Carlo Antonio Pilati

Riflessioni di un italiano sulla Chiesa

Edizione di riferimento:

Carlo Antonio Pilati Riflessioni di un italiano sulla Chiesa, Torino 1852, tipografia Editrice  dei fratelli Canfari.

efgh

RIFLESSIONI

sopra

LA CHIESA IN GENERALE

sopra

IL CLERO SECOLARE

sopra

I VESCOVI

ED

IL ROMANO PONTEFICE

e sopra

I DIRITTI  ECCLESIASTICI  DE′  PRINCIPI

Malagevole e pericolosa impresa si è quella di un Italiano, il quale voglia mettersi a scrivere e ragionare di materie che al diritto canonico ed alla curia ecclesiastica appartengono. Imperciocchè la verità fu dalla Corte Romana, più secoli sono, precipitata giù nel fondo di un abisso, dove essa viene da millantamila Cerberi di color rosso, e paonazzo, e nero, e scuro, e bianco, e bigio, e cenerognolo, per siffatta maniera guardata e custodita, che, se taluno mostra di vedersi soltanto dalla lunga a lei approssimare con intendimento di riconoscerla, cotesti mostri incontanente gli si avventano addosso, e l′afferrano, e mordonlo, e laceranlo, e fannolo miseramente in mille brani. Perdonici il leggitore la veemenza di così fatte espressioni, chè così Dio ci aiuti com′esse non vengono da uno spirito di calunnia, nè da un prurito di satira, nè di altra sregolata passione. La gravezza del torto che viene fatto all′italiana nazione, l′amore della patria cui la verità viene con tanto rigore tenuta celata, e lo zelo per il pubblico bene, ci traggono dalla penna questo alquanto forte ma giusto rammarico. La Francia va già, da qualche tempo in qua, colla luce delle sue dottrine scacciando da sè di mano in mano le più dense tenebre; la Germania cattolica ha già prodotti i suoi Febronii; la Polonia si va già studiando a scuotere il giogo della cecità; il Portogallo ha già avuto i suoi Pereiri; e noi Italiani, noi che una volta abbiamo fatto rifiorire nel mondo le spente scienze, noi siamo siamo soli, per le male arti e per le acerbe durezze de′ nostri proprii concittadini, costretti a dover tuttavia giacere sommersi nel fango e sepolti nel buio. Egli pare che noi siamo condannati a non dover mai vedere la verità in viso. Poichè se alcuno, cui in qualche punto sia venuto fatto di ritrovarla ardisce di venire innanzi con essa e di metterla in veduta del popolo, tosto, se gli scagliano cotro i tribunali, i frati, i gazzettieri, ed il semplice e superstizioso volgo, e con le loro crudeli minacce, con le loro mordaci satire, con le loro villane calunnie, e con i loro spaventevoli schiamazzi ogni cosa buona ed ogni giusta impresa in un col suo autore ruinano.

Noi prevediamo per noi tutti questi pericoli e questi disordini; ma non ci sappiamo nulladimeno astenere di palesare liberamente i sentimenti dell′animo nostro, e di mostrare ingenuamente come noi andiamo lungi dal vero nelle più importanti materie del diritto canonico e della storia ecclesiastica, e per le arti di chi, e per qual maniera, e per quali fini siamo stati sulla strada dell′errore messi e vi venghiamo continuamente arrestati. Noi sveleremo cosa sia propriamente la Chiesa, quali sieno i suoi diritti, quali le ragioni e l′autorità de′ suoi ministri, quali i doveri dei fedeli e del clero inverso i principi; e faremo poi vedere come e per chi in ognuno di questi punti si sia guastata la verità ed introdotto in sua vece l′errore. Iddio ci è testimonio che niun odio, niun livore, e niun′altra malvagia passione ci ha in questa impresa guidati Noi siamo cattolici, e come tali vogliamo, se la santa mano di Dio ci regge, vivere, come tali scrivere, e come tali andare dietro alla pura e pretta verità. Quindi niuna proposizione avanzeremo noi giammai, che da cattolico uomo non si possa e non si debba con tutta ragione, almeno per quanto a noi parrà, sostenere. Noi vogliamo in ciò andare più oltre ancora: poichè non solamente ci asterremo dal venire innanzi con veruna sentenza indegna di un membro della chiesa cattolica, ma ci vogliamo ancora guardare dal rivelare e mettere in mostra o con troppa accuratezza, o fuor di assoluto bisogno, le poco lodevoli arti di quelli ai quali per qualsisia cagione dobbiamo qualche rispetto. Niuna espressione indegna, niun motto satirico, niuna veemenza avrà luogo nel contesto del nostro ragionamento. Essendo adunque giusto e buono il fine che ci siamo proposti, e modesta la maniera che ci siamo prescritti di osservare nel comporre il seguente breve trattatello, noi ci lusinghiamo che ci faranno giustizia almeno le ragionevoli e giudiziose persone, e che queste s′ingegneranno affare in guisa che i princípii da noi qui stabiliti arrivino a potere una volta pigliar radice ed abbarbicare anche in Italia, la quale per ora è signoreggiata dalle inezie, dagli errori e dalle false dottrine de′ Glossatori, del Fagnani, del Bellarmino, dello Sperellio, del Barbosa, del Reifenstuel, dello Schmier, dello Schmalzgrueber, del Pichler, dell′Orsi, e di non so quanti altri impostori siffatti. Noi ci faremo dallo spiegare la natura della Chiesa.

La Chiesa è una società composta da gente che si è proposta di venerare e servire comunemente Iddio secondo la dottrina insegnata da Gesù Cristo, ad intendimento di guadagnarsi la spirituale ed eterna salute. Questa definizione serve a farci comprendere come il fine di quelli che si uniscono a questa Chiesa, e che per la fede che hanno nella dottrina di Cristo, chiameremo fedeli, non è già di conseguire alcun bene temporale su questa terra, ma di ottenere la salvezza delle loro anime nel passare da questa all′altra vita. Un uomo cristiano può adunque essere considerato per due differenti maniere; cioè: prima come cittadino in una società civile, e poi come membro della società spirituale e cristiana. Come cittadino di uno Stato civile, egli ha per suo oggetto i beni temporali della vita presente; e, come membro della Chiesa cristiana, ha egli la sua mira unicamente rivolta al bene dell′anima sua nella vita futura. Come cittadino di uno Stato, egli pretende di poter godere quella parte dei comodi e dei diritti temporali che nelle società civili sono dovuti ad ognuno secondo la particolare condizione di ciascheduno; come cristiano, egli si tiene da per se stesso per istraniero su questo mondo, e si riguarda per un pellegrino che è fuori della sua patria, la quale è nel paradiso, e che si è posto in cammino per andare alla volta di quella. In somma, come cittadino di una società civile, egli s′ingegna di procacciarsi i beni del corpo; e, come membro della chiesa, egli è unicamente sollecito per quelli dell′anima. L′apostolo san Paolo ci avverte che, fintantochè noi altri cristiani siamo in questo corpo mortale, noi facciamo un viaggio che ci va avvicinando al Signore: «Noi non abbiamo qui (dic′egli) una città stabile e permanente: quella che noi cerchiamo, si è nella vita futura.» Egli ci narra in un altro luogo, che gli antichi patriarchi si riguardavano come stranieri su questa terra, e che essi volevano con ciò dimostrare che andavano in cerca della loro patria: «Eglino vanno cercando (dic′egli)quella che è la migliore, cioè quella che è nel paradiso.» «Il fratello di Tito (dic′egli ancora altrove) è stato dalle Chiese ordinato, perchè ci faccia compagnia nel nostro pellegrinaggio.» «Tendevi (dice san Pietro a′ suoi fedeli) per istranieri e viaggiatori» [1] .

Dalla differenza dei fini, che l′uomo si propone come cittadino di uno Stato e come membro della Chiesa, si può agevolmente argomentare che diverso ancora abbia da essere l′oggetto della società ecclesiastica, ossia spirituale, da quello della società civile. L′oggetto di questa si è di stabilire e conservare fra i cittadini un certo ordine ed una certa polizia esteriore, e di mantenere fra di loro la pace e la concordia. L′oggetto di quella si è di mantenere fra i fedeli la dottrina di Gesù Cristo, d′introdurre fra di loro la purità e santità de′ costumi, di penetrare fino ne′ loro cuori, e di far regnare, non solamente nelle operazioni esteriori, ma perfino negli animi stessi, la giustizia e la virtù. Sicchè i principi della terra si contentano che i loro sudditi ubbidiscano esteriormente alle loro leggi, e che le azioni esterne de′ sudditi siano conformi a quel tanto che dalle leggi viene ordinato. Per mantenere l′ordine e per conservare la pace nelle società civili basta che le azioni de′ cittadini siano buone e giuste; e non vi è bisogno che buono e giusto sia ancora l′animo e la volontà di chi le opera. Nelle repubbliche e negli Siati civili non hassi adunque riguardo veruno alla bontà o malvagità degli animi dei cittadini, ma solamente alla bontà e malvagità delle loro azioni. Quindi le leggi civili promettono de′ premi alle buone azioni, e minacciano delle pene alle cattive. Dove, all′incontro, se le medesime leggi civili avessero la mira di rendere buoni e giusti solamente gli animi de′ cittadini, i premii e le pene a nulla potrebbero servire, perchè, per obbligare l′animo umano a voler tenere, e riguardare per bene il bene e per male il male, è necessario che esso animo sia prima di tutto persuaso che il bene sia bene e che il male sia male. Ora questa persuasione dell′animo non può venire operata e prodotta dalla promessa de′ premii o dalla minaccia delle pene, ma solamente dalla forza degli argomenti e delle ragioni. Le pene non l′illuminano, non persuadono, non convincono l′intelletto, ma l′obbligano soltanto a dover, anche suo malgrado, fare una azione la quale egli non ama, o ad ometterne un′altra che avrebbe talento di fare. Ma, siccome per conservare l′ordine e la tranquillità tra′ cittadini basta che buone siano le loro azioni, benchè buoni non siano i loro animi, così nella società civile delle pene e dei premii conviene far uso.

All′ incontro, la società spirituale non si contenta dell′esteriore: ch′essa vuole ancora penetrare nell′interno dell′uomo. Essa vuole che non solamente riescano giuste e rette le azioni de′ fedeli, ma che principalmente giusti e retti siano gli animi. Ma l′animo non può amare la giustizia e la pietà, se non le conosce: ed a fargliele conoscere non giovano le pene, non i premii, non la forza e non le lustrine, ma gli argomenti, le ragioni e la persuasione. L′oggetto della società spirituale si è di rendere felice ogni fedele dopo la morte sua. E, perchè l′uomo possa ottenere, partendo da questo mondo, la salute eterna, è necessario ch′egli abbia avuto in questo mondo un animo giusto, religioso e pio. Se tutte le azioni sue sono state buone, e se l′animo suo è stato cattivo, egli ne sarà però punito al pari di qualunque altro malvagio uomo. Ma, siccome quaggiù non si può giudicare della malvagità e della bontà dell′animo dell′uomo se non se per mezzo delle azioni ch′egli va operando, così la società ecclesiastica tiene quello che bene adopera per un fedele dotato di un animo buono, e quello che commette di cattive azioni per uomo di animo corrotto e guasto. La medesima società ritiene il primo nel suo grembo, e ne scaccia il secondo, siccome quello che ad altro non potrebbe servire che a frastornare e scandalizzare gli altri. Questa società non fa uso di alcuna pena temporale per punire le cattive azioni de′ suoi malvagi membri, perchè tali pene non potrebbero giammai servire a rendere migliori gli animi rei. Con esse altro non si farebbe che impedire i disordini nella società di questo mondo. Ma lo scopo di questa società si è di mettere e mantenere i fedeli su quella via che conduce alla salute dell′altro mondo. Ora, per fare che gli animi de′ fedeli amino di stare su questo sentiero e che non venga loro la voglia di allontanarsene, conviene convincerli a forza di ragioni e di argomenti; poichè, a volerli per mezzo delle pene obbligare che stieno malgrado loro sulla strada che hanno presa, che non abbiano a fare alcun passo fuori di quella, ne avverrà ch′essi vi staranno, per timor del castigo, contro ogni lor voglia. Ma, come saranno poi giunti davanti al cospetto di Dio, egli non li riceverà, e li scaccierà lungi da sè, siccome quegli che conosce essere costoro venuti pieni di mal talento e con un animo alieno e cattivo, per cui meritano di non essere ricevuti nel paradiso. Laonde le pene per le quali la gente viene obbligata a fare delle buone azioni contro la sua propria volontà sono contrarie allo scopo che si prefigge la società ecclesiastica, la quale cerca unicamente di perfezionare le volontà e gli animi de′ fedeli, acciocchè Iddio li giudichi poi degni dell′eterna salute. Ma benchè l′oggetto della società ecclesiastica sia di migliorare gli animi umani, ciò però nonostante è altresì vero ch′essa non deve tollerare coloro i quali colle loro azioni perturbano l′ordine della società e scandalizzano o guastano gli altri fedeli. Come ha dunque da contenersi con costoro la Chiesa? Li deve ella punire? Ma questo nulla gioverà; perchè le pene non renderanno nè più giusto nè più retto l′animo loro; ed ella nutrirà però tuttavia nel suo grembo gente malvagia, la quale s′oppone allo scopo principale di essa Chiesa, che è di condurre tutti i suoi membri alla salute eterna. L′unico buon mezzo adunque si è di scacciare e tenere lungi costoro, che sono membri perniciosi, dal seno della Chiesa, e di non permetterne loro nuovamente l′ingresso fino che non avranno date chiare riprove di essersi emendati nell′animo e di avere adottati sentimenti migliori.

Questo è un punto così impotente che non è da abbandonare sittosto [2], e che sarà bene di stabilirlo e confermarlo con altre ragioni ancora. Noi possiamo riguardare le pene temporali per qualunque verso che noi vogliamo; noi troveremo ch′esse, lungi dall′essere utili alla Chiesa od a suoi membri, vengono ad essere sommamente dannose. Perchè, o esse tolgono all′uomo la libertà naturale ch′egli ha di poter operare tauto il bene come il male; allora l′uomo non ha più verun merito per le sue buone nè alcun demerito per le sue cattive azioni. Ma senza verun merito non può l′uomo sperare nè guadagnarsi la salute eterna, nè senza verun demerito temere nè attirarsi l′eterna condannazime. Sicchè in tale caso l′unico fine cui la Chiesa ha in mira, ch′è di guidare all′eterna beatitudine, resta senza effetto; e però si rende inutile ogni ecclesiastica società, e per conseguenza ancora la religione cristiana, il cui scopo è quel medesimo della Chiesa, cioè di condurci alla salute eterna. Oppure le pene non privano altrui della facoltà di operare sì il bene che il male a suo talento; e lasciano nell′uomo in tutto il suo vigore la libertà di scegliere il bene, e quindi di farsi merito: o di attenersi al male, e però di farsi del demerito; ed allora le pene sono inutili, siccome quelle che ad altro non giovano che a tormentare crudelmenle la gente, senza poter produrre frutto veruno.

L′uso delle pene e l′autorità di obbligare altrui per via della forza sono adunque cose contrarie alla natura, alla proprietà ed all′essenza medesima della società ecclesiastica; primieramente, perchè esse non servono a rendere buono l′animo che sia cattivo; secondariamente, perchè queste non istruiscono l′uomo de′ suoi doveri, ma solamente gli ispirano spavento; e, finalmente, perchè impediscono che l′uomo non possa operare liberamente a suo talento, e farsi a posta sua presso nostro Signore del merito colle buone azioni o del demerito colle cattive; laddove il vero oggetto della Chiesa ha da essere di ben ammaestrare i suoi fedeli, di rendere buoni e perfetti gli animi loro, e di guidarli pel sentiero che mena al paradiso, di lor proprio grado, perchè Iddio li voglia ricevere, e non già a loro dispetto col capestro alla gola, poichè, essendo da Dio conosciuti per tali, sarebbero con tutto ciò condannati da lui e mandati in perdizione.

Chi viene dalla forza costretto a dover suo malgrado far delle azioni buone, viene sempre a concepire nell′animo suo tanto maggiore abborrimento sì della violenza che gli viene fatta come di quelle medesime azioni che gli vengono comandate. Quindi, quanto più altri viene sforzato a far delle buone azioni; tanto più verrà l′animo suo reso cattivo, per l′odio ch′egli concepirà di ogni cosa buona, e per l′amore che acquisterà delle cose malvagie e vietate da Dio.

Queste si furono le cagioni per le quali Gesù Cristo medesimo non ha voluto su questo mondo mettere in opera la forza per convertire la gente, e per obbligarla a stare, quando una volta ci fosse, sul diritto sentiero. E per questo appunto diss′egli ch′ei non era venuto per giudicare, ma unicamente per salvare il mondo. Ei lasciò ad ognuno la libertà di seguitare o di rifiutare i suoi comandamenti: ed egli ammoniva soltanto la gente, che chi avesse posto in non cale i suoi precetti ne sarebbe poi stato castigato da Dio nell′altro mondo [3]. Sicchè l′esempio che il Salvatore ha dato alla Chiesa nostra si è di avvertire i fedeli che tengano a mente, custodiscano e mettano in opera i precetti di Dio, e di ricordare loro che, se non faranno così, ne saranno nell′altra vita castigati dal supremo Giudice di tutto l′umano genere. Imperocchè, se lo stesso Salvatore ha stimato di non dover giudicare nè punire niuno su questo mondo, nè di poter usare violenza con chicchessia, con che ragione potrà poi fare tutte queste cose, e scostarsi dall′esempio di Cristo, la Chiesa? L′istesso apostolo san Pietro, cioè quel desso su cui, come base e fondamento, stabiliscono i romani pontefici la loro autorità di comandare a tutti i fedeli e di punire i rei, raccomandò caldamente a′ suoi ch′essi volessero dare opera a pascere le loro greggie in maniera che non usassero violenza veruna, ma che le riducessero a voler ricevere di loro buon grado il pascolo, e che non si dessero a voler dominare tra i fedeli, ma che si contentassero a guidarli, siccome quelli che spontaneamente hanno da mettersi e da dimorare fra la greggia [4]. Gesù Cristo costumava di provare la verità della dottrina ch′ei predicava coll′opere de′ miracoli che servissero a confermare quello ch′ei diceva: ma egli non puniva già coloro che non volevano ascoltarlo o che rifiutavano la sua dottrina dopo di averla udita. I suoi, discepoli gli dissero un giorno, ch′egli dovesse punire i Samaritani perchè ricusavano di riceverlo: ed egli rispose loro: «che il Figliuolo di Dio non era venuto a condannare, ma a salvare gli uomini.» Luc. IX, 56.

Vorrassi per avventura contrapporre a quello che abbiamo detto e mostrato finora l′esempio di s. Paolo che ha tolto la vista ad Elymas, e quello di s. Pietro che ha fatto morire Anania di morte subitanea? Ma questa comparazione non procede: primieramente, perchè queste pene furono dagli apostoli eseguite miracolosamente; e la Chiesa ed i suoi ministri non hanno la virtù di operare miracoli, se a taluno de′ fedeli non viene per particolare disposizione di Dio attribuito un siffatto potere. Ora, perchè la Chiesa potesse arrogarsi di potere con ogni sorta di pene castigare a suo piacere i miscredenti, sarebbe necessario che Iddio avesse una volta per sempre conceduta a tutta la Chiesa insieme una tale autorità; ch′egli l′ avesse annessa ad un certo e determinato uffizio, di modo che chiunque fosse in quell′uffitio dovesse potere, ogniqualvolta gli paresse, castigare i rei: ma ciò non si vede che Iddio abbia fatto nè ordinato giammai. Sicchè lo essere stata da lui, per i suoi a noi nascosi ed impenetrabili fini, commessa a qualche sua diletta creatura la potenza bisognevole per dovere in tal o tal altro determinato caso punire miracolosamente taluno, non fa che sotto questo pretesto la Chiesa possa arrogarsi la ragione di potere per i modi ordinarii degli uomini, e non per alcuna miracolosa maniera, punire i disubbidienti e malvagi suoi membri. Secondariamente, questi medesimi apostoli che hanno castigato miracolosamente la temerità di Anania e la miscredenza di Elymas, hanno seguitato in tutto il rimanente della loro missione l′esempio del divin Salvatore, cioè di ammaestrare solamente i fedeli, e non già di obbligarli per via della forza a dover prestar fede alle loro dottrine. Laonde la Chiesa ed i suoi ministri debbono prendere ad imitare la condotta ordinaria di questi apostoli, e, se hanno talento di punire altrui, o hanno da fare per la via de′ miracoli, e però per particolar volontà di Dio, alla qual eosa niuno intende di opporsi giammai.

Del medesimo sentimento conviene che fosse ancora san Giovanni Crisostomo, giacchè ei s′esprime su di ciò nella seguente maniera: « Niuna potenza può essere paragonata colla nostra. » E per qual ragione? Perchè tutta la facoltà di prendere la medicina e di ristorare la sua salute è posta del tutto nell′arbitrio dell′ammalato, e non già nel volere di quello che dà la medicina. Il che essendo stato conosciuto dall′ammirabile san Paolo, così parla a quei di Corinto: Non « già che noi volessimo dominare sopra di voi nel nome della fede. Non quod dominemur vobis nomine fidei. Poichè ai sacerdoti cristiani non è lecito nè poco nè punto di correggere per via della forza le cadute dei peccatori. Quivi conviene mettere in opera la persuasione, e non già fare uso della violenza. Perocchè non ci fu data dalle leggi una tanta autorità di poter castigare i delinquenti, e, posto ancora ch′essa ci fosse stata conceduta, non avremmo campo da poterla esercitare, giacchè Cristo a quelli solamente dona la corona eterna, i quali, non per forza, ma di lor proprio grado e per loro costante proponimento si astengono da′peccati. Imperciocchè, se colui che viene tenuto stretto e legato pur resiste tuttavia, egli fa male al certo: ma non v′ha però niuno quaggiù che abbia l′autorità di sforzare la sua volontà, e che possa guarirlo a suo dispetto [5].» Per questa medesima cagione disse Tertulliano che non è della religione l′obbligare alla religione, la quale non per forza ma spontaneamente ha da essere abbracciata: Nec religionis est cogere religionem, quae sponte suscipi debet, non vi. Ad Scapulam cap. II. In questo stesso senso scrisse Lattanzio nel lib. V, cap. XIV: che niente dipende cotanto dalla volontà come la religione, la quale, quando l′animo ne è avverso, resta levata del tutto e non è più niente. Nihil tam voluntarium quam religio est, in qua si animus adversus est jam sublata, jam nulla est. Se Iddio avesse voluto che si potesse far qualche uso delle pene, egli non avrebbe detto ai suoi discepoli, i quali volevano estirpare la mal′erba dal campo, ch′essi la dovessero lasciar stare, sicchè potesse crescere anch′essa insieme colle frugi: Matth. XIII; colla quale similitudine il Vangelo allude ai peccatori che vi hanno tra i fedeli, i quali per questo non vanno estirpati.

Da tutto questo che abbiamo detto finora ne segue che non solo la ragione, ma sippure la dottrina e l′esempio di Gesù Cristo e la pratica degli apostoli non permettono che la Chiesa possa usar violenza contro qualsisia de′ suoi membri. Quivi richiedesi una sommissione ed una ubbidienza tutta spontanea ai comandamenti di Dio. Gesù Cristo si è espresso più volte, verso coloro che l′ascoltavano, che il suo regno non è di questo mondo; e ch′egli non è venuto quaggiù per fare il giudice, ma solamente per guidarci alla salute eterna. Dunque le pene, alle quali hanno da essere condannati i peccatori, non sono di questo mondo, ma dell′altro, giacchè neppure il regno del Salvatore non è di questo ma dell′altro mondo. La Chiesa non ha altra autorità che di ammaestrare, di ammonire e d′intimorire i malvagi ed infedeli cristiani, procurando di sanare il loro animo infermo o con la saviezza della dottrina ed or colle minacce delle pene dell′altra vita. E, se tutto questo non giova a convertire il peccatore allora ella lo deve scacciare fuori del suo grembo e riguardarlo come uno straniero. Questa è tutta l′autorità che il divin Salvatore ha data alla Chiesa.

Non potendo pertanto nella Chiesa aver luogo le pene e i premii, ne viene che il tutto si riduce all′ammaestrare ed all′imparare, al pascere ed al ricevere il pascolo, al guidare dolcemente per la via del Signore ed al lasciarsi di propria voglia guidare. Laonde i membri della Chiesa altri sono maestri ed altri sono discepoli. I maestri insegnano e sostengono alcuni ufficii in nome della Chiesa; i discepoli li ascoltano, e ricevono le loro istruzioni, e si servono, quando occorre, del loro ministero. Questa divisione de′ membri della Chiesa in maestri ed in discepoli viene da Cristo medesimo e da′ suoi apostoli. Dagli Atti degli apostoli osservasi ancora che i maestri venivano designati sotto il nome di Clerus e tutto il rimanente del popolo veniva chiamato Laos. Chierici erano gli apostoli, i seniori ed i diaconi. Tutti gli altri erano laici. Il Boehmero nelle sue dissertazioni Jur. eccl. antiq. dissert. VI, ed il Pertschio nelle sue Vindiciae notionis vocis cleri genuinae, sostengono che questa divisione de′ membri della Chiesa in chierici e laici sia stata introdotta e inventata da′ sacerdoti solamente nel secolo terzo, e che nella chiesa apostolica non fosse mai stata nè conosciuta nè adoperata. Ma il Mosheimio ne′ suoi commentarii Rer. Christ. pag. 122, il Pfaffio nelle orig. Jur. eccl. ed il Buddeo De eccl. apost. pag. 611, mostrano ad evidenza il contrario: e l′antichità di questa distribuzione de′ fedeli fu poi anche dal celebre padre Mamachi con forti ed incontrastabili argomenti messa in chiaro. E non abbiamo che da dare un′occhiata ai testi della Sacra Bibbia Eph. IV, 11 Corint. XII 28, 29; Haebr. XIII, 7, 17; Jac:. III, 1, per poter manifestamente comprendere che fino dal principio della Chiesa i fedeli furono divisi in ecclesiastici, il cui uffizio era d′insegnare e di esercitare le altre ecclesiastiche funzioni, ed in membri del popolo, che non avevano cotali uffizii.

Ma, quantunque altri fossero chierici ed altri laici, tutti i fedeli erano nondimeno fra di loro perfettamente uguali. La distinzione che v′aveva fra di loro per cagione dell′uffizio non produceva alcuna distinzione di superiorità, di potenza o d′impero. La Chiesa era allora, siccome deve essere in ogni tempo, una eguale società de′ fedeli, nella quale niuno ha l′autorità di comandare e niuno è obbligato di ubbidire, niuno è superiore e niuno inferiore, niuno è principe e niuno è suddito. Noi abbiamo fatto vedere di sopra, che nella Chiesa non vi è luogo alla distribuzione dei premi e de′ castighi temporali. Da ciò ne viene adunque che non vi può neppure essere alcuno che abbia da comandare, perchè egli è inutile il comandare là dove niuno può lecitamente venire costretto, dalla minaccia delle pene, di dovere a suo malgrado ubbidire ai comandamenti ed alle leggi di quello che vuol essere tenuto per superiore. Gesù Cristo ed i suoi apostoli, volendoci far vedere che, come cristiani, tutti siamo eguali fra noi, e premendo loro che questa massima venisse osservata in pratica, hanno introdotto il costume di chiamarsi vicendevolmente fratelli e sorelle. Actor. VI, 2. I signori grandi ed i piccioli, i ricchi ed i poveri si nominavano fra di loro tutti senza eccezione veruna fratelli e sorelle ogniqualvolta si radunavano ad esercitare opere cristiane. Dopo finite le sacre funzioni costumavano tutti i fedeli di darsi a vicenda de′ baci; gli uomini baciavansi fra di loro; e così facevano pure fra di esse le donne. Alle loro agape tulli i fedeli si ponevano a sedere e mangiare insieme, senza osservare fra di loro distinzione veruna.

La medesima parola Chiesa (Ecclesia) mostra bastevolmente che la società dei fedeli debba essere eguale, e che in essa non vi sia luogo ad impero nè a superiorità veruna. Imperciocchè Ecclesia significa una qualunque moltitudine e radunanza di gente per qualche maniera fra di sè unita. E la Chiesa, cioè l′Ecclesia, rimane ancora, benchè i fedeli fossero così fattamente per diverse parti del mondo dispersi che non potessero ragunarsi fra di loro, poichè in tale caso cesserebbe solamente il nome di congregazione e di radunanza, il quale non si confarebbe più ad una tale Chiesa, ma rimarrebbe nulladimeno quello di Chiesa, o Ecclesia, perchè a questo, effetto basta che vi siano dei fedeli i quali fra di loro col legame della medesima fede e del medesimo spirito siano stretti o collegati. Il che fu ampiamente provato da Campegio Vitringa nel suo trattato de Synag. Veter. lib. 1, p. 1, cap. 1. Ora, siccome, quando i cristiani fossero in qua e in là dissipati, impossibile cosa sarebbe che qualcuno tra loro comandasse e che gli altri ubbidissero; così, essendo anche uniti, non vi ha d′avere luogo impero veruno, perchè la Chiesa non muta per questo la sua natura, e i cristiani uniti non hanno da essere di diversa e di peggiore condizione dei cristiani dispersi.

Ma che occorre andar cercando ragioni per provare che nella Chiesa tutti siano eguali in quanto sono membri di essa, e che niuno possa arrogarsi l′autorità di superiore? Questo ce lo insegnò pur chiaro Gesù Cristo medesimo quando ei protestò che il suo regno non è di questo mondo [6] e ch′egli non era venuto a fare il giudice di nessuno [7]. Il divino Salvatore spiegò su di ciò altrove la sua volontà per una maniera più chiara ancora. Poichè egli disse agli apostoli, ch′eglino dovessero sapere che toccava ai re a comandare agli uomini, e che però essi apostoli non dovessero fare il medesimo [8], La dottrina di Cristo fu osservata e ripetuta da san Paolo, il quale professò ingenuamente a′ fedeli, che nè egli nè i suoi colleghi non intendevano già di arrogarsi alcun impero sopra la loro fede [9] . Quindi raccomandò ancora san Pietro a′ suoi compagni, che non si mettessero a voler dominare sopra i fedeli, ma che li trattassero come una greggia che si era di sua propria volontà formata [10].

Per questa cagione praticavasi da′ vescovi della prima Chiesa di scrivere le lettere che occorreva mandare ad altre chiese e congregazioni di fedeli, non già sotto il loro proprio nome, ma sotto il nome di quella Chiesa da cui venivano spedite le lettere e della quale essi erano vescovi. Quindi Clemente vescovo di Roma scrivendo ai Corintii così si esprime: « La Chiesa di Dio che dimora a Roma, alla Chiesa di Dio che soggiorna a Corinto.» Dei Ecclesia quae Romae diversatur, Dei Ecclesiae quae Corinthi habitat. Eusebio nel lib. IV della sua Storia ecclesiastica riferisce la seguente formola: Ecclesia Dei quae est Smirnae  Ecclesiae Dei apud Philomelium et omnibus ubicumque terrarum sanctae et catholicae Ecclesiae populis, misericordia et pax: cioè: «la Chiesa di Dio che è a Smirna, alla Chiesa,di Dio che è presso Filomelio ed a tutti i popoli della santa e cattolica Chiesa di qualsisia parte della terra, misericordia e pace.» Diverse altre somiglianti espressioni ritrovansi presso lo stesso Eusebio in altri vari luoghi della sua storia, come per cagione di esempio nel lib. 5, cap. 1 e cap. 24. Vi ha un passo di Tertulliano, il quale serve ottimamente a confermare quanto in questo proposito è stato detto da noi. Egli nel trattato de Idol. cap. 18 così si esprime: « Gesù Cristo non avendo voluto esercitare alcun impero neppure sopra di quelli per amore dei quali egli si è abbassato al sordido ministero di lavare loro i piedi, ed avendo egli inoltre, avvegnachè fosse consapevole di possedere un regno, rifiutato di essere fatto re, egli ha con questo suo contegno prescritta una forma perfetta a′ suoi per la loro propria condotta ancora, che è di dirigere senza l′ambizione ed il fasto nè di dignità nè di potenza» [11]. Questa dottrina viene insegnata da s. Crisòstomo [12] e da altri scrittori ecclesiastici [13]; talchè non si può dubitare che ne′primi tempi della Chiesa essa non fosse comune a tutti i cristiani.

Egli è vero che il divino Redentore attribuisce talvolta alla congregazione de′ suoi fedeli il nome e titolo di regno; Matt. XIII. Ma egli è altresì vero ch′egli dichiara se stesso e non già alcun altro per capo e re di cotesto regno; Joan. XVIII 36; Luc. 1, 32. Egli si è riserbato per se solo il diritto di stabilire delle leggi: Jacob. IV, 12; Matth. XXIII, II: il diritto di punire; Matth. XIII, 14: il diritto di distruggere i nemici del suo regno; e tali altri diritti. Con questo ha egli voluto darci ad intendere che il suo regno è spirituale e non temporale, e che esso solo e non già qualcun altro ancora è il re che comanda in cotesto regno. Il divino Salvatore chiama questo regno il regno del cielo; e colassù niente hanno da fare gli uomini della terra. Quindi egli si è apertamente protestato che vi è un solo legislatore, a cui tocca di salvare e di condannare gli uomini, e che tale diritto non appartiene a veruna creatura umana: Jacob. IV, 12. Per questa medesima cagione comandò egli a′ suoi discepoli che non si dovessero far chiamare rabbi, e che non si arrogassero l′autorità di imporre al popolo delle dottrine a posta loro, come andavano allora facendo certi ebrei ma che si sovvenissero ch′essi erano tutti fratelli, e che il maestro non era che un solo: Matth. XXIII, 8.

Da questi principii, che abbiamo spiegato fin qui siegue per naturale conseguenza che quei ministri, i quali nella Chiesa sostengono l′ufficio di maestri ed esercitano le altre funzioni loro dai fedeli assegnate, lungi dal potersi usurpare alcun impero sopra il popolo ed i laici, debbono essi medesimi essere subordinati e vivere nella dipendenza dalla loro Chiesa. « Il diritto di insegnare (dice un dotto autor francese [14] appartiene propriamente al corpo medesimo di tutti i cristiani, cioè a dire alla Chiesa intiera. Imperciocchè le verità che noi abbiamo da sapere e da praticare sono state rivelate per amore e vantaggio di essa Chiesa. Quindi essa ne conserva il deposito per mezzo della Sacra Scrittura e delle tradizioni che le sono state confidate. Ma siccome egli è impossibile che un corpo così ampio, il quale si dilata per tutto il mondo, ed i cui membri quasi tutti hanno degli affari civili e debbono sostenere delle fatich per provvedere a loro bisogni temporali, si possa prendere la cura d′insegnare; ed essendo inoltre una cosa che partorisce confusione il  darsi tutto un corpo ad insegnare a′ membri donde egli è composto; così Gesù Cristo fondatore di nostra Chiesa ha attribuito l′esercizio di tal ministero ai ministri in particolare. Ma essi all′incontro non si debbono dimenticare giammai che non parlano se non che in nome della Chiesa, che non operano se non che in sua vece, e ch′essi hanno da trarre tutte le loro parole e tutte le loro dottrine dal deposito che  è stato consegnato alla Chiesa in generale. Essendo eglino i mandatari della Chiesa, non hanno ragione di  fare niente altro che ciò che sarebbe per fare la Chiesa medesima, s′ella si ponesse ad operare di per se stessa. Quello che qui si è detto della facoltà d′insegnare va parimente inteso di tutte le altre parti e funzioni dell′ecclesiastico ministero….  In questo proposito sono da osservare due massime, le quali sono al pari certe entrambe. Quantunque l′esercizio del diritto delle chiavi sia riservato ai ministri, essi non ne possono nulladimeno fare uso se non se nel nome della Chiesa; ed essi debbono renderle ragione della maniera che osservano nello esercitare un siffatto diritto. Tuttavia i ministri non hanno acquistata questa loro ragione dalla Chiesa; ed a questa non è stato confidato il deposito delle chiavi con tale libertà, che stesse in petto suo il rimetterle nelle mani di chiunque ella volesse, e de′ semplici fedeli che non abbiano verun carattere di ministro. Gesù Cristo, il quale non ha voluto che il diritto del ministero venisse esercitato dal corpo intiero, ha stabiliti di sua propria autoiità i ministri ai quali un tal ministero dovesse appartenere, ed ha disposto che le funzioni le quali sono proprie di questo ministero fossero riservate ai ministri soli, e che ogni altro fedele ne fosse privato. Sicchè i pastori hanno ricevuto la loro missione dalla bocca di  Gesù Cristo medesimo.»

Questa è la comune dottrina di tutta la Chiesa de′ primi secoli, di tutti i Padri che su tale materia hanno avuto occasione di palesare i loro sentimenti, e di tutti i dottori che hanno scritto senza prevenzione e senza essere accecati o da pregiudizii o da qualche spirito di partito. Sant′Agostino, facendo la spiegazione al testo di san Matteo cap. XVI, V. 18 e 19 (là dove Gesù Cristo dice a san Pietro di volergli consegnare le chiavi del regno de′ cieli), santo Agostino, dico, insegna che san Pietro e gli altri apostoli rappresentavano in quell′occasione la persona della Chiesa [15], e che però il divin Salvatore intendeva con ciò di dire ch′egli voleva dare le chiavi alla Chiesa. Il medesimo santo padre passando a dichiarare l′altro passo che nello stesso testo di san Matteo si ritrova, dove Gesù Cristo promette agli apostoli che tutto quello ch′eglino legheranno sulla terra sarà legato anche in cielo, e che tutto quello che da loro verrà sciolto sulla terra sarà scioho anche in cielo, dimostra [16] che il Redentore ha parlato agli apostoli in nome di tutta la Chiesa, e che però essi facevano quivi la figura della Chiesa medesima: quindi doversi spiegare quella dichiarazione di Gesù Cristo a questo modo, che, quando ad un peccatore convertito vengono rimessi i suoi peccati s′intende che i peccati siano rimessi da quelli ai quali il peccatore per mezzo di sua conversione si è riunito; e che, quando i peccati di alcuno restano legati, da quelli s′intendono essere tenuti legati, dai quali il peccatore per cagion del suo malvagio adoperare si separa. Questo sentimento di sant′Agostino era appunto quello della primitiva Chiesa ancora; poichè noi troviamo che anche Origene nel suo trattato primo sopra il c. 16 di san Matteo spiega che per la voce Pietra debbasi intendere ogni discepolo di Gesù Cristo, cioè ogni fedele: Petra enim est quilibet Christi discipulus, et super talem Petrum construitur omnis ecclesiastica doctrina.

Gli apostoli ed i vescovi della prima Chiesa si chiamavano i ministri della loro Chiesa: quindi ben si vede ch′essi conoscevano che il diritto delle chiavi e quello dell′insegnare appartenevano per proprietà alla Chiesa medesima, e ch′essi non ne avevano se non che l′esercizio ed il ministero [17]. Lo stesso fu dichiarato ancora dal Concilio di Basilea [18] ed insegnato da diversi dottori della Chiesa cattolica, come a dire dal celebre vescovo Tostato, spagnuolo di nazione [19], e dal dotto Natale Alessandro [20] e da molti altri.

San Cipriano, avvegnachè egli fosse gran protettore dell′autorità vescovile, confessa tuttavia in diverse sue lettere, che la Chiesa, ossia la congregazione de′ fedeli, è superiore ai vescovi, e che questi non sono se non che i suoi ministri. Questa era ne′ primi tempi la dottrina della sede romana ancora, e vi fu conservata fino che le passioni e gli affetti umani cominciarono ad impadronirsi degli animi di que′ vescovi che governarono quella Chiesa. Ciò puossi raccorre dalla lettera di Clemente ch′egli scrisse ai Corintii, nella quale egli li esorta e prega a non voler scacciare dal sacerdozio e dal vescovato coloro che non avevano commesso delitti tali da dover meritare un siffatto castigo; ma egli riconosce tuttavia, e confessa almeno per indiretto, che quei di Corinto avrebbero avuto ragione di farlo se i sacerdoti ed il vescovo avessero malvagiamente vissuto.

Quindi niuna cosa d′importanza facevasi o stabilivasi nella prima Chiesa, che non fosse prima convocato il popolo ed udito il suo parere. Gli apostoli medesimi, comecchè eglino avessero dal Redentore ottenuta una singolare e straordinaria autorità di governare le Chiese e regolare i costumi e la disciplina de′ fedeli, costumarono il più delle volte di far congregare il popolo e di ascoltare i suoi sentimenti. Quando nei primi anni della Chiesa nacque fra′ cristiani la disputa se si dovevano conservare certe cerimonie giudaiche ed obbligare i gentili che si convertivano a Cristo a doverle osservare anche dal canto loro, gli apostoli convocarono tutti i fedeli che vi avevano allora in Gerusalemme, e finirono la controversia di comune concetto, come ce ne fanno fede gli Atti degli apostoli medesimi, Act. XV, add. Act. XXI, 18 seqq. Quando si trattava di eleggere un nuovo apostolo, veniva a questo fine convocata la Chiesa, cioè tutta la moltitudine de′ fedeli, come vedesi degli Alti di tutti gli apostoli I, 13 sect. Se si doveva venire alla elezione di un Seniore, ossia di un prete, oppure di un diacono, od anche di un vescovo, il clero ed il popolo congregato ponevansi a deliberare intorno a tale affare, si esaminavano le qualità di quelli che aspiravano al ministero, e si passava finalmente alla scelta di quello che dalla maggior parte veniva riconosciuto, per il più abile e più ben costumato di tutti. Act. VI, 1 seqq. Gli Storici ecclesiastici ed i Canonisti non hanno ancora potuto concordarsi in questa quistione, se toccasse al popolo di nominare e presentare pel presbiterato o pel vescovato quei soggetti che gli paresse, e che il clero avesse la ragione di farne la scelta, o seppure si aspettasse al clero di nominare i soggetti, e che al popolo appartenesse di approvarli o di rifiutarli. Grozio [21], Pietro di Marca [22] e Cironio [23] avvisano che il popolo non avesse altra ragione che di rendere testimonianza della buona o della mala condotta dei concorrenti, di raccomandare quel soggetto che loro paresse il migliare, ma che al clero solo appartenesse il diritto di farne la scelta. Diversi altri dotti uomini all′opposto, come il Biondello [24], il Mosheim [25], il Boehmero [26], mostrano che al popolo si aspettasse la ragione di scegliere quello che tenesse per il più capace, e che il clero non avesse altra autorità che di nominare e presentare i concorrenti. Di fatto san Cipriano nell′epistola settantasette dice espressamente, che la plebe ha l′autorità di eleggere i sacerdoti degni e di rifiutare gli indegni: plebem habere potestatem vel eligendi dignos sacerdotes, vel indignos recusandi. Lo stesso provasi da un passò di Eusebio [27], dalla epistola sinodica del Concilio Ecumenico di Nicèa, che si trova presso lo storico Socrate [28], e da una lettera di Leone il Grande [29]» di Celestino primo [30]  e di Gelasio [31]. Ma, sia di ciò com′essere si voglia, a noi basta che sia certo che niuna elezione di vescovi o di preti si facesse senza cbe il popolo tutto venisse su di ciò congregato e richiesto del suo parere. E, questo essendo manifesto ed indubitato, non v′ha bisogno di entrare in altra disputa. Non dissimuleremo tuttavia che noi siamo col dotto Giannone [32] d′avviso che il popolo non avesse avuto in tutti i tempi della prima Chiesa ed in tutti i luoghi il medesimo diritto, ma che talora gli fosse conceduto di proporre soltanto e raccomandare que′ soggetti ch′e′ volesse, e che poi i vescovi ed i preti si fossero riservata la ragione di farne la scelta, e di confermare ed ordinare quello che loro paresse più a proposito; e che all′incontro tal altra volta, ed in qualche altro tempo, il medesimo popolo facesse l′elezione di quella persona che giudicava la più degna del vescovato, o del presbiterato, fra quelli che dal clero e dal vescovo gli venivano presentati, come appunto fu praticato rispetto a san Fabiano, il quale ottenne quella sede per la concorde elezione che di lui fece il popolo.

Siccome il popolo partecipava nell′elezione de′ ministri ecclesiastici, così richiedevasi ancora il suo avviso nel separare dalla Chiesa gli scandalosi, gli eretici ed i pubblici peccatori. Se qualche fedele fosse caduto in qualche eresia, o se avesse commesso qualche peccato grave e scandaloso sotto gli occhi del pubblico, egli ne veniva avanti ogni altra cosa ripreso, e, se non ne dava manifesti segni di pentimento, esso veniva scacciato dalla congregazione de′ fedeli, i quali d′indi in là non permettevano ch′ egli potesse entrare nelle loro chiese a pregare e comunicarsi insieme con esso loro. Che se il peccatore dava poi a divedere di essersi di cuore pentito del suo fallo, e di avere da senno cangiato vita e costumi, allora egli veniva di bel nuovo lietamente, accolto da′ fedeli e ricevuto nella loro Chiesa. I fedeli di Corinto tolleravano nella loro Chiesa un incestuoso, che per il suo delitto era di scandalo al popolo. S. Paolo, che aveva avuto contezza di tal disordine, scrive una lettera diretta a tutti i fedeli di quel luogo, li riprende acremente dell′aver essi sofferto nella loro Chiesa cotesto scandaloso, e ingiugne che ne lo debbano senz′altro indugio scacciare. Dalle espressioni che l′apostolo adoperò nello scomunicare il summentovato incestuoso vedesi chiaramente ch′egli, comecchè fosse apostolo, non volle venire a questa estremità di sua propria autorità, ma col consenso e giudizio di tutta la Chiesa di Corinto ancora. In nomine Domini nostri Jesu Christi, congregatis vobis et meo spiritu, cum virtute Domini nostri Jesu, tradere hujusmodi satanae in interitum carnis, ut spiritus salutis sit in die Domini nostri Jesu Christi. I ad Corinth. V, 4, 5. Da questo si vede che non a′ ministri solamente, ma sibbene a tutto il popolo, toccava di scomunicare gli scandalosi e pubblici peccatori. Nell′Apocalisse di san Giovanni vi hanno sette lettere, le quali da lui, per comando del Salvatore, furono scritte alle sette Chiese dell′Asia, per ammonire gli Angeli, cioè i vescovi ed i fedeli di quelle, che non dovessero sopportare fra loro certi eretici che si chiamavano Nicolaiti. Da questo, ch′egli ha dirette le lettere non agli Angeli soli, ma ai fedeli ancora, e dalle parole seguenti che egli vi ha aggiunto « chi ha orecchi oda quello che dice lo Spirito alle Chiese, » chiaramente si comprende che nel separare i Nicolaiti dai fedeli parte dovevano avere tutte quelle Chiese. San Cipriano nell′epist. 19 e nell′epist. 54 confessa in termini aperti e chiari che un peccatore non deve venire scomunicato, nè un penitente di bel nuovo ricevuto, senza il consenso e la partecipazione de′ fedeli. Noi abbiamo allegato di sopra, cioè alla nota 24, un bel passo di sant′Agostino, da cui si prova la medesima cosa.

Finalmente, che la proprietà delle chiavi s′aspetti alla Chiesa, e che i ministri non ne abbiano se non se l′esercizio in nome della Chiesa rispetto a quelle cose che da tutta la Chiesa in comune non possono essere eseguite, da ciò ancora raccogliesi, che gli apostoli, quando mandavano attorno lettere, sempre alle Chiese e non già mai ai ministri soli le indirizzavano. Egli pare ancora che talvolta preferissero le Chiese ai vescovi stessi: Philip. I, 1. Le Chiese terminavano le coutraversie: I, Cor. VI, 1. Le Chiese giudicavano dei falsi dottori: Rom. XVI, 17. Le Chiese mantenevano i vescovi ed i ministri: e le Chiese in fine deponevano que′ vescovi e que′ preti che male adoperavano nel loro ministero, come coll′autorità di san Clemente, di san Cipriano e di altri, abbiamo fatto vedere di sopra.

Quanto abbiamo detto e provato fin qui ha servito a dimostrare che i fedeli, come i fedeli, erano del tutto eguali fra di loro; che i ministri erano i dottori ed i maestri del popolo: ma che per questo niun′altra autorità avevano che quella d′insegnare, e di fare quelle funzioni che la Chiesa medesima non poteva amministrare di per sè. Questi ministri erano sul principio i vescovi, i preti ed i diaconi: ma i preti furono istituiti prima de′ vescovi. San Gerolamo nella sua epist. ad Titum dice che, quando i cristiani erano ancora in picciol numero, i preti furono i soli ministri delle Chiese. Ma, come la quantità de′ fedeli s′accrebbe, allora furono dagli apostoli, col consenso e parere delle Chiese, nominati e prescelti de′ Vescovi. Imperciocchè, avendo fatto bisogno che, a proporzione che andava aumentando il popolo cristiano, si aumentasse ancora il numero de′ suoi ministri, trovossi. nel medesimo tempo necessario che, per cagione di buon regolamento e per la conservazione dell′ordine, si eleggesse un ministro il quale avesse cura delle cose suddette, e fosse il primo de′seniori, ossia de′ preti. Ma, siccome non in ogni luogo cresceva egualmente la copia de′ fedeli, cosi non si curarono gli apostoli di stabilire dappertutto dei vescovi. Ciò apparisce chiaramente da un passo di s. Epifanio [33], in conferma del quale noi potremmo addurre delle altre autorità ancora, se questa non fosse cosa da per se stessa bastevolmente nota. Ogni Chiesa aveva i suoi proprii ministri; ed ogni Chiesa rcggevasi a suo talento, senza toccare però nè il dogma nè la disciplina stabilita o da Gesù Cristo o da′ suoi apostoli. Così in certe Chiese, come ora dicemmo, v′avevano vescovi, ed in certe no: così nella Chiesa di Gerusalemme i primi fedeli vivevano in una certa comunione di beni [34]; e nelle altre Chiese all′incontro ognuno riteneva i proprii beni, e davane a′ poveri ed a′ ministri quanto gliene pareva. Così finalmente i vescovi di una Chiesa dovevano unicamente badare alla cura della propria greggia, e niuno aveva la menoma autorità di ingerirsi nelle faccende delle altre Chiese. Ciò però non ostante conservavasi tra le differenti Chiese una perfetta vicendevole concordia, e ponevasi ogni sollecitudine nel fare in modo che nelle cose più intportanti andassero tutte di concerto. Quindi i vescovi ed i ministri di una Chiesa mandavano spesse volte delle tettere altorno per le altre Chiese, alfine di significare a quelle ciò che fosse avvenuto di singolare, o di prenderne Consiglio in qualche importante faccenda, o di sentire il loto parere su qualche dubbio o questione che fosse nata di fresco. Da questo venne ancora, che coloro i quali venivano scomunicati da una Chiesa venivano parimente rigettati da tutte le altre. Tutto quello che in questo proposito abbiamo detto è certo, e viene provato dagli Atti degli apostoli, dalla storia de′ primi tempi, e dalle testimonianze de′ santi padri e degli altri scrittori [35].

Sicchè egli è oggimai indugiato ed incontrastabile, che i ministri ed i vescovi di una Chiesa non solamente non avessero niun diritto di dominare sopra i loro fedeli, ma che neppure niun vescovo avesse la ragione di potersi mischiare sotto qualsisia pretesto nelle faccende e nel governo delle altre Chiese. Ma, all′incontro, molto viene disputata e con differenti ragioni da tutte le parti combattuta questa questione, se i vescovi abbiano avuta fin da principio e per alcun stabilimento apostolico la sopraintendenza e cura generale sugli altri mmistri e sui fedeli della loro Chiesa. I presbiteriani sostengono che vescovi di tale autorità dotati non ce ne fossero nella Chiesa prima del secondo secolo. La maggior parte de′ luterani sono del medesinio sentimento. Noi, all′incontro, come pure gli episcopati d′Inghilterra, teniamo che i vescovi siano per disposizione apostolica maggiori, de′ preti, e molto più degli altri fedeli. Altri accordano bensì che fino dal tempo degli apostoli i vescovi avessero qualche maggiore autorità de′ preti, ma assai minore di quella che noi vogliamo loro attribuire. Giovanni Morino, celebre autor francese [36], dice che questo non è articolo di fede per noi, e che possiamo in ciò seguitare quel sentimento che ci pare più ragionevole, senza pericolo d′incorrere in qualche eresia. Noi non vogliamo innoltrarci a disaminare le ragioni dell′una e dell′altra parte, perchè, rispetto a noi altri cattolici, questa controversia pare oggimai assai chiaramente decisa dal Concilio Tridentino, sessione 25, can. 4. Laonde, se a qualcuno preme di sapere i fondamenti di tutte le parti, egli ne può restare informato dai sottocitati autori [37]. I vescovi erano pertanto gl′ispettori de′ preti, ed i primi tra di quelli. Essi distribuivano a′ preti gli ufficii che ognuno di loro doveva fare nella Chiesa. Essi istruivano il popolo; essi amministravano i sagramenti; essi predicavano, oppure si facevano aiutare da′ preti; essi deliberavano insieme co′ preti e diaconi di quelle cose che si dovevano proporre a′ fedeli per sentirne il loro parere; e finalmente essi, in un col senato de′ preti e colla congregazione de fedeli, studiavansi di comporre il meglio che si poteva quelle differenze e dissensioni che di tratto in tratto nascevano nelle varie Chiese de′ cristiani.

Per quello che abbiamo detto e dimostrato fin qui si è potuto assai manifestamente comprendere che la Chiesa si è una società eguale composta di fedeli, che spontaneamente vi sono entrati, e vi restano fin quando vogliono, al fine di adorare e servire iddio secondo i precetti della legge da lui rivelataci. Ora, siccome niuna società può lunga pezza di tempo sussistere senza osservare certe regole onde venga in essa procurato e mantenuto l′ordine necessario, così ancora nella società de′ fedeli, cioè nella Chiesa, èvvi bisogno di certi stabilimenti i quali servano ad introdurvi e conservarvi il decoro, l′ordine, la pace e la tranquillità comune. Ed ognuno che voglia entrare in questa società devesi obbligare di voler ubbidire a sì fatte regole; ed, avvenendo poi ch′egli non le osservi, potrà essere scacciato dalla Chiesa, siccome quegli che non mantiene la sua parola, e che vi starebbe con iscandalo altrui e con danno della società. Ogni cristiano è dunque tenuto di conformarsi a tali ordinazioni, non già in virtù di alcun impero che uomo del mondo avesse sopra di lui, in quanto è cristiano, ma in vigore di quella condizione cui egli di suo proprio talento in entrando nella Chiesa si sottopone, cioè di osservare le regole di quella società, o di dover soffrire ch′egli ne venga separato. Laonde, dopo aver trattato della Chiesa in generale, l′ordine richiede che noi ora ragioniamo delle regole di essa, e de′ diritti che ne derivano rispetto alle diverse classi di persone ond′è composta la Chiesa.

Le prime regole de′ cristiani furono loro date da Gesù Cristo medesimo e da′ suoi apostoli. Ma, secondo che procedettero i tempi e secondo che pareva richiedessero le circostanze, vi furono poi aggiunte diverse altre leggi o da′ Concilii o dagli imperatori o Pontefici romani. Noi non faremo per ora menzione se non se delle regole prescritteci dal Salvatore e da′ suoi apostoli, e dei diritti che ogni ordine di persone è venuto per esse ad acquistare.

La prima legge di Gesù Cristo si fu, che chiunque voleva divenire suo discepolo dovesse dichiararsi di riconoscerlo per il Messia e di voler credere quelle dottrine ch′egli insegnava. Ciò fatto, il nuovo discepolo veniva aggregato alla società de′ fedeli, e doveva ricevere il sacramento del Battesimo in segno dell′essersi allora convertito a Cristo.

Cotesta professione di fede, che ad ognuno il quale avesse voluto divenire cristiano toccava di fare avanti di poter essere ammesso al battesimo, si chiamava Symbolum. Egli è molto verisimile che i cristiani abbiano presa questa parola da′ gentili. Imperciocchè presso costoro erano in uso certi misterii, che si celebravano ne′ tempii de loro Dei, ed a′ quali niun altro poteva intervenire e partecipare se non che quelli che da′ sacerdoti avessero ottenuto un certo segno, che era la marca onde venivano contraddistinti da coloro acquali una tale grazia non era stato accordata. Questo segno dovevasi tirar fuori e mostrare ne′ templi; e gli era stato imposto il nome di Symbolum. Laonde i cristiani si servirono anch′essi, imitando i pagani, di questa voce, e cominciarono ad appellare Symbolum quella professione di fede per la quale potevasi ottenere di essere ricevuto nella Chiesa de′ fedeli. Dagli Atti degli apostoli VIII, 4, 30, 36, 37, raccogliesi che questi simboli dovettero sul principio consistere in poche parole ed essere molto brevi: poichè, quando il cameriere della regina Candace volle da Filippo essere battezzato, desiderando questi che quegli facesse avanti ogni altra cosa la sua professione di fede, altre parole non disse il cameriere che queste: «Io credo che Gesù sia Figliuolo di Dio; » e ricevette poi subito il battesimo da Filippo. Coll′andare del tempo fu cotesto Simbolo allungato di molto coll′addizione di varii altri articoli di fede, che fu trovato necessario di aggiugnere, sì per coloro che non avevano prima veruna idea di nostra fede mostrassero, col recitare i punti compresi in essi simboli, di avere bastevole notizia delle cose più importanti di nostra religione, come per farvi entrare certe verità evangeliche che gli eretici avevano principiato a mettere in disputa, ed a negare ancora del tutto. Obbesio biasima la Chiesa perchè essa ha fatto queste giunte alla prima professione di fede, che non conteneva che un articolo solo, come poc′anzi vedemmo. Tommasio vorrebbe che al più non vi fosse stato aggiunto altro che l′articolo della risurrezione de′ morti. Ma, se le giunte che vi sono state fatte non contengono se non che cose vere, e tali che ogni cristiano le debba necessariamente tenere per ferme, che motivo abbiamo noi di riprenderne la Chiesa, la quale, non già senza verun fondamento ma per le ragioni suddette, ha giudicato a proposito di dover prolungare il Simbolo usato da′ primi cristiani?

