J. C. L. Sismondo Sismondi

Storia delle Repubbliche Italiane dei secoli di mezzo

Vol. XVI - cap. CXXVII

Rappresentata per la prima volta a Parigi nel 1771

Edizione di riferimento:

Histoire des Républiques italiennes du Moyen Âge, par J. L. C. Simonde de Sismondi, correspondant de l'Institut, de l'Académie impériale de saint Pétersburg, de l'Académie royale de Prusse, des Académies italiennes de Wilna, de Cagliari, des Géorgofili, de Genève, de Pistoia etc.

J. C. L. Sismondo Sismondi

delle Accademie italiana, di Wilna,

di Cagliari, dei Georgofili, di Ginevra, ecc.

traduzione dal francese, Tomo XVI, cap. CXXVII - Italia 1819

Vol. XVI

CAPITOLO CXXVII

Quali sono le cause che hanno cambiato il carattere

degl'Italiani dopo l'asservimento delle loro repubbliche.

Nel leggere la storia degl'Italiani del quindicesimo e sedicesimo secolo, trovando ad ogni tratto nomi di famiglie, di città, di villaggi tuttavia esistenti, trovando che il linguaggio non è mutato, che la natura è ancora la medesima, rapportiamo sempre, involontariamente e per così dire senz'avvedercene, ciò che conosciamo de' moderni Italiani a quelli di cui studiamo le azioni; si supplisce col confronto a ciò che manca nel quadro storico, e ci persuadiamo di esserci formata un'idea tanto più precisa de' tempi passati, quanto meglio conosciamo i tempi attuali. Pure questo stesso confronto desta una qualche incredulità che costantemente accompagna il lettore; la cui diffidenza sta sempre in guardia contro tutte le narrazioni di cose grandi ed eroiche, ed il severo giudizio che diedero le altre nazioni intorno ai moderni Italiani, viene dal pregiudizio esteso fino a coloro, ai quali deve l'Europa il rinnovamento della civilizzazione.

Questo è giusto. E per ispirare confidenza nelle antiche virtù, e per ottenere indulgenza a favore dei deboli moderni, è conveniente e giusto mostrare per quali potenti cagioni è mutato il carattere degl'Italiani; in qual modo dalla prima infanzia fino all'estrema vecchiaia si fanno loro bere corruttori veleni; con quanta cura viene distrutta la loro energia, condannata all'ozio la loro vivacità, umiliata la loro fierezza e corrotta la loro sincerità. Una profonda compassione per una nazione così riccamente dotata dalla natura, così crudelmente depravata dagli uomini, dev'essere il risultato di quest'esame. Risalendo alla causa esterna che ha innestato in essa tutti questi difetti, si rimane facilmente convinti, che non sono inerenti alla sua natura; e si è più disposti ad esserle grati di tutte le qualità che tuttavia le rimangono, e di tutte le virtù che potè sottrarre alla perniciosa influenza sotto la quale viene educata. Non ce n'è neanche uno dei difetti che noi osserveremo osserveremo nelle istituzioni della moderna Italia, che non faccia in qualche modo l'apologia degl'Italiani.

Il sole dell'Italia non è meno caldo, e la terra meno fertile, che per il passato; le svariate viste degli Appennini sono egualmente ridenti, i suoi fianchi egualmente sparsi di abbondanti acque, egualmente coperti da una rigogliosa e magnifica vegetazione. Tutti gli animali, indivisibili compagni dell'uomo, conservano l'antica loro bellezza, e le loro abitudini; l'uomo stesso, nascendo in questa terra tanto favorita dal cielo, riceve ancora la stessa vivace e pronta immaginazione, la stessa suscettibilità di appassionate impressioni, la stessa attitudine di spirito per colpir tutto, per imparar tutto nello stesso tempo. Pure il solo uomo è mutato, perchè l'organizzazione sociale lo riceve dalle mani della natura e lo modifica, la sua potenza lo investe nello stesso tempo da ogni lato, e le quattro istituzioni che hanno un'influenza più universalmente estesa, la religione, l'educazion , la legislazione ed il punto d'onore, si combinano per agire contemporaneamente sopra tutti gli abitanti.

Tra tutte le forze morali alle quali l'uomo è sottomesso, la religione è quella che può fargli maggior bene o maggior male. Tutte le opinioni che si riferiscono ad interessi superiori a quelli di questo modo, tutte le credenze, tutte le sette esercitano sui sensi morali e sul carattere umano una prodigiosa influenza. Ma essuna penetra più profondamente nel cuore dell'uomo quanto la religione cattolica, perchè nessun'altra è così fortemente organizzata, nessuna ha così compiutamente assoggettato la filosofia morale, nessuna ha ridotto in più stretta servitù le coscienze, nessuna ha instituito, com'essa ha fatto, il tribunale della confessione, che riduce tutti i credenti nella più assoluta dipendenza dal suo clero, nassuna ha ministri più indipendenti da ogni spirito di famiglia, e perciò più intimamente uniti dall'interesse e dallo spirito di corporazione.

L'unità della fede, che non può essere che il risultato di un assoluto asservimento della ragione al Credo religioso, e che di conseguenza non si trova presso nessun'altra religione in così eminente grado come in quella cattolica, obbliga tutti i membri di questa chiesa a ricevere i medesimi dogmi, ad assoggettarsi alle stesse decisioni, ad uniformarsi a' medesimi insegnamenti. Non pertanto l'influenza della religione cattolica non è stata affatto la stessa in tutt'i tempi ed in tutti i luoghi; essa ha operato assai diversamente in Francia ed in Germania, da quello che fece in Italia e in Spagna; allo stesso modo anche la sua influenza non è stata sempre uniforme in questi paesi; essa variò press'a poco all'epoca del regno di Carlo V, che corrisponde, rispetto all'Italia, alla distruzione delle repubbliche de' secoli di mezzo. Le osservazioni che faremo intorno alla religione dell'Italia, o della Spagna, ne' tre ultimi secoli [1], non si devono applicare a tutta la chiesa cattolica [2].

Siamo qui costretti soltanto a dare un cenno sulla rivoluzione che si operò nella chiesa romana verso la metà del sedicesimo secolo: perchè occorrerebbero discussioni troppo lunghe ed estranee al nostro soggetto, per farne comprendere tutta l'estensione. I papi Paolo IV, Pio IV, Pio V e Gregorio XIII, furono quelli che operarono tale rivoluzione; il loro spirito persecutore cambiò del tutto lo spirito della corte di Roma e quello della chiesa italiana; e nello stesso tempo il concilio di Trento sostituì la più gagliarda e temibile organizzazione al legame spesso allentato che univa i principi della Chiesa colla numerosa loro milizia. Fino a quell'epoca, i papi avevano contratto una specie d'alleanza coi popoli contro i sovrani; non avevano fatto conquiste che a danno de' re; non erano stati minacciati che dai re, dovevano l'aumento del loro potere e tutti i loro mezzi di resistenza al potere dello spirito opposto alla forza bruta, e più ancora per politica che per gratitudine si erano creduti obbligati a sviluppare questo potere dello spirito. Essi avevano fatto nascere, essi dirigevano, e chiamavano in loro ajuto la pubblica opinione; proteggevano le lettere e la filosofia, ed inoltre permettevano, con una certa liberalità, a' filosofi ed a' poeti di deviare dall'angusta linea dell'ortodossia; per ultimo fomentavano lo spirito di libertà, e proteggevano le repubbliche. Ma quando una metà della chiesa, seguendo le insegne della riforma, scosse il loro giogo, e ritorse contro di loro que' lumi della filosofia ch'essi avevano lasciato risplendere, allora un terrore profondo, incusso loro da quel medesimo spirito di libertà che avevano incoraggiato, da quella pubblica opinione che sfuggiva loro di mano e diventava possente di per sè sola, li spinse a cambiare tutta la loro politica. Invece di mantenersi alla testa dell'opposizione contro i monarchi, sentirono il bisogno di fare causa comune con loro, onde contenere avversari più formidabili de' sovrani. Contrassero perciò la più stretta alleanza con questi, e particolarmente con Filippo II, il più dispotico di tutti; e d'allora in poi non pensarono ad altro che a umiliare le coscienze, ed a ridurre in ischiavitù lo spirito umano: infatti imposero un giogo tale che gli uomini non avevano mai sopportato.

È stato detto più volte ne' paesi protestanti, che la riforma era riuscita utile anche alla Chiesa romana, e quest'osservazione non si scosta affatto dal vero. In Francia, in Germania, ed in tutti i paesi in cui le due comunioni trovansi di fronte l'una all'altra, l'esempio e la rivalità del culto contribuiscono a renderle ambedue migliori [3]. Cadauno evitò di dare all'altra occasione di biasimarla o di accusarla; e l'alto clero della corte di Roma partecipò in un'altra maniera a questa riforma. Una grandissima mutazione ne' suoi costumi, un grande accrescimento di fervore nel suo zelo, illustrarono il nuovo periodo che comincia col concilio di Trento. Dopo quest'epoca, la corte romana cessò di essere una pietra di scandalo. I papi ed i cardinali furono d'allora in poi sempre sinceramente e costantemente animati dallo spirito della loro religione. La loro autorità crebbe a dismisura ne' paesi da' quali poterono tenere affatto lontana la riforma: ma la conseguenza di tale autorità, e dello zelo cui andava debitrice, non furono forse apprezzate nel giusto loro valore.

