Luigi Pulci

LE FROTTOLE

Edizione di riferimento:

Opere minori, Orvieto, Paolo (a c. di), Mursia, Milano, [1986]

I

Le galee per Quaracchi

dieron le vele al vento,

giunsono a salvamento

che n'era capitano

non so chi da Spacciano

e due padron' con ello

da Pinti e di Mugello.

Riconsegnò le balle

lo scrivan da Capalle,

ch'era questo l'effetto.

Pel capo e pel ciuffetto

un tin prima di bionda,

pieno 'nsino alla sponda

per tuffar ben le dita,

un canal d'acqua vita,

di mezzo e di calcina,

tanta zucca marina,

ch'i' non so dir la somma,

un nugol d'acqua gromma,

ginestra e da partire;

lupin' non ti vo' dire,

che spengono el mal seme,

duo carrategli insieme,

pien' d'allume di feccia

per rimbiondir la treccia;

un bariglione intero

di zolfo giallo e nero,

un baril di stillato,

tanto sapon curato

da panno o vuoi da seta

di Cresci o da Gaeta,

ch'i' non saprei contallo;

tanto crin di cavallo,

diadraganti in granegli

per crescere e capegli,

ch'era una cosa iscura.

Oltre, in mala ventura!

Ch'i' vidi grasso in giarri

di serpe e di ramarri,

ch'alla cotenna giuoca.

Quivi era grasso d'oca

gran quantità, che giova

a 'nfarinar con l'uova,

un moggio di volanda,

che bastò a randa a randa.

Gicheri e seppie in polvere

furon per uno asciolvere,

per modo erano acconce,

che n'avien le bigonce

recato a 'nfarinarsi.

Pel viso assottigliarsi

per disfar porcellette

v'era ben sei barlette

d'acqua di limoncini,

cocomer', poponcini.

Di zucche e di fichi albi,

rovistico e vitalbi,

di pine e di fior di fave

o bastoni, anzi trave,

acqua di terzanella,

di malva e frassinella,

sambuco e tuttumaglio

tu puoi fare un ragguaglio

di ciascun un barile.

A filar ben sottile

untume e strofinaccioli,

pe' visi che son ghiaccioli

gran cotto e cacio fresco,

ghiaggiuol, nocciol di pesco,

fave piene la sacca,

un diluvio di biacca,

quattro cantar' d'allume

tra gentile e di piume,

zuccherino e scagliuolo,

salnitro e vetriuolo,

solimato un fangotto,

di salgemmo un barlotto,

ch'era di quel verace,

di canfera e borrace

se' scatole calcate;

di liglio e di gusciate

credi che ve ne fosse!

Per far le gote rosse,

chi fusse verde o gialla,

v'era una grossa balla

di bambagello e due

di lingua buona o piùe.

Non facevon da beffe!

Fior di prieta a bizzeffe,

Un cogno d'acqua grana,

di rafano e borrana,

tante foglie di zucca,

che più non ne pilucca

ogni gregge, ogni armento.

Recar tanto orpimento

per rimondar le ciglia,

ch'er' una maraviglia;

vetro sottile e poi

la pomice e' rasoi,

mollette da pelare,

pentolin' da serbare

certa materia e 'ntriso

per far lustrare el viso.

Uovo stillato e chiocciole,

non n'avanzò sei gocciole,

che n'avien cento ampolle.

Fuvvi per chi ne volle

di certa sugna vieta

per parer la cumeta,

anzi pur la lumaca.

Quivi era bommeraca

per cena e per merenda

per appicar la benda,

latte d'asina a cogna,

che dicon che bisogna

a' butteri e litiggine

e leva le caliggine

e cuopre assai difetti.

Per fare e denti netti

corallo e matton pesto,

gherofan, salvia, agresto

e corno di cervio arso

un sacco, e non è scarso;

romice, mèle e barba

di ramerin, che garba

con questo, ben tre bugne;

tanta bambagia e spugne,

a dozzine e pennegli,

e sugheri e feltregli,

che sotto le calcagna

nascondon lor magagna,

e altri strani arnesi,

de' quai questi compresi:

capegli e pettinuzzi,

cartocci, alberelluzzi,

fiaschetti, ampolle e specchi,

bossolin' nuovi e vecchi

e scatole e scodelle,

bicchieri e catinelle,

spilletti e fuseragnoli,

lunette e orecchiagnoli,

seta e cape' ritratti,

per ingannare e matti.

