Carlo Antonio Pilati

 

Riflessioni di un italiano sulla Chiesa

Edizione di riferimento:

Carlo Antonio Pilati Riflessioni di un italiano sulla Chiesa, Torino 1852, tipografia Editrice  dei fratelli Canfari.

I

Relazione del  Regno  di Cumba

Nel 1768 scrive le Relazioni del Regno di Cumba, uno Stato immaginario nel quale ad un xerto punto arrivano dei missionarii, vi si insediano e lentamente entrano nella vita sociale e politica del regno fino a determinarne la vita politica ed economica, come avevano già operato nelle nazioni europee. L'arrivo di missionari trasforma la vita sociale del regno di Cumba, che da Eden felice viene stravolto e trasformato in un regno moderno in cui domina il parassitismo e una criminalità diffusa e nascosta difficile da combattere e da estirpare di cui tutti poeeono essere vittime, come il re stesso, avvelenato da un missionario per mezzo di un′ostia somministrata durante la comunione nel corso della celebrazione della Messa quotidiana. Mostra le distruzioni portate in un regno innocente e pagano in particolare da parte dei gesuiti. È una fortissima critica agli ordini regolari, ai loro modelli culturali, al loro parassitismo e dannosità sociale. La scelta che propone è la loro abolizione, graduale ma ferrea. La Chiesa avrebbe dovuto inoltre avere unicamente uno scopo spirituale e essere ricondotta ai diritti e doveri di una qualsiasi società privata. (Bonghi)

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Quell′immenso spazio di terra, che giace tra lo impero della China ed il regno della Brasilia Portoghese, viene abitato da diversi popoli, parte de′ quali sono piccioli, feroci, ed indipendenti, e parte grandi, umani, e sottomessi a′ loro sovrani. Il regno di Cumba è il maggiore di tutti, e Chamos è la città dove risiedevano i re della mia famiglia, la quale ora, per le funeste rivoluzioni che vi sono nate, e che racconteremo fra poco, è spogliata del suo antico trono, ed esigliata dal suo patrio regno senza speranza veruna di potervi ritornare giammai. Il popolo di Cumba era una volta mansueto, docile, amante della fatica, temperante, e  per conseguenza felice: oggi egli è inquieto, torbido, dominato dalle passioni, pieno di vizii, intemperante, e disgraziato. Non è guari che i costumi di questa infelice nazione erano cosi buoni come dicemmo. Non sono più di cencinquant′anni, che il popolo di Cumba non aveva ancora veruna idea di quelle pericolose passioni che rovesciano le famiglie private e distruggono gli Stati interi. Il travaglio della campagna era allora la principale occupazione della nostra gente: niuno era così ricco, niuno cosi nobile, niuno così mal educato, che reputasse cosa disdicevole, o soverchia, o difficile il metter mano all′aratro, il condurre il carro, il seminare, il mietere, il menare a pascolo l′affamato bestiame. Nun v′erano che que′ padri di famiglia, i quali travagliando erano pervenuti ad una età decrepita ed inabile al lavoro, che a casa si dimorassero; ma essi intanto, per non si stare interamente in ozio, badavano a preparare qualche cibo per ristorare l′affaticata famiglia al suo ritorno dalla campagna. Pochi erano gli artigiani: e questi medesimi impiegavano quel tempo che loro avanzava dall′esercizio della loro arte, nel lavorare la propria campagna. Poche erano parimente le arti, poiché altre non erano in uso che quelle che per le faccende della campagna e per i bisogni di una vita rurale e semplice facevano di mestieri. La caccia, ed i giuochi pubblici, ne′ quali la gioventù e tutta la gente vigorosa si esercitava a lanciare destramente le freccie ed a maneggiare le armi, erano quegli esercizii che si praticavano in certi giorni di ogni mese, ed in tutto quel tempo che la campagna non richiede lavoro. Questa vita laboriosa e semplice rendeva la gente sommamente sobria ed innocente. I prodotti della campagna, i pesci, e gli animali sì domestici che selvatici del proprio paese, bastavano per nudrire e per vestire tanto i cittadini quanto la casa reale. Nulla si sapeva di commercio, nulla del lusso che è figlio del commercio, e nulla di tutti que′ vizii che dal commercio e dal lusso vengono generati. Le qualità necessarie ad un giovane sposo per poter acquistare una sposa di merito si erano l′amore al travaglio, ed il rispetto verso i suoi genitori: le virtù, che alle giovani procuravano per tempo marito, si erano la modestia, l′economia, ed il piacere al lavorare. Queste erano le uniche doti che acquistavano e che cercavano gli sposi. Le terre non uscivano dalle famiglie per via di matrimonii: e però ognuno badava ad aumentare le sue facoltà colla temperanza e colle fatiche delle sue mani. Quindi niuna famiglia privata era eccessivamente ricca, e niuna estremamente povera; le facoltà della maggior parte erano ad un dipresso eguali. La temperanza e le fatiche rendevano quella gente casta nello stato di verginità giovanile, e fedele nello stato matrimoniale. Ogni marito ed ogni moglie aveva la libertà di rinunziare al matrimonio, e di passare ancora ad altro legame con altra persona quando avesse una volta a dovere provato davanti al magistrato di aver gravi cagioni per non poter più stare nel matrimonio di prima. Questo costume impediva gli adulterii, le risse domestiche, e gli altri disordini che la diversità e contrarietà degli animi fra marito e moglie sogliono partorire altrove. Così pure niuno vi era di età virile, che non avesse moglie; e poche erano le donne che fossero sterili. E questa gran popolazione rendeva ogni giorno la campagna più colta.