Tra la religione e la morale esiste senza dubbio un intimo legame, ed ogni uomo onesto dev'essere convinto che il più nobile tributo che una creatura possa rendere al suo Creatore, è quello di avvicinarsi a lui colle sue virtù. Tuttavia la filosofia morale è una scienza assolutamente distinta dalla teologia [4]: ha le sue leggi nella ragione e nella coscienza; porta con sè il proprio convincimento, e dopo avere dato uno sviluppo allo spirito colla ricerca de' suoi principi, soddisfa il cuore colla scoperta di ciò che è veramente bello, giusto e conveniente. La Chiesa si rese padrona della morale, come di cosa di sua pertinenza; sostituì l'autorità de' suoi decreti, e le decisioni de' padri a' lumi della ragione e della coscienza, lo studio de' casisti a quello della filosofia morale, e così mise in luogo del più nobile esercizio dello spirito una servile abitudine.

La morale, del tutto snaturata tra le mani de' casisti, diventò estranea non solo al cuore ma anche alla ragione: perse di vista i mali che ogni nostro errore poteva arrecare a qualche creatura, per non avere altre leggi che le supposte volontà del Creatore; rigettò la base che le aveva dato la natura nel cuore di tutti gli uomini, per formarsene una affatto arbitraria. La distinzione de' peccati mortali da' veniali cancellò quella che trovavamo noi stessi nella nostra coscienza tra le offese più gravi e le più perdonabili: e si videro disposti gli uni a canto agli altri i delitti che ispirano il più profondo orrore, co' falli che la nostra debolezza è appena capace d'evitare.

I casisti presentarono all'esecrazione degli nomini, nel primo ordine tra i più colpevoli, gli eretici, gli scismatici, i bestemmiatori. Talvolta riuscirono a risvegliare contro di loro l'odio il più violento, e quest' odio era più criminoso dell'errore che lo aveva provocato: altre volte non poterono trionfare della compassionevole ragione del popolo, il quale non scorgeva in questi grandi colpevoli che uomini spinti dall'ignoranza, dall'errore, o da irriflessa abitudine. Nell'un caso e nell'altro, il salutare orrore che deve ispirare il delitto fu considerabilmente diminuito: l'assassino, l'avvelenatore, il parricida, vennero associati a uomini che si conciliavano un involontario rispetto. Le buone azioni degli eretici abituarono a dubitare della virtù medesima; la loro dannazione fece considerare la riprovazione come una sorta di fatalità; ed il numero de' colpevoli si andò talmente moltiplicando, che l'innocenza parve quasi impossibile [5].

La dottrina della penitenza sovvertì ancora di più la morale già confusa dall'arbitraria distinzione de' peccati. Era senza dubbio una consolante promessa quella del perdono del cielo per il ritorno alla virtù, e quest'opinione è tanto conforme a' bisogni ed alle debolezze dell'uomo, che formò parte di tutte le religioni. Ma i casisti avevano snaturata questa dottrina, imponendo precise forme alla penitenza, alla confessione ed all'assoluzione [6]. Un solo atto di fede e di fervore fu dichiarato bastante per cancellare una lunga serie di delitti. La virtù, invece di essere l'impegno costante di tutta la vita, più non fu che un conto da saldarsi in punto di morte. Non ci fu più alcun peccatore così accecato dalle sue passioni, che non progettasse di dedicare, prima di morire, alcuni giorni alla cura della salvezza della sua anima, e che sedotto da tale prospettiva non allentasse la briglia alle sue sregolate inclinazioni. I casisti avevano oltrepassato il loro scopo col fomentare tanta fiducia, ed invano predicarono poi contro il ritardo della conversione, erano essi soli i creatori di questa deviazione dello spirito, sconosciuta agli antichi moralisti; si era presa l'abitudine di considerare solo la morte del peccatore, e non anche la sua vita, e quest'abitudine diventò universale.

La funesta influenza di questa dottrina si fa sentire in Italia in modo evidente, ogni volta che viene condotto al patibolo un gran delinquente. La solennità del giudizio e la certezza della pena colpiscono di terrore anche il più ostinato, portandolo al pentimento. Nessun incendiario, nessun assassino, nessun avvelenatore, viene trascinato al patibolo senza avere fatta, con profonda compunzione, una buona confessione, e senza fare in seguito una buona morte: il confessore dichiara la sua vera fede, dichiara che l'anima del penitente ha di già presa la via del cielo; ed il popolo sciocco si contrasta a' piè del patibolo le reliquie del nuovo santo, del nuovo martire, i cui delitti l'avevano forse spaventato per molti anni.

Nulla dirò dello scandaloso traffico delle indulgenze, e del vergognoso prezzo che veniva pagato da' penitenti per ottenere l'assoluzione del prete. Il concilio di Trento si prese il pensiero di diminuirne l'abuso; per altro anche presentemente [7] il prete riconosce il suo sostentamento fondato sui  peccati e sui terrori del popolo; il peccatore moribondo versa con mano prodiga in messe ed in rosari il danaro spesse volte raccolto con iniqui mezzi; fa tacere a peso d'oro la sua coscienza, e si forma agli occhi degli ignoranti un concetto di pietà [8]. Ma si riconsiderarono le indulgenze gratuite, quelle che in forza delle concessioni pontificie si ottenevano con qualche esteriore atto di pietà, come meno abusive; ad ogni modo non si saprebbe conciliarne l'esistenza con nessun principio di moralità. Quando si vedono, per esempio, promessi duecento giorni d'indulgenza per ogni bacio dato alla croce posta in mezzo al Colosseo, quando si vedono in tutte le chiese d'Italia tante indulgenze plenarie che si guadagnano con tanta facilità, come mai conciliare o la giustizia di Dio o la sua misericordia col perdono accordato a così debole penitenza, o co' gastighi riservati a colui che non è nelle condizioni di guadagnarle per così facile strada?

Il potere attribuito al pentimento, alle cerimonie religiose, alle indulgenze, tutto si era messo insieme per persuadere il popolo, che l'eterna salvezza o l'eterna dannazione dipendevano dall'assoluzione del sacerdote, e forse fu questo il più funesto colpo dato alla morale.

L'accidente e non la virtù fu così chiamato a decidere dell'eterna sorte dell'anima del moribondo. L'uomo della più specchiata virtù, quello la cui vita era stata la più pura, poteva essere sorpreso da subita morte nell'istante in cui la collera, il dolore, o la sorpresa, gli avevano strappato di bocca uno di que' profani vocaboli, che l'abitudine ha resi così comuni, ma che, secondo le decisioni della Chiesa, non possono pronunciarsi senza cadere in peccato mortale; allora eterna doveva essere la dannazione di costui, perchè non si era trovato presente un sacerdote per accettare la sua penitenza ed aprirgli le porte del paradiso. Il più scellerato di tutti gli uomini, coperto d'ogni delitto, poteva al contrario provare uno di que' momentanei ravvicinamenti alla virtù, che non sono sconosciuti a' cuori più depravati: poteva fare una buona confessione, una buona comunione, una buona morte, ed assicurarsi il paradiso.

Così la morale fu interamente sovvertita, ed i lumi naturali, quelli della ragione e della coscienza, che giovano a distinguere l'uomo onesto dal malvagio, furono costantemente contraddetti dalle decisioni de' teologi, i quali dichiaravano dannato il primo, che una funesta vicenda aveva precipitato in un irremissibile errore, e beato l'altro, che, toccato dalla grazia, aveva offerto un efficace pentimento [9].

Nè questo fu tutto: la Chiesa collocò i suoi comandamenti accanto alla gran tavola delle virtù e de' vizj, il cui conoscimento fu stampato nel nostro cuore. Essa non sostenne  con una sanzione tanto temibile quanto quelle della divinità, e non fece dipendere dalla loro esecuzione l'eterna salvezza; ma diede loro una forza che mai ottennero le leggi della morale. L'omicida, ancora tutto lordo del sangue poc'anzi versato, mangia di magro devotamente anche nel momento in cui sta meditando un altro assassinio; la prostituta colloca vicino al suo letto un'immagine della Vergine, innanzi alla quale recita devotamente il suo rosario; il prete, convinto di avere giurato il falso, non si dimenticherà mai di bere un bicchiere d'acqua prima di dir messa: perché quanto più un uomo vizioso è stato regolare osservante de' precetti della Chiesa, tanto più si sente nel suo cuore dispensato dall'osservanza di quella celeste morale, alla quale sarebbe necessario sacrificare le sue depravate inclinazioni.

Pure la vera morale non cessò mai di essere l'argomento de' sermoni della Chiesa; ma l'interesse sacerdotale corruppe nella moderna Italia tutto quello che toccò. L'amore del prossimo è il fondamento delle virtù sociali; il casista, riducendolo a precetto, dichiarò che si peccava col dir male del prossimo; ma con ciò venne a proibire a tutti l'esprimere  quella giusta opinione che deve separare la virtù dal vizio, e soffocò la voce della verità; così, abituando a far sì che le parole non esprimano il pensiero, altro non fece che accrescere la segreta diffidenza di ogni uomo rispetto a tutti gli altri. La carità è la virtù per eccellenza del Vangelo; ma il casista ha insegnato a donare al povero pensando al vantaggio della propria anima, e non per soccorrere il suo simile; ha reso comuni le elemosine indistinte che incoraggiarono il vizio e la fannullaggine; ed all'ultimo deviò a beneficio del monaco mendicante i principali fondi della pubblica carità. La sobrietà e la continenza sono virtù domestiche che conservano le facoltà degl'individui, e mantengono la pace delle famiglie: il casista vi sostituì i cibi detti magri, i digiuni, le vigilie, i voti di verginità e di castità, ed accanto a queste monacali virtù potevano radicarsi nel cuore la gola e l'impudicizia. La modestia è la più amabile qualità dell'uomo posto in qualche elevata carica; ma la modestia non esclude un certo qual giusto orgoglio, che la sostiene contro le proprie debolezze, e lo consola nelle traversie; il casista vi sostituì l'umiltà, la quale si associa al più insultante disprezzo delle altre persone.

