Carlo Antonio Pilati

 

Riflessioni di un italiano sulla Chiesa

Edizione di riferimento:

Carlo Antonio Pilati Riflessioni di un italiano sulla Chiesa, Torino 1852, tipografia Editrice  dei fratelli Canfari.

Riflessioni

sopra la Relazione del  Regno  di Cumba

Nel 1768 scrive le Relazioni del Regno di Cumba, uno Stato immaginario nel quale ad un certo punto arrivano dei missionarii, vi si insediano e lentamente entrano nella vita sociale e politica del regno fino a determinarne la vita politica ed economica, come avevano già operato nelle nazioni europee. L'arrivo di missionari trasforma la vita sociale del regno di Cumba, che da Eden felice viene stravolto e trasformato in un regno moderno in cui domina il parassitismo e una criminalità diffusa e nascosta difficile da combattere e da estirpare di cui tutti poeeono essere vittime, come il re stesso, avvelenato da un missionario per mezzo di un′ostia somministrata durante la comunione nel corso della celebrazione della Messa quotidiana. Mostra le distruzioni portate in un regno innocente e pagano in particolare da parte dei gesuiti. È una fortissima critica agli ordini regolari, ai loro modelli culturali, al loro parassitismo e dannosità sociale. La scelta che propone è la loro abolizione, graduale ma ferrea. La Chiesa avrebbe dovuto inoltre avere unicamente uno scopo spirituale e essere ricondotta ai diritti e doveri di una qualsiasi società privata. (Bonghi)

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Riflessioni sopra relazione  del Regno di Cumba

Questa relazione, che fu da me ritrovata per un accidente che qui non importa di riferire, mi fece una così grande impressione nell′animo, che tosto mi posi a considerare ed esaminare fra me medesimo i mali che vengono partoriti dai frati nelle repubbliche e negli stati cattolici, quali ritrovai non essere punto minori di quelli che cagionarono nel regno di Cumba. Quindi ho stimato di fare cosa vantaggiosa al pubblico con l′accennare e noverare partitamente i principali malanni che provengono dai nostri frati, e di addurre in seguito quei mezzi che io stimo più convenevoli per levare od almeno diminuire così gravi e perniziosi disordini. E siccome io non sono stato spinto a questa impresa da veruna biasimevole passione, ma che unicamente mi ci ha condotto l′amore del bene comune; così mi lusingo che niun leggitore, per quanto appassionato protettore dei frati egli sia, mi potrà giammai tacciare di maldicente o di calunniatore. Del che io vivo con tanta maggior speranza quanto è più grande la premura che ho di astenermi, nel distendere queste mie riflessioni, da ogni espressione ingiuriosa, e che possa far nascere contro di me qualche sinistro sospetto. Io medesimo abomino tutti coloro che dicono e scrivono male de′ religiosi unicamente per poter dir male, e per avere materia da mettere in opera la loro forza calunniatrice. Questi non meritano di essere ascoltati da niuno, tanto più che i loro discorsi sono per lo più ripieni di false relazioni, e di altre cose vituperevoli.

Il costume di abbracciare una singolare maniera di vivere, e di praticare cose inusitate e stravaganti per distinguersi dal rimanente degli uomini in fatto di religione e di pietà, non ha, come altri per avventura potrebbe pensare, avuto la sua prima origine fra noi altri cristiani, ma è già molto prima stato introdotto ed osservato dai pagani. I sacerdoti della gran madre degli Dei facevano professione di menare una povera, trista ed austera vita; e però andavano da una provincia in altra portando attorno l′immagine della dea, e pregando la gente che per amore di lei li sovvenissero colle loro limosine, assicurandoli che la dea ne avrebbe loro per quelle carità renduta la mercede, e che li avrebbe colmati de′ suoi beneficii. I sacerdoti di Bellona costumavano di cavarsi da sè stessi per atto di religione il sangue dalle proprie vene, e, lasciatolo grondare nel concavo delle loro mani, ne spruzzavano poi l′idolo della dea. Minuzio Felice racconta che molti gentili, i quali volevano parere santi, usavano di andare attorno coi piedi scalzi e colla testa coperta di veli di una strana maniera. I sacerdoti di Atene e dell′Egitto schifavano ogni commercio colle donne, si astenevano dalle carni, e non bevevano vino. Certe sette di superstiziosi pagani si scorticavano e martirizzavano da sè stessi finchè avessero perduta una gran quantità del loro sangue. Minuzio Felice, che descrive queste varie maniere di martirii che diverse classi dei divoti e religiosi idolatri si davano, ne li rimproverò acremente, e disse loro in faccia: che questi non erano misterii, non sagrifizii, e non atti di religione, ma cose da spaventare e da far orrore. Tertulliano, nel capo quarto della sua apologia, mostra che i cristiani sono da preferirsi ai gentili, perchè, dic′egli: « noi ci serviamo di quel medesimo cibo, di quel medesimo vestimento, e di quelle medesime bisogne di cui vi servite voi altri idolatri. Noi non assomigliamo ai brammani ed ai ginnosofisti degli Indiani, poichè noi non ci nascondiamo commessi per le selve, e non rigettiamo le cose necessarie per vivere: noi non dispregiamo niuna cosa che la bontà di Dio ha creata per nostro vantaggio: noi viviamo con esso voi, non ci allontaniamo dalla vita comune.»

I sentimenti di Tertulliano in questo punto erano i sentimenti di tutti i cristiani di allora. Nel vangelo non viene fatta la menoma menzione degli ordini religiosi: questi non furono noti nè agli apostoli nè ai fedeli del primo e del secondo secolo. Sicchè fino allora a niuno era per anche venuto per la mente il pensiero di menare una vita separata e diversa da quella degli altri cristiani. San Paolo e sant′Antonio furono i primi a scegliere un genere di vita straordinario e differente da quello degli altri fedeli. Verso la metà del terzo secolo, quando cominciò la persecuzione di Decio, fuggì Paolo da′ suoi persecutori e ritirossi sulle Alpi, e, cangiandovi di tempo in tempo dimora, gli venne finalmente fatto di abbattersi in una rupe posta fra mezzo ad un deserto, dov′egli stabilì di fissare il suo soggiorno. Quivi dimorò egli sino all′anno novantesimo di sua età, nel qual tempo sant′Antonio si portò alla volta di quel deserto, e lo scoperse. Questi avea anch′egli già nell′anno ventesimo di sua età abbracciata la vita ascetica. Dieci anni dappoi si condusse egli in un deserto, dove per lo spazio di vent′anni soggiornò in una fabbrica diroccata. Nel principio del quarto secolo si lasciò egli persuadere da una moltitudine di gente, che era colà concorsa per ammirarlo e per imitare il suo esempio, a sortire dal suo nascosto buco e lasciarsi da essi vedere. Il suo esempio indusse parecchi a volerlo seguitare, e da quel tempo in poi furono eretti molti monasteri ch′egli resse come padre ed ispettore. Dopo che Antonio ebbe già radunati molti discepoli nella Tebaide, Ammonio introdusse la medesima maniera di vivere anche nella Nitria. Ma il più celebre di cotesti romiti si fu Pacomio, perchè egli unì parecchi di questi monasteri in un medesimo corpo di congregazione, ai quali egli prescrisse una regola certa e stabile. Costoro si chiamarono Cenobiti, e crebbero in brevissimo tempo a numero grandissimo, talchè vollero anche le donne seguitare il loro esempio facendo voto di verginità, fabbricarsi de′ conventi per condurvi una vita somigliante a quella dei cenobiti, sottomettendovisi alle medesime regole e vivendovi in comunione. S. Ilarione fu il primo il quale, mosso dall′esempio di sant′Antonio, introdusse questo genere di vita nella Palestina. Vi è chi pretende che san Basilio fosse il primo a portare queste medesime regole nella Grecia; ma il Bingamo, nel libro settimo cap. 2 § 12 delle sue Origini ecclesiastiche, dimostra che questa opinione non è altrimenti vera, e che quel santo non fu se non se il direttore di quelli che colà avevano abbracciato lo stato monastico. Sant′Atanasio essendo andato a Roma, condusse seco lui una quantità di cotesti romiti e monaci; e questa sorta di vita essendo piaciuta agl′Italiani, vi furono in picciol tratto di tempo fondati molti monasteri, e presto vi si moltiplicarono i monaci, che di là poi si estesero per tutto l′occidente.

Cotesti monaci erano divisi in diverse classi. Gli uni erano cenobiti, i quali, come abbiamo veduto, vivevano in comunione. Gli altri chiamavansi Anacoreti; e questi erano quelli che, dopo essere stati per qualche pezza di tempo cenobiti, andavano a rinchiudersi in una più ristretta solitudine. San Gerolamo fa menzione d′un′altra razza di monaci ch′egli chiama Remoboti, e sono quei medesimi che Cassiano nomina Sarabaiti. Costoro amavano di vivere insieme in due o tre solamente: vivevano a loro talento, senza legarsi a qualche certa regola, ed andavano di continuo viaggiando da una città e da una villa all′altra, adducendo per iscusa del loro vagabondare che non trovavano in verun luogo la perfezione di cui andavano in cerca.

La quantità di cotesti monaci di tutte le classi crebbe in breve si fattamente, che i cristiani di quei tempi ne restavano maravigliati. Non erano scorsi se non diciasette anni dopo la morte di sant′Antonio, che Rufino, il quale n′era stato testimonio di vista, dichiarò che non doveva andare guari che tanti fossero i monaci nei deserti, quanti gli abitatori nelle città. Le monache, la di cui fondatrice e madre dicesi che sia stata una certa Sindetica di Macedonia, erano in quel torno di tempo già arrivate al numero di ventimila. Ma di gran lunga superiore era la moltitudine dei monaci. Santo Antonio fondò i suoi primi monasteri nella Tebaide inferiore, e san Pacomio nella superiore. Amonio li aveva piantati sulle montagne di Nitria, l′egiziano Macario nel deserto di Scetide, llarione in Palestina, Aonete in Siria, e Gregorio in Armenia, perlocchè egli viene anche chiamato l′apostolo dell′Armenia.

Fra queste maniere di uomini bizzarri che avevano scelto così strani generi di vita vi mancavano ancora gli Stiliti. Simeone si mise adunque nel secolo quinto ad inventare una molto straordinaria maniera di dover piacere a Dio. Egli stette per lo spazio di quarantotto anni continuamente in piedi su delle colonne esposto agli ardori del sole ed a tutti i rigori delle varie stagioni. Egli andava da una colonna all′altra, e quando mutava colonna egli saliva su d′un altra più alta, come se l′altezza della colonna dovesse contribuire non poco alla perfezione della vita ed alla grandezza della virtù. Le sue faccende su queste colonne erano di dire orazione e di predicare alla gente, che in gran folla concorreva per udirlo. Durante l′orazione egli si andava piegando per innumerevoli volte così profondamente, che veniva a toccare colle dita de′ piedi la fronte della testa. Vi erano di quelli che avevano la curiosità di sapere quante fiate ei si piegasse al giorno; tra i quali vi fu Teodoreto, celebre vescovo di Ciro, che, mosso dal medesimo desiderio, volle andare ad osservarlo. Egli arrivò a numerare mille duecento e quarantaquattro di cotesti contorcimenti, e, vedendo che ancora non era tardi e che troppi altri ne avrebbe avuto a contare, si rimase del numerare più oltre, poichè ben prevedeva che Simeone gli avrebbe alla fine con sue tante contorsioni confuso affatto la memoria. Col lungo andare si marcì a cotesto santo una gamba, e la perdette: sicchè egli, per non mutar genere di vita, si studiò di starsi sulla colonna col solo aiuto dell′altro piede; ed in questo  stato finalmente morì. Daniele, Giuliano e parecchi altri seguitarono l′esempio di Simeone, e furono però chiamati Stiliti.

I pagani tenevano tutti questi romiti e monaci per gente oziosa e piena di vizi. Puossi vedere in Eunapio ed in varii altri autori che vengono citati dall′Amaia nella spiegazione della L. 26 C. de decur. L. 10, di quante furfanterie e di quanti orribili misfatti venissero dai gentili incolpati cotesti abitatori dei deserti. E benchè tutte le loro accuse non siano forse appoggiate al vero, non è però da negare che di molti mali e di ogni sorta non ne commettessero costoro. Imperciocchè la maggior parte di loro riducevasi ad abbracciare. una sì fatta vita unicamente per poter vivere a loro agio, e per esentarsi dall′obbligo di concorrere insieme cogli altri a sostenere le gravezze dello stato. Il numero di costoro divenne sì grande, ed il male ne andò tanto avanti, che l′imperatore Valente dovette per una legge, che è la 6 G. de decur. lib. 10 tit. 31, comandare che niuno più ardisse di ritirarsi nei deserti, e che quelli che già ci erano dovessero restituirsi a quei luoghi donde n′erano partiti, per sottomettersi ai pesi dello Stato.

Questa legge non ebbe se non che pochissimo effetto. Ma non andò guari che i monaci, tratti dall′amore delle cose mondane, si restituirono in gran quantità a quelle città, dalle quali erano prima per odio, a loro dire, del secolo fuggiti: essi cominciarono ad amare il commerzio degli uomini, a pigliare affetto per gli affari del mondo, ed a mischiarsi in tutte le faccende, in tutte le controversie, ed in tutti gl′interessi dei secolari. Non vi aveva quasi processo in cui qualcuno di questi romiti e monaci non vi volesse avere qualche parte. Non si faceva quasi alcun matrimonio e non si conchiudeva verun contratto, dove qualcuno di costoro non vi avesse avuto qualche maneggio. Finalmente essi arrivarono colla loro temerità così oltre, che si diedero a suscitare controversie, a creare fazioni, a rovinare le famiglie, ed a perturbare la pubblica e privata quiete, come ce ne rendono chiara e sicura testimonianza Eunap. Aedes pag. 78, san Giovanni Crisostomo orat. 17, pap. Teod. lib. 5 cap. 19, Zosim. lib. 3, Liban. orat., e sant′Ambrogio nell′Epistola 29, Sulpit. Sever. Dial. 1 cap. 8. I magistrati, per riparare a tanti e così gravi disordini, furono costretti di aver ricorso agl′mperatori per ottenerne che volessero tenere in freno questa gente uscita dalle selve per mettere sossopra le città e le famiglie private. Teodosio il grande, vinto dalle istanze dei magistrati, fece una legge con cui comandò che i monaci dovessero lasciare le città ed i borghi, e ritornarsene alle loro selve: ma questo medesimo imperatore, mosso dalle sollecitazioni de′ monaci, rivocò pochi mesi dappoi il suo proprio editto, come si può vedere dalla legge 12 cit. de monach. del codice Teodosiano.

Dalle leggi che diversi imperatori hanno promulgate rispetto ai monaci vedesi chiaramente che essi erano in quei tempi ancora soggetti ai principi secolari, e che non appartenevano punto alla gerarchia ecclesiastica. Il che va inteso non solamente de′ monaci solitarii, ma de′ cenobiti ancora. E ciò viene confermato dalle testimonianze d′Isacco Alberto nel suo Archieraticon pag. 60 del Lindano Panopl. lib. 4 cap. 78, e di Graziano medesimo, il quale attesta che fino ai tempi di Siricio e di Zostaio i monaci non venivano compresi sotto l′ecclesiaslica gerarchia. Caus. 16 qu. 1 post cap. 39.

Noi dicemmo poc′anzi che sant′Atanasio era stato cagione che i monaci s′introducessero ancora nell′occidente. E di fatto d′allora in poi essi vi si propagarono per indicibile maniera. Sant′Agostino li aiutò col favore di sua autorità nell′Africa; e questo santo viene ancora tenuto per l′istitutore dei canonici regolari. Il dotto Francesco Duareno nel suo trattato de sacr. eccl. minist. lib. 1 cap. 21 lo afferma per certo; il Bingamo nelle sue orig. eccles. lib. 7 cap. 2 § 9 ha questa opinione per molto verosimile. Ma Onofrio Panvinio nelle sue annotaz. al Platina Vit. pontif. Vit. Gelas., ed Ospinian. de orig. monach. lib. 3 cap. 6, sostengono che i canonici regolari non da cotesto santo, ma da papa Gelasio sulla fine del secolo quinto siano stati istituiti; San Martino, san Massimo e san Cassiano furono quelli che stabilirono e dilatarono gli ordini monastici per la Francia. Ma tutti questi furono superati da san Benedetto, il quale ebbe la bella sorte di fondare una religione che non solamente per riguardo a se stessa fece dei progressi grandissimi, ma servì ancora di rampollo a molte altre regole di frati, gl′inventori delle quali si lusingarono di poter più sicuramente condurre i loro seguaci alla perfezione col cangiare il colore dell′abito, o col mutare il cappuccio, o coll′aggiungere o togliere qualche cosa alla regola dell′ordine di san Benedetto.

Laonde le religioni ed i monasteri si moltiplicarono a dismisura, ed in breve tempo ogni paese fu pieno di case dove si erano messe ad abitare delle maschere monacali. I miracoli, che da costoro si operavano in ogni luogo ed in grandissima copia, fecero sbalordire la gente, empirono di stupore i signori grandi e piccoli, siccome quelli che erano ignoranti e non conoscevano le arti e le pie frodi degli operatori, e levarono in somma a tutti i popoli cristiani per sì fatta maniera il cervello, che grandi e piccoli, sovrani e sudditi, uomini e donne, tutti e tutte s′affrettavano di correre alle loro chiese, ai loro conventi ed alle loro celle a venerarli ed a regalarli di molti denari ed ampie terre.

Vennero poi i secoli barbari dei tempi di mezzo, nei quali l′ignoranza e la superstizione dei laici e dei preti era salita al più alto grado che potesse arrivare. I monaci all′incontro avevano conservata qualche tintura di dottrina, di cui si servirono poi per uccellare il popolo e per fargli credere tutto quello ch′essi volevano. Allora eglino poterono inventare ed operare a posta loro migliaia di miracoli sotto gli occhi della credula e superstiziosa gente, che niuno avrebbe ardito di dubitare della verità di alcuna di quelle finzioni e di quelli ingannevoli artifizi. Allora fu loro facile di farsi adorare dal popolo per quelle vittorie ch′essi raccontavano di guadagnare alla giornata contro i demonii dell′inferno, i quali dai frati, secondo le loro relazioni, venivano ora scacciati con vergogna, ora banditi dai luoghi abitati e mandati sulle cime delle più alte e deserte montagne. Allora fu loro di gran vantaggio l′avere inventate mille maniere di divozioni, il far crescere la copia de′ santi, il celebrare molte feste, il molto predicare, il molto confessare, ed il molto cantare in coro. Il popolo, nauseato e stomacato dell′ignoranza e della malvagia vita del clero secolare, aveva già posto tutta la sua confidenza e dedicata tutta la sua venerazione ai frati. Il sodo ed il massiccio della religione cristiana era già ignorato e negletto da tutti. I dieci precetti del decalogo appena erano conosciuti: il Vangelo non veniva spiegato da veruno, nè da veruno inteso. Le pratiche e la disciplina dell′antica chiesa erano ignorate da tutti. Tutta la divozione e la disciplina degli ecclesiastici era ridotta all′osservare le cerimonie e formalità del rituale, all′arte di ben cantare in coro, ed al celebrare con una certa pompa e magnificenza le sacre funzioni. Frequenti erano i pellegrinaggi, frequenti e con molto calore raccomandate le messe per i defunti, e frequenti le divozioni ai santi particolari, dei quali venivano da′ frati composte le vite e raccontati con assiduità per le case dei privati i miracoli, acciocchè non si stancassero di venerare e di arricchire quei monasteri, che per mezzo dei loro santi potevano ottenere ai loro fedeli tutte le grazie temporali e spirituali, secondo la ubbia di quei tempi.

L′avidità de′monaci andò crescendo insieme colle loro ricchezze. Essi, incoraggiati dalla protezione che godevano de′ papi, ebbero l′ardire di appropriarsi le decime, che appartenevano a′ vescovi ed a′ paroci. Essi esponevano al popolo, sè essere più esperti e più capaci di travagliare nella vigna del Signore, che non erano i preti; sè saper meglio di questi guidare la gente per la via della salute; sè essere predicatori più bravi e confessori più diligenti de′ preti; quindi volere la giustizia e la ragione, che la gente non paghi più le decime al clero secolare, ma sibbene a loro. Ma  questo non bastò loro: chè vollero anche essere esenti dalla giurisdizione de′ vescovi, e vivere del tutto sotto la dipendenza del papa; il che fu loro da′ pontefici, i quali conobbero il vantaggio che ne dovevano sperare, poco a poco bensì, ma però agevolmente conceduto. Gli abati ottennero inoltre da′ papi la licenza di potersi scegliere a loro piacere de′ lettori pei loro monasteri, e di essere ordinati dai così detti corepiscopi. Diversi altri privilegi ancora furono loro accordati da′ papi, i quali comprendevano assai bene, e lo andavano esperimentando in effetto, che in questa maniera veniva ad aumentarsi sommamente l′autorità della santa sede e la moltitudine de′ suoi difensori.

Queste così immense ricchezze e questi così esorbitanti privilegi giunsero finalmente a guastare i costumi e la disciplina de′ monaci Benedettini, i quali, poste in dimenticanza le regole del loro santo fondatore, andavano in gran quantità a soggiornare nelle corti dei principi, a condurre compagnie e reggimenti di soldati alla guerra, ed a cacciarsi fra il popolo per suscitarvi liti, controversie, inimicizie, ed ogni sorta di disordini. Cotesto sregolamento commosse diversi santi uomini a volere istituire de′ nuovi ordini religiosi, dove una vita più costumata e più austera si dovesse menare, e dove le ricchezze del mondo non potessero giugnere a pervertire i frati. Quindi fu fondato da san Romualdo l′ordine de′ Camaldolesi, da san Brunone quello dei Certosini, e qualche altro da altri. L′oggetto di tutti cotesti ordini nuovi si fu di tenere lungi i vizii, mediante lo sprezzo e l′allontanamento de′ beni e delle ricchezze del mondo. Ma questo fine fu ben presto anche da queste nuove regole di frati perduto interamente di mira. I creduli e superstiziosi devoti, sorpresi dalla vita severa e rigorosa che conducevano i fondatori ed i primi discepoli de′ nuovi ordini, e confusi e strabiliati dalla quantità e dalla grandezza dei miracoli che di costoro assiduamente si raccontavano, correvano in frotte a deporre le loro ricchezze in cotesti monasteri, e, non avendo i lor superiori coraggio abbastanza per rifiutarle, n′avvenne che in breve tempo vi s introdusse l′abbondanza e l′opulenza, ed in un con esse la corruzione, siccome loro inseparabile e fedele compagna. Laonde la riforma avrebbe avuto bisogno di un′altra riforma: ma, lungi dal pensare ad una tale impresa, i nuovi ordini conservarono le ricchezze e le terre acquistate di mano in mano, e si studiarono a tutto potere di procacciarsi alla giornata di nuovi tesori e di nuove possessioni. Talchè i nuovi ordini ed i vecchi, e i vescovi e i paroci, e tutto insomma il clero, sì regolare che secolare, di comune concerto, divennero i predatori delle terre e de′ denari de′ secolari, gli spogliatori delle ricchezze degli stati, ed i distruggitori delle private famiglie.

