Luigi Pulci

La Giostra

Edizione di riferimento:

Luigi Pulci, Opere minori, a c. di Paolo Orvieto, Mursia, Milano, [1986]

edizione elettronica di riferimento

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I

S'io meritai di te, mio sacro Apollo,

quel dì ch'io venni al tuo famoso templo

e piansi tanto del suo extremo crollo,

acciò che a' tuoi suggetti anco sia exemplo,

io son soletto a piè d'un erto collo,

aiuta il suon che per piacerti templo

a cantar versi del tuo amato Lauro

se ti ricorda più de' be' crin' d'auro.

II

Se ti ricorda ancor del tempo antico,

se 'l bel Giacintho o Clymen mai ti piacque,

da poi che del tuo amor qui canto e dico

onde il principio della giostra nacque,

fa' che sia a' versi più ch'all'opra amico,

ché tu surgesti fuor delle salse acque

con tanta nebbia il giorno all'orizonte,

ch'io dubitai tu piangessi Fetonte.

III

Io dico con color che son discreti,

che le cose del mondo son guidate

dal corso delle stelle e de' pianeti,

né pertanto però son distinate,

quantunque questi effetti sien segreti,

e ciò che fanno è di necessitate:

ogni nostro concetto, ogni nostra opra

ispira e vien dalla virtù di sopra.

IV

E' si faceva le noze in Fiorenzia,

quando al ciel piacque, di Braccio Martello,

giovane hornato di tanta excellenzia,

ch'i' non saprei chi comparare a quello:

fu nel convito ogni magnificenzia,

tanto che Giove nol farìa più bello

dove fusse Dïana e Palla e Vesta,

e tutta la città ne facea festa.

V

Era tornata, tutta allegra Progne,

benché e' piangessi la sua Philomena;

Amor suoi ceppi preparava e gogne,

i gioghi e' lacci e ogni sua catena;

e Pan sentia sonar mille zampogne;

era di fiori ogni campagna piena;

vedeansi Satir' dolcemente iddee

seguir pe' boschi, e Driàde e Napee.

VI

O nupzie sante, o lieto sodalizio,

dove altra volta fia Vener contenta!

Era Himeneo già posto al suo exercizio,

era Giunon tutta occupata e intenta

per adornar sì degno sponsalizio;

par che 'l gaudio celeste qui si senta,

con pace, con amore e con concordia,

ché nol turbò la dea della discordia.

VII

Furonvi tutte le ninphe più belle,

anzi vi venne ogni amante, ogni dama;

fra l'altre duo molto gentil' sorelle,

che l'una ha sol di Costanzia ogni fama

e l'altra è il sol fra le più chiare istelle,

quella che il Lauro suo giovinetto ama,

Lucrezia, d'ogni grazia incoronata,

del nobil sangue di Piccarda nata.

VIII

Venere fece fare una grillanda

a questa gentil ninpha di vïole,

e fece che 'l suo amante gliel domanda;

ella rispuose con destre parole,

e priegal, ma 'l suo priego gli comanda,

che gli 'mprometta, se impetrar la vuole,

ch'al campo verrà presto armato in sella

e per amor di lei porterà quella.

IX

E missegliela in testa con un riso,

con parole modeste e sì soave,

che si potea vedere il paradiso

e sentir Gabrïel quando disse: «Ave».

Costui, che mai da lei non fia diviso

e del suo cor gli ha donata la chiave,

acceptòe il don sì grazioso e degno,

di prosper' fati e di vittoria segno.

X

Hor, perché il vero sforza ognun che dice,

un'altra bella e gentil grillandetta

non fu sì aventurata o sì felice,

della sorella sua, ma tempo aspetta,

ché in gentil core Amor sue cicatrice

non salda così presto, ove e' saetta:

forse che i fior' ancor faranno frutto

a luogo e tempo, e 'l fin giudica il tutto.

XI

Ma certo il Läur mio, sempre costante,

non volle esser ingrato al suo signore;

e, perché egli avea scritto in adamante

quello atto degno di celeste honore,

si ricordò, come gentile amante,

d'un detto antico, che «vuol fede Amore»;

e preparava già l'armi leggiadre;

ma nol consente il suo famoso padre.

XII

Non consentì, che la ragion non volse:

era di poco quietata la terra,

quando Fortuna ogni sua ira sciolse

e minacciava di futura guerra,

dove poi l'arco a suo modo non colse,

ché 'l fier Leone ogni animale atterra.

Dunque costui questa grillanda serba,

finché si sfoghi la Fortuna acerba.

XIII

E qual si fusse un tempo la sua vita,

intenda ogni gentil cor per se stesso:

era legata l'anima e smarrita,

e si doleva con Amore ispesso,

dicendo: «Lasso, hor da me s'è fuggita

ogni speranza che tu m'hai promesso:

questo non è quel che quaggiù si crede,

se 'l terzo ciel tu reggi sanza fede.

XIV

Se tu se' Citherea, se tu se' quella

che fusti già magnanima regina

in Cipri, giovinetta hornata e bella,

dove ogni spirto leggiadro s'inclina,

e hor se' degli amanti fatta istella,

non si convien tua deità divina

aver tradito me che in te mi fido.

Ma s'egli è ver del tuo figliuol Cupido,

XV

con quello stral che più tua virtù mostra

e che più infiamma i generosi cori,

chi m'ha negata la promessa giostra

saetta al cor, sì ch'ancor lui innamori,

e fia tua gloria magna, anzi fia nostra,

che certo io so che i miei infilici fiori

Proserpìna nel campo colse eliso,

anzi Rachel più tosto in paradiso».

XVI

(Forse potrebbe ricordarsi ancora

del suo falcon ch'a la rete fu giunto).

«Né so s'i' maladico il giorno e l'ora

ch'io fui felice e misero in un punto.

Or pigli exempro qui chi s'innamora:

vedrà ch'un gentil cor, quand'egli è punto,

ricerca cose degne e l'altre sprezza,

ch'Amor pur fonte è d'ogni gentilezza».

XVII

E' si dolea, ma con parole honeste;

poi cominciò a tentar nuove arte e ingegni,

e or cavagli, hor fantasie, hor veste,

mutar nuovi pensier', divise e segni,

e hor far balli, e or nocturne feste

(e che cosa è questo Amor non insegni?),

e molte volte al suo bel sole apparve,

per compiacergli, con mentite larve:

XVIII

quando, con altri giovinetti amanti,

guidava il bel trionpho Autumedonne;

né vo' già mai che nessun più si vanti

d'aver condotto sì famose donne,

quando Pennèo dolce armonia e canti

sentì, che invidia n'arìa ancor Giansonne,

sì gentil barca e sì nitide limphe

portâr cantando e le Muse e le nimphe.

XIX

Credo che ancor su pel bel fiume d'Arno

rimbomba il suon tra le fresche onde e rive

de' dolci versi che d'amor cantarno

le nimphe spesso alle dolce ombre estive.

O festi giorni e non passati indarno!

O liete, o belle, o glorïose dive

ch'ornâr Quaracchi; e chiamal con Silenzio

el bel castel ch'è posto in sul Bisenzio!

XX

Così alcun tempo per costui fu lieto

e muse e nimphe e piagge e valle e fiumi,

e di gentil, magnanimo e discreto

fûr le sue opre e tutti i sua costumi,

perché questo è quel santo läureto,

dove tra' fior' non s'asconde angue o dumi,

né qui Celen delle sue fronde pasce,

ché santo frutto di santo àlbor nasce.

