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Edizione di riferimento:
Opere minori, Orvieto, Paolo (a c. di), Mursia, Milano, [1986]
Le galee per Quaracchi
dieron le vele al vento,
giunsono a salvamento
che n'era capitano
non so chi da Spacciano
e due padron' con ello
da Pinti e di Mugello.
Riconsegnò le balle
lo scrivan da Capalle,
ch'era questo l'effetto.
Pel capo e pel ciuffetto
un tin prima di bionda,
pieno 'nsino alla sponda
per tuffar ben le dita,
un canal d'acqua vita,
di mezzo e di calcina,
tanta zucca marina,
ch'i' non so dir la somma,
un nugol d'acqua gromma,
ginestra e da partire;
lupin' non ti vo' dire,
che spengono el mal seme,
duo carrategli insieme,
pien' d'allume di feccia
per rimbiondir la treccia;
un bariglione intero
di zolfo giallo e nero,
un baril di stillato,
tanto sapon curato
da panno o vuoi da seta
di Cresci o da Gaeta,
ch'i' non saprei contallo;
tanto crin di cavallo,
diadraganti in granegli
per crescere e capegli,
ch'era una cosa iscura.
Oltre, in mala ventura!
Ch'i' vidi grasso in giarri
di serpe e di ramarri,
ch'alla cotenna giuoca.
Quivi era grasso d'oca
gran quantità, che giova
a 'nfarinar con l'uova,
un moggio di volanda,
che bastò a randa a randa.
Gicheri e seppie in polvere
furon per uno asciolvere,
per modo erano acconce,
che n'avien le bigonce
recato a 'nfarinarsi.
Pel viso assottigliarsi
per disfar porcellette
v'era ben sei barlette
d'acqua di limoncini,
cocomer', poponcini.
Di zucche e di fichi albi,
rovistico e vitalbi,
di pine e di fior di fave
o bastoni, anzi trave,
acqua di terzanella,
di malva e frassinella,
sambuco e tuttumaglio
tu puoi fare un ragguaglio
di ciascun un barile.
A filar ben sottile
untume e strofinaccioli,
pe' visi che son ghiaccioli
gran cotto e cacio fresco,
ghiaggiuol, nocciol di pesco,
fave piene la sacca,
un diluvio di biacca,
quattro cantar' d'allume
tra gentile e di piume,
zuccherino e scagliuolo,
salnitro e vetriuolo,
solimato un fangotto,
di salgemmo un barlotto,
ch'era di quel verace,
di canfera e borrace
se' scatole calcate;
di liglio e di gusciate
credi che ve ne fosse!
Per far le gote rosse,
chi fusse verde o gialla,
v'era una grossa balla
di bambagello e due
di lingua buona o piùe.
Non facevon da beffe!
Fior di prieta a bizzeffe,
Un cogno d'acqua grana,
di rafano e borrana,
tante foglie di zucca,
che più non ne pilucca
ogni gregge, ogni armento.
Recar tanto orpimento
per rimondar le ciglia,
ch'er' una maraviglia;
vetro sottile e poi
la pomice e' rasoi,
mollette da pelare,
pentolin' da serbare
certa materia e 'ntriso
per far lustrare el viso.
Uovo stillato e chiocciole,
non n'avanzò sei gocciole,
che n'avien cento ampolle.
Fuvvi per chi ne volle
di certa sugna vieta
per parer la cumeta,
anzi pur la lumaca.
Quivi era bommeraca
per cena e per merenda
per appicar la benda,
latte d'asina a cogna,
che dicon che bisogna
a' butteri e litiggine
e leva le caliggine
e cuopre assai difetti.
Per fare e denti netti
corallo e matton pesto,
gherofan, salvia, agresto
e corno di cervio arso
un sacco, e non è scarso;
romice, mèle e barba
di ramerin, che garba
con questo, ben tre bugne;
tanta bambagia e spugne,
a dozzine e pennegli,
e sugheri e feltregli,
che sotto le calcagna
nascondon lor magagna,
e altri strani arnesi,
de' quai questi compresi:
capegli e pettinuzzi,
cartocci, alberelluzzi,
fiaschetti, ampolle e specchi,
bossolin' nuovi e vecchi
e scatole e scodelle,
bicchieri e catinelle,
spilletti e fuseragnoli,
lunette e orecchiagnoli,
seta e cape' ritratti,
per ingannare e matti.