L′amore della gloria, che allora dominava ne′ cuori del popolo, era cagione che ognuno procurasse a tutto potere di distinguersi in ogni sorta di virtù. Nell′amministrazione degli ufficii pubblici cercavasi la fama della fedeltà, della giustizia, della prudenza, e dell′incapacità di essere corrotto; nel travaglio della campagna andavasi in traccia della gloria di aver fatto nascere o i primi frutti, o i più saporiti, o i più copiosi; nella guerra volevasi il nome di valoroso, d′intrepido, di paziente, di sobrio e di magnannno; nelle pratiche domestiche bramavasi l′onore d′essere il più temperante, il più pacifico, il più savio, il più regolato di costumi. Le leggi avevano destinati de′premii per coloro che in qualche virtù sopra tutti gli altri si fossero grandemente distinti. Le medesime leggi avevano stabilite delle pene per coloro che co′ loro vizii avessero o danneggiato o scandalizzato altrui. I premii erano talor una corona di frondi, onde si cingeva il capo del più virtuoso cittadino; talor de′ banchetti pubblici, che in altrui onore si tenevano; talvolta de′ giuochi pubblici, che per questo fine si decretavano; e tal altra delle canzoni e de′ versi, che per celebrare l′altrui virtù si componevano, e si andavano poi sempre privatamente cantando, per eternare la memoria di quella persona che se li aveva meritati. Ma questi premii, di qualsisia sorta, erano ben raramente accordati, poichè non si voleva avvilirli col renderli comuni. Tutti s′ingegnavano di acquistarli: ma pochi ne venivano onorati. Le pene consistevano nell′infamia, che a cattivi cittadini ed a′ viziosi uomini o in vita o in morte, talor con qualche pubblico apparato, con qualche solennità e con qualche strepito giudiziale, e talor senza, giusta la qualità del suo delitto, veniva loro decretata. La pena di morte non era in uso, perchè le altre minori bastavano per reprimere i viziosi e tenere in freno i delinquenti. La privazione della sepoltura era il maggiore supplizio di tutti, e veniva decretato anche contro i vivi per quando venissero a morire.

A queste virtù si accoppiava il timore e l′amore di un Dio supremo, eterno, immortale. La nazione adorava questo Dio ne′ templi di quà e di là per entro al regno a questo fine, senza verun fasto e senza lusso alcuno, fabbricati. Tutti quei giorni del mese in cui si tenevano i giuochi pubblici, si radunava la gente di buon mattino in questi sacri edifizii. Ivi si cantavano degli inni che rammemoravano i beneficii che l′uman genere riceve giornalmente da Dio, che esprimevano la gratitudine la quale per cagione di questi divini favori la nazione gli professava, che comprendevano le minacce delle pene future ai rei e cattivi uomini, e le promesse de′ premii eterni alla gente dabbene e virtuosa. Finito il canto, si lasciavano sull′altare quantità di fiori di ogni sorta, secondo la varietà delle stagioni, e vi si deponevano i segni de′ primi frutti. Questo era l′unico sacrifizio che si faceva ad un Dio, di cui il popolo confessava di non poter arrivare a conoscere la proprietà, e di cui però niun idolo vi era in niuna parte del regno.

Le leggi erano poche, ma chiare e savie. Così pochi erano ancora i processi, e pochi i magistrati. Queste leggi avevano principalmente in mira di formare e regolare i costumi della gente, di eccitarla alla giustizia, alla temperanza, all′umanità, al desiderio della gloria, al travaglio, all′amore della patria e della religione. Ogni impiego ed ogni ufficio pubblico era separatamente da diverse persone amministrato: e niun soggetto poteva dal re venire incaricato di più di un ufficio; perchè volevasi non solo obbligare ognuno a volgere tutta la sua cura dietro al suo impiego, ma sippure prevenire gli assalti dell′avarizia, dell′ingordigia e della prepotenza. Per questi stessi motivi non duravano le cariche perpetuamente in una sola persona; ma il re era obbligato di non lasciar niun ministro più di dodici anni nel suo ufficio. I magistrati erano ordinariamente gente dabbene e virtuosa, sì perchè i costumi del popolo erano generalmente buoni, come perchè il re doveva scerre quelle persone che dalla nazione a pluralità de′ voti gli venivano nominate.