XXI

Ma poi che in tutto fu l'orgoglio spento

del furor bergamasco, al fèr Leone

venne la palma, e ciascun fu contento

di far la giostra nel suo antico agone.

L'anno correva mille quatrocento

e sessantotto dalla Incarnazione,

e ordinossi per mezo gennaio,

ma il septimo dì fessi di febraio.

XXII

Hor qual sarà sì alta e degna musa,

o cetra armonizante qui d'Orpheo,

o Marsia ch'ancor duolsi e piange e scusa,

o Amphïon già in Aracinto Atteo,

che non paressi roca e in tutto ottusa?

Non val qui il zufoletto melibeo

a raccontar sì magna e bella giostra,

anzi ogni gloria della ciptà nostra.

XXIII

Gran festa certo ne fe' la ciptate,

tanto che mai non la vidi più allegra:

non si ricordan le guerre passate,

che fûr conforme alla pugna di Fegra,

come altra volta in versi ho compilate;

e perché e' fussi la festa più intègra,

concorson molti giovan' d'alta fama,

ch'ognuno il giovinetto honora e ama.

XXIV

E poi che furon vantati i giostranti,

manca cavalli: hor per molti paesi

sùbito volan messaggeri e fanti

a conti, re, signor', duchi e marchesi;

ecco venuti i cava' tutti quanti;

assettasi elmi e coraze e arnesi,

e scudi e lance e selle s'apparecchia,

e vassi rifrustando ogni arme vecchia.

XXV

E burïassi ritoccan per modo

che non se ne può aver collo scarpello,

tanto e l'oppinïon già duro e sodo,

e vassi bucherando hor questo, hor quello;

tanto che ancora a pensarvi ne godo,

del dolce tempo passato, sì bello.

A ogni canto rinfresca la voce:

«Che è? che è?», «Il giostrante a Santa Croce».

XXVI

E tutto il popol correva a vedere;

e fecion tutti inver mirabil' prove.

Non fu in Fiorenza mai simil piacere,

e ne godeva in ciel Marte con Giove;

e non è maraviglia, a mio parere,

ch'ognun si pasce delle cose nuove;

e se ci fussi istata allor Clarice,

non fu la mia ciptà mai sì felice.

XXVII

Non vi mancò nulla altro d'ornamento

che, certo, al mio parer, donna sì degna.

Quanto ti vidi, o mio popol, contento!

Quando sarà ch'un secol mai tal vegna?

Non certo più, né per rivolgimento

ch'ogni cosa al suo termine rassegna,

né per tornar Saturno e 'l mondo d'auro,

ché non sarà mai più sì gentil Lauro.

XXVIII

E' si sentia mille vage novelle

e bugïon di libra a rigoletto:

al corazzaio, a quel che fa le selle

non si sarebbe un ver per nulla detto;

quivi eran gran dispùte di rotelle,

di reste, di bracciale e di roccetto;

e molto d'Anton Boscol si parlava,

e così il tempo lieto oltre passava.

XXIX

E' si diceva di Marin Giovanni

delle sue opre già tanto famose;

di Ciarpellone e de' suoi lunghi affanni,

come in sul campo fe' mirabil' cose;

e di molti altri già ne' passati anni

l'antiche pruove degne e bellicose;

ma sopr'a tutte cose, al mio parere,

i burïassi si facean valere.

XXX

Era il quinto alimento i burïassi:

non rispondevan più se non per lezio;

benché alcun par che si ramaricassi

che non havea a suo modo discrèzio,

pur discrezion fratesca non errassi;

e studiava Aristotile e Buezio:

donde il giostrante era più biasimato,

che s'egli avessi il sepulcro spogliato.

XXXI

L'aquila rossa in sull'elmetto un Marte

sopra sua stella fe' d'argento e d'oro;

la lancia in man dalla sinistra parte,

da dextra avea la corona d'alloro,

per denotare insieme il premio e l'arte;

questo era il primo elmetto e 'l più decoro;

l'altro, con l'ale a' piedi e in man la palma,

havea la Fama glorïosa e alma.

XXXII

Venne quel giorno tanto disïato.

El signor degno di Sansoverino,

Ruberto nostro, in alto è diputato

col milite famoso Soderino

giudicatore, e 'l Pandolfin da lato;

appresso a lui de' Martegli Ugolino;

Niccolò Giugni seguia drieto agli anni,

e poi de' Gianfigliazzi era Bongianni.

XXXIII

Libero il campo e lo steccato intorno;

e perché spesso il ver reca vergogna,

il popol che a veder vi fu quel giorno

al secol che verrà parrà menzogna;

e quanto ognuno in campo entrassi adorno

è interpetrar quel che Nabucco sogna:

dell'alte fantasie, divise e segni

de' giovan' nostri, glorïosi e degni.

XXXIV

De' Medici vi venne ardito e franco

Braccio, e mostrò quanto fussi gagliardo:

una fanciulla che copre un vel bianco,

famosa in vista, avea nel suo stendardo,

e sotto un'alta quercia, umìle e stanco,

legato stava un gentile alepardo,

e per cimieri in man teneva quella

di fronde una grillanda fresca e bella.

XXXV

Di bianco domaschin d'oro broccato

era il caval del bel cimier coperto;

e lui sopra un caval feroce, armato,

ch'avea Spazzacampagna il nome certo;

e di velluto bianco è covertato,

dove alcun lëopardo è ben conserto,

legato pure all'arbor del gran Giove

con laccio d'oro, e da quel non si muove.

XXXVI

Havea con seco molti damigelli

con certi vestir' dextri e un ricamo

pur di candida seta, hornati e belli,

dove ciascun nel petto avea un ramo;

trombetti, burïassi, altri donzelli

intorno, tutti a piè, per suo richiamo:

e 'l popol ne mostrò grande allegrezza,

rispetto avendo alla sua gentilezza.

XXXVII

Dopo costui s'udia di nuovo un grido,

e Pieranton giugneva e 'l suo Pier Pitti;

e drento allo stendardo hanno Cupido

con atti e gesti lagrimosi e affritti,

talché, se fu già lieto in grembo a Dido,

eran puniti tutti i suoi delitti,

perch'una damigella gli avea avinte

le braccia e l'ale spennacchiate e stinte.

XXXVIII

Pieranton cavalcava Baiantino,

e tutte sue coverte erono a verde,

per dimostrare, il giovan pellegrino,

come ogni sua speranza si rinverde;

e certo col suo averso e reo distino,

fra tutti gli altri il dì fama non perde,

e porta per cimier di lauro questo

un fresco ramo, per più chiosa al testo.

XXXIX

Era il caval di Pier Pitti apellato

Falcone, e molto leggiadro a vedere;

domaschin chermisì d'oro broccato

la sua coverta, e porta per cimiere,

come nello stendardo è figurato,

quel falso e ingiusto e spennecchiato arciere;

e d'alto a basso riccamente certo,

broccato a oro, è il palafren coperto.

XL

E poco stante in sul campo veniva

due cavalier' di Bernardin' da Todi,

e trombe e lance e barde innanzi giva.