Si doveva sperare che gli ordini mendicanti, i quali vennero su ne′ tempi posteriori, dovessero mettere riparo a tanti disordini, e che avessero, per rispetto alla povertà, al dispregio del mondo ed all′innocenza de′ costumi, da servire di esempio a tutti gli altri ordini religiosi. Noi vedremo in breve quali e quanti vantaggi abbiano costoro procurati al mondo ed alla religione cristiana.

Gli institutori di questi nuovi ordini di mendicanti si furono san Domenico e san Francesco, due celebri personaggi del secolo decimoterzo. Questi fondarono gli ordini dei frati Predicatori e dei frati Minori. Le quali regole amendue crebbero in breve spazio di tempo a tanta quantità di religiosi, ed a tanta riputazione salirono, che empierono tutto il mondo cristiano di arditi e venerati campioni, le cui principali premure si erano di sradicare gli eretici, di estendere e sollevare al più alto grado che fosse mai possibile l′autorità pontficia, e di abbindolare la gente colla professione e col vanto della loro povertà.

San Domenico, di nazione spagnuolo e dell′illustre casata dei Guzman, dopo avere qualche tempo predicato contro gli Albigesi, si determinò l′anno 1215, in un con altri nove suoi compagni, di voler fondare un ordine di frati predicatori, ad intendimento di farli predicare contro gli eretici, che allora andavano sorgendo tanto in Francia come in Italia. A quest′effetto andò san Domenico alla volta di Roma per ottenere da papa Innocenzo III l′approvazione dell′ordine da lui meditato. Questo pontefice avendo differito di compiacere al santo di quella sua dimanda, ne fu poi prevenuto dalla morte; e toccò ad Onorio III la sorte di confermare la novella regola. Ma quantunque l′antecessore di papa Onorio non avesse per anche approvato l′ordine che voleva formare san Domenico, egli non lasciò tuttavia di servirsi tanto del santo quanto de′ suoi compagni per man darli a bandire la vera fede di Cristo agli eretici, ed a stimolare i principi ed i popoli alla persecuzione di coloro che fossero ostinali a non lasciarsi convertire colle buone. Eglino avevano ordine d′informarsi per ogni luogo e di prendere in lista i nomi degli eretici che vi avevano, di notare le opinioni che ogni diversa setta sosteneva, dello zelo che mostravano i cattolici per isterminarli, e della premura che avevano i vescovi per convertirli e per impedirne gli ulteriori progressi. Divenuti per questa maniera le spie del pontefice, essi andavano di tanto in tanto a Roma per rendergli d′ogni cosa conto fedele. Per questo loro ufficio fu loro dato il nome d′Inquisitori, e san Domenico fu fatto dallo stesso papa Innocenzo inquisitor–generale. Ma cotesti inquisitori non avevano in quel tempo ancora verun tribunale d′inquisizione, poichè il loro impegno contro gli eretici ostinati si riduceva soltanto a dover sollecitare i principi ed i magistrati perchè esiliassero o punissero coloro i quali venivano da essi inquisitori accusati per tali. Lo zelo degli inquisitori andava sovente tant′oltre ancora, ed eglino sollevavano il popolo, e davangli una croce di panno da mettersi sull′abito da chiunque li voleva seguitare, e lo conducevano contro gli eretici ad ucciderli, a dar loro la caccia, servendo essi medesimi di guide e di generali.

I frati Minori furono fatti inquisitori anch′essi: ma, benchè non la cedessero nè in crudeltà, nè nella diligenza di correre qua e là per i paesi dove credevano di poter scoprire e perseguitare qualche eretico, agli inquisitori della regola di san Domenico, non ebbero tuttavia i primi la sorte di essere al pari di questi riputati ed impiegati. Noi dicemmo poco prima che fondatore di questa regola de′ frati minori si fu san Francesco, il quale, essendo stato mercatante in Assisi, stabilì tutto in un tratto di cedere e rinunziare a suo padre, Pier Bernardo, la sua bottega; e misesi, com′egli credeva, ad imitare gli apostoli, ed a voler vivere nella povertà, privo di ogni bene e di ogni sostegno. Secondo il costume di que′ secoli, ne′ quali niuna idea avevasi dei veri doveri di nostra religione, non istette egli molto a trovare una gran quantità di seguaci, per i quali compose poi una regola, che fu approvata da Innocenzo III nel 1215, e confermata da Onorio III suo successore nel 1223.

Cotesti nuovi ordini ottennero da′ papi di essere esenti dalla giurisdizione vescovile, e di poter in ogni luogo sentir le confessioni, e di assolvere i penitenti senza domandarne la licenza nè a′ vescovi nè a′ paroci: il qual privilegio partorì poi delle lunghe e funestissime controversie tra il clero secolare e cotesti ordini di mendicanti, che furono alla fine terminate da′ papi a danno de′ secolari.

Costoro inventarono la teologia scolastica, e coll′introdurre questa nelle scuole riuscì loro di bandirne la dommatica, la quale non poteva per niun verso piacere ai pontefici. Lo studio delle antichità sacre e della storia ecclesiastica, le quali scienze allora già erano state fuor di modo guaste e corrotte da′ frati, venne del tutto spento e sepolto, talchè poi per più secoli non se ne fece più menzione veruna; il che ai pontefici servì mirabilmente per poter aumentare e stabilire la loro potenza, sì spirituale che temporale, sulla crassa ignoranza de′ cristiani.

Per acquistarsi maggior riputazione nel volgo, inventarono essi ancora diverse feste e varie divozioni particolari, che attirarono la gente in frotte alle loro chiese. I Domenicani istituirono la festa del Rosario, i Francescani quella della Porziuncula e quella del Cordone; e, dietro all′esempio di questi, gli Agostiniani istituirono quella del Coreggio, ed i Carmelitani quella dello Scapolare. Nel medesimo tempo furono erette delle congregazioni, degli oratorii e delle cappelle di questi nomi e titoli, e fecero tanto con queste loro feste e ciance, che tutta la gente cercava di entrare in coteste compagnie e confraternite, e che niuno credesse di potersi salvare se in una o più di esse non si facesse scrivere. Da ciò traevano i frati grandissimo profitto, perchè, avendo eglino ottenuto da′ pontefici delle indulgenze plenarie, il perdono di tutti i peccati, e tanti altri privilegi per chiunque entrasse in quelle congregazioni e facesse limosina, tutti correvano là a vuotare le loro borse, immaginando di poter col mezzo di un′abbondante limosina liberare le anime loro da qualunque più grave peccato. Ma siccome il guadagno che per questa via si faceva era grandissimo, così le diverse regole di frati ne concepirono ben presto della gelosia e dell′odio l′una contro dell′altra. Laonde quel convento che aveva meno concorso di gente si dava a fingere a tutto potere de′ miracoli, ed a mostrare per essi che Iddio amava più di fovorire la sua festa e la sua confraternita che quella degli altri monasteri: e, se questa astuzia non bastava, il convento meno frequentato aggiugneva alla festa e devozione sua propria la festa e la devozione dell′altro. Così, per cagion di esempio, quando i frati Minori di qualche luogo non potevano fare gran guadagno colla festa della Porziuncula e colla compagnia del Cordone, allora essi facevano mettere sulle mura della loro chiesa la Madonna del Rosario, se questa era quella che andasse più a genio della gente; se no, vi facevano dipignere quella cosa che più le piacesse, e raccontavano poi e predicavano i miracoli che davanti a tale nuova immagine ogni giorno succedevano, finchè venisse loro fatto di attirare il popolo alla loro chiesa. Per questa cagione nacquero spesse volte delle fierissime controversie e di gravissimi processi tra le diverse regole de′ frati, perchè l′una non voleva a patto veruno che l′altra si potesse servire nè della sua festa nè delle sue devozioni, nè di alcun′altra invenzione che avesse qualche somiglianza con esse, e l′altra all′opposto voleva pur far quello che le tornava il conto. Quindi i Domenicani, per essere più sicuri che altri ordini non potessero loro rubare la loro festa del Rosario, ottennero l′anno 1569 da papa Pio V una bolla con cui viene ad essi soli riservata la facoltà di poter disporre del Rosario, e proibito a tutti gli altri ordini religiosi di poter alzare alcuna cappella o formare veruna congregazione sotto il nome del Rosario.

Queste scandalose pratiche e queste favolose invenzioni, le quali tutte tendono troppo manifestamente, a dmugnere le borse de′ cristiani, fecero alla fine perdere ogni concetto presso le savie e giudiziose persone a tutti cotesti ordini religiosi. Quindi diversi soggetti, illustri per santità, risolsero di voler fondare de′ nuovi ordini, i quali avessero ad abbracciare una perfetta povertà, ed a menare una vita innocente ed incorrotta per ogni verso. Tra questi novelli fondatori i più celebri sono san Francesco di Paola, che istituì i romiti di san Francesco, ossia i Paulani, il beato Gaetano Tiene che fondò l′ordine de′ Teatini, e s. Ignazio di Loyola che introdusse l′ordine de′ Gesuiti. Tutti questi ordini professavano sul bel principio di voler vivere nella più estrema povertà; ma in breve tratto divennero, come ognun sa, i più ricchi conventi del mondo, perchè le medesime arti e le medesime frodi misero in opera per accumulare ricchezze, le quali erano state già prima adoperate dagli altri ordini religiosi. Ed a queste molte altre ancora ne aggiunsero, che seppero col loro proprio ingegno ritrovare, e che prima non erano state conosciute o praticate da veruno. E siccome nel rinvenire queste arti i Gesuiti furono i più felici di tutti, così le loro ricchezsse vennero alla fine a superare di gran lunga tutte quelle degli altri ordini insieme.

Dopo di avere così in di grosso e fior fiore narrato l′origine ed il progresso degli ordini religiosi, i quali, come vedemmo, non per alcuna divina disposizione nè per verun consiglio degli apostoli, ma dietro all′esempio de′ pagani furono da persone cristiane istituiti, intendiamo noi al presente di far vedere, per diverse ragioni, che cotali ordini, lungi dall′essere vantaggiosi alla religione cristiana, arrecano grandissimo nocumento e pregiudizio alla vera fede, e agli stati dei principi, ed a tutte le famiglie private. Incomincerò adunque dal mostrare che i frati sono perniciosi ad ogni società civile, perchè vanno privando ogni repubblica di molti membri che le potrebbero essere per qualche verso giovevoli. Poichè, in prima, ognuno che abbia ad essere ricevuto in un qualche convento deve essere sano e robusto della persona, perchè le loro costituzioni non permettono, od almeno la loro costante pratica non lo soffre, che alcuna persona debole del corpo e cagionevole di salute possa venire ammessa alla professione religiosa. Ed in ciò procedesi con tanto rigore, che, se nell′anno del noviziato qualche difetto viene scoperto nel novizio, egli viene tosto da frati rimandato a casa sua, quando qualche estraordinaria cagione non intervenga, come di gran ricchezza e simile, che muova i suoi superiori a ritenerlo. Ognun vede che questo si è un immenso danno alla repubblica, la quale ha sempre un sommo bisogno di gente sana e gagliarda, per poterla impiegare parte nell′agricoltura, parte nell′esercizio delle arti e delle manifatture, parte nella milizia, e parte negli impieghi politici, negli uffici civili, e negli altri occorrenti affari, a′ quali le persone infermiccie e meschine di forze non sono atte del tutto o poco almeno possono servire. Se i conventi non fossero riempiuti che di persone difettose, oome a dire di gobbi, ciechi, storpi, castrati, infermi, vecchi decrepiti, e simili, il male o cesserebbe affatto non sarebbe almeno grande. E di così fatte persone appunto dovrebbero essere composti i monasteri, perchè tutto l′impiego de′ religiosi si riduce finalmente a dir messa, a salmeggiare in coro, a confessare e predicare. E perchè non potrebbero questi uffici venire ottimamente eseguiti anche da gente difettata, debole, e priva di perfetta salute? In questa maniera i frati farebbero il loro dovere, e le repubbliche non resterebbero spogliate del fiore della loro gente. Anzi le repubbliche avrebbero allora una grande obbligazione con i conventi, perchè per questo modo verrebbero ad essere per qualche rispetto utili quelle persone, che per altro non servirebbero che ad essere pesi inutili della terra, o che dovrebbero venire mantenute negli spedali. Quando a questo partito si potessero ridurre i religiosi, un′altra disposizione ancora sarebbe però necessaria, la quale regolasse le loro facoltà perchè non fossero eccessive, e provvedesse per gli acquisti futuri, acciocchè non se ne potessero da loro fare se non che in caso di bisogno e colla licenza del principe e de′ suoi tribunali.

I frati non prendono mai un novizio che non abbia qualche sorta di merito, o per l′abilità, o per la sua dottrina, o per le sue ricchezze, o per la sua nascita. Ora queste tali persone possono molto meglio venire impiegate nelle repubbliche che ne′ conventi. Un giovane abile, di bella mente e disinvolto, è ordinariamente buono a tutto; un amante delle scienze serve a coltivar le dottrine; un ricco giova per l′uso che si può fare del suo denaro; uno di buona condizione potrà essere impiegato, se non in altro, nella milizia. Ella è adunque una cosa ingiusta che, quando un tal fiore ci è nel campo della repubblica, vengano tosto i frati a coglierlo, e che ne privino la società, che n′è come padrona, e che se ne potrebbe con comune vantaggio servire, io voglio qui prevenire un′opposizione che mi si potrebbe fare in favore de′ frati: poichè taluno dirà che, se i frati levano via dalla repubblica la gente di talento e di dottrina, essi l′impiegano però a far fiorire le scienze; il che viene alla fine a ridondare in utile della repubblica medesima. Noi concediamo che i religiosi abbiano contribuito assai all′aumento e miglioramento delle scienze, e noi dobbiamo con grato animo riconoscere quei gran beneficii che ci han procurati que′ monaci Benedettini, i quali ne′ secoli barbari andavano disotterrando e scoprendo i manoscritti degli antichi autori, e poi con esatta diligenza li copiavano. Noi non possiamo negare i dovuti elogii a diversi religiosi che si sono dagli altri in materia di dottrina distinti, come il Mabillon, il Petavio, il Montfaucon, il Sirmondo, il Mallebranche, i Pagi, e tanti altri. Ma all′incontro egli è certo ancora, che, se certi religiosi hanno fatto del bene alle scienze, una infinità di altri ha fatto ad esse de′ mali gravissimi, incredibili, perpetui, ed assolutamente irreparabili; il che più manifestamente vedrassi per quello che ci faremo a dire or ora. Inoltre egli è da considerare che, se questa brava gente fosse restata al secolo, essa avrebbe certamente scritto con maggior giudizio, con maggior libertà, con maggiore spirito, e finalmente con maggior amenità. Noi siamo d′avviso che chiunque si fa frate deve necessariamente rimanere infetto di certe massime, di certi pregiudizii, e di certe passioni che sono proprie della religione. Quelli che si fanno frati non entrano ne′ conventi se non che da giovani, anzi nella più tenera età, e rari sono coloro che si serrino in un monastero quando sono già uomini fatti, e che hanno già con lo studio di molti anni acquistato un sufficiente capitale di dottrina. I novizii giovani si fanno frati senza conoscere ancora lo spirito della loro religione, e senza aver niuna notizia del vero carattere degli altri religiosi che sono entrati nel monastero prima di loro. E siccome ai religiosi viene per le loro regole interdetto l′esercizio di quasi tutte le passioni, così questi giovani frati, che sani sono e vigorosi, e che qualche passione debbono necessariamente avere, raccolgono tutto l′impeto delle loro passioni e lo sfogano tutto nel praticare quelle cose che o dal loro istituto vengono prescritte o dagli altri religiosi operate. Qui si volge ogni loro affetto, qui esso s′interna, qui si appicca, e s′allefica [1] talmente che non li lascia mai più, ma cresce, s′inforza, s′invecchia, e se ne muore con loro. Sicchè questi novizii, che praticano continuamente gli altri frati, che da loro imparano, e che con loro in un refettorio convengono, dove sempre si ripetono le medesime massime, sempre si riproducono i medesimi pregiudizii, sempre si mettono in mostra le medesime regole, sempre si torna in campo colle medesime ciance, e sempre finalmente si pensa e si opera allo stesso modo, passano poi a studiare e coltivare le scienze con quegli stessi pregiudizii e con quelle cattive prevenzioni che hanno imbevuto da giovani, e che sentono ripetersi di bel nuovo ogni momento. E se talvolta avviene che, a forza di conversare con altri dotti uomini o di leggere i libri dei secolari, arrivino in qualche punto a comprendere il vero ed a liberarsi da qualche pregiudizio, ne rimane loro tuttavia un′infinita copia di altri pregiudizii addosso, coi quali passano a trattare le scienze; e così da questo canto le deturpano e guastano, se anche da qualche altro lato le coltivano e migliorano. Noi potremmo addurre una gran copia di esempii per provare la verità di questa nostra asserzione, a′ quali noi non possiamo qui dare luogo, perchè ciò troppo oltre ci menerebbe. In Italia ed in Francia, ma più ancora in Italia, vi ha un′ infinità di frati, i quali non credono nulla, non hanno religione veruna, e che sono però veri atei, od al più deisti nell′animo loro, sebbene all′apparenza fanno sembiante di essere cristiani. Questi sono veramente spregiudicati per rispetto alle inezie comuni agli altri religiosi lor pari. Se questi si mettessero ad insegnare con diligenza e con attenzione le scienze, sarebbe verisimile che dalla loro bocca e dalla loro penna non uscissero gran fatto di quelle dottrine infette de′ pregiudizii de′ loro colleghi. Ma il male si è che la maggior parte di questi è occupata nel darsi buon tempo e lieta vita, e non si curano di studiare troppo, nè si danno la pena di penetrare nel midollo delle scienze, e di arrivare fino alla loro radice per poter conoscere ciò che appartenga veramente a quella scienza che hanno per le mani, e ciò che le sia stato da qualche prosuntuoso matto temerariamente aggiunto. Questi trattano per lo più troppo superficialmente le scienze, e però si contentano di schiantarne soltanto que′ pregiudizii che sono troppo aperti, e che presto si manifestano; ma non sanno poi ravvisare nè mettere in vista quelli che sono avvinghiati alla radice, e che non si distinguono così di leggieri dal vero albero della scienza. In somma questi trattano le scienze non già per amore di esse, ma per guadagnarsi de′ soldi, coi quali vanno poi ad insegnare a qualche donna o fanciulla l′arte di rimettere il diavolo nell′inferno [2]. Alcuni pochi, tra quelli che amano le scienze, e s′ingegnano di possederle, si danno talvolta alle matematiche ed alla filosofia; ed in queste scienze possono riuscire eccellenti maestri, perchè i pregiudizii religiosi non vengono ad offuscare loro la mente e ad impedire i loro progressi. Ma perchè questi sono rari, ne viene che pochissimi sono que′ frati da′ quali la repubblica possa ritrarre alcun vantaggio, il quale sarebbe forse stato maggiore se questi medesimi fossero rimasti al secolo. Un′altra riflessione deve qui aver luogo ancora: la maggior parte di questi frati, che sono veramente dotti ed eruditi, non si curano per lo più di altre cose che di quelle che riguardano gli studii ecclesiastici. E questi sono tra noi studii che o niuno oppure pochissimo vantaggio apportano alla società, al di cui bene ogni savio e ragionevole uomo deve avere principamente riguardo. Intorno a queste scienze ecclesiastiche si è da′ nostri religiosi già detto e scritto cotanto, ch′egli sarebbe piuttosto da desiderare che qualcuno si facesse a distruggere almeno due terzi di, questa fabbrica che con lo tanto scrivere si è nella cattolica religione con gran suo danno alzata finora.

