Luigi Pulci

LA CONFESSIONE

Edizione di riferimento:

Opere minori, Orvieto, Paolo (a c. di), Mursia, Milano, [1986]

Ave, Virgo Maria, di grazia plena

salve, regina, in ciel nostra avvocata,

benedetta fra l'altre, nazarena

che la porta del Ciel, per noi serrata,

apristi, onde fu salva tanta gente,

ch'era nel sen di Abram giù religata

per quel peccato del primo parente,

onde Idio prese nostra umanitate,

per unir la natura da sé absente;

e nel consiglio della Trinitate

eletta sola fusti e non fra mille,

ma fra tutte l'altre anime bëate.

In te tutte l'angeliche faville

si racceson, o Virgin glorïosa,

che raccheti i Profeti e le Sibille.

Tu se' madre di Dio, figliuola e sposa,

coronata di Santi e di splendore;

tu se' tutta pietà, non sol pietosa.

Però, sì come ingrato e peccatore,

a te dico mia colpa, a te confesso

e riconosco il mio passato errore,

nel tempo, ove io solo ingannai me stesso,

ché il fren della ragion sempre non regge,

da poi ch'al mio Signor non son più presso,

per non servar quella seconda legge

di ricordare il santo nome indarno,

come spesso pur fa l'umana gregge.

Però qui le mie colpe scrivo e incarno

con le lacrime miste con l'inchiostro,

ch'arien forza di far d'un torrente Arno,

acciò che ognun che passa pel tuo chiostro

a vicitare il tuo divoto altare,

leggendo, per me dica un paternostro.

Priega il tuo figlio che non voglia entrare

col suo servo in giudizio, ché nessuno

si può al conspetto suo giustificare.

Vorrei delle mie colpe esser digiuno:

non posso, e però temo la sua ira,

recordando che in tempore opportuno

la giustizia di Dio suo arco tira,

perché pur sapïenti non son gli uomini:

così la conscientia mi martira.

Quel che Idio teme sol savio si nomini:

ogni cosa ben sa chi teme Idio:

initium sapientie timor Domini.

Priega, madre pietosa, il figliuol pio,

(se il cor contrito umilïato basta)

dello eccelso raguardi il pensier mio.

Accetti la mia semplice olocausta,

che non fu tardi mai grazia divina;

e se vento contrario pur contrasta,

né posso a tempo entrar nella piscina,

porga la mano a questo infermo e dica

col santo verbo: «A tua posta cammina».

Che colpa ho io se quella madre antica

ci creò con peccati e con defetti?

(Però pur la speranza mi nutrica).

E la natura par che si diletti

varie cose crear, diversi ingegni:

a me dette per dote i miei sonetti.

S'io ho della ragion passati i segni,

m'accordo colla Bibbia e col Vangelo,

pure che tu per le chioma mi sostegni.

In principio creò la terra e 'l cielo

Colui che tutto fe', poi fe' la luce

e levò delle tenebre il gran velo.

Perché qui contemplando mi conduce

la ragion, che principio il mondo avessi

e che tutto governi un sommo duce,

e la natura angelica facessi

per mostrar la sua gloria e farne parte

e come poi Lucifero cadessi,

credo e confesso; e con mirabil arte

ad imagine sua plasmassi l'uomo

per ristorar l'antiche sedie in parte.

E comandò che non toccassi il pomo:

l'anima infuse in quello razionale,

onde presto natura fe' giù il tomo.

E con libero arbitrio e immortale

la fece: ch'al gran dì poi della tomba

ne portassi col corpo il bene e 'l male,

quando udirà la spaventevol tromba

ch'i' credo e in Giusaffà con gli altri aspetto,

anzi già negli orecchi mi rimbomba.

Poi veggendo degli uomini il difetto,

la legge dètte sopra Sinaì

a quel buon padre sopr'ogni altro eletto.

E come il mar pe' sua meriti aprì,

per salvar la sua gente e Faraone

annegassi e 'l suo popol, fu così

come appunto la Bibbia scrive e pone

e così del Diluvio e la santa arca,

quando tutte periron le persone.

Di Abram so ben, l'antico patriarca,

parmi Isaac vedere al sacrificio

portar con pazienza la umil carca;

e Sanson rovinar l'alto edificio,

combatter con quel popol filisteo;

sempre fisso nel cor fu mio giudicio

di Iosuè, di Giuda Maccabeo,

della gran pazienza che ebbe Iobbe,

di Iudit e di Sarra e di Asmodeo,

di Isaù sventurato e di Iacobbe,

come Lotto fuggì della sua terra,

poi che l'ira di Dio sopra cognobbe,

e come il Ciel la gran superbia atterra

del gigante Nembrot e della torre,

come ancor d'Abacucco il dir non erra.

So del grande arrogante Donosorre,

di Baldasar mane tetel faresse,

come quel savio sol lo seppe esporre.

Come il foco que' tre non incendesse,

poi che loro innocenzia in Ciel fu vista;

ogni cosa il tuo servo un tempo lesse.

