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Edizione di riferimento:
Luigi Pulci, Opere minori, a c. di Paolo Orvieto, Mursia, Milano, [1986]
edizione elettronica di riferimento
http://www.bibliotecaitaliana.it/dynaweb/bibit/periodo/400/pulci/poemetti_ottava_rima
S'io meritai di te, mio sacro Apollo,
quel dì ch'io venni al tuo famoso templo
e piansi tanto del suo extremo crollo,
acciò che a' tuoi suggetti anco sia exemplo,
io son soletto a piè d'un erto collo,
aiuta il suon che per piacerti templo
a cantar versi del tuo amato Lauro
se ti ricorda più de' be' crin' d'auro.
Se ti ricorda ancor del tempo antico,
se 'l bel Giacintho o Clymen mai ti piacque,
da poi che del tuo amor qui canto e dico
onde il principio della giostra nacque,
fa' che sia a' versi più ch'all'opra amico,
ché tu surgesti fuor delle salse acque
con tanta nebbia il giorno all'orizonte,
ch'io dubitai tu piangessi Fetonte.
Io dico con color che son discreti,
che le cose del mondo son guidate
dal corso delle stelle e de' pianeti,
né pertanto però son distinate,
quantunque questi effetti sien segreti,
e ciò che fanno è di necessitate:
ogni nostro concetto, ogni nostra opra
ispira e vien dalla virtù di sopra.
E' si faceva le noze in Fiorenzia,
quando al ciel piacque, di Braccio Martello,
giovane hornato di tanta excellenzia,
ch'i' non saprei chi comparare a quello:
fu nel convito ogni magnificenzia,
tanto che Giove nol farìa più bello
dove fusse Dïana e Palla e Vesta,
e tutta la città ne facea festa.
Era tornata, tutta allegra Progne,
benché e' piangessi la sua Philomena;
Amor suoi ceppi preparava e gogne,
i gioghi e' lacci e ogni sua catena;
e Pan sentia sonar mille zampogne;
era di fiori ogni campagna piena;
vedeansi Satir' dolcemente iddee
seguir pe' boschi, e Driàde e Napee.
O nupzie sante, o lieto sodalizio,
dove altra volta fia Vener contenta!
Era Himeneo già posto al suo exercizio,
era Giunon tutta occupata e intenta
per adornar sì degno sponsalizio;
par che 'l gaudio celeste qui si senta,
con pace, con amore e con concordia,
ché nol turbò la dea della discordia.
Furonvi tutte le ninphe più belle,
anzi vi venne ogni amante, ogni dama;
fra l'altre duo molto gentil' sorelle,
che l'una ha sol di Costanzia ogni fama
e l'altra è il sol fra le più chiare istelle,
quella che il Lauro suo giovinetto ama,
Lucrezia, d'ogni grazia incoronata,
del nobil sangue di Piccarda nata.
Venere fece fare una grillanda
a questa gentil ninpha di vïole,
e fece che 'l suo amante gliel domanda;
ella rispuose con destre parole,
e priegal, ma 'l suo priego gli comanda,
che gli 'mprometta, se impetrar la vuole,
ch'al campo verrà presto armato in sella
e per amor di lei porterà quella.
E missegliela in testa con un riso,
con parole modeste e sì soave,
che si potea vedere il paradiso
e sentir Gabrïel quando disse: «Ave».
Costui, che mai da lei non fia diviso
e del suo cor gli ha donata la chiave,
acceptòe il don sì grazioso e degno,
di prosper' fati e di vittoria segno.
Hor, perché il vero sforza ognun che dice,
un'altra bella e gentil grillandetta
non fu sì aventurata o sì felice,
della sorella sua, ma tempo aspetta,
ché in gentil core Amor sue cicatrice
non salda così presto, ove e' saetta:
forse che i fior' ancor faranno frutto
a luogo e tempo, e 'l fin giudica il tutto.
Ma certo il Läur mio, sempre costante,
non volle esser ingrato al suo signore;
e, perché egli avea scritto in adamante
quello atto degno di celeste honore,
si ricordò, come gentile amante,
d'un detto antico, che «vuol fede Amore»;
e preparava già l'armi leggiadre;
ma nol consente il suo famoso padre.
Non consentì, che la ragion non volse:
era di poco quietata la terra,
quando Fortuna ogni sua ira sciolse
e minacciava di futura guerra,
dove poi l'arco a suo modo non colse,
ché 'l fier Leone ogni animale atterra.
Dunque costui questa grillanda serba,
finché si sfoghi la Fortuna acerba.
E qual si fusse un tempo la sua vita,
intenda ogni gentil cor per se stesso:
era legata l'anima e smarrita,
e si doleva con Amore ispesso,
dicendo: «Lasso, hor da me s'è fuggita
ogni speranza che tu m'hai promesso:
questo non è quel che quaggiù si crede,
se 'l terzo ciel tu reggi sanza fede.
Se tu se' Citherea, se tu se' quella
che fusti già magnanima regina
in Cipri, giovinetta hornata e bella,
dove ogni spirto leggiadro s'inclina,
e hor se' degli amanti fatta istella,
non si convien tua deità divina
aver tradito me che in te mi fido.
Ma s'egli è ver del tuo figliuol Cupido,
con quello stral che più tua virtù mostra
e che più infiamma i generosi cori,
chi m'ha negata la promessa giostra
saetta al cor, sì ch'ancor lui innamori,
e fia tua gloria magna, anzi fia nostra,
che certo io so che i miei infilici fiori
Proserpìna nel campo colse eliso,
anzi Rachel più tosto in paradiso».
(Forse potrebbe ricordarsi ancora
del suo falcon ch'a la rete fu giunto).
«Né so s'i' maladico il giorno e l'ora
ch'io fui felice e misero in un punto.
Or pigli exempro qui chi s'innamora:
vedrà ch'un gentil cor, quand'egli è punto,
ricerca cose degne e l'altre sprezza,
ch'Amor pur fonte è d'ogni gentilezza».
E' si dolea, ma con parole honeste;
poi cominciò a tentar nuove arte e ingegni,
e or cavagli, hor fantasie, hor veste,
mutar nuovi pensier', divise e segni,
e hor far balli, e or nocturne feste
(e che cosa è questo Amor non insegni?),
e molte volte al suo bel sole apparve,
per compiacergli, con mentite larve:
quando, con altri giovinetti amanti,
guidava il bel trionpho Autumedonne;
né vo' già mai che nessun più si vanti
d'aver condotto sì famose donne,
quando Pennèo dolce armonia e canti
sentì, che invidia n'arìa ancor Giansonne,
sì gentil barca e sì nitide limphe
portâr cantando e le Muse e le nimphe.
Credo che ancor su pel bel fiume d'Arno
rimbomba il suon tra le fresche onde e rive
de' dolci versi che d'amor cantarno
le nimphe spesso alle dolce ombre estive.
O festi giorni e non passati indarno!
O liete, o belle, o glorïose dive
ch'ornâr Quaracchi; e chiamal con Silenzio
el bel castel ch'è posto in sul Bisenzio!
