Pierantonio Serassi

Vita di Francesco Maria Molza

1672-1750

Edizione di riferimento:

Poesie di Francesco Maria Molza, colla vita dell’autore scriatta da Pierantonio Serassi, Dalla Società Tipografica De’ Classici Italiani, contrada di s. Margherita, N.° 1118, MILANO 1808.

 

GLI EDITORI.

Fra le molte edizioni delle Poesie del Molza abbiamo dato per la nostra ristampa la prelazione a quella fatta per cura del chiarissimo Pierantonio Serassi in Bergamo 1747. Questa difatti e per la diligenza con cui fu eseguita, e più ancora per l’eruditissima ed esatta vita, la quale vi fa premessa, superò talmente le antecedenti tutte, che al dire di Tiraboschi appena si potrebbe sperare di farne una migliore. Abbiamo non di meno qui ancora ommesse le poesie latine, e varie altre cose del Molza, perchè aliene dai nostri impegni. Quanto alle poesie italiane, le abbiamo ristampate tutte, come erano nella loro integrità. Sembra bensì cosa meravigliosa che la Canzone X., la quale incomincia Ne l’apparir del giorno, sia stata attribuita anche ad Annibal Caro. Essa difatti leggesi in quasi tutte le edizioni anche più accreditate sì del Caro, che del Molza. Come mai abbia potuto accadere che un medesimo componimento sia stato attribuito a due diversi poeti, ben lo addita con verisimile congettura il Serassi nella sua prefazione. Lo stile però, la tessitura di questa Canzone, e più d’ogni altro argomento il testimonio dello stesso erudito ed esattissimo Serassi, che le ha dato luogo nella sua edizione, sono per noi una valida ragione, che di essa debba dirsi realmente autore il Molza. Nè però è questo il solo esempio di un componimento attribuito a due diversi autori. Unone abbiamo fra gli altri recentissimo nella vita dell’Ariosto scritta dall’Abate Girolamo Baruffaldi Giuniore in Ferrara 1807. Questi nella p. 47. e seg. parla di una Canzone pastorale, di cui ne fa autore l’Ariosto, e supponendola inedita, ne arreca alcune Stanze. Ora questa medesima Canzone leggesi stampata e intera nel Rarianamento VII, dei Marmi del Doni, ove viene anzi attribuita a Maestro Jacopo de’ Servi, famoso improvvisatore a’ tempi di Leone X. E da’ Marmi del Doni la trasse appunto per lanostra raccolta di Poesie Pastorali l’EgregioSig, Ab. Ferrario. Questa Canzone ben lungi dall’essere inedita, leggesi stampata non solo ne’ Marmi del Doni ma ben ancora nella Novella Poesia del Becelli a pag. 42. e seguenti.

Questo volume comprende tutte le poesie del Molza, e quelle ancora che come inedite furono raccolte dal suo pronipote Camillo Molza. Anzi nelle Rime aggiunte ci siam fatto un dovere di attenerci fedelmente al testo del Serassi; nel quale essendovi qualche Sonetto replicato a motivo di alcune varianti, abbiam creduto bene di replicarlo noi ancora. De’ due volumi formanti l’edizione di Bergamo noi abbiamo così formato un sol tomo, a cui non di meno abbiam creduto bene di premettere la prefazione del Serassi come sta nel suo originale, perchè ripiena de’ più bei fiori di squisita erudizione. Solo abbiamo ommesso il lungo catalogo di testimonianze di varj celebri Autori intorno alla persona ed agli scritti del Molza, giacchè ci sembrò soverchiamente lungo, e d’altronde inutile; vedendosi ben anco dalla sola vita dell’Autore la stima grandissima, che di lui ebbero i più celebrati personaggi. Basti adunque per ogni altra testimonianza il seguente bellissimo epigramma di M. Antonio Flaminio.

Postera dum numero dulces mirabitur aetas

Sive Tibulle, tuos, sive, Petrarche, tuos ;

Tu Quoque, Molsa, pari semper celebrabere fama,

Vel potius titulo duplice major eris:

Quidquid enim laudis dedit inclyta Musa duobus

Vatibus, hoc uni donat habere tibi.

PREFAZIONE.

Egli è cotanto chiaro e famoso il nome di Francesco Maria Molza Modonese,che non l’ha persona alcuna, purchè mezzanamente informata delle Latine ed Italiane Lettere, ch’ella nol riconosca per uno de più eleganti e leggiadri Poeti del felicissimo sedicesimo secolo. Anzi Luca Cortile letterato assai celebre di que’ tempi affermò [1], che ancor vivendo il Molza si tenea comunemente, che nella Poesia latina e volgare non fossevi allora chi lo eguagliasse, e degli antichi chi lo superasse. Perchè molto a ragione si dolevala Letteraria Repubblica, che delle Poesie d’un tanto uomo insino a questo tempo non se ne fosse pur una edizione veduta, di cui ella potesse non dirò compiacersi, ma nè anco restarne in qualche maniera soddisfatta. Perciocchè per parlar delle cose Italiane, lasciando stareche nel sedicesimo secolo non se ne fece edizione alcuna separatamente, ma furono soltanto alcune in una, altre in altra delle Raccolte che allora uscirono, inserite; queste istesse eziandio sono per lo più di sì fatta maniera scorrette e mancanti, che non pur false si trovano alcune desinenze, ma non di rado ancora i concetti storpi, e senza alcun sentimento esser si veggono. Egli è però ben vero, che di ciò se ne potrebbe qualche cagione attribuire all’Autore medesimo, il quale siccome quello che era d’uno assai dilicato gusto, e d’un giudizio finissimo,non si sapea mai contentare delle cose sue, nè gli parea di le aver mai talmente pulite e limate [2], ch’elle meritassero a uscire alla pubblica luce. Per questo egli non solo, giammai non si determinò a farle imprimere, ma si lasciava a grande stento indurre a comunicarle così manoscritte agli amici e padroni suoi; i quali poi conoscendone il pregio le trascrivevano, e così scritte anch’eglino a’ loro amici le andavan comunicando. Quindi n’è avvenuto, che facendosene di giorno in giorno da mali scrittori varie copie, e da una brutta mano ad un’altra peggiore assai sovente passando, vi scorsero per entro tanti e sì solenni errori, che quelli eziandio, che si presero poscia la cura di pubblicarle per mezzo della stampa, per quanta diligenza usassero in correggerle ed emendarle, non poterono non lasciarle ancora uscir molto scorrette e guaste. Il primo, che s’attignesse alla ’mpresa di metterle insieme, e di stamparle, fu Francesco Amadi, il quale veggendo essere cotali Poesie in un altissimo pregio tenute, e dagli studiosi con somma avidità e premura lette e ricercate, si mise con ogni accuratezza a raccoglierle, e nel MDXXXVIII. insieme colle Rime di Niccolò Delfino, e di Antonio Broccardo in Vinegia le pubblicò. Ma per quante diligenze usasse egli di ritrovare tutte le composizioni del Molza, afferma nonpertanto [3] di averne forse la maggiore e la miglior parte lasciata occulta: il che è pur troppo vero, se abbiasi risguardo ai Sonetti, de quali in questa edizione non se ne leggono che quarantotto; che risguardo al rimanente ella è forsela più copiosa di quante se ne facessero da indi innanzi. Sembrami però notabilissimo ciò, che nella Prefazione di questo Volume accennasi del grido famosissimo, che sino da que’ tempi s’era il nostro Molza acquistato per tutta Europa: Ho giudicato bene, dice il Raccoglitore, di aggiungere alcune poche cose ch’io mi ritrovo del Molza, il quale solo con questa semplice voce è onoratissimo e laudatissimo. Conciossiachè non pure la Corte Romana, la quale forse più per lui solo, che per mille altri si gloria e si vanta, ammira e celebra il nome e la virtù di quello; ma ancora tutte le Corti della Cristianità, tutti gli Studj dell’ Europa, ogni Città, ogni Castello, qualunque ingegno che abbia pur mezzana conoscenza di lettere, non solo conosce il Molza, ma lo riverisce anco ed adora.

Questa edizione oltre i XLVIII. Sonetti accennati contiene ancora del Molza otto Canzoni, le Stanze sopra il Ritratto della Signora Giulia Gonzaga, quelle al Cardinale de’ Medici, e la Ninfa Tiberina; ma ogni cosa cotanto scorretta e guasta, che l’Autore medesimo non potè non lamentarsi e risentirsene aspramente per bocca del maggior suo amico Annibal Caro [4]. Ristampossi dappoi la Ninfa Tiberina con alquanti Sonetti del Molza in Ferrara nel 1645. [5]; e Lodovico Domenichi nello stesso anno inserì trenta Sonetti del nostro Poeta nel libro primo delle Rime diverse di molti eccellentissimi Autori da lui raccolte e fatte nobilmente stampare [6]. Assai maggior numero però di Poesie del nostro Autore furono dopo qualche tempo pubblicate da Girolamo Ruscelli nel suo Volume dei Fiori delle Rime de’ Poeti illustri da lui raccolti ed ordinati [7]; conciossiachè si leggano in questo libro da cento undici Sonetti, parecchie Canzoni, ed alcune Stanze. Nè già minori son quelle, onde Lodovico Dolce volle arricchirne le famose sue Raccolte così di Stanze [8], come d’altra maniera di Rimech’ei fece in diversi tempi imprimere dal suo amatissimo stampatore Gabriello Giolito. Ma tutte queste edizioni oltre l’essere bene spesso corredate di molti e gravissimi errori, non sona finalmente, che pure e semplici Raccolte, e un buono e giusto Canzoniero del Molza non si vide comparir separatamente alla luce, che nel nostro Secolo [9] Siamo di ciò tenuti ad alcuni de’ Signori Accademici Abbandonati di Bologna, i quali per la somma cura, che hanno de’ vantaggi delle lettere, e principalmente della Italiana Poesia, non risparmiarono nè incomodi nè fatiche per darci comodamente ristampati i leggiadri Canzonieri de più celebri Poeti d Italia. Le Rime di Buonaccorso da Montemagno, d’Agostino Staccoli d’Urbino, del Tansillo, del Costanzo, del Guidiccione, e d’alcuni altri uscirono tutte per loro cura separatamente in piccioli volumetti. Egli è però ben vero, che le erudite persone, siccome d’alcuni altri, così ancora del Canzoniere delMolza non rimasero compiutamente soddisfatte. Avrebbono desiderato che fosse stato impresso con qualche maggiore accuratezza, e in carta non così sciaurata e vile; che vi avessero aggiunti alcuni altri Sonetti, e principalmente le Proposta e Risposte e altri Poeti al Molza; che oltre a ciò, senza levare gli argomenti, o i titoli alle Stanze, si fosse anzi procurato d’aggiugnerli. ed in ispezie d’accrescer le Stanze medesime, che con grande agevolezza avrebbono potuto fare; che finalmente si fossero poste da principio asssai più copiose e certe notizie, che non si fece [10] intorno alla persona ed agli scritti del Molza, cose tutte che dagli studiosi vengono con somma avidità ricercate.

Non così però si debbe dire che accadesse delle Poesie Latine, le quali parve che in certa maniera venissero dall’Autore medesimo in qualche maggiore stima tenute, che le Italiane non furono: conciossiachè non gl’increscesse di lasciar queste uscire in pubblico; anzi egli stesso assai sovente le mandasse a’ suoi più letterati  amici e padroni [11]. Ilche penso essere per ciò avvenuto, che conosceva egli molto bene in quante mani eziandio et uomini sciocchi fossero per andare le cose volgari, e che per questo arebbono corso pericolo et essere dagli ignoranti trascrittori depravate e guaste; allo incontro le Latine non essendo elle pasta per tutti i denti, sarebbono state soltanto maneggiate da intendenti ed erudite persone, nè vi sarebbe stato timore, ch’elle potessero esser da sciocchi copisti malmenate. Che che ne fosse però la cagione, egli è cosa certa, che le Poesie Latine del Molza a noi pervennero assai più corrette ed emendate, che le Italiane non sono,e che sin nel sedicesimo secolo se ne fecero delle edizioni molto accurate non in Italia solamente,ma ancora in Germania ed in Francia [12]. Nè perchè sieno state molte volte impresse, sono elleno perciò agevoli, da rinvenirsi, che anzi si veggon essere molto rare; e si lamentano a gran ragione i Letterati, che di sì leggiadre Poesie gustar non possano a lor piacimento.

Per rendere adunque, quanto da me si può, appagate le giustissime brame degli studiosi, ho io molto di buon gradointrapreso il carico di raccoglierle tutte, e farnele accuratamente ristampare colla giunta eziandio di tutto ciò, che servire loro potesse di fregio e d’ornamento. E in questo ho io avuta così favorevole la fortuna, che mi venne fatto di trovare e d’ottenere non pur tutto ciò, che era stato altre volte impresso in varie rarissime Raccolte; ma eziandio tutto quello che d’inedito tanto nelle private, come nelle pubbliche Librerie si conservava; e che persona del mondo nè sapea che ci fosse, ne poteva sperar d’ottenere quando ancoavesselo saputo. E perciocchè solo adessosono arrivato a poter metter in ordine le cose con una comoda e regolata distribuzione, e dividere i Volumi in guisa, che ad una giusta misura pervenissero; perciònon ho potuto che ora lasciar ne anco uscire il primo Tomo, che per altro quasi già da due anni era terminato di stamparsi. E per accennare i particolari tutti di questa compitissima edizione, dico, che in fronte al primo Volume ho posta la Vita dell’Autore da me scritta con ogni diligenza ed accuratezza, la quale confido che non debba essere discara a leggitori, se non per altro, almeno per l’esattezza de’ fatti, e per le molte nuove notizie, che perentro si recano così intorno al Molza, come a diverse persone illustri di quel secolo. Siegue un lungo Catalogo di Testimonianze di varj celebri Autori intorno alla persona ed agli scritti del Molza, dal quale chiaramente si comprende quanta stima abbiano i Dotti fatta mai sempre del nostro celebratissimo Autore. Dopo questi prolegomeni si sono poste le Poesie volgari e latine, che sino a questo tempo (trattine due Capitoli burleschi) si trovano stampate così di per sè, come in varie antiche e moderne Raccolte. Nè fu certe piccola fatica la mia l’andar qua e là diligentemente rintracciando per molti libri di Poesie cosa, onde questa novella edizione venisse ad essere di parecchie ragguardevoli giunte arricchita ed adorna. Il che se poscia mi sia venuto fatto, potrallo assai agevolmente conoscere chiunque si vorrà prender la briga di riscontrare questo Canzonier nostro, con quello impresso inBologna nel 1717. Perciocchè oltre due Sonetti dell’Autore l’uno a cart. 7. l’altro a cart. 201. vi scontrerà ancora un buon numero di Proposte e Risposte d’altri Poeti al Molza, cioè due del Cardin. Bembo, due d’Annibal Caro, altrettante di Vittoria Colonna Marchesana di Pescara, una d’Agostino Beaziano, e tre purgatissimi Sonetti in lode del nostro Poeta di Bartolommeo Carlo Piccolomini, cose tutte, che nella edizion di Bologna vengono desiderate. Ma questo è poco rispetto al numero daltre Rime chio ho novellamente aggiunte. Alle Stanze sopra il Ritratto della Signora Giulia Gonzaga, che nella Bolognese senza alcun titolo si leggono, aggiunsi la intera seconda parte di ben cinquanta Stanze tratta dal Volume di Stanze ai diversi illustri Poeti raccolte da M. Lodovico Dolce, ed impresse in Vinegia appresso Gabriel Giolito de’ Ferrari nel 1550. in 12. pag. 124. e segg. Nè già mi trattenne dal farle sotto il nome del Molza ristampare l’aver veduto, che alcuni a Gandolfo Porrino, gentil Poeta anch’egli e grande amico del Molza, le attribuissero. Perciocchè oltre all’essere elleno state ancor vivente il Molza sotto suo nome impresse in Vinegia nel 1538., lo stile istesso così dolce, puro, elevato, ed assai diverso da quel del Porrino, a chi n’ha pur menomo sapore ne va subito additando il Molza per Autore. Senza che non è cosaprobabile assolutamente, che uno volesse la prima parte comporre, e l’altro la seconda; e pure così nella edizione del 1538.; come nella Raccolta del Dolce per prima & seconda parte di uno stesso componimento stampate si leggono.

Ma siccome io son di parere, che queste sieno veramente fattura del Molza,  così io dubito molto, che le altre Stanze, che a cart. 192. e segg. di questa nostra edizione si trovano, e che io trassi del primo Volume della Scelta di Stanze di diversi Autori Toscani raccolte da M. Agostino Ferentilli, come cose del Molza; altro Poeta assai al nostro inferiore per autor riconoscano. I motivi di cotal mio dubbio vengono da me esposti a cart. 200. in un avviso al lettore, onde qui non accade spenderne parola. Dirò piuttosto, che nel leggiadrissimo Poemetto della Ninfa Tiberina ho stimato bene l’aggiungere l’ultima Stanza, la quale in nessuna altra edizione si legge, che in quella di Ferrara del 1545. non perchè questa per la perfezion sua il meritasse, che certo è molto scorretta, e a più intendenti di noi ricettiamo il correggerla; ma perchè non si ristampando correa pericolo di perdersi e smarrirsi del tutto.

Una cosa però io debbo a miei cortesi leggitori avvertire, che non essendo, com’io dissi, queste Rime state giammai dall’Autor loro pubblicate; ma bensì dachi veggendole qua e là andar manoscritte contro il voler del Poeta [13] le raccolse e le stampò, n’è avvenuto che alcuni Sonetti di altri Poeti di quel tempo scorsero per entro e sotto il nome del Molza furono insieme con l’altre Rime pubblicati. Il Sonetto CLXI. che incomincia: Amor, che vedi i più chiusi pensieri, leggesi tra le Rime del Bembo, ed è di quel Canzoniero [14] il cenquarantottesimo; quello che incomincia Vibra pur la tua sferza, e mordi il freno a cart. 50. è di Annibal Caro, e trovasi fra le sue Rime pag. 7. [15] come anco colla sua risposta a cart. 7. p. 2 delle Rime del Varchi. Ancor la Canzone che incomincia: Nell’apparir del giorno, e che è la X. del Canzonier nostro, trovasi stampata tra le Rime del Caro, ma quanto a questa potrebbesi forse essere ingannato Gio. Battista Caro a pubblicarla sotto il nome del Zio, quantunque tra i di lui scritti l’avesse peravventura ritrovata; perciocchè sappiamo, che Annìbal Caro trascrisse molte composizioni del Molza per indi poternele a varj suoi amici spedire. Intorno a questo però, siccome anco intorno alle Stanze di sopra accennate, io mi rimetto volentieri a miglior giudizio, non mi parendo cosa convenevole il voler dare senza più sicuri argomenti sopra cotal soggetto una diffinitiva sentenza. Quanto poi alla correzione, si è usata una singolar diligenza così nel collazionare i Testi e nel restituire i luoghi tronchi ed ambigui, come nel ridurre ogni cosa alla sua vera lezione. Il che certo io non avrei potuto condur a fine per le molte mie occupazioni, se un altro valente Letterato colla profonda sua dottrina, e finissimo gusto nelle buone lettere, non m’avesse in ciò prestato ajuto col prendersi egli medesimo la briga di esaminare, riscontrare e correggere ogni cosa mediante un buon numero d’antiche Raccolte, parecchie delle quali ci furono con singolar cortesia favorite dall’Illustrissimo Sig. Conte Gio. Jacopo Tasso, Cavaliere, che non degenerando punto da famosissimi suoi Antenati) molto s’impegna per il promovimento delle lettere nella città nostra.