Dietro alla professione di fede seguiva, come si è narrato, il Battesimo, il quale sul principio della Chiesa, quando essa non aveva per anco ricevuta una certa forma, veniva ministrato da qualunque fedele cui fosse riuscito di convertire altrui alla vera fede, benchè non fosse nè apostolo nè prete. San Filippo non era che diacono; eppure vedesi dagli Atti degli apostoli VIII, 1, ch′egli battezzò il cameriere della summentovata regina Candace. L′istesso hanno fatto altri fedeli ancora con altre persone che venne loro fatto di voltare alla fede cristiana. Di qui è che a Tertulliano è venuto in capo di voler sostenere che ognuno del popolo cristiano sia sacerdote al pari degli altri ministri della Chiesa; che ad ognuno si aspetti il gius sacerdotale; e che lo averselo appropriato a se soli i preti ed i vescovi ella era una pura e pretta usurpazione. Mosso dall′autorità di cotesto antico scrittore, venne ad un dipresso a confermare la medesima cosa Nicolò Rigalzio nelle note ch′ei fece alle opere di Tertulliano [38]. Albaspineo, vescovo di Orlians, il confutò [39]. Ma Ugone Grozio si mise dal partito di Rigalzio [40], e prese a voler dimostrare che i laici abbiano la ragione, nè più nè meno che i preti, di predicare e di iministrare a′ fedeli i sacramenti del Battesimo e della sacra Cena. E per confermare col fatto, la sua dottrina, avendo il suo predicatore di ambasciata, per le dissensioni che di continuo tra esso ed il suo prinncipale nascevano, preso da lui commiato, Grozio si mise egli stesso à celebrare la comunione in casa sua propria, tanto per se medesimo che per la sua servitù. Claudio Salmasio sposò l′opinione di Grozio, e scrisse un trattato per sostenerla a modo suo [41]. Dipoi venne Dodwello, che abbracciò il medesimo Sentimento, e che raccolse e disse tutto quello che fu possibile in suo favore [42]. L′autorità di così fatti soggetti mosse Cristiano Tommasio a seguitare la medesima sentenza, cui tenne dietro Boehmero, suo discepolo, che procurò di rinforzarla con altre ragioni ancora [43]. La dottrina e le ragioni di cotesti autori furono confutate da diversi soggetti sì cattolici che protestanti [44]. Ma noi non vogliamo qui metterci ad accennare nè i fondamenti degli uni nè quei degli altri, perchè ciò troppo lungi dal nostro proposito ci menerebbe: e ci contenteremo però di dire che, quantunque nel bel principio della Chiesa ogni fedele costumasse di battezzare coloro che gli fosse riuscito di convertire alla fede cristiana, ciò non ostante, come prima alla Chiesa fu data una certa forma, subito si cominciò a riservare, fuori de′ casi di necessità, l′amministrazione del Battesimo per i soli preti, e lo stesso fu molto più rigorosaoiente osservato rispetto all′ufficio del predicare e del comunicare i fedeli; il che neppure da quelli del partito avversario si è potuto negare giammai [45].

Noi abbiamo veduto di sopra che Gesù Cristo medesimo ha stabilito i ministri nella Chiesa perchè questi mettessero in opera il diritto delle chiavi, la cui proprietà per disposizione del Salvatore si aspetta per altro alla Chiesa in generale. Ora il Vangelo di Gesù Cristo vuole che cotesti ministri vengano ordinati, consegrati, e mostrati al popolo che ha da servirsi del loro ministero, come chiaramente si vede dagli Atti degli apostoli VI, 6; XXIII, 31: Timoth. IV, 14; V, 22. Lo stesso Vangelo accenna le doti onde i ministri della Chiesa debbono essere ornati; e fra le altre cose vi viene loro proibito di arrogarsi alcun dominio, di far delle nuove leggi e d′imporre a′ fedeli di nuovi pesi a′ quali non abbia voluto sottoporli lo stesso divino Salvatore: Luc. XX, 26; I, Petr. V, 2, 5: il che fu da noi di sopra più ampiamente dimostrato; talchè non accade qui di farne una inutile ripetizione. All′incontro Gesù Cristo ha ordinato che i ministri della Chiesa abbiano la ragione di ammaestrare i fedeli sì in pubblico che in privato e di doversi prendere ogni sollecitudine per fare sì che quelli i quali sono in errore se ne ravveggano una volta, e restino persuasi del loro torto, del loro peccato, e dello scandalo che cagionano. Così devesi intendere il testo greco a Tito I, 9; ed è un manifesto errore l′interpretarlo, come fanno parecchi in modo che per esso vengano i ministri ad acquistare il diritto di castigare i peccati. Una tale spiegazione ripugna apertamente alla proprietà e forza della lingua, agli altri testi del Vangelo da noi allegati altrove, dove viene espressamente proibito l′usare violenza veruna, e finalmente alla ragione naturale ed alla natura della società. Il Redentore vuole che si castighi i peccatori col farli chiari de′ loro falli, non già per mezzo della violenza, ma coll′usare amorevolezza e umanità inverso di loro nel medesimo tempo che si studia di rimetterli sul diritto sentiero: Matth. XVIII, 15; Joan. III, 20; VIII, 9, 46; XVI, 8. E questo si è propriamente il diritto delle chiavi, cioè il diritto di assolvere e di legare, di cui parlasi: Matth. XVI, 19; e Joan. XX, 23. Imperciocchè questo diritto altra autorità non attribuisce ai ministri di Dio, che d′intimare agli ostinati peccatori l′ira di Dio, e di assicurare all′incontro i penitenti della clemenza e misericordia divina, laonde nè questi testi nè altro veruno del Vangelo hanno conceduto al clero la menoma ragione di poter comandare a′ fedeli, nè di far nuove leggi, nè di trarre loro i denari dalle borse, o di tôrre loro le lor terre e possessioni sotto lo spezioso titolo di penitenze. Queste sono usurpazioni, sono false e maliziose interpretazioni; e sono finalmente cabale dirette ad uccellare e gabbare, e non già ad ammaestrare i fedeli; a distruggere, e non a mantenere e promuovere la religione: del che ci accaderà di ragionare in appresso più ampiamente. Il nostro clero spiega que′ testi per modo che Iddio abbia data l′autorità a′ suoi ministri di poter giudicare della innocenza e della malvagità di ognuno dei fedeli, e ch′egli abbia loro promesso di tenere in cielo per innocenti coloro che vsaranno da essi giudicati innocenti in terra, e per rei all′opposto quelli che da essi saranno dichiarati per tali quaggiè. Una siffatta spiegazione di quei testi non si confà nè poco nè punto colle vere regole di una giusta interpretazione. Una così ampia e grande autorità può da Gesù Cristo essere per avventura stata conferita agli apostoli soli, perchè essi soli furono da lui dotati di certi altri particolari doni ancora, come a dire di quello delle lingue, di quello di far miracoli, e di varii altri, fra i quali è verosimile che il Salvatore abbia voluto loro concedere anche questo del giudicare a chi dovessero essere rimessi i peccati ed a chi ritenuti. E, perchè gli apostoli non potessero in cosa di tanto momento andare errati, furono da lui nel medesimo tempo provveduti di una straordinaria ed infallibile cognizione. Ma questa cognizione non fu data agli altri ministri della Chiesa: laonde, potendo eglino agevolmente errare nel giudicare della innocenza o reità altrui, il divino Redentore non poteva loro promettere di tenere legato in cielo ciò ch′essi legassero quaggiù, o di avere per isciolto ciò ch′essi sciogliessero in terra. Gesù Cristo ha disposto inoltre, che i ministri della Chiesa debbano vivere l′ispezione e la custodia di quella: ad Haebr. XIII, 17; I Petr. V, 3, 4. Egli ha voluto ancora ch′essi avessero da ministrare i sacramenti ed a esercitare le altre funzioni ecclesiastiche.

Non è da passare sotto silenzio un altro diritto dei ministri di Dio, del quale si è per loro fatto un grande abuso, ma che non può però venire nè a loro nè a tutta la Chiesa ragionevolmente negato. Questo è un diritto che non è solamente loro proprio, ma ch′essi hanno in comune con gli altri fedeli. Io intendo perciò il diritto di scomunicare dalla Chiesa gli ostinati e scandalosi peccatori. I ministri della Chiesa hanno da vedere chi meriti di essere dalla congregazione de′ fedeli scacciato, e chi sia degno di potervi, dopo avere mostrato pentimento, di bel nuovo rientrare. Ciò fatto, i ministri ne debbono fare la proposizione al popolo; ed a questo tocca poi di escludere dalla Chiesa l′indegno, e di ammetterci ancora il peccatore pentito. I vescovi, ma principalmente i pontefici romani, hanno tirato a sè tutto questo diritto, e ne hanno interamente spogliate le Chiese; ed il peggio ancora si è, che se ne sono serviti troppo male, e con troppo scandalo dell′universo, con troppo danno della religione, con troppo nocumento degli Stati e de′ principi, e con troppo evidente vantaggio di essi e della sede romana. Cotesto malvagio e rio uso delle scomuniche ha ridotto diversi a volersi ingegnare di poter sostenere e di provare con ragioni che questo diritto dello scomunicare non appartenga altramente nè alla Chiesa nè a′ suoi ministri, e che vi sia stato introdotto e conservato contro la volontà di Gesù Cristo e contro l′intenzione del Vangelo. Quindi varii uomini dotti sonosi messi ad insegnare che la scomunica è di sua origine un rito giudaico, e che gli apostoli non avevano conservata questa pratica se non per non abolire tutto in un tratto tutta la disciplina degli ebrei, della quale conveniva pur ritenere qualcosa per non frapporre troppi ostacoli alla loro conversione. Quindi conchiudono cotesti autori, che, essendo poi cessato questo motivo, bisognava ancora tôrre via del tutto l′uso dello scomunicare. Tra quelli che derivano l′uso delle scomuniche de′ cristiani dalla pratica degli ebrei, sono da noverarsi principalmente il Seldeno [46] ed il Vitringa [47]. Altri all′incontro sostengono che le scomuniche usate da primi cristiani non avevano veruna somiglianza con quelle degli ebrei; il che da questo solo assai manifestamente puossi argomentare, che la scomunica presso gli ebrei era una pena civile che privava dei comodi ed effetti della società civile, laddove i primi cristiani, che sapevano benissimo non essere il regno di Cristo di questo mondo, e che intendevano troppo bene come non istava in loro potere castigare alcun fedele con pena civile, non si servivano della scomunica se non se per allontanare dalla congregazione de′ fedeli colui che con la sua mala vita vi avrebbe arrecato scandalo. Quindi il Clerico [48]  ed il Boehmero [49] si studiarono di far vedere che i primi cristiani convennero tra di loro di fare uso della scomunica sì per iscacciare dalle loro congregazioni i malvagi e scandalosi peccatori, come per non dare motivo agli ebrei e pagani di allora che potessero venire a rimproverare essi cristiani di avere nel loro numero degli uomini scellerati e di mala vita. Laonde, secondo il sentimento di questi due valenti scrittori, la scomunica non è altrimenti stata comandata nè introdotta da Cristo; dal che seguirebbe che si possa abolirla quando si vuole. Altri finalmente sono d′avviso che la scomunica venga bensì da Cristo medesimo, e che tanto egli come i suoi apostoli l′abbiano praticata ed a fedeli di que′ tempi prescritta; ma che questo loro regolamento sia da contarsi tra quelli che da Cristo o da′ suoi apostoli furono ordinati soltanto per qualche tempo, senza intendimento che avessero a durare per sempre in avvenire. Quindi passano essi a dimostrare che Gesù Cristo non ha voluto mettere in opera le scomuniche se non per iscansare i rimbrotti e le accuse degl′infedeli, i quali avrebbero potuto opporre ai cristiani ch′essi ricevano e conservino la gente di rei costumi e di cattiva condotta, quando non la avessero dalle loro congregazioni mediante le scomuniche separata. Da questi tirano adunque la conclusione che, non potendo ne′ nostri tempi aver luogo cotesti rimproveri, inutile cosa sia il ritenere l′uso delle scomuniche. Noi all′incontro stimiamo che questa legge ci sia data dal Redentore e dagli apostoli medesimi perchè ne siamo convinti dai tanti testi della Sacra Scrittura che ne fanno aperta menzione. Nell′Apocal. II, 2, loda Gesù Cristo la Chiesa ed il vescovo di Efeso, perchè essi non sopportano ed escludono dalle loro congregazioni gli empi e scandalosi uomini. All′incontro il medesimo Salvatore si duole fortemente, nei versi 14 e 15, del vescovo di Pergamo, perchè egli tollerava i cattivi, i miscredenti e gli eretici nella sua Chiesa, e lo ammonisce nello stesso tempo ch′egli voglia ravvedersi e separare tutti coloro dalle radunanze dei fedeli. Leggansi i testi Rom. XVI, 17; I Cor. V, 2, 9 11, 13; II Thessal. III, 6, 7, 8, 14, 15; I Thess. III, 15; I Timoth. V, 20; Tit. III, 10; e vedransi delle altre conferme della nostra opinion. Noi giudichiamo, ancora che questa legge non sia temporale, ma che abbia a durare per tutti i tempi futuri, perchè essa è conforme alla natura della società de′ fedeli. Imperciocchè chiunque desidera di essere accettato nella nostra Chiesa deve entrarvi per la via del Battesimo. Or noi abbiamo mostrato di sopra che il Battesimo, per disposizione divina, a coloro solamente può venire conferito i quali si obbligano di credere nel Messia e di rinunziare al Demonio. Sicchè, se altri mostra, con tenere una cattiva e malvagia condotta, di non voler stare alla sua promessa; egli è giusto, ragionevole, e del tutto conforme alla natura di questa nostra società, ch′egli ne venga escluso, e tanto ne resti finchè dimostri di essersi ravveduto ed interamente pentito.

Queste sono propriamente le ragioni e questi i testi del Vangelo sui quali è fondato il diritto che hanno i ministri di Dio per rispetto alle scomuniche. Ma siccome essi non vi trovano gran fatto il loro conto, e che veggono troppo bene di non poterne fare uso per istabilire quella potenza e quella autorità che si sono usurpata; così essi amano piuttosto di attenersi a quei testi che abbiamo allegato di sopra, cioè a quello di S. Matth. XVI, 19, e XVIII, 18; e di S. Giovan. XX, 25. Ma quella interpretazione ch′essi ne dànno è apertamente falsa, e non può reggere in conto veruno. La parola legare non significa escludere dalla Chiesa, e molto meno importa essa il poter dichiarare altrui reo di peccato: così viceversa la parola sciogliere non importa alcuna facoltà di assolvere e liberare altrui dalla scomunica, e molto meno ancora di giudicare l′altro uomo esente da peccato. Lo stesso è da dirsi della cattiva spiegazione che costoro dànno al testo di s. Giovanni. L′autorità di ritenere i peccati quaggiù non importa che Iddio abbia da ritenerli ancora lassù; e la facoltà di liberare dai peccati in terra non inferisce che Iddio abbia da liberarne l′uomo anche in cielo. Un uomo, qualunque egli si sia, non può avere cognizione abbastanza per poter giudicare dello stato interno dell′animo, e della bontà o malvagità dell′altro uomo, quando Iddio per una sua miracolosa operazione non gli comunichi espressamente una cognizione siffatta. Questa cognizione fu da Dio data agli apostoli: e però i sopra riferiti due testi o vanno intesi degli apostoli soli ed a essi soli ristretti; o non vanno spiegati cosi letteralmente, ma, al pari di molti altri testi della Scrittura che noi medesimi costumiamo di non intendere secondo la lettera, debbonsi interpretare in senso sano ed indiretto, talchè al più vengano, a significare che Iddio abbia voluto per essi attribuire ai ministri della Chiesa l′autorità di atterrire i peccatori colla minaccia della collera di Dio e delle pene eterne, e di consolare i penitenti ben contriti colla speranza della divina clemenza e misericordia. Imperciocchè come ardiremo noi di pensare, senza timore di cadere in un grave peccato di bestemmia, che Iddio abbia voluto impegnarsi a legare e sciorre nel paradiso quello che i ministri della Chiesa, a′ quali egli non ha, così come agli apostoli, infuso il dono di una perfetta cognizione e di infallibilità, avessero mai voluto legare o sciorre quaggiù, potendo millantamila volte al giorno avvenire ch′essi giudichino peccatori quelli che sono in effetto innocenti, e che dichiarino esenti da ogni colpa coloro che in fatto sono rei di qualche peccato?

L′effetto della scomunica si era che lo scomunicato veniva privato dei beni spirituali della Chiesa, come a dire della partecipazione dei sacramenti, del poter intervenire alle orazioni, alle comunioni, ed a′ conviti ecclesiastici, ossia alle agape de′cristiani. Gesù Cristo comandò che uno scomunicato si dovesse riguardare come un gentile ed un pubblicano. A questi era vietato ringresso nella Chiesa ed il poter partecipare dei beni spirituali che da essa vengono dispensati. Laonde questi soli erano allora gli effetti della scomunica. I suoi effetti non si estendevano adunque fino alla società civile, e niun bene di questa società poteva per mezzo della scomunica venir tolto allo scomunicato. La Chiesa non può levare altri beni all′uomo se non che quelli ch′essa gli ha dati. Ora i suoi beni sono puramente spirituali, e non punto temporali: sicchè lo scomunicato non può essere spogliato dei beni temporali, cioè di quelli che si ricevono dalla sola società civile, ma sibbene dei beni spirituali, vale a dire di quelli che dispensa la Chiesa. Egli è vero che Gesù Cristo e gli apostoli diedero per consiglio che un cristiano non dovesse avere verun commercio con gli scomunicati, nè più nè meno che coi gentili e pubblicani. Ma questo consiglio non toglie che un cristiano non debba praticare con uno scomunicato tutti que′ doveri e quegli ufficii che nella società civile ogni suo membro può ragionevolmente pretendere dall′altro membro. Quindi, avvegnachè Iddio avesse consigliato i cristiani di scansare a tutto loro potere il commercio cogli eretici ed infedeli, egli comandò tuttavia espressamente che niuno si dovesse ardire di sottrarsi sotto questo pretesto dall′ubbidienza del suo sovrano, e che niuno schiavo avesse ad intraprendere di scuotere il giogo del suo padrone ancor  che fosse cattivo e sregolato [50]. Così volle ancora l′apostolo san Paolo, che una donna cristiana non si dovesse dipartire dal suo marito infedele, quando questi si contentasse di abiure con essalei [51]. Da questo puossi agevolmente comprendere quanto ingiustamente e quanto al contrario dei precetti di Dio adoperassero que′ pontefici, i quali sollecitavano i sudditi a ribellarsi contro i loro padroni quando essi lanciavano qualche scomunica contro a′ sovrani del mondo; oltre che per lo più non da un santo zelo, ma dalla loro ambizione, dalla loro avarizia e da altre siffatte passioni venivano a siffatte scandalose e ree imprese sospinti.

Dalla descrizione che abbiamo fatto della scomunica devesi per se stesso potere facilmente argomentare ch′essa non è di sua natura e che da′ primi cristiani non veniva punto riguardata per una pena; ma che era solamente una rivocazione, ossia uno scioglimento del contratto che con lo scomunicato aveva fatto la Chiesa quando questa il ricevette nel numero de′ suoi membri. Il patto che la Chiesa faceva con ogni nuovo cristiano si fu, come dicemmo, ch′egli dovesse credere in Cristo e rinunziare al Demonio; e che in ricompensa di ciò essa gli comunicherebbe e renderebbelo partecipe di tutti i suoi beni spirituali. Sicchè, se il cristiano mostrava colla sua condotta di non voler stare al patto, ma di volere piuttosto abbracciare il partito del Demonio, la Chiesa recedeva dal contratto con essolui fatto, e passava a privarlo de′ beni spirituali ch′essa dispensa a quelli che le mantengono la fede promessa. Laonde questa non è nè poco nè punto una pena, ma, come dicemmo prima, una pura rivocazione del contratto: benchè poi nel terzo secolo abbiasi cominciato a tenere la scomunica per una pena, e che ne′ tempi posteriori abbia prodotto de′ gravissimi e funestissimi effetti.

Le cagioni per le quali il Vangelo ha permesso di venire alla scomunica sono tre sole: la prima si è quando un membro della Chiesa si mette a sostenere una dottrina contraria a quella di Gesù Cristo; la seconda, quando un tale membro tiene una vita scandalosa e rea; e finalmente la terza, quando altri si studia di opporsi manifestamente a quella disciplina che viene osservata nella Chiesa ond′egli è membro. Queste sono le tre cagioni della scomunica, le quali sono espresse nel Vangelo [52]; e per queste tre sole deesi poter lanciare le scomuniche contro i membri della Chiesa. Ma noi vedremo fra poco che i Concilii hanno grandemente accresciuto il numero de′ casi ne′ quali si dovesse scomunicare altrui, e che i pontefici romani hanno introdotto il costume di mettere in opera le scomuniche per fini puramente politici, e che hanno convertita quest′arma spirituale in un′arma della loro ambizione, della loro avarizia e del loro privato vantaggio. Ma essi sono andati più innanzi ancora. Imperocchè eglino, dietro all′esempio degli ebrei, hanno introdotto varie sorta di scomuniche; laddove, secondo lo spirito del Vangelo, non ve n′ha d′avere che una: e sono giunti per fino ad inventare la scomunica ipso jure o ipso facto, che è un ritrovato crudele, inumano, e del tutto opposto ai precetti di Dio, de′ suoi apostoli, ed alla pratica della Chiesa cristiana; poichè, come dice s. Agostino medesimo [53], niun membro della Chiesa può venirne scacciato prima che la Chiesa non abbia bene esaminata la sua condotta, ch′ella non l′abbia su di ciò ascoltato, e ch′ella non ne l′abbia familiarmente corretto. L′abuso che si cominciò a fare delle scomuniche, che si lanciavano senza giudizio e senza carità veruna, obbligò l′imperatore Giustiniano a fare una costituzione, che è la 123 fra le sue Novelle, nella quale ei comandò a vescovi che non dovessero ardire di scomunicare veruno se prima non fossero stati pienamente rilevati e provati i motivi della sua scomunica. Questa legge fu rinnovata ancora ne′ tempi posteriori, come si vede dalla 1. 30 Basilicor. de ep. et cleric.

Gesù Cristo ed i suoi apostoli hanno formate diverse altre regole rispetto al culto di Dio, rispetto al sostentamento de′ poveri, rispetto all′amichevole composizione delle controversie che nascessero fra cristiani, e rispetto a′ matrimonii de′ fedeli; sulle quali noi non ci fermeremo, perchè sono fuori del nostro proposito.

All′incontro, una legge che non devesi qui passare sotto silenzio si è quella con cui fu imposto a tutti i cristiani di dover restare in ogni cosa fedelmente soggetti a′ prìncipi ed a′ magistrati della terra. Gesù Cristo e gli apostoli hanno voluto che i cristiani dovessero ubbidire ai loro superiori, non solamente se fossero buoni, ma sippure se fossero cattivi; ed hanno prescritta a′ fedeli questa sommissione inverso i loro principi non solamente perchè potessero scansare l′ira de′ re, ma principalmente perchè, ciò facendo, soddisfacessero alla loro coscienza [54]. Il Vangelo vuole ancora che i cristiani abbiano a pregare per i re e per tutti quelli che sono posti in dignità; e ciò va inteso, come ognun può da se medesimo di leggieri conoscere, non solo de′ re e superiori cristiani, ma di qualunque altro sovrano e magistrato di qualsisia religione ancora, poichè a que′ tempi ne′ quali a′ cristiani fu fatto questo precetto non vi aveva verun principe nè verun magistrato fedele [55]. Inoltre, amendue questi ordini, del dovere ubbidire a′ principi e di pregare per essi, riguardano tutti i cristiani in generale ed ognuno in particolare, senza alcuna distinzione di laici o chierici; perchè, come avvisa s. Giovanni Grisostomo, nel Vangelo sta scritto che omnis anima, cioè ogni anima, abbia da osservare questi doveri [56]. Iddio stesso ed i suoi apostoli hanno sempre pagato il tributo; e, non contenti di ciò, hanno fatto una legge che tutti i cristiani lo dovessero sempre fedelmente pagare a′ loro sovrani [57]. Quindi c′insegna san Giovanni Grisostomo, le cui parole qui sotto abbiam riferite [58], che niun apostolo, niun evangelista e niun profeta è esente da questo precetto di dover ubbidire al suo sovrano. La qual cosa viene confermata da s. Bernardo, nella lettera ch′ei scrive all′arcivescovo di Sens, per una molto forte maniera, mentre ei dice: «Se ogni anima è soggetta alle potenze sovrane, soggetta ne deve essere parimente la vostra: chiunque si studia di trovarvi eccezione, si studia d′ingannare.» Epist. 42. Lo stesso papa, san Gregorio, si dichiara apertamente, nell′epist. 94 del lib. 2, che egli riconosce come all′imperatore è stato da Dio conceduto l′impero, non solamente sopra i soldati, ma sopra i sacerdoti ancora: Agnosco imperatorem a Deo concessum, non militibus solum, sed et sacerdotibus dominari.

Noi abbiamo fin qui ampiamente mostrato che la Chiesa è una società eguale, dove niuno è padrone e niuno è suddito; al presente proviamo noi ancora per mezzo del Vangelo che il divin Salvatore ha voluto che tutti i cristiani abbiano ad essere soggetti de′ loro sovrani, e che debbano ubbidire alle loro leggi e pagar loro i tributi che impongono; sicchè da tutto questo risulta che la Chiesa non fa uno Stato separato dagli altri Stati del mondo; perchè, s′essa fosse uno Stato di qualsisia sorta, cioè o monarchico, o aristocratico, o repubblicano, essa dovrebbe avere i suoi superiori; ed i suoi membri non dovrebbero inoltre avere l′obbligo di essere in ogni cosa sottomessi al sovrano nello Stato nel quale abitassero, ma avrebbero a poterne essere esenti. Ora, non sussistendo nè l′una nè l′altra di queste cose, cioè che la Chiesa abbia magistrati, e che i suoi membri siano in qualche cosa almeno indipendenti dalla superiorità civile, egli ne seguita che questa società altro non sia che un collegio nello Stato civile, nè più nè meno che gli altri collegii che in gran quantità vi possono avere nel medesimo Stato. Essendo adunque la Chiesa un puro collegio, ne viene che la superiorità territoriale ha sopra questo collegio le medesime ragioni che sopra gli altri collegii dello Stato.

La Chiesa è una società di persone le quali, in quanto cristiani, hanno dirizzate le loro mire fuori di questo mondo, ed inverso al paradiso, dov′è la salute eterna. Sicchè, in quanto sono cristiani, si riguardano essi da per se stessi come pellegrini su questa terra [59]. Quindi ne segue che i cristiani, come pellegrini, non possono formare veruno Stato, e di altri direttori non hanno di bisogno nel loro pellegrinaggio, che di guide e condottieri i quali li conducano per le strade buone e sicure. All′incontro la superiorità territoriale, dove cotesti pellegrini si fermano, deve avere l′occhio addosso a loro, perchè non cagionino nello Stato qualche disordine e qualche malanno.

Se la Chiesa brama di essere tollerata in uno Stato, e se desidera di potervi stare in pace ed in sicurezza, egli è di ragione ch′essa non insegni niente e non intraprenda niente che possa riuscire a danno o disagio dello Stato: laonde ne segue ch′ essa non solamente deve vivere soggetta a quella potenza nel cui territorio essa è, ma che il principe ha inoltre da essere informato da lei di tutte le dottrine, di tutte le pratiche e di tutti i costumi ch′essa professa, perchè egli possa conoscere se questa società gli possa arrecare del pregiudizio o no.

Un principe è obbligato per legge naturale di mantenere fra′ suoi sudditi la pace, il buon ordine, la sicurezza e la comune tranquillità. Quindi ne seguita adunque che ogni società che si forma nello Stato suo deve prima di ogni altra cosa ottenerne la permissione del sovrano, cui tocca di vedere se lo Stato che abbia da ricevere del danno o no; ed hassi essa ancora da obbligare ad una perpetua e fedele osservazione delle leggi territoriali, perchè nel caso contrario non abbia da venirne offesa la pubblica quiete e violato il buon ordine.

Se un padre di famiglia che ha molti domestici, scoprendo come alcuni di loro facciano talvolta delle piccole radunanze e fra di loro si accordino in tenere certe massime ed in osservare certe pratiche, volesse da loro essere informato a puntino di ogni cosa, e, dopo averne cavate le bisognevoli notizie, questi suoi domestici, secondo che gliene parrebbe, o via cacciasse dal suo servizio, oppur sotto certe condizioni gli piacesse ancora di ritenerli, niuno potrebbe biasimare la condotta di cotesto padre di famiglia; ma, ogni uomo di senno e di animo giusto dovrebbe confessare che costui giustamente e ragionevolmente adoperasse; Ora un principe è rispetto allo Stato molto più che un padre di famiglia non è riguardo alla casa sua. Imperciocchè un sovrano corre maggiori e più frequenti pericoli che un padre di famiglia; lo Stato è sottoposto a più violenti e più spessi urti; affronti e tracolli, che una casa privata; e per questo un principe ha di bisogno di un′autorità più pronta, più illimitata e più severa, di un semplice privato, per poter subitamente mettere, ad ogni cosa ed accidente che nasca, riparo. Laonde, se non si può con ragione negare ad un uomo privato la libertà di esaminare le piccole società che per qualsisia fine vanno formando i suoi domestici, e di ritenerli o scacciarli poi a suo piacimento, molto meno puossi tôrre una tale autorità ad un principe, il quale con molto maggior premura, impegno e sollecitudine deve vegliare al mantenimento del buon ordine e della pubblica e privata sicurezza.

Da questi principii certi e manifesti che abbiamo premesso derivano varie conseguenze, sì generali che particolari, delle quali stimiamo noi di dovere qui accennare ed esporre le più importanti e principali. La prima si è che la società de′ fedeli è, avanti ogni altra cosa, tenuta di porgere al sovrano di quello Stato, in cui essa o va formando o già formata si è, una esatta e sincera descrizione di tutte le sue dottrine, di tutti i suoi stabilimenti, di tutti i suoi riti, e di tutta in fine la sua disciplina.

Ciò fatto, tocca al principe di deliberare seco medesimo s′egli abbia da riceverla o da conservarla nello Stato suo; il che unicamente dalla sua volontà deve poter dipendere. Questa è una ragione che gli viene per legge di natura; poichè se questa gli viene levata egli rimane privato di quella parte della sua autorità la quale è la più necessaria per conservare se stessa e tutto lo Stato suo. Se al sovrano non piacerà di approvare una tale società, e ch′ei lo faccia senza veruna ragione e per puro capriccio suo, egli non avrà certamente la benedizione di Dio: ma il giudicare se il principe abbia in ciò operato con ragione o no, e se però esso sia degno della benedizione divina o no, ella è una cosa che non s′aspetta alla società de′ fedeli; poichè questa deve semplicemente prestare ubbidienza a comandamenti del superiore, e starsene o andarsene secondo ch′egli avrà ordinato, lasciando la cura del rimanente a Dio medesimo. Questo è, come prima è detto, un precetto di legge naturale; ed esso è stato poi da Dio medesimo nel suo santo Vangelo espressamente confermato [60] . Noi siamo d′avviso che l′umanità, la politica ed il bene degli Stati richiederebbero che ogni principe permettesse nel suo regno ad ogni società di uomini il libero esercizio di sua religione, purchè non insegni e professi delle dottrine che siano opposte o ai diritti del sovrano o ai vantaggi del popolo. Ma niuna società, per buona e santa che sia, può tuttavolta pretendere con giustizia dal principe ch′egli abbia a riceverla o mantenerla a suo malgrado. Un dotto autor francese, cioè il Domat, nelle leggi civili ecc., tom. 2, lib. 1, si spiega su questo proposito nella seguente maniera: «Egli appartiene all′ordine della polizia, che in uno Stato non vi possano aver luogo delle radunanze di parecchie persone, che compongono un corpo od una comunità, senza la permissione del principe.» Niun corpo, niuna società ecclesiastica, niun ordine religioso, niun monastero e niun′altra casa regolare può venire introdotta nel regno senza la licenza del sovrano. Inoltre vi possono essere de′ casi ne′ quali sia più savio partito il non permettere l′ingresso od il non tollerare nello Stato una qualche setta della medesima religione cristiana; poichè, quantunque il fondo di tal religione sia per ogni verso venerabile e non contenga se non che ottimi e per ogni governo vantaggiosissimi principii, nulladimeno vi possono essere delle buone e lodevoli ragioni perchè una tale o tal altra setta di cristiani non abbia da essere comportata nello Stato. Chi potrebbe, per cagione di esempio, dar torto a′ nostri principi cattolici, s′eglino venissero in un tratto a questa risoluzione di non voler più soffrire ne′ loro Stati la religione cristiana con alcuni di que′ suoi principii con cui è stata praticata finora, e che però essi ci proponessero di abbandonere o cotesti principii oppure le loro terre? Noi altri cattolici insegniamo che la Chiesa è uno Stato separato dagli altri Stati; con che veniamo a creare uno Stato in mezzo ad un altro Stato, formando due diverse superiorità in un solo Stato che per legge di natura, per prudenza politica e per la tranquillità e sicurezza comune, vorrebbe essere retto e governato da una sola potenza; noi sosteniamo che il papa è superiore a tutti i principi della terra; noi mostriamo de′ casi ne′ quali è lecito di perseguitare a morte il prossimo nostro; noi accenniamo delle circostanze dove non è da mantenere la fede data all′altro uomo, e dove si possa sicuramente, e senza ch′egli ce n′abbia data occasione veruna, studiosamente ingannarlo; noi diamo ricetto nelle nostre Chiese a tutti i furfanti che hanno commesso qualche grave delitto in danno altrui, e li campiamo a tutta forza dalle mani della giustizia; noi abbiamo mille arti di smugnere il denaro dalle borse de′ cittadini e sudditi utili allo Stato, e di farlo entrare nelle casse de′ poltroni che mangiano e tirano il fiato a carico del paese intero, senza riuscire nè al pubblico nè al privato di vantaggio veruno; noi vantiamo e raccomandiamo certe divozioncelle e certe matte pratiche che levano il cervello alla gente, che le fanno odiare le vere virtù ed andare dietro alle superstizioni; in fine noi abbiamo di principii tali che, per diversi riguardi, arrecano grandissimo danno a quegli Stali dove noi sianio accolti. Quindi egli non sarebbe da maravigliarsi in conto nessuno se i principi comandassero che noi avessimo quinc′innanzi a gettare dietro le spalle cotesti principii, o che, in caso contrario, ci mandassero con queste nostre ciance in mille esilii.

Siccome il sovrano ha ragione di poter negare affatto l′ingresso o il soggiorno nello Stato suo ad una società che non gli è a grado; così deve egli avere molto più l′autorità di prescriverle certe leggi e certe condizioni sotto le quali essa possa fermarsi nel suo regno.

Da questa conseguenza ne deriva per naturale maniera un′altra, cioè che, se per il cangiamento delle circostanze egli avvenisse che fossero per il bene dello Stato da rivocare, derogare, abolire, cangiare quelle condizioni e quelle leggi che furono una volta imposte alla società, il principe possa a suo talento correggere le prime, o levarne in parte e in parte aggiugnervene delle altre, secqndo ch′egli stima tornare utile allo Stato e richiedere il mantenimento dell′ordine e della pace. E, posto che la società non volesse osservare i nuovi comandi del principe, egli potrà a suo piacere abolirla del tutto, e bandire dallo Stato suo coloro che non volessero stare quieti, suscitando fazioni contro il sovrano o facendo scandalosi lamenti.

Così ancora, se il principe viene a scoprire col tratto del tempo che quella società, la quale egli da principio credeva riuscire utile od almeno non partorire alcun danno allo Stato, ora mostra di essere perniciosa al medesimo, egli può con tutta ragione interamente disfarla, e ritorle que′ privilegi ch′egli le aveva accordato in prima.

Per tutti i suddetti riguardi è adunque necessario che il principe abbia l′ispezione perpetua, e vegli di continuo alle dottrine, alle massime, alle pratiche ed azioni della società, e ch′egli possa proibirle quelle che verrebbero pregiudizievoli alla civile società od a qualche parte di essa.

Ma dalle leggi e da′ comandi del principe hanno però da essere sempre immani i dogmi della società, su quali propriamente sia fondata la sua credenza: perchè il sovrano, come si è mostrato più addietro, non ha veruna ragione di dominare sopra gli animi degli uomini, e di obbligarli a credere ciò che pare a lui solo, e non a quelli ancora che non sono con esso lui del medesimo sentimento. E ciò è tanto più giusto, che, se al superiore non piace il dogma della società, egli può liberarsene coll′abolirla, non permettendo che nel suo stato si possa radunare e mantenersi unita.

Se il principe, dopo aver ricevuta una piena contezza della società ecclesiastica che vorrebbe introdursi o che già è stabilita nel regno, le dà la permissione di potervi restare, egli deve nel medesimo tempo concederle ancora quelle ragioni senza le quali una società di questa fatta non si potrebbe formare nè conservare. Sicchè egli le ha da permettere, primieramente, che i socii possano per comune concerto obbligarsi vicendevolmente a voler tra di loro osservare certe condizioni e certe leggi, per le quali abbia da essere retta la società; secondariamente, vuolsi concedere a questa medesima società che i suoi membri si possano spontaneamente impegnare a volersi sottoporre a certe pene, corrispondenti però alla natura della società, in caso di alcun loro contraffacimento a qualcuna delle condizioni o leggi concordate; terzo, la società ha da poter tenere le sue radunanze per deliberare sopra le cose che le occorrono; quarto, essa deve poter avere suoi direttori, i suoi maestri, i suoi ministri ed i suoi ufficiali che le fanno nestieri; quinto, vuolsi a lei lasciare la libertà di scegliere a posta sua quelle persone ch′ella giudica per servire ne′ suddetti impieghi. Ma siccome non ha da esser permesso a′ ministri il poter ordinare e cangiare à posta loro il dogma, il sistema, la disciplina, i riti e le cerimonie di tali società; cosi vuolsi in sesto luogo lasciare alla società quel diritto ch′essa per natura sua ha di poter prescrivere ai mentovati ministri le dottrine che hanno da insegnare, e le maniere che in ogni cosa del loro ufifizio conviene loro osservare. Settimo, devesi darle licenza ch′essa possa avere quell′erario che le bisogna per supplire alle spese che occorrono alla giornata. E finalmente non hassi da negarle la libertà ch′essa disponga, ordini e stabilisca ogni cosa onde ne possa venire utile alla società, senza che nè il pubblico nè il privato ne resti per alcuna maniera offeso.

Queste sono, per nostro avviso, le regole che ha da seguitare un principe, quando egli voglia nello Stato suo permettere l′ingresso ad una novella società di religione, o tollerare quella che già vi si è introdotta. E, perchè viemmeglio conoscasi la forza e l′estensione di queste regole, giudichiamo noi essere opportuna e convenevole cosa di mostrare come in pratica ognuna di esse vada convenevolmente applicata.

Niuna società può lungo tempo durare senza aver certe regole, dietro alle quali ogni membro di quella sia obbligato di regolare le sue azioni, in quanto esse la medesima società riguardano. Nelle società disuguali, dove il popolo è governato da uno o più superiori, tali regole vengono stabilite dalla superiorità, e sono chiamate leggi. All′incontro, in una società eguale dove niuno comanda e niuno ubbidisce, le regole hanno da essere composte da tutta la congregazione unita ed ognuno de′ membri hassi o espressamente o tacitamente da impegnare all′osservazione di quelle: per la qual ragione così fatte regole vengono propriamente chiamate convenzioni od accordi della società, oppure si possono ancora nominare leggi, ma leggi convenzionali, perchè non dai comando di alcuna potenza, ma dalla convenzione comune hanno la loro origine. La Chiesa cristiana ha bisogno di così fatte leggi convenzionali al pari di ogni altra società, perchè essa non potrebbe per altra maniera sussistere. Quando la Chiesa non è composta che di pochi membri, i quali senza troppa confusione agevolmente si possano radunare, ragion vuole che tutti convengano, tutti diano il loro parere, e tutti siano per egual modo ascoltati. Così, quando ne′ primi giorni della Chiesa insorse in Gerusalemme la controversia, per rispetto alle cerimonie giudaiche, se si dovesse obbligare i gentili, che si facevano cristiani, all′osservazione di quelle, quattro apostoli, che allora convennero per avventura in quella città, radunarono tutto il popolo cristiano, e, tenuto in comune un concilio, terminarono la controversia secondo il sentimento di san Paolo, che prevalse sopra quello degli altri. Ma, come i cristiani si moltiplicarono sì fattamente che sarebbe stato difficile il convocare tutti quelli che alla medesima Chiesa appartenevano, e che troppo malagevolmente sarebbesi potuto venire con buon ordine ad una savia risoluzione in una tanta moltitudine di popolo, si principiò poco a poco a lasciarne la cura a′ ministri della Chiesa, i quali, in nome di essa e di tutti i fedeli ond′era composta, formassero quegli stabilimenti che giudicassero più opportuni. Dipoi, siccome le diverse Chiese, ossia società particolari de′ fedeli, che di qua e di là per li varii paesi eransi formate, avvisarono essere convenevole cosa che, per quanto fosse possibile, tutte il medesimo dogma, la medesima disciplina, i medesimi riti e le medesime regole di comune consentimento abbracciassero, e venissero per questo modo ad unirsi tutte in un medesimo centro, e, di parecchie com′erano, una sola Chiesa generale formassero; così ne avvenne ch′egli fosse da lì innanzi del tutto impossibile a tutti i cristiani il congregarsi e riunirsi in un luogo solo per deliberare di comune concerto intorno alle cose comuni di tutta la società in generale. Sicchè da tale tempo in qua si rese molto più di prima necessaria la pratica di trasferire la cura di comporre coteste regole alle più ragguardevoli e più assennate persone di ogni Chiesa, come appunto erano o dovevano almeno venire tenuti i ministri. Sicchè quind′innanzi ogni Chiesa spediva, quando era bisogno, i suoi mandatarii a quel luogo che veniva a tale effetto destinato; e quelle regole che cotesti mandatarii di comune parere stabilivano, venivano da tutta la Chiesa in generale e da ciascuna in particolare ordinariamente approvate ed osservate. Queste radunanze dei ministri di varie Chiese si chiamavano Concilii; ed a queste sole puossi veramente così fatto nome attribuire: poichè quelle congregazioni e consultazioni de′ fedeli, che sul principio faceva ogni Chiesa separatamente da per se stessa senza la convocazione ed il parere delle altre, non si possono propriamente chiamar Concilii, almeno in quel senso in cui noi siamo soliti di prendere questa voce, la quale, secondo noi e secondo i canoni, deve significare una congregazione di diverse Chiese radunata per deliberare sopra le comuni bisogne e per fare degli stabilimenti generali. Noi non sappiamo quando i Concilii di questa sorta abbiano avuto principio nella Chiesa: ma, per quello che si può argomentare da un passo di Tertulliano, scrittore del secolo secondo, egli pare che già a suo tempo fossero in uso cotesti Concilii [61]. Il più celebre fra i Concillii generali de primi secoli si fu quello che sotto Costantino il Grande fu tenuto nel quarto secolo a Nicea. Questo imperatore, che fu il primo a proteggere la religione cristiana, si studiava per ogni verso di mettere un buon regolamento nella disciplina de′ fedeli, di tenere unite fra di esse le varie loro Chiese, di sedare le insorgenti controversie, di spegnere ogni fiamma che potesse produrre col tempo qualche incendio. Per questo amava egli di convocare de′ Concilii, acquali interveniva egli medesimo; e, sedendo in mezzo de′ padri, li esortava all′unione, e facevasi chiarire di ogni cosa e di ogni deliberazione che giudicavano di dover pigliare [62]. La medesima pratica fu osservata da′ successori di Costantino, come a dire: da Teodosio il Giovane, nel Concilio di Efeso; da Marciano, nel Concilio di Calcedonia; da Giustiniano, nel secondo Concilio di Costantinopoli; da Costantino Pogonàto, nel terzo Concilio della medesima città; dall′imperatrice Irene e suo figlio Costantino, nel Concilio secondo di Nicea; e dall′imperatore Basilio, nel Concilio di Costantinopoli. Tutti questi Concilii furono generali, e tutti furono convocati e diretti dagl′imperatori suddetti; come ce ne rendono chiara testimonianza i medesimi Atti de′ Concilii [63]. L′autorità degli imperatori, sì romani che greci, come ancora de′ re franchi ed alemanni, spagnuoli, inglesi ed altri, si estendeva ancora più oltre, mentre essi sospendevano, od abolivano interamente, o cangiavano soltanto in qualche parte quei decreti de′ Concilii che ad essi non parevano buoni; come lo dimostra ampiamente il medesimo Pietro de Marca nel suo Trattato De Concord. sacerd. et imper., lib. IV, cap. 4; poichè allora tenevasi ancora per fermo che i decreti dei Concilii non potessero essere mandati ad esecuzione prima che non fossero stati confermati ed approvati dai sovrani. E questo uso era stato nella Chiesa già da Costantino Magno introdotto; come chiaramente ricavasi da un passo di Eusebio, nella vita di Costantino, lib. IV, c. 27. E questo diritto, siccome giusto e ragionevole, non fu dai cristiani agl′imperatori di que′ tempi contrastato giammai.

A′ nostri giorni i Concilii sono o provinciali, cioè quelli che una sola provincia tiene da per se stessa, senza darne parte alle altre che sono nel medesimo regno; o sono nazionali, cioè quelli che vengono celebrati da una intera nazione, composta da più Provincie, ma unite sotto un medesimo capo civile; o sono finalmente generali, cioè quelli dove concorrono a celebrarlo i vescovi, i prelati, ed i ministri sì ecclesiastici che secolari, di tutti od almeno della massima parte de′ popoli cattolici. L′uso de′ Concilii viene comunemente tenuto per il migliore e più sicuro mezzo di spegnere le controversie e di levare i disordini che nascono tra′ fedeli. Ma l′esperienza di parecchi secoli, le querele da diversi santi padri contro i Concilii portate, e le testimonianze degli storici, ci fanno chiari e ci assicurano di tutto l′opposto. Quelli che intervengono ai Concilii non sono più gli apostoli di Gesù Cristo, ma uomini pieni di passioni, di rancori, di ambizione, di avarizia, e di amore di se stessi. Costoro non si ricordano di essere i pastori della Chiesa, non si sovvengono di essere stati eletti suoi mandatarii, e non si curano del vantaggio e bene della società, dove dalla loro infedeltà veggano seguirne la loro propria utilità. Essi preferiscono gl′interessi del papa a quelli de′ principi, i vantaggi del clero a quelli de′ laici, le usurpazioni della società ecclesiastica alle ragioni delle repubbliche e degli Stati. Che cabale, che intrighi, che arti, che malizie e che impegni non furono messi in opera nell′ultimo concilio generale di Trento, per iscansare la riforma della corte di Roma e per venire a capo di certi disegni che ha formato la santa sede! Chi legge la storia del Concilio di Trento di fra Paolo Sarpi, le lettere del Vargas, pio, virtuoso, ed onesto soggetto spagnuolo, che intervenne al suddetto concilio, e chi conferisce queste lettere con quelle del segretario Visconti, gli è giuocoforza cadere nella tentazione di dubitare se a quel Concilio abbia lo Spirito Santo od anzi la cabala e la soperchieria presieduto.

Giacchè adunque tanto di male puossi fare ne′ concilii, quanto abbiamo brevemente mostrato or ora, egli è di ragione che primieramente niun Concilio nazionale o provinciale si possa mai tenere senza che v′intervengano i commissarii del principe di quello Stato dove un tal concilio viene celebrato. Questi commissarii hanno da essere presenti a tutte le proposizioni, deliberazioni e sessioni che si fanno dalla parte del clero, per poter vedere se niuna cosa vi venga proposta o trattata, la quale possa riuscire contraria ai diritti del paese, o per altra maniera pregiudizievole alla nazione. Essi hanno ad avere l′occhio ancora, che non vi vengano fatte delle nuove regole, le quali venissero ad essere opposte a quelle che tra i fedeli di quel regno o di quella provincia si sono osservate fino allora. Essi hanno finalmente da tenere una fedele ed esatta nota di tutti gli altri stabilimenti ed ordini che in cotali radunanze vengono fatti, per poterli poi mostrare al loro sovrano; poichè, come di sopra è detto, a lui debbono venir manifestate e dichiarate tutte le convenzioni e tutte le leggi della società de′ fedeli, perchè egli possa poi seco medesimo deliberare se abbia da sopportare o no nello Stato suo una società che ha leggi sì fatte. Quindi non deve essere, sotto qualsisia pretesto, ai membri del Concilio permesso di poter tenere sessioni particolari in qualche casa privata e fuori del luogo destinato, quando non vi vengano anche invitati i commissarii del principe. Coteste private sessioni e conventicole sono state la principale cagione di tutti i disordini che da′ padri congregati si sono commessi nel Concilio di Trento. I nunzii del papa si studiavano di prepararsi un partito favorevole, e di tirare a sè or con promesse ed or con minacce coloro che avrebbero per altro avuto il coraggio di opporsi a′ loro cattivi fini. Ciò fatto, facevano radunare i prelati di soppiatto, e senza che i ministri delle corti il sapessero, in un qualche luogo privato, dove proponevano a posta loro ciò che loro pareva, e facevano cadere la maggioranza de′ voti da quella parte ch′essi volevano. Indi convocavasi una sessione pubblica nel luogo solito, alla quale potevano essere presenti i ministri delle corti straniere, e, senza fare altre proposizioni nè premettere altre deliberazioni, venivasi incontanente alla pubblicazione del decreto in quella guisa che era già stato prima nascosamente concordato. In questa maniera vennero i nunzii pontificii ad ottenere che nel Concilio non potessero venir toccati que′ punti che non piacevano alla corte romana, e che all′incontro stavano troppo a petto a′ principi secolari; e, quel che è peggio, i nunzii potevano, operando così celatamente, guadagnare i voti di que′ prelati che dipendevano dalle corone, e che avrebbero dovuto votare contro le ingiuste brame della corte romana se in presenza de′ commissarii si fossero a pluralità di voti prese le deliberazioni. Il Vargàs nelle succennate sue lettere forte si duole di questa indegna condotta che tenevano i nunzii, e consigliò l′imperatore Carlo V ch′egli dovesse vedere di levar del tutto questo disordine.

Siccome ai Concilii nazionali hanno da essere presenti i commissarii del principe del luogo, così ai Concilii generali hanno senza verun dubbio da intervenire i ministri e commissarii di tutte quelle corti cattoliche che vogliono prendere parte in un tale Concilio. E poichè in sì fatti Concilii si tratta ordinariamente di materie molto più importanti che non sono quelle che nei sinodi nazionali vengono discusse; così è molto più necessario che in tale occasione i commissarii delle corti pongano ogni studio nell′impedire che i prelati possano tenere delle sessioni private in loro assenza e nel fare in guisa che per niun′altra maniera riesca alla corte di Roma di bendare loro gli occhi e d′ingannarli.

Dopo terminati i Concilii, siano generali o nazionali o provinciali, e dopo vedute ed esaminate dal principe le leggi e le regole che vi sono state stabilite, egli ha ancora la ragione, quand′esso le trovi contrarie alle regole di prima od opposte al vantaggio de′ suoi Stati, di proibire che la società de′ fedeli dimorante nelle sue terre non le accetti, e non le abbracci e non le siegua: ed in caso di alcuna renitenza egli ha il diritto di disfare cotesta società, siccome aveva l′autorità, anche prima di un tale Concilio, di accettarla o tollerarla nel suo regno, oppure di disapprovarla ed abolirla. Imperocchè l′autorità del Concilio non può per veruna guisa scemare nè levare le ragioni che s′aspettano alla maestà del sovrano. Noi abbiamo mostrato di sopra che ciò fu praticato dagl′imperatori romani e da franchi ancora.

Noi dicemmo di sopra che la Chiesa deve avere la libertà di scegliersi quei direttori, quei ministri e quegli uffiziali ch′essa giudica più a proposito. E noi abbiamo mostrato più addietro ancora, che così praticavasi appunto ne′ primi tempi della Chiesa, mentre gli apostoli stessi vollero eleggere altri apostoli in luogo dei mancanti, e fare la scelta de′ vescovi, de′ preti e de′ diaconi, col parere e sentimento de′ fedeli. Noi stimiamo adunque che i principi non s′abbiano da mischiare in coteste elezioni, ma che debbano lasciare il loro libero arbitrio a′ membri della Chiesa. Ma, giacchè la pratica degli apostoli e de′ primi secoli è stata così corrotta e cangiata dai papi e dal clero, ch′essi hanno voluto tirare tutte le elezioni a sè, senza lasciarne più parte veruna al popolo; e che i pontefici, e i vescovi ed i canonici non guardano più al merito, alla dottrina, ai costumi ed alla capacità di quello che vogliono prescegliere per travagliare nella vigna del Signore; ma che unicamente procurano di soddisfare in tali occasioni  i propri desiderii, o quelli de′ loro amici, od anche delle loro amiche: così è molto più convenevole e più vantaggioso per il bene della società; che il diritto delle elezioni traggasi dalle mani del pontefice e del rimanente del clero, e  che se lo approprii il principe, finchè gli paia di poterlo restituire alla Chiesa cui è stato contro ogni ragione rapito, posto che dalla Chiesa venga una volta renduto il diritto di scegliersi i suoi ministri a suo piacimento, il principe ha tuttavia la ragione di proibirle che essa non elegga di tali persone ch′egli prevede poter riuscire nocive allo Stato o per le zizzanie che vi potessero seminare o per le cattive dottrine che potessero per avventura spargere, o per gli scandali che potessero dare. E tanto maggiormente potrebbe egli far dalla chiesa deporre coloro che fossero già stati posti nel ministero,  e che avessero dimostrato di essere pernizioni e guasti nel ministero, Le stesse ragioni ha il principe ancora, quando i ministri vengono eletti  o dal Papa o dal clero.

Tocca pure alla Chiesa di prescrivere e disegnare il dogma, le dottrine, le massime, i riti,  e le cerimonie che i ministri suoi hanno da insegnare al popolo e da seguitare  seguitare essi medesimi: poichè queste cose riguardano o direttamente oppure indirettamente la coscienza, la quale, come mostrammo sul principio non a posta altrui ma a suo senno e secondo il proprio dettame si regge.

Vi hanno diversi dottori, i quali, concedendo che il principe non possa di sua propria, autorità stabilire niuna cosa rispetto al dogma, vogliono tuttavia sostenere elle egli possa regolare i riti e le cerimonie da osservasi nelle funzioni ecclesiastiche dai ministri della Chiesa; e questo diritto lo chiamano Gius Liturgico del principe, ossia il diritto del principe intorno alla liturgia. Il Boehmero, che è il principale sostenitore di questo preteso diritto dei principi, concede ed insegna egli medesimo, che di sua natura e di vera ragione tale diritto alla Chiesa sola s aspetti; ma egli pretende nello stesso tempo, che, per essersi nel progresso de′ secoli cangiati i costumi de′ cristiani dal bene in male, o per essersi dall′esperienza veduto che, a cagione delle cose liturgiche, gravissime controversie possono nascere nella società dei fedeli, egli convenga che presentemente cotesto diritto sia riservato a′ principi soli; poichè, col permettere che la Chiesa possa regolare la liturgia a posta sua, nascono, per la disparità dei pareri su diversi punti liturgici, spesse fiate degli scandali e delle funeste quistioni, donde viene poi perturbata la pubblica e privata tranquillità per la quale ogni principe deve avere tutta la cura: laddove, venendo dal sovrano formata ed ordininata la liturgia, i sudditi, che gli debbono in questo punto ubbidire, non si ardiscono di suscitare controversie, di piantare quistioni, di far nascere scismi, e di venire per questi modi a violare la società civile [64]. Ma questo argomento non ha forza veruna, perchè, per impedire che nascane de′ guai e degli scandali nella società per cagione degli stabilimenti della Chiesa, egli basta che, il principe abbia il diritto di farsi mostrare ogni cosa che abbia fatto o che sia per fare la Chiesa, e di poter poi proibire tutto quello ch′egli trova dover tornare in pregiudizio dello Stato o partorirvi delle risse. Ora noi concediamo questa autorità al principe; e gliela concedono tutti coloro che non hanno la mente guasta da pregiudizi: sicchè egli è non solamente superfluo, ma del tutto irragionevole, di levare alla Chiesa quei diritti che, secondo il proprio sentimento degli avversari, di vera ragione e per natura le si aspettano, e di trasferirli nei principi sotto pretesto di ovviare ai disordini, quando per impedirne l′origine troppo è sufficiente quell′autorità che noi accordiamo loro, e che niun uomo savio e spassionato potrà loro negare giammai.

Siccome il principe non deve colle sue leggi toccare il dogma, nè formare ed ordinare la liturgia della Chiesa cui egli tollera  nello Stato suo; così non ha nemmeno la ragione di fare alcuna novità ne′ Sacramenti di essa. Questi appartengono al dogma, e dipendono dalla fede e dalla coscienza di ognuno. Sicchè in cose tali non ha da mischiarsi veruna potenza umana, che non può dominare se non che nell′estemo e non già nell′interno dell′uomo. Ma egli avviene tuttavia ben sovente, che i ministri ecclesiastici si abusano della loro potestà delle chiavi, cagionando scandali, mettendo zizzanie fra′ fedeli, e introducendo discordie e divisioni nella Chiesa, e facendo nascere scismi e fazioni; le quali cose poi passano a produrre dei tumulti nello Stato medesimo, ed a perturbarvi la pubblica tranquillità. Laonde il principe deve avere l′occhio addosso ai ministri, massimamente se qualche sospetto ve ne ha, per vedere se con la loro imprudente condotta qualche disordine potessero partorire. Ed in tale caso egli ha l′autorità di prevenire ogni malanno con fare delle leggi per il regolamento dei ministri, o con proibire loro oppure comandare quelle cose ch′egli giudicherà opportune per il fine suddetto. I principali disordini nascono per lo più nell′amministrazione dell′Eucaristia e de′ sacri Ordini. I preti si prendono talvolta la libertà di negare a posta loro la comunione a certe persone che esercitano professioni abbominate dal clero, ma tollerate nello Stato, o che tengono certe sentenze contrarie alle opinioni e massime de′ preti, o che fanno qualche altra cosa che non è a loro grado. Quindi ne nascono degli scandali, delle fazioni e delle turbolenze. Sicchè il principe deve far esaminare da persone savie e discrete la professione, la dottrina e la condotta di questa gente cui il clero non vuol rendere partecipe della Sacra Cena; e, s′egli trova che i preti contro ragione privino del sacramento coloro che vorrebbero essere ammessi, egli può obbligarli a desistere dalla loro pratica, a cangiare condotta, e ad usare prudenza maggiore; e, se non vogliono prestargli ubbidienza, egli deve castigarli come ribelli e cattivi sudditi.