Così alcun tempo per costui fu lieto
e muse e nimphe e piagge e valle e fiumi,
e di gentil, magnanimo e discreto
fûr le sue opre e tutti i sua costumi,
perché questo è quel santo läureto,
dove tra' fior' non s'asconde angue o dumi,
né qui Celen delle sue fronde pasce,
ché santo frutto di santo àlbor nasce.
Ma poi che in tutto fu l'orgoglio spento
del furor bergamasco, al fèr Leone
venne la palma, e ciascun fu contento
di far la giostra nel suo antico agone.
L'anno correva mille quatrocento
e sessantotto dalla Incarnazione,
e ordinossi per mezo gennaio,
ma il septimo dì fessi di febraio.
Hor qual sarà sì alta e degna musa,
o cetra armonizante qui d'Orpheo,
o Marsia ch'ancor duolsi e piange e scusa,
o Amphïon già in Aracinto Atteo,
che non paressi roca e in tutto ottusa?
Non val qui il zufoletto melibeo
a raccontar sì magna e bella giostra,
anzi ogni gloria della ciptà nostra.
Gran festa certo ne fe' la ciptate,
tanto che mai non la vidi più allegra:
non si ricordan le guerre passate,
che fûr conforme alla pugna di Fegra,
come altra volta in versi ho compilate;
e perché e' fussi la festa più intègra,
concorson molti giovan' d'alta fama,
ch'ognuno il giovinetto honora e ama.
E poi che furon vantati i giostranti,
manca cavalli: hor per molti paesi
sùbito volan messaggeri e fanti
a conti, re, signor', duchi e marchesi;
ecco venuti i cava' tutti quanti;
assettasi elmi e coraze e arnesi,
e scudi e lance e selle s'apparecchia,
e vassi rifrustando ogni arme vecchia.
E burïassi ritoccan per modo
che non se ne può aver collo scarpello,
tanto e l'oppinïon già duro e sodo,
e vassi bucherando hor questo, hor quello;
tanto che ancora a pensarvi ne godo,
del dolce tempo passato, sì bello.
A ogni canto rinfresca la voce:
«Che è? che è?», «Il giostrante a Santa Croce».
E tutto il popol correva a vedere;
e fecion tutti inver mirabil' prove.
Non fu in Fiorenza mai simil piacere,
e ne godeva in ciel Marte con Giove;
e non è maraviglia, a mio parere,
ch'ognun si pasce delle cose nuove;
e se ci fussi istata allor Clarice,
non fu la mia ciptà mai sì felice.
Non vi mancò nulla altro d'ornamento
che, certo, al mio parer, donna sì degna.
Quanto ti vidi, o mio popol, contento!
Quando sarà ch'un secol mai tal vegna?
Non certo più, né per rivolgimento
ch'ogni cosa al suo termine rassegna,
né per tornar Saturno e 'l mondo d'auro,
ché non sarà mai più sì gentil Lauro.
E' si sentia mille vage novelle
e bugïon di libra a rigoletto:
al corazzaio, a quel che fa le selle
non si sarebbe un ver per nulla detto;
quivi eran gran dispùte di rotelle,
di reste, di bracciale e di roccetto;
e molto d'Anton Boscol si parlava,
e così il tempo lieto oltre passava.
E' si diceva di Marin Giovanni
delle sue opre già tanto famose;
di Ciarpellone e de' suoi lunghi affanni,
come in sul campo fe' mirabil' cose;
e di molti altri già ne' passati anni
l'antiche pruove degne e bellicose;
ma sopr'a tutte cose, al mio parere,
i burïassi si facean valere.
Era il quinto alimento i burïassi:
non rispondevan più se non per lezio;
benché alcun par che si ramaricassi
che non havea a suo modo discrèzio,
pur discrezion fratesca non errassi;
e studiava Aristotile e Buezio:
donde il giostrante era più biasimato,
che s'egli avessi il sepulcro spogliato.
L'aquila rossa in sull'elmetto un Marte
sopra sua stella fe' d'argento e d'oro;
la lancia in man dalla sinistra parte,
da dextra avea la corona d'alloro,
per denotare insieme il premio e l'arte;
questo era il primo elmetto e 'l più decoro;
l'altro, con l'ale a' piedi e in man la palma,
havea la Fama glorïosa e alma.
Venne quel giorno tanto disïato.
El signor degno di Sansoverino,
Ruberto nostro, in alto è diputato
col milite famoso Soderino
giudicatore, e 'l Pandolfin da lato;
appresso a lui de' Martegli Ugolino;
Niccolò Giugni seguia drieto agli anni,
e poi de' Gianfigliazzi era Bongianni.
Libero il campo e lo steccato intorno;
e perché spesso il ver reca vergogna,
il popol che a veder vi fu quel giorno
al secol che verrà parrà menzogna;
e quanto ognuno in campo entrassi adorno
è interpetrar quel che Nabucco sogna:
dell'alte fantasie, divise e segni
de' giovan' nostri, glorïosi e degni.
De' Medici vi venne ardito e franco
Braccio, e mostrò quanto fussi gagliardo:
una fanciulla che copre un vel bianco,
famosa in vista, avea nel suo stendardo,
e sotto un'alta quercia, umìle e stanco,
legato stava un gentile alepardo,
e per cimieri in man teneva quella
di fronde una grillanda fresca e bella.
Di bianco domaschin d'oro broccato
era il caval del bel cimier coperto;
e lui sopra un caval feroce, armato,
ch'avea Spazzacampagna il nome certo;
e di velluto bianco è covertato,
dove alcun lëopardo è ben conserto,
legato pure all'arbor del gran Giove
con laccio d'oro, e da quel non si muove.
Havea con seco molti damigelli
con certi vestir' dextri e un ricamo
pur di candida seta, hornati e belli,
dove ciascun nel petto avea un ramo;
trombetti, burïassi, altri donzelli
intorno, tutti a piè, per suo richiamo:
e 'l popol ne mostrò grande allegrezza,
rispetto avendo alla sua gentilezza.
Dopo costui s'udia di nuovo un grido,
e Pieranton giugneva e 'l suo Pier Pitti;
e drento allo stendardo hanno Cupido
con atti e gesti lagrimosi e affritti,
talché, se fu già lieto in grembo a Dido,
eran puniti tutti i suoi delitti,
perch'una damigella gli avea avinte
le braccia e l'ale spennacchiate e stinte.
Pieranton cavalcava Baiantino,
e tutte sue coverte erono a verde,
per dimostrare, il giovan pellegrino,
come ogni sua speranza si rinverde;
e certo col suo averso e reo distino,
fra tutti gli altri il dì fama non perde,
e porta per cimier di lauro questo
un fresco ramo, per più chiosa al testo.
Era il caval di Pier Pitti apellato
Falcone, e molto leggiadro a vedere;
domaschin chermisì d'oro broccato
la sua coverta, e porta per cimiere,
come nello stendardo è figurato,
quel falso e ingiusto e spennecchiato arciere;
e d'alto a basso riccamente certo,
broccato a oro, è il palafren coperto.
E poco stante in sul campo veniva
due cavalier' di Bernardin' da Todi,
e trombe e lance e barde innanzi giva.