Questo è quel dì, Savina, che tu godi:

l'un di costoro ha l'arbor coll'uliva;

e perché il ver di lor non gabbi o frodi,

era cosa a veder molto magnifica,

e fece quello effetto che significa;

XLI

quell'altro uno idoletto d'oro havea

per suo cimier; poi nel vexillo o segno

era una dama ch'un giogo rompea:

questo è quello stendardo antico e degno

d'Alberto, la cui morte fu sì rea,

benché dolce è morir per giusto sdegno;

e quel caval che 'l suo cimier sofferse

d'un bel velluto allexandrin coperse.

XLII

Il sesto Dionigi in campo è giunto

sopra un caval chiamato l'Abruzzese,

che sempre in aria e in terra era in un punto;

e poi ch'al tutto al popol fu palese,

di gentilezza e d'ogni cosa a punto

parve a chi bene ogni suo effetto intese,

e lo stendardo suo cangiante volse

ch'a tutti gli altri il dì gran fama tolse,

XLIII

come cangiato havea costumi e vita

colei che, presso all'ombra d'un bel faggio,

guardava il ciel, ch'a lui si rimarita,

come aquila del sol fissa nel raggio,

d'onestà pura e candida vestita,

e avea sciolto uno animal selvaggio

che si pascea sotto l'amate piante

del frutto sol delle sue opre sante.

XLIV

Di sopra a l'elmo avea questo una lancia

che si potrebbe interpetrar d'Acchille,

da ferir prima e poi saldar la guancia,

donde e' si son già fatte assai postille;

ma questa, se 'l giudicio mio non ciancia,

excita sol l'angeliche faville,

e desta e pugne e provoca ogni core

a riscaldarsi dello etterno amore.

XLV

Il caval fu del cimier covertato

di quel color ch'è l'alba innanzi al sole;

con ricco drappo è l'arbor ricamato

e l'animal che pasce come e' suole;

l'Abruzzese coperto è di broccato

del color delle mammole vïuole;

e ogni cosa riferiva a quella

ch'è stata un tempo e fia sempre sua stella.

XLVI

Haveva septe giovani vestiti

di quel color che è l'oro quando affina,

l'onesto col legiadro insieme uniti,

ché tutto è volto alla biltà divina;

e perché i suoi concepti sien forniti,

non disse: «Il cielo o permette o distina»,

ma scripse che da' fati chiamato era

a seguitar la sua celeste spera.

XLVII

Io lascio di costui mille ornamenti,

acciò che tocchi a ciascun la sua volta,

ch'io sento già sonar nuovi stormenti:

non vo' tediar qui sempre chi m'ascolta

a 'nterpetrar venti vestigi e venti,

ché non parrebbe alfin materia sciolta;

e perché fussi l'animale un danio,

sallo colui che simulòe già Ascanio.

XLVIII

Il popolo era in dispùta e in bisticcio

di Dionigi e di sua leggiadria,

quando in sul campo compariva i Riccio;

e s'io raccolsi ben sua fantasia,

era sì cotto che sapea d'arsiccio

d'una sua dama, ch'un falcon fingia,

nello standardo suo che innanzi venne,

che rinnovava sue leggiadre penne.

XLIX

Dopo questo giostrante istando un poco,

giunse in sul campo il gentil Pier Vespucci:

nel suo stendardo una fanciulla a gioco

Amor beffava con sua balestrucci,

e in un bel rivo fiaccole di foco

ispegne, onde costui par che si crucci;

e per cimiere una leggiadra chioma

di questa dama havea, ch'Amor non doma.

L

Di seta verde e fiori d'or contesta

avea una coverta molto bella:

el caval del cimier copria con questa

e 'l suo destrier, che Buffato s'appella;

velluto alexandrin per sopravesta

portava, e tutta ricamata è quella;

e lui pareva Hectorre sanza fallo

co molta gente a piede e a cavallo.

LI

Aveva nello scudo figurato

una ancudine in mar ch'andava a vela.

Intanto un gran romor si fu levato,

e tutto il popol gridava: «Ci vela»:

ecco apparir Salvestro Benci armato,

e come gentil cor che 'l ver non cela,

nello stendardo suo leggiadro e bello

non avea dama, anzi uno spiritello.

LII

Ma il suo cimier è pur d'una fanciulla,

ché interpetrar no·llo saprei altrimenti,

se non che 'l mio Salvestro ci trastulla

a questo modo, e fa impazzar le genti;

la sua coverta non s'intende nulla,

piena di can', di lupi e di serpenti,

e di velluto chermisì è questa

sopra il caval che si chiama Tempesta.

LIII

Questo cavallo il capo avea d'un drago,

lo spirto in corpo di Bucifalasso,

che ve 'l cacciò per arte qualche mago,

anzi più tosto quel dì Sathanasso

costretto là dalla Sibilla al lago

e sopra questo facea gran fracasso,

e no·llo arebbe stordito el dì Busse,

né re Bravier con Burrato o Brïusse.

LIV

Iacopo intanto giunse in sulla piazza

di messer Poggio con gran gentilezza.

Nello stendardo in vesta paonazza

saette e archi una fanciulla spezza.

I suoi scudier' parevon di corazza

vestiti tutti con molta destrezza.

Del caval del cimiere il guernimento

fu di velluto ner broccato ârgento.

LV

Era il cimier questa sua nimpha o dama;

e di velluto coperse ancor nero

il suo caval, che Santiglia si chiama,

e porta in sul groppon l'orribil fero

capo ch'ancora ha per Medussa fama,

con ricche perle e non sanza mistero,

ché dinanzi erano idre figurate,

forse del sangue del Gorgon create.

LVI

Ma questo non sarà la chiosa al testo,

ché sempre il vero a punto non si dice:

il popol commendò fra gli altri questo.

E intanto Carlo Borromei felice

giunse in sul campo molto hornato e presto,

e porta in ogni segno la fenice,

ch'era nel foco ove ella more e nasce

fra mirra e nardo, le sue estreme fasce.

LVII

Havea quel giorno una berretta in testa

con certa rete di perle di sopra,

che non si vide mai simìle a questa;

e de' pensar che lo scudo e sé copra

di ricca, bella e gentil sopravesta.

Fu legiadria per certo ogni sua opra,

ma 'nterpetrar non sapre' Danïello

perché tal rete si portassi quello:

LVIII

forse Cupido l'avea preso al giacchio,

forse questo era uno amante arretato.

El palafren che porta il bel pennacchio

è di purpurea seta e d'oro hornato,

e 'l suo caval, chiamato Bufolacchio,

di raso chermisì fu covertato,

di perle ricamato a melarance,

ch'eran premi d'amor, tributi e mance.

LIX

Hora ecco Benedetto Salutati

venire in campo sopra un bel destriere;

e porta ne' suo' segni al vento dati

una fanciulla e certe luce e spere

con bianchi veli onesti aviluppati;

e nota che 'l caval c'ha il bel cimiere

coperto è colle barde d'arïento,

che cento libre fu stimato e cento.

LX

Il suo caval si chiamava Scorzone,

molto possente e tutto era morello;

la suo coverta, dal capo al tallone,

un giardin sembra nel tempo novello:

quivi eran pomi di tante ragione,

ch'a primavera non saria sì bello;

era per modo di perle coperta,

che bianca si può dir questa coverta.

LXI

Insino alla testiera del cavallo

era tutta di perle ricamata.

La sopravesta sua, tu puoi pensallo,

di ricche gemme si vedea ornata:

però chi non si sente di quel giallo

non facci troppo lunga sua pensata.