Tale è l'inesplicabile confusione entro la quale i dottori dogmatici hanno gettato la morale, e se ne resero esclusivamente arbitri; così, assistiti dall'autorità civile ed ecclesiastica, proscrissero ogni indagine filosofica tendente a stabilire le regole della probità sopra altre basi che le loro, ogni disamina di principj, ogni richiamo all'umana ragione. E non contenti di rendere la morale una particolare loro scienza, ne fecero un segreto, depositandola interamente nelle mani de' confessori e de'direttori delle coscienze. Lo scrupoloso cristiano deve, in Italia, rinunciare alla più bella facoltà dell'uomo, quella di studiare e di conoscere il proprio dovere; gli si raccomanda di scacciare ogni pensiero che potesse fargli smarrire la via da loro additata, e l'orgoglio umano capace di sedurlo; e qualunque volta s'abbatte in qualche dubbiezza, qualunque volta si trova in qualche difficoltà, deve ricorrere alla sua guida spirituale. Con ciò la prova delle avversità, così propria ad innalzare l'uomo, lo rende sempre più schiavo; e quegli ancora che fu veramente e puramente virtuoso, non saprebbe rendersi conto delle regole che si è egli stesso imposte [10].

Sarebbe quindi impossibile il dire quanto in Italia riuscisse dannosa alla morale l'istruzione religiosa [11]. Non c'è in Europa nessun altro popolo più costantemente impegnato nelle sue pratiche religiose, e che vi sia più universalmente fedele; e allo stesso tempo nessun altro che osservi meno i doveri e le virtù di questo cristianesimo cui si mostra tanto legato. Ciascuno ha imparato non già ad ubbidire alla propria coscienza, ma a comportarsi astutamente con essa; tutti pongono in salvo le loro passioni, col beneficio delle indulgenze, con mentali riserve, con progetti di penitenza, e colla speranza di una vicina assoluzione; e lungi dal pensare che il più caldo fervore religioso sia garanzia di probità, quanto più un uomo si mostra scrupoloso nelle sue pratiche di devozione, tanto più si deve a ragione diffidare di lui.

Tra le forze morali che agiscono sulla società l'educazione non è che la seconda come potenza. Coloro ch'essa ha educati possono ancora essere traviati nel corso della loro vita; coloro che furono depravati dall'educazione, possono ancora essere ricondotti al sentimento della virtù e del dovere. La religione estende la sua influenza o benefica o funesta su tutto il corso della vita; trova appoggio nell'immaginazione della gioventù, nell'esaltata tenerezza di un sesso più debole, e ne' terrori dell'età avanzata: segue l'uomo fino ne' suoi più reconditi pensieri, e lo raggiugne anche quand'egli si è sottratto ad ogni umano potere. Pure è così grande la reciproca influenza tra l'educazione e la religione, che a malapena possono separarsi queste due cause efficienti de' caratteri nazionali.

Infatti l'educazione mutò in Italia, quando mutò la religione. Quando alcuni papi, guidati soltanto dal fanatismo, vennero sostituiti a colóro che non avevano dato retta che all'ambizione, l'educazione fu affidata a nuove mani. I due nuovi ordini de' Gesuiti, e degli Scolopj, s'impadronirono di tutti i collegj; e si vide tutt'ad un tratto e dovunque assolutamente cessare quell' ammaestramento indipendente dato a migliaja di scolari da' celebri filologi , i Guarini, gli Aurispa, i Filelfi, i Pomponio Leto ec. Questa così numerosa classe di precettori, che diedero un così rapido movimento allo studio della letteratura nel quindicesimo secolo e nel principio sedicesimo, non aveva forse seguito una filosofia ben sana, nè aveva avuto liberali opinioni universalmente condivisibili; ma ciascuno di loro era indipendente; ognuno era sorretto dalla propria reputazione; la sua scuola rivaleggiava con tutte le altre; ed egli cercava, spinto da gelosia verso i suoi emuli, di scoprire o di abbracciare un nuovo sistema. Egli adoperava tutta la forza del suo spirito, e risvegliava tutte le facoltà de' suoi scolari, sulla base della sua dottrina, richiamandosi sempre  all'esame ed al giudizio del pensiero, unica autorità che potesse decidere tra professori tutti eguali. I monaci, che presero il posto di questi uomini tanto attivi, vennero strettamente legati ad una corporazione. Senza prendersi cura del buono o cattivo esito delle loro scuole, che non poteva alterare il loro voto di povertà, ed unicamente intenti a quello del loro ordine, tutto riferivano alla disciplina che avevano ricevuta, tutto assoggettavano all'autorità spirituale, in nome della quale parlavano, denunciando il richiamo all'umana ragione come una ribellione contro le loro dottrine immediatamente emanate dalla divinità.

Ogni sforzo dello spirito ed ogni disputa cessò ben presto nelle scuole di questi nuovi istitutori, che permisero bensì a' loro discepoli di giungere a quelle cognizioni, di già acquisite, ch'essi giudicarono non pericolose; ma vietarono loro l'esercizio delle facoltà che avrebbero potuto farne loro acquistare di nuove. Ogni filosofia venne subordinata ai principi imperanti della teologia; e rispetto agli altri sistemi, tutt'al più presero da ciascuna gli argomenti co' quali si potevano confutare. Ogni morale venne assoggettata alle decisioni della Chiesa e de' casisti , e più non si permise di ricercare nel cuore que' principi che dall'autorità erano di già stati giudicati. Ogni politica si rese conforme all'interesse del governo dominante, ed ogni elevato pensiero venne bandito da una scienza che, invece di essere la più indipendente di tutte, divenne la più servile.

Lo studio dell'antichità continuò ad essere praticato nei collegi; ma come poteva mai avere una reale attrazione per la gioventù? Come poteva giovare all'istruzione del cuore e della mente, dopo essere stato spogliato d'ogni nobile sentimento? Qual valore poteva darsi all'antica eloquenza, quando l'amore di libertà veniva considerato come spirito di ribellione, e l'amore di patria si condannava come un culto quasi idolatra? Quale impressione poteva fare la poesia, mentre che la religione degli antichi si trovava costantemente opposta a quella de' moderni, come le tenebre alla luce, o quando le sensazioni di un cuore appassionato venivano spiegate dai monaci ai fanciulli? Quale interesse poteva risvegliare lo studio delle leggi, delle costumanze, delle abitudini dell'antichità, quando non si confrontavano colle astratte nozioni di una legislazione veramente libera, di una pura morale, di abitudini, che nascono dal perfezionamento dell'ordine sociale?

Quindi lo studio dell'antichità, come ogni altra scienza monastica, diventò una scienza positiva, una scienza di fatti e di autorità, in cui più non ebbero parte nè la ragione, nè il sentimento. S'insegnarono ottimamente ai fanciulli italiani le eleganze della lingua del Lazio, vale a dire i vocaboli e le regole dei vocaboli; ottimamente pure la prosodia, ossia le regole della versificazione, sicché sapessero fare versi latini, quali possono farsi da chi possiede tutte le qualità proprie del poeta, tranne il pensiero e la passione; venne loro insegnata la mitologia con tanta accuratezza, da fare sovente arrossire quegli uomini medesimi che credono d'avere avuta una classica educazione; ma l'indipendenza del pensiero era talmente sbandita da ogni sistema d'educazione, che non potevasi insegnar loro la rettorica o la poetica che dietro autorità universalmente ricevute, e formanti quasi una nuova ortodossìa ; onde la stessa teorica della bella letteratura non produsse in Italia nessun'opera singolare. Possiamo domandarci quale nuovo pensiero abbia acquistato un giovane dopo un cotal corso di studj, come si siano sviluppati il suo cuore e la sua mente, e se non gli sarebbe tornato lo stesso vantaggio dallo studio delle antichità peruviane, come da quello delle antichità greche o latine, insegnategli senza il modo di sentirle.

Sotto un tale metodo d'ammaestramento qualche persona, felicemente dotata, ha sviluppato la sua memoria; e se avevano inoltre ricevuto dalla natura una feconda immaginazione ed il delicato senso dell'armonia, potè emergere come poeta nella sua lingua natia, senza che i loro pedagoghi abbiano potuto soffocare i loro talenti. Ma la parte infinitamente maggiore di loro giacque in un'assoluta inerzia di spirito. Non solo un giovane italiano non pensa, ma non sente neppure il bisogno di pensare; ed il profondo suo ozio sarebbe un supplizio per un uomo de' paesi settentrionali, sebbene fosse questi naturalmente e meno attivo e meno impetuoso. Tale ozio fu dall'abitudine trasformato in bisogno, e quasi in piacere [12]. Si occupò tutta l'età della fanciullezza in modo di non lasciare luogo all'esercizio della facoltà di ragionare. I monaci che dirigono le occupazioni de' giovinetti, tolsero tutto il fervore dalle loro preghiere, tutta l'attenzione dagli studj, tutta l'intenzione da' loro piaceri, tutta l'espansione dalle loro relazioni.

Gli esercizi di pietà occupano una parte considerevole delle ore dello scolaro; ma basta che col suono della sua voce faccia macchinalmente atto di presenza. Le lunghe monotone preghiere non possono fissare la sua attenzione; lo stesso formulario, mille volte ripetuto, non parla nè alla sua mente, nè al suo cuore. Mentre un breve esercizio di devozione avrebbe avvisato la sua coscienza, i rosarj, ripetuti perfino tre volte al giorno senza intenderli, lo avvezzano a separare totalmente il suo pensiero dal suo linguaggio; e questo diventa un esercizio di distrazione, se non lo è d'ipocrisia [13].

