reine, venissero a visitarle. Ferrandino, fatta chiamare la reina e le altre donne, con esso loro, ancor che ricusassino di andare temendo forte la loro propinqua roina, se ne girono al palazzo delle due matrone; le quali con benigne accoglienze e onesti modi onoratissimamente le ricevettero, mostrandogli le ampie logge e spaziose sale e ben ornate camere, le cui mura erano d’alabastro e porfido fino, dove si vedevano figure che vive parevano.

Veduto che ebbero il pomposo palazzo, la bella giovane, accostatasi al re, dolcemente lo pregò che si degnasse con la sua donna di voler un giorno con esso loro desinare. Il re, che non aveva il cuor di pietra ed era di natura magnanimo e liberale, graziosamente tenne lo invito. E rese le grazie dell’onorato accetto che le donne fatto gli avevano, con la reina si partí ed al suo palazzo ritornò. Venuto il giorno del deputato invito, il re, la reina e la matrigna, regalmente vestite ed accompagnate da diverse matrone, andorono ad onorare il magnifico prandio già lautamente apparecchiato. E data l’acqua alle mani, il siniscalco mise il re e la reina ad una tavola alquanto più eminente ma propinqua alle altre; dopo fece tutti gli altri secondo il loro ordine sedere: ed a gran agio e lietamente tutti desinarono. Finito il pomposo prandio e levate le mense, levossi Samaritana in piedi; e voltatasi verso il re e la reina, disse: — Signor, acciò che noi non stiamo nell’ozio avvolti, qualcuno propona alcuna cosa che sia di piacere e contento. — Il che tutti confirmarono esser ben fatto. Ma non vi fu però veruno che proponere ardisse. Onde vedendo Samaritana tutti tacere, disse: — Dopo che niuno si move a dire cosa alcuna, con licenza di vostra Maestà farò venire una delle nostre donzelle che ci darà non picciolo diletto. — E fatta chiamare una damigella che Silveria per nome si chiamava, le comandò che prendesse la cetra in mano ed alcuna cosa degna di laude ed in onore del re cantasse. La quale, ubi dientissima alla sua signora, prese la cetra; e fattasi al dirim petto del re, con soave e dilettevol voce, toccando col plettro le sonore corde, ordinatamente li raccontò l’istoria di Biancabella, non però mentovandola per nome. E giunta al fine dell’istoria, levossi Samaritana, e addimandò al re qual convenevole pena, qual degno supplicio meritarebbe colui che sí grave eccesso avesse commesso. La matrigna, che pensava con la pronta e presta risposta il difetto suo coprire, non aspettò che ’l re rispondesse, ma audacemente disse: — Una fornace fortemente accesa sarebbe a costui poca pena a quella che egli meritarebbe. — Allora Samaritana, come bragia di fuoco nel viso avampata, disse: — E tu sei quella rea e crudel femina per la cui cagione fu tanto errore commesso. E tu, malvagia e maladetta, con la propia bocca te stessa ora dannasti. — E voltatasi Samaritana al re, con allegra faccia gli disse: — Questa è la vostra Biancabella! Questa è la vostra moglie da voi cotanto amata! Questa è colei senza la quale voi non potevate vivere! — Ed in segno della verità comandò alle tre donzelle, figliuole del vecchiarello, che in presenza del re le pettinassino i biondi e crespi capelli: dai quali, come è detto di sopra, ne uscivano le care e dilettevoli gioie, e dalle mani scaturivano matuttine rose ed odorosi fiori. E per maggior certezza dimostrò al re il candidissimo collo di Biancabella intorniato da una catenella di finissimo oro, che tra carne e pelle naturalmente come cristallo traspareva. Il re, conosciuto che ebbe per veri indizi e chiari segni lei esser la sua Biancabella, teneramente cominciò a piangere ed abbracciarla. Ed indi non si partí, che fece accendere una fornace, e la matrigna e le figliuole messevi dentro. Le quali, tardi pentute del peccato suo, la loro vita miseramente finirono. Appresso questo, le tre figliuole del vecchiarello orrevohnente furono maritate; e Ferrandino re con la sua Biancabella e Samaritana lungamente visse, lasciando dopo sé eredi legittimi nel regno. —

FAVOLA IV.

Fortunio per una ricevuta ingiuria dal padre e dalla madre putativi

si parte; e vagabondo capita in un bosco, dove trova tre animali

da’ quali per sua sentenza è guidardonato; indi, entrato in Polonia,

giostra, ed in premio Doralice figliuola del re in moglie ottiene.

(Alteria:]

— Egli è un motto che tra’ volgari è non poco frequentato ne’ ragionamenti loro: « Non scherzar che ’l doglia, né motteggiar del vero; perciò che chi ode, vede e tace, altri non nuoce e vive sempre in pace ».

Fu adunque nell’estreme parti di Lombardia un uomo chiamato Bernio, il quale, quantunque de’ beni della fortuna abondevole non fusse, non però d’animo e di cuore agli altri inferiore si reputava. Costui prese per moglie una valorosa e gentilesca donna, nominata Alchia; la quale, avenga che di bassa condizione fusse, era però dotata d’ingegno e di laudevoli costumi, e tanto amava il marito, quanto un’altra che trovar si potesse giamai. Essi molto desideravano figliuoli, ma la grazia da Iddio non gli era concessa; perciò che l’uomo il più delle volte non sa quello che addimandando più li convenga. Stando ambeduo in questo desiderio e veggendo la fortuna essergli al tutto contraria, costretti da lungo desio, deliberorono di prenderne uno e per propio e legittimo figliuolo tenerlo e nudricarlo. Ed andatisene una mattina per tempo a quel luogo dove sono i teneri fanciulli dalli loro padri abbandonati, e adocchiatone uno che più bello e più vezzoso degli altri li parve, quello presero; e con molta diligenza e disciplina fu da loro accostumatamente nudrito.

Avenne che, come piacque a colui che l’universo regge ed ogni cosa a suo bel grado tempra ed ammollisce, Alchia si ingravidò; e pervenuto il tempo del parto, parturí un figliuolo che tutto somigliava al padre. Di che l’uno e l’altro ne ebbe incredibile allegrezza; e Valentino nome gl’ imposero. Il fanciullo, ben nudrito ed allevato, cresceva ed in virtù ed

in costumi; e tanto amava il fratello, Fortunio chiamato, che, quando egli era senza di lui, da doglia si sentiva morire. Ma la discordia, d’ogni ben nimica, vedendo il loro fervido e caldo amore, e non potendo omai sofferire tanta tra loro amorevolezza, un giorno se interpose, ed operò sí che gli suoi frutti acerbi assaggiare incominciorono. Imperciò che scherzando tra loro un giorno, si com’ è usanza de’ fanciulli, ed essendo per lo giuoco riscaldati alquanto, e non potendo Valentino patire che Fortunio nel giuoco li fusse superiore, in tanta rabbia e furore venne, che più volte bastardo e nato di vil femina li disse. Il che udendo Fortunio e di ciò maravigliandosi molto, assai si turbò; e voltosi verso Valentino, li disse: — Come, sono io bastardo? — E Valentino con parole tra’ denti non morte, seco tuttavia contrastando, animosamente lo confermò. Laonde Fortunio oltre modo dolente del giuoco si partí; ed andatosene alla putativa madre, dolcemente la dimandò se di lei e di Bernio era figliuolo. A cui Alchia rispose che sí. Ed accortasi che Valentino con ingiuriose parole oltraggiato l’aveva, quello fortemente minacciò, giurando di malagevolmente castigarlo. Fortunio per le parole d’Alchia suspicò, anzi tenne per certo che egli suo figliuolo legittimo non fusse; pur più volte assaggiare la volse s’egli era suo vero figliuolo, e di saperlo al tutto deliberò. Onde Alchia, vedendo l’ostinato volere di Fortunio, e non potendo da tal importunità rimoverlo, gli confermò lui non esser suo vero figliuolo, ma nudrito in casa per amor d’Iddio e per alleviamento de’ peccati suoi e del marito. Queste parole al giovane furono tante coltellate al cuore, e li crebbero doglia sopra doglia. Ora essendo senza misura dolente, né soffrendogli il cuore sé medesimo con alcuna violenza uccidere, determinò di uscire al tutto di casa di Bernio, ed errando per lo mondo tentare se la fortuna ad alcun tempo li fusse favorevole. Alchia, veduta la volontà di Fortunio ogni ora più pronta, né vedendo modo né via di poterlo rimovere dal suo duro proponimento, tutta accesa d’ira e di sdegno, dielli la maledizione, pregando Iddio che se gli avenisse per alcun tempo di cavalcare il mare, ei fusse dalla sirena non altrimenti inghiottito che sono le navi dalle procellose e gonfiate onde marine. Fortunio, dall’impetuoso vento del sdegno e dal furor dell’ira tutto spinto, né intesa la maledizione materna, senza altro congedo prendere dai parenti, si partí, ed indirizzò verso ponente il suo cammino.

Passando adunque Fortunio or stagni or valli or monti ed altri alpestri e salvatici luoghi, finalmente una mattina tra sesta e nona giunse ad uno folto ed inviluppato bosco; e dentro entratovi, trovò il lupo, l’aquila e la formica, che per la cacciagione di già un preso cervo fuor di modo si rimbeccavano, ed in partirlo in maniera alcuna convenire non si potevano. Stando adun que i tre animali in questo duro contrasto, né volendo l’uno ceder a l’altro, al fine in tal guisa patteggiorono, che ’l giovane Fortunio, che allora eravi sopragiunto, dovesse la loro lite difinire, dando a ciascuno di loro la parte che li paresse più convenevole. E cosí tutta tre rimasero contenti: promettendo l’uno all’altro d’acquetarsi ed in maniera alcuna non contravenire alla difinitiva sentenza, quantunque ella fusse ingiusta. Fortunio, preso volentieri l’assunto, e con maturità considerata la loro condizione, in tal guisa la preda divise: al lupo, come animai vorace e addentato molto, in guidardone della durata fatica assignò tutte l’ossa con la macilente carne; all’aquila, uccello rapace e di denti privo, per rimunerazione sua in cibo offerse le interiora col grasso che la carne e l’ossa circonda; alla granifera e sollecita formica, per esser manchevole di quella potenza ch’al lupo ed all’aquila è dalla natura concessa, per premio della sostenuta fatica le tenere cervella concesse. Del grave e ben fondato giudicio ciascuno di loro rimase con tento; e di tanta cortesia, quanta ei usata gli aveva, come meglio puotero e seppero il ringraziorono assai. E perciò che la ingratitudine tra gli altri vizi è sommamente biasmevole, tutta tre concordi volsero che ’l giovane non si partisse, se prima da ciascun di loro non era per lo ricevuto servigio ottimamente guidardonato. Il lupo adunque in riconoscimento del passato giudicio disse: — Fratello, io ti do questa virtù, che ogni volta il tuo desiderio sarà di divenire lupo e dirai : fuss’ io lupo, incontanente di uomo in lupo tu ti trasformerai, ritornando però a tuo bel grado nella tua forma prima. — Ed in tal maniera fu altresì dall’aquila e dalla formica beneficiato,

Fortunio, tutto allegro per lo ricevuto dono, rendute prima quelle grazie ch’ei seppe e puote, chiese da loro commiato, e si partí; e tanto camminò, che aggiunse a Polonia, città nobile e popolosa: il cui imperio teneva Odescalco re, molto potente e valoroso, il quale aveva una figliuola, Doralice per nome chiamata. E volendola onorevolmente maritare, aveva fatto bandire un gran torniamento nel suo regno; né ad alcuno intendeva in matrimonio copularla, se non a colui che della giostra fusse vincitore. E molti duchi, marchesi ed altri potenti signori erano già da ogni parte venuti per far l’acquisto del prezioso premio; e della giostra ornai era passato il primo giorno, ed uno saracino, sozzo e contrafatto di aspetto, strano di forma e nero come pece, di quella superiore appareva. La figliuola del re, considerata la diformità e lordura del saracino, ne sentiva grandissimo dolore che ei ne fusse della onorata giostra vincente; e messasi la vermiglia guancia sopra la tenera e delicata mano, si attristava e ramaricava, maladicendo la sua dura e malvagia sorte: bramando prima ’l morire che di sí sformato saracino moglie venire.

Fortunio, entrato nella città e veduta la onorevol pompa ed il gran concorso dei giostranti, ed intesa la causa di sí glorioso trionfo, si accese di ardentissimo desiderio di mostrare quanto era il suo valore nel torniamento. Ma perciò che era privo di tutte quelle cose che ai giostranti si convengono, dolevasi molto. E stando in questo ramarico ed alzando gli occhi al cielo, vide Doralice, figliuola del re, che ad una superba finestra appoggiata si stava: la quale, da molte vaghe e generose matrone circondata, non altrimenti pareva che ’l vivo e chiaro sole tra le minute stelle. E sopragiunta la buia notte, ed andatisene tutti ai loro alloggiamenti, Doralice mesta si ridusse sola in una cameretta non meno ornata che bella; e stando cosí solinga con la finestra aperta, ecco Fortunio, il quale, come vide la giovane, fra sé disse: — Deh, che non sono io aquila? — Né appena egli aveva fornite le parole, che aquila divenne; e volato dentro della finestra, e ritornato uomo come prima, tutto giocondo e tutto festevole se le appresentò. La poncella, vedutolo, tutta si smarrì ; e sí come da famelici cani lacerata fusse, ad alta voce cominciò gridare. Il re, che non molto lontano era dalla figliuola, udite le alte grida, corse a lei, ed inteso che nella camera era un giovane, tutta la zambra ricercò, e nulla trovando, a riposare se ne tornò; perciò che il giovane, fattosi aquila, per la finestra si era fuggito. Né fu si tosto il padre postosi a riposare, che da capo la poncella si mise ad alta voce gridare; perciò che il giovane, come prima, a lei presentato si aveva. Ma Fortunio, udito il grido della giovane, e temendo della vita sua, in una formica si cangiò, e nelle bionde trezze della vaga donna si nascose. Odescalco, corso all’alto grido della figliuola e nulla vedendo, contra di lei assai si turbò, e acramente minacciolla che, se ella più gridava, egli le farebbe uno scherzo che non le piacerebbe; e tutto sdegnato se ne partí, pensandosi ch’ella avesse veduto nella sua imaginativa uno di coloro che per suo amore erano stati nel torniamento uccisi. Il giovanetto, sentito del padre il ragionamento, e veduta la di lui partenza, la spoglia di formica depose e nel suo esser primo fece ritorno. Doralice, vedendo il giovane, subitamente si volse gittar giù dal letto e gridare, ma non puote; perciò che il giovane le chiuse con una delle mani la bocca e disse: — Signora mia, io non sono qui venuto a torvi l’onore e l’aver vostro, ma per racconfortarvi ed esservi umilissimo servitore. Se voi più gridarete, una di due cose averrà: o che ’l vostro chiaro nome e buona fama fie guasta, o che voi sarete cagione della mia e vostra morte. E perciò, signora del cuor mio, non vogliate ad un tempo macchiare l’onor vostro e mettere a pericolo di amenduo la vita. — Doralice, mentre Fortunio diceva tai parole, piangeva e si ramaricava molto; né poteva in maniera alcuna patire il paventoso assalto. Ma Fortunio, vedendo il perturbato animo della donna, con dolcissime parole che arrebbeno spezzato un monte, tanto disse e tanto fece, che addolcí l’ostinata voglia della donna; la quale, vinta dalla leggiadria del giovane, con esso lui si pacificò. E vedendo il giovane di bellissimo aspetto, robusto e delle membra sue ben formato, e ripensando tra sé stessa alla bruttura del saracino, molto si doleva che egli dovesse della giostra esser vincitore e parimente della sua persona possessore. E mentre che ella seco ragionava, le disse il giovane: — Damigella, s’io avessi il modo, volentieri giostrerei; e dammi il cuore che della giostra sarei vincitore. — A cui rispose la donzella: — Quando cosí fusse, niun altro che voi sarebbe della persona mia signore. — E vedendolo tutto caldo e ben disposto a tal impresa, di danari e di gioie infinite l’accomodò. Il giovane, allegramente presi i danari e le gioie, addimandolla qual abito più le sarebbe a grado che egli si vestisse. A cui rispose: — Di raso bianco. — E sí come ella divisò, cosí egli fece.

Fortunio adunque il giorno seguente, guarnito di rilucenti armi coperte di una sopra veste di raso bianco, di finissimo oro e sottilissimi intagli ricamata, montò sopra un possente ed animoso cavallo coperto di colore del cavaliere; e senza esser da alcun conosciuto, in piazza se ne gí. Il popolo, già raunato al famoso spettacolo, veduto il prode cavaliere isconosciuto con la lancia in mano per giostrare, non senza gran maraviglia e come smemorato incominciò fiso a riguardarlo; e ciascuno diceva: — Deh, chi è costui che sí leggiadro e sí pomposo si rappresenta in giostra, e non si conosce? — Fortunio, nell’ordinata sbarra entrato, al suo rivale fece motto che entrasse; ed amenduo, abbassate le nodose lance, come scatenati leoni si scontrorono: e cosí grave fu del giovinetto il colpo nella testa, che il saracino toccò del cavallo le groppe, e non altrimenti che un vetro battuto ad un muro, nella nuda terra morto rimase. E quanti quel giorno in giostra ne incontrò, tanti furono da lui valorosamente abbattuti. Stavasi la damigella tutta allegra, e con ammirazione grandissima intensamente il riguardava, e tra sé stessa ringraziava Iddio che della ser vitù del saracino l’aveva deliberata, e pregavalo li desse la vittoriosa palma.

Giunta la notte, e chiamata Doralice a cena, non gli vi volse andare; ma fattisi portare certi delicati cibi e preziosi vini, finse non aver allora appetito di mangiare: ma facendole bisogno, al tardo sola mangerebbe. E chiusasi sola in camera, ed aperta la finestra, lo affezionato amante con sommo desiderio aspettò; e ritornatosi come la notte precedente, ambeduo insieme lietamente cenorono. Dappoi Fortunio l’addimandò come dimane vestire si dovesse, ed ella a lui: — Di raso verde, tutto di argento ed oro finissimo ricamato: ed altressi il cavallo. — Ed il tutto fu tostamente la mattina essequito. Appresentatosi adunque in piazza, il giovanetto all’ordinato termine del torniamento entrò; e se il giorno avanti il suo gran valore aveva dimostrato, nel sequente vie più quello dimostrò. E la delicata donzella giustamente esser sua ognuno ad alta voce affannava.

Venuta la sera, la damigella, tra sé tutta gioconda, tutta giocosa ed allegra, finse quello istesso che nella precedente notte simulato aveva. E chiusasi in camera, ed aperta la finestra, il valoroso giovane aspettò, e con esso lui agiatamente cenò. E addimandatala da capo di che vestimento nel sequente giorno addobbar si dovesse, li rispose: — Di raso cremesino, tutto ricamato di oro e di perle; ed altresi la sopraveste del cavallo sarà in tal guisa guarnita, perciò che in tal maniera sarò ancor io vestita. — Donna, — disse Fortunio, — se dimane per aventura io fussi alquanto più tardo dell’usato nel venire in giostra, non ve ne maravigliate; perciò che non senza causa tarderò la venuta mia. —

Venuto il terzo giorno e l’ora del giostrare, tutto il popolo il termine del glorioso triunfo con grandissima allegrezza aspettava; ma niuno dei giostranti, per la smisurata fortezza del prode cavaliere incognito, ardiva di comparere. E la dimoranza

del cavaliere troppo lunga non pur al popolo generava sospetto grandissimo, ma ancora alla donzella, quantunque della dimora ne fusse consapevole. E vinta da interno dolore, non se ne avedendo alcuno, quasi tramortita cadde. Ma poi ch’ella sentí Fortunio avicinarsi alla piazza, gli smarriti spiriti cominciorono a ritornare ai loro luochi. Era Fortunio d’un ricco e superbo drappo vestito, e la coperta del suo cavallo d’oro finissimo tutta dipinta di lucenti rubini, di smeraldi, di zaffiri e di grossissime perle, le quali secondo il giudizio universale un stato valevano. Giunto in piazza il valoroso Fortunio, tutti ad alta voce gridavano: — Viva, viva il cavalier incognito! — e con un spesso e festoso batter di mani fischiavano. Ed entrato nella sbarra, sí coraggiosamente si portò, che mandati tutti sopra la nuda terra, della giostra ebbe il glorioso trionfo. E sceso giù del potente cavallo, fu dai primi e dai maggiori della città sopra i loro omeri sollevato; e con sonore trombe ed altri musici stromenti, e con grandissimi gridi che givano in fino al cielo, alla presenza del re incontanente lo portorono. E trattogli l’elmo e le relucenti arme, il re vide un vago giovanetto; e chiamata la figliuola, in presenza di tutto il popolo con grandissima pompa la fece sposare, e per un mese continovo tenne corte bandita.

Essendo Fortunio con la diletta moglie un certo tempo dimorato, e parendogli sconvenevole e cosa vile il star ne l’ozio avolto raccontando l’ore sí come fanno quelli che sciocchi sono e di prudenza privi, determinò al tutto di partirsi, e andarsene in luochi dove il suo gran valore fusse apertamente conosciuto. E presa una galea e molti tesori che ’l suocero gli aveva donati, e tolta da lui e dalla moglie buona licenza, sopra la galea salí. Navigando adunque Fortunio con prosperi e favorevoli venti, aggiunse nell’Atlantico mare; né fu guari più di dieci miglia entrato nel detto mare, che una sirena, la maggiore che mai veduta fusse, alla galea si accostò, e dolcemente cominciò a cantare. Fortunio, che in un lato della galea col capo sopra l’acqua per ascoltare dimorava, si addormentò; e cosí dormendo fu dalla sirena diglottito, la quale, attuffatasi nelle marine onde, se ne fuggí. I marinai, non potendolo soccorrere, scoppiavano da dolore; e tutti mesti e sconsolati la galea di bruni panni copersero, ed all’infelice e sfortunato Odescalco fecero ritorno, raccontandoli l’orribile e lagrimoso caso che nel mare gli era sopravenuto. Dil che il re e Doralice e tutta la città grandissimo dolore sentendo, di neri panni si vestiro.

Avicinatasi già l’ora del parto, Doralice un bellissimo bambino parturí; il quale, vezzosamente in molte delicatezze nudrito, alla età di duo anni pervenne. E considerando la mesta ed addolorata Dolarice sé esser priva del suo diletto e caro sposo, né esservi più speranza alcuna di poterlo riavere, nell’alto e viril animo suo propose di voler al tutto, ancor che il re consentire non le volesse, mettersi in mare alla fortuna e la sua ventura provare. E fatta mettere in punto una galea ben armata e di gran vantaggio, e presi tre pomi a maraviglia lavorati, dei quali l’uno era di auricalco, l’altro di argento ed il terzo di finissimo oro, tolse licenza dal padre, ed in galea col bambino montò; e date le vele al prosperevole vento, nell’alto mare entrò. La mesta donna, cosí navigando con tranquillo mare, ordinò alli marinai che dove lo sposo suo dalla sirena fu inghiottito, in quel luoco condurre la dovessero. Il che fu essequito. Aggiunta adunque la nave al luogo dove lo sposo fu dalla sirena diglottito, il bambino cominciò dirottamente a piangere; e non potendolo la madre per modo alcuno attasentare, prese il pomo di auricalco ed al fanciullo lo diede. Il quale, seco giuocando, fu dalla sirena veduto; ed ella, accostatasi alla galea e sollevando alquanto la testa delle schiumose onde, disse alla donna: — Donna, donami quel pomo; perciò che di quello io sono innamorata molto. — A cui la donna rispose non volerglielo donare, perciò che del figliuolino era il trastullo. — Se ti sarà in piacere di donarlomi, — disse la si rena, — ed io ti mostrerò lo sposo tuo insino al petto. — Il che ella intendendo, e desiderando molto di vedere lo sposo suo, glielo donò. E la sirena in ricompenso del caro dono, sí come promesso le aveva, il marito sino al petto le mostrò; ed at tuffatasi nell’onde, non si lasciò più allora vedere. Alla donna, che ogni cosa attentamente veduto aveva, crebbe maggior desiderio di vederlo tutto; e non sapendo che fare né che dire, col suo bambino si confortava. Al quale, da capo piangendo, acciò che s’attasentasse, la madre il pomo d’argento diede. Ma essendo per aventura dalla sirena veduto, alla donna lo richiese in dono. Ma ella, stringendosi nelle spalle e vedendo che ’l era il trastullo del fanciullo, di donarglielo ricusava. A cui disse la sirena: — Se tu mi donerai il pomo che è vie più bello dell’altro, io ti prometto di mostrarti il tuo sposo sino alle ginocchia. — La povera Doralice, desiderosa di vedere più avanti il suo diletto sposo, pospose l’amore del fanciullo, e lietamente glielo donò; e la sirena, attesa la promessa, nell’onde s’attuffò. La donna tutta tacita e sospesa stavasi a vedere, né alcun partito per liberare da morte il suo marito prender sapeva; ma toltosi in braccio il bambino che tuttavia piangeva, con esso lui si consolava alquanto. Il fanciullo, ricordatosi del pomo con cui sovente giuocava, si mise in sí dirotto pianto, che fu la madre da necessità costretta dargli il pomo d’oro. Il quale, veduto dallo ingordo pesce, e considerato che sopra gli altri duo era bellissimo, parimente le fu richiesto in dono; e tanto disse e tanto fece, che la madre contra il voler del fanciullo glielo concesse. E per che la si reina le aveva promesso di far vedere lo sposo suo intieramente tutto, per non mancare della promessa, s’avicinò alla galea; e sollevato alquanto il dorso, apertamente glielo mostrò. Fortunio, vedendosi fuori delle onde e sopra il dorso della sirena in libertà, tutto giolivo, senza interponere indugio alcuno, disse: — Deh fuss’ io un’aquila! — E questo detto, subitamente aquila divenne; e levatosi a volo, sopra l’antenna della galea agevolmente salí: ed ivi, tutti i marinai vedendo, abbasso di sceso, nella propria sua forma ritornò, e prima la moglie ed il bambino, indi la marinerezza strettamente abbracciò e basciò. Allora tutti allegri del ricoperato sposo, al regno paterno fecero ritorno; e giunti nel porto, le trombe, le naccare, i tamburi e gli altri stromenti cominciorono sonare. Il re questo udendo si maravigliò, e sospeso attese quello che ciò volesse dire. Ma non stette guari che venne il noncio, ed annonciò al re come Fortunio suo genero con la diletta sua figliuola era ag giunto. E smontati di galea, tutti se n’andorono al palazzo: dove con grandissima festa e trionfo furono ricevuti. Dopo alcuni giorni Fortunio, andatosene a casa e fattosi lupo, Alchia sua matrigna e Valentino suo fratello per la ricevuta ingiuria divorò; e ritornato nella primiera forma, ed asceso sopra il suo cavallo, al regno del suocero fece ritorno: dove con Doralice sua cara e diletta moglie per molti anni in pace con grandissimo piacere di ciascuna delle parti insieme si goderono. —

FAVOLA V.

Isotta, moglie di Lucaferro de’ Albani da Bergomo, credendo con astuzia

gabbare Travaglino, vaccaro d’ Emiliano suo fratello, per farlo parer

bugiardo perde il poder del marito, e torna a casa con la testa di un

toro dalle corna dorate tutta vergognata.

[Eritrea:]

— È tanta la forza della infallibile verità, che, secondo che manifesta la divina Scrittura, più facil cosa sarebbe che ’l cielo e la terra finisse, che la verità mancasse. E di tanto privilegio è la verità, secondo che scriveno i savi del mondo, che ella del tempo, e non il tempo di lei trionfa. E sí come l’oglio posto nel vase sta sopra dell’ acqua, cosí la verità sta sopra la bugia. Né debbe alcuno di questo mio cominciamento pren dere ammirazione, perciò che io il fei mossa dalla sceleragine di una malvagia femina: la quale, credendosi con sue false lusinghe inducere un povero giovane a dir la bugia, lo indusse a dir la verità, ed ella come trista femina vergognata rimase: si come vi racconterò con questa mia favola, la quale spero che a tempo e luogo vi sarà più tosto profittevole che dannosa.

In Bergomo, valorose donne, città della Lombardia, fu non è già gran tempo, un uomo ricco e potente, il cui nome era Pietromaria de’ Albani. Costui aveva duo figliuoli: l’uno de’ quali Emiliano, l’altro Lucaferro si chiamava. Appresso questo, egli aveva duo poderi, dalla città non molto lontani: de’ quai l’uno chiamavasi Ghorèm, e l’altro Pedrènch. I duo fratelli, cioè Emiliano e Lucaferro, morto Pietromaria suo padre, tra loro divisero i poderi; ed a Emiliano per sorte toccò Pedrènch, ed a Lucaferro Ghorèm. Aveva Emiliano un bellissimo gregge di pecore ed uno armento di vivaci giuvenchi ed una mandra di fruttifere vacche: de’ quali era mandriale Travaglino, uomo veramente fedele e leale, né per quanto egli aveva cara la vita sua avrebbe detta una bugia; e con tanta diligenza custodiva l’armento e la mandra sua, che non aveva pare. Teneva Travaglino nella mandra delle vacche molti tori: tra’ quai ve n’era uno molto vago a vedere; ed era tanto grato ad Emiliano, che d’oro finissimo gli aveva fatto dorare le corna, né mai Travaglino andava a Bergomo, che Emiliano non gli addimandasse del suo toro dalle corna d’oro. Ora avenne che trovandosi Emiliano a ragionamento con Lucaferro suo fratello e con alcuni suoi domestici, sopragiunse Travaglino, il qual fece cenno ad Emiliano di voler con esso lui favellare. Ed egli, levatosi dal fratello e dagli amici, andossene là dove era Travaglino, e lungamente ragionò con esso lui. E perciò che Emiliano più fiate aveva fatto questo atto di lasciare gli amici e parenti suoi e girsene a ragionare con un mandriale, Lucaferro non poteva in maniera alcuna questa cosa patire. Laonde un giorno, acceso d’ira e di sdegno, disse ad Emiliano: — Emiliano, io mi maraviglio molto di te, che tu facci maggior conto d’uno vaccaro e d’uno furfante che d’uno tuo fratello e di tanti tuoi cordiali amici. Impercioché non pur una volta, ma mille, se tante si può dire, tu ne hai lasciati nelle piazze e ne’ giuochi come bestie che vanno al macello, e tu ti sei accostato a quel grosso ed insensato Travaglino tuo famiglio per ragionar con esso lui, che ’l par che tu abbi a fare le maggior facende del mondo: e nondimeno non vagliono una brulla. — Rispose Emiliano: — Lucaferro, fratello mio, non bisogna che sí fieramente tu ti accorocci meco, rimproverando Travaglino con disoneste parole; perciò che egli è giovane da bene, ed emmi molto caro, sí per la sofficienza sua, sí anche per la lealtà ch’egli usa verso di me: sí ancora perché in lui è una special e singolar virtù, che per tutto l’aver del mondo ei non direbbe una parola che bugiarda fusse. Ed oltre ciò egli ha molte altre condizioni, per le quali io lo tengo caro; e però non ti maravigliare se io lo accareccio ed hollo grato. — Udite queste parole, a Lucaferro crebbe maggior sdegno; e cominciò l’uno e l’altro moltiplicare in parole e quasi venir alle arme. E perché, sí come è detto di sopra, Emiliano sommamente commendava il suo Travaglino, disse Lucaferro ad Emiliano: — Tu lodi tanto cotesto tuo vaccaro di sofficienza, di lealtà e di verità, ed io ti dico che egli è il più insofficiente, il più sleale ed il più bugiardo uomo che mai creasse la natura; e mi offero di fartelo vedere ed udire, che in tua pre senza egli ti dirà la bugia. — E fatte molte parole tra loro, finalmente posero pegno i loro poderi: concordi in questo modo, che se Travaglino dirà la bugia, il podere di Emiliano sia di Lucaferro; ma se non sarà trovato in bugia, il podere di Lucaferro di Emiliano sia. E di questo, chiamato uno notaio, fecero uno stromento pubblico con tutte quelle solennità che in tal materia si richieggono.