Sicché questo era molto hornato tutto

e di prodezza ancor n'apparve il frutto.

LXII

Era un altro caval, con un ragazzo,

di chermisì broccato d'or, col pelo

coperto tutto insino in sullo spazzo;

e tutti i suoi scudier' che vanno a telo

con cioppette di raso paonazzo.

El gran tumulto e 'l suon rimbomba al cielo

di trombe, tamburino e zufoletto

e «Pescia» e «Salutati» e «Benedetto».

LXIII

Avea insino a qui la fama e 'l grido

Benedetto quel dì d'ogni giostrante;

ma certo il mio poeta, in ch'io mi fido,

troppo mi piace in un suo decto, Dante:

«Così ha tolto l'uno all'altro Guido»;

così fa d'ogni raggio il più micante,

così tolse a costui quel Lauro il pregio,

che hor da Febo e Marte ha privilegio.

LXIV

E' mi parea sentir sonar Miseno,

quando in sul campo Lorenzo giugnea

sopra un caval che tremar fa il terreno;

e nel suo bel vexillo si vedea

di sopra un sole e poi l'arcobaleno,

dove a lettere d'oro si leggea:

«Le tems revient», che si può interpetrarsi

tornare il tempo e 'l secol rinnovarsi.

LXV

Il campo è paonazzo d'una banda,

dall'altra è bianco, e presso a uno alloro

colei che per exempro il ciel ci manda

delle bellezze dello etterno coro,

ch'avea tessuta mezza una grillanda,

vestita tutta âzurro e be' fior' d'oro;

e era questo alloro parte verde,

e parte, secco, già suo valor perde.

LXVI

Poi, dopo a questo, Giovanni Ubaldino

e 'l buon Carlo da Forme erono armati,

che dal signor Ruberto e quel d'Urbino,

per ubidir Lorenzo, eron mandati;

e porta i lor pennacchi un ragazzino,

e di seta hanno i corsier' covertati,

di bianco e paonazzo e rose e rami,

de' qua' l'un par che 'l Prencipe si chiami.

LXVII

Il re Ferrando magno e serenissimo

al suo Lorenzo donato l'avia,

tanto che sempre gli sarà carissimo,

e dimostrò quel dì gran gagliardia;

leardo tutto pomato, era altissimo,

e volentier gli era data la via,

e tristo a quel che gli si para avante,

però che gli urti suoi son di leonfante.

LXVIII

Dodici veramente hornati e degni

giovani venien poi molto galanti,

tanto che par che la ragion m'insegni

ch'io debba questi nomar tutti quanti:

de' Soderini il primo par che vegni

Paolanton, poi Giovan Cavalcanti,

Bernardo Rucellai poi dopo a questi,

giovani singular', famosi, honesti;

LXIX

e de' Ridolfi poi Giovan Batista,

poi Pier Cappon, s'intende quel di Gino;

poi seguitava sì legiadra lista

Allexandro gentil di Boccaccino,

perché qui fama volentier s'acquista;

poi Francesco Gerardi e Pier Corsino,

Pier degli Alberti e 'l Marsupin seguiva,

e poi Giulian Panciatichi veniva;

LXX

undici insino a qui contati habbiamo:

l'ultimo apresso era Andrea Carnesecchi.

Ognuno, un gonnellin con un ricamo,

che tutto il popol par che vi si specchi,

e parte rose fresche in su 'n un ramo,

e parte son rimasi sol gli stecchi

e son le foglie giù cascate al rezzo,

tra 'l bianco e 'l paonazzo e 'l verde in mezzo.

LXXI

Era, quel verde, d'alloro un broncone

che in tutte sue divise il dì si truova,

e lettere di perle vi s'appone,

che dicon pur che 'l tempo si rinuova;

e poi d'intorno a questi è un frappone,

che di vederlo a ogni cieco giova;

e lucciole sì fise d'oro e belle,

che pare il cielo impiro con suo stelle.

LXXII

Di seta cappelletti paonazzi

con un cordon di perle, anzi gallozze,

con certe penne d'oro e certi sprazzi

di ricche gemme e altre cose sozze;

e perché tu non creda io mi diguazzi,

arnesi e falde e non calze da nozze

e tutti e fornimenti de' cavalli

s'accordon col vestir, ch'un sol non falli.

LXXIII

Veniva un palafren poi dopo al fianco,

e di broccato paonazzo questo

d'argento coperto era; e nondimanco

non creder che questo anco sia per resto,

ch'un altro covertato era di bianco,

broccato come quello, e sarà il sesto

per denotar tutti i concepti suoi;

e pifferi e trombon' seguivan poi.

LXXIV

Poi, per cimier, la sua fatale iddea

nel campo azzurro, pur d'oro vestita,

la lancia in man di Marte e 'l premio avea,

che la bella grillanda era fornita,

che Cesare o poeta hornar solea,

e fu quel dì d'ogni grazia exaldita.

Dunque ogni cosa al gentil Lauro mostra

felice annunzio alla futura giostra.

LXXV

El caval covertato è insino in terra

di drappo allexandrin d'oro diviso;

apresso un tamburin fa «tutta terra»,

che si potea sentir di paradiso;

poi seguitava un bel corsier da guerra

ch'avea le barde azurre e 'l fiordaliso

del gran re Cristianissimo alto e degno,

che gli donò questo honorato segno.

LXXVI

Dopo tanti splendor' veniva il sole,

dopo la leggiadria la gentilezza,

la rosa dopo il giglio e le vïuole:

Lorenzo, armato con molta fierezza,

sopra un caval che salta quanto e' vuole,

e tanto l'aria quanto il terren prezza;

e come e' giunse in sulla piazza quello,

chi dice e' pare Anibàl, chi Marcello.

LXXVII

Questo caval Falsamico si chiama,

dall'alta maestà del re mandato,

che succedette al regno e alla fama

d'Alfonso, che ancor pianga il mondo ingrato,

ché certo mai di lui fia sanza brama,

ch'era per gloria e per trïomphi nato.

Sicché ogni cosa s'acordava il giorno

per honorar questo campione adorno.

LXXVIII

Era coperto di perle e di seta

questo caval, ver amico e possente;

ma non è fantasia tanta discreta

che dir potessi quanto hornatamente

luceva, più che non fa la cometa,

con fresche rose e palide e languente,

questa ricca coverta, la quale era

hornata, allegra più che primavera.

LXXIX

Aveva nello scudo a mezzo il petto

un balascio ch'al mondo è forse raro,

chiamato libriccino o vuoi libretto,

ch'al suo signor famoso fu sì caro,

però che, benché e' ceda allo specchietto,

non è piropo di nocte sì chiaro,

e altri tanti balasci e rubini,

che v'era i cherubini e' serafini.

LXXX

Io lascio insino a qui già mille cose,

che pure a tutto il popol fûr palese:

era atraverso il broncon fra le rose

con ricche perle el suo brieve franzese,

e tante gioie degne e prezïose,

che certo Febo il giorno vi s'accese;

abbiti, Palla, sanza invidia omai

lo scudo, ch'ancor piange chi tu sai.

LXXXI

E perché e' paia ch'io non sogni e canti,

non ho dimenticato una berretta

ch'avea tre penne piene di diamanti,

che par che surghin fuor d'una brocchetta,

tanti zaffìr' ch'io non saprei dir quanti,

e rigata è dal mazzocchio alla vetta

di perle, che minor vidi già pèsca,

fra certi spicchi fatti alla turchesca.