Nel conferire i sacri ordini usano i vescovi ordinariamente minor prudenza ancora, e si discostano troppo scandalosamente dalla vecchia disciplina della Chiesa. Essi ammnettono agli ordini troppi più soggetti che non bisognano; il che ridonda in disonore del clero ed in danno dello Stato: poichè nella troppo grande copia di ministri non vi può essere regolatezza nè disciplina veruna; i cattivi debbono essere in molto maggior numero dei buoni: e per conseguenza gli scandali sono troppo più frequenti che i buoni esempi. Laonde la Chiesa, oltre all′esserne male servita, essa resta ancora per colpa di costoro disonorata. Maggiori ancora sono i danni che costoro arrecano allo Stato; perchè non possono più venire impiegati nè all′esercizio delle arti meccaniche, nè al travaglio dell′agricoltura, nè al servigio della milizia: inoltre costoro non pagano alcuna contribuzione allo Stato, e sono esenti da tutti gli altri pesi, che hanno da sopportare per loro i cittadini: e quello che è peggio si è che, non che soggiaciano ai carichi dello Stato, essi gli sono grandemente a carico perchè ne debbono venire mantenuti benchè altro non vi abbiano a fare che a tirare il fiato: e sarebbe ancora poco se si contentassero di questo e non si studiassero di guastare le donne, la gioventù e tutta quella gente dabbene che li riceve nelle loro abitazioni e li ammette alle loro conversazioni. I vescovi non possono fare a meno di non riconoscere tutti questi disordini: ma essi non li curano, perchè amano di avere molti sudditi, sì per essere più riputati, come per trarne maggiore guadagno. Onde ammettono agevolmente ognuno agli ordini sacri e del resto non si pigliano briga veruna. Ma il principe può abolire tutti questi abusi; poichè egli ha l′autorità di comandare che i sacri ordini non siano conferiti se non che a tanta quantità di persone, quante di tempo in tempo ne possano occorrere per i sacri ministeri della Chiesa; egli può fare una legge, che niun prete possa fare traffico colle sue messe per sostentarsi colla limosina che ricava da quelle, ma che ognuno debba avere una Chiesa da servire, e che abbia da contentarsi con quell′aiuto che quella gli porge. Egli può in fine fare tutte quelle disposizioni che gli parranno necessarie ed utili per regolare il numero ed i costumi del clero. Così hanno fatto ancora, gl′imperatori cristiani dell′oriente e quelli dell′occidente, come ce ne fanno chiari il codice Teodosiano in varii titoli, e specialmente nel titolo De episcopis et clericis, il codice di Grastiniano e diverse sue Novelle, come pure i Capitolari di Carlo Magno e de′ suoi successori, i quali tutti hanno formato diversi stabilimenti per moderare il gran numero de′ preti, per tenerli in freno e per obbligarlii a vivere sobriamente, senza che allora alcuno si avvisasse di venir fuori con quelle pazzie che si sono inventate dappoi, cioè di dire che a′ principi secolari non si aspetti il dettare leggi intorno alle faccende del clero [65]. Lo stesso fu praticato da′ re goti e da′ lombardi senza la menoma opposizione dalla parte del clero. Atalarico, fra gli altri, fece diversi regolamenti per mettere ordine alle elezioni dei vescovi, promettendo di decidere all′avvenire le querele, che su di ciò potessero nascere, secondo questi suoi nuovi comandi. Cassiodoro, uomo dotto e sommamente pio, compose egli medesimo questo editto a nome del re suo signore, e lo rifensce nel lib. IX, cap. 15. Diverse altre leggi ecclesiastiche de′ re goti si trovano alla fine del cod. Teod.

Così tocca sempre al principe di regolare i matrimonii, perchè non vi si commettano de′ disordini che ridondino poi in pregiudizio dello Stato. Quindi egli sarebbe da desiderare che ogni principe si ripigliasse quell′autorità che i pontefici hanno loro ingiustamente levata, e che in ogni Stato si cominciasse a dettare delle leggi per il buon regolamento de′ matrimonii. I principi cristiani ebbero una volta l′autorità di dtichiarare nulli quei matrimonii i quali dai figliuoli fossero stati contratti senza il consenso de′ loro genitori [66]: essi dichiaravano a quali persone fosse lecito di passare al matrimonio, ed a quali no: essi stabilivano quando avesse a valere il matrimonio contratto tra persone di condizione disuguale, e quando all′incontro un tale matrimonio non avesse da sussistere: essi ordinavano le cerimonie che si avevano da usare ne′ matrimonii, [67] e quando i matrimonii dovessero essere nulli per l′omissione di tutte o di parte di esse [68] : essi stabilivano le cause per le quali fosse lecito di recedere dagli sponsali, e per cui si potesse con giustizia sciogliere il matrimomonio anche senza veuno impednento dirimente contratto: così comandarono essi che o per il concorde cansenso di amendue i consorti, o per cagione di adulterio dall′una delle parti commesso, o per altri gravi motivi, dovesse essere permesso di rompere il legame del matrimonio e di passare con altra persona ad altre nozze [69] . Essi finalmente dettarono, rispetto ai matrimoni tutte quelle leggi che ciascheduno nelle circostanze del suo governo e del suo popolo giudicava dover fare a proposito: e non venne allora mai in mente nè a′ papi, nè a′ Concilii, nè a′ vescovi, nè a qualunque altro, di pensare che i principi secolari non potessero avere una siffatta autorità, e che il Vangelo volesse che ai sovrani non sia lecito di proibire in certi casi e tra certe persone i matrimonii, e viceversa di permettere in certi casi e per certe cagioni il totale scioglimento del matrimonio. Tutte coteste dottrine, che scemano in questo punto l′autiorità de′ principi, sono invenzioni novelle de′ secoli posteriori, ne′ quali, qualunque ne sia la cagione, hassi voluto dichiarare illecito e peccaminoso quello che avanti e ne′ secoli più illuminati, più cristiani, e più vicini alla vera disciplina de′ fedeli ed alla purità della dottrina cristiana, era giudicato giusto, ragionevole, e dalla legge di Dio assolutamente permesso. Egli è certo che in queste novità non vi può essere la verità e la volontà del Vangelo, perchè altrimenti ne seguirebbe che tutta la Chiesa cristiana di que′ tempi, ne′ quali gl′imperatori cristiani facevano di così fatte leggi le quali da′ Concilii, da′ papi e da′ vescovi venivano eseguite, non che approvate,  fosse stata in gravissimi e perniziosissimi errori involta, e che lo Spirito Santo l′avesse interamente abbandonata: il che è tanto più incredibile, quanto egli è più certo ed indubitato che allora molto meglio si custodivano e molto più rettamente si spiegavano i precetti del Vangelo che non si è fatto ne′ tempi venuti dappoi. Laonde molto bene faranno i principi nostri a riprendersi di bel nuovo tutta quella autorità che loro fu troppo contro ogni ragione e giustizia rapita.

Noi ci possiamo oggimai lusingare di avere fin qui per indubitata maniera provato che la Chiesa non è uno Stato separato, ma ch′essa altro non è che un collegio di fedeli, ossia una società eguale nello Stato, il qual collegio deve bensì avere l′autorità di fare dei regolamenti rispetto a quelle cose che il suo dogma, la sua disciplina e le sue cerimonie riguardano, ma esso collegio deve contuttociò essere prima di ogni altra cosa approvato, tollerato dal principe perchè possa tenere le sue radunanze e congregarsi nello Stato, ed è inoltre tenuto di invenargli tutti i suoi regolamenti perchè il sovrano possa vedere quali siano da potersi approvare e quali no, e finalmente è obbligato di vivere, tanto esso in generale come ogni membro suo in particolare, nell′ubbidienza e soggezione del superiore dello Stato. Questo ultimo punto dell′ubbidienza ed intera sommissione dovuta al principe è una conseguenza necessaria degli antecedenti principii. Imperocchè se la Chiesa non fà uno stato diverso, e s′essa non è se non se un puro collegio, dove a niuno tocca di comandare ed a niuno di ubbidire, egli ne viene per conseguenza necessaria che tanto la Chiesa tutta quanto ogni suo membro debbano essere soggetti a quel principe nel cui Stato soggiornano, e che a′ suoi magistrati abbiano da prestare ubbidienza in ogni cosa. Là dove non vi è imperante non vi può essere giudice, perchè il giudicare è una porzione dell′impero: nella Chiesa non vi ha alcuno che imperi; dunque non vi può essere alcuno che giudichi. Or, se non vi ha giudizio alcuno, egli ne seguita che convenga sottomettersi a que′ giudizii che vi hanno, cioè a quelli dello Stato. Da tutto questo risulta primieramente, che nella Chiesa non vi ha alcuna persona che di ragione sia esente dalla giurisdizione civile, e che per conseguenza neppure i ministri ecclesiastici ne possano sotto qualsisia pretesto pretendere esenzione veruna: secondariamente, che non può nascere fra i membri della Chiesa niuna controversia la quale non appartenga a giudizio secolare: terzo, che ogni delitto pubblico da qualsisia persona della Chiesa, e però ancora da qualsisia ministro ecclesiastico commesso, deve venire da′ magistrati dello Stato e ricercato e punito: e, finalmente, che nè la Chiesa in generale nè alcun ministro di essa può mai avere veruna giurisdizione o civile o criminale. Noi abbiamo mostrato sul principio, che Gesù Cristo si è protestato che il suo regno non è di questo mondo: noi abbiamo fatto vedere che, essendo egli stato richiesto da uno perchè volesse obbligare suo fratello a venire con essolui alla divisione. Gesù Cristo rispose dicendo: «Chi mi ha fatto giudice sopra di voi?» Noi abbiamo arrecato i testi del Vangelo, con cui viene comandato che non solamente ogni fedele abbia da pagare il tributo al suo principe, ma che ancora gli abbia da essere in ogni cosa fedele soggetto. Noi abbiamo con l′autorità di san Giovanni Grisostomo provato che in questo comandamento del Vangelo vengono compresi i fedeli senza eccezione tutti, siano laici, o chierici, o vescovi, o apostoli, od evangelisti. Ciò viene ancora confermato da san Bernardo, il quale scrivendo a papa Eugenio dice: Apostolos lego judicandos stetisse, judicantes sedisse non lego. « Io lessi bensì che gli apostoli si stettero per essere giudicati, ma non lessi giammai che si fossero seduti per giudicare. » La pratica de′ primi secoli conferma quanto noi insegniamo in questo proposito. Sotto i primi imperatori cristiani niuno ecclesiastico era esente della giurisdizione sì civile che criminale de′ magistrati laici; niuna causa e controversia civile poteva venire giudizialmente e definitivamente decisa da altri giudici che da′ secolari; e finalmente niuna persona ecclesiastica e niun fondo di qualsisia Chiesa era esente da′ tributi che si dovevano pagare al principe. In una parola, gli ecclesiastici erano, sì per le loro persone come per i loro beni, perfettamente ed al pari di ogni secolare soggetti alla superiorità territoriale. Del che ci rendono chiara ed infallibile testimonianza gli storici di que′ tempi, le leggi degli imperatori medesimi, e gli stessi santi Padri [70]. Nel Concilio ecumenico tenuto a Nicea vi furono dei vescovi i quali vennero fra di loro a contesa : laonde essi recarono le loro vicendevoli querele dinanzi all′imperatore Costantino, conoscendo che a lui appunto toccava di esaminarle e definirle. Ma l′imperatore, cui dispiaceva questa discordia tra Padri congregati a dovere amorevolmente, cristianamente e concordemente deliberare sopra bisogne e punti di religione, gettò nel fuoco tutte le scritture che gli furono per questa cagione presentate, e li obbligò a doversi fra di loro rappacificare. Ma in altra occasione egli giudicò la causa di Ceciliano e quella di sant′Atanasio, i quali gli erano stati accusati; e, comecchè eglino fossero ministri della Chiesa, essi non s′avvisarono tuttavia di scansare la sua sentenza con lo allegare esenzione veruna. Stefano vescovo d′Antiochia essendo stato accusato presso l′imperatore Costanzo, questi fece nel suo proprio palazzo e da′ suoi proprii giudici esaminare la sua causa; ed essendo stato scoperto reo, egli fu condannato a dover essere deposto dal vescovato; ed i vescovi eseguirono la sentenza imperiale. Valentiniano condannò in una pena pecuniaria il vescovo Cronopio, e mandò in esilio Ursicino insieme co′ suoi partigiani, perchè furono trovati rei di avere perturbata la pubblica tranquillità. Severo riferisce che Priscilliano ed Instanzio essendo stati accusati per le loro oscenità e per diversi altri delitti, essi ne furono giudicati e puniti da′ giudici secolari. La controversia di Felice d′Aftongo e quella di Ciciliano co′ Donatisti non furono da altri giudici che da′ magistrati secolari esaminata e giudicata. I vescovi d′Italia, volendo portare diverse querele contro papa Damaso, ebbero ricorso agli imperatori Graziano e Valentiniano, supplicandoli umilmente che si volessero prendere la briga di portarne definitivo giudizio. Tutti questi fatti, e parecchi altri che troppo lungo sarebbe qui di riferire, vengono rapportati da storici di sicura ed indubitata fede [71]. I codici di Teodosio e di Giustiniano mostrano ad evidenza che, quando qualche controversia fra de′ ministri ecclesiastici nasceva, la quale non si fosse potuta per l′interposizione de′ vescovi amichevolmente comporre, essa doveva venire portata davanti il tribunale secolare, e che da questo solamente usciva la sentenza finale [72].

Gl′imperatori, ed i re goti e lombardi, non si contentarono di comandare e giudicare i vescovi soli; ma essi fecero il medesimo ancora coi papi, i quali da loro venivano deposti e puniti secondo i loro meriti, e se ne servivano inoltre in varie occasioni come de′ loro proprii ministri. Papa Liberio fu mandato in esilio dall′imperatore Costanzo, e dal medesimo poco dappoi nella sua Chiesa ristabilito; la quale storia viene ampiamente dal Baronio ne′ suoi Annali all′anno 552 e seg. riferita. Papa Silverio venne, sotto l′impero di Giustiniano, deposto e mandato anch′egli in esiglio. Il medesimo imperatore lo rispedì poi a Roma con sue lettere, acciocchè la di lui causa venisse colà di bel nuovo esaminata. Papa Vigilio, successore di Silverio, fu dal medesimo Giustiniano, che era un imperatore sommamente religioso, condannato all′esilio, e, dopo che egli confessò il suo errore, da quello liberato. Il sopraccennato ricorso che fecero i vescovi d′Italia contro papa Damaso davanti agl′imperatori Graziano e Valentiniano prova chiaramente che il clero ed i vescovi riconoscessero allora che l′imperatore fosse il giudice ed il superiore de′ papi. La causa di Simmaco e di Laurenzio, i quali da due contrarie fazioni erano stati eletti pontefici, fu portata davanti a Teodorico re dei Goti, e da′ suoi commissarii decisa. Il medesimo Teodorico, essendo di religione ariano, spedì a Costantinopoli papa Giovanni I, perchè egli ottenesse dall′imperatore Giustino I la revocazione di un editto che questi aveva fatto pubblicare in pregiudizio degli ariani. Il papa ubbidì, e portossi a Costantinopoli: ma essendo ritornato senza avere ottenuto quello che Teodorico bramava, ed essendogli però venuto in sospetto come se studiosamente avesse voluto tradire gl′interessi degli ariani, il re lo fece arrestare a Ravenna, dove il papa morì. Teodato re dei Goti mandò anch′egli papa Agapito a Costantinopoli, perchè questi gli ottenesse la pace da Giustiniano. Gl′imperatori franchi ed alemanni esercitarono anch′essi la medesima giurisdizione sopra i papi, come è notissimo a chiunque sa di storia, e come viene ampiamente dimostrato dal Baluzio nella sua Prefazione ai Capitolari dei re franchi, e da diversi altri autori cattolici, e specialmente dal celebre Muratori ne′ suoi Annali d′Italia e ne′ suoi libri per la contesa sopra Comacchio.

I nostri teologi e canonisti che hanno cognizione della storia ecclesiastica, e che scrivono senza passione e senza interesse, confessano ingenuamente che il clero non goda di ragione veruna immunità, ch′egli non sia esente dalla giurisdizione secolare nè da′ tributi e dalle gravezze dello Stato, e ch′egli finalmente non si possa arrogare veruna giurisdizione nè sopra i ministri della Chiesa, cioè sopra quei del suo corpo, nè sopra i laici, e che di ciascuna di queste ragioni tanto solamente gli appartenga quanto i principi secolari gli hanno voluto concedere e gli concedono tuttavia [73]. Ma non così pensano que′ canonisti e que′ teologi che sono cacciatori di favole, ed amano o per avarizia, o per ambizione o per istupidità, i pregiudizii, gli errori e le frottole, imperocchè questi dicono che il clero è di legge divina esente dalla giurisdizione secolare, e che le cause degli ecclesiastici debbono per precetto apostolico venir trattate e decise dal tribunale ecclesiastico. Essi confermano questa loro fandonia principalmente col testo di san Paolo I Cor. VI, il quale ivi si duole de Corintii perchè essi erano così litigiosi che per ogni cosa si mettevano a piatire, e portavano le loro controversie davanti a′ tribunali de′ magistrati gentili. Per la quale cagione egli li esorta di volersi astenere dal litigare, e che, se pure qualche differenza nascesse tra loro, che la rimettano a qualche membro della Chiesa. Ma questo testo, come ognuno può per se medesimo leggendolo facilmente comprendere, altro non prova se non che san Paolo voleva che i cristiani si astenessero dalle dispute e controversie giudiziali il più che fosse possibile, perchè queste vengono a guastare la carità cristiana e conducono la gente a fare del male. Quindi egli desiderò che i cristiani si concordassero fra di loro amichevolmente, e, non potendo, che sottomettessero le loro differenze all′arbitramento di qualcuno della Chiesa. Sicchè l′apostolo non ha qui attribuita ad alcun fedele l′autorità di giudicare, ma solamente quella del poter arbitrare. Quindi i cristiani che volevano seguitare il consiglio dell′apostolo si concordavano di rimettere le loro controversie all′arbitrio del vescovo; e, quando questi aveva proferito il suo parere, quella parte che non n era contenta ricorreva a tutta la Chiesa per farvi rimediare; e, se non riusciva neppure alla Chiesa di soddisfare col suo arbitramento ambedue le parti contendenti, portavasi allora la causa davanti al tribunale pagano, perchè ne venisse giudizialmente decisa. Ma siccome i cristiani erano grandemente in odio ai gentili, così costumavano i giudici pagani di perseguitarli, e di stimolarli a voler fare dei sacrificii ai loro Dei, in luogo di amministrare loro giustizia. Essi facevano portare de′ loro altari e de′ loro idoli dinanzi al tribunale, ed i cristiani venivano impegnati a dover sacrificare a quelli, e, se non volevano lasciarsi a ciò ridurre, venivano talor rimandati senza essere ascoltati, e talor ancora condannati a morte [74]. Di qui viene che s. Paolo non voleva che i cristiani andassero a piatire avanti i magistrali pagani: e di qui è nato ancora che talvolta venivano dalla Chiesa scomunicati coloro i quali non si volevano lasciar ridurre ad abbracciare spontaneamente nè l′arbitramento del vescovo nè quello della Chiesa, ma che, desiderosi di liticare ed ostinati nel loro torto, ardivano di recare la loro causa davanti al magistrato gentile. Costantino Magno ed i primi imperatori cristiani lasciarono e confermarono colle loro leggi a′ Vescovi questa facoltà del poter procurare di terminare col mezzo delle loro interposizioni e de′ loro amichevoli arbitramenti le differenze de′ cristiani, e particolarmente quelle de′ ministri della Chiesa [75]. Ma la facoltà di giudicare non fu a loro se non che poco a poco e ne′ tempi posteriori dai susseguenti imperatori conceduta, come più ampiamente mostreremo a suo luogo. Quindi evidentemente falsa si è la legge che si attribuisce a Costantino Magno, o, come altri vogliono, a Teodosio, la quale si trova in figura di Estravagante aggiunta al cod. Theod. lib. I, dove viene determinato che tutte le controversie non solo degli ecclesiastici, ma de′ secolari medesimi, possano alla sola richiesta dell′una delle parti venire portate davanti a′ vescovi, e che le loro decisioni abbiano ad essere inappellabili. Ognun vede che una tal legge avrebbe annichilita la giurisdizione secolare, e che sarebbe stato affatto soverchio il mantenere da lì innanzi alcun tribunale secolare. Ma egli è stato da diversi gravissimi autori per troppo buone e manifeste ragioni dimostrato che questa legge, la quale è altresì senza data e senza console, e che è stata posta alla fine del codice Teodos. con queste parole Hic titulus deerrabat a codice Theodosiano, e di cui niuna menzione hanno fatto gli storici di allora, fu senza verun dubbio da qualche impostore di suo proprio capriccio composta [76] Finta è ancora l′estravagante che fu inserita alla fine del codice Teodosiano nel titolo De episcop. audient, e che viene attribuita a Valentiniano, Teodosio ed Arcadio [77]: ma, posto ancora ch′essa non fosse apocrifa, nulla prova tuttavia quella legge in favor della giurisdizione ecclesiastica, perchè in quella viene attribuita ai vescovi solamente la cognizione delle quistioni spirituali che alla religione appartengono, la qual cognizione nè da noi nè da verun altro cattolico viene alla Chiesa contrastata, siccome si è potuto vedere per quello che abbiamo detto di sopra. Ciononostante il Monaco Graziano e l′Anselmo si sono serviti di questa legge per sostenere la giurisdizione ecclesiastica; ma, affine di potersene in acconcio al loro uopo servire, hanno eglino maliziosamente ommesse quelle parole che mostrano come a′ vescovi solamente la cognizione delle quistioni spirituali fu attribuita [78]. Tutte codeste favolose invenzioni e tutte queste maliziose storpiature restano sventate dalla infallibile testimonianza degli storici e de′ santi padri medesimi [79], i quali di comune concerto attestano che allora non si portassero le cause a′ vescovi se non se per pregarli di volerle per mezzo de′ loro arbitramenti comporre. Ciò viene ancora chiaramente confermato dalla sopracitata Novella 12 di Valentiniano III, la quale così parla: Quoniam constat episcopos legibus forum non habere, nec de aliis causis quam de religione posse cognoscere, ut Theodosianum corpus ostendit, aliter eos judices esse non patimur, nisi voluntas jurgantium sub vinculo compromissi procedat. Quod si alteruter nolit, sive laicus, sive clericus sit, agent publicis legibus et jure communi. Ecco aclunque manifestamente provato che i vescovi ed il clero non avevano in que′ tempi niuna giurisdizione ancora, e per conseguenza neppure tribunale alcuno, od alcun territorio, od alcuna carcere, nè alcuna autorità di condannare in pene pecuniarie od altre civili, nè di dare alcuna esecuzione alle loro decisioni od arbitramenti per nissuna maniera.

Noi ci siamo riserbati di trattare in questo luogo del sostentamento che è dovuto agli ecclesiastici, e delle ragioni che i principi hanno sopra i beni della Chiesa. Egli è di ragione che gli ecclesiastici, ossia i ministri della Chiesa, abbiano il loro sostentamento; così ha disposto il Vangelo Gal. VI, 6; 1 Corint. IX, 14; e, se ancora il Vangelo non ne avesse fatto menzione veruna, egli sarebbe nulladimeno un dovere di legge naturale che i membri della Chiesa dovessero dicevolmente alimentare coloro che impiegano tutto il loro tempo in servire la Chiesa. Per mezzo del medesimo Vangelo ci han comandato il Salvatore medesimo, e poi gli apostoli, di dover soccorrere colle nostre limosine e nutrire que′ poveri che non possono per qualche sinistro accidente o per infermità attendere al travaglio, e che non hanno parenti facoltosi onde possano essere mantenuti. Questa sorta di poveri dispose il Redentore che avessero da ricevere il loro alimento dalla Chiesa: II Thessal. III, 10; Ephes. IV, 28; I Thessal. IV, 11; I Timoth. V, 3, 16; II Thessal. III, 10. Per amendue queste cagioni, cioè di dover fornire il bisognevole sostentamento ai ministri della Chiesa, e di aver da soccorrere i poveri, fu nella primitiva Chiesa introdotto l′uso di accattare limosina e di fare alla Chiesa delle oblazioni di denaro, di vestimenti e di altre cose mobili, e facevansi delle limosine ancora per l′uso della sacra Cena. Queste carità consegnavansi agli apostoli, a′ vescovi ed a′ preti. I diaconi ne avevano l′amministrazione sotto l′ispezione degli apostoli e de′ ministri della Chiesa. Frequenti ed abbondanti, ma del tutto volontarie, erano le limosine che i fedeli di ogni Chiesa allora facevano. La carità dei primi fedeli di Gerusalemme arrivò a tal segno, che essi costumavano di vendere tutte le entrate delle loro terre e di metterle in comunione, perchè tutta quella Chiesa se ne potesse secondo il bisogno servire. La maggior parte degli interpreti della Sacra Scrittura e degli storici avvisano che i cristiani di Gerusalemme vendessero non solamente le rendite ma eziandio la proprietà delle loro possessioni, e che ne mettessero il ricavato in comunione: ma il dotto Mosheim [80] ha dimostrato per buone ragioni che questa opinione non è altrimenti vera, e che i testi del Vangelo non sono in questo punto stati a dovere spiegati. Nelle altre Chiese non vi era questo costume; ma ogni fedele dava tanto ch′egli voleva. Quindi, se i in alcuna Chiesa o pochi erano i fedeli che potessero fare carità o pochi coloro che volessero farla, queste venivano aiutate da quelle che maggior copia di limosine avevano potuto radunare che per esse non fosse bisogno [81]» Sicchè davasi ogni opera che ogni Chiesa avesse quel tanto che le era necessario per sovvenire i poveri, per celebrare la sacra Cena, e per sostentare i suoi ministri. Ma questi, comecchè avessero ragione di pretendere tutto il loro alimento dalla Chiesa che servivano, procuravano tuttavolta di guadagnarsi parte del vitto col loro travaglio, e di cavare dalla massa comune quanto meno potevano, perche tanto più restasse addietro in favore de′ poveri. San Paolo si protesta verso quelli di Efeso, ch′egli non ha mai desiderato da loro nè oro nè argento nè alcun′altra suppellettile; Act. XX, 53. Il medesimo apostolo mostra a quei di Corinto ch′egli non ha malvoluto riuscire molesto a niuno, neppure allorquando egli si trovava in istato di bisogno. II Corinth. IX, 8, 9. Egli si dichiara altrove, che esso più volte ha sopportato gran fame, che ha travagliato giorno e notte colle sue mani, e che non si è dato riposo di sorta, unicamente alfine di non incomodare veruno, e di non privare de′ denari e delle cibarie quelli che ne avevano bisogno per se stessi: Act. XX, 34; I Corint. IV, 11, 12; I Thessal. II, 9; II Thessal. III, 7, 8. Tutte le carità che facevano i fedeli consistevano in oblazioni di beni mobili, come di denaro, di cibarie, oppure di suppellettili, or immobili non si davano alla Chiesa: ognuno li riservava per sè, affine di poter con le rendite fare le occorrenti limosine. Ma egli era, come dicemmo poc′anzi, libero ad ognuno il dare o non dare carità, e ciascuno poteva darne o molta o poca a suo grado [82]. I salari dei ministri della Chiesa non erano ancora fissati: ma ognuno che aveva un animo caritatevole, pigliava dalla massa comune, seguitando l′esempio di san Paolo, quanto meno egli poteva, per lasciare il resto ai poveri. Ma questo buon costume non ebbe nella Chiesa assai lunga durata. I vescovi si diedero per tempo ad amministrare essi medesimi i beni, ossia le rendite delle Chiese, e de′ diaconi non si servivano in questo punto ad altro fine che a dispensarle per mezzo di essi fra il clero ed i poveri [83]: e siccome nei primi tre secoli non avevano ancora potuto acquistare dei beni immobili, parte perchè pareva che lo spirito della Chiesa nol comportasse, e parte perchè le leggi degli imperatori gentili nol permettevano [84]; così facevansi dal vescovo le divisioni di coteste rendite od ogni mese od ogni giorno ancora [85].

Ma nel secolo terzo, e molto più ancora nel quarto, si guastarono per così fatto modo i costumi de′ preti e de′ vescovi, che tutte le loro cure erano omai unicamente rivolte ad accumulare tesori ed a darsi buon tempo e lieta vita. E senza guardare nè all′onestà, nè alla giustizia nè al decoro, facevano d′ogni erba fascio, e le più vili ed indegne azioni commettevano, ed in mille guise davansi i preti ad ingannare i vescovi, e questi a fare del torto a quelli, purchè ognuno di per sè potesse ammassare gran copia di denaro e beni. Alle nostre parole fa indubitata testimonianza un soggetto esente di ogni eccezione, cioè san Gerolamo medesimo, il quale molto amaramente si duole dei costumi dei sacerdoti di que′ tempi, perchè eglino, in luogo di attendere alle loro ecclesiastiche funzioni, col contentarsi di un frugale ed onorevole sostentamento che dalle oblazioni spontanee de′ fedeli potevano agiatamente ricavare, gettata dall′uno de′ lati la modestia e l′onestà, andavano girando per le case delle vedove, e particolarmente delle vecchie, e ponevansi a servirle, a vezzeggiarle, ed a fare per esse i più sordidi, i più vili e più nauseosi servigi che si potessero fare dalle fantesche medesime. Essi recavano loro gli orinali al letto, e tenevano loro assiduamente compagnia, e colle proprie mani pigliavano su le putride e marcie materie che queste  donne sputavano dalle loro bocche. Essi facevano sembiante come se volessero loro dare per solo amore di Dio la benedizione, ed intanto porgevano la mano a riceverne da quella delle benedette da essi il guiderdone. Essi penetravano nella camera delle loro divote ancora prima che si alzassero dal letto, e guatavano attorno per la stanza se qualche cosa di prezioso vi avesse per loro, e, trovatola, tanto la commendavano, e tanto magnificavano la generosità di quelle lor donne, e tanti vezzi andavano loro continuamente facendo, finchè alla fine fosse lor riuscito di avere la cosa bramata in dono [86]. Ma che starò io qui narrando i varii modi che costoro mettessero in uso per trarre e beni e denaro da′ loro devoti? Io non posso meglio descriverli che con lo assicurare che tante e tali erano le loro maniere di procacciarsi ricchezze, quante e quali noi veggiamo essere quelle del clero, e particolarmente del così detto regolare, de′ nostri giorni.

All′incontro i vescovi, che dal medesimo spirito di avarizia erano al pari del resto del clero invasi, cercavano di poter dare a′ loro preti e ministri ed ai poveri quanto meno potevano; e di quelle oblazioni, che da′ fedeli venivano copiosamente dinanzi a loro recate perchè le dispensassero caritevolmente tra la povertà ed il ministero ecclesiastico, essi se ne tenevano la maggior parte per se medesimi, lasciando perire di fame i poveri, e dando ai preti la libertà di accattarsi il loro sostentamento a posta loro [87]. Per riparare adunque a così fatto disordine fu nel quarto secolo giudicato necessario di fare uno stabilimento, in virtù del quale i beni di ogni Chiesa dovessero venir divisi in quattro porzioni, la prima delle quali ai poveri, la seconda al clero, la terza al vescovo, e la quarta alla fabbrica e mantenimento de′ sacri templi avesse ad essere assegnata [88]. Questo regolamento fu per qualche spazio di tempo praticato nella Chiesa; per la qual cagione ogni prete, ogni parroco ed ogni altro ministro ecclesiastico era obbligato di ricevere i suoi alimenti dalle mani del proprio vescovo; poichè fino allora non si era ancora introdotto l′uso dei benefizi ed il costume di assegnare a′ parochi ed agli altri ministri delle Chiese certi e determinati beni, per poter con essi vivere e disporre a loro piacimento delle entrate di quelli, come si è fatto dappoi e come si costuma a nostri dì. Egli fu solamente nel secolo sesto che si cominciò in qualche luogo ad assegnare a′ parrochi una certa quantità di beni, separandoli dalla massa comune, acciocchè colle rendite di quelli si mantenessero a loro talento. Ma questi esempi furono molto rari nel sesto e settimo secolo; più frequenti divennero all′incontro ne′ tempi posteriori; talchè alla fine ne nacque un generale costume. Dal qual tempo in qua ad ogni Chiesa fu annessa una determinata quantità di beni, perchè le rendite di quelli fossero il salario di quel ministro che la dovesse servire. E questi assegnamenti furono appellati benefizii, ad imitazione de′ feudi de′ laici, i quali in que′ tempi parimente benefizii venivano comunemente chiamati.

Noi abbiamo detto poco addietro, che gli ecclesiastici cominciarono ad acquistare de′ beni stabili solamente nel quarto secolo. Ciò avvenne principalmente sotto Costantino Magno dopo la sua conversione alla fede cristiana. E per poter più liberamente, e senza dover finire giammai, accumulare ricchezze, essi ottennero che il medesimo imperatore facesse una legge in virtù della quale veniva permesso a chicchessia di poter per via di testamento lasciare tanti beni immobili alle chiese cattoliche, e particolarmente a quella di Roma, quanti ognuno volesse. Ma questo non bastò allo avaro clero: imperocchè esso desiderò ancora che l′imperatore liberasse i loro beni e le loro persone almeno da quelle contribuzioni che da′ sovrani di Roma venivano di tanto in tanto straordinariamente richieste. Laond′egli accordò loro anche questo privilegio [89]. Questa è la vera origine delle immunità reali, che nei tempi posteriori si è arrogato il clero sì regolare che secolare. Essendo eglino per comando del divin Redentore tenuti di pagare il tributo a Cesare, s′ingegnarono essi di poter essere da tale obbligo per la volontà di Cesare dispensati. Costantino Magno non diede loro un tal privilegio se non che riguardo alle contribuzioni straordinarie; quindi le ordinarie dovettero da loro essere pagate come si era costumato per lo addietro, e come aveva comandato Gesù Cristo. Ma sotto i monarchi de′ secoli posteriori ottennero gli ecclesiastici di essere esentati anche dall′obbligo di soggiacere alle gravezze ordinarie. Così fatte leggi arrecarono sì al pubblico come alle private famiglie un gravissimo danno: poichè dall′una parte attiravano gli ecclesiastici colle loro ingannevoli arti a sè una quantità prodigiosa di beni e di ricchezze, e dall′altra parte non si pigliavano alcun fastidio dei bisogni dello Stato e non concorrevano in un cogli altri sudditi a pagare le occorrenti contribuzioni; dal che nasceva che, quanto meno per cagione de′ loro privilegi veniva a ricavare lo Stato, tanto più ne dovesse venire contribuito dal rimanente del popolo, il quale, dovendo con que′ pochi beni che gli aveva lasciato il clero somministrare delle somme immense e soggiacere a pesi gravissimi nè più nè meno che s′egli possedesse ancora i beni di prima, doveva necessariamente impoverire oltre modo, ed andare a fondo, con sommo pregiudizio dello Stato medesimo, che di sudditi ruinati niente si giova.

Giacchè adunque privilegi di questa sorta riescono sommamente nocivi alla repubblica, così egli è per naturale ragione manifesto che il principe deve darsi ogni cura perchè coteste esenzioni, dagli ecclesiastici in altri tempi e quando non se ne ravvisava ancora il male ottenute, non possano più avere effetto veruno, i principi hanno al clero concedute coteste immunità; dunque i medesimi principi le debbono loro levare sì tosto che lo Stato ed i priva i ne patiscono disagio. Il principe non solamente può, ma ei deve ancora rivocare così pregiudizievoli privilegi: imperciocchè ogni sovrano è per sua coscienza tenuto di procacciare il bene della repubblica e de′ suoi sudditi: sicchè, veggendo che, a voler far stare troppo bene gli ecclesiastici, il resto de′ suddili deve andare in malora, e che inoltre lo Stato non può supplire alle spese che occorrono, il principe è per diritto naturale tenuto di togliere di mezzo la cagione di un tanto malanno, e di ritirare quei privilegi che per troppa pietà e senza la bisognevole riflessione furono da′ suoi antecessori o da lui medesimo accordati. Noi abbiamo provato più addietro che gli ecclesiastici sono di ragione sudditi dello Stato: egli è adunque ragionevole che come tali debbano sostenere quelle gravezze che non disdicono al loro sacro ministero, e che dagli altri sudditi vengono sostenute. Qualche ombra di giustizia avrebbero ancora de′ privilegi di questa natura, se il clero fosse povero, e che fosse di così picciole facoltà provveduto, che, dovendo pagare le imposte, non rimanesse loro quel tanto che lor bisognerebbe per sostentarsi. Ma essendo essi ricchi, e ricchi fuor di modo, e gli altri sudditi essendo all′incontro di mediocre e buona parte di essi ancora di meschina fortuna, ella è una troppo manifesta ingiustizia il pretendere che il ricco clero o nulla o poco, e questo stesso poco solamente quando gli è a grado, sia tenuta di contribuire, e che all′opposto la povera gente abbia da portare o tutto o quasi tutto il peso delle imposizioni. Ella è una cosa che fa propriamente orrore a chiunque ha fior di coscienza e di giustizia nell′animo il considerare che il clero vuol essere difeso e protetto dallo Stato sì per rispetto alle persone come per riguardo alle cose sue, ch′egli vuol partecipare di tutti i benefizi che godono gli altri cittadini, ch′egli vuole essere l′ordine il più rispettato dello Stato, ch′egli vuole poter vivere più splendidamente, più voluttuosamente, più agiatamente di tutti gli altri sudditi, e che ancora, oltre tutto questo, egli non soffra di poter essere costretto a concorrere in un cogli altri a mantenere ed aiutare quel medesimo Stato dal quale egli ricava la protezione, gli agi e le ricchezze. Questa è una società leonina, dove una parte s′appropria tutto il guadagno senza alcun danno, ed all′altra parte non rimane che il danno senza veruna porzione di lucro. Se gli ecclesiastici sono con i secolari in società, osservino essi le leggi che sono proprie del contratto sociale: se all′incontro essi non hanno co′ laici alcuna società, non ne domandino la protezione, e non pretendano di essere da loro trattati al pari, anzi molto meglio di quelli che sono nella società.

Da tutto questo siegue che le immunità reali del clero sono privilegi evidentemente ingiusti, dannosi, e contrari a quella carità che Iddio e gli apostoli hanno tanto raccomandata ai ministri della Chiesa. Laonde ogni principe ha il diritto, anzi egli ha l′obbligo di rivocarli, e di pareggiare il clero tanto regolare che secolare al rimanente del popolo. Questo diritto ossia obbligo del sovrano consiste principalmente in due cose: l′una si è d′impedire che il clero non possa acquistare maggior parte di beni o stabili o mobili, o di denaro, di quella che il principe non giudichi bene: e l′altra di obbligare tutti gli ecclesiastici a dover al pari degli altri sudditi concorrere, secondo la proporzione delle loro facoltà, a sostenere i pesi sì ordinari che straordinari dello Stato.

Quando l′imperatore Valentiniano il Vecchio scoperse che la soprammentovata legge di Costantino, con cui veniva permesso al clero di poter acquistare per testamento, aveva nel solo corso di cinquant′anni già minato una gran copia di private famiglie, e che gli avari preti, sempre intenti ad ingannare i semplici cristianelli e le superstiziose vedove, avevano già ammassata una immensa quantità di beni con sommo pregiudizio dei privati e dello Stato, volendo egli riparare un sì grave disordine, fece promulgare una legge con cui comandò che niun prete e niun frate potesse ricevere, sia per testamento, sia per donazione, o sia per altro modo, alcuna cosa o mobile o stabile dalle vedove, dalle vergini, o da qual si fosse altra donna; nella qual legge furono espressamente compresi i vescovi e le monache di tutti gli Stati suoi [90]. E, credendo di non avere con questa legge bastevolmente provveduto ad ogni cosa, comandò egli inoltre con un altro editto, che niuno ecclesiastico o regolare o secolare dovesse da lì innanzi avere alcun commercio con le donne, poichè fino allora troppo si erano della semplicità e mal regolata divozione del sesso femminile abusati.

In questa legge non erano state da Valentiniano comprese le donazioni ed i testamenti delle diaconesse, alle quali, essendo elleno persone ecclesiastiche, non pareva che si dovesse torre la libertà di potere a loro piacere donare o legare agli ecclesiastici. Ma Teodosio il Grande [91], veggendo che per questa via troppo veniva ad arricchirsi il clero sì regolare che secolare, il quale già troppo aveva ammassato, diede una legge per cui anche alle diaconesse venne interdetto di poter per qualsifosse modo far passare i loro beni o mobili o stabili nelle mani de′ preti o de′ monaci, non eccettuandone neppure le Chiese medesime. Ma gli ecclesiastici, che non potevano comportare cotesti freni che venivano posti alla loro ingordigia, si maneggiarono tanto presso il medesimo imperatore, ch′egli, lasciandone una parte di quella sua legge, si mise ad abolirne l′altra [92]. E non essendo ancora gli ecclesiastici di ciò contenti, indussero l′imperatore Marciano ad abolirla e rivocarla del tutto [93]. Da questo vedesi che i principi cristiani de′ primi secoli hanno sempre esercitato questo loro naturale diritto di regolare gli acquisti del clero per quella maniera che loro pareva. E, come hanno fatto gl′imperatori antichi, così hanno praticato ancora gl′imperatori ed i re dei secoli posteriori. Così fece Carlo Magno per rispetto a′ beni ecclesiastici nella Sassonia: così Edoardo I, Edoardo III ed Enrico V in Inghilterra [94]: così fecero in Francia i re san Luigi, Filippo il Bello, Carlo il Bello, Carlo V, Francesco I, Enrico II, Carlo IX ed Enrico III [95]. Giacomo re di Aragona [96] e diversi re di Castiglia e di Portogallo pubblicarono anch′essi parecchie leggi per impedire gli eccessivi acquisti degli ecclesiastici [97]. Così fu finalmente praticato in diversi luoghi della Germania, in Italia, in Venezia ed altrove. Egli è vero che negli ultimi tempi i pontefici e gli ecclesiastici hanno quasi sempre mosse delle difficoltà contro leggi di questa natura, mentre ardivano di sostenere che i principi non avessero l′autorità di fare somiglianti editti, perchè da essi ne restava lesa l′immunità ecclesiastica. Ma noi abbiamo mostrato poc′anzi che le immunità ecclesiastiche sono unicamente venute dalla generosità, dalla pietà, e dalla eccessiva ed ingannata divozione de′ principi, e che però questi hanno la ragione di rivocarle o in parte od in tutto ogniqualvolta comprendono che tornano in pregiudizio de′ loro sudditi e dello Stato. I papi, i santi padri, e gli ecclesiastici della Chiesa antica, i quali non sapevano ancora le filastroccole e le indegne favole che per sostenere questa loro ingiusta immunità hanno insegnate dappoi i loro successori, non si sono in que′ tempi avvisati giammai di biasimare le leggi imperiali colle quali procuravasi di mettere argine all′ecclesiastica avarizia. La legge di Valentiniano, che abbiamo accennata poco avanti, è stata procurata da papa Damaso medesimo; essa è stata dall′imperatore indirizzata a lui, e da lui fu fatta promulgare in tutte le Chiese di Roma perchè niuno potesse allegarne ignoranza. Sant′Ambrogio e san Gerolamo, lungi di dolersi degli imperatori che siffatte leggi dettavano, ne pigliavano motivo di lamentarsi dell′avarizia e della ingordigia degli ecclesiastici. « Nobis etiam privatae successionis emolumenta (dice il mentovato sant′Ambrogio) recentibus legibus denegantur, et nemo conqueritur. Non enim putamus injuriam, quia dispendium non dolemus [98].» Ma in termini più forti ancora s′esprime il suddetto san Gerolamo, il quale così scrive a Nepoziano: « Pudet dicere: sacerdotes idolorum, mimi, et aurigae, et scorta haereditates capiunt; solis clericis ac monachis hac lege prohibetur, et non prohibetur a persecutoribus sed a principibus christianis. Nec de lege conqueror, sed doleo cur meruerimus hanc legem, Cauterium bonum est; sed quo mihi vulnus, ut indigeam cauterio? Provida, securaque legis cautio; et tamen nec sic refraenatur avaritia; per fideicommissa legibus illudimus etc. [99]

Ma non basta che i principi impediscano gli smoderati acquisti degli ecclesiastici: egli è inoltre necessario che i sovrani sottopongano a tutte le gravezze dello Stato que′ beni che il clero sì regolare che secolare ha già nel suo potere e che non gli si possano più levare. Così richiede il bene dello Stato, così vuole la giustizia naturale, e così comanda il Vangelo. Noi abbiamo mostrato, e lo andremo mostrando ancora, che gli ecclesiastici sono sudditi de′ loro sovrani al pari di ogni altro suddito dello Stato. Dunque, come tali, debbono essi contribuire. Gli ecclesiastici vogliono godere tutti i privilegi, tutti i favori, tutti i vantaggi che hanno gli altri sudditi; essi vogliono al pari degli altri essere protetti e difesi; essi bramano che a loro siccome agli altri con eguale rettitudine sia amministrata giustizia: dunque anch′essi, così come gli altri, hanno da concorrere e sostenere que′ pesi per li quali si mantiene e sta saldo lo Stato, dove cotesti vantaggi e coteste protezioni si godono. Gli ecclesiastici sono ricchi, e possono comodamente pagare tutte le contribuzioni necessarie; dove all′incontro i laici sono poveri, ed hanno bisogno di ogni quattrino per alimentare le loro famiglie: dunque paghino i ricchi, e concorrano a sollevare i poveri. Gli ecclesiastici sono stati obbligati da Cristo e dagli apostoli a pagare il tributo, ed a dare a Cesare quello che è di Cesare: dunque ubbidiscano una volta ai comandi di Dio e del Vangelo. Uomini indegni e crudeli, che ministri di Dio e della Chiesa vi chiamate, come vi dà il cuore di volere tutto dai laici, e di non volere all′incontro rimeritare questa povera gente, che si spoglia nuda per amor vostro, neppure con un briciolino del vostro copioso pane? Come vi ardite di voler tondere ed appropriarvi la lana di quelle pecore che vi sono unicamente confidate per pascolarle? Come osate di giustificare la vostra inumanità col portarci l′esempio de′ leviti dell′ antico testamento, e con lo addurci il comando del Vangelo che chi serve all′altare debba parimente dall′altare riceverne il guiderdone? Dateci i vostri beni, che noi vi pagheremo le decime e vi eguaglieremo a′ leviti: rendeteci le nostre sostanze, che vi manterremo indenni da ogni contribuzione: restituiteci quello che avete di soverchio, che vi lascieremo godere il resto senza spesa e gravezza veruna. Non ci venite a narrare le vostre frottole, che per legge divina voi ed i vostri beni dobbiate essere immuni da ogni contribuzione e da ogni peso dello Stato. Noi vi potremmo accordare questa vostra pretensione rispetto a que′ beni che vi sono assolutamente necessari per un vostro convenevole mantenimento, rispetto a que′ beni che non ci avete tolti co′ vostri inganni e false dottrine, e rispetto a que′ beni che vi fanno bisogno per poter travagliare nella vigna del Signore. Ma non v′ingegnate di darci poi anche ad intendere che Iddio abbia voluto che voi vi arricchiate a dismisura, e che poltroneggiate e meniate una vita voluttuosa, sicura e tranquilla, a nostre spese e senza vostra briga veruna. Le immunità che avete vi sono venute da′ nostri principi. Questi hanno cominciato dallo esimere voi ed i vostri beni dall′obbligo di esercitare i ministeri sordidi ed al vostro stato non convenevoli: essi vi hanno parimente esentati dalle contribuzioni straordinarie [100]. Questi e non altri furono i principii delle vostre immunità. Gli altri imperatori, secondo che vi erano o favorevoli o contrarii, vi aumentarono poi o vi scemarono questi privilegi. Vi fu chi vi liberò da ogni contribuzione per i ponti e per la riparazione delle strade, sottomettendovi tuttavolta agli ordinari tributi [101]. All′incontro vi fu ancora chi vi impose di pagare, oltre le ordinarie gravezze, anche le spese per le strade, i porti e le fortificazioni [102]. Altri principi esentarono da ogni contribuzione il maso del beneficio, cioè quella possessione che doveva servire di fondazione del beneficio e di sostentamento del parroco, del monastero, o di qualunque altro ministero e dignità ecclesiastica; ma all′opposto vollero soggetti a tutte le sorta di pesi e di gravezze, tanto straordinarie come ordinarie, tutti gli altri beni che non appartenevano al maso e che non servivano di fondazione [103], Vi furono de′ secoli, ne′ quali siete stati obbligati di andare alla guerra, di condurre truppe, di ricevere, alloggiare e mantenere i soldati de′ vostri monarchi, di pagare il fodrum, di concorrere in un coi laici alle angarie, perangarie, ed a tutte le straordinarie ed ordinarie contribuzioni, senza esentarne neppure i beni della fondazione, ossia il maso suddetto [104]. In somma ogni principe vi trattava come voleva, ora bene ed ora male; ed a voi toccava in ogni cosa, di ubbidire. Le cose si sono poi cangiate a poco a poco in vostro favore; la bontà di altri principi vi ha dichiarati esenti da questi pesi, da queste fatiche e da queste contribuzioni; i vostri inganni e le vostre false sentenze teologiche e canoniche vi hanno procurato dai principi la confermazione di cotesti privilegi; le prepotenze, le usurpazioni e le protezioni dei papi vi hanno muniti di bolle e canoni esorbitanti, non che favorevoli; le collezioni dei canoni, i glossatori, gli scrittori, i lettori e maestri delle scuole vi hanno, col confermare per via di sciocche e capricciose ragioni queste nuove leggi e pretensioni, assistiti: e con questi ed altri modi somiglianti vi è alla fine riuscito di far tenere per un articolo di fede la vostra favola delle immunità. Ecco qui in breve l′origine ed il progresso delle vostre immunità, le quali, per essere di origine umana, vi possono essere del tutto ritolte, e, per essere sommamente perniziose agli Stati ed a′ popoli cristiani, vi debbono, per obbligo di ragione, di giustizia e di equità, essere, se non in tutto almeno in parte, assolutamente levate.

Noi non abbiamo che a dare un′ occhiata alle leggi de′ primi imperatori e re cristiani per poter con sicurezza sapere come sia andata questa faccenda delle immunità, e che origine abbiano avuto, e che progressi abbiano fatto. Costantino il Grande cominciò dal concedere alle Chiese il privilegio di non dover soggiacere a veruna gravezza, come si vede dalla legge 1 cod. Theod. de annon. et tribut. Questa legge era in quel tempo non solamente ragionevole, ma in certo modo necessaria. Noi abbiamo veduto che i beni delle Chiese venivano allora impiegati ad alimentare il clero, a soccorrere i poveri, ed a riparare, mantenere ed ornare i templi di Dio. Sicchè egli era ben giusto che quelle facoltà le quali a così necessarii usi venivano impiegate fossero esenti dal peso delle contribuzioni. Ma siccome presto dopo la conversione di Costantino le Chiese cominciarono ad acquistare de′ beni stabili e di grandi ricchezze; così dovettero allora dar principio a pagare i tributi ordinarii, e degli straordinarii furono per ispeziale privilegio dichiarate immuni: L. 15 et 40, cod. Theod. de epis. et cler. In confermazione di ciò può servire che, quando Teodosio il Giovane concedette alla Chiesa di Tessalonica il privilegio di non aver da concorrere nel tributo che veniva imposto nell′illirico, quell′imperatore espressamente aggiunse che ciò non avesse da essere tratto in esempio, ma che le altre Chiese tutte dovessero ciononostante seguitare a pagare il loro tributo; come si legge nella l. 33, cod. Theod, de ann. et trib. Queste costituzioni durarono fino a′ tempi di Valentiniano il Giovane. E dall′obbligo di soggiacere a queste gravezze non era neppure esente la medesima Chiesa romana, benchè per altro i romani pontefici s′ingegnassero a tutto potere di ottenere dagli imperatori per la loro Chiesa e di più grandi e di più spessi privilegi delle altre Chiese. Una prova incontrastabile n′è questa, che Costantino Pogonalo esentò mediante un suo particolare editto del 681 la Chiesa di Roma dall′obbligo del pagare il tributo sopra le possessioni ch′essa aveva nella Sicilia e nella Calabria. Dal che si vede che fino a quel tempo essa doveva concorrere al pari degli altri alle solite contribuzioni. Giustiniano, successore di Costantino suddetto, concedette il medesimo privilegio alla medesima Chiesa per rispetto alle terre, da quella possedute nella Lucania e nell′Abruzzo. Ma Leone Isaurico rivocò all′incontro tutte queste liberalità de′ suoi antecessori, e si fece di bel nuovo pagare l′antico tributo.

Questo che abbiamo detto fin qui riguarda i beni delle Chiese. I beni degli ecclesiastici furono compresi in altri differenti editti. Imperocchè gl′imperatori vollero primieramente che il clero non fosse tenuto di pagare quel tributo che si chiamava lustralem conlationem, la quale ogni cinque anni si esigeva da quelli che avevano qualche traffico. Ma questo privilegio fu conceduto solamente a quelli ecclesiastici i quali erano dalla necessità costretti a dover fare qualche negozio per poter onorevolmente campare: laonde coloro che negoziavano per l′amore del guadagno, e senza verun bisogno, dovevano contribuire nè più nè meno come gli altri. Secondariamente, fu esentato il clero a melationibus, a translationibus, et perangariis, che erano gravezze non punto convenevoli allo stato clericale. Ma all′incontro tutti gli ecclesiastici furono costantemente obbligati a dover pagare i censi e tributi fiscali, census fiscales, pensitationes fiscales. E tutto questo ricavasi manifestamente dalle l. 8, 10, 14, 15, 16, cod. Theod. de epist. et cler, e dalla 1. 3, cod. de epist. et cler, il Concilio celebrato a Rimini aveva esteso un decreto de plenissima clericorum et Ecclesiarum immunitate:  ma, come i padri di quel Concilio portarono tal decreto davanti all′imperatore Costanzo per ottenerne, come allora si costumava, la confermazione, il principe rimase cotanto scandalizzato della ingordigia e temerità di quei padri, che, lungi dal compiacerli nel loro desiderio, egli rivocò una legge che aveva poco prima fatta in favore del clero, in vigor della quale esso lo aveva dichiarato esente dai censi fiscali e dalla collazione lustrale: L. 15, cod. Theod. de epis, et cler, dove nel principio si legge: «In Ariminense synodo super Ecclesiarum et clericorum privilegiis tractatu habito, usque eo dispositio progressa est, ut juga quae videbantur ad Ecclesiam pertinere, a publica functione cessarent, cessante inquietudine. Quod nostra videtur dudum sanctio repulisse etc. » Giacchè adunque dalla storia si rileva che le immunità ecclesiastiche vengono da′ principi secolari, e che dal fatto apparisce che queste immunità sono ingiuste ed irragionevoli; così ne siegue che si debba assolutamente rivocarle.

Ma, giacchè siamo su questa materia che sta cotanto a petto agli ecclesiastici, e che è di tanta importanza per gli Stati, per i principi e per i privati, così non vogliamo abbandonarla prima di non avere tutte le ragioni ed argomenti, su cui il clero fonda la propria immunità, interamente sventati. Noi abbiamo così in generale e sommariamente mostrato finora, che coteste immunità non sono altrimenti de jure divino, ma che soltanto dalla bontà e superstiziosa generosità di alcuni principi derivano, e che però da′ nostri sovrani, siccome sommamente dannose, possono e debbono essere del tutto rivocate. Noi vogliamo qui prima di tutto schierare gli argomenti avversarii, e, ciò fatto, rispondere ad ognuno di quelli, e confutarli colle nostre ragioni annichilirli coll′evidenza della verità.

La massima parte de′ canonisti pretende che le immunità ecclesiastiche per rispetto a′ beni posseduti dal clero siano de jure divino: e questo intendono essi non solamente di que′ beni che appartengono alle Chiese e che servono in parte per esse ed in parte al mantenimento de′ suoi ministri, ma ben anche di quelli che sono puramente beni patrimoniali di ogni ecclesiastica persona. Eccone le loro ragioni. La prima è fondata nel salmo CIV 15 dove è detto: «Nolite tangere Christos meos, et in prophetis meis nolite malignari.» Sotto la quale parola Christos essi dicono non potersi intendere altri che i sacerdoti; il che dai Num., III, 12, viene confermato, dove Iddio dice: eruntque levitae mei. Oltre questi luoghi del vecchio testamento, con cui pretendono di provare che gli antichi sacerdoti godevano per comando di Dio ogni immunità, adducono essi anche il passo di s. Matteo XVII, 24, dove così parla Cristo a Pietro: « Quid tibi videtur, Simon? Reges terrae a quibus accipiunt tributum vel censum? A filiis suis, an ab alienis? Et ille dixit: Ab alienis. Dixit illi Jesus: Ergo liberi sunt filii.»

Gli ecclesiastici veggono da per se stessi che questi passi ch′essi adducono del vecchio e nuovo testamento sono troppo oscuri, e che provano poco in loro favore. Quindi si danno essi a confermare la loro sentenza che le immunità siano de jure divino medianlte l′autorità de′ canoni e de′ decreti pontificii. Ciò viene a chiare note dichiarato nel cap. 4 de censib. in 6 nel cap. Nonnulli, de immunit., in 6 nel cap. Nimis X, de Jure jur., nel can. Si imperator dist. 69, e finalmente nel cap. 20, sess. 25, de reform. del Concilio di Trento.