Da 'nzolfar pergamene

le zane n'eran piene,

corbelletti e buglioli

di pel di cavriuoli

per empiere e mazzocchi,

grillanduzze e batocchi

v'eran sopra alle sbarre.

De' frene' da ritrarre

se n'empieron le pecce.

Velier', voggoli e trecce,

campanelle, stregghioni,

corna di più ragioni

ve n'era pure assai.

Carte, lino e vespai

e canape e tessuti

v'alzâr, se Iddio m'aiuti,

di sopra alle ginocchie!

Mazzocchini e pannocchie,

cappucci a iosa e fruscoli,

ch'erano altro che bruscoli,

brocchette e smancerie

e mille altre pazzie

v'eran da fare a' 'nviti.

O poveri mariti,

ciechi, pazzi e gaglioffi!

Copriteli d'ingoffi,

chi ne può lor porre!

E però non la tôrre,

dice el proverbio antico,

ch'io so ben quel ch'io dico;

ché, 'l terzo giorno appena,

ve ne fu sino a cena

di tutte queste ciance,

tanto al capo, alle guance

se n'avien posto in pria

per la cicaleria.

L'altro dì costeggiorno:

a Capalle arrivorno,

non creder di segreto,

ché parea el passereto.

La mosca e la zanzara

le mordevano a gara,

sanza dir «Chiscio»!

Ché non v'era più liscio,

contradizion né feria.

Non facien mona Ismeria,

come prima a sollazzo;

Però chi non è pazzo

guardisi dal tôr moglie

Se pure ella ti coglie,

fa' giuri ispesso e bacchia.

Le galee per Quaracchia.

II

Io vo' dire una frottola,

ch'i ho nella collottola

tenuta già gran tempo.

Or, perché pur m'attempo,

non vo' che meco muoia;

ch'ella sarà ancor gioia

e disïata e cara.

Ognun semina e ara

per ricôr van disio.

El seme è fatto rio,

però tutto rio nasce;

l'uomo sol d'uom si pasce,

come di terra talpa.

Chi come Tomma palpa

mi par savio e discreto.

Io non sarò mai lieto,

ché 'l mondo è tutto in pianto;

e ho creduto tanto,

ch'i' ho passato il cielo.

Or tremo, come Delo

pria che nascessi Apollo.

Ed è ver che il satollo

non crede poi al digiuno.

Se fussi savio ognuno,

sare' giustizia e fede.

Chi è savio nol crede:

così interviene al matto.

Noi pecchiam solo un tratto:

questo è quando cominci.

Ma, s'un tratto ti vinci,

anco poi più non pecchi.

Consigliati co' vecchi:

onora el senno antico.

Tal ch'io credetti amico,

ch'avea poi l'esca e l'amo:

così di ramo in ramo

mi condusse alla ragna.

Non poco si guadagna

quel dì che amico innuovi;

ma, insin che tu nol pruovi,

tutti saranno amici.

È ne' tempi felici

massime l'uomo errato,

ch'i' mi sono svegliato

d'un lungo e grieve sogno;

né d'altro mi vergogno

che del tempo perduto;

ch'i' mi sono avveduto

ch'io ho zappato in rena.

Quanto dolce serena

è l'uom che è traditore!

Or, servi a un signore!

Non fûr po' i pipistregli

né bestie né uccegli,

ma solitarii e brutti.

Però giudica e frutti,

ché 'l fior talvolta inganna.

E' non cade più manna:

ogni cosa è diserto.

Chi sta col becco aperto,

di vento è la 'mbeccata.

Fortuna è ordinata,

disordinato è l'uomo.

Io sarò poi quel Momo,

che biasima ogni cosa.

Non è sempre la rosa,

ma sempre son le spine.

Chi pensa infino al fine

al fin conduce ogni opra.

Sempre è la spada sopra

el real manto e seggio:

poco è da male a peggio:

guarti da estremo a stremo.

Io servo, perch'io temo,

né so dove m'arrivi,

ché ci è di gran cattivi

e chi ha del gran danno.

E più dotti men sanno;

chi non può sempre vuole.

Tal che 'l capo gli duole,

che 'l calcagno si medica.

Questa sarà la predica

che fe' il piovano Arlotto:

chi guarda per un rotto

el tutto mal comprende.