Partitosi l’uno dall’altro, e già passata la loro ira e sdegno, Lucaferro cominciò pentirsi del pegno che egli aveva messo e dello stromento per man di notaio pregato; e di tal cosa tra sé stesso si ramaricava molto, dubitando forte di non restare senza podere, col quale e sé e la famiglia sua sostentava. Or essendo a casa Lucaferro, e vedendo ’l la moglie, che Isotta si chiamava, sí malinconioso stare, e non sapendo la cagione, dissegli: — O marito mio, che avete voi, che cosí mesto e malinconioso vi veggio? — A cui rispose Lucaferro: — Taci per tua fé’, e non mi dar maggior noia di quello che io ho. — Ma Isotta, desiderosa di saperlo, tanto seppe fare e dire, che dal marito il tutto intese. Laonde voltatasi col viso allegro verso lui, disse: — È adunque cotesto il pensiero per cui tanto affanno e tanto ramaricamento vi ponete? State di buon animo, che a me basta il cuore di far sí che non che una, ma mille bugie fiano da Travaglino al suo patrone dette. — Il che intendendo, Lucaferro assai contento rimase. E perché Isotta chiaramente sapeva che ’l toro dalle corna d’oro ad Emiliano suo cognato era molto caro, ella sopra di quello fece il disegno. E vestitasi molto lascivamente e licatasi il viso, soletta uscí di Bergomo, ed andossene a Pedrènch, dove era il podere di Emiliano: ed entrata in casa, trovò Travaglino che faceva del caso e delle ricotte; e salutatolo, disse: —Travaglino mio, son qui venuta per visitarti, e per bere del latte e mangiare delle ricotte teco. — Siate la ben venuta, — disse Travaglino, — la mia patrona; — e fattala sedere, parecchiò la mensa, e recò del caso pecorino ed altre cose per onorarla. E perché egli la vedeva sola e bella, e non consueta venir a lui, stette suspeso molto; e quasi non poteva persuadersi che ella fusse Isotta, moglie del fratello del suo patrone. Ma pur, perciò che più volte veduta l’aveva, la carecciava ed onorava molto, sí come a tanta donna, quanto ella era, conveniva. Levata da mensa Isotta e vedendo Travaglino affaticarsi nel far il caso e le ricotte, disse: — O Travaglino mio, voglio ancor io aitarti a far del caso. — Ed egli : — Quello che a voi aggrada, signora, — rispose. E senza dir più altro, alciatesi le maniche fino al cubito, scoperse le bianche, morbide e ritondette braccia che candida neve parevano, e con esso lui fieramente si affaticava a far il caso; e sovente li dimostrava il poco rilevato petto, dove dimoravano due popoline che due pometti parevano. Ed oltre ciò astutamente tanto approssimava il suo colorito viso a quello di Travaglino, che quasi l’uno con l’altro si toccava.

Era Travaglino, quantunque fusse di vacche custode, uomo più tosto astuto che grosso. E vedendo i portamenti della donna, che dimostravano il lei lascivo amore, andava con parole e con sguardi intertenendola, fingendo tuttavia di non intendersi di cose amorose. Ma la donna, credendo lui del suo amore esser acceso, sí fieramente di lui s’innamorò, che in stroppa tenere non si poteva. E quantunque Travaglino se n’avedesse del lascivo amore della donna, non però osava dirle cosa alcuna, temendo sempre di non perturbarla ed offenderla. Ma la già infiammata donna, accortasi della pocagine di Travaglino, dissegli: — Travaglino, qual è la causa che cosí pensoso ti stai e non ardisci meco parlare? Ti sarebbe per aventura venuto alcuno desiderio di me? Guata bene e non tener il tuo volere nascosto; per ciò che te stesso offenderesti e non me, che sono a’ tuoi piaceri e comandi. — Il che udendo, Travaglino molto si rallegrava; e faceva sembiante di volerle assai bene. La sciocca donna, vedendolo già del suo amore acceso, e parendole già esser tempo di venire a quello ch’ella desiderava, in tal maniera gli disse: — Travaglino mio, io vorrei da te uno gran piacere; e quando me lo negasti, direi ben certo che poco conto facesti dell’amor mio, e forse saresti cagione della roina, anzi della morte mia. — A cui rispose Tra vaglino: — Io sono disposto, signora, di ponere per amor vostro la propia vita, non che la robba; ed a venga che voi cosa difficile comandaste, non di meno l’amore che io vi porto e voi verso me dimostrate, facillima la farebbe. — Allora Isotta, preso maggior ardire, disse a Travaglino: — Se tu mi ami, come io credo e parmi di vedere, ora lo conoscerò. — Comandate pur, signora mia, — rispose Travaglino, — che apertamente lo vederete. — Altro da te non voglio, — disse Isotta, — se non il capo del toro dalle corna d’oro; e tu disponi poi di me come ti piace. — Questo udendo, Travaglino tutto stupefatto rimase; ma vinto dal carnale amore e dalle lusinghe della impudica donna, rispose: — Altro non volete da me, signora mia? non che il capo, ma il busto e me stesso pongo nelle mani vostre. — E questo detto, prese alquanto d’ardire ed abbracciò la donna; e seco consumò gli ultimi doni d’amore. Dopo’ Travaglino, troncato il capo del toro e messolo in una sacchetta, ad Isotta il presentò. La qual, contenta sí per lo desiderio adempito, sí anche per lo piacere ricevuto, con più corna che podere a casa se ne ritornò.

Travaglino, partita che fu la donna, tutto sospeso rimase; e cominciò pensare molto come fare dovesse per iscusarsi della perdita del toro dalle corna d’ora, che tanto ad Emiliano suo patrone piaceva. Stando adunque il misero Travaglino in sí fatto tormento d’animo, né sapendo che si fare o dire, al fine imaginossi di prendere uno ramo d’albero rimondo, e quello vestire di alcuni suoi poveri panni, e fingere che egli fusse il patrone, ed isperimentare come far dovesse quando sarebbe nel cospetto di Emiliano. Acconciato adunque il ramo d’albero in una camera con la beretta in testa e con gli vestimenti in dosso, usciva Travaglino fuori dell’uscio della camera, e dopo dentro ritornava, e quel ramo salutava, dicendo: — Bon giorno, patrone. — Ed a sé stesso rispondendo diceva: — Ben venga, Travaglino; e come stai ? che è de’ fatti tuoi, che già più giorni non ti hai lasciato vedere? — Io sto bene, — rispondeva egli; — sono stato occupato assai, che non puoti venire a voi. — E come sta il toro dalle dorate corna? — diceva Emiliano. Ed egli rispondeva: — Signore, il toro è stato nel bosco da’ lupi divorato. — E dove è la pelle ed il capo con le corna dorate? — diceva il patrone. E qui restava, né più sapeva che dire, ed addolorato ritornava fuori. Dopo’ se ne ritornava dentro la camera, e da capo diceva: — Iddio ti salvi, patrone. — Ben ci venga, Travaglino; come vanno i fatti nostri, e come sta il toro dalle dorate corna? — Io sto bene, signore; ma il toro un giorno mi uscí della mandra, e combattendo con gli altri tori fu da quelli sí sconciamente trattato, che ne morí. — Ma dove è il capo e la pelle? — Ed egli non sapeva più che rispondere. Questo avendo fatto più volte, Travaglino non sapeva trovar iscusazione che convenevole fusse. Isotta, che già era ritornata a casa, disse al marito: — Come farà Travaglino, se egli si vorrà iscusare con Emiliano, suo patrone, della morte del toro dalle corna d’oro che tanto gli aggradiva, che non li pianti qualche menzogna? Vedete la testa che meco ho recata in testimonianza contra lui quando dicesse la bugia. — Ma non li raccontò come gli aveva fatte due corna maggiori di quelle d’uno gran cervo. Lucaferro, veduta la testa del toro, molto si rallegrò pensando della questione essere vincitore; ma il contrario, come di sotto intenderete, gli avenne.

Travaglino, avendo fatte più proposte e risposte con l’uomo di legno, non altrimenti che se stato fusse il propio patrone con cui parlasse, e non vedendo niuna di loro riuscire secondo il desiderio suo, determinò senza altro pensamento di andare al patrone, intravenga ciò che si voglia. E partitosi e andatosene a Bergomo, trovò il patrone, e quello allegramente salutò. A cui reso il saluto, disse: — E che è dell’anima tua, Travaglino, che già sono passati tanti giorni che non sei stato qui, né si ha avuto novella alcuna di te? — Rispose Travaglino: — Signore, le molte occupazioni mi hanno intertenuto. — E come sta il toro dalle corna dorate? — disse Emiliano. Allora Travaglino, tutto confuso e venuto nel viso come bragia di fuoco, voleva quasi iscusarsi ed occultare la verità. Ma perché temeva di mancar dell’onor suo, prese ardimento, e cominciò la istoria di Isotta; e li raccontò a punto per punto tutto quello che egli aveva fatto con esso lei ed il successo della morte del toro. Emiliano, questo intendendo, tutto stupefatto rimase. Onde, per aver Travaglino detta la verità, fu tenuto uomo veritiero e di buona estimazione, ed Emiliano restò vittorioso del podere, e Lucaferro cornuto; e la ribalda Isotta, che credeva altrui gabbare, gabbata e vergognata rimase. —

 IL FINE DELLA TERZA NOTTE.

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NOTTE QUARTA

 Già il biondo Apollo con l’infiammato carro aveva lasciato questo nostro emispero, e tuffatosi nelle marine onde se ne era ito agli antipodi, e quelli che la terra zappavano, già stanchi per lo molto lavorare, messi giù i concupiscibili appetiti, dolcemente nel letto riposavano, quando la onesta ed onorevole compagnia all’usato suo luogo lietamente si ridusse. E poscia che le donne e gli uomini ebbero insieme ragionato e riso alquanto, la signora Lucrezia, imposto il silenzio a tutti, ordinò che ’l vaso aureo le fusse portato, e con la propia mano il nome di cinque damigelle scrisse; e posti i loro nomi nel vaso, chiamò il signor Vangelista, comandandoli che ad uno ad uno del vaso li traesse, acciò che a cui la volta del favoleggiare in quella notte toccava, chiaramente si potesse sapere. Il signor Vangelista, levatosi da sedere e lasciati i dolci ragionamenti che egli faceva con Lodovica, ubidientissimo andò alla signora: ed inginocchiatosi a’ piedi, riverentemente pose la mano nel vaso, e di Fiordiana trasse il primo nome; indi di Vicenza, dopo di Lodovica ed appresso loro d’Isabella e di Lionora vennero fuori i nomi. Ed innanzi che al novellare si desse principio, la signora comandò che ’l Molino ed il Trivigiano prendessero i loro liuti ed una cantilena cantassero. I quali, non aspettando altro comandamento, accordorono i loro stromenti, e la seguente canzone lietamente cantorono:

Quando fra tante donne il vago sole,

che mi dá morte e vita,

muove gli ardenti suoi splendidi rai,

di lei più bella, Amor, non vidi mai.

Dico, felice è in vita

non chi la vede pur, ma chi parole

d’angelico intelletto

l’ode formar con la sua santa bocca:

grazia che forse a pochi oggidì tocca.

Oh me ben nato, se d’un tanto oggetto

e ben cosí perfetto

degno per sua mercé qua giù mi sia,

e veggia il fin della speranza mia!

 La canzone fu diligentemente ascoltata e commendata da tutti. Ma vedendo la signora che ella al suo fine era già pervenuta, comandò a Fiordiana, a cui la prima favola della quarta notte toccava, che mettesse mano ad una e l’ordine dell’incominciato trastullo seguisse. La quale, non men desiderosa di dire che d’ascoltare, in cotal maniera a dire in cominciò:

FAVOLA I.

Ricardo, re di Tebe, ha quattro figliuole: delle quali una va errando

per lo mondo, e di Costanza, Costanzo fassi chiamare, e capita nella corte

di Cacco, re della Bettinia, il quale per molte sue prodezze in moglie la prende.

— Vaghe e vezzose donne, la favola da Eritrea nella precedente sera raccontata, mi ha sí di vergogna punto il cuore, che quasi me ne sono restata in questa sera di favoleggiare. Ma l’osservanza che io porto alla nostra signora, e la riverenza che io ho a questa orrevole e grata compagnia, mi stringe e inanima a raccontarne una. La quale quantunque cosí bella non sia come quella raccontata da lei, pur la raccontarò; ed intenderete come una poncella, generosa di animo e di alto valore, a cui fu nelle sue opere molto più favorevole la fortuna che la ragione, volse più tosto diventar serva che avilire la sua condizione; e dopo la gran servitù, di re Cacco moglie divenuta, rimase paga e contenta: sí come nel discorso del mio ragionamento comprenderete.

In Tebe, nobilissima città dell’Egitto, ornata de publici e privati edifici, ubertosa di biancheggianti biade, copiosa di freschissime acque ed abondevole di tutte quelle cose che ad una gloriosa città si convengono, regnava ne’ passati tempi un re, Ricardo per nome chiamato, uomo saputo, di profonda scienza e di alto valore. Costui, desideroso di aver eredi, prese per moglie Valeriana, figliuola di Marliano re di Scozia, donna nel vero compiuta, bella di forma e graziata molto; e di lei generò tre figliuole, ornate di costumi, leggiadre e belle come matutine rose. L’una delle quali Valenzia, l’altra Doratea, la terza Spinella si nominava. Vedendo Ricardo Valeriana sua moglie esser in termine di non poter avere più figliuoli, e le tre figliuole esser in età di dover aver marito, determinò tutta tre onoratissimamente maritare e dividere il regno suo in tre parti: assegnandone una a ciascheduna delle figliuole e ritenendo per sé tanto quanto fusse bastevole per la sustentazione e di sé e della famiglia e corte sua. E sí come egli seco deliberato aveva, cosí alla deliberazione seguí l’effetto. Maritate adunque che furono le figliuole in tre potentissimi re di corona: l’una nel re di Scardona, l’altra nel re dei Goti, la terza nel re di Scizia, ed assignata a ciascheduna di loro la terza parte del suo reame per dote, e ritenuta per sé una parte assai piccioletta, la quale al bisogno suo maggiore li prestasse soccorso, viveva il buon re con Valeriana sua diletta moglie onestamente ed in pacifico stato.

Avenne che dopo non molti anni, la reina, di cui il re non aspettava più prole, se ingravidò; e giunta al parto, parturí una bellissima bambina, la quale dal re fu non meno ben veduta ed accarrecciata, che furono le tre prime: ma dalla reina non molto ben veduta ed accettata, non già perché odio le portasse, ma per esser tutto il regno in tre parti diviso, né vedersi modo alcuno di poterla sofficientemente maritare; né però la volse trattare da meno di figliuola, ma datala ad una sofficiente balia, strettamente le impose che di lei somma cura avesse, ammaestrandola e dandole quelli gentili e lodevoli costumi che ad una bella e leggiadretta giovane si convengono. La giovanetta, che per nome Costanza si chiamava, cresceva di dí in dí in bellezze ed in costumi; né le era dimostrata cosa alcuna dalla savia maestra, che ella ottimamente non apprendesse. Costanza, essendo pervenuta all’età di dodeci anni, aveva già imparato ricamare, cantare, sonare, danzare, e far tutto quello che ad una matrona onestamente si conviene. Ma non contenta di ciò, tutta si diede agli studi delle buone let tere; le quali con tanta dolcezza e diletto abbracciava, che non pur il giorno, ma anche la notte in quelle consumava, afforciandosi sempre di trovar cose che fussero molto isquisite. Appresso questo, non come donna, ma come valente e ben disposto uomo, all’arte militare si diede, domando cavalli, armeggiando e giostrando; ed il più delle volte rimaneva vincitrice e portava il trionfo, non altrimenti di quello che fanno i valorosi cavalieri d’ogni gloria degni. Per le quali cose tutte e ciascheduna da per sé, era Costanza dal re e dalla reina e da tutti tanto amata, che non vi era termine al loro amore.

Essendo adunque Costanza in età perfetta, e non avendo il re più stato né tesoro di poterla in alcun potente re orrevolmente maritare, molto tra sé si ramaricava; e questa cosa con la reina sovente conferiva. Ma la prudentissima reina, che considerava le virtù della figliuola esser tali e tante che ella non aveva donna che a lei si potesse agguagliare, rimaneva contenta molto, e con dolci ed amorevoli parole confortava il re che stesse cheto e punto non dubitasse; perché alcuno potente signore, acceso del lei amore per le sue degne virtù, non si disdegnarebbe di prenderla per moglie senza dote. Non passò gran tempo, che la figliuola fu richiesta per moglie da molti valorosi signori: tra i quali vi fu Brunello, figliuolo del gran marchese di Vivien. Laonde il re insieme con la reina chiamò la figliuola; e postisi in una camera a sedere, disse il re: — Costanza, figliuola mia diletta, ora è venuto il tempo di maritarti, e noi ti abbiamo trovato per marito un giovane che sarà di tuo contento. Egli è figliuolo del gran marchese di Vivien, nostro molto domestico: il cui nome è Brunellor giovane vago, aveduto e di alto valore, le cui prodezze sono già divolgate per tutto il mondo. Ed egli a noi altro non richiede se non la buona grazia nostra e la dilicata persona tua, la quale egli stima più che ogni stato e tesoro. Tu sai, figliuola mia, che per la povertà nostra non ti potiamo più altamente maritare. E però tu rimarrai contenta di tanto, quanto è il voler nostro. — La figliuola, che savia era e di alto legnaggio vedevasi nata, attentamente ascoltò le parole del padre; e senza porre alcuna distanza di tempo, in tal guisa gli rispose: — Sacra Corona, non fa bisogno che io mi distenda in parole in dar risposta alla degna vostra proposta; ma solo dirovvi ciò che la materia ricerca. E prima io vi rendo quelle grazie che per me si puolono le maggiori, del buon animo ed affezione che voi avete verso di me, cercando di darmi marito da me non richieduto. Dopo’, con ogni riverenza e summissione parlando, io non intendo di degenerare alle progenie de’ miei antecessori, che ad ogni tempo sono stati famosi e chiari; né voglio avilire la Corona vostra, prendendo per marito colui che è inferiore a noi. Voi, padre mio diletto, avete generato quattro figliuole: delle quali tre avete onoratissimamente maritate in tre potenti re, dandole grandissimo tesoro e stato; e me, che fui sempre ubidiente a voi ed a gli precetti vostri, volete sí bassamente in matrimonio copulare? Laonde conchiudendo dico che mai io non sono per prender marito, se io, come l’altre tre sorelle, non avrò un re convenevole alla persona mia. — E preso commiato dal re e dalla reina, non senza loro profondissimo sparger di lagrime, e montata sopra uno potente cavallo, sola di Tebe si partí; e prese il cammino verso quella parte dove la fortuna la guidava.

Cavalcando adunque Costanza alla ventura, mutossi il nome, e di Costanza, Costanzo si fece chiamare; e passati diversi monti, laghi e stagni, vide molti paesi, ed udí vari lenguaggi, e considerò le loro maniere ed i costumi de’ popoli, li quali la loro vita non come uomini, ma come bestie guidavano. E finalmente un giorno nell’ora del tramontar del sole giunse ad una celebre e famosa città, chiamata Costanza, la quale allora signoreggiava Cacco re della Bettinia, ed era capo della provinzia. Ed entratavi dentro, cominciò contemplare gli superbi palazzi, le dritte e spaziose strade, i correnti e larghi fiumi, i limpidi e chiari fonti; ed approssimatasi alla piazza, vide l’ampio ed alto palazzo del re, le cui colonne erano di finissimi marmi, porfidi e serpentini: ed alzati gli occhi alquanto in su, vide il re che stava sopra un verone che tutta la piazza signoreggiava; e trattosi il cappello di capo, riverentemente lo salutò. Il re, vedendo il giovanetto sí leggiadro e vago, il fece chiamare e venire alla presenza sua. Giunto che egli fu dinanzi al re, addimandollo donde egli veniva e che nome era il suo. Il giovane con allegra faccia rispose che egli veniva da Tebe, persequitato dalla invidiosa ed instabile fortuna, e che Costanzo era il nome suo: e desiderava volontieri accordarsi con alcuno gentiluomo da bene, servendolo con quella fede ed amore che servire si dee. Il re, a cui molto piaceva l’aspetto del giovanetto, disse: — Già che tu porti il nome della mia cittá, io voglio che tu stie nella mia corte, niun’altra cosa facendo che attendere alla persona mia. — Il giovane, che altra cosa non desiderava maggiore, primieramente ringraziò il re, e dopo accettollo per signore, offerendosi in tutto quello che per lui si potesse, parato.

Essendo adunque Costanzo in forma d’uomo agli servigi del re, con tanta leggiadria lo serviva, che ogn’uno che lo vedeva, attonito e stupefatto rimaneva. La reina, che di Costanzo gli elegantissimi gesti, le laudevoli maniere e prudentissimi costumi veniva considerando, più attentamente cominciò riguardarlo; e del suo amore sí caldamente s’accese, che ad altro che a lui dí e notte non pensava, e con dolci ed amorosi sguardi si fieramente lo ballestrava, che non che lui, ma ogni dura pietra e saldo diamante intenerito avrebbe. In cotal guisa adunque amando la reina Costanzo, niuna altra cosa tanto desiderava, quanto di ritrovarsi con esso lui. E venuto un giorno il convenevole tempo di ragionar seco, l’addimandò se a lei servire gli fusse a grado, perciò che, servendola, oltre il guidardone ch’egli riceverebbe, non solamente da tutta la corte ben veduto sarebbe, ma anche appreciato e sommamente riverito. Costanzo, avedutosi che le parole che uscivano dalla bocca della reina procedevano non da buon zelo ch’ella avesse, ma da affezione amorosa, e considerando che per esser donna non poteva saziare la sua sfrenata ed ingorda voglia, con chiaro viso umilmente cosí rispose: — Madama, tanta è la servitù che io ho col signor mio e marito vostro, che mi parrebbe far a lui grandissima villania, quando io mi scostassi dalla ubidienza e voler suo. Però per iscusato voi, signora, mi averete, se a’ vostri servigi pronto e apparato non mi trovarete, perciò che al mio signore fino alla morte di servir intendo, pur che gli aggradisca il mio servire; — e presa licenza, si partí. La reina, che ben sapeva che la dura querce con un solo colpo non si atterra, più e più volte con molta astuzia ed arte s’ingegnò di tirar il giovane a gli servigi suoi. Ma egli costante e forte come alta torre da impetuosi venti battuta, nulla si muoveva. Il che vedendo, la reina l’ardente e caldo amore in sí acerbo e mortal odio converse, che più non lo poteva guatare. E desiderosa della morte sua, giorno e notte pensava, come dagli occhi se lo potesse rimovere; ma temeva fortemente il re, che sommamente l’amava e caro lo teneva.

Regnava nella provincia della Bettinia una spezie di uomini, i quali dal mezzo in su tenevano la forma di creatura umana, ancor che le loro orecchie e corna di animale fusseno. Ma dal mezzo in giù avevano le membra di pelosa capra, con un poco di coda torta a guisa di coda di porco, e nominavansi satiri: i quali sconciamente danneggiavano i villaggi, i poderi e gli uomini del paese, ed il re desiderava molto di averne uno vivo in sua balia; ma non vi era alcuno a cui bastasse il cuore di prenderne uno ed al re appresentarlo. Laonde la reina col mezzo loro s’imaginò di dar a Costanzo la morte; ma non le venne fatto: perciò che l’ingannatore sovente rimane sotto a’ piedi dell’ingannato, cosí permettendo la divina providenza e la somma giustizia. La falsa reina, che chiaramente sapeva il desiderio del re, ragionando un giorno con esso lui di varie cose, tra l’altre disse: — Signor mio, non sapete voi che Costanzo, vostro fidelissimo servitore, è sí potente e sí forte, che gli basta l’animo senza l’altrui aiuto prendere un satiro ed a voi appresentarlo vivo? Il che, essendo cosí sí come io intendo, voi poterete agevolmente isperimentare, e ad un’ora adempire il voler vostro: ed egli, come potente e forte cavaliere, conseguirà un trionfo che gli sarà di perpetua fama. —

Piacquero molto le parole dell’astuta reina al re: il quale subito fece chiamare Costanzo, e tai parole li disse: — Costanzo, se tu mi ami, sí come tu dimostri e ciascuno il crede, intieramente adempirai i miei desiri, e tu la vera gloria ne porterai. Tu dèi sapere che non è cosa in questo mondo ch’io più brami e desideri, che avere uno satiro in mia balia. Onde, essendo tu potente e gagliardo, non è uomo in questo regno che meglio mi possa contentare che tu. Però, amandomi come mi ami, non mi negherai questa dimanda. — Il giovane, che conosceva la cosa altrove procedere che dal re, non volse contristarlo; ma con piacevole e lieto viso disse: — Signor mio, questo ed altro mi potete comandare. E quantunque le forze mie siano deboli, non però resterò di sodisfare al desiderio vostro, ancora che nella morte io dovessi incappare. Ma prima che io mi ponga alla pericolosa impresa, voi, signor mio, ordinarete che al bosco, dove abitano i satiri, sia condotto uno vaso grande con la bocca larga, e che non sia minor di quello in cui le serventi con il liscio nettano le camiscie ed altri panni di lino. Appresso questo vi si porterà una botte non picciola di buona vernaccia, della migliore e della più potente che si possi trovare, con doi sacconi di bianchissimo pane. — Il re incontamente essequí tutto quello che Costanzo aveva divisato. Ed andatosene Costanzo al bosco, prese uno secchio di rame, ed incominciò attingere fuori della botte la vernaccia ponendola nel doglio ivi vicino; e preso il pane e fattolo in pezzi, parimenti nel doglio di vernaccia pieno lo pose. Indi salí sopra una ben frondata arbore, aspettando quello che ne poteva avenire. Appena che ’l giovane Costanzo era asceso sopra dell’albero, che gli satiri, che già avevano sentito l’odore del fumoso vino, cominciorono appresentarsi al doglio, e ne tolsero una corpacciata, non altrimenti che fanno i famelici lupi nelle mandre delle pecorelle venuti; e poscia che ebbero empiuto la loro ventraglia e furono a bastanza satolli, si misero a dormire; e sí alta e profondamente dormivano, che tutti gli strepiti del mondo non gli arebbono allora destati. Il che vedendo, Costanzo scese giù dell’albero; ed accostatosi ad uno, lo legò per le mani e per li piedi con una fune che seco recata aveva: e senza esser d’alcuno sentito, lo pose sopra il cavallo, e via lo condusse.

Cavalcando adunque il giovane Costanzo con il satiro strettamente legato, all’ora del vespro aggiunse ad una villa non molto lontano dalla città; ed avendo il bestione già padita la ebbriezza, si risvegliò; e come se dal letto si levasse, cominciò sbadagliare; e guatandosi d’intorno, vide un padre di famiglia che con molta turba accompagnava un fanciulletto morto alla sepoltura. Egli piangeva, e messere lo prete, che le essequie faceva, cantava. Di che lo satiro se ne sorrise alquanto. Poscia entrato nella città, ed aggiunto nella piazza, vide il popolo che attentamente mirava un povero giovane ch’era sopra la forca per esser dal carnefice impiccato. Di che lo satiro maggiormente se ne rise. E giunto che fu al palazzo, ogn’un cominciò far segno di allegrezza, e gridare: — Costanzo! Costanzo! — Il che vedendo, l’animale vie più fortemente mandò fuori le risa. E pervenuto Costanzo al cospetto del re e della reina e delle sue damigelle, appresentolli lo satiro; il quale, se per a dietro rise, ora furono sí grandi le risa sue, che tutti, che ivi erano presenti, ne presero non picciola maraviglia.

