Opinione sulle cose italiane

di

SISMONDO SISMONDI.

 

Edizione di riferimento:

Melchiorre Gioja e Sismondo Sismondi, Opinioni sulle cose italiane, Alla Libreria Maire-Nyon, Quai Conti, N. 13, Parigi 1846. - Quarta edizione

CAPITOLO I.

Intorno alla libertà degl’Italiani nei tempi delle loro repubbliche.

Basta paragonare l’Italia quale era nel quindicesimo secolo, all’Italia quale diventò del diciottesimo, per accertarsi che gl’italiani avevano in quello spazio di tempo perduto il più prezioso dei beni sociali. Non era altrimenti una teoria vana e fatta soltanto per lusingare l’immaginazione quella libertà per la quale essi combatterono con tanta costanza, che non si videro tolta senza immenso rincrescimento e cordoglio, e che tentarono più volte di ricuperare a rischio anche di esporre la patria alle più violenti convulsioni.

Palpabili erano gli effetti di questa libertà, ed hanno coperta la terra di tali monumenti che conservansi ancora nella presente età; aveva questa svolti nell’intera massa della nazione l’ingegno, il gusto, l’industria e tutti i godimenti di una somma prosperità; il popolo che la conservò lungamente, era composto d’individui ad un tempo più felici e più illuminati; desso erasi egualmente avvicinato ai due fini che si propongono i più saggi filosofi e l’uomo volgare; cioè, aveva fatto molto cammino verso la perfezione e la felicità.

Nell’Italia, non ve n’ha un solo il quale non contribuisca a provare ed i sorprendenti progressi fatti dagl’Italiani in tutte le arti della civilizzazione prima del quindicesimo secolo, ed il loro decadimento dopo quest’epoca. Veruna nazione eresse più magnifici templi nelle città, ne’ villaggi e perfino ne’ deserti; si giugne dall’estremità dell’Europa per ammirarli; ma quando si confrontano col povero gregge che ora si aduna sotto la loro volta per esercitarvi un culto, ognuno è forzato di chiedersi dove si troverebbero adesso le necessarie ricchezze per fabbricarli?

Di dieci in dieci miglia trovansi nelle pianure della Lombardia, o ne’ colli della Toscana e della Romagna, e perfino nelle adesso deserte campagne del patrimonio di san Pietro, delle città pomposamente fabbricate, nelle quali molti palagi mezzo rovinati ci dicono che da secoli più non furono ristaurati: tutto ciò che è durevole conserva il carattere dell’opulenza e dell’antica eleganza, e tutto ciò che è passeggiero è perito senza venire più rifatto. Rimangono i portici, le colonne, gli architravi; ma i legni marciscono, rotti sono i cristalli, e levati i piombi dai tetti. Da Novara fino a Terracina, ci dimandiamo tristamente,  in ogni città, dove sia la popolazione che poteva avere bisogno di tante case, dove il commercio che poteva riempire tanti magazzini, dove le ricche famiglie che potevano alloggiare in tanti palazzi, dove finalmente il lusso dei vivi che deve prendere il luogo di quello degli estinti, de’ quali rimangono ovunque i monumenti.

Molta parte delle terre viene anche adesso coltivata nella più industre come nella più dispendiosa maniera; senza mai esaurire il terreno, l’agricoltura vuole ogni anno nuovi frutti, e gli ottiene più abbondanti che in qualunque altra contrada. Un giudizioso avvicendamento di ricolte apparecchia e purga i campi prima di coglierne i succhi nutritivi per le piante cereali, e sempre li va migliorando senza mai lasciarli riposare.

Ma questo avvicendamento di raccolti fu inventato e sostituito all’antico sistema dai contadini italiani che in allora erano una razza di uomini intelligente ed osservatrice, mentre che in tutto il rimanente dell’Europa i contadini di quell’epoca erano abbrutiti dalla schiavitù ed incapaci di scoprire i vizj delle antiche consuetudini, e di correggerle.

L’intera Lombardia è tagliata da canali che, suddividendosi all’infinito, tutta la ricuoprono a guisa di una rete; essi distribuiscono sui campi le acque apportatrici della fertilità, e sono disposti a riceverle di nuovo, dando loro un pronto scolo, quando quest’acque cessano di essere salutari. Una ragguardevole parte della Toscana è divisa in regolari terrapieni, che trattengono la terra sul fianco delle colline sempre battute da burrascose piogge, dando così il modo di coprire di castagneti, di viti, di ulivi, di ficaje, ripidi declivi che, lasciati quali naturalmente sono, non presenterebbero che nudi sassi. Ma in quel tempo in cui gl’Italiani destinavano a rendere fertili le loro campagne un capitale, che poteva bastare per l’acquisto di una superficie assai più vasta, le altre nazioni ad altro ancora pon pensavano che a spogliare la terra di tutto ciò che poteva produrre; ed i Francesi cercavano perfino di rendere ignominioso l’impiego del capitale destinato alla coltura delle terre, coll’assoggettarlo all’umiliante imposta della taglia.

Finalmente, sia che si osservi tutta intera l’Italia, o si esamini la natura del suolo, o le opere dell’uomo, l’uomo medesimo, sempre si crede essere nel paese degli estinti; vedendo nello stesso tempo la debolezza dell’attuale generazione, e la possanza di quelle che la precedettero. Non sono certo gli uomini che si vedono, che avrebbero potuto fare le cose che ci stanno sotto gli occhi; furono fatte nell’epoca di una vita che sentiamo essere terminata; perciocché nell’istante in cui questa nazione perdette ciò ch’ella chiamava la sua libertà, perdette nel medesimo tempo tutta la sua creatrice potenza.

Pure quando ci chiediamo in che mai consistesse una cotale libertà, che produsse così grandi cose e che lasciò di sé così amaro desiderio, non troviamo veruna soddisfacente risposta né tra le nozioni che ne avevano que’ medesimi che la possedettero, né nelle leggi che la sostenevano, né nelle costumanze ch’ebbero da lei origine. Rimaniamo soprattutto convinti esservi un errore capitale nella lingua, che ciò che noi diciamo libertà, non è ciò che dagl’Italiani era così chiamato; e che l’intero scopo dell’ordine sociale si presentava loro sotto un punto di vista affatto diverso da quello che noi lo vediamo.

Forse abbastanza non riflettiamo che le nuove teorie intorno alla libertà sono di moderna invenzione; che i nostri filosofi, cercando di sapere in che consista, sonosi proposto uno scopo affatto diverso da quello cui miravano gli antichi; che la libertà dei Greci de’ Romani, degli Svizzeri o de’ Tedeschi, come pure quella degl’Italiani, non era altrimenti la libertà degl’Inglesi; che per ultimo fino al diciassettesimo secolo la libertà del cittadino fu sempre risguardata come una partecipazione alla sovranità del suo paese; e che non è che l’esempio della costituzione brittannica, che c’insegnò a considerare la libertà come una protezione del riposo, della felicità e della domestica indipendenza. Ciò che noi desideriamo prima di tutto, non risguardavasi dai nostri antenati che come un vantaggio accessorio e di second’ordine; e ciò che vollero i nostri antenati, non viene da noi risguardato che quale mezzo più o meno imperfetto di ottenere o di conservare quanto desideriamo noi medesimi. Però l’uno e l’altro scopo dell’associazione politica viene egualmente indicato col nome di libertà. Quando si volle distinguerli, e che si chiamò libertà civile quella facoltà affatto passiva, quella guarenzia contro l’abuso del potere, in qualunque mano si trovi, cui aspirano i moderni, e che si riservò il nome di libertà politica alla facoltà attiva, alla partecipazione di tutti al potere esercitato sopra di tutti, all’associazione dell’uomo libero alla sovranità, non si è bastantemente schivata la confusione; perchè i vocaboli che si adoprano non contrastano abbastanza l’uno coll’altro. Ambidue, tranne la sola diversità della loro origine greca e latina, significano egualmente, che è propria al cittadino; ma non dovrebbe dirsi cittadino se non quello che gode della libertà attiva, ed è partecipe della sovranità; mentre che, senza essere cittadino, ogni uomo ha diritto egualmente alla libertà passiva, ossia alla protezione contro ogni abuso del potere.

Per una specie d’istinto gl’Italiani si erano attaccati alla libertà politica; ma non erano pervenuti a definirla con precisione. Questa era agli occhi loro una prerogativa esclusiva del governo repubblicano; e con tal nome indicavano soltanto il governo dei più, per distinguerlo da quello di un solo. Quest’ultimo, il principato assoluto, sembrava loro sempre incompatibile colla libertà; il primo, governo dei più, pareva loro che sempre meritasse il nome di governo libero, sia che questa sovranità appartenesse a tutti i cittadini, come a Firenze, sia ad una sola classe, come a Venezia; e ciò senza avere riguardo all’esercizio di un’arbitraria autorità dei magistrati sopra i sudditi, che, dietro i presenti nostri principj, potrebbero farci considerare l’uno e l’altro come tirannico.

Non conoscendo gl’Italiani che la libertà politica, e non essendosi eglino formata una precisa idea della libertà civile, non dobbiamo maravigliarci che accordassero il nome di governo libero a quello che non poneva verun confine all’estensione dei poteri esercitati a nome della nazione. I cittadini, esposti a qualsivoglia arbitraria misura, non perciò si riputavano meno liberi, poiché l’atto arbitrario che ad alcuno recava danno era l’opera di un magistrato, che ognuno poteva risguardare quale suo mandatario. Ma al primo aspetto sembra contrario ai medesimi principj da loro adottati, il chiamare libero quel governo in cui veniva esercitata un’illimitata autorità da una sola classe della nazione, senza che gli altri potessero aver parte in quella sovranità di cui si erano impadroniti pochi cittadini. Ben può concepirsi come Firenze loro sembrasse libera anche quando il gonfaloniere, i priori, i podestà delegati dal popolo, facevano il più violente uso del momentaneo potere deposto nelle loro mani; ma non vediamo in che mai consistesse la libertà di Venezia, dove dal consiglio de’ dieci, che rappresentava soltanto la nobiltà, esercitavasi un così arbitrario potere.

Per altro questa confusione d’idee non è propria solamente degl’Italiani; dessa, trovasi in tutte le antiche e moderne repubbliche. Le aristocrazie ed oligarchie greche, tedesche ed italiane, invocarono tutte egualmente il nome della libertà, e tutte pretesero di averla conservata qualunque volta non si assoggettarono al potere di un solo. Infatti, lasciando da un canto la libertà civile ossia libertà passiva, poteva dirsi con verità che sempre esisteva una libertà nello Stato, quando un’intera classe era partecipe della sovranità; ma in allora non era la nazione che fosse libera, unicamente bensì quelle famiglie ch’erano proprietarie della libertà.

Presso gli antichi, che avevano conservati gli schiavi anche nelle più libere repubbliche, non erasi cercata l’origine dei diritti dell’uomo nella stessa dignità della specie umana, né si era convenuto che ogni pubblica istituzione dovesse mirare alla felicità di tutti. I dritti umani parvero loro fondati sopra leggi positive, e non sulla legge naturale. Vedevano in ogni paese uomini ingenui e schiavi; e questo fatto, che ammisero senza disamina, non parve loro più ripugnante nelle loro città che nelle loro famiglie. La libertà diventò per loro un bene ereditario, come le altre sostanze; e quest’eredità potev’essere trasmessa soltanto ad un ristretto numero di famiglie in mezzo ad una grossa popolazione; siccome a Sparta ne’ tempi della lega Achea, e a Lucca nel diciottesimo secolo: non pertanto si continuò a chiamare libero lo stato in cui le famiglie proprietarie della libertà non erano esse medesime diventate proprietà di un altro individuo, e dove conservavano fra di loro la sovranità sopra di sé medesime: se queste medesime famiglie avevano poi sudditi nello Stato e schiavi nelle case, questa sudditanza di una parte della popolazione estranea alla città, né variava, né costituiva la natura del governo. Cotale Stato era pur sempre una repubblica.

Ma la schiavitù domestica più non esisteva nelle repubbliche italiane, e questa sola differenza le pone a molta distanza da quelle dell’antichità. Dall’abolizione della schiavitù domestica ne risultarono un maggiore rispetto per la libertà dell’uomo, una più estesa felicità in tutte le classi, maggiore industria, maggiore attività, maggiori potenze produttrici ed in conseguenza maggiori ricchezze. Le repubbliche, quando appena cominciavano a prendere questo titolo, e non si consideravano ancora che come comunità libere, sotto la protezione dell’imperatore, cominciarono colla liberazione degli schiavi; il grosso della loro popolazione consisteva in uomini che avevano di fresco spezzate essi medesimi le loro catene, e che aprirono quasi sempre un asilo entro le loro mura ai servi che fuggivano dalle terre dei signori loro vicini. In tal modo ebbe principio l’abolizione della schiavitù, cui la religione e la filosofia si gloriarono poscia di avere operato; ma che dal solo personale interesse fu eseguito.

Questa progressiva abolizione della schiavitù, che si estese dalle città alle campagne, è un avvenimento troppo importante nella storia delta libertà italiana, per non richiamare per qualche tempo la nostra attenzione. Sotto il regno degl’imperatori romani, i liberi agricoltori erano assolutamente scomparsi dal suolo dell’Italia; i ricchi proprietarj, che in un solo possedimento riunivano talvolta intere province, di cui la repubblica romana, dopo parecchj anni di guerra, aveva trionfato ne’ suoi più bei giorni, facevano coltivare le loro terre da numerose gregge di schiavi. I campi più non avevano case isolate, né villaggi, né capanne, e di già avevano l’aspetto che presenta adesso l’Agro romano, egualmente deserto, egualmente diviso in poderi di dieci in dodici miglia d’estensione: soltanto facevano le veci di quelle armate di lavoratori che scendono oggi dalle montagne della Sabina, infiniti sventurati che la sola forza obbligava al lavoro senza speranza di veruna ricompensa.

I barbari, invadendo l’Italia, ne fecero in breve tempo scomparire tutta la popolazione, perchè gli schiavi erano la preda che loro meglio si conveniva, siccome quella che più vantaggiosamente potevano vendere, e trasportare altrove con minore imbarazzo. Gli schiavi, sempre solleciti di mutare condizione, seguivano volentieri i loro nuovi padroni, dai quali speravano di essere più dolcemente trattati; pure di ordinario perivano ne’ lunghi viaggi a traverso ai boschi della Germania e della Scizia, come mill’anni dopo si videro perire i non meno numerosi schiavi che i Turchi predavano in tutte le province dell’Adriatico, e dei quali non si è conservata la razza. I proprietarj, come i nobili romani dell’età presente, cercarono, dopo tale epoca, non già a moltiplicare i prodotti delle loro terre, ma a diminuirne le spese; e calcolarono, come si fa pure presentemente, che per quanto fosse grande la diminuzione del prodotto lordo dell’agricoltura per mancanza di popolazione, non perciò veniva minore la rendita netta delle loro terre.

Finalmente i barbari, invece di guastare le province dell’impero, vi si stanziarono stabilmente. È noto che in allora ogni capitano, ogni soldato del settentrione, venne ad alloggiarsi presso un proprietario romano, sforzandolo a dividere con lui le sue terre ed i raccolti. Tutti gli antichi schiavi che rimasero in Italia, non cambiarono la loro condizione; ma i liberi agricoltori, obbligati a risguardare come loro padrone il Tedesco o lo Scita che dicevasi loro ospite, furono costretti a darsi essi medesimi al lavoro. Oltre la parte incolta di terreno che questi nuovi abitanti si fecero cedere in tutta loro proprietà per tenervi le loro mandre, vollero pure essere a parte del ricolto dei campi, degli uliveti, delle vigne: ed allora indubitatamente ebbe principio quel sistema di coltivazione a metà frutto, che mantiensi tuttora in quasi tutta l’Italia, e che tanto contribuì a perfezionare l’agricoltura ed a rendere migliore la condizione de’ suoi contadini.

Quando il lavoro degli uomini liberi si trovò in concorrenza con quello degli schiavi, la sua superiorità fu troppo chiara per non far sì che il barbaro padrone lo preferisse a quello degli schiavi. Il castaldo, quasi sempre disceso da qualche antico proprietario romano, viveva, egli e la sua famiglia, colla metà del prodotto di quella terra che era stata un giorno possedimento dei suoi antenati; mentre lo schiavo, che dovevasi assai bene alimentare, quantunque la sua inerzia e la negligenza scemassero le sue forze produttrici, consumava i due terzi dei frutti da lui raccolti. Allora il Barbaro cominciò ad accordare la libertà, ed una parte del deserto di cui si era renduto padrone, al suo schiavo, perchè ne formasse un nuovo podere. Il signore delle terre ebbe sempre più motivo di vie meglio convincersi che non manterrebbe giammai i suoi schiavi a così buon patto come il suo gastaldo, e che non otterrebbe da loro giammai altrettanto lavoro, perchè l’interesse attivo ed industrioso è migliore economo d’assai che la forza: così ogni giorno, coll’incremento delle generazioni, un maggior numero di schiavi ebbe nelle campagne la libertà.

Senza che la legge avesse veruna parte nell’abolizione della schiavitù, senza che il vergognoso commercio degli uomini fosse proibito, la schiavitù cessò in ogni luogo. Ne’ secoli inciviliti, e fino alla fine del sedicesimo, si vedevano tuttavia degli schiavi nelle più ricche case, ma più non se ne trovavano nelle campagne. I soldati, abusando della loro vittoria, vendettero talvolta al migliore offerente tutti gli abitanti di una città presa d’assalto; e tale fu la sorte che l’armata di Francesco Sforza fece subire nel 1447 alla sventurata città di Piacenza. I papi, cedendo alla sterminata loro collera, condannarono ancora più frequentemente tutti i sudditi di uno Stato nemico ad essere ridotti in ischiavitù, autorizzando a venderli chiunque se ne impadronisse. In tal modo vennero condannati tutti i vassalli dei Colonna da Bonifacio VIII, tutti i Fiorentini da Sisto IV; tutti i Bolognesi nel 1506, ed i Veneziani nel 1509, da Giulio II. Ma coloro che comperavano questi schiavi, trovavano subito più utile il dar loro la libertà per una qualche somma di danaro, che non il mantenerli pel poco lavoro che farebbero per conto loro. In veruna descrizione di città di villaggi vedonsi in queste varie epoche indizj di schiavitù; soltanto il fanatismo potè conservarne gli ultimi avanzi in Italia a dispetto del personale interesse. I prigionieri di guerra Mori e Turchi incatenansi nelle galere, in odio della loro religione, e la schiavitù loro dura anche al presente, sebbene costino allo Stato più che gli uomini liberi.