La gente era per sua natura sommamente umana, e non portavasi a fare la guerra con qualcuno de′ suoi vicini, se non era a ciò provocata o per respignere gli assalti loro, o per ottenere il riparo de′ torti a qualche parte del suo popolo fatti. Il re non poteva dichiarare a nissuna circonvicina nazione la guerra senza aver prima richiesti e raccolti i pareri del popolo. In tale icaso ognuno era soldato, ed ognuno portavasi alla milizia a sue proprie spese, non ricevendo dal re se non che una certa quantità di pane al giorno. Le spoglie rapite agl′inimici erano proprie del re, ed i prigionieri di guerra divenivano i suoi lavoratori di campagna. Ma perchè la famiglia reale non divenisse per questo o troppo potente o troppo presuntuosa, essa era soggetta a certe leggi che la ritenevano nella moderazione, nella temperanza, nella religione, e nell′amore de′ suoi sudditi. Questi eleggevano ogni anno cento persone, che dovessero essere gli osservatori ed i consiglieri del re, sicchè la preda fatta in guerra non poteva introdurre il lusso nè la cupidigia fra i sudditi, perchè niun suddito se la poteva appropriare; e non serviva neppure a guastare e corrompere la casa reale, perchè le leggi, ed i cento uomini, e la buona educazione dal principe ricevuta per tempo lo impedivano dal farne abuso. Laonde la, nazione era felice al di dentro, e temuta e rispettata al di fuori.

Questi furono i costumi e queste le leggi di Cumba fino al principio del governo di Tandi, che era il padre di mio tritavo. Ma sotto la di lui reggenza cominciò a formarsi un terribile cangiamento nella seguente maniera. I Tongheri, che sono un piccolo popolo e feroce, e de′ più vicini alla Brasilia Portoghese, condussero a Ghamos una truppa di cristiani europei, e li diedero, contro una certa misura d′oro ed una certa quantità de′ prodotti del nostro paese, al re Tandi. Questi europei eccitarono in un istante la maraviglia della corte, e furono riguardati come uomini estraordinarii e miracolosi. Essi sapevano la musica, la pittura, la scultura, l′astronomia, la fisica, la medicina, ed altre cose tali, che riscuotono il rispetto e la venerazione. La loro musica dilettava la gente: le pitture e le opere di scultura la sorprendevano; ed i loro discorsi sopra la natura dell′erbe, degli animali e degli uomini, la confondevano. Ma quel che più d′ogni altra cosa oppresse di stupore il nostro popolo si fu la chirurgia, la medicina e l′astronomia. Essi facevano delle guarigioni, che si erano fin là giudicate impossibili; essi predicevano le ecclissi in avvenire, e dimostravano quante ne fosser già passate, e ne indicavano il tempo preciso. Ciò fece nascere negli animi della gente il pensiero ch′essi fossero i confidenti, i ministri, i famigliari di Dio. Di fatto essi si appellavano da se medesimi missionarii di Gesù Cristo, che dicevano essere il vero Dio, e, per distinguersi fra di loro, chi si chiamava della compagnia di Gesù, chi dell′ordine di san Domenico, e chi di quello di san Francesco. Per confermare viemaggiormente quest′opinione nel popolo, si mettevano essi a fare cose ch′erano tenute per impossibili, e ch′eglino chiamavano miracoli. Così facevano tornare in vita i morti, davano la vista a′ ciechi, dirizzavano i gobbi, facevano camminare gli storpii e parlare i muti. E benché eglino tutte queste cose con lo aiuto di mille frodi ed imposture operassero, tuttavia la gente, che era semplice e leale, non se ne accorgeva, ma credeva veramente ch′eglino facessero questi miracoli per essere assistiti da particolare grazia di Dio; e però niuno dubitava ch′essi fossero in fatto missionarii della Divinità, come appunto si spacciavano. Laonde in brevissimo spazio di tempo tutto il regno di Cumba trattone alcuni villaggi sui confini, accettò la religione de′ missionarii, e divenne cristiano in un con tutta la corte e casa reale. Ciò fatto, si fabbricarono de′ tempii per il nuovo Dio e per i santi della nuova religione.