Vedendo il re che Costanzo aveva adempiuto il desiderio suo, tanta affezione li pose, quanta mai ebbe patrone a servitore alcuno; ma ben doglia sopra doglia alla reina crebbe, la quale, con sue parole credendo distruggere Costanzo, il puose in stato maggiore. E non potendo la scelerata sofferire il tanto bene che di lui ne vedeva riuscire, s’imaginò un nuovo in ganno: il qual fu questo; perciò che ella sapeva che ’l re era consueto andarsene ogni mattina alla pregione dove il satiro dimorava, e per suo trastullo il tentava che egli parlasse; ma il re non ebbe mai tanta forza di farlo parlare. Onde, andatasene al re, disse: — Monsignor lo re, più e più volte siete andato all’albergo del satiro, e vi siete affaticato per farlo ragionare con esso voi per prenderne trastullo; né mai la bestia ha voluto favellare. Che volete più star a rompervi il cervello? Sapiate se Costanzo vorrà, tenete per certo che egli è sofficiente a farlo ragionare e rispondere sí come meglio li parerà. — Il che intendendo, il re immantinente fece Costanzo a sé venire; ed appresentatosi, gli disse: — Costanzo, io mi rendo certo che tu sai quanto piacere ne prenda del satiro da te preso; ma mi doglio che egli mutolo sia e non vogli alle dimande mie in modo alcuno rispondere. Se tu vorrai, sí come  io intendo, fare il debito tuo, non dubito che egli parlerà. — — Signor mio, — rispose Costanzo, — se lo satiro è mutolo, che ne posso io? Darli la loquela non è ufficio umano ma divino. Ma se l’impedimento della lingua procedesse non da vizio naturale overo accidentale, ma da dura ostinazione di non voler rispondere, io mi sforzerò a più potere di far sí che egli parli. — Ed andatosi insieme col re alla prigione del satiro, gli recò ben da mangiare e meglio da bere; e dissegli: — Mangia, Chiappino; — perciò che cosí gli aveva imposto nome; ed egli lo guatava, e non rispondeva. — Deh, parla. Chiappino, ti prego; e dimmi se quel cappone ti piace e quel vino ti diletta. — Ed egli pur taceva. Vedendo Costanzo l’ostinata voglia, disse: — Tu non mi vuoi rispondere, Chiappino; tu veramente fai il tuo peggio, perciò che io ti farò morire in prigione da fame e da sete. — Egli lo guatava con occhio torto. Disse allora Costanzo: — Rispondemi, Chiappino; che se tu, come spero, meco parlerai, io ti prometto di cotesto luoco liberarti. —Chiappino, che attentamente ascoltava il tutto, intesa la liberazione, disse: — E che vuoi tu da me? — Hai tu ben mangiato e bevuto secondo il voler tuo? — disse Costanzo. — Sí, rispose Chiappino. — Ma dimmi, ti prego, per cortesia, — disse Co stanzo; — che avevi tu che ridevi quando noi eravamo per strada e vedevamo un fanciullo morto alla sepoltura portare? — A cui rispose Chiappino: — Io me ne risi, non del morto fanciullo, ma del padre, di cui il morto non era figliuolo, che piangeva, e del prete, di cui egli era figliuolo, che cantava. — Il che significò che la madre del morto fanciullo era adultera del prete. — Più oltre io vorrei intendere da te, Chiappino mio: qual cagione ti mosse a maggior riso, quando noi ci giungessimo alla piazza? — Io mi mossi al riso, — rispose Chiappino, — che mille ladroni, che hanno rubbato migliaia di fiorini al publico e meritano mille forche, si stavano a guatare in piazza un miserello che era alla forca condotto, ed aveva solamente involato dieci fiorini per sostentamento forse e di sé e della famiglia sua. — Appresso questo, dimmi, di grazia, — disse Costanzo; — quando aggiungemmo al palazzo, per che più fortemente ridesti? — Deh, non mi astringer più a ragionare ora, ti prego, — disse Chiappino, — ma va, e ritorna dimane, che io ti risponderò e dirotti cose che tu forse non pensi. — Il che udendo, Costanzo disse al re: — Partiamsi, che dimane faremo ritorno, ed intenderemo ciò che egli voglia dire. — Partitisi adunque, il re e Costanzo ordinarono che fusse dato a Chiappino ben da mangiare e da bere, acciò che meglio potesse ciarlare.

Venuto il giorno sequente, ambeduo ritornorono a Chiappino, ed il trovorono che come un grasso porco soffiava e roncheggiava. Accostatosi Costanzo appresso a lui, più volte ad alta voce lo chiamò. Ma Chiappino, che era ben pasciuto, dormiva, e nulla rispondeva. Costanzo, perlungato un dardo che in mano teneva, tanto lo punse, che egli si risentí; e destato che egli fu, l’addimandò: — Orsù, dí, Chiappino, quello che heri ne promettesti. Perché, giunti che noi fummo al palazzo, sí forte ridesti? — A cui rispose Chiappino: — Tu lo sai molto meglio che io; perciò che tutti gridavano: Costanzo! Costanzo! e nondimeno sei Costanza. — Il che il re in quel punto non intese quello che Chiappino volesse inferire. Ma Costanzo, che ’l tutto aveva compreso, acciò che Chiappino più oltre non procedesse, gli troncò la strada dicendo: — Ma quando innanzi al re e alla reina fosti, che causa ti mosse a dover oltre misura ridere? — A cui rispose Chiappino: — Io fieramente me ne ridei, perché il re ed ancor tu credete che le damigelle, che alla reina serveno, siano damigelle: e non dimeno la maggior parte loro damigelli sono; — e poi si tacque. Il re, questo intendendo, stette alquanto sopra di sé, nulla però dicendo; e partitosi dal silvestre satiro, con il suo Costanzo del tutto chiarirsi si volse. E fatta la isperienza, trovò Costanzo esser femina e non uomo, e le damigelle bellissimi giovani, sí come Chiappino raccontato gli aveva. Ed in quello instante il re fece accendere un grandissimo fuoco in mezzo della piazza; e presente tutto il popolo, fece la reina con tutti li damigelli arrostire. E considerata la lodevole lealtà e franca fede di Costanza, e vedendola bellissima, in presenza de tutti i baroni e cavalieri la sposò. Ed inteso di cui era figliuola, molto si rallegrò; e mandati gli ambasciatori a Ricardo re ed a Valeriana sua moglie ed alle tre sorelle, come ancor Costanza era maritata in un re, tutti ne sentirono quella letizia che sentire si debbe. E cosí Costanza nobile e generosa in guidardone del ben servire reina rimase, e con Cacco re lungamente visse. —

FAVOLA II.

Erminione Glaucio ateniense prende Filenia Centurione per moglie;

e divenuto di lei geloso, l’accusa in giudicio: e per mezzo d’Ippolito

suo innamorato vien liberata, ed Erminione condannato.

 [Vicenza:]

 — Non sarebbe, graziose donne, al mondo stato il più dolce, il più dilettevole, né ’l più felice, che trovarsi in servitù d’amore, se non fusse l’amaro frutto della sùbita gelosia, fugatrice de gli assalti di Cupidine, insidiatrice dell’amorose donne, diligentissima investigatrice della loro morte. Laonde mi si para davanti una favola che vi doverà molto piacere; perciò che per quella poterete agevolmente comprendere il duro ed infelice fine che fece un gentiluomo ateniense; il quale con la sua fredda gelosia credette la moglie per man di giustizia finire, ed egli al fine condennato e morto rimase. Il che giudico che vi sarà caro udire; perciò che, se io non erro, penso che ancor voi innamorate siete.

In Atene, antiquissima città della Grecia, ne’ passati tempi domicilio e recettacolo di tutte le dottrine, ma ora per la sua ventosa superbia totalmente rovinata e distrutta, ritrova vasi un gentiluomo, messer Erminione Glaucio per nome chiamato: uomo veramente grande ed estimato assai nella città e ricco molto, ma povero d’intelletto. Perciò che, essendo oramai attempato, e attrovandosi senza figliuoli, deliberò de maritarsi; e prese per moglie una giovanetta, nominata Filenia, figliuola di messer Cesarino Centurione, nobile di sangue, di maravigliosa bellezza e d’infinite virtù dotata: né vi era nella città un’altra che a lei pareggiar si potesse. E perciò che egli temeva per la sua singolar bellezza non fusse sollecitata da molti e cadesse in qualche ignominioso difetto, per lo quale poi ne fusse dimostrato a dito, pensò di porla in un’alta torre nel suo palazzo, non lasciando che da alcuno fosse veduta. E non stette molto che il povero vecchio, senza sapere la cagione, divenne di lei tanto geloso, che appena di sé stesso si fidava.

Avenne pur che nella città si trovava un scolare cretense, giovane di età, ma saccente ed aveduto molto e da tutti per la sua gentilezza e leggiadria assai amato e riverito: il quale per nome Ippolito si chiamava, ed innanzi che ella prendesse marito, lungo tempo vagheggiata l’aveva; ed appresso questo teneva stretta domestichezza con messer Erminione, il quale non meno l’amava che se figliuolo li fusse. Il giovanetto, essendo alquanto stanco di studiare e desideroso di ricoverare gli spiriti lassi, di Atene si partí; ed andatosene in Candia, ivi per un spazio di tempo dimorò, e ritornato ad Atene, trovò Filenia che maritata era. Di che egli fu oltre misura dolente; e tanto più si doleva, quanto che si vedeva privo di poterla a suo bel grado vedere: né poteva sofferire che sí bella e vaga giovanetta fusse congiunta in matrimonio con sí bavoso ed isdentato vecchio. Non potendo adunque l’innamorato Ippolito più pazientemente tollerare gli ardenti stimoli ed acuti strali d’amore, se ingegnò di trovare qualche secreto modo e via, per la quale egli potesse adempire i suoi desiri. Ed essendogliene molti alle mani venuti, ne scelse prudentissimamente uno che più giovevole li pareva. Imperciò che, andatosene alla bottega di uno legnaiuolo suo vicino, gli ordinò due casse assai lunghe, larghe ed erte, e d’una medesima misura e qualità, sí che l’una dall’altra agevolmente non si poteva conoscere. Dopo se ne gí da messer Erminione; ed infingendosi avere bisogno di lui, con molta astuzia li disse queste parole: — Messer Erminione mio, non meno di padre da me amato e riverito sempre, se non mi fusse noto l’amore che voi mi portate, io non mi ardirei con tanta baldanza richiedervi servigio alcuno; ma perciò che hovvi trovato sempre amorevole verso me, non dubitai punto di non poter ottener da voi ciò che l’animo mio brama e desidera. Mi occorre di andare fino nella città di Frenna per alcuni miei negozi importantissimi, dove starò fino a tanto che saranno ispediti. E perché in casa non ho persona di cui fidare mi possa, per essere alle mani di servitori e fantesche de’ quali non mi assicuro molto, io vorrei, tuttavia se vi è a piacere, deporre appresso voi una mia arca piena delle più care cose che io mi trovi avere. — Messer Erminione, non avedendosi della malizia del scolare, li rispose che era contento: e acciò che la fusse più sicura, la metterebbe nella camera dove egli dormiva. Di che lo scolaro li rese quelle grazie le quali egli seppe e puote le maggiori, promettendoli di tal servigio tenere perpetua memoria; ed appresso questo sommamente lo pregò che si degnasse di andare fino alla casa sua per mostrargli quelle cose che nell’arca aveva riservate. Andatosene adunque messer Erminione alla casa d’Ippolito, egli vi dimostrò un’arca piena di vestimenti di gioie e di collane di non poco valore. Indi chiamò un de’ suoi serventi; e dimostratolo a messer Erminione, li disse: — Ogni volta, messer Erminione, che questo mio servente verrà a tor l’arca, prestaretegli quella fede, come se egli fusse la persona nostra. — Partitosi messer Erminione, Ippolito si pose nell’altra arca che era simile a quella delle vestimenta e gioie; e chiusosi dentro, ordinò al servente che la portasse là dove egli sapeva. Il servente, che del fatto era consapevole, ubidientissimo al suo patrone, chiamò uno bastagio; e messagliela in su le spalle, la recò nella torre dove era la camera in cui messer Erminione la notte con la moglie dormiva.

Era messer Erminione uno de’ primai della città; e per esser uomo ricco molto e assai potente, gli avenne che, per l’autorità ch’egli teneva, li fu bisogno contra la sua voglia di andare per alquanti giorni fino ad uno luogo addimandato Porto Pireo, lontano per spazio de venti stadi dalla città d’Atene, per assettare certe liti e differenze che tra’ cittadini e quelli del contado vertivano. Partitosi adunque messer Erminione mal contento per la gelosia che dí e notte lo premeva, ed avendo il giovane nell’arca chiuso più volte udito la bella donna gemere, ramaricarsi e piangere, maladicendo la sua dura sorte, e l’ora, e ’l punto che ella si maritò in colui che era distruttore della sua persona, aspettò l’opportuno tempo che ella s’addormentasse. E quando li parve che ella era nel suo primo sonno, li uscí dell’arca ed al letto si avicinò; e disse: — Destati, anima mia, che io sono il tuo Ippolito. — Ed ella, destata, vedendolo e conoscendolo, perciò che era il lume acceso, volse gridare. Ma il giovane, messa la mano alla sua bocca, non la lasciò gridare; ma quasi lagrimando disse:— Taci, cuor mio; non vedi tu ch’io sono Ippolito, amante tuo fedele, che senza di te il viver mi è noioso? — Achetata alquanto la bella donna, e considerata la qualità del vecchio Erminione e del giovane Ippolito, di tal atto non rimase scontenta: ma tutta quella notte giacque con esso lui in amorosi ragionamenti, biasmando gli atti ed i gesti del pecorone marito, e dando ordine di potersi alcuna volta ritrovare insieme. Venuto il giorno, il giovane si rinchiuse nell’arca; e la notte se ne usciva fuori a suo piacere, e giaceva con esso lei.

Erano già passati molti e molti giorni, quando messer Erminione, sí per lo incomodo che pativa, sí anche per la rabbiosa gelosia che di continovo lo cruciava, assettò le differenze di quel luogo, e ritornossi a casa. Il servente d’Ippolito, che inteso aveva la venuta di messer Erminione, non stette molto che se n’andò a lui, e per nome del suo patrone chieseli l’arca: la quale, secondo l’ordine tra loro dato, graziosamente da lui li fu restituita; ed egli, preso un bastagio, a casa se la recò. Uscito Ippolito dell’arca, andò verso piazza, dove s’imbattè in messer Erminione; ed abbracciatisi insieme, del ricevuto servigio come meglio puote e seppe cortesemente lo ringraziò, offerendoli e sé e le cose sue sempre a’ suoi comandi paratissime.

Ora avenne che, standosi messer Erminione nel letto una mattina con la moglie più del solito a giacere, se li rappresentorono nel pariete innanzi agli occhi certi sputi che erano assai alti e lontani molto da lui. Onde acceso dalla gran gelosia che egli aveva, molto si maravigliò, e tra sé stesso cominciò sottilmente considerare se gli sputi erano suoi overo di altrui;  e poi che egli ebbe ben  pensato  e  ripensato,  non vi puote mai cadere nell’animo ch’egli fatti li avesse. Laonde temendo forte di quello che gli era avenuto, si voltò contra la moglie, e con turbata faccia le disse: — Di chi sono quei sputi sí alti? Quelli non sono sputi di me; io mai non li sputai; certo che tradito mi hai. — Filenia allora, sorridendo di ciò, li rispose: — Avete voi altro che pensare? — Messer Erminione, vedendola ridere, molto più se infiammò; e disse: — Tu ridi, ah, rea femina che tu se’? e di che ti ridi? — Io mi rido, — rispose Filenia, — della vostra sciocchezza. — Ed egli pur tra sé stesso si rodeva; e volendo isperimentare se tanto alto poteva sputare, ora tossendo ed ora raccagnando, si afforzava col sputo di aggiungere al segno; ma in vano si affaticava, perciò che lo sputo tornava indietro, e sopra il viso li cadeva, e tutto lo impiastracciava. Avendo questo il povero vecchio più volte isperimentato, sempre a peggior condizione si ritrovava. Il che vedendo, conchiuse per certo dalla moglie esser stato gabbato; e voltatosi a lei le disse la maggior villania che mai a rea femina si dicesse. E se non fusse stato il timore di sé stesso, in quel punto con le propie mani uccisa l’arrebbe; ma pur si astenne, volendo più tosto procedere per via della giustizia, che bruttare le mani nel suo sangue. Onde non contento di questo, ma di sdegno e d’ira pieno, al palagio se n’andò; ed ivi produsse innanzi al podestà contra la moglie una accusazione di adulterio commesso. Ma perché il podestà non poteva condannarla se prima non era osservato lo statuto, mandò per lei per diligentemente essaminarla.

Era in Atene un statuto in somma osservanza, che ciascheduna donna, di adulterio dal marito accusata, fusse posta a’ piedi della colonna rossa, sopra la quale giaceva un serpe; indi se le dava il giuramento, se fusse vero che l’adulterio avesse commesso. E giurato che ella aveva, erale di necessità che la mano in bocca del serpe ponesse; e se la donna il falso giurato aveva, subito il serpe la mano dal braccio le spiccava: altrimenti rimaneva illesa. Ippolito, che già aveva persentita la querela esser data in giudizio, e che il podestà aveva mandato per la donna che comparesse a far sua difesa, acciò che non incorresse ne i lacci della ignominiosa morte, incontanente da persona astuta e che desiderava camparle la morte, depose le sue vestimenta, e certi stracci da pazzo si mise indosso; e senza che d’alcuno fusse veduto, uscí di casa, ed al palagio come pazzo se ne corse, facendo di continovo le maggior pazzie del mondo. Mentre che la sbirraglia del podestà menava la giovane al palagio, concorse tutta la città a vedere come la cosa riusciva; ed il pazzo, spingendo or questo or quello, si fece tanto innanzi, che puose le braccia al collo alla disconsolata donna, ed un saporoso bascio le diede: ed ella, che aveva le mani dietro avinte, dal bascio non si puote difendere. Giunta adunque che fu la giovane innanzi al giudizio, le disse il podestà: — Filenia, come tu vedi, qui è messer Erminione tuo marito, e duolsi di te che abbi commesso l’adulterio, e perciò addimanda ch’io secondo lo statuto ti punisca; e però tu giurerai se il peccato che ti oppone il tuo marito, è vero. — La giovane, che astuta e prudentissima era, animosamente giurò che niuno di peccato l’aveva tocca, se non il suo marito e quel pazzo che v’era presente. Giurato che ebbe Filenia, i ministri della giustizia la condussero al serpe: al quale presentata la mano di Filenia in bocca, non le fece nocumento alcuno; perciò che aveva confessato il vero, che niuno altro di peccato, se non il marito e il pazzo, tocca l’aveva. Veduto questo, il popolo ed i parenti, che erano ve[n]uti a vedere l’orrendo spettacolo, innocentissima la giudicorono, e gridavano che messer Erminione tal morte meritava, quale la donna patire doveva. Ma per che egli era nobile e di gran parentado e dei maggiori della città, non volse il podestà, come la giustizia permetteva, che fusse pubblicamente arso; ma pur, per non mancare del debito suo, lo condannò in una pregione: dove in breve spazio di tempo se ne morí. E cosí miseramente finí messer Erminione la sua rabbiosa gelosia, e la giovane da ignominiosa morte si disviluppò. Dopo non molti giorni Ippolito, presala per sua legittima moglie, seco molti anni felicemente visse. —

FAVOLA III.

 Ancilotto, re di Provino, prende per moglie la figliuola d’un fornaio, e con lei

genera tre figliuoli ; i quali essendo persequitati dalla madre del re,

per virtù d’un’acqua d’un pomo e d’un uccello vengono in cognizione del padre.

 [Lodovica:]

— Io ho sempre inteso, piacevoli e graziose donne, l’uomo esser il più nobile e il più valente animale che mai la natura creasse; perciò che Iddio lo creò alla imagine ed alla similitudine sua, e volse ch’egli signoreggiasse e non fusse signoreggiato. E per questo si dice, l’uomo esser animal perfetto e di maggior perfezione che ogni altro animale, perché tutti, non eccettovando anche la femina, sono sottoposti all’uomo. Di qua procede che malagevolmente fanno coloro che con astuzia ed arte procurano la morte di sí degno animale. E non è maraviglia se questi tali, mentre che si sforzano di dare ad altrui la morte, in quella disavedutamente incorreno; sí come fecero quattro donne, le quali, credendosi altrui uccellare, al fine uccellate rimasero, e miseramente finirono la vita loro: sí come per la presente favola, che ora raccontare intendo, agevolmente comprenderete.

In Provino, città assai famosa e regale, si trovorono ne’ passati tempi tre sorelle, vaghe d’aspetto, gentili di costumi e di maniere accorte, ma basse di legnaggio; perciò che erano figliuole d’uno maestro Rigo fornaio, che di continovo nel forno l’altrui pane coceva. L’una delle quali Brunora, l’altra Lionella e la terza Chiaretta si chiamava. Essendo un giorno tutta tre queste giovanette nel giardino, di cui a maraviglia si dilettavano, passò per quindi Ancilotto re, che per suo diporto con molta compagnia se n’andava alla caccia. Brunora, che era la maggior sorella, vedendo sí bella ed orrevole compagnia, disse alle sorelle Lionella e Chiaretta: — Se io avessi il maestro di casa del re per mio marito, mi do sto vanto, che io con un bicchiere di vino saziarei tutta la sua corte. — Ed io — disse Lionella, — mi do sta lode, che se io avessi il secretissimo cameriere del re per marito, farei tanta tela con un fuso del mio filo, che di bellissime e sottilissime camiscie fornirei tutta la sua corte. — Ed io — disse Chiaretta, — mi lodo di questo, che se io avessi il re per mio marito, gli farei tre figliuoli in un medesimo parto, duo maschi ed una femina; e ciascuno di loro arrebbe i capelli giù per le spalle annodati e meschi con finissimo oro, ed una collana al collo ed una stella in fronte. — Queste parole furono udite da uno dei corteggiani; il quale subito corse al re, e precisamente li raccontò ciò che le fanciulle avevano insieme detto. Il re, inteso cotal tenore, le fece a sé venire, e ad una ad una le interrogò, che detto avevano insieme quando erano nel giardino. A cui tutta tre con somma riverenza ordinatamente replicorono ciò avevano detto. Il che ad Ancilotto re molto piacque. Ed indi non si partí, che il maestro di casa Brunora prese per moglie, ed il cameriere Lionella, ed egli la Chiaretta. E lasciato l’andare alla caccia, tutti ritornorono a casa, dove furono fatte le pompose nozze.

Queste nozze assai dispiacquero alla madre del re; perciò che, quantunque la fanciulla fusse vaga di aspetto, formosa di viso, leggiadra della persona, ed avesse un ragionare di dolcezza pieno, non però era convenevole alla grandezza ed alla potenza del re, per esser feminella vile, abbietta e di minuta gente; né poteva in maniera alcuna la madre patire che uno maestro di casa ed uno cameriere fussero detti cognati del re suo figliuolo. Onde tanto crebbe l’odio alla suocera contra la nuora, che quasi non la poteva sentire, non che vedere; ma pur, per non contristare il figliuolo, teneva l’odio nel petto nascosto. Avenne, sí come piacque a colui che ’l tutto regge, che la reina s’ingravidò. Il che fu di sommo piacere al re, il quale con grandissima allegrezza aspettava di vedere la gentil prole de’ figlioli che gli erano sta’ promessi da lei. Al re dopo alquanti dí accadette di cavalcare nello altrui paese, ed ivi per alcuni giorni dimorare: e perciò la reina e li figliuoli, che di lei nasceranno, alla attempata madre instantissimamente raccomandò. La quale, quantunque la nuora non amasse né veder la volesse, nondimeno di averne buona cura al figliuolo largamente promise.

Partito adunque il re ed andatosene al suo viaggio, la reina parturí tre figliuoli, duo maschi ed una femina; e tutta tre, sí come la reina quando era poncella al re aveva promesso, avevano i capegli annodati e sparsi giù per le spalle, con una vaga catenella al collo e con la stella nella fronte. La proterva e maligna madre del re, priva d’ogni caritativa pietà e accesa di pernizioso e mortal odio, tantosto che nacquero i cari bambini, deliberò, senza il perfido proponimento mutare, di fargli al tutto morire, acciò che di loro mai si sapesse novella e la reina in disgrazia del re venisse. Appresso questo, perché Chiaretta era reina e signoreggiava il tutto, era nasciuta tra le due sorelle una tanta invidia contra di lei, quanta nascere potesse giamai; e con sue astuzie ed arti continovamente s’ingegna vano di metterla in maggior odio della insensata madre.

Avenne che nel tempo che la reina parturi, nacquero in corte ancora tre cani botoli, duo maschi ed una femina: i quali erano stellati in fronte ed uno signaluzzo di gorgiera in torno al collo tenevano. Mosse le due invidiose sorelle da diabolico spirito, presero i tre cani botoli che la madre poppavano, e portorongli all’empia suocera; e fatta la debita riverenza, le dissero: — Noi sappiamo, madama, che la Vostra Altezza poco ama ed ha cara la sorella nostra, e meritamente; perciò che ella è di bassa condizione, e non conviene al vostro figliuolo e nostro re una donna di sí vilissimo sangue, come ella è. E però, sapendo noi il voler vostro, siamo qui venute, e vi abbiamo recati tre cani botoli che nacquero con la stella in fronte, acciò che abbiamo il parer vostro. — Questo molto piacque alla suocera, e s’imaginò d’appresentargli alla nuora, che ancora non sapeva quello aveva parturito, e dirle come quelli erano i bambini di lei nasciuti. Ed acciò che tal cosa non si scoprisse, la mala vecchia ordinò alla comare che alla reina dir dovesse, i fanciulli che parturiti avea, esser stati tre cani botoli. La suocera adunque parimenti e le sorelle della reina e la comare se n’andorono a lei, e dissero:—Vedi, o reina, l’opera del tuo bel parto; riserbalo, acciò che, quando il re verrà, possa il bel frutto vedere. — E dette queste parole, la comare le pose i cagnolini al lato, confortandola tuttavia che non si disperasse, perché alle volte queste cose tra persone d’alto affare suoleno avenire.

Aveva già ciascheduna delle scelerate femine adempiuto ogni suo reo e malvagio proponimento, e solo una cosa ci restava: che agli innocentissimi fanciulli dessero acerba morte. Ma a Dio non piacque che del proprio sangue si bruttassino le mani; ma fatta una cassetta e ben incerata di tenace pece, e messi i fanciulli dentro e chiusi, la gittorono nel vicino fiume, ed a seconda dell’acqua la lasciorono andare. Iddio giusto, che non paté che l’innocente sangue patisca, mandò sopra la sponda del fiume un monaio, Marmiate per nome chiamato; il quale, veduta la cassetta, la prese ed aperse, e dentro vi trovò i tre bambini che ridevano. E perciò che erano molto belli, pensò che fussero figliuoli di qualche gran matrona, la quale per vergogna del mondo avesse commesso sí fatto eccesso. Onde renchiusa la cassetta e postasela in spalla, se n’andò a casa; e disse alla moglie, che Gordiana si chiamava: — Guata, moglie mia, ciò che trovai nella riva del fiume: io te ne faccio un dono. — Gordiana, veduti i fanciulli, graziosamente gli ricevette; e non altrimenti che se fussero del suo corpo nati, li nudrí. A l’uno de’ quali puose nome Acquirino, all’altro Fluvio, per esser sta’ ritrovati nelle acque: ed alla bambina, Serena.

Ancilotto re stavasi allegro, sempre pensando di trovare al suo ritorno tre belli figliuoli; ma la cosa non gli avenne sí come ei pensava, perciò che l’astuta madre del re, tantosto che s’accorse il figliuolo al palazzo avicinarsi, gli andò incontro, e dissegli la sua cara moglie, in vece di tre figliuoli, tre botoli cani aver parturito. E menatolo nella camera dove la addolorata moglie per lo parto giaceva, gli dimostrò i cagnolini che al lato teneva. Ed avenga che la reina dirottamente piangesse, negando tuttavia averli parturiti, nientedi meno l’invidiose sorelle confermavano esser il vero tutto quello che aveva detto la vecchia madre. Il che udendo, il re molto si turbò, e quasi da dolore in terra cadde; ma poscia ch’egli rinvenne alquanto, stette gran pezza tra il sí e ’l no suspeso, ed al fine diede piena fede alle parole materne. E perché la misera reina era pazientissima, e con forte animo sofferiva la corteggiana invidia, venne al re pietà di farla morire; ma comandò che fusse posta sotto il luoco dove si lavano le pentole e le scutelle, e che per suo cibo fussero le immondizie e le carogne che giù della fetente e sozza scaffa cadevano.

Mentre che l’infelice reina dimorò in quel puzzolente luogo nudrendosi d’immondizie, Gordiana, moglie di Marmiato monaio, parturí un figliuolo, al quale puose nome Borghino; e quello con li tre amorevolmente allevò. Aveva Gordiana per sua usanza ogni mese di troncare alli tre fanciulli gli annodati e lunghi capelli: dai quali molte preziose gioie e grosse e bianche perle cadevano. Il che fu cagione che Marmiato, lasciata la vilissima impresa di macinare, presto ricco divenne; e Gordiana e i tre fanciulli e Borghino, molto largamente vivendo, amorevolmente godevano. Già erano venuti i tre fanciulli alla giovenil età, quando persentiro che di Marmiato monaio e di Gordiana figliuoli non erano, ma trovati in una cassettina che giù per lo fiume scorreva. Laonde molto si ramaricorono; e desiderosi di provare sua ventura, chiesero da loro buona licenza, e si partirono. Il che non fu di contentamento di Marmiato e Gordiana; perciò che si vedevano privare del tesoro che usciva delle bionde loro chiome e della loro stellata fronte.

Partitisi adunque da Marmiato e da Gordiana l’uno e l’altro fratello con la sorella, e fatte molte lunghe giornate, per aventura tutta tre aggiunsero in Provino, città d’Ancilotto re suo padre; ed ivi, presa una casa a pigione, insieme abitorono, nudrendosi del tratto delle gemme, delle gioie e delle pietre preciose che dal capo gli cadevano. Avenne che il re un giorno andando per la terra con alcuni suoi corteggiani spasseggiando, a caso indi passò dove dimoravano i duo fratelli e la sorella; i quali, non avendo ancora veduto né conosciuto il re, discesero giù dalle scale, ed andorono all’uscio: e trattisi di testa il cappuccio, ed inchinate le ginocchia ed il capo, riverentemente il salutorono. Il re, che aveva l’occhio d’un falcone pellegrino, gli guatò fiso nel viso, e vide che ambeduo tenevano una dorata stella nella fronte; e subito gli venne una rabbia al cuore, che quelli giovani fussero suoi figliuoli. E fermatosi, dissegli: — Chi siete voi? e di donde venite? — Ed elli umilmente risposero: — Noi siam poveri forastieri venuti ad abitare in cotesta città. — Disse il re: — Piacemi molto; e come vi chiamate? — A cui l’uno disse: — Acquirino;—l’altro disse: — Mi chiamo Fluvio. — Ed io, — disse la sorella, — mi addimando Serena. — Disse allora il re: — Per cortesia tutta tre a desinare con esso noi dimane vi invitiamo. — I giovani, al quanto arrossiti, non potendo denegare l’onestissima dimanda, accettorono lo invito. Il re, ritornato al palagio, disse alla madre: — Madama, oggi, andando a diporto, vidi per aventura duo leggiadri giovanetti ed una vaga puncella: e tutta tre avevano una dorata stella nella fronte, che, se io non erro, paiono quelli che dalla reina Chiaretta mi furono già promessi. — Il che udendo, la sceleste vecchia se ne sorrise alquanto; ma pur le fu una coltellata che le trapassò il cuore. E fattasi chiamare la comare che i fanciulli allevati aveva, secretamente le disse: — Non sapete voi, comare mia cara, che i figliuoli del re vivono, e son più belli che mai? — A cui rispose la comare: — Com’è possibil questo? non si affocorono nel fiume? E come lo sapete voi? — A cui rispose la vecchia: — Per quanto che io posso comprendere per le parole del re, i vivono, e del vostro aiuto ci è di bisogno molto; altrimenti, tutte stiamo in pericolo di morte. — Rispose la comare: — Non dubitate punto, madama, che io spero di operar sí, che tutta tre periranno. —

E partitasi, la comare subito se n’andò alla casa di Acquirino, Fluvio e Serena; e trovata Serena sola, la salutò, e fece seco molti ragionamenti; e dopo che ebbe lungamente ragionato con esso lei, disse: — Avresti per aventura, figliuola mia, dell’acqua che balla? — A cui rispose Serena, che no. — Deh! figliuola mia, — disse la comare, — quante belle cose vedresti, se tu ne avesti; perciò che, bagnandoti il viso, diventeresti assai più bella di ciò che sei. — Disse la fanciulla: — E come potrei io fare per averne? — Rispose la comare: — Manda i tuoi fratelli a ricercarla, che la ritroveranno, perciò che dalle parti nostre non è molto lontana. — E detto questo, si partí. Ritornati Acquirino e Fluvio a casa, Serena, fattasi all’incontro, li pregò che per amor suo dovessino con ogni sollecitudine cercare che la avesse di questa preciosa acqua che balla. Fluvio ed Acquirino, facendosene beffe, ricusavano di andare, perciò che non sapevano dove che tal cosa si trovasse. Ma pur, astretti dalle umili preghiere della diletta sorella, presero un’ampolla ed insieme si partirono.