Chi troppo un tratto scende

con fatica rimonta.

Chi senza l'oste conta

riconta un'altra volta.

Colui far sempre còlta

vedrai che ha pazienza.

All'uom la continenzia

sta bene insin nel bosco.

Già non fa male el tòsco

a chi il tempra e corregge.

Chi guida ben suo gregge

è buon archimandrita.

Chi lascia la vie trita

va poi per le sassose.

Priega Iddio di tre cose:

nascere di buona parte,

non cominciar trista arte

e non prender ria moglie.

Poco si lieva o toglie

di quel che dà natura.

Quello è sanza paura

che 'l suo nimico istima;

ma e' si conosce prima

un bugiardo ch'un zoppo.

Chi spende un tratto troppo

anche poi troppo accatta.

Deh dician tutti «Gatta!»,

non sia la gatta mucia.

L'amicizia si sdrucia,

non si divida o stracci.

Chi va cercando impacci

ha sempre poi faccenda.

Chi non può s'arrenda;

chi sta ben non si muti.

Dimmi, cogli starnuti

cha ha far san Giovanni?

O statti ne' tuo panni

in casa, quando piove.

Chi ti dà sei di nove

strigni pure la mano:

peggio fe' san Giuliano,

che padre e madre uccise.

Quante volte si rise

di quel che tornò in pene!

Ognun vorrebbe il bene;

ma fassi incontro ispesso

un che dice: «I' son desso»,

colla maschera al volto.

Giovane ricco e sciolto

i' l'ho aguagliato al maio.

Tornossi al suo pagliaio

quel topo contadino.

Faccisi serafino

chi sempre canta o balla.

Ingannò la farfalla

un tratto il Chiaramazza,

ch'usì fuor come pazza

a un bel sol di verno.

Riporta sdegno e scherno

natte, scherzi e motteggi.

Io credo che dileggi

chi dice ch'io sia buono.

I' non so quel ch'io sono,

ma so ben quel ch'io fui.

Non è giusto colui

ch'ogni cosa perdona.

Istette tre dì Iona,

e non più, in ventre al pesce:

fatto sta, chi non esce

di bocca mai de' lupi.

E ne' pelaghi cupi

mal si discerne il fondo.

Quel dì ch'io venni al mondo

a morir cominciai.

Però non piacqui mai

a me stesso, né piaccio.

Tu di' pur ch'io non taccio.

I' ho mal quando i' rido.

Di sei cose mi fido

poco o nulla o di rado:

l'una è volta di dado,

vecchia prosperitate,

del nugol della state,

el verno del sereno,

e d'un'altra ancor meno:

fe' di cherica rasa.

La sesta c'è rimasa,

di lealtà di donna.

Chi troppo in letto assonna

gli vien poi la fantasima.

Quanto si suda e spasima

ch'è tutto fummo e boria!

Per troppa vanagloria

perdé quel cacio il corbo.

Sai chi ha 'n casa il morbo?

El ver, quel ladroncello!

Corri, dillo a Pestello:

egli è mio amico vecchio!

Ascolta nello orecchio:

tu menti per la gola.

E col carro si vola

in un dì mille miglia.

Poi parrà maraviglia

veder volar li uccegli.

Ed io so de' cervegli

che volan senza penne.

Se Orazio un ponte tenne,

io so chi tiene un monte.

Ognun esser bifronte

si crede come Iano.

Tosto fie tutto piano,

ch'ognun potrà vedere.

Non è più bel piacere

che star da canto a gioco.

Tu di' ch'io credo poco:

quel poco non ci fusse!

Ch'io men vo in Emausse

con Cleofàs e Luca.

Orsù tutti alla buca!

Ché tosto vi fia calca.

Chi di notte cavalca

convien che 'l dì si posi.

Chi vuol chiosar qui chiosi:

propter peccata adversa.

Chi molti mar' traversa

alfin dà in qualche scopulo.

Noctue, dragoni e populo

servito ho alfine indarno.

Troppo bel fiume è Arno,

a me Tesino e Po.

Frottola? Non più, no!

Vattene in aria a volo,

ch'io mi fido in quel solo

che co' buon' non s'adira.

E 'l cielo e 'l mondo gira,

come paleo o trottola.

Io vo' dire una frottola.

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Ultimo aggiornamento: 24 agosto 2010