Il fanatismo tentò pure più volte in altri paesi di far rinascere la schiavitù; e riconoscere dobbiamo dai missionarj portoghesi, che circa la metà del quindicesimo secolo, diressero le prime spedizioni sulla costa occidentale dell’Afirica, quella schiavitù de’ Negri alle Antille, che forma l’obbrobrio dell’età presente. Il fanatismo fece condannare in Ispagna ed in Portogallo, nel sedicesimo e diciassettesimo secolo, molte centinaje di Giudei e di Mori ad essere ridotti in ischiavitù. Pure l’interesse personale, assai più potente che lo zelo di un clero persecutore, ridonò costantemente la libertà a coloro che la Chiesa condannava alle catene, Nell’età presente la schiavitù non si mantiene in tutta l’Europa orientale dalla Russia fino all’Ungheria, che a motivo che i proprietarj delle terre non hanno saputo approfittare del lavoro degli uomini liberi; e perchè in cambio di dividere con loro i frutti della terra, gli sforzarono a dar loro la metà del tempo; onde nei giorni di ogni settimana che sono di diritto del padrone ungaro o boemo, l’uomo libero non lavora con maggiore zelo, attività o intelligenza, di quello che farebbe lo schiavo.

Quando, in tempi a noi più vicini, i filosofi volsero di nuovo i loro sguardi alla costituzione della società, non ebbero sotto gli occhi oggetti eguali a quelli che colpivano i filosofi dell’antica Grecia. Da un canto il lavoro manuale più non era fatto dagli schiavi, dall’altro canto quasi tutti i paesi ridotti a civiltà erano governati da monarchi. Noi confondiamo quasi sempre la natura delle presenti instituzioni colla natura stessa delle cose: gli antichi non avevano potuto comprendere come si sarebbe potuto fare da meno degli schiavi; i moderni come si possa stare senza re. I politici del XVIII secolo si occuparono meno di ciò che in realtà era la società umana, che di ciò che avrebbe dovuto essere. Ebbero minore rispetto pei diritti stabiliti, perchè in nessun luogo ne trovarono che fossero incontrastabili; ma rispettarono maggiormente il carattere dell’uomo; essi accomodarono le loro teorie all’interesse dell’autorità sotto la quale vivevano, e fissarono il principio che ogni governo era stabilito per la felicità dei popoli a lui soggetti, sebbene i principi avessero fin allora creduto di non avere altro interesse ed altro dovere, che quello della propria conservazione, o di ciò che chiamavano loro gloria.

Essendo la libertà degli antichi una proprietà del cittadino, non era essenziale di esaminare fino a qual segno contribuiva alla felicità, come non si esamina, per conservare a ciascheduno la sua eredità, se le ricchezze formano, o no, la felicità dell’uomo saggio. Ma la libertà dei moderni venendo considerata come il mezzo pel quale i governi giungono allo scopo per cui furono instituiti, cioè la comune felicità, fu necessario di esaminare, onde stabilire il diritto dei popoli ad essere liberi, in qual modo la libertà formi la felicità, fino a quale grado vi contribuisca.

L’uno e l’altro raziocinio è egualmente logico, ma ciascuno parte da diversi principj. Quello degli antichi è forse il primo nell’ordine delle idee; essi considerarono l’origine delle società, e si chiesero donde veniva il potere che vedevano stabilito: allora loro parve soltanto libero quell’uomo, che non fosse subordinato che a quel potere che aveva formato o contribuito a formare egli stesso. Così la linea che separava il cittadino dal suddito era patentemente segnata, e non poteva ammettere verun dubbio. La libertà de’ moderni dev’essere valutata sopra molto più dilicate differenze. Per determinarne i confini, conviene esaminare fino a qual punto convenga agli uomini uniti in società di essere governati, o pure a qual prezzo loro convenga di acquistare la protezione della forza pubblica contro i loro interni ed esterni nemici; in appresso fino a qual punto ognuna delle umane facoltà abbia bisogno di essere contenuta pel comune vantaggio; finalmente in quale caso torni meglio diminuire in parte la forza di tutti, piuttosto che ristringere di soverchio la felicità o la sicurezza individuale.

Quest’esame guidò a riconoscere che lo scopo dell’unione degli uomini essendo quello di assicurare la vicendevole protezione delle loro persone, del loro onore, delle loro proprietà, dei loro morali sentimenti, quel governo che si farebbe giuoco della vita, della fortuna e dell’onore degl’individui, offendendo i sentimenti di giustizia, di umanità e di pubblica decenza, mancherebbe assolutamente al suo scopo, e dovrebbe risguardarsi come una tirannide, sebbene fosse anche stato stabilito dall’universale volontà.

In appresso si riconobbe, che l’uomo non aveva domandato al proprio governo di proteggerlo contro di sé medesimo, ma soltanto contro gli altri; dal che si è conchiuso che l’esercizio di qualunque facoltà, che non abbia azione sugli altri, non è dipendente dal governo. Su questa regola è fondata la libertà del pensiero e quella della coscienza; mentre che avvi tirannide, qualunque volta il governo procede a punire altra cosa che gli atti esteriori, o che in loro cerca le tracce del malcontento, e della malevolenza, per vendicarsi di queste opinioni.

Finalmente si è conosciuto che il male che risulterebbe per tutti dalla repressione di certe azioni che possono diventare nocive, sarebbe ancora maggiore del male che potrebb’essere prodotto da queste azioni. Perciò si risguardò come tirannico quel governo che proibisce di parlare, di scrivere, di stampare [1]; che gastigò con troppo sospettosa vigilanza certi falli, certi vizj, che non si potrebbero comprimere senza un’inquisizione insopportabile per tutti. E si è conchiuso che un governo è tanto più libero, quanto è sentita meno la sua azione; che è libero, non solo perchè non gastiga che ciò che è vietato dalla legge, ma ancora perchè la legge non proibisce tuttociò che potrebbe proibire.

 

Dopo avere in tal modo definita questa libertà puramente difensiva, questa libertà affatto negativa cui deve tendere ogni buon governo, si cercò di darle per guarenzia i diritti politici dei cittadini. Allora cominciarono a considerarsi, non più come principio essi medesimi della libertà, ma soltanto come sue salvaguardie. I moderni collocarono nel primo grado tra questi diritti politici la libertà della stampa propriamente detta, ossia il diritto di provocare la pubblica attenzione intorno agli affari dello Stato, con scritture pubblicate senza precedente licenza del governo; la libertà della disputa nelle adunanze politiche; per ultimo il diritto di petizione, o sia il ricorso aperto ad ogni oppresso fino alla sovrana autorità, interpellata da cittadini associati a tale oggetto sotto gli occhi di tutto il pubblico. Queste varie prerogative non formano parte della libertà civile, ma piuttosto sono le armi poste in mano al popolo per difenderla.

Dopo avere conosciuto quanto l’idea che fino all’ultimo secolo formavansi della libertà i nostri antenati è diversa da quella che noi ci formiamo adesso, avremo minor cagione di fare le maraviglie, vedendo che in tutte le repubbliche dell’antichità, in tutte quelle della Svizzera e della Germania, in tutte quelle finalmente dell’Italia, intorno alle quali versammo cosi lungo tempo, non fossero guarentiti i diritti di cui abbiamo fin ora sviluppata l’origine.

Le repubbliche italiane non avevano pensato a proteggere la vita, l’onore, o la proprietà de’ cittadini con una legislazione, o con una forma di processura migliori di quelle ch’erano in vigore negli Stati più dispotici. I magistrati, i tribunali e le leggi avrebbero avuto bisogno d’una totale riforma, per guarentire la libertà civile, e la felicità delle persone loro commesse. Oggi è dimostrato che compromettesi la libertà, quando gli amministratori si trasformano in giudici, armandoli dell’autorità di castigare que’ medesimi che essi incontrarono come antagonisti nelle politiche contese. Perciocché il magistrato, chiamato frequentemente dalla sua carica a sostenere le parti di un capo di partito, ed a sposarne le passioni, viene investito del diritto di giudicare la parte avversaria, cioè quegli uomini che nella causa del popolo vollero mettere argine alle sue usurpazioni, ed opporsi alle sue ingiuste misure. Le repubbliche italiane non erano cadute affatto in quest’errore comune a tutte le altre. Il potere giudiziario vi si trovava abitualmente separato dall’amministrativo: la signoria, che si rifaceva ogni due mesi a sorte, scegliendosi tra i cittadini attivi, era incaricata della generale direzione degli affari, mentre alcuni giudici forestieri, assistiti da legisti pure forestieri, amministravano la giustizia civile e criminale. Ma perchè questa divisione del potere civile e giudiziario non lasciasse verun titolo di timore, avrebbe dovuto essere perfetta; sarebbe stato d’uopo che i magistrati fossero sempre obbligati di rimettere ai tribunali coloro che gli avevano offesi, e che in qualunque caso non fossero seduti essi medesimi in giudizio. Per lo contrario nelle repubbliche italiane, non escluse le meglio ordinate, si vide più volte la signoria momentaneamente riprendere il potere giudiziario, e mandare alla tortura o al patibolo coloro che avevano di fresco attentato alla sua autorità.

Non solamente i giudici non disponevano soli della vita, e dell’onore, e sostanze de’ cittadini; ma non erano pure costituiti in maniera di dare una bastante guarenzia delle loro parzialità o della loro umanità. Richiedeva la legge che fossero forestieri, perchè non sposassero nella repubblica verun partito; che non rimanessero molti anni in carica, onde non adottassero le passioni de’ cittadini; finalmente che uscendo d’impiego andassero soggetti ad un sindacato intorno alla loro amministrazione, onde si guardassero dal lasciarsi corrompere coi regali. Ma la legge non aveva separato il giudizio del diritto da quello del fatto; non aveva chiamati i semplici cittadini, come presso i Romani e presso gl’Inglesi, a sentenziare sulla vita dei loro concittadini: non aveva posto ogni uomo sotto la guarenzia dell’interesse dei suoi eguali, né avanti l’esecuzione di una sentenza capitale aveva richiesto il concorso di un tribunale popolare, che essenzialmente unisse la misericordia al rigore. Non esisteva veruna legge penale che moderasse le sentenze de’ giudici, o che preventivamente illuminasse gl’imputati intorno alla loro sorte. Non era né meno vietato ai podestà di ascoltare le voci della passione o della collera; e poichè giudicavano quasi sempre soli, non erano obbligati di esporre ai loro colleghi le circostanze della causa, a trattarla ad alta voce, a dare i motivi delle loro sentenze. I motivi e le ragioni che le avevano dettate chiudevansi nel più profondo di tutti i segreti, quello di un uomo colla sua propria coscienza.

La processura dava ancora minore guarenzia che la costituzione del tribunale, segreta era l’istruzione, ed il prevenuto, privo di consiglio nella sua prigione e di avvocato per difendersi, veniva abbandonato a tutte le conseguenze della sua debolezza, de’ suoi terrori, della sua ignoranza, o della sua incapacità. La spaventosa processura cominciava colla tortura; e la legge non poneva verun limite ai tormenti co’ quali potevasi stringere un accusato, come non aveva determinato quali indizj si richiedessero per esporlo a così barbara prova. Non pertanto le confessioni strappategli di bocca dall’atrocità de’ dolori, venivano ritenute quali sufficienti prove contro di lui, o contro i supposti suoi complici. Finalmente la legge permetteva supplicj non meno spaventosi che quelli delle monarchie, e l’umanità veniva offesa non meno dalle esecuzioni che dalle processure.

In tal modo adunque, anche in tempo ordinario, la società non guarentiva l’onore, la vita, e le sostanze degli individui, co’ suoi magistrati, co’ suoi giudici, colle sue leggi. Ma nelle rivoluzioni, pur troppo frequenti, l’abuso di una pretesa giustizia diventava ancora più molesto. Allora i capi di un partito, facendosi investire di una illimitata autorità, sotto il nome di balìa, gastigavano in massa, senza informazione, senza processura, senza giudizio, tutti i membri del contrario partito, coll’esilio, colla confisca de’ beni, e spesso con capitale supplicio.

Non avevano gì’ Italiani pensato giammai che lo stesso scopo della formazione della società prescrivesse confini alla sovrana autorità; essi non avevano veduto, che gli uomini non hanno potuto assoggettargli che le loro relazioni degli uni verso gli altri; ed essi avevano permesso ai governi di penetrare nell’interno dei loro pensieri, per dirigerne le opinioni e punirne i sentimenti. Tutte le repubbliche italiane eransi formate in seno alla cattolica religione, e questa religione, assoggettando, col mezzo della confessione, il pensiero al tribunale de’ preti, gli spiriti si erano abituati a risguardare il segreto delle coscienze come dipendente dall’autorità. La persecuzione ed il castigo dell’eresia era una necessaria conseguenza della sommissione delle repubbliche alla Chiesa. Quella della magia era pure riservata ai preti; ed ammessa una volta la funesta opinione dell’azione degli uomini sulle potenze infernali, la magia dovette entrare nelle attribuzioni de’ tribunali, poiché risguardavasi come un mezzo con cui un uomo poteva nuocere ai suoi simili. Ma non potevasi perseguitare questo delitto, che si commette senza testimonj nell’oscurità della notte, senza dar luogo alle più sospettose, più arbitrarie e più tiranniche processure.

Del resto non era soltanto allorché trattavasi di perseguitare l’eresia o la magìa, che i tribunali italiani credevano di avere diritto di scendere nel cuore dell’uomo e di punirne i moti segreti, ma si arrogavano il diritto di assoggettare alla pubblica vendetta ogni sentimento di scontentezza o di odio contro il governo; ne cercavano spesso gl’indizj in una parola, in un gesto, in un sospetto; e nelle circostanze di rivoluzione furono vedute le repubbliche adottare le usanze ed i principj de’ principi assoluti, e punire coi supplicj, non già gli atti esteriori, ma il nascosto pensiero di cui erano l’indizio.

Se i governi italiani non si erano astenuti dal giudicare i sentimenti ed i pensieri, che non dipendono in verun modo dalla pubblica autorità, con più ragione non eransi fatto scrupolo di armare una metà dei cittadini contro l’altra, d’incoraggiarne molti ad esercitare l’infame mestiere di delatore, quando hanno con ciò potuto sperare di reprimere abitudini viziose o nocive, che si vorrebbero certamente sbandire da ogni ben regolata repubblica, ma che non si potrebbero castigare senza assoggettare tutti i cittadini ad una insopportabile inquisizione.

La bestemmia diventò uno de’ principali oggetti della vigilanza de’ magistrati, e venne sottomessa a tutta la severità dei tribunali stabiliti al solo oggetto di comprimerla. Soltanto in Ispagna ed in Italia s’incontra questa viziosa abitudine, affatto sconosciuta presso i popoli protestanti, e che non dobbiamo confondere con quei rozzi giuramenti che il popolo in tutti i paesi frammischia ai suoi discorsi. In tutti gli accessi di collera, i popoli meridionali se la prendono cogli oggetti del loro culto, li minacciano, e li caricano di parole ingiuriose alla stessa divinità, al Redentore o ai Santi. Trovansi tracce di tale scandalosa abitudine nel linguaggio e in alcuni modi proverbiali degli altri popoli, ma la volontà d’insultare la divinità con questa specie d’attacco non si poteva conservare che in un paese in cui la superstizione, sempre in guerra coll’incredulità, ha rimpiccioliti tutti gli oggetti del culto, e fattili scendere fino al livello degli uomini. La processura contro i bestemmiatori occupò in ogni tempo i tribunali d’Italia. Pure cotale delitto non lascia veruna traccia, e quegli stesso che lo ha commesso, il più delle volte se ne dimentica, i testimonj sono quasi sempre implicati nella contesa che vi diede motivo, ognuno tosto o tardi cade nello stesso errore» e la inquisizione del bestemmiatore, senza diminuirne l’abitudine, ha dato luogo alle più inique ed arbitrarie processure.

Molti altri delitti di pure parole vennero considerati come egualmente punibili; si videro più volte condannati a gravi pene, coloro che avevano con qualche motto cercato di coprire di ridicolo o di biasimo il governo, e coloro che nelle loro scritture avevano manifestate opinioni riprovate, non solo in fatto di religione e di politica, ma ancora in argomenti puramente filosofici. Si vide ancora, ma soltanto in alcune circostanze, altre viziose abitudini punite con severissime pene, le quali non potevano colpire i delinquenti che in conseguenza di un’inquisizione totalmente contraria ad ogni attuale idea di libertà. Ne’ tempi in cui era in Firenze dominante la fazione de’ piagnoni, si perseguitò il mal costume perfino nell’interno delle famiglie con segrete denuncie, sebbene la pubblica decenza ordinariamente soffra assai più da tali rivelazioni, che dall’abuso che si lascia sussistere. Il giuoco nell’interno delle case private, il lusso della mensa, degli abiti, degli equipaggi, furono risguardati come oggetti di pertinenza delle leggi, e tutte le abitudini dell’uomo privato vennero regolate con atti del sovrano potere.

Le varie prerogative che i popoli moderni considerarono quali guarenzie della sicurezza e della libertà de’ cittadini, mai non si conobbero nelle repubbliche d’Italia. La nozione della libertà della stampa non erasi nemmeno presentata ai loro legislatori. Appena si trovano in tutta l’istoria dell’Italia due o tre esempi di scritture pubblicate intorno alle cose del governo; ed i loro autori avevano sempre avuta la precauzione di farle stampare in estero Stato; ma non pertanto qualunque volta si poterono arrestare o l’autore o i distributori, questi furono sempre puniti con eccessiva severità. Né il partito dell’opposizione, né il partito governante non cercarono mai d’illuminare la pubblica opinione, e non si supponeva che le deliberazioni intorno agli affari della patria potessero uscire dalla sala de’ suoi consigli. In contraccambio, dobbiamo pur dirlo, gli storici delle repubbliche, che prima della invenzione della stampa si appellavano non ai presenti tempi, ma alla posterità, diedero prova nelle loro scritture di grande coraggio e di rara imparzialità; e dal modo con cui in ogni occasione giudicano i loro compatriotti e magistrati, sempre si conosce la mano dell’uomo libero.