Avevano i duo fratelli più miglia cavalcato, quando giunsero ad uno chiaro e vivo fonte, dove una candida colomba si rinfrescava. La quale, messo giù ogni spavento, disse: — O giovanetti, che andate voi cercando? — A cui Fluvio rispose: — Noi cerchiamo quella preciosa acqua, la quale, come si dice, balla.—Oh miserelli! — disse la colomba, — e chi vi manda a torre tal acqua? — A cui rispose Fluvio: — Una nostra sorella. — Disse allora la colomba: — Certo voi ve n’andate alla morte; perciò che vi si trovano molti velenosi animali che, vedendovi, subito vi divoreranno. Ma lasciate questo carico a me, che io sicuramente ve ne porterò. — E presa l’ampolla che i giovanetti avevano, ed annodatala sotto l’ala destra, si alzò a volo; ed andatasene là dove era la delicata acqua, ed empiuta l’ampolla, ritornò alli giovani che con sommo desiderio l’aspettavano.

Ricevuta l’acqua, e rese le debite grazie alla colomba, i giovani ritornorono a casa, ed a Serena sua sorella l’acqua appresentorono, imponendole espressamente che più non gli comandasse cotai servigi, perciò che erano stati in pericolo di morte. Ma non passaro molti dí, che ’l re da capo vide i giovanetti; a’ quai disse: — E perché, avendo voi accettato lo invito, non veneste ne’ passati giorni a desinare con esso noi? — A cui riverentemente risposero: — Gli urgentissimi negozi, sacra Corona, ne sono stati primiera cagione.—Allora disse il re: — Vi aspettiamo dimattina senza fallo al prandio con noi. — I giovani si escusorono. Ritornato il re al palazzo, disse alla madre che aveva ancora veduti i giovanetti stellati in fronte. Il che udendo, la madre tra sé stessa molto si turbò; e da capo fece chiamare la comare, e secretamente il tutto le raccontò pregandola che dovesse provedere al soprastante pericolo. La comare la confortò, e dissele che non dovesse temere; perciò che la farebbe sí che in maniera alcuna non saranno più veduti. E partitasi dal palazzo, alla casa della fanciulla se ne gí; e trovatala sola, l’addimandò se quell’acqua che balla, ancora avuta aveva. A cui la fanciulla rispose, che sí: ma non senza grandissimo pericolo della vita delli fratelli suoi. —Ma ben io vorrei — disse la comare, — che tu, figliuola mia, avesti il pomo che canta; perciò che tu non vedesti mai il più bello, né gustasti il più soave e dolce canto. — Disse la fanciulla: — Io non so come poterlo avere; perciò che i fra telli non vorranno andare a trovarlo, perché sono stati più in pericolo di morte che in speranza di vita. — I ti hanno pur recata l’acqua che balla, — disse la vecchia; — non però sono morti. Sí come adunque ti hanno portata l’acqua, cosí parimenti ti porteranno il pomo. — E tolta licenza, si partí. Non era appena partita la comare, che Acquirino e Pluvio aggiunsero a casa; e Serena li disse: — Io, fratelli miei, vorrei volentieri vedere e gustare quel pomo che sí dolcemente canta. E se non fate sí che io l’abbia, pensate in breve di vedermi di vita priva. — Il che intendendo, Fluvio ed Acquirino molto la ripresero, affermandole che per lei non volevano andare in pericolo di morte, sí come per lo adietro fatto avevano. Ma pur tanti furono i dolci prieghi di Serena, congiunti con quelle calde lagrime che dal cuore venivano, che Acquirino e Fluvio si disposero al tutto di contentarla, che che avenire ne dovesse.

Laonde montati a cavallo, si partirono; e tanto cavalcarono, che giunsero ad una ostaria: ed entrativi dentro, addimandorono l’oste s’egli per aventura saprebbe insignarli il luogo dove ora si trova il pomo che dolcemente canta. Risposogli fu di sí: ma che andare non vi potevano, perciò che il pomo era in un vago e dilettevole giardino in guardia ed in governo d’un mortifero animale, il quale con le aperte ali, quanti al giardino s’avicinano, tanti ne uccide. — Ma come dobbiam far noi, — dissero i giovani, — imperciò che deliberato abbiamo di averlo al tutto? — Rispose l’oste: — Se voi farete ciò che io vi dirò, arrete il pomo, né temerete la velenosa fiera, e men la morte. Prendete adunque questa veste tutta di specchi coperta; e l’una di voi se la ponga indosso, e cosí vestito entri nel giardino di cui trovarete l’uscio aperto; e l’altro resti fuori del giardino, ed in modo alcuno non si lasci vedere. Ed entrato ch’egli sarà nel giardino, l’animale subito gli verrà al l’incontro; e vedendosi sé stesso negli specchi, incontanenti in terra cadere; ed andatosene all’albero del cantante pomo, quello umanamente prenderà, e senza guardarsi a dietro fuori del giardino uscirà. — I giovani molti ringraziorono l’oste; e partitisi, quanto gli disse l’oste, tanto operorono; ed avuto il pomo, alla sorella lo portorono, essortandola che più a sí pericolose imprese strengere non li dovesse.

Passati dopo’alquanti giorni, il re vide i giovanetti; e fattigli a sé chiamare, li disse: — Qual è stata la cagione, che secondo l’ordine dato non siete venuti a desinare con esso noi? — A cui rispose Fluvio: — Non per altra cagione, signore, ci siamo restati di venire, se non per le diverse occupazioni che ci hanno intertenuti. — Disse il re: — Nel giorno sequente vi aspettiamo; e fate sí che in maniera alcuna non ne ma cate. — A cui rispose Acquirino che, potendosi da certi suoi negozi sviluppare, molto volontieri vi verrebbono. Ritornato al palazzo, il re disse alla madre che ancor veduti aveva i giovanetti, e che li stavano fitti nel cuore, pensando sempre a quelli che Chiaretta promessi gli aveva; e che non poteva con l’animo riposare, fino a tanto che non venissero a desinare con esso lui. La madre del re, udendo tai parole, si trovò in maggior travaglio che prima, dubitando forte che scoperta non fusse. E cosí dogliosa ed affannata, mandò per la comare, e dissele: — Io mi credevo, comare mia, che i fanciulli oggimai fussero spenti e che di loro non si sentisse novella alcuna; ma ei vivono, e noi ci stiamo in pericolo di morte. Provedete adunque ai casi nostri, altrimenti noi tutte periremo. — Rispose la comare: — O Alta madama, state di buon animo e non vi perturbate, perch’io farò sí che di me voi vi lodarete, e di loro novella alcuna più non sentirete. — E tutta indignata e di furor piena, si partí, e andossene alla fanciulla; e datole il buon giorno, l’addimandò se ’l pomo che canta avuto aveva. A cui rispose la fanciulla che sí. Allora l’astuta e sagace comare disse: — Pensa, figliuola mia, di non aver cosa veruna, se non hai anche una cosa vie più bella e più leggiadra che le due prime. — E che è cotesta cosa, madre mia, cosí leggiadra e bella, che voi mi dite? — disse la giovane. A cui la vecchia rispose: — L’ugel bel verde, figliuola mia; il quale dí e notte ragiona, e dice cose maravigliose. Se tu lo avesti in tua balia, felice e beata ti potresti chiamare. — E dette queste parole, si partí.

Non furono sí tosto i fratelli a casa venuti, che Serena gli affrontò, e pregolli che una sol grazia non le negassino. Ed addimandatala che grazia era quella che ella voleva, rispose: — L’ugel bel verde. — Fluvio, il quale era stato al contrasto della velenosa fiera e che di tal pericolo si ricordava, a pieno le ricusava di voler andare. Ma Acquirino, quantunque più volte ancora egli ricusato gli avesse, pur finalmente mosso dalla fraternevole pietà e dalle abondevoli e calde lagrime che Serena spargeva, unitamente deliberorono di contentarla; e montati a cavallo, più giornate cavalcorono, e finalmente giunsero ad un fiorito e verdeggiante prato: in mezzo del quale era un’altissima e ben fronzuta arbore, circondata da varie figure marmoree che vive parevano: ed ivi appresso scorreva un ruscelletto che tutto il prato rigava. E sopra di questo albero l’ugel bel verde saltando di ramo in ramo si trastullava, proferendo parole che non umane ma divine parevano. Smontati i giovani de gli loro palafreni, e lasciatili a suo bel grado pascersi nel prato, s’accostorono alle figure di marmo; le quali subito che i giovani toccorono, statue di marmo ancora elli divennero.

A Serena, che molti mesi aveva con desiderio aspettati Fluvio ed Acquirino, suoi diletti fratelli, parve di averli omai perduti, e non vi esser più speranza di rivedergli. Onde stando ella in tale ramaricamento, e l’infelice morte de’ fratelli piangendo, determinò tra sé stessa di provare sua ventura; ed ascesa sopra un gagliardo cavallo, in viaggio si pose: e tanto cavalcò, che aggiunse al luogo dove l’ugel bel verde sopra un ramo d’un fronzuto albero dolcemente parlando dimorava. Ed entrata nel verde piato, subito conobbe i palafreni delli fratelli che di erbuzze si pascevano; e girando gli occhi or quinci or quindi, vide li fratelli conversi in due statue che la loro effigie tenevano: di che tutta stupefatta rimase. E scesa giù del cavallo ed avicinatasi a l’albero, stese la mano, ed a l’ugel bel verde puose le mani adosso. Il quale, poi che di libertà privo si vide, di grazia le dimandò che lo lasciasse andare e non tenerlo, che a tempo e luogo di lei si ricordarebbe. A cui Serena rispose non volerle in modo alcuno compiacere, se prima gli suoi fratelli al suo primo esser restituiti non erano. Allora disse lo ugello: — Guatami sotto l’ala sinistra, e troverai una penna assai più dell’altre verde, con certi segni gialli per dentro; prendila, e vattene alle statue, e con la penna toccavi gli occhi, che tantosto che tocchi gli arrai, nel primo stato ch’erano i fratelli ritorneranno vivi. — La giovane, alzatagli l’ala sinistra, trovò la penna come l’uccello detto le aveva; e andatasene alle figure di marmo, quelle ad una ad una con la penna toccò, e subito di statue uomini divennero. Veduti adunque nella pristina forma i fratelli ritornati, con somma allegrezza gli abbracciò e basciò. Avendo allora Serena avuto lo desiderato intento suo, da capo l’ugel bel verde pregò la donna di grazia che lo lasciasse in libertà, promettendole che se tal dono li concedeva, di giovarle molto, se in alcun tempo si trovasse aver bisogno del suo soccorso. Serena, non contenta di questo, rispose che mai lo liberarebbe, fino a tanto che non truvassino, chi è il padre e la madre loro: e che tal carico dovesse pazientemente sopportare. Era già nasciuta una gran discordia tra loro per lo avuto augello; ma dopo molti combattimenti, di commune consenso fu lasciato appresso la donna; la quale con non picciola solecitudine lo custodiva e caro lo teneva. Avuto dunque l’ugel bel verde, Serena e i fratelli montorono a cavallo ed a casa contenti si ritornorono.

Il re, che sovente passava davanti la casa de’ giovanetti, non vedendogli, assai si maravigliava; ed addimandati gli vicini che era avenuto di loro, gli fu risposo che non sapevano cosa alcuna, e che era molto tempo che non erano sta’ veduti. Ora essendo ritornati, non passorono duo giorni che furono veduti dal re; il quale gli addimandò che era stato di loro, che sí lungo tempo non si avevano lasciati vedere. A cui rispose Acquirino che alcuni strani accidenti che gli erano occorsi, erano stati la cagione: e se non erano andati da sua Maestà, sí come ella voleva ed era il desiderio suo, le chiedevano perdono, e volevano emendare ogni suo fallo. Il re, sentito il loro infortunio ed avutane compassione grande, non si parti di là che tutta tre gli volse al palagio a desinare seco. Acquirino, tolta celatamente l’acqua che balla, Pluvio il pomo che canta, e Serena l’ugel bel verde, con il re lietamente entrorono nel palagio, e si puosero sedere a mensa. La maligna madre e le invidiose sorelle, vedendo si bella figliuola e si leggiadri e politi giovanetti, i cui begli occhi risplendevano come vaghe stelle, ebbero sospetto grande, e passione non picciola sentirono nel cuore.

Acquirino, fornito il desinare, disse al re: — Noi vogliamo, innanzi che si leva la mensa, far vedere a vostra Maestà cose che le piaceranno molto; — e presa una tazza d’argento, e postavi dentro l’acqua che balla, sopra la mensa la pose. Fluvio, suo fratello, messa la mano in seno, estrasse il pomo che canta, ed appresso l’acqua lo mise. Serena, che in grembo teneva l’ugel bel verde, non fu tarda a ponerlo sopra la mensa. Quivi il pomo cominciò un soavissimo canto; e l’acqua al suono del canto cominciò maravigliosamente ballare. Di che il re ed i circostanti ne sentivano tanto piacere, che dalle risa non si potevano astenere. Ma affanno e sospizione non picciola crebbe allora alla nequitosa madre ed alle sorelle, perciò che dubitavano forte della vita sua. Finito il canto ed il ballo, l’ugel bel verde cominciò parlare, e disse: — O sacro re, che meritarebbe colui che di duo fratelli ed una sorella la morte procurata avesse? — A cui l’astuta madre del re primamente rispose: — Non altro che il fuoco; — e parimente tutte le altre cosí risposero. Ed allora l’acqua che balla ed il pomo che canta alzorono la voce, dicendo: — Ahi falsa madre di nequizia piena, te stessa la tua lingua condanna! e voi malvage ed invidiose sorelle con la comare a tal suplicio insieme dannate sarete. — Il che udendo, ’l re rimase tutto suspeso. Ma l’ugel bel verde, seguendo il suo parlare, disse: — Sacra Corona, questi sono i tre tuoi figliuoli che sommamente hai desiderati! Questi sono i tuoi figliuoli che nella fronte la stella portano! E la loro innocentissima madre è quella che sino a quest’ora è stata ed è sotto la fetente scaffa. — E fatta trarre la infelice reina del puzzolente luogo, orrevolmente la fece vestire; e vestita che fu, venne alla presenza del re: la quale, quantunque lungo tempo fusse stata prigione e mal trattata, nondimeno fu preservata nella primiera bellezza; ed in presenza di tutti lo ugel bel verde raccontò il caso dal principio sino alla fine, come era processo. Ed allora conoscendo il re il successo della cosa, con molte lagrime e singulti strettamente abbracciò la moglie ed i cari figliuoli. E l’acqua che balla, il pomo che canta e l’ugel bel verde, lasciati in abbandono, in un punto insieme disparvero. E venuto ii giorno seguente, il re comandò che in mezzo della piazza fusse un grandissimo fuoco acceso; indi ordinò che la madre e le due sorelle e la comare in presenza di tutto il popolo fussero senza compassione alcuna abbruggiate. Ed il re poi con la cara moglie e con gli amorevoli figliuoli lungo tempo visse; e maritata la figliuola onorevolmente, lasciò li figliuoli del regno unichi eredi. —

FAVOLA IV.

Nerino, figliuolo di Gallese re di Portogallo, innamorato di Genobbia

moglie di maestro Raimondo Brunello fisico, ottiene l’amore suo, ed

in Portogallo la conduce; e maestro Raimondo di cordoglio ne muore.

[Isabella:]

— Sono molti, dilettevoli donne, i quali per avere lungo tempo dato opera al studio delle buone lettere, si pensano molte cose sapere, e poi o nulla o poco sanno. E mentre questi tali credonsi signare in fronte, a sé stessi cavano gli occhi: sí come avenne ad uno medico molto scienziato nell’arte sua; il quale, persuadendosi di altrui uccellare, fu non senza sua grave danno ignominiosamente uccellato: sí come per la presente favola, che raccontarvi intendo, poterete pienamente comprendere.

Gallese, re di Portogallo, ebbe un figliuolo, Nerino per nome chiamato; ed in tal maniera il fece nudrire, che egli, sino a tanto che non pervenisse al decim’ottavo anno della sua età, non potesse vedere donna alcuna, se non la madre e la balia che lo nodricava. Venuto adunque Nerino alla età perfetta, determinò il re di mandarlo in studio a Padova, acciò che egli imparasse le lettere latine, la lingua ed i costumi italiani. E cosí com’egli determinò, cosí fece. Ora essendo il giovane Nerino in Padova, ed avendo presa amicizia di molti scolari che quotidianamente il corteggiavano, avenne che tra questi v’era un medico che maestro Raimondo Brunello fisico si nominava; e sovente ragionando tra loro diverse cose, si misero, come è usanza de’ giovani, a ragionare della bellezza delle donne: e chi diceva l’una e chi l’altra cosa. Ma Nerino, perciò che per lo adietro non aveva veduta donna alcuna eccetto la madre e la balia sua, animosamente diceva che per suo giudicio non si trovava al mondo donna che fusse più bella, più leggiadra e più attilata che la madre sua. Ed essendone state a lui dimostrate molte, tutte come carogne a comparazione della madre sua reputava. Maestro Raimondo, che aveva una moglie delle belle donne che mai la natura facesse, postasi la gorgiera delle ciance, disse: — Signor Nerino, io ho veduta una donna di tal bellezza, che quando voi la vedeste, forse non la riputereste meno, anzi più bella della madre vostra. — A cui rispose Nerino ch’egli credere non lo poteva che ella fosse più formosa della madre sua, ma che ben arrebbe piacere di vederla. A cui disse maestro Raimondo: — Quando vi sia a grado di vederla, mi offerisco di mostrarvela. — Di questo — rispose Nerino, — ne sarò molto contento, e vi ri marrò obligato. — Disse allora maestro Raimondo: — Poiché vi piace di vederla, verrete domattina nella chiesa del domo; che vi prometto che la vederete. — Ed andatosene a casa, disse alla moglie: — Dimane levati di letto per tempo, ed acconciati il capo, e fatti bella, e vestiti onoratissimamente, per ché io voglio che tu vadi nell’ora della messa solenne nel domo ad udir l’ufficio. — Genobbia, cosí era il nome della moglie di maestro Raimondo, non essendo usa di andare or quinci or quindi, ma la maggior parte si stava in casa a cusere e ricamare, molto di questo si maravigliò; ma perciò che cosí egli voleva ed era il desiderio suo, ella cosí fece: e si mise in punto e conciossi sí fattamente, che non donna, anzi dea pareva.

Andatasene adunque Genobbia nel sacro tempio, sí come il marito le aveva imposto, venne Nerino, figliuolo del re, in chiesa; e veduta Genobbia, tra sé stesso bellissima la giudicò. Partita la bella Genobbia, sopragiunse maestro Raimondo; ed accostatosi a Nerino, disse: — Or che vi pare di quella donna che ora è partita di chiesa? Parvi che ella patisca opposizione alcuna? È ella più bella della madre vostra? — Veramente — disse Nerino, — che ella è bella: e la natura più bella far non la potrebbe. Ma ditemi, per cortesia, di cui è ella moglie, e dove abita. — A cui maestro Raimondo non rispose a verso, perciò che dirglielo non voleva. Allora disse Nerino: — Maestro Raimondo mio, se voi non volete dirmi chi ella sia e dove abita, almeno contentatemi di questo, che io un’altra fiata la vegga. — Bene volontieri, — rispose maestro Raimondo; — dimane verrete qua in chiesa; ed io farò sí che come oggi la vedrete. — Ed andatosene a casa, maestro Raimondo disse alla moglie: — Genobbia, apparecchiati per domattina, che io voglio che tu vadi a messa nel domo; e se mai tu ti festi bella e pomposamente vestisti, fa che dimane il facci. — Genobbia di ciò, come prima, stavasi maravigliosa. Ma per ciò che importava il comandamento del marito, ella fece tanto quanto per lui imposto le fu. Venuto il giorno, Genobbia, riccamente vestita e vie più del solito ornata, in chiesa se n’andò. E non stette molto che Nerino venne; il quale, veggendola bellissima, tanto del lei amore se infiammò, quanto mai uomo di donna facesse. Ed essendo giunto maestro Raimondo, Nerino lo pregò che egli dir li dovesse chi era costei che sí bella a gli occhi suoi pareva. Ma fingendo maestro Raimondo di aver pressa per rispetto delle pratiche sue, nulla allora dir gli volse; ma lasciato il giovane cuocersi nel suo unto, lietamente si partí. Laonde Nerino, alquanto d’ira acceso per lo poco conto che maestro Raimondo aveva mostrato farsi di lui, tra sé stesso disse: — Tu non vuoi che io sappi chi ella sia e dove abiti; ed io lo saprò a tuo mal grado. — Ed uscito dalla chiesa, tanto aspettò, che la bella donna ancor uscí dalla chiesa fuori; e fattale riverenza, con modesto modo e volto allegro sino a casa l’accompagnò.

Avendo adunque Nerino chiaramente compresa la casa dove ella abitava, cominciò vagheggiarla; né sarebbe passato un giorno, ch’egli non fusse dieci volte passato dinanzi la casa sua. E desiderando di parlar con lei, andava imaginando che via egli potesse tenere per la quale l’onor della donna rimanesse salvo, ed egli ottenesse l’intento suo. Ed avendo pensato e ripensato, né trovando alcun remedio che salutifero li fusse, pur tanto fantasticò, che gli venne fatto di aver l’amicizia d’una vecchiarella, la quale aveva la sua casa all’incontro di quella di Genobbia. E fattile certi presentuzzi, e confermata la stretta amicizia, secretamente se ne andava in casa sua. Aveva la casa di questa vecchiarella una finestra la quale guardava nella sala della casa di Genobbia: e per quella a suo bell’agio poteva vederla andare su e giù per casa; ma non voleva scoprirsi per non darle materia di non lasciarsi più vedere. Stando adunque Nerino ogni giorno in questo secreto vagheggiamento, né potendo resistere all’ardente fiamma che gli abbrusciava il cuore, deliberò tra sé stesso di scriverle una lettera e girargliela in casa a tempo che gli paresse che il marito in casa non fusse. E cosí gliela gittò. E questo egli più volte fece. Ma Genobbia, senza altrimenti leggerla, né altro pensando, la gittava nel fuoco, e l’abbrusciava. E quantunque ella avesse tal effetto fatto più fiate, pur una volta le parve d’aprirgliene una e vedere quello che dentro si conteneva. E apertala, e veduto come il scrittore era Nerino, figliuolo del re di Portogallo, di lei fieramente innamorato, stette al quanto sopra di sé; ma poi considerando alla mala vita che il marito suo le dava, fece buon animo, e cominciò far buona ciera a Nerino; e dato un buon ordine, lo introdusse in casa. Ed il giovane le raccontò il sommo amore che egli le portava, ed i tormenti che per lei ogn’ora sentiva, e parimenti il modo come si fusse di lei innamorato. Ed ella, che bella, piacevole e pietosa era, il suo amore non gli negò.

Essendo adunque ambeduo d’un reciproco amore congiunti, e stando negli amorosi ragionamenti, ecco maestro Raimondo picchiare all’uscio. Il che Genobbia sentendo, fece Nerino coricarsi sopra il letto e, stese le cortine, ivi dimorare sino a tanto che il marito si partisse. Entrato il marito in casa, e prese alcune sue cosette, senza avedersene di cosa alcuna, si partí. Ed altresì fece Nerino. Venuto il giorno sequente, ed essendo Nerino in piazza a passeggiare, per aventura passò maestro Raimondo: a cui Nerino fece di cenno che gli voleva parlare; ed accostatosi a lui, li disse: — Messere, non vi ho io da dire una buona novella? — E che? — disse maestro Raimondo. — Non so io, — disse Nerino, — la casa di quella bellissima madonna? E non sono io stato in piacevoli ragionamenti con esso lei? e perciò che il suo marito venne a casa, ella mi nascose nel letto, e tirò le cortine, acciò che egli vedermi non potesse, e subito si partí. — Disse maestro Raimondo: — È possibil questo? — Rispose Nerino: — Possibil è, ed è il vero; né mai vidi la più festevole, né la più graziata donna di lei: se per caso, messere mio, voi andaste a lei, fate che mi racco mandate, pregandola che la mi conservi nella sua buona grazia. — A cui maestro Raimondo promesse di farlo; e di mala voglia da lui si partí. Ma prima disse a Nerino: — Gli tornarete più? — A cui rispose Nerino: —Pensatel voi. — Ed andatosene maestro Raimondo a casa, non volse dir cosa alcuna della moglie, ma aspettare il tempo di ritrovarli insieme.

Venuto il giorno sequente, Nerino a Genobbia ritornò; e mentre stavano in amorosi piaceri e dilettevoli ragionamenti, venne a casa il marito. Ma ella subito nascose Nerino in una cassa, a rimpetto della quale pose molte robbe che ella sborrava acciò che non si tarmassino. Il marito, fingendo di cercare certe sue cose, gittò sottosopra tutta la casa, e guatò sino nel letto; e nulla trovando, con più riposato animo si partí, ed alle sue pratiche se n’andò. E Nerino parimenti si partí. E ritrovato maestro Raimondo, gli disse: — Signor dottore, non sono io ritornato da quella gentildonna? e la invidiosa fortuna mi ha disconzo ogni piacere; perciò che il lei marito sopragiunse e disturbò il tutto. — E come facesti? — disse maestro Raimondo. — Ella, — rispose Nerino, — aperse una cassa e mi puose dentro; e rimpetto della cassa puose molte vestimenta che ella governava che non si tarmassino. Ed egli il letto sottosopra volgendo e rivolgendo, e nulla trovando, si partí. — Quanto questa cosa tormentosa fusse a maestro Raimondo, pensare il può chiunque ha provato amore.

Aveva Nerino a Genobbia donato un bello e prezioso diamante, il quale dentro la ligatura nell’oro aveva scolpito il capo e nome suo; e venuto il giorno, ed essendo maestro Raimondo andato alle sue pratiche, Nerino fu dalla donna in casa introdotto: e stando con esso lei in piaceri e grati ragionamenti, ecco il marito che ritorna a casa. Ma Genobbia, cattivella, aveggendosi della venuta sua, immantinente aperse un scrigno grande che era nella sua camera, e dentro lo nascose. E maestro Raimondo, entrato in casa, fingendo di cercare certe sue cose, rivolse la camera sottosopra; e nulla trovando, né in letto, né nelle casse, come sbalordito, prese il fuoco; ed a tutti i quattro cantoni della camera lo pose con determinato animo di abbrusciare la camera e tutto ciò che in quella si conteneva. Già i parieti e le travamenta cominciavano ardere, quando Genobbia, voltatasi contra il marito, disse: — Che vuol dir questo, marito mio? Siete forse voi diventato pazzo? Se pur voi volete abbrusciare la casa, brusciatela a vostro piacere: ma in fede mia non abbrusciarete quel scrigno dove sono le scritture che appartengono alla dote mia; — e fatti chiamare quattro valenti bastagi, gli fece traere di casa lo scrigno e ponerlo in casa della vicina vecchiarella; e celatamente lo aprí, che niuno se n’avide, e ritornossene a casa. L’insensato maestro Raimondo stava pur a vedere se usciva fuori alcuno che non gli piacesse: ma nulla vedeva, se non l’insopportabile fumo ed ardente fuoco che la casa abbrusciava. Erano già concorsi i vicini per estinguere il fuoco; e tanto si operorono, che finalmente lo spensero.

Il giorno sequente Nerino, andando verso il Prato dalla valle, in maestro Raimondo si abbattè; e salutatolo, disse: — Maestro mio, non vi ho io da raccontare una cosa che molto vi piacerà ? — E che ? — rispose maestro Raimondo. — Io disse Nerino, —ho fuggito il più spaventevole pericolo che mai fuggisse uomo che porti vita. Andai a casa da quella gentil madonna; e dimorando con esso lei in piacevoli ragionamenti, sopragiunse il suo marito: il quale, dopo ch’ebbe rivoltata la casa sottosopra, accese il fuoco, e poselo in tutti i quattro cantoni della camera, ed abbrusciò ciò che era in camera. — E voi — disse maestro Raimondo, — dove eravate? — Io — rispose Nerino, — era nascoso nel scrigno che ella fuori di casa mandò. — Il che maestro Raimondo intendendo, e conoscendo ciò che egli raccontava essere il vero, da dolore e passione si sentiva morire; ma pur non osava scoprirsi, perciò che desiderava di vederlo nel fatto. E dissegli: — Signor Nerino, vi ritornarete voi mai più? — A cui rispose Nerino: — Avendo io scampato il fuoco, di che più temenza debbo io avere? — Or messi da canto questi ragionamenti, maestro Raimondo pregò Nerino che si dignasse d’andare il giorno seguente a desinar seco; ed il giovane accettò volontieri l’invito.