Questo è quel dì, Savina, che tu godi:
l'un di costoro ha l'arbor coll'uliva;
e perché il ver di lor non gabbi o frodi,
era cosa a veder molto magnifica,
e fece quello effetto che significa;
quell'altro uno idoletto d'oro havea
per suo cimier; poi nel vexillo o segno
era una dama ch'un giogo rompea:
questo è quello stendardo antico e degno
d'Alberto, la cui morte fu sì rea,
benché dolce è morir per giusto sdegno;
e quel caval che 'l suo cimier sofferse
d'un bel velluto allexandrin coperse.
Il sesto Dionigi in campo è giunto
sopra un caval chiamato l'Abruzzese,
che sempre in aria e in terra era in un punto;
e poi ch'al tutto al popol fu palese,
di gentilezza e d'ogni cosa a punto
parve a chi bene ogni suo effetto intese,
e lo stendardo suo cangiante volse
ch'a tutti gli altri il dì gran fama tolse,
come cangiato havea costumi e vita
colei che, presso all'ombra d'un bel faggio,
guardava il ciel, ch'a lui si rimarita,
come aquila del sol fissa nel raggio,
d'onestà pura e candida vestita,
e avea sciolto uno animal selvaggio
che si pascea sotto l'amate piante
del frutto sol delle sue opre sante.
Di sopra a l'elmo avea questo una lancia
che si potrebbe interpetrar d'Acchille,
da ferir prima e poi saldar la guancia,
donde e' si son già fatte assai postille;
ma questa, se 'l giudicio mio non ciancia,
excita sol l'angeliche faville,
e desta e pugne e provoca ogni core
a riscaldarsi dello etterno amore.
Il caval fu del cimier covertato
di quel color ch'è l'alba innanzi al sole;
con ricco drappo è l'arbor ricamato
e l'animal che pasce come e' suole;
l'Abruzzese coperto è di broccato
del color delle mammole vïuole;
e ogni cosa riferiva a quella
ch'è stata un tempo e fia sempre sua stella.
Haveva septe giovani vestiti
di quel color che è l'oro quando affina,
l'onesto col legiadro insieme uniti,
ché tutto è volto alla biltà divina;
e perché i suoi concepti sien forniti,
non disse: «Il cielo o permette o distina»,
ma scripse che da' fati chiamato era
a seguitar la sua celeste spera.
Io lascio di costui mille ornamenti,
acciò che tocchi a ciascun la sua volta,
ch'io sento già sonar nuovi stormenti:
non vo' tediar qui sempre chi m'ascolta
a 'nterpetrar venti vestigi e venti,
ché non parrebbe alfin materia sciolta;
e perché fussi l'animale un danio,
sallo colui che simulòe già Ascanio.
Il popolo era in dispùta e in bisticcio
di Dionigi e di sua leggiadria,
quando in sul campo compariva i Riccio;
e s'io raccolsi ben sua fantasia,
era sì cotto che sapea d'arsiccio
d'una sua dama, ch'un falcon fingia,
nello standardo suo che innanzi venne,
che rinnovava sue leggiadre penne.
Dopo questo giostrante istando un poco,
giunse in sul campo il gentil Pier Vespucci:
nel suo stendardo una fanciulla a gioco
Amor beffava con sua balestrucci,
e in un bel rivo fiaccole di foco
ispegne, onde costui par che si crucci;
e per cimiere una leggiadra chioma
di questa dama havea, ch'Amor non doma.
Di seta verde e fiori d'or contesta
avea una coverta molto bella:
el caval del cimier copria con questa
e 'l suo destrier, che Buffato s'appella;
velluto alexandrin per sopravesta
portava, e tutta ricamata è quella;
e lui pareva Hectorre sanza fallo
co molta gente a piede e a cavallo.
Aveva nello scudo figurato
una ancudine in mar ch'andava a vela.
Intanto un gran romor si fu levato,
e tutto il popol gridava: «Ci vela»:
ecco apparir Salvestro Benci armato,
e come gentil cor che 'l ver non cela,
nello stendardo suo leggiadro e bello
non avea dama, anzi uno spiritello.
Ma il suo cimier è pur d'una fanciulla,
ché interpetrar no·llo saprei altrimenti,
se non che 'l mio Salvestro ci trastulla
a questo modo, e fa impazzar le genti;
la sua coverta non s'intende nulla,
piena di can', di lupi e di serpenti,
e di velluto chermisì è questa
sopra il caval che si chiama Tempesta.
Questo cavallo il capo avea d'un drago,
lo spirto in corpo di Bucifalasso,
che ve 'l cacciò per arte qualche mago,
anzi più tosto quel dì Sathanasso
costretto là dalla Sibilla al lago
e sopra questo facea gran fracasso,
e no·llo arebbe stordito el dì Busse,
né re Bravier con Burrato o Brïusse.
Iacopo intanto giunse in sulla piazza
di messer Poggio con gran gentilezza.
Nello stendardo in vesta paonazza
saette e archi una fanciulla spezza.
I suoi scudier' parevon di corazza
vestiti tutti con molta destrezza.
Del caval del cimiere il guernimento
fu di velluto ner broccato ârgento.
Era il cimier questa sua nimpha o dama;
e di velluto coperse ancor nero
il suo caval, che Santiglia si chiama,
e porta in sul groppon l'orribil fero
capo ch'ancora ha per Medussa fama,
con ricche perle e non sanza mistero,
ché dinanzi erano idre figurate,
forse del sangue del Gorgon create.
Ma questo non sarà la chiosa al testo,
ché sempre il vero a punto non si dice:
il popol commendò fra gli altri questo.
E intanto Carlo Borromei felice
giunse in sul campo molto hornato e presto,
e porta in ogni segno la fenice,
ch'era nel foco ove ella more e nasce
fra mirra e nardo, le sue estreme fasce.
Havea quel giorno una berretta in testa
con certa rete di perle di sopra,
che non si vide mai simìle a questa;
e de' pensar che lo scudo e sé copra
di ricca, bella e gentil sopravesta.
Fu legiadria per certo ogni sua opra,
ma 'nterpetrar non sapre' Danïello
perché tal rete si portassi quello:
forse Cupido l'avea preso al giacchio,
forse questo era uno amante arretato.
El palafren che porta il bel pennacchio
è di purpurea seta e d'oro hornato,
e 'l suo caval, chiamato Bufolacchio,
di raso chermisì fu covertato,
di perle ricamato a melarance,
ch'eran premi d'amor, tributi e mance.
Hora ecco Benedetto Salutati
venire in campo sopra un bel destriere;
e porta ne' suo' segni al vento dati
una fanciulla e certe luce e spere
con bianchi veli onesti aviluppati;
e nota che 'l caval c'ha il bel cimiere
coperto è colle barde d'arïento,
che cento libre fu stimato e cento.
Il suo caval si chiamava Scorzone,
molto possente e tutto era morello;
la suo coverta, dal capo al tallone,
un giardin sembra nel tempo novello:
quivi eran pomi di tante ragione,
ch'a primavera non saria sì bello;
era per modo di perle coperta,
che bianca si può dir questa coverta.