Succedono alle Volgari le elegantissime Poesie Latine tratte dalla famosa Raccolta di Poeti latini d’Italia, che Giammatteo Toscano fece imprimere in Parigi nel 1576 da Egidio Gorbino. Questa edizione fu da me fra tutte l’altre trascelta come la più accurata e copiosa de’ versi latini del Molza, alla quale però non ho mancato di aggiugnere l’Epigramma in lode di Lorenzo de Medici, e che leggesi a carte 604 della Storia Fiorentina di Benedetto Varchi. E qui pur mi convien notare, che l’Epigramma ad Phoebum pag. 202. come anco l’Elegia ad Beatricem Hispanam de coma abscissa pag. 229. leggonsi pure sotto il nome di Marc’Antonio Flaminio nel lib. 2. de suoi versi impressi in Padova da Giuseppe Comino nel 1727., come cose tratte da un Codice MS. di Gabriello Flaminio nipote dell’Autore. E pure dell’un componimento e dell’altro n’è assolutamente Autore il Molza. Di ciò manifesta prova abbiamo non tanto per essere amendue stati sempre impressi in tutte le edizioni sotto il nome del Molza, quanta perchè la Elegia principalmente viene riconosciuta e commendata per cosa del nostro Autore dal celebratissimo Card. Bembo in una lettera scritta al Molza medesimo [16]. Dopo le Poesie latine leggesi una ben lunga e lagrimosa Elegia di Paolo Panza Romano da lui composta in tempo, che era corsa fama per tutta Itala, che il Molza fosse morto [17]. Chiudefinalmente il primo Volume un accurato Indice delle Poesie Italiane, riserbandomi poscia ne l’altro a porne uno generale di tutte le cose, che nell’un Volume, e nell’altro si contengono.

Nel secondo Volume, il quale è quasi tutto formato di cose non mai per l’addietro stampate, si pongono in primo luogo intorno a CLXV. Sonetti inediti da me ottenuti parte in Milano, dal nobilissimo Sig. Marchese Ab. D. Carlo Trivulzio, Cavaliero di finissimo gusto nelle buone arti, e posseditore di preziosi MSS. e di rare anticaglie; e parte a Napoli dal dottissimo e gentilissimo Sig. D. Francesco Valletta. Questo celebre letterato non sì tosto udì, che a Bergamo faceasi questa nuova Edizione dell’opere del Molza, che mosso da quella premura, che hanno i meri dotti di giovare al pubblico senza esserne richiesto da persona del Mondo, mi fece con singolar cortesia esibire un Codice del Molza unico e singolare, ch’ei conservava nella famosa sua Libreria. Egli è trascritto dalla compiuta Raccolta, che di queste Rime avea fatta Camillo Molza figliuolo dell’Autore per darla alla luce, essendovi anche la dedicatoria al Duca Alfonso da Este, e la lettera al Lettore, e in oltre molti Sonetti de’ migliori Letterati di que’ tempi diretti al Molza, cose tutte che ancor da me si porranno in questo secondo Volume. In somma è un codice così compiuto, che oltre il contener novanta Sonetti di più di quelli, che io mediante il gentilissimo ed erudito mio amico Sig. Ab. Giovambatista Castiglioni avea già avuti dal Sig. Marchese Trivulzio, contiene ancora un Capitolo burlesco in lode della Torta non mai accennato ch’io sappia da veruno Scrittore, e sette Novelle delle cento, ch’io nella Vita a cart. 88. scrissi essere state composte dal Molza.

Dopo questo buon numero di Rime inedite seguono alcune Poesie d’altri Autori o in lode del Molza, o al Molza indirizzate, tra le quali trovansi due vaghi Sonetti di Bernardo Tasso, due altri di Bernardo Capello, in cui questo gentil Poeta va in dolce maniera piangendo la morte del nostro Autore, e tre Capitoli burleschi di Mattio Franzesi Fiorentino. Per dar poi ancora un saggio delle Prose del nostro Molza, pensai ben fatta cosa l’aggiugnere le sue lettere volgari,che in varie Raccolte ho ritrovato sino al numero di sedici, due delle quali erano pure inedite, e le trassi da MSS. originali. A queste cose volgari succederanno le Poesie latine inedite, e sono sette ben lunghe ed eleganti Elegie, ed alcuni pulitissimi Epigrammi mandatimi con somma gentilezza da Modena dal Sig. Ab. Giovanbatista Vicini letterato di scelta erudizione, e Poeta di finissimo gusto. Questo erudito Signore andava anch’egli già da qualche tempo rintracciando varie giunte e notizie al Molza appartenenti, per indi compilarne la Vita, e procurare degli scritti d’un tanto suo cittadino una compiuta ed accurata Edizione. Ma avvisato poscia da me, ch’io pure avea intrapresa, ed oggimai condotta al fine una simil fatica, non solo si compiacque rimanersi dall’impresa, ma con singolar gentilezza ancora volle comunicarmi e le Poesie latine inedite, e tutte l’altre cose, e notizie, che gli era venuto fatto di ritrovare.

Seguirà poi la famosa Orazione del Molza contro Lorenzino de’ Medici, ch’io per somma ventura ho l’onore di pubblicare la prima volta mercè del gentilissimo Signor Conte Abate Francesco Carrara Patrizio Bergamasco, e Signore di bellissime lettere, e di profondo giudizio fornito, il quale in Roma si maneggiò molto per ottenerlami. E finalmente con due lettere latine del nostro Autore si darà compimento alle sue opere.

E qui io avrei dovuto terminare la presente edizione; se alcuni opuscoli della nobilissima insieme, ed eruditissima Dama Tarquinia Molza nipote del nostro Francesco Maria, non mi avessero per così dire colla mutola lor lingua pregato a cavarnele di quella dimenticanza, in cui erano oggimai per la rarità loro infelicemente sepolte. Perchè parendomi di farloro gran villania, se come seguono la leggiadria di quelle dell’avolo, così non ne avessero eziandio seguita l’edizione, ben fatta cosa riputai aggiugnerle in fine. Nel che fui tanto avventurato, che oltre l’aver avute alcune cose inedite dal soprammentovato Sig. Vicini, ancora l’eruditissimo Sig. Ab. Domenico Vandelli Pubblico Professore delle Matematiche nell’Università di Modena, e letterato di quel grido, che ognuno sa, si compiacque a mia istanza di compilarne la Vita, e di raccogliere ancora le onorevoli testimonianze, che del valor suo nelle scienze e nell’arte della Poesia si trovano appresso degli Scrittori.

Ora avendo esposte finalmente tutte le circostanze di questa novella edizione, altro non mi rimane se non di pregar i benigni e cortesi Leggitori, che aggradir vogliano questa mia qualunque siasi, fatica e diligenza, acciocchè prendendo indi lena e coraggio possa continuare a dar loro con nuove giunte ed illustrazioni ristampati i Canzonieri et altri eccellenti e famosi Poeti, che ora rarissimi essendo, non si possono che a grandissimo stento rinvenire.

LA VITA

di FRANCESCO MARIA MOLZA

scritta da Pierantonio Serassi.

Francesco Maria Molza, che per la meravigliosa eccellenza nel comporre così in verso come in prosa, e tanto in latino quanto in volgare, s’è appresso degl’intendenti persone il nome d’eloquentissima uomo, e di coltissimo Poeta acquistato, nacque in Modona a’ 18. di Giugno del 1489. [18] da Lodovico di M. Niccolò dalla Molza, e da Mad. Bartolommea de’ Forni amendue nobilissimi Modonesi [19]. Sin da’ più teneri anni dati avendo assai chiari argomenti d’un singolarissimo ingegno, fu dal padre, che savio signore era,posto ad apparare la Latina e Greca favella; e perciocchè era pur un fanciullo alquanto bizzarro e ritroso, scrive egli medesimo [20], che consegnandolo il Padre al Maestro solea dire, che glielo consegnava con tutti i suoi difetti, come s’ei fosse stato la peggiore e la più trista rozza del Mondo. Apparate che ebbe in poco di tempo queste due bellissime lingue, e desideroso d’apprendere ancora l’Ebrea, e d’avanzarsi oltre a ciò maggiormente nello studio delle lettere, chiese a suo padre, che lasciasselo andare a Roma; perciocchè ivi gli sarebbe stato assai più agevole per la conversazione d’uomini dottissimi, e per la copia de’ libri, e de’ maestri, giugnere a quell’altezza di dottrina e d’erudizione, ch’egli desiderava. Alla qual dimanda avendo il Padre agevolmente acconsentito, egli tutto lieto a Roma si portò verso l’anno l505. [21].

Quivi da principio attese allo studio della favella Ebrea sotto la disciplina d’un certo Rabbi Abraamo [22]; indi resosi amico di Marc’Antonio Flamminio giovinetto anch’egli di grandissimo ingegno, in compagnia di lui si pose con tanto ardore alla Poesia, ed alle buone lettere, che in brevissimo tempo si vide scrivere in verso ed in prosa elegantemente. Leggesi di questo un ampia testimonianza presso Lilio Gregorio Giraldo [23], il quale ritrovandosi allora in Roma dice, che vedea Francesco Maria Molza, e Marc’Antonio Flamminio giovinetti cotanto dello studio delle buone lettere infiammati, che amenduecontinuamente o volgeano libri, o alcunacosa componevano; che dell’uno e dell’altro n’avea grandissima aspettazione; poichè non si contentavan solamente di trattenersi nelle eleganze e ne’ fioretti dell’umanità, ma più in là rivolgevano lo studio loro; e che Francesco Maria oltre alla Toscana favella, nella quale avea già dati saggi certissimi della sua erudizione, accoppiava alle lettere Latine le Greche ancora e le Ebree; e che quantunque più del dovere ei si perdesse dietro all’amor delle Donne, doveasi nonpertanto annoverare tra i più rari ingegni, che allora fossero.

Questo tanto perdersi dietro all’amor delle donne, che il Molza facea sin dall’età sua giovinetta, colpa forse de’ costumi depravati di quel tempo, oppure ancora della sua inchinazion naturale, fu siccome io stimo cagione, che il padre suo da Roma, ove tanto volentieri dimoravasi, a Modona lo richiamasse. Qual fosse precisamente l’anno di cotesto suo ritorno a Modona, io nol saprei determinar così di leggieri. Ben si può probabilmente credere, che ciò avvenisse intorno all’anno 1511. ventiduesimo dell’età sua, poichè sappiamo che nel 1512. [24] ei prese moglie in Modona, e fu una nobil donna per nome Masina [25] figliuola d’Antonio de’ Sartorj, e di Violante Carandina, famiglie amendue molto ragguardevoli di quella Città. Questo fu forse l’unico rimedio per fare sì, che il Molza si trattenesse alcuni anni alla Patria; ma sentendo, che Papa Leone X, colla sua liberale munificenza s’avea tratti a Roma i più chiari Poeti, che in Italia e fuori si ritrovassero, s’invogliò per sì fatta maniera di ritornarvi, che nè l’affetto della moglie, nè l’amor de’ figliuoli, che ben quattro avuti n’avea [26], fu valevole a ritenerlo. Quindi prendendo forse col padre il pretesto di una lite, che gl’insorse coll’Arcivescovo di S. Severina suo cognato [27], la quale dovea essere spedita in Roma, si partì da Modona, e a Roma circa la fine del 1516 sene andò [28].

Era già il suo nome famoso non solo in Roma, ove già era stato alcuni anni, ma quasi per tutta Italia; onde e per questo, e per le maniere soavissime del trattare, e molto più per la sua meravigliosa piacevolezza, non sì tosto colà pervenne, ch’ei s’ebbe resi amici i più valenti Letterati dell’Accademia Romana. Furono questi Pietro Bembo e Jacopo Sadoleto allora Segretarj de’ Brevi [29], Filippo Beroaldo, il giovane Bibliotecario della Vaticana [30], Antonio Tebaldeo, Angelo Colozio, Agostino Beaziano, Marco Cavallo, Cristoforo Longolio [31] ed altri molti uomini tutti per dottrina e per erudizion singolari. Con questi adunque consumava buona parte del tempo, nè lasciava per ciò d’attendere ancora alla spedizion della sua causa, secondochè sembrami di ricavare da alcune sue lettere [32]; se non vogliam dire, che questo fosse piuttosto un motivo da farsi di tratto in tratto mandar da suo padre danari da potere spendere largamente, siccome pur troppo ei fece tutto il tempo di sua vita. Perciocchè laddove in una scritta al primo di Novembre del 1517, dice a suo padre, che non perda tempo a mandar danari ancor per quella volta, e che non giugnerà a Natale, ch’ei spera d’essere sviluppato in gran parte da’ suoi affanni; trovo che quasi indi a tre anni non era ancora spacciata la causa leggendosi in un’altra lettera scritta parimente a suo padre a’ 20. di Marzo del 1520, ch’egli era certissimo che si meraviglierebbe del suo star così tardo; ma dovesse sapere che ciò non era proceduto per altro, se non perchè aspettava di scrivere alcuna cosa che lo potesse rallegrar con effetti, e non con parole, come sin allora fatto avea; e che essendo la cosa proceduta più in lungo, ch’ei non si credette, gli facea intender, come le sue speranze erano grandi, e maggiori che fosser mai.

Che che fosse però la cagione di così grande indugio, egli è certo che intorno a questo tempo medesimo il Molza s’innamorò fieramente d’una certa Signora Furnia [33] che tra le Romane portava il vanto di assai bella donna. E gli amici veggendolo così bene imbacuccato, se ne prendean un matto piacere; e si trovò per fino chi gli pose il pronome di Furnio [34] talchè poi tutti d’accordo, e chiamandolo e scrivendogli [35] Furnio Mario Molza lo nominavano. Non durò tuttavia gran tempo cotesto suo amore; perciocchè si trova che nel principio del 1522 [36] egli abbandonatala si diede tutto all’amore di un’altra. Del che essendone dagli amici avvisato Gio. Batista Sanga, che allora si ritrovava a Tortosa, egli facendo le meraviglie rispose [37]: Che non crederò iooramai! poichè il Molza ha sostenuto di mutar Amore, e lasciar quella, quellatanto unica Signora Furnia, e lasciarsi cadere in amore, dove averà men bella materia da scriverci.

Chi fosse poi quest’altra donna accennataci dal Sanga, non sarà a noi malagevole di ravvisarlo, sapendo che dopo la Furnia egli si pose ne’ suoi versi a celebrare una certa Signora Beatrice Paregia [38] di cui visse parecchi anni innamorato. Era costei [39] figliuola d’una povera donna Spagnuola di bassissimo legnaggio, e quel che è più, era quasi sino a quel tempo stata piena di rogna; ond’io penso che per questa cagione il Sanga motteggiando dicesse, che il Molza avrebbe in lei avuta men bella materia da scrivere. E perciocchè un gentiluomo Spagnuolo nominato Don Pietro di Bonadiglia [40] aveala poco innanzi presa a favorire; per questo il Molza non potè poi così tosto ritrovar la via d’entrarle in grazia; e perciò stizzato ed annojato delle cose del mondo, posesi in animo di abbandonar Roma ed il consorzio della gente, ed andar a nascondersi in una selvaggia spelonca [41]. Disse di voler partire, ma si fermò tuttavia in Roma: e certo s’egli se ne fosse ito alla spelonca, non gli sarebbe succeduto quell’incontro sinistro, che nel principio di Maggio [42] gli avvenne.

Perciocchè essendo uscito un giorno di casa forse per andare dalla Signora Beatrice, ed azzuffatosi peravventura con qualche rivale; colui, che empio uomo dovea essere, diede al Molza una sì fatta coltellata [43], che poco mancò che il misero non ne morisse. Da principio si credette senza dubbio alcuno che la ferita fosse mortale per giugnere ella al diafragma, onde i suoi amici ne provarono un aspro dolore. Lelio Massimo, che era gran Medico, non gli si potea staccar dal letto, tanto gli premea la salute del Molza. Ed il Longolio, che allora era in Padova per attendere a’ suoi studi, intesa una sì trista novella, rimase così dolente, che non avea parole da esprimerne il rammarico, onde scrivendo al sopraddetto Lelio Massimo [44] dice: Scripta ut vides perquam hilare epistola, ecce de gravissimo, et inopinato Molsae nostri casu fulmen. Omnino verba mihi desunta quibus dolorem meum tibi significem, qui fortasse cohibendus est. Indi passa a pregarlo, che voglia assistere, ed impiegare ogni sua virtù ed industria nel medicarlo: Rogabo modo te, ut quod tua sponte diligentissime facis, in isto curando vulnere, si quidem remediis locus est, studium tuum omne, et industriam adhibeas. Ego enim si quid piae preces, et absentis vota: valent, salutem ei optare non desino: neque profetato modum faciam, dum tu me de exitu rei certiorem feceris.

Ma gli fu pur un tal dolore alleviato alquanto, vegnendogli quasi nello stesso tempo scritto da Marian Castellano, che il Molza non era ancora sfidato da’ Medici. Ciò scrisse a Marc’Antonio Flamminio dicendo [45] Accepi a Mariano literas, ex quibus cognovi quid Molsae nostro istic accidisset. O casum acerbum. Ait ille qiddem a medicis hominem nondum esse deploratum, quamquam ad septum transversum vulnus pertineat. Verumme sollicitum habet continua ista febris, quae nisi cito dissolvitur. Sed non queo plura prae dolore scribere. Fu però il Molza così ben curato dall’ amico suo, che in poco di tempo riebbe la sanità.

Era già pochi mesi innanzi [46] morto il Sommo Pontefice Leone X, gran premiatore d’ogni maniera di virtù: ed essendo stato creato Papa il Cardinal Adriano Fiorenzi Oltramontano detto poi Adriano VI. il quale non si curava gran fatto di Lettere, che sacre non fossero [47], tutti i primi Letterati s’erano dispettosamente partiti di Roma. Per questo motivo, e forse ancora per la pestilenza, che allora cominciava a farsi ivi sentir molto gravemente [48], il Molza si ritirò a Bologna [49], dove non istette gran tempo, ch’egli per la fama del suo nome, e colle sue elegantissime Rime s’insinuò nell’amicizia di M. Camilla Gonzaga Gentildonna bellissima d’aspetto, e che della Italiana Poesia grandemente si dilettava [50]. E perciocchè con essolei consumava il Molza buona parte del tempo in dolci ed eruditi ragionamenti, non è da maravigliarsi, che siccome era inchinato all’amor delle Donne, così di lei pure non rimanesse alquanto innamorato [51]. Il che quantunque sia per se stesso cosa disdicevole e malvagia, nè sia da comportarsi in maniera alcuna giammai; pare non par tanto che al Molza si possa in questo usar qualche compatimento per riguardo al secolo depravato in cui egli vivea, ove trionfava il vizio ed il libertinaggio, ed ove (ciò che è più lagrimevole) da sì fatte cose non si mostravano schife nè anco quelle persone, che per la loro dignità de ne sarebbono assai più dell’altre dovute astenere. Oltrechè non erano poi gli amori del Molza per lo più tali che passassero i confini del Platonico, e del solo riguardamento delle virtù colla esteriore bellezza congiunte; e di questo verso la Signora Camilla noi possiamo sicuramente affermare essere stato tale e che non si mosse nè anco mai a palesarglielo, contentandosi di tenerlo solo entro il suo petto racchiuso. Perciocchè avendogli il Bembo indiritto per la Signora Camilla [52] un Sonetto, in cui dimandavagli, che facesse la Donna sua, se lo tenesse per costume in doglia e ’n pianto, gli rispose:

Dell’ombra sol, che di lei seguo, intanto

Queto i miei spirti e ’n ciò paghi li tegno,

E sì forte è l’error cui dietro vegno,

Ch’io stesso del mio mal mi glorio e vanto.

Così mentre ch’io ardo e ciò non mostro ec.

E questo ho io voluto notare, perchè altri non si credesse peravventura, ch’ei fosse il Fante di Frate Cipolla descritto dal Boccacci nel suo Decamerone.

Con questa Dama adunque s’intertenne quasi tutto il tempo ch’egli si fermò a Bologna, il che fu dal principio del 1523 fino al 1525 [53] celebrandola co’ suoi versi quanto egli, potè il più, del che la Signora Camilla assai si godea; ben conoscendo la finezza e il pregio delle Rime d’un così valente Poeta. Nè già minore era il piacere che il Molza provava per l’altre persone che in quella nobilissima casa faceano la conversazione oltremodo aggradevole; perciocchè oltre due sorelle della Signora Camilla, l’una chiamata Mad. Susanna Contessa di Colisano [54], l’altra Mad. Isabella [55], Dame anch’elleno di rarissime doti fornite, v’interveniva pure M. Galasso Ariosto [56] fratello di Lodovico uomo per la esperienza delle Corti, e per le sue naturali virtudi ragguardevolissimo, e quel che è più, uno de’ vecchi amici del Molza. Onde per distaccarlo da sì fatti piaceri non valse ne anco, che Monsignor Bembo lo andasse di tratto in tratto invitando a venirsene a stare alcun giorno con esso lui nella sua Villetta [57]; perciocchè troppo forte era il laccio, onde venia ritenuto.