Venuto il giorno seguente, maestro Raimondo invitò tutti i suoi parenti ed i parenti della moglie, ed apparecchiò un pomposo e superbo prandio: non già nella casa che era mezza abbrusciata, ma altrove; e comandò alla moglie che ancor ella venesse: ma che non dovesse sedere a mensa, ma che stesse nascosta e preparasse quello che faceva mestieri. Raunati adunque tutti i parenti ed il giovane Nerino, furono posti a mensa; e maestro Raimondo con la sua maccaronesca scienza cercò di inebriare Nerino per poter poi fare il parer suo. Laonde avendoli più volte pòrto maestro Raimondo il bicchiere pieno di malvatico vino, ed avendolo Nerino ogni volta bevuto, disse maestro Raimondo: — Deh, signor Nerino, raccontate un poco a questi parenti nostri una qualche novelluzza da ridere. — Il povero giovane Nerino, non sapendo che Genobbia fusse moglie di maestro Raimondo, cominciò raccontargli l’istoria: riservando però il nome di ciascuno. Avenne che uno servente andò in camera dove Genobbia dimorava, e dissele: — Madonna, se voi foste in un cantone nascosta, voi sentireste raccontare la più bella novella che mai udiste alla vita vostra; venete, vi prego. — Ed andatasene in un cantone, conobbe che la voce era di Nerino suo amante, e che l’istoria ch’egli raccontava, a lei perteneva. E la donna prudente e saggia tolse il diamante che Nerino donato li aveva, e poselo in una tazza d’argento piena d’una delicata bevanda, e disse al servente: — Prendi questa tazza, e recala a Nerino, e digli che egli la beva, che poi meglio ragionerà. — Il servente, presa la tazza, portolla alla mensa; e volendo Nerino bere, disse il servente: — Pigliate questa tazza, signore, che poi meglio ragionarete. — Ed egli, presa la tazza, beve tutto il vino; e veduto e conosciuto il diamante che vi era dentro, lo lasciò andare in bocca; e fingendo di nettarsi la bocca, lo trasse fuori e se lo mise in dito. Ed accortosi Nerino che la bella donna di cui ragionava era moglie di maestro Raimondo, più oltre passare non volse; e stimolato da maestro Raimondo e dai parenti che l’istoria cominciata seguisse, egli rispose: — Eh sí, eh sí! cantò il gallo, e subito fu dí; e dal sonno risvegliato, altro più non udì. — Questo udendo i parenti di maestro Raimondo, e prima credendo che tutto quello che Nerino gli aveva detto della moglie esser vero, trattorono l’uno e l’altro da grandissimi embriachi.

Dopo alquanti giorni Nerino trovò maestro Raimondo; e fingendo di non sapere che egli fusse marito di Genobbia, dissegli che fra due giorni era per partirsi, perciò che il padre scritto gli aveva che al tutto tornasse nel suo reame. Maestro Raimondo li rispose che fusse il ben andato. Nerino, messo secreto ordine con Genobbia, con lei se ne fuggì; ed in Portogallo la trasferì, dove con somma allegrezza longamente vissero. E maestro Raimondo, andatosene a casa e non trovata la moglie, fra pochi giorni disperato se ne morí. —

FAVOLA V.

Flamminio Veraldo si parte da Ostia, e va cercando la morte; e non la trovando,

nella vita s’incontra: la qual gli fa vedere la paura e provare la morte.

[Lionora:]

— Sono molti che con ogni loro studio e diligenza attentamente vanno cercando alcune cose, le quai, dopo che trovate le hanno, non vorrebbero averle trovate: anzi, si come il demonio l’acqua santa, le fuggono a più potere. Il che avenne a Flamminio; il quale, cercando la morte, trovò la vita, che gli fé’ vedere la paura e la morte provare: sí come per la presente favola poterete intendere.

In Ostia, città antica, non molto lontana da Roma, sí come tra’ volgari si ragiona, fu già un giovane, più tosto semplice e vagabondo che stabile ed accorto; e Flamminio Veraldo era per nome chiamato. Costui più e più volte aveva inteso che nel mondo non era cosa alcuna più terribile e più paventosa dell’oscura ed inevitabile morte; perciò che ella, non avendo rispetto ad alcuno, o povero o ricco che egli si sia, a niuno perdona. Laonde, pieno di maraviglia, tra sé stesso determinò al tutto di trovare e vedere che cosa è quello che da’ mortali morte s’addimanda. E addobbatosi di grossi panni, e preso un bastone d’un forte cornio bene afferrato in mano, da Ostia si partí. Avendo già Flamminio molte miglia camminato, giunse ad una strada, nel cui mezzo vide un calzolaio in una bottega che calzari e uosa faceva. Il quale, quantunque grandissima quantità di fatti ne avesse, pur in farne degli altri tuttavia s’affaticava. Flamminio, accostatosi a lui, disse: — Iddio vi salvi, maestro. — A cui il calzolaio: — Siate il benvenuto, figliuol mio. — A cui Flamminio replicando disse: — E che fate voi? — Io lavoro — rispose il calzolaio, — e stento per non stentare; e pur io stento e m’affatico per far de’ calzari. — Disse Flamminio: — E per far che? voi tanti n’avete; ed a che farne più? — A cui rispose il calzolaio: — Per portarli, per venderne per sostentamento e di me e della mia famiglia ed acciò che, quando sarò vecchio, mi possi sovenire del danaro guadagnato. — E poi — disse Flamminio, — che sarà? — Morire, — rispose il calzolaio. — Morire? — replicando disse Flamminio. — Sí, — rispose il calzolaio. — O maestro mio, — disse allora Flamminio, — mi sapreste voi dire che cosa è questa morte? — In vero no, —rispose il calzolaio. — L’avete voi giamai veduta?— disse Flamminio. — Io né la vidi, né vederla né provarla mai vorrei; che dicesi da tutti ugualmente che ella è una strana e paventosa bestia. — Allora disse Flamminio: — Me la sapereste voi almeno insegnare, o dirmi dove ella si trovi? perciò che giorno e notte per monti, per valli, per stagni la vo cercando, e novella alcuna di lei non posso persentire. — A cui rispose il calzolaio: — Io non so dove la stia, né dove ella si trovi, né come fatta sia; ma andatevene più innanzi, che forse la trovarete. —

Tolta adunque licenza Flamminio e partitosi dal calzolaio, andossene più oltre, dove trovò un folto ed ombroso bosco; ed entratovi dentro, vide un contadino che aveva tagliate molte legna da brusciare, ed a più potere ne andava tagliando. E salutatosi l’uno e l’altro, disse Flamminio: — Fratello, che vuoi far tu di tanta legna? — A cui il contadino rispose: — Io l’apparecchio per fare del fuoco questo verno, quando saranno le nevi, i ghiacci e il bruma malvagio, acciò che io possa scaldare e me e li miei figliuoli, e lo soprabbondante vendere per comprare pane, vino, vestimenti ed altre cose necessarie per lo viver quotidiano, e cosí passare la vita nostra sino alla morte. — Deh, per cortesia, — disse Flamminio, — mi sapereste insegnare dove si trovi questa morte? — Certamente no, — rispose il contadino; — perciò che io non la vidi mai, né so dove ella dimori. Io stanzio in questo bosco tutto il giorno, ed attendo allo esercizio mio, e pochissime persone passano per questi luoghi, e manco ne conosco. — Ma come potrò far io a trovarla? — disse Flamminio. A cui il contadino rispose: — Io non ve lo saprei dire, né meno insegnare; ma camminate più innanzi, che forse in lei vi incapparete. —

E tolta licenza dal contadino, si partí; e tanto camminò, che giunse ad uno luogo dove era un sarto, che aveva molte robbe su per le stanghe ed uno fondaco di varie e bellissime vestimenta pieno. A cui disse Flamminio: — Iddio sia con voi, maestro mio. — A cui lo sarto: — E con voi sia ancora. — E che fate voi — disse Flamminio, — di sí belle e ricche robbe e sí onorate vestimenta? sono tutte vostre? — A cui rispose il maestro: — Alcune sono mie, alcune di mercatanti, alcune di signori ed alcune di diverse persone. — E che ne fanno di tante? — disse il giovane. A cui lo sarto rispose: — Le usano ne’ diversi tempi; — e mostrandogliene diceva: — Queste lo state, quelle lo verno, quest’altre da mezzo tempo, e quando l’una e quando l’altra si vesteno. — E poi, che fanno? — disse Flamminio. — E poi — rispose lo sarto, — vanno cosí scorrendo sino alla morte. — Sentendo nominare Flamminio la morte, disse: — O dolce mio maestro, mi sapereste voi dire dove si trovi questa morte? — Rispose lo sarto, quasi d’ira acceso e tutto turbato: — O figliuolo mio, voi andate addimandando le strane cose. Io non ve lo so dire né insegnare, dove si trovi; né di lei giamai pur penso, e chiunque me ne ragiona di lei, grandemente mi offende; però ragioniamo d’altro, o partitevi di qua, che io sono nemico de tai ragionamenti. — E preso commiato da lui, si partí. Aveva già scorso Flamminio molti paesi, quando aggiunse ad uno luogo deserto e solitario, dove trovò un eremita con la barba squallida, e dagli anni e dal digiuno tutto attenuato, aveva la mente solo alla contemplazione; e pensò che egli nel vero fosse la morte. A cui Flamminio disse: — Voi siate il ben trovato, padre santo.—E voi il ben venuto, mio figliuolo, — rispose lo eremita. — O padre mio, — disse Flam minio, — e che fate voi in questo alpestre ed inabitabile luogo, privo d’ogni diletto e d’ogni consorzio umano? — Io mi sto — rispose lo eremita, — in orazioni, in digiuni, in contemplazioni.— E per far che? — disse Flamminio. — Oh, perché, figliuolo mio? per servir a Dio e macerar questa misera carne — disse l’eremita, — e far penitenza di tante offese fatte all’eterno e immortal Iddio ed al vero figliuolo di Maria: e finalmente per salvar quest’anima peccatrice, acciò che, quando verrà il tempo della morte mia, io glie la renda monda d’ogni difetto, e nel tremendo giorno del giudizio, per grazia del mio redentore, non per meriti miei, mi faccia degno della felice e trionfante patria, ed ivi goda i beni di vita eterna: alla quale Iddio tutti ci conduchi. — O dolce padre mio, ditemi un poco, — disse Flamminio, — se non v’è a noia: che cosa è questa morte, e come è fatta ella? — A cui lo santo padre: — O figliuol mio, non ti curar di saperlo; perciò che ella è una terribile e paventosa cosa, e s’addimanda da’ sapienti ultimo termine de’ dolori, tristezza dei felici, desiderio dei miseri, e fine estremo delle cose mondane. Ella divide l’amico dall’amico, separa il padre dal figliuolo ed il figliuolo dal padre; spartisce la madre dalla figliuola e la figliuola dalla madre, scioglie il vincolo matrimoniale, ed al fine disgiunge l’anima dal corpo; e il corpo sciolto dall’anima non può più operare, ma viene sí putrido e sí puzzolente, che tutti l’abbandonano e come cosa abbominevole il fuggono. — Avetela mai veduta voi, padre? — disse Flamminio. — Ma di no, — rispose lo eremita. — Ma come potrò io fare di vederla? — disse Flamminio. — Ma se voi desiderate, figliuolo mio, — disse lo eremita, — di trovarla, andatevene più oltre, che voi la trovarete; perciò che l’uomo, quanto più in questo mondo cammina, tanto più s’avicina a lei. — Il giovane, ringraziato ch’ebbe il santo padre e tolta la sua benedizione, si partí.

Continovando adunque Flamminio il suo viaggio, trapassò molte profonde valli, sassose montagne ed inospiti boschi, vedendo vari e paventosi animali, dimandando a ciascuno s’egli era la morte. A cui tutti rispondevano, non esser lei. Or avendo scorso molti paesi e vedute molte strane cose, finalmente giunse ad una montagna di non picciola altezza; e quella trapassata, discese giù in una oscura e profondissima valle, chiusa di alte grotte, dove vide una strana e mostruosa fiera, la quale con i suoi gridi faceva rimbombare tutta quella valle. A cui Flamminio disse: — Chi sei tu? Olà, saresti mai tu la morte? — A cui la fiera rispose: — Io non sono la morte, ma segui il tuo cammino, che tosto la troverai. — Udita Flamminio la desiderata risposta, molto s’allegrò.

Era già il miserello, per la lunga fatica e duro strazio per lui sostenuto, stanco e semi morto, quando come desperato giunse ad un’ampia e spaziosa campagna; ed asceso un dilettevole e fiorito poggetto, non molto eminente, e remirando or quinci or quindi, vide le mura altissime di una bellissima città che non era molto lontana: e postosi a camminare con frettoloso passo, nel brunire della sera ad una delle porte pervenne, la quale era adornata di finissimi e bianchi marmi. Ed entratovi dentro, con licenza però del portinaio, nella prima persona ch’egli s’abbattè, s’incappò in una vecchiarella molto antica e piena di grand’anni, di volto squallida; ed era sí macilenta e macra, che per la sua macrezza tutte le ossa ad una ad una si arebbono potute annoverare. Costei aveva la fronte rugosa, gli occhi biechi, lagrimosi e rossi che la porpora somigliavano, le guanze crespe, le labbra riversate, le mani aspere e callose, il capo e la persona tutta tremante, lo andar suo curvo, e di panni grossi e bruni addobbata. Oltre ciò ella teneva dal lato manco una affilata spada e nella destra mano un grosso bastone, nell’estremità del quale eravi una punta di ferro, fatta in vece d’un trimanino, sopra del quale alle volte si riposava. Appresso questo, ella aveva dietro le spalle una grandissima bolgia, nella quale riservava ampolle, vasetti ed albarelli tutti pieni di vari liquori, unguenti, em piastri, a diversi accidenti appropriati. Veduta ch’ebbe Flamminio questa vecchia disdentata e brutta, imaginossi che ella fosse la morte che egli cercando andava; ed accostatosi a lei, disse: — O madre mia, Iddio vi conservi. — A cui con chioccia voce la vecchiarella rispose: — Ancora te, figliuolo mio, Iddio salvi e mantenga. — Sareste voi per aventura la morte, madre mia? —disse Flamminio. — No, —rispose la vecchiarella.— Anzi io sono la vita. E sappi che io mi trovo aver qua dentro in questa bolgia che io porto dietro le spalle, certi liquori ed unzioni, che, per gran piaga che l’uomo abbi nella persona, io con amorevolezza la risano e saldo, e per gran doglia ch’egli parimenti si senta, in picciol spazio d’ora levoli ogni dolore. — Disse allora Flamminio: — O dolce madre mia, mi sapreste voi insegnare dove ella si trovi ? — E chi sei tu che cosí instantemente mi dimandi? — disse la vecchiarella. A cui Flamminio rispose: — Io sono un giovanetto che già sono passati molti giorni, mesi, anni che la vo cercando: né mai ho potuto trovare persona in luogo alcuno, che me l’abbia saputa insegnare. Laonde, se voi siete quella, ditemelo per cortesia; perciò che assai desidero e di vederla e di provarla, acciò che io sappia se ella è cosí difforme e paventosa, siccome da ciascuno è tenuta. — La vecchiarella, udendo la sciocchezza del giovine, dissegli: — Quando ti aggrada, figliuolo mio, farottila vedere quanto ella è brutta: e quanto paventosa, ancora provare. — A cui Flamminio: — O madre mia, non mi tenete più a bada; omai fate che io la veggia. — La vecchiarella per compiacergli lo fece ignudo spogliare. Mentre che il giovanetto si spogliava, ella certi suoi empiastri, a diverse infermità oppurtuni, incorporò; e preparato il tutto, disse gli: — Chinati giù, figliuolo mio. — Ed egli ubidiente s’inchinò. — Piega la testa e chiudi gli occhi, — disse la vecchia; e cosí fece. Né appena aveva fornito di dire, che prese la coltella che dal lato teneva, ed in un colpo il capo gli spiccò dal busto. Dopo, presa immantinente la testa, e postala sopra il busto, l’impiastracciò di quegli empiastri che preparati aveva, e con agevolezza il risanò. Ma come il fatto andasse, dir non so: o che fusse per la prestezza della maestra in ritornar il capo al busto, o perché ella astutamente il facesse, la parte della testa posteriore mise nell’anteriore. Onde Flamminio, guatandosi le spalle e le reni e le grosse natiche e scolpite in fuori che per addietro vedute non aveva, in tanto tremore e pavento si puose, che non trovava luoco dove nascondere si potesse; e con dolorosa e tremante voce diceva alla vecchia: — Ohimè, madre mia, ritornatemi come era prima; ritornatemi per lo amore d’Iddio, perciò che io non vidi mai cosa più difforme né più paventosa di questa! Deh! removetemi, vi prego, da questa miseria nella quale inviluppato mi veggio. Deh! più non tardate, dolce madre mia, porgetemi soccorso, che agevolmente porgere me lo potete! — La vecchiarella astuta taceva, fingendo tuttavia di non essersi aveduta del commesso fallo, e lasciavalo ramaricarsi e cuocersi nel suo unto. Finalmente, avendolo cosí tenuto per spazio di ore, e volendoli remediare, da capo il fece inchinare; e messa mano alla tagliente spada, la testa gli troncò dal busto. Dopo, presa la testa in mano, ed accostatala al busto ed unta con suoi empiastri, nel primo suo esser ritornare il fece. Il giovane, vedendosi ridotto nel pristino suo stato, de’ suoi panni si rivestí; ed avendo veduta la paura, e per esperienza provato quanto brutta e paventosa era la morte, senza altro commiato prendere dalla vecchiarella, per la più breve ed ispedita via ch’egli seppe e puote, ad Ostia se ne ritornò: cercando per lo innanzi la vita e fuggendo la morte, dandosi a migliori studi di quello che per lo adietro fatto aveva. —

IL FINE DELLA QUARTA NOTTE.

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NOTTE QUINTA

Il sole, bellezza del ridente cielo, misura del volubil tempo e vero occhio del mondo, da cui la cornuta luna ed ogni stella riceve il suo splendore, oggimai aveva nascosi i rubicondi ed ardenti raggi nelle marine onde, e la fredda figliuola di Latona, da risplendenti e chiare stelle intorniata, già illuminava le folte tenebre della buia notte, ed i pastori, lasciate le spaziose ed ampie campagne e le brinose erbette e le fredde e limpid’acque, si erano con il lor gregge tornati agli suoi usati casamenti, e lassi e stanchi dalle fatiche del giorno sopra i molli e teneri giunchi profondamente dormivano, quando la bella ed onore vole compagnia, posto giù ogni altro pensiero, con frezzoloso passo al concistorio si ridusse. E fatto motto alla signora che tutti già erano raunati, e tempo era omai di ridursi a favoleggiare, la signora, dalle altre donne onoratissimamente accompagnata, tutta festevole e ridente, con lento e tardo passo nella camera del ridotto si venne. E con lieto viso l’amichevole compagnia graziosamente salutata, si mise a sedere; indi comandò che l’aureo vaso le fusse recato: e postovi dentro di cinque damigelle il nome, il primo ad Eritrea toccò per sorte; l’altro ad Alteria fu deputato; il terzo a Lauretta; il quarto ad Arianna concesse il fato, ed a Cateruzza l’ultimo luoco diede il cielo per elezione. Dopo, al suono de’ soavi flauti con lento passo si diedero tutti al carolare; e poscia ch’ebbero con fe stevoli ed amorosi ragionamenti carolato alquanto, tre delle damigelle, presa prima buona licenza dalla signora, la presente canzone soavemente cantorono:

Quando Amor, donna, ad ora ad ora muove

vostro leggiadro e nobile sembiante

e quelle luci sante

ne’ quai mia vita e la mia morte prendo,

Da quelle viste mansuete e nuove

giungemi al cuor un sí vago pensiero,

ch’or mansueto or fiero

con la speranza e van desir contendo;

e cosí dolcemente allor m’incendo

d’una speme si ferma e sí sicura,

che più null’altra cura

mi può dall’uso mio far cangiar stato.

Onde ringrazio il dí, natura e il cielo,

che per mio divin fato

fui preso e impiuto d’un sí dolce zelo.

 Dapoi che le tre donzelle posero fine all’amorosa canzone, che per sospiri da presso l’aere rompea, la signora fece cenno ad Eritrea, a cui per sorte aveva toccato il primo luogo della presente notte, che a favoleggiare desse incominciamento. La quale, vedendo di non potersi iscusare, per non turbare il già principiato ordine, messa da canto ogni perturbazione d’animo, cosí a dire incominciò:

FAVOLA I.

 Guerrino, unico figliuolo di Filippo Maria re di Cicilia, libera un uomo

salvatico dalla prigione del padre; e la madre per temenza del re

manda il figliuolo in essilio. E lo salvatico uomo, fatto domestico,

libera Guerrino da molti ed infiniti infortuni.

 — Festevoli e graziose donne, ho inteso per fama ed anche veduto per isperienza, un ben servire altrui, quantunque non si riconosca la persona a cui si serve, il più delle volte ridondare in grandissimo beneficio di colui che fidelmente ha servito. Il che avenne al figliuolo d’un re; il quale avendo liberato un salvatico uomo dalla dura e stretta prigione del padre, egli più volte da violente morte fu campato da lui: si come per la presente favola, che raccontarvi intendo, agevolmente intenderete: essortandovi amorevolmente tutte che nel servire non vogliate esser ritrose, perciò che, se da colui che ha ricevuto il servigio guidardonate non sarete, almeno Iddio, rimuneratore del tutto, non lasciarà le fatiche vostre irremunerate, anzi parteciperà con esso voi la sua divina grazia.

Cicilia, donne mie care, sí come a ciascheduna di voi puol esser chiaro, è una isola perfetta ed ubertosa, e per antichità tutte le altre avanza; ed in essa sono molte città e castella, che molto più di quello che ella sarebbe, l’abbelliscono. Di questa isola, ne’ passati tempi era signore re Filippo Maria, uomo saggio, amorevole e singolare; ed aveva per moglie una donna molto gentile, graziosa e bella, e di lei ebbe un solo figliuolo, Guerrino per nome chiamato. Il re d’andare alla caccia vie più che ogni altro signore si dilettava, perciò che era robusto e forte, e tal essercizio molto li conveniva. Ora avenne che, ritrovandosi in caccia con diversi suoi baroni e cacciatori, vide uscire fuori del folto bosco un uomo salvatico assai grande e grosso, e sí difforme e brutto, che a tutti grandissima ammirazione rendeva, e di corporali forze ad alcuno non era inferiore. E messosi in ordine il re con duo suoi baroni e dei migliori che ci avesse, animosamente l’affrontò, e dopo lungo combattimento, valorosamente lo vinse: e preso de sue mani e legato, al palazzo lo condusse; e trovata stanza a lui convenevole e sicura, dentro lo mise, e ben chiuso con fortissime chiavi, ordinò che ben custodito e atteso fusse. E perché il re lo aveva sommamente caro, volse che le chiavi rimanessino in custodia della reina; né era giorno che il re per suo trastullo non l’andasse a vedere alla prigione. Non passorono molti giorni, che il re da capo si mise in punto per andare alla caccia; ed apparecchiate quelle cose che in tal facenda fanno bisogno, con la nobile compagnia si parti: raccomandate però prima le chiavi della prigione alla reina.

Mentre che il re era alla caccia, venne gran voglia a Guerrino, che giovanetto era, di vedere l’uomo salvatico; ed andatosene solo con l’arco, di cui molto si dilettava, e con una saetta in mano alla ferriata della prigione dove abitava il mostro, lo vide, e con esso lui incominciò domesticamente ragionare. E cosí ragionando, l’uomo salvatico, che l’accarezzava e losingava, destramente la saetta, che riccamente era lavorata, di mano li tolse. Onde il fanciullo cominciò dirottamente a piangere, né si poteva dalle lagrime astenere, chiedendogli che li dovesse dare la sua saetta. Ma l’uomo salvatico disse:

— Se tu mi vuoi aprire e liberarmi di questa prigione, io ti restituirò il tuo strale; altrimenti, non te lo renderò mai. — A cui disse il fanciullo: — Deh, come vuoi tu ch’io t’apri e liberi, se io non ho il modo di liberarti? — Allora disse il salvatico uomo: — Quando ti fusse in piacere di sciogliermi e liberarmi di questo angusto luogo, io bene t’insegnarei il modo che tosto liberare mi potresti. — Ma come? — rispose Guerrino; — dammi il modo. — A cui disse il salvatico uomo; — Va dalla reina tua madre; e quando addormentata la vederai nel meriggio, destramente guata sotto il guanciale sopra il quale ella riposa, e chetamente, che ella non ti senta, furale le chiavi della prigione, e recale qui, ed aprimi: che, aperto che tu mi averai, subito ti restituirò il tuo strale. E di questo servizio a qualche tempo forse ti potrò remeritare. — Guerrino, bramoso di avere lo suo dorato strale, più oltre, come fanciullo, non si pensò: ma senza indugio alcuno corse alla madre; e trovatala che dolcemente riposava, pianamente le tolse le chiavi, e con quelle se ne ritornò al salvatico uomo; e dissegli: — Ecco le chiavi. Se io quinci ti scioglio, va tanto lontano, che di te più odor alcuno non si senta; perciò che se il padre mio, ch’è gran maestro di cacce, ti ritrovasse e prendesse, agevolmente uccider ti farebbe. — Non dubitar, figliuolo mio, —disse il salvatico uomo, — che tantosto ch’aperto avrai la prigione, che disciolto mi veggia, io ti darò la tua saetta, e io me ne andrò sí lontano, che mai più né da tuo padre, né d’altrui sarò accolto.— Guerrino, che aveva le forze virili, tanto s’affaticò, che finalmente aperse la prigione; e l’uomo salvatico, resoli la saetta e ringraziatolo molto, si partí.

Era l’uomo salvatico uno bellissimo giovane, il quale, per disperazione di non poter acquistare l’amore di colei che cotanto amava, lasciati gli amorosi pensieri e gli urbani solazzi, si era posto tra le boscarecce belve, abitando l’ombrose selve ed i folti boschi, mangiando l’erbe e bevendo l’acqua a guisa di bestia. Laonde il miserello aveva fatto il pelo grossissimo e la cotica durissima e la barba folta e molto lunga; e per li cibi d’erba la barba, il pelo ed i capelli erano sí verdi divenuti, che era cosa mostruosa a vederlo.

Destata la reina e messa la mano sotto il guanciale per prender le chiavi che sempre a lato teneva, e non trovandole, molto si maravigliò; e ravogliendo il letto sotto sopra, e nulla trovando, come pazza alla prigione se n’andò, e trovandola aperta e non vedendo l’uomo salvatico, da dolore si sentiva morire; e scorseggiando per lo palazzo or quinci or quindi, addimandava or a questo or a quello chi era stato quel sí temerario ed arrogante, che gli aveva bastato l’animo di togliere le chiavi della prigione senza sua saputa. A cui nulla sapere tutti rispondevano. E incontratosi Guerrino nella madre, e vedendola tutta di furore accesa, disse: — Madre mia, non  incolpate veruno dell’aperta prigione, perciò che, s’alcuno merita punizione alcuna, io sono quello che debbo patire, perché  io sono stato l’apertore. — La reina, ciò udendo, molto maggiormente se ne dolse, temendo che ’l re, venendo dalla caccia, il figliuolo per sdegno non uccidesse; perciò che le chiavi a lei quanto la persona propria raccomandate aveva. Laonde la reina, credendo schifare uno picciolo errore, in un altro assai maggiore incorse; perciò che, senza metter indugio alcuno, chiamò duo suoi fidelissimi serventi ed il figliuolo; e dategli infinite gioie, e danari assai, e cavalli bellissimi, il mandò alla buona ventura, pregando cordialissimamente li serventi che il suo figliuolo raccomandato gli fusse.

Appena che ’l figliuolo era dalla madre partito, che il re dalla caccia al palazzo aggiunse; e sceso giù del cavallo, subito se n’andò alla prigione per vedere l’uomo salvatico: e trovatala aperta, e veduto che egli era fuggito, s’accese di tanto furore, che nell’animo suo al tutto propose di uccidere colui che di cotal errore era stato cagione. E andatosene alla reina che in camera mesta si stava, l’addimandò chi era stato colui sí sfacciato, sí arrogante e sí temerario, che gli abbia bastato il cuore d’aprir la prigione e dar causa che l’uomo salvatico fuggisse. La reina con tremante e debole voce rispose: — Non vi turbate, o re, che Guerrino, com’egli confessato mi ha, di ciò n’è stato cagione; — e gli raccontò tanto quanto per Guerrino narrato le fu. Il che il re intendendo, molto si risentí. Poscia la reina soggiunse che per timore ch’egli non uccidesse il figliuolo, in lontane parti mandato l’aveva e che era accompagnato da duo fedelissimi serventi carichi di gioie e di danari assai per le loro bisogna. Al re, intendendo questo, doglia sopra doglia crebbe, e nulla quasi mancò che non cadesse in terra e non venisse pazzo; e se non fussero stati i corteggiani che lo ritennero, agevolmente alla dolorata moglie in quel punto la morte data arrebbe. Ritornato il povero re alquanto in sé, e posto giù ogni sfrenato furore, disse alla reina: —O donna, che pensiero è stato il vostro in mandare in luoghi non conosciuti il commune figliuolo? Credevate voi forse che io facessi più conto d’uno uomo salvatico, che delle proprie carni? — E senz’altra risposta aspettare, comandò che molti soldati subito montassero a cavallo, ed in quattro parti si dividessero, e con ogni diligenza cercassero si trovare lo potevano. Ma invano si affaticorono; perciò che Guerrino con gli serventi andavasi nascoso, né d’alcuno si lasciava conoscere.

Cavalcando adunque il buon Guerrino con gli serventi suoi, e passando valli, monti e fiumi, e dimorando ora in un luogo ed ora in uno altro, pervenne all’età di sedeci anni; e tanto era bello, che pareva una matutina rosa. Non stette guari, che venne un diabolico pensiero agli serventi di uccidere Guerrino, e prendere le gioie ed i danari e tra loro dividerli. Ma il pensiero gli andò buso, perciò che per divino giudizio non si potero mai convenir insieme. Avenne che per sua buona sorte passò allora un vago e leggiadro giovanetto, che era sopra d’un superbo cavallo e pomposamente ornato; ed inchinato il capo, diede un bel saluto a Guerrino, dicendo: — O gentil cavaliere, quando non vi fosse a noia, io mi accompagnerei volontieri con voi. — A cui Guerrino rispose: — La gentilezza vostra non permette che io ricusi sí fatta compagnia: anzi io vi ringrazio, e vi chieggo di grazia speziale che voi vi dignate di venire con esso noi. Noi siamo forastieri, né sappiamo le strade, e voi per cortesia vostra ne le insegnarete: e cosí cavalcando, ragionaremo insieme alcuno nostro accidente occorso, ed il viaggio ci sarà men noioso. — Questo giovanetto era il salvatico uomo che fu da Guerrino della prigione di re Filippo Maria sciolto. Costui, per vari paesi e luochi strani errando, fu per aventura veduto da una bellissima fata, ma inferma alquanto; la quale, avendolo sí difforme e brutto considerato, rise della sua bruttura sí neramente, che una postema vicina al cuore se le ruppe, che agevolmente affocata l’arebbe. Ed in quel punto da tal infirmità, non altrimenti che se per l’adietro male avuto non avesse, libera e salva rimase. Laonde la bella fata, in ricompensamento di tanto beneficio ricevuto, non volendo parer ingrata, disse: — Oh uomo ora sí difforme e sozzo, e della mia desiderata sanità cagione, va, e per me sii fatto il più bello, il più gentile, il più savio e grazioso giovane che trovar si possa; e di tutta quella autorità e potere che mi è dalla natura concesso, io ti fo partecipe, potendo tu fare e disfare ogni cosa ad ogni tuo piacere. — Ed appresentatogli un superbo e fatato cavallo, lo licenziò che dovesse andare ovunque a grado li paresse.