Il diritto di petizione non fu dagl’Italiani meglio conosciuto che quello della stampa: essi non altro avevano fatto che rimuovere dal proprio luogo l’assoluto potere, togliendolo dalle mani di un solo per affidarlo a molti. Essi non pensavano punto a limitarlo, e soprattutto a contenerlo per via della pubblica opinione. Ogni cittadino poteva, per vero dire, portare riclami all’autorità da cui immediatamente dipendeva; ma non poteva giammai, con una petizione, tradurre quest’autorità avanti ad un’altra incaricata di sindacarla; meno poi trasmutare il suo privato affare in un affare di Stato, unendosi ai suoi concittadini per dare maggior peso alle proprie lagnanze. Nel primo caso sarebbe stato ammonito, come se avesse voluto confondere tutte le podestà e l’ordine stabilito; nel secondo sarebbe stato severamente punito, come tendente alla ribellione.

Ma ciò che può sembrare strano, si è che la libertà stessa della disputa ne’ consigli non era altrimenti assicurata. Pure questa è la sola cosa che possa garantire l’esercizio de’ diritti della sovranità, dei quali gli antichi repubblicani erano altrettanto gelosi, quanto lo erano poco della sicurezza individuale. I consiglj di una repubblica sono chiamati intorno ad ogni affare a due distinte operazioni, cioè deliberare ed emettere il voto; lo che risponde a quelle della disputa, poi del giudizio ne’ tribunali. Gl’Italiani avevano quasi totalmente trascurata la prima; essi non davano né guarenzia, né solennità alla disputa; pareva che non si prendessero cura che i consiglieri s’illuminassero gli uni gli altri colle loro opinioni, e riducevano tutto lo studio loro a rendere con un profondo segreto liberi i suffragi. Ne’ consigli parlavasi assai poco. Il primo magistrato ne faceva talvolta l’apertura con un discorso di etichetta, che imparava a memoria, o che leggeva; talvolta ancora qualche giovane oratore figuravasi d’imitare gli antichi, pronunciando un ampolloso sermone, che veniva piuttosto risguardato come un pezzo accademico, che come un mezzo di persuadere; talvolta alla proposizione fatta dal magistrato teneva dietro una tumultuaria conversazione in ogni panca; ma d’ordinario si passava subito ai suffragi con un profondo silenzio. A Firenze, ogni consigliere per dare il suo voto, riceveva fave bianche e nere; a Venezia pallette di legno; e le urne eran distribuite in modo che il votante poteva porvi la mano, senza far conoscere in quale senso avesse votato.

In appresso si contavano i suffragj, la di cui semplice maggiorità non bastava giammai per dare forza di legge ad una proposizione. Il più delle volte, perchè si potesse, giusta l’espressione legale, vincere il partito, rendevasi necessario di riunire i tre quarti dei suffragj di cadauno de’ diversi corpi che trovavansi adunati nella stessa sala per emettere i voti separatamente; a Firenze, per modo d’esempio, dei priori, dei buoni uomini, e dei gonfalonieri di compagnia. Se in taluno di questi tre corpi il quarto soltanto dei membri aveva poste nell’urna delle fave bianche, la legge veniva rigettata.

Affinchè i consigli siano veramente liberi, è necessario che la minorità abbia tutta la libertà di fare udire le sue ragioni, di discutere ampiamente la sua causa, e di rappresentarla sotto tutti gli aspetti; ma non è meno essenziale di far prendere tutte le decisioni colla sola maggiorità de’ suffragj, onde il piccolo numero, tra consiglieri tutti eguali, e che hanno tutti la medesima missione, non imponga al maggior numero. Gl’Italiani astanti non avevano conosciuti questi due principi; avevano circondato da tanti pericoli l’uso della parola, avevano giudicate con tanta severità le aringhe che pronunciavansi innanzi ai consigli, avevano assoggettati gli oratori a così pesante risponsabilità, tanto per mezzo di un pubblico biasimo, che per clamorosi gastighi, per qualunque poco misurata frase fosse sfuggita di bocca all’oratore nel calore della disputa, che niuno osava entrare in disamina: e non si era coltivata la sola eloquenza popolare, quella di parlare improvvisamente, perchè la minorità non aveva giammai occasione di motivare la sua opposizione, di cercare di persuadere i suoi avversarj, e di trattare apertamente la propria causa. Ma mentre tutti opinavano con timore, una taciturna minorità contrariava co’ suoi segreti suffragj le operazioni del governo, e faceva rigettare una proposizione, contro la quale niuno aveva ardito di muovere obbiezioni.

Questa taciturna opposizione, eccitando un profondo risentimento, fu spesso cagione della più scandalosa violazione delta libertà de’ suffragj. A Firenze si vide più volte la signoria far ricominciare replicatamente l’operazione dello scrutinio, perchè non si era potuto vincere il partito. Fu veduta minacciare coloro che darebbero la fava bianca, e fu pure veduta in qualche circostanza far cadere sopra di loro le più acerbe pene.

Ora di qual uso potevano essere i consiglj, se i consiglieri non avevano libertà? E quando una costituzione vuole che i suffragj riuniti dei magistrati possano esprimere soli una volontà sovrana, qual è la superiore autorità che possa prescrivere in quale senso debba manifestarsi questa volontà? Così addiviene che un primo errore nella legislazione ne produca degli altri; così dopo di aver imprudentemente dato nei consiglj alla minorità il potere di legare la maggiorità, si fu poi costretto più volte a dovere permettere, che l’assenso di questa minorità si ottenesse colla violenza.

Dopo di avere brevemente esaminati tutti i diritti che nell’età presente ci sembrano i più preziosi, e dopo avere osservato che sul conto loro le leggi protettrici non erano migliori nelle repubbliche italiane che nelle monarchie, o che anzi erano assolutamente le medesime, e permettevano che tutti questi diritti fossero in certe occasioni compressi o annullati, si accresce la nostra maraviglia nel contemplare i miracolosi effetti dello spirito repubblicano; e ci andiamo ancora interpellando in qual cosa consistesse adunque quella libertà, che poteva stare insieme alla più crudele tirannia; quella libertà, che veniva difesa con così eroici sforzi, la di cui privazione eccitava così amare lagrime, e che i popoli non perdevano senza perdere ad un tempo la loro prosperità, la loro gloria, i loro talenti e le loro virtù.

Ma d’uopo è ricordarsi che nelle repubbliche i medesimi uomini si presentano sotto un doppio aspetto e con un doppio carattere; prima come governati, poi come governanti. Oggi per valutare la libertà, cerchiamo in che consista pei governati; fino al nostro secolo per lo contrario si cercava in che consistesse pei governanti; e questa attiva libertà, questa libertà tutta composta di prerogative sovrane, che al primo colpo d’occhio sembra dover contribuire molto meno che non la sicurezza individuale alla prosperità dei cittadini, trovasi per la contrario avere per essi un incanto che nulla pareggia. Dessa è una bevanda inebriante, è il nettare degli Dei: quando un mortale ha potuto gustarla una sola volta, sdegna ogni umano nutrimento: ma inoltre trova in se medesimo nuove forze, ed una nuova virtù; la sua natura è del tutto cambiata; e sedendo a quella mensa, egli sente che si pareggia agl’immortali.

Alcuni fondamentali assiomi possono rappresentare tutto il sistema della libertà degli antichi tempi; sono questi l’espressione de’ diritti politici della nazione considerata in corpo, e non di quelli dei singoli individui nelle loro relazioni colla nazione. Verun’altra repubblica non professò forse così apertamente, né più religiosamente osservò questi assiomi, quanto quelle dell’Italia ne’ secoli di mezzo.

Ogni autorità esercitata sopra il popolo è emanata dal popolo. Questo primo assioma de’ popoli liberi, era risguardato come fondamentale in tutte le repubbliche italiane. La sovranità vi era sempre rappresentata come appartenente al popolo o al comune; i suoi capi temporarj non prendevano che il titolo di anziani, signori, priori del popolo o del comune. Il governo, non veniva mai rinnovato senza invocare la sovranità del popolo: così a Firenze era sempre in di lui nome che trasmettevasi, per mezzo de’ suffragj del parlamento, ad una nuova balìa un’autorità eguale a quella di tutto il popolo fiorentino. Si dirà forse che questa non era che una frase vuota di senso, e che i vocaboli non sona privilegi; ma questi vocaboli non erano né senza effetto, né senza conseguenze; inspiravano ad ogni cittadino un’alta opinione della sua dignità e lo trattenevano qualunque volta potev’essere  tentato di commettere una bassa o indecente azione; conciliavano al cittadino nella privata sua condizione i riguardi ed anche il rispetto di coloro che trovavansi momentaneamente constituiti in dignità; perciocché sapevano i capi del popolo, che tutta la loro autorità procedeva da coloro che temporariamente ubbidivano, e che ella ritornerebbe ai medesimi; per ultimo, questi stessi vocaboli di sovranità del popolo, rendevano la patria cara a tutti i suoi figli; ognuno sapeva che lo Stato gli apparteneva in quel modo ch’egli medesimo apparteneva allo Stato; ognuno era pronto a tutto arrischiare, per salvare la cosa più onorata e più preziosa da lui posseduta, cioè la sua parte nella sovranità; ognuno conosceva i doveri che gli erano imposti da così luminosa prerogativa, da così sacro carattere; ognuno era disposto a rendersene degno, anche, se bisognava, col sacrificio della vita.

L’autorità dei mandatari del popolo ritorna al popolo dopo un determinato tempo; niuno dei mandati del popolo è irrevocabile. Questo secondo assioma dei repubblicani italiani loro sembrava, più che ogni altra cosa, essere il fondamento della loro libertà, e l’essenza delle loro repubbliche; perciò non ammisero giammai nè autorità, né magistrature ereditarie, tranne la prerogativa di cittadino. Ed ancora quando queste repubbliche degenerarono più tardi in aristocrazie o in istrettissime oligarchie, non fu per questo abbandonato il principio fondamentale dell’amovibilità di tutte le magistrature. Non furono già i diritti detenuti dal popolo, che vennero dati a vita, o renduti ereditarj, ma i diritti del popolo medesimo che si trovarono concentrati in un ristrettissimo numero di famiglie, dopo che si erano spente tutte le altre. La nuova nobiltà non era che la rappresentazione degli antichi popolani; e perciò che risguarda l’antica nobiltà, gl’Italiani, lungi dal tenere questo titolo come un diritto esclusivo a governare, non le perdonavano neppure l’impero ch’essa esercitava sull’opinione in onta alle leggi; cosi spesso elusero da ogni pubblico impiego i grandi, renduti troppa formidabili dalle loro ricchezze e da’ loro clienti nelle campagne.

La repubblica di Venezia era la sola in cui si vedesse un magistrato, anzi lo stesso capo dello Stato, eletto a vita: e per molti rispetti Venezia poteva considerarsi come una monarchia elettiva; la sua costituzione, assai più antica che tutte le altre, ne aveva fatto da principio un ducato; ma col lungo volgere de’ secoli si erano sempre andate diminuendo le prerogative del doge per darle alla repubblica. Una sola volta si volle anche in Firenze creare un gonfaloniere perpetuo; ma si era preventivamente indicata l’autorità che potrebbe deporlo, ed effettivamente venne deposto dopo dieci anni. In queste due repubbliche, siccome in tutte le altre, la durata delle funzioni di tutti i magistrati era temporaria.

Per altro coll’andar del tempo quasi tutte le repubbliche italiane ebbero un capo discendente da una famiglia favorita da’ voti del popolo; ma la costituzione non riconosceva in questo capo verun potere ereditario. La confidenza del popolo trasmetteva al figlio di un Medici, di un Bentivoglio, o di un Baglioni, l’autorità esercitata da suo padre; ma tale autorità era rivocabile tosto che cessava la confidenza del popolo; e verun cittadino, per potente che si fosse, non era supposto avere diritti indipendenti da quelli della repubblica.

Rispetto alle magistrature, non solo il mandato del popolo in virtù del quale si esercivano, era rivocabile, ma era limitato da brevissimo termine. La suprema autorità nello Stato era poche volte confidata per più di due mesi; in ragione della minore importanza dell’impiego, se ne protraeva alquanto più la durata; non pertanto, ad eccezione di Venezia, non eravi pubblica carica che continuasse più di un anno.

L’esistenza di facoltà irrevocabili in una repubblica implica una specie di contraddizione. Come può mai supporsi che il popolo, dal quale emana l’autorità, dichiari a’ suoi mandatarj che gli autorizza a conservarla, sia che ne facciano abuso o no, sia che giustifichino le speranze dei loro committenti, o sia che si mostrino indegni della loro confidenza; sia che l’avanzamento dell’età li renda più atti alle funzioni che esercitano, ossia che li renda incapaci di adempirle? Quindi l’amovibilità di tutte le cariche è in qualche modo la guarenzia della costante attività di coloro che le occupano, e de’ continui loro sforzi per rendersene degni. Ma questo principio era probabilmente stato spinto troppo in là nelle repubbliche italiane, ed i loro legislatori avevano dimenticato, che, se importa assai che i magistrati non rimangano troppo a lungo in carica, affinchè non diventino meno attivi, importa egualmente che il loro regno non sia circoscritto a troppo pochi giorni; affinchè lo Stato non abbia a soffrire dal tirocinio incessantemente ripetuto dei nuovi eletti.

Finalmente, chiunque esercita un’autorità emanata dal popolo è risponsabile verso il popolo dell’uso che ne fa. Era precisamente per dare a quest’ultima massima una più illimitata applicazione, che si era circoscritta a così breve tempo la durata di tutte le magistrature. In alcune affatto moderne costituzioni, si è trovato il modo di far pesare la risponsabilità sui ministri, anche in mezzo alle loro funzioni, senza attaccare l’autorità da cui emana il loro potere. Nelle repubbliche, tranne il caso di rivoluzione, la risponsabilità non viene esercitata sui magistrati, che dopo la cessazione delle loro funzioni. Nell’uno e nell’altro sistema, l’effetto è sempre il medesimo: lo stato non ha giammai bisogno di affrettare il supplicio di alcuni grandi colpevoli; non corre nessun rischio, aspettando ch’escano di carica; ma bensì ha bisogno d’inspirare a tutti i depositarj del potere un timore salutare; di far loro sentire che, per quanto grandi si figurino di essere, per quanto sembrino indipendenti le loro funzioni, giugnerà sempre l’istante in cui si troveranno deboli in faccia ad altri più potenti di loro; in cui dovranno rendere conto della loro gestione a chi avrà diritto di chiederlo, ed in cui non rimarrà impunito verun abuso del potere, veruna violazione delle leggi o della libertà del popolo, veruna malversazione.

La distinzione tra la responsabilità del ministero inglese, che si esercita quando il ministro è ancora in funzione, e la responsabilità repubblicana che non comincia che quando il magistrato è tornato semplice cittadino, è più apparente che reale. Non avvi alcun ministero inglese che non possa, col mezzo di arti ben note, o almeno collo scioglimento del parlamento, ritardare per un anno intero la prova della sua responsabilità. Ma nel corso di un anno i primi magistrati della repubblica fiorentina avevano sei volte deposto il bastone del comando, sei volte altri nuovi signori, rientrati nel grado di semplici cittadini, si erano trovati soggetti al giudizio di coloro che potevano chieder conto della loro amministrazione.

Per vie meglio accertare la responsabiltà di tutti gli uomini rivestili di qualche potere, tutte le costituzioni repubblicane d’Italia avevano leggi analoghe al divieto ed al sindicato de’ Fiorentini. Il divieto era un forzato riposo cui erano ridotti i magistrati quando uscivano di carica. Dovevano essi astenersi dalle magistrature per lo meno tanto tempo, quanto era stato quello delle loro funzioni, e spesso ancora per un tempo molto più lungo: rientravano allora nell’eguaglianza repubblicana; trovavansi allora soggetti, come tutti gli altri particolari, all’impero delle leggi, all’autorità di coloro cui avevano precedentemente comandato, all’azione dei tribunali, che loro potevano chiedere conto della condotta che avevano tenuta. Il sindicato era una disamina politica, che teneva dietro alla cessazione dell’impiego di tutti coloro che avevano avuto parte in un’amministrazione di danaro, o nell’autorità giudiziaria; per costoro la responsabilità non era soltanto eventuale, ma necessaria; dovevano purgarsi da ogni sospetto intorno alla passata loro amministrazione, entro quel determinato numero di giorni che seguiva immediatamente la cessazione delle loro funzioni.

Tutto il sistema della libertà italiana può risguardarsi come rappresentato da questi tre assiomi; e secondo lo spirito de’ secoli passati, se si applica ai vocaboli il loro primitivo significato, non quello che si è loro dato ne’ moderni tempi, le costituzioni che sono fondate su questi tre principi erano, realmente le più libere di tutte. Infatti le repubbliche italiane erano più libere che tutte quelle della Germania, che le città imperiali ed anseatiche, che i Cantoni svizzeri, che le corporazioni delle province unite; e forse, ancora più che le repubbliche dell’antichità. Sì le une che le altre non si erano proposte lo scopo di proteggere i cittadini contro il governo, ma di creare un governo, che compiutamente rappresentasse il popolo, e che fosse in qualche maniera identico con lui; Sì le une come le altre dopo di averlo costituito, eransi astenute con una cieca ed illimitata confidenza dal porre limiti all’esercizio del suo potere.