In questo tempo medesimo, essendosi gravemente infermata quella Signora Beatrice tanto amata dal nostro Poeta, i Medici perch’ella campasse tra gli altri rimedi ordinarono, che le fossero recisi i biondi capelli. Del che avendo questa giovinetta preso grandissimo dolore, il Molza per consolarnela le compose poi quella bellissima. Elegia [58], che incomincia:

Quid fles abscissi toties dispendia crinis,

Tanto lodata dal Bembo [59]; ove dicendo il Poeta :

Ipse aderam exuvias capitis cum stringeret aegrae

Dira manus, ferro demeteretque comam.

si può sicuramente inferire, che anco la Signora Beatrice per non s’impacciare in que’ gavoccioli Romani, si fosse a Bologna ritirata.

Ma essendosi in gran parte mitigata la pestilenza, e per la creazione di Clemente VII. due anni innanzi succeduta [60] essendo di nuovo a Roma concorsi i migliori Letterati d’Italia, anche il Molza nel principio del 1626 [61] si determinò di lasciare Bologna, ed alla sua tanto amata Roma ritornarsene. Quivi toccò a lui pure d’essere spettatore dell’infelice e memorabil Sacco succeduto nel 1527, e di tutte quelle empietà, e danneggiamenti, che far mai puote la militare insolenza. Il che lacrimando espresse in una Elegia a M. Luigi Priuli suo amico, che allora si ritrovava in un’amena villetta de’ Monti Euganei:

His tecum decuit potius me vivere in oris

Quam spectasse urbis funera Romuleae;

Quam saevas acies, truculenti et Theutonis iras,

Ustaque ab Hispano milite templa Deum.

Vidi ego vestales foedis contactibus actas

Nequicquam sparsis exululare comis;

Collaque demissum ferro, gravibusque catenis

Romanum sacra procubuisse via etc.

Perchè stomacato da tante indegnità e scampato da sì evidenti pericoli s’indusse finalmente ad abbandonar Roma, e portarsi alla Patria sua [62] ove già da tant’anni con gran dispiacere de’ suoi stato non era.

Avea in quest’ultimo tempo ch’egli stette a Roma conversato molto dimesticamente con M. Benedetto Lampridio uomo in ogni genere di Letteratura, e principalmente nella Poesia latina solennissimo: e siccome questi prendea della conversazione del Molza grandissimo piacere, per esser egli oltre alla scienza uomo ancora molto faceto e piacevole; così veggendolo partire sì presto ne provò un singolare rammarico, tanto che gli scrisse poi la bella Oda, che nel primo Volume [63] della Raccolta del Toscano impressa si vede. Da questa sembrami di poter ricavare sicuramente, che il Molza non se ne andasse tanto a Modena per rivedere la Patria sua, ei suoi congiunti, quanto per poter attendere ancora con tutto l’agio a’ segreti della Filosofia in quella selvaggia spelonca, ove sin nel 1522 avea avuto pensiero di andare a nascondersi. Era poi questa spelonca situata presso ad una Villa del contado Modenese detta Gorzano tra Solara e S. Felice in un antico e vasto bosco chiamato della Saliceta, ed anco di Gorzano. Il che par che si tragga chiaramente dalla prima strofe dell’Oda sovraccennata, ove leggesi:

Ergo tu sine me, me sine tu gradum

Vertis, Furni [64] animae non quota pars meae.

Natalem ad Mutinam, et Garziacum tuae

Speluncae nemus adsitum?

Nè già debbe far caso alcuno, che il Lampridio dica Garziacum e non Gorziacum; poichè lasciando stare, che ciò può essere errore di stampa, queste cotali mutazioni ancora sogliono occorrer assai agevolmente a chi scrivendo non ha molta pratica de’ nomi del paese, come dovette essere il Lampridio, che fu da Cremona. Aggiungasi che in tutto il territorio Modonese non evvi bosco alcuno, in cui potesse il nostro Autore tener liberamente la sua Spelonca, fuorchè questo di Gorzano; perciocchè ivi pur al presente la famili, ond’era la madre del Moiza, vi possiede tenute e casini da villeggiare; ed è probabile ch’egli ancor per questo inclinasse più da questa parte che da altra,perchè era assai più dalla madre amato che dal genitore, siccome scrive il Lancilotti [65]. In cotale spelonca per tanto si sarà molto spesso portato il Molza quel poco tempo ch’egli questa volta si fermò alla Patria, il che dovette essere poco più di un anno; perciocchè sin nell’Aprile del 1529 io veggio [66] ch’egli si ritrovava di nuovo in Roma.

Era appunto circa questo tempo [67] stato creato Cardinale il Sig. Ippolito de’ Medici figliuolo di Giuliano detto il Magnifico Duca di Neomorso, e nipote di Leone Xe di Clemente VII. Sommi Pontefici [68]; il quale dotato essendo di un felicissimo ingegno, e di una sceltissima letteratura fornito, volle fin dal principio formar la sua Corte d’uomini per dottrina e per erudizione ragguardevolissimi. Tra i primi che il Cardinale si traesse in Corte, fu Francesco Maria Molza [69], il di cui nome era già non solo in Roma, ma per tutta Italia famoso; e tanto prese questo Principe ad amarlo ed a favorirlo, che siccome scrive Benedetto Varchi [70], essendo venute novelle (benchè poi riuscirono false ) dalla vacanza di quattromila ducati di rendita l’anno, egli spontaneamente gliela donò. Nè già si potrebbe esprimere, quanto volentieri stessero in questa Corte tutti quelli, ch’ebbero la sorte d’esserci ammessi; perciocchè il Cardinale non gli tenea già come servidori, ma li trattava piuttosto come amici e compagni [71], conversando con esso loro dolcemente, e studiando e discorrendo di cose massime che alla Poesia Italiana s’appartenessero; nella quale egli con somma lode s’esercitò, e ne lasciò ancora saggi del suo meraviglioso ingegno [72].

I Letterati poi, che formavano questa sì nobil Corte, furonsi M. Bernardino Salviati [73] che fu poi Cardinale, uomo per prudenza e per dottrina assai riputato; M. Gandolfo Porrino [74] Modonese vago e gentil Poeta; Marc’Antonio Soranzo [75] giovane di rarissimo ingegno, M. Claudio Tolomei [76] poscia Vescovo di Corsola, uomo singolare in ogni genere di letteratura, e molti altri. Nè già è cosa da sì tacere assolutamente la piacevolezza, che racconta Pietro Aretino [77] essere stata fatta in questa Corte dal nostro Molza e dal Tolomei per dar materia da ridere al Cardinal loro Signore. Perciocchè avendo entrambi d’accordo composta una vaga e curiosa Commedia, e datala da apparare a tutti gli staffieri e famigli di stalla, insegnaron loro così acconciamente tutti i gesti e i modi di recitarla con bella grazia, che postisi a rappresentarla fecero meravigliar tutti gli spettatori: onde per la gran folla, che da tutta Roma concorreva al Palazzo, convenne loro metter guardie alla porta, perchè facessero star fuori tutte le gran gentaglie.

Ebbe poi quivi occasione di rendersi amici molti de’ più ragguardevoli Cardinali e Prelati di quel tempo; tra i quali annoverar si debbono Ercole Gonzaga Cardinale di Mantova, a cui scrive una Lettera [78] pregando S. S. Reverendissima a comperare una scelta libreria di MSS. che era per esser trasportata in Inghilterra; Il Cardinale Benedetto Accolti [79], con cui sin che visse ebbe non solo servitù, ma ancora una singolare amicizia; Monsignor Paolo Giovio [80] Vescovo di Nocera, ed Istorico nobilissimo. Monsignor Giovanni Guidiccioni [81] Vescovo di Fossombrone, e uomo non solo nelle scienze e nelle sacre erudizioni, ma nella Poesia Italiana eccellentissimo, e molti altri, che è soverchio il nominare.

Intanto che il Molza così dolce e riposata vita godeasi in questa Corte, i Genitori suoi infermatisi amendue gravemente, nell’ora istessa cioè alle dieci l’uno de’ 13., e l’altra de’ 14. d’Agosto del 1531 si morirono in Modona, con dispiacere universale de’ cittadini, per essere state persone di santissimi costumi, e grandi limosiniere. E poichè M. Tommasino de’ Lancilotti [82] nella sua Cronica, che MS. conservasi nell’Archivio segreto della città di Modona, ci dà molte belle notizie così della morte e de’ funerali, come de’ costumi di queste due degnissime persole, non come di cose intese da altri, ma vedute da lui medesimo, non mi graverò di portare quello squarcio, che su questo proposito m’ è stato con singolar, cortesia insieme con altre notizie spedito dal Signor Abate Gio. Batista Vicini Modenese letterato di sceltissima erudizione, e Poeta di finissimo gusto, come dimostrano le molte vaghe Rime, che di lui si veggono in istampa.

Dice adunque:

1531. adì 13. Agosto il Magnifico fra Lodovico fu di M. Nic. dalla Molza nobile Modonese, e Frate del Terz’Ordine di S. Francesco di Osservanzia è morto d’età d’anni 68. a ore 10. e mezza, e a ore 23. e mezza è stato portato a seppellire senza pompa a S. Cecilia vestito d’una veste da Frate in su la corda della bara portato, dalli suoi fratelli del Terz’Ordine; non v’era se non venti Frati di S. Cecilia e 30 Preti senza suono nissuno di campane con otto torcie alla bara accese. Questo era un uomo magnifico in questa città, e ricchissimo più che cittadino che gli fosse; e della sua roba la distribuiva assai ai poveri, di modochè alle volte ne aveva disaio la casa sua: dicendo lui alla sua consorte Suora Bartolomea della casa Forni, la quale è in caso di morte ancor lei: facciamo pur delle elimosine sino che Dio ci aiuterà; perchè noi ne potiamo meglio ritrovarne che non farà li poveri. Così hanno fatto più di trentacinque anni, che sono stati frati e suore, ed alcuni dicono anni 40, che sempre sono vissuti insieme casti del corpo. Detto fra Lodovico sempre nel tempo di sua vita s’è esibito al servizio della magnifica Comunità in essere suo Sindico, in edificare il Monte della Pietà, ed in fare altre opere pie, sempre egli è stato favorevole, e dato del suo in buona quantità, ed in fare li negozj della magnifica Comunità sempre senza salario, di modochè più aveva a cuore le cose del pubblico che le sue. Al presente per esser infermo, vedeva volentieri li suoi amici, quando lo andavano a visitare; il simile li poveri facendogli fare elemosine. Quelli di casa per levargli quello fastidio, e per sua utilità hanno tenuto serrato la porta della casa più di quattro dì, che appena si vedeva il naso ai quelli che l’aprivano, acciocchè nissuno non lo andasse a visitare.

E dopo alcune altre cose, che non fanno al proposito nostro siegue :

Fra Lodovico ha un suo figlio per nome M. Francesco Maria, il quale è in Roma uomo litteratissimo, e bene amato da tutta la Corte Romana, e perchè era uomo alquanto lascivo, che questo non piaceva al padre suo., in il suo testamento non li lascia se non il vivere, lasciando tutta la sua roba alli figli suoi, li quali erano al presente quattro.

Parlando poi della morte di Mad. Bartolomea madre del Molza dice:

Adì 14 Lunedì la Magnifica Mad. Bort. consorte fu del Magnifico M. fra Lodovico Molza sopraddetto, Suora del Terz’Ordine di S. Francesco de Osservanzia, e gran limosiniera, è morta questo dì a ore 10, secondo si dice, a ore 24. è stata seppellita (dopo la morte del detto suo consorte, dicendosi quando vivevano, domandarono in grazia a Dio, ed a S. Francesco di non morire l’uno senza l’altro) in S. Cecilia, vestita da Suora del Terz’Ordine, colli suoi panni senza pompa in su le corde della bara portata dalli fratelli del Terz’Ordine, non essendo se non 18 frati di S. Cecilia, e 20. Preti, senza suono di alcuna campana, e conotto torce accese alla bara.Questa era una donna magnifica in questa nostra città, grande elemosiniera, e tutta con il suo consorte di Dio e delli Santi, si saria da scrivere assai di queste due persone sante e da bene; la conclusione è, che chi ben vive, muore. Suo figliuolo unico M. Francesco Maria amato sommamente, da lei più che dal padre, non vi è stato per essere a Roma uomo litteratissimo, ed amato da tutta la Corte; come supera la morte delli detti, credo ne sarà dolente più della madre che del padre per più rispetti.

Da così fatte parole del Lancilotti molte belle notizie a noi derivano intorno alla Vita del Molza. E prima, ch’egli fu diseredato dal padre, perchè era alquanto lascivo; ma io stimerei piuttosto, che ciò avvenisse, perchè non volle mai stare alla Patria sua [83], siccome ardentemente desideravano i genitori, a’ quali insieme con M. Masina moglie del Molza toccò ad allevare i quattro figliuoli, ch’egli ebbe in que’ cinque anni, che dopa d’aver presa moglie a Modona si fermò. L’essersi poi lasciata ogni cosa a’ figliuoli del Molza, fu cagione ch’ei s’ebbe più volte ad adirare con M. Camillo suo figliuolo maggiore; perciocchè non era così diligente, come il Molza desiderato avrebbe, a mandargli i danari; onde in una lettera che MS. presso di me si conserva, così risentitamente gli scrive: A la barbaccia mia M. Camillo siamo a Natale, e ’l Vostro Mulattiere non è comparso altrimenti e tutte le vostre promissioni sono andate in fumo; e dopo alcune cose tutto sdegnato soggiunge: O cielo, o terra! io non posso scriver più oltra, ch’io ti riscalderei gli orecchi in guisa, che ti farei conoscer quello che meritano le tue bugie.

Quanto poi a ciò che si diede a credere il Lancilotti, che come il Molza saperà la morte delli detti, ne sarà dolente molto più della madre che del padre: io sonodi parere, che il fatto andasse molto diversamente. Perciocchè fu tanto il dolore ch’egli prese per la morte d’entrambi, che per molto tempo non se ne seppe dar pace [84]; anzi in un Sonetto ei prega quest’anime belle, che si facciano a mitigare il suo inconsolabile affanno; il qual Sonetto per essere in ogni sua parte leggiadrissimo, mi piace di apportare:

Anime belle, che vivendo esempio

Deste quaggiù et ogni virtute ardente;

Or nel più chiaro cielo, e più lucente

Schernite il mondo scellerato ed empio:

Me, cui gravoso, e non più udito scempio

Preme dì e notte senza fin dolente

Mirate spesso; e stringavi la mente,

Ch’io son per voi di Dio pur vivo tempio.

E poichè senza me finiste il corso,

Che natura vi diede, ambi ad un tempo,

Salvando il nodo, che vi strinse, interni

Porgete, io prego, di lassù soccorso.

Al viver mio, in cui troppo m’attempo,

Cercando in seguir voi destro sentiero.

La circostanza della morte de’ genitori del Molza seguita nell’ora medesima, siccome di sopra si disse, mosse la Signora Vittoria Colonna Marchesana di Pescara e Poetessa di quel grido che ognuno sa a scrivergli quel Sonetto, che incomincia :

Al bel leggiadro stil subbietto eguale;

a cui il Molza anch’ egli rispose con un altro non meno elegante»che incomincia:

Ben fu nemico il mio destin fatale.

Quantunque però il Molza fosse stato diseredato dal padre suo, non avveniva per questo, che non gli stessero a cuore gl’interessi della sua casa, e de suoi figliuoli. Anzi conoscendo, quanto di danno era stata alla sua famiglia una lite, che sin dal 1513 avea con M. Niccolò Molza suo cugino intorno ad una eredità di M. Francesco Molza [85] bramava, che gli si presentasse occasione di poter con buona licenza del Sig. Cardinale andar a Modona per vedere, d’accordarsi col cugino; giacchè ciò vivente il padre non era potuto riuscire. Non andò non pertanto guari, ch’egli fu soddisfatto di cotesto suo desiderio. Perciocchè facendosi allora da Carlo V Imperadore grandi preparamenti per resistere al Turco [86], il quale acceso dell’ignominia della ributtata di Vienna allestito avea un grossissimo esercito per costrignere Cesare a fare giornata seco nella Germania: e il Pontefice in una contingenza così importante promesso avendogli di soccorrerlo con quaranta mila ducati ciascun mese; gli mandò Legato il Cardinale Ippolito suo nipote, il quale per essere anch’egli molto inchinato all’arte della guerra, accettò molto di buon grado una sì fatta spedizione, e poco dopo da Roma si dipartì.

Il Molza siccome uomo nemico dell’armi e della guerra ottenne molto agevolmente dal Cardinale, di restarsene a casa. Perchè presa sì bella occasione se ne andò, com’egli bramava, a Modona [87] ove in brevissimo tempo gli venne fatto d’aggiustare tutte le bisogne di sua casa, e di porre in buono stato ancora la lite che avea con M. Niccolò; la quale finalmente a’ venti di Giugno del seguente anno [88] si terminò. In questo tempo medesimo ch’egli si ritrovava a Modona gli morì un suo figliuolo in età assai fresca per nome Niccolò, ciò fu a’ 26. Luglio 1532. e scrive il Lancilotti ch’era un galante figlio, e da bene; aveane tuttavia, come dicemmo, tre altri, cioè Camillo letterato e costumatissimo giovinetto, il quale era stato sotto a’ suoi avoli religiosamente allevato ed istrutto nelle lettere da Don Giovanni de’ Berettari detto Poliziano dottissimo Sacerdote Modonese: Alessandro fanciullo anch’egli assai vivace: ed Ercole, di poco ingegno, e di minore abilità degli altri due [89].

Non si fermò però il Molza tutto quest’ anno a Modona, poichè vinto dai replicati inviti di Monsignor Bembo, si portò a visitarlo a Padova, e si trattenne qualche ora con essolui con sì fatto piacere di quel grande uomo, ch’ei non potè non esprimerlo in una lettera al Protonotario de’ Rossi [90] dicendo: Io ho goduto il Molza alcune poche ore, che tuttavia mi sono parute molte al gran diletto ch’elle mi hanno apportato. Vidilo mal volentieri partir così tosto, ed ho a V. S. grande invidia, che sel gode, ed ode e sente a piena soddisfazion sua. Partitosi poi da Padova se ne andò verso Mantova, ove si stette, quasi tutto il Novembre di quell’anno in compagnia del Protonotario de’ Rossi, e credo presso il Cardinale Ercole Gonzaga, da cui fu molto favorito ed amato [91].

Ma già il Cardinale de’ Medici terminata avendo gloriosamente la sua legazione, e respinte con diece mila fanti assoldati del suo quelle prime schiere di Barbari che si erano inoltrate nell’Ungheria [92], se ne ritornava trionfatore in Italia: onde il Molza si portò incontanente a Roma [93] per poter essere in pronto ad accoglier il suo Signor vittorioso, e per non esser degli ultimi a congratularsi con essolui d’una così segnalata impresa. Anzi inteso avendo, che questo Principe deposta per vaghezza giovanile la Cardinalizia porpora [94] erasi nel ritornar ch’ei facea, messe intorno le vestimilitari; gli compose il seguente elegantissimo Epigramma, in cui lusinghevolmente commenda un così fatto pensiero, e procura toglierne adaltrui la meraviglia dicendo:

Hippolytum Medica cernis qui gente viator

Et juvenem ignota veste nitere vides.

Cur ostro tectus non sit, si forte requiris,

Accipe, et haec placida perlege mente precor.

Danubii ad ripas his quondam cultibus acrem

Submovit Turcam finibus Ausoniis,

Ultima Bactra olim, viresque Orientis et Indum

In nostrum veheres cum Solimane caput.

Iure igitur sumtis colitur dux maximus armis,

Quorum praesidio libera turba sumus.

Ipsum alias decuere sacræ redimicula mitræ,

Et pressit flavas infida pura comas.

Hinc diversa novos dispensant tempora cultus:

Tu modo victorem ter veneratus abi.