Cavalcando adunque Guerrino co ’l giovanetto e non conoscendolo, ancor che egli conoscesse lui, finalmente pervenne ad una fortissima città, Irlanda chiamata; la quale a quei tempi Zifroi re signoreggiava. Questo re Zifroi aveva due figliuole vaghe di aspetto e gentili di costumi, e di bellezza Venere avanzavano: l’una de’ quai Potenziana, l’altra Eleuteria si chiamava; ed erano sí amate dal re, che per l’altrui occhi non vedeva se non pe’ loro. Pervenuto adunque Guerrino alla città d’Irlanda col giovane isconosciuto e con gli serventi, prese l’alloggiamento di un oste, il più faceto uomo che in Irlanda si trovasse; e da lui tutti furono onorevolmente trattati. Venuto il giorno sequente, il giovanetto isconosciuto finse di voler partire e andarsene in altre parti; e prese commiato da Guerrino, ringraziandolo molto della buona compagnia avuta da lui. Ma Guerrino, che oramai gli aveva preso amore, in maniera alcuna non voleva che si partisse; e tanto l’accarezzò, che di rimanere seco acconsentí.

Trovavansi nel territorio irlandese duo feroci e paventosi animali: de’ quai l’uno era un cavallo salvatico e l’altro una cavalla similmente salvatica; ed erano di tanta ferocità e coraggio, che non pur le coltivate campagne affatto guastavano e dissipavano, ma parimenti tutti gli animali e le umane creature miseramente uccidevano. Ed era quel paese per la loro ferocità a tal condizione divenuto, che non si trovava uomo che ivi abitar volesse: anzi i propi paesani abbandonavano i loro poderi e le loro care abitazioni, e se ne andavano in alieni paesi. E non vi era uomo alcuno sí potente e robusto, che raffrontarli non che ucciderli ardisse. Laonde il re, vedendo il paese tutto nudo sí di vittovaria come di bestie e di creature umane, né sapendo a tal cosa trovar rimedio alcuno, si ramaricava molto, biastemando tuttavia la sua dura e malvagia fortuna. I duo serventi di Guerrino, che per strada non avevano potuto adempire il loro fiero proponimento per non potersi convenire insieme e per la venuta dell’incognito giovanetto, s’imaginorono di far morire Guerrino, e rimaner signori delle gioie e danari; e dissero tra loro: — Vogliamo noi vedere si potiamo in guisa alcuna dare la morte al nostro patrone? — E non trovando modo né via che gli sodisfacesse, perciò che stavano in pericolo della vita loro se l’uccidevano, s’imaginorono di ragionar secretamente con l’oste, e raccontargli come Guerrino suo patrone è uomo prode e valente, e più volte con esso loro si aveva vantato di poter uccidere quel cavallo salvatico senza danno di alcuno. — E questa cosa agevolmente potrà venire alle orecchie del re: quale, bramoso della morte degli duo animali e della salute di tutto il suo territorio, farà venire a sé Guerrino, e vorrà intendere il modo che si ha a tenere; ed egli non sapendo che fare né che dire, facilmente lo farà morire, e noi delle gioie e danari saremo possessori. —

E sí come deliberato avevano, cosí fecero. L’oste, inteso questo, fu il più allegro ed il più contento uomo che mai la natura creasse; e senza mettere intervallo di tempo, corse al palazzo; e fatta la debita riverenza con le ginocchia in terra, secretamente gli disse: — Sacra Corona, sappiate che nel mio ostello ora si trova un vago ed errante cavaliere, il quale per nome Guerrino si chiama; e confavolando io con gli serventi suoi di molte cose, mi dissero, tra le altre, come il loro patrone era uomo famoso in prodezza e valente con le arme in mano, e che a’ giorni nostri non si trovava un altro che fusse pare a lui, e più e più volte si aveva vantato di essere sí potente e forte, che atterrarebbe il cavallo salvatico che nel territorio vostro è di tanto danno cagione. — Il che intendendo, Zifroi re immantinente comandò che a sé lo facesse venire. L’oste, ubidientissimo al suo signore, ritornò al suo ostello e disse a Guerrino che solo al re dovesse andare, perciò che egli seco desiderava parlare.

Guerrino, questo intendendo, alla presenza del re si appresentò; e fattagli la convenevole riverenza, gli addimandò qual era la causa che egli dimandato lo aveva. A cui Zifroi re disse: — Guerrino, la cagione che mi ha costretto farti qui venire, è che io ho inteso che sei valoroso cavaliere, né hai un altro pare al mondo, e più volte hai detto la tua fortezza esser tale, che senza offensione tua e di altrui domaresti il cavallo che cosí miserabilmente distrugge e dissipa il regno mio. Se ti dá il cuore di prendere tal gloriosa impresa qual’è questa, e vincerlo, io ti prometto sopra questa testa di farti un dono, che per tutto il tempo della vita tua rimarrai contento. — Guerrino, intesa l’alta proposta del re, molto si maravigliò: negando tuttavia aver mai dette cotali parole che gli erano imposte. Il re della risposta di Guerrino molto si turbò; e adirato al quanto, disse: — Voglio, Guerrino, che al tutto prendi questa impresa; e se tu sarai contrario al voler mio, pensa di rimaner privo di vita.—

Partitosi Guerrino dal re e ritornato all’ostello, molto addolorato si stava, né ardiva la passione del cuor suo scoprire. Onde il giovane isconosciuto, vedendolo contra il consueto suo sí malinconoso stare, dolcemente gli addimandò, qual era la cagione che sí mesto ed addolorato il vedeva. Ed egli, per lo fratellevole amore che gli portava non potendogli negare l’onesta e giusta dimanda, li raccontò ordinatamente ciò che gli era avenuto. Il che intendendo, l’incognito giovane disse: — Sta di buon animo né dubitar punto, perciò che io t’insegnarò tal strada, che tu non perirai: anzi tu sarai vincitore, ed il re conseguirà il desiderio suo. Ritorna adunque al re, e dilli che tu vuoi che ’l ti dia un valente maestro che ferra cavalli; ed ordinagli quattro ferri da cavallo, i quali siano grossi, e d’ogni intorno maggiori degli ferri comuni duo gran dita, e ben crestati, e che abbino duo ramponi lunghi un gran dito da dietro, acuti e pungenti. Ed avuti, li farai mettere ai piedi del mio cavallo, che è fatato; e non dubitare di cosa alcuna. —

Ritornato Guerrino al re, gli disse ciò che il giovane gli aveva imposto. Il re, fatto venire un ottimo maestro da cavalli, gli ordinò che tanto facesse quanto da Guerrino gli fia comandato. Andatosi il maestro alla sua stanza, Guerrino seco se n’andò, e gli ordinò nel modo antedetto i quattro ferri da cavallo. Il che intendendo, il maestro non gli volse fare, ma, sprezzatolo, trattollo da pazzo, perciò che gli pareva una cosa nuova e non più udita. Guerrino, vedendo che il maestro lo deleggiava e non gli voleva ubidire, se ne andò al re, e lamentossi del maestro che servire non l’aveva voluto. Laonde il re, fattolo chiamare, strettamente gli ordinò, con pena della disgrazia sua, o che facesse ciò che gli era sta imposto, o che egli andasse a far la impresa che Guerrino far doveva. Il maestro, vedendo che ’l comandamento del re stringeva, fece i ferri e messegli al cavallo, secondo che gli era sta’ divisato. Ferrato adunque il cavallo e ben guarnito di ciò che fa mestieri, disse il giovane a Guerrino: — Monta sopra questo mio cavallo, e vattene in pace; e quando udirai il nitrire del salvatico cavallo, scendi giù del tuo, e traeli la sella e la briglia, e lascialo in libertà: e tu sopra d’un eminente albero ascenderai, aspettando di quella impresa il fine. —Guerrino, ben ammaestrato dal suo diletto compagno di ciò che far doveva, tolta licenza, lietamente si partí.

Era già sparsa per tutta la città d’Irlanda la gloriosa fama che un leggiadro e vago giovanetto aveva tolta l’impresa di prendere il salvatico cavallo e appresentarlo al re. Il perché uomini e donne correvano alle finestre per vederlo passare: e vedendolo sí bello, sí giovanetto e sí riguardevole, si movevano a pietà, e dicevano: — Oh poverello, come volontariamente alla morte corre! certo gli è un grave peccato che costui sí miseramente muoia; — e per compassione dalle lagrime non si potevano contenere. Ma Guerrino, intrepido e virile, allegramente se n’andava; e giunto al luogo dove il salvatico cavallo dimorava, e sentitolo nitrire, scese giù del suo; e spogliatolo di sella e di briglia, e lasciatolo in libertà, salí sopra d’una forte querce, ed aspettò l’aspra e sanguinolente battaglia. Appena che Guerrino era asceso sopra l’albero, che giunse il salvatico cavallo, ed affrontò lo fatato destriere: ed ambedue cominciarono il più crudo duello che mai fusse veduto al mondo. Impercioché parevano duo scatenati leoni, e per la bocca gettavano la schiuma a guisa di setosi cinghiali da rabiosi cani cacciati; e dopo che ebbero valorosamente combattuto, finalmente il fatato destriere tirò un paio di calci al salvatico cavallo, e giunselo in una mascella, e quella dal luogo gli mosse. Il perché perde la scrima di poter più guerreggiare né più difendersi. Il che vedendo, Guerrino tutto allegro rimase; e sceso giù della querce, prese un capestro che seco recato aveva, e legollo, ed alla città cosí smascellato il condusse, e con grandissima allegrezza di tutto il popolo, sí come promesso aveva, al re lo presentò.

Il re con tutta la città fece gran festa e trionfo. Ma a’ duo serventi crebbe doglia maggiore, perciò che non era adempito il malvagio proponimento suo. Laonde d’ira e di sdegno accesi, da capo fecero intendere a Zifroi re come Guerrino con agevolezza ucciderebbe anche la cavalla, quando gli fusse a grado. Il che inteso dal re, egli fece quello istesso che del cavallo fatto aveva. E perciò che Guerrino ricusava di far tale impresa, che veramente pesava, il re minacciò di farlo suspendere con un piede in su, come rubello della sua corona. E ritornato Guerrino all’ostello, raccontò il tutto al suo compagno; il quale sorridendo disse: — Fratello, non ti paventare, ma va, e trova il maestro da cavalli, ed ordinali quattro altri ferri altrettanto maggiori de’ primi, che siano ben ramponati e pungenti e farai quel medesimo che del cavallo fatto hai, e con maggior onore del primo adietro tornerai. — Ordinati adunque i pungenti ferri, e ferrato il forte fatato destriere, all’onorata impresa se ne gí. Giunto che fu Guerrino al luogo dove era la cavalla, e sentitala nitrire, fece tanto quanto per l’adietro fatto aveva; e lasciato il fatato cavallo in libertà, la cavalla se gli fé’ all’incontro, e lo salí d’un terribile e paventoso morso: e fu di tal maniera, che il fatato cavallo appena si potè difendere. Ma pur sí vigorosamente si portò, che la cavalla finalmente da un calcio percossa, della gamba destra zoppa rimase. E Guerrino, disceso dell’alta arbore, presela e strettamente legolla; ed asceso sopra il suo cavallo, al palazzo con trionfo e con allegrezza di tutto il popolo se ne tornò, ed al re l’appresentò. E tutti per maraviglia correvano a vedere la cavalla attratta, la quale per la doglia grave la vita sua finì. E cosí tutto il paese da tal seccagine libero ed ispedito rimase.

Era già Guerrino ritornato all’ostello, e per stanchezza erasi posto a riposare; e non potendo dormire per lo strepito inordinato che sentiva, levò su da posare, e sentí un non so che di strano, che in un vaso di melle batteva ed uscire di quello non poteva. Laonde, aperto da Guerrino il vaso, vide un gallavrone che l’ali batteva e levarsi non poteva: onde egli, mosso a pietà, prese quell’animaletto, ed in libertà lo lasciò.

Zifroi re, non avendo ancora guidardonato Guerrino del doppio avuto trionfo, e parendogli gran villania se no ’l guidardonava, il mandò a chiamare; ed appresentatosi, gli disse: — Guerrino, tu vedi come per opera tua il mio regno è liberato; e però per tanto beneficio ricevuto rimunerarti intendo. E non trovando dono né beneficio che a tanto merito convenevole sia, ho determinato di darti una delle figliuole mie in moglie. Ma sappi che io ne ho due: delle quali l’una Potenziana si chiama, ed ha i capelli con artificio leggiadro involti e come l’oro risplendono; l’altra Eleuteria si addimanda, ed ha le chiome che a guisa de finissimo argento rilucono. Laonde, se tu indovinerai qual di loro sia quella dalle trezze d’oro, in moglie l’averai con grandissima dote: altrimenti il capo dal busto ti farò spiccare. — Guerrino, intesa la severa proposta di Zifroi re, molto si maravigliò; e voltatosi a lui, disse: — Sacra Corona, è questo ’l guidardone delle mie sostenute fatiche? È questo il premio de’ miei sudori? È questo il beneficio che mi rendete, avendo io liberato il vostro regno, che oramai era del tutto disolato e guasto? Ahimè, ch’io non meritava questo; né ad un tanto re come siete voi, tal cosa si conveniva. Ma poscia che cosí vi piace, ed io sono nelle mani vostre, fate di me quello che più vi aggrada. — Or va, disse il re, — e non più tardare; e dotti termine per tutto dimane a risolverti di tal cosa. — Partitosi Guerrino tutto rimancato, al suo caro compagno se ne gí, e raccontògli ciò che detto gli aveva Zifroi re. Il compagno, di ciò facendo poca stima, disse: — Guerrino, sta di buon animo né dubitare; perciò che io ti libererò del tutto. Ricordati che nei giorni passati il gallavrone nel melle inviluppato liberasti, ed in libertà lo lasciasti. Ed egli sarà cagione della tua salute. Imperciò che dimane dopo il desinare al palazzo se n’andrà, e tre volte attorno il volto di quella dai capelli d’oro susurrando volerà, ed ella con la bianca mano lo scaccerà. E tu avendo veduto tre fiate simil atto, conoscerai certo quella esser colei che tua moglie fia. — Deh ! — disse Guerrino al suo compagno — quando verrà quel tempo, che io possi appagarti di tanti benefici per me da te ricevuti? Certo, se io vivessi mille anni, non potrei d’una minima parte guidardonarti. Ma colui che è rimuneratore del tutto, supplisca per me in quello che io sono manchevole. — Allora rispose il compagno a Guerrino: — Guerrino, fratel mio, non fa bisogno che tu mi rendi guidardone delle sostenute fatiche; ma ben è ormai tempo che io me ti scopra, e che tu conosca chi io sono. E cosí come me dalla morte mi campasti, cosí ancor io ho voluto di tanta obligazione il merito renderti. Sappi che io sono l’uomo salvatico che sí amorevolmente dalla prigione del tuo padre liberasti: e per nome chiamomi Rubinetto. — E raccontògli come la fata nell’esser sí leggiadro e bello ridotto l’aveva. Guerrino, ciò intendendo, tutto stupefatto rimase; e per tenerezza di cuore quasi piangendo, l’abbracciò e basciò, e per fratello il ricevette. E perciò che omai s’avicinava il tempo di risolversi con Zifroi re, amenduo al palazzo se n’andorono. Ed il re ordinò che Potenziana ed Eleuteria, sue dilette figliuole, tutte velate di bianchissimi veli, venessero alla presenza di Guerrino; e cosí fu fatto.

Venute adunque le figliuole, e non potendosi conoscere l’una dall’altra, disse ’l re: — Qual di queste due vuoi tu, Guerrino, che io ti dia per moglie? — Ma egli, stando sopra di sé tutto sospeso, nulla rispondeva. Il re, curioso di vedere il fine, molto lo infestava, dicendogli che ’l tempo fuggiva e che si risolvesse omai. Ma Guerrino rispose: —Sacratissimo re, se il tempo fugge, il termine di tutt’oggi che mi avete dato, non è ancor passato. — Il che esser il vero tutti parimente confirmarono. Stando in questa lunga aspettazione il re, Guerrino e tutti gli altri, ecco sopragiunse il gallavrone: il qual susurrando intorniò il chiaro viso di Potenziana dalle chiome d’oro. Ed ella, come paventata, con le mani il ribatteva indietro; ed avendolo più di tre fiate ribattuto, finalmente si partí. Stando circa ciò Guerrino alquanto dubbioso, fidandosi pur tuttavia delle parole di Rubinetto suo diletto compagno, disse il re: — Orsù, Guerrino, che fai? omai gli è tempo che s’impona fine, e che tu ti risolva. — Guerrino, ben guardata e ben considerata l’una e l’altra poncella, puose la mano sopra il capo di Potenziana che il gallavrone gli aveva mostrata; e disse: — Sacra Corona, questa è la figliuola vostra dalle chiome d’oro. — E scopertasi la figliuola, fu chiaramente veduto ch’ella era quella; ed in quel punto, presenti tutti e circostanti, e con molta sodisfazione di tutto il popolo, Zifroi re glie la diede in moglie; ed indi non si partí, che anche Rubinetto, suo fidato compagno, sposò l’altra sorella. Dopo’ Guerrino si manifestò che egli era figliuolo di Filippo Maria re di Sicilia. Laonde Zifroi sentí maggior allegrezza, e furono fatte le nozze vie più pompose e grandi. E fatto intendere tal matrimonio al padre ed alla madre di Guerrino, n’ebbero grandissima allegrezza e contento, perciò che il loro figliuolo esser perduto credevano; e ritornatosene in Sicilia con la cara moglie e con il diletto fratello e cognata, fu dal padre e dalla madre graziosamente veduto ed accarecciato; e lungo tempo visse in buona pace, lasciando dopo sé figliuoli bellissimi e del regno eredi. —

FAVOLA II.

Adamantina, figliuola di Bagolana Savonese, per virtù di una poavola,

di Drusiano re di Boemia moglie divenne.

[Alteria:]

— Sí potente, sí alto e sí acuto è l’intelletto dell’uomo, che senza dubbio supera e avanza tutte l’umane forze del mondo. E però meritatamente dicesi l’uomo savio signoreggiare le stelle. Laonde mi soviene una favola, per la quale agevolmente intenderete come una povera fanciulletta, dalla fortuna sov nuta, d’uno ricco e potente re moglie divenne. E quantunque la favola breve sia, sarà però, se non m’inganno, tanto più piacevole e ridicolosa. Prestatemi adunque l’orecchie vostre attente ad ascoltarmi, sí come per lo adietro fatto avete a queste nostre onestissime compagne, le quali si hanno più tosto da sommamente lodare, che in niuna parte biasmar di voi.

In Boemia, piacevoli donne, non è gran tempo che si trovò una vecchiarella, Bagolana Savonese per nome chiamata. Costei, essendo poverella ed avendo due figliuole, l’una de quai Cassandra, l’altra Adamantina si addimandava, volse di quella poca povertà, che ella si trovava avere, ordinare i fatti suoi e contenta morire. E non avendo in casa né fuori cosa alcuna di cui testare potesse, eccetto che una cassettina piena di stoppa, fece testamento; e la cassettina con la stoppa lasciò alle figliuole, pregandole che dopo la morte sua pacificamente insieme vivessero. Le due sorelle, quantunque fussino povere de’ beni della fortuna, nondimeno erano ricche de’ beni dell’animo, ed in vertù ed in costumi non erano inferiori all’altre donne. Morta adunque la vecchiarella, e parimente sepolta, Cassandra, la qual era la sorella maggiore, prese una libbra di quella stoppa, e con molta sollecitudine si puose a filare; e filata che fu, diede il filo ad Adamantina sua sorella minore, imponendole che lo portasse in piazza e lo vendesse, e del tratto di quello comprasse tanto pane, acciò che ambedue potessero delle sue fatiche la loro vita sostentare.

Adamantina, tolto il filo e postolo sotto le braccia, se n’andò in piazza per venderlo secondo il comandamento di Cassandra; ma venuta la cagione e la opportunità, fece il contrario di quello era il voler suo e della sorella: perciò che s’abbattè in piazza in una vecchiarella che aveva in grembo una poavola, la più bella e la più ben formata che mai per l’adietro veduta si avesse. Laonde Adamantina, avendola veduta e considerata, di lei tanto se n’invaghí, che più di averla che di vendere il filo pensava. Considerando adunque Adamantina sopra di ciò, e non sapendo che fare né che dire per averla, pur deliberò di tentare sua fortuna, sí a baratto la potesse avere. Ed accostatasi alla vecchia, disse: — Madre mia, quando vi fusse in piacere, io baratterei volontieri con la poavola vostra il filo mio. — La vecchiarella, vedendo la fanciulla bella, piacevole e tanto desiderosa della poavola, non volse contradirle; ma preso il filo, la poavola le appresentò. Adamantina, avuta la poavola, non si vide mai la più contenta; e tutta lieta e gioconda a casa se ne tornò. A cui la sorella Cassandra disse: — Hai tu venduto il filo? — Sí, — rispose Adamantina. — E dov’è il pane che hai comperato? — disse Cassandra. A cui Adamantina, aperto il grembiale di bucato che dinanzi teneva sempre, dimostrò la poavola che barattata aveva. Cassandra, che di fame si sentiva morire, veduta la poavola, di sí fatta ira e sdegno s’accese, che, presa Adamantina per le trecce, le diede tante busse, che appena la meschina si poteva movere. Adamantina, pazientemente ricevute le busse, senza far difesa alcuna, meglio che seppe e puote con la sua poavola in una camera se n’andò.

Venuta la sera, Adamantina, come le fanciullette fanno, tolse la poavola in braccio, ed andossene al fuoco; e preso dell’oglio della lucerna, le unse lo stomaco e le rene: indi, rivoltata in certi stracci che ella aveva, in letto la mise, ed indi a poco, andatasene a letto, appreso la poavola si coricò. Né appena Adamantina aveva fatto il primo sonno, che la poavola cominciò chiamare: — Mamma, mamma, caca! — E Adamantina destata, disse: — Che hai, figliuola mia? — A cui rispose la poavola: — Io vorrei far caca, mamma mia. — Ed Adamantina: — Aspetta, figliuola mia, — disse. E levatasi di letto, prese il grembiale che ’l giorno dinanzi portava, e glielo pose sotto dicendo: — Fa caca, figliuola; — e la poavola, tuttavia forte premendo, empi il grembiale di gran quantità di danari. Il che vedendo, Adamantina destò la sorella Cassandra e le mostrò i danari che aveva cacati la poavola. Cassandra, vedendo il gran numero de danari, stupefatta rimase, Iddio ringraziando che per sua bontà nelle lor miserie abbandonate non le aveva; e voltatasi alla sorella, le chiese perdono delle busse che da lei a gran torto ricevute aveva; e fece molte carezze alla poavola, dolcemente basciandola e nelle braccia strettamente tenendola. Venuto il chiaro giorno, le sorelle fornirono la casa di pane, di vino, di oglio, di legna e di tutte quelle cose che appartengono ad una ben accomodata famiglia. Ed ogni sera ungevano lo stomaco e le rene alla poavola, ed in sottilissimi pannicelli la rivoglievano, e sovente se la voleva far caca le dimandavano. Ed ella rispondeva, che sí; e molti danari cacava.

Avenne che una sua vicina, essendo andata in casa delle due sorelle, ed avendo veduta la loro casa in ordine di ciò che le faceva mestieri, molto si maravigliò; né si poteva persuadere che sí tosto fussero venute sí ricche, essendo già state sí poverissime, e tanto più conoscendole di buona vita e sí oneste del corpo loro, che opposizione alcuna non pativano. Laonde la vicina, dimorando in tal pensiero, determinò di operare sí che la potesse intendere dove procedesse la causa di cotanta grandezza. E andatasene alla casa delle due sorelle, disse: — Figliuole mie, come avete fatto voi a fornire sí pienamente la casa vostra, conciosiacosaché per lo adietro voi eravate sí poverelle? — A cui Cassandra, che era la maggior sorella, rispose: — Una libra di filo di stoppa con una poavola barattata abbiamo, la quale senza misura alcuni danari ci rende. — Il che la vicina intendendo, nell’animo neramente si turbò; e tanta invidia le crebbe, che di furargliela al tutto determinò. E ritornata a casa, raccontò al marito come le due sorelle avevano una poavola che di e notte le dava molto oro ed argento, e che al tutto di involargliela determinato aveva. E quantunque il marito si facesse beffe delle parole della moglie, pure ella seppe tanto dire, ch’egli le credette. Ma dissele: — E come farai tu a involargliela? — A cui la moglie rispose: — Tu fingerai una sera d’esser ebbriaco, e prenderai la tua spada, e correrammi dietro per uccidermi percotendo la spada nelle mura; ed io, fingendo d’aver di ciò paura, fuggirò su la strada; ed elle, che sono compassionevoli molto, mi apriranno; ed io chiuderommi dentro la loro casa, e resterò presso loro quella notte, ed io opererò quanto che io potrò. — Venuta adunque la sequente sera, il marito della buona femina prese la sua arrugginita spada, e percotendo quando in questo muro quando in quell’altro, corse dietro alla moglie: la quale, piangendo e gridando ad alta voce, fuggì fuor di casa. Il che udendo, le due sorelle corsero alle finestre per intender quello che era avenuto, e cognobbero la voce della loro vicina, la quale molto forte gridava; e le due sorelle, abbandonate le finestre, scesero giù a l’uscio ed apertolo, la tirarono in casa. E la buona femina, dimandata da loro per che cagione il marito cosí irato la seguiva, le rispose: — Egli è venuto a casa sí imbalordito dal vino, che non sa ciò che si faccia; e perché io lo riprendeva di queste sue ebbrezze, egli prese la spada e corsemi dietro per uccidermi. Ma io, più gagliarda di lui, ho voluto fuggire per minor scandalo, e sonomi qui venuta.— Disse e l’una e l’altra sorella: — Voi, madre mia, avete fatto bene; e starete questa notte con esse noi, acciò non incorriate in alcun pericolo della vita: e in questo mezzo il marito vostro padirà l’ebbrezza sua. — Ed apparecchiata la cena, cenarono insieme; e poscia unsero la poavola, e se n’andarono a riposare.

Venuta l’ora che la poavola di cacare bisogno aveva, disse: — Mamma, caca! — E Adamantina, secondo l’usanza, le poneva sotto il pannicello mondo, e la poavola cacava danari con grandissima maraviglia di tutte. La buona femina che era fuggita, il tutto vedeva, e molto suspesa restava; e pare vale un’ora mille anni di furarla e di poter operare tal effetto. Venuta l’aurora, la buona femina, dormendo ancora le sorelle, chetamente si levò di letto; e senza che Adamantina se ne avedesse, le furò la poavola che vi era appresso: e destatele, tolse licenza di andar a casa, dicendole che la pensava che oramai il marito poteva aver digesto il vino sconciamente bevuto. Andatasene a casa, la buona donna disse lietamente al marito: — Marito mio, ora noi abbiamo trovato la ventura nostra: vedi la poavola; — ed un’ora mille anni le pareva che venisse notte per farsi ricca.

Sopragiunta la buia notte, la donna prese la poavola; e fatto un buon fuogo, le unse lo stomaco e le rene: ed infasciata in bianchi pannicelli, nel letto la pose, e spogliatasi ancora ella, appresso la poavola si coricò. Fatto il primo sonno, la poavola si destò, e disse: —Madonna, caca! — e non disse: — Mamma, caca; — perciò che non la conosceva; e la buona donna, che vigilante stava aspettando il frutto che seguirne doveva, levatasi di letto e preso un panno di lino bianchissimo, glie lo puose sotto, dicendo: — Caca, figliuola mia, caca! — La poavola, fortemente premendo, invece di danari, empí il panno di tanta puzzolente feccia, che appena se le poteva avicinare. Allora disse il marito: — Vedi, o pazza che tu sei, come ella ti ha ben trattata; e sciocco sono stato io a crederti tale pazzia. — Ma la moglie, contrastando col marito, con giuramento affermava sé aver veduto con gli occhi propi gran somma di danari per lei cacata. E volendo la moglie riservarsi alla notte seguente a far nuova isperienza, il marito, che non poteva col naso soflerire il tanto puzzore che egli sentiva, disse la maggior villania alla moglie che mai si dicesse a rea femina del mondo; e presa la poavola, la gittò fuori della finestra sopra alcune scopazze che erano a rimpetto della casa loro. Avenne che le scopazze furono caricate da alcuni contadini lavoratori di terre sopra di un carro; e senza che alcuno se n’avedesse, fu altresì messa la poavola sul carro: e di quelle scopazze fatto fu alla campagna un lettamaro da in grassare a suo luogo e tempo il terreno.

Occorse che Drusiano re, andando un giorno per suo diporto alla caccia, gli venne una grandissima volontà di scaricare il soperchio peso del ventre; e smontato giù del cavallo, fece ciò che naturalmente gli bisognava. E non avendo con che nettarsi, chiamò un servente che gli desse alcuna cosa con la quale si potesse mondare. Il servente, andatosene al lettamaro, e ricercando per dentro se poteva trovar cosa che al proposito fusse, trovò per aventura la poavola; e presala in mano, la portò al re. Il quale senz’alcun sospetto tolse la poavola; e postasela dietro alle natiche per nettare messer lo perdoneme, trasse ’l maggior grido che mai si sentisse. Imperciocché la poavola con i denti gli aveva presa una natica; e sí strettamente la teneva, che gridare ad alta voce lo faceva. Sentito da’ suoi il smisurato grido, subito tutti corsero al re; e vedutolo che in terra come morto giaceva, tutti stupefatti restarono: e vedendolo tormentare dalla poavola, si posero unitamente per levargliela dalle natiche; ma si affaticavano in vano, e quanto più si sforzavano di rimovergliela, tanto ella gli dava maggior passione e tormento: né fu mai veruno che pur crollare la potesse, non che indi ritrarla. Ed alle volte con le mani gli apprendeva i sonagli, e sí fatta stretta gli dava, che gli faceva veder quante stelle erano in cielo a mezzo il giorno. Ritornato l’affannato re al suo palazzo con la poavola alle natiche taccata, e non trovando modo né via di poterla rimovere, fece fare un bando: che s’alcuno, di qual condizione e grado essere si voglia, si trovasse, a cui bastasse l’animo la poavola dalle natiche spiccargli, che gli darebbe il terzo del suo regno; e se poncella fusse, qual si volesse, per sua cara e diletta moglie l’apprenderebbe: promettendo sopra la sua testa di osservare tanto quanto nel bando si conteneva. Intesosi adunque il bando, molti concorsero al palazzo con viva speranza di ottenere lo constituto premio. Ma la grazia non fu concessa ad alcuno che traere gli la potesse: anzi, come alcuno se gli avicinava,  ella gli dava più noia e passione. Ed essendo il travagliato re sí fieramente tormentato, né trovando rimedio alcuno al suo incomprensibile dolore, quasi come morto giaceva.