Insino alla testiera del cavallo
era tutta di perle ricamata.
La sopravesta sua, tu puoi pensallo,
di ricche gemme si vedea ornata:
però chi non si sente di quel giallo
non facci troppo lunga sua pensata.
Sicché questo era molto hornato tutto
e di prodezza ancor n'apparve il frutto.
Era un altro caval, con un ragazzo,
di chermisì broccato d'or, col pelo
coperto tutto insino in sullo spazzo;
e tutti i suoi scudier' che vanno a telo
con cioppette di raso paonazzo.
El gran tumulto e 'l suon rimbomba al cielo
di trombe, tamburino e zufoletto
e «Pescia» e «Salutati» e «Benedetto».
Avea insino a qui la fama e 'l grido
Benedetto quel dì d'ogni giostrante;
ma certo il mio poeta, in ch'io mi fido,
troppo mi piace in un suo decto, Dante:
«Così ha tolto l'uno all'altro Guido»;
così fa d'ogni raggio il più micante,
così tolse a costui quel Lauro il pregio,
che hor da Febo e Marte ha privilegio.
E' mi parea sentir sonar Miseno,
quando in sul campo Lorenzo giugnea
sopra un caval che tremar fa il terreno;
e nel suo bel vexillo si vedea
di sopra un sole e poi l'arcobaleno,
dove a lettere d'oro si leggea:
«Le tems revient», che si può interpetrarsi
tornare il tempo e 'l secol rinnovarsi.
Il campo è paonazzo d'una banda,
dall'altra è bianco, e presso a uno alloro
colei che per exempro il ciel ci manda
delle bellezze dello etterno coro,
ch'avea tessuta mezza una grillanda,
vestita tutta âzurro e be' fior' d'oro;
e era questo alloro parte verde,
e parte, secco, già suo valor perde.
Poi, dopo a questo, Giovanni Ubaldino
e 'l buon Carlo da Forme erono armati,
che dal signor Ruberto e quel d'Urbino,
per ubidir Lorenzo, eron mandati;
e porta i lor pennacchi un ragazzino,
e di seta hanno i corsier' covertati,
di bianco e paonazzo e rose e rami,
de' qua' l'un par che 'l Prencipe si chiami.
Il re Ferrando magno e serenissimo
al suo Lorenzo donato l'avia,
tanto che sempre gli sarà carissimo,
e dimostrò quel dì gran gagliardia;
leardo tutto pomato, era altissimo,
e volentier gli era data la via,
e tristo a quel che gli si para avante,
però che gli urti suoi son di leonfante.
Dodici veramente hornati e degni
giovani venien poi molto galanti,
tanto che par che la ragion m'insegni
ch'io debba questi nomar tutti quanti:
de' Soderini il primo par che vegni
Paolanton, poi Giovan Cavalcanti,
Bernardo Rucellai poi dopo a questi,
giovani singular', famosi, honesti;
e de' Ridolfi poi Giovan Batista,
poi Pier Cappon, s'intende quel di Gino;
poi seguitava sì legiadra lista
Allexandro gentil di Boccaccino,
perché qui fama volentier s'acquista;
poi Francesco Gerardi e Pier Corsino,
Pier degli Alberti e 'l Marsupin seguiva,
e poi Giulian Panciatichi veniva;
undici insino a qui contati habbiamo:
l'ultimo apresso era Andrea Carnesecchi.
Ognuno, un gonnellin con un ricamo,
che tutto il popol par che vi si specchi,
e parte rose fresche in su 'n un ramo,
e parte son rimasi sol gli stecchi
e son le foglie giù cascate al rezzo,
tra 'l bianco e 'l paonazzo e 'l verde in mezzo.
Era, quel verde, d'alloro un broncone
che in tutte sue divise il dì si truova,
e lettere di perle vi s'appone,
che dicon pur che 'l tempo si rinuova;
e poi d'intorno a questi è un frappone,
che di vederlo a ogni cieco giova;
e lucciole sì fise d'oro e belle,
che pare il cielo impiro con suo stelle.
Di seta cappelletti paonazzi
con un cordon di perle, anzi gallozze,
con certe penne d'oro e certi sprazzi
di ricche gemme e altre cose sozze;
e perché tu non creda io mi diguazzi,
arnesi e falde e non calze da nozze
e tutti e fornimenti de' cavalli
s'accordon col vestir, ch'un sol non falli.
Veniva un palafren poi dopo al fianco,
e di broccato paonazzo questo
d'argento coperto era; e nondimanco
non creder che questo anco sia per resto,
ch'un altro covertato era di bianco,
broccato come quello, e sarà il sesto
per denotar tutti i concepti suoi;
e pifferi e trombon' seguivan poi.
Poi, per cimier, la sua fatale iddea
nel campo azzurro, pur d'oro vestita,
la lancia in man di Marte e 'l premio avea,
che la bella grillanda era fornita,
che Cesare o poeta hornar solea,
e fu quel dì d'ogni grazia exaldita.
Dunque ogni cosa al gentil Lauro mostra
felice annunzio alla futura giostra.
El caval covertato è insino in terra
di drappo allexandrin d'oro diviso;
apresso un tamburin fa «tutta terra»,
che si potea sentir di paradiso;
poi seguitava un bel corsier da guerra
ch'avea le barde azurre e 'l fiordaliso
del gran re Cristianissimo alto e degno,
che gli donò questo honorato segno.
Dopo tanti splendor' veniva il sole,
dopo la leggiadria la gentilezza,
la rosa dopo il giglio e le vïuole:
Lorenzo, armato con molta fierezza,
sopra un caval che salta quanto e' vuole,
e tanto l'aria quanto il terren prezza;
e come e' giunse in sulla piazza quello,
chi dice e' pare Anibàl, chi Marcello.
Questo caval Falsamico si chiama,
dall'alta maestà del re mandato,
che succedette al regno e alla fama
d'Alfonso, che ancor pianga il mondo ingrato,
ché certo mai di lui fia sanza brama,
ch'era per gloria e per trïomphi nato.
Sicché ogni cosa s'acordava il giorno
per honorar questo campione adorno.
Era coperto di perle e di seta
questo caval, ver amico e possente;
ma non è fantasia tanta discreta
che dir potessi quanto hornatamente
luceva, più che non fa la cometa,
con fresche rose e palide e languente,
questa ricca coverta, la quale era
hornata, allegra più che primavera.
Aveva nello scudo a mezzo il petto
un balascio ch'al mondo è forse raro,
chiamato libriccino o vuoi libretto,
ch'al suo signor famoso fu sì caro,
però che, benché e' ceda allo specchietto,
non è piropo di nocte sì chiaro,
e altri tanti balasci e rubini,
che v'era i cherubini e' serafini.
Io lascio insino a qui già mille cose,
che pure a tutto il popol fûr palese:
era atraverso il broncon fra le rose
con ricche perle el suo brieve franzese,
e tante gioie degne e prezïose,
che certo Febo il giorno vi s'accese;
abbiti, Palla, sanza invidia omai
lo scudo, ch'ancor piange chi tu sai.