Così tutti i profeti col salmista

notati ho ben nel Testamento vecchio

e redutti a un senso et una lista,

io gli ho tutti dinanzi in chiaro specchio.

Ciò che disse Isaia ben mi ricordo:

quella vergin m'è sempre nell'orecchio.

Zacaria, Samuel tutti d'accordo

Malachia, Geremia, quanti altri sonne:

io non son, come crede il vulgo, sordo.

Ezechiel vuol ristorare Sïonne,

non si può sanza te far questo certo,

donna felice sopra l'altre donne.

Or, bench'io vegga il gran volume aperto,

de' Macabei, de' Re, faren qui fine,

ch'ancor dal tuo veder non è coperto.

Dirò delle scritture sibilline,

da poi che pure alcun punger le mani

non si cura, frangendo l'altrui spine.

Andato io son per paesi lontani:

sempre te, Maria Virgine, intesi

e da' Turchi e da' Mori e da' Pagani.

Parmi a punto Cumea, se ben compresi,

ti descriva col figlio et Eritrea

vi dovessi nel fien veder palesi.

Così quella sibilla d'Amaltea

e di Libia e di Frigia e la Cumana,

che volea la moneta filippea

da Tarquinio, ogni cosa aperto spiana

e quell'altra di Delfo e di Lesponto

s'accorda e Tiburtina e Persïana.

Però, donna del Ciel, s'io ben racconto,

quanto più queste cose ho di te lette,

tanto più cristianissimo al ciel monto.

Benedetta sia tu fra l'altre elette,

onorato sia il nome del tuo figlio,

e per condur questa opra in Nazarette,

dove tu ricevesti il santo giglio,

onde alcun disse poi poetizzando

«Termine fisso d'eterno consiglio».

Io l'immagino sì, ch'io il veggo quando

Gabriel ginocchion disse quello «Ave!»

tanto dolce per noi, te nunzïando.

E perché tu con quel parlar suave

«Ecce ancilla Domini» accettasti,

il gran Cefàs ne riporta le chiavi.

E come tu Elisabet vicitasti

e inginocchiossi il suo Battista santo

in corpo et il dolce salmo cantasti.

E poi che il parto s'appressava intanto,

parmi al tempio vederti ad offerere

quel dì che Augusto volea tutto quanto

il gran numer degli uomini sapere,

poi tra l'asino e 'l bue nella capanna

ti veggo con Ioseffe tuo sedere.

Veggo tanti pastor' gridando «Osanna»,

stupefatti, ammirati, a bocca aperta,

come i padri aspettar la santa manna.

Veggo i magi apparir con loro offerta,

parmi sentir la dolce psalmodia

e la porta del Ciel vedere aperta.

E poi che questi andar per altra via,

veggo Erode turbato e tutto afflitto

e come tu con la tua compagnia

tu fuggi meschinella nello Egitto,

ammaestrati già, come a Dio piacque,

del gran tiranno el sanguinoso editto.

E come un tempo el tuo figlio si tacque

tra quel popol crudel, malvagio et empio

e benedisse di Giordan poi l'acque.

E come e' venne a disputare al tempio

santo e 'l tuo vecchierel dir così gramo,

e poi che quello ismarrì, per nostro esempio:

«Ecco, dolenti, noi te cerchiamo,

perché fai la tua madre così mesta?»;

e come Pietro al dolce suo richiamo,

sanza guardar più calma che tempesta,

su l'acque corre, e salta della fusta;

e come tanti cofan' pieni resta

di picciol' pesci e il pan che pasce e gusta

tanto popolo affermo e tengo saldo;

come l'ira di Dio fu tanto giusta,

quando e' cacciò del tempio alcun ribaldo

che vendeva i colombi e gli animali,

come vero cristian fervente e caldo.

Così tutti i misteri principali

affermo e credo e intendo e veggo e sento

co' lor' sensi anagogici o morali.

Lazzero tratto del suo monimento,

quatridüan già fatto in una grotta,

confesso e col Vangel resto contento.

Sento Marta di duol nel pianger rotta:

«Sarebbe il mio fratel — dire — ancor vivo,

se tu fussi, Signor, qui stato allotta».

Tanti infermi sanare ch'io non scrivo

parmi chiar veder, tanti miracoli,

gittar la palma in terra con l'ulivo.

Sopra il monte Tabor far tabernacoli

in Gerico, Sïon sopra Oliveto

e preparar la Pasqua e' tua cenacoli.

O Signor mio, qui non sarò io lieto,

ch'io veggo già que' santi piedi asciutti,

el traditor non sendo a te secreto,

«Voi siete — dicer — mondi, ma non tutti».

Omè che tu se' già preso e legato

fra tanti scherni osceni e vili e brutti.

Io ti veggo a Erode, ora a Pilato

e giudicato a morte: oh gran sentenzia!

Io ti veggo di spine coronato.

O Maria, ogni cosa è in tua presenzia:

veggo in alto il tuo figlio: o crudel croce,

o fido esemplo della sua clemenzia!