Soleva il Cardinale alcuna volta [95] per togliersi dalla folla degli affari, e da’ rumori della Corte Romana portarsi con alcuni de’ suoi più cari cortigiani a Fondi a ritrovare la Signora Giulia Gonzaga moglie di Vespasiano Colonna Signor di quella Città; la quale per esser donna a incomparabili bellezze [96], di singolare onestà, e di esquisite virtù egli riveriva ed osservava sommamente; e poichè quivi si trattenean tutti di brigata in liete conversazioni, e in dolci ragionamenti, il Molza, che era bel parlatore, colle sue berte e colle sue piacevolezze s’avea così acquistato il favore di questa Dama, ch’egli ogni giorno ne ricevea singolari dimostrazioni d’affetto. Onde avendo il Cardinale Ippolito fatto dipingere il di lei ritratto da Frate Sebastiano del Piombo Pittor Veneziano eccellentissimo [97]: egli pure per dimostrarlesi grato de’ tanti favori, vi volle compor sopra parecchie Stanze così gentili e meravigliose, che persino Monsignor Pietro Bembo non si sdegnò d’illustrarle, con alcune bellissime Annotazioni [98].

Servivasi poi il Molza della intercessione di questa Signora per rientrare in grafia col Cardinale, ogni qualvolta egli era con essolui in rotta, il che penso avvenisse non di rado, per essere il Molza omo nelle sue cose assai trascurato. Onde una volta, che era in disgusto più che mai, scrive a Gandolfo Porrino, che allora si ritrovava a Fondi presso la Signora Giulia, in questa maniera [99]. Mi farete grandissimo piacere a mandarmi alcuna lettera dell’Illustrissima Signora nostra indrizzata al Patrone, perchè io possa avere occasione di entrare in ragionamenti con Sua S. Non vorrei già che nelle lettere ella mostrasse di avere indicio alcuno sopra di ciò; ma che mi raccomandasse di nuovo, e gli rendesse grazie della cura ch’egli ha presa di me; e questo quasi facesse con tai parole: Scrivendo a V., S. non posso fare ch’io non le raccomandi il Molza, benchè io penso ciò non esser necessario; avendo inteso qualmente egliè rimaso appieno soddisfatto da lei: pur ogni comodo, cheglifarà V. S. Illustrissima, a me sarà sempre carissimo. Tali, o simili parole, come viparerà più a proposito. E certo che la Signora Giulia avrebbe fatto per il Molza non pur questa, ma qualunque altra gran cosa, tanta era l’affezione che gli portava. Il che si potè vedere eziandio alcuni anni dappoi, perciocchè essendosi ella ritirata verso il 1538 in un monastero va Napoli [100] per viver una santa e riposata vita, ed essendovi andato a visitarla Annibal Caro, al solo accennarle, ch’era amico del Molza, ella gli fece mille accoglienze, nè sapea rimanersi di ragionare di lui. Il che Annibal Caro gli espresse in una lettera dicendo [101]: Di questa Signora non posso dir cosa, che non sia stata detta, e che dicendosi non sia assai men del vero: la maggior parte de’ nostri ragionamenti furono pur sopra al Sig. Molza. Come trionfa il Molza? Come dirompe? Come fa delle berte? e simili altri vostri modi di parlare, che in bocca di questa donna potete immaginare, se son altro che Toscanesmi. Fermossi all’ultimo in domandarmi come siete innamorato. Considerate se ci fu di ragionare. In somma vi vuole un gran bene:desidera vedervi una volta a Napoli, e vi si raccomanda.

Benchè però il Molza venisse non poco distratto ne’ suoi studj, ed impedito dagli affari della Corte, e dagli amoreggiamenti, che di mano in mano lo andavan trattenendo, non lasciava per questo d’esercitarsi nella Poesia così Italiana come Latina, che anzi non rifinava mai di celebrare il suo sacro Signore or con vaghe e pulite Rime, or con puri e dilicati Epigrammi [102]. Ne già lasciava di comporre ancora in prosa nell’una lingua e nell’altra; perciocchè e nella Italiana dettò parecchie piacevoli novelle, e molte vaghe lettere, secondochè accenneremo più innanzi; e nella latina diede in questi tempi medesimi un tal saggio della sua meravigliosa eloquenza, che ridusse un gran personaggio in istato di dover uccider il Duca di Fiorenza, per isgravarsi in qualche parte dell’infamia, che per un’Orazione del Molza venuta gli era. Per esser questo punto uno de’ più considerabili, che avvenissero in quel tempo, chieggo licenza a’ miei cortesi Leggitori di poterlo apportare alquanto più diffusamente, che forse non si converrebbe in una corta vita d’uno scrittore.

Abitava allora in Roma Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici [103], il quale a distinzione d’alcuni altri dello stesso nome veniva comunemente chiamato il Sig. Lorenzino; uomo bensì di buone lettere [104], ma di un ingegno torbido e di stranissimi costumi [105]. Costui pensando che in Roma gli fosse lecita ogni cosa per essere parente del Papa e del Cardinale de’ Medici, senza far motto a persona del mondo, si porta una notte con alcuni suoi famigliari all’Arco di Costantino, e in altri luoghi, dove erano Statue antiche di bel lavoro e di più fino artificio, e quivi fe’ loro temerariamente troncar le teste. La mattina scopertosi il fatto cominciò il popolo a levarsi a romore, tantochè ne pervenne la novella a Papa Clemente; il quale secondochè scrive Benedetto Varchi [106] sentì un sì grave rammarico, che comandò (non pensando che fosse stato Lorenzo) che chiunque fosse colui, che tagliate le avesse, eccettuato solo il Cardinale de’ Medici, dovesse esser subitamente senz’altro processo appiccato per la gola. Il Cardinale,a cui forse ilreo erasi raccomandato, andò subitamente dal Papa a scusare Lorenzo come giovane e desideroso secondo il costume de’ loro maggiori di cotali anticaglie, e con fatica potè mitigare il suo sdegno, chiamandolo l’infamia e ’l vitupero della casa de’ Medici. S’ebbe nondimeno a partir di Roma per due bandi pubblici, uno de’ Caporioni, che non potesse stare in Roma mai più, l’altro del Senatore, che chiunque l’uccidesse in Roma dovesse essere non che punito ma premiato [107]. Non increbbero però gran fatto a Lorenzo cotesti bandi; quello che lo trafisse e lo conquise totalmente si fu che il nostro Molza nell’Accademia Romana alla presenza di molti Cardinali e Prelati e di quasi tutta la nobiltà Romana recitò contro di lui un’elegantissima Orazione latina [108] così pungente, e piena di strazj e di motti penetranti al vivo, che il misero costernato e confuso si pensò di non poter levarsi giammai questa maschera di viso, se una così indegna operazione con un fatto di grandissimo coraggio e d’inaudita novità non compensasse. Perchè portatosi a Firenze sua Patria, e pensando che gloriosissima impresa stata per lui sarebbe se egli dal nuovo giogo del Duca Alessandro suo parente l’avesse liberata, seppe con varj infingimenti tanto prendere l’animo malavveduto del Duca, che dopo alcuni anni ridottolo finalmente in camera sua, egli con un suo sgherro per soprannome Scoronconcolo lo sgozzò, e di più ferite crudelmente l’uccise [109]; consiglio veramente assai più scellerato del primo, ma però che col successo gli mostrava apparenza d’onoratissima lode.

Che Lorenzo poi s’inducesse ad uccidere il Duca per iscansare con un nuovo fatto l’ignominia recatagli dall’Orazione del Molza, che asserisce costantemente il Giovio [110]. E Benedetto Varchi nella sua Storia [111], quantunque accenni ancora altre cagioni; pure afferma, che da molti si dicea, che egli si messe a cotanto pericolo per iscancellare quell’ignominia che dai due bandi datigli in Roma, e dall’Orazione fattagli contra dal Molza seguita gli era. Ben sarebbe da ricercarsi qual motivo inducesse il Molza a volerlasi prendere contro di Lorenzo, non appartenendo punto tal cosa a’ fatti suoi; anzi parendo piuttosto, che per esser egli cortigiano del Cardinale de’ Medici dovesse più d’ogn’altro tacere in un sì fatto incontro. Alessandro Zilioli nell’Istoria delle Vite de’ Poeti [112], che, MS. conservasi apresso il chiarissimo Sig. Apostolo Zeno dice, che fu stimato, che a ciò fosse sospinto dalla stravaganza della sua natura, e dall’odio occulto che portava a Lorenzo per lo sprezzoche costui avea fatto d’alcune sue composizioni, e della maniera della vita sua. Ma in questo penso, che il Zilioli vada molto lontano dal vero. Perciocchè la natura del Molza non era poi tanto stravagante, che senza motivo alcuno volesse condurlo a trafiggere per sì fatta maniera uno di famiglia cotanto nobile, e a cui era egli cotanto tenuto; dipoi è cosa assai difficile, che egli si volesse recar a male, che le composizioni sue fossero disprezzate da Lorenzo, mentre n’avea per ammiratori i primi Letterati d’Italia; ed allo ’ncontro Lorenzo benchè sapesse di lettere, non ne facea però gran fatto professione, nè correva il grido di Letterato. Quanto poi alla maniera della vita, mi parrebbe di poter affermare indubitatamente, che il Molza piuttosto avesse cagione, onde sprezzar quella di Lorenzo, che egli quella del Molza, come si può vedere nel libro xv. della Storia del Varchi, ove alle virtù di Lorenzo viene fatto il dovuto panegirico. Si può adunque credere che il Molza poichè era grande antiquario [113] fosse a ciò fare stimolato dall’amore, ch’egli avea a cotali anticaglie, e dallo sdegno che a vera provato nel vederle sì malamente rovinate dalla imprudenza d’uno scioperato [114], e non già da odio che portasse a quel Signore. Perciocchè allor ch’egli ebbe ucciso il Duca, e che i malcontenti, e molti altri che godevano della libertà della patria, chiamavano Lorenzo il Tirannicida e il nuovo Bruto Toscano, il Molza pure pentendosi dell’Orazione fattagli contra, e quasi ridicendosi, fece in onor suo questo bellissimo Epigramma [115] .

Invisum ferro Laurens dum percutit hostem,

Quod premeret Patriæ libera colla suæ;

Te ne hic nunc, inquit, patiar qui ferre Tyrannys

- Vix olim Romæ marmoreos potui?

Poca dopo che Lorenzino ebbe rovinate quelle Statue, Papa Clemente VII uscì di questa vita [116], e fu creato Paolo III detto prima Alessandro Farnese Cardinale d’Ostia. Questi nel principio del 1535 fece metter prigione il Conte Ottavio della Ghienga [117], il quale era uno de’ primi uomini ch’avesse il Cardinale de’ Medici, e nella mattina medesima essendo il Cardinale scavalcato al Palagio di San Pietro, gli fu da’ Palafrenieri del Papa tolta la mula sotto spezie del non aver pagato certe rigaglie, ch’eglino dicevano appartenersi loro. Perchè il Cardinale Ippolito temendo non forse il Papa fosse mal satisfatto del suo contegno e del suo spirito guerriero, si partì subitamente di Roma con tutta la sua Corte, e se ne andò alla sua villa di Castel S. Angelo. Quivi adunque dovette ancora il Molza fermarsi, ansino a tanto che avendo il Papa liberato di prigione il Conte Ottavio, e per mezzo dell’Ambasciatore di Cesare fatto assicurare il Cardinale, che non gli sarebbe usata violenza alcuna, egli colla sua Corte se ne ritornò di nuovo a Roma. E scrive il Varchi [118] ch’era tanto grande l’affezione, ed il rispetto, che tutta la nobiltà Romana portava al Cardinale de Medici, che il giorno che egli ritornò a Roma, non fu gentiluomo alcuno di qualunque grado egli si fosse, che non gli andasse incontro insin fuora della Città, per accompagnarlo al Palagio del Papa, e poi alla casa sua.

Questa fu l’ultima volta che il Molza potè in Roma godere della presenza del suo amorevolissimo Cardinale, perciocchè bramando questi di portarsi a Tunisi all’armata, ove si ritrovava l’Imperadore, per veder d’accomodar le cose sue col Duca Alessandro [119], si partì verso la metà di Settembre da Roma, e frattanto a Itri villa del Contado di Fondi sene andò. Il Molza accompagnato che ebbe a Itri il Padrone, ottenne di potere stare alcuni giorni a Fondi presso la Signora Giulia Gonzaga, della quale parlammo di sopra; ma desiderava tuttavia anch’egli d’andarsenecol Cardinale in Africa, se pure glielo avesse voluto permettere. Di tutto questo scrisse da Fondi a Gandolfo Porrino [120] dicendo: Se Dio vi mantenga sano ed in grazia dell’Illustr. Signora Donna Giulia, appresso della quale ora dimoriamo il giovane Soranzo ed io; date ricapito a queste mie subitamente. E poco dopo: Il Cardinale nostro si ritrova a Itri con maggior desiderio di passar in Africa, che non ebbe mai Rodomonte di venire in Italia. Ed io mi son mosso dietro a lui per fare il medesimo; ma perchè Sua S. Illustr. ha bisogno di gente da portare spada e lancia,penso che ’lgiovane ed io per questa volta resteremo d casa.

Ma già s’avvicinava l’ora fatale, in cui il Cardinale de’ Medici dovea uscir miseramente di questa vita, e lasciare il Molza e gli altri cortigiani in una estrema afflizione, ed in un continuo pianto; Ai due d’Agosto del 1535, per essere in que’ gran caldi sovente andato da Uri a Fondi a ritrovare la Signora Giulia, cominciossi a sentir di mala voglia, e in questa maniera si stette fino ai dì cinque, del mese predetto: nel qual giorno standosi in letto, e vegnendogli recata dal suo Siniscalco una minestrina bollita in peverada di pollo; mangiata che l’ebbe si sentì subitamente tutto travagliato, e roderglisi lo stomaco. Perchè lagrimando fatto chiamare M. Bernardino Salviati, gli disse d’essere stato avvelenato, e d’essergli dal Siniscalco stato porto il veleno. M. Bernardino tutto dolente uscì di camera, e conferita ogni cosa cogli altri cortigiani fece pigliar questo scellerato, e metterlo al tormento, il quale con poca difficoltà confessò, il suo empio delitto, additando eziandio ove si stessero i sassi, con cui avea pesto il veleno [121].

Il Cardinale frattanto peggiorava senza modo, e s’andava a gran passi accostando alla morte; onde ne fu subito spedito un messo, che ne avvisasse la Signora Giulia e il Molza, e ’l Soranzo, i quali subito accorsero, elo trovarono che si andava a poco a poco consumando con una picciolissima febbre e lenta, di maniera che a’ 10 di Agosto del 1535 alle quattordici ore egli si morì miserabilmente in età di soli 24. anni, lasciando come scrive il Varchi [122] di se grandissimo, desiderio non solamente a tutti i suoi servidori, ma ancora a tutta Italia, e massimamente a Roma; perciocchè egli era cortese e di grand’animo, amator grandissimo di ogni maniera di virtù e di maniere lodevoli, e di bella presenza.

Quanto dolore provasse il Molza per una così acerba disavventura, io nol saprei sì di leggieri spiegare: dirò solamente, che tanto gli rimase fitta nel cuore la perdita di un sì caro Signore, che sin ch’egli visse, non rifinò mai di deplorarla; e che eziandio vicino alla morte in quella lacrimevole Elegia, in cui raccomanda agli amici il suo funerale, brama, che morendo gli venga incontro il suo amato Padrone, e che gli sia dato di potere starsene vicino a lui: anzi in un Sonetto a Trifon Bencio [123] ordina, che insino sull’Epitaffio gli venga posto

Qui giace il Molza delle Muse amico,

Del mortal parlo, perchè ’l suo migliore

Col gran Medici suo or vive, e spira.

Sotterrato adunque che ebbero con poca pompa il corpo del Cardinale a Itri [124] i cortigiani tristi e dolenti a maraviglia se ne ritornarono in verso Roma, e ciascheduno di loro se ne andò laddove la fortuna l’andò guidando [125]. Io non ho potuto sapere, dove si stesse il Molza il rimanente dell’anno 1535, truovo solamente che a 3. di Maggio del 1536 egli era in Roma [126], e che in Roma parimente si ritrovava a’ 10 di Agosto dell’anno medesimo; perciocchè Mattio Franzesi grande amico del Molza, e buon Poeta burlesco in questo giorno stesso così scrive da Roma al Varchi [127]: In questo punto io tornoda trionfare col Sig. Molza, con M. Claudio e con M. Antognotto; ma il trionfare non mi fa pro alcuno sendo lontano da chi vorrei stare appresso. Questo trionfare era una frase del Molza, e volea dire, secondochè spiega Monsignor Giovanni della Casa [128] bere e godere allegramente; del che il nostro Autore dilettavasi assai, molto più con una sì dolce compagnia com’era quella di Mattio Franzesi e di M. Claudio Tolomei, uomini molto piacevoli e gentili.

Partissi però da Roma verso la fine d’Agosto [129] dello stesso anno, e se ne venne a stare per due mesi alla Patria sua [130]. Con questa occasione non lascia di portarsi a visitar novellamente Monsignor Bembo a Padova, e quivi trovativi il Varchi e M. Giulio Camillo se ne andò con essoloro a passar quell’ufficio [131] nel mese d’Ottobre. Quindi poi portatosi di nuovo a Modona se ne ritornò fra pochi giorni a Roma [132]; ed ebbe eziandio la sorte di godere in quel viaggio la soavissima compagnia di Monsignor Jacopo Sadoleto [133] Vescovo di Carpentrasso, che nel Dicembre di quell’anno medesimo fu poscia creato Cardinale.

Erasi già il Molza forse per la disavventura succedutagli, e per i continui viaggi ch’egli fatti avea, spogliato in gran parte degli antichi amori così di Beatrice, come anco della Signora Camilla; quando vegnendogli fra questo tempo veduta Faustina Mancina bellissima Gentildonna Romana rimase sì fattamente preso dalla avvenentezza di questa Signora, che cadutagli ogn’altra dall’animo posesi a riverir questa sola, e ad innalzarla con leggiadrissime Rime fin sopra le stelle [134]. Per questa compose egli l’elegantissimo Poemetto della Ninfa Tiberina [135], una delle più belle gioje che abbia la Italiana Poesia, di cui avendone egli lasciate cedere agli amici alcune stanze, si sparse una tal fama della loro perfezione, che persino il Varchi gliele mandò a chieder istantemente da Padova [136]. Nè già queste sole stanze compose il Molza per celebrare la Mancina, ma parecchi Sonetti ancora così in vita, comein morte di lei, i quali tutti fra le Rime del nostro Autore sparsi si leggono. In questo tempo medesimo contrasse egli una sì stretta amicizia con M. Annibal Caro giovane di bellissimo ingegno, e di meravigliosa eloquenza, che sin ch’egli visse, trattone Trifon Benci, che era la sua anima [137], non ebbe il più caro e ’l più fedele amico di lui. Essendo pertanto a’ 10 di Novembre del 1537. venuto da Firenze a Roma in casa di Monsignor Ardinghelli [138] il celebre M. Pietro Vettori, se ne andò con essolui a visitarlo, e trovatolo oltre alla rarezza della letteratura, un uomo eziandio umanissimo e sincero, gli rimasero amendue affezionatissimi, e sinchè stettero a Roma, furono quasi sempre insieme [139].

Avendo poi nel principio del 1538 Monsignor Claudio Tolomei [140] instituita in sua casa [141] una nobilissima adunanza intitolata l’Accademia della Virtù, il Molza fu de’ primi che ascritti vi fossero, e de’ più stimati, intanto che Luca Contile Poeta eccellente, che pur vi s’annoverava, scrivendo a Sigismondo da Este [142] intorno a questi Accademici disse: Primieramente aviamo il Molza, che ognuno lo conosce, e si tiene che nella Poesia latina e volgare non sia oggi (salvo l’onore d’ognuno) chi loagguagli, e degli antichi chi lo superi. Il qual giudizio, quantunque, sia veramente alquanto sbracciato, serve non pertanto a dimostrare in che stima fosse il Molza tenuto da quella nobile adunanza. Era questa formata d’eruditissimi uomini, e stabilita in una maniera affatto piacevole e ridicolosa. Eleggevano un Re per ciascuna settimana [143], in fin della quale dovea a’ Signori Accademici dare una bella cena; e cenato che avessero lietamente ognuno era comandato di presentare a Sua Maestà una stravaganza, ed una composizione a proposito d’essa, L’Accademia si chiamava Regno, e Regno della Virtù; gli Accademici avean il titolo di Padre; ond’è che nelle Lettere del Caro si trova spesse volte nominato il Padre Molza, il Padre Trifo, e ’l Padre Leoni, che per aver un terribil nasaccio era per lo più chiamato il Padre Nasone: e perciò essendo una volta Re della Virtù il Caro gli presentò la bellissima e piacevolissima Nasea, che è colla Ficheide del Molza, e nel libro 2. pag. 73 delle Lettere facete raccolte da Francesco Turchi impressa si vede.