LXXXII

Messer Francesco v'è da Sassatella;

Iacopo Guicciardin dopo venia;

Pier Francesco de' Medici v'è in sella;

Filippo Tornabuon presso seguia.

Mai non si vide compagnia sì bella,

né tante gemme mai vide Soria

quant'ha costui, che lo facean sì adorno,

che 'l sol parea coll'altre stelle intorno.

LXXXIII

Poi seguitava il suo fratel Giuliano,

sopra un destrier tutto d'acciaio coperto,

che mai più fe' né rifarà Milano

sì ricche barde, e chi il vedea per certo

giurato harebbe vedere Africano

quando più trïomphante ebbe più merto

che riportassi al Capitolio a Roma

d'Anibàl Baracchin la ricca soma.

LXXXIV

E poi, di dietro a questo, era un drappello

di burïassi: il fedele Ulivieri

e Strozzo degli Strozzi e 'l suo fratello

e Antonio Boscol sopra un bel corsieri,

Bernardo Bon, Malatesta e 'l Ciampello,

Giovenco suo che 'l servia volentieri;

e di velluto paonazzo questi

havevon gonnellin' pel mestier lesti.

LXXXV

Poi veniva la turba di canaria,

ch'erono a piè co lui cento valletti

con tante grida che intronavan l'aria,

e di velluto avean cento giubbetti

azurri, allucciolati ch'un non varia,

cento celate e cento mazzocchietti

in testa con tre penne a una guisa,

e cento paia di calze a sua divisa.

LXXXVI

E pifferi e trombetti e 'l tamburino,

ch'eran quindici in numer: son vestiti

di seta, chi giornea, chi gonnellino,

colle divise sue tutti puliti;

non vi rimase solo un ragazzino

che non sièno a proposito guerniti;

e chi dinanzi e chi drieto alle spalle,

giunti in sul campo, gridan: «Palle, palle!».

LXXXVII

Né prima furno allo steccato drento,

che Guglielmo e Francesco erano a fronte;

de' Pazzi è lo standardo dato al vento;

el caval di Guglielmo è detto Almonte,

quel di Francesco, Roman, s'io non mento,

benché suo nome è più tosto Chiarmonte;

è drento allo stendardo una donzella

in veste paonazza, hornata e bella.

LXXXVIII

E sotto un pino, in atto molto humìle,

have fatti cader giù pomi e rami;

quivi era un catellin bianco e gentile,

che par che d'ubidir costei sol brami,

e di que' rami ha fatto un suo covile,

e stassi, e forse aspetta ch'ella il chiami;

e per cimier questa fanciulla ancora

portava, e così fa chi s'innamora.

LXXXIX

Una ricca coverta sanza fallo

azurra ha il suo caval che 'l cimier porta,

broccato domaschin non bico, a giallo;

e molti giovan' degni ha per sua scorta,

con lance tutti in man, destri a cavallo,

de' quali il nome dir qui non importa,

e di broccato allexandrino adorno

era ciascun, con ricche gioie intorno.

XC

Il suo caval, che Roman s'appellava,

che per saltare in aria è sempre in zurro,

di raso tutto allexandrino hornava,

e di que' rami poi nel campo azurro

con tante perle e gemme ricamava,

che più Fetonte non n'avea nel curro

quel dì che, incauto, troppo in basso corre

e Giove il fulminò dall'alta torre.

XCI

Il cimier di Guglielmo era un paone,

il quale il destro piè tenea sospeso

e l'altro in mezzo a certa fiamma pone;

e non è maraviglia a chi l'ha inteso

che piaccia tanto a lui quanto a Giunone;

e par che non si curi essere inceso

un bel dalfin che s'apressava al foco,

ma, come salamandra, il prenda in gioco.

XCII

Questo paon gli era molto nel core

e sarà sempre, ch'un giorno, uccellando,

vide che molto piacea al suo signore,

ch'alla sua casa arrivò cavalcando:

avea in pugno Guglielmo uno astore,

e nel passare e costei salutando,

lo domandò se piglierebbe quello,

donde poi sempre amato ha questo uccello.

XCIII

L'amante nell'amato si trasforma:

questa sentenzia è tante volte detta,

perché convien ch'un gentil cor non dorma

dove Cupido oro e fiamma saetta,

e va cercando, investigando ogni orma,

quel che l'amata donna più diletta,

ch'amor non vèn dalle cose belle,

ma per conformità che è dalle stelle.

XCIV

Le sue coverte fûr tutte broccate

d'azurro e chermisì, d'argento e d'oro,

e tutte d'ermellin' son foderate,

perché questo animal gentile e soro

la sua natura è, benché voi il sappiate,

prima morir, patir ogni martoro

che macular la sua pura bellezza,

che fa per honor chi vita isprezza.

XCV

E, soprattutto, un Marte era a vederlo,

destro nell'armi, allato al suo Francesco,

che, se l'un peregrin, par l'altro smerlo

che del cappello uscito sia di fresco.

Ma la Fortuna che intendea d'averlo

havea già teso e preparato il vesco,

ch'a luogo e tempo mosterrà palese

come oppor si diletta all'alte imprese.

XCVI

Il popol per costor fu tutto lieto,

e non sapea di lor future sorte.

Venne in sul campo un coll'elmo segreto,

che si facea appellar Boniforte:

non so se sia più forte che l'aceto.

Questo fu il sezzo e chiusonsi le porte,

ch'eron diciotto e dodici stendardi.

Oltre, vedrem se saranno gagliardi,

XCVII

ché mancheria d'Omer lo stile e l'arte,

e mancheria degli altri antichi ingegni,

e non ci basteria cento altre carte

a contar le divise e' contrassegni

e tante cose magne a parte a parte.

Dunque convien ch'alla giostra si vegni,

ch'io credo ognun che legge i colpi aspetti,

come il dì si facìe su pe' palchetti.

XCVIII

Per gentilezza, come far si suole,

ognun corre una lancia a suo piacere,

e va pel campo a spasso quanto e' vuole,

perché la dama lo possi vedere.

Ma, poi ch'a mezogiorno era già il sole,

parve a color che si stanno a sedere

che si dovessin metter l'elmo in testa.

Hor qui comincia una dolente festa!

XCIX

Hor oltre, su, giostranti, al badalone!

Quel di Lorenzo guarda il gagliardetto,

ed èvi Cin col suo Monte Fiascone.

Eron tutte le dame al dirimpetto:

però, prima ch'egli entrino in prigione,

credo ch'ogni giostrante, poveretto,

hare' voluto un bacio alla franciosa,

che in ogni guancia lasciassi la rosa.

C

Lorenzo l'elmo, ridendo, si mise,

ch'era della grillanda coronato

de' fior', ch'un tratto anche una nimpha rise

quando a' suoi piè si gli fu inginocchiato;

poi si cavò le sue prime divise,

e volle a fiordalisi esser hornato,

che gli mandò il gran re degli altri regi

di Francia già con ricchi privilegi.

CI

Però di Falsamico suo discese,

e, dismontato, montò in su Baiardo,

che 'l gentil Borsi, famoso marchese,

gli avea mandato, e molto era gagliardo;

ma, come Busse ricordare intese,

dopo alcun colpo, divenne codardo,

e cominciò a fuggir coll'altre rozze

[qual chi] fugge Buontempo dalle nozze.