E perché e' paia ch'io non sogni e canti,
non ho dimenticato una berretta
ch'avea tre penne piene di diamanti,
che par che surghin fuor d'una brocchetta,
tanti zaffìr' ch'io non saprei dir quanti,
e rigata è dal mazzocchio alla vetta
di perle, che minor vidi già pèsca,
fra certi spicchi fatti alla turchesca.
Messer Francesco v'è da Sassatella;
Iacopo Guicciardin dopo venia;
Pier Francesco de' Medici v'è in sella;
Filippo Tornabuon presso seguia.
Mai non si vide compagnia sì bella,
né tante gemme mai vide Soria
quant'ha costui, che lo facean sì adorno,
che 'l sol parea coll'altre stelle intorno.
Poi seguitava il suo fratel Giuliano,
sopra un destrier tutto d'acciaio coperto,
che mai più fe' né rifarà Milano
sì ricche barde, e chi il vedea per certo
giurato harebbe vedere Africano
quando più trïomphante ebbe più merto
che riportassi al Capitolio a Roma
d'Anibàl Baracchin la ricca soma.
E poi, di dietro a questo, era un drappello
di burïassi: il fedele Ulivieri
e Strozzo degli Strozzi e 'l suo fratello
e Antonio Boscol sopra un bel corsieri,
Bernardo Bon, Malatesta e 'l Ciampello,
Giovenco suo che 'l servia volentieri;
e di velluto paonazzo questi
havevon gonnellin' pel mestier lesti.
Poi veniva la turba di canaria,
ch'erono a piè co lui cento valletti
con tante grida che intronavan l'aria,
e di velluto avean cento giubbetti
azurri, allucciolati ch'un non varia,
cento celate e cento mazzocchietti
in testa con tre penne a una guisa,
e cento paia di calze a sua divisa.
E pifferi e trombetti e 'l tamburino,
ch'eran quindici in numer: son vestiti
di seta, chi giornea, chi gonnellino,
colle divise sue tutti puliti;
non vi rimase solo un ragazzino
che non sièno a proposito guerniti;
e chi dinanzi e chi drieto alle spalle,
giunti in sul campo, gridan: «Palle, palle!».
Né prima furno allo steccato drento,
che Guglielmo e Francesco erano a fronte;
de' Pazzi è lo standardo dato al vento;
el caval di Guglielmo è detto Almonte,
quel di Francesco, Roman, s'io non mento,
benché suo nome è più tosto Chiarmonte;
è drento allo stendardo una donzella
in veste paonazza, hornata e bella.
E sotto un pino, in atto molto humìle,
have fatti cader giù pomi e rami;
quivi era un catellin bianco e gentile,
che par che d'ubidir costei sol brami,
e di que' rami ha fatto un suo covile,
e stassi, e forse aspetta ch'ella il chiami;
e per cimier questa fanciulla ancora
portava, e così fa chi s'innamora.
Una ricca coverta sanza fallo
azurra ha il suo caval che 'l cimier porta,
broccato domaschin non bico, a giallo;
e molti giovan' degni ha per sua scorta,
con lance tutti in man, destri a cavallo,
de' quali il nome dir qui non importa,
e di broccato allexandrino adorno
era ciascun, con ricche gioie intorno.
Il suo caval, che Roman s'appellava,
che per saltare in aria è sempre in zurro,
di raso tutto allexandrino hornava,
e di que' rami poi nel campo azurro
con tante perle e gemme ricamava,
che più Fetonte non n'avea nel curro
quel dì che, incauto, troppo in basso corre
e Giove il fulminò dall'alta torre.
Il cimier di Guglielmo era un paone,
il quale il destro piè tenea sospeso
e l'altro in mezzo a certa fiamma pone;
e non è maraviglia a chi l'ha inteso
che piaccia tanto a lui quanto a Giunone;
e par che non si curi essere inceso
un bel dalfin che s'apressava al foco,
ma, come salamandra, il prenda in gioco.
Questo paon gli era molto nel core
e sarà sempre, ch'un giorno, uccellando,
vide che molto piacea al suo signore,
ch'alla sua casa arrivò cavalcando:
avea in pugno Guglielmo uno astore,
e nel passare e costei salutando,
lo domandò se piglierebbe quello,
donde poi sempre amato ha questo uccello.
L'amante nell'amato si trasforma:
questa sentenzia è tante volte detta,
perché convien ch'un gentil cor non dorma
dove Cupido oro e fiamma saetta,
e va cercando, investigando ogni orma,
quel che l'amata donna più diletta,
ch'amor non vèn dalle cose belle,
ma per conformità che è dalle stelle.
Le sue coverte fûr tutte broccate
d'azurro e chermisì, d'argento e d'oro,
e tutte d'ermellin' son foderate,
perché questo animal gentile e soro
la sua natura è, benché voi il sappiate,
prima morir, patir ogni martoro
che macular la sua pura bellezza,
che fa per honor chi vita isprezza.
E, soprattutto, un Marte era a vederlo,
destro nell'armi, allato al suo Francesco,
che, se l'un peregrin, par l'altro smerlo
che del cappello uscito sia di fresco.
Ma la Fortuna che intendea d'averlo
havea già teso e preparato il vesco,
ch'a luogo e tempo mosterrà palese
come oppor si diletta all'alte imprese.
Il popol per costor fu tutto lieto,
e non sapea di lor future sorte.
Venne in sul campo un coll'elmo segreto,
che si facea appellar Boniforte:
non so se sia più forte che l'aceto.
Questo fu il sezzo e chiusonsi le porte,
ch'eron diciotto e dodici stendardi.
Oltre, vedrem se saranno gagliardi,
ché mancheria d'Omer lo stile e l'arte,
e mancheria degli altri antichi ingegni,
e non ci basteria cento altre carte
a contar le divise e' contrassegni
e tante cose magne a parte a parte.
Dunque convien ch'alla giostra si vegni,
ch'io credo ognun che legge i colpi aspetti,
come il dì si facìe su pe' palchetti.
Per gentilezza, come far si suole,
ognun corre una lancia a suo piacere,
e va pel campo a spasso quanto e' vuole,
perché la dama lo possi vedere.
Ma, poi ch'a mezogiorno era già il sole,
parve a color che si stanno a sedere
che si dovessin metter l'elmo in testa.
Hor qui comincia una dolente festa!
Hor oltre, su, giostranti, al badalone!
Quel di Lorenzo guarda il gagliardetto,
ed èvi Cin col suo Monte Fiascone.
Eron tutte le dame al dirimpetto:
però, prima ch'egli entrino in prigione,
credo ch'ogni giostrante, poveretto,
hare' voluto un bacio alla franciosa,
che in ogni guancia lasciassi la rosa.
Lorenzo l'elmo, ridendo, si mise,
ch'era della grillanda coronato
de' fior', ch'un tratto anche una nimpha rise
quando a' suoi piè si gli fu inginocchiato;
poi si cavò le sue prime divise,
e volle a fiordalisi esser hornato,
che gli mandò il gran re degli altri regi
di Francia già con ricchi privilegi.