Attese adunque queste ragioni, riescono oltre ogni credere perniciose ad una repubblica quelle religioni di frati, le quali più delle altre s′ingegnano di farsi onore colle scienze, sia che si mettano ad insegnarle a′ secolari, o sia ch′ esse per se medesime e tra di loro pretendano di coltivarle. Imperciocchè in tutti i loro insegnamenti ed in tutti i loro studii regna principalmente la dottrina de′ pregiudizii, l′amore delle inezie e delle puerilità, l′inclinazione alle dispute, e finalmente la pedanteria e la sofisticheria. Da ciò nasce che il medesimo spirito si diffonde dappertutto; poichè, come pensano i frati di una repubblica, così pensa ancora ordinariamente la maggior parte del popolo, parte del quale immediatamente da essi, parte da′ loro scolari, uditori ed ammiratori ha imparato la medesima maniera di pensare, di giudicare, di raziocinare, e di trattare le scienze. Costoro ci guastano la gioventù sino dalla loro più tenera fanciullezza. Essi cominciano dall′insegnare un latino, che è una lingua mista di latino, di gotico, di longobardico, e di quella favella che si parla nella provincia in cui tengono scuola. E per insegnare questo miscuglio fanno consumare ai giovani intorno ai cinque o sei anni. Oltrechè li trattano con tanta fierezza, e tanto li occupano, e danno lor tanto travaglio, che cominciano per queste cagioni i giovani ad odiare per tempo ogni altra scienza ancora. Nel medesimo tempo si suole ancora insegnarle la storia; ma per insegnarla si compongono a bella posta i più cattivi libri, dove non ci è metodo, non ordine, non giudizio, non criterio alcuno. Per lo più si prende per le mani quella storia che abbraccia i tempi più rimoti da noi, dove le favole e le cose maravigliose nascondono la verità. Essi fanno da′ loro studenti con gran fatica imparare a memoria, e li obbligano a tenere per certe quelle cose, nelle quali gli eruditi e dotti uomini si occupano a scoprire il falso ed il favoloso. Ed ecco qui il primo impedimento per acquistare una vera, una soda ed una giudiziosa dottrina. Questa medesima storia de′ tempi favolosi venendo da loro trattata senza ordine nè metodo veruno, i giovani giungono per ciò a fare un abito nel disordine e nella confusione. Ecco il secondo ostacolo al progresso nelle scienze. La storia de′ tempi più vicini, la vera cronologia, la spiegazione dei costumi degli uomini, la descrizione dei governi, le cagioni della grandezza e della decadenza degli Stati; in una parola, la filosofia della storia, per cagion della quale unicamente questo studio può divenire utile ed ameno, viene da loro interamente negletta. Se mai accade che tocchino ancora la storia de′ secoli più vicini ai nostri, ciò fassi solamente per salto, e per imprimere alla gioventù per tempo un′idea vantaggiosissima in favore dei Papi, della loro autorità, della loro infallibilità, della loro suprema podestà, e di altre loro prerogative sì fatte. All′incontro viene da loro alla medesima gioventù, con queste favolose e dal resto delle cose distaccate storielle, ispirato un odio contro tutti i monarchi e principi della terra, e contro tutti quelli o secolari od ecclesiastici, i quali siano per qualunque motivo caduti nella disgrazia dei Papi. In questa maniera la gioventù non viene ad apprendere la cognizione della storia, ma sibbene quella delle favole, e delle favole più opposte alla verità e più nocevoli allo stato. Ecco il terzo impedimento ad un vero profitto negli studii. Rispetto all′eloquenza, i frati non si occupano per lo più in altro che nello istillare ai giovani una gagliarda passione per l′uso delle figure rettoriche, degli arzigogoli, dei capricci, dei giuochi di parole, dei concettini, e di somiglianti baie, che, lungi dal rendere un uomo eloquente, ad altro non servono che a guastare il cervello, a minare il buon gusto, e ad esiliare la natura. Essi non insegnano, e, volendo ancora, non potrebbero per la loro troppo poca esperienza mostrare dove consista il massiccio dell′eloquenza, quale sia quell′arte e quale quello stile che sa persuadere la gente, e quale sia finalmente quella forza che mette in moto gli affetti umani. Essi non sanno mostrare dove e quando si convenga la persuasione, e dove e quando sia da dare una spronata agli affetti. Essi hanno pochissima cognizione del sodo, del massiccio, e del raziocinio che sia da adoperarsi nelle orazioni. Essi non sanno distinguere come sia da regolare ai nostri tempi un′aringa giudiziale, e come una predica nelle chiese; come sia da distendere una scrittura legale, e come da comporsi un′orazione. Tutto è confuso presso di essi, tutto imbrogliato, e tutto disordinato. Ecco però come viene da essi ruinato un giovane studente; ecco con quali preparamenti egli esce dalle loro scuole per entrare nelle scuole maggiori. Costui non sa il latino, non il greco, non la vera storia de′ tempi remoti, non quella del suo paese, non la cronologia, non l′arte oratoria, non ha cognizione di libri buoni, non ha alcun buon gusto, non sa fare alcun giusto criterio, non tiene l′arte di giudicare, non possiede alcun fondamento per ben raziocinare; all′incontro egli ha il capo pieno di una lingua composta, a capriccio, e che si chiama latina; egli ha la mente offuscata dai pregiudizii la memoria carica di favole, l′animo oppresso ed avvilito dalla superstizione, la volontà aliena dagli studii per le crudeltà sofferte, il giudizio corrotto per le cattive regole imparate, la libertà di pensare incatenata dalle false prevenzioni imbevute, e la facoltà di parlare guasta e mal diretta. Essendo così ben preparati, si avanzano i giovani a studiare le scuole maggiori, come la logica, la fisica, la matematica, la medicina, il diritto civile e canonico, e la teologia. Parte di queste scuole vengono insegnate da secolari i quali per lo più sono già stati nella loro gioventù e nei loro primi studii guastati dai frati, e ritengono però ancora fitti negli animi loro o tutti o la maggior parte dei pregiudizii che loro sono stati nella più tenera età istillati. Ma, posto ancora che a questi tali maestri sia per avventura riuscito di scacciare lungi da sè le tenebre, le falsità e le inezie, essi possono tuttavia poco giovare a quelli studenti che vengono ad ascoltarli, perchè gl′insegnamenti dei frati si trovano talmente abbarbicati negli animi della gioventù, che niuna forza di verun maestro è ormai più capace a svellerli e sradicarli. Un′altra parte delle scuole maggiori viene insegnata dai religiosi, e, comechè alcuni di essi, come di sopra è detto, ve n′abbia, i quali assai bene sanno comunicare ad altri le scienze, tuttavolta la maggior parte sono di quelli che nel regno della cecità, dell′ignoranza e de′ pregiudizii vivono. Se costoro sono maestri di logica, tutta l′arte loro si aggira nello insegnare il sillogismo, nel mostrare come s′abbia a fare uso del nego, del concedo, del distinguo, nell′ispirare l′amore delle dispute, e nell′ammaestrare gli scolari nella bravura di non cedere mai alla ragione e del non darsi vinto giammai. Nella loro scuola nulla s′impara dell′arte di giudicare e raziocinare saviamente, nulla dell′arte critica ed ermeneutica, nulla delle qualità del buon gusto, nulla della maniera di prevenire le illusioni de′ sensi, nulla de′ mezzi di rintracciare in ogni cosa e di ravvisare la verità, nelle quali cose consiste propriamente l′arte e la forza della vera logica. Lo stesso succede nella metafisica e nella fisica: le quali scienze vengono ordinariamente trattate dai frati per maniera che in luogo di scienze altro non sono che un miscuglio, un ammasso ed un guazzabuglio di sentenze cavate senza ordine e senza metodo dai libri de′ filosofi Aristotelici, Cartesiani, Mallebranchiani, Leibniziani e Neutoniani. Imperocchè questi buoni frati pretendono di essere ecletici, e di prendere tutto il bello e tutto il buono da per tutto. Ma la disgrazia degli ecletici è sempre stata, fino da Potamone Alessandrino e da Animonio Sacca in quà, che hanno in ogni tempo mostrato poco giudizio nel fare le scelta, e che, in luogo di comporre un corpo di dottrina con quello che vi avesse di più giudizioso e più vero nelle altre scuole, egli è loro avvenuto di fabbricarsi un sistema misterioso, barbaro, enigmatico, fanatico, e ripieno di pregiudizii e di superstizioni. Ma il luogo dove la barbarie de′ frati ha propriamente la sua sede ed il suo trono, si è la storia ecclesiastica ed il diritto canonico. Colà è che s′insegnano quelle dottrine, cotanto perniciose alle repubbliche, dell′autorità del pontefice sopra i principi della terra, della forza delle sue leggi, delle sue bolle e delle sue scomuniche. Colà è che si sostiene che il papa può dispensare contro la legge naturale, contro quella del Vangelo e contro i precetti degli apostoli: [3] colà è che si sente questo assioma, che il pontefice omnia potest extra jus, supra jus, contra jus. Colà si stabilisce l′autorità del papa sopra i concilii della chiesa, e colà si leva a′ vescovi tutta la loro autorità, col renderli semplici consultori e sudditi del papa, dove, toltone il diritto della primazia, sono assolutamente del tutto eguali a lui. Colà si fomentano e nutriscono gli odii de′ chierici contro a′ laici; colà si sostentano con mille furberie e con mille sofismi le immunità de′ chierici dal foro secolare, e dall′obbligo di pagare le contribuzioni chè agli altri cittadini vengono imposte; colà si mettono in mostra gli eccessivi e biasimevoli privilegi che il clero sì secolare che regolare ha ingiustamente ottenuto contro i suoi legittimi sovrani, e quelli che a′ regolari furono conceduti in pregiudizio de′ vescovi e del clero secolare; colà finalmente s′insegnano e con mille falsità si sostentano tutte quelle ree massime che al governo ed alle repubbliche possono essere per alcun verso pregiudizievoli. Queste adunque sono le dottrine che da′ frati vengono instillate alla gioventù; questi sono gli allievi che vengono fatti da′ religiosi; questi sono i principii che vengono comunicati a quelli che un giorno debbono essere impiegati a servire la repubblica negli uffici civili e militari. E qui rimane ancora da considerare che, oltre che i frati pervertiscono la gioventù per rispetto a quelle scienze che ad essa vanno insegnando, questa medesima gioventù resta ancora al buio riguardo a tante altre scienze che alla maggior parte degli scolari sarebbe necessario di sapere. Così questa povera gente esce dalle scuole, da una parte carica di pregiudizii, e dall′altra parte ignuda delle scienze più necessarie. I frati non insegnano l′arte politica, non la storia della nazione, non la critica, non l′economia degli stati e delle repubbliche, non l′agricoltura, non la scienza di far fiorire i paesi per il mezzo di una ben regolata popolazione, di ben dirette arti e manifatture e di un vantaggioso commercio, non l′arte nautica, non l′arte militare, non l′architettura, non altre cose somiglianti, le quali a mille doppi sono più, vantaggiose che tutte quelle pedantesche dottrine che vengono ordinariamente trattate da′ frati. Laonde se ci mettiamo ad esaminare cosa alla fine sappia Uno di quegli scolari che abbia fatto i suoi studii appresso i frati, noi vedremo che tutta la sua scienza si riduce ad intendere qualcuno de′ più facili autori latini; a sapere quanti piedi debba avere un esametro ed un pentametro; ad aver qualche notizia delle figure rettoriche; a possedere l′arte di fare un sillogismo, e di scoprire qualche sofisma dei più ovvi in barbara celarent; di aver qualche picciola tintura dei primi elementi matematici; di aver sentito nominare l′ontologia, la psicologia e la metafisica; e di tenere ancora a mente qualche dottrina inutile ed astrusa, de Ente, de Vacuo, e somiglianti; di avere il cervello confuso da diverse dottrine fisiche, cavate senza giudizio dai differenti sistemi di Aristotile, di Cartesio, di Leibnizio, di Neutono, e da qualche altro autore oscuro e negletto da tutti i savii; di saper fare qualche esperimento dei più comuni, con allegarne per lo più od una falsa o non la principale cagione; di essere imbevuto di una storia ecclesiastica piena zeppa di favole e spogliata di tutto il vero; e finalmente di aver acquistata una piena cognizione di un giure canonico, i cui principii ad altro non sono diretti che all′alzamento del papa, all′avvilimento de′ principi secolari, all′abbassamento de′ concilii e de′ vescovi, alla esenzione del clero dalla soggezione ai suoi legittimi sovrani, dal peso delle contribuzioni e dal foro de′ secolari, all′aumento delle ricchezze degli ecclesiastici, ed alla intera distruzione de′ laici. Ora veggiamo ancora quello che costui non sa. Noi cominceremo dalla lingua latina, di cui egli non conosce nè punto nè poco la forza e la proprietà, e non intende gli autori più difficili che hanno scritto in essa, come sarebbe a dire Plauto, Orazio, Livio, Petronio Arbitro, Giovenale, Tacito, Persio e simili, e non sa comporre neppure una riga di vero latino. Egli non sa il greco, che pur è una  lingua cotanto necessaria per poter riuscire o buono storico, o buon oratore, o buon medico, o buon teologo, o buon legista; egli non ha cognizione di quella eloquenza che convince le menti colle ragioni, e muove gli animi colla forza del dire; egli non sa la storia del suo paese, e della storia generale egli ha una notizia tale che, secondo quello che si è veduto poc′anzi, sarebbe molto meglio che non ne avesse niuna affatto; egli non intende nè una vera fisica nè le arti matematiche; egli non sa l′arte di governare i paesi nè di far fiorire uno stato; egli finalmente non ha niuna idea dei diritti di un principe nè delle ragioni de′ sudditi. Questa è adunque l′istruzione che riceve nella sua giovanile età quella gente che un giorno deve poi servire ad essere impiegata nelle cariche degli stati e delle repubbliche. Noi proviamo un grandissimo dolore dello essere ridotti a questa estremità, che non possiamo fare una semplice descrizione delle scuole de′ frati senza ch′egli paia che noi vogliamo fare una satira. Noi siamo alieni da ogni sorta di maldicenza; eppure non siamo, nostro malgrado, costretti a dover sembrare calunniatori col solo descrivere le scuole de′ frati, poichè queste sono così male insegnate e mal regolate, che la verità sorpassa di gran lunga ogni credenza umana. Ma lasciamo omai che per noi parli un imparziale e dotto francese, cioè il signor Louis Renè de Caradeuc de la Chalotais, procuratore generale del re cristianissimo nel Parlamento della Gran Bretagna. Questi nel suo Saggio della educazione nazionale pag. 20 dice così: «L′amministrazione delle classi è corrispondente all′uniformità de′ conventi. Le correzioni hanno della somiglianza colla disciplina claustrale, e sembrano fatte per abbassare gli animi che dovrebbero essere sollevati. Tutto cotesto contegno è tristo e fastidioso, ed il suo più ordinario effetto si è di far venire in odio gli studii per tutto il rimanente della vita dell′uomo. Com′è egli possibile che de′ fanciulli resistano a menare una vita sedentaria e sforzata, alla quale appena si possono adattare gli uomini adulti e robusti? Egli è contro natura che un giovinetto debba in un solo mezzo giorno stare seduto per lo spazio di cinque o sei ore. Oltredichè, in coteste scuole regna una così perpetua e costante somiglianza, che deve recare noia, e spogliare di ogni affetto per le scienze i giovani. Sempre viensi in campo colla lingua latina, e sempre si mettono innanzi degli argomenti. Non si procura giammai d′inspirare ne′ petti della gioventù dell′amore per le scienze e per le arti. Il fastidio e l′aridità sono la solita compagnia degli studii giovanili. E siccome queste cose fanno venire in abborrimento gli elementi di tutte le scienze e di tutte le arti, cosi veggiamo che ordinariamente la gioventù tralascia di darsi alla lettura sittosto che è uscita dai collegi. Il primo frutto di ciò, che si chiama istituzione della gioventù, si è che si rimangono senza verun oggetto di applicazione in un tempo dove il bisogno richiederebbe che fossero più applicati che mai, per tenere lungi i pericoli che nascono dall′ozio, il quale viene bersagliato dagli assalti delle più violenti passioni. Nei nostri collegi non vi ha divertimento veruno per gli spiriti volubili e mutabili dei giovani, che vorrebbero essere intrattenuti con cose diverse e con istudii ameni. I loro passatempi sono degli enimmi, de′ balletti, delle opere drammatiche mal composte, mal eseguite, e per ogni verso ridicole. Cotesti esercizii sono tanto più vituperevoli, quanto più è increscevole la perdita del tempo che viene impiegato in cose di niun giudizio. I maestri, abituati alle sottigliezze scolastiche, insegnano il medesimo esercizio alla gioventù, la quale alla fine impara anch′essa cotesto mestiere, e s′avvezza a disputare e girandolare. Per la qual cagione ve ne hanno parecchi, i quali tutto il corso della loro vita tanto amano le dispute, ch′egli pare che siano sempre nei banchi delle scuole. Ma il maggior difetto di cotesta educazione egli è senza dubbio questo, che la gioventù non vi  riceve la menoma istruzione nè la menoma idea delle virtù morali e politiche. E questo vizio non potrassi per avventura scansare giammai, fintantochè i giovani vengono confidati a persone le quali hanno rinunziato al mondo, e che, non che possano imparare a conoscerlo, debbono procurare a tutta forza di fuggirlo. La nostra educazione non è com′era quella degli antichi Romani, corrispondente ed uniforme ai nostri costumi. Dopo avere sopportate tutte le fatiche e tutto il tedio de′ collegi, la gioventù che n′è uscita deve poi mettersi ad imparare ancora in che consistano i doveri comuni degli uomini; poichè, non avendo essa per anche ricevuto verun principio per poter giudicare delle azioni, delle maniere, delle opinioni e dei costumi della gente, le resta ancora ogni cosa da apprendere intorno a punti di tale momento. La devozione che le viene istillata non è che una imitazione della religione, e non già la religione medesima. Le pratiche alle quali viene avvezzata dovrebbero essere quelle della virtù; ma esse non hanno di questa se non che l′ombra». Il medesimo autore dice a pag. 13: «Come mai si potè giudicare che uomini i quali non hanno che fare con lo stato, che sono usi riputare assai più un religioso che uno de′ primi capi dello stato, che stimano più il loro ordine che la patria, che preferiscono le loro regole alle leggi del paese, fossero capaci di educare ed istruire la gioventù di un regno?» Per buona ventura de′principi e de′ popoli, alcuni di questi così guastati giovani riconoscono per tempo la loro ignoranza, e procurano di liberarsi da quei pregiudizi che sono loro stati istillati, e vanno in traccia di cognizioni più savie, più necessarie e più vantaggiose; e questi sono appunto quelli che impediscono la ruina degli stati a forza d′illuminare i loro sovrani, di fare savii regolamenti, di spandere quella luce che è possibile sopra il resto del popolo, di mettere il morso al clero sì regolare che secolare, e di aiutare in ogni possibile maniera i sudditi laici. Noi possiamo agevolmente comprendere quanto giovino allo stato quelli che o non hanno mai avuto, od, avendole avute, hanno poi dato un addio alle istruzioni de′ frati, e quanto nuociano all′incontro quelli che sono stati istrutti da′ frati, e che ritengono nell′animo loro costantemente i loro principii, facendo un paragone degli stati e delle repubbliche infra di loro. Noi veggiamo tutto il giorno che quegli stati dove non c′è la religione cattolica romana, e dove per conseguenza i frati non possono spandere il loro veleno, sono ordinariamente i più felici di tutti o per rispetto alla potenza o per riguardo alla ricchezza, almeno a considerarli in quelle circostanze di clima, di estensione e di posizione in cui sono. Per cagione di esempio, l′Inghilterra non è uno stato di gran lunga sì vasto come la Francia o la Spagna, o come sono gli stati ereditarii di casa d′Austria uniti insieme: eppure l′Inghilterra è uno stato assai più felice che non sono quegli stati così vasti e così immensi: esso è incomparabilmente più ricco di quelli, e, se vogliamo riguardarlo a proporzione dell′estensione che ha, esso è anche di molto più potente di ciascheduno degli stati suddetti; anzi possiamo ancora con franchezza affermare che presentemente quello stato è assolutamente, e senza aver riguardo alla proporzione della sua estensione con quella degli altri stati, il più potente di tutti. Così l′Olanda è infinitamente più ricca degli stati sopra mentovati, benchè il suo terreno sia così angusto e così sterile come ognuno sa. Cosi il re di Prussia è, a proporzione de′ suoi piccoli stati, più potente e più ricco, ed i suoi paesi sono, a proporzione della loro posizione settentrionale, più floridi e più benestanti che non sono gli stati e le repubbliche cristiane. Potrebbesi fare il medesimo paragone fra gli stati più piccoli dei protestanti e quelli di minor considerazione de′ cattolici; e dappertutto vedrebbesi la medesima cosa, cioè che, a proporzione, gli stati dove non ci sono frati superano in potenza ed in ricchezza quelli dove i frati sono i maestri del popolo. Ma questo andrebbe troppo in lungo e riuscirebbe inutile, perchè ognuno può far da se medesimo questa comparazione, purchè abbia una sufficiente cognizione de′ paesi. Ma quello che in questo vi è principalmente da considerare si è che tutti questi stati de′ protestanti erano una volta miserabili ed infelici al pari degli altri: e questo fu appunto allora quando vi regnavano ancora i frati, e quando quelli che dovevano menare il timone del governo ed occupare i più importanti impieghi della repubblica avevano ricevute le loro istruzioni da′ frati. Noi veggiamo oggidì che quegli stati che sono governati da un principe ecclesiastico sono ordinariamente i più disgraziati di tutti, benchè alcuni di essi giaciano mirabilmente bene per rispetto al clima, alla buona qualità del terreno ed alla copia delle acque onde vengono bagnati. In questi l′agricoltura languisce, il commercio attivo è bandito, le arti sono oppresse, le scienze esiliate, le strade impraticabili, la polizìa è negletta, i sudditi muoiono di fame; e tra l′infinità di miserabili case si presenta solamente di tanto in tanto agli occhi del passeggero o una magnifica chiesa, od un superbo e vasto convento di religiosi, che è tutto il bello che vi ha in somiglianti paesi. E la cagione di queste tante miserie si è che in questi paesi, attesa la qualità dei loro sovrani, le massime e le istruzioni de′ frati vengono con maggior esattezza osservate e messe in pratiche di quello che si faccia negli altri paesi parimente cristiani. Ognun vede chiaramente, da quello che si è detto finora su questo proposito, che tutto il bene e tutto il male degli stati interi dipende dalle istruzioni che riceve la gioventù. Essendo adunque l′istruzione che danno i frati così cattiva e nocevole come si è mostrato, ne segue ch′essi sono perniciossimi allo stato. Qui mi opporrà per avventura taluno, che non tutte le religioni de′ frati insegnano le scuole, e che però per questo capo non convenga dichiararli nocevoli tutti. A questo io rispondo che tutti i frati di qualunque religione hanno però i medesimi pregiudizii, e che tutti mirano allo stesso fine, cioè di falsificare tutte le scienze e di vilipendere tutte le massime più necessarie allo stato, di voler innalzare la corte romana ed abbassare i principi secolari, di opprimere ad ogni potere i laici e di sollevare se stessi sulle ruine altrui. In queste massime si accordano tutte le religioni di frati; e chi non ha il modo d′insegnarle nelle scuole trova però mille occasioni di comunicarle altrui, o per il mezzo della conversazione familiare, o per lo praticare continuo che fanno nelle case de′ secolari, o per quantità de′ libri che fanno intorno a questo proposito giornalmente stampare.