Ma le costituzioni italiane facevano derivare tutti i poteri dal popolo, e li facevano tutti risolvere nella sovranità del popolo, ben più che quelle di origine tedesca. Conoscevano esse più esplicitamente questa sovranità; esse stabilivano un’amovibilità di tutti gli impieghi più universale, ed una rotazione più rapida; ed assicuravano assai meglio la responsabilità de pubblici funzionarj. La costituzione di Ginevra era forse la più perfetta, e la più libera delle costituzioni svizzere: a Ginevra, i sindaci, primi magistrati dello Stato, duravano un anno, ma non erano che i presidenti di un consiglio esecutivo eletto a vita; gli ordini da loro dati si confondevano con quelli di questo consiglio, e il sindaco non era chiamato a veruna responsabilità, Gli avvieri a Berna, i borgomastri a Zurigo, i landamanni negli altri cantoni, trovavansi nella medesima relazione tra un consiglio inamovibile ed il popolo. Uscendo di carica dopo un anno, essi restavano sempre membri di questo consiglio, che non solo aveva concorso a tutte le loro misure, e perciò risguardavasi obbligato a difenderli, ma che era inoltre depositario di tutta l’autorità giudiziaria dello Stato, che solo aveva il diritto di condannare il magistrato colpevole, e che in favor suo e contro al popolo si trovava nello stesso tempo e giudice e parte. Tutti i magistrati romani, lasciando le loro funzioni, rientravano egualmente nel senato, e se dovevano riconoscere un altro giudice fuori del senato, erano almeno sempre protetti da questo corpo potente.

Per lo contrario, un gonfaloniere ed un priore di Firenze, di Lucca, di Siena, di Bologna, o di Perugia, non solo più non era in carica dopo due mesi, ma dopo un anno più non trovava nella repubblica un corpo che fosse ancora composto dei medesimi individui che formavano il detto corpo al tempo della sua amministrazione. Il collegio de’ gonfalonieri, quello de’ buoni uomini, il consiglio comune, quello del popolo, tutto era stato rinnovato; niuno di loro prendeva interesse pel magistrato tratto in giudizio, niuno aveva avuto parte ne’ di lui atti arbitrarj, e non si adoperava per sottrarlo dalle mani della giustizia. Dopo spirate le sue funzioni, il primo magistrato della repubblica più non era in faccia alla legge che un semplice cittadino.

La responsabilità de magistrati, la dignità de’ cittadini, l’emulazione di tutte le classi della nazione, devono essere considerate come i veri principj della libertà italiana, e le vere cagioni della prosperità degli stati repubblicani. Questo è ciò che veramente li distingue dagli assoluti principati che esistevano contemporaneamente in Italia; ed infatti se si esaminano i necessarj risultamenti di questi principj, si vedrà che devono produrre nelle repubbliche una gran massa di felicità e più ancora una gran massa di virtù.

E prima, sebbene l’insieme delle garanzie, che noi risguardiamo oggi come costituenti l’essenza della libertà, non fosse stata ricercata dal legislatore, né riclamata dal cittadino, pure questa civile libertà, questa sicurezza di ogni individuo, non può essere violata senza cagionare un male comune. Quindi ogni magistrato, che sentivasi risponsabile di qualunque atto d’oppressione, di severità, o d’ingiustizia, sentivasi trattenuto, quando le sue passioni avrebbero potuto strascinarlo da un sentimento di timore che non era ragionato.

Il giudice forastiero non riceveva altra istruzione che quella che gli era data negli assoluti principati; egli poteva a voglia sua impiegare a Firenze, come a Milano o a Napoli, le più crudeli torture per iscuoprire i delitti, i più spaventosi supplicj per punirli. Ma a Firenze la sua autorità spirava dopo un anno, ed in allora la sua condotta veniva esaminata da persone da lui indipendenti, che non erano a lui legate da alcun partito, e che per lo contrario, siccome quelle che battevano la carriera de’ pubblici impieghi, avevano bisogno del pubblico favore, se esso giudice aveva esercitate non necessarie crudeltà, se aveva contro di sé stesso provocato l’odio del pubblico, non poteva in verun modo sottrarsi al giudizio del sindicato.

I primi magistrati, senza essere i giudici abituali della repubblica, potevano qualche volta occupare il potere giudiziario; potevano esercitare un giudizio statario contro i loro nemici o contro i loro emuli; potevano violentare gli stessi consiglj; potevano punire non le sole azioni, ma le scritture, le parole, e perfino i pensieri; ma dopo due mesi altri priori, scelti dal popolo tra una grande moltitudine di eleggibili, dovevano essere rivestiti di tutta quell’autorità che i primi avevano deposta. Questi nuovi priori potevano essere gli amici, i parenti, i fratelli di coloro ch’erano stati vessati, e potevano vendicarsi colle medesime armi. La costituzione della repubblica ripeteva sembra ad ogni uomo in carica questa massima del Vangelo: Non giudicate, e non sarete giudicati.

Finalmente [2] non era stabilito verun limite alla mania de’ regolamenti: la legge poteva colpire il cittadino in una quantità di particolari, che non dovrebbero essere di sua competenza; ma tutti coloro che concorrevano a fare questa legge, non ignoravano che altri e non essi avrebbero l’incarico di farla eseguire, e che entro poche settimane, o tutt’al più entro pochi mesi, vi sarebbero ancor essi subordinati come gli ultimi de’ loro concittadini. Quindi sebbene la civile libertà, quale l’intendiamo nella presente età, non  fosse né conosciuta, né definita, sebbene non avesse alcuna delle guarenzie credute più necessarie, dessa era assai meglio rispettata nelle repubbliche italiane che in verun altro Stato dell’Europa; ogni cittadino si credeva sicuro in vita del godimento della sua sostanza e del suo onore; non temeva che arbitrarie restrizioni fossero imposte alla sua industria; ogni sua facoltà aveva un libero sfogo; tutte le vie che conducono alla fortuna erano aperte alla sua attività, ai suoi talenti: e la fiducia nella propria sicurezza si faceva maggiore quando confrontava la protezione che gli dava la repubblica col continuo stato di timore e di dipendenza in cui vivevano i sudditi dei vicini principi.

Pure la forma repubblicana, e quasi democratica del governo, contribuiva meno alla sicurezza del cittadino, che ai progressi della sua virtù ed all’intero perfezionamento della sua anima. Considerando la libertà come noi facciamo, pare che si faccia consistere la felicità nel riposo; gli antichi la riponevano invece in una costante attività; il desiderio del cittadino non era in allora quello di dormire in pace in casa sua, ma di distinguersi con singolari talenti sulla pubblica piazza, ne’ consiglj, e nelle magistrature, cui chiamavalo la sorte a vicenda; voleva conseguire da sé medesimo tuttociò che la natura gli aveva permesso di ottenere, compiere con un pubblico corso la sua educazione come uomo fatto, e trasmettere a suoi figli, come eredità, la gloria che avrebbe acquistata.

Quest’emulazione, che non esiste nei governi dispotici, che ne’ moderni governi rappresentativi è l’appannaggio soltanto di un piccolo numero di persone, nelle repubbliche italiane era comune all’intera massa del popolo. La rapidità con cui si rinnovavano tutte le magistrature, tutti i consiglj, chiamava a vicenda in brevissimo spazio di tempo tutti i cittadini ad esercitare la propria influenza sulla repubblica. Non eravi un solo individuo, il quale per soddisfare ai doveri cui sarebbe bentosto chiamato, non dovesse fissare la sua opinione sull’esterna politica di tutta l’Europa, su quella che si confaceva alla sua patria, sulle finanze, sull’amministrazione, sulla legislazione e la giustizia; non eravi un solo individuo che non dovesse agire dietro questa propria opinione, che non potesse essere chiamato a renderne ragione, e che in appresso non si trovasse risponsabile di ciò che dessa gli avrebbe fatto fare.

Se dobbiamo risguardare come il migliore de’ governi quello che procura a tutti i cittadini maggiori godimenti e felicità, sarà giusto di tener conto del continuo divertimento di una nazione; poiché, a non dubitarne, il governo che le procura quest’aggradevole occupazione dello spirito, contribuisce assai più alla sua felicità, che quello che le procurerebbe tutti i piaceri fisici. Sotto questo punto di vista non si può dubitare che una nazione, i di cui cittadini tutti hanno lo spirito sempre svegliato, sempre occupato, e rinnovato da idee variate, profonde, ed ingegnose, non trovi in questo solo esercizio un continuo piacere; piacere che non potrebbero farle gustare né le meccaniche occupazioni cui sarebbero soltanto addette tutte le classi inferiori se non fossero libere, nei grossolani sollievi che le offrirebbero i diletti de’ sensi dopo il lavoro. Non eravi minore diversità tra i piaceri cui poteva aspirare un cittadino fiorentino, e quelli cui doveva limitarsi un gentiluomo napolitano, di quella che può esservi tra i piaceri del filosofo o del letterato, e quelli dell’operajo. La felicità e la sventura sono proprie di tutte le umane condizioni, e forse la loro somma è abbastanza egualmente compensata; ma la felicità dell’uomo che ha coltivato il suo spirito ed il suo cuore e sviluppate tutte le sue facoltà, è più conforme alla dignità della nostra natura, ed in pari tempo più nobile e più dolce: e quando si è gustata una sola volta, più non si vorrebbe farne cambio con quella che è frutto soltanto del riposo e dei materiali piaceri.

Pure non è il divertimento, parte cosi essenziale della felicità, non è la felicità medesima, che debbano essere lo scopo della nostra vita, o quello del governo; ma sibbene il perfezionamento dell’uomo. Spetta al governo il dare compimento alla destinazione che l’umana natura ha ricevuta dalla provvidenza; e può credersi che abbia conseguito il suo scopo, quel governo che quando ha proporzionalmente sollevato un maggior numero di cittadini alla più alta dignità morale di cui sia suscettibile l’umana natura. Ora, nella storia del mondo intero, forse nulla ci dà l’idea di una maggiore propagazione di lumi, di ragionevolezza, di cognizioni politiche morali ed amministrative, di coraggio civile, di prontezza e giustezza di spirito, quanto lo spettacolo che presenta Firenze, quando, fra ottantamila abitanti che conteneva questa città, due in tre mila cittadini occupavano con un rapido giro; tutte le principali cariche dello Statole dirigevano il loro governo con tanta saviezza con tanta dignità, con tanta fermezza, che gli davano, tra gli Stati dell’Europa, un posto infinitamente superiore alla misura della sua popolazione e delle sue ricchezze. La Signoria, rinnovata dalla sorte ogni due mesi, sopra una lista composta di mercanti e di artigiani chiamati: ad entrare sei volte all’anno ne’ segreti della politica, dava ai consiglj de’ re ed ai senati delle aristocrazie lezioni di prudenzia di giustizia, che questi sarebbero stati felici di poter seguire.

Il più potente mezzo d’incoraggiare i progressi dello spirito, è senza dubbio quello di far gustare i piaceri ch’essi procurano. Niuno di coloro che potevano associare alle domestiche loro occupazioni, ai loro meccanici lavori, le alte meditazioni che richiede l’esercizio della sovranità, si privava di questo piacere; perciò quanto la posterità di questi medesimi uomini è notabile per la sua noncuranza intorno a tutto ciò che trovasi fuori della ristrettissima periferia de’ suoi interessi del giorno, altrettanto i repubblicani fiorentini erano animati da una insaziabile avidità d’imparare. Non eravi veruna cognizione, per quanto lontana fosse dal domestico loro stato, che non potesse trovare la sua applicazione nella pratica del governo.

Giammai l’oscurità della loro condizione rendeva impossibile che la loro patria facesse uso delle loro cognizioni; e se in allora facevasi manifesta la loro ignoranza, essi venivano messi in ridicolo, o svergognati dai loro concittadini.

Mentre che il punto d’onore ed il timore del biasimo gli spingevano costantemente verso la scienza, verso la virtù, e verso il morale sviluppo di tutte le loro facoltà; l’insieme della loro esistenza era pubblico: e soltanto coll’acquistare la stima de’ loro concittadini, potevano altresì sperare di ottenerne i suffragj. Qualunque volta si procedeva ad uno scrutinio generale e si rinnovavano tutte le borse della signoria, non era un solo cittadino nello Stato la di cui pubblica privata condotta, la di cui virtù ed i politici talenti, le di cui maniere, la di cui capacità non diventassero oggetto dell’osservazione di tutti. Una certa quale censura era in allora esercitata dalla pubblica opinione sul complesso della vita d’ogni membro dello Stato; e non eravi alcun uomo, nel quale il timore del biasimo o la speranza degli onori, non risvegliassero que’ virtuosi sentimenti, che senza questo stimolo sarebbero facilmente rimasti assopiti nel fondo del suo cuore.

Tale era il sistema dell’antica libertà, ed in particolare della libertà italiana; sistema tanto diverso da quello adottato ai nostri giorni, che appena coloro che tengono dietro al primo possono intendere l’altro. Noi siamo oggi arrivati ad una dottrina più filosofica intorno all’essenza del governo, a principi più applicabili ad ogni specie di costituzione. Ma sebbene il sistema degli antichi fosse affatto diverso dal nostro, sebbene non desse le molte guarenzie che noi a tutta ragione risguardiamo come essenziali alla sicurezza de’ cittadini, conteneva però il germe di più grandi cose, e doveva produrre degli uomini che i nostri governi meglio costituiti forse non produrranno giammai. La libertà degli antichi, siccome la loro filosofia, aveva per iscopo la virtù; la libertà de’ moderni, siccome la loro filosofia, non si propone che la felicità.

La migliore lezione che possa ricavarsi dal confronto di questi sistemi» sarebbe d’imparare a combinarli assieme. Invece di escludersi a vicenda, essi sono fatti per darsi vicendevolmente la mano. Una delle specie di libertà pare sempre essere la più breve via e la più sicura per giugnere all’altra. Oramai il legislatore più non deve perdere di vista la sicurezza de’ cittadini, e le guarenzie che i moderni hanno ridotte in sistema; ma deve altresì ricordarsi che d’uopo è cercare il maggiore sviluppo morale. La sua opera non è compiuta, quando è giunto a rendere il popolo solamente tranquillo: e quando ancora questo popolo è contento, e felice, può rimanere ciò nulla meno qualche cosa da farsi al legislatore, perchè il suo assunto lo obliga a terminare la morale educazione dei cittadini. Moltiplicando i loro diritti, chiamandoli a parte

della sovranità, accrescendo il loro interessamento per la cosa pubblica, loro insegnerà a conoscere i proprj doveri, ed instillerà loro in pari tempo il desiderio e la facoltà di adempirli.

CAPITOLO II

Quali sono le cause che mutarono il carattere degl’Italiani

dopo essere state ridotte in servitù le loro repubbliche.

Nel leggere la storia degl’Italiani del quindicesimo e sedicesimo secolo, trovando ad ogni tratto nomi di famiglia, di città, di villaggi tuttavia esistenti, trovando che il linguaggio non è mutato; che la natura è ancora la medesima, rapportiamo sempre, involontariamente e per così dire senz’avvedercene, ciò che conosciamo de’ moderni Italiani a quelli di cui studiamo le azioni; suppliamo per mezzo del confronto a ciò che manca nel quadro istorico, e ci persuadiamo di esserci formata un’idea tanto più esatta de’ tempi passati, quanto meglio conosciamo i tempi attuali. Pure questo stesso confronto risveglia una certa quale incredulità che costantemente accompagna il lettore; la di lui diffidenza sta sempre in guardia contro tutte le narrazioni di cose grandi ed eroiche, ed il severo giudizio che diedero le altre nazioni intorno ai moderni Italiani, viene dal pregiudizio esteso fino a coloro, ai quali deve l’Europa il rinnovamento della civilizzazione.

E per ispirare confidenza nelle antiche virtù, e per ottenere indulgenza a favore dei deboli moderni, è conveniente e giusto di mostrare per quali potenti cagioni si mutò il carattere degl’Italiani; in qual modo dalla prima infanzia fino all’estrema vecchiaja si fanno loro avere corrompitori veleni; con quanta cura venne distrutta la loro energia, la loro vivacità condannata all’ozio, umiliata la loro fierezza, e corrotta la loro sincerità. Una profonda compassione per una nazione così riccamente dotata dalla natura, così crudelmente depravata dagli uomini, dev’essere il risultato di questo esame. Rimontando all’esterna cagione che innestò in essa tutti questi difetti, si rimane facilmente convinto, che non sono inerenti alla di lei natura; e si è più disposto a saperle buon grado di tutte le qualità che tuttavia le rimangono, e di tutte le virtù che potè sottrarre alla perniciosa influenza sotto la quale viene educata. Fra quanti vizj noi osserveremo nelle istituzioni della moderna Italia, non avvene [3] un solo che non faccia in certo modo l’apologia degl’Italiani.

Il sole dell’Italia non è meno caldo, né la terra meno fertile, che per lo innanzi; le svariate viste degli Appennini sono egualmente ridenti, i suoi fianchi egualmente sparsi di abbondanti acque, egualmente coperti da una rigogliosa e magnifica vegetazione. Tutti gli animali, indivisibili compagni dell’uomo, conservano la pristina loro bellezza, e le loro abitudini; l’uomo stesso, nascendo in questa terra tanto favorita dal cielo, riceve ancora la stessa vivace e pronta immaginazione, la stessa suscettibilità di passionate impressioni, la stessa attitudine di spirito per colpir tutto, per imparar tutto nello stesso tempo. Pure il solo uomo è mutato, perchè l’organizzazione sociale lo riceve dalle mani della natura e lo modifica, la sua potenza lo investe nello stesso tempo da ogni lato, e le quattro istituzioni che hanno un’influenza più universalmente estesa, la religione, l’educazione, la legislazione ed il punto d’onore, si combinano per agire contemporaneamente sopra tutti gli abitanti.

Di tutte le forze morali cui l’uomo va soggetto, quella che può fargli maggior bene o maggior male, è la religione. Tutte le opinioni che si riferiscono ad interessi superiori a quelli di questo mondo, tutte le credenze, tutte le sette esercitano sui sensi morali e sul carattere umano una prodigiosa influenza. Niuna per altro penetra più avanti nel cuore. dell’uomo quanto la religione cattolica, perchè niun’altra è così gagliardamente costituita, niuna si è così compiutamente assoggettata la filosofia morale, niuna ridusse in più stretta servitù le coscienze, niuna istituì, come essa fece, il tribunale della confessione, che riduce tutti i credenti nella più assoluta dipendenza del suo clero, niuna ha ministri più indipendenti da ogni spirito di famiglia, e perciò più intimamente uniti dall’interesse e dallo spirito di corporazione.