In così dolce adunanza adunque trionfò il Molza tutto il Carnovale di quell’anno; poichè nel principio d’Aprile scrive il Caro [144], che il Regno della Virtù era sbandato. Non è però che da noi si creda ciò che altri [145] mosso peravventura da queste parole del Caro pare volesse affermare; cioè che in questo tempo il Regno della Virtù terminasse del tutto. Anzi io trovo che sino a’ 20 di Maggio del 1640, [146] fioriva più che mai, e seguitava per anco la serie de’ Re; ed essendo mandata la intimazione al P. Caro [147] a Forlì, che dovesse far presentare il suo tributo; si scusa col P. Nasone di non aver avuto in tempo la Lettera, e gli dice anco: Scusatemi col Re passato, adorate la Maestà del futuro, e raccomandatemi a tutti i Padri virtuosi, e sopra tutti al Padre Molza, ed a voi.

Fu però al Molza molto amareggiata la dolcezza, che provar dovea la sera de’ 10, Gennajo al Reame della Virtù per una novella che nel giorno si sparse per tutta Roma, che Pietro Aretino avesse contro di lui stampate alcune Stanze; e dice Annibal Caro scrivendo al Varchi [148] ch’egli lo incontrò tutto affannato ed ansioso, che andava qua e là scorrendo per accertarsi di questo fatto. S’avvide non pertanto assai presto, essere questa una baja inventata da qualche suo nemico per dargli affanno. E certamente l’Aretino non avrebbe avuto mai ardimento di parlar male del Molza, poichè sapea molto bene, che sarebbe stato capace di rispondergli per le rime, quando avesse voluto; ed era arte dell’Aretino di non dir male se non se di coloro, che atti non erano a risentirsi, come giudiziosamente notò l’eruditissimo Sig. Conte Giammaria Mazzuchelli a cart. 173 della Vita di questo strano cervello. Ma assai maggiore fu il rammarico che egli nel Marzo dello stesso anno 1538. provò per una durezza usata, dal Duca di Ferrara verso delsuo figliuolo Camillo, la qual pure ci vien accennata dal Caro in un’altra Lettera al Varchi [149]. Non vi maravigliate, dic’egli, se ’l Molza non vi scrive, che appena parla agli amici, che sono presenti, tanto a questi giorni è stato e sta tuttavia addolorato. La cagione è, che ’l Duca di Ferrara, secondochè egli dice, ha tanto aggirato e spaventato M. Camillo suo figliuolo, che gliha fatto uscir di mano la sua Colomba, cioè quella così ricca pupilla, che gli era promessa per moglie. Questa Colomba, su cui va il Caro scherzando, era M. Lodovica figliuola di M. Paolo Colombo ricchissima Donzella Modonese [150], la quale fece il Duca uscir di mano a Camillo, perciocchè bramavala instantemente per moglie ancora M. Covaino suo primo Cameriero; ond’egli per togliere le gare, fatta far la rinunzia a tutti e due, diedela poscia al magnifico M. Battistino Strozzi [151] Gentiluomo Ferrarese, e Governatore di Reggio: e benchè vi fosse molto da dire e da fare per indurre i genitori della donna ad accordargliela; pur alla fine si concluse il maritaggio colla dote per quel tempo ricchissima di 42000 lire, e a’ 14 Dicembre del 1538 fa pubblicato [152].

Se poi il Molza si dolea e si rammaricava tanto per la perdita di una così ricca pupilla, ei n’avea ben tutta la ragione. Perciocchè questo sarebbe stato l’unico mezzo per rimediare alle ristrettezze, che a provar cominciavansi non pur dalla sua famiglia in Modona per i molti debiti, che per cagion sua avean dovuti fare i genitori, ma da lui medesimo in Roma; essendogli per la morte del suo Signore mancati ancora quegli emolumenti, ond’egli solea poi spendere largamente. Che la famiglia sua, benchè ricchissima di beni fosse angustiata da debiti, ne abbiamo sicuri riscontri nella Cronica del Lancilotti [153]; che poi il Molza stesso si trovasse a termine di non avere onde vivere, lo attesta egli medesimo in una sua Lettera [154]. Perchè essendogli andata a vuoto la speranza d’una sì ricca dote, andava pur cercando qualche mezzo d’ottenere dalla Corte Romana almen tanto, che bastar gli potesse a vivere non del tutto incomodamente. Il Motta suo amicissimo, e uomo di molta autorità emaneggi in quella Corte, da Nizza, ove allora Sua Santità si ritrovava, gli avea a Calendimaggio data speranza [155], che in due o tre giorni l’arebbe liberato da sì fatti travagli. Ma poi non solo non fece nulla, ma non gli diede nè anco altra risposta, benchè scrivesse ogni giorno a Roma di cose eziandio di niuna importanza, e piene di sole ciance [156]. Del che dolendosi il Molza stranamente in una Lettera a Paolo Sadoleto dice: At qua tandem in re tantopere laboramus? Num ut principem locum, aut honorem aliquem publicum, tuear? num ut abacos complures auro argentoque cælato exornem? Num ut exquisitioribus epulis mihi quotidie mensæ extruantur nihil nobis alienius. Tantum illud laboro, ut ea quae usui sunt ad vitam non omnino incommode agendam suppetant: neve his, qui me male oderunt, despicatui sim, ac ludibrio. Nolo commemorare quibus angustiis premar: hoc tantum affirmo, nullum genus incommodi reperiri posse, quo ego non urgear. Quod si in eam me expectationem Motta literis suis non vocasset, aliquid certe novi consilii capere potui. Nunc eo res deducta est, ut nec Roma exeundi, nec (quod pejus est) remanendi ratio ulla jam proponatur.

Ma se il Motta non eseguì quel tanto, che si era impegnato di voler fare a vantaggio del Molza, eseguillo però il Cardinal Sadoleto senza esserne pregato da uomo del mondo [157]. Perciocchè ritrovandosi anch’egli a Nizza col Papa [158] ed inteso avendo essere il Molza in sì fatte angustie, lo raccomandò con tanta caldezza a Sua Santità, e sì acconciamente gli espose i meriti di questo grand’uomo, che il Pontefice disposto anco per se medesimo [159] a favorire gli uomini dotti, diè segni manifesti di volerlo ad ogni modo rendere contento. E di fatto appena Sua Santità giunse in Roma, che ordinò al Cardinale Alessandro Farnese suo Nipote di ricevere il Molza insua Corte [160]; e credo che in questo tempo medesimo gli donasse ancora quel Cavalierato di S. Pietro di scudi dugento l’anno di rendita,  che il Lancilotti dice essersi posseduto dal Molza. Quanto poi fosse amato e tenuto in pregio da questo dottissimo Cardinale [161] suo novello Padrone, si può manifestamente argomentare dalla grossa provvisione, che gli assegnò di ben trecento scudi l’anno, e le spese per sei bocche, e quattro cavalcature [162]; siccome ancora da molti altri favori [163] e dimostrazioni di stima, che gli andò facendo di mano in mano sino alla di lui morte.

Poichè si fu il Molza così bene acconciato ed ebbe sì felicemente provveduto alle cose sue, cominciò di nuovo ad attender a’ suoi studi, ed a far delle berte assai più, che prima fatte non avea. Ed essendo tra questo mezzo stata in Roma eretta da Oberto Strozzi Mantovano [164] la piacevole Accademia de’ Vignajuoli, ove intervenivano i più illustri Letterati di quel tempo, cioè a dire Paolo Giovio, Annibal Caro, Lelio Capilupo, Francesco Berni, Gio. della Casa, Agnolo Firenzuola, ed altri famosissimi; fu forza che ad ogni modo v’entrasse anch’ egli: e siccome per esser l’Accademia de’ Vignajuoli prendeano il nome dalle cose villerecce, e quale si chiamava l’Agresto, quale il Cotogno, quale il Mosto; così anch’egli! dal molto piacergli i fichi si fè chiamare Siceo [165] nome tratto dal Greco ∑ῦχον, che fico significa. Per questo compose egli la famosa sua Ficheide, la quale uscì poi in istampa co’ fichi alla prima acqua d’Agosto l’anno 1539 in 4. ornata d’uno spiritoso Commento d’Annibal Caro sotto il nome di Ser Agresto, di cui favelleremo a suo luogo,

Così viveasi egli molto amato dal suo Padrone, e dagli amici, ed universalmente riverito e tenuto in pregio; e certo per la sua gagliardissima complessione [166] molto tempo ancora sarebbe felicemente vissuto, se co’ suoi disordini non s’avesse tirato addosso un male assai nojoso e pestilente, che oltre l’accorciargli non poco la vita, per più di quattro anni miseramente lo tormentò. Fu questi quel morbo non mai più per lo innanzi veduto, di cui il Fracastoro scrisse l’elegantissima sua Sifilide, e che ne tempi del Molza empiamente e  con brutti spettacoli vagava per tutta l’Italia, essendovi stato portato pochi anni prima da quelli, chesotto Consalvo Cordovavennero a Napoli: ilquale anch’essi l’aveano in compagnia di tante altre gioje, e cose preziose poco fa tolto agli Americani da loro soggiogati [167].

Il Molza sin da’ 10 di Maggio del 1539 [168] trovavasi molto mal concio da cotesto suo male; ma per molti rimedj ed argomenti usativi da varj Medici, e dagli amici suoi si operò in guisa, che al Novembre dello stesso anno [169] era pressochè libero e risanato del tutto. Passò l’anno 1540 in continue diete e regole [170], e gli parea pur di star meglio: onde per ricrearsi alcune volte attendeva a’ suoi studj e trovo che a’ 21 d’Ottobre di quest’anno medesimo Pier Vettori gli mandò da Firenze [171] certi suoi Scritti, perchè fossero da lui riveduti e corretti. In questa maniera potè egli ancor frequentare la nobile Accademia dello Sdegno, che nel principio del 1541 fu in Roma instituita [172], ove intervenivano il Tolomei, il Bencio, il Poggio, Francesco Monterchi, Marco Manilio, Jeronimo Ruscelli, Tommaso Spica, che n’era Principe, e per ischerzo chiamavasi l’Arcisdegnato, il Palatino Segretario, ed altri chiarissimi ingegni, co’ quali si ricreò egli quel poco di tempo, in cui fu meno travagliato dalla sua ostinata malattia [173]. Poco però potè godere di questa così dolce adunanza; poichè alla primavera di questo istesso anno cominciò a sentirsi stranamente aggravato di modo, che era costretto starsene a letto. Mattio Franzesi sotto il dì 8 Aprile 1541  ne scrive al Varchi nella seguente maniera [174]: IlSig. Molza non può tornare nella sanità con tutte le diligenze e cure ch’egli abbia usate di vini allegnati, e di regole o diete, talchè ne fa compassione infino a quel mal traditore, che lo ha assassinato bene tre anni. Egli si trova in SanGiorgio Palazzo ora del Cardinale Farnese, ed in letto. E perchè jeri ebbi pure agio di andarlo a visitare, e gli conferii del vostro essere in Bologna (pensando che vi doveste già essere arrivato) oltre al rallegrarsi di aver nuove di voi, mi pregò, che scrivendovi vi facessi sue raccomandazioni.

Era poco tempo innanzi stato in Modona inquisito d’eresia quel letteratissimo Prete Gio. Beretari, che dicemmo essere stato Maestro del maggior figliuolo del Molza, ed uno dell’Accademia Modonese [175], onde questi per giustificar i casi suoi venne con M. Camillo medesimo a Roma da Francesco Maria, confidando ch’egli colla intercessione del Cardinal Farnese gli avrebbe fatta presto spedire la sua causa. Il Molza lo servì assai bene, e fece che a’ 14 Maggio [176] fu mandata una citatoria a Modona all’Inquisitore, che dovesse subito portarsi a Roma col processo: il quale poi esaminato e conosciuta la innocenza di questo Sacerdote, fu con ogni suo onore in breve tempo assoluto e licenziato di Roma; d’onde poscia partitosi giunse il primo d’Ottobre a ore 23 [177] a Modona insieme con M. Camillo, avendo, come scrive il Lancilotti, lasciato il Magnifico ed Eccellente Francesco Maria Molza in Roma infermo di grave malattia.

Questo male or s’allentava, ed ora cresceva smodatamente. Nel verno parve anco che si mitigasse, e diede qualche speranza di volersene andare; ma la primavera tornò ad infierire, e nella state s’aggravò per sì fatta maniera, che al misero non lasciava trovar pace, nè medicamento alcuno avea forza non che di guarirlo, ma nè anco di farlo in qualche maniera rallentare. Di che egli tutto dolente ne scrisse al Cardinal Benedetto Accolti in una Elegia i seguenti versi:

Tertia nam misero jampridem ducitur æstas,

Ex quo me morbi vis fera corripuit;

Quam lectæ nequeunt, succisve potentibus herbæ

Pellere, nec magico Saga ministerio.

Vecta nec ipsa Indis nuper felicibus arbor,

Una tot humanis usibus apta juvat.

Decolor ille meus toto jam corpore sanguis

Aruit, et solitus deserit ora nitor

Quae si forte modis spectes pallentia miris,

Esse alium quam me tu, Benedicte, putes.

Quid referam somni ductas sine munere noctes,

Fugerit utque omnis lumina nostra sopor?

Et toties haustum frustra cereale papaver,

Misceri et medica quidquid ab arte solet?

Saevit atroce morbi rabies, tenerisque medullis

Haeret, et exhaustis ossibus ossa vorat etc.

E fu appunto allora [178] che il Molza compose anco quell’ altra lagrimevolissima Elegia ad Sodales, ove annuncia loro la vicina sua morte; e tra l’altre cose, che sembra più gl’increscano, egli è il dover morire in lontananza di sua moglie e de’ suoi figliuoli, ch’erano a Modona, dicendo:

Vobiscum labor hic fuerit, quando his procul oris

Ignara heu nostri funeris uxor abest.

Uxor abest, nostrique diu studiosa videndi

Pro reditu patriis dona vovet laribus.

Haec potuit praesens nato comitata feretrum

Floribus et multa composuisse rosa.

Mentre il Molza si ritrovava in uno così misero stato, corse voce per tutta Italia che egli fosse morto; e fu così creduta questa menzognera novella, che alcuni de’ suoi amici si fecero persino a piangerne in iscritto la perdita [179]. Anzi giunta questa voce medesima a Modona, obbligò M. Camillo figliuolo del Molza a portarsi frettolosamente a Roma [180] per vedere quel che ne fosse; il quale trovatolo poi non solo vivo, ma ancora in alquanto migliore stato di prima, potè in brevissimo tempo dissipare la trista bugia, che della di lui morte sparsa si era. Quindi se gli amici molto si dolsero nell’averlo creduto morto, assai più si rallegrarono sentendo ch’egli era ancora in vita. E perciò Marc’Antonio Flamminio, che allora si ritrovava fuori di Roma, gl’indirizzò i due seguenti Epigrammi, ne’ quali va al Molza dimostrando cotesta sua allegrezza [181]:

De Molsa, quem mortuum putabat.

Quod te defunctum flerim falsoque sepultum

Crediderim, haec nostri signa doloris erant.

Ast modo quod vivas, mi gaudeo, gratulor orbi,

Sic Pylios vivas, Euboicosque dies.

Tu puer i, et templo pictam suspende tabellam:

Pensa hanc pro Moka sospite et incolumi.

De eodem.

Rumor erat periisse frequens te, quisque et ademtum

Credidit; hinc questus, hinc lacrimæ hinc gemitus.

Et quis non fleret Molsam, quo sospite tantum

Etrusca et Graja, et lingua Latina valet!

Gratia magna Jovi quod vivas; maxima Phoebo,

Quem timui ah Vatem deseruisse suum.

Perlege, nec pudeat de te quodcumque notabam

Credidus: hoc nostri pignus amoris habe.

L’Aretino ancora dopo d’avere in una sua Lettera [182] detto, che si era accorato il mondo nel credersi ciò, che del fine del Molza gli avea rapportato la fama, le pronte voci della quale non pubblicaron mai verità che gli facesse il pro, che gli ha fatto sì aperta menzogna; conchiude con ringraziar Dio, che il Molza vivesse ancora dicendo: Or riferiamo grazie a Dio, che l’ha ravvivato dentro alla sepoltura; e perchè le genti si confermino nella credenza della sua eternitade, e perchè la morte confessi di non aver ragione in creature cotali.

In questa guisa adunque si stette tutto il rimanente di quell’anno, e tutto il verno ancora dell’anno seguente 1543, e giunta la primavera determinò di portarsi a Modona, io non so se così consigliato da’ Medici, oppure che egli dovendo pur morire, volesse morir almeno a canto alla sua Donna e a’ suoi figliuoli, come mostra di bramare nella sovraccennata Elegia. Il Cardinal suo Padrone e gli Amici, benchè sopportassero mal volentieri ch’ei si staccasse da loro; pure sperando che l’aere natio gli potesse far giovamento, lo lasciarono partire. A’ 16 di Maggio giunse a Bologna [183], e a’ 26 detto a ore 24 arrivò a Modena [184] con M. Alessandro suo figliuolo, che gli era andato incontro sino alla Campagnuola. Quivi a’ 4 di Giugno fu visitato [185] dal Sig. Ottavio Farnese Nipote del Papa, e a’ 2 di Luglio dal Cardinale Alessandro [186] suo Signore, tanto questi Principi amavano il Molza, e tanta premura aveano della sua salute.

Cominciò pertanto ancora in Modona a farsi curare, usando l’opera di un Medico Modonese detto il Calandrino [187], il quale da principio lo servì molto bene, e fecegli passar quella state con poco incomodo. Ma nel raffreddarsi del tempo con un certo suo unguento fu cagione [188] che gli restasse la bocca storta, perdesse il moto d’un occhio, e l’udito di un orecchio. Di che il Molza prese tanto rammarico, che non si fidando di niuno, non volea più lasciarsi curare da persona del mondo, e quel che è peggio, s’era posto in animo di ritornar subitamente a Roma [189]. Di ciò fu da Trifon Benci, che era presente [190], avvisato Annibal Caro in Roma, il quale scrisse subito al Molza una Lettera [191] sotto il dì 11 Gennajo del 1544, in cui lo prega a volersi lasciar medicare, e di comun parere degli amici lo avverte, che non si metta di questo tempo in viaggio, e non faccia questo errore per quanto ha cara la vita, perchè la complessione ha patito assai, i disagi del cammino sono grandi, e ’l freddo è suo mortal nemico: dice però, che a primavera lo aspetta, e che spera di far ancora delle berte insieme.

Per esser egli poi stato concio in quel modo, che s’è detto, scrive il Lancilotti [192], che chi lo andava a ritrovare non lo poteva vedere nel viso, e stando a sedere a tavola sempre si teneva la sinistra mano sopra l’occhio sinistro, che così incontrò a lui, quando lo andò a visitare.

Stette tutto il Gennajo del 1544 male assai, benchè avesse prr riavuto il moto dell’occhio, la bocca fosse ritornata al suo sesto, e l’orecchio facesse l’ufficio suo [193]; ma poco dopo s’aggravò sì fieramente, che a’ 14 di Febbrajo fu ritrovato quasi in sull’estremo da Luca Contile, che lo visitò,e dice [194] che sen stava sempre al capezzal del letto il buon Trifone, e burlava e giambava col Molza, e perchè in somma lo tenean per morto, volea vederne il fine [195].

A’ 26 di quel mese fu di nuovo visitato dal suo amorevolissimo Cardinale, il quale si compiacque pure di voler far colezione con esso lui [196]; e a’ 28, giorno di Giovedì a ore 20, dopo d’esser vissuto anni 54 mesi 8 giorni 14 ore 6, con somma rassegnazione e divozion Cristiana uscì di questa vita [197], facendosi conoscere altrettanto saggio nel ben morire, quanto nel vivere era stato non troppo esemplare.