Ella è una querela già vecchia e comune, che i frati distruggono la popolazione: ma il volgo non capisce quanto importi ad ogni stato di essere ben popolato e quanto da ciò dipenda la felicità di ognuno in particolare. La gente idiota crede che, quanto meno vi ha di popolo, tanto più vi sia da mangiare per loro. Questo è un falso supposto, che abbaglia molta gente. L′alimento necessario per la gente di uno stato viene unicamente dal travaglio; e però, più che vien travagliato, più vi è di alimento; e per conseguenza, quanto minore è la somma del travaglio, tanto maggiore deve necessariamente essere la mancanza de′ viveri. Ma se ci è poca gente che travaglia, poco deve ancora venire ad essere l′alimento che n′è il suo effetto. Parte dell′alimento viene ricavato dal proprio terreno del paese; laonde ci vuole una gran copia di agricoltori, perchè, quando eglino sono pochi, parte della campagna resta incolta, e parte viene coltivata così malamente, che, invece di rendere il tre, il quattro, il cinque, ed anche il più per cento, non ne rende se non che il mezzo o l′uno al più. Parte dell′alimento, che non viene prodotto dal proprio terreno, deve essere arrecato da altri paesi; e per questo ci vuole il commercio passivo: ma se lo stato continuamente riceve dagli altri stati, ed esso non manda niente del suo in quelli, conviene che alla fine perisca; e per questo è molto più necessario il commercio attivo: ora, per far andare il commercio sì passivo che attivo, sono necessarii i mercatanti ed i loro subalterni. Inoltre, acciocchè ci sia da sostenere il commercio attivo, cioè quello che trasporta le cose di un paese in altre terre, ci vogliono, oltre i prodotti dell′agricoltura, anche quelli delle arti e delle manifatture. Dunque sono necessarii in uno stato gli artigiani e gli artefici. Di questi ne fanno di bisogno ancora per fornire gl′istrumenti e le macchine bisognevoli agli agricoltori ed a′ mercatanti del paese; dunque gli artigiani debbono essere in gran copia, perchè ne bisognano di quelli che facciano cose da poter mandar fuori del paese, e di quelli che lavorino per la gente travagliatrice di quello. In ogni stato vi sono ancora de′ possessori di molti beni, i quali accumulano molto denaro con discapito degli altri: ci vogliono adunque degli artefici anche per cavare il denaro da costoro, e per farlo andare in giro, là dove per altro resterebbe morto nelle loro borse e sepolto nelle loro casse. Finalmente ci vuol della gente per la milizia dello stato; e, se questo è grande, molti vogliono pure essere i soldati. Ecco adunque che immensa quantità di uomini è necessaria per esercitare e sostenere in un paese quel travaglio che conserva lo stato. Sicchè quando i frati ci levano que′ soggetti che sono necessarii al travaglio, essi ci vengono nel medesimo tempo a levare una parte del nostro alimento Inoltre quel principe che non ha se non pochi sudditi poco amanti della fatica deve indispensabilmente esser debole di forze, e però gli debbono mancare i mezzi di poter aiutare i sudditi suoi, e di poterli difendere dalle oppressioni de′ loro vicini. Quindi i frati  privano il principe ancora di una parte delle sue forze. Io so bene quella che in questo proposito sono soliti di obbiettare i frati ed i loro fautori. Essi dicono che, se da un canto nuociono alla repubblica coll′impedirne la popolazione, dall′altro però l′aiutano col sollevare diverse famiglie dall′obbligo di mantenere talvolta con grande spesa i loro figliuoli. Questo è un discorso con cui non dovrebbero mai venire in campo, dopochè si è veduto quanto poco a peso siano i figli ai loro padri ne′ paesi de′ protestanti. In Olanda, in Inghilterra, negli stati del re di Prussia, in Danimarca, in Isvezia, nella maggior parte della Svizzera non ci sono nè conventi nè benefizii. Eppure que′ paesi sono ricchi, benchè, toltane l′Inghilterra, niuno di quelli sia fertile per sua natura. La cagione di ciò si è che tutto il popolo è occupato a guadagnare, e che niuno vi sta ozioso: e però un padre di quelle contrade, che abbia molti figli, è sicuro di avere un giorno molte persone tutte intente a procacciarsi e per sè e per lui il bisognevole sostentamento. Così non fassi da noi; e ciò non si fa perchè abbiamo il comodo di cacciare i figli nei monasteri: laonde noi stiamo colle mani alla cintola, e pochi sono fra noi coloro che pensino al travaglio ed all′industria. Chè, se non ci fossero monasteri, il padre s′ingegnerebbe, e s′ingegnerebbero col tempo i suoi figliuoli ancora, a procurarsi dell′alimento e delle ricchezze. Sicchè, lungi dall′aiutare i frati le famiglie private, essi sono a quelle di nocumento grandissimo, perchè sono essi la cagione dell′ozio in cui ognuno si vive, e della dappocaggine che regna in quasi tutte le case. Diamo un poco un′occhiata a quelle città della Germania, che parte sono protestanti, e parte cattoliche romane. Noi vedremo che i cittadini protestanti sono quasi tutti ricchi, e che i cittadini cattolici sono quasi tutti poveri. La ragione di questa disparità si è che i primi non hanno conventi, e però tutti si pongono a faticare per qualche verso; ed i secondi hanno i monasteri, che fomentano l′ozio e la poltroneria, che partorisce la povertà. Dirassi per avventura che questo ragionamento procede rispetto a′ plebei; ma che le persone illustri non possono mettersi egualmente a travagliare ed a commerciare, come fanno quelli di bassa condizione. In tutti i paesi protestanti ci sono case e famiglie tali che, per rispetto alla nobiltà, possono gareggiare con quelle de′ cattolici. E la nobiltà protestante è ordinariamente assai più ricca della cattolica, nonostante che quella non abbia il modo di collocare i suoi figli nè ne′ monasteri nè nei capitoli. All′incontro questa nobiltà mette in opera ogni onesta cosa per rendersi abile a poter occupare i migliori impieghi civili e militari; essa cerca di ben coltivare e migliorare le sue terre; essa procura di avere e di guadagnarsi colla sua virtù importanti ufficii nelle corti e nelle repubbliche straniere; essa modera decentemente le spese del proprio mantenimento, e scansa in ogni cosa l′eccessivo lusso. E questi sono i veri modi coi quali si acquistano le ricchezze, e se le conservano assai più che col mezzo delle prebende capitolari e col cacciare i figliuoli ne′ monasteri.

I monasteri sono perniciosi in una repubblica per le gran ricchezze che ordinariamente posseggono e che di continuo ammassano i frati, le quali non escono, poi mai più dalle loro mani per aiutare lo stato, o per sollevare i poveri cittadini che portano soli tutti i pesi della repubblica. Questo è un punto degno della più grande attenzione del leggitore. I contadini, che già col solo lavorare e coltivare la terra si rendono le persone più utili e più necessarie dello stato; i cittadini, i quali coll′esercitare le arti, le manifatture, il commercio, e col sacrificare i loro figliuoli alla milizia, arrecano già un immenso vantaggio alla repubblica, debbono tuttavia sostenere ancora gli altri pesi dello stato, e pagare dazi, pedagi, tributi, e diverse altre contribuzioni siffatte. I frati air incontro, che, per dir poco, non apportano assolutamente il menomo vantaggio alla società civile, sono esenti da ogni aggravio e da ogni contribuzione. Questa è una ingiustizia che fa orrore; ma l′orrore s′accresce ancora maggiormente in chi considera che i secolari posseggono per la maggior parte sì tenui facoltà, che debbono continuamente menare una vita penosa, che debbono bene spesso astenersi da′ necessarii alimenti, che debbono abbreviare i loro sonni, e che debbono rinunziare a′ piaceri ed agli agi della vita; dove all′incontro i frati conducono una vita tranquilla, e si danno buon tempo, e godono le loro ricchezze senza curarsi nè dello stato nè di veruna persona del mondo. Il male non sarebbe però tanto grande, quando i frati facessero annualmente delle spese così larghe, che consumassero almeno la maggior parte delle loro entrate, e che questa loro uscita colasse nelle mani de′ secolari ond′è composto lo stato in cui sono i loro monasteri. Ma la bisogna va tutt′altramente.

Poichè i frati ordinariamente spendono quanto più poco possono e, siccome non hanno che pensare e fare, così sanno trovare tatti i mezzi possibili per minorare la loro uscita. Inoltre quel poco che spendono se ne va buona parte in altri paesi. Gli addobbi delle chiese, la cera bisognevole per le illuminazioni, i panni per le vestimenta, gli utensili d′oro e d′argento per il servizio delle chiese, le pitture, i marmi ed altre cose simili non si possono sempre avere in que′ paesi dove i frati dimorano, o non si possono avere di quella qualità che i frati le ricercano; e però essi spediscono il loro denaro altrove, ed i poveri secolari di que′ contorni non possono mai cavarne beneficio veruno. Dal possedersi adunque da′ frati così immense ricchezze e così vaste terre, come ordinariamente hanno, nascono due gravissimi mali: l′uno si è che i cittadini debbono necessariamente essere poveri, perchè i loro beni sono nelle mani de′ frati; e debbono rimanere poveri, perchè i frati non lasciano più scappare fuori quello che si hanno tirato dentro; e finalmente debbono divenire di giorno in giorno più poveri ancora, perchè la povertà diventa ogni giorno maggiore, come ogni giorno s′aumentano le ricchezze ancora. L′altro male si è che, per essere i beni de′ frati esenti da ogni contribuzione, l′erario del principe ne viene a soffrire grandissimo danno: e quando l′erario sta male ne deve venire delle due cose l′una; cioè; o che al principe è mestieri alzare tanto maggiormente le imposizioni e gli aggravi de′ suoi sudditi secolari, non che alla fine verrà a ruinarli del tutto; o ch′egli debba tralasciare di provvedere a′ bisogni dello stato, e che si risolva di volere con animo tranquillo rimare e contemplare lo sterminio della repubblica, anzi che levare le immunità ecclesiastiche, con riscuotere le necessarie contribuzioni da′ beni de′ frati. Egli cade qui in acconcio di torre di mezzo un′obbiezione che in loro favore ci fanno in questo punto i frati, e che va facendo grandissima impressione sopra gli animi degl′idioti, i quali non veggono più in là di quello che i frati lor permettono, e che non hanno ingegno abbastanza per riconoscere l′inganno dell′apparenza e discoprire la verità. I frati dicono che è bene ch′eglino posseggano ed accumulino delle ricchezze, perchè il principe in caso di bisogno ha sempre de′ tesori preparati, donde egli può ricavare il bisognevole per sovvenire a se stesso e per aiutare lo stato; ed allegano molti casi ne′ quali i monasteri hanno somministrato a′ principi delle riguardevoli somme di denaro. Ma questa è una pura e pretta illusione che i frati vanno facendo ai secolari ed ai principi per consolarli, nelle loro miserie. Imperocchè primieramente in tali casi di necessità i monasteri non contribuiscono mai tanto quanto potrebbero e quanto sarebbe di bisogno; e, per cento esempi che potremmo su di ciò addurre, noi ci contenteremo di allegarne un solo. Quando nell′anno 1640 i Portoghesi scossero il giogo di Spagna e si elessero un re della Casa di Braganza, vi era in tutto il regno gran penuria di denaro: il nuovo re non sapeva nè come mantenersi nella sua recente dignità, nè come difendersi contro gli sforzi del re Filippo che cercava ogni mezzo per ridurre i Portoghesi sotto l′ubbidienza e seggezione di prima. Fu adunque bisogno di ricorrere ammezzi straordinarii, e convenne fra le altre cose che la nobiltà ed il clero sì secolare che regolare fornissero a questo fine del denaro. Tutto il clero unito insieme possedeva incirca tre parti de′ beni e delle ricchezze dello stato, ed i secolari non ne avevano che intorno alla quarta parte. La ragione, l′equità e la giustizia avrebbero dunque voluto che il clero contribuisse una somma tre volte maggiore di quella che avessero potuto mettere insieme i secolari. Ciò però non ostante, la nobiltà pagò centomila croizate, ed il clero, compresivi i frati, non ne diede che quarantamila solamente. Ora leviamo da quest′ultima somma quel tanto che ha somministrato il clero secolare, e potrassi agevolmente arguire quanto leggiera debba essere la somma pagata da′ monasteri, che pure erano molti e ricchi. Questi sono gli aiuti che i frati porgono ai principi ed allo stato. Ma supponiamo pure che, in caso di necessità, i frati arrechino al principe tutto quello che gli possono comodamente dare; poco giova tuttavia ai sovrani ed allo stato questo soccorso. Quando questa somma è consumata, allora non c′è più rimedio nissuno. I sudditi sono ruinati, i monasteri sono già esausti; sicchè il principe non sa più come ripararsi: quindi è necessario, avanti ogni altra cosa, di conoscere dove consista la ricchezza del principe, e donde dipenda la fortuna dello stato. La ricchezza e la buona sorte de′ sovrani proviene unicamente dalle ricchezze e dalla buona sorte de′ loro sudditi. Se questi sono comunemente agiati, benestanti e facoltosi, il principe ha nei casi di bisogno tanti tesori quanti sono   i suoi  sudditi; e questi sono i tesori che non si consumano e che non si possonno svuotare giammai. La ragione di ciò si è, perchè i sudditi non diventano e non si conservano ricchi se non che a forza d′industria e di travaglio; e queste sono sorgenti che, quando una volta sono trovate, non si perdono più così di leggieri: queste producono sempre nuove ricchezze, e però sempre somministrano al principe ed allo stato nuovi mezzi di avere del denaro. La ricchezza dunque del sovrano non consiste nell′avere fra i suoi sudditi qualcuno che abbia radunata e tenga sepolta, gran copia di denaro, e che sia in istato di somministrarne per l′una o l′altra volta qualche gran somma al suo padrone; ma la fortuna del principe si è di avere sudditi che siano industriosi, che travaglino, e sempre acquistino nuove ricchezze, per poterne fornire una parte allo stato. Ora, se il sovrano permette che i monasteri tirino a sè tutte le possessioni e tutto il denaro, impossibile cosa è che i sudditi possano ingegnarsi ad acquistare del denaro a forza d′industria, perchè questa non si può esercitare quando non c′è il capitale per mettere insieme quello intorno a cui essa avrebbe da aggirarsi. E, se anche questo capitale viene per avventura messo insieme, non permettono tuttavia i monasteri all′uomo industrioso di volare in alto, perchè essi attraggono le ricchezze a sè, e quelle che sono attirate costantemente ritengono, e minano per questo modo tutti coloro ancora da′ quali dovrebbe ricavare il frutto della sua industria. Inoltre, siccome il sovrano non tira alcuna contribuzione ordinaria dai beni de′ monasteri, e che esso, deve tuttavia sostenere le immense spese che alla giornata gli occorrono di fare; così ha necessariamente da cadere tutto il peso di queste spese sopra i sudditi secolari, i quali per questa cagione vengono oppressi e perdono l′animo di faticare e d′ingegnarsi a mettere insieme del denaro, perchè i pesi dello stato vanno loro di tanto in tanto tarpando le ali e levando i frutti di tutto il loro travaglio. I frati fanno i loto tesori a forza di unire insieme il denaro che vanno cavando di anno in anno dalle entrate delle loro possessioni: che però, quando questo denaro è stato una volta somministrato al principe, conviene poi lasciare loro molti anni di respiro per poterne radunare dell′altro, avanti che si possa obbligarli ad aiutare il sovrano con qualche altra riguardevole somma. Ma i tesori che ammassano i sudditi sono i prodotti del loro lavoro e della loro industria; e se queste due sorgenti non vengono otturate da′ frati, esse procurano ogni giorno del denaro a′ sudditi: sicchè questi sono pressochè giornalmente in istato di dare al principe, ne′ casi di necessità, una parte di quello che hanno ricavato. Per leggiere che siano le esazioni che in tali casi sotto qualunque titolo si fanno da′ sudditi facoltosi, la somma intiera dell′esatto verrà però sempre ad essere di gran lunga maggiore di qualunque somma che sia stata contribuita dai monasteri.

E queste esazioni, quando vengano solamente praticate ne′ casi di necessità, e che però non durino troppo lungo tempo, non atterriscono i sudditi nè fanno loro perdere il coraggio, poichè essi continueranno tuttavia sempre il loro travaglio ed il loro commercio, essendo sicuri che da lì a non mollo hanno da cessare queste molestie, e che i frutti della loro industria resteranno poi interamente ad essi.

I frati sono sempre o nemici del principe o persecutori del popolo. Se il sovrano fa tutto a loro modo, essi sono amici suoi: ma all′incontro si servono della sua autorità per ruinare i sudditi, per attirare a sè tutti i beni de′ secolari, per opprimere il commercio, per far occupare i principali impieghi dello stato da gente indegna e schiava di loro, e per poter commettere impunemente certe sorta di delitti che riescono a danno e disonore de′ laici. Uno spirito satirico disse, in questo proposito, ch′egli pare che i nostri religiosi facciano a′ sovrani la medesima proposizione che il demonio fece a Gesù Cristo quando venne a tentario nel deserto: Haec omnia tibi dabo, si cadens adoraveris me, «Noi daremo, o sovrani, tutto quello che vorrete, se voi abbandonerete i vostri sudditi all′arbitrio nostro.» Chè, se i principi non fanno così, i frati divengono i loro nemici, e non hanno verun timore di fare loro apertamente la guerra. Diversi principi dell′Europa si vanno lusingando che, con lo scacciare dai loro stati i Gesuiti, essi abbiano messa in sicuro la loro vita ed allontanata ogni sollevazione popolare dai loro regni. L′esperienza ci farà certamente vedere il contrario: quella ci ferà comprendere che lo spirito de′ frati è dappertutto ed in tutte le lor differenti religioni eguale; che tutti pensano ad un modo; che tutti allo stesso fine mirano; che in tutti regna l′ambizione e l′avarizia; e che, se le altre religioni non sono per era arrivate a poter fare tanto quanto i Gesuiti, ciò è unicamente d′attribuirsi a questo, ch′esse non hanno saputo trovaure que′ mezzi che dalla sola abilità de′ Gesuiti furono rinvenuti. Questo è certo, che la bisogna non può andare lungo tempo così, e che però i sovrani saranno necessitati di venire all′una o l′altra di queste due risoluzioni: cioè; o di mettere freno all′avarizia, all′ambizione ed alle dissolutezze de′ frati; o di permettere che i loro sudditi vengano interamente rovinati, e che periscano alla fine anche i loro proprii stati. Il secondo partito non è verisimile che sia per aggradire a′ sovrani; sicchè dovranno necessariamente abbracciare il primo. Allora vedranno cosa siano capaci d′intraprendere i frati, benchè non siano della Compagnia di Gesù. Grrideranno che vengono violate le immunità ecdesiastiche; che non viene rispettata la religione; che il principe è un eretico, un dispotico, un tiranno; ch′egli vuol tutto per sè e per i suoi ministri; che è mal servito; che si lascia gabbare da quelli che gli stanno dattorno; che fa spese eccessive; e che, per supplire a queste, egli ricorre a mezzi irregolari ed empii. Questi sono discorsi che in diverse parti dell′Europa già si vanno facendo adesso anche da que′ frati che non sono Gesuiti, e che sono loro nemici capitali, come ogni leggitore che abbia familiare pratica co′ frati può avere più volte inteso esso medesimo. Ma i frati non si contenteranno già del semplice gridare; essi ricorreranno a Roma, solleveranno la santa Sede contro i loro monarchi; e, se questo non basterà, passeranno a sedurre i sudditi, ed a sollecitarli a commettere degli eccessi contro i loro principi. I sovrani sanno trovare compenso ad ogni siffatto disordine; ma resta però sempre vero che i frati non mancheranno da canto loro di fare ogni possibile sforzo per′ vendicarsi di que′ principi che si mostreranno loro contrarii per amore del pubblico bene. I regicidii e le sollevazioni de′ popoli sono sempre stati i principali articoli del catechismo de′ frati di qualunque religione. Quando gl′imperatori greci vollero levare il culto de′ santi, i frati furono i primi a fare lo strepito grande, a sollevare il popolo, ed a consigliare la morte di tali imperatori. Questi monarchi avevano forse torto di voler tutto in un tratto mettersi a perseguitare i santi; ma non toccava però a′ monaci nè di fare quel chiasso nè di eccitare la gente a fare quegli eccessi che ha fatto. Papa Gregorio VII non era gesuita, ma monaco benedettino, quando egli covò nell′animo tutti que′ progetti ch′egli poi mise in esecuzione sittosto che divenne papa, e che tanti e così incredibili disordini cagionarono. Egli fu il primo papa che ardì di deporre i principi ed imperatori, di liberare i sudditi dal legame del giuramento inverso i suoi monarchi, e di sollecitarli perchè facessero guerra al loro principe e lo sterminassero. Egli fu il primo a pretendere che un imperatore dovesse da lui ricevere l′assoluzione dalla scomunica nella più ignominiosa maniera che potesse cadere in pensiero a mente umana. Egli fu il primo che suscitò crudeli e lunghe guerre tra i vassalli ed i Sovrani, nelle quali un′indicibil copia di sangue cristiano fu sparso per lunga pezza di tempo con incredibile crudeltà. Questi pensieri non vennero a papa Gregorio certamente dettati dallo Spirtto Santo, ma dovettero infallibilmente essere in lui prodotti dallo spirito monastico, poichè ancora prima di essere eletto papa egli ne aveva già dato varii e manifesti indizii. Non eran gesuiti il monaco Vala nè Vatberto suo compagno, per il consiglio de′ quali papa Gregorio IV scrisse ai vescovi della Francia, ch′essi, benchè vassalli e possessori di gran feudi, dovessero ubbidire piuttosto a lui che all′imperatore Lodovico loro legittimo covrano. Non era gesuita, ma domenicano, colui che fece morire l′imperatore Arrigo VII, col dargli da inghiottire nel Santissimo Sacramento della Comunione un′Ostia a questo empio fine a bella posta avvelenata. Non era gesuita, ma francescano, un certo Giovanni Petit, il quale fu il primo ad insegnare e sostenere pubblicamente che è lecito ad ogni privato di ammazzare un principe tiranrio. Giovanni duca di Borgogna fece l′anno 1407 uccidere in pubblica strada Luigi duca d′Orleans suo primo cugino. Dopo questo così orribile fatto venne in campo il suddetto padre Petit, il quale, in un pubblico luogo, alla presenza di parecchi principi e monarchi, di cardinali, di altri ecclesiastici, di professori, e di una infinità di cittadini, sostenne la proposizione suddetta. «Egli è certo (diss′egli) che ogni privato può dar la morte ad un principe tiranno; e quantunque questa mia asserzione sia per se medesima assai manifesta, io ve la voglio tuttavia provare con dodici ragioni, in onore de′ dodici santi apostoli.» Non era gesuita, ma domenicano, il padre Giacomo Clemente, che assassinò Arrigo III re di Francia; e non era gesuita il suo priore, il quale si mise a difenderlo pubblicamente, sostenendo che il padre Clemente aveva operato bene, e che era un martire della religione, essendo egli stato per questo suo parricidio messo a morte. Quando Paolo V fulminò il suo interdetto contro la repubblica di Venezia, non furono i Gesuiti soli, ma con essi anche i Cappuccini ed i Teatini, che ricusarono di ubbidire agli ordini del senato, e che si lasciarono scacciare dallo stato Veneziano piuttosto che di piegarsi in questo punto. Quando Arrigo IV fu, dopo la sua conversione alla nostra fede, dichiarato e ricevuto per re di Francia, ordinò l′università di Parigi che ognuno dovesse a questo re prestare il solito giuramento di fedeltà. Ma si unirono coi Gesuiti i Cappuccini, di non voler fare questo passo prima che non avessero su di ciò gli ordini da Roma. Quando nella guerra per la successione di Spagna i Francesi assediarono Barcellona, i più valorosi difensori della città furono i figli e discepoli di s. Francesco, poichè questi non si contentarono già di animare solamente i soldati e cittadini alla difesa, ma essi occuparono le mura, e respignevano i nemici con tutto il furore dei più marziali guerrieri. Noi potremmo una gran copia di somiglianti esempi addurre : ma questi possono bastare per far conoscere che tutti i frati, in tutti i tempi, hanno sempre praticata la massima de′ Gesuiti, cioè di procurar di levare o la corona o la vita a que′ monarchi che non sono stati di loro aggradimento. E, posto ancora che non tutti i frati fossero per egual maniera cotanto nemici de′ lor sovrani, egli non si può tuttavolta negare che tutte le religioni non vadano d′accordo almeno nell′insegnare che il papa è sopra tutti i principi della terra; che ogni suddito debba piuttosto a lui che al proprio suo sovrano ubbidire; che le leggi canoniche vanno avanti le civili; che il clero deve godere ogni immunità reale e personale; che il principe non ha verun diritto nè sopra le persone ne sopra i beni di quelle persone che servono l′altare. Ora qui consiste appunto il male; e queste sono quelle dottrine che avvelenano gli stati, che distruggono le particolari famiglie, e che fanno perire i principi.