L’unità della fede, che non può essere che il risultamento di un’assoluta servitù della ragione alla credenza, e che conseguentemente non trovasi presso verun’altra religione in così eminente grado come nella cattolica, obbliga tutti i membri di questa chiesa a ricevere i medesimi dommi, ad assoggettarsi alle stesse decisioni, ad uniformarsi a’ medesimi insegnamenti. Non pertanto l’influenza della religione cattolica non è eguale in tutt’i tempi ed in tutti i luoghi; ella operò diversamente assai in Francia ed in Germania, da quello che fece in Italia e nella Spagna; anche la di lei influenza non fu pure sempre uniforme in questi ultimi paesi; ella variò press’a poco all’epoca del regno di Carlo V, che corrisponde, rispetto all’Italia, alla distruzione delle repubbliche de’ secoli di mezzo. Le osservazioni che saremo chiamati a fare intorno alla religione dell’Italia, o della Spagna, nei tre ultimi secoli, non devonsi applicare a tutta la chiesa cattolica [4].

Siamo qui ridotti ad accennare soltanto la rivoluzione che si operò nella Chiesa romana verso la metà del sedicesimo secolo: perchè abbisognerebbero discussioni troppo lunghe ed estranee al nostro soggetto, per farne tutta comprendere l’estensione. I papi Paolo IV, Pio IV, Pio V, e Gregorio XIII, furono quelli che operarono tale rivoluzione; il loro spirito persecutore cambiò del tutto lo spirito della corte di Roma e quello della chiesa italiana; e nello stesso tempo il concilio di Trento sostituì la più gagliarda e più imponente organizzazione al legame spesso rilasciato che univa i principi della Chiesa colla numerosa loro milizia. Fino a quell’epoca, avevano i papi contratta una specie d’alleanza coi popoli contro i sovrani; non avevano fatte conquiste che a danno dei re; dovevano il loro innalzamento e tutti i loro mezzi di resistenza al potere dello spirito opposto alla forza brutale, e più ancora per politica che per gratitudine si erano creduti obbligati di svilupparle questo potere dello spirito. Essi avevano fatto nascere, essi dirigevano, e chiamavano in loro ajuto la pubblica opinione; proteggevano le lettere e la filosofia, ed inoltre permettevano, con una tal quale liberalità, a’ filosofi ed a’ poeti di deviare dall’angusta linea dell’ortodossia; per ultimo fomentavano lo spinto di libertà, e proteggevano le repubbliche. Ma quando una metà della chiesa, seguendo le insegne della riforma, scosse il loro giogo, e ritorse contro di loro que’ lumi della filosofia ch’essi avevano lasciato risplendere, allora un terrore profondo, incusso loro da questo spirito medesimo di libertà che avevano incoraggiato, da questa pubblica opinione che fuggiva loro di mano e diventava possente di per sé sola, li determinò a cambiare tutta la loro politica. Invece di mantenersi alla testa dell’opposizione contro i monarchi, sentirono il bisogno di fare causa comune con loro, onde contenere avversarj più formidabili de’ sovrani. Contrassero perciò la più stretta alleanza con questi, e particolarmente con Filippo II, il più dispotico di tutti; e d’allora in poi ad altro non pensarono che a comprimere le coscienze, ed a ridurre in ischiavitù lo spirito umano: infatti gli posero un cotal giogo, che gli uomini non avevano mai portato.

Si disse più volte ne’ paesi protestanti, che la riforma era riuscita utile anche alla Chiesa romana; né quest’osservazione si scosta affatto dal vero. In Francia, in Germania, ed in tutti i paesi in cui le due comunioni trovansi in faccia l’una all’altra, l’esempio e la rivalità del culto contribuiscono a renderle ambedue migliori [5]. Cadauno evitò di dare all’altra occasione di redarguirla o di accusarla; e l’alto clero della corte di Roma partecipò in un’altra maniera a questa riforma. Una grandissima mutazione ne’ suoi costumi, un grande accrescimento di fervore nel suo zelo, illustrarono il nuovo periodo che comincia col concilio di Trento. Dopo quest’epoca, la corte romana cessò di essere una pietra di scandalo. I papi ed i cardinali furono d’allora in poi sempre sinceramente e costantemente animati dallo spirito della loro religione. La loro autorità crebbe a dismisura ne’ paesi da’ quali poterono tenere affatto lontana la riforma; ma la conseguenza di tale autorità, e dello zelo cui andava debitrice, non furono per avventura apprezzate pel giusto loro valore.

Esiste a non dubitarne un’intima unione tra la religione e la morale, ed ogni uomo dabbene deve essere convinto che il più nobile tributo che la creatura possa dare ad Creatore, si è quello di avvicinarsi a lui colle sue virtù. Però la filosofia morale è una scienza assolutamente distinta dalla teologia [6]: ha le sue leggi nella ragione e nella coscienza, porta con sé il proprio convincimento, e dopo aver dato uno sviluppo allo spirito colla indagine de’ suoi principi, soddisfa il cuore colla scoperta di ciò che è veramente bello, giusto e conveniente. La Chiesa si rese padrona della morale, siccome di cosa di sua pertinenza; sostituì l’autorità de’ suoi decreti, e le decisioni de’ padri a’ lumi della ragione e della coscienza, lo studio dei casisti a quello della filosofia morale, e così mise in luogo del più nobile esercizio dello spirito una servile abitudine.

La morale, del tutto snaturata tra le mani de’ casisti, diventò straniera non meno al cuore che alla ragione: perdette di vista i mali che ogni nostro fallo poteva arrecare a qualche creatura, per non avere altre leggi che le supposte volontà del Creatore; rigettò la base che le aveva data la natura nel cuore di tutti gli uomini, per formarsene una affatto arbitraria. La distinzione de’ peccati mortali da’ veniali cancellò quella che trovavamo noi stessi nella nostra coscienza tra le offese più gravi e le più perdonabili: e si videro disposti gli uni a canto agli altri i delitti che ispirano il più profondo orrore, co’ falli che la nostra debolezza è appena capace d’evitare.

I casisti presentarono all’esecrazione degli uomini, nel primo ordine tra i più colpevoli, gli eretici, gli scismatici, i bestemmiatori. Talvolta riuscirono a risvegliare contro di loro l’odio il più violento, e quest’odio era più criminoso che l’errore che lo aveva eccitato: altre volte non poterono trionfare della compassionevole ragione del popolo, il quale non scorgeva in questi grandi colpevoli che uomini strascinati dall’ignoranza, dall’errore, o da irriflessa abitudine.

Nell’un caso e nell’altro, il salutare orrore che deve ispirare il delitto fu considerabilmente diminuito; l’assassino, l’avvelenatore, il parricida, vennero associati ad uomini che si conciliavano un involontario rispetto. Le buone azioni degli eretici accostumarono a dubitare della virtù medesima, la loro dannazione fece risguardare la riprovazione come una sorta di fatalità; ed il numero de’ colpevoli si andò talmente moltiplicando, che l’innocenza parve quasi impossibile [7].

La dottrina della penitenza sovvertì vie maggiormente la morale di già confusa dall’arbitraria distinzione de’ peccati. Era senza dubbio una consolante promessa quella del perdono del cielo pel ritorno alla virtù, e quest’opinione è tanto conforme a bisogni ed alle debolezze dell’uomo, che formò parte di tutte le religioni. Ma i casisti avevano snaturata questa dottrina, imponendo precise forme alla penitenza, alla confessione ed all’assoluzione [8]. Un solo atto di fede e di fervore fu dichiarato bastante per cancellare una lunga lista di delitti. La virtù, invece di essere lo scopo costante di tutta la vita, più non fu che un conto da liquidarsi in punto di morte. Più non vi fu un peccatore così accecato dalle sue passioni, che non progettasse di dare, prima di morire, alcuni giorni alla cura della sua salvezza, e che sedotto da tale confidenza, non rallentasse la briglia alle sue sregolate inclinazioni. I casisti avevano oltrepassato il loro scopo col fomentare tanta confidenza, ed invano predicarono poi contro il ritardo della conversione: erano essi soli i creatori di questo sregolamento dello spirito, sconosciuto agli antichi moralisti; si era presa l’abitudine di non considerare che la morte del peccatore; e non la sua vita, e quest’abitudine diventò universale.

La funesta influenza di tale dottrina si rende in Italia oltremodo sensibile, qualunque volta viene condotto al patibolo qualche grande delinquente. La solennità del giudizio e la certezza della pena colpiscono sempre il più ostinato di terrore, poscia di pentimento. Veruno incendiario, veruno assassino, veruno avvelenatore, viene tratto al patibolo senza avere fatta, con profonda compunzione, una buona confessione, e senza fare in seguito una buona morte: il confessore dichiara la sua vera fede, dichiara che l’anima del penitente ha di già presa la via del cielo; ed il popolo sciocco si contrasta a’ piè del patibolo le reliquie del nuovo santo, del nuovo martire, i di cui delitti l’avevano forse per più anni compreso di spavento.

Nulla dirò dello scandaloso traffico delle indulgenze, e del vergognoso prezzo che si pagava da’ penitenti per ottenere l’assoluzione del prete. Il concilio di Trento si prese il pensiero di minorarne l’abuso; per altro anche presentemente il prete riconosce il suo sostentamento da’ peccati e da’ terrori del popolo; il peccatore moribondo versa con mano prodiga in messe ed in rosarj il danaro spesse volte raccolto con iniqui mezzi; fa tacere a prezzo d’oro la sua coscienza, e si forma agli occhi degli ignoranti un concetto di pietà [9]. Ma si risguardarono le indulgenze gratuite, quelle che in forza delle concessioni pontificie si ottenevano con qualche esteriore atto di pietà, come meno abusive: ad ogni modo non si saprebbe conciliarne l’esistenza con verun principio di moralità. Quando vedonsi, per modo d’esempio, promessi dugento giorni d’indulgenza per ogni bacio fatto alla croce posta in mezzo al Colosseo, quando si vedono in tutte le chiese d’Italia tante indulgenze plenarie che si guadagnano con tanta facilità, come mai conciliare o la giustizia di Dio o la sua misericordia col perdono accordato a così debole penitenza, o co’ gastighi riservati a colui che non trovasi a portata di guadagnarle per così facile strada?

Il potere attribuito al pentimento, alle cerimonie religiose, alle indulgenze, tutto si era riunito per persuadere al popolo, che l’eterna salute o l’eterna dannazione dipendevano dall’assoluzione del sacerdote; e fu forse questo il più funesto colpo dato alla morale. L’accidente e non la virtù fu così chiamato a decidere dell’eterna sorte dell’anima dei moribondo. L’uomo della più specchiata virtù, quello la di cui vita era stata la più pura, poteva essere sorpreso da subita morte nell’istante in cui la collera, il dolore, o la sorpresa, gli avevano strappato di bocca uno di que’ profani vocaboli, che l’abitudine ha renduti così comuni, ma che, giusta le decisioni della Chiesa, non possono pronunciarsi senza cadere in peccato mortale; allora eterna doveva essere la dannazione di costui, perchè non si era trovato presente un sacerdote per accettare la di lui penitenza ed aprirgli le porte del paradiso. Il più scellerato di tutti gli uomini, coperto d’ogni delitto, poteva per lo contrario provare uno di que’ momentanei ravvicinamenti alla virtù, che non sono sconosciuti a’ cuori più depravati; poteva fare una buona confessione, una buona comunione, una buona morte, ed assicurarsi il paradiso.

Così la morale fu interamente pervertita, ed i lumi naturali, quelli della ragione e della coscienza, che giovano a distinguere l’uomo dabbene dal malvagio, furono costantemente contraddetti dalle decisioni de’ teologi, i quali dichiaravano dannato il primo, che una funesta vicenda aveva precipitato in un irremissibile errore, e beato l’altro, che, toccato dalla grazia, aveva offerto un efficace pentimento [10].

Né la cosa si ristrinse entro questi confini: la Chiesa collocò i suoi comandamenti a canto alla gran tavola delle virtù e de’ vizj, il di cui conoscimento fu stampato nel nostro cuore. Essa non gli spalleggiò con una sanzione tanto formidabile quanto quelli della divinità, e non fece dipendere dalla loro esecuzione l’terna salute; ma diede loro una forza che mai non ottennero le leggi della morale. L’omicida, ancora tutto lordo del sangue poco anzi versato, mangia di magro divotamente anche nell’atto che sta meditando un altro assassinio; la prostituta colloca presso al suo letto un’immagine della Vergine, innanzi alla quale recita divotamente il suo rosario; il sacerdote, convinto di avere giurato il falso, non caderà giammai nell’inavvertenza di bere un bicchiere d’acqua prima di dire la messa; perciocché quanto più un uomo vizioso fu severo osservatore de’ precetti della Chiesa, tanto più si sente nel suo cuore dispensato dall’osservanza di quella celeste morale, cui sarebbe d’uopo sagrificare le sue depravate inclinazioni.

Pure la vera morale non lasciò mai di essere l’argomento de’ sermoni della Chiesa; ma l’interesse sacerdotale corruppe nella moderna Italia tutto quello che toccò. L’amore del prossimo è il fondamento delle virtù sociali; il casista, riducendolo a precetto, dichiarò che si peccava col dir male del prossimo; ma con ciò venne a proibire a tutti il pronunciare quella giusta opinione che deve separare la virtù dal vizio, e soffocò la voce della verità; così, accostumando a far sì che i vocaboli non esprimano il pensiero, altro non fece che accrescere la segreta diffidenza di ogni uomo rispetto a tutti gli altri. La carità è la virtù per eccellenza del Vangelo; ma il casista insegnò a dare al povero pel vantaggio della propria anima, e non per soccorrere il suo simile; rendette comune l’elemosine indistinte che incoraggiarono il vizio e l’infingardaggine; ed all’ultimo deviò a beneficio del monaco mendicante i principali fondi della pubblica carità. La sobrietà e la continenza sono virtù domestiche che conservano le facoltà degl’individui, e mantengono la pace delle famiglie: il casista vi sostituì i cibi detti magri, i digiuni, le vigilie, i voti di virginità e di castità, ed a lato a queste monacali virtù potevano radicarsi nel cuore la gola e l’impudicizia. La modestia è la più amabile qualità dell’uomo posto in qualche elevata carica; ma la modestia non esclude un certo qual giusto orgoglio, che lo sostiene contro le proprie debolezze, e lo consola nelle traversie; il casista vi sostituì l’umiltà, la quale si associa al più insultante disprezzo delle altre persone.

Tale è l’inesplicabile confusione entro la quale i dottori dommatici gettarono la morale, e se ne resero esclusivamente arbitri; così, assistiti dall’autorità civile ed ecclesiastica, proscrissero ogni indagine filosofica tendente a stabilire le regole della probità sopra altre basi che le loro, ogni disamina di principj, ogni richiamo all’umana ragione. E non contenti di rendere la morale una particolare loro scienza, ne fecero un segreto, depositandola interamente nelle mani dei confessori e de’ direttori delle coscienze. Lo scrupoloso cristiano deve, in Italia, rinunciare alla più bella facoltà dell’uomo, quella di studiare e di conoscere il proprio dovere; gli si raccomanda di scacciare ogni pensiero che potesse fargli smarrire la via da loro additata, e l’orgoglio umano capace di sedurlo; e qualunque volta s’abbatte in qualche dubbiezza, qualunque volta si trova in qualche difficoltà, deve ricorrere alla sua guida spirituale. Con ciò la prova delle avversità, così propria ad innalzare l’Uomo, lo rende sempre più schiavo; e quegli ancora che fu veracemente e puramente virtuoso, non saprebbe rendersi conto delle regole che si è egli stesso imposte [11].

Sarebbe quindi impossibile il dire quanto in Italia riuscisse perniciosa alla morale l’istruzione religiosa [12]. Non avvi in Europa verun altro popolo più costantemente addetto alle sue pratiche religiose, e che vi sia più universalmente fedele; pure non ve n’ha alcuno che osservi meno i doveri e le virtù di questo cristianesimo cui mostrasi tanto attaccato. Gl’italiani imparano non già ad ubbidire alla propria coscienza, ma a deluderla; tutti pongono in salvo le loro passioni, col beneficio delle indulgenze, con mentali riserve, con progetti di penitenza, e colla speranza di una vicina assoluzione; e ben lungi che la probità vi sia guarentita dal più caldo fervore religioso, quanto più un uomo si mostra scrupoloso nelle sue pratiche di divozione, tanto più si deve a ragione diffidare di lui.

Tra le forze morali che agiscono sopra la società l’educazione è la seconda in potenza. Coloro ch’essa ha posti in su la via della virtù possono ancora essere traviati nel corso della loro vita; coloro che furono dall’educazione depravati, possono tuttavia essere ricondotti sul sentiere della virtù e del dovere. Ma la religione stende la sua influenza o benefica o funesta su tutto il corso della vita; trova appoggio nell’immaginazione della gioventù, nell’esaltata tenerezza di un sesso più debole, e ne’ terrori dell’età avanzata: segue l’uomo fino ne’ suoi più reconditi pensieri, e lo raggiugne anche quand’egli si è sottratto ad ogni umano potere. Pure è così grande la reciproca influenza dell’educazione sulla religione, e della religione sull’educazione, che appena possono separarsi queste due informatrici cagioni de’ caratteri nazionali.

Infatti l’educazione mutossi in Italia, quando si mutò la religione. Quando alcuni papi, guidati soltanto dal fanatismo, vennero sostituiti a coloro che non avevano dato retta che all’ambizione, l’educazione fu affidata a nuove mani. I due nuovi ordini de’ Gesuiti e de’ Scolopj s’ impadronirono di tutti i collegj; e si vide tutt’ad un tratto e dovunque assolutamente cessare quell’ammaestramento indipendente dato a migliaja di scolari da’ celebri filologici Guarini, gli Aurispa, i Filelfi, i Pomponio Leto ecc. Questa così numerosa classe di precettori, che diedero un così rapido movimento allo studio della letteratura nel quindicesimo secolo e nel principio del sedicesimo, non aveva forse seguita una filosofia affatto scevra da errori, né aveva avuti troppo liberali opinioni; ma ciascheduno di loro era indipendente; ognuno era spalleggiato dalla propria riputazione; la di cui scuola rivalizzava con tutte le altre; ed egli cercava, spinto da gelosia verso i suoi emuli, di scoprire o di abbracciare un nuovo sistema. Egli adoperava tutta la forza del suo spirito, e tutto risvegliava le facoltà de suoi scolari, appellandosi sempre della sua parziale dottrina all’esame ed al giudizio del pensiere, unica autorità che potesse decidere tra professori tutti eguali. I monaci, che presero il posto di questi uomini tanto attivi, vennero strettamente legati ad una corporazione. Senza prendersi cura del buono o cattivo esito delle loro scuole, che non poteva alterare il loro voto di povertà, ed unicamente intenti a quello del loro ordine, tutto riferivano alla disciplina che avevano ricevuta, tutto assoggettavano all’autorità spirituale, in nome della quale parlavano, denunciando il richiamo all’umana ragione come una ribellione contro le loro dottrine immediatamente emanate dalla divinità.