Finalmente essi piantano ancora quest′argomento, che da loro viene riguardato per infallibile ed incontrastabile. Il papa è il vicario di Cristo; egli è il superiore di tutti i principi della terra; egli è infallibile; egli è il supremo legislatore; egli è alla fine l′unico interprete della volontà di Dio. Ora diversi pontefici hanno per più leggi e bolle comandato che le persone ed i beni di ogni sorta degli ecclesiastici debbano essere immuni da ogni maniera di peso, di gravezza e di contribuzione [105]; essi hanno dichiarato che questo è comando divino [106]; essi hanno finalmente pronunziato che niuna neppure lunghissima ed immemorabile consuetudine, niuna prescrizione e niun titolo al mondo possa derogare in parte veruna a coteste immunità; talchè a′ principi laici non deve neppur essere permesso di accettare le contribuzioni da quelle ecclesiastiche persone che di lor propria volontà senza esserne stati richiesti da nessuno offeriscono [107]. Dunque da tutto questo ne viene che il clero non possa essere, senza offendere le leggi di Dio e del suo vicario in terra, delle sue immunità spogliato. Essi confermano questa proposizione con un′altra del medesimo calibro: poichè dicono che lo Stato della Chiesa è uno stato interamente separato dallo Stato civile; che le persone e le cose ecclesiastiche hanno i proprii giudici, i proprii superiori ed il proprio sovrano, siccome hanno i proprii principi anche le persone e le cose de′ laici; e che per conseguenza i principi secolari non si possono lecitamente mischiare delle cose ecclesiastiche, nè hanno verun diritto di cangiare od abolire quello che dai pontefici o da Concilii intorno alle persone, a′ beni ed alle altre faccende del clero e delle Chiese è stato per lo addietro o in avvenire verrà mai stabilito. Ecco qui il nervo delle loro ragioni: ecco tutto quello che essi hanno mai potuto addurre in loro favore: ecco tutto quello su cui si fonda tutta la macchina delle ecclesiastiche immunità.

Ogni leggitore imparziale che non abbia già il cervello occupato da pregiudizii, e che non abbia in questa materia fatto finora studio veruno, dovrà confessare che troppo vane, troppo stiracchiate e troppo frivole sono coteste ragioni che per sè arrecano gli ecclesiastici. Egli penserà fra di se medesimo, che i passi della Scrittura sono troppo scuri, che nulla concludono, e che non fanno al caso. Egli sarà d′avviso che alle decisioni pontificie non convenga in questo punto prestare nè fede nè ubbidienza veruna, perchè vengono da Cicerone che parla pro domo sua, e perchè sono dettami della parte interessata. Egli passerà finalmente a giudicare che coteste immunità debbano essere pure e prette invenzioni, capricci ed arzigogoli degli ecclesiastici, perchè costoro non sanno confermarle con migliori argomenti e con prove più forti.

Così deve ragionare anche colui che di tale materia niente abbia letto nè udito giammai. Ma chiunque possiede in questo proposito una vera e non falsa e fanatica dottrina deve rimanere forte scandalizzato del pessimo uso che fanno gli ecclesiastici de′ testi della sacra Scrittura, de′ cattivi principii ch′essi piantano, e del torto che fanno alla ragione ed al diritto naturale.

Quando nel Salmo 104 viene detto nolite tangere Christos meos etc., ciò vuol significare che uom abbia da astenersi dall′offendere quelle persone che ne′ tempi dell′antico testamento venivano a Dio consacrate ed unte. Questi erano i re ed i sacerdoti [108]; e queste persone venivano però riguardate come sante ed inviolabili [109]. Ciò posto, quando noi volessimo ancora ammettere per vera la falsa comparazione che si fa del clero del nuovo testamento col sacerdozio del vecchio, altro tuttavolta non ne seguirebbe se non che Iddio abbia comandato che ogni uomo debbasi guardare dal violare ed offendere i sacerdoti: ma egli rimane da provare che il chiedere da essi quelle contribuzioni alle quali ogni suddito è obbligato, vale a dire il pretendere da essi una cosa giusta e doverosa, sia un offenderli, un violarli. Egli è vero che Iddio disse che i leviti sono suoi proprii: ma ciò altro non importa se non che i leviti, in riguardo del loro ministero, dovessero essere consacrati a Dio. Ciò però nonostante, nelle cose che non appartenevano al servigio di Dio, cioè in quelle che il bene temporale riguardano, i leviti erano per divino comando alla giurisdizione temporale dei principi interamente sottoposti, per modo che i sovrani non solamente erano i loro legislatori, ma sippure i loro giudici, e che pronunziavano della loro vita e morte; come per più luoghi dell′antico testamento ad evidenza è manifesto [110]. Ma egli è da notarsi inoltre, che non sussiste la comparazione del nostro clero cogli antichi sacerdoti, e che questa è una invenzione dei secoli corrotti della Chiesa, come abbiamo sul principio di questo nostro ragionamento mostrato. Al che s′aggiugne che queste, di cui si è fatto menzione, erano leggi politiche, e cerimoniali che riguardavano il governo, i costumi ed i riti degli ebrei; le quali leggi poi mediante il Vangelo restarono abolite. Sicchè in questo proposito piente affatto potrebbero giovare i testi dell′antico testamento, quando anche de′ più chiari se ne potessero allegare in favore delle immunità; il che tuttavia non potrassi fare giammai.

Siccome dal testamento vecchio niuna prova puossi ricavare in favore delle pretese immunità, così non havvene veruna neppure nel nuovo. I canonisti fanno gran fondamento sul sopracitato testo di san Matteo, XVII, dove dice che i figli dei re sono immuni da ogni obbligo di pagare tributo, e che però anch′egli ne dovrebbe di ragione andare esente, ma che, ciò non ostante, per non iscandalizzare altrui egli voleva pagare il tributo richiestogli. Io non so vedere come da questo passo alcun fondamento per la sua ingiusta e falsa dottrina possa ricavare il clero. Gesù Cristo vuol dire qui, che, siccome i re della terra non esigono il tributo da′ proprii figli, ma solamente da′ loro sudditi così molto meno da lui lo dovrebbero essi poter ri scuotere, essendo egli figlio del re di tutti i re. Ma avendo egli destinato di volersi per allora tenere ancora celato, egli volle pagare il tributo ad effetto di non iscandalizzare il mondo, come sarebbe per necessità seguito se avesse allora palesata la sua condizione o se, senza farla palese, avesse voluto far valere la sua ragione nel non pagare il tributo. Questa è l′unica spiegazione da darsi al testo suddetto. E non mi sa  capire nell′animo come costoro facciano a torcerlo in loro favore ed a farne tanto chiasso in vantaggio delle loro immunità. Sono eglino forse figliuoli di re, o sono eglino per avventura figliuoli di Dio? Da chi e corne e quando hanno eglino acquistata cotesta patente? Si vogliono essi comparare a Gesù Cristo? Vogliono essi applicare per sè quello ch′egli ha detto di lui, e di lui solo? Perchè non seguitano essi il suo esempio? Perchè non pagano il tributo, anzi che scandalizzare il mondo colla loro iniqua resistenza? Perchè non fanno quello che ha praticato egli, anzi che offendere la giustizia del mondo colle loro ingiuste pretensioni, e la volontà del divin Maestro colle loro false interpretazioni delle sue sacrosante parole? Il divin Salvatore ha pur loro espressamente comandato ch′essi imitino il suo esempio col fare quello che ha fatto egli medesimo: «Exemplum dedi vobis (dic′egli, Joan. XIII, 15), ut quemadmodum ego feci vobis, ita et vos faciatis.» Quando Gesù Cristo non parlava di se stesso, ma degli apostoli e degli altri fedeli, egli comandò loro espressamente che dovessero pagare il tributo a Cesare: Matt. XX, 22. Or sono eglino per avventura di miglior condizione, e più privilegiati, o più poveri, o più cari a Dio, che non erano gli apostoli stessi? S. Ambrogio, che pur è un sì gran sostenitore de′ diritti della Chiesa, impugna apertamente ed acremente questa falsa dottrina delle immunità, dicendo: «Chi siete voi, e come siete voi da tanto che presumiate di non dover pagare il tributo alle potenze sublimi, quando lo stesso Figliuolo di Dio lo ha loro voluto pagare [111]

Quando i papi non avevano ancora inventato e fabbricato questo nuovo sistema che hanno adesso, e quando la loro politica non era ancora giunta a tanto che volessero essere i signori ed i monarchi universali della Chiesa, essi non solamente confessavano, ma insegnavano ancora e sostenevano che la Chiesa fosse obbligata a pagare il tributo. Papa Urbano si servì del medesimo testo, di cui ora il clero si vale per sostenere sue immunità, ad effetto di provare che la Chiesa non ha in questo punto immunità veruna [112]. Quale interpretazione sarà dunque da preferirsi adesso? Quella di s. Ambrogio e dello stesso papa Urbano, oppur quella del nostro clero d′oggigiorno? Non dovremmo noi confessare piuttosto che le immunità sono una mera politica ed interessata invenzione de′ papi e degli ecclesiastici de′ secoli posteriori, giacchè veggiamo che i papi e gli ecclesiastici de′ tempi anteriori con tanto impegno le negavano ed impugnavano?

Non importa che i Concilii ed i pontefici abbiano dichiarato che queste immunità competano al clero ed alle Chiese de jure divino. Noi abbiamo mostrato ad evidenza il contrario. Sicchè i decreti de′ Concilii e de′ papi hanno da cedere il luogo alla verità. Inoltre il primo Concilio che abbia insegnata questa dottrina si fu quel lateranese, che fu celebrato sotto Innocenzo III. Ora, in questi tempi si era già sparsa e dappertutto accolta la collezione de′ canoni composta da Isidoro Mercatore, in cui una infinità di falsi testi in favore de′ pontefici e del clero furono da quell′impostore inseriti, come poi per comune consenso di tutti i dotti cattolici fu rilevato e riconosciuto; del che più ampiamente ragioneremo in altro luogo di questo nostro discorso. Il dotto gesuita Papebrochio [113] dice di questa collezione di Isidoro, che con essa è stato tratto in errore tutto il mondo; che lo stesso papa Nicolò I ne fu (il che non sarà stato contro sua voglia) gabbato; e che ne furono parimente ingannati tutti i suoi successori, come ancora i Concilii, non solo particolari, ma sippure i generali. «Multas scilicet epistolas, pontificum falso inscriptas nominibus, diu illusisse credulitati diristiani orbis, ipsisque ecclesiastici juris compilatoribus, quia etiam Nicolao I ejusque deinceps successsoribus, nec non Conciliis tam generalibus quam particularibus.» Non è adunque maraviglia che, essendo allora tutto il mondo in errore per lo inganno e la malizia di cotesto Isidoro, si sia cominciato a dichiarare da′ padri de′ Concilii che le immunità siano de jure divino. I canoni dell′impostore lo insegnavano; i papi ed il clero lo desideravano; gli uomini, secondo la semplicità e la barbarie di que′ tempi, lo credevano già per i canoni di Isidoro: sicchè egli era ben naturale che si dovesse cogliere la prima occasione di poter confermare questa novella dottrina col decreto di un generale Concilio. Ma abbiamo per questo da lasciarci tirare in errore? Abbiamo noi da bendarci gli occhi davanti lo splendore della verità? Abbiamo noi da prestar fede a′ Concilii anche in quelle cose che non riguardano il dogma, e nelle quali non hanno, secondo il sentimento di tutti i savii cattolici, ragione veruna di pretendere di essere da noi riputati infallibili?

Così non giova neppure agli ecclesiastici il dire ch′essi fanno uno Stato separato, ch′essi ed i loro beni appartengono ad un altro sovrano, e che i loro superiori sono differenti da quelli de′ secolari. Questa è una falsità manifesta; ella è una ingiusta invenzione de′ secoli posteriori; ella è una cabala ecclesiastica; ella è un′impostura contraria alla volontà di Dio ed a′ precetti del Vangelo; ella è finalmente una evidente usurpazione de′ diritti de′ principi. Tutto questo nostro ragionamento prova manifestamente la verità di quanto diciamo. Sicchè altro non diremo noi su questo punto, se non se che egli è certo ed incontrastabile e chiaro come la bella luce del sole, che gli ecclesiastici ed i loro beni di ogni sorta sono soggetti a′ principi, e che però essi debbono assoggettarsi a′ comandi de′ loro sovrani, e, al pari degli altri sudditi, debbono in un con essi sopportare i pesi e le gravezze comuni. Quindi, se i papi ed i Concilii li hanno esentati da tale obbligo, questa esenzione non sussiste primieramente perchè è contraria agli espressi comandi di Dio, secondariamente perchè questi decreti ecclesiastici che riguardano le cose temporali non hanno forza veruna se non che in quanto a′ principi secolari piace di confermarli. Quindi, venendo a′ sovrani la voglia di riscuotere dalle persone e da′ beni degli ecclesiastici il tributo, essi sono tenuti senza veruna opposizione di pagarlo, non ostanti i decreti de′ papi e de′ Concilii, che non sussistono, siccome fatti intorno a cose che non sono della loro giurisdizione, e non ostanti le scomuniche a que′ decreti annesse, perchè queste, per essere accessorii di cose nullle, sono nulle e di niun valore anch′ esse.

Avanti che venisse alla luce quella indegna impostura di Isidoro Mercatore egli era certo che la Chiesa e gli ecclesiastici si tenevano obbligati di pagnre, sì per le loro persone come per i loro beni, il tributo a′ sovrani, quando a questi non piacesse di esentarneli mediante qualche particolare privilegio, come cogli esempi, co′ testi de′ santi padri e de′ papi medesimi, e colle leggi degl′imperatori e re cristiani abbiamo fatto finora vedere. Ed egli fu solamente dopo che da cotesto impostore furono mandate al mondo quelle false decretali che si è principiato ad insegnare che le immunità siano de jure divino; dunque, essendosi scoperta la falsa origine di questa dottrina, è necessario di ritornare al diritto e sentimento di prima. La falsa dottrina è stata abbracciata e carezzata da′ papi, confermata da′ Concilii, insegnata da′ maestri, approvata da′ principi, copiata e trascritta da tutti i seguenti compilatori de′ canoni, e particolarmente dal famoso monaco Graziano, che compose il celebre decretum Gratiani [114]: ma tutto ciò seguì per errore; e l′errore non partorisce diritto. Dunque tutte queste immunità, che sono parti della falsità, possono essere giustamente rivocate; e, perchè esse sono pregiudizievoli agli Stati ed a′ sudditi secolari, debbono ancora venire per obbligo di coscienza levate; perchè i privilegi de′ principi non hanno forza veruna ogniqualvolta si tirano dietro la ruina di un terzo, non che di tutti i sudditi e di tutto lo Stato: il che, e per il diritto naturale e per le leggi civili e per le costituzioni ecclesiastiche stesse, è manifesto e certo.

Noi abbiamo spiegato fin qui cosa sia la Chiesa, che diritti essa abbia, che autorità abbiano sopra di quella i principi, e come sia stato intorno a questi punti ne′primi secoli de′ cristiani praticato. Noi passeremo adunque adesso a dimostrare come a poco a poco siasi cangiata ogni cosa, come i fedeli abbianoperduto i loro diritti, come il clero siasi arrogato un impero nella Chiesa, come i vescovi abbiano cominciato a dominare, come i romani pontefici siano divenuti monarchi, come il clero abbia ammassato infinite ricchezze, come egli si sia usurpata una propria giurisdizione, com′esso si sia sottratto dall′ubbidienza e soggezione de principi secolari, come questi abbiano perdute le loro ragioni sopra la Chiesa, e come finalmente siasi formato uno Stato separato ed indipendente in mezzo ad un altro Stato. Noi non ci mettiamo a ragionare di queste cose per alcuna voglia di dir male del clero o de′ principi de′ sacerdoti, ma unicamente per far vedere che que′cambiamenti, che sono seguiti ne′ tempi più remoti dagli apostoli, sono del tutto opposti allo spirito ed a′ principii della primitiva Chiesa; che sono invenzioni dell′ambizione, dell′avarizia, e parti dell′ignoranza e della barbarie; che da ogni buon cristiano debbono venire abborriti e mostrati a dito, perchè ognuno se ne guardi, e perchè i fedeli alla fine, dopo veduti questi vituperii e dopo scacciati lungi da sè i pregiudizi e le favolacce indegne, unanimemente cospirino a voler far rifiorire gli antichi costumi, le antiche dottrine, e le antiche ragioni della Chiesa.

I cambiamenti furono introdotti nella Chiesa, come ciascuno può figurarsi, a poco a poco. Da principio cominciò il clero a levare alla società de′ fedeli il diritto di dare il suo parere nelle cose di qualche momento, e che per lo addietro di comune consenso si solevano terminare. Essendosi in ogni Chiesa particolare col tratto del tempo grandemente aumentato il numero de′ fedeli, il clero cominciò a dire che il voler trattare tutte le faccende ecclesiastiche con l′intervento di tutto il popolo partorirebbe confusione e controversie, per la gran copia de′ pareri da doversi raccorre e per la grande varietà delle opinioni. Quindi si lasciò in parecchie Chiese persuadere il popolo a voler mandare in suo luogo de′ suoi deputati, ogniqualvolta qualche cosa d′importanza si dovesse trattare nella Chiesa. Essendo pochi questi delegati del popolo, riusciva molto agevole al clero di piegare i loro sentimenti a quello ch′esso desiderava, e di fargli fare in ogni cosa a modo suo. In quelle Chiese dove quel costume di spedire deputati dalla parte de′ laici non si era potuto introdurre, nascendo qualche accidente per cui occorresse di convocare la plebe, il vescovo ponevasi avanti ogni cosa a deliberare insieme co′ suoi preti intorno al partito che si aveva da pigliare in quella bisogna; e, ciò stabilito, chiamavasi il popolo, al quale si proponeva la faccenda in quella maniera che si era prima fra di loro concordato, e dimostravasi cosa fosse bene di fare, talchè il popolo, che non ne aveva altra cognizione che quella che gli veniva data in quel momento, e che non aveva tempo da pensarvi sopra, mosso ancora dalla venerazione che portava al suo clero e specialmente al proprio vescovo, riducevasi ad approvare ciecamente tutto quello che gli veniva proposto, e faceva suo il piacere del clero.

La plebe ed i laici vennero a perdere molto più ancora i loro diritti quando si principiò ad introdurre l′uso de′ Concilii. Ne′ primi tempi, e particolarmente negli apostolici, non si costumava di celebrare de′ Concilii a′ quali intervenissero i deputati di parecchie Chiese. Ogni Chiesa particolare celebrava i suoi Concilii da per sè, come abbiamo più addietro fatto vedere. Ma, essendosi poi giudicato più a proposito, per conservare l′unità, l′amicizia, e la pace e concordia comune, di prendere sopra gli affari comuni delle deliberazioni comuni, e di fare per il regolamento delle Chiese delle ordinazioni comuni, fu necessario che ogni Chiesa dovesse spedire a quel luogo, dove veniva celebrato il Concilio, de′ suoi delegati, i quali, a nome della loro Chiesa, insieme co′ deputati delle altre Chiese intorno le cose occorrenti trattassero, e quelle risoluzioni che colà si erano prese con essoloro riportassero. Questi delegati erano ordinariamente vescovi e preti: e questi Concilii divennero col tempo assai frequenti. Laonde, venendo quasi ogni cosa di qualche momento regolata e determinata ne′ Concilii, ed essendo questi composti dal clero, ne nacque che i laici vennero di mano in mano esclusi dalle faccende ecclesiastiche, e che i vescovi, il clero ed i Concilii tirassero ogni cosa a sè, di modo che al popolo niun altro diritto fosse ancora lasciato che quello di intervenire all′elezione de′ preti e de′ vescovi, del quale goderono bensì per il corso di alcuni secoli, ma alla fine ne furono parimente privati, parte da′ vescovi e metropolitani, parte dai romani pontefici, parte da′ Concilii e dalle nuove leggi ecclesiastiche, e parte ancora da′ principi secolari.

L′aspetto ed il regolamento della Chiesa cangiossi molto più ancora quando Costantino il Grande, deposta l′idolatria, convertissi alla fede cattolica, e che questa fu parimente da′ suoi successori nell′impero abbracciata e protetta. D′allora in qua nacque la distinzione tra lo stato interno e lo esterno della Chiesa. Costantino ed i suoi successori si dichiararono di voler aver cura dello stato esterno della Chiesa, e di regolarlo ed ordinarlo colle loro leggi come loro paresse. All′incontro lo stato interno protestarono di volerlo abbandonare a′ vescovi ed a′ Concilii, lasciando che questi ne disponessero come giudicassero tornare più in acconcio della religione. Quindi si formò un doppio gius ecclesiastico, cioè l′uno che riguarda lo stato interno, e l′altro che s′aspetta allo stato esterno. Sotto lo stato esterno vennero comprese le persone degli ecclesiastici, i loro beni, le facoltà delle Chiese, i Concilii e le altre radunanze ecclesiastiche di ogni sorta, e finalmente tutte quelle cose che non riguardano direttamente la fede ed il dogma. Per l′opposto, allo stato interno appartenevano le controversie sopra punti di religione, le decisioni di quelle, le composizioni de′ simboli della dottrina cristiana, il regolamento del culto divino, e generalmente tutto quello che alla religione propriamente s′aspetta. Gl′imperatori adunque si riservarono di voler dettare le leggi che occorressero rispetto al clero, a′ beni ecclesiastici, alla celebrazione de′ Concilii, ed a quelle altre cose che appartengono allo stato esterno. Per lo contrario, essi vollero che le cose della religione venissero regolate da′ vescovi e da′ Concilii. Quindi nacquero diverse mutazioni nella Chiesa: imperocchè, primieramente, i fedeli perdettero per questa cagione ogni diritto di dare i loro voti nelle cose che al governo delle Chiese od alla religione appartenevano; secondariamente, l′autorità de′ vescovi e de′ Concilii fu grandemenle accresciuta, perchè in essi furono trasferite parecchie di quelle ragioni che prima erano proprie di tutto il corpo de′ fedeli; finalmente, i principi essendosi messi a pubblicare di molte leggi ecclesiastiche rispello allo stato esterno, si venne a formare un diritto ecclesiastico, di cui prima non si aveva cognizione veruna, perchè gl′imperatori pagani, dispregiando il nuovo culto di Cristo, e perseguitando le società de′ cristiani, non si erano curati di regolare e stabilire la nuova religione con alcuna delle loro leggi.

Essendo pertanto per gli accennati modi stata trasportata ne′ Concilii e ne′ vescovi tutta l′autorità della Chiesa rispetto al regolamento delle cose spellanti alla religione, diedesi principio a formare de′ canoni, ossia delle ecclesiastiche ordinazioni per il governo de′ fedeli. Cotesti canoni de′ Concilii furono poi raccolti e ridotti in certi volumi appellati Collezioni de′ canoni. E, siccome in ogni secolo si tenevano di frequenli Concilii, e che l′autorità de′ principi, de′ sacerdoti, e particolarmente de′ romani pontefici, andava sempre molto maggiormente crescendo, e che i privilegi e le prerogative di generalmente tutto il clero sempre più si aumentavano, e per l′opposto le ragioni del popolo scemavano ed a nulla si riducevano, e finalmente i papi ogni cosa a sè, spogliandone i vescovi ed i Concilii, attirarono, ed una monarchia universale si formarono, ed a sè soli l′autorità di dettare leggi ecclesiastiche e di comandare a tutta la Chiesa colle loro bolle e lettere decretali s′arrogarono; così furono di tratto in tratto composte nuove collezioni di canoni e nuove raccolte di leggi e lettere pontificie, per mezzo delle quali sempre nuovi regolamenti, sempre nuovi diritti ecclesiastici, sempre nuove invenzioni, sempre nuove usurpazioni del clero, e sempre nuovi pregiudizii per il popolo e per i sovrani della terra vennero recati alla luce del mondo.

I canoni de′ quali si è cominciato a fare delle raccolte sono del quarto secolo, e però sono parti di que′ tempi ne′ quali si era già introdotta la corruzione e guastata la disciplina della Chiesa. Laonde que′ canoni che vanno attorno sotto il titolo di Canones apostolorum non sono altramente degli apostoli, checchè altri ne pensi, ma sono solamente de′ regolamenti che ne′ Concilii anteriori a quello di Nicea furono stabiliti, come molto evidentemente è stato dagli eruditi dimostrato [115]. Al che serve di conferma che papa Gelasio ha espressamente dichiarato [116] che cotesti canoni, i quali vengono spacciati per apostolici, sono del tutto apocrifi. Lo stesso è da dirsi della raccolta delle costituzioni apostoliche, la quale con manifesta falsità, per procacciare ad essa del rispetto, fu attribuita al santo papa Clemente I, laddove certa cosa è che questa è un′opera del secolo terzo, e che poi di tempo in tempo vi è stata fatta da altri qualche nuova giunta [117].

Egli è vero che le Chiese avevano costumato di radunarsi e di celebrare comunemente de′ Concilii già verso la fine del secondo secolo, come puossi argomentare da un passo di Tertulliano, che è il primo che abbia fatto menzione di Concilii tenuti da più Chiese congregate insieme. Ma i canoni di tali Concilii sono smarriti. Laonde gl′impostori, per riparare questa perdita, si sono ingegnati ognuno a suo capriccio d′inventarne de′ falsi. Così falsi sono quegli atti che furono attribuiti al Concilio di Senuessa, dove dell′apostasia di papa Marcellino si tratta, ed un decreto vi è inserito con cui viene stabilito, « che la prima sede non possa essere giudicata da nissuno [118].» False sono ancora tutte le lettere decretali che da quel scellerato impostore d′Isidoro Mercatore, di cui discorreremo più a basso, furono attribuite a′ papi de′ primi secoli che vissero avanti Siricio, il quale morì nel 398; essendo certo che, trattene due lettere di papa Clemente scritte da lui a que′ di Corinto, le quali anzi ascetiche che decretali sono, niun′altra epistola di alcun papa avanti Siricio si sia conservata [119]. La prima collezione adunque di veri e non finti canoni che si facesse nella Chiesa si fu quella di cui vuolsi autore un certo Stefano vescovo di Efeso, e che fu pubblicata verso la fine del secolo quarto. Questa raccolta non comprendeva dapprima che centosessantacinque canoni cavati da due Concilii generali, l′uno di Nicea, che fu il primo ecumenico Concilio, e l′altro di Costantinopoli, che fu il secondo, e da cinque altri Concilii provinciali. Questa collezione fu approvata dal Concilio generale di Calcedonia, e tradotta poi dal greco in latino per uso delle Chiese d′occidente, dove per lungo tempo fu di grande autorità. A questa raccolta furono poco dopo fatte delle giunte, e fra altri canoni vi furono aggiunti ancora i falsi canoni degli apostoli. Di questa raccolta si sono poi servite tanto le Chiese d′oriente che quelle d′occidente, e fino al tempo dell′imperatore Valentiniano III non sono stati nella Chiesa cattolica conosciuti altri canoni nè altri regolamenti che questi che nella mentovata collezione si trovavano compresi.

Chiunque trasgrediva in qualche punto d′importanza cotesti stabilimenti, ed ostinavasi a non volerli osservare, veniva scomunicato. E questa era tutta la pena che allora si potesse dettare ai disubbidienti, perchè nè la Chiesa nè i vescovi non avevano ancora trovato il modo di arrogarsi della giurisdizione, di avere dei tribunali, e di poter con pene civili punire i peccatori: poichè in que′ secoli più vicini all′origine della fede ed alla pubblicazione del Vangelo troppo bene si sapeva che cotali cose erano direttamente opposte alla dottrina di Cristo e de′ suoi apostoli. Di qua avvenne che i vescovi ed i padri congregati in un Concilio, premendo loro che gli stabilimenti ordinati da essi venissero dai  fedeli messi in esecuzione, costumavano di supplicare quell′imperatore per ordine del quale si fosse celebrato il Concilio, ch′egli volesse con sua imperiale autorità confermarli, e comandare che ogni fedele si ecclesiastico come secolare fosse obbligato di prestare ubbidienza alle loro ordinazioni. Così fecero, al riferire di Eusebio, i padri del Concilio di Nicea, i quali pregarono Costantino il Grande che volesse confermare i loro decreti; nel che da lui furono compiaciuti [120]. Presso lo storico Socrate [121] vedesi la lettera scritta dal Concilio di Costantinopoli all′imperatore Teodosio il Grande, con cui que′ padri il supplicavano perchè egli volesse confermare i loro regolamenti. La lettera che scrissero gl′imperatori al Concilio di Efeso contiene questa dichiarazione: «oportet enim, omnia juxta Dei beneplacitum, contentione seclusa, veritatisque studio adhibito, discuti, ac tum demum a nostra pietate confirmationem obtinere [122]. » L′imperatore Marciano promulgò un editto per confermare tutto quello che dal Concilio di Calcedonia era stato stabilito [123]. Finalmenle il codice Teodosiano, e quello di Giustiniano, e la raccolta di Giovanni Scolastico, ed il Nomocanone di Fozio, da′ quali vedesi che i padri di ogni Concilio porgevano a′ monarchi le loro suppliche per implorarne la confermazione, ci mostrano ad evidenza che i decreti de′ Concilii non avevano forza di obbligare se non dopo che erano stati da′ sovrani approvati e confermati.

Avendo osservato i vescovi ed i romani pontefici, che col celebrare di frequenti Concilii essi giugnevano sempre ad acquistare maggior autorità, poichè per questo mezzo il clero più minuto ed il popolo restavano interamente esclusi dalle deliberazioni ecclesiastiche, e potevano inoltre darsi a fare tutti que′ regolamenti che loro piacessero, essendo loro agevole di ottenerne dagli imperalori con lusinghe e con altre arti la confermazione; così si avvisarono quelli del quinto e del sesto secolo di cogliere tutte le occasioni favorevoli per poter tenere de′ Concilii, e indurre i loro sovrani a volerli convocare. Quindi frequentissimi furono i Concilii del sesto secolo. E siccome i vescovi, e principalmenle i pontefici romani, mettevano ogni studio nel dilatare la loro potenza, e che l′antica ecclesiastica disciplina per lo trascorrere de′ tempi andavasi dimenticando, e l′ignoranza all′incontro veniva a diffondersi per tutti gli ordini di persone; così cominciarono i vescovi in questo secolo a trattare ne′ loro Concilii di cose che per niun modo alla loro cognizione appartenevano, e che per lo addietro sempre dalle sole leggi degl′imperatori erano state regolate. Così, per cagione di esempio, diedesi principio a fissare i gradi di parentela fra quali dovesse essere proibito o permesso ai fedeli il matrimonio. L′imperatore Teodosio, e dopo di lui Arcadio ed Onorio, avevano proibiti i matrimonii fra primi cugini [124]: all′incontro l′imperatore Giustiniano stimò bene di doverli permettere [125]. Ma i padri del sesto secolo si presero l′ardire di stabilire co′ loro canoni che i matrimonii dovessero essere proibiti non solo fra i primi cugini, ma sippure fra i loro figliuoli. Ed oltre a ciò s′introdusse una nuova maniera di compitare i gradi di parentela, la quale, oltre all′essere irregolare e falsa, è un mero capriccio de′ romani pontefici [126]. Così furono ancora in questo torno di tempo per la prima volta fatti diversi regolamenti per rispetto a′ beni ecclesiastici, i quali si erano già oltremodo aumentati. Così cominciossi da′ vescovi a proibire il travaglio nei giorni di domenica; il che prima soleva essere proibito dai principi secolari [127]. Così s′arrogarono ancora i Concilii di fare delle ordinazioni intorno agli asili delle Chiese, i quali venivano prima conceduti da′ sovrani a quelle Chiese e con quelle condizioni e limitazioni che essi volevano [128]. Così finalmente furono fatte diverse ordinazioni intorno le usure, i divorzi, ed altre somiglianti materie, delle quali per lo addietro i soli principi secolari avevano costumato di disporre a loro piacimento, senza che mai fosse venuto in capo agli ecclesiastici di pretendere che ad essi s′aspettasse la cognizione di tali faccende, e molto meno di opporsi alle leggi dei monarchi, come abbiamo fatto vedere altrove.

Essendosi adunque fatti tanti nuovi regolamenti, fu necessario di fare delle nuove collezioni di canoni. Quindi Dionigio il Piccolo, monaco della Scizia, ma dimorante in Roma, diede fuori nel 527 la sua Collezione de canoni, nella quale egli inserì tutto quello che vi era nella raccolta de′ canoni ch′era stata in uso fino allora, e di cui abbiamo fatto or ora menzione, dandone una traduzione dal greco in latino molto migliore che non era quella della quale la Chiesa di occidente si era fino a quel tempo servita. A questa antica raccolta egli aggiunse le lettere decretali di papa Siricio [129], che, come dicemmo di sopra, morì alla fine del quarto secolo. I  vescovi de′ primi secoli costumavano, nelle faccende e controversie d′importanza, di pigliare consiglio da altri vescovi, e particolarmente da quelli che occupavano qualche sede che dagli apostoli fosse stata eretta; poichè vi era motivo di credere che in tali apostoliche Chiese meglio si fosse conservata la dottrina e la pratica apostolica. Inoltre ricorrevasi ancora in tali casi a′ vescovi di quelle Chiese che fossero in qualcuna delle più illustri città dell′impero; perchè in queste vi era ordinariamente maggior copia di soggetti capaci di consiglio ed intendenti della vera dottrina. Per amendue queste cagioni adunque solevano i vescovi de′ primi tempi di consultare i vescovi di Roma ogniqualvolta il bisogno lo richiedesse. Ora le risposte che su di tali quistioni venivano date da′ pontefici romani o da qualunque altro vescovo di qualche celebre e cospicua Chiesa ai vescovi interroganti si chiamavano lettere decretali. Al che serve di prova che i greci misero nel numero di lettere decretali le tre lettere scritte da san Basilio ad Amfilochio, e parecchie altre che da diversi vescovi delle più illustri sedi furono composte [130]. Sì tosto che venne a luce questa nuova raccolta di Dionisio il Piccolo, i papi si studiarono a tutto potere di farla ricevere da tutto il mondo cristiano, perchè in essa, e particolarmente nelle lettere decretali, molte cose comprendevansi, le quali erano bensì contrarie alla disciplina de′ primi secoli, ma tornavano in gran vantaggio della sede romana [131]. Papa Adriano I venne a capo di farla ricevere da Carlo Magno re dei franchi e poi imperatore dell′occidente. L′autorità di questo monarca fu assolutamente necessaria, perchè i papi ed i vescovi non avevano ancora potuto acquistare giurisdizione per obbligare con pene civili i renitenti ad ubbidire ai loro stabilimenti. I mezzi ch′essi avevano per farsi ubbidire erano puramente spirituali, come a dire la scomunica le penitenze canoniche, e la deposizione.

Presto dopo furono fatte delle altre collezioni ancora, le quali non sono state così accolte e stimate come quella di Dionisio. Ma il credito di questa, e la riputazione qualunque ella si fosse delle altre, cadde incontanente all′apparire di quella di Isidoro Mercatore, ossia Peccatore, la quale nel secolo nono venne a luce, e fu sparsa per la Gallia, la Germania e l′Italia. Cotesto impostore, qual che egli si sia, ha radunato una gran copia di false lettere decretali, come se fossero state scritte dagli antecessori di papa Sicirio, di cui si è parlato testè. E queste lettere sono piene di dottrine, di massime e di sentenze che esaltano la sede romana sopra tutte le altre Chiese, e che le attribuiscono, in pregiudizio degli altri vescovi e de′ principi secolari, dei diritti ch′essa non ha avuto giammai. Questa collezione, comecchè piena di falsità e d′imposture, come più basso mostreremo più ampiamente, piacque forte a′ romani pontefici; per lo che diedero ogni opera che dappertutto venisse accolta ed abbracciata. Sul principio del secolo decimo tenne dietro a questa raccolta di Isidoro quella di Reginone, il quale fu il primo nell′occidente che avesse intrapreso di unire insieme coi canoni le sentenze dei santi padri e le leggi del codice Teodosiano. Egli rammassò ancora delle lettere decretali dei papi: ma tra queste ve ne mischiò diverse di quelle che Isidoro Peccatore aveva falsamente attribuite ai pontefici de′ primi secoli [132]; per la qual cagione la potenza pontificia ricevette da questa raccolta nuovo vigore.

Le susseguenti raccolte di Burcardo e di Ivone promossero ancora meglio i vantaggi del clero, e principalmente del romano pontefice, perchè, oltre all′aver ritenute le favole e le imposture di Isidoro, inserirono nelle loro collezioni tutto quello che ne′ canoni dei Concini, nelle tronche sentenze de′ padri, nelle lettere decretali de′ papi e nelle leggi degl′imperatori trovarono di favorevole per gli ecclesiastici e per la sede romana, facendo maliziosamente d′ogni erba fascio, e tutto quello ommettendo che fosse stato in vantaggio della Chiesa, del popolo e dei principi.

Da Isidoro impostore, da Reginone, da Burcardo e da Ivone compilò e raccolse il famoso monaco Graziano la sua celebre collezione, che è nota sotto il nome di Decretum Gratiani, e che fu da lui pubblicata nel secolo duodecimo. Siccome costui non vide i fonti, e pescò anzi nel torbido; così riuscì ripiena d′infiniti errori, e carica di tutte le principali imposture inventate da Isidoro e confermate da′ suoi seguaci, questa nuova raccolta del Graziano. Parecchi errori furono per comando dei papi da questa collezione levati, molti luoghi alla sua vera lezione restituiti, molti per apocrifi dichiarati; ma nulladimeno molti altri errori ancora, e, quello che più importa, tutte le favole d′Isidoro vi sono rimaste. Siccome questa raccolta contiene tuttavia qualche passo che serve a dimostrare quanto fosse diversa l′antica disciplina della Chiesa dalla nostra, e potrebbe far sospicare delle varie usurpazioni della sede romana; così i papi hanno stimato bene di non approvarla espressamente, benchè tante cose cotanto vantaggiose per loro contenesse, che quel poco che vi è sparso per entro di quà e di là in loro svantaggio rimanga da quel troppo più che vi è in loro favore annichilito non che oscurato. Tuttavolta hanno eglino saputo adoperare in guisa che pian piano il Decreto del Graziano venne ricevuto come autentico per tutto l′occidente.

A questo furono poi col tempo aggiunte le lettere decretali dei pontefici, nelle quali tutta la loro autorità e potenza e monarchia viene riferita, e stabilita, e confermata alla lunga. Ma di queste ragioneremo a suo luogo, cioè là dove tratteremo di proposito de′ romani pontefici. I papi si erano usurpata la cognizione di diverse cose, come per esempio delle controversie dei vescovi, delle loro elezioni, e della capacità degli eletti. Ma questi regolamenti pontificii non erano ancora stati riguardati per leggi positive, imperciocchè si tenevano per regole di prudenza, e per provvedimenti utili fatti dal primo de′ vescovi, a cui per comune consentimento si era già attribuita una grande autorità, un gran rispetto, ed una certa superiorità sopra tutti gli altri vescovi. Ma, non bastando tutto questo a′ romani pontefici, si avvisò Gregorio IX di raccorre tutti i rescritti e tutte le lettere dei papi, le quali servissero il meglio di tutte a stabilire la potenza della sede romana, e ridotte quelle in un volume, le pubblicò con intendimento di obbligare tutti i fedeli a doverle rispettare come leggi; con che gli venne fatto di piantare i primi fondamenti della ecclesiastica universale monarchia.

Noi abbiamo mostrato di sopra che ogni Chiesa, nella quale vi fosse un buon numero di fedeli, veniva fino dal tempo degli apostoli ammaestrata e servita da una talor maggiore e talora minore quantità di preti e di diaconi, fra′ quali il vescovo aveva già per apostolico istituto la presidenza. Noi abbiamo ancora fatto vedere come di questa loro preminenza i vescovi facevano da principio uno assai discreto uso: imperciocchè essi non imprendevano cosa niuna di qualche momento, dove il consiglio de′ preti ed il sentimento della Chiesa non seguitassero. Ma non ebbe lunga durata questa moderazione dei vescovi: poichè col trascorrere del tempo, e già nel secolo secondo, cominciarono alcuni vescovi ad arrogarsi un′autorità maggiore di quella che avevano dapprima, e, laddove sul principio confessavano, come vedesi nelle lettere di san Cipriano medesimo, che la Chiesa è superiore ai vescovi, e che questi non possono intraprendere veruna cosa d′importanza senza avere prima sentito il parere de′ preti e de′ diaconi e senza averne avuto l′assenso di tutta la loro Chiesa, in processo di tempo giunsero a sostenere che il vescovo è il capo della Chiesa, che egli può fare ogni cosa di per sè, e che non è tenuto di render ragione del suo operare se non che unicamente a Dio. San Cipriano, il quale, quando non era trasportato da veruna passione, riconosceva la superiorità della Chiesa sopra i vescovi, mutava, allorchè n′era strascinato dalla passione, sentimento, e ponevasi ad insegnare che i vescovi non hanno altro superiore che Iddio medesimo. Sant′Ignazio [133] si avanzò ad eguagliare i vescovi del nuovo testamento ai sommi sacerdoti del vecchio testamento. Ognuno che abbia qualche tintura della storia, del governo e della disciplina degli antichi ebrei, può senza faticarsi il cervello ravvisare il grave errore di questa comparazione: posciacchè ai sommi sacerdoti degli ebrei non fu da Dio imposta quella legge che Gesù Cristo dettò ai ministri di sua Chiesa, di non dover dominare sopra i suoi fedeli, e di non attribuirsi sopra il rimanente del popolo alcun impero nè alcuna signoria. Ma ciò però nonostante questa somiglianza fu accettata e messa in uso dagli altri vescovi ancora affine di potersi con l′aiuto di quella alzare sopra i preti e sopra gli altri membri della Chiesa a quel medesimo grado che avevano i sommi sacerdoti fra gli ebrei. Quindi riusci a′ vescovi di attirarsi a poco a poco e di unire alla loro dignità la maggior parte di que′ diritti che prima si aspettavano od alla Chiesa in generale, od a′ preti ed a′ diaconi in particolare.

Io non posso darmi a credere che i primi vescovi per malizia o per ambizione procurassero di spogliare la Chiesa de′ suoi diritti. Ma siccome gli uomini sono per loro natura soggetti all′errore, e che i più circospetti e più giusti fra noi non tanto per loro malvagità quanto per la loro umana imbecillità [134] sovente da quello che retto e giusto sarebbe si discostano; così è intervenuto a′ vescovi, che chi per un accidente chi per altro, chi in un tempo chi in altro, si andasse dilungando dai precetti di Gesù Cristo, dalla dottrina degli apostoli e dalla disciplina della primitiva Chiesa. Così il mentovato sant′Ignazio, quando si mise a comparare i vescovi della nostra Chiesa coi sacerdoti dell′antico testamento, quando ci disse che il vescovo è vicario di Gesù Cristo, quando egli ammonì quelli di Smirna che dovessero prestare quella medesima ubbidienza al loro vescovo che Gesù Cristo aveva prestato al Padre suo eterno, non aveva allora per avventura altra mira che di stabilire una perfetta concordia fra i fedeli, e di prevenire con questi consigli le funeste fazioni che mostravano di voler pullulare nella Chiesa. Ma queste espressioni e dottrine del santo produssero poi un effetto a cui forse non aveva pensato egli medesimo, cioè che i vescovi pensassero di essere veramente tali come egli li descriveva, e che il popolo giudicasse che tutta la autorità sopra la Chiesa fosse de′ vescovi, e che quella parte che esso ne godeva fosse da lui stata per puro abuso usurpata. La santità, la prudenza e la dottrina de′ primi vescovi aumentò ancora la loro autorità senza ch′essi medesimi se n′accorgessero. Egli è troppo naturale agli uomini di abbandonarsi interamente a quelli che noi giudichiamo più savii di noi, e che sappiamo essere per la probità de′ loro costumi incapaci di tirarci in qualche inganno. Così facevano ancora i primi fedeli, i quali, veggendo come i loro vescovi erano santi, e per senno e per dottrina venerabili soggetti, volentieri lasciavano ad essi la cura di ogni cosa, e di loro si fidavano molto più che di se stessi. Anche le dispute degli eretici contribuirono molto ad accrescere viemaggiormente l′autorità de′vescovi. Imperciocchè la maggior parte di cotesti eretici davano sinistre interpretazioni ai testi della sacra Scrittura, e per sostenere queste loro novelle opinioni si studiavano di trovar fuori qualche tradizione che fosse ricevuta in qualche luogo» e che venisse in acconcio de′ loro errori. I padri della Chiesa volendo confutare così fatte novità, e desiderando di atterrare il fondamento della tradizione su cui gli eretici poggiavano le loro opinioni, ponevansi a contrapporre a quelle tradizioni allegate da costoro delle tradizioni molto più rispettabili, che erano quelle che erano ricevute da′ vescovi delle Chiese fondate dagli apostoli, come a dire di quelle di Roma, di Gerusalemme, di Alessandria e di Antiochia, le quali i santi padri volevano che fossero degne di maggior fede e venerazione, perchè dovevano essere state comunicate dagli apostoli a′ primi vescovi, e da questi dovevano poi essere passate di mano in mano ai successori. In queste occasioni i vescovi di cotali Chiese apostoliche dovevano rendere testimonianza delle tradizioni che nelle loro Chiese erano ricevute; Coteste testimonianze erano riguardate come tante sentenze proferite in condannazione delle novelle opinioni. Quindi i vescovi di tali Chiese cominciarono pian piano ad essere riguardali da′ fedeli per giudici delle controversie in fatto di religione, e per i più sicuri e più infallibili giudici ancora. Tertulliano [135]  ha fatto molto uso di queste tradizioni delle Chiese apostoliche. Ma egli è però da osservare che gli eretici non si rimanevano per questo dal sostenere le loro false opinioni, perchè essi dicevano che tali dottrine, che si spacciavano per tradizioni apostoliche, non erano altrimenti vere tradizioni, ma solamente invenzioni novelle de′ vescovi che vi trovavano il loro conto. Alla fine poi principiarono ad impadronirsi degli animi de′ vescovi anche gli affetti umani, le passioni, l′ambizione, e la cupidità degli onori. Noi abbiamo veduto poc′anzi che san Cipriano insegnò in alcuni luoghi come la Chiesa è superiore a′ vescovi, e che altrove egli sostenne all′incontro che i vescovi non avevano da rendere conto delle loro operazioni se non che a Dio solo, e che però ad essi era soggetta la Chiesa. Noi possiamo facilmente riconoscere ch′egli dovette essere trasportato da qualche passione umana quando ei spacciò queste ultime proposizioni, e che all′opposto doveva avere l′animo scevro di ogni impedimento quando egli insegnò la prima. Cosa è più comune agli uomini che di amare la vanità? E cosa era più facile a′ vescovi, che volevano sollevarsi sopra gli altri, che di trovare mille occasioni per potersi guadagnare della stima, della riputazione e dell′autorità? L′ambizione de′ vescovi andò pure tanto innanzi, che parecchi di loro non si contentavano più del semplice nome di vescovo, ma vollero avere quello di metropolitano, di arcivescovo, di patriarcale somiglianti. e che col mutare il nome vollero usurparsi nella Chiesa anche un′autorità molto maggiore che non è quella di un semplice vescovo. Gl′imperatori Augusto ed Adriano avevano diviso l′impero in diverse provincie, nelle quali vi erano comprese varie città, di cui quelle che erano le principali, e come il capo di ogni provincia, venivano chiamate metropoli. In queste metropoli risiedeva il prefetto della provincia, e vi venivano trattati e terminati tutti gli affari sì pubblici che privati di tutto il paese. Ai vescovi che in cotali città avevano per avventura la loro residenza venne pian piano la voglia di arrogarsi, riguardo alle faccende ecclesiastiche, ad un dipresso quella medesima autorità che i prefetti delle provincie avevano rispetto alle cose politiche e civili. Quindi cominciarono a poco a poco a chiamarsi metropolitani: ed è verisimile che siasi principiato a servirsi di questo nome sulla fine del secolo terzo, perchè di tale nuova dignità non trovasi fatta veruna menzione nè in Tertulliano nè in s. Cipriano, nè in verun altro scrittore ecclesiastico del tempo avanti Costantino Magno. Ella è la più ridicola cosa del mondo il veder che degli eruditi e dotti uomini come l′Usserio, Pietro de Marca, lo Schelstrato, il Beveregio, l′Ammondo, il Morino, il Pagi, Leone Allazio ed altri [136], abbiano voluto beccarsi il cervello per potere a′ loro leggitori dar ad intendere che gli arcivescovi ed i metropolitani fossero già stati dagli apostoli medesimi introdotti. Questi sono ghiribizzi da potersi solamente raccontare alla gente grossolana e scimunita: e le ragioni con cui essi si studiano di persuaderci, od almeno di metterci il cervello a partito, sono così assurde e stiracchiate, che non è pregio dell′opera il qui accennarle e confutarle, tanto più che l′insussistenza e la falsità di questa gioconda invenzione è già stata da savii ed eruditi soggetti interamente dimostrata [137]. Di fatto, egli è certo ed incontrastabile che la dignità di metropolitano è stata solamente nel Concilio generale di Nicea per la prima volta stabilita e confermata. Le dignità ecclesiastiche di questa sorta non furono introdotte ad un tratto nella Chiesa cattolica, ma esse vennero su a poco a poco. Primieramente gli apostoli crearono e stabilirono, in ogni luogo dove vi avevano de′ fedeli, de′ preti, i quali dovessero insegnare alla gente la dottrina cristiana, ed esercitare per il servizio di quella le altre ecclesiastiche funzioni proprie de′ cristiani. A questi preti furono aggiunti i diaconi, i quali dovessero avere cura de′ poveri. Nella maggior parte delle Chiese furono a′ preti preposti de′ vescovi. E tutti cotesti ministri della Chiesa vivevano ordinariamente di quelle limosine che i fedeli, ciascuno a suo piacimento, andavano loro facendo. In processo di tempo si misero pian piano i vescovi ad allargare la loro autorità ed i loro diritti, e ad opprimere ed avvilire i preti. Vi avevano delle terre e delle piccole città nelle quali ne′ primi tempi non v′era stato nè prete nè vescovo, o perchè non vi avevano fedeli, o perchè fossero in troppo piccolo numero. Ma quando in cotali luoghi la copia de′ cristiani cominciò ad aumentare, allora i vescovi delle più vicine e più grandi città mandavano colà de′ preti a servire quelle novelle Chiese, e questi preti dipendevano poi, come era ben naturale che dovesse succedere, da′ vescovi che ve li avevano spediti. I vescovi rurali, cioè quelli che per  la campagna di qua e di là v′avevano, tenevano sovente bisogno del consiglio e dell′assistenza de′ vescovi che dimoravano nelle città, poichè questi erano il più delle volte più savii, più venerati e più protetti. Sicchè tanto la necessità del dovere spesso aver ricorso a′ vescovi delle città, quanto la miseria e ristrettezza delle società de′ fedeli dispersi per la campagna, ridusse col tratto del tempo i vescovi rurali a dovere in qualche maniera essere subordinati a′ vescovi delle vicine città. Egli pareva ancora che questa subordinazione e dipendenza de′ vescovi rurali da quei delle città fosse in certo modo necessaria, sì per conservare l′unità e perfetta concordia tra i fedeli, come per impedire tra essi ogni e qualunque confusione. Essendosi una volta introdotta cotesta usanza, egli sembrava ancora per i medesimi motivi giusto e ragionevole che i vescovi delle città minori dovessero mostrare qualche rispetto a′ que′ di quelle città che erano i capi di ogni provincia. Dal rispetto si passò alla dipendenza: e quindi ebbero origine gli arcivescovi ed i metropolitani. Lo spirito di concordia e di unione che dominava negli animi de′ primi cristiani era cagione che ogni Chiesa non solamente del suo proprio bene, ma eziandio di quello delle altre, che riguardavansi come sorelle, fosse sollecita. Quindi gli apostoli ed i vescovi di ogni Chiesa costumarono, fino dal nascimento della cristiana religione, di dare avviso, col consenso ed in nome della propria Chiesa, a′ vescovi e fedeli delle altre Chiese di ogni cosa di momento che nella loro Chiesa succedeva, e di ogni importante regolamento che veniva stabilito, come da noi si è mostrato più addietro. Da ciò nacque ancora il costume che i vescovi si diedero ad andare a visitare le più vicine Chiese per assisterle co′ loro consigli, per consolarle nelle loro afflizioni, e per confermare per questo modo viemaggiormente la comune concordia e fratellanza; il che non già per mostrare alcuna superiorità, ma unicamente per amore della carità e del comune legame, si praticava. Quando la moltitudine de′ fedeli fu assai bene cresciuta ed aumentata, soleva avvenire sovente che qualche accidente nascesse, il quale per la sua importanza attirava a sè l′attenzione e la cura di parecchie Chiese. In questi casi era necessario che i vescovi di tali Chiese si radunassero e congregassero in un luogo comune per trattar di comune concerto delle cose occorrenti. Sicchè in tali occasioni faceva di bisogno che alcuno di essi ne desse parte agli altri, ch′egli li convocasse, che facesse a′ congregali la proposizione, che raccogliesse i loro pareri, e che di tali altre cose si prendesse la briga, le quali non possono, per iscansar la confusione, venire da più che da un solo curate ed eseguite. Laonde convenne eleggersi un vescovo, che fra di loro avesse la dignità di primate e di presidente. E questa dignità veniva conferita talor al più vecchio di essi [138], ma il più delle volte a quello che risiedeva nella metropoli della provincia. Ecco qui la vera ed unica origine de′ metropolitani: perchè questi primi vescovi, convertendo il costume in legge, si posero ad usurparsi per sè soli quel diritto che da principio era comune a tutti i vescovi di visitare le vicine Chiese, e di visitarle non già in guisa di fratelli, come si era costumato dapprima, ma a modo di superiori. Ognun può ben da sè medesimo immaginarsi qui che cotesti metropolitani non vennero su ad un tratto in tutte le Provincie cattoliche, ma che a poco a poco, ora in una ed ora in altra, e pian piano, in tutte si introdussero. In parecchie provincie dell′Egitto, dell′Africa, dell′Italia e della Spagna non vi avevano per molto tempo de′ metropolitani. Quindi, quando in alcuna provincia vi era già un primate, questi costumava d′intrattenere un familiare commercio ed un′amichevole corrispondenza coi vescovi delle vicine provincie i quali non s′erano per anche ad alcun metropolitano sottomessi; egli andava a visitarli non già come superiore, ma come loro fratello; egli comunicava loro i suoi regolamenti che aveva fatto nella propria provincia; egli li assisteva co′ suoi consigli e colla sua protezione. Cotesti vescovi all′incontro imploravano spesso da lui aiuto e consiglio; spesso gli rimettevano le controversie che di tanto in tanto co′ loro vicini avevano; spesso ricorrevano per diverse cagioni a lui; e spesso finalmente adottavano per la disciplina della propria Chiesa le disposizioni da lui nella sua provincia fatte; e, dopo essersi così per lunga pezza praticato il metropolitano della vicina provincia, mettevasi alla fine a voltare il volontario uso in necessità, e, sottomettendosi questi vescovi che dapprima erano vissuti indipendenti, veniva per questa maniera ad ampliare la sua provincia, e ad accrescere il numero di quelle Chiese vescovili che a lui dovessero essere subordinate [139], ed a farsele da tutti riconoscere per metropolitano anche di tali Chiese. Questa fu la maniera per cui a′ vescovi di Roma, di Milano, di Cartagine e di Alessandria venne fatto di estendere oltre misura le loro diocesi, e di ridurre sotto la loro dipendenza diverse provincie. Cotesti metropolitani vennero talvolta chiamati ancora col titolo di arcivescovi. Questo nome non fu conosciuto nella Chiesa ne′ primi tre secoli, ma egli si è cominciato dipoi ad attribuirlo ai primi e più celebri vescovi della cristianità: e benchè non importasse nissun diritto nè significasse veruna autorità, ma solamente desse dell′onore, fu tuttavia rade volte usato. Nell′ottavo secolo esso venne dato a tutti i più illustri metropolitani; ma ne′ secoli posteriori esso venne esteso a tutti gli altri metropolitani ancora. Noi ritorneremo ora a′ metropolitani. Il Concilio generale di Nicea confermò espressamente col suo canone sesto la dignità e l′autorità di cotesti metropolitani, i quali esso riconobbe essere non per alcun apostolico istituto, ma per antica consuetudine introdotti. In quel Concilio fu fatta specialmente menzione dei due metropolitani di Roma e di Alessandria, e ne fu parlato come di due metropolitani tra di loro in dignità ed in autorità uguali [140]. Da quel tempo in qua cominciossi a determinare quali avessero ad essere i diritti de′ metropolitani [141]. Questi si furono di celebrare ogni anno un Concilio nella loro provincia, di convocare a quello i vescovi, di castigare fratellevolmente coloro che contumacemente non avessero voluto comparirvi, di terminare per via di arbitramenti e composizioni le querele e quistioni de′ vescovi; di avere cura delle proprie e delle vicine Chiese; di visitarle amorevolmente, e senza potervi pretendere alcuna superiorità; di dare le lettere dimissorie a vescovi che dovevano per alcun tempo allontanarsi da′ loro vescovati; di pigliarsi ogni bisognevole sollecitudine de′ vescovati vacanti; di vedere che nello spazio di tre mesi fossero provveduti di nuovi pastori; di confermare e di consecrare o da per sè o per mezzo di delegati i nuovamente eletti; e finalmente di eseguire e pubblicare nelle loro provincie le leggi ecclesiastiche che dagli imperatori venivano loro mandate. Ma i metropolitani cominciarono ben presto a dilatare i confini della loro autorità: e tra gli altri diritti che si usurparono si fu quello di spogliare le Chiese, ossia i fedeli, della libertà di eleggersi i loro pastori, quello di farsi giudici de′ loro vescovi suffraganei, e quello di consacrare i preti delle diocesi de′ loro vescovi.