CII

Havea tre volte Boniforte corso

la lancia invan col gentil Pier Vespucci,

e ogni volta il caval via trascorso,

tanto ch'ognun di lor par che si crucci;

pure, alla quarta, s'appiccava il morso,

sicché e' convien che dell'uova si succi,

ché l'uno e l'altro allo scudo fe' còlta,

e passa col caval via a briglia sciolta.

CIII

Ben se' contento, o bellicoso Marte,

e io t'aiuterò di quel ch'io posso,

per quanto qui potrà mostrar nostra arte.

Ecco che Dïonigi tuo s'è mosso,

e Giovanni Ubaldin dall'altra parte;

sicché ciascun ha lo scudo percosso,

e rotto l'aste, e' corsier' via trascorsi,

poi rivoltati per virtù de' morsi.

CIV

Intanto i fiordalisi sono in campo:

e non è ver che 'l sol più acceso in leo

come questi, quel giorno, renda lampo.

Venne a Lorenzo incontra il Borromeo,

e l'uno e l'altro caval mena vampo,

perché qui aspira ogni fato, ogni iddeo.

Le lance si spezzâr subitamente,

e «Palle!» e «Borromei!» gridar si sente.

CV

Ma in questo tempo il fier napoletano,

che si chiamava il buon Carlo da Forme,

la lancia abassa ch'egli aveva in mano;

ma Guglielmo de' Pazzi ancor non dorme:

a lanci, a salti, atraversava il piano

come il leon che assaltar vuol le torme,

tanto ch'ognun ch'era intorno a vedere

pensò che Giove e 'l ciel voglia cadere.

CVI

E ruppe la sua lancia a mezo il petto,

che forse saria me' fussi ancor salda,

però che la corazza non ha retto,

che si schiantò come fusse di cialda,

e mal potrà giostrar, quest'è l'effetto,

benché la voglia pur sia prompta e calda.

Dunque Thesifo e le sorelle a gara

al primo colpo innanzi se gli para.

CVII

Havea già Benedetto Salutati

la lancia bassa e spronava Scorzone;

un de' baron' da Bernardin mandati

dall'altra parte la sua in resta pone;

i colpi furon gravi e smisurati,

ma però non si mosson dell'arcione,

anzi parean confitti e con gran chiodi,

e «Pescia!» e «Bernardin!» si grida e «Todi!».

CVIII

Il caval Belledonne si chiamava

ch'aveva Braccio, e tutto era leardo;

un tratto a' fianchi per modo il serrava

che salta più che quel suo leopardo,

e per ventura Lorenzo scontrava,

che 'l sopragiunse col suo buon Baiardo;

e se gli avessi apiccato il roccetto,

non arebbe a quel colpo Orlando retto.

CIX

Non hebbe però il dì maggior percossa

Lorenzo, benché sua vendetta fece:

giunse allo scudo una aste dura e grossa,

che s'apiccò come fussi di pece,

e fu sì grande del colpo la scossa,

che 'n cento pezzi la lancia disfece;

e ogni cosa vedea sempre quella

nimpha legiadra, anzi fatal sua stella.

CX

Havea più volte già corso Francesco,

e riscontrossi in Pier Anton de' Pitti,

e colle lance si scossono il pesco,

tanto ch'a pena si salvoron ritti,

ché l'uno e l'altro cavallo era fresco

e' lor cor' generosi e magni e invitti;

e, oltr'a questo, ciò che vuole Amore

è molto facil cosa all'amadore.

CXI

Né anco il Bracciolin si stava il giorno,

e, rivoltato un tratto il suo Santiglia,

la lancia chiese a chi gli era d'intorno.

Allor Pier Pitti girava la briglia,

e l'uno e l'altro i roccetti apiccorno:

dèttonsi colpi che fu maraviglia,

sicché le lance se ne feron rocchi,

tanto che gambi parvon di finocchi.

CXII

L'altro di que' di Bernardin da Todi

si riscontrava in sul campo col Riccio:

le lance resson, gli scudi eron sodi,

tanto ch'ognuno scardassa il ciliccio,

né so ben qual più di costor mi lodi;

i destrier' di cadere hebbon capriccio,

e mancò poco, pur quel poco basta,

e in mille pezzi si troncava ogni asta.

CXIII

Dove lasc'io il mio gentil Salvestro,

che cogli spron' tempestava Tempesta,

il suo caval molto feroce e destro,

e vanne all'Ubaldin testa per testa?

Dèttegli un colpo che fu di maestro,

perché e' gli pose ove e' propose a sesta,

benché quello anco sua virtù non cela,

sicché di nuovo si grida: «Ci vela!».

CXIV

Tra queste grida Lorenzo risprona

e riscontrava da Forme il suo Carlo,

e una grossa lancia e verde e buona

gli ruppe all'elmo e faceva piegarlo,

che la percossa per molto lo 'ntruona,

che si credette di sella spiccarlo,

e passan d'ogni parte con gran fretta

i veloci destrier' come saetta.

CXV

Né creder tu che Benedetto intanto

e Francesco de' Pazzi stia a vedere;

né anco Braccio ne ridea da canto;

facea Pier Pitti quel che fu dovere;

e chi parea già disarmato e infranto,

e chi per terra si vedea cadere;

e l'aria e 'l cielo e la terra rimbomba,

non si sentia più tamburin né tromba.

CXVI

El mio Salvestro mille volte buono,

el Riccio e gli altri, ognun pare uno Hettorre;

così s'han trangugiato il primo suono,

e molte volte due contra a un corre.

E burïassi rincarati sono,

ma molto più chi sapea ben ricòrre,

ché molta gente in questo giorno toma,

e bisognava, a rizar, la ciloma.

CXVII

E dirò pur che troppo gentilmente

Andrea del Fede servì Benedetto;

e Ulivier Sapìti veramente

segni mostrò di giusto amor perfetto,

perché e' servia molto discretamente

Lorenzo, sanza aver di sé rispetto,

e stette sempre agli urti, a' calci, a' cozzi;

e così fece inver Giovanni Strozzi.

CXVIII

Ripreso avea Pier Vespucci la lancia;

intanto Carlo da Forme farfalla;

corsegli adosso per dargli la mancia,

e così fe', ché 'l suo pensier non falla,

che si pensò di strisciargli la guancia:

il colpo scese e pigliava la spalla,

e come vetro trattò lo spallaccio,

e mancò poco a portarne via il braccio.

CXIX

Non si potea valer più il giovinetto,

ch'a tutto il popol ne 'ncrescea di quello.

Il Riccio intanto si mette in assetto,

ma 'l Bracciolin, ch'ebbe l'occhio al pennello,

del suo Santiglia faceva un cervietto:

non si cognosce più bestia ch'uccello,

e dètte, ch'era già vespro, l'asciolvere

a·rriccio tal, che gli scosse la polvere.

CXX

Allor si mosse Pierantonio ad volo;

dall'altra parte venne Dïonigi,

e fu falcon, se quello era terzuolo,

anzi parea de' baron' di Parigi,

talché tremava della terra il suolo;

dèttonsi colpi più scuri che bigi,

anzi più scuri che cupo di perso,

perché e' si poson le lance a traverso.