Nelle scuole di cotali nuovi istitutori cessò bentosto ogni sforzo dello spirito. Permisero bensì a’ loro discepoli di giugnere a quelle cognizioni di già acquistate, ch’essi non giudicarono pericolose; ma loro vietarono l’esercizio delle facoltà che avrebbero potuto farne loro acquistare di nuove. Ogni filosofia venne subordinata alla regnante teologia; e rispetto a tutti gli altri sistemi, tutt’al più si presero da loro gli argomenti co’ quali si potevano confutare. Ogni morale venne assoggettata alle decisioni della Chiesa e dei casisti, e più non si permise di ricercare nel cuore que’ principj che dall’autorità erano di già stati giudicati. Ogni politica si modellò sull’interesse del governo dominante, ed ogni elevato pensiero venne bandito da una scienza che, invece di essere la più indipendente di tutte, diventa la più servile.

Pure lo studio dell’antichità non fu sbandito dai collegj; ma come poteva mai avere un reale allettamento per la gioventù? Come mai giovare all’istruzione del cuore e della mente, dopo essere stato spogliato d’ogni nobile sentimento? Qual valore poteva darsi all’antica eloquenza, allorché l’amore di libertà veniva considerato come spirito di ribellione, e l’amore di patria si condannava come un culto quasi idolatro? Quale impressione poteva fare la poesia, mentre che la religione degli antichi trovavasi costantemente opposta a quella de’ moderni, siccome le tenebre alla luce, quando le sensazioni di un cuore appassionato si spiegavano dai monaci ai fanciulli? Quale interesse risvegliare poteva lo studio delle leggi, delle costumanze, delle abitudini, dell’antichità, quando non si confrontavano colle astratte nozioni di una veramente libera legislazione, di una pura morale, di abitudini che nascono dal perfezionamento dell’ordine sociale?

Quindi lo studio dell’antichità, siccome ogni altra scienza monastica, diventò una scienza positiva, una scienza di fatti e di autorità, in cui più non ebbero veruna parte né la ragione, né il sentimento. S’insegnarono ottimamente ai fanciulli italiani le eleganze della lingua del Lazio, vale a dire i vocaboli e le regole dei vocaboli; ottimamente pure la prosodia, ossia le regole della versificazione, sicché sapessero fare versi latini, quali possono farsi da chi possiede tutte le qualità proprie del poeta, tranne il pensiero e la passione; venne loro insegnata la mitologia con tanta accuratezza, da fare sovente arrossire quegli uomini medesimi che credono d’avere avuta una classica educazione; ma l’indipendenza del pensiero era talmente sbandita da ogni sistema d’educazione, che non potevasi insegnar loro la rettorica o la poetica, che dietro autorità universalmente ricevute, e formanti quasi una nuova ortodossia; onde la stessa teorica della bella letteratura non produsse in Italia verun’opera singolare [13]. Possiamo domandarci quale nuovo pensiere abbia acquistato un giovine dopo un cotal corso di studj, come siansi sviluppati il suo cuore e la sua mente, e se non gli sarebbe tornato lo stesso vantaggio dallo studio delle antichità peruviane, come da quello delle antichità greche o latine, insegnategli senza il modo di sentirle.

Sotto un tale metodo d’ammaestramento alcuni uomini, felicemente organizzati, svilupparono la loro memoria; e se avevano inoltre ricevuto dalla natura una feconda immaginazione ed il delicato senso dell’armonia, poterono emergere poeti nel nativo idioma, senza che i loro pedagoghi abbiano potuto soffocare i loro talenti. Ma la parte infinitamente maggiore di loro giacque in un’assoluta inerzia di spirito. Non solo un giovane italiano non pensa, ma non sente neppure il bisogno di pensare; ed il profondo suo ozio sarebbe un supplicio per un uomo de’ paesi settentrionali, sebbene fosse questi naturalmente e meno attivo e meno impetuoso. Tale ozio fu dall’abitudine trasformato in bisogno, e quasi in piacere [14]. Si occupò tutta l’età della fanciullezza in modo di non lasciare luogo all’esercizio della facoltà di ragionare. I monaci che dirigono le occupazioni de’ giovinetti, tolsero tutto il fervore dalle loro preghiere, tutta l’attenzione dagli studj, tutta l’intenzione da’ loro piaceri, tutta l’espansione dalle loro relazioni.

Gli esercizj di pietà occupano una piccola parte delle ore dello scolaro; ma basta che col suono della sua voce si faccia macchinalmente conoscere presente.

Le lunghe monotone preghiere non possono fissare la sua attenzione; lo stesso formolario, le mille volte ripetuto, più non parla né alla sua mente, né al suo cuore. Mentre un breve esercizio di divozione avrebbe avvisata la sua coscienza, i rosarj, ripetuti perfino tre volte al giorno senza intenderli, lo avvezzano a separare totalmente il suo pensiero dal suo linguaggio; e questo diventa un esercizio di distrazione, se non lo è d’ipocrisia [15].

Altre ore sono destinate allo studio delle lingue, della mitologia, della prosodia, di alcune epoche della storia; ma si chiama a ricevere queste lezioni la sola memoria, la memoria che non è risvegliata dalle altre più nobili facoltà del nostro essere, la memoria che per ubbidienza si carica d’un peso di cui non conosce l’uso, e che non ravvisa altro scopo nello studio della sua lezione che quello di recitarla. Lo scolaro non si presta che languidamente a tale incumbenza: colui che forse dalla natura era stato dotato della più dichiarata attitudine ad imparare, lascia abbrutire questa facoltà che non viene mai occupata; colui che sente nel suo cuore i semi del più nobile entusiasmo, non trova cosa che serva a svilupparlo. Ambidue risguardano con un certo quale disgusto i vocaboli e le sterili regole affastellate nella loro memoria.

Nell’ istante in cui la sua educazione è terminata, ognuno discaccia con piacere dal suo capo tutto ciò che vi aveva ricevuto senza incorporarlo giammai al suo pensiere.

Vero è che nelle scuole e nei seminarj d’Italia viene accordato qualche tempo al sollievo del corpo ed agli esercizj; ma l’ubbidienza e la disciplina monastica tengono dietro allo scolaro anche nel breve tempo che pretendesi di accordare ai suoi divertimenti. Ogni giorno, nell’ora medesima, esce dal seminario la lunga processione degli scolari: essi camminano a due a due, vestiti di lunghe sottane: due preti li precedono, altri si trovano frammischiati nelle file, altri stanno alla coda. Né mai accelerano il passo, né mai lo rallentano; mai non raccolgono un fiore; mai non osservano l’industria di un insetto; mai non esaminano la conformazione di un sasso; mai non riunisconsi in gruppi per giuocare, per disputare, per parlare con confidenza. L’autorità monastica è sospettosa, avendo imparato a diffidare dell’uomo, ed a non vedere nel presente secolo che corruzione. Nulla v’ha che al pedagogo non dia cagione di timore o pei costumi del suo allievo, o per la disciplina della sua scuola, o per la sua personale autorità. I legami di amicizia tra i suoi discepoli diventano a’ suoi occhi un cominciamento di cospirazione, e si affretta di romperli; le confidenze sarebbero lezioni di mal costume, e le rende impossibili; lo spirito di corporazione degli scolari tenderebbe a ristringere la sua autorità, ed egli l’attacca come una ribellione; premia i delatori, e tutto accorda a colui che gli sagrifica il suo compagno.

Infelice quella nazione che viene così educata! Cosa avrebbe potuto imparare nelle sue scuole, fuorché a diffidare del suo simile, ad adulare, a mentire? Che altro le rimane di tutti i suoi studj, se non se il disgusto di quanto imparò, e l’incapacità di abbandonarsi a nuova applicazione? Il suo lavoro non potè in essa produrre che l’inerzia del pensiere; la distribuzione delle pene e delle ricompense dovette inspirarle l’ipocrisia; i suoi monaci, tenendola lontana da ogni pericolo, ne indebolirono e snervarono gli organi, rendendola diffidente di sé medesima e vile. Gli è un conforto per la nazione italiana d’essere stata in circostanze di provare coll’esperienza, che i vizj che le si rinfacciano non derivano da lei, ma dalle sue instituzioni. Mentre che ella sperimentava i funesti risultati dei sistemi stabiliti nel suo seno, una straniera rivoluzione strascinò violentemente moltissimi suoi giovani allievi nelle scuole degli oltramontani; ed in allora bentosto sviluppando essi quell’attività della mente tenuta così lungamente compressa, avidamente abbracciarono quella scienza dalla quale si erano prima mostrati alieni, e gettarono lontano da loro quella doppiezza, quella pieghevolezza, non da altro loro insinuate che dalla disciplina cui erano stati prima assoggettati. La stessa educazione dei militari campi, quella dell’amministrazione civile, basta talvolta a far cadere la crosta formata da un’instituzione monastica; e l’Italia vede oggi con orgoglio innalzarsi tra la sua gioventù uomini degni delle sue antiche repubbliche, uomini che, cancellando la servile impronta ond’erano stati segnati, conservarono tutto il genio nazionale.

Sono allievi formati dall’educazione monastica che la legislazione italiana riceve all’uscire dalle scuole, per conformarli al giogo e farne sudditi ubbidienti. I pensieri di questi allievi non s’innalzarono giammai verso veruna specie d’astrazione; giammai non si fecero a disaminare ciò che dev’essere, ma soltanto ciò che è; mai non rintracciarono l’origine di qualsiasi autorità, essendosi loro rappresentata ogni cosa, in questo mondo e fuori, come fondata sull’autorità; e la loro mente si è fatta troppo infingarda per potere giammai risalire alla sorgente di ciò che si sottomette a credere. Guidati come ciechi nella loro educazione, e ciecamente ubbidienti ai loro preti, trovaronsi disposti ad offrire la medesima ubbidienza ai loro principi. Non è già un eroico attaccamento, verso alcune famiglie, che si è radicato in tale o tale altro popolo d’Italia, come spesso si vide in altre monarchie, ma un’ubbidienza indolente, e che non è fondata che nell’avversione della lotta e nel costante desiderio del riposo. Ubbidienza a chi comanda è una massima proverbiale rappresentante un complesso di tutti i doveri politici e di tutti i precetti della prudenza.

Quindi il dispotismo non ha bisogno di travestirsi; un sovrano potere, un illimitato potere viene attribuito al principe; e non avvi verun diritto, sia sacro quanto si voglia, che si creda intangibile dalla sovrana possanza. Le leggi sono semplici emanazioni della volontà del monarca, che non fu consigliato da altra persona; e ciò viene indicato dal nome che portano di motu proprio. Le sentenze civili e criminali possono essere riformate dai suoi rescritti: egli sospende a favore di un individuo le processure de’ creditori; accorda ad un altro la restituzione in integrum dei diritti perduti già dal medesimo in forza di preventiva prescrizione; legittima un terzo che è bastardo per farlo succedere co’ suoi fratelli, o in pregiudizio dei suoi cugini; scioglie a favore di un quarto i vincoli della primogenitura, perchè possa disporre, con pregiudizio de’ suoi figli, dei beni che loro sono sostituiti. I privilegj delle corporazioni non lo trattengono più di quelli delle private famiglie, e cambia a suo piacere e per privato fine le costumanze delle città e le prerogative dei diversi ordini dello Stato.

Nello stesso modo che tutto dipende dalla sola volontà del principe, tutto si compie ancora dalla medesima, senza discussione, senza pubblica deliberazione, senza che la nazione venga in verun modo chiamata a parte di ciò che si vuole decidere intorno ai suoi destini. La critica dei varj sistemi economici o politici adottati dal governo, sarebbe un delitto; è pure vietato lo scrivere la storia dei moderni tempi, perchè potrebbe tentare i sudditi a giudicare di ciò che devono risguardare come al di sopra del corto loro discernimento. Per ultimo le gazzette, che il generale uso d’Europa costringe a tollerare, mai non contengono, sotto la data d’Italia, che slanci del pubblico tripudio pel passaggio di un principe, pel suo matrimonio, o pei natali de’ suoi figliuoli.

 

La giurisprudenza criminale è quella parte della legislazione che ha più immediato contatto colla libertà de’ cittadini; ed è perciò quella che può più d’ogni altra alterarne il carattere. Ne’ paesi in cui la processura è tuttavia pubblica, ogni causa criminale è una grande scuola di morale per gli uditori. L’uomo volgare, che spesso ha bisogno di essere sostenuto contro le gagliarde tentazioni che lo circondano, impara all’udienza, che anche il delitto commesso nel segreto della notte, senza testimonj e con tutte le precauzioni che può suggerire la prudenza della malvagità, viene non per tanto al chiaro, condottovi da una serie d’imprevedute circostanze; che la confusa coscienza del colpevole è la prima a tradirlo, e ch’egli non ha ottenuto alcun vantaggio da que’ delitti che credeva dovere tutti appagare i suoi desiderj. Conosce che l’autorità che tiene aperti gli occhi sopra di lui è benefica ed illuminata, e che non castiga il delitto che dopo averlo conosciuto. Accompagna con tutto il suo cuore la discussione, e mentre egli lotta a favore dell’innocenza, senza rincrescimento abbandona il colpevole a tutto il rigore delle leggi.

Ma quando la processura si eseguisce segretamente, che non è accompagnata da veruna discussione, da verun dibattimento che chiami il pubblico a parte del giudizio, allora la sentenza capitale non offre verun compenso alla società per la perdita de’ suoi membri. Tra coloro che assistono al supplicio, altri, compresi da terrore, accusano il giudice d’ingiustizia e di crudeltà, e prendono soltanto interesse per gli sventurati, dei quali non conoscono che i patimenti; altri si ostinano ne’ malvagi loro sentimenti, persuadonsi che il condannato non soggiacque che per propria imprudenza, e che trovandosi essi nel caso suo, sarebbero più fortunati, perchè più accorti. Tutti infine vanno d’accordo a non trovare nella giustizia criminale che un potere persecutore, un potere odioso; si uniscono per sottrarre egualmente tutti i prevenuti alla di lei azione, e caricano di una specie d’infamia tutti coloro che in qualsiasi modo contribuiscono al compimento della processura.

Questa lega contro la giustizia criminale si è realmente formata in tutta l’Italia a cagione del profondo segreto onde si cuopre la processura; e tanta è radicata la prevenzione contro i suoi ministri, che la stessa legge fu forzata ad adottarla. Gli arcieri dei tribunali, i caporali ed i birri, sono dichiarati infami; ed è facile il comprendere che gli uomini che acconsentono ad abbracciare un mestiere infamato dal pubblico disprezzo e dal disprezzo della stessa legge, si dispongono a meritare l’infamia della loro condizione. Pure fra costoro si sceglie il bargello, che chiamasi egli stesso loro capo, e nello stesso tempo eseguisce le incumbenze di pubblico accusatore innanzi ai tribunali, e di primo magistrato di polizia. L’infamia del suo primo mestiere lo siegue in questa più ragguardevole carica. L’uomo probo si vergogna di avere relazione di qualsiasi sorta col bargello, d’avere da lui ricevuto qualche servigio: a fronte di ciò qualunque cittadino sente continuamente che la sua riputazione, la sua libertà, la sua vita, dipendono dalle segrete informazioni di quest’ufficiale. Non avvi persona che possa dirsi sicura di non essere arrestata nel cuore della notte nella sua propria casa, legato, tradotto in lontano paese, in forza della sola autorità di quest’uomo, che dà conto del suo operato al solo ministro di polizia, o al presidente del buon governo [16]. L’Italia è probabilmente il solo paese del mondo, in cui l’infamia legale, invece di essere incompatibile col potere, sia una condizione richiesta per esercitare una certa autorità.

Sarebbe così turpe cosa e vergognosa l’esporsi ad essere paragonato ad un bargello, ad un birro, che un Italiano di qualunque condizione, quando non abbia perduto ogni buon nome, non concorrerà giammai a tradurre un delinquente nelle mani della giustizia. Un impudente furto, uno spaventoso omicidio, potrebbero eseguirsi in mezzo alla pubblica piazza, che la folla, anzi che moversi ad arrestare il colpevole, si aprirebbe per lasciargli adito alla fuga, e si richiuderebbe per trattenere i birri che lo inseguissero.

Il testimonio interrogato intorno ad un delitto commesso sotto i suoi occhi si reputa offeso, perchè si tenti di farlo parlare come un delatore. Così viva è la compassione che eccita il prevenuto, così universale la diffidenza della giustizia del giudice, che ben di rado i tribunali ardiscono sprezzare questa generale opinione e pronunciare una Sentenza capitale. Ma ciò non torna a vantaggio dei prevenuti; questi languiscono talvolta nelle prigioni molti anni, o sono rilegati in paesi di cattivo aere, dove la natura fa lentamente e dolorosamente ciò che il giudice non ebbe il coraggio di fare; ma l’esempio della pena che segue il delitto, è perduto affatto pel pubblico.

In quasi tutta l’Italia il giudizio delle cause civili e criminali, trovasi abbandonato ad un solo giudice. Forse saranno andati errati negli altri paesi, credendo di moltiplicare i lumi col moltiplicare i giudici; ed egli è il vero che quanto più ristretto è il numero dei giudici, tanto più ognuno di loro sente crescere la propria responsabilità, & si fa debito di attentamente studiare quella causa nella quale il solo suo suffragio può avere tanta influenza; ma si snatura un tribunale ristringendolo ad un solo uomo: più non gli si lascia il mezzo di separare i suoi privati affetti, le sue passioni, i suoi pregiudizj, dalle opinioni che va formando come uomo pubblico; si espongono le parti ad essere danneggiate dal suo cattivo umore e dalla sua impazienza, e gli si toglie il freno salutare che gl’impone la necessità d’esporre i suoi motivi ai proprj colleghi per guadagnarli alla propria opinione. Il cuore dell’uomo viene frequentemente agitato da movimenti contrarj alla giustizia o alla morale, i quali contribuiscono alle sue determinazioni senza ch’egli se ne accorga.