Tutti i frati, di tutte le religioni, sono pieni di uno spirito di persecuzione, che li fa incrudelire contro chiunque pensa diversamente da essi. Tutti i più gran talenti hanno avuto da sostenere delle terribili persecuzioni dalla parte de′ frati. I primi ristoratori delle scienze, come, per cagione d′esempio, delle belle lettere, della logica, della fisica, delle matematiche, della medicina, e perfino della giurisprudenza, ebbero tutti senza eccezione a provare le crudeltà de′ frati, i quali hanno sempre avuto in costume di tener ferme co′ denti e colle unghie tutte le superstizioni, tutte le falsità, tutti i pregiudizii, e tutte le cattive maniere di trattare le scienze, ch′erano in uso al tempo del nascimento della loro religione. E chiunque ha avuto il coraggio di voler scacciare le tenebre, e di apportare del lume in qualche scienza, è sempre stato da′ frati perseguitato, per modo che gli è convenuto o abbandonare la patria, o vivere nell′estrema miseria, o perire per la mano del carnefice. Questo animo persecutore ha conservato tutto il suo vigore nelle religioni anche a′ nostri tempi, perchè niuno si può ardire di alzare bandiera contro un′opinione ricevuta comunemente presso i frati, che tosto non gli venga gridato contro ch′egli è un eretico, un innovatore pernicioso, un empio, un incredulo, e si fa tanto strepito che alla fine il volgo lo mostra colle dita, ognuno l′ha in odio ed in abbominazione, ed il sant′Uffizio dell′inquisizione od ancora la potestà secolare gli mette le mani addosso. Io credo che tale spirito di persecuzione derivi principalmente da due cagioni: l′una si è che ogni religione di frati è fermamente persuasa che la perfezione abbia la sua residenza solamente dentro ai recinti de′ lor monasteri, e che di fuori sia il regno delle tenebre, del vizio e dell′errore. L′altra cagione si è perchè sono da giovani assuefatti a seguitare sempre le medesime opinioni e le medesime pratiche, a sentir da′ lor maestri e ne′ loro refettorii vituperare tutte le dottrine, tutte le opinioni e tutti i costumi che non si confanno colle loro maniere di pensare, di giudicare e di operare, ed a non leggere mai altri libri che quelli che servono a confermare i loro sentimenti. Noi osserviamo tutto il giorno come quelli che si danno solamente ad una certa scienza o professione, e che sempre stanno attaccati ad una certa spezie di libri e di maestri senza curarsi di altre scienze e di altri libri, sono sempre gente ostinata e  inflessibile, dura, capricciosa, e dispregiatrice crudele di tutto quello che non si confà colla loro scienza, colle loro opinioni e co′ loro libri. Così, per cagione di esempio, i nostri avvocati d′Italia, i quali ordinariamente non leggono altri libri che i legali, e che consumano tutto il dì a scrivere consulti, a dettare istanze, a frustare gli indici de′ loro libri ed a sentirsi proporre de′ casi, sono fermamente persuasi che la loro scienza sorpassi tutte le altre, che ogni altra cosa sia una pazzia rimpetto alla loro professione, e sono così inumani che odiano a morte tutti coloro che si danno o alle belle lettere, o alla filosofia, od alle matematiche, od a qualche altra scienza siffatta. Queste cagioni adunque sono, a mio avviso, quelle che fanno nascere e conservano nei petti de′ religiosi quel così crudele spirito di persecuzione. Or queste ragioni fanno ch′eglino debbano odiare ed aver in orrore non solamente quelle persone che da loro dissentono, ma eziandio quelle religioni intere di frati, le quali abbiano opinioni o pratiche opposte a quelle di loro. L′esperienza ci può servire qui di ottimo testimonio. I frati di s. Francesco hanno avuto delle guerre crudeli con quei di san Domenico, per la contrarietà di opinioni che in due punti nacque fra di loro. La prima opinione riguarda la immacolata Concezione della Beata Vergine. Scoto aveva insegnato ch′essa era nata senza la macchia del peccato originale, e per provarlo faceva il dottor sottile questo ragionamento che segue: «Iddio ha potuto salvare la Beata Vergine dal peccato originale; oppur egli ha potuto lasciarvela solamente un momento; od egli ha potuto lasciarvela ancora per qualche spazio di tempo, e purificarla poi nell′ultimo momento.» Scoto non mancava nel medesimo tempo di recare in mezzo delle ragioni per provare la possibilità di caduna di queste tre proposizioni, e poi egli veniva a concludere così: «Dio sa quale di queste tre cose egli abbia fatto; ma Egli è però a noi più convenevole di portare della Madonna quel giudicio che le riesce di maggior onore e gloria, poichè non è contrario nè alla Scrittura nè all′autorità della chiesa.» Per questa cagione adunque tengono tutti i Francescani per infallibile la sentenza che la Beata Vergine sia stata concepita senza veruna macchia di peccato originale. All′incontro un certo Giovanni di Manzon, professore di teologia, sostenne con pubbliche tesi l′anno 1387, in Parigi, che questa sentenza de′ Francescani non sia sicura. Queste tesi attizzarono il fuoco della discordia tra le due religioni; ognuna delle quali ebbe ricorso a papi, a concilii, a scomuniche, al braccio secolare, e si perseguitarono a vicenda talmente, che molti dell′una e dell′altra religione furono messi in prigione, molti dovettero scappare da′ loro conventi, e molti furono tormentati fino alla morte. L′altra disputa nacque fra di loro per cagione delle Stimmate di san Francesco. Ad ognuno è nota questa storia, che tutti i savii critici riguardano per una favola. I Domenicani, che sono sempre stati altresì i rivali de′ Francescani, non osando negare questo fatto, s′ingegnarono di partecipare della gloria de′ Francescani coll′inventare anch′essi un somigliante fatto in favore del loro proprio ordine. Essi vennero adunque jn campo con santa Catarina da Siena, che era aggregata, mentre viveva, al loro terz′ordine, e si misero a predicare e sostenere ch′essa era stata aggraziata da Domeneddio del dono delle Stimmate al pari di s. Francesco: e per provarlo producevano una lettera della santa, in cui ella dava parte di questa grazia, da Dio ottenuta, al proprio suo confessore. I Francescani, inveperiti per questa favola che veniva a scemare l′onore di san Francesco, non mancarono di fare un grande strepito contro i Domenicani, e di ricorrere al papa, che era Sisto IV, e però per loro buona ventura francescano ancor esso, il quale decise la causa in favore del suo ordine e diede il torto ai Domenicani. Ma questi non si rimasero tuttavia dal vantare le Stimmate della loro santa. Queste controversie e questi odii implacabili delle due religioni sono stati la principal cagione per cui il povero padre Savonarola fu abbruciato vivo in Firenze; poichè i Francescani facevano continue prediche sì contro il frate suddetto come contro tutto l′ordine suo, e biasimavano tanto pubblicamente come privatamente per le case de′ privati la condotta e la dottrina dell′ordine di s. Domenico, e tanto alla fine fecero, che il popolo si sollevò e volle morto sul rogo il frate. I Domenicani, arrabbiati contro i Francescani, non sapendo a che altri mezzi ricorrere, fecero camminare diversi de′ loro frati sopra un mucchio di brage accese a piedi nudi; e questi vi pasavano sopra francamente senza che il fuoco li offendesse. E questi miracoli dovevano servire per provare la superiorità delle loro dottrine e del loro istituto sopra le sentenze e l′istituto de′ Francescani. Ma costoro ebbero i loro eroi anch′essi, i quali facevano gli stessi miracoli dei Domenicani, per dimostrare l′eccellenza del loro ordine e de′ loro insegnamenti. I Domenicani dovettero adunque ricorrere ad inventare degli altri miracoli; ma i Francescani non la cedettero loro neppure rispetto a coteste invenzioni novelle. I medesimi Domenicani ebbero ed hanno ancora delle guerre terribili coi Gesuiti, le quali furon prodotte dalla gelosia che i primi già sul bel principio concepirono contro i secondi, e dalla disparilà della dottrina nel punto della grazia e nella materia del probabilismo. Sant′Ignazio ed i suoi compagni si misero a fare i catechisti ed i direttori delle coscienze senza essere neppure graduati in teologia. Ciò dispiacqne sommamente a′ Domenicani, che allora occupavano la mnggior parte delle cattedre teologiche, ed erano i predicatori e direttori ordinarii del popolo, ed i confessori de′ re ed imperatori. Laonde essi fecero mettere in prigione a Salamanca tanto il nuovo patriarca s. Ignazio quanto i suoi discepoli; e furono ritenuti nelle carceri per ben ventidue giorni. Ciò non pertanto la nuova compagnia di Gesù si acquistò una reputazione immensa presso la gente amante della novità, e che, secondo la maniera di pensare di allora, vedeva di buon occhio l′istituzione di nuovi ordini religiosi. Il credito grande de′ nuovi Compagni di Gesù fu cagione della ruina de′ Domenicani, i quali cominciarono ad andar pian piano perdendo le loro cattedre, la confidenza dei popoli, e la direzione della coscienza delle teste coronate. Intanto accadde, mentre il padre Aquaviva era generale de′ Gesuiti, che il padre Prudenzio de Montemajor, gesuita di Salamanca, fece in questa città sostenere una tesi la quale veniva ad essere direttamente contraria alla dottrina de′ Domenicani intorno la predestinazione. Non andò guari che un altro gesuita, cioè il celebre Ludovico Molina, compose a bella posta un libro per dimostrare la maniera con la quale Iddio agisce sopra le creature, e come le creature gli resistano. Quest′opera, che è intitolata Concordia della grazia e del libero arbitrio, distruggeva anch′essa il sistema de′ Domenicani. Il padre Banez scrisse adunque contro quest′opera; Molina vi rispose: si stamparono degli altri libri ancora sì dall′una che dall′altra parte, ne′ quali ciascheduna trattava i suoi avversarii da eretici. I Domenicani sostenevano che i Gesuiti sono Pelagiani; ed i Gesuiti replicavano che i Domenicani erano Calvinisti. Il famoso Melchior Cano scrisse in proposito de′ Gesuiti alla corte di Madrid le seguenti parole: «Voglia Iddio che io non abbia la medesima sorte di Cassandra, a cui non fu prestata fede che solamente dopo la presa di Troia. Se si permette che i padri della Società vadano continuando di quella maniera come hanno cominciato, io prego Iddio che non giunga il tempo in cui i re medesimi vorranno ma non potranno a loro resistere.» Un altro domenicano, cioè il padre Alfonso Vindano, andava intanto predicando per tutte le città della Spagna ch′egli aveva ricevuto ordine dal cielo di dover rivelare a′ fedeli che s. Ignazio è a casa del diavolo con tutti i suoi compagni. Il fuoco di questa disputa si distese per tutte le religioni de′ frati di tutta l′Europa, e giunse persino alla santa sede; dove diede infinite molestie a più di un pontefice, che non hanno mai potuto trovare il mezzo di spegnerlo. A questa funesta controversia si aggiunse poi ancora quella del probabilismo e del probabiliorismo, che fece tanto strepito perfino a′ nostri giorni, e per cui si sono commesse da una parte e dall′altra le più indegne ed abbominevoli cose del mondo. Ma la più fiera di tutte le guerre religiose si fu quella che nacque tra i Francescani ed i Cappuccini, della quale noi daremo qui una brevissima relazione, per far comprendere che lo spirito di persecuzione domina ne′ conventi di s. Francesco assai più che in tutte le altre religioni. Anzi, per non essere tacciati di malignità e di parzialità alcuna, noi trascriveremo per succinto modo questa storia da un autore francese, il quale non può per veruna maniera essere giudicato nè infedele nè parziale, sì perchè egli non ha verun particolare affetto per niuna di queste due religioni, come perchè ha procurato di omettere tutti que′ fatti che ne′ libri ne′ quali viene trattato di questa guerra serafica furono rapportati senza bastevoli prove [4] .

Un francescano chiamato fra Mattio de Bassi, uomo dabbene ma di corto intendimento, s′intrattenne un giorno con parecchi altri del suo ordine a ragionare delle virtù e de′ meriti del gran patriarca s. Francesco. L′uno diceva che il loro santo patriarca era superiore a Gesù Cristo medesimo, perchè egli aveva restituita la vista a maggior numero di ciechi; raddirizzato maggior quantità di zoppi, tanto nel genere degli uomini come in quello delle bestie; discacciato una più gran copia di demonii dai corpi degli offesi; e resa la vita ad un più gran numero di morti che non aveva fatto in questo mondo il Salvatore istesso. Un altro narrava che san Francesco aveva ucciso a bella posta un figlio di un medico, per avere la gloria ed il piacere di poterlo far tornare in vita. Tal altro raccontava che frate Giovanni delle Valli per ispeciale grazia di s. Francesco aveva, la facoltà di sentire nella distanza di quattordici ore l′odore della venuta di frate Giunipero, il quale era un uomo di questa fatta, che la sua occupazione si era di giuocare co′ fanciulli a que′ giuochi che sono tra di loro ordinariamente in uso. Ognuno insomma faceva qualche racconto in onore di san Francesco e dell′ordine da lui istituito; e fu fatta particolare menzione della scala bianca che il santo patriarca ha indicata a′ suoi discepoli per farli salire a dirittura al paradiso; come pure del solenne privilegio, che godono tutti i Francescani, di non poter essere gabbati, beffeggiati nè soperchiati da′ maliziosi demonii. Il qual privilegio è così certo che, essendo un dì caduto per arte diabolica in una brage che stava sotto terra un certo padre Cregio, il quale aveva contezza di questa prerogativa dell′ordine suo, ed essendo immediatamente stato sorpreso e legato da centomila diavoli, egli si mise a gridare: «Ego sum Franciscanus, domini Diaboli, ego  sum Franciscanus.» «Io sono Francescano, signori Demonii, io sono Francescano.» Colla quale protesta gli venne fatto di campare dalle loro unghie, perchè i diavoli, informati del privilegio, lo sciolsero da′ legami e scapparono via.

Mentre gli altri frati badavano a narrare nella suddetta maniera i miracoli di san Francesco, uno de′ loro compagni si stava sempre in un profondo silenzio, e, come gli altri ebbero finite le lor novelle, egli finalmente proruppe in queste parole: «Oh Dio, come puossi fare in coscienza di essere Francescano, e di portare tuttavia questa maniera d abiti?» Gli altri della brigata, sentendo questa esclamazione così strana, si misero a ridere, e credevano ch′egli volesse scherzare: ma ei mostrò di parlare da senno, e ripetè più volte la medesima sua espressione, dicendo che l′abito usato da′ Francescani non era l′abito di san Francesco; in prova di che allegava i diversi ritratti che si avevano del patriarca, e particolarmente l′abito del santo, che tuttavia veniva custodito nel monastero di Assisi.

Frale Mattio de Bassi, che aveva sentito questo discorso, ne concepì un grandissimo desiderio di sapere esattamente la propria e vera figura dell′abito di san Francesco; nè mai potè riposare nè darsi pace veruna finchè non gli fu detto che l′abito di san Francesco era una cocolla giunta ad un cappuccio acuto in punta. E, per assicurarlo vieppiù della verità della descrizione fattagli, san Francesco gli comparve la medesima notte vestito con un cappuccio di una bella punta. Mosso da questa visione, il frate deliberò del tutto di voler cavarsi il vestimento che aveva portato fino allora, e di mettersene addosso uno che fosse conforme a quello  del santo. Egli aveva per avventura nella sua cella una vecchia e sucida tonaca, di cui gli parve potersi servire per farsene un abito nella guisa che bramava. Egli vi aggiunse però un cappuccio lungo ed acuto, e, messosi indosso questo vestimento e cintosi il corpo di un ben grosso cordone, se ne andò immantinente alle mura del suo convento di Monte Falcone, e, saltato giù da quelle senza farsi gran male, egli s′incamminò con una croce in mano alla volta di Roma per chiedere dal Pontefice la permissione di poter portare il cappuccio alla foggia di quello di san Francesco.

Era allora la sede pontificia occupata da ClementeVII. Frate Mattio essendo dopo varii disastri pervenuto a Roma, ed avendo ottenuta la licenza di poter parlare al papa, gli fece palese la sua risoluzione di voler riformare l′abito de′ Francescani, e gli narrò le ragioni onde era stato a tale impresa commosso. Clemente, dopo averlo benignamente e lungamente ascoltato, accordò al frate quel tanto che richiedette, con questa condizione però, ch′egli si dovesse presentare una volta all′anno davanti al suo provinciale nel tempo del capitolo dei frati Minori dell′Osservanza.

Dopo che frate Mattio fu dal pontefice dichiarato Francescano riformato, ei stimò di dover predicare contro l′abito de′ Francescani; e si scelse però la Marca di Ancona per incominciare la predicazione del suo Vangelo. Da principio la missione sua non ebbe fortunati progressi, imperocchè la gente badava a beffeggiarlo ed a schernirlo; talchè i fanciulli gli gettavano del fango in faccia, e pigliavanlo per il cappuccio e glielo facevano andare in giro. Ma per questo il nuovo vangelista non si perdette punto di animo: che anzi, forte ed intrepido, continuò la sua missione senza poter tuttavia trarre veruno nel suo partito.

In questo mezzo venne il tempo che i frati Francescani tennero il loro capitolo provinciale. Frate Mattio vi si presentò, secondo l′ordine che ne aveva avuto dal papa. In questa occasione il padre provinciale, che già da qualche tempo andava in traccia di sua persona, lo fece catturare, e mandollo in una prigione, dove dovette vivere a pane ed acqua.

Catarina Cibo, duchessa di Camerino, essendo informata della prigionia e del mal trattamento del religioso, mossa a pietà di lui, tanto seppe operare presso Clemente VII, che i frati furono obbligati di doverlo a loro malgrado mettere in libertà. Dopo di che frate Mattio si portò nelle terre di quella duchessa, e, godendo di sua protezione e continuando la sua predicazione, venne a capo di guadagnarsi de′ discepoli, fra i quali il principale si fu fra Luigi di Fossombrone, suo vecchio amico, che era stato soldato prima di entrare nell′ordine de′ Francescani, e che conservava tuttavia quello spirito di eroismo, quella franchezza e quell′ingegno pronto a tutto, che aveva avuto nella vita militare. Questo si fu un grande acquisto per frate Mattio, poichè senza l′opera di fra Luigi non avrebbe mai potuto pigliare forza e far radici e sollevarsi in alto la nuova riforma.

Il provinciale de′ Francescani, a cui stava molto a petto la perdita di sì valoroso soggetto, mise in opera ogni cosa per riacquistarlo, protestando di volerlo avere nelle sue mani o vivo o morto. E, non potendo alla fine trovare altro rimedio, si mise ad adunare de′ soldiati, e, messosi alla loro testa, andò ad assediare quel luogo dove sapeva essersi ritirato fra Luigi. Questi, vedendo la truppa de′ soldati che veniva alla volta sua per catturarlo, e non avendo forze da poter loro resistere, non istimò però di doversi perdere d′animo; ma, facendo sembiante di avere sotto i suoi ordini una compagnia di soldati, faceva nel luogo dove alloggiava un grandissimo strepito, assegnando ad alta voce i posti dove ognuno aveva da mettersi, e le porte che dovevano occupare, e dando altri ordini somiglianti. Talchè il capitano che comandava la soldatesca destinata al servizio del padre provinciale, temendo di dover venire a qualche sanguinosa zuffa coll′avversario partito, disse al suo padre condottiere: «Padre, s′egli fosse pregio dell′opera, io mi porterei insieme co′ miei soldati a qualunque impresa, e non temerei di spargere il mio ed il loro sangue; ma io non veggo che bisogno ci sia e che onore possa farmi a venire a fare l′estremo di mia possa, a dar di piglio alle armi ed a fare un macello, per una semplice controversia monacale. Anzi io sono sicuro che ne sarei deriso e beffeggiato dai miei compagni per tutto il tempo di mia vita.» E, ciò detto, il capitano voltò le spalle insieme coi suoi soldati: perlocchè andò a vuoto l′impresa del padre provinciale.