Dai metropolitani nacquero i patriarchi: imperciocchè i più potenti metropolitani, non volendosi col tempo contentare della loro dignità, cominciarono a voler essere i primi fra i metropolitani, ed a voler avere il primato nelle comuni adunanze de′ metropolitani. Essi vennero a capo del loro disegno, e riusci loro di farsi dagli altri metropolitani distinguere col titolo di patriarchi, e talora anche di esarchi, che era per altro di sua origine un uffizio puramente civile. Sicchè quindi innanzi il metropolitano era il primo de′ vescovi, ed il patriarca il primo de′ metropolitani. Costoro dovevano celebrare ogni anno un Concilio, a cui tutti i metropolitani subordinati ed i vescovi dipendenti dal patriarcato erano obbligati d′intervenire. I vescovi appellavano nelle loro controversie dalle decisioni de′ metropolitani al giudizio de′ patriarchi, siccome quelli che erano i giudici supremi delle cause ecclesiastiche. Talvolta appellavasi dalla sentenza di un patriarca al giudizio di un altro, e particolarmente di quello di Roma; ma ciò veniva sempre riguardato per un abuso ed una prepotenza che violasse i diritti di quel patriarca che aveva proferita la sua sentenza [142]. Finalmente i patriarchi avevano la ragione di crearsi de′ legati, e di fare per essi esercitare in loro nome diverse funzioni; il quale abuso prese sì fattamente radici, che essi tenevano alle corti de′ principi, e specialmente a quella di Costantinopoli, delegati perpetui, i quali mai non se ne dovessero dipartire, o, se pure ne venivano per alcuna cagione da′ loro principali richiamati, in loro vece ne venivano degli altri subitamente spediti. I primi fra tutti i vescovi erano quel di Roma e quel di Alessandria. Questa Chiesa veniva riputata la prima dopo quella di Roma: ma quando il vescovo di Alessandria fu fatto patriarca, egli venne nel medesimo tempo a perdere la sua dignità: imperocchè il Concilio di Costantinopoli decretò che, siccome questa città era la seconda Roma, così il vescovo di Costantinopoli dovesse avere il suo rango subito dopo quello di Roma. Il patriarcato di Costantinopoli non si estendeva da principio appena fuori della sua città: ma col tratto del tempo e col favore degli imperatori greci i patriarchi di questa capitale salirono a tal grado di potenza, ed estesero sì fattamente il loro patriarcato, che cominciarono a gareggiare coi patriarchi di Roma, ed a volerli ancora precedere; perlocchè nacque alla fine una grave controversia tra l′uno e l′altro patriarca, che finì in uno scisma, e che cagionò la ruina del Costantinopolitano. I vescovi di Gerusalemme e di Antiochia divennero patriarchi solamente dopo quei di Roma, di Alessandria e di Costantinopoli [143]. A quei tempi era dunque divisa tutta la cristianità in cinque gran patriarcati; cioè quello di Roma, di Costantinopoli, di Alessandria, di Antiochia di Gerusalemme. Oltre a questi patriarchi vennero parecchi metropolitani, che erano indipendenti dai riferiti cinque patriarchi; e di questi ve ne aveva assai nell′oriente, e particolarmente nell′Africa, nella Spagna e nella Francia. Cotesti patriarchi erano di loro origine indipendenti l′uno dall′altro, ma coll′andare del tempo venne fatto ai più potenti di sottomettersi i più deboli. Roma era più potente di Alessandria; Alessandria e Gerusalemme più di Antiochia; e questa era più celebre e riputata di Cipro, che non viveva sotto la dipendenza di alcun patriarca. Antiochia tentò adunque di rendersi soggetta la Chiesa di Cipro; Gerusalemme ed Alessandria procurarono di mettersi sotto alla loro ubbidienza Antiochia; Roma studiavasi di opprimere Alessandria; e Costantinopoli s′ingegnava di rendersi superiore di tutti gli altri patriarchi. Ma, fino che durarono gl′imperatori greci, niun patriarca potè venire a capo di assoggettarsi gli altri: poichè i suddetti imperatori colle loro leggi e co′ loro comandi tenevano in freno ognuno di loro, e non permettevano che alcuno di loro si potesse sollevare troppo in alto con danno e pregiudizio degli altri. Ma, come ebbe fine l′impero de′ greci, riuscì al pontefice romano troppo bene di abbassare tutti i patriarchi e tutti i metropolitani, e di renderseli interamente soggetti.

Eccoci oggimai arrivati col nostro ragionamento al sommo de′ patriarchi, che è il romano pontefice: e, giacchè a questo punto siamo, intendiamo noi di ragionare colla maggior brevità possibile, e con tutta la sincerità, dell′origine, de′ progressi, della potenza e dell′autorità del pontificato romano. Ma la storia che l′origine della sede di Roma riguarda è ripiena di oscurità, di incertezze e di favole, a tale segno che non si sa a che attenersi, e come poter uscire di tante tenebre. Imperocchè molti dotti uomini si sono persino messi a volerci a forza di osservazioni critiche e di argomenti storici dimostrare che il fondatore della sedia romana non fosse altramente quell′apostolo che comunemente si è creduto finora, cioè san Pietro, ma che altra meno illustre origine avesse quella Chiesa, pretendendo essi che san Pietro non sia stato a Roma giammai [144]. Ma noi non vogliamo lasciarci abbagliare dalle ragioni di costoro, le quali non possono reggere davanti all′autorità di tanti ecclesiastici scrittori [145] degli antichi tempi, i quali ci assicurano che san Pietro abbia predicato il Vangelo a Roma; dal che risulta una prova sì manifesta, che i più dotti protestanti non ardiscono di dubitare della verità di questo fatto [146]. L′unico male che nel racconto del viaggio fatto da san Pietro a Roma e delle cose da lui colà operate vi ha, si è che le circostanze di tale relazione in assai punti discordano dagli Atti degli apostoli, e che colla vera cronologia non convengono. Così, per cagione di esempio, raccontasi che s. Pietro fosse arrivato a Roma già nel secondo anno dell′impero di Claudio, quando all′incontro certa cosa è che solamente sotto il regno di Nerone abbia quell′apostolo cominciato a predicarvi il Vangelo [147]. Tutti i cattolici per altro tengono comunemente per fermo, e con essoloro il teniamo ancor noi, che san Pietro sia il fondatore della Chiesa romana. Qualche difficoltà potrebbe muovere taluno contro questa sentenza, col farci osservare che san Luca ci abbia data un′ampia ed accurata descrizione del viaggio di san Paolo a Roma, e che niuna ce n′abbia fatta di quello di San Pietro; dal che parrebbe doversi almeno argomentare che s. Paolo prima di san Pietro a quella città fosse pervenuto, e che però quell′apostolo, e non già san Pietro, fosse stato il fondatore della Chiesa romana. A questo dubbio potrebbesi aggiungere qualche peso col far vedere come sant′Ireneo ed Eusebio, ogniqualvolta essi si pongono a far menzione della fondazione della sede romana, sempremai premettono il nome di Paolo a quello di Pietro, per modo ch′ei sembra ch′essi abbiano voluto dare la preminenza a Paolo [148]. Ma questi sono dubbi leggieri, che da′ nostri già sono stati tostevolmente sventati.

Qualche maggiore oscurità vi ha intorno ai successori di san Pietro. Vuolsi che uno de′ primi fosse Clemente; ma egli è da temere ch′esso non fosse vescovo di Roma, perchè nelle sue lettere che ci rimangono ei non si chiama col nome di vescovo. Tra i primi successori di san Pietro mettonsi ancora Cleto ed Anacleto; ma v′è chi crede che Cleto ed Anacleto venisse chiamata una persona sola, e che niuna differenza vi sia in effetto tra questi due nomi. La medesima incertezza regna intorno all′estensione che avesse ne′ primi tempi la diocesi romana. Ma egli è tuttavia certo che la sede vescovile di Roma non istette guari a dilatarsi e ad acquistare della potenza e dell′autorità. Le cagioni di questi progressi si furono, primieramente, la cura che avevano i primi vescovi romani di collocare e consacrare de′ vescovi ne′ luoghi della campagna di Roma dove qualche moltitudine di fedeli si trovava, i quali vescovi poi, riconoscendosi creature del romano, ed avendo molto minore autorità, e poco numero di cristiani sotto la loro direzione, dovevano necessariamente, ed amavano ancora, di lor proprio grado, di vivere in una certa dipendenza da′ vescovi romani, la quale, come è cosa assai naturale, coll′andare del tempo si rendeva sempre maggiore. Secondariamente, il vescovo di Roma attiravasi il rispetto e la stima degli altri vescovi, per essere il successore degli apostoli Pietro e Paolo; per la qual cagione gli altri vescovi si studiavano di allontanarsi quanto meno potessero dalla dottrina, dalla disciplina e dalle tradizioni della Chiesa romana, e però spesso a′ suoi vescovi, per esserne in varii punti chiariti, costumavano di avere, ricorso. Ma la principale cagione della potenza ed autorità acquistata da′ vescovi romani si è lo avere essi avuto la ventura di essere vescovi di quella città la quale era la capitale di tutto il mondo. Grande era adunque, particolarmente per questo rispetto, già ne′ primi tre secoli l′autorità e la preminenza de′ romani pontefici; e tutti gli altri vescovi del mondo per la principale e più venerabile sede la riguardavano. Ma ciò però nonostante niun vescovo, trattone quelli che per la campagna romana erano dispersi e che alla sedia romana dovevano la loro origine, stava nella dipendenza del romano pontefice, e niuno per suo superiore o per suo giudice, ma ognuno solamente per il primo de′ vescovi, il riconosceva. Quindi i medesimi titoli che aveva il papa venivano comunemente adoperati dagli altri vescovi ancora. San Cipriano e Firmiliano, quantunque le loro Chiese non fossero state da alcun apostolo fondate, si chiamavano tuttavia successori degli apostoli [149]. Dionisio, parlando di Eracla, suo vescovo, gli dà il titolo di beatissimo papa [150]: ed il medesimo titolo venne ancora attribuito a san Cipriano da parecchi di quelli che gli hanno scritte delle lettere. Lo stesso clero romano, scrivendo a san Cipriano, lo appella « Beatissime, atque gloriosissime papa:» Sidonio Apollinare, lib. 6, ep. 1, scrivendo a Lupo vescovo nella Francia, gli dà il titolo di «Pater patrum, et episcopus episcoporum [151].» Tutta l′autorità e preminenza del papa si riduceva dunque ad essere il primo di tutti i vescovi cristiani. Questo viene apertamente confermato da una dottrina di san Cipriano [152], mentre, parlando del testo del Vangelo Tu es Petrus et super hanc petram etc., ci dice: «Loquitur Dominus ad Petrum: Tibi dabo claves regni coelorum; et quamvis apostolis omnibus post resurrectionem suam parem potestatem tribuat, et dicat sicut me misit Pater etc.; tamen, ut unitatem manifestaret, ejusdem originem ab uno incipientem sua auctoritate disposuit; hoc erant utique et caeteri apostoli quod fuit Petrus pari consortio praediti honoris et potestatis, sed exordium ab unitate proficiscitur.» Quest′opinione, che il papa non fosse che il primo de′ vescovi, e ch′egli non fosse nè loro giudice nè loro principe, fu sostenuta molto tempo dappoi, e, quando già era invalso un contrario costume, da s. Bernardo. Questo padre, scrivendo a papa Eugenio, non ebbe ribrezzo di dirgli: «Non es dominus episcoporum, sed unus ex ipsis [153]. » Ed altrove insegna egli al medesimo papa [154]: «Non enim tibi ille Petrus dare, quod non habuit, potuit: quod habuit, hoc dedit, sollicitudinem scilicet super Ecelesias. Numquid dominationem? Audi ipsum: non dominantes, ait, in cleris, sed forma facti gregis ex animo; et ne dictum sola humilitate putes, non etiam veritate vox Domini est in Evangelio: reges gentium dominantur eorum, vos autem non sic; planum est: apostolis interdicitur dominatus. Ergo tu, et tibi usurpare audes aut dominans apostolatum, aut apostolicus dominatum? Plane ab alterutro prohiberis, aut, si utrumque similiter habere velis, perdes utrumque…. Forma apostolica haec est. Interdicitur dominatio, indicatur ministratio? Quae commendatur ipsius exemplo legislatoris: qui sequutus adjungit: ego autem in medio vestrum sum, sicut qui ministrat: quis jam se titulo hoc in gloriam putat, quo se prior Dominus gloriae praesignavit? Merito Paulus gloriatur in eo dicens: ministri sunt; et ego: et addit, ut minus sapiens dico plus ego in laboribus plurimis, in carceribus abundantius, in plagis supra modum, in mortibus frequenter. O praeclarum ministerium!» Noi potremmo addurre parecchie altre testimonianze ed autorità, sì di santi padri come di antichi storici ecclesiastici, per dimostrare che il papa non è di ragione e che di fallo ne′ primi tre secoli non veniva tenuto per il superiore nè per il giudice di nessuno, ma soltanto per il primo de′ vescovi. Ma ciò è stato già ad evidenza da altri autori cattolici mostrato [155], e viene inoltre, da quello che abbiamo detto finora e che anderemo dicendo in appresso, viemaggiormente confermato. L′autorità del pontefice romano non si estendeva adunque in que′ primi secoli, e neppure nel quarto, fuori delle provincie suburbicarie di Roma, le quali erano appunto quelle che stavano sotto la ubbidienza del prefetto romano. Ciò vedesi chiaramente da un passo di Rufino [156]. Egli è vero che già in questi medesimi tempi diversi papi s′ingegnarono a lor potere di acquistarsi qualche sorta di superiorità sopra gli altri vescovi e metropolitani ancora; ma sul principio andò loro fallito questo disegno. I vescovi delle altre provincie seppero assai bene scansare questi primi colpi romani. Ed i vescovi della Gallia, della Spagna, e particolarmente quei dell′Africa e della Spagna, ebbero il coraggio e la saviezza di conservarsi indipendenti, anche ne′ tempi posteriori, laddove gli altri si erano già lasciati mettere addosso il giogo romano.

Dopo la conversione di Costantino Magno alla nostra cattolica fede cominciarono i vescovi romani ad avere le mani in tutti i più importanti affari della cristianità, giacchè gl′imperatori cristiani volevano anch′essi prendere parte in somiglianti faccende di grave momento, nella disamina delle quali volevano poi intendere prima di ogni altra cosa il consiglio del romano pontefice, siccome di quello che era il primo di tutti i vescovi. Da questa usanza, di essere il vescovo romano reso consapevole di ogni cosa d′importanza che fuori della sua diocesi avvenisse, sono poi nate le pretensioni dei medesimi vescovi, i quali quindi innanzi si diedero a sostenere che niuna Chiesa dovesse venire a qualche grande impresa se prima non ne avesse dato contezza al vescovo di Roma e non ne avesse ricevuto il suo consiglio [157]. Quando le controversie cogli Ariani principiarono a molestare la Chiesa cristiana, avvenne che sant′Atanasio fu dal partito Eusebiano condannato e dal suo vescovato deposto. Giulio, pontefice romano, scrisse allora a questa fazione una lettera, in cui egli, modestamente bensì, ma però molto li rimproverò perchè avessero osato di deporre Atanasio senza averne prima dato, secondo il costume, notizia alla Chiesa romana. La lettera non produsse, riguardo a quelli cui fu diretta, verun buon effetto: ma lo zelo che in questo affare degli ariani fu mostrato da Giulio impegnò tutti i vescovi che erano contrarii alla nuova dottrina a volersi in questa contesa lasciar ciecamente governare dal vescovo romano. Quindi gl′imperatori Costante e Costanzo, mossi da′ prieghi del papa, convocarono un Concilio a Sardica, dove il papa, per mezzo de′ suoi legati, seppe mostrare tanto ardore contro i nuovi eretici, e tanto guadagnarsi i cuori de′ vescovi colà congregati, che fu da essi nel canone terzo di quel sinodo stabilito che quando mai egli arrivasse che un vescovo venisse deposto (come in quella occasione era succeduto ad Atanasio, il quale poi fu dai padri di questo Concilio nella sua sede rimesso), e che tale vescovo credesse di essere stato condannato a torto, allora egli avesse la libertà di ricorrere a Roma e di portare la causa avanti il pontefice, il quale dovesse avere la ragione di esaminarla di bel nuovo o di commetterne la cognizione e decisione ai vicini vescovi che a lui piacesse di scerre a posta sua. I padri dissero che facevano un tale decreto in onore di san Pietro apostolo; ma l′onore ed il profitto si fu tutto dei pontefici romani, i quali da questo Concilio in qua sono stati riguardati  come giudici delle appellazioni; sotto il qual pretesto è venuto fatto a′ vescovi di Roma di attirare le più importanti controversie del mondo cristiano a Roma, di potersi riservare interamente la cognizione di certe altre cause, e di appropriarsi l′autorità di dispensare dalle leggi si umane che divine coloro che dalle forestiere contrade a loro per questo effetto s′addirizzassero. Quando morì Liberio papa, cioè quel medesimo il quale, col condannare sant′Atanasio che faceva contro gli ariani e che dal suddetto Concilio di Sardica era stato alla sua Chiesa richiamato, come pure col confermare per atto separato ed in tempo differente la medesima condanna, e col sottoscrivere un semi–ariano simbolo di fede [158], ci ha fatto manifestamente comprendere che i papi, non una sola, ma più volte, possono anche in materia di fede andare errati; dopo la morte, dissi, di papa Liberio, furono da due differenti fazioni eletti vescovi di Roma Ursicino e Damaso. Questa doppia elezione produsse tanto in Roma che fuori una grave discordia: imperciocchè la sede romana non era allora più il bersaglio delle persecuzioni nè un peso grave e molesto, ma era già divenuta una dignità cospicua, fruttifera e sommamente agiata. Quindi ognuno ne faceva gran caso, e studiavasi di poter giugnere a sì alto grado, al quale chi era pervenuto non aveva ornai più bisogno di andare a piedi, ma costumava di passeggiare in pompose carrozze, e fare una lauta mensa e di solenni stravizzi, e di eguagliare in tutte le altre cose la magnificenza, il lusso e la voluttà degli imperatori medesimi [159]. Gravi furono adunque e di lunga durata le risse e le fazioni per cotesta discorde elezione. Ma alla fine Damaso ebbe la sorte di guadagnarsi per siffatta maniera i ministri dell′imperatore Valentiniano, che questi confermò l′elezione di Damaso e rigettò quella di Ursicino. Ma ciò non bastò; imperocchè l′imperatore, nel medesimo tempo ch′ei confermò Damaso, fece ancora una legge, la quale è l′ottava del cod. Teodos. tit., in vigor della quale viene al vescovo di Roma attribuita l′autorità di esaminare e giudicare le controversie degli altri vescovi. E benchè questa legge ci faccia ad evidenza conoscere che il papa non dovesse prima avere avuto questa ragione, essa servì tuttavia ad aggrandire oltremodo l′autorità e potenza pontificia. Posciachè, essendo essa seguita non guari dopo il decreto del Concilio di Sardica, venne quella ad aggiugnere a questo un grandissimo peso. Nondimeno però le Chiese dell′oriente e quelle delll′Africa nell′occidente poco o niun rispetto mostrarono sempre tanto al decreto del Concilio quanto alla legge di Valentiniano, poichè mai non si vollero piegare a riconoscere per loro superiore e giudice il vescovo romano. Damaso cercò intanto di poter trarre ogni vantaggio possibile dalla bontà degli imperatori greci, e dalla venerazione che alla sua sede portavano parecchi vescovi, e particolarmente gl′italiani. Nella Chiesa di Antiochia era nata una fiera discordia per cagione della dignità vescovile, alla quale aspiravano nel medesimo tempo Paolino e Melezio, pretendendo ognuno di essere egli solo legittimo vescovo di quella Chiesa. L′imperatore Basilio bramava che il papa vi si volesse frapporre come mediatore: ma Damaso all′incontro non voleva essere meno che giudice di questa causa [160]; perlocchè egli ne fu dall′imperatore aeremente ripreso [161]. Nelle controversie che nacquero per cagione dello scisma de′ Donatisti procurò Damaso di potere in ogni occasione esercitare la sua autorità; ed essendo stato sovente dalla resistenza altrui in tali sue imprese impedito, egli operò cotanto che i vescovi d′Italia si portarono a supplicare l′imperatore Graziano perchè egli volesse far dar esecuzione alla summentovata legge che in favore del vescovo romano aveva pubblicata Valentiniano suo padre, perchè i vescovi donatisti non si potessero opporre alle sentenze pontificie, ma si dovessero a quelle interamente sottomettere, riconoscendo per legittimo il tribunale del papa [162] . Questo medesimo papa fu il primo cui cadesse nell′animo di creare dei vicari pontificii, i quali servissero a mantenere ne′ lontani paesi la reputazione, la potenza e l′autorità della sede romana. Egli ne fece uno a Tessalonica, il quale dovesse avere l′ispezione in nome del papa sopra tutte le Chiese dell′illirico occidentale [163]. Questa invenzione del fare vicari apostolici fu approvata e praticata dai suoi successori ancora, i quali, riconoscendo il vantaggio grande che ne veniva alla sede romana dal mantenere nelle rimote contrade di quelli che avessero la cura di sostenere e dilatare la potenza pontificia, convertirono alla fine cotesti vicari in legati, con attribuire loro una molto maggiore autorità anora che non avevano prima avuto i vicari.

Siricio seguitò le pedate di Damaso, ed Anastasio quelle di amendue i suoi antecessori. Ad Anastasio succedette Innocenzo I. Questi non si contentò di andare dietro alle traccie che gli avevano fatte Damaso, Siricio ed Anastasio; ma egli volle avanzarsi in questo cammino molto più oltre di loro. Egli fu adunque il primo che ardì di sostenere apertamente e senza veruna circuizione di parole come la Chiesa romana fosse sola veramente apostolica, come tutte le altre Chiese del mondo dovessero essere a quella subordinate e da essa dipendenti, come niuna cosa di niun momento si potesse in niuna Chiesa intraprendere senza che se ne fosse prima data contezza al vescovo romano, e come ogni Chiesa cattolica avesse da regolarsi secondo la dottrina, la disciplina e le tradizioni della Chiessi romana, confermando che tutto ciò non per alcuno stabilimento e costume umano, ma per divino comandamento, fosse alla Chiesa di Roma dovuto [164].

Ad Innocenzo tenne dietro nella sedia di Roma Zosimo, uomo egualmente ambizioso, ma molto più impetuoso e violento del suo antecessore, come troppo manifestamente devesi argomentare dalla condotta ch′egli tenne prima nelle controversie nate per l′eresia di Pelagio, e poi nelle discordie che furono prodotte nella Gallia per cagione del diritto di metropolitano che i vescovi di Arles e di Vienna ognuno per sè pretendevano sopra la provincia di Narbona e di Vienna. Egli depose in quest′occasione Proculo, vescovo di Marsiglia, dalla sua dignità di metropolitano; egli scomunicò tutti i vescovi che tenevano con Proculo, ed egli si avanzò finalmente a condannare con alterigia e con gran disprezzo gli atti del Concilio di Torino, il quale aveva fatto la sua decisione in questa contesa. I vescovi della Gallia e quei dell′Africa rimasero sorpresi del furore che in ogni sua cosa mostrava il papa, e, lungi dal prestargli ubbidienza veruna, essi se gli opposero costantemente. L′istesso fu fatto da Proculo, il quale, non ostante la sentenza di deposizione e la scomunica contro di lui pronunciata dal papa, si rimase pacificamente nella sua sedia vescovile fino al tempo della sua morte.

Ecco come in un sol secolo si è cangiato l′aspetto delle cose. Noi abbiamo veduto che fino al quarto secolo i papi non avevano potuto aumentare gran fatto la loro autorità e superiorità sopra le altre Chiese del mondo. Ma appena siamo noi giunti verso la fine del secolo quinto, che troviamo la Chiesa romana colma di ricchezze e di una grande potenza ed autorità fornita. I vescovi romani hanno in questo mezzo ottenuto dagli imperatori di poter essere giudici degli altri vescovi: essi hanno cominciato a pretendere che si debba poter appellare avanti il loro tribunale in cause ecclesiastiche le quali fossero state giudicate altrove: essi crearono vicari apostolici sopra Chiese che da loro non avevano prima da dipendere in nissuna maniera: essi si diedero a voler essere giudici là dove erano solo richiesti per essere mediatori ed amichevoli compositori: essi vollero essere ragguagliati di tutte le faccende di importanza che nelle altre Chiese potessero mai avvenire: essi si studiarono di far ricevere le dottrine, i costumi e le tradizioni della loro Chiesa a guisa di apostolici precetti da tutte le altre cattoliche Chiese: essi si misero a vantarsi che la sedia romana per divina istituzione sia superiore e giudice di tutte le altre: essi osarono scomunicare tutti coloro che alle loro decisioni ed ordinazioni si andavano opponendo: essi deponevano e creavano metropolitani a posta loro: essi finalmente s′ingegnarono tutti di sostenere le usurpazioni de′ loro antecessori, e di acquistarsi ciascuno da per sè dei nuovi diritti che la Chiesa romana non avesse prima avuto giammai.

I successori de′ papi mentovati fin qui seguitarono le medesime massime de′ loro antecessori; giacchè niente è più facile che di stare ed avanzare ancora in quel cammino che da altri già sia stato ritrovato e per qualche maniera renduto agevole e praticabile. Veggasi nella collezione dei Concilii dell′Arduino con quali nuove pretensioni abbia ardito di venire innanzi Bonifacio [165] successore di Zosimo: veggasi nelle lettere di Celestino come egli siasi adoperato per seguitare le pedate di Bonifacio suo antecessore [166]: veggasi finalmente appresso il medesimo Arduino [167] come san Leone I siasi insegnato di stabilire con nuove arti e con nuovi mezzi l′autorità, la potenza e la superiorità della sede apostolica sopra tutto il rimanente delle Chiese cristiane. Questi fu il primo che creò de′ legati a latere, i quali da lui furono spediti al Concilio di Calcedonia, dove per consenso dell′imperatore medesimo occuparono il primo posto, e quasi a bacchetta in tutte le faccende del Concliio a nome del papa governarono. Essendo adunque per così varie vie riuscito a′ papi di soggiogarsi la maggior parte de′ vescovi di quasi tutta la cristianità e di poter dominare ne′ Concilii, egli parve a papa Gelasio essere tempo di tentare un′altra impresa ancora maggiore delle prime, la quale si fu questa di voler dichiarare il pontefice romano superiore degl′imperatori, i quali fino allora erano sempre stati da′ medesimi papi riconosciuti per loro giudici e per loro signori. Egli intraprese adunque di scrivere una lettera all′imperatore Anastasio, nella quale, fra una centinaia di complimenti e di cerimonie, egli gli scrive come l′imperatore dovrebbe pure assai bene sapere che due potestà hanno da governare il mondo, una spirituale, e temporale l′altra: ma che quella è superiore e maggiore di questa; e che però agli imperatori tocca di ubbidire nelle cose della Chiesa alla potestà spirituale [168]. Gli imperatori avevano per lo addietro sempre costumato, come si è fatto vedere di sopra, di far diverse leggi per il regolamento della ecclesiastica disciplina e per il governo del clero e de′ vescovi: ma ora è caduto a Gelasio nell′animo di dover pretendere che gl′imperatori abbiano da osservare le leggi del clero. Il medesimo papa scrisse ai vescovi di Dardania che la Chiesa romana, siccome sede dell′apostolo san Pietro, ha la ragione di giudicare tutte le altre Chiese; ma che per lo contrario il vescovo di quella non può essere giudicato da nessuno. Il che si legge nella medesima lettera di Gelasio presso l′Arduino nella sua Collezione de Concilii tom. 11, pag. 908. Lungo sarebbe il riferire qui tutti gli sforzi e tutte le arti che hanno messo in opera gli altri seguenti papi per stabilire viemaggiormente, per ampliare e per estendere la loro autorità tanto sopra i vescovi che a loro già sottomessi si erano, come sopra quelli che non avevano ancora voluto riconoscerli per loro giudici e superiori.

Noi trascorreremo adunque fino a Gregorio Magno, degno e virtuoso pontefice, che di molte e di grandi virtù possedeva, ma che contuttociò non ha tralasciato di abbracciare tutte le occasioni di poter abbassare gli altri vescovi, di renderseli soggetti, e di estendere oltre il dovere la sua spirituale potenza. Il patriarca di Costantinopoli costumava di onorarsi col titolo di vescovo universale della Chiesa. Questa tentazione venne a quei patriarchi per la cagione ch′essi avevano la loro sede nella città che allora era la capitale di tutto il mondo, e che sembrava dover aver la precedenza sopra di Roma medesima, perchè in questa non risiedeva ormai più veruno imperatore. San Gregorio all′incontro aveva un grandissimo abborrimento per un titolo siffatto, che egli reputava per troppo ambizioso e sconvenevole per qualsisia vescovo della cristianità. È pregio dell′opera di leggere quelle sue lettere nelle quali egli si pone a detestare un titolo di questa fatta [169]. Egli dice che questo è un titolo da anticristo, che chi lo adopera deve essere il precursore di Anticristo, e che chi lo approva non può essere che un infedele. « Cosa risponderai (scriv′egli al patriarca di Costantinopoli) a Gesù Cristo che è l′universale e comune capo della Chiesa, se tu, coll′arrogarti il titolo di vescovo universale, ti studi di assoggettarti tutti i di lui membri? Chi credi tu d′imitare con questo tuo mascherato titolo, se non che colui il quale tentò di sollevarsi sopra legioni di angioli, e che voleva collocare la sua sede sopra le stelle di Dio alle quali tu t′ingegni di anteporti?» Egli comandò a′ suoi legati che aveva in Costantinopoli, che dovessero vedere di muovere l′imperatore a voler comandare al patriarca costantinopolitano che dovesse tralasciare questo da lui chiamato empio, temerario, maledetto ed infernale titolo, e che in caso contrario essi legati dovessero separare della Comunione della  Chiesa, romana l′ostinato patriarca. Ma ogni cosa fu indarno. L′imperatore Maurizio non se ne volle pigliare verun fastidio: ed i patriarchi di Costantinopoli continuarono a farne uso per qualche pezzo di tempo. San Gregorio all′opposto inventò per sè un altro titolo non prima usato da′ papi, cioè di chiamarsi Servo de′ servi di Dio, ad intendimento di svergognare il patriarca di Costantinopoli e di umiliarne l′orgoglio. I papi suoi successori imitarono l′esempio di san Gregorio in usar quel titolo, e proseguirono ad appellarsi servi de′ servi di Dio; ma, in quanto a′ fatti, essi vollero essere tenuti per vescovi universali di tutta la Chiesa. Ma questo santo papa, che mostrò tanto zelo contro chi affettava di rendersi superiore degli altri vescovi, non ebbe veruno scrupolo di volersi assoggettare i vescovi britanni, i quali fino allora erano sempre stati indipendenti dalla Chiesa romana. A quest′effetto spedì egli in Inghilterra il monaco Agostino con diversi altri missionarii affine di far bandire il Vangelo agli anglosassoni, i quali, come furono convertiti, dovettero insieme col loro nuovo clero e con i vescovi della Britannia passare sotto la ubbidienza del papa, che vi delegò in nome suo il suddetto monaco Agostino. Il medesimo tentò Gregorio di fare anche coi vescovi della Spagna, sotto pretesto di essere il capo di tutta la Chiesa: il che viene a significare lo stesso che vescovo universale, titolo da questo papa cotanto in altra occasione abborrito. Ma i vescovi spagnuoli si mantennero ancora per qualche tempo, non già tutti nè in ogni cosa, ma tuttavia generalmente indipendenti.

Uno de′ più bei mezzi onde si servì Gregorio per ridurre sotto l′ubbidienza della romana Chiesa i vescovi forestieri, si fu quello del conferire loro il pallio. Il pallio, ossia il manto arcivescovile, era una volta un vestimento che gl′imperatori cristiani permettevano di portare a que′ vescovi cui volevano accordare qualche particolare onore. Questa onorifica dimostrazione fu del tutto ignota nella Chiesa cattolica fino al tempo del Concilio di Calcedonia, comecchè altri ingegnati si siano di far vedere che un tale uso avesse una più antica origine. Sul principio non veniva data la permissione di portare il pallio se non che ai vescovi di Roma e di Costantinopoli. Ma col tempo s′introdusse il costume che questi due patriarchi potessero distribuire essi medesimi il pallio ad altri vescovi minori di loro; al che tuttavia richiedevasi una espressa licenza dell′imperatore ogniqualvolta uno di questi patriarchi voleva fare un tal onore a qualche altro vescovo. Così, quando Zosimo, Simmaco e Vigilio spedirono il pallio ai vescovi di Arles, essi non mancarono di assicurarli, nelle loro lettere con le quali lo accompagnarono, che lo mandavano dopo averne prima ottenuto il consenso dello imperatore [170]. Ma Gregorio Magno volle tentare il primo d′inviare altrui il pallio senza curarsi più della licenza imperiale. Egli lo mandò adunque di sua propria autorità al vescovo di Arles, e nel medesimo tempo intese egli di conferirgli per questo modo l′autorità di vicario apostolico nella Gallia: il che da ciò devesi argomentare, che, dopo averne fatta la spedizione, esso papa scrisse al summentovato Agostino missionario della Britannia, ch′egli non dovesse più esercitare il ministero di legato apostolico nella Gallia, poichè da lui era già stato conferito il pallio al vescovo di Arles [171]. I successori di Gregorio, avendo osservato che la distribuzione del pallio riduceva coloro che desideravano un tale onore ad essere fedeli servi, anzi schiavi dei pontefici, obbligarono ogni arcivescovo a doverlo dimandare, facendo una legge che niun arcivescovo potesse esercitare il suo uffizio prima di avere ricevuto il pallio. Ma egli non bastò a′ papi di rendersi per questo modo viemaggiormente soggetti i metropolitani delle forestiere provincie; ch′essi vollero ancora poterne cavare delle immense somme di denaro: e per questa cagione fecero uno stabilimento: che chiunque avesse bisogno del pallio dovesse pagare alla corte una certa tassa secondo la rendita della sua Chiesa [172].

A san Gregorio succedette Sabiniano, uomo avaro, e gran dispregiatore del suo antecessore. Dopo questo fu eletto pontefice Bonifazio, che era uno de′ maggiori favoriti del crudelissimo imperatore Foca. Non ebbe adunque questo pontefice a sostenere gran fatica per impegnare Foca che volesse comandare al patriarca di Costantinopoli di astenersi dal titolo di vescovo ecumenico. L′imperatore non solo obbligò il patriarca a non servirsi più di tale titolo, ma egli lo conferì al pontefice romano, che da questo non con isdegno (come aveva prima di lui fatto Gregorio inverso Eulogio vescovo di Alessandria che glie lo aveva voluto dare) ma con riverente e grato animo e con sommo piacere fu ricevuto [173]. I successori di Bonifacio seguirono lo esempio de′ loro antecessori, cioè di non perdere mai alcuna occasione nella quale potessero sollevare l′autorità della sedia romana e sottoporsi que′ vescovi e que′ metropolitani che mostrassero tuttavia di non volersi piegare sotto il giogo romano. Ma sopra tutti gli altri papi fortunato fu Gregorio II, cui riuscì di tirare sotto la sua ubbidienza i vescovi della Germania, i quali prima non conoscevano il papa se non che per la reputazione della sua Chiesa, dalla quale essi per altro si erano fino allora conservati indipendenti. L′istromento di cui papa Gregorio si servì per effettuare quest′opera si fu Bonifazio, la cui fama è celebre per essere egli comunemente chiamato l′apostolo della Germania. Costui fu dichiarato vicario apostolico per tutta la Germania, nella quale egli aveva prima fatto l′ufficio di missionario e di predicatore non solamente del Vangelo, ma sippure della dignità, deiraùtorità e dell′infallibilità pontificia. Il papa, non contento di queste certissime prove che Bonifazio aveva già dato del suo grandissimo zelo per il bene ed aumento della Chiesa romana, volle ancora ch′egli giurassi di esserle per sempre fedele, e di procurare che ogni altra persona si unisse e si rendesse parimenti soggetta all′apostolo san Pietro ed a Gregorio II e suoi successori [174]. Bonifazio mantenne maravigliosamente la fede da lui a Gregorio prestata: imperocchè egli, diede costantemente opera a fondare delle nuove Chiese, a piantare delle nuove sedi vescovili, ed a poter persuadere ed assicurare i popoli della Germania che il papa è il giudice supremo di tutti i vescovi, ch′egli soprasta a tutti i principi della terra per rispetto allo spirituale, e che ognuno è tenuto di prestargli nelle faccende ecclesiastiche una cieca ubbidienza [175].

Ma fin qui i papi non avevano atteso ad altro che ad aggrandire e portare in alto la loro potenza spirituale, come si è potuto osservare da quello che si è detto finora. Niun passo non avevano essi ancora fatto e niuna diligenza non era da loro per anche stata usata per potersi ancora acquistare una potenza, un impero ed un principato secolare. Essi avevano bensì rammassato di grandi ricchezze, come noi abbiamo osservato altrove; ma al farsi principi non avevano ancora pensato giammai. Gregorio II e III furono quelli ai quali un tal pensiero è per gran ventura della Chiesa romana caduto nell′animo. I romani pontefici erano finora stati sempre sotto l′ubbidienza degli imperatori sì romani che greci. Noi l′abbiamo in varii luoghi di questa nostra opera per diversi esempi provato. San Gregorio Magno medesimo, scrivendo agli imperatori greci, confessò di essere loro suddito e servitore. Veggasi in questo proposito la sua epist. 62, lib. 2. I papi non potevano essere consacrati e non era loro lecito di esercitare niuna funzione pontificale prima di avere spedito a Costantinopoli un′ambasciata per essere approvati e confermati dagl′imperatori loro sovrani [176].

Quando il mentovato san Gregorio Magno fu eletto pontefice, premendogli forte di poter rimanersi sacerdote privato, scrisse egli a Maurizio imperatore una lettera nella quale ei lo supplicava che non volesse approvare la sua elezione coll′imperiale consenso [177]. Maurizio che aveva avuto contezza delle ottime qualità dell′eletto non volle compiacerlo di questa sua domanda, e lo confermò contro sua voglia. Il dotto abate Muratori arreca ne′ suoi Annali diversi chiarissimi ed incontrastabli fatti, da′ quali viene ad evidenza provato che i papi sono sempre stati, fino verso la fine dell′ottavo secolo sudditi degli imperatori occidentali ed orientali, e che su di ciò non n′era fino allora mai nata quistione nè contesa veruna.

Toccò adunque ai due pontefici Gregorio II e III la bella sorte di poter scuotere il giogo de′ loro legittimi ed indubitati sovrani. Leone Isaurico imperatore, avendo osservato l′abuso che si faceva al suo tempo del culto delle immagini, prese per partito di porre rimedio a questo disordine collo schiantarne la radice medesima. Quindi egli determinò di volere abolito del tutto non solo il culto, ma eziandio l′uso delle immagini: e, dopo avere su di ciò dati i suoi ordini in oriente, mandò egli il medesimo comando al suo esarca che risiedeva in Ravenna, perchè questi la sua volontà tanto in Roma come in tutto il rimanente dell′Italia all′impero greco soggetta facesse puntualmente eseguire. L′esarca ed il governatore di Roma erano del tutto discosti a pubblicare gli ordini del loro padrone: ma papa Gregorio II avendone avuto per tempo sentore, e detestando la risoluzione presa dall′imperatore, ebbe tempo di renderne avvisato il popolo, il quale si levò a romore; e tanto fu operato sì dal popolo col minacciare come dal papa col valersi di sua autorità, che non ci fu verso di poter pubblicare gl′imperiali comandi. Leone Isaurico, essendo stato della condotta del pontefice da′ suoi ministri ragguagliato, di tanto furore si accese, che si pose a rinnovare con la minaccia di pene molto maggiori il primo ordine suo, e lo accompagnò con lettere dirette al pontefice, il quale, secondo il sentimento di molti, era già Gregorio III succeduto al secondo del medesimo nome non molto prima passato all′altra vita. In queste lettere l′imperatore rimproverò forte il pontefice, e molto lo minacciò se non si piegasse a prestargli la dovuta ubbidienza. Il papa, che vedeva essere l′imperatore troppo lungi da Roma, che sapeva come i frati orientali avevano per questa medesima cagione già sollevata contro Leone buona parte del popolo, che conosceva la passione dei romani per il culto delle immagini e la loro furiosa rabbia contro il loro sovrano per questo suo nuovo divieto, e che in somma comprendeva ogni cosa, essere favorevole per lui e contraria all′imperatore, fece a questo una ardita risposta, ridendosi delle sue minacce, e protestando di volere ad ogni modo mantenere il culto de′ santi. Egli vi frammischia tra gli altri anche questo scherno. « Io non ho (dic′egli) da allontanarmi se non che di ventiquattro stadii dalla città di Roma, che io ne sarò tosto fuori dei vostri Stati.» Da questo si scorge che il papa, benchè si fosse qui messo a dileggiare l′imperatore, riconosceva tuttavolta di essere suddito suo e che Roma ancora gli fosse soggetta. Nel medesimo tempo si diede egli ad esortare i romani perchè non abbandonassero le immagini e non si lasciassero voltare dalle minacce dell′imperatore o de′ suoi ministri. Tutta la gente romana e tutti i popoli d′Italia ne concepirono tanto sdegno e furore, che, sollevatisi, misero a morte diversi ministri imperiali, e proposero di eleggere un nuovo imperatore, di levare delle truppe e di portarsi ad assediare con esse la città di Costantinopoli. Papa Gregorio, che già sicuro era di poter coll′aiuto di sì furiosa gente mandare ad effetto i suoi desiderii, fece sembiante di volersi adoperare per calmate la sedizione, affinchè non potesse venire da altri tacciato di avere egli medesimo acceso questo fuoco e che non si fosse ingegnato di spegnerlo per mezzo della sua autorità che molto valeva nel popolo. Ma mentre da un lato egli operava così, dall′altro egli andava facendo copertamente tutto il contrario. E, tra le altre cose ch′egli intraprese, propose al popolo che esso giudicasse se fosse ben fatto di non ispedire più all′imperatore greco quei tributi che gli italiani gli dovevano annualmente pagare, acciocchè i sovrani non se ne potessero servire a malvagi usi, e particolarmente a distruggere per via di larghe donazioni il culto delle immagini. Piacque al popolo la proposizione del papa, e fu risolto di comune consentimento di non pagar più all′imperatore tributo veruno. Il pontefice, che già si figurava ciò che ne poteva nascere, si pose dal suo canto ad alzare le mura di Roma perchè non potesse venire così di leggieri sorpresa nè assediata; e mandò nel medesimo tempo delle somme di denaro a varie città d′Italia, perchè ancora esse si potessero al pari di Roma fortificare e rendere capaci di sostenere un assedio.

Luitprando re de′ longobardi, veggendo gli animi degl′italiani alterati contro il loro sovrano, pensò di trarne profitto, e, dichiarandosi protettore delle immagini, entrò colle sue truppe in varie città sottoposte al greco impero, sotto pretesto di volerne difendere gli abitanti contro le violenze degl′imperiali ministri. Ma la vera sua mira si era di occuparle per se medesimo e di rendersene padrone; il che era già da gran tempo sempre stato il disegno de′ re longobardi. Papa Gregorio, uomo accorto e prudente, si avvide subitamente del proponimento del re Luitprando, e conobbe ottimamente qual fosse il vero fine della difesa delle immagini ch′egli aveva abbracciato. Laonde esso pontefice si adoperò col duca di Venezia, cui erano parimente appieno manifeste le mire del re longobardo, e con gli altri popoli d′Italia, perchè si opponessero a′ suoi disegni e gli facessero guerra. Poichè, se così  non avesse operato Gregorio, non gli avrebbe giovato a nulla il cavarsi dall′ubbidienza dell′imperatore greco, quando nello stesso tempo egli avesse dovuto insieme colla sua Chiesa mettersi sotto il dominio de′ longobardi, i quali, per essere in Italia e vicini a Roma, avrebbero potuto farsi rispettare ed ubbidire da′ romani pontefici molto meglio che non era venuto fatto agl′imperatori greci, siccome quelli che troppo erano discosti da Roma. Luitprando, che per tempo s′accorse dei maneggi del papa e delle brighe che costui gli cagionava, dopo essersi impadronito di alcune città del greco impero, andò colla sua armata dritto a Roma. Questa città era allora ancora sotto l′ubbidienza dell′imperatore orientale, il quale vi manteneva un suo governatore. Ma siccome questi, per cagione della riferita controversia delle immagini, aveva già perduto in Roma ogni credito ed ogni potere; così tutta l′autorità era stata nel pontefice romano trasferita, ed a lui solo amava omai il popolo di ubbidire. Laonde Gregorio, veggendo prossimo il pericolo di dover cadere nelle mani de′ longobardi, e non potendosi bastevolmente fidare delle forze degl′italiani, si mise a scrivere delle lettere a Carlo Martello, il quale, benchè non fosse che maggiordomo del re di Francia, era tuttavia assai più riputato e più potente nel regno che il re medesimo per supplicarlo che volesse correre all′aiuto di Roma e della Chiesa apostolica. In ricompensa di che egli gli prometteva di conferirgli il patriziato di Roma e la dignità di console onorario. Dalla quale promissione deve ognuno comprendere che il papa era già divenuto ribelle dell′imperatore d′oriente, poichè così fatte dignità non già da un suddito, ma dal sovrano medesimo avrebbero dovuto essere compartite. Carlo Martello non prestò orecchio alle suppliche di Gregorio, ma egli si maneggiò nulladimeno presso Luitprando perchè questi volesse abbandonare l′assedio di Roma; il che di fatto seguì, essendosi il re longobardo ritirato a Pavia.

Papa Gregorio III, l′imperatore Leone e Carlo Martello morirono tutti in un anno, cioè nel 741. A Gregorio succedette Zaccaria; e Pipino, figlio di Carlo Martello, si conservò il posto, la dignità, la potenza e l′autorità che nel regno di Francia aveva avuto suo padre. Ma Pipino non si contentò di essere in effetto re di Francia; ch′egli volle ancora averne il titolo. Quindi, intesosi con papa Zaccaria, e volendo parere davanti al popolo di operare con tutta la ragione e giustizia, spedì a Roma un′ambasciata per far dimandare al pontefice quale di queste due cose fosse più giusta e ragionevole; cioè, se questa, che colui dovesse essere re di nome e di fatti il quale in effetto portasse tutto il peso del governo; o seppure quest′altra, che re avesse da rimanere quello il quale, senza pigliarsi la menoma cura del regno e de′ sudditi suoi, altro non portasse che il nome di re. Il papa, che conosceva la potenza di Pipino, e che già prevedeva quanto da lui aveva ragione di sperare, non esitò punto a pronunziare in favore di Pipino; per la qual cagione n′avvenne poi che Childerico III fu deposto per ordine degli Stati di Francia, e che fu messo sul regio trono Pipino suo maggiordomo. Non istette guari Pipino a rendere alla cattedra di san Pietro il merito del beneficio da essa ricevuto. Imperciocchè, avendo Astolfo re de′ longobardi posto l′assedio davanti a Roma, di cui egli voleva ad ogni modo farsi padrone, papa Stefano implorò l′aiuto del nuovo re di Francia, il quale mandò degli ambasciatori al re longobardo e l′obbligò a levare l′assedio. Ma poco dopo avendo Astolfo trovato nuova materia d′invadere lo Stato romano, papa Stefano portossi egli stesso in Francia, ed operò tanto presso a Pipino, che questi corse in suo aiuto, e ridusse per la forza delle armi il re Astolfo a dovergli promettere di restituire lo esarcato di Ravenna all′imperatore di oriente, e di cedere al papa quelle città che Adolfo aveva preso nella Romagna.

Non devesi qui tralasciare di fare una riflessione sulla condotta del papa, il quale, benchè fosse ancora suddito dell′imperatore greco, e che tutto lo Stato romano appartenesse di ragione all′impero orientale, si lasciò tuttavia cadere nell′animo di voler voltare la sua soggezione in dominio, e di farsi signore di città a spese e danni del suo legittimo padrone, cui egli intendeva di spogliare di quelle città, per farsele concedere a se stesso ed alla cattedra di san Pietro. Ma Astolfo non mantenne la fede ch′egli aveva data: poichè, sì tosto come Pipino fu ritornato col suo esercito in Francia, il re longobardo si diede a ricominciare le ostilità di prima. Stefano, vedendosi per questa maniera ingannato nella sua ferma speranza che aveva concepito di poter divenire un principe secolare, scrisse due lettere di seguito al re Pipino, nelle quali ei gli significa le nuove ostili imprese del re Astolfo, e lo scongiura nel nome di Gesù Cristo, della Beata Vergine Maria, e particolarmente dei santi apostoli Pietro e Paolo, a voler correre in aiuto dell′apostolica sede, assicurandolo che, s′egli desse ascolto a′ suoi prieghi, san Pietro gli aprirebbe sicuramente le porte del paradiso perchè vi potesse entrare un dì a godere l′eterna salute, e che di grandi ed infiniti benefizii anche in questo mondo colmerebbe tanto il re che la sua famiglia, i suoi successori e tutta la sua nazione: ma che nel caso contrario il medesimo san Pietro, vedendosi in così funeste circostanze derelitto, lo abbandonerebbe certamente anch′egli dal canto suo, e, senza prestargli alcun bene in questa vita terrena, lo lascierebbe poi ancora andare nell′altra ad eterna perdizione. In queste lettere il re Astolfo e tutta la sua nazione vengono descritti per perfidi, per assassini, per brutali, per scellerati e per  infedeli, quantunque tutta la loro empietà, scelleratezza ed infedeltà in altro non consistesse che nel non voler permettere che il papa potesse insignorirsi di Roma e di tutto lo Stato romano, il quale partito si era già preso nella santa sede dal tempo di papa Gregorio II in qua, e non si era ancora per la malvagità di cotesti maledetti longobardi potuto menare a compimento. Poco giovarono queste lettere per ottenere da Pipino il bramato soccorso. Quindi s′avvisò papa Stefano di mettere in opera un altro stratagemma di nuova invenzione per impegnare il re di Francia a venire in aiuto della vacillante sede romana. Questo si fu di fingere una lettera e di comporla in guisa come se venisse scritta al re di Francia dallo stesso apostolo san Pietro. Questa lettera incomincia con questa iscrizione: «Petrus vocatus apostolus a Jesu Christo Dei vivo Filio, qui ante omnia secula cum Patre vivens in unitate Spiritus Sancti in ultimis temporibus pro nostra omnium salute incarnatus, et homo factus, nos suo redemit pretioso sanguine per voluntatem paternae gloriae, quemadmodum per sanctos suos destinavit prophetas in Scripturis sacris, et per me omnis catholica et apostolica romana Ecclesia caput omnium Ecclesiarum Dei ipsius Redemptoris nostri sanguine supra firmam fundata petram, atque ejusdem almae Ecclesiae Stephanus praesul gratia, pax, ac  virtus ad eruendum eamdem sanctam Dei Ecclesiam, et ejus romanum populum mihi commissum de manibus persequentium plenius ministretur a Domino Deo vestro vobis viris excellentissimis Pipino, Carolo et Carolomano tribus regibus, atque sanctissimis episcopis, abatibus, presbyteris, cunctis religiosis monachis, verum etiam ducibus, comitibus et cunctis generalibus exercituum, in populo Franciae et commorantibus.» Nel principio poi della lettera si dichiara san Pietro, ch′egli vuole che il re, tutti i suoi baroni, tutti i prelati del Regno, e tutta la nazione abbiano da tenere per fermo ch′esso parla con loro personalmente, ch′ egli è davanti a loro corporalmente presente, e ch′egli li scongiura tutti di uno in uno, re, baroni, vescovi, prelati, monaci, preti, sudditi, e tutto finalmente il popolo francese. L′apostolo li assicura che la medesima supplica viene loro pure fatta dalla Beata Vergine medesima e da tutti i cherubini e serafini del paradiso. Finalmente conchiude l′apostolo, che, se esso re e la sua gente verranno in aiuto della sua cattedra, egli li farà star bene su questa terra, ed aprirà loro, morti che saranno, le porte del paradiso: ma che, se per l′opposto essi non si cureranno di recargli il desiderato soccorso, egli per particolar grazia ottenuta espressamente da Dio li renderà afflitti in questo mondo e li manderà all′inferno nell′altro. Questa lettera spedita dal cielo, scritta dal primo degli apostoli, accompagnata dalle calde suppliche di tutta l′ecclesiastica gerarchia, e distesa con tanto ardore, non potè mancare di produrre tutto quell′effetto che si bramava. Pipino volò al soccorso della cattedra di san Pietro, e costrinse colla forza delle armi Astolfo a dover consegnare al papa ventidue città, delle, quali Pipino fece un donativo alla sede romana in onore de′ santi apostoli Pietro e Paolo. In questa guisa fu mandato ad effetto il disegno che avevano formato i papi di voler divenire signori e padroni di città e di provincie. Egli è ben da figurarsi che i re longobardi non avrebbero potuto sopportare lunga pezza, con animo tranquillo la perdita di tante città. Quindi Desiderio, successore di Astolfo, tornò sotto varii pretesti ad invadere quelle terre che il suo antecessore aveva dovuto abbandonare alla Chiesa di Roma. Intanto era morto Pipino, e gli era succeduto nel regno Carlo suo figlio, che poi divenne imperatore ed è famoso sotto il nome di Carlo Magno. Adriano papa, vedendosi ridotto alle strette da Desiderio, ebbe ricorso al re Carlo; questi venne con una grossa armata in Italia, e gli venne fatto, dopo qualche tempo, di vincere Desiderio, ch′egli obbligò di serrarsi nel monastero di Corbia in Francia, e si sottomise tutta la nazione longobarda. Ciò fatto, confermò anzi amplificò Carlo Magno la donazione di Pipino in favore della Chiesa romana, ma col riserbare per se stesso e per i suoi successori il diretto dominio di Roma e di tutte le altre città e terre donate. I papi all′incontro, per rendergliene il merito, lo crearono imperatore; il che fu fatto da Leone III successore di Adriano. Laonde la Chiesa romana, che prima era stata soggetta all′impero d′oriente, ribellatasi contro i suoi sovrani, divenne essa medesima signora e padrona dello Stato romano e di varie altre terre che prima spettavano ai suoi proprii padroni gl′imperatori greci; e, fattosi un altro imperatore in occidente, si contentò sul principio di lasciare a′ suoi benefattori il diretto dominio del suo nuovo principato, e di stare per qualche tempo sotto all′ ubbidienza degli imperatori occidentali: ma a poco a poco presero i romani pontefici il partito non solo di sottrarsi dalla soggezione in cui erano dapprima, e di spogliare l′impero del dominio diretto sopra gli Stati della loro Chiesa, ma (ciò che sembra incredibile e che fu affatto maravigliosa impresa) di rendersi soggetti e di mettersi sotto ai piedi i loro proprii sovrani e tutti gli altri principi della terra, come più manifestamente si vedrà da quello che diremo in appresso [178]. Ecco adunque i vescovi romani già nell′ottavo secolo dotati di spirituale e di temporale potenza, laddove ne′ primi anni della Chiesa altro non erano che i primi fra i vescovi, poveri di beni temporali, e privi di ogni autorità, di giurisdizione e di comando sopra tutti gli altri vescovi della cristianità, ognuno de′ quali governava la sua Diocesi senza essere altramente legato alla sede romana che per il vincolo della carità e dell′unità, che erano le proprie qualità di tutti i fedeli de′ primi secoli.

Nell′ottavo secolo aveva tuttavolta la potenza de′ pontefici romani sì rispetto allo spirituale come per riguardo al temporale qualche limite ancora. Essi, tutti i vescovi e tutto il clero, vivevano tuttavia soggetti agl′imperatori. Carlo Magno ed i suoi successori giudicavano nelle controversie che i papi avevano o col popolo romano o con altre private persone, come chiaramente si vede nella Storia ecclesiastica dell′abate Fleury e negli Annali d′Italia del Muratori: essi confermavano ancora le elezioni de′ pontefici, e niuno eletto poteva pigliare il possesso di Roma, di quel vescovato, se prima non avesse ottenuto la conferma dall′imperatore d′occidente. I Capitolari di Carlo Magno e degli altri re franchi fanno vedere che essi hanno avuto tutta la giurisdizione civile e criminale sopra il clero sì regolare che secolare: che gli ecclesiastici non godevano niuna immunità di sorta veruna : che solamente per ispeciale privilegio fu a′ vescovi conceduto di poter giudicare criminalmente e civilmente nelle cause ordinarie degli ecclesiastici, dei monaci e delle monache: che nei casi straordinarii e di grave importanza all′incontro la sentenza veniva portata o dall′imperatore medesimo o da′ suoi commissarii: che gl′imperatori convocavano e celebravano i Concilii: che decidevano tutte le controversie: e che regolavano a posta loro tutta l′ecclesiastica disciplina. Chi ci vuol negare alcuno di questi punti deve prima cavarci gli occhi perchè non abbiamo la facoltà di leggere i Capitolari suddetti. Ma fintantochè questi sono alla luce e che si possono vedere in fonte, egli è una temerità manifesta il volersi porre a disputare su queste incontrastabili verità di fatto. Così ancora i vescovi non erano in questo torno di tempo ancora stati dalla sede romana spogliati di tutti i loro diritti che si erano acquistati ne′ secoli precedenti. Questi davano le dispense per i matrimonii, le quali per altro venivano prima, siccome abbiamo mostrato altrove, concedute dagl′imperatori: questi punivano quei preti i quali avessero commesso qualche spirituale delitto: questi canonizzavano i santi, come si può provare per ben venticinque esempi: questi finalmente ordinavano i riti e le cerimonie della loro diocesi ciascuno di per sè. Ma nel nono secolo e ne′ seguenti cominciarono i papi a cavarsi dall′ubbidienza degl imperatori: quindi rapirono ai vescovi que′ diritti che costoro avevano prima tolti alla Chiesa e a′ principi: ed alla fine passarono ad arrogarsi l′autorità di convocare e celebrare i Concilii a posta loro, di proporvi quello che loro fosse a grado, di scioglierli a loro piacimento, e di pretendere che le decisioni de′ Concilii avessero da cedere alle sentenze dei papi. Essi costumavano ancora di mischiarsi di tutte le faccende dei vescovi e di entrare in ogni loro affare o da giudici, o da arbitri, o da precettori. Essi si attribuivano la ragione di poter creare de′ nuovi vescovati: essi esentavano dalla giurisdizione de Vescovi e rendevano sudditi immediati della santa sede tutti coloro che mostravano di averne qualche desiderio: essi accostumarono a poco a poco i metropolitani e gli altri vescovi ad abbracciare e mettere in opera i regolamenti che di tanto in tanto venivano fatti dalla corte di Roma: essi introdussero dappertutto le usanze e le cerimonie della Chiesa romana: essi si usurparono la ragione di poter per denaro dispensare ne′gradi proibiti i matrimonii, la qual ragione prima da′ principi e poi da′ vescovi era stata esercitata. Essi finalmente inventarono ogni modo possibile di potere abbondevolmente soddisfare la loro ambizione ed avarizia, ai quali vizii essi davano il nome di autorità apostolica e di ragione di s. Pietro.