Da 'nzolfar pergamene
le zane n'eran piene,
corbelletti e buglioli
di pel di cavriuoli
per empiere e mazzocchi,
grillanduzze e batocchi
v'eran sopra alle sbarre.
De' frene' da ritrarre
se n'empieron le pecce.
Velier', voggoli e trecce,
campanelle, stregghioni,
corna di più ragioni
ve n'era pure assai.
Carte, lino e vespai
e canape e tessuti
v'alzâr, se Iddio m'aiuti,
di sopra alle ginocchie!
Mazzocchini e pannocchie,
cappucci a iosa e fruscoli,
ch'erano altro che bruscoli,
brocchette e smancerie
e mille altre pazzie
v'eran da fare a' 'nviti.
O poveri mariti,
ciechi, pazzi e gaglioffi!
Copriteli d'ingoffi,
chi ne può lor porre!
E però non la tôrre,
dice el proverbio antico,
ch'io so ben quel ch'io dico;
ché, 'l terzo giorno appena,
ve ne fu sino a cena
di tutte queste ciance,
tanto al capo, alle guance
se n'avien posto in pria
per la cicaleria.
L'altro dì costeggiorno:
a Capalle arrivorno,
non creder di segreto,
ché parea el passereto.
La mosca e la zanzara
le mordevano a gara,
sanza dir «Chiscio»!
Ché non v'era più liscio,
contradizion né feria.
Non facien mona Ismeria,
come prima a sollazzo;
Però chi non è pazzo
guardisi dal tôr moglie
Se pure ella ti coglie,
fa' giuri ispesso e bacchia.
Le galee per Quaracchia.
Io vo' dire una frottola,
ch'i ho nella collottola
tenuta già gran tempo.
Or, perché pur m'attempo,
non vo' che meco muoia;
ch'ella sarà ancor gioia
e disïata e cara.
Ognun semina e ara
per ricôr van disio.
El seme è fatto rio,
però tutto rio nasce;
l'uomo sol d'uom si pasce,
come di terra talpa.
Chi come Tomma palpa
mi par savio e discreto.
Io non sarò mai lieto,
ché 'l mondo è tutto in pianto;
e ho creduto tanto,
ch'i' ho passato il cielo.
Or tremo, come Delo
pria che nascessi Apollo.
Ed è ver che il satollo
non crede poi al digiuno.
Se fussi savio ognuno,
sare' giustizia e fede.
Chi è savio nol crede:
così interviene al matto.
Noi pecchiam solo un tratto:
questo è quando cominci.
Ma, s'un tratto ti vinci,
anco poi più non pecchi.
Consigliati co' vecchi:
onora el senno antico.
Tal ch'io credetti amico,
ch'avea poi l'esca e l'amo:
così di ramo in ramo
mi condusse alla ragna.
Non poco si guadagna
quel dì che amico innuovi;
ma, insin che tu nol pruovi,
tutti saranno amici.
È ne' tempi felici
massime l'uomo errato,
ch'i' mi sono svegliato
d'un lungo e grieve sogno;
né d'altro mi vergogno
che del tempo perduto;
ch'i' mi sono avveduto
ch'io ho zappato in rena.
Quanto dolce serena
è l'uom che è traditore!
Or, servi a un signore!
Non fûr po' i pipistregli
né bestie né uccegli,
ma solitarii e brutti.
Però giudica e frutti,
ché 'l fior talvolta inganna.
E' non cade più manna:
ogni cosa è diserto.
Chi sta col becco aperto,
di vento è la 'mbeccata.
Fortuna è ordinata,
disordinato è l'uomo.
Io sarò poi quel Momo,
che biasima ogni cosa.
Non è sempre la rosa,
ma sempre son le spine.
Chi pensa infino al fine
al fin conduce ogni opra.
Sempre è la spada sopra
el real manto e seggio:
poco è da male a peggio:
guarti da estremo a stremo.
Io servo, perch'io temo,
né so dove m'arrivi,
ché ci è di gran cattivi
e chi ha del gran danno.
E più dotti men sanno;
chi non può sempre vuole.
Tal che 'l capo gli duole,
che 'l calcagno si medica.
Questa sarà la predica
che fe' il piovano Arlotto:
chi guarda per un rotto
el tutto mal comprende.