I missionarii vollero anch′essi avere le loro case per potervi abitare separatamente. E queste chiese e queste case furono edificate al gusto europeo, magnifiche e sontuose per modo che le abitazioni di que′ del paese altro ormai non parevano, al paragone di quelle, che ricoveri di animali selvatici. Il re e le altre persone più cospicue e più facoltose della nazione cominciarono ad avere a schifo gli antichi loro tugurii; e però vollero tutti i nobili e tutti i ricchi, come di concerto, avere delle case fatte alla nuova maniera degli europei. Per alzare queste nuove fabbriche convenne impiegare una immensa quantità di gente; per la qual cagione fu e da molti e per assai lungo tempo negletto il lavoro della terra, talché la campagna di parecchi cittadini venne a fruttare assai meno di prima, ed, a proporzione che si andavano alzando le sontuose case, scemarono sempre più le annue entrate della benefica terra. I missionarii intanto ponevano ogni loro cura nello attirarsi viemaggiormente la benevolenza e la stima del popolo. Quindi si fecero ad aprire pubbliche scuole nelle loro case per istruire la gente nella religione, per renderla, com′ essi dicevano, umana e colta, e per insegnarle le scienze e le arti liberali, come la fisica, la medicina, l′astronomia, la pittura, la musica, e cose somiglianti. popolo correva a gran truppe per sentire le loro lezioni, ed i vecchi padri di famiglia avrebbero stimato di tradire i loro figliuoli se non li avessero mandati fino dalla loro più tenera fanciullezza ad imparare dai missionarii quelle dottrine, le quali, secondo la persuasione di quella buona gente, procuravano la confidenza e la famigliarità della Divinità. Queste lezioni de′ missionarii empirono ben presto il paese di pittori, di musici, di scultori, di medici, di astronomi, e di altri siffatti, che si chiamavano letterati. Ma intanto la campagna, che restò privata di buona parte de′ suoi coltivatori, produceva ogni giorno minor quantità di frugi, e si cominciò nel regno a sentire la fame, ed a provare tutti que′ disagi che tira dietro a sè la penuria degli alimenti.

Il male divenne ancora maggiore quando i missionarii cominciarono a ricevere per compagni e fratelli, e ad aggregare al loro ordine tutti que′ giovani che o maggiori talenti o maggiori ricchezze degli altri possedevano. Il desiderio di poter riuscire missionarii, e di divenire più che ogni altro partecipe e poi anche dispensatore della grazia divina, ispirava a tutta la gioventù un fiero ardore di potersi rendere degni di essere accettati in qualcuno di questi ordini sacri. Quindi altri con gli studii, altri con donare alle case de′ missionarii o tutte le possessioni paterne, oppure parte di quelle, s′ingegnavano di potervi entrare. Per questa maniera le case dei ministri dì Dio divennero in breve tempo ricche di uomini abilissimi ad ogni cosa, e di terre e possessioni fertilissime. Ma all′incontro il popolo andava sempre peggiorando e camminando a gran passi verso la povertà e la miseria.

E sembra che ciò avesse finalmente dovuto far aprire gli occhi alla gente, ed indurla ad odiare ed a scacciare dal regno coloro che erano la cagione di si gravi malanni. Ma la bisogna andò tutt′altramente. Niuno pensava più a derivare da′ missionarii la origine delle sue disavventure. Essi si eran già guadagnato intieramente l′affetto e la stima comune, ed avevano con mille arti incantato la nazione intiera. Essi avevano alzato un′infinità di chiese, ognuna delle quali era dedicata a qualche santo del loro ordine. Ad ognuno di questi santi veniva attribuita qualche particolare virtù di soccorrere la gente, come di risanare dalle più gravi infermità, di liberare da′ più spaventosi pericoli, di restituire i sensi perduti, e cose simiglianti, per le quali ognuno veniva mosso a venerare ed amare teneramente quegli ordini, i quali producevano santi così salutari, e che tanta cura si pigliano di venire al soccorso degli sciagurati. Le arti del dipingere e dello scolpire servirono mirabilmente al fine che si erano proposti i missionarii; imperocché coll′aiuto di queste poterono appiccare ad ogni altare, ad ogni colonna e ad ogni angolo ne′ muri delle chiese le immagini di quel santo che volevano, e rappresentarvi al vivo que′ miracoli ch′essi stimavano bene di attribuirgli, per attirargli la devozione e i voti ed il denaro della gente. Inoltre ogni giorno vi era qualche solenne musica in qualche chiesa, ogni giorno qualche predica, ogni giorno qualche indulgenza, ed ogni giorno qualche funzione estraordinaria; le quali cose attiravano tutta l′attenzione della gente a′ missionarii, e la rendevano come sbalordita e priva di ogni raziocinio e sentimento umano. Finalmente ogni ordine aveva erette le sue proprie confraternite, mediante le quali diventavano loro familiari, somiglianti a′ frati, coloro che per essere o stretti col legame del matrimonio, o da qualunque altro ostacolo impediti, non potevano divenire veri frati di professione. I missionarii, per rendersi benevola ed assoggettarsi e piegare a loro talento tutta questa gente, tenevano tratto tratto degli oratorii privati, ordinavano delle divozioni singolari, e facevano delle prediche particolari; nelle quali occasioni poi si mettevano a raccomandare a′ loro devoti delle pratiche, ed a ispirare loro delle dottrine, le quali erano da essi tenute nascose nel pubblico, perchè conoscevano che tendevano alla distruzione dello Stato, alla ruina delle famiglie, ed al vantaggio unicamente de′ loro conventi.