Però di Falsamico suo discese,
e, dismontato, montò in su Baiardo,
che 'l gentil Borsi, famoso marchese,
gli avea mandato, e molto era gagliardo;
ma, come Busse ricordare intese,
dopo alcun colpo, divenne codardo,
e cominciò a fuggir coll'altre rozze
[qual chi] fugge Buontempo dalle nozze.
Havea tre volte Boniforte corso
la lancia invan col gentil Pier Vespucci,
e ogni volta il caval via trascorso,
tanto ch'ognun di lor par che si crucci;
pure, alla quarta, s'appiccava il morso,
sicché e' convien che dell'uova si succi,
ché l'uno e l'altro allo scudo fe' còlta,
e passa col caval via a briglia sciolta.
Ben se' contento, o bellicoso Marte,
e io t'aiuterò di quel ch'io posso,
per quanto qui potrà mostrar nostra arte.
Ecco che Dïonigi tuo s'è mosso,
e Giovanni Ubaldin dall'altra parte;
sicché ciascun ha lo scudo percosso,
e rotto l'aste, e' corsier' via trascorsi,
poi rivoltati per virtù de' morsi.
Intanto i fiordalisi sono in campo:
e non è ver che 'l sol più acceso in leo
come questi, quel giorno, renda lampo.
Venne a Lorenzo incontra il Borromeo,
e l'uno e l'altro caval mena vampo,
perché qui aspira ogni fato, ogni iddeo.
Le lance si spezzâr subitamente,
e «Palle!» e «Borromei!» gridar si sente.
Ma in questo tempo il fier napoletano,
che si chiamava il buon Carlo da Forme,
la lancia abassa ch'egli aveva in mano;
ma Guglielmo de' Pazzi ancor non dorme:
a lanci, a salti, atraversava il piano
come il leon che assaltar vuol le torme,
tanto ch'ognun ch'era intorno a vedere
pensò che Giove e 'l ciel voglia cadere.
E ruppe la sua lancia a mezo il petto,
che forse saria me' fussi ancor salda,
però che la corazza non ha retto,
che si schiantò come fusse di cialda,
e mal potrà giostrar, quest'è l'effetto,
benché la voglia pur sia prompta e calda.
Dunque Thesifo e le sorelle a gara
al primo colpo innanzi se gli para.
Havea già Benedetto Salutati
la lancia bassa e spronava Scorzone;
un de' baron' da Bernardin mandati
dall'altra parte la sua in resta pone;
i colpi furon gravi e smisurati,
ma però non si mosson dell'arcione,
anzi parean confitti e con gran chiodi,
e «Pescia!» e «Bernardin!» si grida e «Todi!».
Il caval Belledonne si chiamava
ch'aveva Braccio, e tutto era leardo;
un tratto a' fianchi per modo il serrava
che salta più che quel suo leopardo,
e per ventura Lorenzo scontrava,
che 'l sopragiunse col suo buon Baiardo;
e se gli avessi apiccato il roccetto,
non arebbe a quel colpo Orlando retto.
Non hebbe però il dì maggior percossa
Lorenzo, benché sua vendetta fece:
giunse allo scudo una aste dura e grossa,
che s'apiccò come fussi di pece,
e fu sì grande del colpo la scossa,
che 'n cento pezzi la lancia disfece;
e ogni cosa vedea sempre quella
nimpha legiadra, anzi fatal sua stella.
Havea più volte già corso Francesco,
e riscontrossi in Pier Anton de' Pitti,
e colle lance si scossono il pesco,
tanto ch'a pena si salvoron ritti,
ché l'uno e l'altro cavallo era fresco
e' lor cor' generosi e magni e invitti;
e, oltr'a questo, ciò che vuole Amore
è molto facil cosa all'amadore.
Né anco il Bracciolin si stava il giorno,
e, rivoltato un tratto il suo Santiglia,
la lancia chiese a chi gli era d'intorno.
Allor Pier Pitti girava la briglia,
e l'uno e l'altro i roccetti apiccorno:
dèttonsi colpi che fu maraviglia,
sicché le lance se ne feron rocchi,
tanto che gambi parvon di finocchi.
L'altro di que' di Bernardin da Todi
si riscontrava in sul campo col Riccio:
le lance resson, gli scudi eron sodi,
tanto ch'ognuno scardassa il ciliccio,
né so ben qual più di costor mi lodi;
i destrier' di cadere hebbon capriccio,
e mancò poco, pur quel poco basta,
e in mille pezzi si troncava ogni asta.
Dove lasc'io il mio gentil Salvestro,
che cogli spron' tempestava Tempesta,
il suo caval molto feroce e destro,
e vanne all'Ubaldin testa per testa?
Dèttegli un colpo che fu di maestro,
perché e' gli pose ove e' propose a sesta,
benché quello anco sua virtù non cela,
sicché di nuovo si grida: «Ci vela!».
Tra queste grida Lorenzo risprona
e riscontrava da Forme il suo Carlo,
e una grossa lancia e verde e buona
gli ruppe all'elmo e faceva piegarlo,
che la percossa per molto lo 'ntruona,
che si credette di sella spiccarlo,
e passan d'ogni parte con gran fretta
i veloci destrier' come saetta.
Né creder tu che Benedetto intanto
e Francesco de' Pazzi stia a vedere;
né anco Braccio ne ridea da canto;
facea Pier Pitti quel che fu dovere;
e chi parea già disarmato e infranto,
e chi per terra si vedea cadere;
e l'aria e 'l cielo e la terra rimbomba,
non si sentia più tamburin né tromba.
El mio Salvestro mille volte buono,
el Riccio e gli altri, ognun pare uno Hettorre;
così s'han trangugiato il primo suono,
e molte volte due contra a un corre.
E burïassi rincarati sono,
ma molto più chi sapea ben ricòrre,
ché molta gente in questo giorno toma,
e bisognava, a rizar, la ciloma.
E dirò pur che troppo gentilmente
Andrea del Fede servì Benedetto;
e Ulivier Sapìti veramente
segni mostrò di giusto amor perfetto,
perché e' servia molto discretamente
Lorenzo, sanza aver di sé rispetto,
e stette sempre agli urti, a' calci, a' cozzi;
e così fece inver Giovanni Strozzi.
Ripreso avea Pier Vespucci la lancia;
intanto Carlo da Forme farfalla;
corsegli adosso per dargli la mancia,
e così fe', ché 'l suo pensier non falla,
che si pensò di strisciargli la guancia:
il colpo scese e pigliava la spalla,
e come vetro trattò lo spallaccio,
e mancò poco a portarne via il braccio.
Non si potea valer più il giovinetto,
ch'a tutto il popol ne 'ncrescea di quello.
Il Riccio intanto si mette in assetto,
ma 'l Bracciolin, ch'ebbe l'occhio al pennello,
del suo Santiglia faceva un cervietto:
non si cognosce più bestia ch'uccello,
e dètte, ch'era già vespro, l'asciolvere
a·rriccio tal, che gli scosse la polvere.
Allor si mosse Pierantonio ad volo;
dall'altra parte venne Dïonigi,
e fu falcon, se quello era terzuolo,
anzi parea de' baron' di Parigi,
talché tremava della terra il suolo;
dèttonsi colpi più scuri che bigi,
anzi più scuri che cupo di perso,
perché e' si poson le lance a traverso.