Altre ore sono destinate allo studio delle lingue, della mitologia, della prosodia, di alcune epoche della storia; ma si chiama a ricevere queste lezioni la sola memoria, la memoria che non è risvegliata dalle altre più nobili facoltà del nostro essere, la memoria che per ubbidienza si carica d'un peso di cui non conosce l'uso, e che non ravvisa altro scopo nello studio della sua lezione che quello di recitarla. Lo scolaro non si presta che languidamente a tale incombenza: colui che forse dalla natura era stato dotato della più dichiarata attitudine ad imparare, lascia abbrutire questa facoltà che non viene mai occupata; colui che sente nel suo cuore i semi del più nobile entusiasmo, non trova cosa che serva a svilupparlo. Ambedue rimuginano con un certo quale disgusto i vocaboli e le sterili regole affastellate nella loro memoria. Nell'istante in cui la sua educazione è terminata, ognuno scaccia con piacere dal suo capo tutto ciò che vi aveva ricevuto senza incorporarlo giammai al suo pensiero.

Vero è che nelle scuole e nei seminari d'Italia viene accordato qualche tempo al sollievo del corpo ed agli esercizj; ma l'ubbidienza e la disciplina monastica tengono dietro allo scolaro anche nel breve tempo che pretendesi di accordare ai suoi divertimenti. Ogni giorno, nell'ora medesima, esce dal seminario la lunga processione degli scolari: essi camminano a due a due, vestiti di lunghe sottane: due preti li precedono, altri si trovano frammischiati nelle file, altri stanno alla coda. Nè mai accelerano il passo, nè mai lo rallentano ; mai non raccolgono un fiore; mai non osservano l'industria di un insetto; mai non esaminano la conformazione di un sasso; mai non riunisconsi in gruppi per giuocare, per disputare, per parlare con confidenza. L'autorità monastica è sospettosa, avendo imparato a diffidare dell'uomo, ed a non vedere nel presente secolo che corruzione. Nulla v'ha che al pedagogo non dia cagione di timore o per i costumi del suo allievo, o per la disciplina della sua scuola, o per la sua personale autorità. I legami di amicizia tra i suoi discepoli diventano a' suoi occhi un cominciamento di cospirazione, e si affretta di romperli; le confidenze sarebbero lezioni di mal costume, e le rende impossibili; lo spirito di corporazione degli scolari tenderebbe a restringere la sua autorità, ed egli l'attacca come una ribellione; premia i delatori, e tutto accorda a colui che gli sagrifica il suo compagno.

Infelice quella nazione che viene così educata! Cosa avrebbe potuto imparare nelle sue scuole, fuorché a diffidare del suo simile, ad adulare, a mentire? Che altro le rimane di tutti i suoi studj, se non il disgusto di quanto imparò, e l'incapacità di abbandonarsi a nuova applicazione? Il suo lavoro non potè in essa produrre che l'inerzia del pensiero; la distribuzione delle pene e delle ricompense dovette inspirarle l'ipocrisia; i suoi monaci, tenendola lontana da ogni pericolo, ne indebolirono e snervarono gli organi, rendendola diffidente di se medesima e vile. Gli è un conforto per la nazione italiana d'essere stata in circostanze di provare coll'esperienza, che i vizj che le si rinfacciano non derivano da lei, ma dalle sue instituzioni. Mentre che ella sperimentava i funesti risultati dei sistemi stabiliti nel suo seno, una straniera rivoluzione strascinò violentemente moltissimi suoi giovani allievi nelle scuole degli oltramontani; ed allora ben presto sviluppando quell'attività della mente tenuta così lungamente compressa, avidamente abbracciarono quella scienza dalla quale si erano prima mostrati alieni, o gettarono lontano da loro quella doppiezza, quella pieghevolezza , non da altro loro insinuate che dalla disciplina cui erano stati prima assoggettati. La stessa educaziome dei campi militari, o quella dell'amministrazione civile, basta talvolta a far cadere la crosta formata da un'instituzione monastica; e l'Italia vede oggi con orgoglio innalzarsi tra la sua gioventù uomini degni delle sue antiche repubbliche, uomini che, cancellando la servile impronta ond'erano stati segnati, conservarono tutto il genio nazionale.

Sono allievi formati dall'educazione monastica che la legislazione italiana riceve all'uscire dalle scuole, per conformarli al giogo e farne sudditi ubbidienti. I pensieri di questi allievi non s'innalzarono mai verso una qualunque specie d'astrazione; mai si misero ad esaminare ciò che dev'essere, ma soltanto ciò che è; mai rintracciarono l'origine di qualsiasi autorità, essendosi loro rappresentata ogni cosa, in questo mondo e fuori, come fondata sull'autorità; e la loro mente si è fatta troppo infingarda per potere giammai risalire alla sorgente di ciò che si sottomette a credere. Guidati come ciechi nella loro educazione, e ciecamente ubbidienti ai loro preti, si trovarono disposti ad offrire la medesima ubbidienza ai loro principi [14]. Non è già un eroico attaccamento, verso alcune famiglie, che si è radicato in tale o tale altro popolo d'Italia, come spesso si vide in altre monarchie, ma un'ubbidienza indolente, e che non è fondata che nell'avversione della lotta e nel costante desiderio del riposo. Ubbidienza a chi comanda, è una massima proverbiale rappresentante un complesso di tutti i doveri politici e di tutti i precetti della prudenza.

Quindi il dispotismo non ha bisogno di trasvestirsi; un sovrano potere, un illimitato potere viene attribuito al principe; e non c'è alcun diritto, che, sia sacro quanto si voglia, si creda intangibile dalla sovrana potenza. Le leggi sono semplici emanazioni della volontà del monarca, che non fu consigliato da altra persona; e ciò viene indicato dal nome che portano motu proprio. Le sentenze civili e criminali possono essere riformate dai suoi rescritti [15]: egli sospende a favore di un individuo le processure de' creditori: accorda ad un altro la restituzione in integrum dei diritti perduti già dal medesimo in forza di preventiva prescrizione; legittima un terzo che è bastardo per farlo succedere co' suoi fratelli, o in pregiudizio de' suoi cugini; scioglie a favore di un quarto i vincoli della primogenitura, perchè possa disporre, con pregiudizio de' suoi figli, dei beni che loro sono sostituiti. I privilegi? delle corporazioni non lo trattengono più di quelli delle private famiglie, e cambia a suo piacere e per privato fine le costumanze delle città e le prerogative dei diversi ordini dello stato [16].

Nello stesso modo che tutto dipende dalla sola volontà del principe, tutto è compiuto ancora dalla medesima, senza discussione, senza pubblica deliberazione, senza che la nazione venga in alcun modo chiamata a partecipare a ciò che si vuole decidere intorno ai suoi destini. La critica dei varj sistemi economici o politici adottati dal governo, sarebbe un delitto; è pure vietato lo scrivere la storia de' moderni tempi, perchè potrebbe tentare i sudditi a giudicare di ciò che devono risguardare come al di sopra del corto loro discernimento. Per ultimo le gazzette, che il generale uso d' Europa costringe a tollerare, mai non contengono, sotto la data d'Italia, che slanci del pubblico tripudio pel passaggio di un principe, pel suo matrimonio, o pei natali de' suoi figliuoli.

La giurisprudenza criminale è quella parte della legislazione che ha più immediato contatto colla libertà de' cittadini; ed è perciò quella che può più d'ogni altra alterarne il carattere. Ne' paesi in cui la processura è tuttavia pubblica, ogni causa criminale è una grande scuola di morale per gli uditori. L'uomo volgare, che spesso ha bisogno di essere sostenuto contro le gagliarde tentazioni che lo circondano, impara all'udienza, che anche il delitto commesso nel segreto della notte, senza testimonj e con tutte le precauzioni che può suggerire la prudenza della scelleratezza, per una sequenza d'imprevedute circostanze viene prim o poi ad essere scoperto; che la confusa coscienza del colpevole è la prima a tradirlo, e ch'egli non ha ottenuto alcun vantaggio da que' delitti che credeva dovessero appagare i suoi desiderj. Conosce che l'autorità che tiene aperti di occhi sopra di lui è benefica ed illuminata, e non castiga il delitto che dopo averlo conosciuto. Accompagna con tutto il suo cuore la discussione, e mentre egli lotta a favore dell'innocenza, senza rincrescimento abbandona il colpevole a tutto il rigore delle leggi.

Ma quando il processo si esegue segretamente, e non è accompagnata da alcuna discussione, da nessun dibattimento che chiami il pubblico a parte del giudizio, allora la sentenza capitale non offre nessun risarcimento alla società per la perdita di uno dei suoi membri. Tra coloro che assistono al supplizio, alcuni sono presi dal terrore, e accusano il giudice d'ingiustizia e di crudeltà, e prendono soltanto interesse per gli sventurati, dei quali non conoscono che i patimenti; altri si ostinano ne' malvagi loro sentimenti, si persuadono che il condannato ha avuto quella pena solo per la propria imprudenza, e che, trovandosi essi nel caso suo, sarebbero più fortunati, perchè più accorti. Tutti infine vanno d'accordo a non trovare nella giustizia criminale che un potere persecutore, un potere odioso; si uniscono per sottrarre egualmente tutti i prevenuti alla sua azione, e caricano di una specie d'infamia tutti coloro che in qualsiasi modo contribuiscono al compimento del processo.