Quando i missionarii si videro bastevolmente potenti alla corte, e tanto come volevano rispettati dal popolo, cominciarono essi a svelare degli altri articoli nuovi della loro religione, i quali da principio erano stati da loro taciuti, perchè avrebbero potuto per avventura o impedire o ritardare almeno i loro progressi. Questi articoli furono i seguenti: che Gesù Cristo ha messo un suo vicario in questo mondo, il quale ha un′autorità illimitata sopra tutti i veri cristiani, ed è come un Dio in terra, re di tutti i re, dispotico padrone di tutti i regni, esente da ogni errore, e superiore ad ogni legge; che certe azioni umane sono assolatamente illecite senza la sua permissione e dispensa, o senza la licenza di quelli a′ quali egli ha immediatamente conferita una tale Autorità: che tale autorità fu da lui attribuita a qualcuno di essi missionarii solamente; e che però da lì innanzi certe azioni non si potrebbero omai più operare senza che se ne fosse prima da′ detti missionarii ottenuta la permissione: così furono proibiti i matrimonii fra certi gradi di parentela, e non si dava la licenza di maritarsi se non se a chi pagava una certa somma di denaro ad arbitrio di essi missionarii. Fra questi nuovi articoli vi era che il matrimonio è uno stato d′imperfezione; che la vita celibe è uno stato più perfetto; ma che lo stato più perfetto di tutti si è la vita de′ missionarii. Essi insegnarono ancora che il più sicuro mezzo di redimere i peccati si è di fare limosina, e che la migliore e la più efficace, ed a Dio più gradita limosina, è quella che si dispensa per far dire messe, per addobbare gli altari de′ santi, e per fare fondazioni religiose. Essi dimostrarono inoltre, essere comandato da Dio che ogni cristiano debba pagare le decime di tutte le sue raccolte e di tutti i parti de′ suoi bestiami a coloro che sono i sacerdoti del nuovo vangelo, servono all′altare, predicano la parola di Dio, e che amministrano i sacramenti a′ fedeli. Essi predicarono finalmente, che i matrimonii, una volta contratti, non si possono più per niuna cagione disfare, e che l′uomo e la donna debbono, secondo il testo del vangelo, restare perpetuamente uniti, e che non si possono separare l′uno dall′altro nè per comune consenso nè per qualsisia contrarietà di animi e di sentimenti. Dopo aver aggiunte queste nuove leggi a quegli articoli di fede che avevano palesati e spiegati dapprima, essi cominciarono a predicare e ad insegnare ne′ catechismi, che è difficilissima cosa il salvarsi, attesa la quantità delle leggi alle quali un fedele non deve contraffare, e che la massima parte de′ cristiani medesimi piombano nell′inferno, luogo di eterna perdizione: ma che ci sono però due buoni rimedii ancora per ottenere l′eterna salute; l′uno de′ quali si è la limosina per le messe e per le fondazioni de′ luoghi sacri; e l′altro le indulgenze, le quali si possono guadagnare a certi tempi e giorni, sotto certe condizioni, e particolarmente facendo carità alle chiese de′ missionarii.

Gli effetti di tali nuove dottrine furono i seguenti: gli uni davano, o in vita o in morte, o tutta o la maggior parte de′ loro beni, a fine di guadagnarsi per questo verso l′eterna salvezza; e lasciavano all′incontro perire di fame le loro donne, i loro figliuoli ed i loro più stretti parenti: gli altri concepirono dell′abborrimento per il matrimonio, come di uno stato troppo imperfetto; ed abbracciarono il celibato. Parecchi altri fuggivano il matrimonio, per il nuovo giogo, che venne imposto a′ maritati, di non potersi separare per veruna cagione giammai. E tutti perderono il coraggio di travagliare la campagna tanto per le nuove massime che, come sopra è detto, i missionarii seminarono, quanto per la recente gravissima e durissima obbligazione di dover ora pagare le decime, le quali, a conto fatto, venivano a spogliare ogni sette anni i possessori de′ bestiami ed i lavoratori della campagna di tutta l′entrata di un anno. Laonde la popolazione andava ogni giorno diminuendo sempre più, ed i pruni, gli stecchi e le erbe selvatiche si dilatavano sopra la terra che si lasciava incolta. All′incontro i frati oziosi, i letterati inutili, gli artigiani superflui, i nemici della fatica, gli spigolistri, i picchiapetti, i paltonieri, i pitocchi e l′altra gente inutile cresceva ogni giorno maggiormente.

L′ozio, il bisogno e le indulgenze produssero poi ancora degli altri vizii. L′uomo disoccupato non aveva altra occupazione che di soddisfare le sue passioni. L′ uomo assalito dalla miseria cercava di ripararsi coll′aiuto delle frodi, delle soperchierie e degli assassinamenti; e niuno aveva più ribrezzo di offendere Iddio, perchè le indulgenze, che leggiermente si ottenevano, promettevano da parte di Dio l′impunità a tutti. Le leggi criminali antiche non servivano più a nulla: e niuno si pigliava il menomo fastidio di quelle leggi, che al più condannavano all′infamia od alla privazione della sepoltura. Convenne cangiare e rendere più severe le leggi criminali; e fu mestieri d′inventare ogni sorta di crudeli supplicii per punire i diversi orribili delitti che erano venuti in uso. Ma l′acerbità delle nuove pene non ha poi servito ad altro che a rendere la gente più disperata, più crudele, più inumana, e più dispregiatrice della vita e dell′onore. Oltrediché i missionarii vennero in soccorso de′ delinquenti di ogni sorta, perchè vollero che, quando questi si fossero una volta ricoverati ad una delle loro chiese, allora la giustizia non li potesse più ritirare da quelle: il che servi ad accrescere grandemente il numero e la temerità dei scellerati.