CXXI

Ma Carlo Borromei già non soggiorna,

come colui che disïava honore,

e col suo Bufolacchio innanzi torna.

Videl Guglielmo, e con molto furore,

benché Fortuna a suo modo lo scorna,

parve ch'uscissi alla starna l'astore,

e fece quel che potea finalmente,

ma la sua lancia più che l'altra sente.

CXXII

Era già tutto fracassato e stanco

per le percosse e l'arme che l'accora,

e la corazza ha confitta nel fianco,

e non s'arrende alla Fortuna ancora,

ma come generoso core e franco

volea provarsi insino all'ultima hora,

per racquistar, se potessi, sua fama,

e morte sol per salute richiama.

CXXIII

E oltr' a questo, il suo caval fellone

già cominciava a far la chirintana,

ch'ebbe al principio ogni reputazione,

oggi in sul campo diventò di zana;

e tanto fe' che ne portò il mellone,

perché e' parea di Burrato l'alfana,

e sbuffa e morde e traheva alla staffa,

e hor faceva il drago, hor la giraffa.

CXXIV

E non manco di questo disperato

era il dì Braccio, e pien di sdegno tutto:

e' si dolea che già dua volte urtato

l'avea Carlo da Forme come un putto;

e non credea che fussi a caso istato,

anzi diceva un atto vile e brutto,

tanto che corse nel fianco a ferillo,

dove e' pensò delle gotte guarillo.

CXXV

Egli era al suo cavallo uscito un zoccolo;

però volava l'ira, s'e' gualoppa:

are' voluto in mano acceso un moccolo

e ogni cosa fussi istato istoppa,

ché non ve ne sare' campato un bioccolo,

perch'ogni sua speranza vedea zoppa,

tanto che 'l buon napoletan ne pianse,

ché la corazza gli sfondava e infranse.

CXXVI

E bisognò che del campo partisse,

perché la lancia di rosso si tinse.

Iacopo in resta la sua intanto misse,

fecesi innanzi e 'l suo cavallo istrinse;

ma, come e' par che le grida s'udisse,

Guglielmo tanto il furore il sospinse,

che, come e' vide dipartito quello,

non bisognò toccar molto el zimbello.

CXXVII

E' si misse per ira il capo in grembo,

e si scontorse e si faceva u·nicchio,

e, se non fusse che pigliava a schembo,

e' ne portava del capo uno spicchio,

o forse non saria bastato un lembo.

L'elmo sì forte risonò pel picchio,

che gl'intronò le cervella e l'orecchio:

dunque fu colpo di maestro vecchio.

CXXVIII

I Berardin' chi qua chi là correa,

e Bernardino a un facea la scorta,

perché il caval la befanìa parea.

Lorenzo, sempre sua lancia ben porta,

e Benedetto il dì gran fama havea,

che si condusse al soglio della porta;

e Dïonigi e l'Ubaldino e Carlo,

ognun poteasi un paladin chiamarlo.

CXXIX

Non si sare' sentito in questa zuffa

apena le bombarde da Tredozio.

Come un leone irato ognuno sbuffa;

ch'al perso tempo il suo contrario è l'ozio,

tanto ch'a molti cascherà la muffa,

e saracci bisogno d'ossocrozio;

e le terribil' tube risonavano

e 'nsino al ciel lo strepito mandavano.

CXXX

Questo secondo suon fu pien d'omèi:

già Pieranton duo volte in terra è ito;

era caduto Carlo Borromei

e sopra un altro caval risalito;

e chi Fortuna incolpa e gli altri iddei,

e chi per morto è fuor del campo uscito.

Eran per terra miseri e meschini

Carlo da Forme e Giovanni Ubaldini.

CXXXI

Dunque la giostra pareva confusa,

ché dove è moltitudin sempre aviène:

così tutte le cose al mondo s'usa,

e sempre chi fa tosto non fa bene;

e forse ancor la festa fa qui scusa,

né so s'ognuno aperto o a sportel tiene;

ma dirò quel che si potre' pur dire,

che molto santa cosa è l'ubidire.

CXXXII

Il bando andò che si chiudessi il giorno,

ma e' s'intendea per le botteghe certo:

credo che molti giostranti osservorno,

e per paura non tennono aperto,

che tanti l'un sopra l'altro cascorno,

che spesso il campo ne parea coperto,

tanto che Marte depone giù l'ira

e per piatà sovente ne sospira.

CXXXIII

Era Lorenzo dismontato in terra

e sopra Falsamico rimontava,

ché 'l suo Baiardo non volea più guerra,

e molta fama sopr'esso acquistava,

e ogni volta ch'a' fianchi lo serra

ognuno a furia il campo scomberava,

ché non valea qui disciprina o morso,

ma insino allo steccato sempre ha corso.

CXXXIV

Hor, chi avessi Guglielmo veduto,

e' si dolea sopr'al suo fiero Almonte,

e certo, se non fusse l'elmo suto,

s'are' col guanto spezata la fronte,

tanto ch'a tutto il popol n'è incresciuto:

troppo Fortuna vendicò su' onte,

e pose nella vista sempre all'elmo

il giorno a torto al famoso Guglielmo:

CXXXV

ch'are' voluto più tosto esser morto,

come già Cesar ne' campi di Gneo,

che superato, vegendo a che porto

l'avea condotto il suo fato aspro e reo;

benché il futuro gli mostrassi scorto

per molti segni ogni augurio, ogni iddeo,

e' maladiva ciò che fa Natura:

così il portava il dì la sua isciagura.

CXXXVI

E disperato scorreva la piazza,

come fa l'orso talvolta accanito,

che ciò che truova abbatte, atterra e spazza,

o come spesso il girfalco ho sentito,

che quanti uccelli scontra, tanti amazza;

e questo e quello e quell'altro ha ferito,

e fece a molti oltre a sua voglia ingiuria,

come voleva e la rabbia e la furia.

CXXXVII

E anco il suo Francesco si dolea,

ché la Fortuna gli fa mille torti,

e la cagione occulta non sapea;

ma s' tu sapessi l'arbor che tu porti

come egli è consecrato e a quale iddea,

non l'aresti fuor tratto de' sua orti:

tu violasti a Ciballe il suo legno,

tal ch'ogni iddeo n'ha conceputo isdegno.

CXXXVIII

Riprese Benedetto Salutato

la lancia, intanto il suo caval rivolta,

ma, come questo Lorenzo ha mirato,

ne vien con Falsamico a briglia isciolta,

che Belzebù vi par drento incantato,

e cogli ispron' martellava a raccolta:

tremò la terra, quando e' si fu mosso,

con tanta furia gli correva adosso.

CXXXIX

Vedes'tu mai falcon calare a piombo,

e poi spianarsi, e batter forte l'ale,

c'ha tratto fuor della schiera il colombo?

Così Lorenzo Benedetto assale,

tanto che l'aria fa fischiar pe rombo;

non va sì presto folgor, nonché strale:

dèttonsi colpi che parén d'Achille,

e balza un Mongibel fuor di faville.

CXL

Ma de' destrier', con qual furor non dico,

inverso Santa Croce va Scorzone,

così dall'altra parte Falsamico,

ch'al suo signor dà gran riputazione

e anche al sangue di Chiarmonte antico;

e mentre che venìa con quel ronzione,

gittò Giovenco scosto dieci braccia:

come un ser margotto in terra il caccia.