Noi abbiamo veduto finora che autorità, la potenza e la superiorità che la sede romana si è di mano in mano acquistata sopra il rimanente della Chiesa cattolica non da verun precetto divino, non da alcuna apostolica istituzione, non finalmente dalla pratica della primitiva Chiesa, ma unicamente da varie umane ed accidentali cagioni deriva. Queste furono principalmente l′essere la Chiesa romana stata fondata dai due apostoli s. Pietro e s. Paolo, la superiorità e preminenza della città di Roma sopra tutte le altre città del mondo, la saviezza e la dottrina de′ primi vescovi romani, il favore e la protezione degl′imperatori orientali, le donazioni degli occidentali, e l′astuzia, la politica e la prepotenza de′ vescovi romani, che seppero tirare di ogni cosa vantaggio, e che tutto misero in opera in ogni tempo per sottomettersi come meglio potessero il rimanente della cristianità. Ma niuna cosa cadde meglio in acconcio de′ loro vasti disegni che la collezione dei canoni, la quale alla metà del secolo ottavo fu messa a luce da un infame e scellerato monaco, che si coperse sotto il nome di Isidoro Peccatore, il dotto ed erudito abate Fleury [179] ascrive a cotesto impostore la colpa di essere stato la principale cagione della ruina della disciplina ecclesiastica e della smoderata potenza che hanno usurpata nella Chiesa i papi. Per questo medesimo motivo viene costui chiamato da Natale Alessandro un empio impostore, e da Stefano Baluzio unocscellerato briccone. La collezione di costui è composta in latino, e contiene de′ canoni di diversi Concilii celebrati in Grecia, in Africa ed in Ispagna, e, quello che più importa, vi furono per disteso inserite diverse lettere decretali de′ primi papi fino al tempo di Zaccaria, che morì nellanno 752, la maggior parte delle quali lettere sono false, ed inventate a bella posta per portare al più eminente grado l′autorità pontificia, e per annichilire affatto le ragioni de′ vescovi e de′ fedeli. Tutti i canonisti e storici ecclesiastici de′ nostri tempi concordano che queste lettere furono finte e fabbricate di pianta [180]. Ma questa scoperta di siffatto inganno si è omai fatta troppo tardi, perchè i pontefici, valendosi della barbarie di quel secolo in cui cotesta collezione fu mandata a luce, e de′ secoli susseguiti a quello, se ne sono troppo bene serviti per istabilire vieppiù quell′autorità che si erano arrogata fin là, e per estenderla ed ampliarla all′infinito. Papa Nicolò I ha impiegato ogni arte per ridurre i vescovi della Germania ad accettare e spargere dappertutto questa nuova per la romana sede cotanto vantaggiosa collezione. Reginolfo arcivescovo di Magonza la portò dalla Spagna in Alemagna, e, prestando orecchio alle premure del pontefice, si diede ogni sollecitudine per farla ricevere dagli altri vescovi delle alemanne provincie. Tutti i papi di que′ tempi si studiarono di poterle allegare e di farne uso in tutte le occasioni dove queste venissero loro per avventura in acconcio. Basta di leggere la lettera 42 di Nicolò I, che questi scrisse ad Incmaro arcivescovo di Rheims, e quella che Adriano mandò ottanta anni prima al vescovo di Metz, per poter comprendere quanta premura costoro avessero di far valere l′autorità di queste false ed inique lettere decretali. E di fatto sarebbe stata troppa virtù e troppa umiltà per i papi a non voler servirsi di questa collezione d′Isidoro Peccatore: poichè questa troppi punti e sentenze conteneva, che in sommo vantaggio della romana sede venivano a ridondare. Imperciocchè, primieramente, stabilisce Isidoro, che il papa è il vescovo universale di tutta la cristianità; il qual titolo abbiamo mostrato essere stato da papa Gregorio Magno sommamente abborrito: secondariamente, vuole egli che tutte le cause maggiori abbiano da essere portate davanti alla sede romana: terzo, ha egli finto varie lettere decretali per far vedere che le cause dei vescovi dovessero essere un riservato de′ papi: quarto, sostiene egli che niun Concilio generale possa essere tenuto, quando non sia prima stato convocato e poi celebrato dal papa: quinto, insegna egli che niun Concilio nè generale nè particolare può aver forza di obbligare, se non sia stato approvato dal papa: sesto, si ingegna egli con falsi esempi di mostrare che il papa abbia l′autorità di permettere ai vescovi di abbandonare la loro Chiesa di prima e di trasferirsi ad altri o più ricchi o più illustri vescovati: settimo, si studia cotesto Peccatore di provare con false decretali, che l′uso di appellare a Roma fossesi nella Chiesa introdotto già avanti la celebrazione del Concilio di Sardica, di cui è stata fatta per noi a suo luogo menzione: ottavo, cotesto Isidoro insegna ancora che i metropolitani non avessero mai potuto esercitare le loro ecclesiastiche funzioni prima di aver da Roma ricevuto il pallio: finalmente, egli si è dato la pena di stabilire col mezzo di false invenzioni, che già ne′ primi tempi della cristianità si avesse per costante che qualunque Chiesa si allontanasse dai costumi e dalle cerimonie della Chiesa romana si dovesse riguardare per erètica e miscredente. Ecco le principali dottrine che comprendeva questa scandalosa collezione di cotesto Peccatore: da questi principii si cavarono poi in appresso mille false conseguenze in favore de′ medesimi papi. Quindi, si tosto che tale collezione fu ricevuta in ogni luogo, non dubitandosi niuno, secondo l′ignoranza e stupidità di quei secoli, dell′autenticità delle prove in essa contenute, i pontefici non ebbero ormai più a sostenere gran fatica per rendersi i monarchi, anzi dispotici governatori della Chiesa. Laonde le erezioni de′ vescovati, le separazioni di una Chiesa dall′altra, le deposizioni de′ vescovi, le confermazioni degli eletti, le traslazioni da una Chiesa all′altra, le creazioni di sedi metropolitane e patriarcali, la cognizione e decisione di tutte le cause maggiori, le dispense dei matrimonii, ed altre cose somiglianti in gran numero, le quali sono pascolo e fomento dell′ambizione e dell′avarizia, tutte furono alla santa sede riservate. Gl′imperatori della Germania erano troppo deboli, troppo superstiziosi, e troppo in altre faccende politiche occupati, perchè i pontefici dovessero avere alcun timore di loro. Laonde essi pontefici senza ritegno nissuno e senza alcun′ombra di moderazione governavano ogni cosa a posta loro, e si mischiavano non solo delle ecclesiastiche, ma eziandio delle temporali faccende dei principi, dei prelati, e di tutte le altre persone o di alto stato, o di grandi ricchezze, o di ampio potere. Se alcuni principi ed imperatori furono talvolta cotanto avventurati di poter abbassare l′orgoglio e la eccessiva potenza de′ pontefici, la maggior parte all′incontro di quelli che tentarono di fare il medesimo, e di porre freno alle stravaganze della corte romana, furono infelici, e, non che andassero a vuoto i loro disegni, perderono talora il regno e la vita. Ma quello che al più alto segno portò la potenza pontificia si fu senza dubbio papa Gregorio settimo, il quale, appunto per i tanti immensi beneficii ch′egli fece alla Chiesa romana, fu da′ suoi successori canonizzato, e viene ora da tutti venerato per santo, benchè la incredibile sua superbia, e quel costante e stretto commercio ch′egli ha avuto con la contessa Matilde di Toscana, la quale con la donazione de′ suoi vasti Stati gli rimeritò questa sua incorrotta fedeltà, abbia dato materia a varii scrittori di dover fortemente dubitare non che della sua santità, ma della sua salvezza.

Costui fu il primo papa che ardisse di scomunicare un principe, un sovrano, un imperatore, e di assolvere i sudditi dal giuramento di fedeltà che avevano prestato al loro Signore. Gli imperatori della Germania conferivano le investiture dei vescovati per l′anello e per il bastone, cioè per anulum et baculum. Questa pratica era sommamente ragionevole, perchè i vescovi avevano da loro acquistate a titolo di donazione delle terre e possessioni vastissime, ed erano perciò divenuti vassalli degl′imperatori, i quali dovettero per necessaria conseguenza avere la ragione d′investirneli. All′incontro papa Gregorio sosteneva che il bastone e l′anello fossero due insegne ecclesiastiche, e che questa maniera d′investire non dovesse però essere permessa ad un principe secolare. Dalla contesa si viene a′ fatti: il papa scomunica l′imperatore; egli assolve i suoi sudditi dal giuramento; egli gli solleva contro i principi ed i vescovi della Germania: e quando l′infelice e da tutti abbandonato sovrano volle ritornare in grazia del papa e de′ suoi soggetti, gli convenne andare personalmente alla volta di Toscana, e portarsi nel maggior freddo a piedi scalzi in abito di penitente per ben quattro volte nella corte del castello di Canossa, dove a trovare la sua diletta contessa Matilde si era portato il papa, il quale alla fine, dopo averlo per così vergognosa maniera ricevuto, si lasciò dal supplichevole imperatore piegare a dargli l′assoluzione dalla scomunica e di riceverlo nel seno di santa Chiesa. Ecco la descrizione che di questo papa ci fa un savio ed imparziale storico francese, le cui proprie parole riferiamo qui tanto più volentieri, quanto il nostro italiano volgo è più che ogni altro disposto a riguardare come eretico e ribelle colui che ardisce di far menzione delle malvage azioni dei papi, quando non gli si mostri che altri cattolici ancora abbiano i medesimi sentimenti. «Un monaco (dice adunque «il giudizioso Mèhègan [181] di umile condizione, educato nel monastero, nutricato nelle controversie, versato negli intrighi, ostinato ed ambizioso per temperamento e per principio, cioè Ildebrando, così celebre sotto il nome di Gregorio VII, sale sul trono di san Pietro. Egli si serve sul principio della furberia, e si studia di tenere ascosi que′ temerari progetti che già covava nell′animo, e che l′avrebbero per avventura tirato in malora se li avesse mostrati quando non era ancora bene stabilito sul trono. Egli rifiuta di voler essere papa avanti di essere nella dignità conferitagli confermato dall′imperatore, da cui, siccome da quello che egli riconosceva essere il sovrano di Roma, esso non tardò guari a richiederla umilmente e suppliehevolmente. Ma com′egli l′ebbe ottenuta, e si ride per questo modo rassicurato della sua sedia, esso trassesi incontanente la maschera e diedesi ad impugnare le investiture. L′imperatore s′oppone alle sue pretensioni: ma egli all′incontro lo cita davanti il suo tribunale, e lo minaccia di giudicarlo. Il dispregio dello imperatore irrita vieppiù la sua fierezza: egli gli fa vedere i termini della scomunica, e finisce col lanciarli.

L′imperatore si mette in arme per vendicarsi dell′ingiuria fattagli: ma il papa sdegnato non è più ritenutoda freno veruno. Costui, avendo per fermo di essere il luogotenente di Dio non solamente nello spirituale, ma sippure nel temporale, e figurandosi di avere dall′Ente supremo ereditato la sua onnipotenza, egli avvisa che tutti i regni della terra appartengano alla santa sede, e ne cava la conseguenza che il pontefice li può adunque levare a coloro che li posseggono. Quindi vien′egli a tórre effettivamente ad Arrigo l′impero, e, dichiarando vacante il di lui trono, assolve i sudditi dal giuramento di fedeltà. Ciò fatto, egli si pone a citare dinanzi a′ suoi piedi gli altri re della terra ancora, egli ne crea alcuni, ne conferma degli altri, ne depone due, e ne minaccia parecchi, senza fissare più alcun limite alle sue pretensioni. Egli giunse a perdere siffattamente il cervello, ch′egli si mise in capo che tutti i regni erano suoi proprii, che tutti i principi erano suoi vassalli, e tutti i popoli suoi feudatari. Laonde egli manda attorno dappertutto de′ legali per chiedere delle contribuzioni e per farsi prestare in nome suo il giuramento di fedeltà.»

Un altro storico francese parla di Gregorio così: «Questo papa ha fatte tante cose in vantaggio della Chiesa romana, ch′egli si è guadagnato un posta nel calendario. Se questo pontefice è stato degno di venire onorato come santo a cagione de′ beneficii da lui procurati alla Chiesa romana, egli è all′opposto pure degno di essere abominato da tutto il genere umano per i malanni ch′egli ha cagionati alla società, e per cagione delle guerre civili, degli omicidii e delle rapine onde egli è stato l′origine. Egli è stato la cagione della morte di un infinito numero di persone, perchè, come prima egli fu sul trono pontificio, esso diedesi tosto a mettere sossopra tutta l′Europa: ed egli lasciò morendo tanta di materia nel fuoco acceso da lui, che questo si conservò vivo lungo tempo ancora dopo la sua morte.» Quanto fu differente la condotta ed il pensare di Gregorio VII da quello di san Gregorio Magno! Questi confessava di essere il servitore del suo sovrano [182]; quegli voleva che i sovrani fossero i suoi servitori: questi riconosceva che i sovrani avevano ottenuta da Dio la potestà sopra tutti gli uomini di ogni classe [183]; quegli pretendeva che tutti gli uomini di ogni classe, e persino i principi medesimi, dovessero essere in ogni cosa a lui interamente sottoposti: questi si teneva obbligato di ubbidire al suo sovrano, e di pubblicare, perchè dagli altri fossero ubbidite, le leggi del suo signore, benchè da lui venissero giudicate coatrarie alla volontà di Dio [184]; quegli non voleva nè osservare egli stesso nè permettere che i sudditi osservassero le più giuste leggi de′ loro sovrani. L′imperatore Maurizio aveva fatta una legge con cui comandava che niuno che avesse amministrato qualche uffizio civile, e niun soldato avanti di essere dichiarato invalido, potesse farsi o prete o frate. Questa legge piacque in parte a san Gregorio, ed in parte gli dispiacque: sicchè fece premura all′imperatore ch′egli la volesse in un punto correggere, affermando che altrimenti essa ripugnerebbe al voler di Dio, L′imperatore restò fermo nella sua deliberazione già presa: quindi, non vedendo il santo pontefice alcun mezzo di ritrarlo dal suo proposito, egli passò a pubblicare la legge, protestando di avere con ciò osservato il suo dovere tanto verso Iddio, perchè aveva ammonito l′imperatore dell′obbligo suo, come verso il suo sovrano, perchè ubbidiva a′ suoi comandi col promulgarla. All′incontro Gregorio VII, lungi dal pubblicare e venerare com′egli doveva le leggi de′ suoi sovrani, egli si diede ogni premura per indurre i loro sudditi a violarle, trasgredirle e dispregiarle. Le guerre tra i papi e gl′imperatori furono per diversi pretesti continuate ancora sotto i successori di papa Gregorio e dell′imperatore Arrigo, ma sempre colla peggio degli ultimi, poichè i pontefici e inganni, e spergiuri [185], e perfidie, e scomuniche, e ribellioni, e ambascerie, e maneggi, ed ogni cosa lecita ed illecita misero in opera per poter rimanere superiori e distruggere i loro rivali. A′ successori di Gregorio VII fa di grandissimo vantaggio la bizzarra e fanatica invenzione delle crociate. Una infinità di uomini e di donne, di signori e di principi, partivano dall′Europa per portarsi a conquistare la terra santa. Il papa era il direttore ed il capo di questi immensi bensì, ma empii e scellerati eserciti, i quali dovevano stare sotto l′ubbidienza de′ legati pontificii che li reggevano in nome del pontefice. Le indulgenze che si davano a quelli che si crociavano, le benedizioni che dispensavano i pontefici, i fulmini delle scomuniche che talora facevano da′ loro legati lanciare e talora essi medesimi scoccavano contro i disubbidienti, ed i continui comandi che a questi eserciti di masnadieri cristiani venivano o spediti da′ papi o imposti da′ loro legati, e tante altre cose somiglianti accostumarono pian piano la gente a tenere il papa per un Dio in terra. Ma questa non fu la sola utilità che ne trassero i pontefici. Imperciocchè queste armate di ribaldi, che erano dapprima destinate a fare la conquista della terra santa, furono poi impiegate con maggior loro vantaggio dai papi a sottomettere ed opprimere od almeno ad intimorire coloro che avevano la disgrazia di attirarsi l′ira della santa sede addosso. Così dovettero coteste armate servire a far la guerra ai greci, i quali avevano voluto separarsi dalla Chiesa romana, e rifiutavano di ricevere i suoi riti, la sua liturgia e la sua dottrina; così furono dai papi adoperate contro quegli imperatori e principi i quali o all′ambizione, o all′avarizia, od a qualche altra cattiva mira della corte romana si andavano opponendo. Così finalmente furono volte le armi e le violenze di coteste frotte di crociati assassini a perseguitare e distruggere i Catarini, i Patari, gli Albigesi ed altri siffatti, i quali dalla sedia apostolica venivano chiamati eretici, unicamente perchè, scandalizzati e stanchi e nauseati del fasto, dell′ambizione, della soperchieria, e degli altri infiniti vizi della corte romana, e del clero sì regolare che secolare, si dichiaravano di non potersi lasciar guidare da così cattivi pastori, e si erano proposti di scuotere il giogo romano. Per questa sola cagione toccò ad uno indicibile numero di albigesi di dover perire per i ferri e per le fiamme de′ crociati: per questo sol motivo furono per ordine di Roma distrutte da Montfort, capo della crociata, una gran quantità di città, di borghi e di villaggi: per questo solo fine furono unicamente in Beziers strangolate più di sessantamila innocenti persone. Raimondo conte di Tolosa, e principe sovrano della Linguadoca, non potendo con tranquillo animo essere spettatore della ruina de′ suoi Stati e dello strazio de′ suoi sudditi, e volendo però loro recare dell′aiuto, fu furiosamente scomunicato, scacciato e bandito da′ suoi Stati, e, non altrimenti che un traditore, di sua patria e dalle sue proprie terre proscritto. E s′egli volle venire sì dalla scomunica come dalla sua condanna assolto, fu mestieri di lasciarsi trascinare dinanzi alla Chiesa principale della città capitale del suo principato, di stare durante tutta quella funzione in camicia con una corda al collo ed una torcia accesa in mano, intanto che un fiero e crudele legato pontificio nel cospetto di un infinito popolo con una verga empiamente il percuoteva. Ma tra tutti i successori di papa Gregorio niuno ci fu che eguagliasse, anzi sorpassasse Gregorio, fuorchè Innocenzo III. Questi aveva la fierezza, il coraggio e l′ambizione di Gregorio: ma egli era inoltre dotato di maggiore perspicacità d′intelletto e di maggiore elevatezza di mente. Niun pontefice avanti di lui portò sì alto le pretensioni della sua Chiesa, niuno le seppe mettere in sì bella ed onesta veduta, e niuno ebbe la destrezza di farle valere cotanto. Egli fu quegli che, lasciato andare il pensiero di volere coll′aiuto delle crociate conquistare la terra santa, tutta la forza di quelle rivolse a pigliare Costantinopoli, e a disfare e sottomettersi quell′impero, la cui conquista doveva alla santa sede riuscire molto più vantaggiosa che non era quella della Palestina, come e colla ragione si comprende e dall′effetto si vide: egli fu quegli che formò gli ordini dei Mendicanti, i quali, dispersi per i regni e le provincie della terra, divennero le spie pontificie alle corti de′ signori grandi, i predicatori della potenza papale, ed i fedeli stromenti di cui si poterono in ogni tempo servire i papi per maneggiare e piegare a posta loro le coscienze altrui: egli fu quegli le cui scomuniche e sentenze di deposizione pronunciate contro i principi e contro i re sempre produssero il desiderato effetto, perchè egli a siffatte imprese non veniva mai prima ch′egli non avesse mandato avanti il disordine, la confusione, la discordia e la nera calunnia. Egli finalmente fu quegli cui cadde nell′animo di rendere terribile e spaventosa la religione cristiana coll′introdurre e stabilire il crudele tribunale dell′inquisizione, e che trovò il mezzo di mantenere, per il timore dei gravissimi supplizii, nella ubbidienza della santa sede coloro che s′avvisassero di volersene in qualche tempo cavare.

Questo tribunale fu confidato a san Domenico ed a′ suoi discepoli, i quali avevano date delle chiare prove della loro instancabile crudeltà nell′infierire contro tutti coloro che mostravano di avere in poca venerazione il papa o le sue dottrine. In qualche luogo fu l′inquisizione commessa ai padri della Regola di s. Francesco, perchè si trovò che costoro non erano nè meno zelanti schiavi della corte romana, nè meno fieri ed inumani de′ seguaci di san Domenico. Tutta questa marmaglia di san Domenico e di san Francesco veniva generalmente compresa sotto il nome di Frati Mendicanti; ed in altro non si occupava che nello sterminare la gente, nel minare le famiglie, nell′eccitare ribellioni a favore della Chiesa romana, nello spogliare i vescovi ed il clero de′ loro diritti per appropriarseli a sè medesimi, nello spargere false dottrine per abbassare i principi, e scemare l′autorità de′ vescovi, de′ parochi e di tutto il clero secolare, affine di sollevare sè stessi e la sede pontificia sopra la ruina e distruzione altrui. Essi scorrevano per tutta l′Europa muniti di straordinarii ed esorbitanti privilegi che venivano loro conceduti da′ papi, ed attendevano a predicare, a catechizzare, e ad esercitare dispoticamente tutte le funzioni de′ primi pastori. Siccome costoro non avevano terre e possessioni che li potessero per qualche maniera rendere dipendenti da′ principi, e che all′incontro tutta la loro fortuna stava nelle mani di Roma; così si davano ogni premura e mettevano in opera tutti i modi e sforzi possibili per sostenere ed aumentare sempre più la già fuor di modo cresciuta potenza de′ papi, i quali, in iscambio d′indulgenze da poter dispensare tra il semplice e superstizioso volgo, di immensi privilegi li andavano tratto tratto regalando. – Ne′ villaggi e borghi, dove costoro udivano le confessioni a dispetto de′ parrochi, nelle città, dove predicavano e tenevano catechismo contro i divieti de′ vescovi, nelle scuole, ch′essi aprivano alla barba delle università, che ne restavano pregiudicate, altre dottrine nè altre massime appena uscivano dalle loro bocche che quelle che tendessero alla distruzione de′ principi, de′ popoli, del clero, e degli altri ordini religiosi, e che servissero a sollevare in alto sì i loro conventi come la corte romana. Essi insegnavano che degno era di scomunica, e commetteva un gravissimo peccato da non potere giammai essere perdonato, colui cui cadesse nell′animo di opporsi per qualche verso alla volontà del papa; essi aprivano le porte del paradiso a quelli che dimostravano di credere alle loro dottrine, e le fermavano per coloro che osavano dubitarne; essi vituperavano tutte le scienze che vedevano poter una volta aprire gli occhi alla gente, come a dire la storia sacra ed ecclesiastica, la cognizione della disciplina antica, ed altre sì fatte, ed invece di quelle andavano sostituendo ed ingegnando una barbara teologia scolastica che spense incontanente e tenne per un gran tratto di tempo a gran vantaggio del papa spenti tutti i bisognevoli lumi. I prelati dei quali essi andavano usurpando l′autorità, le università i cui statuti ne venivano violati, gli altri ordini religiosi onde costoro detestavano la dottrina ed offendevano la riputazione, si levarono a rumore contro cotesti disturbatori di ogni buon ordine e di ogni disciplina: ma ogni sforzo de′ loro avversarii andò sempremai a vuoto, perchè, i pontefici non tralasciarono mai di sostenere a tutto potere coteste colonne della loro usurpata potenza.

Essendosi, per le tante maniere adoperate da′ papi, così fattamente come abbiamo narrato fin qui cangiata la disciplina ecclesiastica e la giurisprudenza canonica, cadde nell′animo a papa Gregorio IX. di formare un sistema di questa nuova giurisprudenza ecclesiastica, il quale s′adattasse alle nuove dottrine ed alle recenti pratiche che per opera della corte romana erano state introdotte nel mondo. Egli conveniva stabilire che il papa sia il monarca universale del mondo; che a lui tocchi il creare e deporre i re; a lui il distribuire le terre ed i principati; a lui il decidere le più importanti controversie sì temporali che spirituali; a lui il giudicare, confermare, trasferire, deporre, punire, assolvere i vescovi; a lui il convocare, il dirigere, l′approvare, l′abolire i Concilii; a lui il provvedere ai benefizii vacanti e non vacanti; a lui il concedere dispense contro le leggi divine ed umane; a lui il distribuire le indulgenze; a lui insomma l′essere l′arbitro, il dispensatore, il giudice, il governatore supremo di tutto l′universo. Laonde Gregorio IX diede principio a far raccôrre ed unire insieme tutte le epistole decretali che da′ suoi antecessori erano state in proposito di tali materie dettate, facendo una scelta di quelle che potevano il meglio cadere in acconcio del fine che si era proposto il papa, ed omettendo tutte quelle che non potessero gran fatto servire a confermare la monarchia universale ch′era oggimai divenuto l′unico oggetto della corte di Roma. L′esempio di papa Gregorio, siccome maravigliosamente acconcio a′ vasti disegni de′ pontefici, fu seguitato da altri de′ suoi successori, e particolarmente da papa Bonifacio VIII, la cui ambizione ha sorpassato quella di tutti gli altri suoi antecessori che da san Pietro in qua abbiano occupata la sede romana. Questi è quel desso che ha avuto quelle gravi e lunghe e scandalose controversie con Filippo il Bello re di Francia. Questi è quel desso che inviò al mentovato re la famosa bolla Ausculta, fili, dove egli, fra altre cose di questa fatta, la seguente dichiarazione avanza: «Iddio ci ha collocati sopra i re ed i loro regni, per isradicare, distruggere, disperdere, dissipare, edificare e piantare nel nome suo e colla sua dottrina. Non vi lasciate adunque mettere in capo che voi non abbiate superiore in questo mondo, e che non abbiate ad essere soggetto al capo dell′ecclesiastica gerarchia.» In questa medesima bolla Bonifacio va distesamente e per minuto riferendo ogni più particolare circostanza del governo civile della Francia, e, pretendendo che in ognuno di que′ punti male si governi lo Stato, egli ne rimprovera acremente Filippo, cui biasima tra le altre cose anche per questo, ch′egli nello Stato suo facesse battere cattiva moneta; per le quali superbe e ridicole censure quella bolla fu poi in Parigi per man del carnefice con universale giubilo pubblicamente abbruciata. Questo è finalmente quel desso che, dopo tenuto a bella posta un Concilio, fece promulgare la celebre bolla Unam Sanctam, dove viene per articolo di fede definito e prescritto che la potenza spirituale deve istituire e giudicare la temporale, e ch′egli è di necessità di salute che ogni creatura umana debba in ogni cosa essere sottoposta al papa. Questo papa adunque aggiunse alle lettere decretali di papa Gregorio IX quelle ancora de′ successori di Gregorio e le sue proprie, sotto il titolo di Extravagantes, tra le quali è pure inserita la summentovata bolla Unam Sanctam, della quale Giannone dice ch′essa merita veramente il nome di stravagante [186].

Dacchè i papi ebbero formato il progetto di voler essere i monarchi universali di tutto il mondo, convenne ancora necessariamente pensare ai mezzi di procacciarsi tante ricchezze quante facessero di mestieri per sostenere il lusso, la splendidezza e la magnificenza che parevano richiedersi ad un tanto monarca. Le rendite della Chiesa di Roma, comecchè fossero grandissime, non erano ciononostante sufficienti per un sì fatto impegno. Sicchè dovettesi per necessità trovar fuori degli altri modi di acquistar danaro. I pontefici si misero adunque ad inventare delle nuove dignità per lo addietro non mai conosciute, e che niente avevano che fare colla Chiesa cristiana. E, siccome i laici avevano tra loro introdotto de′ feudi, così i papi si diedero a dispensare benefizii.

Ne′ primi tempi della Chiesa ignoto era non solamente l′uso, ma sippure il nome di benefizio, siccome da quello che del sostentamento de′ ministri presso i primi fedeli abbiamo detto agevolmente argomentare si può. Egli s′era fino ne′ primi secoli introdotto il costume che le rendite ecclesiastiche, le quali dalle spontanee obblazioni de′ fedeli venivano ammassate, dovessero essere divise in quattro porzioni, e che queste venissero distribuite tra i vescovi, il clero, la Chiesa, ed i poveri. Ma col tratto del tempo la porzione dovuta a′ poveri fu assegnata a′ vescovi, coll′obbligo però di doverli mantenere. Così venne anche in disuso quella che si dava al clero; perchè principiossi in vece ad incaricare i chierici di certi uffizii determinati a′ quali si sono annesse delle certe e regolate rendite di cui essi si potessero servire a loro piacimento, e ne potesse ciascuno disporre come meglio gli paresse, nè più nè meno che se fossero i loro beni patrimoniali. Ora questo diritto di tirare cotali rendite, che proveniva dal ministero spirituale cui ognuno esercitava, venne generalmente chiamato benefizio. Ed è assai verisimile opinione quella di coloro che pretendono che questa usanza di assegnare a ciascheduno il proprio uffizio insieme con le rendite di quello, e così pure questo nome di benefizio, abbiano nella Chiesa avuto origine solamente nel principio del secolo nono. Da principio venivano cotesti benefizii conferiti da′ vescovi, quando tal ragione non si aspettasse a qualche privato che co′ suoi benefizii e donazioni si fosse acquistato il così detto Jus patronatus in qualche Chiesa. Ma i papi s′ingegnarono di spogliare in alcuni casi di tale diritto tanto i vescovi come i privati che avevano il diritto del patronato. Imperciocchè essi fissarono certi termini, fra′ quali con i vescovi come i laici avessero da nominare il beneficiato, comandando che, dopo passato il tempo da loro a quest′effetto prescritto, la nominazione dovesse essere devoluta alla sede apostolica. Lo stesso dovevasi praticare se per avventura fosse stata da′ vescovi o da′ laici nel tempo prefisso eletta qualche persona indegna, incapace, o per altra cagione canonicamente impedita. Nascendo tra i diversi eletti qualche contesa, essa doveva venire portata a Roma e quivi davasi poi il beneficio a chi si voleva, cioè o all′uno de′ contendenti, oppure nè all′uno nè all′altro, ma ad un terzo, se così meglio pareva. A poco a poco fu introdotto il costume che il papa potesse ancora concorrere con qualsisia collatore, del beneficio, e, quello che era peggio, anche prevenirlo. Quindi passossi ad inventare il diritto delle riserbe, che erano determinazioni che si facevano in corte romana, in virtù delle quali comandavasi, avanti la vacanza di un beneficio, che, quando un tale benefizio venisse ad essere vacante, il collatore non dovesse conferirlo a nissuno, ma che la collazione ne fosse riserbata al papa. Coteste riserbe furono estese ancora a tutti que′ benefizii che venissero ad essere vacanti in corte, o perchè il beneficato ne fosse stato per alcun castigo privato, o perchè egli fosse stato abilitato a poter cambiare il suo beneficio con un altro, o perchè ne fosse seguita la rinunzia in corte, o perchè il beneficiato fosse morto a Roma o nell′andare o nel ritornare da quella dentro il circuito di quaranta miglia, o finalmente perchè il beneficiato fosse o cardinale, o legato, o nunzio, o governatore, o tesoriere, o avesse qualche altro uffizio della corte romana, E quantunque per tutti questi modi si guadagnasse gran danaro a Roma, contuttociò i pontefici non ne furono contenti; ch′essi vollero ancora introdurre le risegne, mentre fu disposto che chi, avendo un beneficio, ne venisse ad acquistare un altro, dovesse risegnare l′uno o l′altro di quelli; ed il benefizio risegnato veniva poi conferito in corte. Le commende, le annate, le pensioni, le coadiutorie, i regressi, le grazie aspettative, le spoglie, le indulgenze furono altrettanti fonti di ricchezze per la corte romana, delle quali cose, a volerne partitamente trattare, converrebbeci scrivere un libro apposta [187].

Secondo che andava aumentando l′autorità, la potenza e la maestà del clero, de′ vescovi e de′ papi, era ben naturale e convenevole che dovessero pure andar crescendo ancora le loro ricchezze, colle quali potessero comodamente mantenersi in questo nuovo, grande ed illustre stato. Noi abbiamo fatto a suo luogo vedere che, fintantochè il clero non si era per anco avvisato di avere un impero ed un dominio nella Chiesa, le sue rendite in altro non consistevano che nelle volontarie oblazioni de′ fedeli. Ma, come lo spirito dell′ambizione cominciò a signoreggiare i loro animi, nel medesimo tempo li invase ancora il demonio dell′avarizia. I superstiziosi e timidi vecchi, le semplici e pieghevoli donne furono le prime vittime della loro cupidità. Gli ecclesiastici s′ingegnavano di dar ad intendere all′insensato volgo ed agli ignoranti cristianelli che niuna cosa poteva giovar meglio a guadagnare la salute dell′anima sua quanto il fare larghe donazioni alle Chiese. Salviano, il quale visse già al tempo dell′imperatore Anastasio, andava esortando la gente che volessero pensare a procacciarsi la loro salute almeno coll′ultima rerum suarum oblatione [188]: la qual cosa venne poi tanto in uso ne′ secoli posteriori. Noi riputiamo che non sarà discaro a′ leggitori che noi esponiamo qui partitamente quali maniere abbiano gli ecclesiastici principalmente messe in opera per fare acquisto di quelle ricchezze che è loro venuto fatto di ammassare con tanto danno de′secolari e di tutti gli Stati cristiani.

Uno de′ primi modi di far ricchezze si fu l′esazione delle decime. Sul principio costumavano i cristiani di portare ai ministri. della Chiesa la decima parte de′ loro frutti, perchè con questi si potessero gli ecclesiastici, che non possedevano altri beni, frugalmente mantenere. Ma, benchè questo fosse un assai generale costume, niun secolare tuttavia si riputava obbligato di pagare la decima, e niuna persona ecclesiastica si era sognata giammai d′imporne un′obbligazione a′ laici. Quindi non accuratamente da ciascuno la decima, ma da chi più e da chi meno veniva per l′alimento de′ ministri delle Chiese contribuito.

Ma siccome nel secolo terzo le cose della Chiesa cominciarono, per la corruzione dell′ecclesiastica disciplina e de′ buoni costumi, a cambiare aspetto; cosigli ecclesiastici, che allora principiarono a voler voltare il loro ministero in dominio, si federo ancora a spargere delle dottrine le quali miravano a voler impegnare i fedeli a pagare esattamente le decime. In quel torno di tempo s′avvisarono gli ecclesiastici di volersi e potersi agguagliare a′ sacerdoti del vecchio Testamento rispetto all′autorità nella Chiesa. Quindi ne cavarono essi la conseguenza, rispetto alle loro rendite, che, siccome ai leviti dovevano una volta gli ebrei pagare fedelmente le decime, così ancora a′ cristiani toccasse di fare il somigliante inverso de′ sacerdoti del nuovo Testamento [189]. Questa comparazione, e la conseguenza che se ne traeva, era manifestamente falsa: perchè Iddio che aveva voluto essere il legislatore degli ebrei, e che ha ad essi dettate le leggi politiche per il governo civile, ha tra le altre cose ordinato che i sacerdoti ed i leviti, benchè fossero della famiglia di Giacobbe e facessero anch′essi una tribù fra le altre, non dovessero tuttavia insieme colle altre tribù concorrere nella divisione della Terra di Canaan, la quale da Dio fu divisa fra le altre tribù degli ebrei, escludendone i sacerdoti e leviti: Num. XVIII, 23. Il motivo di questa ordinazione del politico legislatore degli ebrei si fu perchè i sacerdoti non venissero dalla coltura delle terre distratti per modo che non potessero darsi interamente alla cura delle cose sacre ed a′ ministerii della religione. Giacchè adunque la tribù dei leviti restò privata di quella porzione che nella divisione da farsi le sarebbe di ragione toccata, così volle Iddio che le decime avessero de′ frutti, perchè con quelle si potessero i sacerdoti alimentare. Da questa osservazione due cose risultano: l′una si è che questo fu un istituto meramente politico del divin Legislatore, a cui piacque di ordinare per questa maniera il governo civile de′ giudei. Ora egli è certo che le leggi politiche sono state abrogate dal Vangelo, e che però i cristiani non debbono poter far uso veruno di quelle. L′altra cosa che ne viene dalla suddetta osservazione si è che chi vuole godere le decime deve, secondo la mente di Dio, rinunziare alla proprietà ed al godimento degli altri beni. Quindi segue che i nostri ecclesiastici hanno bensì potuto con qualche colore servirsi di questa comparazione, quantunque nella sostanza non reggesse, fintantochè essi non ebbero fatto acquisto di altri fondi per sostentarsi; ma che, all′incontro, come prima costoro cominciarono a divenire perenti e ricchi, e possessori di gran beni, essi dovessero ancora rimanersi di far uso di questa comparazione, che si rende apertamente falsa e calunniosa, quando, avanti di adoperarla, non ci restituiscano tutti que′ beni ch′essi ci hanno tolti per quelle maniere che tutti sanno. San Gerolamo si protesta di non volere altri beni nè altra cosa che levdecime: «Si ego pars Domini sum (dic′egli), et funiculus haereditatis ejus, nec accipio partem inter celeras  tribus, sed quasi levita et sacerdos vivo de decimis et altari serviens, altaris oblationibus sustentor, habens victum et vestitura, his contentus ero.» Facciano così anche i nostri ecclesiastici; che noi molto volentieri lascieremo loro per guiderdone nelle mani questo benchè falso argomento tratto dalla comparazione di essi co′ leviti del vecchio Testamento.

Ma quantunque i padri de′ primi secoli si servissero di questa comparazione per eccitare i cristiani a pagare fedelmente le decime, ciò però nonostante non intesero essi giammai d′imporne per questo a′ fedeli un obbligo, poichè non una legge, ma una semplice convenienza vollero essi con ciò spiegare a′ cristiani. Laonde prima del secolo sesto non trovasi verun Concilio dove delle decime come di un obbligo de′ fedeli inverso i ministri delle Chiese sia stata fatta menzione. Nel secolo sesto poi cominciossi a stabilire ne′ Concilii che ogni cristiano fosse tenuto di pagare le decime [190]. I parrochi confermarono questa per essi cotanto vantaggiosa dottrina nelle prediche e nella spiegazione del catechismo, e, lasciata ogni altra cosa da parte, si misero a tutta forza ad inculcare a′ fedeli questo, com′essi lo chiamavano, divino precetto. Con tutto ciò questa dottrina non cominciò a trionfare se non che nell′ottavo secolo, nel quale dalle costituzioni de′principi fu rinforzata, e colla forza del braccio secolare contro chiunque ricusasse di pagare esattamente le decime sostenuta [191]. Nel medesimo tempo ebbesi cura di sottoporre all′obbligo di pagare le decime tutti que′ popoli che o per amore o per forza venivano convertiti alla fede cattolica [192]. E l′ingordo e rapace clero usava contro cotesti convertili tanto rigore, anzi tanta inumanità nel riscuotere coteste sue decime, che i papi medesimi si videro obbligati a dover comandare agli ecclesiastici che dovessero in ciò procedere con più mitezza, perchè non dessero materia di abbandonare la nuova fede a′ convertiti, o di acquistare odio ed abbominazione a quelli che fossero ancora idolatri [193] . Un tale comando fu spedito da papa Giovanni l′anno 1348 al clero d′Ungheria, per obbligarlo a dover riscuotere dagl′infedeli convertiti di fresco le decime con minor ingordigia e rapacità che non avevano costumato di fare fino allora [194]. Ma quello che in questo divieto del papa degno di osservazione vi ha egli si è questo, ch′esso non impone loro questi atti di umanità se non fino a quando i nuovi convertiti fossero ben fermi nella fede da loro abbracciata, e che altri popoli non rimanessero in que′ contorni da dover essere convertiti. Gli ecclesiastici dovevano adunque, secondo il comando del papa; usare carità ed astenersi da atti crudeli uni camente per politica, e non già per alcun obbligo loro proprio che dalla religione nostra venisse loro tanto come a cristiani quanto come a preti prescritto. Ma il clero non si contentò di mettere in opera la forza e l′inumanità nel farsi pagare le decime; egli volle ancora dar di mano alla superstizione, e seminarla fra la gente, perchè di sua propria volontà corresse alle loro case colle decime, e le portasse loro vantaggiate ed abbondanti. E questa era un′ arte della quale non si valevano solamente i semplici preti, ma ben anche i Concilii medesimi. Così, per cagione di esempio, i padri del Concilio di Francoforte, tenuto nel 794, esposero seriamente negli atti di quel Concilio che avanti qualche anno era nata una gran carestia per cagione che le spiche furono tutte trovate vuote de′ grani, il che era stato fatto da′ demonii perchè non si pagavano fedelmente le decime, come essi demonii stessi avevano co′ loro urli e strida rimproverato al popolo che li udiva [195].

Le decime non bastavano per contentare l′avarizia del clero: quindi i santi, le reliquie ed il purgatorio dovettero venire in aiuto anch′essi. Ogni Chiesa ed ogni monastero si studiavano di avere delle reliquie de′ santi, e, se non si potevano ottenere con le buone, procuravasi di poterle, a quella Chiesa che le possedeva, nascosamente rubare. Un frate, per modo di esempio, andava a ritrovare l′abate o qualche altro religioso di un altro convento; ivi fermavasi alcuni giorni, e passavasi il tempo in gozzoviglie, in ridicole e puerili questioni, in frequenti caccie, ed in altre somiglianti ricreazioni. Intanto egli andava spiando dove si fossero le reliquie de′ santi del monastero, e, pensando a′ modi di poterle avere o tutte o in parte, quando gli pareva tempo rubavale, e ritornavasene al suo proprio monastero, lasciando all′altro dove era stato, per guiderdone dell′ospitalità usatagli, la memoria della sua ruberia. Di parecchi esempi di tali furti e rapine arreca il Muratori in varie dissertazioni sopra antichità del medio evo. Questo costume non correva solamente tra′ frati, ma esso era comune a′ preti, a′ vescovi ed arcivescovi ancora, poichè tutti ponevano ogni cura nel dovere quanto più potevano arricchire le loro Chiese di così fatte reliquie. Ma siccome egli era difficile il poter co′ furti o colle violenze spogliare le altre Chiese delle proprie reliquie, poichè ogni possessore di cotesti sacri ed importanti tesori metteva parimente dal canto suo ogni sollecitudine nel ben custodirli; così il clero, che non voleva e non poteva starne senza, si metteva a spacciare per vere reliquie i corpi e le ossa di qualsisia corpo umano per qualunque accidente ritrovati, e supplivasi per questa maniera alla mancanza delle vere reliquie ed alla malagevolezza di averle. Oltre le reliquie volevansi ancora de′ miracoli. Laonde, se il santo, o vero o falso che fosse, tardava a farne, il clero e particolarmente i frati si ponevano a riparare alla trascuratezza od impotenza del loro santo nell′operare de′ veri miracoli, col fabbricarne essi a posta loro de′ falsi. Quindi cominciava il concorso del popolo, quindi venivano le frotte de′ peregrini, quindi rendevansi frequenti le obblazioni, e quindi correvano i poveri laici a donare al santo le loro cose e terre più preziose.

Questi medesimi santi, che dovevano tirare le ricchezze de′ secolari ne′ monasteri e nelle Chiese, avevano anche l′obbligo di conservarvele e di difenderle contro le violenze de′ loro nemici. Laonde, a fine di ispirare alla gente per i patrimonii delle Chiese quel rispetto che faceva mestieri perchè a niuno venisse vaghezza d′invaderli, di molestarli, e di ritorseli, i prelati costumavano di dare a cotesti patrimonii il nome e titolo di que′ santi per cui la gente di que′ luoghi fosse solita di avere la maggior venerazione. Quindi i papi, che furono i più accorti ed i più astuti conservatori de′ loro beni fra tutti i prelati della Chiesa, usavano di chiamare quelle possessioni, che in Italia ed altrove avevano acquistate, il patrimonio di san Pietro; i vescovi di Ravenna appellavano le facoltà della loro Chiesa il patrimonio di sant′Appollinare; i vescovi di Milano nominavano i  beni della lor Chiesa il patrimonio di sant′Ambrogio; e così vedasi discorrendo del resto. I nomi di santi così venerati attiravano le ricchezze de′ particolari alle Chiese ed a′ monasteri, ed attirate che erano, validamente le conservavano.

Cotesto gran rispetto che si portava comunemente a′ patrimonii de′ santi fu cagione che le Chiese, e principalmente le vescovili, potessero per un′altra maniera aumentare smisuratamente le loro possessioni e Stati. Ne′ secoli barbari l′uso delle ingiustizie, della violenza, della prepotenza e della soperchieria, era divenuto cotanto universale, che i piccoli non erano più sicuri da′ grandi, e che il più forte poteva impunemente rapire al più debole le terre sue e tutto il resto del suo avere. Ma questa barbara gente, che non aveva verun timor di Dio, manteneva tuttavia una sì fatta venezione per i santi, che pochi se ne sarebbero trovati di quelli che avessero avuto l′ardire di toccare, o rubare, o per altra maniera molestare il patrimonio di un qualche santo. La cagione di questa supertiziosa religione, ond′erano allora occupati gli animi de′ barbari, si furono senza nissun dubbio gli ecclesiastici medesimi: perchè, vedendo costoro di non poter fare verun profitto col raccomandare alla gente il timore e l′amore di Dio, si erano interamente rivolti ad inventare quelle loro ciance de′ santi, de′ loro miracoli e delle loro vite, e la maggior parte di questi miracoli che si spacciavamo per fatti, o che da gente appostata ed a queste pratiche ammaestrata si facevano sotto gli occhi della gente operare, tendevano a far vedere che bisogna venerare le persone e le facoltà degli ecclesiastici, che conviene donar sovente alle loro Chiese, che non devesi molestare per niuna guisa le loro terre e facoltà, che fa d′ uopo di sempre ricorrere ai loro sacrifizii, alle loro notturne e diurne preghiere, alle loro rigorose macerazioni del corpo ed ai loro digiuni, per poter ottenere da Dio la remissione de′ proprii peccati, e la liberazione delle anime de′ parenti ed amici defunti dalle pene del purgatorio. Sicchè la gente, che vedeva co′ proprii occhi e palpava colle proprie mani questi miracoli, e che troppo era ignorante e semplice per potersi accorgere della malizia e degl′inganni degli ecclesiastici, astenevasi a tutto potere dal far male nè torto veruno o alle persone od a′ nemici del clero sì regolare che secolare, siccome di quello per cui i santi operavano ogni giorno di tanti e sì strepitosi miracoli [196]. Che se, ciononostante, si fosse per avventura trovato qualche così ardito dispregiatore de′ santi, che non avesse avuto scrupolo d′invadere il patrimonio di un convento o di una Chiesa, e di appropriarsene o i frutti o la sostanza medesima; allora venivasi fuori colle scomuniche e censure ecclesiastiche; e queste mettevano in chicchessia uno spavento sì fatto, che ognuno cui fosse toccata una tale disgrazia di essere dal clero colpito di una scomunica, viveva in una continua paura di dovere da′ demonii ogni momento venire afferrato e portato vivo a casa del diavolo. Gli ecclesiastici, per dar peso maggiore a queste loro scomuniche, andavano raccontando alla gente di certe storielle, per le quali le facevano vedere le gravi disgrazie, le continue miserie, le acerbe pene che prima in questa vita e poi nell′altra dovevano sopportare coloro che mai venissero scomunicati. Per la qual cagione il popolo tanto odio ed abborrimento veniva comunemente a concepire verso di quelli contro acquali una scomunica fosse stata lanciata, che niuno più parlava nè trattava con essi, niuno gli dava da bere, niuno da mangiare, e niuno il serviva in nissuna maniera; gli avanzi de′ suoi cibi e delle sue bevande venivano gettati a′ cani, acciocchè qualcun altro non ne restasse infetto. Insomma, la condizione di un tale era molto peggiore di quella delle bestie; ed in ciò non facevasi niuna differenza fra i principi ed i privati, poichè tanto è toccato agl′imperatori di Germania ed a′ re di Francia di vedersi per tale cagione abbandonati e scherniti e maltrattati da suoi, quanto è avvenuto lo stesso ad ogni altra persona privata.

Stante adunque questa sicurezza de′ beni ecclesiastici, egli s′introdusse il costume che i secolari, quando temevano di dover venire da qualcun altro più forte e più potente di loro soverchiati, correvano da qualche prelato e gli facevano una donazione de′ suoi beni, con questa condizione, che la Chiesa od il monastero li desse in feudo al donatore, il quale all′incontro si obbligava di pagarle annualmente una certa pensione secondo l′accordo [197]. Questo feudo durava conforme i patti che su di ciò s′erano fatti; e però, o dopo passata una determinata quantità di anni, o dopo l′estinzione della linea del donatore, od al più dopo spenta tutta la sua famiglia mascolina, questi feudi andavano devoluti alla Chiesa, che n′aveva la proprietà. Il Muratori nelle sue Antichità dei tempi di mezzo arreca una gran quantità di esempi di somiglianti donazioni, per cagione delle quali un′infinità di Chiese, e particolarmente la romana [198], divennero fuor di modo potenti e ricche.

Le crociate furono un′altra copiosa fonte delle ricchezze del clero. Il furore del volere andare nella Terra Santa con quelle armate de′ cristiani, o direm piuttosto di masnadieri, che vi si portavano per ritorre a′ turchi que′ paesi, era divenuto così universale, che niuno si reputava felice se non poteva almeno una volta in vita sua intraprendere cotesto viaggio. Molte ragioni concorrevano a far nascere negli animi umani un sì fatto desiderio. Primieramente, i papi, che da queste crociate traevano quel profitto che abbiamo mostrato più addietro, promettevano a quelli che si crociavano la remissione di tutti i loro peccati, e prodigalizzavano le indulgenze a furia; talchè, essendo in que′ tempi i costumi della gente fuor di modo corrotti, ognuno correva a crociarsi, per poter con questo mezzo ottenere da Dio il perdono de′ suoi peccati, che per lo più tali e tanti erano, che la vita dell′uomo, quantunque lunga stata fosse, non avrebbe potuto bastare per farne quella penitenza che ne′ penitenziali d′allora era prescritta. Oltre a questo, la superstizione, che faceva credere alla gente che fosse un peccato il lasciare quelle sante contrade nelle mani degli infedeli, e l′esempio degli amici, de′ parenti e de′ concittadini, accendevano vieppiù il desiderio degli altri a doversi unire a qualcuna di quelle crociate. Quando questa gente partiva, costumavano di vendere o tutto o la maggior parte del fatto suo, per poter nel viaggio campare il meglio che potessero, e per poter fare le spese che occorrevano. I duchi, i conti, i nobili, i plebei, tutti alienavano i loro principati, i loro contadi, le loro signorie, e le loro terre e possessioni. Le vendite si facevano a precipizio, perchè dovevasi cogliere l′occasione del poter andare alla volta della Terra Santa, quando questa vi era. I laici che restavano avevano poco danaro contante, sì perchè i nobili ed i facoltosi amavano di crociarsi più degli altri, come perchè i frati e preti ed i vescovi avevano già attirata a sè la maggior parte delle facoltà de′ secolari. Sicchè gli ecclesiastici, che avevano il denaro in mano, erano pressochè gli unici compratori delle signorie e delle terre de′ laici. E siccome i venditori avevano premura del denaro, e pochi erano i compratori, così gli ecclesiastici venivano in tali occasioni ad acquistare a vilissimo prezzo le più ampie e più belle possessioni del mondo. Niuno si può figurare quanto spesse fossero le alienazioni che in somiglianti occasioni i laici facevano al clero, e quanto poco montassero alle Chiese ed a′ conventi i loro acquisti. Per agevolare viemaggiormente coteste alienazioni a favore del clero ha ordinato papa Eugenio III che, quando un vassallo volesse crociarsi, egli potrebbe liberamente vendere il suo feudo, talchè, se il padrone del diretto non volesse o non potesse per mancanza di danaro ricomperarlo, egli dovesse essere permesso alle Chiese ed a′ monasteri di farne la compra; per la qual cagione un′infinità di feudi passarono nelle loro mani.

Le indulgenze sono un′altra copiosissima fonte, dalla quale i papi, i vescovi, i frati e tutto il clero hanno tratto di grandissimi tesori. Egli è pregio dell′opera di esporre qui come siano nate coteste indulgenze, e come gli ecclesiastici ne abbiano ricavati tanti vantaggi e tante ricchezze. Egli fu antico costume della Chiesa che i pubblici peccatori pubblicamente e al cospetto di tutti i fedeli confessassero i loro delitti e ne facessero pubblica penitenza. Cotesta pratica s′ introdusse poi pian piano per gli occulti delitti ancora; poichè coloro che avessero commesso segretamente qualche delitto andavano a confessare la loro colpa ad un qualche sacerdote, e facevano poi per esso pubblicamente penitenza al pari di quelli che avessero pubblicamente peccato, ed i cui misfatti fossero noti a tutti [199]).

Tutti questi peccatori, che dovevano fare pubblica penitenza, venivano divisi in quattro classi. La prima era di quelli che stavano davanti alla porta della Chiesa, e confessavano a quelli che passavano i loro peccati, spargendo amare lagrime, e chiedendone umilmente perdono. Quando si cominciò a fare pubblica penitenza anche per i peccati occulti, questa specie di penitenti non confessava nè palesava, ma solamente piangeva i suoi peccati, e domandavane misericordia. Altri stavano nell′atrio, ossia in quel luogo che veniva chiamato Nardex, e si raccomandavano alle preghiere di coloro che passavano da loro per entrare nella Chiesa, e potevano assistere al culto divino fino al Vangelo, dopo il quale dovevano, all′intimazione del diacono, partirne di là. Altri dovevano, dopo finito il culto divino per i catecumeni, andar a gettarsi davanti a′ piedi del vescovo, e di tutta la gente che pregava alcune orazioni per essi, terminate le quali dovevano uscire di Chiesa. Altri finalmente assistevano bensì a tuttta la funzione, ma venivano dalla comunione esclusi. Tutti cotesti peccatori erano obbligati, oltre alla suddetta pubblica penitenza, di mortificarsi per diverse altre maniere ancora, come a dire digiunando, pregando, facendo limosina, ed astenendosi da ogni sorta di leciti ed onesti piaceri. Non ogni peccatore era tenuto di fare le medesime penitenze; ma chi l′una, chi l′altra, e chi più, chi meno, secondo la qualità di sua colpa, e secondo il parere del vescovo e de′ sacerdoti. Col tempo vennero vieppiù accresciute ed inasprite coteste penitenze ed atti di mortificazione che ogni peccatore doveva, oltre la pubblica penitenza, di per sè privatamente fare. Nel sesto secolo fu ancora composto un Penitenziale, che si attribuisce a Giovanni il Digiunatore, patriarca di Costantinopoli, dove per ogni sorta di peccati, secondo la varietà di quelli, varie pene vengono fissate e stabilite. Nel secolo settimo Teodoro, monaco greco, che da papa Vitaliano fu fatto arcivescovo di Cambridge, seguitando l′esempio di Giovanni, compose anch′ egli un somigliante Penitenziale, ma più esteso e più accurato del primo, il quale poi servì per l′uso delle Chiese occidentali. Ne′ secoli seguenti vennero alla luce diversi altri libri penitenziali ancora. I peccatori dovevano fare per ogni peccato quelle penitenze che ai diversi peccati ne′ quali era caduto si trovavano imposte ne′ libri penitenziali. E queste penitenze erano rigorosissime, e di lunghissima durata, poichè certe tre, certe sei, tali dieci, tali altre quindici, ed alcune venti e più anni duravano; talchè un peccatore che avesse commessi più peccati, appena tanto potea vivere quanto faceva bisogno per far penitenza di quelli. Laonde, quando ne′ tempi barbari si pervertirono per così fatta maniera i costumi de′ cristiani, che anche i meno rei e malvagi uomini andavano nulladimeno commettendo di tratto in tratto de′ gravi peccati, convenne necessariamente pensare a′ mezzi di poter convertire queste cotanto gravi e lunghe penitenze in altre pratiche più agevoli e di minor durata. Quindi inventò il clero altre maniere di penitenze in luogo di quelle che erano state in uso fino allora. Sul principio si procedette in ciò senza interesse e senza verun secondo fine. Così, per cagione di esempio, chi non potea digiunare per un giorno intero a pane ed acqua, potevasene liberare col recitare ginocchioni nella Chiesa cinquanta Salmi, o col nutrire quel giorno un povero  col pagare a qualche mendico tre soldi, se lo poteva fare, oppure un soldo solo, se non poteva darne di più. Così, chi era tenuto di digiunare per lo spazio di tutto un mese, se ne poteva esimere recitando in ginocchione mille duecento Salmi; e chi non avesse voluto o potuto tenere così lungo tempo le ginocchia piegate, ne doveva recitare mille seicento ed ottanta, e non mangiare per tutto quell′intervallo di tempo mai prima delle ore sei, vale a dire sei ore avanti mezzanotte. E chi non amava neppure di far questo doveva pagare una certa somma di danaro. Così è finalmente da dirsi di tutte le altre penitenze ancora, poichè tutte si potevano scambiare in altre penitenze minori, e queste ancora si potevano scansare col dare danari per limosina. E quelli che ricevevano queste limosine dovevano all′incontro pregare, recitare de′ Salmi, frequentare le Chiese, digiunare, e fare altre cose tali in luogo di quelli da cui avevano ricevuto il benefizio. Quando questo costume di dare danari in luogo di far penitenza fu tra′ cristiani così bene abbarbicato che il clero s′accorse di poterne trarre profitto, ei s′avvisò di tirare questi danari per sè, e di privarne i mendici, i prigionieri, gli infermi, ed altri sì fatti bisognosi, fra′ quali prima solea venire ordinariamente distribuito. I frati cominciarono a dire ch′essi sono i veri poveri; ch′essi sono da Dio principalmente e sopra ogni altro ordine di persone amati; che le loro preghiere, i loro canti, le loro mortificazioni ed i loro digiuni che facevano per i peccatori erano cose assai più meritorie che quelle delle altre persone: lo stesso andavano dicendo e predicando di sè anche i vescovi ed i preti; ed il clero secolare faceva a gara col regolare per tirar l′aiuolo [200] alla gente e trarre loro il denaro dalle borse. Il popolo semplice, ignorante e barbaro, agevolmente si moveva a prestare orecchio a questi loro inganni, e dava loro quanto sapevano desiderare. Sicchè, quando uno andava a confessarsi, il confessore teneva in mano penna, carta e calamaio, notava uno per uno i peccati del penitente, ed, assegnata poi a ciascun peccato la sua pena pecuniaria, facevasi il conto quanto montasse tutta la somma. Se questa era grande, e che il povero peccatore non avesse tanto danaro contante, bisognava ch′egli desse via una delle sue case o de′ suoi fondi; ed i peccatori potenti pagavano ancora con ville, con borghi, con città, e con provincie intiere. Quindi tutte le donazioni che i signori grandi di que′ tempi hanno fatto a′ prelati, a′ vescovi, a′ monasteri, alle Chiese, sono state fatte pro redemptione animae suae, come allora si diceva, e per la soddisfazione de′ suoi peccati. Le donazioni che furono fatte da Pipino e da Carlo Magno alla sede romana procedono da un somigliante motivo: poichè i donatori si dichiararono espressamente ch′essi donarono tante città alla cattedra di san Pietro pro redemptione animae suae, e per guadagnarsi la grazia e l′intercessione dei santi apostoli Pietro e Paolo, affinchè ottenessero al donatore da Dio la remissione de′ suoi peccati.