I frati Francescani tentarono un′ altra fiata di sorprendere con soldati il suddetto padre di Fossombrone, che desinava ad una tavola in un con fra Mattìo e due altri compagni Cappuccini Ma anche questa volta furono respinti i Francescani ed i loro soldati dalla bravura e dalle minaccie de′ loro religiosi avversarii. Un giorno che fra Luigi si trovava in un monastero di Camaldolesi, il provinciale mandò una mano dei più robusti e valorosi Francescani che vi avevano nella provincia alla volta del frate ribelle per codiarlo [5] e trascinarlo al suo convento. Ma frate Luigi n′ebbe per tempo sentore, e si ritirò sulla cima di un monte insieme con altri suoi compagni, ed aspettò l′arrivo dei suoi avversarii. Come questi furono giunti al luogo da lui divisato, egli li fece dal suo partito attaccare e precipitare giù dal monte; con che fu finita per questa fiata la battaglia. Egli ebbe a sostenere diversi altri sì fatti assalimenti, che lungo sarebbe il raccontare; ma ei fu vittorioso in tutti; e costumava di far cantare solennemente il Te Deum laudamus ognivolta che gli veniva fatto di atterrare i suoi persecutori. Il padre provinciale de′ Francescani, vedendo che non poteva trarre vantaggio veruno dall′uso della forza e dall′impiegare i birri serafici contro i nuovi riformatori, si dispose ad abbandonare del tutto la via della violenza, ed a servirsi de′ mezzi de′ trattati e delle negoziazioni. Molte volte convennero i due partiti per trattare di riconciliazione; e molti anni durarono questi maneggi. Ma ogni cosa fu indarno; e tutte le volte si separarono senza aver operato altro che di essersi vicendevolmente dette mille villanie, e di aver messo all′ordine le mani e i piedi per darsi de′ pugni e de′ calci. La duchessa di Camerino era la protettrice costante della nuova riforma, e tanto si adoperò presso papa Clemente, che questo pontefice pubblicò nell′anno 1528 una bolla per confermare con essa, come aveva fatto prima solamente a voce, il nuovo ordine de′ Religiosi. Con questa bolla il pontefice permise ai riformatori di poter accattare la limosina dappertutto, e, quello che per loro più montava, di poter portare la barba ed il cappuccio acuto in punta. Il duca e la duchessa di Nocera accrebbero il numero de′ protettori dell′ordine Cappuccino, e lo aiutarono contro gl′intrighi e gli sforzi contrarii de′ padri Francescani. Finalmente si convenne tra l′un partito e l′altro di tenere di bel nuovo un′altra adunanza comune, per vedere se ci fosse qualche verso di ricomporsi. L′assemblea fu tenuta in presenza del duca di Nocera e del papa medesimo. I Cappuccini diedero principio al trattato di composizione col rimproverare ai Francescani la loro sregolata, empia e scandalosa maniera di vivere. I Francescani risposero: «Aspettate che il vostro camino abbia fumato così lungo tempo come il nostro, e voi vedrete poi in effetto che voi non sarete in niuna cosa migliori di noi.» L′effetto di questa radunanza si fu che il papa ordinò che i Francescani avessero in avvenire da astenersi dal recare veruna molestia a′ Cappuccini, e che amendue gli ordini dovessero vivere in pace ed amarsi vicendevolmente.

Ma nè questo trattato di riconciliazione nè quest′ordine del pontefice ebbero la virtù di poter mettere fine alle querele e discordie de′ due ordini contendenti. I Cappuccini gimdagnavano ogni giorno nuovi soggetti per il loro ordine, e tiravano sempre maggiori limosine per il loro refettorio. All′incontro pochi erano ornai quelli che si volessero fare Francescani, e le limosine di questi andavano alla giornata scemando oltremodo. Gli Asti, gli Iesi, gli Occhini, soggetti di alta riputazione, avevano abbracciata la riforma e preso il cappuccio, e lasciatasi crescere sul mento la barba. Il generale de′ Francescani, non sapendo come per altra via impedire i cotanto rapidi progressi dell′ordine Cappuccino nè come allontanare la imminente ruina dell′ordine suo, prese il partito di tirare nel laccio fra Luigi di Fossombrone, che era come il capitano, anzi la colonna de′ Cappuccini. Il generale lo fece sotto finto pretesto e sotto promessa dell′impunità venire a sè; e, come l′ebbe in suo potere, rotta la fede datagli, lo fece legare, e comandò che gli fosse strappato il reo cappuccio da dosso e che il ribelle frate fosse condotto in prigione. I protettori di fra Luigi s′ingegnarono a tutta forza per liberarlo dal carcere: ma il generale trovò questa volta i suoi protettori anch′esso, e seppe sì bene impegnare diverse potenze in vantaggio dell′ordine suo ed a danno della riforma, che il papa fu costretto di dover suo malgrado scacciare da Roma i Cappuccini. Questo discacciamento produsse in un attimo per tutta la città un grandissimo rumore, e tutto il popolo si querelava del papa e de′ suoi cardinali per il torto che, a suo giudicio, veniva fatto a′ poveri banditi frati. Un romito andava gridando per la città: «Il papa mantiene ed abbraccia i voluttuosi, gli adulteri, gli usurai, i ladri, gli assassinii, e l′altra gente cattiva; e scaccia all′incontro la pietà ed il buon esempio di tutta la città.» Queste grida e questo tumulto del popolo obbligò il pontefice a dovere incontanente richiamare e ristabilire in Roma l′ordine cappuccino.

Dopo così felice successo ei sembrava che i Cappuccini non avessero omai da pensare ad altro che a godersi tranquillamente il favore e le limosine del popolo. Ma de′ gravi e funesti casi turbarono la quiete e disonorarono l′ordine di questi religiosi. Fra Luigi di Fossombrone, che fino allora era stato come il creatore ed il sostegno di tutto l′ordine, commosso da fiera rabbia per non essere stato eletto generale da′ frati suoi, mise tanto rumore nell′ordine, e fece tante minacce, e tanti disordini cagionò, che fu necessario di scacciarlo dall′ordine; in cui egli poi mai più rientrò; e fu da lì innanzi sempre fierissimo persecutore della regola da lui medesimo fabbricata. Frate Mattio de′ Bassi, quello stesso a cui è venuto prima di tutti in capo il pensiero della riforma, abbandonò anch′egli l′ordine suo, e lo lasciò per sempre. Ma peggio fece il loro famoso generale Occhino, il quale non solo divenne apostata dell′ordine, ma sippure della religione cattolica romana, e ritirossi a Ginevra, dove sposò una donna di cui era grandemente innamorato. Egli travagliò poi a comporre de′ libri in dispregio della santa sede, ed a spargere delle dottrine in favore della poligamia. I Francescani non mancarono di gridare in tutte queste occasioni «scandalo, scandalo» e fecero nuovi ricorsi al papa e nuove protezioni adoperarono.

Ma tutti gli sforzi loro furono inutili. I Cappuccini furono sempre sostenuti; ed i Francescani dovettero alla fine risolversi di sopportarli, benchè non in pace, perchè le discordie tra di essi durano tuttavia, e non vi è dubbio che dureranno sempre in avvenire, se non per altro, certamente per la divisione della pagnotta.

Come le religioni delle quali abbiamo parlato finora sono in guerra tra esse, così tutte le altre hanno con qualche altra o con tutte le altre qualche disputa o dissensione. Così, per cagione d′esempio, i Carmelitani hanno una occulta rabbia contro tutte le altre religioni, perchè queste non vogliono credere ch′essi siano così antichi come pur vorrebbero essere reputati. Alcuni Carmelitani pretendono di discendere da Enoc, e di essere però anteriori al diluvio stesso. Se questa sentenza è vera, conviene che nell′arca di Noè essi fossero nel numero degli animali o puri o impuri, giacchè certo è che, tra gli uomini che vi avevano, niuno era carmelitano. Ma la maggior parte di questi religiosi si contentano però di far venire la sua origine dal profeta Elia. Essi pretendono che questo profeta abbia istituito il loro ordine e fondatolo sul monte Carmelo. All′incontro i Bollandisti hanno dimostrato che i Carmelitani ebbero la loro prima origine nel secolo duodecimo, e che un certo Bertoldo fu il primo generale del loro ordine, che poi nella chiesa venne venerato per beato. Questa parve una grandissima ingiuria ai Carmelitani, e si avvisarono di doverla respingere con un monte di calunnie, di maldicenze e di villanie, che rovesciarono addosso i Bollandisti e tutto l′ordine gesuitico, ma particolarmente contro il P. Papebrochio che era allora il più dotto fra i Bollandisti. Essi pubblicarono dei libri a cui davano titoli pellegrini e che spiravano l′odore dell′antichità dell′ordine in di cui vantaggio venivano a luce. Il nuovo Ismaele, il Gesuita ridotto in polvere, il Gesuita Papebrochio istorico conghietturale e bombardante furono i titoli dei libri ch′ebbero maggior voga nel mondo. Il fuoco di questa controversia andò là innanzi, che i Carmelitani giunsero a far proibire dall′Inquisizione di Spagna gli atti de′ santi composti dai Bollandisti, che furono da quel tribunale tacciati come eretici, empii, sediziosi, scismatici, temerarii, prosuntuosi, e che so io. I medesimi Carmelitani deferirono al mentovato tribunale dell′Inquisizione spagnuola una lettera dell′imperatore Leopoldo che questo monarca aveva scritta in favore del P. Papebrochio al re di Spagna, e l′accusarono come eretica e scismatica. Ma io non la finirei mai se volessi fermarmi ad accennare tutte le dispute che danno gli ordini religiosi fra di loro. Laonde passerò una volta più oltre.

I frati guastano comunemente la religione e la morale cristiana. Io non voglio qui mettermi a riferire i modi che tengono, le cose che operano, ed i principii che insegnano in danno sì dell′una che dell′altra. Certe cose non si possono raccontare senza che dalla semplice narrazione ne risulti una fiera satira. E satire non vogliamo noi parere di scrivere, poichè il nostro fine si è solamente d′illuminare ed istruire altrui, e non già di mordere e lacerare l′altro uomo. E pertanto io non dirò nulla della loro teologia astratta, ideale, confusa, piena di dispute inutili, di difetti gravi e di pregiudizii funesti, e delle calunnie mordaci onde caricano i loro avversarii. Nulla dirò neppure del metodo tristo, noioso, disordinato, difficile, spinoso, che osservano nelle loro spiegazioni, nei loro trattati e nei loro libri, talchè lo studiare la teologia e la morale riesce la più molesta e più malinconica cosa del mondo, laddove dovrebbe essere la più agevole e più amena fatica d′un uomo cristiano. Passerò sotto silenzio quella poca cura che hanno nello spiegare ed apprezzare, sì nei loro libri come nelle loro prediche, i veri precetti di Dio e del Vangelo, e quella grande e continua premura che mostrano di raccomandarci sempre i precetti della chiesa, i quali, benchè siano ottimi e degni di tutta la venerazione, e debbano dai cristiani venire puntualmente eseguiti, sono però, tanto rispetto al loro proprio merito come riguardo alla morale ed al bene del prossimo, di gran lunga inferiori a quelli di Dio. Non parlerò delle funeste e triste idee che ci danno di un Dio infinitamente giusto bensì, ma nel medesimo tempo infinitamente buono e misericordioso. Non farò menzione alcuna delle vite dei santi che a posta loro inventano, dei miracoli che fingono, e della sollecitudine che hanno di tacere da per tutto di Dio, e di mettere sempre in veduta le virtù dei loro santi, o falsi o veri che siano. Finalmente non farò parola di quel sempre predicare e raccomandare le flagellazioni, i digiuni, le limosine per i defunti e mai per i vivi, la ritiratezza, la vita celibe, e tutte in somma quelle pratiche o buone o cattive, o religiose o superstiziose, che nei monasteri si usano e che non possono per molti motivi aver luogo nella socielà civile, dove il bene del prossimo in particolare e della repubblica in generale ricerca che in luogo di queste ciancie che a persone oziose e ritirate dal mondo solamente si adattano, ognuno si dia al travaglio, alla generazione, ed all′aiutare colle sue fatiche e colle sue facoltà il prossimo suo. Io dirò adunque solamente, che la religione e la morale ricevono del danno dai frati, perchè non le trattano come debbono, perchè vi confondono l′utile coll′inutile; perchè vi frammischiano mille quistioni e dispute assurde, astruse e di niuna importanza; perchè sfigurano queste scienze per modo che, dopo aver presso di loro studiato per diversi anni la teologia, nulla si sa però della vera teologia, e, dopo aver sentito spiegare da loro la morale, nulla si sa ancora della buona morale, Io sono di avviso che a leggere i catechismi del Bossuetto e dell′abate Fleury s′impara assai più di sana e soda teologi, ed assai maggiore notizia della religione si acquista, che col frequentare tutte le scuole teologiche dei nostri frati. Ed egli è altresì certo ed incontrastabile che i libri di Senofonte, di Epitetto, di Arriano, di Plutarco, di Cicerone, di Seneca, oppure le opere di certi nostri moderni filosofi, sono assai più utili per lo studio della morale, e servono infinitamente più a far conoscere la virtù ed a raccomandarne la pratica, che tutti i libri di teologia e di filosofia morale che sono stati scritti dai nostri frati finora. Non è quel continuo piatire intorno al più probabile o men probabile, non è quel perpetuo misurare i peccati mortali e veniali, non è quel trattare con tanto impegno e con tanto rumore della beatitudine formale, della beatitudine obbiettiva, della possibilità dello stato di pura natura, e di somiglianti altre inezie, che renda utile e lodevole lo studio della teologia e della morale. Ma l′utilità di questi studii consiste nel dare una chiara e sensata spiegazione dei doveri dell′uomo verso Iddio, verso sè stesso e verso il prossimo suo, nello eccitare l′uomo a venerare come deve il suo creatore, nell′ispirare un gagliardo amore per la virtù, e nell′infiammare i cuori umani di un vero ardore per il bene comune. Queste cose non s′imparano dai libri dei nostri teologi e moralisti; eppur sarebbero queste sole ch′essi ci dovrebbero insegnare con quella premura con cui costumano d′istruirci intorno a quelle altre cose, parte delle quali sono: di minor importanza, e parte sono affatto indegne di essere conosciute da mente umana. Se noi riguarderemo cogli occhi della mente quei paesi dove frati ci sono in abbondanza, noi scorgeremo subitamente che tutta guasta è in quelli la religione e la morale, e che pochissimi hanno una giusta idea dei doveri che la natura e la rivelazione hanno imposto all′uomo. La religione e la morale di tali paesi si riduce ai precetti seguenti: di dovere stimare il papa o pari o non molto inferiore a Dio; di tener per fermo che al papa sia soggetto di ragione ogni uomo ed ogni principe del mondo; di credere fermamente che il papa possa emendare, derogare e distruggere anche del tutto le leggi della natura del Vangelo; e ch′egli non possa in niuna sua risoluzione, in niuna sua decisione, in niuna sua impresa che riguardi la fede e la disciplina, errare giammai; che lo Spirito Santo lo accompagni, lo regga, o lo stenga, anche quando ei pensa, opera, risolve, e decide mosso unicamente da una forte passione. Un altro precetto di religione e morale monacale si è di dover venerare il clero come superiore, di non offenderlo in cosa veruna, di non molestarlo nei beni, di non incomodarlo nella persona, di mantenerlo, di arricchirlo, di difenderlo contro gli assalti di chcchessia a spese unicamente dei laici, e senza ch′egli sia obbligato a dover contribuire per modo alcuno cosa veruna. Gli altri precetti sono di dover pagare esattamente le decime, di venerare colle preghiere, coi fatti e colle abbondanti limosine i santi, di far leggere molte messe, di andare con diligenza alle prediche dove questi precetti accuratamente si spiegano, di frequentare gli oratorii, di digiunare sovente, di battersi, di abborrire più che sia possibile i matrimonii, di andare spesso in pellegrinaggio, di fare legati pii per la liberazione delle anime del purgatorio, di non rompere il digiuno, di non toccare, in certi giorni nè butirro, nè cacio, nè latte, nè ova, e di fare cotali altre pratiche superstiziose e farisaiche. Ora ognun può giudicare da sè stesso se questa sia una vera religione ed una giusta morale. La religione e la morale, lungi dal prescrivere le cose suddette, le rifiutano, le abborriscono e le condannano. I veri precetti della religione e della morale sono di amare Iddio, di amare sè stesso e di amare il prossimo suo e di essere giovevole a quanti si può in particolae ed a tutto lo Stato in generale. Ora di queste leggi e di questi precetti non se ne fa appena menzione in quei luoghi dove la religione e la morale vengano insegnate dai frati. Il giudizioso autore del Saggio dell′educazione nazionale, le cui parole abbiamo in altro proposito riferite di sopra, parla in questo punto così: « Noi siamo imbevuti di idee monacali onde noi veniamo governati senza saperlo, e senza che ce n′accorgiamo noi medesimi. I capi delle chiese sono unicamente amatori di certe pratiche di divozione (perchè non ci ardiremo noi di dirlo, dacchè lo ha detto anche il savio e virtuoso abate Fleury?) che non si confanno colle vere idee della religione. Quindi hanno la loro  origine quelle congregazioni, quelle confraternite, e quelle conventicole, le quali tengono lontano il popolo cristiano da quei luoghi dove si dovrebbe imparare la vera religione, e che fanno che i pastori non possano badare ad istruire in fatto di religione sè stessi per essere poi in istato d′istruire gli altri.» Egli è un principio certo, dalla ragione insegnato e dall′esperienza confermato, che, quanto è più pura la religione che altri professa, tanto più puri sono i suoi costumi più savia la sua condotta e più virtuose le sue indinazioni. Ognuno può fare questa osservazione da per sè stesso nell′Italia medesima. Coloro che ogni giorno fanno la festa di qualche santo, che procurano di avere tante reliquie di santi quante sia possibile, che consumano tutto quel tempo che possono a leggere i miracoli o falsi o veri dei santi sì veri che finti, che hanno il cervello pieno di quistioni, di dispute e di dottrine teologiche, sono senza verun dubbio la miaggiore canaglia e la vera feccia di tutta l′Italia; perchè in avarizia, in superbia, nell′arte di calunniare, nello spirito di vendetta, nelle trappole e nelle cabale sorpassano di gran lunga tutto il rimanente della gente viziosa. Ora la cagione di tutti questi malanni sono i frati, perchè essi hanno guastata la religione coll′introdurvi per il loro proprio interesse un eccessivo culto dei santi e delle reliquie; essi hanno corrotto le vere dottrine della religione con lo spargere le vite di tanti santi da loro finti a capriccio, e con attribuire a quelli una infinità di falsi miracoli; le quali ridicole vite ed assurdi miracoli vengono a spegnere negli animi della gente l′idea della vera religione, ed in sua vece ve ne piantano una falsa: talchè gli scioccherelli, col loro prestare tanta fede alle ciance fratesche, si dimenticano o non imparano giammai i veri principii della religione, ed all′incontro si pongono a tenere per cose comandate da Dio, e degne di lode e virtuose, certe matte pratiche e certe dottrine che sono o indifferenti od anche cattive in se stesse, ma che gran frutto ai loro inventori e promotori, cioè ai frati, arrecano. Noi non intendiamo per questo di biasimare un regolato culto dei santi, che è approvato dalla chiesa, ma solamente quello eccessivo, che per acquistare ricchezze hanno introdotto e promosso i frati. Egli è certo che nei primi tempi della chiesa poco era in voga l′uso del venerare i santi: quindi, allorchè all′imperatore Leone Isaurico parve che questo costume avesse fatto troppo maggiori progressi che non doveva, pres′egli partito di abolire del tutto il culto dei santi perchè non ne seguissero dei cattivi esempi, come di fatto sono seguiti dacchè questo abuso prevalse. All′imperatore resistettero i frati, amando eglino meglio di lasciarsi tagliare a pezzi che di lasciar levare il culto dei santi, da cui doveva per diversi rispetti dipendere la fortuna degli ordini monacali. Costoro sollevarono quanto più popolo poterono in favore dei santi, ed attesero a tutto potere a predicare la ribellione, a mettere a rumore la gente, e ad offendere nelle più strane guise, la maestà dell′imperatore. Egli è impossibile di raccontare le scelleratezze che in quest′occasione commisero frati. Vi ebbe, per cagione di esempio, un certo Andrea Calybete, che dalla sua cella scorse furiosamente per mezzo al popolo, ed, avventatosi all′imperatore, si mise a dirgli in faccia un monte d′ingiurie, chiamandolo un altro Valente, un altro Giuliano, ed un persecutore di Gesù Cristo. Un certo frate Stefano, che insino allora aveva atteso a sollazzarsi sovente con una bella monaca, avendo inteso la risoluzione dell′imperatore, si trasse sulla piazza pubblica, e, presa l′immagine del suo sovrano, si diede a calpestarla coi piedi vomitando nel medesimo tempo varie calunnie contro di lui, e gridando per più riprese ch′egli pregava Iddio che mandasse un fuoco dal cielo a divorare tutti cotesti persecutori dei santi. Ma io non istarò qui a narrare le abominevoli cose commesse in tale occasione dai frati, poichè, come dissi prima, questa è cosa da non poterne venire a capo. Egli basta di avvertire che cotesta controversia per il culto de′ santi fu continuata sotto diversi successori di Leone Isaurico, e che i principali avversarii di quei monarchi, che al culto dei santi si si andavano opponendo sempre si furono i frati, La medesima disputa essendo penetrata dall′oriente in occidente, Carlo Magno convocò un Concilio a Francoforte, e volle che i padri di quel Concilio la esaminassero e decidessero. La decisione di tale Concilio si fu contraria a quella del Concilio di Nicea, che era in questo proposito stato celebrato, prima in oriente. Sicchè, secondo la mente dei padri congregati in Francoforte non era a niuno lecito di venerare i santi. L′imperatore mandò gli atti del Concilio al papa, e gli scrisse nel medesimo tempo una lettera, e gli spedì ancora dei libri, ch′egli aveva fatto comporre per dimostrare che non dovevasi prestare verun culto ai santi [6] . Papa, Adriano si contentò di confutare il meglio che potè con diversi argomenti i libri mandatigli, e di disapprovare gli atti del Concilio. Ma siccome la santa sede aveva ricevuto di molti e grandi benefici da Carlo Magno, e che ne sperava ancora in avvenire, il Pontefice non passò più oltre, nè furono contro l′imperatore dell′occidente usate quelle violenze che sono state messe in opera contro gl′imperatori orientali. Imperocchè l′interesse del papa voleva ch′egli mantenesse alla santa sede il favore degli imperatori occidentali, acciocchè col loro aiuto si potesse difendere dagli imperatori greci, che si studiavano di tenerla nell′obbedienza e sotto al giogo da cui i pontefici tentavano di poterla sottrarre; ed all′incontro il medesimo interesse della corte romana richiedeva che i Pontefici s′ingegnassero di offendere quanto più potessero gl′imperatori orientali, e di farli per tutte le maniere possibili venire in odio al popolo, perchè, così facendo, avessero il modo di ribellarsi e dipartirsi dalla ubbidiènza dei loro legittimi ed antichi padroni, per poter poi divenire essi medesimi signori di Roma, come di fatto seguì. Ma, per tornare al culto dei santi, è da notare che in Inghilterra succedette ai santi ad un dipresso quello che era loro arrivato in Germania, cioè che la gente cominciò ad averli in poco conto, e che gli uomini dotti si misero a disprezzarne il culto. Ma i frati tennero forte contro tutte queste imprese. Essi non solamente sostennero e difesero il culto dei santi, ma lo promossero ed ampliarono sino a tanto che l′ebbero ridotto a quel segno di superstizime in cui lo veggiamo oggigiorno. In ogni convento vi era un certo numero di frati che dovevano pensare ai modi di ritrovare e di procacciare o qualche osso, o qualche pezzo dell′abito, o qualche altra siffatta reliquia di qualche santo: e se non si potevano avere delle reliquie di veri santi, dovevasi a ciò supplire colle ossa e coi vestimenti di coloro che erano stati per i loro misfatti condannati alla morte, oppure di quelli che venivano seppelliti nelle chiese dei loro monasteri perchè le reliquie di cotali corpi più agevolmente che quelle degli altri si potevano acquistare. In ogni convento vi aveva un qualche frate che doveva ingegnarsi di far vedere al popolo dei nuovi miracoli di quei santi finti o veri che nelle loro chiese venivano custoditi e venerati. In ogni convento finalmente dovevasi comporre qualche redazione o qualche libro della vita, dei miracoli, e dei gloriosi fatti dei suoi santi. Nè si credeva allora, come neppure si crede adesso da essi, che l′inventare cotali bugie si fosse o sia una cosa illecita e vituperevole. Egli vi ebbe persino un certo Simeone Metafraste, che compose delle regole da osservarsi per non discostarsi troppo dal verosimile nelle invenzioni di così fatte relazioni e storielle monacali. Ma ciò però non ostante i frati poco si curarono e niente ancora presentemente si curano di coteste regole, poichè le vite dei santi ch′essi composero e che vanno componendo alla giornata sono così piene zeppe di falsi e puerili racconti, che altri che uno stordito e superstizioso scioccone non vi può prestare fede alcuna. E chi non crede alle mie parole si pigli la pena di dare un′occhiata alle vite di Sant′Antonio, di San Vincenzo Ferrerio, di Sant′Arrigo, del Beato Gerolamo da Corlione, che sono pur state stampate ai nostri dì colla licenza dei superiori, senza far menzione di tanti altri simili libercoli, che si vanno mettendo a luce ogni giorno; e vi troverà annoverati tanti miracoli indegni di ogni santo, tante cose puerili, tante dottrine fanatiche e tanti principii contrarii all′onore di Dio, che, per poco ch′egli sia cristiano, gli si dovranno, per l′orrore che ne avrà, arricciare tutti i capelli addosso.