Fu il giorno seguente all’ore dodici portato a seppellire in San Lorenzo [198], e si trova memoria, che fu accompagnato solo da Preti, ed egli in su le corde della bara vestito di negro con un quadrello sotto il capo [199]. E poi cosa degna di stupore, che a tanto uomo non sia stato scolpito sopra la lapida epitaffio alcuno, se non 42 anni dappoi d’ordine d’Isabella Colomba sua Nuora, che fece fare una certa generale iscrizione a lui, ed a molti suoi discendenti nella maniera che segue:

D.      O.      M.

Francisco Marii Molsae Poetae atque Oratoris clarissimij Ingenioque plane divino abundantissimo, nec non Camilli ejus filii Equitis divi Jacobi, moribus, elegantia, pulchraque specie decori; praeterea Molsae Cam. fil. maximae spei adolescentis ossa hic sita sunt. Postremo Ludovicus eorum nepos, filius, frater juvenis ornatiss. hoc eodem in tumulo conditus est. Isabella Colomba quondam Nurus, uxor, mater summo cum maerore P. C. anno Christi 1586. mens. Octob.

Dal che si vede manifestamente, quanto vadano errati lo Sverzio [200] e il Bayle [201] nel rapportarci per Epitaffio del Molza il seguente, che trovasi nella Cattedrale di Modona:

Si animarum auctio fieret

Franciscum Molsam licitarentur

Virtutes, Patria, et Catharina ejus uxor

Quae illi et sibi vivens hoc posuit.

Perciocchè questo non fu già posto al nostro Francesco Maria,bensì a quel Francesco Molza intorno alla eredità del quale vi fu quella lite tra il nostro, e M. Niccolò Molza che di sopra accennammo. Aggiungasi che Francesco Maria non fu sepolto nella Cattedrale, ma in S. Lorenzo, e sua moglie non si chiamò Catterina, bensì Masina, cioè Tommasina de’ Sartorj, la quale nel Registro de’ morti della Comunità di Modona si trova, che morta li 4. Agosto 1572 fu sepolta anch’ella in S. Lorenzo dopo d’esser vissuta in circa 85 anni.

Fu la morte del Molza compianta universalmente,come di quel Cavaliere, che colla sua virtù, e colla gentilezza del trattare si fe’ molto ben volere da tutti. Annibal Caro scrivendo questa infausta novella al Varchi [202] dice: colle lagrime agli occhi vi dico che ’l nostro da ben Molza è morto; e per lo gravissimo dolore e ch’io ne sento, non ne posso dir altro. Basta che la morte sua, e quella del Guidiccione mi hanno concio per modo, ch’io non so quando, nè di che mi possa esser mai pià contento. E Luca Contile scrivendola a Monsignor Claudio Tolomei dice [203]: vivrete saputa la morte dell’unico Molza. Io giunsi a tempo di vederlo vivo, e mi fu lecito d’accompagnarlo al Sepolcro morto. Non so se i suoi parenti debbano dolersene o non dolersene. Debbano dolersene perchè si veggon privati di quella conversazione la quale giovava per consiglio e per esempio; e dopo alcune cose soggiunge : Non debbano poi dolersene perchè hanno conosciuto che quella era la sua ora, nella quale mostrò tanto zelo Cristiano, che dicono a viva voce esser lui salito al Cielo. Gli Epitaffj composti in questa occasione da varj Poeti furono molti; e molte parimente furono quelle Rime [204], nelle quali la perdita di tanto uomo si deplorò. Di queste cose tutte per non mi dilungar di soverchio, basterammi recar solo tre brevi Epitaffj, l’uno di Trifon Bencio, l’altro di Girolamo Fracastoro, e l’ultimo di Niccolò Conte d’Arco, tutti e tre Poeti di celebratissimo grido.

Di Trifon Bencio.

Qui lepido veteres aequavit Carmine Molsa

Hic jacet; aetatis maximus hujus honos.

Di Girolamo Fracastoro.

Quod Molsae fuerat mortale hoc conditur urna,

Extruxere suis quam Aonides manibus,

Coetibus at Superum fruitur nitidissimus almis,

Itque comes magno Spiritus Hippolyto,

Quem Medica de gente satum pulcherrima virtus

Extulit, et caeli templa tenere dediti

Quemque unum ante omnes coluit, dum fata sinebant,

Atque oculis vates praetulit ipse suis.

Del Conte Niccolò d’Arco.

Molsa jaces; Musae te discedente latinæ

Flerunt, et Tuscis miscuerunt lacrimas.

Agli onori che ebbe il Molza nella sua morte di tante composizioni de’ primi Poeti del secolo, s’aggiunse ancor quello d’una bellissima medaglia intagliatagli da Lione Lioni d’Arezzo: la quale riuscì cotanto somigliante all’original suo, che mandata avendola lo Scultor eccellente a Pietro Aretino a Vinegia; al primo vederla che questi fece, si sentì tutto commosso, e gliene espresse i suoi sentimenti nella maniera seguente [205]: Nel vedere la effigie del Molza tra le altre medaglie mandatemi, mi son tutto commosso: perocchè sendomi di lui suta dolce la vita, si dee pensare che mi sia anche stata amara la morte: e se non fosse ch’io so che nel fargli la natura il viver del corpo, gli ha dato la virtù, e la bontà quel del nome edell’anima, non mi arrischiarei a credere di poter restar vivo senza la conversazione di un così lodato amico. Certo la sembianza sua ha lo spirito del vostro fare: edha si proprio quella che mi è partito di vederla in presenza. Gran torto si faceva ai posteri, non gli facendo voi eredi del glorioso esempio di sì celeberrimo Uomo.

Fu il Molza di statura piuttosto grande [206], di bella presenza, non eccedente, nè mancante in grassezza, di ciglia rase, d’occhi piccioli,di naso che inchinava al basso, di barba nera, folta e lunga, calvo, e di colore olivastro [207]. Nel vestire fu assai trascurato, e poca grazia eziandio usò nel camminare [208]; siccome quello che professava una natura libera, e non curante di cosa alcuna [209]. Tutto poi il tempo che gli avanzava dagli studj, o da’ servigi del Padrone, gli piacea consumarla co’ suoi amici tra le berte, e in su i gioliti [210] . E tanto era egli faceto e piacevole, che in qualunque luogo si ritrovasse, era forza che la melancolia se ne stesse in bando. [211] Tra l’altre berte solea raccontare, che suo padre aveva cominciata una iscrizione in una Villa, e finitala in un’altra e d’Alessandro suo figliuolo [212] solea dire, che portava addosso più armi, che non erano in Brescia; ma che era,tanto poltrone, che un Giudeo ammalato gli avrebbe fatta paura. Avea ancora alcuni modi di favellare assai strani; gaglioffaccio nel suo linguaggio significava uomo dabbene [213]; e quando volea lodare alcuno in superlativo grado, solea chiamarlo bestiale [214]. Trionfare poi, dirompere, berteggiare erano le sue parole più frequenti, come quello che di far tali cose si dilettava grandemente. La insalata [215], le carni salate [216], e le altre robe salse gli piaceano oltramisura; e delle Selvaggine provava un sì fatto piacere, che avendo il Cardinale de’ Medici prese parecchie pojane, egli ne volle ad ogni modo mangiar una [217]. Cogli amici, de’ quali n’ebbe grandissimo numero [218] fu sempre amorevole e cortese; ma nel resto fu anzi prodigo che liberale: e scrive il Lancilotti [219], che mentre era a’ servigi di que’ Cardinali avria potuto far d’oro lui e la casa sua; ma bene era stato il contrario avendo dissipato il suo proprio con quello che gli era porto per la sua virtù: anzi è di sentimento, che non per altro facesse avere a M. Camillo suo figliuolo un ricco Cavalierato di S. Jago, che per lui avea il Cardinal di S. Fiora ottenuto dallo Imperadore, se non per istimolo di non aver ajutata la casa.

Non è poi così precisamente da credersi a quanto dice il Zilioli [220] intorno a’ costumi del Molza, cioè ch’ egli non curasse con regola le pratiche, e le azioni sue coll’esempio della civiltà e della modestia; che parlasse troppo licenziosamente in ogni occorrenze, e praticando con ogni sorte di persone, offendesse coloro stessi, che per altro erano disposti a favorirlo. Perciocchè siccome il Zilioli fu assai posteriore al Molza, nè lo potè perciò conoscere di vista, o praticare; così sembrami, che si debba prestar molto maggior fede a chi ebbe la sorte di conoscerlo e conversare con essolui qualche tempo [221], cioè a Girolamo Ruscelli, il quale fogl. 44 dell’Imprese Illustri [222] afferma, che il Molza fu gentiluomo, il quale ebbe pochi pari . . . che fu gran Cortigiano, d’ottima vita, di benigna natura, e di dolci ed amabilissimi costumi, ond’era amato e riverito da tutti i buoni universalmente. Oltrecchè s’ei fosse stato di quel taglio che il Zilioli lo dipinge, non solo non l’avrebbono nelle loro Corti ricevuto, e favorito tanto i due degnissimi Cardinali de’ Medici, e Farnese, sino quest’ultimo a venir due volte a Modona per visitarlo infermo, ma non sarebbe nè anco stato così bramato ed accolto in tutte le nobili adunanze; anzi l’arebbono tutti fuggito, come la mala ventura.

Fu il Molza solito attendere a’ suoi studj la notte [223]; ed ebbe un ingegno cotanto maraviglioso, che riuscì eccellentemente in tutto ciò, ch’egli si propose di voler fare. Dilettossi assaissimo della Poesia Italiana; e perciò composevi per entro un buon numero di Rime, le quali dagl’intendenti sono riputate delle migliori che s’abbiano in questa lingua. Tra l’altre le Stanze sopra il Ritratto della Signora Giulia Gonzaga sono degne di molta stima; e il Poemetto della Ninfa Tiberina viene assolutamente creduto nel suo genere incomparabile. La sua maniera di poetare è nuova, forte e spiritosa; have bellissimi concetti spiegati con maravigliosa felicità ed eleganza. Tra i molti Sonetti quello che incomincia :

Vestiva i colli, e le campagne - intorno

per la sua singolare bellezza è stato da varj Autori tradotto in versi latini [224]. Era poi di un sì fino e dilicato gusto, che non restava mai soddisfatto delle cose sue, benchè fossero pur così vaghe e leggiadre, come or le veggiamo. Per questo egli non fece mai stampare le sue Rime, e se Francesco Amadi ne procurò in Venezia nel 1538 una Edizione insieme con quelle del Broccardo, e di Niccolò Delfino, ciò avvenne senza il consentimento dell’Autore [225]. Cominciando pure allora ad essere in pregio la Poesia burlesca mercè di Francesco Berni, che alla sua perfezione l’avea ridotta, volle anch’egli provarvisi, e ne riuscì cotanto bene, che in quel genere occupa de’ primi seggi, che che ne dica in contrario Benedetto Varchi [226].

Compose adunque il Molza in burlesco tre piacevolissimi Capitoli, l’uno in lode de’ Fichi, l’altro in lode della Scomunica, e l’ultimo in lode dell’Insalata, ne’ quali non si può desiderar cosa alcuna che all’ultima perfezion si appartenga, fuorchè in alcuni alquanto più di modestia. A quello dei Fichi Annibale Caro giovine allora di argutissimo ingegno fece un curioso e vago Commento, che nel 1539, stampò con questo titolo: Commento di Ser Agresto da Ficaruolo sopra la prima Ficata del Padre Siceo (in fine) stampata in Baldacco per Barbagrigia da Bengodi con grazia e privilegio della bizzarissima Accademia de’ Vertuosi. E con espresso protesto loro che tutti quelli che la ristamperanno, e ristampata la leggeranno in piggior forma di questa; così stampatori come lettori s’intendano infami, ed in disgrazia delle puttanissime ed infocatissime lingue e penne loro. Uscita fuora co’ fichi, nella prima acqua d’Agosto l’anno 1539 in 4. [227].

Trovo, ancora, che il Molza scrisse una risposta alla Caccia d’Amore del Berni, la quale è impressa colla Caccia medesima in Ferrara appresso Valente Panizza Mantovano 1562 in 8. Avea pure in animo di voler fare un Poema burlesco intitolato la Gigantea, il quale per quanto si trae da una Lettera del Caro [228] dovea essere la più piacevol cosa del mondo; ma impedito dalla sua malattia non potè eseguirne il disegno.

Ebbe molto favorevoli le Muse ancora nella Poesia latina, intantochè egli nelle Elegie più d’ogn’altro s’èappressato alla meravigliosa dolcezza di Tibullo [229], e persino dallo Scaligero che era pur un troppo severo critico degl’Italiani, ei viene annoverato tra i Poeti più eccellenti. La Elegia, che scrive al Re Arrigo d’Inghilterra a nome della Reina Caterina ripudiata, è degna di particolare, stima; ed è altresì singolare la scritta a’ suoi Amici, allorchè egli era mortalmente ammalato. Io oltre a quelle che si trovano stampate, posseggo sette ben lunghe Elegie inedite, e due Epigrammi favoritimi dal gentilissimo Sig. Abate Vicini, affinchè insieme dell’altre Poesie da me corrette, illustrate ed accresciute si stampino.

Ma se tanto valse il Molza nella poesia e nel verso, non minore si debbe dire che sia stato il valor suo ancora nell’Arte oratoria e nella prosa. E certamente di ciò ne può dar sicuro argomento non solo la Orazione scritta da lui contro di Lorenzino de’ Medici; ma ancora alcune altre sue composizioni tanto stampate, come manoscritte, ch’io andrò accennando. E prima il Bembo in una sua Lettera [230] rammenta una dottissima lezione dell’Autor nostro; e da Mattio Franzesi [231] vengono accennate due Orazioni, per sentir le quali se ne andò a pranzare con Monsignor Ardinghelli e col Vettori. Tanto l’una però, come l’altre non si veggono in istampa, e forse si sono smarrite. Due bellissime Lettere latine del Molza si trovano impresse nel libro 16. dell’Epistole del Cardinal Sadoleto [232]; e parecchie Lettere volgari si leggono nel Libro primo delle Lettere volgari di diversi nobilissimi Uomini, ed eccellentissimi Ingegni raccolte da Paolo Manuzio [233], come anco nel Libro quarto della Scelta di Lettere di diversi fatta da M. Bernardino Pino [234]. Tra tutte queste la indiritta a M. Paolo Manuzio è la più ornata ed elegante di tutte.

Scrisse ancora il Decamerone, o sia cento Novelle, delle quali non se ne veggono in istampa che quattro, in Lucca per Vincenzo Buscirago 1561 [235] ed alcune tra le cento Novelle scelte dal Sansovino siccome afferma egli nella Prefazione; ma non si sa quante, nè quali sieno, per non si esser egli degnato di porre in fronte a ciascuna Novella il nome del suo Autore. Di manoscritte se ne conservano quattro presso il Nobile Sig. Marchese Gio. Battista Cortesi Modonese; dell’ altre io non so nulla, e forse sono perite.

Anche nell’inventar delle Imprese s’esercitò il Molza con molta loda, e trovasi, ch’ei ne fece una ad Ippolito Cardinale de’ Medici chiamata dal Giovio [236] bellissima di vista, e di Soggetto, e dal Ruscelli [237] bellissima, e di tutta perfezione; un’altra ad instanza della Duchessa di Castro [238]; e due per il Cardinal Farnese accennateci, e spiegate da Annibal Caro [239]. E qui si vuol avvertire, che il Ruscelli ha grandissimo torto nell’affermare [240], che la Impresa del Cardinal Farnese della Saetta, che dà in bersaglio col motto BAΛΛ’OΥTOΣ, non sia opera del Molza, bensì del Cardinale medesimo; quando Annibal Caro nel tempo che stava alla Corte di questo istesso Cardinale, e che perciò lo potea saper molto meglio di lui, la dichiarò assolutamente [241] per invenzione del Molza.

Note

________________________

[1] Sue Lettere vol.  i. pag. 19. impression di Pavia.

[2] Annibal Caro Lettere vol. 3. pag. 33. ediz. 2. Cominiana.

[3] Nella Dedicazione che fa delle Rime del Molza.

[4] Annibal Caro nella Dedicazione della Ficheide del Molza composta a nome di Barbagrigia Stampatore dice: mi sono venuti a dire, che io li stampi, se non che andranno a trovare altri Stampatori, con chi hanno di già maneggio .... I quali mi sono avveduto, che son quei medesimi Busbacconi, vitupero dell’arte nostra, che a vostro dispetto Sig. Molza, ed a lor perpetua infamia, hanno avuto ardire di stampare, anzi di stroppiare l’altre vostre composizioni: ma che dico vostre? che sono una cianfrusalia di più cose, di più persone, scorrette da loro .... masticate, peste, e conce in modo, che non ne mangierebbero i sani.

[5] Per M. Antonio Maria de’ Sivieri in 8.

[6] In Vinegia appresso Gabriel Giolito 1545. in 8.

[7] Stampati in Venezia per gli eredi di Marchiò Sessa 1579. in 12.

[8] Nella Raccolta di Stanze di M. Lodovico Dolce impressa nel 1558. a cart. 109., e segg. si leggono del Molza quelle sopra il Ritratto della Signora Giulia Gonzaga, e quelle al Card. Ippolito de’ Medici, e la Ninfa Tiberina. Quasi poi tutte l’altre si trovano dalla pag. 47 fino alla pag. 114. del primo Volume delle Rime da lui scelte e stampate nel 1564 e 1588. da Gabriel Giolito in 12.

[9] In Bologna per Costantino Pisarri nel 1713, in 12.

[10] In queste brevi notizie tratte dalla Storia della Volgar Poesia del Grescimbeni, due sbagli notabili si contengono, l’uno che il Molza morisse in Roma, l’altro ch’ei morisse molto vecchio; quando di fatto morì a Modena di soli anni 52. Vedi la Vita da me scritta.

[11] Egli stesso mandò al Bembo la Elegia ad Beatricem Hispanam, come si trae da una lettera dello stesso Bembo pag 313. del Vol. 3. di tutte l’Opere in fol., e ne spedì pure varie altre al Varchi, il che hassi da una lettera di Mattio Francesi, che sta a cart. 97, del Tom. 5. Vol. 2. delle Prose Fiorentine impresse in Venezia; per nulla dire di quelle ch’egli indirizzò al Card. de’ Medici, e al Card. Benedetto Acolti.

[12] In Italia furono impresse da Gabriello Giolito nel 1554 in 8. insieme coi Versi d’Antonio Terminio, di Giunto Albino, e d’altri. In Germania le fe’ stampare Ranuzio Ghero,o sia Giano Grutero nel Vol. II. Delitiarum CL ital. Poetarum. In Francia finalmente le pubblicò Giammatteo Toscano nella sua Raccolta intitolata: Carmina lllustrium Poetarum Italorum. Lutetiae apud Ægidium Gorbinum e regione Collegii Cameracensi, 1576. in 16.

[13] Annibal Caro nell’accennata dedicazione della Ficheide, e parimente in una lettera stampata tra le sue a cart. 33. del Vol. 3 della seconda edizion Cominiana; e da una di Mattio Franzese pag. 50. del Tomo i. Vol. 1. delle Prose Fiorentine hassi che il Molza siraccomandasse al Varchi, perchè facesse opera, che non si stampassero le sue Stanze.

[14] Ediz. di Venezia 1739 in foglio.

[15] Stampate in Verona per Pierantonio Berno 1726. in 4.

[16] Volume 3° pag. 213.

[17] Vedi la Vita pag. 67.

[18] Lodovico Vedriani Vita de’ Dottori Modonesi pag. 113.

[19] Tommasino di Iacopino Bianchi de’ Lancilotti nella Cronica, che MS. conservasi nell’Archivio secreto della città di Modona, all’anno 1531. sotto il di 13. e 14. Agosto.

[20] Lettera a M. Carlo Gualterazzi, che leggesi a cart, 75. e segg. del lib. 3. della Nuova Scelta di lettere di diversi nobilissimi Uomini,ed eccellentissimi Ingegni fatta da M. Bernardino Pino. In Venezia 1574. in 8.