I papi, veggendo come la gente era troppo bene disposta per redimere con danari l′anima dalle pene future ed il corpo dalle penitenze di questo mondo, s′avvisarono di trovar fuori le indulgenze, colle quali rimettevano in nome di Gesù Cristo i peccati a quelli che le guadagnavano. L′ordinario modo di guadagnarle si era di comperarle. Ognuno aveva una premura grandissima di ottenere di queste indulgenze, ed all′incontro i papi mostravano una grandissima premura di venderle. Sicchè in ogni regno ed in ogni provincia v′erano dei commissarii pontificii, i quali a ciascuno che portava contanti queste indulgenze ad assai discreto prezzo vendevano. E siccome con varie sorta d′indulgenze si trafficava, delle quali le une servivano solamente per i peccati ignorantemente commessi, e le altre per quelli che maliziosamente erano stati operati, e quali producevano effetti maggiori, quali avevano forza minore; così diversi, ma tutti assai moderati, erano i prezzi per ogni sorta d′indulgenze stabiliti; e ciascun peccatore comperavasi quella o quelle che per allora gli facevano mestieri, o che le sue forze gli permettevano. Questo traffico che si faceva de′ peccati, delle penitenze e delle indulgenze, cagionò dei gravissimi disordini; i buoni costumi ne rimasero non che corrotti, ma sbanditi e distrutti affatto; ogni ecclesiastica disciplina minata ed annichilita del tutto. Imperciocchè ogni prete aveva la facoltà di assolvere da ogni peccato, ed ognuno assolveva agevolmente, perchè le assoluzioni fruttavano a dismisura. Per mettere qualche rimedio a così funesti malanni incominciossi adunque di riservare alcuni peccati, non permettendo che i semplici sacerdoti potessero da quelli assolvere i peccatori. Quindi alcuni peccati furono riservati a′ vescovi, ed altri a romani pontefici. I casi riservati al papa erano quelli che alla disciplina ecclesiastica, alla conservazione e sicurezza di quella, e particolarmente quelli che alla monarchia pontificia sembravano poter arrecare qualche troppo grave pregiudizio.

Coteste indulgenze e coteste riservazioni obbligarono i pontefici a dover creare un nuovo tribunale, che è quello della penitenzieria, e d′inventare quella sconcia e vituperevole cosa che è nota sotto il titolo di Tassa Penitenziale, della quale a quest′ora già ben quaranta edizioni si sono fatte. Con questa fu fissato il prezzo per l′assoluzione di ogni caso riservato, per le concessioni di varie indulgenze, e per le dispense ne′ matrimonii, nell′età, ne′ natali, nelle sregolarità ed in altre cose somiglianti. In vigor di questa tassa chi commette fornicazione con una vergine deve pagare otto grossi; chi è reo d′incesto per aver giaciuto colla madre, colla sorella, colla zia o colla cugina, paga cinque grossi se il delitto non è palese, ed in caso contrario conviene pagarne sei. Per l′assoluzione dal peccato dell′omicidio, dell′infanticidio, dell′adulterio, della sodomia, dello spergiuro, della rapina e di altri siffatti delitti, vi è parimente determinata la quantità del denaro che bisognava dare. In somma niuna scelleratezza così orribile poteva venire da niuno commessa, da cui non si potesse coll′aiuto della pecunia ottenere l′assoluzione. Una indulgenza per la terza parte de′ suoi peccati costava cento grossi; una indulgenza di un anno ed un giorno per chi recita un′Avemaria ne importava dodici; una di dieci anni per chi visita il Santissimo Sacramento quando viene esposto ne valeva pure dodici; una indulgenza in articulo mortis per chi lavorava in certi giorni del mese ne costava altri dodici: le indulgenze per altri fini e per altri tempi, come pure le indulgenze per gli spedali, le cappelle, le Chiese de′ frati, le cattedrali, per la riparazione de′ ponti o di altri edificii, in una parola le indulgenze per qualsivoglia altra cagione o luogo avevano i loro determinati prezzi, e col pagamento acquistavansi delle indulgenze da poterne fare osteria e traffico. L′imparziale e giudizioso Mèhègan [201], discorrendo de′ tempi di Leone X, dice che le indulgenze, «che dalla Chiesa romana venivano distribuite per il frutto del sangue di un Dio, erano divenute una mercanzia che si vendeva pubblicamente » nella più disonesta e sconvenevole maniera del mondo, e che furono spogliate delle sue proprietà naturali e mascherate con caratteri falsi. Queste indulgenze non venivano annunziate per grazie, onde dovessero venire rimesse e condonate le pene temporali di un delitto già spento per la virtù del Sacramento; ma esse venivano spacciate per favori celesti, la cui propria virtù fosse di abolire del tutto le più enormi scelleratezze, talchè, dopo presa l′indulgenza, non vi era più ragione di dover avere per cagione de′ suoi peccati timore veruno. Laonde questa cosa, che da principio fu ritrovata per consolare la virtù penitente, fu poi o dall′ignoranza o dall′interesse convertita in una grazia che si faceva ai peccatori; il che servì agli uomini di sprone e di solletico per darsi liberamente in preda ai vizii. Da quello che abbiamo narrato fin qui abbiamo potuto assai manifestamente comprendere che in quei tempi erasi renduto universale tra′ cristiani questo principio, che col dare denari si potesse liberare l′anima sua e quella degli altri dall′eterne pene dell′inferno e dalle temporali del purgatorio. Questa dottrina veniva confermata dal clero con diversi passi della sacra Scrittwa; ed esso ne traeva poi la conseguenza che, per potersi salvare, bisognava donare generosamente al clero ed a′ conventi [202]. Posto adunque un tale principio, i moribondi dovevano necessariamente cadere ne′ lacci degli ecclesiastici. Chi è vicino alla morte pensa a tutti i mezzi possibili di riconciliarsi con Dio, per non avere a sopportare nell′altra vita delle pene eterne o temporali. Gli ecclesiastici, che non si partivano mai dalla persona inferma, non lasciavano passare momento che non ricordassero al moribondo quel bello ed agevole modo di campare l′anima sua da ogni pena col lasciare delegati pii. Ma a chi lasciarli? Senza verun dubbio a quelli che colle loro messe, co′ loro canti, colle loro buone opere e colle loro macerazioni suffragano l′anima del defunto. Dunque bisognava legare agli ecclesiastici; e questi volevano essere di ampii ed importanti legati, perchè l′avarizia non venisse a guastare il merito della buona opera. E non aveva da importar niente che la moglie, i figliuoli e la parentela ne venissero a sentire del danno, e che dovessero forse per la cagione di sì larghi lasciti andare poi mendicando il pane; poichè la maggiore di tutte le cure doveva essere quella di salvare l′anima sua, senza prendersi la menoma briga di quelli che restavano addietro [203]. Oltre a questo, avevano gli ecclesiastici diversi altri pretesti ancora per poter assistere a′ testamenti, e per obbligare i testatori a doversi ricordare di loro. Primieramente, essi si arrogavano di dover essere esecutori delle volontà dei defunti, e ne allegavano questa ragione, che in quei barbari e superstiziosi secoli doveva fare una grande impressione nelle menti degli uomini: il morto, dicevano essi, è stato dopo la morte sua giudicato da Dio: noi siamo i ministri di Dio: dunque a noi tocca di giudicare della mente e di far eseguire la volontà di colui che dalla giustizia umana è passato immediatamente sotto quella di Dio.

Secondariamente, si era per industria del clero pian piano introdotta una pia credenza, che chi si fosse nel suo testamento dimenticato di fare qualche legato pio, andrebbe senza verun fallo dannato, come dalle proprie parole di Salviano, che abbiamo nella nota addotte, si è potuto raccogliere. Finalmente, erasi stabilito che i legati fatti alle Chiese ed a′ monasteri dovessero sussistere ed avere tutta la forza benchè il testamento fosse da per sè assolutamente nullo ed illegittimo. E se gli eredi non davano in questo punto esecuzione agli ordini del testatore, essi venivano scomunicati, e per altri modi ancora ad arbitrio del clero puniti [204]. Essendo adunque ogni cosa dal clero per questo modo corrotta, ne nacque un′abbominevole ed orribile conseguenza: e questa fu che, quando alcuno moriva senza aver fatto testamento, e però senza aver lasciato qualche cosa alle Chiese, e molto più ancora se, avendo fatto testamento, si fosse dimenticato de′ preti o frati, questo tale veniva riguardato come uno che si fosse ucciso da sè stesso e che avesse voluto andare a bella posta all′eterna perdizione. Quindi gli veniva negato il santissimo viatico in vita, e la sepoltura dopo la morte. Un povero sventurato che avesse avuto la disgrazia di morire di morte subitanea, e che non avesse avuto tempo di fare alcun testamento, veniva trattato nella medesima guisa, non altrimenti che se fosse stata sua colpa propria l′essere morto repentinamente. Queste paiono cose incredibili: eppure il Duchange ce ne ha forniti nel suo dizionario innumerabili esempi, come si può vedere alla sola voce Intestatio.

Questa empietà ecclesiastica parve cotanto enorme al clero medesimo, ch′esso giudicò essere bene di temperare cotesto scellerato rigore: ma egli non venne a questa risoluzione se non che per trarne un vantaggio ancora maggiore. Imperciocchè si cominciò a trattare cogli eredi del defunto, acciocchè volessero supplire alla spontanea od involontaria mancanza del morto. Questi adunque dovevano concordarsi col clero per quella somma che il defunto avrebbe loro dovuto legare a titolo di limosina. E questa somma che restava così convenuta veniva chiamata elemosyna rationabilis: laonde, se agli ecclesiastici pareva che non fosse corrispondente alla facoltà lasciata dal defunto quella quantità di denaro che offerivano gli eredi, essi lasciavano stare tanto tempo senza dargli sepoltura il cadavere, e tante minaccie facevano a′ suoi figli, amici e parenti, finchè alla fine venisse loro fatto di ridurre questa limosina ad una somma ch′essi giudicassero ragionevole. Quello che in questo punto ci dee recare maraviglia si è che i vescovi ed i Concilii tollerassero una così malvagia ed empia pratica, e che, lungi dal condannarla e proibirla severamente, i Concilii medesimi la stabilissero e prescrivessero [205] .

Ma che ci maravigliamo noi che cotesta scellerata gente cotanto si abusasse della semplicità e superstizione dei cristiani nel punto della morte, se la loro enorme avarizia era pervenuta a tale che avevano fatto de′ regolamenti in vigore dei quali veniva proibito ai maritati di poter venire i primi tre giorni di matrimonio alla copula carnale se non avessero prima pagata una somma di denaro al clero per ottenerne la permissione [206]? Ognuno si può da se stesso immaginare quante ricchezze debbano costoro aver potuto ammassare con questo unico mezzo, che obbligava sotto pena della scomunica gli innamorati ad astenersi nel maggiore impeto dell′amore da ogni carnale commercio, se non comperavano questa licenza dagli indiscreti ed avari preti.

Fin qui abbiamo noi veduto come il clero, che da principio era umile e povero, sia pian piano divenuto potente e ricco. Egli ci resta ora da mostrare come agli ecclesiastici sia riuscito di partirsi dall′ubbidienza de′ principi secolari, di formare uno Stato separato in mezzo agli Stati civili, e di acquistarsi per sè una giurisdizione diversa da quella de′ laici. Noi ne abbiamo per entro a questo ragionamento fatto di qua e di là qualche menzione. Ma presentemente ne vogliamo noi discorrere di proposito, e mostrare come in questo punto sia andata la bisogna.

Noi abbiamo al principio di questo nostro discorso fatto assai chiaramente vedere, che i primi imperatori cristiani hanno costantemente esercitato una piena giurisdizione sopra le persone ed i beni del clero sì regolare che secolare, e che inoltre hanno co′ loro editti regolato tutta la ecclesiastica disciplina, o confermando quello che da′ vescovi e da′ Concilii veniva loro umiliato, o facendo di per se stessi e di loro proprio moto quegli stabilimenti che giudicavano a proposito. L′unica cosa dalla quale si astenevano si era di non mischiarsi del dogma e delle cose di pura religione, se non in quanto a loro pareva di dover dare qualche consiglio o di proteggere la verità contro gli eretici ed i novatori. Gli ecclesiastici veneravano allora e mettevano con ogni puntualità in esecuzione coteste leggi degl′imperatori.

I papi medesimi ubbidivano prontamente agl′imperiali editti sopra le persone, i beni e gli affari degli ecclesiastici, come coll′esempio di parecchi, e particolarmente di san Gregorio Magno, abbiamo dimostrato. I re longobardi, i primi re della Francia ed i primi imperatori dell′Alemagna hanno seguitato l′esempio degl′imperatori de′ primi secoli. Il clero de′ tempi presenti non ha timore di asserire che queste erano pure usurpazioni de′ sovrani di allora: ma così non parlavano i primi fedeli, non così i papi di que′ tempi, e così non parlano neppure adesso i più savii de′ nostri ecclesiastici, come dalle proprie parole del pio e dotto cardinal Cusa si vede [207]. Diffatto ella è una somma temerità il dire che una usurpazione fosse quel diritto che esercitavano i principi de′ primi secoli nel dettare leggi rispetto al governo del clero e delle loro faccende; poichè certissima cosa è che il clero per divino comando è sempre stato soggetto ai sovrani degli stati civili, finchè a questi è piaciuto di concedere agli ecclesiastici qualche esenzione dalla giurisdizione secolare, dalla quale poi collo andare del tempo, a forza d′inganni, d′invenzioni false e favolose, e di storte interpretazioni della sacra Scrittura, venne al clero troppo ben fatto di scostarsi e di separarsi del tutto.

Sul principio adunque non avevano gli ecclesiastici veruna autorità di giudicare altrui, ma essi medesimi venivano dai magistrati secolari giudicati. Ma, avendo l′apostolo san Paolo (I Cor. 6), per le ragioni da noi addietro addotte, esortato i cristiani che non dovessero piatire avanti i tribunali dei gentili, i fedeli, che volevano prestare orecchio all′avviso apostolico, costumavano di portare le loro cause davanti al vescovo, perchè egli amorevolmente, senza veruna figura giudiziale, da arbitro e non da giudice, da padre comune e non da superiore, le componesse. Essendo poi stata per la conversione di Costantino Magno data la pace alla Chiesa, gl′imperatori cristiani trovarono questo costume del finire davanti a′ vescovi amichevolmente le controversie private così ragionevole, ch′essi colle loro leggi confermarono a′ vescovi cotesto diritto del poter nelle cause de′ fedeli fare da arbitro, concedendo ad ogni sì ecclesiastica che secolare persona la libertà di poter portare la sua causa davanti il vescovo, per tentare se per via amichevole potesse da lui venire sopita. Ma se poi al vescovo non riusciva di poter comporre le parti, o se all′una di esse non fosse piaciuto l′arbitrio da lui pronunziato, allora dovevasi comparire davanti ai magistrati secolari per piatire nella solita forma [208]. Egli vuolsi qui tuttavia avvertire, che solamente allora poteva la causa dinanzi al vescovo veniva recata, quando in questo partito amendue le parti si fossero concordate: poichè, se l′una di esse avesse piuttosto amato di litigare avanti il giudice ordinario senza voler prima compromettere la causa nel vescovo, l′altra parte doveva acquietarsi, e conveniva incominciare formalmente nel tribunal competente la lite. Ciò apparisce chiaramente dalla storia e dalle leggi allegate or ora nella nota antecedente. Questo costume durò, com′egli è verosimile, fin nello ottavo secolo. Ma allora essendo venuta su l′usanza che gli ecclesiastici facevano a gara per inventare falsità, e per mettere alla luce leggi e documenti falsi, affine di potere sulla sciocchezza degli ignoranti e goffi secolari piantare ed estendere la loro potenza ed autorità; così trovossi qualche ardito impostore che ebbe il coraggio di aggiugnere alla fine del codice Teodosiano, come per appendice, un intero titolo colla rubrica de episcopali judicio, dove alla prima compare una legge di Costantino Magno, nella quale questo imperatore ha stabilito che ogni persona, sì ecclesiastica che laica, sia tenuta di lasciar decidere dal vescovo del luogo la causa sua ogniqualvolta l′altra parte lo chiegga: e ciò viene nella medesima legge comandato dover avere luogo anche quando la lite fosse già stata cominciata, ed il processo fino alla conclusiope ridotto davanti il giudice secolare, purchè qualcuna delle parti desideri di vedere prima decisa la quistione dal vescovo. Ma questa legge è apertamente per parecchie ragioni falsa, come hanno dimostrato il Gotofredo nelle sue note, e come i più dotti ecclesiastici de′ nostri tempi ingenuamente da se stessi confessano. Questa falsità, che ne′ secoli barbari non veniva conosciuta, servì agli ecclesiastici di pretesto per eccitare Carlo Magao a fare una legge, con cui egli comanda che tutte le cause de′ suoi sudditi abbiano da essere recate prima di tutto avanti il tribunale del vescovo, quando l′una delle parti lo brami. Quindi i tribunali dei vescovi cominciarono ad essere frequentati incredibilmente; perlocchè fu d′uopo che i vescovi, non potendo a tutto supplire per se stessi, creassero per le città e per la campagna dei giudici subordinati del loro corpo, i quali giudicassero le cause infinite che davanti a loro venivano portate. All′incontro i giudici secolari, i di cui fori erano quasi del tutto abbandonati, dovevano vivere continuamente nell′ozio e nella miseria; il che durò finchè, dopo rinate le lettere, si cominciò a scoprire in qualche modo gl′inganni del clero, ed a prescrivere de′ limiti alla loro giurisdizione che da tanto tempo in qua era stata illimitata. Ecco adunque come costoro hanno fatto ad acquistare la loro giurisdizione; poichè, quantunque essa sia loro stata per qualche maniera ristretta ed in parte levata, ciò non ostante se ne sono essi rimasti con una buona parte ancora, laddove la ragione, i precetti del Vangelo e la pratica costante de′ primi secoli vorrebbero che il clero non potesse esercitare giurisdizione alcuna.

Veggiamo ora come gli ecclesiastici abbiano fatto ad esimersi dalla giurisdizione secolare, alla quale sarebbero per comando del Salvatore e de′ suoi apostoli, e per ragion naturale, nelle faccende temporali assolutamente soggetti. A coteste esenzioni fu dato il principio coll′esimerli dalla giurisdizione secolare nelle faccende criminali. Gl′imperatori Costanzio e Costante fecero una legge in favore de′ vescovi, con cui hanno comandato che essi non potessero per cagione di querele e controversie criminali venire tirati davanti a′ tribunali dei magistrati secolari. Questa è la legge 12, cod. Theod. de epis. et cler.; ma essa non compartisce un siffatto privilegio se non che a′ vescovi soli. Gli altri ecclesiastici tutti, come a dire i preti ed i monaci, dovevano tuttavia venire processati e castigati come prima dai giudici secolari. Questo durò fino al tempo di Giustiniano: il che dalla Novella 183 e 123 di Giustiniano, delle quali faremo più basso menzione, puossi agevolmente comprendere. Incirca sessant′anni avanti il regno dell′imperatore suddetto gl′imperatori Leone ed Antemio promulgarono una legge per proibire che i preti e frati non dovessero quindi innanzi poter venire obbligati a comparire davanti a′ giudici esistenti fuori di quel luogo dove cotesti ecclesiastici per avventura avessero la loro abitazione, e che però solamente da′ giudici secolari del loro domicilio potessero venire giudicati (L. 33, cod. Just, de epis. et cler.). Questa medesima legge prova che anche nelle cause civili fossero i preti ed i frati di qualunque rango senza eccezione veruna soggetti alla giurisdizione dei giudici secolari, venendo ivi stabilito che «apud suos judices ordinarios, id est provinciarum rectores  omnium contra se agentium excipiant actiones. »

Egli è vero che il clero produce in suo favore una legge di Valentiniano, Teodosio ed Arcadio, nella quale viene disposto che niun vescovo e niuno di quelli che servono la Chiesa possano venire tirati davanti a′ giudici secolari. La qual legge fu da Graziano tratta dalla giunta fatta al codice Teodosiano sotto il titolo de episcopali judicio, e da lui poi inserita nel suo celebre decreto can. 5, c. XI, q. 1. Ma Gotofredo nelle sue note al codice Teodosiano ha dimostrato ad evidenza che questa legge è falsa, e ch′essa fu in quel titolo da qualche solenne impostore aggiunta. Un′altra legge di Teodosio che è veramente sua, e che è la 3 de epis. jud., comanda espressamente che i vescovi non possano giudicare se non che nelle sole materie di pura religione, e che per rispetto alle altre faccende gli ecclesiastici debbano restare sottomessi alla giurisdizione dei magistrati secolari. Noi abbiamo ancora mostrato più addietro, che l′imperatore Valentiniano III si dichiara espressamente nella Nov. 12 che « constat. episcopos legibus forum non habere, nec de aliis caussis quam de religione posse cognoscere, ut Theodosianum corpus ostendit. » Dunque sì per queste che per altre ragioni, le quali si possono vedere presso il Gotofredo, egli è chiaro che la legge suddetta è falsa. Ma, posto ancora ch′essa fosse vera, altro tuttavolta non ne seguirebbe se non che i mentovati imperatori Valentiniano, Teodosio ed Arcadio, abbiano con quella voluto dichiarare che gli ecclesiastici nelle cause di religione e meramente spirituali non possono venire giudicati da′ giudici secolari: poichè altra interpretazione non puossi a questa legge dare, attesochè da tante altre leggi appare che il clero sì regolare che secolare nelle cose criminali e civili fu sempre, almeno fino al tempo di Giustiniano, alla giurisdizione secolare interamente soggetto. La mentovata legge dice a chiare note che vuole riservate ai vescovi quelle cause solamente «quae ad christianam pertineant sanctitatem. » Sicchè, se anche essa è vera, di queste cause religiose soltanto e non delle altre ancora va ella intesa. Egli è qui da notarsi che quell′impostore di Graziano, stimando ch′essa non fosse bastantemente favorevole per il clero a lasciarla così come essa giaceva in quella falsa giunta fatta al codice Teodosiano, egli volle, nel trascriverla, sconciarla, e punteggiarla, e troncarla a suo talento, come ognuno si può da se stesso col farne la dovuta comparazione chiarire.

Il primo ad esentare gli ecclesiastici dal foro secolare si fu l′imperatore Giustiniano. Nella sua novella Costituzione 83 comandò egli che i preti ed i frati debbano nelle cause pecuniarie e civili prima di tutto essere convenuti avanti il loro vescovo; ma che, se questi incontrasse troppe difficoltà nella decisione di qualche controversia, egli dovesse allora essere alle parti permesso di volgersi al giudice secolare, il quale con tutta la celerità e senza figura giudiziale dovesse venire alla sua decisione, per impedire che per cagione di lunghe liti gli ecclesiastici non dovessero venire dai loro ministeri ecclesiastici per troppo lungo tempo allontanati. Rispetto ai processi criminali, ha Giustiniano separati i delitti puramente ecclesiastici dai misfatti che offendono la civile società. Rispetto a questi, ha egli ordinato che l′inquisizione ed il processo debba venire formato contro i preti ed i monaci da′ giudici laici, i quali, trovando reo l′inquisito o l′accusato, lo dovessero prima di tutto far degradare dal proprio suo vescovo, acciocchè poi da loro potesse essere doverosamente punito. Ma i delitti ecclesiastici volle egli che i soli vescovi potessero esaminarli e castigarli. Due anni dappoi pubblicò il medesimo imperatore sopra questo proposito un′altra novella Costituzione, che è la 123 nel Corpo delle leggi di Giustiniano. Con questa ha egli stabilito che chiunque avesse qualche pretesa contro qualsisia ecclesiastica persona dovesse prima convenirla avanti il suo vescovo, e che, se la sentenza vescovile fosse ad amendue le parti egualmente piaciuta, allora toccasse al giudice secolare del luogo di darle esecuzione. Che se all′incontro l′una delle parti si credesse contro ragione gravata dalla sentenza del vescovo, allora dovesse questa avere la facoltà di recare la causa dinanzi al giudice ordinario del luogo. La medesima ragione di ricorrere al giudice secolare vi fu pure accordata nel caso che il vescovo menasse troppo in lungo la causa e tardasse troppo a farne la decisione.

Riguardo ai processi criminali, dispose egli che l′accusatore potesse presentare la sua querela a suo talento o al giudice secolare od al vescovo; ma nel primo caso, quando il giudice laico trovasse veramente reo l′accusato, fu stabilito ch′egli dovesse mandare gli atti al vescovo perchè degradasse il delinquente, acciocchè poi potesse dal giudice secolare venire punito. Ciò però nonostante fu al vescovo riservata la ragione di esaminare gli atti del processo, e che, s′egli non credesse di poter approvare il procedere del magistrato laico, non fosse obbligato di venire alla degradazione del reo, ma dovesse tuttavolta far custodire l′accusato e spedire gli atti all′imperatore affinchè potesse esaminare la faccenda, e, dopo avere sentiti i pareri sì del vescovo come del giudice secolare, portarne quella sentenza che gli paresse più giusta e ragionevole. Questo è tutto quello che da Giustiniano fu intorno alle esenzioni del clero dal foro secolare disposto. Noi abbiamo potuto da ciò comprendere, che, quantunque quest′imperatore sia stato il primo ad accordare al clero un sì grande ed ampio privilegio, egli lo ritenne nondimeno ancora in alcuni casi sotto la giurisdizione secolare.

Noi dobbiamo a questo proposito accennare una bella galanteria del monaco Graziano, che ha composto il famoso decretum Gratiani. Costui ha copiata la summentovata Novella 83, e l′ha inserita nella sua compilazione al C. XI, q. gan. 45: ognuno si figurerà qui, ch′ egli l′abbia trascritta, com′è dovere, da parola in parola, e che le abbia lasciato il suo senso di prima. Ma questa era una cosa da galantuomo; e per un frate che fa sempre a pugni ed a calci colla verità, colla sincerità e coll′onestà, ella è una troppo malagevole impresa a voler operare a modo de′ galantuomini. Sicchè costui, per non mancare alla sua professione nel trascrivere la suddetta Novella, lasciò fuori qualche parola che gli dava noia, fece punto là dove non finiva il senso, sostituì un vocabolo all′altro, mozzò e troncò qualche paragrafo, e con questa accorta industria egli portò fuori da tutta la Novella il seguente comando: che un ecclesiastico non possa mai venire punito da un giudice secolare, se non sarà prima stato condannato e degradato dal vescovo; e che la cognizione dei delitti commessi da un prete o da un frate, senza distinguere tra gli ecclesiastici ed i civili, interamente appartenga al proprio vescovo del delinquente, il quale ne lo possa spiritualmente, cioè con qualche pena spirituale, punire. Or ognuno può da se stesso vedere quanto bene il senso di questo canone concordi colla mentovata Novella, e come la copia convenga coll′originale. Somiglianti falsità erano in que′ secoli barbari affatto alla moda; e di qua n′avvenne che ogni compilatore di canoni avrebbe stimato di contravvenire al suo dovere, se non avesse arricchita la sua compilazione di parecchie false invenzioni e stratagemmi in favore del clero ed in pregiudizio de′ laici. Lo stesso ha voluto fare Graziano ancora. Quindi di tante frottole, di tante imposture e di tante false citazioni abbellì egli il suo decreto, che cotesto troppo ricco ornamento dispiacque a′ papi medesimi. Per questa cagione fu adunque da papa Gregorio XIII dato ordine a diversi soggetti di dover emendare e correggere queste sconciature, che in tanta copia si trovavano nella compilazione fatta da Graziano. I correttori eseguirono mirabilmente bene e con somma destrezza la commissione loro imposta. Imperciocchè essi corressero tutto quello che non riusciva in favore del clero, e che aveva bisogno di emendazione. Ma all′incontro quanto vi ebbe di falso e di storpiato in vantaggio della corte romana e degli ecclesiastici fu da essi con somma diligenza lasciato intatto. Così restò, fra le altre, intatta anche questa leggiadra impostura del Graziano; il che ci deve tanto maggiormente scandalizzare, perchè le Novelle di Giustiniano, fra le quali vi ha l′originale donde il monaco ha tratta la sua copia, vanno per le mani di tutti, e tutti possono riconoscere agevolmente l′inganno.

Ora torniamo a Giustiniano. Le sue Costituzioni, e specialmente la Novella 123, furono dalle leggi di Costantino III e di Alessio Comneno, che Balsamone riferisce al titolo sesto del suo Nomo–Canone, quasi in ogni punto confermate e rinnovate. Quindi il clero venne di tanto in tanto sempre maggiormente conservato nel possesso delle sue immunità ed esenzioni dal foro secolare, ed i vescovi furono sempre più mantenuti nello esercizio della giurisdizione loro da Giustiniano conceduta.

Ciò però nonostante, volendosi parlare propriamente e secondo la mente de′ nostri giuristi, non puossi a quel giudizio che allora esercitavano i vescovi sopra i preti e frati attribuire il nome di giurisdizione, perchè giurisdizione, almeno nel senso che i canonisti ed i legali di adesso la prendono, veramente non era quella facoltà di giudicare sopra le controversie del clero, poichè essi non avevano nè il così detto Jus terrendi, nè la vis coactiva, cioè la ragione di eseguire per forza le loro sentenze, giacchè per questa conveniva, come abbiamo detto testè, ricorrere al magistrato secolare.

Così non avevano i vescovi neppure il diritto delle carceri, e niun ecclesiastico poteva per loro comando venire imprigionato o catturato, perchè ciò a′ soli giudici secolari si aspettava, non costumandosi di carcerare niuno se non fosse reo di qualche delitto contro alle leggi della società, e meritasse però qualche corporale castigo; la quale classe di delitti non s′aspettava alla cognizione vescovile. I vescovi non condannavano adunque nè alla morte, nè all′esilio, nè a pena pecuniaria, nè a verun′altra pena civile. E le pene che da loro potevano venire dettate erano puramente spirituali, come il digiuno, le penitenze, la sospensione o la deposizione dagli ordini sacri, e somiglianti, come viene assai bene dichiarato da papa Gregorio II nella lettera ch′ei scrisse all′imperatore Leone Isaurico [209].

Questa moderazioue ne′ tribunali de′ vescovi durò fino all′ottavo secolo. Carlo Magno cominciò ad accordare a′ papi un territorio, ed il diritto delle carceri, che essi non avevano prima avuto giammai. Diversi altri principi imitarono il suo esempio, donando degli Stati a′ loro vescovi, e concedendo loro una piena giurisdizione. Il medesimo imperatore comandò che quindi innanzi niuna ecclesiastica persona potesse venire giudicata nè civilmente nè criminalmente da alcun giudice secolare, e che il vescovo dovesse essere il giudice ordinario de′ preti e de′ frati nelle cause civili e ne′ processi criminali. I successori di questo imperatore seguitarono il suo esempio, e confermarono la esenzione del clero dal foro secolare. L′imperatore Federico approvò ed ampliò solennemente tutti cotesti privilegi, e questa sua legge fu inserita nel codice di Giustiniano Auth. Statuimus de epis. et cler., perlocchè divenne una legge comune. Da questo tempo in qua hanno potuto gli ecclesiastici separarsi del tutto da′ laici, e formare uno Stato separato in mezzo ad un altro Stato.

FINE.

 

Indice delle cose notevoli

 

Cenni sulla vita dell′Autore

Prefazione Introduttiva

Relazione del Regno di Cumba

Governo, religione e costumi del popolo di Cumba avanti l′arrivo de missionarii.

Governo, religione e costumi del medesimo popolo dopo L′arrivo di quelli.

Rovina del Regno di Cumba, e distruzione della regia famiglia.

Riflessioni sulla Relazione del Regno di Cumba.

Origine de frati, e delle diverse loro Regole.

Origine e progressi de′ frati Mendicanti.

I frati privano la repubblica de′ suoi membri più necessarii.

I frati guastano tutti i belli ingegni ch′entrano nelle loro religioni.

I frati guastano le scienze e la gioventù che le impara presso di essi o che le studia sui loro libri

I frati, colle scienze che insegnano e co′ libri che scrivono, mandano in malora gli Stati . dove a loro si ptesta fede

I frati impediscono la popolazione

I frati coll′impedire la popolazione apportano danno al principe, allo Stato, ed alle famiglie private

I frati sono o nemici del principe, o persecutori del popolo

I frati perseguitano chiunque pensa differentemente da loro

I frati e le diverse loro Regole si perseguitano tra di esse

La guerra serafica dei francescani coi cappuccini

I frati guastano la religione e morale cristiana

I frati sono perniziosi per lo frequentare che essi fanno le case de′ privati

I frati di san Francesco sono perniziosi più degli altri

I frati di san Francesco hanno avuto tra di loro delle fiere e crudeli guerre intestine. »

Dell′origine e delle crudeltà del Tribunale della Inquisizione

Dei mezzi di riparare i mali che cagionano i frati

Riflessioni sulla Chiesa, sul Clero, ecc.

Chiesa cosa sia

Dei fini diversi della Soeielà spirituale e civile

Dei diversi mezzi della Società spirituale e della civilej e delVuso delle pene

Dei membri oruT è composta la Chiesa e specialmente del Clero in generale

DeWeguaglianza di tutti i membri della Chiesa

Che il Clero non ha alcuno impero, ma è egli medesimo soggetto alla Chiesa

Del voto popolare nelV elezione de′ministri della Chiesa e nelle controversie religiose

Dei Vescovi della prima Chiesa, e della loro instituzione

Delle prime regole de′ primi cristiani

Del diritto delle Chiavi, e delle Scomuniche

Dei diritti de′ Principi

Se il Principe sia tenuto di ricevere ne′ suoi Stati una religione

Se il Principe possa dal suo regno scacciare una religione già ricevutavi

Dei diritti che il Principe non può levare ad una religione ch′egli riceve e tollera nel suo Stato

De′ Concilii dalla loro origine, e dell′autorità del Principe intorno a quelli

Dell′autorità del Principe intorno alle elezioni dei ministri della Chiesa.   

Dell′autorità del Principe sopra il dogma, laliturgia e la disciplina della Chiesa

Dell′autorità del Principe sopra i matrimonii

Della giurisdizione del Principe sopra il Clero, sopra i Papi, sopra le facoltà del Clero, e delle Immunità ecclesiastiche.

De beni degli Ecclesiastici .

Del dovere di far concorrere alle gravezze delloStato i beni ecdesiaslici.

Come la Chiesa perdette i suoi diritti, e come furono usurpati dal

Delle collezioni dei canoni

De′ Vescovi e della loro autorità

De′ Primati de′ Metropolitani, degli Arcivescovi, e de′ Patriarchi

De′ Papi

Della Collezione de′ Canoni fatta da Isidoro Mercatore

Delle ricchezze del Clero, e de′ modi con cui leha acquistate

Delle Decime

Delle Reliquie de′ Santi, come fonti di ricchezze 

De feudi oblati da laici alle Chiese

Delle Crociate, come altro mezzo di ammassare ricchezze

Delle Indulgenze, e delle Penitenze de′ peccatori secondo l′antica e la nuova disciplina, e delle redenzioni pecuniarie de′ peccati

Del Foro ecclesiastico, e del modo con cui il Clero acquistò la giurisdizione

Come abbia riuscito il Clero ad esimersi dalla giurisdizione secolare, e come sia venuto a formare uno Stato separato in mezzo ad altro Stato.


 

[1] Scientes, quoniam dum sumus in corpore, peregrinamur a Domino. II. ad Corint. V: 6.

Non habemus hic manentem civitatem, sed futuram inquirimus. ad Haebr. XIII: 14.

Confitentes quia peregrini et hospites sunt super terram.

Qui enim haec dicunt significant, se patriam inquirere.

Nunc autem meliorem appetunt, id est coelestem. ad Haebr. XI: 13, 14, 16.

Ordinatus «st ab Ecclesiis comes peregrinationis nostrae. II. ad Corint. VIII: 19.

Charissimi, obsecro vos tanquam advenas et peregrinos. 4. Par. II: 11.

[2] sittosto: subito, presto (ndr.)

[3] «Non enim misit Deus filium suum in mundum, ut judicet mundum sed ut salvetur mundus per ipsum.» Joan. III: 17. «Si quis audierit verba mea, et non custodierit, ego non judico eum: non enim veni ut judicem mundum, sed ut salvificem mundum.» Ibid. XII: 47. «Qui spernit me, et non accepit verba mea, habet qui judicet eum: sermo, quem locutus sum, ille judicabit eum in novissimo die.» Ibid. 48.

[4] «Seniores ergo, qui in vobis sunt, obsecro, consenior et Christi testis passionum…. Pascite qui in vobis est gregem Dei, providentes non coacte, sed spontanee, secundum Deum: neque turpis lucri gratia, sed voluntarie. Neque ut dominantes in cleris, sed forma facti gregis ex animo. et cum apparuerit princeps pastorum, percipietis Immarcescibilem gloriae coronam. Humiliamini igitur sub potenti manu Dei, ut vos exaltet in tempore visitationis.» I Petr. V: I et seqq. Vid. Luc. XXII –26.

[5] Illic etnim medicinae, ac curationis accipiendae facultas omnis non in eo qui medicinam adhibet, sed in eo qui laborat, posita est. Quod cum admirandus iste Paulus intelligeret, sic Corinthos alloquitur. «Non quod dominemur vobis nomine fidei.» Christianis enim sacerdotibus minime omnium licet peccantium lapsus vi corrigere: hic non vim afferre, sed suadere tantum oportet. Neque enim nobis facultas tanta a legibus data est ad delinquentes coercendos. Ac, ne si data esset, haberemus, ubi vim hujusmodi potentiamque exercere possemus, cum Christus eos aeterna corona donet, non qui coacti, sed certo animi proposito a peccatis abstinent. Nam si qui victus, ac ligatus est, contumaciter resisteret, id enim per se in se potest, malum certe; neque enim est hic, qui vim afferat, aut qui curare invitum possit. Chrysost. Hom. 23

Idem de Consid. lib. 1. Non est nobis data talis potestas, ut auctoritate sententiae cohibeamus homines a delictis. Vid. Laetant. lib. 5 cap. 13. Cassiod. lib. 2 epist. 37. Bernard. Sermon. 66 in Cantic.

[6] Regnum meum non est de hoc mundo: si ex hoc mundo esset regnum meum, ministri mei utique decertarent ut non traderer Judaeis: nunc autem regnum meum non est hinc. Jean. XVIII: 36.

[7] Magister, dic fratri meo ut dividat mecum haereditatem. At ille dixit illi: Homo, quis me constituit judicem, aut divisorem inter vos? Luc. XII: 13,14. V. Joan.VI: 15. Vedi la not. 2.

[8] Reges gentium dominantur eorum… vos autem non sic. Luc. XXII, 25. Matth. XX, 25. Marc. X, 42.

[9] Non quia dominamur fidei vestrae. II ad Cor. I: 23.

[10] Neque ut dominantes io cleris, sed forma facti gregis ex animo. I Petr. V: 3.

[11] «Si potestatis jus quoque nullum, ne in suos quidem exercuit Christus, quibus sordido ministerio functus est, si regem denique fieri conscius sui regni, refugit, plenissime dedit formam suis dirigendo omni fastigio, et suggestu tam dignitatis, quam potestatis. Quis enim miagis eis usus fuisset, quam Dei filius? quales et quanti ejus fasces producerent? qualis purpura de humeris ejus floreret? quale aurum de capite radiaret, nisi gloriam seculi alienam et sibi et suis judicasset. » Tertull. de Idol. cap. 18.

[12] Il santo Padre, parlando della pratica apostolica, dice: «De communi sententia omnia facit... nihil privata auctoritate, nihil pro imperio... moltitudini indicium permittit... non ipse eos stitit, sed omnes, sententiam vero inducit ipse, eam non suam ipsiusmet esse monstrans, sed ex alto secundum prophetiam, adeo ut enarrator fuerit, non doctor… In communi omnes orant, non privata sententia agunt, sed potius excusatione apud multitudinem utuntur; sic etiam fieri nunc oportebat … Judicium permittunt, illosque, qui omnibus placebant, ac testimonium ab omnibus reportabant, promovent... benigne, nec cum auctoritate disserunt… Vide quanta cum demissione verba faciant, non ut episcopus pro auctoritate loqui solet, sed sententiae socium ipsum assumunt. »

[13] Isidor. Pelusiota lib. III, ep. 126, dice avere i vescovi ed i sacerdoti ricevuto «ministerium referendis rationibus obnoxium, non imperium, in quod inquiri nequaquam debeat, paternam procurationem, non tyrannicam pro arbitrio vivendi licentiam: dispensatoriam praefecturam, non potestatem minime reddendis rationibus obnoxiam.

Clemente in una sua epistola ad Corint. « Quis inter vos generosus, quis misericors, quis charitatis plenus dicat. Si propter me seditio, et contentio, et schismata oriantur  excedo, abeo, quocunque volueritis. Quaeque a moltitudine praecepta sunt facio. Ovile solum Christi cum jam constitutis presbyteris in pace degat. »

Vid. etiam Policarp. in epist. ad Phillipens.; S. Bernardo de Consider. lib. 2, cap.6, parla in questo punto così. «Forman apostolica haec est: interdicitur dominatio: indicatur administratio, quae comendatur ipsius exemplo legislatoris, qui sexquutus adjungit: ego autem in medio vestro sum sicut qui ministrat. Quis jam se titulo hoc in gloriam putat, quo se prior Dominus gloriae praesignavit? Merito Paulus gloriatur in eo dicens, ministri sunt, et ego etc.

[14] De l'autoritè du clergè, et du pouvoir du magistrat politiq.; chap. I, sect. 2.

[15] «Unus pro multis dedit responsum. Unitas in multis. Hoc autem nomen ei ut Petrus appellaretur a Domino impositum est; et hoc ut ea figura significaret Ecclesiam. Quia enim Christus Petrus, Petrus populus christianus.» Tract. 24 in Joann. « Universam significat Ecclesiam. » id. ibid.

[16] «Ergo si personam gerebant Ecclesiae, et sic eis hoc dictum est, tanquam ipsi Ecclesiae diceretur, pax Ecclesiae dimittit peccata, et ab Ecclesiae pace alienatio retinet peccata.» Id. lib. 3 de Baptis. cap. 18, n. 23. «Cum veraciter ad Deum converso peccata dimittuntur, ab eis dimittuntur, quibus ipsa veraci conversione conjungitur. Similiter, cum alicujus peccata tenentur, ab eis utique tenentur, a quibus se ille, cui tenentur vitae dissimilitudine et pravi cordis aversione disjungit. » Idem lib. 6 de Bapt. cap. 4, n. 6. ~ Tre gravi cattolici scrittori confermano, con altre autorità ancora, quanto qui viene insegnato da noi: questi sono il Gersone de potest, Eccl. consid. IV Tom. 2; Giovanni Launoio epist. V ad Hadrian.; Vallaot. Tom. I; Febronius de statu Eccl. pag. 13, 14, 26 seqq.

[17] Pro corpore ejus, quod est Ecclesia, cujus factus sum ejus minister. » Coloss. I: 25.  Ecclesiae humilis, indignus minister. »

[18] « Inprimis hoc meminisse decet, catholicam Ecclesiam illam esse, cujus confessio in Symbolo continetur. Haec sancta Ecclesia tanto privilegio a Christo Salvatore nostro, qui eam sanguine suo fundavit, dotata est, ut eam errare non posse firmiter credamus. Hoc solum competit Deo natura: Ecclesiae vero privilegio. In ista regeneramur, roboramur, nutrimur, et vivificamur. Extra istam nec salvi esse, nec Deo placere possumus. Haec enim mater et magistra omnium fidelium, ac etiam corpus Christi mysticum nuncupatur, cujus caput ipse Dominus Jesus Christus. Hujus tanta est auctoritas, ut qui contumaciter hujus doctrinae contradicere praesumserit, haereticus esse convincatur. Quae domus etiam claves solvendi, et ligandi accepit a Domino. Hanc domum si quis corripientem, corrigentemque contemserit, sit tibi, inquit Dominus, sicut ethnicus et publicanus. » Concil. basyl. Resp. Synod. Conc. tom. 12.

[19] «Ipsa multitudo non habet jurisdictionem, cum jurisdictio, secundum actum, non possit cadere in communitatem, sed in personam determinatam, quia jurisdictio requirit actus, ut judicare et imperare: communitas autem non potest exercere actus aliquos, immo impossibile est in communitate esse jurisdictionem secundum actum. Est tamen jurisdictio secundum originem in communitate, et secundum virtutem; quia omnes personae accipientes jurisdictionem ex virtute communitatis accipiunt, quia ipsi possunt per se judicare, communitas autem non. Ita autem videtur de clavibus Ecclesiae, quia illae datae sunt a Christo toti Ecclesiae. Quia tamen non poterat tota Ecclesia dispensare illas, cum non esset aliqua persona, tradidit eas Petro nomine Ecclesiae. Non fuerunt datae claves illis apostolis tanquam determinatis personis, sed tanquam ministris Ecclesiae. Et tunc magis dabantur claves Ecclesiae, cum Ecclesia, quae habet illas radicaliter, nunquam moriatur.... Respondendum est, quod Ecclesia suscipit claves a Christo, et apostoli tanquam ministri Ecclesiae: et nunc Ecclesia illas habet: et praelati etiam. Sed aliter Ecclesia, quam praelati. Nam Ecclesia habet secundum originem et virtutem. Praelati autem habent secundum usum earum. » Tostatus Abulens. episcop. cap. 15, quaest. 48 et 49.

[20] «Scholastici post Magistrum sententiarum et sanctum Thomam claves Ecclesiae semper appellant, non claves Petri, quia immediatius Ecclesiae traditae sunt, quam sancto Petro, inique commissae sunt, ut Ecclesiae personam gerenti. Unde ligandi solvendique potestas in Ecclesia tanquam in proximo subjecto residet, in sancto Petro et ejus successoribus tanquam in subjecto remota, per quos nihilominus ab eisque consecratos ministros exercetur potestas ordinis.» Nat. Alex. Hist. eccl. dissert 8, n. 53, saecut. 15 et 16. – Veggasi la nota 24, dove noi abbiamo allegata l′autorità del Gersone, del Launoio e del Febronio, i quali, siccome ottimi cattolici, hanno ampiamente dimostrata la verità di questa opinione, che è sempre stata nella Chiesa nostra comunemente insegnata, come i suddetti dottori fanno vedere.

[21] De jure summ. potest, cir. sac., cap. X, § 5.

[22] De concord. sacerd. et imp., lib. VIII, cap.2 § 4. Confer. Ludov. Thomassin. discipl. vet. vel. et nov. p. II, L. II, cap. I.

[23] In cap. f de restit. spoliat.

[24] In apolog. pro senten. Hyeron. de episc. et presbyt., pag. 397, seqq.: et in tract. de jur. pleb. in regim. eccles.

[25] Allgemeines Kirchenredit: cap. l, pag. 50.

[26] Jus ecclesiast., lib. 1, tit. 6  $ 4 seqq.

[27] Lib. 6, chp, 29.

[28] Lib. l, histor. eccl. cap. 9. Quodsi quempiam eorum, qui in Ecclesia censentur, diem suum obire contigerit, tum in defuncti locum atque honorem provehantur ii, qui nuper adsciti sunt; modo digni reperiantur, et populus eos eligat, suffragante nihil ominus, plebisque judicium  confirmante Alexandrinae urbis episcopo.

[29] In epist. 10 ad epis. vienn. «qui praefuturus est omnibus, ab omnibus eligatur. »

[30] C. 13, d. 61 c. 26, d. 63. « Nullus invitis detur episcopus. Cleri, plebis, et ordinis consensus, et desiderium requiratur. »

[31] C. 9, d. 63. « Ideo fratres chhrissimi diversos ex omnibus saepe dictti loci parochiis presbyteros, diaconos, et universamm turbam oportet saepius convocare, quatenus non prout cuilibet libuerit sed concordantibus animis  talem vobis ad monentibus tibi quaerant penonam, etc. »

[32] Istoria civile del regno di Nap. lib. 1, cap. 11 § 7.

[33] Haeres. 75. « Presbyteris opus erat, et diaconis; per hos enim duos ecclesiastica compleri possunt. Ubi vero non inventus est quis dignus episcopatu, permansit locus sine episcopo; ubi vero opus fuit, et erant digni episcopatu, constituti sunt episcopi. »

[34] Vid. Mosheim dissert. de vera natura oommunionis bonorum in eccles. Hierosolym. Parte II. Dissertationunn ad historiam Eccles, spect. Tobias Psanner obser. ecol. lib. II, obs. II.

[35] Veggansi gli Alti degli apostoli in varii luoghi, de Hartman. reb. gestis christian. sub apostolis.

[36] De sacr. eccles. ordinat. cap. II.

[37] Vid. David Blondel. Apol. pro sentent. Hyeronimi de presbyt. et episc. Walo Messalina sive Claudius Salmasius de episc. et presbyt. et de primatu papae. Campeg. Vitringa de Synagog. Veter. Pearson in vjndic. Ignatii. Io. Franc. Budeus dissert. de orig. et potest. episcop. Binghainus origin. Eccles. Brotresby History of the Governement of the primitive Church. David Clarkson Clear Account of the ancient episcopacy. Mosheim commentar, de reb. Christian., ante Constant, at Instit. maj. sec. I. Joan. Andr. Cramer Geschichte der christlichen religion II. Abschnitt. Dyonius Petavius de hierarch. Ecclesias. Mamachi Comment. de Christian.

[38] Tertulliani opera, Nicolai Rigattii curis emendata observationibus et notis illustrata. Paris 1741.

[39] Vegg. Bupin, Bibliothèque des Auteurs ecclesiast., tom. XVII, p. 34.

[40] De caenae administratione ubi pastores non sunt, et an semper communicandum per symbola, an. 1638

[41] Dissert de episcop et de presbyt.

[42] De jure laicorum sacerdotali ex sententia Tertulliani aliorumque veterum etc.

[43] Vid. dissertationes juris eccles. antiq.

[44] Vid. Dionis. Petav. oper. de teolog. dogmat. tem. IV. Ambianus in annot. in Tertullian. Rivetus in apolog. in Gerard. Jo. Vossius disput XX da Baptismo. Jo. Binga. orig. Eccl. vol. I.

[45] Bingham. dissert de Baptis. laicor, part. I, cap. 1, § 78.

[46] De Synedriis, lib. 1.

[47] De Synagog. Veter., lib. III, p. I, cap. 9.

[48] Historia Eccles. ad ann. 116, pag. 4.

[49] De confoederata christianorum disciplina in dissert. jur. Eccl. antiq.

[50] Rem. XIII: 1. I Petr. II: 17, 18.

[51] I Cor. VII: 18.

[52] «Attendite a falsis prophetis, qui veniunt ad vos in vestimentis ovium, intrinsecus autem sunt lupi rapaces. » Matth. VII; 15.

« ... Ut milites in illis bonam militiam, habens (idem et bonam conscientiam, quam quidam repellentes, circa fidem naufragaverunt: ex quibus est Hymenaeus, et Alexander: quos tradidi Satanae, ut discant non blasphemare. » I Timoth. 1: 18, seqq.

«Et sermo eorum ut cancer serpit: ex quibus est Hymenaeus, et Philetus, qui a veritate exciderunt, dicentes resurrectionem esse jam factam, et subverterunt quorundam fidem.» II Timoth. II : 17.

« Denuntiamus.... ut subtrahatis vos ab omni fratre ambulante inordinate, et non secundum traditionem, quam acceperunt a nobis …. Si quis non vult operari, nec manducet. Audivimus enim Inter vos quosdam ambulare inquiete, nihil operantes, sed curiose agentes ….  Quod si quis non obedit verbo nostro per epistolarn, hunc notate, et ne commisceamini cum illo, ut confundatur: et nolite quasi inimicum existimare, sed corripite ut fratrem. » II Thessal. III: 6, l0, II, 14, 15.

[53] « Sane si judex es, si potestatem judicandi accepisti ecclesiastica regula, si apud te accusatur, si veris documentis, testibusque convincitur, coerce, corripe, excomnnica, degrada, ut vigilet tolerantia, ut non dormiat disciplina.» August. Serinon. 164, De verb. apost., c. 5.

[54] « Omnis anima potestatibus sublimioribus subdita sit; Non est enim potestas nisi a Deo: quae autem sunt, a Deo ordinatae sunt. Itaque qui resistit potestati, Dei ordinationi resistit. Qui autem resistunt, ipsi sibi damnationem acquirunt. Nam principes non sunt timori boni operis, sed mali. Vis autem non timere potestatem? Bonum fac; et habebis laudem ex illa: Dei enim minister est tibi in bonum. Si autem malum feceris, time: non enim sine causa gladium portat. Dei enim minister est: vindex in iram ei, qui malum agit. Ideo necessitale subditi estote, non solum propter iram, sed etiam propter conscientiam. Ideo enim et tributa praestatis: ministri enim Dei sunt, in hoc ipsum servientes. Reddite ergo omnibus debita: cui tributum, tributum: cui vectigal, vectigal: cui timorem, timorem: cui honorem, honorem.» ad Rom. XIII: e seqq. « Subjecti igitur estote omni humanae creaturae propter Deum, sive regi, quasi praecellenti, sive ducibus, tanquam ab eo missis ad vindictam malefactorum, laudem vero honorum. Quia sic est voluntas Dei, ut bene facientes obmutescere faciatis imprudentem hominum ignorantiam. Omnes honorate; fraternitatem diligite; Deum timete; regem honorificate. »

[55] Obsecro primum omnium fieri obsecrationes, orationes, postulationes, gratiarum actiones, pro omnibus hominibus: pro regibus, et omnibuis qui in sublimitate sunt, ut quietam et tranquillam vitam agamus, in omni aetate et castitate. » I ad Timoth. II: 1,2.

[56] « Ita, imperator omnibus et sacerdotibus et monachis, non solum saecularibus, id quod statim in ipso exordio declarat, cum dicit: Omnis anima potestatibus supereminentibus subdita sit. Etiam si apostolus, si evangelista, si propheta, si quisquis tandem fueris: neque enim pietatem subvertit ista subiectio.» Crysost. I ad Timoth., cap. II, v. 2, Homil. 23.

[57] Vid. not. 62 Can. si tributum CXI, Qu. I.

[58] Vid. not. 64.

[59] Confitentes quia peregrini et hospites sunt super terram. Qui enim haec dicunt, significant se patriam inquirere…. Nunc autem meliorem appetunt, id est, coelestem. » ad Haeb. XI: 14, 16. «Ordinatus est ab Ecclesiis comes peregrinationis nostrae.» II ad Corinth. VIII: 19* «Charissimi, obsecro vos tanquam advenas et peregrinos.  I Petr, II, 11. «Non enim habemus hic manentem civitatem, sed futuram inquirimus. » ad Haeb. XIII, 14.

[60] « In quamcumque autem civitatem, aut castellum intraveritis, interrogate, quis in ea dignus sit: et ibi manete donec exeatis. Intrantes autem in domum, salutate eam, dicentes: Pax huic domui. Et si quidem fuerit domus illa digna, veniet pax vestra super eam; si autem non fuerit digna, pax vestra revertetur ad vos. Et quicumque non receperit vos, neque audierit sermones vestros: exeuntes foras de domo, vel civitate, excutite pulverem de pedibus vestris. » Matth. X, II et seqq.; Vide Marc. VI: 10 11; Luc. X: 19, 11; Acta XIII; 60, 51.

[61] Vid. Mosheim de rep. Christian, pag. 294.

[62] « Ecclesiae Dei praecipue curam gerens, cum per diversas provincias quidam inter se dissentirent: ipse velut communis omnium episcopus, a Deo constitutus, ministrorum Dei Concilia congregavit: nec dedignatus est adesse, et concedere in medio illorum conventus; cognitionis particeps fuit: ea, quae ad pacem Dei pertinent, cunctis procurans: porro sedebat in medio, tanquam unus e multis, palam indicans unanimi omnium consensu se inprimis delectari. » Euseb., lib. 1, Vit. Constant.

[63] Vid. tom. 3 Concil. col. 436, et tom. 4. Vid. Euseb. lib. X, Histor. Eccles., cap. 5. Optat. Milevit. lib. I, contra Parminiamum. Euseb. lib. IV de vit. Constant, cap. 41. Joann. Launvius, p. IV, epist. 1 et 2. Edmund. Richerius in Histor. Concil. general. lib. 1. Fra Paolo Sarpi, Istoria del Concilio di Trento, cap. 15.