Ma non solamente colle loro vite dei santi e colle invenzioni dei falsi e ridicoli miracoli hanno costoro fuor di modo corrotta la religione e la morale cristiana. Essi le hanno dato un egual tracollo ancora coll′introdurvi tante dispute e tante quistioni, donde poi sono venuti scismi e gravissimi scandali. Non sarebbero per avventura mai nati nella chiesa cattolica dei scismi per cagione della grazia, della predestinazione, e della transustanziazione, se i libri e le dispute dei frati non li avessero cagionati. Avanti che il monaco Gotescalco fosse uscito in campo con quelle sue controversie sopra la grazia, nelle quali ebbe per principali avversarii Floro diacono di Lione e Incmaro vescovo di Reims, non si era ancora giammai il mondo cattolico levato a romore per una controversia di questa sorta. Avanti che Pascasio Radberto, monaco di Corbia, avesse dato alla luce quell′opera con cui ha voluto mostrare di proposito che nel santissimo sagramento dell′Eucaristia vi è presente il vero corpo di Gesù Cristo, ed avanti che questa opinione fosse stata per novella e per eretica impugnata dai famosi Scoto e Ratramno e Rabano contemporanei di Pascasio, questa controversia non aveva in alcun tempo mai afflitta la chiesa col partorirvi scandali e divisioni. L′istessa cosa può dirsi di tante altre controversie, che debbono la loro origine ai ridicoli scritti ed alla sofistica ed inetta teologia dei frati, ma che con tutto ciò sono giunte a dare degli urti terribili alla religione ed alla morale.

I frati sono perniziosi per lo frequentare ch′essi fanno le case dei privati. Una conversazione di un frate non può riuscire a bene; essa non può esser che nocevole, e deve necessariamente portare del danno. Una causa cattiva non può produrre un buon effetto. Un frate divoto renderà superstiziosa quella casa dove usa e dove viene creduto. Un frate non ha idea della vera divozione sicchè quella che da lui impara deve essere falsa e superstiziosa. Un frate dotto vi empirà se lo praticate, di mille fandonie e di mille false dottrine; perchè il refettorio ed i principii monacali non permettono giammai ad un frate di giugnere ad una dottrina pura, incorrotta, limpida, scema di macchie e libera dai pregiudizii. Se ci sono dei frati i quali abbiano dato un calcio a tutti i pregiudizi monacali, questi hanno per l′ordinario gettato dietro le spalle anche ogni principio di religione e di morale; e costoro portano il più delle volte con seco nelle case dei privati la dissolutezza, la lussuria, l′irreligione e lo spirito di libertinaggio.

I frati di San Francesco, siccome hanno un istituto più singolare degli altri ordini religiosi, così meritano che di essi si faccia una particolare menzione. Niuno dubiterà che di essi non si possa dire quello stesso che generalmente di tutti i frati si è detto finora. Essi hanno in queste cose il medesimo spirito che gli altri, e le massime e le pratiche che sono comuni agli altri ordini religiosi vengono non solamente con lo stesso ma con molto maggior ardore osservate anche da loro. Ma essi, come mendicanti, hanno inoltre uno spirito particolare che tutto è loro proprio, e per cui viemaggiormente si distinguono dagli altri e molto più nocivi riescono. Guglielmo di Santamore, autore rinomato del secolo decimoterzo, in un suo libro che è intitolato Dei pericoli degli ultimi tempi si esprime intorno a′ frati mendicanti nella seguente maniera: «Tutti coloro che predicano senza missione sono falsi predicatori, se anche accadesse che costoro facessero dei miracoli. Nella chiesa cattolica non ′è altra missione legittima che quella dei vescovi e dei parrochi. I vescovi fanno le veci dei dodici apostoli, ed i parrochi quelle dei settantadue discepoli. Dirassi per avventura che per poter predicare basta di averne ottenuta la facoltà: ma il papa farebbe torto a se medesimo volendo perturbare i diritti dei vescovi, che sono suoi fratelli. L′unico mezzo pertanto d′impedire la predicazione dei falsi apostoli si è di fare in guisa che non acquistino il loro necessario sostentamento. Quando questo loro mancherà, eglino tralascieranno senza verun dubbio il mestiere del predicare. Se mi si domanda che male vi abbia a mendicare il suo bisognevole, io rispondo che quelli che vogliono vivere mendicando divengono necessariamente adulatori, maldicenti, mentitori. E se si dicesse ch′ella è una perfezione lo abbandonare tutto per l′amore di Gesù Cristo e di mettersi in necessità di dover mendicare, io sostengo all′incontro che la perfezione consiste in lasciare tutto e nel seguitare Gesù Cristo coll′imitarlo nella pratica delle buone opere, cioè a forza di travagliare, e non già di mendicare. Non si trova in verun luogo che Gesù Cristo ed i suoi apostoli siano andati accattando limosina. Ma essi impiegavano il lavoro delle loro mani per guadagnare da sostentarsi. Le leggi umane stesse condannano i mendicanti validi: perchè adunque sopportiamo noi questa gente che offende la polizia degli Stati? Questi monasteri ridicoli e vergognosi dei mendicanti debbono essere per necessità a carico alle città. Sta egli bene di consacrare per tal macero la poltroneria? Egli è l′ozio, egli è un esteriore farisaico, egli è finalmente uno spirito di ciarlataneria che mette in contribuzione la semplicità dei fedeli. Essi fanno sembiante di aver per la salute delle anime un zelo maggiore che gli ordinarii pastori.. Essi si vantano d′aver fatto de′ gran servigi alla chiesa. Essi badano, per cagion del loro interesse, ad adulare di continuo le persone che lor credono, e dimorano molto volontieri nelle corti dei principi. Essi mettono in opera certi artifizi, per mezzo dei quali si fanno dare dei beni temporali o in vita o alla morte del donatore, Essi fanno la guerra a tutte quelle verità che non sono loro a grado, e s′ingegnano di farle solennemente condannare. Essi fanno litigii per essere ricevuti: essi non vogliono portare pazienza di niente, e vanno grandemente in collera quando i particolari non danno loro bene da mangiare e da bere. Essi eccitano tutte le«potenze temporali contro chiunque ardisce di censurarli ed illuminarli. Benchè lo stato loro li obblighi a dover stare separati dal mondo, essi vogliono tuttavia frammischiarsi in ogni cosa, e dispongono a posta loro di tutti i beneficii e di tutte le dignità ecclesiastiche. »

San Bonaventura, benchè fosse egli medesimo dell′ordine di san Francesco, non ha potuto tuttavia trattenersi nel suo trattato «Della povertà di Gesù Cristo e dell′apologia dei poveri» di rimproverare ai suoi fratelli che essi già al suo tempo si scostavano troppo dai  loro doveri. Esso li accusa che si mischiano negli affari del mondo; che lusingano i testatori per ridurli a voler eleggere la sepoltura ne′ loro conventi, e per obbligarli a fare i testamenti a capriccio di essi frati; che fanno fabbricare con troppe spese chiese e monasteri troppo superbi; ch′essi sono nel medesimo tempo contemplativi ed imbrogliatori; che fanno gli importuni nelle case de′ loro ospiti; ch′essi dimandano con tanto impero la limosina, «che quelli che passano hanno un egual timore di abbattersi in un frate mendicante, come di avvenirsi in un malandrino.» Questa  è una espressione molte forte, e che in bocca di un altro verrebbe tacciata di satirica, di calunniosa e d′insolente. Ma, poichè essa appartiene a s. Bonaventura, i frati del suo ordine, che già altresì hanno gran commercio co′ santi, potranno su di ciò intendersela col loro santo medesimo. Per altro ognun vede da se stesso che le surriferite descrizioni quadrano a maraviglia anche per i Mendicanti de′ nostri tempi. E da questo devesi arguire che lo spirito degli ordini Mendicanti è sempre stato lo stesso in tutti i tempi; e, facendo qualche riflesso sulla condotta de′ frati Mendicanti de′ tempi presenti, scoprirassi manifestamente che quello spirito, lungi dallo scemare di forza per lo andare de′ secoli, ha sempre aumentato il suo vigore secondo che andò prolungando la sua durata. Ora questa condotta dei frati Mendicanti è sommamente abbominevole; e però essi sono per questo capo molto più degli altri frati biasimevoli e perniciosi. I principi ed i particolari non si sono fino adesso potuti assai bene accorgere nè del male che questi ordini Mendicanti effettivamente commettono, nè di quello che sono capaci di fare. E ciò è provenuto da questo, che i Gesuiti hanno finora procurato di tenerli bassi e di allontanarli dalle corti. Ma ora che ai Gesuiti si dà la caccia dappertutto, i Mendicanti cominciano ad alzare il capo; e proverassi in breve tempo che ruine e che stragi sappiano fare costoro se i principi non li terranno in freno, e se i privati continueranno ad accarezzarli come hanno fatto finora. Leggendo gli storici de′ tempi più remoti dai nostri, ho osservato che, quasi tutte le volte che i nostri antenati avevano bisogno di un ruffiano, o di una spia, o di un aggiratore, o che avevano divisato qualche tradimento, o che alcun′altra rea impresa meditavano, essi usavano di servirsi di qualcuno di questi frati che sempre si lasciavano adoperare a tutto; e questo costume era così universale, che i medesimi autori di novelle, quando descrivono una qualche storia di loro finzione dove faccia mestieri di farvi entrare qualche mezzano per mettere ad effetto un qualche malvagio disegno, quasi sempre narrano che a tal fine fosse impiegato un frate di qualcuna delle regole di san Francesco, volendo essi novellatori nelle loro finzioni uniformarsi al costume che correva in allora. Se noi ci porremo a paragonare per rispetto a questo punto i Mendicanti de′ nostri giorni con que′ de′ tempi andati, noi scopriremo che cotesti frati sono e furono sempre i medesimi: e la ragione n′è chiara, poichè vi è sempre stata la medesima causa del lasciarsi essi impiegare così, che è la pagnotta, per amor della quale agevolmente si conducono a fare ogni cosa.

Che genia di frati debbano essere potesti Francescani da ciò puossi agevolmente argomentare, che niun ordine religioso ha mai avuto tante, guerre intestine e nel medesimo tempo così, fiere come hanno avuto costoro. Noi abbiamo accennato di sopra quella guerra che nell′ordine è nata per cagione de′ Cappuccini. E, perchè non paiamo satirici e maldicenti, nè possiamo, essere tacciati di parlare senza bastevole fondamento, ci piace di esporre qui ancora quella che nell′ordine medesimo fu suscitata da Elio lor generale. San Francesco aveva comandato che i suoi discepoli dovessero osservare una perfetta povertà, e che non solamente niun frate, ma neppure alcun convento avesse a possedere nulla. Questa regola non parve buona a diversi de′ suoi seguaci, che avrebbero voluto avere le chiese così magnifiche, i conventi così belli e le rendite, così grandi come i monasteri delle altre regole religiose. Capo di questi era Elio, secondo generale de′ frati di san Francesco. E per poter con più sicurezza incominciare a porre dall′uno de′ lati il comando del fondatore, il quale non era ancora guari che era passato all′altra vita, egli deliberò di volergli far alzare una chiesa sontuosa. Al qual intendimento egli si mise a dare ordine che si raccogliesse per ogni provincia tanto danaro quanto si potesse il più, fece mettere dappertutto delle cassette per uso di accattare la limosina. Questa impresa dispiacque forte a coloro che non volevano scostarsi dalla regola di san Francesco, e che desideravano che fosse osservata a puntino. Sicchè, sospinti, da un santo zelo, fecero eglino levar via quelle cassette e tanto seppero operare, che Elio fu deposto dal suo ufficio di generale. Ma non andò guari che il deposto fu rimesso nella sua dignità di prima, dove continuò a mandare ad effetto i suoi disegni, ed a favorire coloro che volevano allontanarsi da quella regola cotanto rigorosa del loro istitutore. Gli Spirituali (chè così si chiamavano quelli che tenevano con san Francesco avendo alla loro testa Cesario, intrepido e valoroso frate, porsero le loro suppliche al padre generale Elio, perchè volesse cangiare pensiero: ma costui seppe guadagnarsi la grazia di papa Gregorio IX, e ne ottenne la licenza di poter castigare a suo talento tutti coloro che si mettessero a fargli qualche opposizione. Sicchè, prevalendosi di questo suo nuovo diritto, egli mandò parte degli Spirituali in esilio, parte li disperse per i conventi di varie provincie, e parte li fece rinserrare nelle prigioni de′ suoi monasteri. Tra questi fu principalmente Cesario, il quale, avendo voluto salvarsi colla fuga dal carcere, ebbe la mala ventura di essere colpito con una mazza e morto dal custode di quella. Elio venne in sospetto di aver fatto trucidare il cattivello Cesario; e però egli fu nuovamente deposto. Ma per questo non rimase che non si conservassero i due contrarii partiti, dei quali quello che teneva don Cesario si fecero nominare i Cesarini, e dichiararono per martire cotesto loro così benemerito maestro. Continuando adunque e crescendo sempre viemaggiormente la rabbiosa controversia, papa Innocenzo stimò bene di doverla una volta per mezzo di Sua sentenza definire; e la decise in favore de′ Cesarini, dichiarando che l′ordine di s. Francesco potesse bensì avere conventi, chiese e biblioteche, ma con questa condizione però, che la proprietà ne dovesse appartenere a s. Pietro ed alla sede pontificia. Quantunque questa decisione tornasse in vantaggio degli Spirituali, essi non ne furono tuttavia contenti, e tornarono però a far delle nuove mosse e de′ nuovi sussurri, talchè il loro generale Crescenzio dovette mandare in esilio tutti coloro che mostravano di non volere star cheti ed acquietarsi alla sentenza del papa. Intanto che durava questa matta disputa vennero alla luce le profezie dell′abate Giachimo. L′autore di esse, qualunque egli si fosse, predicava, tra diverse altre cose, che era vicina la distruzione della sette di Roma, per i gravi scandali ch′ella dava, e per le molte iniquità che commetteva alla giornata; egli assicurava inoltre che si sarebbe predicato un nuovo Vangelo, e, che questa commissione sarebbe stata confidata da Dio a certi poveri e virtuosi soggetti. Gli Spirituali si servirono accortamente di coteste profezie, che dalla stolta e superstiziosa gente d′allora venivano comunemente tenute per vere, facendone l′applicazione a se medesimi, si misero, predicando e scrivendo, a dimostrare che san Francesco era l′Angelo di cui parlavano quelle profezie; e ch′essi, ma essi soli, erano i missionari spediti da Dio a predicare il nuovo Vangelo.

Papa Nicolò volle mettere fine a questa così lunga controversia, confermando colla sua celebre bolla Exiit la decisione di papa Innocenzo, e pronunziando che la proprietà di tutte quelle cose che godessero i frati di san Francesco si aspetti alla santa sede. Ma gli Spirituali non furono contenti nemmeno di questa nuova decisione. Pier Giovanni Oliva, uomo per dottrina e per innocenza di costumi riputatissimo, si mise alla testa dei malcontenti » e si diede a scrivere in loro favore, ad a biasimare la condotta della corte romana; nel che egli andò tanto oltre, che non ebbe ribrezzo di sostenere, in una postilla ch′ei fece all′Apocalisse di s. Giovanni, che la chiesa di Roma era la vera meretrice di Babilonia. Frattanto quei del partito contrario tendevano sempre più a scostarsi dalla regola di s. Francesco; e sotto il generalato del padre Mattio Aquasparta loro protettore principiarono essi perfino ad inventare de′ modi per fare ricchezze, e ad accattare pubblicamente limosina di danari; per il qual fine, non volendo essi toccarli colle prorie mani, conducevano seco de′ giovanotti che li prendessero e portassero per essi a′ loro conventi. Gli Spirituali ne divennero tanto più ostinati e più fieri, ed intrapresero di separarsi del tutto dagli altri. Quindi formarono un nuovo ordine sotto la condotta di Liberato, uomo di austera vita; e perchè cotesta nuova regola fu confermata da papa Celestino, essi si fecero chiamare Celestini. Papa Bonifacio, che aveva in costume di distruggere tutto quello che era stato fatto da Celestino, disapprovò ed abolì con sua bolla il nuovo ordine de′ Celestini. Ma essi stettero saldi; e, non che scemassero, si andarono dilatando per varie parti dell′Europa, alla barba di papa Bonifacio e de′ suoi successori, e malgrado le fiere persecuzioni che n′ebbero a soffrire. Questi medesimi furono alla fine del secolo decimoterzo chiamati Fraticelli; e furono sempre nemici de′ papi loro persecutori, chiamandoli antipapi, e riguardandoli per empii e scellerati uomini. Intanto davano opera i Francescani men rigorosi a sostenere gagliardamente il partito e l′autorità del papa dichiarandolo per infallibile; il che ridondava in tanto maggior onore e confermazione del loro ordine, e riusciva a tanto maggior carico e vitupero de′ Fraticelli e de′ loro discepoli, de′ seguaci e de′ fautori, onde già grande n′era la copia. I papi all′incontro ne rendevano loro il merito col regalarti di tanto in tanto di nuovi privilegi, e col bandire in loro favore delle nuove bolle, tra le quali una delle più celebri, e per li discepoli di san Francesco più importante e più vantaggiosa, si è quella con cui venne dichiarata per vera quella solenne ed indegna favola delle Stimmate di s. Francesco, del quale ebbesi l′ardire di fingere che Gesù Cristo; sia venuto a segnarlo delle sue preziose Stimmate nel monte della Vernia, con la quale sfacciata impostura i frati si sono fatto largo nel mondo e se lo vanno facendo ancora. Questa grazia de′ pontefici li ha renduti così baldanzosi, che non ebbero più verun ribrezzo d′inventare mille altre scandalose frottole in onore del loro san Francesco, ch′essi cominciarono a vantare per un secondo Gesù Cristo, assicurando la gente che niuna disparità vi aveva tra il mercante d′Assisi ed il Figliuolo di Dio. Quindi scrisse frate Alpicio da Pisa un libro che ha per titolo Le Conformità di s. Francesco con Gesù Cristo, che è il più biasimevole libro che sia venuto al mondo, attese le orribili bestemmie ch′egli contiene. Di questo libro fu poi fatto un fedele bensì, ma molto imperfetto e troppo succinto estratto; che è noto sotto il titolo dell′Alcorano de Francescani. Ma, nonostante tutti cotesti sforzi ed impegni de′ Francescani, non poterono essi venire a capo di distruggere i Fraticelli, i quali, ad onta de′ martini a′ quali parecchi di loro hanno dovuto soggiacere, sempre andavano in Italia ed in Francia crescendo di numero. I Francescani frullavano, imperversavano e facevano il diavolo a quattro per minare cotesti loro avversarii; ma niente poteva giovare. Clemente V, pensando di poter por fine a così fiera e sanguinosa controversia, fece nel Concilio generale celebrato a Vienna nel Delfinato una decisione, in cui fu ordinato a′ Francescani che dovessero rinunziare ad ogni proprietà, sì in particolare che in comune; ma fu tuttavia loro nel medesimo tempo conceduto che, in quei luoghi dove fosse difficile il raccorre giornalmente tanta limosina quanta ne occorresse loro alla giornata, essi potessero avere delle caneve e de′ granai per conservarvi le vettovaglie che riuscisse loro di accattare. Papa Giovaimi XXII confermò la decisione di Clemente suo antecessore, e si diede a voler ancora persuadere colle buone gli Spirituali, perchè volessero spontaneamente deporre que′ loro vestimenti corti e que′ loro cappucci. Ma ogni cosa andò a vuoto, e non ci fu verso veruno di piegare costoro; sicchè il Papa diede ordine che gli Spirituali venissero processati dal tribunale dell′Inquisizione e messi a morte nè più nè meno che gli altri eretici. Essi il chiamavano l′Anticristo; ed egli li faceva mettere arrosto: essi strillavano; ed egli faceva fatti. Le persecuzioni pontificie, lungi dal ridurre a dovere gli Spirituali, li incoraggiarono a venire in campo con un′altra dottrina di nuovo conio. Uno Spirituale di Narbona si mise ad insegnare che Gesù Cristo ed i suoi apostoli non possedevano nulla di proprio nè in comune nè in particolare. Quella novità levò a rumore l′ordine de′ Domenicani, quello de′ Francescani, la Sorbona, l′università di Parigi ed altre. I Domenicani dicevano che questa dottrina era falsa; all′incontro i Francescani sostenevano, andando in ciò d′accordo con gli Spirituali, che tale dottrina non conteneva verun errore, e ch′essa era anzi del tutto conforme alle antecedenti decisioni de′ pontefici. Ogni partito si studiava di sostenere la sua opinione il più che fosse possibile. I Francescani si mostrarono più fieri e più arditi degli altri. Sicchè papa Giovanni XXII ne concepì sdegno e collera, e comandò che si dovesse tenere per falsa ed ereticale la nuova dottrina de′ Francescani. In un′altra separata bolla rivocò egli ancora la Costituzione di papa Nicolò III nella quale veniva riservata alla santa sede la proprietà di tutti que′ beni che ai Francescani venissero dati in carità. Questo papa diceva ehe la proprietà di quelle cose che si consumano coll′uso non poteva venire segregata dall′uso medesimo, e che però la Chiesa romana non poteva arrogarsi il diritto di una tale proprietà. Sicchè egli abolì nel tempo stesso sì le costruzioni di tutti i suoi antecessori, in questo affare promulgate, come ancora tutti i procuratori che vi avevano per i conventi per amministrare la proprieià de′ beni de′ frati in nome della santa sede. Cotesta decisione del pontefice, che fu confermata con delle altre, ridusse alla disperazione i Francescani, e particolarmente gli Spirituali. Il papa aveva allora una grave controversia con l′imperatore Luigi il Bavaro. I più valenti frati dell′ordine di s. Francesco, come a dire Marsilio di Padova, Giovanni da Genova, Michele da Cesena, Berengario, Francesco di Esculo, Arrigo di Halem, e Guglielmo Occamo il più dotto e più animoso di tutti, si buttarono dal partito dell′imperatore, e scrissero varii trattati in favore delle ragioni imperiali, ed in danno della chiesa romana. Cotesti scritti cominciarono a spargere del lume nel mondo; ed il papa cominciò da quel tempo in qua a perdere molto di sua autorità e riputazione. Ma all′incontro i Domenicani, spinti dalle sollecitazioni papali e commossi dalla propria passione, cercavano per ogni verso di poter mettere le unghie addosso a cotesti frati Spirituali, e, quanti ne coglievano, tanti ne mandavano per la via del fuoco all′altro mondo. Finalmente cominciarono i papi a cangiare condotta ed in luogo del fuoco si avvisarono di mettere in opera la clemenza e la dolcezza. Essi permisero che l′ordine di s. Francesco si dividesse in due regole, delle quali quella che stava alle decisioni de′ papi ebbe il nome di Conventuali, e quella all′incontro che amava un maggior rigore per rispetto alla povertà fu chiamata dei Frati dell′Osservanza. Ma questa si divise poi, dopo altre nuove guerre, in altre sette, come abbiamo veduto più addietro. Ecco qui in succinto la storia di questi rabbiosi discepoli di san Francesco, i quali, per cotesto loro spirito inquieto, torbido, facinoroso, che fino ai nostri giorni si è mantenuto in essi e senza verun dubbio si mantenrà fino al loro totale sterminio, sono del tutto meritevoli di un particolare odio ed abborrimento.