Ma Carlo Borromei già non soggiorna,
come colui che disïava honore,
e col suo Bufolacchio innanzi torna.
Videl Guglielmo, e con molto furore,
benché Fortuna a suo modo lo scorna,
parve ch'uscissi alla starna l'astore,
e fece quel che potea finalmente,
ma la sua lancia più che l'altra sente.
Era già tutto fracassato e stanco
per le percosse e l'arme che l'accora,
e la corazza ha confitta nel fianco,
e non s'arrende alla Fortuna ancora,
ma come generoso core e franco
volea provarsi insino all'ultima hora,
per racquistar, se potessi, sua fama,
e morte sol per salute richiama.
E oltr' a questo, il suo caval fellone
già cominciava a far la chirintana,
ch'ebbe al principio ogni reputazione,
oggi in sul campo diventò di zana;
e tanto fe' che ne portò il mellone,
perché e' parea di Burrato l'alfana,
e sbuffa e morde e traheva alla staffa,
e hor faceva il drago, hor la giraffa.
E non manco di questo disperato
era il dì Braccio, e pien di sdegno tutto:
e' si dolea che già dua volte urtato
l'avea Carlo da Forme come un putto;
e non credea che fussi a caso istato,
anzi diceva un atto vile e brutto,
tanto che corse nel fianco a ferillo,
dove e' pensò delle gotte guarillo.
Egli era al suo cavallo uscito un zoccolo;
però volava l'ira, s'e' gualoppa:
are' voluto in mano acceso un moccolo
e ogni cosa fussi istato istoppa,
ché non ve ne sare' campato un bioccolo,
perch'ogni sua speranza vedea zoppa,
tanto che 'l buon napoletan ne pianse,
ché la corazza gli sfondava e infranse.
E bisognò che del campo partisse,
perché la lancia di rosso si tinse.
Iacopo in resta la sua intanto misse,
fecesi innanzi e 'l suo cavallo istrinse;
ma, come e' par che le grida s'udisse,
Guglielmo tanto il furore il sospinse,
che, come e' vide dipartito quello,
non bisognò toccar molto el zimbello.
E' si misse per ira il capo in grembo,
e si scontorse e si faceva u·nicchio,
e, se non fusse che pigliava a schembo,
e' ne portava del capo uno spicchio,
o forse non saria bastato un lembo.
L'elmo sì forte risonò pel picchio,
che gl'intronò le cervella e l'orecchio:
dunque fu colpo di maestro vecchio.
I Berardin' chi qua chi là correa,
e Bernardino a un facea la scorta,
perché il caval la befanìa parea.
Lorenzo, sempre sua lancia ben porta,
e Benedetto il dì gran fama havea,
che si condusse al soglio della porta;
e Dïonigi e l'Ubaldino e Carlo,
ognun poteasi un paladin chiamarlo.
Non si sare' sentito in questa zuffa
apena le bombarde da Tredozio.
Come un leone irato ognuno sbuffa;
ch'al perso tempo il suo contrario è l'ozio,
tanto ch'a molti cascherà la muffa,
e saracci bisogno d'ossocrozio;
e le terribil' tube risonavano
e 'nsino al ciel lo strepito mandavano.
Questo secondo suon fu pien d'omèi:
già Pieranton duo volte in terra è ito;
era caduto Carlo Borromei
e sopra un altro caval risalito;
e chi Fortuna incolpa e gli altri iddei,
e chi per morto è fuor del campo uscito.
Eran per terra miseri e meschini
Carlo da Forme e Giovanni Ubaldini.
Dunque la giostra pareva confusa,
ché dove è moltitudin sempre aviène:
così tutte le cose al mondo s'usa,
e sempre chi fa tosto non fa bene;
e forse ancor la festa fa qui scusa,
né so s'ognuno aperto o a sportel tiene;
ma dirò quel che si potre' pur dire,
che molto santa cosa è l'ubidire.
Il bando andò che si chiudessi il giorno,
ma e' s'intendea per le botteghe certo:
credo che molti giostranti osservorno,
e per paura non tennono aperto,
che tanti l'un sopra l'altro cascorno,
che spesso il campo ne parea coperto,
tanto che Marte depone giù l'ira
e per piatà sovente ne sospira.
Era Lorenzo dismontato in terra
e sopra Falsamico rimontava,
ché 'l suo Baiardo non volea più guerra,
e molta fama sopr'esso acquistava,
e ogni volta ch'a' fianchi lo serra
ognuno a furia il campo scomberava,
ché non valea qui disciprina o morso,
ma insino allo steccato sempre ha corso.
Hor, chi avessi Guglielmo veduto,
e' si dolea sopr'al suo fiero Almonte,
e certo, se non fusse l'elmo suto,
s'are' col guanto spezata la fronte,
tanto ch'a tutto il popol n'è incresciuto:
troppo Fortuna vendicò su' onte,
e pose nella vista sempre all'elmo
il giorno a torto al famoso Guglielmo:
ch'are' voluto più tosto esser morto,
come già Cesar ne' campi di Gneo,
che superato, vegendo a che porto
l'avea condotto il suo fato aspro e reo;
benché il futuro gli mostrassi scorto
per molti segni ogni augurio, ogni iddeo,
e' maladiva ciò che fa Natura:
così il portava il dì la sua isciagura.
E disperato scorreva la piazza,
come fa l'orso talvolta accanito,
che ciò che truova abbatte, atterra e spazza,
o come spesso il girfalco ho sentito,
che quanti uccelli scontra, tanti amazza;
e questo e quello e quell'altro ha ferito,
e fece a molti oltre a sua voglia ingiuria,
come voleva e la rabbia e la furia.
E anco il suo Francesco si dolea,
ché la Fortuna gli fa mille torti,
e la cagione occulta non sapea;
ma s' tu sapessi l'arbor che tu porti
come egli è consecrato e a quale iddea,
non l'aresti fuor tratto de' sua orti:
tu violasti a Ciballe il suo legno,
tal ch'ogni iddeo n'ha conceputo isdegno.
Riprese Benedetto Salutato
la lancia, intanto il suo caval rivolta,
ma, come questo Lorenzo ha mirato,
ne vien con Falsamico a briglia isciolta,
che Belzebù vi par drento incantato,
e cogli ispron' martellava a raccolta:
tremò la terra, quando e' si fu mosso,
con tanta furia gli correva adosso.
Vedes'tu mai falcon calare a piombo,
e poi spianarsi, e batter forte l'ale,
c'ha tratto fuor della schiera il colombo?
Così Lorenzo Benedetto assale,
tanto che l'aria fa fischiar pe rombo;
non va sì presto folgor, nonché strale:
dèttonsi colpi che parén d'Achille,
e balza un Mongibel fuor di faville.
Ma de' destrier', con qual furor non dico,
inverso Santa Croce va Scorzone,
così dall'altra parte Falsamico,
ch'al suo signor dà gran riputazione
e anche al sangue di Chiarmonte antico;
e mentre che venìa con quel ronzione,
gittò Giovenco scosto dieci braccia:
come un ser margotto in terra il caccia.