Siccome le leggi criminali, così dovettero ancora venire necessariamente cangiate le leggi civili; poiché quelle che vi erano, essendo poche, e dirette per la maggior parte a regolare i costumi, non poterono più servire a nulla sì tosto che la bontà degli antichi costumi venne guastata dalla malignità de′ nuovi. Il popolo, universalmente corrotto e ridotto in povertà, commetteva ogni giorno mille frodi, mille soperchierie e mille torti ne′ contratti, nelle liti e nelle successioni. Ogni ora sentivasi una nuova maniera d′ingiustizia inventata ed usata da qualcuno in pregiudizio dell′altro, della quale prima non se ne aveva avuta idea veruna. I processi cominciarono adunque ad essere infiniti; e questa gran copia di liti accrebbe il numero degli avvocati, de′ magistrati, degli scrivani, e dell′altra gente di questa fatta, che vive ai danni degli uomini. Gli avvocati ed i notai erano una rea e scellerata genia, che andava solamente in traccia del guadagno, e che per amore di questo badava unicamente a suscitare e tirare in lungo le liti. I magistrati essendo anch′essi per lo più di corrotti costumi ed oppressi dalla povertà, lungi dal tagliare le gambe alle frodi, alle violenze ed alle ingiustizie, le ammettevano liberamente davanti al loro tribunale, e le accarezzavano, purché venissero cariche di oro e di argento e di altri importanti regali. Anzi i magistrati erano il più delle volte non solamente i patrocinatori, ma benanche gli autori de′ torti e delle cabale. Sicché egli fu mestieri di fare nuove leggi civili, tanto per regolare i contratti, le successioni, i processi ed altre cose simili, quanto per mettere freno agli avvocati e magistrati. Ma siccome i missionarii avevano fatto credere che nel regno non vi fosse altra gente abile a tanta impresa che alcuni soggetti i quali avevano fatto i loro studii presso i Gesuiti, così ne fu data incumbenza a dieci persone le quali nelle scienze avevano fatto i maggiori progressi. Ma queste scienze, che insegnavano i Gesuiti non erano punto adattate nè al bene dello stato nè all′utilità de′ privati. Tutto era sottigliezza, tutto difficoltà inutili, tutto concettini senza spirito, tutto arzigogoli irragionevoli, tutto pregiudizi, tutto falsità, tutto confusione e disordine. Non vi s′imparava una giusta morale, non una sana politica, non una vera ed ordinata giurisprudenza, non la storia del paese, non cosa alcuna finalmente che potesse servire a procurare il bene de′ sudditi e la prosperità dello stato. Eppure le scuole de′ Gesuiti erano meno cattive di quelle degli altri missionarii, poiché in queste, oltre tutti i mali e vizii suddetti, vi regnavano ancora il fanatismo e la bizzarria.

Questi soggetti ridussero in poco di tempo a fine un gran volume di leggi civili, le quali, oltre all′essere scure, difficili, impraticabili ed infinite di numero, non si confacevano punto nè coi costumi, né colla maniera di pensare, nè colla maniera di vivere della nostra nazione, nè col clima ed altre circostanze del nostro regno. Con questa occasione proposero i missionarii ancora a mio bisavolo un codice di leggi canoniche, le quali essi dicevano essere necessarie in un paese cristiano. Il re non esitò a far promulgare nel popolo le leggi civili, le quali, attesi i difetti onde erano cariche, furono la cagione che presto dopo si aumentò vieppiù il numero delle liti, e per conseguenza de′ perniciosi avvocati e degli ingordi magistrati ancora. Ma esso, mio bisavolo, non potè risolversi a far nella medesima maniera pubblicare le leggi canoniche. Imperciocché egli trovò che queste miravano tutte al vantaggio de′ conventi e del clero, alla distruzione del governo secolare, dello stato civile e del popolo laico. In esse stabilivansi due potenze, una spirituale, e l′altra temporale; e questa doveva essere disposta ad ubbidire in ogni cosa ed in ogni tempo a quella. Le immunità personali e reali del clero vi venivano estese peggio di prima. I casi delle dispense da concedersi da′ superiori ecclesiastici vi erano stati di gran lunga ampliati. Vi venivano, ordinati altri fori, altri giudici ed altri tribunali per giudicare le cause ecclesiastiche e del clero. Un′infinità di questioni e di controversie vi erano dichiarate ecclesiastiche, e da potersi solamente conoscere da′ giudici spirituali. Insomma tutto vi tendeva all′oppressione della società civile ed allo alzamento del clero.