[21] Il Molza nella Elegia ad Sodales dice, che preso dall’amor delle Muse sipartì fanciullo dalla Patria; onde sembrami assai probabile, che ciò non possa essere avvenuto se non nel sedicesimo anno dell’età sua, cioè nel 1505.

[22] Hilar. de Coste Eloges des Dames lllustr. Tom, II. pag. 799.

[23] Dialog. I. de Poetis nostrorum temporum, cioè a cart. 396. del Volume 2. di tutte l’Opere di questo Scrittore impresse in Basilea per Tommaso Guatino 1580. in fol.

[24] Girolamo Briani Istoria di Modona MS lib. 4.

[25] Tommasino de’ Lancilotti nella Cronica sovraccennata all’anno 1544 sotto il dì 9 Settembre, ove parla della divisione de’ figliuoli del Molza; e Girolamo Briani loc. cit.

[26] Lancilotti Cronica all’ anno 1532, 26 Luglio.

[27] Ciò si trae da due lettere originali del Molza, che con altri MSS. al nostro Autore appartenenti sonomi state cortesemente favorite dal gentilissimo ed eruditissimo Sig. Abate Gio. Batista Vicini Modenese.

[28] Circa la fine del 1516, perciocchè al Novembre 1517 cotesta causa eragli da qualche tempo intromessa, e se ne aspettava in breve lo scioglimento. Lett. Orig.

[29] Monsignor Gio. della Gasa Petri Card. Bembi Vita.

[30] Paolo Giovio Elogia Doctorum virorum ec. Basileae in 8. pag. 120.

[31] Cristoforo Longolio Posterioris diei Defensio. pag. 42. Venetiis in Ædibus Aldi, et Andreae Soceri in 8.

[32] Lettere Originali di sopra accennate.

[33] Cristoforo Longolio Epistolarum libi I. pag. 37 e lib. 4 pag. 234. Basileæ 1533, in 8.

[34] Il Longolio in una lettera latina al Molza che sta tra le sue lib. 1. pag. 36, dopo d’aver posto nella soprascritta: Christoph. Lem gol., Furnio Mario Molsae nel mezzo della lettera dice: Cujus quidem rei me primum suis literis certiorem fecit Fl. Crysolinus, deinde Q. Lelius Maximus, quem Quinti praenomen secutum esse arbitror, quod Quintiae alicujus, ut tu Furniae consuetudine isthic teneatur. Ed in un’altra a Marc’Antonio Flamminio lib. 4. Pag. 234. Ac de Furnio quidem non valde sum miratus vult enim Furniam suam imitari etc.

[35] Così fece sempre il Longolio; e Benedetto Lampridio scrivendo un’Oda al Molza la intitolò semplicemente ad Furnium; come si può vedere a cart. 119. del Tomo primo della Raccolta degl’Illustri Poeti Italiani, che latinamente scrissero fatta da Gio. Matteo Toscano.

[36] Gio. Batista Sanga in una sua lettera, che sta tra le Facete raccolte dall’Atanagi nel lib. 1. pag. 190.

[37] Lettera a Gio. Battista Mentebuona pag. 192 dell’ accennata Raccolta dell’ Atanagi.

[38] Molza Elegia ad Beatricem Hispanam, eVittoria Colonna nel Sonetto che incomincia; Molza, che al ciel auest’altra tua Beatrice.

[39] Pietro Aretino Ragionamento del Zoppino.

[40] Pietro Aretino nell’accennato Ragionamento

[41] Cristoforo Longolio in una lettera a Marc’Antonio Flamminio Epistol. lib. 4. pag. 234, dice: Nam de agresti illa,in quam sese abstrusurum esse Furnius Aloisa affirmaret, spelunca factus sum a Brissone nostro certior. Ed in un’altra a Lelio Massimo pag. 237: illud certe fac sciam . . . quid Sodali tuo acciderit Molsae, ut voluntarium sibi consciscat exilium.

[42] Che cotal disgrazia avvenisse al Molza nel principio di Maggio, trassi dalla data di due lettere del Longolio, in cui discorre di questo accidente come pur allora avvenuto.

[43] Longolio Epistol. lib. 4. pag. 235., e pag. 23

[44] Lib. Epistol. 4. pag. 237.

[45] Lib. Epistol. 4. pag. 235.

[46] Il primo Dicembre 1521.

[47] Questo si può chiaramente conoscere da ciò, che di Adriano scrisse Girolamo Negri in una lettera a Marc’Antonio Micheli, che leggesi al fogl. 83. delle Lettere di Principi ec. lib. I. In Venezia appresso Giordano Ziletti 1562. in 4°, cioè che leggendo la Santità Sua certe lettere latine, ed eleganti del Mosignor Sadoleto ebbe a dire: Sunt literae unius Poetae. Ed essendogli ancora mostrato in Belvedere il Laocoonte Poemetto latino dell’Autore medesimo per una cosa eccellente e mirabile disse: Sunt idola antiquorum.

[48] Guicciardini Istoria d’Italia lib. xv.  e Girolamo Negri lettera a Marc’Antonio Micheli, che sta in quelle de’ Principi lib. 1. fogl. 81., ove dice, che per placar lo sdegno di Dio andava in processiona una infinita moltitudine di Zitelli seminudi battendosi, e gridando misericordia: e così uomini vistiti da battuti, gridando tutti misericordia, seguendo poi la turba delle Matrone colle candele accese piangendo,  come se cadessero per le strade a centinaja il dì.

[49] Bembo Lettere. Vol. 3. lib.3. pag. 212. Ediz. di tutte l’Opere. In Venezia 1729. in fol.

[50] Bembo Lettere Vol. iv. lib. 2. pag. 328.

[51] Confesso, ch’io non avrei mai saputo questo novello amore del Molza, se un altro Poeta, che portava a tal Dama non meno di lui riverenza, non me lo avesse colle sue rime discoperto. Egli è questi Girolamo Casio de’ Medici, il di cui rarissimo Canzoniere trovasi stampato l’anno 1525 senza nome di Stampatore, e senza luogo dell’impressione. Buona parte di queste Rime è scritta in lode della Signora Camilla, specialmente per un Simulacro fattone da M. Alfonso Scultor eccellente. Egli è molto curioso il titolo, o sia lunga diceria, ch’ei mètte innanzi a cotesta parte delle sue Rime: La Gonzaga del Casio al Cardinale di Mantova; al cui divo Simulacro molte fiate egli è intervenuto l’unico Molza, quale con sua umana,anzi divina Poesia ho fatto essere più eccelsa la Scultura, e convenevolmente (come dice Orazio) Pictoribus atque Poetis quidlibet audendi semper fuit aequa potestas. Il perchè mosso io ancora da sì rara bellezza, da sì eccelso Scultore, e da sì profondo Poeta, scrissi il presente Sonetto, ove ne’ capiversi si legge il nome regio di Camilla, ed il nobile ed antico cognome di Gonzaga. Ciò poi, ond’io traggo, che il Molza amasse questa Dama, egli è il Sonetto CXLVI. del Casio indiritto ad Alfonso Scultore, ove leggesi:

Se cerchi, Alfonso, la Gonzaga diva

Scolpire in onesto Sasso al naturale,

Per far la fama tua sempre immortale

E che di lei non sia questa età priva:

Apri del Molza il cor, in cui lei viva

Amor già la scolpì con l’aureo strale

Per bella fatta alle celesti uguale;

di cui contien, ch’ogni Poeta scriva.

come ancora il Sonetto CXCVII. scritto al Molza in nome dello Scultore, il di cui primo quadernetto così dice:

Molza, per soddisfar al tuo desio

Che ogni industria, forza, ingegno ed arte

Oprato ho in bianco marmo de intagliarte

Quella, che te di te posto ha in obblìo.

dalle quali parole sembra quasi di poter raccogliere, che questa cotale scultura fosse fatta per ordine del Molza, o almeno per fare al Molza piacere. Della notizia poi di questo Canzoniere me ne confesso debitore al soprallodato gentilissimo Sig. Abate Vicini Modonese.

[52] Questo èil Sonetto che incomincia: Molza, che fa la Donna tua ec. trovasi a cart. 80. della edizione da me ultimamente procurata. Che poi in questo il Bembo intendesse parlare di Camilla Gonzaga lo attesta egli medesimo in una lettera a Domenico Veniero, che sta nel lib 5. del Volum. 2. dicendo: Ma lasciando queste cose gravi e serie a disparte, e della Signora Camilla Gonzaga parlando, a nome della quale mi salutate, e mi richiedete la promessa fattale; dico primieramente che io la ringrazio di ciò cheella si degni serbar così onorata memoria di me. E poichè io mi credea avere già soddisfatto al debito d’un Sonetto ch’io promesso le avea, avendo io di lei, e per cagione di lei fattone uno, il quale io indirizzai al Molza, che stimo che ella veduto abbia prima che a quest’ora.

[53] Così appare da alcune Lettere del Bembo sortite al Molza, che stanno nel Volume 3 delle Lettere volgari di questo Autore lib. 3 pag. 212 e segg. Ediz. Ven. in fol.

[54] Bembo lettere Vol iv lib. I, Pag. 329.

[55] Bembo lettere Vol iv lib. I, Pag. 328.

[56] Bembo in un’ altra Lettera al Molza p. 212.

[57] Bembo inuna Lettera al Molza ibid.

[58] Leggesi questa Elegia a cart. 39. e segg. del Tomo primo della Raccolta di Giammatteo Toscano.

[59] In una Lettera al Molza, vol. 3. pag. 213.

[60] Varchi Storia Fiorentina lib. 2. pag. 4° In Colonia 1721 appresso Pietro Martello in fogl.

[61] Il Bembo mandò in quest’anno al Molza a Roma un Sonetto. Lettere Vol. 2. lib. 5 pag. 136.

[62] Lancilotti Cronica all’anno 1532 a’ 23. Luglio dice: Viene l’Ecc. M. Francesco Maria Molza, il quale è tre anni che non è stato a casa. Ed il Molza in un’Elegia MS. ad Aloysium Priulum dopo d’aver accennato il Sacco di Roma dice:

Romuleis tandem procul hinc a collibus aevum

Degere quis credat, docte Priulle, paro.

[63] Carmina illustrium Poetarum Italorum Jo. Matthaeus Toscanus conquisivit, recensuit etc. Lutetiae apud Ægidium Gorbinum 1576. pag. 119.

[64] Per essere quest’ Oda intitolata semplicemente ad Furnium, l’eruditissimo Sig. Abate Vandelli in un suo Giudizio, che intorno al Garziacum nemus si compiacque spedirmi con somma gentilezza da Modona, e da cui io trassi la sopraddetta notizia; fu di parere che l’Oda del Lampridio fosse indirizzata ad un Soggetto di casa Forni famiglia anch’essa Patrizia Modonese, cioè a quel Gio. Francesco Forni, di cui fa menzione Leandro Alberti nella Descrizion d’Italia, il Sadoleto Epistol. lib. 5. in una ad Angelo Colozio, e Giulio Cesare Scaligero in un suo Epigramma. Il che sarebbe per certo stato da credersi, se noi non avessimo avute ragioni tali, che ci costrignessero a riputarla per scritta sicuramente al Molza. E prima, fu anche il Molza chiamato Furnio per la Furnia ch’ei prese ad amare, come accennammo di sopra; di poi appunto nel tempo che il Lampridio scrisse quest’ Oda, che fu poco dopo il Sacco di Roma, come traesi dalla terza e quarta Strofe, si volea partir da Roma, e venire a Modena; e finalmente di Gio. Francesco Forni non si trova, che fosse solito, o che avesse mai parlato di andare in ispelonca alcuna, ed all’incontro del Molza troviamo e che fu solito andarvi, e che sin nell’anno 1522 vi si volea cacciare ad ogni modo, come scrive il Longovio Epistol. lib. 4, pag. 234.

[65] Lancilotti all’anno 1531, 14 Agosto.

[66] A’ 28 Aprile 1529, scrive il Molza da Roma una Lettera al Cardinale di Mantova, che leggesi a car7. 96. del Libro quarto della Scelto di Lettere di Bernardino Pino.

[67] A’ 10 di Gennajo del 1529. Alph. Giaccon. Tom. 3. pag. 502.

[68] Crescimbeni Istor. volg. Poes. VoL 2. pag. 368. Ediz. Venet.

[69] Crescimbeni Istor. volg. Poes. Vol. 2. pag. 270

[70] Storia Fiorentina lib. XII. pag. 469.

[71] Benedetto Varchi Storia Fiorent. lib. XII. pag. 469

[72] Trasportò dal latino con somma felicità e nobiltà in isciolti versi il secondo libro dell’Eneide di Virgilio, che leggesi tra le Opere di Virgilio da diversi tradotto e raccolte da Lodovico Domenichi. In Fiorenza appresso i Giunti 1556. in 8. Alcune altre sue Poesie poi vanno sparse per varie Raccolte di Poeti illustri.

[73] Varchi Stor. Fior. lib. xiv. pag. 537.

[74] Pag. 72. Raccolta di Lettere fatta dal Manuzio;

[75] Molza Lettera a Gandolfo Porrino, che sta alla pag. 73. della Raccolta dei Manuzio.

[76] Tolomei Lettere lib. 4 in una alla Signora Giulia Gonzaga.

[77] Ragionamenti part. 2

[78] Leggesi questa Lettera a cart. 36., e segg. del libro quarto della Scelta del Pino.

[79] Molte Elegie del Molza si trovano scritte a questo dottissimo Cardinale; ed un gentilissimo Epigramma del Cardinale medesimo, in cui prega le Muse a porgere aiuto al Molza ammalato, leggesi pag. 3. Tom. I. della Raccolta intitolata: Carmina Illustrium Poetarum Italorum. Florentiæ 1719.

[80] Monsignor Giovio sue Lettere volgari pag. 65. Venezia appresso Gio. Battista e Marchion Sessa 1560. in 8.

[81] Sua Lettera al Tolomei, che sta nel lib. 3 di quelle de’ xiii. Uomini Illustri.

[82] All’ anno 1531. 13. Agosto.

[83] Molza Elegia MS. ad ALoysium Priulum.

Ille ego perpetuus Tarpeji culminis hospes

Oblitus patriae tempus in omne meae etc.

• Lancilotti Cronica all’anno 1541. primo Ottobre.

[84] Varj Sonetti compose il Molza per la morte de’ suoi Genitori, che si leggono dopo la Ninfa Tiberina impressa inFerrara in 8., e sparsi nel suo Canzoniere.

[85] Lancilotti, Cronica all’anno 1531 sotto il dì 13 Agosto, ed all’anno 1533 adì 20. Giugno.

[86] Guicciardini, Storia d’Italia libro xx.

[87] Il Lancilotti all’anno 1532 scrive: Adì 23. Luglio viene l’Ecc. M. Francesco Maria Molza, il quale è tre anni, che non è stato a casa.

[88] Lancilotti all’anno 1533 sotto il dì 20 Giugno.

[89] Lancilotti all’ anno 1544 a’ 14 Aprile.

[90] Vol. 1. pag. 71.

[91] Questo Cardinale in una lettera a Camillo Molza, che originale mi fu spedita dal Sig. Abate Vicini, dice: l’amicizia ch’io ebbi con vostro padre, e quella che voglio avere e che meritate ch’io abbia con voi, m’hanno fatto parere piccola cosa lo scrivere, siccome ho scritto efficacemente per voi al Podestàdi Modena ec.

[92] Molza Epigramm. de Hippolyto Card. Medice, e Moreri Grand Dictionnaire Tom. v. pag. 212 A Basle 1732.

[93] Nel principio del 1533; perciocchè a’ 19 Gennajo di quell’anno egli era a Roma, come hassi da una Lettera del Caro a Pier Vettori che sta a cart. 6. del Tom. 5. vol. 2. delle Prose Fiorentine Ediz. Venet. 1735. in 4.

[94] Giacconio Tom. 5. pag. 502., e Paolo Giovio Elogiorum lib. 6. In Elog. Card. Medic., affermano ch’egli si vestisse d’una pelle di fiera alla barbaresca.

[95] Benedetto Varchi a cart. 537. della Storia Fiorentina.

[96] Giulia Gonzaga fu Signora di sì rara bellezza, che, come scrive Simon Fornari nella Spositione del Canto XLVI dell’ Orlando Furioso, Caradino Barbarossa Capitano dell’armata de’ Turchi pensando pigliarla per farne poi un presente a Solimano, como di cosa ottima e rara; mandò le sue genti a Fondi, dove ella dimorava, tanto chetamente, ch’ella appena ai potè salvare salendo in camiscia sopra una cavalla. Questa vien celebrata non pur dal Molza, ma dal nostro Bernardo Tasso ancora, dall’Ariosto, dal Porrino, dal Caro, e da altri illustri Poeti.

[97] Di questo bellissimo ritratto parla il Vasari nella Vita di Frate Sebastiano, e Raffaello Borghini a cart. 371 del suo Riposo dice che riuscì cosa rara e de’ più belli ch’egli mai facesse, e fu poi mandato in Francia al Re Francesco, che il fece porre nel suo luogo di Fontanableo. Che poi il ritratto, sopra cui compose il Molza lo sue Stanze, fosse questo di mano d’essoFra. Sebastiano, traesi da una Lettera del Molza medesimo, che sta a cart. 72. del lib. 1. della Raccolta di Paolo Manuzio, e dalla Stanza XIII. della parte seconda di queste Stanze impresse dal Giolito.

[98] Queste Annotazioni non si trovano, ch’io sappia, in istampa, solo le veggo accennate da Annibal Caro in una lettera a Monsignor Guidiccione, che leggesi a cart. 46. e segg. del vol. x delle sue Lettere Ediz. II. Comin.

[99] Pag. 72 del libro primo delle Lettere di Diversi raccolte da Paolo Manuzio. In Venezia 1542.

[100] Annibal Caro Lettere, Vol. iipag, 45.

[101] Vol I. pagg. 53.

[102] Qualche Canzone in lode del Card. Ippolito de’ Medici si legge tra le Rime del Molza, e parimente varj Epigrammi nelle sue Poesie latine.

[103] Varchi Storia Fiorentina lib. xv. pag. 588.

[104] Varchi Stor. Fior. ibid., e Crescimbeni Istor. Volg. Poes. Vol. 5. pag. 141. Ediz. Venet. Compose in versi volgari una Commedia intitolata l’Aridosio, che fu impressa in Bologna nel 1548. Questa fu in Lucca stampata ancora in prosa nello stesso anno 1548, e ristampata nel 1595 in Firenze e in Napoli colla data di Firenze nel 1727. in 12.

[105] Varchi Storia Fiorentina lib. xv. pag. 588.

[106] Storia Fiorentina lib. xv. pag. 500.

[107] Varchi Storia Fiorentina loc. cit. eGiovio lib. Historiarum XXXVIII.

[108] Paolo Giovio Historiarum lib. 38, et Elog. Doct. Viror. num. CIV.

[109] Questo avvenne due anni dopo l’Orazione recitatagli contro dal Molza, cioè nel 1536 e scrive il Ruscelli nel Supplimento all’Istorie del Giovio volgarizzate da Lodovico Domenichi, che Lorenzino nel parlare della sua Commedia intitolata l’Aridosio, prometteva, che dopo fattane fare la recitazione, avrebbe data una Tragedia nel più bel soggetto che si fosse veduto, alludendo alla uccisione, che macchinava del Duca.

[110] Elog. Doctor. Viror. num.CIV.

[111] Lib. xv. pag. 592.

[112] Pag. 162.

[113] Che il Molza tanto si dilettasse di anticaglie, hassi da Giovanni Fabbro, il quale nel Commentario alle Immagini degli Uomini Illustri cavato dalla Biblioteca di Fulvio Orsino al num. 80. scrive: C. Julii Caesaris imaginem in antiquo camæo faberrime esculptam, fuisse in deliciis Molsæ Poetæ. Il che si può trarre ancora dalla Elegia del Molza, ad Aloysium Priulum.

[114] Questa sembrami la cagione più verisimile, se già non si volesse dire, che il Molza vi s’inducesse per essere membro dell’Accademia Romana, a cui pure sembrava, che s’appartenesse una tanta ingiuria; come pare che accenni il Giovio nel libro trentottesimo delle Istorie.

[115] Varchi Storia Fiorentina lib. X.

[116] Varchi Stor. Fior. lib. XIV.