Questa lega contro la giustizia criminale si è in effetti formata in tutta l'Italia a causa del profondo segreto che avvolge i processi; e la prevenzione contro i suoi ministri è tanto radicata, cheperfino la stessa legge ha dovuto adottarla. Gli arcieri dei tribunali, i caporali ed gli sbirri, sono dichiarati infami; ed è facile il comprendere che gli uomini che acconsentono ad abbracciare un mestiere infamato dal pubblico disprezzo e dal disprezzo della stessa legge, si dispongono a meritare l'infamia della loro condizione. Fra costoro viene scelto il bargello, che chiamasi egli stesso loro capitano, e nello stesso tempo esegue l'incarico di pubblico accusatore innanzi al tribunale, e di primo magistrato di polizia. L'infamia del suo primo mestiere lo segue in questa più importante carica. L'uomo onesto si vergogna di avere relazione di qualsiasi sorta col bargello, d'avere da lui ricevuto qualche servigio: a fronte di ciò qualunque cittadino sente continuamente che la sua riputazione, la sua libertà, la sua vita, dipendono dalle segrete informazioni di quest'ufficiale. Non c'è persona che possa dirsi sicura di non essere arrestata nel cuore della notte nella sua propria casa, legato, tradotto in lontano paese, in forza della sola autorità di quest'uomo, che dà conto del suo operato al solo ministro di polizia, o al presidente del buon governo [17]. L'Italia è probabilmente il solo paese al mondo, in cui l'infamia legale, invece di essere incompatibile col potere, sia una condizione richiesta per esercitare una certa autorità.

Sarebbe un così grande disonore essere paragonato ad un bargello, ad uno sbirro, che un Italiano di qualunque condizione, quando non abbia perduto ogni buon nome, mai concorrerà a tradurre un delinquente nelle mani della giustizia. Di fronte a un impudente furto, o a un orribile omicidio, commessi nella pubblica piazza, la folla, invece di muoversi per arrestare il colpevole, si aprirebbe per lasciargli libera via alla fuga, e si richiuderebbe per trattenere gli sbirri che lo inseguissero. Il testimonio interrogato intorno ad un delitto commesso sotto i suoi occhi si reputa offeso, perchè si tenti di farlo parlare come un delatore. Così viva è la compassione che eccita l'accusato, così universale la diffidenza della giustizia, del giudice, che ben di rado i tribunali ardiscono sprezzare questa generale opinione e pronunciare una sentenza capitale. Ma ciò non torna a vantaggio degli imputati; questi languiscono talvolta nelle prigioni per molti anni, o sono relegati in paesi dall'aria malsana, dove la natura fa lentamente e dolorosamente ciò che il giudice non ebbe il coraggio di fare; ma l'esempio della pena che segue il delitto, è perduto per il pubblico.

In quasi tutta l'Italia il giudizio tanto delle cause civili quanto di quelle criminali è lasciato nelle mani un solo giudice. Forse forse si sarà commesso un errore negli altri paesi, credendo di moltiplicare i lumi col moltiplicare i giudici; ed è anche vero che quanto più ristretto è il numero de' giudici, tanto più ognuno di loro sente crescere la propria responsabilità, e si fa scrupolo di studiare attentamente quella causa nella quale la sua sola può avere tanta influenza; ma si snatura un tribunale restringendola ad un solo uomo: non gli si lascia più la possibilità di separare i suoi affetti privati, le sue passioni, i suoi pregiudizi, dalle opinioni che va formando come uomo pubblico; si espongono le parti ad essere danneggiate dal suo cattivo umore e dalla sua impazienza, e gli si toglie il freno salutare che gl'impone la necessità d'esporre i suoi motivi ai proprj colleghi per guadagnarli alla propria opinione. Il cuore dell'uomo viene frequentemente agitato da movimenti contrari alla giustizia o alla morale, i quali contribuiscono alle sue determinazioni senza ch'egli se ne accorga. Anche colui che li sente ne conoscerebbe tutta la turpitudine, ed arrossirebbe di assoggettarsi alla loro influenza, se fosse costretto a manifestarli. Come mai un giudice dicesse ad alta voce « Quest'uomo ha una fisonomia che mi spiace; questi è colui che mi rispose insolentemente, e che mi negò il saluto; è quello di cui io avevo previsto che sarebbe finito male; quello di cui io avevo uditi elogj tanto ridicoli ed irritanti, e sono contento che sia caduto in fallo!» Eppure questa gioja di vederlo colpevole è pur troppo reale, e dispone a trovare tutte le prove bastanti per condannarlo.

Ad ogni modo l'imputato deve ancora riputarsi felice, quando il solo giudice innanzi al quale deve presentarsi, siede regolarmente sul suo tribunale; ma qualunque volta l'accusatore gode buona opinione presso il presidente del buon governo, o che questi non vuole affatto perdere il colpevole, o che l'accusa verte sopra falli non contemplati da veruna legge, o che trattasi di punire opinioni o sentimenti sepolti nel segreto del cuore, oppure che il ministero vuole spalleggiare la domestica autorità d'uno sposo sopra la consorte o di un padre sopra i figli, il ministro della polizia dà al vicario o al bargello l'ordine di formare il processo per via economica. In questi processi, chiamati economici o camerali, l'accusato non viene ammesso a difendersi, non gli si comunicano né l'imputazione, né le prove addotte contro di lui, e tutt'al più ha occasione d'indovinare il titolo dell'accusa dal suo interrogatorio, se pure si dà il caso che venga interrogato. La stessa sentenza contro pronunciata di lui, non dal giudice istruttore, ma da quello della capitale, non è motivata: d'ordinario questa non eccede la prigione in propria casa, o in un convento, la relegazione o l'esilio; e comunque non pochi sciagurati vennero da una sentenza camerale chiusi nel fondo di una torre, o relegati in paese malsano, per combattere colla febbre pestilenziale delle Maremme; e in tempi di turbolenze politiche, abbiamo visto un gran numero di supplizi infamanti ordinati in forma economica.

E per tal modo in tutta l'Italia il salutare effetto che la giustizia avrebbe dovuto operare sulla moralità pubblica si è completamente perduto, e haprodotto anzi sulla maggior parte un effetto del tutto opposto. Ogni suddito trema dinanzi ad una autorità che non è responsabile delle proprie azioni, che non è soggetta a alcuna legge, e che, almeno da parte di alcuni suoi ministri, non lo è neppure a quelle dell'onore; ognuno si crede sempre circondato da delatori e da segrete spie, e non potendo mai trovare sicurezza nel testimonio della propria coscienza, si vede forzato a praticare abitualmente la dissimulazione, l'adulazione e la viltà. La pena cui si è condannati non gli sembra mai la necessaria conseguenza del delitto e i supplicj, come le malattie, diventano ai suoi occhi colpi di un fatalismo che opprime l'umana natura, per cui il timore di subirli mai non lo distoglie mai dal cammino del delitto; ed un assassinio non lo priverà né del pubblico favore, nè degli asili per così lunga età offerti dalle chiese [18], nè di quelli offrono anche a' dì nostri i vicini numerosi confini dei piccoli stati, ne' quali è divisa l'Italia. Infatti, ad eccezione della Spagna, nessun altro paese fu mai macchiato da maggior numero di assassinj quasi sempre impuniti.

A tutte queste cagioni d'immoralità, è necessario aggiugnervi le abitudini di ferocia, date fino quasi ai presenti giorni dallo spettacolo della tortura. Questo supplizio degli accusatiti, assai più crudele che quello de' colpevoli, era sempre destinato all'esempio, sebbene nessun esempio sia forse più funesto di quello dei tormenti di un uomo, contro il quale non si ha alcuna prova, e che deve sempre presumersi innocente. Il governo pontificio prendeva le convenienti misure a fine che, durante tutto il periodo del carnevale, si desse ogni mattina un colpo di corda ad un certo numero di imputati, riservando tutte le pene capitali per lo spettacolo della settimana grassa, che chiude questo periodo di feste. Questo terribile trattamento di supplizi veniva giustificato dal desiderio di premunire il popolo contro il danno che poteva derivare dallo sfrenarsi delle passioni nel principio di ciascuno di que' giorni consacrati al divertimento; ed il popolo, sempre avido di emozioni, non vi cercava che lo spettacolo con dolori fisici, e dopo andava a cercare nei combattimenti dei tori sulla mole della tomba d'Augusto. Allora Roma moderna non poteva invidiare i combattimenti de' gladiatori di Roma pagana: che se l'arena era bagnata da meno sangue, più crudeli invece e più lunghi erano le sofferenze che formavano lo spettacolo.

L'influenza morale della legislazione civile non ha la forza di quella criminale sopra coloro da quest'ultima sono colpiti; ma la prima è più universale, in quanto tocca tutti gl'individui, e nessuno può sfuggirvi. Tutte le proprietà vengono distribuite tra i sudditi secondo le disposizioni delle leggi civili, e questa distribuzione fu mutata al momento  della soppressione della libertà. I principi, creandosi una nuova nobiltà, vollero mettere il patrimonio di quelle famiglie al riparo da ogni vicenda; a tale scopo incoraggiarono i padri a fondare per testamento perpetue sostituzioni di primogeniture e commende, dando loro in tal maniera, anche dopo la morte, un diritto sulle loro proprietà, spogliandone le susseguenti generazioni, e riducendole a non godere che il fedecommesso di un diritto limitato dall'autorità de' loro antenati, e dall'aspettativa de' loro discendenti. Le più fatali conseguenze non tardarono ad emergere da quest'innovazione nella legislazione, che diseredava i vivi a favore degli estinti e de' figliuoli che non erano ancora nati; furono queste tanto evidenti, che nel diciottesimo secolo i più saggi principi cercarono di abolire i fedecommessi sottoscritti dai loro predecessori. I detentori de' terreni, non considerandosi che usufruttuarj , parevano farsi un dovere di danneggiare un fondo di cui non potevano disporre a loro piacimento; la loro fortuna non essendo più proporzionata all'estensione de' loro beni, procurava uno stato d'angustia e di miseria, piuttosto che uno stato di opulenza, e diventò ereditario colle grandi proprietà; i creditori, ingannati dalle grosse rendite di cui godeva un grande proprietario, e quando questi moriva, si trovavano spogliati del danaro prestatogli. Tale ingiustizia incoraggiava i prestatori di denaro all'usura, i proprietari alla mala fede, e complicò ed accrebbe all'infinito le procedure tra gli uni e gli altri.