Il re e buona parte de′ suoi consiglieri, benché fossero ciechi ammiratori de′ missionarii, arrivarono tuttavia a conoscere tutte queste loro cattive mire, e tutti i disordini che potrebbe produrre un codice di leggi sì fatte. Sicché la corte si dichiarò di non poter permettere che coteste leggi venissero promulgate. I missionarii si sforzarono da principio di persuadere il re ed i suoi consiglieri per ogni sorta di mezzi acciocché si venisse a questa pubblicazione: e non avendolo potuto per questi loro modi a niun patto piegare, si misero a sollevare il popolo ed a predicare la ribellione contro il sovrano. In tutte le loro funzioni ecclesiastiche, in tutte le loro prediche, in tutti i loro oratorii, in tutte le loro scuole ed in tutti i loro privati ragionamenti cercavano essi di mostrare alla gente che il re era un miscredente, un tiranno, un oppressore dell′innocenza, della fede e de′ buoni costumi, un nemico degli ecclesiastici e de′ savii loro regolamenti; che conveniva deporlo, se si poteva, e, se no, che bisognava ucciderlo.

Così avvenne appunto. Un perfido e scellerato suddito ammazzò il re mentre andava alla caccia: il parricida fu ricompensato; la memoria del re detestata: ed il figlio non potè altrimenti pervenire al trono che promettendo a′ missionarii ed alla nazione intiera di voler pubblicare il nuovo codice di leggi canoniche e di ergere i nuovi tribunali ecclesiastici; il che fu prontamente eseguito. Dopo di questo per i missionarii così felice successo, stabilirono essi un tribunale d′inquisizione, il quale andava di tanto in tanto praticando le più orribili crudeltà contro i migliori soggetti del paese, parte de′ quali venivano ogni anno pubblicamente abbruciati, parte spogliati di tutte le loro facoltà, e parte mandati in esilio fra le genti barbare e feroci. Talché niuno ci fu il quale, in qualunque si sia cosa pensasse differentemente da missionarii, non venisse tosto in una di queste maniere punito.

Essendo lo stato in queste circostanze, avvenne che alcuni pochi divennero eccessivamente ricchi, e che infiniti altri caddero all′incontro in una estrema povertà. Fra i ricchi s′introdusse ben presto il lusso nelle tavole, ne′ vestimenti, ne′ mobili, nel numero de′ domestici, ed in altre cose tali che servono a contentare la vanità degli uomini. Per queste cagioni andò il denaro de′ facoltosi a colare nelle botteghe di quei mercatanti e di quegli artigiani che via dagli altri si seppero distinguere nel somministrare merci e manifatture tali che potessero soddisfare l′ambizione, la delicatezza, la vanità e la cupidigia de′ ricchi. L′esempio di costoro fu seguitato da quelli che avevano bensì molto minor copia di denaro e di terre, ma che erano spinti dalla medesima ambizione, e dall′invidia, a non voler cedere in niuna cosa a′ possessori di ricchezze maggiori: ed il numero di questi poveri ambiziosi si fece a poco a poco così grande, che in breve spazio di tempo tutta la nazione fu in preda ad un eccessivo lusso. Gli effetti di un tale lusso si furono che la gente impoveriva ogni giorno maggiormente; che la cultura delle terre veniva sempre più negletta ed abbandonata; che le facoltà di molti passarono nelle mani di pochi mercatanti ed artigiani; che una gran copia di persone si astenevano da′ matrimonii per lo timore delle spese; che il popolo andava alla giornata incredibilmente scemando; e che sotto una bella apparenza stava nascosta una grande e funesta miseria. I Missionarii, lungi dal far comprendere alla gente che il lusso era la loro ruina, si studiarono a tutto potere di conservarlo e di fomentarlo, perchè ciò riusciva sommamente utile ad ogni ordine del clero. I Mendicanti andavano per le case de′ voluttuosi e degli ambiziosi ad adularli, ad intrattenerli, a carezzarli, e ne portavano via per lor mercede i pranzi, le cene, e le ricche elemosine per i loro conventi. I discepoli di s. Domenico s′ingegnavano di acquistare da costoro, o per niente od a vile prezzo, le terre per i loro conventi, e gli ornamenti per le loro chiese. I Gesuiti andavano facendo lo stesso mestiere, ed oltre a questo prestavano denaro ad usura, vendevano merci d′ogni sorta, e facevano travagliare i loro fratelli laici in diverse fabbriche e manifatture.