Ch'io sento al padre dir con umil voce:

«Perdona a questa gente, che m'affligge»,

e intanto grida quella turba atroce,

mentre che priega per lei, « Crucifigge!»;

po' commesso a Giovanni il grande ofizio,

penso quanto dolor tuo cor trafigge.

Veggo il fel preparato e lui dir: Sitio»,

cioè di redimer la umana prole:

o magnanimo, o largo benefizio!

E rivolto a quel ladro le parole:

«Oggi meco sarai nel Paradiso»

sì che presto oscurar doverrà il sole.

E dirizzato in verso il padre il viso

«Elì, Elì — già per misterio intendo —

consumato è ciò che tu m'hai commisso:

nelle tue man' lo spirito commendo»;

e inchinar con gran voce il santo volto

veggo, già l'ora della morte essendo.

Forato il petto e poi di croce tolto

tremar la terra et farsi notte il die;

et poi ch'el suo discepol l'ha sepolto,

al santo luogo andar le tre Marie

e risponder quello angel della buca

«Surrexit, non est hic, e' non è quie».

Poi apparito a Creofas e a Luca,

a Maddalena prima, a Tomma, a Pietro:

tutto par nella mente mia riluca,

come sol trasparente in chiaro vetro;

dello Spirito Santo come apparse

e come prima entrò nel mondo tetro

per poter le prime anime salvarse

di que' padri, che in Dio costanti e forte

sempre giusto desio ne' lor' cori arse.

Veggogli suscitar per la sua morte

e rallegrati della lor vittoria,

«elevamini — dire — eternal' porte,

però che e' verrà dentro il Re di gloria».

Ogni cosa già veggio: oh quanti versi

faranno ancor di me forse memoria.

Oh quanti passi, oh quanti giorni ho persi,

che scriver dovea sol delle tua laude!

E se a te le mie colpe tutte apersi,

è perché sempre il tuo figliuol te esaude,

però ch'io temo pur del suo flagello,

benché spirto converso in Ciel più applaude.

Fatto come quel ch'al suo signor ribello

non ardisce entrare nelle sue mura

sanza permissïon col suo suggello.

Ma poi più facilmente lo assicura,

se incontro a sé venir vede alcun giusto

con volto tal che gli lievi paura.

Io era per sentier dubbioso e angusto,

quando incontro a me fessi un Cherubino

con atto fiero e nel parlar robusto;

tanto che indietro pel primo cammino

mi rivolgea, se non che mi sovvenne

veramente un discreto Serafino.

E poi che con la man sua mi sostenne,

con atti e gesti accomodati e gravi,

con angelica voce e sacre penne,

mi disse: «Amico, innanzi ch'io ti lavi

e ch'io ti metta dentro al sacro coro,

sappi che quivi s'entra con due chiavi:

l'una è d'argento e l'altra di puro oro.

La prima attende quel che si confessa,

quell'altra assolve poi d'ogni martoro.

E se quel Cherubin ti volse in pressa

e spaventò colle parole sue,

la ragion lo difende per se stessa:

fu per zelo e fervor del suo Gesùe,

come giusto e divoto in Dio costante:

però bisogna umilïarti tue,

e ritrattar le rime tutte quante

che non dicon secondo lo Evangelio,

che si vuol venerar le cose sante

come fe' il nostro Agustino Aürelio.

Lascia vostro Parnaso e vostre muse,

non è tempo a invocar più Palla o Delio,

non son per te più giovinile scuse;

e però purga la tua contumanzia,

che le porte del Ciel non fien mai chiuse;

e ricorri a Maria piena di grazia

che ti soccorra e per te prieghi — disse —

che per voi supplicare non è mai sazia».

Questa ultima parola in me s'affisse,

e veramente dello Olimpo urano

questo tuo Serafin credo venisse

e che sendo appellato Marïano

del tuo nome segnato e di tua stampa,

non par certo sua patria Ghinazzano.

Questo è quel santo rubo che ci avvampa

e iscalda il cor di quello amore eterno

e raccende ogni spenta e stinta lampa.

Questo chiude le porte dello Inferno,

questo tutti i misteri della fé

allarga e spiana et apre ogni quaderno,

cominciando al principio a Moisè,

come già in Emaùs fe' il tuo figliuolo:

e se tu hai di noi, qual suoi, merzè,

priega il dolce tuo caro unico e solo

pel nostro bene, o glorïosa donna,

che non lasci di qui levare a volo,

che gli è del tempio suo sola colonna,

una angelica tuba che risuona,

e desta e sveglia il peccator che assonna.

Questo a te m'inviòe, tu mi perdona,

perdona al popol vago che pur grida:

«Noi non ti lapidiam d'opera buona».

Perché sol mia speranza in te si fida,

e se questo angel, come già Tubia,

con la sua santa man mi scorge e guida,

tosto teco sarò nel Ciel, Maria.

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Ultimo aggiornamento: 24 agosto 2010