Tuttavia l'intera nazione aveva preso l'abitudine ad avere prima d'ogni altra cosa riguardo alla conservazione delle famiglie, e non ci fu più alcun padre che nel suo testamento non sacrificasse tutte le sue figlie ai maschi, tutti i minori al primogenito, e la propria vedova alla sua prole. Tutte le relazioni familiari si mutarono con questa falsa distribuzione delle proprietà. Fu distrutto il filiale rispetto verso la madre, quando questa si trovò per la propria sussistenza ad essere dipendente dal figlio, fu cancellata l'amicizia tra i fratelli, perchè l'amicizia vuole eguaglianza, e non può mantenersi tra un assoluto padrone e prezzolati adulatori.

Non solo i figli minori ebbero una parte assai minore di quella dei primogeniti, ma il padre di famiglia si fece un particolar dovere d'impedire ogni divisione della sua proprietà, assicurando soltanto a' suoi più giovani figli la mensa in casa, o, come viene chiamato dagl'Italiani, il piatto, ed in conseguenza condannandoli alla poltroneria come alla povertà. Non può attivarsi alcun genere d'industria senza un piccolo capitale; convien fare una qualche spesa per apprendere qualsivoglia professione; non si possono professare le lettere senz'avere impiegato un capitale in una sempre dispendiosa educazione: non si può essere agricoltore senza terreni, mercante senza fondi, costruttore senza avere gli strumenti necessari e le materie prime. La maggior parte de' cadetti, esclusi in Italia da tutti gl'impieghi a causa della loro povertà, sono forzati a vivere in una costante dipendenza e in un costante ozio. E siccome le famiglie sono numerose, appunto perchè il padre non è chiamato a provvedere alla sorte de' suoi figli; che un solo fra sei fratelli prende moglie, e lascia tanti figliuoli quanti ebbe fratelli; i quattro quinti della nazione sono dannati a non avere alcuna proprietà, alcun interesse nella vita, alcuna speranza, e a non contribuire con alcun lavoro alla prosperità dei loro compatrioti. Una così numerosa classe di oziosi deve necessariamente moltiplicare i vizj.

Le nazionali abitudini di giustizia furono inoltre pervertite dalla costante pratica del ricorso alla grazia nelle cause civili. Sagrificando la legge una giustizia reale ad un'apparenza di diritto, aveva di già reso difficilissimo l'acquisto della prescrizione: questa in molte cause non può allegarsi che dopo un periodo centenario; e quand'ancora si è acquistato questo diritto, è spesso in Italia annullata dal principe con lettere di grazia. È pure necessario in Italia un numero di sentenze maggiore,che in ogni altro paese, per dare ad una decisione la forza di cosa giudicata. Ma, anche dopo l'acquisto di questa definitiva presunzione, il principe accorda nuove lettere di grazia, perchè sia assoggettata a nuovo giudizio quella cosa che più non dovrebbe essere argomento di lite.

Per tutte queste cause la totalità de' diritti si andò rendendo incerta; interminabili processi divennero ereditari nelle famiglie di generazione in generazione. A misura che trascorre il tempo tra l'inizio di un processo e la sua decisione, le prove si rendono sempre più difficili, le presunzioni si vanno maggiormente equilibrando, ed ognuno, sostenendo il proprio interesse, si crede meno esposto alla taccia di mala fede. D'altro canto la lunghezza dei processi le moltiplica maravigliosamente. In una città ove nascano dieci liti all'anno, se ognuna venisse terminata entro sei mesi, come a Ginevra, non ve ne sarebbero giammai più di cinque pendenti; ma se, una compensando l'altra, non sono ultimate che in dieci anni, come accade nella parte meglio governata d'Italia, ve ne saranno cento tutte agitate nello stesso tempo: se appena sono terminate in trent'anni, come nella maggior parte delle italiane province, ve ne saranno trecento, e forse in maggior numero che non sono gli abitanti che contiene la città. Infatti, in Italia, sono poche le famiglie che non abbiano una o più liti; ed il carattere di attaccabrighe o di uomo litigioso è divenuto troppo generale perchè venga considerato un difetto.

Perciò si può dire che nella moderna Italia la religione, lungi dal servire da appoggio alla morale, ne ha corrotto i princìpi; che l'educazione, lungi dallo sviluppare le facoltà della mente, le ha rese più ottuse; che la legislazione, invece di legare i cittadini alla patria e di riunirli fra loro con fraterni nodi, li ha resi timidi e diffidenti, dando loro l'egoismo per prudenza, la viltà per difesa. Rimane ancora una quarta causa, la quale stende la sua influenza su tutte le umane società, e che con una forza inferiore alle tre precedenti, talvolta controbilancia, talvolta asseconda la loro azione, e, sebbene imperfettamente, fa riparo al male prodotto dalle viziate istituzioni: è questo il punto d'onore, la cui forza, superiore alla volontà di ciascun individuo, altera le primitive istituzioni, ne appoggia o ne contrasta la morale, e gli traccia una condotta uniforme, invece di abbandonarlo all'istantaneo impero delle sue passioni.

La legislazione del punto d'onore racchiude in se medesima un non so che di liberale; non è altrimenti stabilita da una superiore autorità, ma dal concorso d'opinioni e di volontà indipendenti: onde allorché gagliardamente si mantiene in un governo monarchico, lo modifica, e non gli permette di scivolare verso un perfetto dispotismo. Dall'altro canto questa legislazione non è mai fondata sopra i veri principi della morale, ed il numero delle naturali inclinazioni che vengono da lei corrotte, è superiore al numero di quelle che conserva o che rende più forti.

L'impero del punto d'onore si rende appena visibile nelle repubbliche, perché la pubblica opinione vi esercita una tale potenza che va sempre modificando i più accreditati pregiudizi, e vi giudica le persone non dietro astratte ed inflessibili regole, ma dietro il complesso delle loro azioni. In una repubblica non si distingue l'uomo virtuoso dall'uomo d'onore; nè questi due caratteri erano pure distinti negli stati dell'antichità. Le prime nozioni del punto d'onore furono portate negli stati meridionali dalle conquiste de' popoli teutonici , ma si mescolarono cogli altri elementi della pubblica opinione, e non formarono un eminente carattere nella storia delle repubbliche italiane. L'introduzione in Europa di alcune opinioni particolari degli Arabi, diede agli Spagnuoli, che furono i primi che da loro le ricevettero, un punto d'onore di diversa natura; il quale punto d'onore venne in seguito adottato in tutti i paesi sui quali la monarchia spagnuola venne stendendo la sua influenza.

La legislazione dell'onore arabo e castigliano fu dunque importata in Italia, nel sedicesimo secolo, da quelle medesime Armi spagnuole, che distrussero quelle repubbliche intorno alle quali ci siamo così lungamente intrattenuti. Ella vi si mantenne in pieno vigore, finchè Carlo V ed i tre Filippi, di lui successori, conservarono un assoluto dominio sopra le più belle province d'Italia; s'indebolì negli ultimi anni del diciassettesimo secolo, e cessò affatto nel diciottesimo: può dirsi che riuscì egualmente contraria ai progressi dei lumi e della ragione colla sua durata e colla sua caduta.

Il punto d'onore che gli Spagnuoli avevano ricevuto dagli Arabi, sembra riferirsi a tre princìpj fondamentali. Il primo consiste in una esagerata delicatezza rispetto alla castità delle donne; allorché questa virtù rendesi leggermente in taluna di loro sospetta, non soccombe essa sola al disonore, ma la stessa infamia copre egualmente il padre, il fratello, il marito. Il secondo è una delicatezza non meno esagerata rispetto al valore degli uomini, che, posto egualmente in luogo di tutte le altre virtù, viene a compromettere tutta la famiglia in un solo individuo. Il terzo è una specie di religione di vendetta, che non ammette altra riparazione per l'offeso che la morte dell'offensore.

L'introduzione di queste opinioni in Italia cambiò la condizione delle donne, le quali perdettero l'onesta libertà di cui avevano goduto ne' tempi delle repubbliche; ed i padri loro ed i mariti, invece di confidare nella loro virtù e prudenza, più non credettero di trovare sicurezza che tra inaccessibili mura; essi più non dovevano temere per conto della loro sola debolezza; ma un accidente che le esponesse agli occhi della gente, una parola mal ponderata, un'imprudente congettura, bastavano a compromettere l'onore della casa, e con ciò la vita e le sostanze di tutti gl'individui che la componevano. Più non teneva aperti gli occhi sopra di loro la gelosia dell'affetto, ma la gelosia assai più sospettosa della vecchiaja, che le guardava in quel modo che l'avaro tien cura del suo tesoro. Quanto più si andavano accrescendo le esteriori precauzioni, che si moltiplicavano le vecchie custodi che mai non le perdevano di vista, le inferriate che chiudevano le loro case, i veli che le nascondevano a tutti gli sguardi, tanto più veniva trascurata l'educazione morale, che avrebbe loro dati migliori e più virtuosi mezzi di difesa. La sospettosa vigilanza de' loro custodi aveva liberate le loro coscienze da ogni responsabilità. Quanto più grandi erano gli sforzi che si andavano facendo per rendere loro impossibile ogni estranea relazione, tanto più esse volgevano tutti i loro pensieri, tutta l'accortezza del loro spirito verso la galanteria; e nel tempo in cui esse furono sottomesse alla vigilanza più severa, la loro condotta non fu molto più pura di quando diventò di moda lo stesso sregolamento.