Anche colui che li sente ne conoscerebbe tutta la turpitudine, ed arrossirebbe di assoggettarsi alla loro influenza, se fosse costretto a manifestarli. Come mai un giudice si ridurrebbe a dire ad alta voce: « Quest’uomo ha una fisonomia che mi spiace; questi è colui che mi rispose insolentemente, e che mi negò il saluto; è quegli di cui io aveva preveduta la cattiva riuscita; quegli di cui io aveva uditi elogj tanto ridicoli ed inquietanti, e mi è ben caro che sia caduto in errore?» Eppure questa gioja di vederlo colpevole è pur troppo reale, e dispone a trovare tutte le prove bastanti per condannarlo.

Ad ogni modo il prevenuto deve ancora riputarsi felice, quando il solo giudice innanzi al quale deve presentarsi, siede regolarmente sul suo tribunale; ma qualunque volta l’accusatore gode buona opinione presso il presidente del buon governo, o che questi non vuole affatto perdere il colpevole, o che l’accusa verte sopra falli non contemplati da veruna legge, o che trattasi di punire opinioni o sentimenti sepolti nel segreto del cuore, oppure che il ministero vuole spalleggiare la domestica autorità d’uno sposo sopra la consorte o di un padre sopra i figli, il ministro della polizia dà al vicario o al bargello l’ordine di formare il processo per via economica. In questi processi, chiamati economici o camerali, l’accusato non viene ammesso a difendersi, non gli si partecipano né l’imputazione, né le prove addotte contro di lui, e tutto al più ha occasione d’indovinare il titolo dell’accusa dal suo interrogatorio, se pure si dà il caso che venga interrogato. La stessa sentenza contro di lui pronunciata, non dal giudice istruttore, ma da quello della capitale, non è motivata: d’ ordinario questa non eccede la prigione in propria casa, o in un convento, la rilegazione o l’esilio; per altro non pochi sciagurati vennero da una sentenza camerale chiusi nel fondo di una torre, o rilegati in paese malsano, per combattere colla febbre pestilenziale delle Maremme; e ne’ tempi di politiche turbolenze, si videro ordinati in forma economica molti infamanti supplicj.

E per tal modo il salutare effetto che la giustizia doveva operare sulla moralità del popolo fu interamente perduto in tutta l’Italia, e produsse anzi sulla maggior parte un effetto affatto contrario. Ogni suddito trema innanzi ad una autorità non risponsabile delle sue azioni, che non va soggetta a veruna legge, che, almeno per conto di alcuni suoi ministri, non lo è neppure a quelle dell’onore; ognuno si crede sempre circondato da delatori e da segrete spie, e non potendo mai trovare sicurezza nel testimonio della propria coscienza, si vede forzato a diventare abitualmente dissimulatore, cortigiano e vile. Il castigo non gli sembra giammai una necessaria conseguenza del delitto; i supplicj, non altrimenti che le malattie, diventano ai suoi occhi colpi di un fatalismo che opprime l’umana natura; onde il timore di subirli mai non lo distorna dal cammino del delitto; ed un assassinio non lo priverà né del pubblico favore, né degli asili per così lunga età offerti dalle chiese [17], né di quelli che offrono anche a’ dì nostri i vicini numerosi confini dei piccoli Stati, ne’ quali è divisa l’Italia. Infatti, ad eccezione della Spagna, verun altro paese non fu giammai macchiato da maggior numero di assassinj quasi sempre impuniti.

A tutte queste cagioni d’immoralità, d’uopo è aggiugnervi le abitudini di ferocia, date fino quasi ai presenti giorni dallo spettacolo della tortura. Questo supplicio dei prevenuti, assai più crudele che quello de’ colpevoli, era sempre destinato all’esempio, sebbene verun esempio sia forse più funesto che quello dei tormenti di un uomo, contro il quale non si ha alcuna prova, e che deve sempre presumersi innocente. Il governo pontificio prendeva le convenienti misure a fine che, durante il carnevale, si desse ogni mattina un colpo di corda ad un certo numero di prevenuti, riservando tutte le pene capitali per lo spettacolo della settimana grassa, che chiude questi allegri giorni. Questo terribile cumulo di supplicj veniva appoggiato al desiderio di premunire il popolo contro il pericolo delle passioni nel principio di cadauno di que’ giorni consacrati al tripudio; ed il popolo, Sempre avido di commozioni, non vi cercava che dei dolori fisici, che in appresso andava a cercare nuovamente nei combattimenti dei tori sul molo del sepolcro d’Augusto. Allora Roma moderna non poteva invidiare le pugne de’ gladiatori di Roma idolatra: che se l’arena non era bagnata da tanto sangue, più crudeli invece e più lunghi erano i patimenti che formavano lo spettacolo.

La morale influenza della civile legislazione non ha la forza della criminale sopra coloro che sono colpiti dall’ultima; ma la prima è più universale, siccome quella che tocca tutti gl’individui. Tra i sudditi tutte le proprietà si distribuiscono secondo le disposizioni delle leggi civili, e questa distribuzione fu mutata nella circostanza della soppressione della libertà. I principi, creandosi una nuova nobiltà, vollero rendere indipendente da ogni vicenda il patrimonio di quelle famiglie; a tale oggetto incoraggiarono i padri a fondare per testamento perpetue sostituzioni, primogeniture, commende, dando loro in tal maniera, anche dopo la morte, un diritto sulle loro proprietà, spogliandone le susseguenti generazioni, e riducendole a non godere che il fedecommesso di un diritto limitato dall’autorità de’ loro antenati, e dall’aspettativa de’ loro discendenti. Le più fatali conseguenze non tardarono ad emergere da quest’innovazione nella legislazione, che diseredava i vivi a favore degli estinti e de’ figliuoli che non erano ancora nati; furono queste tanto evidenti, che nel diciottesimo secolo i più saggi principi cercarono di abolire i fedecommessi favoreggiati dai loro predecessori. I detentori de’ terreni, più non considerandosi che come usufruttuarj, parevano farsi un dovere di danneggiare un fondo di cui non potevano disporre a voglia loro: la loro fortuna più non essendo proporzionata all’estensione dei loro beni, uno stato d’angustia e di miseria, piuttosto che uno stato di opulenza, diventò ereditario colle grandi proprietà; i creditori, ingannati dalle grosse rendite di cui godeva un grande proprietario, trovavansi spogliati, quando esso proprietario moriva del danaro sovvenutogli. Tale ingiustizia incoraggiava i sovventori all’usura, i sovvenuti alla mala fede, e complicò ed accrebbe all’infinito le procedure tra gli uni e gli altri.

Frattanto l’intera nazione si era abituata ad avere prima d’ogni altra cosa riguardo alla conservazione delle famiglie, e più non v’ebbe alcun padre che nel suo testamento non sagrificasse tutte le sue figlie ai maschi, tutti i minori al primogenito, e la propria vedova alla sua prole. Tutte le domestiche relazioni si mutarono con questa cattiva distribuzione delle proprietà. Fu distrutto il filiale rispetto verso la madre, quando questa si trovò per la propria sussistenza dipendente dal suo figlio: fu esiliata l’amicizia tra i fratelli, perchè questa vuole l’eguaglianza, e non può mantenersi tra un assoluto padrone e prezzolati adulatori.

Non solo i figli minori ebbero una parte minore d’assai di quella dei primogeniti » ma il padre di famiglia si fece un particolar dovere d’impedire ogni divisione della sua proprietà; assicurando soltanto ai suoi più giovani figli la mensa in casa, o come chiamasi dagl’Italiani il piatto, ed in conseguenza condannandoli all’ozio ed alla viltà. Non può attivarsi verun ramo d’industria senza un piccolo capitale; convien fare una qualche spesa per apprendere qualsivoglia professione; non si possono professare le Lettere senza avere impiegato un capitale in una sempre dispendiosa educazione: non si può essere agricoltore senza terreni, mercante senza fondi, fabbricatore senza avere gli strumenti necessarj e le materie prime. La maggior parte de’ cadetti, esclusi in Italia a motivo della povertà loro da tutti gl’impieghi, sono forzati a vivere sempre dipendenti e sempre oziosi. E siccome le famiglie vi sono numerose, appunto perchè il padre non è chiamato a provvedere alla sorte de’ suoi figli; che un solo fra sei fratelli prende moglie, e lascia tanti figliuoli quanti ebbe fratelli; i quattro quinti della nazione sono dannati a non avere veruna proprietà, verun interesse nella vita, veruna speranza, e a non contribuire con verun lavoro alla prosperità dei loro compatriotti. Una cosi numerosa classe di oziosi deve necessariamente moltiplicare i vizj.

Le nazionali abitudini di giustizia furono ancora pervertite dalla costante pratica del ricorso alla grazia nelle cause civili. Sagrificando la legge una giustizia reale ad un’apparenza di diritto, aveva di già renduto difficilissimo l’acquisto della prescrizione; questa in molte cause non può allegarsi che dopo un periodo centenario; e quand’ancora si è acquistato questo diritto, è spesso in Italia annullata dal principe con lettere di grazia. È pure necessario in Italia un numero di sentenze maggiore, che in ogni altro paese, per dare ad una decisione la forza di cosa giudicata. Ma, anche dopo l’acquisto di questa definitiva presunzione, il principe accorda nuove lettere di grazia, perchè sia assoggettata a nuovo giudizio quella cosa che più non dovrebbe essere argomento di lite.

Per tutte queste cagioni la totalità de’ diritti si andò rendendo incerta; interminabili processure passarono ereditarie nelle famiglie di generazione in generazione. A misura che trascorre il tempo tra l’occasione di una processura e la sua decisione, le prove si rendono sempre più difficili, le presunzioni si vanno maggiormente equilibrando, ed ognuno, sostenendo il proprio interesse, si crede meno esposto alla taccia di mala fede. Dall’altro canto la lunghezza delle processure le moltiplica maravigliosamente. In una città ove nascono dieci liti all’anno, se ognuna venisse terminata entro sei mesi, come a Ginevra, non ve ne sarebbero giammai più di cinque pendenti, ma se, una compensando l’altra non sono ultimate che in dieci anni, come accade nella parte meglio governata d’Italia, ve ne saranno cento tutte agitate nello stesso tempo: se appena sono terminate in trent’anni, come nella maggior parte delle italiane province, ve ne saranno trecento, e forse in maggior numero che non sono gli abitanti che contiene la città. Infatti, in Italia, sono poche le famiglie che non abbiano una o più liti; ed il carattere di raggiratore o di uomo litigioso si è renduto troppo generale perchè venga imputato a difetto.

Perciò può dirsi che nella moderna Italia la religione, invece di spalleggiare la morale, ne corruppe i principi; che l’educazione, lungi dallo sviluppare le facoltà della mente, le ha rendute più ottuse; che la legislazione, in cambio di attaccare i cittadini alla patria e di riunirli fra loco con fraterni nodi, li rese timidi e diffidenti, dando loro l’egoismo per prudenza, la viltà per difesa. Rimane inoltre una quarta causa, la quale stende la sua influenza su tutte le umane società, e che con una forza minore delle tre precedenti, talvolta tiene in bilico, talvolta seconda la loro azione, e fa, sebbene imperfettamente, riparo al male prodotto dalle viziose istituzioni: gli è questo il punto d’onore, la di cui potenza, superiore alla volontà d’ogni individuo, ne altera le primitive istituzioni, ne appoggia o ne contrasta la morale, e gli segna una condotta uniforme, invece di abbandonarlo, all’istantaneo impero delle sue passioni.

La legislazione del punto d’onore racchiude in sé medesima un non so che di liberale; non è altrimenti stabilita da una superiore autorità, ma dal concorso di opinioni e di volontà indipendenti: onde allorché gagliardamente si mantiene in un governo monarchico, lo modifica, e non gli permette di declinare in un perfetto despotismo. Dall’altro canto questa legislazione non è mai fondata sopra i veri principj della morale, ed il numero delle naturali inclinazioni che vengono da lei corrotte, vince il numero, di quelle che conserva o che rende più forti.

L’impero del punto d’onore rendesi appena sensibile nelle repubbliche, perciocché la pubblica opinione vi esercita una tale potenza che va sempre modificando i più accreditati pregiudizj, e vi giudica le parsone non dietro astratte ed inflessibili regole, ma dietro il complesso delle loro azioni. In una repubblica non si distingue l’uomo virtuoso dall’uomo d’onore; né questi due caratteri erano pure distinti negli Stati dell’antichità. Le prime nozioni del punto d’onore furono portate negli Stati meridionali dalle conquiste de’ popoli teutonici, ma si mescolarono co’ gli altri elementi della pubblica opinione, e non formarono un eminente carattere nella storia delle repubbliche italiane. L’introduzione in Europa di alcune opinioni particolari degli Arabi, diede agli Spagnuoli, che furono i primi che da loro le ricevettero, un punto d’onore di diversa natura; il quale punto d’onore venne in seguito adottato in tutti i paesi sui quali la monarchia spagnuola venne stendendo la sua influenza.

La legislazione dell’onore arabo e castigliano fu dunque importata in Italia, nel sedicesimo secolo, da quelle medesime armi spagnuole, che distrussero quelle repubbliche intorno alle quali ci siamo così lungamente intrattenuti. Ella vi si mantenne in pieno vigore, finché Carlo V ed i tre Filippi, di lui successori, conservarono un assoluto dominio sopra le più belle province d’Italia; s’indebolì negli ultimi anni del diciassettesimo secolo, e cessò affatto nel diciottesimo: può dirsi, che riuscì egualmente contraria ai progressi dei lumi e della ragione colla sua durata e colla sua caduta.

Il punto d’onore che gli Spagnuoli avevano ricevuto dagli Arabi, sembra riferirsi a tre primarj fondamenti. Il primo consiste in una esagerata delicatezza rispetto alla castità delle donne: allorché questa virtù rendesi leggermente in taluna di loro sospetta, non soccumbe essa sola al disonore, ma la stessa infamia copre egualmente il padre, il fratello, il marito.

Il secondo è una delicatezza non meno esagerata rispetto al valore degli uomini, che, posto egualmente in luogo di tutte le altre virtù, viene a compromettere tutta la famiglia in un solo individuo. Il terzo è una specie di religione di vendetta, che non ammette verun’altra riparazione per l’offeso che la morte dell’offensore.

L’introduzione di queste opinioni in Italia variò la condizione delle donne, le quali perdettero l’onesta libertà di cui avevano goduto ne’ tempi delle repubbliche; ed i padri loro ed i mariti, invece di confidare nella loro virtù e prudenza, più non credettero di trovare sicurezza che tra inaccessibili mura; essi più non dovevano temere per conto della loro sola debolezza; ma un accidente che le esponesse agli occhi della gente, una parola mal ponderata, un’imprudente conghiettura, bastavano a compromettere l’onore della casa, e con ciò la vita e le sostanze di tutti gl’individui che la componevano. Più non teneva aperti gli occhi sopra di loro la gelosia dell’affetto, ma la gelosia assai più sospettosa della vecchiaja, che le guardava in quel modo che l’avaro tien cura del suo tesoro. Quanto più si andavano accrescendo l’esteriori precauzioni, che si moltiplicavano le vecchie custodi che mai non le perdevano di vista, le inferriate che chiudevano le loro case, i veli che le nascondevano a tutti gli sguardi, tanto più veniva trascurata l’educazione morale, che avrebbe loro dati migliori e più virtuosi mezzi di difesa. La sospettosa vigilanza de’ loro custodi aveva liberate le loro coscienze da ogni responsabilità. Quanto più grandi erano gli sforzi che si andavano facendo per rendere loro impossibile ogni estranea relazione, tanto più esse volgevano tutti i loro pensieri, tutta l’accortezza del loro spirito verso la galanteria; e per tutto il tempo che furono soggette alla più severa vigilanza, la loro condotta non fu forse più pura che quando diventò di moda lo stesso sregolamento.

Frattanto allorché, in sul declinare del XVII secolo, si andò rilasciando il punto d’onore spagnuolo, non si sostituì alla virtù femminile verun’altra salvaguardia; non venendo le donne meglio ammaestrate ne’ loro doveri, esse non trovarono un più solido appoggio ne’ loro proprj sentimenti, e lo stesso buon gusto della società loro non prescrisse veruna legge intorno alla decenza de’ loro discorsi e del loro contegno. Le giovanette, educate nei conventi, vi ricevevano tali ammaestramenti, che per la severità loro non erano praticabili. Loro si rappresentavano le sale della danza e dello spettacolo, come luoghi ne’ quali il demonio esercita le più formidabili seduzioni; la curiosità di osservare un uomo dal balcone veniva loro rappresentata poco meno criminosa che l’attentato di aprirgli lo stesso balcone per riceverlo di notte nel proprio appartamento. Il desiderio di piacere e gli eccessi dell’amore furono loro posti innanzi sullo stesso livello. Lo sposo che riceve una fanciulla quand’esce di convento, è forzato a disfare l’opera della sua educazione; d’insegnarle che tutte quelle cose che le furono dette doversi fuggire non sono peccati, che tutto ciò che resta vietato alle religiose non lo è alle secolari. Allora crollano tutti i principj di lei; la seduzione del mondo comincia; le corrotte maniere della società le inspirano nuove idee; l’esempio la seduce; lo sposo cui venne accompagnata non fu da lei scelto, ed il più delle volte non veduto prima di sposarlo. Se in appresso la pace domestica, la fedeltà conjugale, la dolce confidenza, sono sbandite dalle famiglie, non debbonsi condannare, ma compassionare le donne italiane; bisogna cercare più in alto la sorgente del disordine, e convenire che l’educazione, le leggi, i costumi, e non la natura le hanno fatte quello che sono.