I frati, che furono sempre perfettamente concordi finché si trattò di ridurre la nazione a quel segno a cui avevano sempre mirato, cominciarono a disunirsi ed inimicarsi vicendevolmente come furono pervenuti al fine da loro bramato. I Gesuiti si erano acquistata un′immensa riputazione, tanto alla corte come presso il popolo; e niuno degli altri ordini religiosi aveva potuto salire ad una stima sì grande e sì universale. ciò dava gran pena a′ discepoli di san Domenico e di san Francesco, poiché, tanto per ambizione come per cagione del loro interesse, avrebbero desiderato di essere riputati al pari de′ Gesuiti. Non sapendo adunque i Domenicani, i Francescani, i Cappuccini ed altri tali ordini come altramente fare, cominciarono ad attaccare la dottrina e la religione de′ Gesuiti, mostrando che sostenevano un′infinità di sentenze contrarie a′ buoni costumi, alla religione, al bene degli stati ed alla sicurezza de′ principi. Le dottrine de′ Gesuiti erano veramente tali come venivano descritte dagli altri; ma essi si difesero, ed accusarono vicendevolmente gli altri ordini di frati per la loro vita sregolata, per le loro pratiche cattive, e per la loro morale troppo severa e troppo impraticabile. Ogni partito trovò i suoi clienti  ed i suoi avvocati; e la furia di queste controversie invase tutte le case, sì de′ signori come de′ plebei. Quindi nacquero le discordie, le inimicizie e le fazioni nelle case private, poiché ognuna abbracciava partito, ognuna perseguitava a morte chiunque era del sentimento contrario, senza verun riguardo a parentela, ad amicizia antecedentemente avuta, nè ad altre cose tali, che per altro mantengono il vicendevole rispetto fra la gente.

Mio padre, che da′ Gesuiti era stato educato, non istette guari a proteggere il loro partito; ed era già entrato in pensiero di bandire dal regno tutti gli altri missionarii. Ma egli fu impedito dalla morte di poter eseguire il suo disegno; poiché, avendo un giorno ricevuto da un frate Zoccolante, cui per avventura toccò di dovere allora comunicare nella chiesa cattedrale, il sacramento dell′Eucaristia, esso ne morì presto dappoi. Molti ne presero sospetto che il re fosse stato avvelenato dal missionario per levare ai Gesuiti un così appassionato loro protettore: ma siccome si sapeva che questo frate odiava ed aveva fatto grandissimo strepito contro a′ Gesuiti, principalmente per quella dottrina, che professano, che sia lecito di uccidere in certi casi i principi regnanti, così non parve essere giusto e ben fondato un tale sospetto. Con tutto ciò io venni poi da lì a non molto a risapere che appunto a suddetto fine era stata dal frate medesimo avvelenata l′ostia con cui egli comunicò il re mio padre.

Io successi al padre mio nel governo del regno: e, perchè io era ancora giovane, non mi volli fidare a me stesso, ma mi scelsi per mio principal consigliere un vecchio uomo, per probità di costumi, per prudenza di consiglio e per lealtà di animo fra la nazione sommamente rinomato. Le prime cure di questo venerabile vecchio si furono di mostrarmi il pessimo stato in cui si trovava il regno. Egli mi narrava come nei tempi passati veniva governata la nazione: egli mi esponeva le sue antiche leggi, i suoi costumi e le sue maniere di vivere: egli mi faceva vedere che il popolo godeva allora una perfetta felicità, e che l′innocenza de′ suoi costumi, l′amore del travaglio e la facilità dei matrimonii mantenevano l′abbondanza nel popolo e la tranquillità nelle case private. Egli paragonava lo stato d′allora con lo stato presente e mi faceva toccare colle mani, che la nazione era oggimai ridotta alla più deplorabile miseria. Egli mi mostrava le campagne incolte, le ville e le città sceme di abitatori, la mancanza degli alimenti ed il lusso eccessivo della gente. Egli mi faceva osservare che, per una gran moltitudine di sudditi industriosi, innocenti, pacifici ed osservatori delle leggi e de′ buoni costumi, che avevano avuto i miei antecessori, io aveva oggimai acquistato un piccolo numero di sudditi poltroni, amanti dell′ozio, delle cabale, delle liti e delle dispute, dati alla vanità, alla lussuria ed all′incontinenza, schiavi del denaro, e ribelli delle leggi e del governo. Egli diceva, e mi faceva comprendere, che i missionarii europei erano l′unica cagione di tutti questi malanni, e che però conveniva del tutto scacciare questi mostri dal regno, se io voleva cominciare a mettere in ordine lo sregolato e distrutto mio stato. Io aveva già presa la deliberazione di ubbidire ai consigli di così fedele ministro; ma i Gesuiti, accortisi di questo mio disegno, si misero a sollevarmi contro tutto il popolo superstizioso, e, fatti certi loro accordi con un popolo barbaro che abita vicino al mio regno e che viene chiamato i Teranzi, li disposero ad invadere improvisamente le mie terre, di unirsi ai ribelli e di venire a levarmi la vita. In queste funeste circostanze io trovai ogni ordine di persone così corrotto, i miei tesori così vuoti, la confusione così universale, le forze dello stato così minate, che, essendo certo di non potermi più sostenere sul trono, mi feci aiutare da alcuni de′ miei amici, e mi salvai colla fuga; talché, dopo diversi anni e dopo varii tristissimi casi arrivatimi, pervenni in Sicilia, senza aver mai più potuto avere alcuna notizia dell′infelice regno di Cumba, e delle cose succedute colà dopo la mia partenza.

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Ultimo aggiornamento: 02 novembre 2011