Tuttavia, allorché, in sul finire del XVII secolo, cominciò a perdere importanza il punto d'onore spagnuolo, alla virtù femminile non si sostituì nessun'altra salvaguardia; esse non vennero meglio ammaestrate ne' loro doveri, non trovarono un più solido appoggio ne' loro proprj sentimenti, e lo stesso buon gusto della società non prescrisse loro alcuna legge intorno alla decenza de' loro discorsi e del loro contegno. Le giovinette, educate nei conventi, ricevevano tali ammaestramenti, che per la loro severità non erano praticabili nella vita quotidiana. La sala della danza e quella dello spettacolo sono rappresentate, come luoghi ne' quali il demonio esercita le più formidabili seduzioni; la curiosità di osservare un uomo dalla finestra veniva loro rappresentata come un crimine criminosa odioso come quello di aprirgli la finestra stessa per riceverlo di notte nel proprio appartamento. Il desiderio di piacere e gli eccessi dell'amore furono loro posti innanzi sullo stesso livello. Lo sposo che riceve una fanciulla quand'esce dal convento, è forzato a disfare l'opera della sua educazione; ad insegnarle che tutte quelle cose che le fanno paura non sono affatto peccati; che tutto ciò che resta vietato alle religiose non lo è anche alle dame. Allora tutti i suoi principi crollano; la seduzione del mondo comincia; le maniere corrotte della società le inspirano nuove idee; l'esempio la seduce; lo sposo cui venne accompagnata non fu da lei scelto, ed il più delle volte nemmeno veduto prima di sposarlo. Se in seguito la pace domestica, la fedeltà conjugale, la dolce confidenza, sono sbandite dalle famiglie, le donne italiane non si debbono condannare, ma compassionare; bisogna cercare più in alto il disordine, verso la sua sorgente, e convenire che l'educazione, le leggi, i costumi, e non la natura le hanno fatte diventare quello che sono.

Abbiamo osservato che nell'epoca più fiorente delle repubbliche italiane, il valore, a fronte delle altre virtù, lungi dall'essere apprezzato troppo, dalla pubblica opinione non otteneva neppure la dovuta stima. I soldati allora altro non erano che mercenarj adoperati nell'eseguire gli ordini di altri uomini, che, in una carriera più elevata, avvrebbero conseguito una più alta riputazione. Il magistrato, che brillava ne' consigli per la sua eloquenza, per la sua prudenza, per la sua risoluzione, non si curava di eguagliare il valore militare del soldato che prendeva al suo soldo; dava al momento opportuno prove di civile coraggio, spesso più rare e più difficili; ma riconosceva senz'arrossire, che non si credeva adatto al combattere. La repubblica fiorentina ebbe a soffrire più d'ogni altra per avere fatto così poco conto del valore; apprese dopo ripetute sconfitte, che nessuna virtù dev'essere rifiutata da nessun governo, e fu spesso tradita dai generali e dai soldati che essa chiamava da altri paesi, perchè essa aveva trascurato di formarne tra i proprj cittadini.

Ma le spaventose guerre del principio del sedicesimo secolo richiamarono gl'Italiani alle armi, e dopo tale epoca professaroro questo nuovo mestiere con tanto maggiore impegno, in quanto che si trovarono esclusi da tutti gli altri. In tutto il sedicesimo secolo si assoldarono in folla sotto le bandiere spagnuole, mentre altri reggimenti italiani erano levati per servizio della Francia, e militavano gloriosamente nelle guerre civili di quel regno. In tutta la seconda metà del sedicesimo secolo la fanteria italiana fi ritenuta come perfettamente uguale alla spagnuola, e l'una e l'altra occupavano il primo luogo tra le truppe delle più guerriere nazioni d'Europa. Ambedue erano state formate dagli stessi ufficiali, e andavano soggette agli stessi pregiudizj. Il punto d'onore militare italiano non fu diverso da quello degli Spagnuoli. Le due nazioni sentirono nello stesso modo le stesse offese, le stesse provocazioni, i medesimi sospetti.

Ma la milizia spagnuola conservò l'intera sua riputazione in tutto il diciassettesimo secolo, malgrado il decadimento della monarchia; la milizia italiana perdette assai più presto tutto il suo credito. I soldati non si arruolavano che contro voglia in eserciti sempre mal pagati, sempre malcondotti, e che malgrado il loro valore andavano esposti a continue sconfitte. Nelle province suddite d'Italia, che i viceré spagnuoli governavano con diffidenza, tutto invitava la nobiltà al riposo ed alla mollezza, che soli non eccitano gelosi sospetti. Gl'Italiani avevano mostrato che potevano essere valorosi ma non lo furono lungamente in così svantaggiose circostanze; e quando deposero le armi, la pubblica opinione più non li chiamò a difendere nuovamente la riputazione del loro valore. Allora si vide, e ciò si vede anche presentemente, uomini distintissimi per natali, pel grado che occupano, e per tutte le circostanze che fanno supporre una liberale educazione, confessare apertamente la loro pusillanimità. Parlano senza vergognarsi della paura avuta; confessano che le loro mogli sono più coraggiose di loro; nè il pronunciare queste parole costa qualche cosa al loro amor proprio; nè cotesta confessione non eccita le fischiate, nè procacci loro l'universale disprezzo. Pure se il coraggio è una virtù naturale all'uomo, la paura è altresì una delle passioni della sua natura. Conviene che sia compressa, domata dalla volontà, dall'educazione, dalla vergogna. Quando gli si dà intera licenza, essa si rende signora dell'animo, lo guasta, ed invilisce tutta intera la nazione. Si sarebbe potuto temere che tale non fosse per essere la condizione della nazione italiana, e forse ogni altra perdendo il suo punto d'onore avrebbe ancora con lui perduta ogni energia, ma un'inaspettata esperienza ha recentemente dimostrato che quegl' Italiani che avevano così compiutamente dimenticato il coraggio, lo ricuperavano più facilmente di ogn'altra nazione, non appena che veniva risvegliato in loro il punto d'onore, e si faceva loro travedere una vera gloria.

La conseguenza di questa legislazione del punto d'onore, che gli Spagnuoli portarono in Italia nel sedicesimo secolo, fu la necessità imposta ad ogni uomo d'onore di vendicarsi dell'offesa. Senza alcun dubbio il bisogno della vendetta è fino ad un certo punto un sentimento connaturale all'uomo; è composto da un desiderio di giustizia, e da un movimento di collera; ed in questi limiti si trova egualmente presso tutti i popoli , tanto antichi che moderni. Ma il sistema di vendetta che gli Spagnuoli ricevettero dagli Arabi e dai Mori, e che in appresso diffusero a tutta l'Europa, è tutt'altra cosa che questo naturale sentimento, ed è basato sopra un'idea di dovere. Il Moro non si vendica perchè la sua collera sia ancora viva, ma perchè la sola vendetta può allontanare dal suo capo il peso dell'infamia che l'opprime. Si vendica perchè ai suoi occhi solo un'anima vile può perdonare gli affronti, e conserva il suo rancore, perchè, se lo sentisse spegnersi, crederebbe di avere col rancore perduto una virtù.

Questo codice di vendetta fu diffuso alle nazioni settentrionali nel tempo in cui i duelli giudiziari erano stati appena aboliti. Prese in certo qual modo il loro posto, ed il duello lavò le offese dell'onore con una assai grande apparenza di ragione; perchè la più mortale offesa, quella di porre in dubbio il coraggio di un uomo, la bravura con cui si presentava a singolar tenzone, era il modo più ovvio per dissipare questo dubbio. Così si vide presso i Francesi, gl'Inglesi, i Tedeschi, che l'idea primitiva della vendetta veniva cancellata dal duello medesimo che n'era rappresentato come una conseguenza. Un uomo d'onore si batte non già per vendicarsi, ma per mantenere il possesso di quell'onore ch'era sua proprietà, e che si sentiva in diritto di difendere.

Ma non fu affatto in tale maniera, che nel sedicesimo secolo fu presentata dagli Spagnuoli agl'Italiani la l'azione giudiziaria degli affari d'onore; nè così la concepirono i medesimi Italiani, a causa delle precedenti loro relazioni, coi Mori. Gli uni e gli altri credettero di ravvisare un'anima grande nella costanza di questi risentimenti. Pareva loro che l'offeso avesse mostrato maggiore energia, quanto più lungamente aveva conservato il suo rancore, manifestatolo con un'esplosione meno preveduta, e cagionato più acerbo dolore al suo offensore. Non si chiedeva a colui che si vendicava solo una prova di coraggio per ristabilire il suo onore, ma bensì la prova d'un implacabile odio. E perciò agli occhi loro l'assassinio lavava l'onore quanto il duello, il veleno quanto il ferro; e la perfidia sembrava loro essere il maggiore trionfo della vendetta, perchè l'offeso si era mostrato più compiutamente padrone di sè medesimo.