Cassandra e Adamantina, che grandissime lagrime sparse avevano per la loro perduta poavola, avendo inteso il publicato bando, vennero al palazzo ed al re s’appresentorono. Cassandra, che era la sorella maggiore, comenciò far festa alla poavola e li maggior vezzi che mai far si potesse. Ma la poavola, stringendo i denti e chiudendo le mani, maggiormente tormentava il sconsolato re. Adamantina, che alquanto stava discosta, si fece avanti; e disse: — Sacra Maestà, lasciate che ancora io tenti la ventura mia; — ed appresentatasi alla poavola, disse: — Deh, figliuola mia, lascia omai cheto il mio signore, né gli dar più tormento; — e presala per i pannicelli, accarezzolla molto. La poavola, che conosciuta aveva la sua mamma, la quale era solita a governarla e maneggiarla, subito dalle natiche si staccò; ed abbandonato il re, saltolle nelle braccia. Il che vedendo, il re tutto attonito e sbigottito rimase, e si puose a riposare, perciò che molte e molte notti e giorni dalla passione grande che egli sentita e provata aveva, mai non aveva potuto trovar riposo. Ristaurato Drusiano re dallo intenso dolore, e delle gran morse risanato, per non mancare della promessa fede, fece venire a sé Adamantina; e vedendola vaga e bella giovanetta, in presenza di tutto il popolo la sposò: e parimenti Cassandra, sua sorella maggiore, onorevolmente maritò; e fatte solenni e pompose feste e trionfi, tutti in allegrezza e tranquilla pace lungo tempo vissero. La poavola, vedute le superbe nozze dell’una e l’altra sorella, ed il tutto aver sortito salutifero fine, subito disparve. E che di lei n’avenisse, mai non si seppe novella alcuna. Ma giudico io che si disfantasse, come nelle fantasme sempre avenir suole. —

FAVOLA III.

Bertoldo de Valsabbia ha tre figliuoli, tutta tre gobbi e d’una stessa sembianza;

uno de’ quai è chiamato Zambon e va per lo mondo cercando sua ventura;

e capita a Roma, ed indi vien morto e gittato nel Tebro con i duo suoi fratelli.

[Antonio Molino:]

Durum est, piasevoi madonni e graziôsa signôra; a’ torni a dí, durum est contra stimulum calcitrare: che vé a dí che l’è trop dura cosa un calz d’un asenel, ma asé piü dür un calz d’un caval; e per quest, se la fortuna ha volüt ch’a’ branchi tal imprisa da rasonà, pacenza; a’ l’è lü mèig ubidí ché santificá, che l’ostinaziò vé da mala part, e se no, i ostinadi va a ca dol diavol. E s’a’ no-f disis cosa che fus de vos contenti, no-m dé la colpa a mi, ma a la signôra colá, e’ ha volüt ixí: e spessi fiadi l’om cercand quel ch’el no dé, ol ghe intravé e ol trova quel ch’a ’l no cré, e ixí romá co li ma pieni de moschi: con fé, za fu temp, Zambô, fiol de Bertold de Valsabbia, che cercand d’osellá do so fradèi, i so do fradèi l’osellá lü. Ben che a la fí tùg’ tri malament moris, com a’ intenderí, s’a’ me impresterí ol bus di oreci, e co la ment e col cervel starí a scolta quel e’ ho da dí nel present mio rasonà.

A ’v dighi dunca che Bertold de Valsabbia, teritori bergomens, avé tri fioi tug’ tri gobi, e sí a ’i se somegiava sí l’ü l’alter, ch’a’ no l’iera possibol conoscer l’ü fò da l’alter, com sarevef a dí tre penduleti sgonfi de dré. L’ü de questi avea nom Zambô, l’alter Bertaz, el terz Santí; e Zambô, ch’era ol mazzôr, no avea ancor vezü sedes agn. Avend persentit Zambô che Bertold, so pader, per la gran carestia ch’era in quel pais e zeneralment da per tug’, volia vender un cert poc de podér ch’a’l se trovava aví de patrimoni, (che pochi o negü se trova in quel pais che n’abi qual cosèta de propri) per sustentà la so famegia, a’l se voltá, come mazzôr fradèl, vers Bertaz e Santí, fradèi menôr, e sí ghe dis: — A’l sarèf lü bôna spisa, fradèi me car, a-zò che nos pader no vendis quel poc de terezuli ch’a’ se trovém aví, e che dapò la so mort no n’avessem de che sovegnis, che vu andassef cercand del mond e guadagná qual cosèta per podí sostentá la nostra ca, e mi resterèf a ca col veg’ e a’ sí ’l governerèf, e sí scansesom la spisa, e in quest mèz fors passerèf la carestia. — Bertaz e Santí, fradèi menôr, ch’a’ no i era manco scaltridi e tristi de Zambô, a’ i dis a Zambô so fradèl: — Zambô, fradèl nos car, te n’hé saltò ixí a l’improvista, talmentre che no savém che responder-te; ma da-ne temp per tüta sta nog’, ch’a’ ghe pen sarém sü, e domatina a’ te responderém. — I do fradèl, Bertaz e Santí, a’ i era nasít in ü portat, e si a’ i se confeva piü dol çervel in sema lôr do, che no i feva con Zambô. E se Zambô iera scelerat de vintidô carat, Bertaz e Santí a’ i era de vintises; ché sempermá, dove manca la natüra, suplis l’inzegn e la malizia in sema. Vegnüda che fo la matina dol dí seguent, Bertaz, de orden e comissió de Santí, so fradèl, andá a trová Zambô, e sí ghe comenzà a dí: — Zambô, fradèl me car, nu avém bé pensat e mèg considerat i casi noster, e cognoscend che te sfradèi, com l’è vira, ol mazzôr fradèl, che te debi andá prima cercand del mond, e che nu, che sém pizègn, atendém a ca e a governá nos pader; e se in sto mèz te trovaré qualche bôna ventura per ti e per nu, te ne scriveré de qua, e pò nu te vegnerém dré a trová. — Zambô, che credeva osellá Bertaz e Santí, intisa la risposta, a’ la ü no-g saví lütrop bôna; e zambotand fra smazzór medém, ol dis: — Ma costör a’ i è lôr piü tristi e maliziòs ch’a’ no so mi; — e quest disiva per che l’avia pensat de mandá i fradèi a spaz, a-zò che per la carestia a’ i moris da fam, e lü restas parô dol tug’, per che ol pader l’era piü de là che de qua né podiva andá trop de long. Ma la gh’andé a Zambô altramét de quel che l’avia pensat.

Intisa adonca Zambô la opiniò de Bertaz e de Santí, ol fé ü farsèt de certi pochi strazi che l’avia; e tolt un carner con dol pa e dol formai e ü botazol de vi, e in pe’ un pér de scarpi de cuor de porc ros, ol se partí de ca, e se n’andà vers Bressa. E no trovand partit per lü, l’andà a Verona, dove ol trová un mister de bareti, ol qual ghe domandá se ’l savia lavorá da bareti, e lü ghe respòs che no; e vedend che no-g iera cosa per lü, lassá Verona e Vicenza e si ol se lassá vegní a Padova: e vedüt ch’a’l fo da certi medegh, ghe fo domandat se ’l saviva governá mulèti, e lü ghe respós de no, ma ch’el saviva ará la tera e podà le vigni; e no se possènd cordá con lör, se partí de là per andà a Venesia. Avend Zambô caminat assé, e no avend trovat partit negü per lü, e no avend né denér gna da mangiá, ol stava de mala voia. Ma dapò long camí, quando fo in piasí de Domnedé, ol arivá a Lezzafosina; e per che l’iera senza denér, negü ol voliva levá, talment ch’ol pover om no savia che fá; e vedend che i bezzaruoi, che voltava i stroment da tirá sü i barchi, i guadagnava di quatri, ol se mis an lü a fá un tal mestér. Ma la fortuna, che semper perseguita i poveret, i poltrô e i desgraziat, vols che volzend ü tal stroment, a ’l se rompis la soga: e int’ol desvoltà ch’ ol fé, una stanga ghe dé in d’ol pèt e ol fé cascá in tera tramortit, e per un pèz a ’l sté destis per mort; e se no fos stag’ certi omegn da bé che ’l portá in barca per ma e per pè, e sí ’l mená a Venesia, ol sarèf mort là.

Guarit che fo Zambô, ol se partí da quei omegn da bé; e andagand per la tera cercand s’a’l podiva trová partit ch’a’ fos per lü, ol passá per le speçierii, e fo vedü da ü speçial, che pestava mandoi in ü mortér per fa di marzapà, e sí ghe domandá s’a’l voliva andà a stá con lü; e lü ghe respós che sí. Intrat in botiga, ol míster ghe dé certi cosi de confeziô da netizà e sí ghe insegna partí i nigher da i bianch, e sí ol metí in compagnia d’un alter garzô de botiga a lavorá in sembra. Netezand Zambô col garzô de botiga sti tai confeziô, i compagnô — ma de cancher’ — a’ i netezà de tal manera, che per esser dolçeghi, a’ i toliva ol scorz de sora via e ghe lassava la meóla de déter. Ol parò, che s’avedí dol tug’, tols ü bastò in ma, e sí ghe-n dé de fissi, digand: — S’a’ voli fa, brigantari forfanti marioli, fé del voster e no dol me; — e tuta fià ol menava ol bastô, e in quel stant a’ i mandá tuti do via in malora.

Partit che fo Zambô dal speçial ixí mal tratat, ol se n’andà a San Marc; e per bôna ventura, passand per là dove se vend i erbèti e salatuci, ol fo ciamat da un erbarol de quei da Chioza, ch’avia nom Vivià Vianel, e sí ghe domandá s’a ’l voliva andà a sta con lü, ch’ a ’l ghe farèf bôna compagnia e boni spisi. Zambô, ch’aviva l’arma senisa adòs, e sí era pié de vogia de mangiá, ol dis de sí; e vendüdi certi pochi erbèti ch’ a’ ghe mancava, a’ i monta in barca e se n’andà a Chioza; e Vivià ol mis a lavorá nol ort e a governá le vigni. Aviva tug’ Zambô la patrica de l’andà in sü e in zó per Chioza, e conosciva assé di amis del parô; e per che l’iera ormá ol temp di primi fis, Vivià tol lü tri bèi fis e sí i metí int’un piatèl per mandà-i a doná a un so compar in Chioza, ch’aviva nom ser Peder. E avend ciamat Zambô, ghe dé i tri fis, e sí ghe dis: — Zambô, tuó sti tri fis, e porta-i a me compar ser Peder, e dig che i gualdi per amor me. — Zambô, ubidient al parô, dis: — Volentera, parô; — e tolt i fis, alegrament ol se partí. Andand Zambô per strada, costret da la gola, ol poltrô guardava e reguardava i fis; e dis a la gola: — Che deb’io fa? ghe-n debi mangiá o no mangiá? — La gola ghe respós: — Un afamat no guarda lez. — E per che l’iera lü golôs per sò natura oltra che afamat, tols ol consèi de la gola, e branca in ma l’ü de quei fis e comenzà strucà-l dal cül, e tant schiza e reschiza, l’è bô, no l’è bô, ch’a’l ghe fé insí l’anima fò del tug’, talment ch’a ’l ghe romas se no la pèl. Avend mangiat Zambô ol fis, a ’l ghe pars d’aví fag’ mal; ma per che la gola ancor la strenziva, no-g fé lü cont negü, ch’ol tols ol segond fis in ma, e quel ch’a ’l fé dol prim, ixí fé dol segond. Vedend Zambô d’avi fag’ tal desorden, no ’l savia quel che doviva fá: s’a ’l doviva andà inanz, o torna in dré. E stand in tal contrast ol fé un bon anim e se delibrà d’andá inanz. Zont che fo Zambô dal compar ser Peder, ol batí a l’us: e per che l’era cognosciüt da quei de ca, a ’l fo tostament avert; e andat de sü, ol trová ser Peder che spassezava in sü e in zó per ca; e sí ghe dis: — Che ve-t fazend, Zambô fiol me? che bôni novi? — Bôni, bôni, — respós Zambô; — ol me parô sí ve mandá tri fis; ma de tri, n’ho mangia’ mi do. — Mo com’hé-t fag’, fiol me? — dis ser Peder. — Ma ho mi fag’ ixí, — respós Zambô; — e tols l’alter fis, e si s’a ’l mis in boca, e se’l mangiá de longo via: e ixí Zambô a’ i compí da mangia tug’ tri. Vedend ser Peder un sí fag’ lavòr, dis a Zambô: — O fiol me, dí al to parô che granmarcè, e che ’l no s’afadighi a fà-m de sti present. — Respós Zambô: — No, no, messer, no-f dubité, a’ i farò mi bé volentera; — e volta i spali e ol torna a ca’. Avend sentit Vivià i zentilezi e i bèi portament poltroneschi del Zambô, e che l’era golôs, e che per esser afamat ol mangiava oltra misura, e pò per che a ’l no ghe piasiva ol so lavorá, ol cazà fò de ca.

Ol pover dol Zambô, vedendo-s fò de ca e no savend dove andà, se delibrà d’andà a Roma e prová se ’l podiva trova meiôr ventura che ’l n’aviva trovat de za. E ixí com l’aviva pensat, ixí ol fé. Essend zont Zambô a Roma, e cercand e recercand parô, a’l s’imbaté a trová ü marcadant ch’aviva nom messer Ambrös dal Mul, ch’aviva una grossa botiga de pagn, e si s’acordà con lü e comenzà atender a la botiga. E per che l’aviva provat dol malan assé, ol se delibrà d’impará ol mestér e atender a far bé. E per esser astüt e scaltrit (a bé ch’al fus gob e brut) nientedemanc in poc temp al se fé sí patric de la botiga e valent dol mestér, ch’el parô più no s’impazava gnè in vender gnè in crompá, e fortement ol se fidava de lü, e ai so besogn se ne serviva. A ’l se imbatí ch’a messer Ambrös ghe convegní andà a la fera de Recanat con de i pagn, e vedend Zambô che’l sera fag’ soficient nol mestér e che l’era fidat, ol mandá con dei robi a la fera, e messer Ambrös ol romas al govèren de la botiga. Partit che fo Zambô, vols la fortuna che messer Ambrös s’amalas d’una infirmità sí toribola e granda d’una insida de corp, che in pochi dí ol cagà la vita. Vedend la moiér, ch’aviva nom madona Felicèta, che l’era mort ol marit, da gran dolôr e passiô che l’avé, quasi che anche ela no tirá le calzi, pensando-s dol marit e dol desviament de la botiga. Intis Zambô la trista novela dol parô che l’era mort, ol torná a la volta de ca, e si portá de la grazia de Dé, e si atendiva a fá de li facendi. Vedend madona Felicèta che Zambô se portava bé, e a’ sí atendiva a grandí la botiga, e che l’era compid ol an de la mort de messer Ambrös so marit, e temend de no perder Zambô un dí co i aventôr de la botiga, se consegià con certi so comari, se la ’s doviva maridà o no, e si la ’s maridava, la dovès tuór per marit Zambô, fatôr de la botiga, per esser stá longament col prim marit e aví fatta la patrica dol govèren de la botiga. I boni de le comari parendo-g ch’ol fos ben fag’, se fé le nozi: e madona Felicèta fo mogiér de ser Zambô, e Zambô fo marit de madona Felicèta.

Vedendo-s ser Zambô levat in tanta alteza, e de aví moiér e sí bela botiga de pagn col grand inviament, scrisse al so pader com l’iera a Roma e della gran ventura che l’aviva catada. Ol pader, che dal dí che ’l s’era parti fin a quel ora no avia mai sentí novela né imbassà de lü, ol morí d’alegreza; ma Bertaz e Santí n’af gran consolaziô.

Venne ol temp ch’a madona Felicèta che besognava un par de calzi, chè le sò i era squarzadi e roti; e dis  a ser Zambô, so marit, ch’a’l ghe-n dovès fa lü un pér. Ser Zambô ghe respós che l’aviva alter che fa, e che se l’era roti, ch’a’la se l’andas a conzá, a repezá e a taconá. Madona Felicèta, ch’era usada morbeda sot l’alter marit, dis che la no n’era usada de portá calzi arpezadi e taconadi, e che la-g ne voliva de boni. E ser Zambô ghe respondí che a ca soa s’usava ixí e che no ’l ghe le voleva fa. E ixí contrastand e andand d’una in l’altra parola, ser Zambô alzá la ma e s’ ghe de una mostazada sí fata in sòl mostaz, che la fé andá d’inturen. Madona Felicèta, sentendo-s dá de i bòti a ser Zambô, no voliva gnè pati gnè pacenza, e con burti paròi ol comenzà vilanizà. Ser Zambô, che se sentí tocà in sü l’onòr, la comenzà travasá co i pugn de bé in mèi, talmentre che in fi la povrèta convegní aví pacenza. Essend za trapassat ol cald e sovrazont ol fred, madona Felicèta domanda a ser Zambô una fòdra de seda da covrí la so peliza, per che l’era mal condizionada; e per che ol fos cert che la fos strazada, la ghe la portá a mostrá. Ma ser Zambô no ’s cura de vedì-la, ma ’l ghe respós che la la conzas e che la la portas ixí, chè da ca soa no s’usava tanti pompi. Madona Felicèta, sentendo tai paròi, se dosdegnà fortement e dis che la la voliva in ogni muód. Ma ser Zambô ghe respondiva che la dovis tasí e che no ’l fès andà in colera, che sarèf mal per le, e che no-g la voliva fá. E madona Felicèta instigandòl che la voliva che ’l ghe la fès, l’ü e l’alter intrá in tanta furia de colera, che i no-g vediva de i öc’c’. Ma ser Zambô, segond la so usanza, con ü bastô la comenzà tamussá e fag’ una peliza de tanti bastonadi, quanti la ne pos mai portá; e la lassa quasi per morta. Vedend madona Felicèta l’anim de ser Zambô inversiat contra de le, con alta vòs la comenzà maledí e biastemà ol dí e l’ora che mai se n’è parlá e chi la consegià che la ’l tolès mai per marit, digand: — A sto muód, poltrô, ingrat, ribald, manegold, giot e scelerat? Quest è ol premi e ol guidardô che te-m rendi dol benefici che t’ho fag’, ché, de me vil famèi che t’eri, t’ho mi fag’ parô non solament de la roba, ma ancora de la propia mia persona? e ti a sto muód me trati? Tas, traditôr, che a ogni muód a te n’empagherò. — Ser Zambô, sentend che madona Felicèta cresciva e moltiplicava in paròi, te la giocava süs al bèi polit. L’era vegnuda a tant madona Felicèta, che, com la sentiva che ser Zambô parlava o se moviva, la tremava com la fòia al vent, e se’s pissava e cagava sot d’angossa.

Pasada che fo l’invernada e vegnüd l’instad, l’acadé a ser Zambô de andà per certi so fazendi e per scodí certa quantità de denér da debitori de la botiga a Bologna, e ghe convegniva stá assé zornadi; e dis a madona Felicèta: — Felicèta, te fo a saví c’ho mi do fradèl, tug’ do gobi com a’ sogn a mi; e sí a’ i me somegia sí fatament, ch’a’ no sém cognosüdi l’ü da l’alter, e chi ne vedès tug’ tri insembra, a’ i no sarèf di qual fos mi e qual fos lôr. Guarda se per ventura a’ i se imbatis a vegní in sta tera e che a’ i volès alozà in ca nostra, fa che per nient ti no i recevi in ca’, per che a’ i è tristi, sceleradi e scaltridi, ch’a’ i no te fès un a te levavi e se n’andas con Dé, e che ti romagnis co le ma pien de moschi; e si so che ti i alberghi in ca, a ’t farò la pïü grama fomna che s’atrovi al mond. — E deti sti paròi se partí.

Partit che fo ser Zambô, no pasà dés dí, che Bertaz e Santí, fradèi de ser Zambô, arzons a Roma, e tanc’ i andà cercand e domandand de ser Zambô, ch’a ’g fo mostrá la botiga. Vedend Bertaz e Santí la bela botiga de ser Zambô, e che l’era fornida sí bé de pagn, a’ i stét fort sovra de sí, maravegiando-s grandement com’era possibol che l’avès in sí poc temp fag’ tanta bela roba. Stand ixí tug’ do in sí fata maravegia, a’ i se fé dinanz a la botiga, e domandá ch’a’ i voliva parla con ser Zambô; ma ghe fo respós che no l’era in ca, gna ne la tera, ma s’ a’ i ghe besognava qualcosa, ch’ a’ i comandas. Respós Bertaz che volentera l’arèf parlá con lü, ma no-s ghe trovand, ch’el parlerèf con la soa moiér; e fata ciamà madona Felicèta, la vegní in botiga, e tantost ch’eia vist Bertaz e Santí, subit ghe de una fita al cuór ch’a’ i no fos so cognadi. Bertaz, vedüda la fomna, dis: — Madona, sé-f vu la mogiér de Zambô? — E ela ghe respondí: — Made-sí! — Dis in quella fiada Bertaz: — Madona, toché-m la ma, ch’a’ som fradèl de Zambô, vos marit, e vos cognadi. — Madona Felicèta, che se recordava de i paròi de ser Zambô so marit, e in sema ancora de i bastonadi ch’a’i ghe dava, no-g voliva tocà la ma; pür a’ i-g dé tanti zançeti e paroleti, che la ghe tocà la ma. — Subit che l’avi tocat la ma a l’ü e a l’alter, dis Bertaz: — O cara la me cognada, dé-n un pò da fa colaziô, ch’ a’ se morom da la mala fam. — Ma ela per nient no ghe-n voliva dá; pur in fi a’ i saví tant ben dí e tant ben zarlà e tant ben pregá, che co i so polidi paròi e molesini pregheri madona Felicèta se moví a compassiô e si a’ i mená in ca’, e si ghe dé ben da mangiá e mèi da bif, e per zonta a la-g dé ancora alozament da dormí.

No i era passadi apena tre dí, che stand Bertaz e Santí in razonament co la cognada, ser Zambô azons a ca; e avend sentüt madona Felicèta che l’era vegnüt ol marit, a’ la romas tuta contaminada, e per la paura che l’aviva, a’ la no saviva che la dovès fa per che i fradèi no fos vedüdi da ser Zambô. E no savend alter che fa, a’ i fé andá belament in la cosina, dov’era un avèl  che denter se pelava i porc; e tal qual l’era, el levá sü e sí i fé cazar-s là sot. Vegnüd che fo ser Zambô de sü e vedüda la moiér tuta scalmanada nel volt, a ’l stét sovra de sí dapò dis: — Che cosa hé-t, ch’a ’t vedi ixí scalmanada? Qual cosa ghe def esser. Arest mai quale bertô in ca’? —Ma eia bassament ghe respondiva che la no aviva nient. Ser Zambô pur la guardava, e a’ si-g disiva: — Cert ti-m dé aví fag qual cosa. Avrest mai per ventura i me fradèi in ca’? — Ela a’la ghe respòs a la gaiarda che nò. E lü ol comenzà zugà dol bastô a la so usanza. Bertaz e Santí, che stava sot ol avèl da i porc, sentiva el tug’; e si aviva tanta paura, ch’a’ i-s cagava sot, gnè i aviva ardiment de mover-s gnè crolá. Ser Zambô, avend mis zò ’l bastô, se mis andà da per tug’ cercand la ca’, s’a ’l trovava vergótt; e vedend ch’a ’l no trovava negù, ol se quetà alquant, e se mis a fa certi so facendi per ca’: e ghe stet longament in tal laôr, talment che da la paura, dal gran cald e da la spùza smesurada dol avèl da i porc, i pòver Bertaz e Santí cagà l’anima d’angossa.

L’era zonta l’ora ormá che ser Zambô soliva andà a la piaza a fá, com fa i bô marcadant, di facendi; e se partí de ca. Partit che fo ser Zambô de ca, madona Felicèta andà al avèl per vedí de mandá via i cognadi, a-zò che Zambô no i trovas in ca; e descovert ol avèl, a’i trova tug’ do sbasidi, ch’a’i pariva propriament do porzèi. La povereta, vedend ü tal lavôr, l’entrá d’afan in afan. E per che ser Zambô no saís tal novela, tostament cercá de mandà-i fò de ca’ ch’a’ no se savis, gnè gnesü se n’avedis. E per quant ho intis, in Roma a ’l gh’è un consuét che, trovando-s algü forester o pelegri mort per strada o ne li casi de qualcü, a’ i è levadi da certi pizegamort deputadi a tal ufici, e si a’ i porta a le muri de la tera, e sí a’ i trá nol Tever e i manda a seconda, talment che mai a’ no-s poi saví gnè novela gnè imbassada de lòr. Essend andà per sort madona Felicèta a la finestra per vedí de qualcü so amig da fa mandá via i corp mort, per bôna ventura pasava ü de sti pizegamort; e sí la ghe fé d’at che ’l vignès a lié, e sí a’ la ghe fé intender che l’aviva ü mort in ca e che ’l vignès a levà-l e portà-l nol Tever segond ol consuét.

Aviva per inanz Felicèta tolt ü de i corp mort de sot dol avèl, e l’aviva lassat apres ol avèl in tera; e vegnüd che fo de sü ol pizegamort, la gh’aidà a meter ol corp in spala, e sí ghe dis gh’ a ’l tornas ch’a’ la ’l pagherèf. Ol pizegamort, andat a le muri, ol gittò nol Tever; e, fag’ ol servisi, ol torná da la dona che ghe dés ü fiori: che tag’ ghe vegniva de l’ordenari dol so pagament. Fi ch’ol pizegamort portá via ol corp mort, madona Felicèta, ch’era scaltrida, aviva trat fora dol avèl l’alter corp mort, e sí l’avia conzat a pè dol avèl com stava l’alter; e tornat ol pizegamort da madona Felicèta per aví ol so pagament, dis madona Felicèta, — Hé-t portat ol corp mort nol Tever? — Respòs ol pizegamort: — Madona, sí. — L’hé-t gita déter? — dis la dona. E lü ghe respòs: — Com, se l’ho mi trat déter? E de che sort! — Dis in quella fiada madona Felicèta: — E com l’hé-t gitá déter nol Tever? Guarda mò un pò se l’è ancora qua. — E guardand ol pizegamort ol corp mort, e credend verament ch’a ’l fos quel, ol romas tuc’ sbigotit e svergognat; e rognand e biastimando-l tutavia, el se ’l tols in sü li spali e s’el porta sü l’arzer, e sí ’l gitá anche lü nol Tever, e sí ol sté a vedi per un pèz andà a segonda.

Tornand indré ol picegamort da madona Felicèta per aví ol pagament, ol se incontra in ser Zambô, terz fradèl, che andava a ca; e vedend ol pizegamort ol dét ser Zambô che tant someggiava a quéi alter che l’aviva portá nol Tever, a ’l ghe ven tanta colera, ch’ a ’l gitava fuóg e fiama da tuti li bandi: e no podend soportá tal scoren e credend verament ch’ a ’l fos quel che l’aviva za portá nol Tever, e ch’ a ’l fos qualche mal spirit ch’a ’l tornas indré, ol se ghe mis dré con la manoela ch’ol aviva in ma, e a’ sí ghe tirá inturen la testa a ser Zambô, digand: — Ah poltrô, manigóld, che credi-t che tug’ ancuò te voia sta a portá nol Tever? — e tuta fià te t’ol manestrava de sí fata manera, che ’l pover de ser Zambô a colpi de bôni bastonadi anche lü se n’andà a parlá a Pilat. E tolt in su li spali ol corp, che no l’era quasi bé mort, ol gittà nol Tever; e ixí Zambô, Bertaz e Santí malament finí la vita sova. E madona Felicèta, intendüda la novela, a’ la fo grandement alegra e contenta, ch’ a’ l’era uscida de tanti travai e retornada ne la so libertà com a’ l’era per inanz. —

FAVOLA IV.

Marsilio Verzolese ama la Tia, moglie di Cecato Rabboso, ed in casa lo conduce;

e mentre che ella fa un scongiuro al marito, egli chetamente si fugge.

[Benedetto Trivigiano:]

— Ma-de cancagno, madonna parona, e vu, bela briga, che ve’n pare? no s’ ha-lo portò ben messier Antuogno? no v’ ha-lo contò una bela stuoria? Ma, a sangue de can, ch’a’ me vuò sforzar an mi de farme ’nore. Nu altri da le vile aom sempre sentù dire che i gi uomeni del mondo chi se governa a un muò e chi a l’altro. Ma mi mo ch’a’ son mi e ch’a’ no so ninte de letra, a dire con ha za dito i nuostri vieci: chi mal bala, ben solaza. Pazienzia! a’ fare an mi cossí. Ma no eri miga ch’a’ ve dighe ste parole per ch’a’ vuoge muzar la faiga de contar-ve una noela, ch’a’ n’ he miga paura de no la saér dire; anzo la noela che v’ha contò messier Antuogno con tanta bela grazia che no se pò arzuonzere, m’ha sí inanimò, ch’ a’ no ghe vego lume, e sí me par mil’agni a doer comenzare. E forsi che la no sarà gnan manco piaseole e da riso de la soa: e masimamentre ch’a’ ve diré de la struzia d’una femena da la vila che fé una befa al poltron de so marí; e se me starí a scoltare e me darí bona udinzia, a’ sentirí de belo a’ ve so dir an mi.