Abbiamo osservato che nella più fiorente epoca delle repubbliche italiane, il valore, lungi dall’essere apprezzato come meritava a petto alle altre virtù, non otteneva neppure dalla pubblica opinione la debita stima. I soldati altro in allora non erano che mercenarj adoperati nell’eseguire gli ordini di altri uomini, che in una più sublime carriera avevano conseguita una più alta riputazione. Il magistrato, che brillava ne’ consiglj colla sua eloquenza, colla prudenza, colle risoluzioni, non si curava di pareggiare il valore militare del soldato che prendeva al suo soldo; dava all’opportunità prove di civile coraggio, spesso meno frequente e più difficile; ma protestava senz’arrossire, che non si credeva capace di combattere. La repubblica fiorentina ebbe a soffrire più d’ogni altra per avere fatto così poco conto del valore; conobbe per reiterate disgrazie, che niuna virtù non dev’essere rifiutata da verun governo, e fu spesso tradita dai generali e dai soldati da lei chiamati da altri paesi, perchè essa aveva trascurato di formarne tra i proprj cittadini.

Ma le spaventose guerre del principio del sedicesimo secolo richiamarono gl’Italiani alle armi, e dopo tale epoca professarono questo nuovo mestiere con tanto maggiore impegno, in quanto che si trovarono esclusi da tutti gli altri. In tutto il sedicesimo secolo si assoldarono in folla sotto le bandiere spagnuole, mentre altri reggimenti italiani erano levati per servizio della Francia, e militavano gloriosamente nelle guerre civili di quel regno. In tutta la seconda metà del sedicesimo secolo la fanteria italiana si risguardò come perfettamente uguale alla spagnuola, e l’una e l’altra occupavano il primo luogo tra le truppe delle più guerriere nazioni d’Europa. Ambedue erano state formate dagli stessi ufficiali, e andavano soggette agli stessi pregiudizj. Il punto d’onore militare italiano non fu diverso da quello degli Spagnuoli. Le due nazioni sentirono nello stesso modo le stesse offese, le stesse provocazioni, i medesimi sospetti.

Ma la milizia spagnuola conservò l’intera sua riputazione in tutto il diciassettesimo secolo, malgrado il decadimento della monarchia; la milizia italiana perdette assai più presto tutto il suo credito. I soldati non si arrolavano che di contro genio in eserciti sempre mal pagati, sempre malcondotti, e che malgrado il loro valore andavano esposti a continue sconfitte. Nelle province suddite d’Italia, che i viceré spagnuoli governavano con diffidenza, tutto invitava la nobiltà al riposo ed alla mollezza, che soli non eccitano gelosi sospetti. Gl’Italiani avevano mostrato che potevano essere valorosi, ma non lo furono lungamente in così svantaggiose circostanze; e quando deposero le armi, la pubblica opinione più non li chiamò a difendere nuovamente la riputazione del loro valore. Allora si vide, e ciò si vede anche presentemente: uomini distintissimi per natali, pel grado che occupano, e per tutte le circostanze che fanno supporre una liberale educazione, confessare apertamente la loro pusillanimità. Parlano senza vergognarsi della paura avuta; confessano che le loro mogli sono più coraggiose di loro; né il pronunciare queste parole costa qualche cosa al loro amor proprio; né cotesta confessione non eccita le fischiate, né procaccia loro l’universale disprezzo. Pure se il coraggio è una virtù naturale all’uomo, la paura è altresì una delle passioni della sua natura. Conviene che sia compressa, domata dalla volontà, dall’educazione, dalla vergogna. Quando gli si dà intera licenza, essa si rende signora dell’animo, lo guasta, ed invilisce tutta intera la nazione. Si sarebbe potuto temere che tale non fosse per essere la condizione della nazione italiana, e forse ogni altra perdendo il suo punto d’onore avrebbe ancora con lui perduta ogni energia, ma una inaspettata esperienza ha recentemente dimostrato che quegl’Italiani che avevano così compiutamente dimenticato il coraggio, lo ricuperavano più facilmente che ogn’altra nazione, tosto che veniva in loro risvegliato il punto d’onore, e facevasi loro travedere una vera gloria.

La sanzione di questa legislazione del punto d’onore, che gli Spagnuoli portarono in Italia, nel sedicesimo secolo, fu la necessità imposta ad ogni uomo d’onore di vendicarsi dell’offesa. Senza alcun dubbio il bisogno della vendetta è fino ad un certo punto un sentimento connaturale all’uomo; è composto da un desiderio di giustizia, e da un movimento di collera, ed in questi limiti si trova egualmente presso tutti i popoli, tanto antichi che moderni. Ma il sistema di vendetta che gli Spagnuoli ricevettero dagli Arabi e dai Mori, e che in appresso comunicarono a tutta l’Europa, è tutt’altra cosa che questo naturale sentimento, ed è basato sopra un’idea di dovere. Il Moro non si vendica perchè la di lui collera sia ancora viva, ma perchè la sola vendetta può allontanare dal suo capo il peso dell’infamia che l’opprime. Si vendica perchè a creder suo non avvi che un’anima vile che possa perdonare gli affronti, e conserva il suo rancore, perchè, se lo sentisse spegnersi, crederebbe di avere col rancore perduta una virtù.

Questo codice di vendetta fu presentato alle nazioni settentrionali in quel tempo in cui i duelli giudiziarj erano stati di fresco soppressi. Prese in certo qual modo il loro luogo, ed il duello lavò le offese dell’onore con una sufficiente apparenza di ragione; perciocché la più mortale offesa essendo quella di porre in dubbio il coraggio di un uomo, il valore con cui presentavasi a singolare certame, era il mezzo più ovvio di dissipare questa dubbiezza. Così videsi presso i Francesi, gl’Inglesi, i Tedeschi, la primitiva idea della vendetta disgiungersi affatto dall’azione medesima che n’era rappresentata come una conseguenza. Un uomo d’onore si batte non già per vendicarsi, ma per tenersi in possesso di quell’onore ch’era sua proprietà, e che sentivasi in diritto di difendere.

Non fu già in tale maniera, che nel sedicesimo secolo fu presentata dagli Spagnuoli agl’Italiani la processura degli affari d’onore; nè così la concepirono i medesimi Italiani, a motivo delle precedenti loro relazioni coi Mori. Gli udì e gli altri credettero di ravvisare un’anima grande nella costanza di questi risentimenti. Pareva loro che l’offeso avesse mostrata maggiore energia, quanto più lungamente aveva conservato il suo rancore, manifestatolo con un’esplosione meno preveduta, e cagionato più acerbo dolore al suo offensore. Non chiedevasi già a colui che si vendicava una prova di coraggio per ristabilire il suo onore, ma bensì una prova d’un implacabile odio. E perciò agli occhi loro l’assassinio lavava l’onore quanto, il duello, il veleno quanto il ferro; e la perfidia sembrava loro essere il maggiore trionfo della vendetta, perchè l’offeso si era mostrato più compiutamente padrone di sé medesimo.

Fino dai secoli di mezzo alcune province d’Italia eransi fatte distinguere per l’atrocità de’ loro odj, e delle loro ereditarie vendette. Allegavansi principalmente Pistoja in Toscana, la Romagna, tutto lo Stato della Chiesa, e più ancora le isole di Sicilia, di Sardegna e di Corsica, ove la mescolanza co’ Mori, ed in appresso cogli Spagnuoli aveva data maggiore consistenza a questa barbara legislazione. Pure non fu che nel sedicesimo e nel diciassettesimo secolo che si rese dominante in tutta l’Italia la terribile dottrina che ingiugneva ad ogni uomo d’onore il dovere, non di difendersi, ma di vendicarsi. In allora solamente si videro moltiplicati que’ sicarj che appigionavano i loro pugnali, e ridotta a perfezione la formidabile scienza de’ veleni. Allora personaggi sommamente riputati nella diplomazia, nella Chiesa, nelle lettere, osarono darsi vanto pubblicamente d’avere compiuta la loro vendetta; allora finalmente più non risguardandosi il duello come una sufficiente soddisfazione, due nemici non acconsentivano a battersi che dopo avete l’offensore chiesto perdono all’offeso; senza la quale preliminare riparazione, il veleno o il pugnale potevano essi soli lavare l’onore oltraggiato.

Grazie al cielo questa infernale dottrina è presentemente affatto dimenticata. Più non si troverebbe in tutta l’Italia un solo assassino salariato, e se vengono ancora commessi orribili delitti, la pubblica opinione almeno più non gli ordina come un dovere. Forse ancora la sanzione del duello è troppo trascurata, e si mostra meno severità che non conviene verso coloro che, non mostrando verun risentimento per le più gravi offese, danno luogo a supporre non già che abbiano perdonato, ma che non abbiano osato domandare soddisfazione [18].

Frattanto il lungo regno di un pregiudizio così contrario ad ogni morale ed al vero onore ebbe la più funesta influenza sulle nazionali opinioni. L’assassinio, a dir vero, non è più un dovere, ma non è neppure un disonore; è un’idea colla quale ognuno trovasi continuamente famigliarizzato. L’Italiano lo risguarda come una funesta conseguenza d’un impetuoso movimento di collera, di gelosia, di vendetta; egli non sente nel suo cuore l’irremovibile certezza che non sarà giammai strascinato a dare un colpo di pugnale, perchè non fu mai avvezzato a risguardare quest’azione con quell’orrore inesprimibile che inspira il pensiero di un gravissimo delitto. Dessa è per lui ciò che il pensiero del duello è per gli uomini scrupolosi delle altre nazioni. Dessa è un gran peccato che la sua coscienza gli vieta di commettere; ma egli sente che per simili falli ogni uomo è peccatore; e quando vede de’ sicarj esiliati dal loro paese, o condannati per commessi assassinj a pubblici lavori, non prova a riguardo loro che la profonda compassione che suole eccitare una grande sventura, non il terrore che deve cagionare un grave delitto.

Nello stato di società in cui trovasi l’Italiano ridotto, tale sentimento diventa giusto, e con analogo sentimento dobbiamo noi pure giudicarlo. Senza dubbio nell’Italiano del XVIII secolo non ritrovasi né il rappresentante de’ Manlj e dei Gracchi, né quello dei Doria e degli Albrizzi. L’antica virtù non può nascere, né germogliare in una patria serva, lo spirito non si può sviluppare quando viene allentato da mille ostacoli, ed il sentimento non può innalzarsi all’eroismo, quand’é soffocato nel suo primo nascere. Ma dovremo incolpare lo stesso Italiano dello stato deplorabile in cui è caduto? Quando vediamo concorrere tante e così potenti cagioni ad abbassarlo non deploreremo piuttosto in lui l’avvilimento dell’umana dignità, e non sentiremo che la sventura che lo colpì è la sventura che minaccia noi medesimi, che minaccia ogni società, ogni nazione che si lascerà caricare dalle stesse catene?

Ammireremo invece tuttociò che ancora rimane a questa nazione, che pareva fatta per superare tutte le altre: quello spirito così aperto e pronto cui non riesce difficile veruno studio, quando venga intrapreso per uno scopo che lo possa infiammare; quella flessibilità a tutte le nuove forme, che rende l’italiano proprio alla politica, alla guerra, a tuttociò che intraprende di più inusitato, per mezzo della più rapida educazione; quell’immaginazione creatrice, che gli conserva, dopo l’impero del mondo che ha miseramente perduto, quello, forse più ricco, delle belle arti; quella sociabilità, quelle dolci maniere, che in altri paesi non sono conosciute che dalle persone di alta condizione, e che in Italia sono proprie di tutte le classi; quella sobrietà che allontana il basso popolo dalle orgie e dalle dissolutezze di Bacco in mezzo alle sue feste ed a’ suoi piaceri; quella superiorità dell’uomo della natura, che si mostra tanto più degno di stima quanto fu meno cambiato dall’educazione, di modo che il contadino italiano è tanto superiore al cittadino, quanto lo è questi al gentiluomo; finalmente quel maraviglioso potere della coscienza, che trionfa delle più cattive instituzioni, della più fallace educazione, della più bassa superstizione, del più depravato ordine politico, e che, sostenendo l’uomo tra le più violenti tentazioni e le più deboli barriere, diminuisce la frequenza de’ delitti assai più che non sarebbesi potuto anticipatamente calcolarlo. Senza dubbio questi Italiani, cui abbiamo consacrato un così lungo studio, sono oggi un popolo sventurato ed avvilito; ma che si ripongano in circostanze ordinarie, che loro si consenta di percorrere le vicende di tutte le altre nazioni, ed in allora si vedrà che non hanno perduto il seme delle grandi cose, e che sono ancora degni di misurarsi in quello stadio che hanno due volte percorso con tanta gloria.

FINE

ADDIZIONE.

Non era anche tratto dai torchj questo libro, allorché giungeva qua la notizia avere il glorioso Pontefice Pio IX coronato i luminosi primordj del ben augurato doppio suo regno con un grande atto di giustizia ed insieme di saviezza, di clemenza, di longanimità. Tale è l’Amnistia che in seno alle loro famiglie richiama quindicimila vittime che la deplorabile debolezza del suo predecessore offerte aveva in vile olocausto al successore del Barbarossa.

I versi, che seguono, sono omaggio, ch’in così solenne occasione, umilia ai piedi del Vicario di Cristo, speranza d’Italia e del Cattolicismo, l’editore di questo libro, cordialmente ei pure esultante nella letizia dei suoi concittadini.

SONETTO

Pio fosti e saggio, perdonando, o PIO:

Roma ti plaude, e seco il mondo intiero:

Calca, or su dunque, l’eletto sentiero;

Ma bada; chi si arretra, paga il fio.

Coll’Amnistia, gittasti allo straniero

Il guanto; e a torlo, ei non sarà restio.

Ma tu fa core, sarà teco Iddio,

L’Italia, e di Legnano il gran pensiero.

Su, su; rimanda alla natia montagna

Lo Svizzero venal; d’Italia i figli,

A te scudo e terror fian di Lamagna.

Bando, una fiata, ai timidi consigli;

Pronunzia, o PIO, quella parola magna [19],

E i nemici vedrai fatti conigli.

 

Parigi, 1° agosto 1846.

 

INDICE.

Prefazione dell’Editore

Dedica a S. S. Papa Pio IX

Avvertimento degli Editori della terza edizione

Sul Problema — quale dei governi liberi meglio convenga alla felicità dell’Italia.

Intorno alla libertà degli Italiani nei tempi delle loro repubbliche

Quali sono le cause che mutarono il carattere degl’Italiani, dopo essere state

ridotte in servitù le loro repubbliche

Appendice

BASTIA. - Stamperia Fabiani.

Note

________________________


 

[1] La quistione intorno alla libertà della stampa va ampiamente discussa in ogni paese, e si vorrebbe che non fosse per anco bastantemente illustrata. N. del T.

[2] Infine. [ndr]

[3] non avvene: non ce n’è [ndr]

[4] Giudiziosamente l’imparziale storico previene il lettore di non dar colpa alla Chiesa cattolica, cioè universale, di ciò che può rimarcare di riprensibile in alcune parziali chiese, le quali, sebbene concorrano a formare quella chiesa, che riconosciamo come santa nella sua unità, cattolicità ed apostolicità, non possono però individualmente pretendere alla santità ed infallibilità della dottrina. [NDT]

[5] Intendasi rispetto alla morale, perciocché rispetto al domma le sette accattoliche non possono in istretto senso migliorare, che abjurando gli errori che le separono dalla vera Chiesa. [N.D. T.]

[6] Anzi la vera e sana teologia non fa che rendere più perfetta la morale. [N. d. T.]

[7] Il lettore cattolico distinguerà il fatalismo delle conseguenze de’ giusti, ma imperscrutabili decreti di Dio, che gratuitamente salva gli eletti, e giustamente condanna i reprobi. [N.d.T.]

[8] Contro le opinioni del nostro autore sul conto della confessione, il lettore cattolico troverà in ottimi libri chiare ed ortodosse istruzioni, senza che il traduttore debba entrare in lunghe disamine. [N. d. T.]

[9] Questi abusi della credulità ingannata sono caldamente detestati dai cattolici illuminati e dallo stesso Clero, cui non devono ascriversi le prevaricazioni e le perfidie di pochi individui. [N. d. T.]

[10] Intorno alla dottrina della predestinazione, leggasi il prezioso libro di sant’Agostino de Correctione et Gratia, che rischiara tutte le opposizioni fondate sull’umano raziocinio. [N. d. T.]

[11] L’autore generalizza forse troppo questi principj; poiché, se non altro in pratica, fu sempre permesso ai dotti l’esame delle verità non rivelate. [N.d. A.]

[12] Cioè di quegl’ignoranti ecclesiastici abborriti anche dai dotti ed illuminati teologhi, che alla semplice e santa morale del vangelo sostituirono saperstiziose pratiche ed insegnamenti che non possono, senza ingiustizia, imputarsi alla chiesa [N. d. T.]

[13] Queste idee dell’autore, alquanto astratte, peccano d’oscurità, o sono esagerate. Gratuita ad ogni modo può chiamarsi l’asserzione di non avere la bella letteratura prodotta verun’opera singolare, [N d. T.]

[14] Sebbene alquanto copertamente, si viene dal nostro autore tacciando gl’Italiani di non voler abbandonare il classicismo per seguire i settentrionali. Più modesto del signor Scleghel e di madama Staël ec., non osa far pompa delle nuove dottrine del così detto ramanticismo; ma ne sparge accortameate i semi. Sì: gl’Italiani si gloriano di pensare come i classici greci e latini e d’imitarli; e penseranno ancora come i settentrionali e gli imiteranno, quando questi sapranno produrre più perfette cose che finora non hanno prodotte. [N. d. T.]

[15] Nel Collegio Romano, risguardato come il principale stabilimento d’educazione del mondo cattolico, ogni scolaro deve ogni giorno ripetere, oltre varie altre preghiere, cento sessanta volte l’Ave Maria.

[16] Coloro che conoscono l’Italia non hanno bisogno che si vadano loro indicando i pochi Stati presi qui di mira dallo storico. [N. d. T.]

[17] Malgrado il motu proprio, nello Stato ecclesiastico, le chiese servono ancora di rifugio agli assassini ed ai ladri.

[18] Intorno al duello possono vedersi presso tutti i pubblicisti gli argomenti addotti pro e contro. Rispetto agli Stati che hanno leggi proibitive, la quistione è pienamente decisa. [N.d. T]

[19] Costituzione.

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Ultimo aggiornamento: 11 aprile 2011