Fino dal Medioevo alcune province d'Italia si eran fatte distinguere per l'atrocità de' loro odj, e delle loro ereditarie vendette. Si citavano principalmente Pistoja, in Toscana, la Romagna, tutto lo stato della Chiesa, e più ancora le isole di Sicilia, di Sardegna e di Corsica, ove la mescolanza co' Mori, ed in seguito cogli Spagnuoli aveva dato maggiore forza a questa barbara legislazione. Tuttavia solo nel sedicesimo e nel diciassettesimo secolo si diffuse in tutta l'Italia la terribile dottrina che ingiungeva ad ogni uomo d'onore il dovere, non di difendersi, ma di vendicarsi. Da allora solamente si vide moltiplicarsi il numero di que' sicarj che per denaro mettevano a disposizione i loro pugnali, e portata a perfezione la temibile scienza de' veleni. Allora personaggi eminenti nello Stato, nella Chiesa, nelle Lettere, si vantarono pubblicamente d'avere compiuta la loro vendetta; fu allora infine che non essendo più il duello ritenuto una sufficiente soddisfazione, due nemici non consentirono a battersi se non dopo avere che l'offensore avesse chiesto perdono all'offeso; senza questa preliminare riparazione, solo il veleno o il pugnale potevano lavare l'onore oltraggiato.

Grazie al cielo questa infernale dottrina è oggi totalmente dimenticata. Più non si troverebbe in tutta l'Italia un solo assassino a pagamento, e se vengono ancora commessi orribili delitti, la pubblica opinione almeno non li impone più come un dovere. È possibile anche che la sanzione del duello sia troppo trascurata, e si mostra troppo scarsa severità verso coloro che, non manifestando alcun risentimento per le più gravi offese, lasciano supporre non già che abbiano perdonato, ma che non abbiano osato chiedere soddisfazione [19].

Comunque il lungo dominio di un pregiudizio così contrario ad ogni morale ed al vero onore ebbe una funesta influenza sui sentimenti nazionali. L'assassinio, a dir vero, non è più un dovere, ma non è neppure un disonore; è un'idea colla quale ognuno ha familiarizzato. L'Italiano lo considera come la funesta conseguenza d'un impetuoso moto di collera, di gelosia, di vendetta; egli non sente nel suo cuore la ferma certezza che non sarà giammai trascinato a dare un colpo di pugnale, perchè non fu mai avvezzato a considerare quest'azione con quell'orrore inesprimibile che inspira il pensiero di un gravissimo delitto. Essa è per lui ciò che il pensiero del duello è per gli uomini scrupolosi delle altre nazioni. Essa è un gran peccato che la sua coscienza gli vieta di commettere; ma egli sente che per simili fatti ogni uomo è peccatore; e quando vede de' sicarj esiliati dal loro paese, o condannati a' pubblici lavori per un assassinio commesso, non prova per loro che la profonda compassione che suole eccitare una grande sventura, non il terrore che deve cagionare un grave delitto.

Nello stato sociale in cui si trova ridotto l'Italiano, tale sentimento diventa giusto, e con analogo sentimento dobbiamo noi pure giudicarlo. Senza dubbio nell'Italiano del XVIII secolo non si ritrova né il rappresentante de' Manlj e dei Gracchi, nè quello de' Doria e degli Albrizzi. L'antica virtù non può nascere, né germogliare in una patria serva, lo spirito non si può sviluppare quando viene allentato da mille ostacoli, ed il sentimento non può innalzarsi all'eroismo, quand'è soffocato nel suo primo nascere. Ma dovremo incolpare lo stesso italiano dello stato deplorabile in cui è caduto? Quando vediamo concorrere tante e così potenti cagioni ad abbassarlo non deploreremo piuttosto in lui l'avvilimento dell'umana dignità, e non sentiremo che la sventura che lo colpì è la sventura che minaccia noi medesimi, che minaccia ogni società, ogni nazione che si lascerà caricare dalle stesse catene?

Ammireremo piuttosto tuttociò che ancora rimane a questa nazione, che pareva fatta per superare tutte le altre: quello spirito così aperto e pronto cui non riesce difficile veruno studio, quando venga intrapreso per uno scopo che lo possa infiammare; quella flessibilità a tutte le nuove forme, che rende l'Italiano adatto alla politica, alla guerra, a tuttociò che intraprende di più inusitato , per mezzo della più rapida educazione; quell'immaginazione creatrice, che egli conserva, dopo l'impero del mondo che ha miseramente perduto, quello, forse più ricco, delle belle arti; quella sociabilità, quelle dolci maniere, che in altri paesi non sono conosciute che dalle persone di alta condizione, e che in Italia sono proprie di tutte le classi; quella sobrietà che allontana il basso popolo dalle orgie e dalle dissolutezze di Bacco in mezzo alle sue feste ed a' suoi piaceri; quella superiorità dell'uomo della natura, che si mostra tanto più degno di stima quanto fu meno cambiato dall'educazione, di modo che il contadino italiano è tanto superiore al cittadino, quanto lo è questi al gentiluomo; finalmente quel maraviglioso potere della coscienza, che trionfa delle più cattive instituzioni , della più fallace educazione, della più bassa superstizione, del più depravato ordine politico, e che, sostenendo l'uomo tra le più violente tentazioni e le più deboli barriere, diminuisce la frequenza de' delitti assai più che non sarebbesi potuto anticipatamente calcolarlo. Senza dubbio questi Italiani, cui abbiamo consacrato un così lungo studio, sono oggi un popolo sventurato ed avvilito; ma che si ripongano in circostanze ordinarie, che loro si consenta di percorrere le vicende di tutte le altre nazioni, ed in allora si vedrà che non hanno perduto il seme delle grandi cose, e che sono ancora degni di misurarsi in quello stadio che hanno due volte percorso con tanta gloria.

Note

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[1] dal Cinquecento al Settecento (ndr)

[2] Giudiziosamente l'imparziale storico previene il lettore di non dar colpa alla Chiesa cattolica, cioè universale, di ciò che può rimarcare di riprensibile in alcune parziali chiese, le quali, sebbene concorrano a formare quella chiesa, che riconosciamo come santa nella sua unità, cattolicità ed apostolicità, non possono però individualmenle pretendere alla santità ed infallibilità della dottrina. N. d. T.

[3] O Intendasi rispetto alla morale, poiché rispetto al dogma le sette acattoliche non possono in stretto senso migliorare, che abjurando gli errori che le separano dalla vera Chiesa. N. d. T.

[4] Anzi la vera e sana teologia non fa che rendere più perfetta la morale. N. d. T.

[5] Il lettore cattolico distinguerà il fatalismo dalle conseguenze de' giusti, ma imperscrutabili decreti di Dio, che gratuitamente salva gli eletti, e giustamente condanna i reprobi.. N. d. T.

[6] Contro le opinioni del nostro autore sul conto della confessione, il lettore cattolico troverà, in ottimi libri chiare ed ortodosse istruzioni, senza che il traduttore debba entrare in lunghe disamine. N. d. T.

[7] Nel Settecento.

[8] Questi abusi della credulità ingannata sono caldamente detestati dai cattolici illuminati e dallo stesso Clero, cui non devono ascriversi le prevaricazioni e le perfidie di pochi individui. N. d. T.

[9] Intorno alla dottrina della predestinazione, leggasi il prezioso libro di sant'Agostino de Correctione et Gratia, che rischiara tutte le opposizioni fondate sull'umano raziocinio. N. d. T.

[10] L' autore generalizza forse troppo questi principj; poiché, se non altro in pratica, fu sempre permesso ai dotti l'esame delle verità non rivelate. N. d. A.

[11] Cioè di quegl'ignoranti ecclesiastici abborriti anche dai dotti ed illuminati teologhi, che alla semplice e santa morale del vangelo sostituirono superstiziose pratiche ed insegnamenti che non possono, senza ingiustizia, imputarsi alla chiesa. N. d. T.

[12] Sebbene alquanto copertamente, si viene dal nostro autore tacciando gl'Italiani di non voler abbandonare il classicismo per seguire i settentrionali. Più modesto del signor Scleghel e di madama de Staël ec. non osa far pompa delle nuove dottrine del così detto romanticismo; ma ne sparge accortamente i semi. Sì: gl'Italiani si gloriano di pensare come i classici greci e latini, e d' imitarli; e penseranno ancora come i settentrionali e gli imiteranno, quando questi sapranno produrre più perfette cose che finora non hanno prodotte. N. d. T.

[13] Nel Collegio Romano, risguardato come il principale stabilimento d'educazione del mondo cattolico, ogni scolaro deve ogni giorno ripetere, oltre varie altre pieghiere, cento sessanta volte l'Ave Maria.

[14] Nel supposto dell'autore, l'ubbidienza che gl'Italiana avrebbero ai loro principi non sarebbe stata libera, ma cieca e servile; e gl' illuminati sovrani della presente età, richiedendo dai loro sudditi una ragionevole ubbidienza, non  vorranno abbandonarli più oltre al monachismo.

[15] rescritto: Procedimento scritto, decreto emesso da una pubblica autorità (per lo più con valore vincolante in ordine a una questione proposta); lettera contenente ordini o disposizioni, diretta a sottoposti per chiarire o dirimere una questione. Nell'antica Roma era il parere vincolante giuridico che l'imperatore dava a un quesito proposto da un funzionario (ma non aveva valore generale).

[16] I descritti abusi ... forse praticati da qualche sovrano d' Italia, giovano a far meglio sentire la retta e paterna amministrazione degli altri. N. d. A.

[17] Coloro che conoscono d'Italia non hanno bisogno che si vadano loro indicando i pochi stati presi qui di mira dallo storico. N. d. T.

[18] Malgrado il motu proprio, nello stato ecclesiatico, le chiese servono ancora di rifugio agli assassini ed ai ladri.

[19] Intorno al duello possono vedersi presso tuti i pubblicisti gli argomenti addotti pro e contro. Rispetto agli stati che hanno leggi proibitive, la quistione è pienamente decisa. N. d. T.

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Ultimo aggiornamento: 10 aprile 2011