A’l gh’è soto el tegnire de Piove de Saco, terituorio de Pava — come cherzo ch’a tuti vu supia chiaro — una vila, ch’a’ la domandon Salmazza; e invelò, za gran tempo fa, ghe soleva abitare un arsente ch’avea nome Cecato Rabboso: e ben ch’ a ’l foèsse omazo gruosso del cervelo e de la persona, l’iera perzondena povereto e fidò. Sto Cecato Rabboso avea per mogiere una figiuola d’una massaria che se ciama i Gagiardi, d’una vila che se domanda Campolongo; e si giera zovane struta scaltria e maledeta, e avea nome Tia: e de zonta, oltra che l’iera acorta, l’iera anche gaiarda de la persona e bela de volto, e no ghe giera un’altra containa a parechi megia d’intorno che poèsse stare al paregon co ela. E per che l’iera gagiarda e valente del balare, ognun che la vedea, s’ina morava del fato so.

E parse pure che un zovene belo e gagiardo an lu de la persona, ma çitain gramégo de Pava, che se chiamava Marsilio Verzolese, s’inamorò de sta Tia; e sí fieramen s’inamorò, che doe l’andava in su la festa al balo, sto zovene sempre gh’andava anch’elogi e la maor parte di suo bali — e si dièsse tuti, a’ no falerave gnianche — i fasea co ela. E ben che sto zovene foèsse inamorò de ela, el tegnia el so amor scoso pi ch’ a’ l poea per no dar d’intendere a la briga de fuora via né che dire a negun. Marsilio, sapiando che Cecato so marí giera povereto e vivea de le so braze e che da la matina per tempo china a la scura sera lavorava ora co questo ora co quel altro a overa, el comenzà arvistare la ca’ de la Tia; e cossí belamen el se smestegò co ela, ch’ a’ l ghe comenzà favelare. E a ben che Marsilio avesse delibrò into’l so anemo de palesarghe l’amore ch’ a’ l ghe portava, tamen niente de manco el dubitava che la no se scorezasse e che la no ’l voèsse pi vedere, per zò che a’ no ghe parea che ela ghe faèsse quela bona ciera che ghe parea ch’el meritasse a l’amore ch’el ghe portava. E pò anche el temea de no esser descoerto da qualche mala persona, e ch’ el faèsse intendere a Cecato so marí, e che Cecato pò ghe faèsse qualche despiasere; per che se l’iera ben grosso, l’iera anche zeloso. Andagando drio Marsilio con gran solecito arvisitare la ca’ dove stasea la Tia, e guardandola fiso nel volto, a ’l fé sí fatamen, che ela se gh’ acorzè che elo giera inamorò in ela. E perzondena che anche ela per purassé respieti no ghe poea far bona ciera, né mostrare che anche ela ghe giera inamorà de elo e ’l ben che la ghe volea, la se dolea e se torzea da so posta.

Stando un zorno la Tia sola asentà sora un zoco che giera a pè de l’usso de fuora de la ca’, e avendo la roca soto al brazo co de la stopa invogià intorno, che la filava per la parona, venne Marsilio che pur l’avea fato un puo’ de buon cuore; e sí disse a la Tia: — Dio ve salve, Tia ben mio. — E la Tia ghe respose: — Ben vegné, quel zovene. — No sai-o — disse Marsilio — ch’ a’ me consumo tuto e muoro per vostro amore, e vu no v’ in fé conto né v’ in cure del fato me ? — La Tia ghe respose: — Mo no so ninte mi ch’ a’ me vogié ben. — Disse Marsilio: — Mo se u no’l sai, con gran dolore e passion de cuore adesso mo ve-l digo. — E la Tia ghe respondé: — Mo ’l sé be mo adesso. — Disse in quela volta Marsilio: — E u (deh, disi-me el vero per la vuostra cara fé’!) me vuoli-u ben? — Respose la Tia: — Pooh ! — Disse Marsilio: — E quanto, se Dio v’aia? — Assé, — respondé la Tia. — Disse Marsilio: — Oimè, Tia, se u me voessé ben al muò che u me dí, u me ’l mostreressi con qualche segnale; ma no me ne voli gozo. — Respose la Tia: — Mo a che muò? — Oh Tia! — disse Marsilio,— u ’l sai molto ben senza ch’ a’ ve ’l diga. — Se-De-m’ i’ ch’ a’ no ’l sé, s’ a’ no ’l me disi. — Disse Marsilio: — Mo a’ ve ’l dire se me starí a scoltare, e che no l’abié a male. — La Tia ghe respondé: — Disi pure, messiere, ch’ a’ ve prometo sul cargo de l’anema mia che s’ el sarà cossa che supia da ben e da ’nore, ch’ a’ no n’ arò per male. — Disse Marsilio: — Quando voli-u ch’ a’galde la tanto vuostra disia persona? — Mo a’ vezo ben mo adesso — respondé la Tia, — ch’ a me trogné e che v’in trazi del fato me. A’ no se convegnon ben a uno; u a’ si çitain de Pava, e mi son containa da la vila; u a’ sí rico, e mi son povereta; u a’ si gramégo, e mi son arsentela: u a’ vorisse de le graméghe, e mi a’ son de le refué; u a’ si galoso co’ zuponi lavoré e le calçe insegnolé e tute zopelé co del drapo de sea soto, e mi no vi-u e’ ho tuto el guarnelo strazò, sbrendolò e arpezò? Né g’ ho altro al mondo co questa cotoleta e quela bandinela ch’a’ me vi indosso quando a’ vago de festa al balo. U magne pan de fromento, e mi del pan de megio, de melega e de la polenta, e pur n’aèssse quanto a’ vuogio. E sí son senza peliza questo inverno, povereta mi!, e si a’ no sé mai com a’ fare nianche, perché no gh’è né dinari né roba da vendere per poer comprare de le cosse ch’aom besogno. Né gh’aom tanta biava da magnare, che ne face inchina a Pasqua. Né a’ sé com a’ faronte me co tante caresti si grande e angari ch’ a’ convegnon pagare ogni dí a Pava. O povereti nu da le vile che n’aom me ben! Nu a’ se stenton a goernar le tere e semenar el fromento, e u ’l magne; e nu povereti a’ magnon la melega. Nu a’ bruscon le vi e fazon el vin, e u el bevi; e nu a’ beon de le graspi e de l’aqua. — Disse Marsilio: — No dubité de questo, ch’ a’ se u me vuori contentare, a’ no ve mancherà de tuto quelo che sarí doman dare. — A’ disi ben cossí u altri uomini, — respose la Tia, — inchina ch’ a’ fasi el fato vuostro; ma pò ve n’ andé in là ch’ a’ no si me pi vezù: e le poverete femene resta ingané, sbertezé e svergognò del mondo; e pò v’andé laldando e lavando la boca de’ fati nuostri co s’ a’ fossan ben qualche carogna trova into i loamari. A’ so ben mi co sai fare u altri çitaini da Pava. — Disse Marsilio: — Hossù! basta mo! meton da un lo le parole e vegnon ai fati. Voli-u far zò ch’ a’ v’ho dito? — Respose la Tia: — Andé via, per la bell’amor de Dio, inanzo che vegna el me omo; che l’è sera, e sí vegnirà a ca de boto. Torné doman de dí, ch’ a’ parleron pò quanto vori; a’ ve vuò ben, sí. — E perché l’iera inzargò fieramen de rasonar co ela, a ’l no se voleva partire; e ela ghe tornò a dire: — Andé mo via, se ve piase: no sté pi. — Vedendo Marsilio che quasio la Tia se scorezava, disse: —Sté con Dio, Tia, dolce anima mia; a’ ve racomando el me cuore, ch’avi in le vuostre man. — Andé con Dio, — respose la Tia, — cara speranza mia, ch’ a’ l’ho ben per recomandò, sí. — Arvederse doman, piasando a Dio, disse Marsilio. — Mo ben, mo bene, — respose la Tia.

Quando fo vegnù doman, Marsilio ghe parea mil’agni de tornare da la Tia; e quando ghe parse che fo vegnù l’ora d’andare, l’andé a ca soa e si trové la Tia ne l’orto che la zapava e arfossava certe viatele che l’aéa; e cossí tosto che i s’ ave vezù tuti du, i se saluà e dapò i se messe a rasonare; e dapò che i ave favelò un gran pezo de compagnia, disse la Tia a Marsilio: — Doman da maitina, speranza mia, Cecato de andare al molin e no tornerà a ca china a l’altra maitina, e u, piasando a vu, vegneri da sera da bass’ora qua ch’ a’ ve spieterò. Mo vegni senza falò e no me trogné. — Quando Marsilio ave intendù sí bona noéla, no fu me omo c’aèsse tanta legrizia co l’ave lu quela fià; e trasse un salto, e tutto aliegro e de bona vuogia se partí da la Tia. Subito che Cecato fo vegnù a ca, la struta  femena se ghe messe incontra; e sí ghe disse: — Cecato, frelo me bon, besogna andar al molin, che no gh’è che magnare. — Respose Cecato: — Mo ben, mo bene. — A’ dighe ch’ el besogna andarghe da maitina, — disse la Tia. Respose Cecato: — Mo ben, da maitina inanzo dí andaré a farme imprestar un caro co i buò dai gi uomini dov’a’ laoro, e sí vegniré a cargare, e sí me n’andare. In sto mezo, Tia, andòn a pareciare la biava e insacòn-la, che da maitina n’aròn altra briga che meterla sul caro e andarsene cantando. — Mo ben, — respose la Tia; — e i fé a sto muò. Vegnù che fo doman, Cecato messe la biava, che l’aéva insacò la sera inanzo, in su ’l caro e sí andé al molin. E per che l’iera da i dí curti e le noti gierono lunghe, e le stré da pioze, fanghi e giazi tute rovine, el ferdo grande, el puovero Cecato con vegnia star tuta quela note al molin; e altro no disirava Marsilio, né gnanche la Tia.

Siando vegnù la scura note, Marsilio, secondo l’ordene che l’aéa metù co la Tia, tolse un bon paro de galine ben governò e bele cote e del pan bianco e del bon vin senza gozo d’aqua, che l’avea apareciò inanzo, e se parti de ca’; e scosamente per traverso de’ campi andò a la ca’ de la Tia. E siando andò in ca’, la trovò sul fogolaro a pè del fuogo che la naspava filo, e sí se conzò tuti du a magnare; e dapò che i ave ben magnò, i s’andò a colgare in leto tuti du; e ’l puovero babion de Cecato masenava la biava al molin, e Marsilio in leto buratava la farina.

L’iera za damò apareciò de levarse el sole, e sí a’l se comenzava a s-ciarir el dí, quando i du inamoré se levò da leto, dubitando che Cecato no i trovasse colghé a un; e stagando de briga a fa velare un incontra l’altro, no sté nè che nè che, ch’azonze Cecato a ca, e trasse un gran subio denanzo de la ca, e comenzò ciamare: — Tia, o Tia, impiza el fuogo, ch’a’ muor de ferdo. — La Tia, che giera scaltria e cativela co ’l malano, com l’ave sentù vegnir el so omo, per paura che no intravegnisse qualche male a Marsilio, e a ela dano e vergogna, prestamen averse l’usso, e fé che Marsilio se scondé de drio de l’usso; e con volto aliegro la gh’ andé incontra, e si ’l comenzò carezare. E dapò che Cecato fo entrá in cortivo, disse a la Tia: — Tia, mo fa un può de fuogo, s’ te vuò, che son bel azelò da ferdo. Al sangue de san Chinton che sta note m’he cerzù zelare là su da quel molin, tanto gran ferdo ho-gie abù; e sí no n’ he mai possù dormire gozo né passar ocio. — La Tia prestamen se n’andà al legnaro e pigia soto al brazo una bona fassinaza, e sí ghe impiza el fuogo; e stava maliziosamentre al fuogo da quello che ghe parea che Marsilio no poèsse esser vezù da Cecato. E rasonando la Tia da bon a bon con Cecato so marí, disse la Tia: — Doh, Cecato, frelo me bon, mo no v’ he-gio da contar una bona noela? — Respose Cecato: — Mo che, cara sorore? — Disse la Tia: — Mo no n’è sto chialò un puovero veciarelo, dapò ch’an diessi al molin, a domandar-me limuosina per la bell’amor de Dio? e perché a’ ghe die del pan e anche da bevere una scuèla de vin, no m’ ha-lo insegnò una razion bela ch’a’no sé mai quando a’ sentisse la pi bela in vita mia, da sconzurare el buzò? E l’ ho-gie anche ben impará. — Mo che me diré-to? — disse Cecato, — di-to davera? — Disse la Tia: — Mo sí, a la fé’ de compare; e sí l’he anche ben a cara. — Mo, di-la mo, — disse Cecato. Rispose la Tia: — Mo besogna, frelo, ch’ a’ ghe supie an vu. — Mo a che muò? — disse Cecato. — Mo a’ ve ’l dire ben, — disse la Tia, — se me starí a scoltare. — Mo a che muò? dí-me-lo! — respose Cecato, — no me stentar pí. — Disse la Tia: — Mo besogna ch’ a’ ve stendi lungo desteso quanto ch’ a’ poi mai e quanto ch’ a’ sí longo co s’ a’ foessé ben morto (che no vorae zá, per zontena!), e che volté la testa e le spale incontra l’usso e i zenuoci e i pie incontra al seciaro; e sí besogna ch’a’ ve meta un drapo bianco de lisia in su ’l volto, e pò ch’ a’ ve meta el nuostro quartiero in cavo. — Mo ’l no ghe porà andare, — disse Cecato. — Sí ben, sí bene, — respose la Tia; — e guardé mo ! — e tolse el quartiero ch’iera ivelò puoco lunzi, e sí gh’ el messe in cavo; e disse: — A ’l no porae nian star miegio al mondo de Dio. E po’ — disse la Tia, — besogna che staghe fremo, e ch’ a’ no ve movi né torzé gozo, perch’ a’ no fassan ninte. E mi pò toré el nuostro tamiso in man, e sí ve comenzaré sadazare; e cossí sadazandove, a’ dire la razion; e a sto muò a’ faron el sconzuro. Mo guardé ch’ a’ no ve movi inchina che no l’abia dita tre fiè, perché besogna dirla tre volte sora de vu, e veeré ben s’el buzò darà pi impazo a i nuostri ponzini. — Respose Cecato: — Magari a Dio, oh fosse ’l vero quel ch’ a’ te dí, ch’ a’ sospiressam pur un può. No vi-to ch’ a’ no posson arlevar ponzini, che sto diambera del buzò gh’i magna tuti? e a’ no ghe posson arlevar tanti, che possan tenir paghe i paron né vèndergene per pagar le angarí e comprar de l’uolio de la sale né nin t’altro per ca? — Mo ví-vo, — disse la Tia, — ch’a sto muò a’ se poron aiare sí co del nuostro. — Dapò disse a Cecato: — Mo su, stendí-ve! — e Cecato se stende. — Mo stendí-ve ben! — disse la Tia; — e Cecato s’aiava a longar-se quanto che ’l poea. — Oh, cossí! — disse la Tia. — E pò la pigia un so drapeselo de lin bianco e neto de lisia, e si ghe covrí el volto. E pò la pigia el quartiero, e si ghe ’l messe in cavo; e pò pigia el tamiso, e si ’l comenzà sadazare e a dire la razion che l’aea imparò; che comenzà a sto muò:

 — Besuco te sí, e besuco te fazo;

con questo me tamiso a’ te sadazo.

Né i mie ponzin, che son ben vinti quatro,

fa ch’ el poese né fraza né latro

 No gh’entre dentro, né volpe né rato,

né ’l mal osel dal beco rampinato.

Ti che se drio quel usso, intiendi il fato:

s’ te no l’intenderé, te parré mato.—

Quando che la Tia fasea el sconzuro e che la sadazava el tamiso, la tegnia sempre gi oci incontra l’usso e fasea d’ato a Marsilio, che giera da drio l’usso, che ’l muzasse. Ma el zovene, che no giera né patrico né sperto, no l’intendea, né s’acorzea a che fin la Tia faesse cosí fata facenda; e sí no se moea ninte. E perché Cecato se volea levar in pe’ che l’iera za mo stufo, disse alla Tia: — Ben, he-to compio? — Ma la Tia che vedea che Marsilio no se movea gozo de drio da quel usso, respose a Cecato: — Sté zo, in malora! no v’he-gio dito ch’el me besogna sconzurare tre fiè? Pur che no abian desconzò ogni cossa, ch’a’ ve aví vogiù muovere. — Disse Cecato: — No miga, no miga, no. — E un’altra fià l’ a ’l fé colgare, e ela un’altra volta comenzà el sconzuro a quel propio muò che l’avea fato inanzo. Marsilio, che pur avea comprendù come stasea el fato, senza che Cecato el veesse né ch’ el s’ acorzesse, insi fuora de drio de l’usso, e muzò via de belo. La Tia, dapò che l’ave vezù Marsilio che iera muzò fuora del cortivo, la compí de sconzurare el buzò, e fé ch’el beco de so marí se leva su de tera e in compagnia de la Tia descargò la farina che l’iera vegnua dal molin.

Stagando la Tia de fuora nel cortivo e vezando Marsilio da la longa ch’andasea de bon andare, la se messe a cridare quanto mai de gola che la poea: — Aeh! aeh! osèl pepe! Aeh! aeh ! s’ te ghe ven s’ te ghe ven, a la fé’ a la fé’ ch’ a’ te fare andare co la coa bassa! Aeh! te dighe. Te par ch’ el ghe supia inzargò? ch’ el ghe tornò (57) ancora sta mala bestia! Ah te dé el malan ! — E a sto muò ogni volta ch’ el vegnia el buzò e ch’ el se calava in cortivo per portar via i ponzini, in prima el se spelatava con la cioza, e pò la cioza fasea el sconzuro, el buzò se desfantava e se n’andava via co la coa bassa, e no dasea pí impazo ai ponzini de Cecato e de la Tia. —

FAVOLA V.

Madonna Modesta, moglie di messer Tristano Zanchetto, acquista

nella sua gioventù con diversi amanti gran copia di scarpe;

dopo’, alla vecchiezza pervenuta, quelle con famigli,

bastasi ed altre vilissime persone dispensa.

[La signora Lucrezia:]

— Le malnate ricchezze e i beni per torte vie male acquistati il più delle volte in picciol spazio di tempo periscono, perciò che per voler divino ritornano per quello istesso sentiero che sono venuti. Il che intravenne ad una pistoiese; la quale, se cosí onesta e savia, come dissoluta e sciocca, fusse stata, forse non si ragionarebbe di lei come ora si ragiona. E quantunque la favola ch’ora raccontarvi intendo, a noi non molto convenga, perciò che di lei ne riuscisce disonore e vergogna che oscura e denigra la fama e la gloria di quelle che onestamente viveno, pur ve la dirò; perciò che a tempo e luogo sarà (dico a cui tocca) picciolo ammaestramento di seguire le buone e fuggire le ree, lasciandole ne’ loro tristi e malvagi portamenti.

In Pistoia adunque, onestissime donne, antica città de la Toscana, fu ne’ tempi nostri una giovane chiamata madonna Modesta, il cui nome, per gli suoi biasimevoli costumi e disonesti portamenti, non conveneva alla sua persona. Costei era molto vaga e leggiadra, ma di picciola condizione; e aveva marito addimandato messer Tristano Zanchetto, (nome veramente corrispondente a lui), il quale era uomo conversevole e da bene, ma tutto dato al mercatantare: e le cose sue assai convenevolmente gli riuscivano. Madonna Modesta, che per natura era tutto amore, né in altro continovamente vigilava, veggendo il marito mercatante, ed esser molto sollecito alle sue mercatanzie, volse ancora ella principiar un’altra nuova mercatanzia, della quale messer Tristano non fusse consapevole. E postasi ogni giorno per suo diporto ora sopra l’un balcone, ora sopra l’altro, guatava tutti quelli che indi passavano per strada; e quanti giovanetti ella passar vedeva, tutti con cenni e atti incitava ad amarla. E sí fatta fu la diligenza sua in levare la mercatanzia e a quella vigilantissimamente attendere, che non vi era alcuno nella città, o ricco o povero, o nobile o plebeo, che non volesse delle sue merci prendere e gustare. Venuta adunque madonna Modesta in grandissima riputazione e grandezza, dispose al tutto di volere per picciolo precio a chiunque a lei venisse compiacere; e per sua mercé altro premio da loro non voleva eccetto un paio di scarpe, le quali fussino convenevoli alla qualità e condizione di coloro che si davano seco amoroso piacere. Imperciò che se l’amante che si solazzava seco, era nobile, ella voleva le scarpe di velluto; se plebeo, di panno fino; se meccanico, di cuoio puro. Laonde la buona femina aveva un concorso tale e tanto, che la sua bottega mai vuota non rimanea. E perciò che ella era giovane, bella e appariscente, e picciola era la dimanda che ella per guidardone richiedeva, tutti i pistoiesi volentieri la visitavano, e seco parimente si solazzavano prendendo gli ultimi desiderati frutti d’amore. Aveva madonna Modesta per premio delle sue tante dolci fatiche e sudori omai empiuto un amplissimo magazzino di scarpe; ed eravi tanto grande il numero delle scarpe, e di ogni qualità, che chi fusse stato a Vinegia e cercato avesse ogni bottega, non arrebbe trovata la terza parte a comparazione di quelle che vi erano nel magazzino suo.

Avenne che a messer Tristano suo marito faceva bisogno del magazzino per metter dentro certe sue robbe mercatantesche che per aventura allora gli erano sopragiunte da diverse parti; e chiamata madonna Modesta, sua diletta moglie, le chiese le chiavi del magazzino. Ed ella astutamente, senza far iscusazione alcuna, gliele appresentò. Il marito aperse il magazzino; e credendosi trovarlo vuoto, lo trovò pieno di scarpe, sí come abbiamo già detto, di diverse qualità. Di che egli rimase tutto sopra di sé, né imaginare si poteva dove procedesse una copia di tante scarpe; e chiamata la moglie a sé, interrogolla dove procedevano quelle tante scarpe che nel magazzino si trovavano. La savia madonna Modesta gli rispose: — Che vi pare, messer Tristano, marito mio? Pensavate forse voi di esser solo mercatante in questa città? Certo ve ingannate di grosso; imperciò che ancor le donne se intendono dell’arte del mercatantare. E se voi siete mercatante grosso, e fate assai facende e grandi, io mi contento di queste picciole; e ho poste le mie mercatanzie nel magazzino e rinchiuse, acciò che fussero sicure. Voi adunque con ogni studio e diligenza attenderete alle vostre merci; e io con ogni debita solecitudine e dilettazione valorosamente attenderò alle mie. — A messer Tristano, che più oltre non sapeva né considerava, molto il sollevato ingegno e l’alto sapere della sua savia e aveduta donna piacque; e confortolla a seguire animosamente la incominciata impresa. Continovando adunque madonna Modesta secretamente l’amorosa danza, e rendendole bene l’essercizio della sua dolce mercatanzia, divenne tanto ricca di scarpe, che non pur Pistoia, ma ogni grandissima città arrebbe a bastanza fornita.

Mentre che madonna Modesta fu giovane, vaga e bella, mai la mercatanzia le venne meno; ma perciò che il vorace tempo sopra tutte le cose signoreggia, e a quelle da il principio, il mezzo e il fine, madonna Modesta, che prima era fresca, ritondetta e bella, cangiò la vista, ma non la voglia, e ’l pelo, e mutò le usate penne e fece la fronte rugosa, il viso contrafatto, gli occhi lacrimosi, e le mammelle non altrimenti erano vuote, che sia una sgonfiata vescica; e quando ella rideva, faceva sí fatte crespe, che ogni uno che fiso la guatava, se ne rideva e ne prendeva grandissimo solazzo. Venuta adunque madonna Modesta contro ’l suo volere vecchia canuta, né avendo più veruno che l’amasse e corteggiasse come prima, e vedendo la mercatanzia delle sue scarpe cessare, molto tra sé stessa si ramaricava e doleva. E perciò che ella, dall’incominciamento della sua giovanezza fin’ all’ ora presente, s’aveva data alla spuzzolente lussuria, del corpo e della borsa nemica, ed erasi in quella tanto assuefatta e nodrita quanto mai donna nel mondo si trovasse, non era via né modo che ella da tal vizio astenere si potesse. E quantunque di dí in dí mancasse l’umido radicale per lo quale tutte le piante s’appigliano, crescono e augumentano, non però cessava il desiderio di adempire il suo malvagio e disordinato appetito. Vedendosi adunque madonna Modesta del giovenil favore totalmente priva, né più esser accarezzata né losingata da leggiadri e vaghi giovanetti come prima, fece nuovo proponimento. E messasi al balcone, cominciò vagheggiare quanti famigli, bastasi, villani, scopacamini e poltroni ch’ indi passavano; e quanti ne poteva avere, tanti ne traeva in casa alla sua divozione, e di loro prendeva il suo consueto piacere. E sí come ella per l’adietro voleva dagli amanti suoi un paio di scarpe, secondo la qualità e condizione loro, per premio della sua insaziabile lussuria, cosí pel contrario ella ne donava un paio per guidardone di sua fatica a colui ch’era maggior gaglioffo e che molto meglio le scuoteva il pellizzone. Era venuta madonna Modesta a tal condizione, che tutta la vil canaglia di Pistoia concorreva a lei, chi per prendersene piacere, chi per beffarla e traggersene di lei, e chi per conseguire il vituperevole premio che ella gli donava. Né passarono molti giorni, che ’l magazzino, che era pieno di scarpe, quasi vuoto rimase.

Avenne che un giorno messer Tristano volse secretamente vedere come passava la mercatanzia della moglie sua; e prese le chiavi del magazzino, lei nulla sapendo, l’aprí: ed entratovi dentro, trovò che quasi tutte le scarpe erano smarrite. Laonde messer Tristano tutto ammirativo stette alquanto sopra di sé, pensando come la moglie avesse dispensate tante paia di scarpe quante erano nel magazzino. E credendo per certo che la moglie per lo tratto di quelle fusse tutta oro, fra sé stesso ne prendeva consolazione, imaginandosi a qualche suo bisogno potersene d’alcuna parte prevalere. E chiamatala a sé, dissele: — Modesta, moglie mia prudente e savia, oggi apersi il tuo magazzino e veder volsi come procedeva la tua leal mercatanzia; e pensando che da quell’ora che prima la vidi, sin a questa fussero multiplicate le scarpe, trovai che erano diminuite: di che io ne presi ammirazione non picciola. Dopo’ pensai che tu le avessi vendute, e del tratto di quelle avesti il danaio nelle mani; e mi confortai. Il che, se cosí fusse, non riputerei poco capitale. — A cui madonna Modesta, non senza alcun grave sospiro che dalla intima parte del cuore procedeva, rispose: — Messer Tristano, marito mio, non vi maravigliate punto di ciò, perciò che quelle scarpe, che in tanta abondanza nel magazzino già vedeste, se ne sono andate per quella istessa via che erano venute; e tenete per certo che le cose mal acquistate in breve spazio di tempo s’ annullano. Sí che di ciò non vi maravigliate punto. — Messer Tristano, che la cosa non intendeva, rimase sopra di sé; e temendo molto che alla sua mercatanzia un simile caso non avenisse, non volse in ragionare più oltre procedere; ma quanto ch’ egli seppe e puote solecitò che la sua mercatanzia non venisse al meno come quella della moglie.

Veggendosi madonna Modesta omai da ogni sorte d’uomini abbandonata, e delle scarpe con tanta dolcezza guadagnate al tutto priva, per lo dolore e passione che ella ne sentí, gravemente s’infermò; e in breve spazio di tempo, etica divenuta, miseramente se ne morí. Ed in tal maniera madonna Modesta poco aveduta vergognosamente la sua mercatanzia con la vita finí, lasciando dopo sé per altrui esempio vituperosa memoria. —

 

Conoscendo l’ora esser tarda, la signora comandò che sotto pena della disgrazia sua niuno si partisse; e fattosi chiamare il discreto siniscalco, li divisò che nella camera grande mettesse le tavole; che in questo mezzo che si apparecchiassino le mense e si cocinasse la cena, farebbono alquanti balletti. Finiti adunque i balli e cantate due canzonette, la signora si levò in piedi ; e presi per mano il signor ambasciatore e messer Pietro Bembo, e tutti gli altri seguendo lor ordine, li menò nella preparata camera: dove, data l’acqua alle mani, ciascuno secondo il grado e ordine suo, si pose a sedere a mensa; e con buoni e delicati cibi e preciosi e recenti vini, furono tutti onoratissimamente serviti. Fornita con lieta festa e con amorosi ragionamenti la pomposa e lauta cena, tutti divenuti più allegri che non erano prima, si levorono dalle mense e al carolare da capo si dierono. E perciò che ormai la rosseggiante aurora cominciava apparere, la signora fece accendere i torchi, e sino alla scala accompagnò il signore ambasciatore, pregandolo che secondo l’usato modo venisse al ridotto: e altresì fece con gli altri. —

IL FINE DELLA QUINTA NOTTE.

INDICE

 

Prefazione

Proemio

Notte prima

Favola prima

Salardo, figliuolo di Rainaldo Scaglia, si parte da Genova, e va a Monferrato, dove fa contra tre comandamenti del padre lasciatili per testamento, e condannato a morte vien liberato ed alla propia patria ritorna.

Favola seconda

Cassandrino, famosissimo ladro ed amico del pretore di Perugia, li fura il letto ed un suo cavallo leardo; indi, appresentatoli pre’ Seve rino in uno saccone legato, diventa uomo da bene e di gran maneggio.

 Favola terza

Pre’ Scarpacifico, da tre malandrini una sol volta gabbato, tre fiate gabbri loro; e finalmente vittorioso con la sua Nina lietamente rimane.

Favola quarta

 Tebaldo, prencipe di Salerno, vuole Doralice, unica sua figliuola, per moglie; la quale, perseguitata dal padre, capita in Inghilterra, e Genese la piglia per moglie, e con lei ha doi figliuoli, che da Tebaldo furono uccisi : di che Genese re si vendicò.

Favola quinta

Dimitrio bazzariotto, impostosi nome Gramotiveggio, scopre Polis sena sua moglie con un prete, ed a’ fratelli di lei la manda; da’ quai essendo ella uccisa, Dimitrio la fante prende per moglie.

Notte seconda

Favola prima

Galeotto, re d’Anglia, ha un figliuolo nato porco, il quale tre volte si marita; e posta giù la pelle porcina e diventato un bellissimo giovane, fu chiamato re porco.

Favola seconda

Filenio Sistema, scolare, in Bologna vien da tre belle donne bef fato, ed egli con una finta festa di ciascheduna si vendica.

Favola terza

Carlo d’Arimino ama Teodosia, ed ella non ama lui, perciò che aveva a Dio la verginità promessa; e credendosi Carlo con violenza abbracciarla, in vece di lei abbraccia pentole, caldaie, schidoni e scovigli: e tutto di nero tinto, da’ propi servi viene fieramente battuto.

Favola quarta

Il demonio, sentendo i mariti che si lamentano delle loro mogli, prend