[117] Varchi Stor. Fior. lib. XIV.

[118] Varchi Stor. Fior. lib. xiv.

[119] Varchi Stor. Fior. lib. xiv.

[120] Trovasi questa Lettera a cart. 72 del libro primo della Raccolta del’ Manuzio.

[121] Tutto questo viene scritto dal Varchi nella Storia Fiorentina lib. xiv, ove pur si riferiscono varie opinioni intorno alla cagione della sua morte.

[122] Storia Fiorentina lib. xiv.

[123] Incomincia questo Sonetto: Poich’al voler di chi nel sommo regno.

[124] Il Varchi scrive, che il Cardinale fosse sotterrato a Itri, ove morì; ma il Giovio asserisce, che fu trasportato a Roma, ed ivi pomposamente sepolto; chi di questi due abbia il torto, per esser cosa di non troppa importanza, non accade ch’io m’affatichi ad esaminarlo.

[125] Varchi Storia fiorentina lib. xiv.

[126] Dalla data di una lettera del Molza a Pietro Aretino pag. 201. del libro primo delle Lettere scritte al Sig. Pietro Aretino da molti Signori, Comunità, donne di valore, Poeti, ed altri eccellentissimi spiriti. In Venezia per Francesco Marcolini 1551. in 8.

[127] Vol. 1. Tom. v. Prose Fiorentine Edic. Venet.

[128] Galateo pag. 316. del Volume 3 di tutte l’Opere del Casa impresse in Venezia 1738.

[129] Adì 7 di Settembre era a Bologna, come si ha dalla data di una sua Lettera al Gualteruzzi lib. 4. pag. 77. della nuova Scelta di Lettere di diversi ec. fatta dal Pino.

[130] Lancilotti Cronica all’anno 1543, 19. Maggio.

[131] Mattio Franzesi lettera al Varchi Pros. Fiorent. Tom. 5. Part. 3. vol. 2. pag. 97.

[132] A’ 25. di Novembre del 1536 era in Roma, come si vede da un’altra Lettera del Franzesi, al Varchi Pros. Fiorent. loc. cit.

[133] Bembo in una Lettera latina al Molza Epistol. famil, Lib. 6.

[134] Varj Sonetti in lode della Mancina si trovano fra le Rime del Molza; e Giacomo Cenci ne compose uno per il Molza e per la Mancina, come anco Rinaldo Corso uno ne compose in morte d’entrambi, tutti due i quali si leggono nel libro 2. della Raccolta di Rime fatta dall’ Atanagi.

[135] A ciò creder mi spingono due ragioni; l’una perchè egli mu amò altra gentildonna romana che questa, e la Ninfa Tiberina era tale; l’altra perchè compose questo Poemetto in tempo ch’egli ardea per lei, cioè nel 1537, secondochè si trae da una lettera di Mattio Franzesi, che accenneremo. Dice però di lei, che gli si mostrava acerba, e troppo incontro amor aspra e fugace.

[136] Caro Lettere, e Mattio Franzesi in una lettera al Vettori pag. 30. Tom. 5. vol. 1. delle Prose Fioventine.

[137] Benedetto Varchi Ercolano e Lod. Castelvetro Correzione d’alcune cose nel Dialogo delle lingue di Ben. Varchi pag. 32. Ediz. Cominiana.

[138] Caro Lettere.

[139] Caro Lettere.

[140] Il dottissimo P. Francesco Saverio Quadrio Storia e Ragione d’ogni Poesia Tom. 1. p. 78. Ediz. Veneta.

[141] Scrivono alcuni, che quest’Accademia si frequentasse in casa l’Arcivescovo Colonna; ma io trovo, che ella veramente si radunava in casa di Monsignor Tolomei. Di ciò manifesta prova abbiamo da una Lettera di Luca Contile (lib. I vol. 1. pag. 19) ove scrivendo a Sigismondo da Este dice : Per ora non curo punto questo mio indugio, perchè libero vo per ordinario ogni giorno in casa di Monsignor Tolomei, dove frequento l’Accademia della Virtù, la quale oltrechè sia ricca di tutte le lingue, possiede anco tutte le scienze.

[142] Sue Lettere vol. I. lib. 1. pag. 19. Ediz. di Pavia.

[143] Caro Lettere, inuna a M. Benedetto Varchi.

[144] Lettera a M. Bernardino Maffei

[145] Quadrio Storia, e Ragione d’ogni Poesia pag. 78. Ediz. Veneta.

[146] Caro Lettere.

[147] Caro Lettere.

[148] Lettere.

[149] Lettere.

[150] Lancilotti Cronica all’ anno 1536. 10 Dicembre, e 1537, 21 Marzo.

[151] Lancilotti all’ anno 1538 14 Dicembre.

[152] Lancilotti ivi. Se però Camillo non potè aver questa così ricca Donzella, n’ottenne un’altra della stessa famiglia per nome Mad. Isabella colla sola dote dilire 14000, poichè a lei non s’appartenga come all’altra la grossa eredità) che ricchissima rendevala. Sposolla agli 8 di Marzo del 1531 a ore 23, come scrive il Lancilotti a quest’anno.

[153] Il Lancilotti all’anno 1541 al primo d’Ottobre dopo d’aver detto, che il Molza non avea mai voluta stare a casa, soggiunge, che sua moglie intanto sen stava in Modona nel tormento delli debiti.

[154] Trovasi questa tra le Lettere latine del Cardinal Sadoleto nel libro 16. pag. 769. Colonia, apud haeredes Arnoldi Birckmanni 1564 in 8.

[155] Il Molza nella stessa Lettera scritta a Paolo Sadoleto.

[156] Molza ibid.

[157] Il Molza in una Lettera latina al Card. Jacopo Sadoleto, che sta tra quelle del medesimo Cardinale a cart. 766.

[158] Jac. Sadol. lib. Epistolarum xvi. in una Lettera al Molza pag 765.

[159] Jac. Sadol. ibid.

[160] Ciò afferma il Cardinal Sadoleto nell’accennata Lettera al Molza dicendo: Cogitanti mihi ad te rescribere, commodum allatæ sunt ex Urbe literæ, quibus certior factus sum, Summum Pontificem in urbem ingressum esse; teque cum Farnesio tuo optimo, ac liberalissimo juvene esse assiduum etc.

[161] Della dottrina di questo gran Cardinale ne fail dovuto Elogio Girolamo Ruscelli a Car. 44 delle Imprese.

[162] Lancilotti all’anno 1543, 19 Maggio.

[163] Uno di questi favori fu un altro Cavalierato, che il Molza ottenne per suo figliuolo il mese di Settembre del 1530, secondochè scrive il Lancilotti.

[164] P. Francesco Saverio Quadrio Storia e ragione di ogni Poesia Tom. 1. pag. 78.

[165] Sotto questo nome stampò la sua Ficheide, come accenneremo più sotto.

[166] Annibal Caro Lettere.

[167] Alessandro Zilioli Istoria delleVite de’ Poeti MS. pag. 162.

[168] Caro Lettere.

[169] Caro Lettere.

[170] Mattio Franzesi Lettera al Caro pag. 98. T. 5. Pros. Fiorent. Vol. 2.

[171] Pier Vettori in una Lettera al Varchi, che sta a cart. 11. del Tom. 5. vol. iidelle Prose Fiorentine Ediz. Veneta 1735. in 4.

[172] A’ 10 di Febbrajo 1541 era già instituita; poichè Trifon Bencio scrivendo in tal giorno a Dionigi Atanagi dice: Mi raccomando a voi, al Sig. Molza, al Sig. Tolomeo, al Sig. Arcisdegnato, al Sig. Segretario, al Sig. Cencio, al Sig. Poggio ed a tutta l’onoratissima compagnia di quel nobile e leggiadro Sdegno. Lettere Facete lib. 1. pag. 459.

[173] Ciò si trae da più Lettere di Trifon Bencio, che a cart. 458 e seg. del libro primo delle Lettere facete raccolte dall’Atanagi si leggono.

[174] Tom. 5. Pros. Fiorent. vol. 2; pag. 98.

[175] Vedi quanto scrisse intorno a ciò il celebratissimo Sig. Dottor Lodovico Antonio Muratori a cart. 18. della Vita del Castelvetro premessa all’Opere varie critiche di questo Autore stampate in Berna 1727 in 4.

[176] Lancilotti Cronica all’anno 1541, 14. Maggio.

[177] Lancilotti all’anno 1541, 1 Ottobre.

[178] Caro lettere.

[179] Uno di questi fu Paolo Panza celebre Poeta, che per la supposta morte del Molza compose quella bellissima e lacrimevolissima Elegia, che a cart. 56, e segg. del primo Tomo della Raccolta del Toscano si legge; ove trovansi i seguenti versi:

Natus ubi est? duram ah sortem! qui lumina patris

Comprimat, et largis fletibus ora riget:

Per Mutinae plateas nunc forsitan ille vagatur,

Proque patris reditu victima multa cadit;

Uxor adest misera etc.

assai chiaramente appare, che l’Autore compose quest’Elegia, allorchè correa voce, che il Molza fosse morto in Roma lontano da’ suoi figliuoli e dalla moglie, quando di fatto morì a Modona dopo più di un anno come accenneremo a suo luogo.

[180] Lancilotti all’ anno 1544, 28 febbrajo.

[181] Pag. 263. Carminum M. Antonii Flaminii, Patavii 1747, apud Josephum Cominum.

[182] Trovasi questa Lettera a cart. 187 del libro primo della Raccolta di Paolo Manuzio.

[183] Lancilotti all’anno 1543, 19 Maggio.

[184] Lancilotti ivi, e a’ 26 Maggio del detto anno.

[185] Lancilotti all’ anno 1543, 4 Giugno.

[186] Lancilotti all’ anno 1543, 2 Luglio.

[187] Questa notizia comunicatami dal gentilissimo Sig. Abate Vicini fu dal famoso Sig. Muratori tratta da un MS. originale del Castelvetro.

[188] Ciò si trae dal soprammentovato MS. del Castelvetro, e si accenna pure dal Caro in una Lettera al Molza tra le sue.

[189] Lancilotti all’ anno 1544, 8 Febbrajo.

[190] Caro Lettere.

[191] Lettere.

[192] Cronica all’ anno 1544, 28 Febbrajo.

[193] Caro Lettere.

[194] Sue Lettere.

[195] Luca Contile scrivendo a M. Bernardo Spina volle ancor dire il suo parere intorno al male del Molza nella maniera che segue: Il suo male è incurabile, efatto idropico e dove per ordinario tal male fa primamente enfiar le gambe; a questo uomo di dottrina e di valore ha fatto enfiar la testa. Dicon questi Medici, che tal morbo nasce dall’umor melanconico, e detto umore vogliono che proceda da molta convenienza, ch’è tra la milza del Molza, e ’l fegato. L’officio della Milza è di tragger il sangue melanconico dal fegato, e di questo ella si nutrisce. Imperò fatta debole a tragger detto sangue, quello del fegato si sparge per tutto il corpo, onde ne succede negrezza nello stesso corpo,come si vede in quest’uomo, per quanto mi vien detto, che in vero io non gli veggo se non il capo enfiato, È però cosa certissima che la testa sia venuta idropica ; perchè l’umor malinconico s’è indurato, onde l’acqua si va spargendo fra pelle e carne. Io non vi so dir altro, se non quanta n’intendo ec. lib. 1. pag. 85. delle sue Lettere.

[196] Lancilotti Cronica all’anno 1544, 25 Febbrajo.

[197] Vedriani Vita de’ Dottori Modonesi pag. 115. Tutti gli Scrittori s’accordano intorno al tempo della morte del Molza ; ma non s’ accordano poi intorno all’età. Il Zilioli lo fa morto di fresca età; il Crescimbeni dice, che morì assai vecchio; il Lancilotti scrive, che morì d’anni 52; e i Sigg. Giornalisti d’Italia Tom. xvii. Artic. xv. pag. 410, appoggiati forse all’autorità del Lancilotti affermano anch’essi, che il Molza d’anni 52. finisse di vivere. Il che se vero fosse, non dovrebbe esser nato che nel 1492. Noi lasciando di parlare del Zilioli, e del Crescimbeni, che evidentemente s’ingannano, diremo, che al Lancilotti non è in questo da prestarsi quella fede, che pur troppo gli si dee nell’altre cose. Perciocchè siccome egli scrisse la sua Cronica di mano in mano, che i fatti accadevano, così avendola cominciata assai dopo la nascita del Molza, e volendo poi l’anno 1544 nel descriverne la morte accennare ancora gli anni della sua età, sarà assai facilmente stato sull’asserzione e soll’opinion della gente, la quale ognuno sa quanto in ciò sia facile ad ingannarsi. Di molto maggior fede adunque è degno il Vedriani indagator diligente delle Modenesi antichità, il quale costantemente affermando che il Molza nacque l’anno 1489 a’ 18. Giugno, e morì l’anno 1544 a’ 8 Febbrajo, si vede chiaro ch*ei visse anni 54 mesi 8 giorni 14. ec. e che non morì nè di fresca età, come dice il Zilioli, nè assai vecchio, come afferma il Crescimbeni.

[198] Lancilotti all’ anno 1544, 29 Febbrajo.

[199] Lancilotti ibid.

[200] Select. Christian. Orbis Delic.

[201] Dictionaire alla voce Molza (Fran. Marie) nell’ Annotaz. C.

[202] Lettere.

[203] Lettere Vol. 1. pag. 66. Impression di Pavia.

[204] Per la morte del Molza compose due Sonetti il nostro Bernardo Tasso, due Bernardo Capello, tre AnnibaI Caro, tre Giacomo Cenci, due Bartolommeo Carli Piccolomini, uno Tommaso Spica, uno Gio. Francesco Ritigliario, ed altri varj altri Poeti.

[205] Aretino Lettere lib. 3. pag. 140, dell’Edizione del Giolito 1546 in 8.

[206] Ser Agresto da Ficaruolo (cioè Annibal Caro) Commento sopra la prima Ficata del PadreSiceo, cioè del Molza.

[207] Ciò sivede nel suo ritratto originale, che conservasi in Modona dalla nobilissima Casa Molza, come ci comunicò il Signor Abaie Vicini. E qui non lascerò d’accennare che Giorgio Vasari nella Vita di Taddeo Zucchera dice, che, nel Palazzo di Caprarola nella Sala di sopra, dove sono dipinti i fasti degli Uomini Illustri di Casa Farnese, nel Quadro in cui Paolo III, dà il bastone di Generale a Pier Luigi, oltre i ritratti di molti Cardinali e Signori, si vede quello del nostro Molza, del Giovio, e di Marcello Cervino, che poi fu Papa.

[208] Paolo Giovio Aless. Zilioli Istoria della Vita dei Poeti Italiani MS. pag. 162. Elog. Doctor. Vir. num. CIV.

[209] Ser Agresto Commento sopra la prima Ficata.

[210] Tale lo descrive leggiadramente Ser Agresto nel suo Commento alla Ficheide dicendo: Io non mi posso tenere, che con due pennellate non vi faccia qui un poco di ritratto del nostro Poeta. Quanto al corpo voi vedete quella grazia, quella gravità, quella maestà di quel suo viso, di quel suo abito, di quel suo andare, che vi rappresenta un Marone,un Platone, un di quelli omaccioni del Testamento vecchio. Quanto all’animo immaginatevi, che ’l suo pensiero sia tutto prudenza e sapere; le sue opere tutte cortesia e bontà, le sue parole tutte precetti e piacevolezze. Pensate poi, che quando non è in conserto colle Muse, in astratto colle intelligenze, in consiglio col Signore, in officio cogli amici,che tutto il restante del tempo voglia stare in su le berte e ’n su’ gioliti. E che dovunque si trova, si dia bando alla melancolia, e secondo i tempi e secondo le persone; o esso dia spasso altrui, o altri lo diano a lui.

[211] Annibal Caro nell’Apologia contro Lodovico Castelvetro pag. 48. In Parma in Casa di Seth Viotto 1558 in 4.

[212] Dall’Orignal MS. del Castelvetro di sopra accennato.

[213] Varchi Ercolano, A questo alluse, pure il Berni amicissimo del Molza nel Capitolo a Fra Sebastiano, ove dice:

Fatemi Padre, ancor raccomandato,

Al virtuoso Molza gaglioffaccio,

Che m’ha senza ragion, dimenticato;

Senza lui mi par esser senza un braccio. ec.

[214] Varchi ibid.

[215] Basta leggere il Capitolo ch’ei fece in lodadell’Insalata, per chiarirsi, di quanto, gli piacesse e quanto ne fosse ghiotto.

[216] Lettera del Molza a Gandolfo Porrino, lib. I, pag. 72. della Raccolta di Lettere fatta da Paolo Manuzio; ove lo prega a provvederlo di carne salata.

[217] M. Mauro d’Arcano Lettera a Gandolfo Porrino a cart. 322 del libro primo delle Lettere facete raccolte dall’Atanagi. In Venezia appresso Bolognino Zaltieri 1561 in 8.

[218] Il Molza fu amico di quasi tutti i Letterati del suo tempo; molto più poi di quelli che ebbero a praticare in Roma e nelle Corti de’ Cardinali, che si dilettavan d’avere uomini in ogni scienza e specialmente nelle buone lettere dottissimi.

[219] Cronica all’anno 1541 primo Ottobre.

[220] Istoria delle Vite di Poeti Italiani MS. in 4 pag. 162.

[221] Ebbe il Ruscelli occasione di trattare e conversare col Molza nell’Accademia dello Sdegno, di cui fu uno de’ Fondatori, secondo che scrive il Crescimbem Istor. vol. Poes. Vol. 2. pag. 433.

[222] Edizion di Venezia 1572 in 4° accresciuta dal Patrizio.

[223] Ciò espresse il Molza nel Sonetto, che incomincia:

Alto silenzio, che a pensar mi tiri.

[224] Tre differeni versioni di questo Sonetto si leggono a cart. 63. del Tomo primo della Raccolta di poeti Latini fatta da Gianmatteo Toscano.

[225] Ciò si può vedere nella Lettera di Barbagrigia Stampatore al Sig. Molza e M. Annibal Caro premessa alla Ficheide) che si legge ancora a cart. 71e segg. del Libro 2 delle Lettere Facete raccolte da Francesco Turchi.

[226] Ercolano.

[227] Anton Federigo Seghezzi uomo eruditissimo, che con universal dispiacere due anni sono lasciò di vivere, nella sua bellissima Vita d’Annibal Caro premessa alle Lettere dello stesso Vol. 1. della terza Ediz. Comin. p. 10. è di sentimento, che questo Barbagrigia Stampatore fosse Antonio Biado d’Asola Stampatore in Roma, come trae dal carattere d’esso libro, e dall’Atto 1. degli Straccioni del Caro. Il Castelvetro poi nella Correzione al Dialogo delle Lingue del Varchi diceche il Caro vendè la Ficheide a così caro prezzo, e ne trasse sì gran quantità di danari, che pagò la dote per la Sorella che maritò; la qual cosa non è credibile per le ragioni nel predetto luogo apportate del Seghezzi.

[228] Lettere.

[229] Bartolommeo Riccio De Imitatione L. 1. p. 23. Venetiis 1545, in 8.

[230] Lettere volgari Vol. 3. lib. 3. pag. 213. Ediz. ven. in fogl. 1729.

[231] Lettera al Varchi Prose Fiorentine Tom. V vol. I. pag. 30. Ed. Venet.

[232] L’una a cart. 766, l’altra a cart. 769 della Edizion di Colonia 1564, in 8.

[233] Pag. 70 e segg.

[234] Pag. 35, 75 e 77

[235] Questa Edizione porta in fronte il seguente titolo: Quattro delle Novelle dell’onorandissimo Molza stampate in Lucca per Vincenzo Busdrago il dì primo Giugno 1561.

[236] Ragionamento sopra i motti, e disegni ec. cart. 17.

[237] Discorso intorno all’Inv. dell’Impr. cart. 99 che sta col Ragion. del Giovio.

[238] Caro Lettere.

[239] In una Lettera alla Duchessa d’Urbino tra le sue.

[240] Nell’ imprese Illustri con esposizioni e discorsi. In Venezia 1573. in 4° pag. 44

[241] Lettere.

Indice Biblioteca Progetto Cinquecento

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 23 novembre 2008