[64] Potissimum ad duas quaestiones tota res relabitur: 1, Quando per modum legis liturgica sint determinanda; et 2, quomodo hoc fieri debent. Quoad primam quaestionem, expeditum est. Si per modum legis res liturgicae adornantur, hoc fieri debere a principe, cui legis ferendae potestas competit. Ostensum quidem est adornationem liturgiarum primordialiter spectare ad quamilbet Ecclesiam, et sic dubitari posset, quo jure princeps leges de rebus litargicis ferre, et jus Ecclesiae si illo semper valeret? Sed observandum est, relinqui potuisse hoc jus Ecclesiae, si illo semper frueretur eo, quo debebat, modo, nec plura incommoda in rempublicam redundantia inde sepissime essent metuenda. Haec ex accidente saepe postulant, ut princeps officium suum interponat, prout turbae, tumultus, et dissidia de rebus liturgicis orta, docent. Unde quemadmodum imperanti in genere concessa est inspectio sedula in omnia collegia, vi cujus si animadvertit statuta collegiorum nociva esse posse reipublicae, vel graviores turbas ex rixis circa liturgica metuendas, omnino providere debet, ut talia tollantur, mutentur, corrigantur; imo ipse alia statuta illis praescribere potest: ita quoque sollicitam curam, et inspectionem in Ecclesias principi attribuere debemus, et quidem eo majorem, et graviorem, quo majora alias incommoda ex connniventia in rempublicam redundare possunt. Si faciem primitive Ecclesiae nostri coetus praeseferrent: si praepositi officiis sacris se suis continerent limitibus; si membra Ecclesiae in pristina innocentia, fide, et integritate adhuc essent, indistincte illis libertas pristina adhuc relinqui posset; nec de jure principis circa adiaphora et liturgica tantopere laborandum foret. Ast vero status plerarumque Ecclesiarum est corruptissimos, si mores tam docentium, quam discentium intuemur, ex quibus sane eo majores inordinationes saepe metuendae sint, quo major est numerus eorum, quo Ecclesia constituitur, nisi is, qui terrere potest, sua auctoritate tumultuantes compescat. Ex aliis collegiis tantae inordinationes non semper metuendae, quoniam ex tot membris haud constant. Inde providebit princeps, ut omnia ordine, et decenter fiant, nihil per tumultum agatur, nec quisquam prae aliis in Ecclesia sibi potestatem attribuat, ut olim a praelatis factum. Trahitur populus superstitione, ritibus admodum delectatur, qui sensus feriunt: religionem mutari inepte existimat, si aliquid in rebus liturgicis mutatur; adeoque facile conjici potest, quanti tumultus sint metuendi, si vel novi quid introduci, vel aliquid tolli a clericis videat, cui hactenus tenaciter adhaesit. Hisce igitur sub circumstantiis ad praecavendas turbas princeps non potest non aliquando, necessitate publica suadente, leges de rebus liturgica ferre uti hodie etiam fieri solet in ordinationibus ecclesiasticis. Quot possun rixae, et contentiones de iis exurgere inter ipsos clericos, cum quidam ritus. v. g. exorcismi, tenaciter defendant et propugnent, quidam damnent, et abrogandos, tollendosque esse judicent; unde discordiae, schismata, factiones, sectae novae, aliaque plura incommoda oriuntur ….  Sensit hoc suo damno Ecclesia Anglicana, quae gravissima damna, necdum sopita, passa est ex rixis inter episcopales et presbyterales, quorum illi ritus et liturgias antiquas sammopere propugnant, hi damnant, et superstitionis incutant. Quisquis suas habet affectus aeque semper quilibet ea moderatione utitur qua tales controversiae tractari deberent. Notum est bellum adiaphoristicum in Germania. Nota est reformatio Germaniae, quae non tantum circa res fidei sed imprimis circa res liturgicas occupata fuit. Quanta saepe cum vehentia actum ab his, qui ex regulis prudentiae christianae debuissent mansuetudine uti, ceu exemplo notabili ostenderunt heroës in confrangendis imaginibus rigidissimi. Ducuntur non raro ministri Ecclesiae immaturo zelo contra res liturgicas, quo ipse populus facile ad quaevis facinora et turbas irritatur, ut de facto agat, rumpat, frangat, et, quasi pro gloria Dei ageret, omnia confundat.

« Deinde magna vis religionis est quae quamvis in liturgicis haud sit quaerenda, quae mere arbitraria sunt; haec ipsa tamen animos vulgi ita occupare solent, ut universum cultum divinum, ut plurimum in illis quaerant. Facile hinc plebs patitur, ut clerus institutionem eorum ad se trahat, qui et auctoritate apud plebem multum valet, et sanctitatis opinionem prae se ferre solet, titolo Spiritualis sancti ecclesiastici munitus, laicis secularibus, id est carnalibus existentibus. Hoc rerum statu, si ministri Ecciesiae ab humilitatis regulis recedunt, pedetentim legislatoriam quandam ambiunt potestatem, experientia antiquissima teste, et sub sacro religionis clypeo multa mala rebus publicis afferre possunt, in republica novam fundantes, seque tandem independentes in suo foro, id est Ecclesia, a potestate politica constituentes. Non vanas superstitiones profero, nec nova narro; si quidem ex hoc mysterio iniquitatis sua prima coepit fundamenta hierarchia, quae conniventia et indulgentia Caesarum ita tandem roborata sunt, ut potiora jura majestatica imperantibus sint subtracta et interversa. Malum hoc primi imperatores avertere potuissent, si maturius conatibus potentioris cleri restitissent, et jure suo usi fuissent, quo... neglecto, novum regnum per tutum orbem conditura est. Hae circumstantiae in genere ostendunt, principem ne utiquam soli clero potesfitera indipendentem circa sacra indulgere, maxime ubi adest religio dominans, et ita quoque nec dispositionem de rebus liturgicis ejus arbitrio subjicere debere …. Omitto illam rationem, quod multum intersit summorum imperantium, ut subditi nulla superstitione, quam egregie promovere potest liturgia splendida, inutilis tamen, et noxia, educantur, sed moribus optimis imbuantur, et ab omni superstitione longe abducantur, cum quo magis cives in pietate solida erga Deum proficiunt, eo firmior reddatur, et stabiliatur tranquillitas publica. »

Io ho stimato bene di riferire qui intero il passo del Boehmero nella Dissert. de jure liturgiarum ecclesiastico, 68 e 69, la quale dissertazione ora è posta al principio del tom. 3 del Jus ecclesiasti del medesimo autore; noi abbiamo, dico, voluto qui descrivere questo passo interamente, perchè, quantunque per le ragioni in esso comprese provisi che i principi debbano avere, ad esclusione della Chiesa, il diritto di poter dettare leggi liturgiche, le medesime ragioni servono nulladimeno a confermare viemmaggiormente la nostra propria sentenza, cioè che il principe, in riguardo de′ grandi scandali e delle gravi controversie che, per cagione de′ riti e delle cerimonie, possono nascere non solamente nella Chiesa ma sippure nello Stato stesso, abbia la ragione di farsi portare innanzi tutti gli stabilimenti ecclesiastici intorno a tali cose, di approvare poi o rifiutare quelli che gli sembreranno degni delia sua confermazione oppure della sua riprovazione.

[65] Tutto il libro XVI del codice Teodosiano altro non contiene che leggi degli imperatori intorno alle persone ed ai beni del clero! Questa è una prova manifesta ed indubitata che il clero di quel tempo conosceva di dover essere soggetto a′ principi secolari, e che a questi appartenesse di regolare colle loro leggi la condotta e le bisogne degli ecclesiastici. Pieno è altresì il codice di Giustiniano di costituzioni che riguardano il clero, le chiese ed i beni ecclesiastici. Diverse Novelle ancora vi hanno di lui su somiglianti propositi emanate. Carlo Magno ha seguitato l′esempio degli imperatori romani, come ce ne fanno testimonianza i suoi Capitolari; e lo stesso hanno pure fatto i suoi successori. Circa questo costume che i principi facessero leggi intorno alle persone ed agli affari ecclesiastici, Leone IV si dichiara in questo punto verso l′imperatore Lotario per la seguente molto chiara maniera: «De capitulis vel praeceptis imperialibus vestris, vestrorumque praedecessorum irrefragabiliter custodiendis, et conservandis, quantum valuimus et valemus, Christo propitio, et nunc et in aevum per nos conservandis modis omnibus profitemur. » c. IX, dist. X. I medesimi sentimenti nutriva anche san Gregorio Magno rispetto alle leggi de′ sovrani, e particolarmente riguardo a quelle dell′imperatore Giustiniano. Veggansi tra le altre sue lettere lib. 2 epist. 51, et lib. 13 epist. 53. Nel canone fin. c. 16. qu. 3 dicesi delle leggi degli imperatori romani: «Venerandae romanae leges, divinicus per ora piorum principum promulgatae. » Nella collezione de′ canoni che fu pubblicata da Giustello e Voello trovansi diverse altre leggi degli imperatori intorno alla disciplina ecclesiastica, le quali non sono inserite nel codice Teodosiano nè nel Giustinianeo. Baluzio nella sua prefazione ai Capitolari di Carlo Magno e de′ suoi successori mostra ad evidenza che que′ re ed imperatori convocavano, quando loro pareva, i Concilii, che decidevano le controversie de′ preti, de′ vescovi, e perfino de′ pontefici romani medesimi; che regolavano a loro talento la disciplina ecclesiastica; che castigavano o facevano da′ loro gradici castigare i preti e vescovi delinquenti, e che insomma essi facevano tutte quelle disposizioni e formavano quelle leggi che per il buon regolamento degli ecclesiastici e delle loro cose giudicavano necessarie. Ciò è stato ancora con varii esempi dimostrato dal Giannone nella Storia di Napoli, 1. III, c. 6.

Veggansi le pag. 142 e segg. di questa nostra opera, dove noi abbiamo riferite diverse leggi di diversi imperatori cristiani fatte ad intendimento di restringere la copia de′ preti de′ frati, e d′impedire che niuno si potesse senza la volontà del principe farsi o prete o frate.

Finalmente leggasi Francesco Balduino nel suo Constantinus Magnus, e troverassi che Costantino Magno, quel medesimo imperatore il quale prima si era solennemente dichiarato che egli non voleva mischiarsi delle cose ecclesiastiche, ha pubblicate varie leggi per rispetto al culto di Dio, alla celebrazione delle feste, agli eretici, ed agli ecclesiastici medesimi.

[66] Vid. Tertull. lib. 2 ad uxor. cap. ult., pag. 171, ex edit. Rigalt.; vid. epist. pseudo–Evaristi, in c. 1, C. 30, qu. 5, et apud Harduin., tom. Concil. pag. 57. L′imperatore Giustiniano, principe sommamente cristiano, dispone nelle sue istituzioni al titolo De nupt. in pr. così: « Justas autem nuptias inter se cives romani contrahunt, qui secundum praecepta legum coëunt, masculi quidem puberes, feminae autem viri potentes: Sive patres familiarum sint, sive filii familiarum: dum tamen si filii familiarum sint, consensum habeant parentum, quorum in potestate sunt: nam hoc fieri debere et civilis et naturalis ratio suadet, in tantum, ut jussus parentis praecedere debeat.»

[67] Vid. Boehm. Jus Eccles. tom. 4, lib. 4, tit. 9.

[68] Vid. Jo. Launoius regia in matrimonium potestate. Vid. Novell. 74 cap. 4 et 117 cap. 4, nelle quali Giustiniano imperatore prescrive quelle solennità e quelle cerimonie che egli vuole doversi osservare per contrarre i matrimonii. Egli vi stabilisce inoltre quali ordini. di persone abbiano da essere astretti a queste sue leggi, e quali ne siano esenti. Conferiscasi ancora la sua legge 23, cod. de nupt.

Quello che principalmente vi si ha da osservare si è che egli non ricerca in niuna di queste leggi per la validità matrimoniale la benedizione sacerdotale, della quale esso non fa neppure menzione veruna. Leggasi l′Hacman De benedict. nupt., cap. 2, § 18. Nell′Occidente venne prescritta la benedizione sacerdotale non già dai Papi, ma dalle leggi degl′imperatori carolingi; poichè, sebbene alcuni Concilii e qualche Papa avessero prima fatto menzione della benedizione sacerdotale, ciò non ostante non la riguardarono come un atto sostanziale ed una cerimonia necessaria al matrimonio. Questa cerimonia divenne adunque necessaria dopo la legge portata da Carlo Magno. Vid. Capitular Caroli Magni, apud Baluzium, lib. VI, cap. 120, cap. 327, cap. 408; et lib. VII cap 179. Leone imperatore greco attesta nella Novella 89, che avanti di lui necessaria non era la benedizione sacerdotale, e si dichiara di essere il primo il quale vuole che nei matrimonii abbia da intervenire cotesta benedizione. «Sic sane etiam sagrae benedictionis testimonio matrimonia confirmari jubemus». Non furono dunque i Concilii, nè i Papi che prescrissero le cerimonie da osservarsi nel matrimonio, ma sibbene i principi secolari.

[69] Costantino il Grande ha permesso alla moglie di poter abbandonare il suo primo marito e di venire ad altre nozze con un altro, « si homicidam, vel medicamentarium, vel sepulcrorum dissolutorem maritum suum esse probaverit:»  ed al marito fu da lui permesso il totale divorzio, se avesse provato che la sua donna fosse « vel moecha, vel medicamentarja, vel conciliatrix (cioè mezzana) 1.1, Cod. Theod. de repud. Gli imperatori Onorio, Teodosio e Costantino hanno permesso i divorzi ossia i ripudii, ed i totali scioglimenti de′ matrimoni «ob graves causas, atque involutam criminibus magnis conscientiam.» L. 2, cod. Theodos. De repud. Teodosio e Valentlino Imperatori, all′incontro, hanno ampliato il numero delle cause per le quali dovessero essere permessi così fatti ripudii » come vedesi da una loro novella costituzione riferita dal Godofredo nel Cod. Teodos. tom. VI, in append. tit. 17. Non guari dappoi fu rivocata da loro questa legge, e restrinsero con un′altra la libertà de′ ripudii; lib. 8. De repud. Anastasio loro successore permise che  matrimonii si potessero sciogliere anche per mezzo dello scambievole consenso di amendue i consorti; L. 9, C De repud. Giustiniano imperatore permise i ripudii non solo per le cagioni per le quali li avevano permessi i suoi antecessori, ma ancora per altre nuove cause, come a dire: « Si forte uxor sua ope vel industria abortum fecerit, vel ita luxuriosa est, ut commune lavacrum cum viris libidinis causa habere audeat, vel, dum est in matrimonio, alium maritum sibi fieri conata fuerit;» L. 11, § 2, C. de nupt. Nella Novella 22 si protesta egli di dover essere favorevole al disfacimento de′ matrimonii per la seguente cagione: « quoniam eorum, quae in hominibus subsequuntur, quidquid ligatur, solubile est. Nella Novella 117 ha il medesimo imperatore ristretta alquanto la libertà de′ ripudii; ma egli concede tuttavia ancora in sei casi al marito, ed in cinque alla moglie, di venire allo scioglimento del matrimonio. Il successore di Giustiniano aggiunse poi alle cause le quali quest′imperatore avuta ultimamente nella mentovata Novella 117 conceduta la facoltà del ripudio il caso del vicendevole consenso, dicendo che senza una tale pemrssione i matrimonti partoriscono di troppo funesti effetti, come aveva mostrato l′esperienza di allora: Nov. 140. Leone il filosofo trovò Itaoil un altro «motivo ancora per poter venire al ripudio, cioè quello del furore che dopo il matrimonio sopraggiugnesse o al marito o alla moglie: Nov 3 e nov 112. Queste leggi durarono ancora sotto sotto i susseguenti imperatori greci, e furono verisimilmente osservate ancora nel secolo decimoquarto, come puossi ancora argomentare dai matrimonialia di Matth Blastares, presso il Leunclavio In jure graec. rom p. 1 L. 8. I principi cristiani dell′Occidente permisero i ripudii e gli scioglimenti dei matrimoni in troppi più casi ancora che non avevano conceduto gli orientali. Dal libro delle formole di Marculfo lib. 2, form 30; presso il Baluzio, tom. 3; capitoli pag. 133; e da un′altra Formola presso il medesimo, l. c. p. 479, che è fra le Formole Sirmondiche, la Formula 19, vedesi che i principi franchi stabilirono che fosse lecito il ripudio ed il passare ad altre nozze per il solo comune consenso del marito e della moglie.

Egli è certo che una volta non dovette essere costante ed indubitata nella Chiesa cattolica questa sentenza che non dovesse per niuna causa esser lecito di venire al totale scioglimento del matrimonio legittimamente contratto. L′ottavo canone sel Concilio tenuto l′anno 305 in Elvira, città della Spagna, comanda che le donne  le quali avranno senza veruna cagione abbandonati i loro mariti per sposarne degli altri dovranno per sempre rimanere escluse dalla Comunione. Da ciò devesi adunque inferire che per qualche legittimo motivo dovesse allora essere permesso di separarsi, dall′altra parte dall′altra parte e di contrarre altre nuove nozze con altri. Quattrocento anni dappoi scrisse Papa Gregorio II una lettera decretale a Bonifacio, suo vicario in Alemagna, nella quale si dichiara che se una donna per avventura cadesse in qualche malattia che la rendesse per sempre inabile a poter prestare il debito matrimoniale allora il marito abbia la ragione di farsi separare da essa e di cercarsene un′altra. Ma se allora si fosse tenuto per conto che il Vangelo non permette per niuna causa lo scioglimento del matrimonio, il papa non avrebbe già potuto spedire a Bonifacio una siffatta dichiarazione. Veggasi su di ciò il dotto Fleury, Hist. eccles. all′an. 324. Varii altri esempi potrebbonsi addurre per far vedere che la Chiesa non teneva una volta in questo passo la sentenza d′adesso.

[70] S. Chrysostom. Homil. 28 in epist. ad Rom.; s. Ambros. in Luc., lib. 4 cap. 5; s. Angustin, in Joann., Tract. 6; Gelasius, epist. 8.

[71] Theodoret. lib. 2, cap. 9; I. 2 C. Theod. Quorum appellat.; Dupin, Dissert. ult., § ult.; Sozomen. lib. i, Hist. eccles.

[72] Vid. 33 et 37 C. Theod. De episc. et cler. lib. 7, 8 C. de episcop. audient. I. omnes 33; I. de episcop. et cler. et alias ibi; Novell. Valentin, De episcop. audient.

[73] Petrus de Marca De concord. sacerd. et imper. lib. 2, cap. 7; Ludov. Thomassin., part. II De vet. et nov. eccles. discipl, lib. 8; Dupin, Dissert. ult, espen. jus Eccles. part. III, tit. 1, cap. 3.

[74] Lactant. Firmian. De mortib. persecut. cap. 16; Basilius in vita Julitae, tom. I, opp. pag. 314.

[75] Sozomen, lib. I, Hist. eccles., cap. 9; Socrat. lib. 7, cap. 36; Nicephor. lib. 14, cap. 34; Cassiodor. lib. 9, cap.15. Il medesimo autore racconta, lib. 8, cap. 24, che Atalarico re de′ Goti concedette al vescovo della Chiesa romana, per rispetto all′eminenza della sua sede « considerantes sedis apostolicae honorem, » che tutti i ministri della Chiesa prima di poter piatire avanti i giudici secolari dovessero sottoporre le loro controversie all′ arbitramento ed amichevole decisione del loro vescovo, il quale le dovesse finire « more suae sanctititatis, et aequitatis studio.»

[76] Jacob. Golhofr. tom. VI in fin. cod. Theod. L. I De episcop, judic.; Giannon., Istoria di Napoli, tom. I, lib. 2, cap. 8. Quantunque apocrifa e falsa fosse questa costituzione, riuscì tuttavia al clero d′ingannare con essa ne′ tempi della barbarie l′imperatore Carlo Magno, il quale ne ha inserita una parte ne′ suoi Capitolari. Vid. Capit. Carol. lib. VI, cap. 281; Innocenzo nel C. nofit., 13 De judic. gratian. c. XI, Qu. I, cap. 35, 36, 37. Ivone Carnotense ed Anselmo si sono serviti nelle loro compilazioni dei decreti di questa falsa invenzione, come di una costituzione di Teodosio.

[77] L. 3 Extravag. de episcop. audient.

[78] Vid. Giannon. loc. cit.

[79] S. Gregor. Niss. in vit. Gregor. Neocaes.; s. Ambros. epist. 24, lib. II off. cap. 24; s. Agust. in psalm. 118, et in lib. de oper. monac., cap. 20, et Homil. de poenit. 50 cap 12; et in epist. ad procul. donatist. epist. 147.

[80] Vid. Dissert. de vera natura communionis bonorum in Eccles. Hyerosolimitana, in part. II; Dissert. ad historiam Eccles. spectant.

[81] Ad Roman. XV; Euseb. lib. IV, cap. 23.

[82] « Modicam unusquisque Stipem menstrua die, vel cum velit; et si modo velit, et si modo possit, apponit; nam nemo compellitur, sed sponte confert. Haec quasi deposita pietatis sunt. Nam inde non epulis, non potaculis, nec ingratis voratrinis dispensatur, sed egenis alendis humandisque, et pueris ac puellis, re et parentibus destitutis, jamque domesticis senibus, item naufragis, et si qui in metallis, et si qui in insulis, vel in custodiis, dumtaxat ex causa Dei sectae, alumni confessionis suae fiunt. » Tertull in Apolog. c. 39.

[83] Vid. s. Cyprian. ep. 5, 34, 39, 55; s. Hyeronim. de sept. ordin. Eccles. cap. 5.

[84] Sotto gl′imperatori pagani le Chiese cristiane erano tenute per corpi illeciti e proibiti dalle leggi, a′ quali non era permesso che potessero acquistare de′ beni immobili. Inoltre i cristiani erano in que′ tempi così fieramente e cotanto spesso perseguitati, ch′egli non pare possibile che potessero le Chiese, in mezzo a tante persecuzioni, acquistare e conservare de′ beni stabili. Vi sono due passi nel Graziano, da′ quali taluno pretende di poter dimostrare che le Chiese possedessero di tali beni già nel secolo terzo: questi passi sono nel c. 13, c. 17, qu. 4, e nel c. 16, c. 12, qu. 1; ed amendue vengono da Graziano attribuiti a papa Urbano I. Ma egli è stato dagli eruditi dimostrato che que′ due passi non appartengono ad Urbano, ma siano stati da qualche impostore fabbricati. Per la qual cagione anche lo stesso Baronio, che pure non era gran critico, di questa lettera di Urbano mostra di non fidarsi gran fatto: tom. 2 annal., an. 102, sect. 7.

[85] Vid. s. Cyprian ep. 1 et ep. 34.

[86] « Audio praeterea, in senes et anus absque liberis quorundam turpe servitium. Ipsi apponunt matulam, obsident lectum, purulentiam stomachi, et flegmata pulmonis manu propria suscipiunt. Pavent ad introitum medici, trementibusque labiis an commodius habeant? sciscitantur. Et si paullulum senex vegetior fuerit, periclitantur, simulataque laetitia mens intrinsecus avara torquetur: Timent enim, ne perdant ministerium, et vivacem senem Mathusalem annis comparant. O quanta apud Deum merces, si in praesenti pretium non sperarent! Quantis sudoribos hereditas cassa expetitor! minore labore Margaritum Christi emi poterat.» S. Hyeronim. ep. 2 ad Nepotian. Il medesimo s. Gerolamo si duole amaramente di questa così sordida avarizia de′ preti de′ suoi tempi In molti altri luoghi ancora, e particolarmente nella lettera 22. Veggasi ancora san Crisostom. in Mattheum Homil. 26.

[87] «Nunc autem ex quo in Ecclesia, sicut in romano imperio crevit avaritia, periit lex de sacerdote   et visio de propheta. Singuli quique per potentiam episcopalis nominis, quam sibi ipsi illicite absque Ecclesia vindicarunt, totum, quod levitarum est, in suos usus redigunt, nec hoc sibi, quod scriptum est, vindicant, sed cunctis auferunt universa … Solus incubat bonis, solus ministerio utitur, solus universa sibi vindicat, solus partes invadit allesas, solus occidit universos …. Uinc propter sacerdotum avaritiam odia consurgunt, hinc episcopi accusantur a clericis, hinc principium litis, hinc detractionis caussa, hinc origo criminis. Etenim si unusquisque ita in hoc mundo visibili aliquid possidere jubetur, ut sua tantum possessione contentus sit, ac res non invadat alienas; si non agrum pauperi, non vineam, non subjectorium aliquod, non famulas, non fructus: quanto magis, qui Ecclesiae Dei praeest, debet ita in omnibus serrare justitiam, ut sibi hoc tantum vindicet, quod sui juris esse cognoscit, et aliena non rapiat, aliena non contingat, et aequalem se ceteris faciat, et, sicuti sine bis in ministerio non vivit, in dispensatione non vivat. » S. Hyeronim. de sept. ordin. Eccl. c. 5.

[88] « Mos apostolicae sedis est, ordinatis episcopis, praeceptum tradere ut ex omni stipendio, quod accedit, quatuor debeant fieri portiones; una videlicet episcopo et familiae propter hospitalitem, et susceptionem; alia clero; tertia pauperibus; quarta Ecclesiis reparandis. » S. Gregorius M. apud Gratian. c. 30, C. 12, qu. 2; vid. Thomas. Sin. III, De vet. et Nov. Eccl. discipl. lib. II, cap. 16, seqq.

[89] L. 4 Cod. Theodos. De episc. et cleric. 1. t; Cod. Just. De S. Èccles. Vid. Euseb. lib. 10, c. 1, et Socr. lib. 1. L′obbligo di dover pagare i tributi ordinarii durò lunga pezza di tempo. Ciò dovette essere ancora in uso a′ tempi di san Bernardo, perchè questo santo, nella lettera ch′ei scrive al duca di Lorena, dice espressamente: « Non renuimus Domini nostri sequi exemplum, qui pro se non dedignatus est solvere censum: parati et nos iubenter, quae sunt Caesaris, Caesari reddere: vectigal, cui vectigal: tributum, cui tributum. » Veggasi ancora il Can. Tributum C. XXIII. qu. 8, e san Gregorio Magno 1. 7, epist. 66 ad Vital.

[90] Vid. L. 20 Cod. Theod. De episc. et cler., et l.. 21 C. eod. La sollecitudine degli imperatori perchè i beni della Chiesa non si aumentassero oltre ragione fu tale e tanta, che furono da loro di tempo in tempo fatti varii editti perchè le persone ricche non potessero entrare nello Stato ecclesiastico e trasportare in quello le loro ricchezze. Così comandò Costantino il Grande che niun ricco potesse farsi prete, ma ch′egli si dovesse stare insieme co′ suoi beni al secolo, per poter e colla persona e colle sue facoltà servire lo Stato. L. 3 e 6 Cod. Theod. De episc. et cler. Gl′imperatori Valentiniano e Valente confermarono la medesima legge di Costantino colla L. 17 ibid.: Valentiniano II all′incontro permise per un suo editto che ognuno potesse entrare nello stato ecclesiastico, ma con questo che lasciasse le sue facoltà nello stato civile, e che si trovasse un sostituto il quale dovesse fare quind′innanzi per lui tutte le funzioni e ministerii civili: L. 59 C. Theod. De decur.

[91] L. 27 C. Theod. De episc. et cler. Sozom. lib. 7, c. 16.

[92] L. 28 C. Theod. eod.

[93] Novell. De testam. cler. Vid. Gothofred. lib. 28 Cod. Theodos.

[94] Petr. Greger. De repub. lib. 13.

[95] Vid Mezerai, Fleury, le Journal d′Henry etc., le P. Daniel nelle loro storie.

[96] Vid. Fereras Storia di Spagna.

[97] Vid. lo stesso, oltre il Narbona lib. 35, gl. 5, n. 30. Nov. ricomp. Molin. De contract tit. 2.

[98] S. Ambros. libel. rer. relat. pymac.

[99] S. Hyeron. ep. 2 ad Nepot.

[100] Vid. l. 40 C. Theod. De episc. et cler. et ibi Gothofred. in not. et l 5. C. De s. Eccles.

[101] Vid. cit. 1. 40 C. Theod. De episc. et cler.

[102] Vid. 1. 7 C. De s. Eccles.

[103] Vid. c. 25 C. 21. qu. 8 et c. l. X. De censib., et ibi Gonzalez. Tellez. n. 4. Van. Espen. part. II. Jur. Eccles. tom. 35, c. 1.

[104] Vid. Muratori, Dissert. de antiquit. med. aevi, il quale in varii luoghi e con indubitati documenti la verità di questa cosa dimostra: per altro tutti i più assennati cattolici confessano che le immunità sono di origine umana, come tra gli altri puossi vedere Feliciano d′Oliva De foro eccles. p. 1. qu. 10, n. C, seqq. Van. Espen. p. II. Jur. eccles. tit. 35, c. 1, § 1, seqq. Gletle in anatom. leg. amortiz. et immun. Eccl. qu. 4. Fra Paolo Sarpi Dei benefizii. Lettere «ne repugnate vestro bono etc.,» A Londra, 1750, scritte per ordine del re di Francia. Vid. ancora Les ècrits pour et contre les immunitès, dove questa materia viene ampiamente discussa.

[105] Vid cap. 4. X. De immunit. cap. 7 d. t. cap. 3 Clericis, laicos in 6 de immun. Conc. Later. sub. Leone X, sess. 10. Bull. Coenae exc. 17 et 18. Bulla Urbani VIII de an. 1641, cap. Quamquam, in 6 de censib., cap. 1, in 6 de immunit.

[106] Cap. Nimis X dejurejur. In can. Si imperator dist. 69, cit. cap. Quamquam, in 6 de cens. Concil. Trident. sess. c. 25 c. 20 de reform.

[107] Vid. cit. bull. Coenae dove si scomunicano anche quelli che «a sponte dantibus et concedentibus recipiunt: nec non qui per se, vel alium, seu alios directe, vel indirecte praedicta facere, exequi, vel procurare, aut in eisdem auxilium, consilium, vel favorem, aut votum seu suffragium, palam, vel occulte praestare non verentur, cujuscumque sint praeminentiae, dignitatis, ordinis conditionis, aut status, etiamsi imperiali aut regali praefulgeant dignitate.»

[108] Exod. XXX: 23 seqq. Exod. XL: 9 seqq. Num. VII, I. Levit. VIII: 10, 11. Exod. XXIX: 7. Levit. VIII: 12. Psalm. XLV: 8. I Sam. X: I. XVI: 14. I Reg. I: 39. II Reg. IX: 6, 9.

[109] II Samuel I: 14, et I. c. supra.

[110] I Reg. 10. Jos. 3 et 6. III Reg. I: III Reg. I: 26. II Paralip. XIX : 8.

[111] Can. 28 CXI, q. 1. «Magnum quidem est, et spirituale, et documentum quo christiani viri sublimioribus potestatibus docentur debere esse subjecti, ne quis putet potestatem terreni regis esse solvendam Si enim censum Dei Filius solvit, quis tu tantus es, qui non putes esse solvendum?»

[112] «Tributum in ore piscis piscante Petro in ventura est, quia de exterioribus suis, quae palam cunctis apparente Ecclesia tributum reddit. Can. 22, c. XXIII, q. 8.

[113] In Propyleo, pag. 4, n. 15.

[114] Papa Nicolò I sostenne inverso il clero Gallicano, il quale non voleva ricevere per veri questi canoni d′Isidoro, che il negar fede a questi è tanto come il voler dubitare della verità della Sacra Scrittura. Gan. Romanorum dist. XIX. Nel decreto del Graziano vi sono ancora al giorno d′oggi molti falsi canoni in riguardo delle immunità, che sono stati trascritti dalla collezione di Isidoro: tali sono il can. 1 C. XI, qu. 1 Can. 3, Can. 10, Can. 14 ibi, Can. 15. C. XII. qu. I Can. 35 C. XI. qu. 1, Can. 5 et Can. 45 ibi. Al tempo dei Concilii di Costanza, di Basilea e di Trento, la impostura di Isidoro non era ancora nota; quindi le sue false decretali sedussero ancora i padri di que′ Concilii.

[115] Vegg. il Bevereg. Cod. canon. Eccles. primit. vindicat. Del medesimo sentimento sono ancora l′Albaspineo, il Dupin, il Mastricht, il Doviat, il Giannone ed altri.

[116] C. Sancta romana distinct. 15.

[117] Vid. Baron. Annal. ed ann. 32, § 17. Bellarm. De script Eccl. in Cleraent. Perron. in replic. ad reg. Britan. c. 24.

[118] Vid. Baron. ad ann. 302. Pagi ad an. 304, d. 12. S. Augustia. contra Petitian. c. 16.

[119] Dopo il Biondello, il Salmasio, il Cusa, Baronio Pietro de Marca, Petavio, Sirmondo, Labbeo, mostrollo ancora il Thomasin. De vet. et nov. eccl. discipl. p. 3, 1. I, Cap. 9, D. 10.

[120] Eusebius in vit. Constant. lib. 8, cap. 18.

[121] Socrates Histor. Eccles., lib. cap. 8.

[122] Vid. Act. VI apud Harduin.f tom. 1 Concil. p. 1539.

[123] Vid. Justel. in Praef. ad Cod. Eccl. Afric.

[124] S. Ambros. ad Patern.

[125] § Duorum I De nupt. L. Si quis, C. Nuptiis. L. In celebrando C. De nuptiis.

[126] Vid. Cujac. ad tit. Decreta de consang. et affinit. Duorum. tit. De nupt.

[127] Vid. L ult. C De feriis.

[128] Ved. Fra Paolo, Degli Asili.

[129] Siricio, o Sicirio: (Roma, 334 circa – 26 novembre 399) fu il 38º Papa della Chiesa cattolica , che lo venera come santo. Regnò dal 17 dicembre 384 alla sua morte.[ndr]

[130] V. Fleuur. Instit jur. canon, in princip.

[131] Vid. Stephan. Baluzi in praef. ad Reginon. Pruminent. De discipl. Eccls.

[132] Vid. Natal. Alexand. Dissert. Eccles. ad saecul. 1 Dissert. 20 in append., § 6.

[133] Ignat. epist. ad Roman. $ 3, 4, 7, 8, 9; id epist. ad Tra». § 2. 7. et in epist. ad Magnes $ 6.

[134] imbecillità: nel senso di debolezza di mente.

[135] Tertull. lib. De praescript.

[136] Vid. Petr. de Marca lib. 6 de Cene. cap. 1. Lupus Con.′4 Nic. post. 1. Schelstrat. Antiq. illust, part. I. Diss. 1 cap. 3 art. 1 Leo Allat. de Eccles. occident. et orient. concess. lib. 1, cap. 2 Hamuiond De jure episcop. Bevereg. Cod. canon. vindicat.

[137] Dupin De antiq. Eccles. discipl. dissert I, § 6. Basnage Histoire de l′Eglise, tom. 1. Bingham. Origin. Eccl. tom. 1. Giannone Istoria del regno di Napoli, tom. I, lib. 2, cap. 8.

[138] Vid. Canon. Eccles. African. can. 9, tom. I, Concil. 8. Augustin. epist. 149. Posid. VII,  August. cap. 8.

[139] Vid. Jo. Mocca Dissert. de jure metropol. § 90, 93.

[140] Vid. Can. 6. Conc. Nicen.

[141] Vid. Canon, apost. 36. Concil. Chalced. cap. 19. Concil. Milev. c. 21. Concil. Carth. J, can. 11. Gregor. M. lib. VII, ep. 8. Concil. Carthag. V, can. 8. Concil. Chalced. c. Concil. Nicea. 6. Concil. Antioch. c. 19. Concil. Arelat. c. 5, 6, epist. Concil. Carthag. III, c. l. Justin. Nov. 6.

[142] Theodoret. epis. III.

[143] Concil. Chalced. Act. VIII.

[144] Salmas. In Aparatu ad libros de primatu papae. Barattier de itinere s. Petri.

[145] S. Irenaeus lib. 3, cap. 1. Tertull. De praescript. Cyprian. De unit. Eccles. Arnob. Advers. gent. Lactantius lib. 4, cap. 1. Vid. Allalius De Eccles. occid. et orient. confess. 1. l, cap. 2

[146] Grotius epist. 53. Basnage Histoire de l′èglise, tom. 1. Cramer Geschichte der christlichen religion 2 ter Abschnitt von dem Ansehen der Römischen Bischöffe.

[147] Vid. Lactant. De morte persecut. cap. 3. Vales. in not. ad Euseb. lib. 2 cap. 16.

[148] S. Irenaeus lib. 3, cap. 3. Euseb, lib. 3, cap. 21.

[149] Cyprian. epist. 69 Firmilian. apud Cyprian. ep. 55.

[150] Euseb. lib. 7 cap, 7.

[151] Epist. ad Cyprian. 30, 31, 36. Epist. cler. rem. 8, 30.

[152] Epist. 71 et 72, adde s. Gregor. M. lib. 7, ep. 30.

[153] S. Bernard. De considerat lib. 2 cap. 6.

[154] Idem. lib. 3 cap. 2.

[155] Vid. Dupin In vindic. antiq. christ. discipl. diss. 4, cap. I. Giannon. Istoria civile, lib. I, cap. II segg

[156] Rufin. Hist. eccl. lib. 7, cap. 6. Vid. Giannone civ, lib. 2 cap.8.

[157] Vid. epist. Julii epis. rem. in apol. Athanas. 1.1 op.

[158] Vid. Hilar. Fragm. I, pag. 36, 40 e segg. Athanas. ad solit. apot. 2.

[159] Ammian. Marcell. lib. 27, cap. 3. Vid. Hieronymus epist. 22.

[160] Vid. Socrat. lib. 4, c. 15. Theodor, lib. 6,cap. 13.

[161] Vid. Basil. epist, 220, 273, 250, 321, et ep. 20.

[162] Optat. De Schismat: Donat. lib. 2, cap. 49.

[163] Vid. Christian. Lup. De appellat. rom. p. 627 seqq. Holst. Collect. rom. man. pag. 84.

[164] Vid. Concil. Harduin. t. I p. 1026 seqq.

[165] Vid. Harduin. Concil. tom. 2. p. 1123, 1129.

[166] Harduin. tom. 1.

[167] Harduin. locis cit.

[168] Harduin. p. 883. Epist. IV Gelas. 1. c.

[169] Vid. Gregor. I ep. Lib. IV, ep. 82, 34, 36, 38, 39. Lib. IV, ep. 24, 28, 30, 31. Lib. VII, ep. 70.

[170] Vid. Baron. Annal. Eccles. ad an. 432. Marca De concord. sac. et imp. Lib. VI, cap. 6, § 6 et seqq. Thomassin. De nov, et vet. Eccl. discipl. part. I, lib. 2, e. 54.

[171] S. Gregerius lib. XII, ep. 21.

[172] Rispetto a quanto abbiamo detto del pallio, veggasi il Liberat Breviar. c. 21. Gregor. M. lib. I, ep. 37, id. lib. XII, indici. 7, ep. 81. Petr. de Marca De Conc. sac. et imp. lib. VI, cap. § 6. Edm. Richer. Hist, Concil. gen. I. I, p. 722.

[173] Veggansi le Storie di Anastasio, Vit. pontif. di Beda e di Warnefrido.

[174] Vid. Harduin. Conc. tom. III, p 1858.

[175] Vid. Annal. Traviren. di Mgr. di Hundheim in varii luoghi, e l′Histoire Eccles. di Fleury nel secolo ottavo.

[176] Vid. Anastas. Vit. pontif. in Vigilio, id. in Pelagio. Warnefrid. lib. III, cap. 10.

[177] Jo. Diacon. Vit. s. Gregorii lib. I, cap 30 et 40.

[178] Quanto abbiamo delle maniere di acquistare la potenza temporale tenute dai papi narrato, noi V abbiamo cavato da Atanasio, da Leone Ostiense, e da diverse cronache e storie che si trovano fra le varie raccolte degli Script. ver. franc. et Italie, e possonsi su tutto, questo vedere ancora il Fleury Hist, Eccles.; Vertot Origine de la grandeur de la ccour de Rome; Muratori annali d′Italia  e le sue Scritture per Comacchio; Bunau Reicks–geschichte da′ quali le arti, le astuzie e le soperchierie adoperate in questa faccenda da varii papi vengono più ampiamente riferite.

[179] Disc. III sur l′Histoir. Eccles.

[180] Petrus de Marca De Conc, sac. et imp, lib. 3, cap. 5. Baron. ad ann. 865. Doujat. Hist. jur. canon, part. 1, cap. 12. Van Espen Comment. in canon, pag. 485 edit. Col. Febron. De statu Eccles. cap. 3 et 8. Vid. Blondel in pseudo Isidoro.

[181] Mèhègan Tableau de l′histoire moderne. Veggasi quanto di questo papa si dolga l′abate Fleury nella sua Hist. ecclèsiast. e de′ suoi Discorsi sur l′histoire.

[182] In una sua lettera all′imperatore Maurizio si protesta egli : « Ego autem indignus pietatis vestrae famulus.» Lib. 2, epis. 62, ind. 11.

[183] Subito dopo vi aggiunge egli: «Ad hoc enim potestas super omnes homines dominorum meorum pietati coelitus data est. »

[184] Alla fine della medesima lettera conchiud′egli: quidem jussioni subjectas, eandem legem per diversas terrarum partes transmitti feci; et quia lex ipsa omnipotenti Deo minime concordat, ecce per suggestionis meae paginam serenissimis dominis meis nuntiavi. Utrobique ergo, quae debui, exsolvi, qui et imperatori obedientiam praebui, et pro Deo, quod sensi, minime tacui. »

[185] La contesa per le investiture non si era potuta finire sotto Gregorio VII, perchè l′imperatore. Arrigo, dopo essere stato, per la maniera che abbiamo accennato, assolto dalla scomunica, venne di nuovo in campo con la pretensione di poter investire i prelati per il bastone e per l′anello, allegando che la sua rinunzia non dovesse valere, per esservi stato costretto dalla forza e dalla sedizione. Dopo la morte di quest′imperatore fu questa medesima controversia proseguita dall′imperatore Arrigo V suo figlio, con papa Pasquale II. Per finirla portossi Arrigo l′anno 1111 a Roma, e gli venne fatto di prendere prigione il papa. Questi si risolse allora di cedere al vincitore le investiture: egli celebrò la messa, e, com′ebbe consacrato, divise la particola del Santissimo Sacramento, e, dandone una parte all′imperatore, ritenne l′altra per sè stesso, giurando su quella solennemente la rinunzia delle investiture, e con sacramento promettendo di mantenerla costantemente. Ma appena fu l′imperatore partito da Roma, ch′egli convocò un Concilio, da cui si fece assolvere dal giuramento prestato, e dichiarare nulla ogni sua promissione, V. Fleury HM. Ecclèsiast. Mascov. Comment. de reb. gest. sub Henric. Onorio III, non potendo nè con i fulmini delle scomuniche, nè colla forza delle più gravi minacce, nè col sollevare i sudditi cristiani, ridurre sotto il suo giogo il grande, il savio, il valoroso, l′intrepido imperatore Federico II, si determinò di eccitare alla ribellione contro di lui un rimasuglio di saraceni che v′avevano ancora nelle montagne della Sicilia, paese che allora apparteneva all′imperatore. Ma il valore di quest′eroe sottomise i ribelli, « mortificò di bel nuovo papa Onorio loro capo e duce. Una perfidia ancora maggiore si fu quella che commise Gregorio IX successore di Onorio verso il medesimo Federico. Questo papa aveva un ardentissimo desiderio che Federico si crociasse ed andasse alla volta della Terra Santa. L′imperatore glielo aveva una volta promesso; ma, per diversi accidenti che gli erano nati, non potè, sittosto che aveva desiderato il papa, mantenergli la parola che gli aveva data. Quindi Gregorio diede nelle furie, e scoccogli una scomunica addosso. Laonde l′imperatore prese il partito di mettersi in viaggio. Ma giunto ch′egli fu in Palestina, egli vi trova l′armata de′ crociati che colà già da qualche tempo vi era, non che disposta ad ubbidirgli, ma apertamente a lui contraria e ribelle. Niuno potrebbe figurarsi che la cagione di questa disubbidienza e sollevazione si fosse stato il papa, pensando che questi gli aveva data tanta premura perchè colà si portasse. Epppure non altri che il papa si fu l′origine di cotale disordine. Imperciocchè egli fece, per mezzo de′ suoi commissarii, ragguagliare l′armata che l′imperatore era stato da lui scomunicato, e che però non dovessero con lui avere commercio veruno, non che prestargli ubbidienza. Ma che fine potè adunque aver avuto Gregorio, a voler che Federico si partisse dalla Germania e dagli altri suoi Stati ed andasse in Palestina? Del fine potrassi giudicare da quello che seguì dopo la partenza dell′imperatore: imperocchè Gregorio, sittosto che lo vide partito, raccolse con quanta fretta potè una truppa di gente perduta, e posesi ad invadere con quella gli Stati che Federico aveva in Italia. L′imperatore n′ebbe per tempo sentore; ei ritornò immantinente in Europa per soccorrere le sue terre, e gli venne fatto non solamente di battere l′armata pontificia, ma di occupare ancora diversi Stati della Chiesa romana. Ecco quale era la condotta de′ pontefici di allora; ecco il sistema della corte romana; ed ecco finalmente le belle arti che colà si misero in opera per aggrandirsi.

[186] Rispetto a quanto fin qui abbiamo detto de′ papi, veggansi i Commentarii de reb. gest. sub Henric. del Mascovio, l′Hist. Eccles. del Fleury, gli Annali d′Italia del Muratori.

[187] Sopra quanto abbiamo detto in proposito de′ benefizii, veggansi il Tomassin. De r. et N. Eccles. discipl. part. III, 1. 2, cap. 16, Soqq. Espen. part. II Jur. Eccles, cap. 18. Francis. Duaren. De sacr. Eccl. minist. Hyeronim. a Costa Histoire de l′origine et du progrès des reven, eccles. Fra Paolo Sarpi Dei beneficii. Giannone Storia di Napoli lib. XIX cap. 5.

[188] Salvian. lib. 2 et seqq. Advers. avarit.

[189] Vid. s. Cyprian. ep. L S. Irenaei lib. IV Advers, haeret. cap. 77 et 84.

[190] Vid. Harduic. tom. III Concil. p. 368 in epist Synodic. Concil. Turon. II et p. 461 et p. 1772.

[191] Vid. Steph. Baluz. tom. I Capitul. p. 8, p. 359, c. 6 et Seq. lib. V, c. 101 p. 841.

[192] Vid. Schaten. in Hist. Vestph. lib. 8, p. 519 et 521. Leibnit. tom. I Rer. Brunsv. p. 153.

[193] Vid. Raynald. ad an. 1328, n. 83: ivi parla papa Giovanni così: « Significavit nobis charissimus in Christo filius noster Carolus rex Ungariae illustris. quod vos, quum contingit aliquos ex Cumanis, Blachis et Slavis, et aliis infidelibus ad fidem catholicam divina gratia, et dicti regis Inductione converti, ab hujusmodi taliter conversis, et in fide catholica praedicta novis, decimas integras nimis rigorose exigitis, ac etiam extorquetis: propter quod neophyti et conversi hujusmodi ex eo, quod solvere decima ante conversionem eorum non consueverunt, interdum asserunt, quod ad fidem catholicam praedictam adsumendam ex eo invitentur, ut dent clericis bona sua, et multi, qui ad fidem ipsam libenter converterentur, a conversione hujusmodi propterea retrahantur etc.»

[194] Nel luogo suddetto conchiude il mentovato papa: «Mandamus, quatenus in exigendo decimis praedictis ab ejusmodi de novo conversis, vos sic benigne et curialiter, quousque conversi ipsi in fide praedicta perfecti, et in ea plenarie roborati fuerint, vos geratis. »

[195] «Ut decimas et nonas, sive census omnes generaliter donent, qui debitores sunt ex beneficiis et rebus Ecclesiarum secundum priorem capitularem domini regis; et omnis homo ex sua proprietate legitimam decimam ad Ecclesiam conferat. Experimento enim didicimus in anno, quo illa valida fames irrepsit, ebullire vacuas annonas, a daemonibus devoratas, et voces exprobrationis auditas.» Baluz. col. 267.

[196] Noi vogliamo dare un saggio solo delle malizie che usavano in questo proposito gli ecclesiastici. Presso Baluzio nel tom. 2, col. 109, trovasi una lettera scritta da diversi vescovi di Francia a Luigi il Germanico, dalla quale puossi assai bene comprendere come il clero d′allora si servisse de′ favolosi miracoli e della più ridicola superstizione del mondo per acquistare ricchezze, e per mantenersele perpetuamente. Essi scrivono adunque così: «Quia Carolus princeps Pipini regis pater, qui primus inter omnes francorum reges, ac principes, res Ecclesiarum ab eis separavit, atque divisit, pro hoc solo maxime est aeternaliter perditus. Nam sanctus Eucherius Aurelianensium episcopus, qui in monasterio sancti Trudonis requiescit, in oratione positus ad alterum est saeculum raptus, et inter cetera, quae Domino sibi estendente conspexit, vidit illum in inferno inferiori torqueri. Cui interroganti ab Angelo ejus ductore responsum est, quia sanctorum judicatione, qui in futuro judicio cum Domino judicabunt, quorumque res abstulit, et divisit, ante illud judicium anima et corporis sempiternis poenis est deputatus; et recipit simul cum suis peccatis poenas propter peccata omnium, qui res suas, et facultates in honore et amore Domini ad sanctorum loca in luminaribus divini cultus, et alimoniis servorum Christi, ac pauperum pro animarum suarum redemptione tradiderunt. Qui in se reversus sanctum Bonifacium et Fulradum abbatem monasterii sancti Dyonisii; et summum capellanum regis Pipini ad se vocavit, illisque talia dicens, in signum dedit, ut ad sepulchrum illius irent, et si corpus ibidem non reperissent, ea, quae dixit, vera esse concederent. Ipsi autem pergentes ad praedictum monasterium, ubi corpus ipsius Caroli humatum fuerat, sepulchrumque illius aperientes, visus est subito exisse draco, et totum illud sepulchrum interius inventum est denigratum, ac si fuisset exustum. Nos autem illos vidimus, qui usque ad nostram aetatem duraverunt, qui huic rei interfuerunt, ei nobis viva voce veraciter sunt testati, quae audierunt, atque viderunt. Quod cognoscens filius ejus Pipinus Synodum apud Liptinas congregari fecit, cui praefuit cum sancto Bonifacio legatus apostolicae sedis Gregorius nomine. Nam et Synodum ipsum habemus, et quantumcumque de rebus ecclesiasticis, quas pater suus abstulerat, potuit, Ecclesiis reddere procuravit. Et quoniam omnes res Ecclesiis, a quibus oblatae erant, restituere propter concertationem» quam cum Waifario Aquitanorum principe habuit non valuit, precarias fieri ab episcopis exinde petiit, et nonas, ac decimas ad restaurationes tectorum, et de unaquaque casata duodecim denarios ad Ecclesiam, unde res erant beneficiatae, sicut in libro Capitulorum regum habetur, dari constituit, usque dum ipsae res ad Ecclesiam revenirent …. Sed et sacri canones Spiritu Sancto dictati eos qui facultates ecclesiasticas diripiunt, et res ecclesiasticas indebite sibi usurpent, Judae traditori Christi similes eo inputant. Et sancti, qui cum Deo in coelo regnant, et in terris miraculis coruscant, divino judicio tanquam necatores pauperam ab Ecclesiae liminibus, et a coelesti regno secludunt. De quibus sacrilegis in prophetia psalmi praedictum est: Qui dixerunt haereditate possideamus sanctuarium Dei, Deus meus, pone illos, ut rotam et sicut stipulam ante faciem venti; et sicut ignis, qui comburit sylvam; et sicut flamma comburens montes: ira persequeris illos in tempestate tua: et in ira tua turbabis eos: implefacies eorum ignominia.» Psalm. XXVIII v. 1, 3 seqq.

[197] Vid. beat. Rhenan. rer. German. lib. 2. « Quidam etiam in illo recenti christianismo res suas Ecclesiae donabant, et rursus agros aut domum in beneficii modum recipiebant ad vitae suae tempus, non citra tamen pensitationem. Nec filius post mortem patris, aut heres vindicare sic data poterat.» Ved. soprattutto il Muratori in antiq. med. aev. il quale troppi esempi di così fatte donazioni apporta.

[198] Per questo modo hanno i papi ottenuto il dominio diretto sopra il regno di Napoli, come lo dimostra evidentemente il Giannone nella sua Storia del regno di Napoli lib. 9, cap. 9. Quegli che piantò i fondamenti di tale acquisto si fu il santo e pio ma bellicoso e fiero papa Leone IX, il quale fece un accordo coi principi normanni, contro de′ quali egli aveva in propria persona perduta una battaglia, in virtù di cui esso « Omnem terram, quam pervaserant, et quam ulterius versus Calabriam et Siciliam lucrari possent, de sancto Petro hereditali fundo sibi, et heredibus suis possidendam concessit. » Malates. lib. 2, c. 14.

[199] La verità di ogni cosa che da noi si dice in proposito delle penitenze, delle assoluzioni e delle indulgenze, puossi vedere nella Stor. Eccles. del Fleury, cominciando dai tempi di papa Giovanni XXII, e nel suo trattato Des moeurs des chrètiens, nel Morin. lib. V, VI, nel Thomassin. De vet. et nov. Eccles. discipl. nel Murator. Dissert. de antiq. med. aev. tom. V, diss. 68.

[200] tirar l′aiuolo: usare scaltrezza e inganno per, fare il proprio tornaconto, (Battaglia)

[201] Tableau de l′histoire moderne tom. 2.

[202] Ecco come parla un documento che si trova presso Baluzio tom. 2, col. 586. « Humano genere peccatorum maculis sauciato, atque ob culpam inobedientiae a paradisi gaudiis dejecto, inter cetera curiationum medicamenta etiam et hoc Deus mundo remedium contulit, ut propriis divitiis homines suas animas ab inferni tartaris redimere potuissent, sicut per Salomonem dicitur: Redemptio animae viri, propriae divitiae ejus. » Prov. XVIII: 8. « Hinc et per semilipsam divina clementia in Evangelio hortatur dicens: Date, et dabitur vobis.» Luc. VI: 38. « Et iterum; Date elemosynam, et omnia munda sunt vobis.» Luc. XI: 14. « His igitur, atque aliis admonitionibus ego Wolfhugi compunctus trado, atque trasfundo ad coenobium sancti Galli etc. »

[203] Questo principio di dover riscattare i suoi peccati a forza di danaro aveva già preso radice a′ tempi di Salviano; poichè costui insegna che tutti debbono fare così se vogliono salvarsi. È degno di essere qui riferito qualche passo della sua opera ad Eccles. cathol. Egli scrive adunque così: «Offerat ergo vel donet ad liberandam de perennibus poenis animam suam. Quia aliud jam non potest, saltem substantiam suam. Sed dicet aliquis: totum ergo Deo oblaturus est, quod habet, si non putat se debere totum, quod habet? non quaero cujus sit, quod offertur, a quo sit acceptum, quod habet. Hoc dico solum; non offerat totum pro debito, si debere se totu non putat pro reatu. Totum, inquit aliqui, oblaturus est? At ego dico esse hoc parum. Quid enim jam scit aliquis, an peccatorum mensuram oblata compensent? Si novit quispiam hominum peccatorum, quantum redimere delicta possit, utatur scientia ad redemptionem: si vero nescit, cur non tantum offerat, quantum possit? » Salvian. L. c. lib. I. Puossi sentire cosa più bestiale e più insensata di questa? Può egli esserci stato al mondo uomo più fanatico e più furioso di costui, a cui pare poco quando altri per redimere i suoi peccati sacrifica tutto il fatto il suo? Ma la famiglia, ma i figliuoli, ma i poveri parenti come avranno essi da vivere? Tutto questo non importa niente. Diasi, chè così vuole Salviano, ma Salviano e non già un uomo ragionevole, la superstizione e non la religione, l′avarizia e non la pietà, la frenesia e non la saviezza. Sentasi pure come questo disgraziato farnetica più oltre nel libro 2. « Quam longe ergo sunt a mandato Dei, quos, cum ipsos jusserit Deus viventes opibus renunciare, illi eas cupiant etiam in cognatis suis mortui possidere. At quam longe ab ea devotione sunt, ut exheredent ipsos se propter Deum, qui exheredare nolunt saltem extraneos propter se. Quibus libenter libere dicerem: quae insania est, o miserrimi, ut heredes alios quoscumque faciatis, vos ipsos exeredatis: ut alios relinquatis vel brevi divites, vos ipsos aeterna mendicitate damnatis?» Egli ci condurrebbe troppo oltre a voler addurre tutti i passi dove questo, o spigolistro, o fariseo, o pazzo, farnetica a questo modo. Chi ha vaghezza di somiglianti frenesie, di ogni umanità nemiche, può continuare a leggere il medesimo libro 2, dove di cotesti crudeli sentimenti s′incontrano in buon dato.

[204] Vid. Thomass. De vet. et nov. Eccl. discipl. part. 3, lib. i, cap. 21, 11. 1 seqq.

[205] Veggasi tra gli altri gli Atti del Concilio tenuto a Excester in Inghilterra l′anno 1287, dove al cap. 60 così viene disposto: « Si qui vero laicorum decesserint intestati, de bonis eorum per locorum ordinarios taliter praecipimus ordinari, ut pro anima defuncti in pios usus totaliter erogentur.

[206] Diverse ordinazioni sonosi su di ciò fatte in varii Stati cattolici, e particolarmente in Francia, dove quest′uso di dover comperare con danaro la permissione di poter i primi tre giorni giacere insieme non potè venire interamente abolito se non che dopo esserne state fatte da′ re parecchie leggi per condannarlo. Veggasi il trattato di un autor francese, che porta il titolo De l′autoritè du clergè et du pouvoir du magistrat politique, dove nella part. 2, cap. X, sect. I, $ 2, parecchie sì fatte ordinazioni vengono riferite.

[207] Concil. cathol. lib. 3, cap. 40. « Non decet quemquam dicere, sanctissimos imperatores, qui bono reipublicae in electionibus episcoporum, in collationibus beneficiorum, in observatione religionum multas sacras constitutiones ediderunt, ita statuere non potuisse. Imo legimus romanum pontificem eos rogasse, ut constitutiones pro culto divino, pro bono publico, etiam contra peccatores de clero ederent. Et si forte diceretur, quod robur omnium istarum constitutionum ab approbatione apostolicae auctoritatis dependebat, nolo in hoc insistere: licet 86 Capitularia regularum ecclesiasticarum legerim et collegerim, quae hic inserere supervacaneum foret; et multa alia Caroli Magni et ipsius successorum, in quibus etiam de romano pontifice, ac aliis omnibus patriarchis dispositiones, quid de consecrandis episcopis, et aliis capere debeant, inveniantur: et tamen numquam reperi aut papam rogatum ut approbaret, vel etiam ea propter, quia approbatio ejus intervenerit, ligasse. Legitur bene aliquos romanos pontifices fateri, se illas ordinationes venerari. »

[208] Euseb. in Vita Constantini Magni I. 4, cap. 27. L. 7 et 8 C. De epis. audient, Kovell. Valentin. IIII De epis. Jud.

[209] Gregor. II epist. 13 ad Leon. Isaur. « Sed ubi peccavit quis, et confessus fuerit, suspendii vel amputationis capitjs loco, evangelium, et crucem ejus cervicibus circumponunt, eumque, tanquam in carcerem, in secretata sacrorumque vasorum aeraria conjiciunt, in Ecelesiae diaconia, et in Chatechumena ablegant, ac visceribus eorum jejunium, oculisque vigilias, etxlaudationem ejus ori indicunt: cumque probe castigarint, probeque fame conflixerint, tum pretiosum illi Domini corpus impartiunt, et sancto ilium sanguine potant: et cum illo vas electionis restituerint, ac immunem peccati, sic ad Deum purum, insontemque transmittunt. Vides imperator Ecclesiarum, imperiorumque discrimen. »

Indice Biblioteca

Biblioteca

Indice dell'opera

Progetto Machiavelli

Progetto Pilati

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 02 novembre 2011