Chi troppo un tratto scende
con fatica rimonta.
Chi senza l'oste conta
riconta un'altra volta.
Colui far sempre còlta
vedrai che ha pazienza.
All'uom la continenzia
sta bene insin nel bosco.
Già non fa male el tòsco
a chi il tempra e corregge.
Chi guida ben suo gregge
è buon archimandrita.
Chi lascia la vie trita
va poi per le sassose.
Priega Iddio di tre cose:
nascere di buona parte,
non cominciar trista arte
e non prender ria moglie.
Poco si lieva o toglie
di quel che dà natura.
Quello è sanza paura
che 'l suo nimico istima;
ma e' si conosce prima
un bugiardo ch'un zoppo.
Chi spende un tratto troppo
anche poi troppo accatta.
Deh dician tutti «Gatta!»,
non sia la gatta mucia.
L'amicizia si sdrucia,
non si divida o stracci.
Chi va cercando impacci
ha sempre poi faccenda.
Chi non può s'arrenda;
chi sta ben non si muti.
Dimmi, cogli starnuti
cha ha far san Giovanni?
O statti ne' tuo panni
in casa, quando piove.
Chi ti dà sei di nove
strigni pure la mano:
peggio fe' san Giuliano,
che padre e madre uccise.
Quante volte si rise
di quel che tornò in pene!
Ognun vorrebbe il bene;
ma fassi incontro ispesso
un che dice: «I' son desso»,
colla maschera al volto.
Giovane ricco e sciolto
i' l'ho aguagliato al maio.
Tornossi al suo pagliaio
quel topo contadino.
Faccisi serafino
chi sempre canta o balla.
Ingannò la farfalla
un tratto il Chiaramazza,
ch'usì fuor come pazza
a un bel sol di verno.
Riporta sdegno e scherno
natte, scherzi e motteggi.
Io credo che dileggi
chi dice ch'io sia buono.
I' non so quel ch'io sono,
ma so ben quel ch'io fui.
Non è giusto colui
ch'ogni cosa perdona.
Istette tre dì Iona,
e non più, in ventre al pesce:
fatto sta, chi non esce
di bocca mai de' lupi.
E ne' pelaghi cupi
mal si discerne il fondo.
Quel dì ch'io venni al mondo
a morir cominciai.
Però non piacqui mai
a me stesso, né piaccio.
Tu di' pur ch'io non taccio.
I' ho mal quando i' rido.
Di sei cose mi fido
poco o nulla o di rado:
l'una è volta di dado,
vecchia prosperitate,
del nugol della state,
el verno del sereno,
e d'un'altra ancor meno:
fe' di cherica rasa.
La sesta c'è rimasa,
di lealtà di donna.
Chi troppo in letto assonna
gli vien poi la fantasima.
Quanto si suda e spasima
ch'è tutto fummo e boria!
Per troppa vanagloria
perdé quel cacio il corbo.
Sai chi ha 'n casa il morbo?
El ver, quel ladroncello!
Corri, dillo a Pestello:
egli è mio amico vecchio!
Ascolta nello orecchio:
tu menti per la gola.
E col carro si vola
in un dì mille miglia.
Poi parrà maraviglia
veder volar li uccegli.
Ed io so de' cervegli
che volan senza penne.
Se Orazio un ponte tenne,
io so chi tiene un monte.
Ognun esser bifronte
si crede come Iano.
Tosto fie tutto piano,
ch'ognun potrà vedere.
Non è più bel piacere
che star da canto a gioco.
Tu di' ch'io credo poco:
quel poco non ci fusse!
Ch'io men vo in Emausse
con Cleofàs e Luca.
Orsù tutti alla buca!
Ché tosto vi fia calca.
Chi di notte cavalca
convien che 'l dì si posi.
Chi vuol chiosar qui chiosi:
propter peccata adversa.
Chi molti mar' traversa
alfin dà in qualche scopulo.
Noctue, dragoni e populo
servito ho alfine indarno.
Troppo bel fiume è Arno,
a me Tesino e Po.
Frottola? Non più, no!
Vattene in aria a volo,
ch'io mi fido in quel solo
che co' buon' non s'adira.
E 'l cielo e 'l mondo gira,
come paleo o trottola.
Io vo' dire una frottola.
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