Io vidi questo dì tre buon' cavagli,
Falsamico, Scorzone e l'Abruzese,
e non ispero ma' più ritrovalli,
cercando il mondo per ogni paese
e perché questa regola non falli
e Dïonigi una gran lancia prese
e misse al suo caval nuove alie e penne,
con tanta furia al Borromeo ne venne.
Non fu mai in selva leopardo al varco
âsaltar cervio così presto o damma,
né così tosto saetta esce d'arco;
e quanto più correa, sempre rinfiamma
sanza temer del suo signor lo 'ncarco
o di sua forza mai minuir dramma;
e puose Dïonigi ov'egli aposta,
e così Carlo gli fe' la risposta.
Le lance in pezi n'andorono a 'n bronchi;
ma non pensar che Braccio anco si stia
e 'l Bracciolino e gli altri pain monchi,
che tante lance quel dì si rompia,
che spesso a Marte volavano i tronchi,
tanto ch'un tratto Francesco corria,
e perché e' corre e Lorenzo era surto,
gittò el caval sozopra in terra d'urto.
Né prima in terra il giovinetto fue,
che tutto il campo correa âiutarlo;
ma quel caval per la sua gran virtùe
volea far quel che non poté alfin farlo,
e hor si riza e hor cadeva giùe,
sicché fa sospirar chi può mirarlo,
e credo ancor che sospirassi quella
c'ha fatta il ciel sopra ogni donna bella.
Era a vedere il suo famoso padre,
e comandò che l'elmo gli sia tratto;
così pregava la piatosa madre,
e volentier sarebbe suto fatto,
ma e' rispondea con parole legiadre:
«Questo non era la promessa e 'l patto»
al suo signore, e poi sogiugne e dice
che in ogni modo il dì moria filice.
Hor ritorniamo al badalone, a Cino,
che, vegendo Lorenzo non si riza,
si pose a bocca un gran fiasco di vino
e bevel tutto quanto per la istiza;
ma po' che vide che 'l suo paladino
era già ritto e come un barbio guiza,
ricominciò a sonar per festa il corno
pur da Gambassi, molto chiaro, il giorno.
A ogni giuoco Cino volea bere.
Lorenzo intanto è montato in su Branca,
e sopra questo famoso corsiere
il perso tempo alla fine rinfranca,
però ch'egli era e possente e leggiere,
leardo tutto che nulla gli manca:
non rifarebbe Natura sì bello,
non ch'arte o 'ngegno o scultura o pennello.
Questo cavallo a costui fu mandato
dal buon signor di Pesero Sforzesco,
che lungo tempo l'avea molto amato,
e in tutte le sue pruove era pugliesco:
nelle battaglie avea sempre honorato
il suo signore e parea ancor fresco,
ch'avea ben consumati dodici anni
e stato i mille guerre e i mille afanni.
Era la giostra all'ultimo ristretta:
qui si cognobbe, nella istremitade,
più di Lorenzo la virtù perfetta.
I' chiamo in testimonio una cittade:
non parve a matutin la lucernetta,
che si rinnalza ispesso e spesso cade,
ma stette come lauro sempre verde,
ché generoso cor mai valor perde.
E insino al fin, come verile amante,
tenne la lancia e 'l forte iscudo al petto;
tenne la fede del suo amor costante:
alle percosse, a ogni cosa ha retto,
con animo che certo al suo adamante
si potria comparar del giovinetto,
ch'era al principio del ventesimo anno,
quando e' fu pazïente a tanto afanno.
Ma che dich'io? Chi ti fe', Tisbe, ardita
uscir la notte fuor di Bambillona,
e disprezar già, Leandro la vita?
e Pulifemo la zampogna suona
e' monti sveglie; e chi infiammò te, Arcita?
Colui ch'a nullo amato amar perdona
e tante cose far fe' al grande Achille,
così a te, Lauro: io ne dire' qui mille.
E Dïonigi il dì fermo al berzaglio
anco Amor tiene e Carlo e 'l Salutato
(el campo si vedea tutto in travaglio)
e Bernardin più volte avea lasciato
e preso qualche tratto nel guinzaglio,
con quel caval che parea spiritato,
e lo menava a man, perch'era saggio,
benché ogni volta no lasciò al vantaggio.
Intanto il sol bagnava i sua crin' d'auro
nell'Oceàno e scaldava le spalle
del freddo corpo dell'antico Mauro,
sicché e' faceva le salse onde gialle,
forse a pietà commosso del suo Lauro,
ch'ancor faceva gridar «Palle! Palle!»
e forse a nuova gente rende il giorno
ch'aspettan come noi là il suo ritorno.
Per color ch'a giudicare avèno
la terza volta vollon si sonasse,
talché Pluton si pensò che 'l terreno,
credo, ch'a questa volta rovinasse,
e Marte fu d'ogni dolcezza pieno,
Vener non credo già mai si mostrasse
quanto quel giorno bella e lieta in faccia,
quando il suo Adon la fe' già 'ndare in caccia.
Trassonsi l'elmo i giostranti di testa
e, posto fine a sì longo martoro,
fu dato al giovinetto con gran festa
il primo honor di Marte coll'alloro,
e l'altro a Carlo Borromei si resta.
Adunque retto giudicâr costoro:
laüro al Lauro, la Fama alla fama,
e da' balcon' giù discese ogni dama.
Hora ha' tu la grillanda meritata,
Läuro mio, de' fioretti novelli,
hora ha luogo la fede accetta e data
in casa già del tuo Braccio Martelli,
hora tanta Cirra per te fia chiamata
che versi mai non si udîrno sì belli:
e pregherremo il ciel sopra ogni cosa
che la tua bella iddea ti sia piatosa.
E qualche stral sarà nella faretra,
che scalderà nel cuor questa fenice;
segneren l'età tua con bianca petra,
che lungo tempo possa esser felice;
noi soneren sì dolce nostra cetra,
che fia ritolto a Pluto uridice;
noi ti faren qui divo, e sacro in cielo,
e 'l simulacro ancor, come già a Belo.
Habbiti, Emilio, e tu Marcello e Scipio,
e tuo trïonfi sanza invidia in Roma,
o quel che librò il popolo mancipio
e tolse al Campito' sì grieve soma,
perché tu fusti, o mio Läur, principio
di riportar te stesso in sulla chioma,
di riportar honor, vittoria e 'nsegna
alla casa de' Medici alta e degna.
I cittadin' vi vennon tutti quanti
il dì seguente teco a rallegrarsi;
vennonvi tutti i più legiadri amanti,
vennon tutte le ninfe a sollazarsi
con suon', con festa e con sì dolci canti.
Or sia qui fin, poiché convien posarsi,
perché il compar, mentre ch'io iscrivo, aspetta
e ha già in punto la sua vïoletta.
Hor fa', compar, che tu la scarabilli,
e se tu fussi domandato atorno
per che cagione hor tal foco sfavilli,
ch'è stato un tempo da farne un susorno,
digli che son per Giulian certi isquilli
che destan, come carnasciale il corno,
il suo cor magno all'aspettata giostra,
ultima gloria di Fiorenza nostra.
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