CXLI

Io vidi questo dì tre buon' cavagli,

Falsamico, Scorzone e l'Abruzese,

e non ispero ma' più ritrovalli,

cercando il mondo per ogni paese

e perché questa regola non falli

e Dïonigi una gran lancia prese

e misse al suo caval nuove alie e penne,

con tanta furia al Borromeo ne venne.

CXLII

Non fu mai in selva leopardo al varco

âsaltar cervio così presto o damma,

né così tosto saetta esce d'arco;

e quanto più correa, sempre rinfiamma

sanza temer del suo signor lo 'ncarco

o di sua forza mai minuir dramma;

e puose Dïonigi ov'egli aposta,

e così Carlo gli fe' la risposta.

CXLIII

Le lance in pezi n'andorono a 'n bronchi;

ma non pensar che Braccio anco si stia

e 'l Bracciolino e gli altri pain monchi,

che tante lance quel dì si rompia,

che spesso a Marte volavano i tronchi,

tanto ch'un tratto Francesco corria,

e perché e' corre e Lorenzo era surto,

gittò el caval sozopra in terra d'urto.

CXLIV

Né prima in terra il giovinetto fue,

che tutto il campo correa âiutarlo;

ma quel caval per la sua gran virtùe

volea far quel che non poté alfin farlo,

e hor si riza e hor cadeva giùe,

sicché fa sospirar chi può mirarlo,

e credo ancor che sospirassi quella

c'ha fatta il ciel sopra ogni donna bella.

CXLV

Era a vedere il suo famoso padre,

e comandò che l'elmo gli sia tratto;

così pregava la piatosa madre,

e volentier sarebbe suto fatto,

ma e' rispondea con parole legiadre:

«Questo non era la promessa e 'l patto»

al suo signore, e poi sogiugne e dice

che in ogni modo il dì moria filice.

CXLVI

Hor ritorniamo al badalone, a Cino,

che, vegendo Lorenzo non si riza,

si pose a bocca un gran fiasco di vino

e bevel tutto quanto per la istiza;

ma po' che vide che 'l suo paladino

era già ritto e come un barbio guiza,

ricominciò a sonar per festa il corno

pur da Gambassi, molto chiaro, il giorno.

CXLVII

A ogni giuoco Cino volea bere.

Lorenzo intanto è montato in su Branca,

e sopra questo famoso corsiere

il perso tempo alla fine rinfranca,

però ch'egli era e possente e leggiere,

leardo tutto che nulla gli manca:

non rifarebbe Natura sì bello,

non ch'arte o 'ngegno o scultura o pennello.

CXLVIII

Questo cavallo a costui fu mandato

dal buon signor di Pesero Sforzesco,

che lungo tempo l'avea molto amato,

e in tutte le sue pruove era pugliesco:

nelle battaglie avea sempre honorato

il suo signore e parea ancor fresco,

ch'avea ben consumati dodici anni

e stato i mille guerre e i mille afanni.

CXLIX

Era la giostra all'ultimo ristretta:

qui si cognobbe, nella istremitade,

più di Lorenzo la virtù perfetta.

I' chiamo in testimonio una cittade:

non parve a matutin la lucernetta,

che si rinnalza ispesso e spesso cade,

ma stette come lauro sempre verde,

ché generoso cor mai valor perde.

CL

E insino al fin, come verile amante,

tenne la lancia e 'l forte iscudo al petto;

tenne la fede del suo amor costante:

alle percosse, a ogni cosa ha retto,

con animo che certo al suo adamante

si potria comparar del giovinetto,

ch'era al principio del ventesimo anno,

quando e' fu pazïente a tanto afanno.

CLI

Ma che dich'io? Chi ti fe', Tisbe, ardita

uscir la notte fuor di Bambillona,

e disprezar già, Leandro la vita?

e Pulifemo la zampogna suona

e' monti sveglie; e chi infiammò te, Arcita?

Colui ch'a nullo amato amar perdona

e tante cose far fe' al grande Achille,

così a te, Lauro: io ne dire' qui mille.

CLII

E Dïonigi il dì fermo al berzaglio

anco Amor tiene e Carlo e 'l Salutato

(el campo si vedea tutto in travaglio)

e Bernardin più volte avea lasciato

e preso qualche tratto nel guinzaglio,

con quel caval che parea spiritato,

e lo menava a man, perch'era saggio,

benché ogni volta no lasciò al vantaggio.

CLIII

Intanto il sol bagnava i sua crin' d'auro

nell'Oceàno e scaldava le spalle

del freddo corpo dell'antico Mauro,

sicché e' faceva le salse onde gialle,

forse a pietà commosso del suo Lauro,

ch'ancor faceva gridar «Palle! Palle!»

e forse a nuova gente rende il giorno

ch'aspettan come noi là il suo ritorno.

CLIV

Per color ch'a giudicare avèno

la terza volta vollon si sonasse,

talché Pluton si pensò che 'l terreno,

credo, ch'a questa volta rovinasse,

e Marte fu d'ogni dolcezza pieno,

Vener non credo già mai si mostrasse

quanto quel giorno bella e lieta in faccia,

quando il suo Adon la fe' già 'ndare in caccia.

CLV

Trassonsi l'elmo i giostranti di testa

e, posto fine a sì longo martoro,

fu dato al giovinetto con gran festa

il primo honor di Marte coll'alloro,

e l'altro a Carlo Borromei si resta.

Adunque retto giudicâr costoro:

laüro al Lauro, la Fama alla fama,

e da' balcon' giù discese ogni dama.

CLVI

Hora ha' tu la grillanda meritata,

Läuro mio, de' fioretti novelli,

hora ha luogo la fede accetta e data

in casa già del tuo Braccio Martelli,

hora tanta Cirra per te fia chiamata

che versi mai non si udîrno sì belli:

e pregherremo il ciel sopra ogni cosa

che la tua bella iddea ti sia piatosa.

CLVII

E qualche stral sarà nella faretra,

che scalderà nel cuor questa fenice;

segneren l'età tua con bianca petra,

che lungo tempo possa esser felice;

noi soneren sì dolce nostra cetra,

che fia ritolto a Pluto uridice;

noi ti faren qui divo, e sacro in cielo,

e 'l simulacro ancor, come già a Belo.

CLVIII

Habbiti, Emilio, e tu Marcello e Scipio,

e tuo trïonfi sanza invidia in Roma,

o quel che librò il popolo mancipio

e tolse al Campito' sì grieve soma,

perché tu fusti, o mio Läur, principio

di riportar te stesso in sulla chioma,

di riportar honor, vittoria e 'nsegna

alla casa de' Medici alta e degna.

CLIX

I cittadin' vi vennon tutti quanti

il dì seguente teco a rallegrarsi;

vennonvi tutti i più legiadri amanti,

vennon tutte le ninfe a sollazarsi

con suon', con festa e con sì dolci canti.

Or sia qui fin, poiché convien posarsi,

perché il compar, mentre ch'io iscrivo, aspetta

e ha già in punto la sua vïoletta.

CLX

Hor fa', compar, che tu la scarabilli,

e se tu fussi domandato atorno

per che cagione hor tal foco sfavilli,

ch'è stato un tempo da farne un susorno,

digli che son per Giulian certi isquilli

che destan, come carnasciale il corno,

il suo cor magno all'aspettata giostra,

ultima gloria di Fiorenza nostra.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 24 agosto 2010