Degni di un odio siffatto sono ancora i Domenicani, a′ quali è venuta in capo quella crudele ed abbominevole idea dell′inquisizione, la quale per certo non poteva cadere in altre menti che in quelle de′ frati, che sono i nemici e persecutori di tutto il genere umano. E perchè non paia che noi a torto chiamiamo costoro crudeli, intendiamo qui di dare una piccolissima relazione delle crudeltà che da questo tribunale, dove più dove meno, si esercitano. L′invenzione di questo vitupero appartiene a s. Domenico ed a′ suoi discepoli. L′approvazione ne fu fatta da′ pontefici, ed il ministero ne fa commesso a′ Domenicani, ed in qualche luogo anche a′ Francescani. Questo tribunale è destinato per gli eretici e loro fautori, per i maghi, le streghe, e bestemmiatori, e per quelli che frappongono degli ostacoli e resistono o al tribunale dell′inquisizione medesimi o ai servi e ministri di essa. Sotto il nome di eretici vengono compresi anche quelli che, per lo trattare con essi, per leggere i loro libri, per lodare qualche loro sentimento, per ascoltare qualche loro predica, per censurare qualche punto della disciplina o dottrina romana, o per altre simili cose, si tendono sospetti di eresia; finalmente fra gli eretici vanno intesi ancora gli ebrei, i maomettani, e gli altri infedeli tutti.

L′inquisizione comincia il suo processo dalla citazione del reo, il quale viene citato per tre differenti volte; e se non comparisce gli viene incontanente lanciata contro la scomunica. Il più sicuro partito si è di comparire alla prima citazione, sì perchè col tirare innanzi altri si rende più sospetto, e viene riguardato inoltre per contumace anzi che no; come perchè, se uom fuggisse, l′inquisizione ha per ogni luogo tante spie e tanti ministri, che in un luogo o in altro verrebbe sicuramente raggiunto. Pervenuto ch′egli è nelle mani degl′inquisitori, niuno gli può più parlare e niuno può supplicare per lui. Egli viene sepolto in ispaventevoli carceri che giaciono sotto terra, e dove non si arriva se non che per varii circuiti ed ambagi. Dopo che vi è stato per alcuni giorni, od anche, come il più delle volte avviene, parecchi mesi il custode della carcere il domanda s′ egli non bramasse per avventura di essere ascoltato. Essendo condotto davanti agi inquisitori, costoro fanno sembiante di maravigliarsi del trovarsi egli colà, e lo domandano chi egli sia, cosa voglia, e cosa egli abbia da dire loro. S′egli risponde che desidera di essere chiarito del suo delitto, gli viene dalla parte degli inquisitori fatta una severa ammonizione, perchè egli si disponga a confessare ogni cosa da per se stesso. S′egli non confessa nulla e non si accusa da se medesimo, esso viene ricondotto nella prigione perchè abbia tempo di pensarci sopra. Dopo lunga pezza di tempo egli viene di bel nuovo tratto dal carcere e nuovamente interrogato come prima; e, se non vi è mezzo di ridurlo a confessare alcuna cosa da per se stesso, gli viene dato il giuramento, perchè si obblighi di dire la verità sopra ogni punto intorno a cui verrà interrogato. S′egli non vuol giurare, esso viene senz′altro processo giudicato e condannato per reo. Dopo prestato il giuramento gli vengono fatti degli interrogatorii sopra tutto il corso di vita sua, e gl′inquisitori il vanno di tanto in tanto esortando a voler di sua propria volontà confessare il suo delitto, promettendogli in tale caso ogni clemenza e benignità. Con questo mezzo ingannevole arrivano i giudici sovente a ricavare dall′incauto e semplice reo troppo più che non sapevano prima. Alla fine gli viene presentata una querela per iscritto, in cui, oltre quei delitti de′ quali egli è accusato, infiniti altri sono espressi e messi a suo carico, inventandoli gl′inquisitori a posta loro. Questa è una delle più maladette astuzie che il demonio potesse mettere loro in capo giammai. Perchè, non sapendo il reo di quali delitti egli sia veramente accusato, ne viene ch′egli talvolta viene a confessare di quelle cose che prima erano a′ suoi giudici del tutto ignote. Inoltre, se il reo, scolpandosi sulle imputazioni che gli vengono date, di alcune si lamenta meno che delle altre, essi ne ricavano un indizio che egli possa essere reo anche di queste per le quali mena poco rumore. Ciò fatto, gli viene assegnato un avvocato, cui non è lecito di parlargli se non se incpresenza degl′inquisitori medesimi; e tutto il patrocinio che questo difensore gli presta si è di esortarlo caldamente a voler far confessione di ogni cosa. Finalmente, dopo molti esami, gli vengono comunicati tutti i capi di que′ delitti ond′egli fu veramente trovato o reo o sospetto. Se le sue risposte non piaciono a′ giudici, e se qualche suo delitto non è pienamente provato, si procede alla tortura. Tre sono le sorta de′ tormenti che a questi poveri disgraziati vengono dati: quello della corda, che è fra i crudeli il più mite; quello dell′acqua, che è più acerbo; e quello del fuoco, che è il più inumano e barbaro di tutti. L′animo mio abborrisce di esporre i modi di questi crudelissimi supplizii, e la penna non mi reggerebbe a descrivere per quali maniere, e quante fiate, e quanto lungamente i cattivelli vengano martirizzati [7]. Se il reo ha forze bastevoli per superare cotesti orribili martirii, il che troppo rade volte interviene, egli deve essere ricondotto alla sua prigione, dove gli si tendono nuovi lacci e nuovi inganni. Gli viene mandata gente alla carcere, la quale fa sembiante di avere pietà di lui e di tenere il suo partito, maledicendo il tribunale dell′inquisizione ed il suo barbaro rigore. Se questo non basta per trargli qualche confessione di bocca, gl′ inquisitori cominciano a fare i pietosi anch′essi, mostrano di essere soprammodo dolenti della sua disgrazia, e lo vanno esortando a voler confessare il suo peccato, assicurandolo che una parola sola è sufficiente per liberarlo da così gravi supplizii. La fine di tutto questo processo si è che il reo indiziato viene condannato a qualche pena straordinaria; il convinto o il confessato or alla galera ed or ad essere flagellato, e talvolta a dover finire i suoi dì in una prigione. Ma il più delle volte vengono i rei consegnati alla giustizia secolare, colla protesta bensì dalla parte, degl′inquisitori che non debbasi loro dar la morte. Ma se il giudice secolare ubbidisce alle finte preghiere e proteste dell′inquisitore col non punire di morte il reo che gli fu consegnato, l′inquisizione mette le mani addosso al giudice medesimo, e lo riguarda, lo processa e condanna nè più nè meno che come un vero eretico. I beni di quelli che vengono messi nell′inquisizione sono confiscati ipso iure; ed i poveri figliuoli e parenti, che non ne hanno la menoma colpa, debbono da lì innanzi andare mendicando il pane. Ne′ casi dubbii, dove non si sa se l′accusato sia piuttosto innocente che reo, il direttorio dell′inquisizione vuole che il prigioniero venga condannato come reo; ma all′incontro si procura di consolarlo con assicurarlo che, s′egli muore innocente, esso n′andrà tanto più agevolmente in paradiso. Noi abbiamo detto di sopra che i rei vengono con ogni sollecitudine obbligati a dover da per sè, medesimi confessare le loro colpe, e che inoltre dopo alcuni esami viene loro presentata una nota di diversi delitti, nella quale, oltre i veri, ve ne sono compresi sinchè una gran quantità di falsi, che i giudici si fingono a posta loro. Ora egli avviene il più delle volte che gli sciagurati vengono a confessare spontaneamente de′ delitti de′ quali essi non furono accusati, e che per lo addietro erano nascosi agl′inquisitori. Ciò deve avvenire anche al più cauto prigioniero di cotesto tribunale, perchè, nell′esaminare la nota che gli viene data, egli vi trova non solo il vero suo peccato e quel proprio di cui è stato accusato, ma egli ve ne scorge ordinariamente degli altri ancora, i quali, benchè siano stati da′ frati a lor talento per allora finti, per non esserne lui ancora stato davanti a loro per rispetto a quelli accusato, tuttavia esso li ha effettivamente commessi, e sa di esserne reo; sicchè egli, credendosi scoperto, viene a confessare anche questi, che prima non erano saputi dagl′inquisitori. Oppure il disgraziato trova in cotesta perfida nota de′ delitti accompagnati da certe circostanze aggravanti, laddove egli non è reo che del semplice delitto senza quelle circostanze; onde ei confessa il delitto e niega le circostanze, benchè neppure questo delitto fosse prima noto agl′inquisitori. Ora quando il reo, o nell′esame vocale o nel rispondere a questa nota, viene a confessare spontaneamente un delitto, egli deve anche indicare i testimonii che vi erano presenti. I testimonii di tali cose sono per lo più complici essi medesimi; sicchè vengono poi catturati anch′essi: e questi vengono poi a confessare altri delitti e ad indicare altri testimonii: laonde ne nasce un′infinità di processi, i quali per questa infame maniera di procedere vanno pullulando l′uno dall′altro, per modo che il tribunale dell′inquisizione trova sempre materia da poter saziare il crudelissimo animo suo. Oh maladetto tribunale dell′inquisizione, oh invenzione infernale, oh vitupero ed infamia de′ nostri secoli! E voi o principi, tollererete ancora a′ giorni nostri, in questa luce delle lettere ed in questo splendore dell′umanità in mezzo a vostri Stati, cotesti assassini, coteste tigri, e cotesti divoratori, persecutori, distruggitori de′ più fedeli e de′ più assennati sudditi vostri?

Fino a qui noi abbiamo succintamente esposto i mali che i frati producono si negli Stati come nelle private famiglie. Ora egli rimane da vedere come si possa rimediare a tanti malanni. I mezzi a tal fine acconci sono o generali, e possono servire per ogni contrada; o particolari, e dipendono però dalle varie circostanze di ogni paese in particolare. Noi non possiamo qui ragionare se non che dei primi: e tocca ai principi ed a′ loro ministri lo scoprire, riconoscere e mettere in opera, ciascuno nel suo Stato, gli ultimi.

La prima cosa che convien fare, avanti di pensare al mettere mano ai frati –, si è di riformare il clero secolare; il che è mestieri di fare per tre cagioni; cioè: primieramente per amore dell′ordine, del decoro e della religione; secondariamente per guadagnarsi un partito forte contro i frati; e terzo per far vedere al popolo che non è lo spirito di persecuzione, nè il desiderio delle ricchezze, nè qualche altra cattiva mira che ci muove a voler far delle novità contro i frati, ma che a ciò siamo unicamente condotti dall′amore del bene comune e della religione. Quindi è necessario di fare in guisa che niuno possa divenir prete se non avrà prima dato infallibili prove di essere almeno mezzanamente buon teologo e di essere dotato di prudenza e di purità di costumi. Questo si può agevolmente ottenere col fondare dei seminarii, nei quali abbia da soggiornare per qualche anno, e da imparare le scienze bisognevoli per un ecclesiastico, chiunque si voglia far prete. Questi seminarii vogliono essere provveduti di lettori e professori savii, dotti, spregiudicati, zelanti del pubblico bene, ed amici del principe e del suo ministero. A questi deve essere data l′incombenza di trattare le scienze ecclesiastiche per maniera che i discepoli acquistino odio per tutte le favole, per tutte le false dottrine, e per tutte le superstizioni onde sono finora state infette e guaste le scienze della teologia, della storia sacra e del diritto canonico. Chi mostrerà di comprendere e di essere persuaso di quelle verità che gli verranno esposte dai professori, quegli sarà ammesso agli ordini sacri, quando inoltre i suoi costumi siano buoni ed incorrotti. All′incontro chiunque darà a divedere di prestare maggior fede alle false sentenze ed alle superstiziose e ree dottrine che sono sparse per entro ai libri teologici, canonisti e storici, sarà mandato fuori del seminario, e non potrà giammai passare a verun ordine sacro. Inoltre non devesi creare maggior quantità di preti che non faccia di bisogno nello Stato. Quanti sono i beneficii, tanti possono essere i preti. Così si costumava nell′antica chiesa, e così ha da farsi ancora se non si vuole aver della canaglia in luogo di ministri di Dio. Il proprio patrimonio ed il traffico delle messe non han da servire per un titolo sufficiente per cui un giovane possa essere ordinato sacerdote. Ma, quando che resterà vacante un beneficio, si spedirà dal seminario qualche chierico o qualche prete per amministrarlo: e fuori di quelli che occupano qualche beneficio, e che servono per questo modo ad una qualche chiesa non ci hanno da essere altri preti che vadano attorno per le chiese e per le case private a mendicare vergognosamente le messe, o che si stieno, essendo benestanti per se medesimi, oziosi senza fare nulla e senza servire niuna chiesa; che sono cose direttamente opposte allo spirito del Vangelo ed alla pratica dei primi secoli cristiani.

Quando il clero, sarà così regolato, il principe ne ritrarrà diversi vantaggi. Perchè primieramente costoro daranno la caccia a tutte le superstizioni ed a tutti i pregiudizii ed illumineranno il popolo, il quale, in luogo delle favole che aveva prima imparate come tanti articoli di fede dai frati e dai loro seguaci, verrà dai nuovi preti istruito circa la legge di Dio e della natura, ed acquisterà per questa maniera una vera idea della religione e dei doveri di un suddito. Secondariamente un clero così fatto sarà sempre amico della corte, e le sarà fedele in tutte le occasioni, perchè, avendo la mente illuminata da una dottrina savia e spregiudicata, ei non può a meno di non conoscere l′obbligo suo, ed, essendo dotato di buoni e regolati costumi, non gli mancherà giammai la volontà di operarlo. Laonde il principe non avrà più che temere nè dalla parte del papa nè da quella de′ frati, perchè il clero, siccome quello che ha una giusta idea dell′autorità papale e dell′abuso che se n′è fatto, e che ha eziandio una perfetta notizia de′ mali che per lo addietro furono e che tuttora alla giornata vengono cagionati da′ frati, si metterà sempre dal partito dei principe, e lo sostenterà contro qualunque ingiusta impresa de′ suoi nemici, e manterrà il popolo soggetto e fedele al suo sovrano. Finalmente un tal clero, a cui nello studio delle scuole si sono fatte vedere e compredere tutte le favole, tutte le malizie, tutte le false dottrine e tutte le pratiche superstiziose che hanno inventate i frati, a cui si è istillata una vera scienza, a cui si è ispirato l′amore della vera pietà e della vera religione, è giuocoforza che divenga nemico de′ frati, che procuri di renderli odiosi al popolo, e che soccorra per questo modo ad agevolare i disegni del sovrano.

Taluno sarà di avviso che, prima d′intraprendere una riforma de′ frati, gli faccia mestieri che il principe metta nello Stato suo un ordine sì fatto, che chiunque voglia stare al secolo vi possa vivere agiatamente, e trovarvi qualche maniera di sostentarsi quando ei non abbia i mezzi di vivere colla sua propria facoltà. Quindi vorrassi che un tal sovrano abbia avanti ogni cosa da introdurre e far fiorire nel suo paese il commercio, le arti e l′agricoltura, perchè in qualcuna di queste professioni possa ognuno col suo travaglio trovare con che sostenersi comodamente. Io all′incontro non veggo che questo provvedimento, per quanto sia per altro lodevole e vantaggioso, debba parere assolutamente necessario. Imperocchè egli basta, per mio giudizio, che il principe non soffra alcun pitocco che vada accattando limosina, e che sia rigoroso punitore de′ ladri e di tuttì coloro che col gabbare altrui fanno le spese a se stessi: in tal caso chi non può o non vuole farsi frate deve necessariamente pensare a qualche maniera lecita ed onelta di vivere al mondo e si farà però strada da sè stesso senza che il principe glie l′abbia per anco preparata. Costui dovrà risolversi a travagliare la campagna o ad esercitare qualche arte, od a fare il mercatante, benchè il principe non si sia fino allora data nessuna premura di far fiorire e di proteggere queste arti. Il travaglio viene da sè, purchè negli Stati non vengano tollerati i mendicanti, i poltroni, e gli oziosi divoti.

Ciò premesso, il più sicuro mezzo di levare tutti i malanni che hanno prodotto e che vanno cagionando i frati e′ sarebbe di distruggerli e di abolirli tutti a poco a poco nel proprio Stato, e di non lasciarne più entrare degli altri. Questa impresa non è così malagevole da effettuansi, come altri per avventura avvisa. Il principe non deve far palese essere la sua mira di dare la caccia e di estirpare tutti i religiosi. Egli deve eseguirlo a poco a poco, di modo che si vegga l′effetto prima che l′intenzione, e che il popolo vegga mancarsi i frati prima ch′egli se n′accorga che il principe abbia voluto disfarli. Quando il clero è ben regolato, quando egli, fa il suo dovere, quando egli è continuamente sollecito ad illuminare la gente ed a farle capire in che consista la vera religione, deve riuscire molto facile ad ogni principe la distruzione de′ frati e de′ loro monasteri. Il sovrano opera, il clero conferma con ragioni le sue operazioni, e il popolo le approva e le loda. Vi ha qualche convento dove i frati menano una vita scandalosa e sregolata; questo va sterminato per la via dei processi criminali. Vi ha qualche altro convento dove i frati sono per l′ordinario dati alla pietà, ossia, per meglio dire, alla superstizione ed alle pratiche religiose, che in realtà sono le pratiche di una male intesa divozione; per lo sterminio di questo il miglior rimedio sarà di obbligare i frati a vivere esattamente secondo le regole del loro istitutore, le quali sono sempre assai più rigorose ed austere che non è la vita e la pratica comune de′ frati. Soprattutto conviene astrignerli al travaglio, che è quella cosa per cui tutti i frati hanno l′abborrimento maggiore. Quasi tutti i fondatori delle religioni dei frati hanno loro prescritto per regola che dovessero occuparsi molto nel travaglio, e guadagnarsi per questo modo il loro sostentamento. Per questa cagione vollero ancora essi fondatori che i frati da messa, siccome quelli che non possono al pari degli altri attendere al lavoro, dovessero essere molto pochi, e che uno o due per ogni convento dovessero bastare affinchè i frati laici potessero sentire la messa almeno i giorni festivi. Sicchè il principe può comandare che i frati abbiano da osservare il precetto dei loro fondatori anche rispetto a questo punto, e che non debbano quindi innanzi ricevere frati da messa, ma che la massima parte di loro abbiano ad essere laici, talchè possano travagliare e meritarsi per tale modo il pane. Da tale comando seguirà l′una delle due cose; cioè: o che niuno vorrà più entrare in una di queste religioni dove non può starsi ozioso colle mani alla cintola, donde non può comodamente uscire a frequentare le case, e dove non si può co′ suoi studii far onore veruno: o che, se pure ci sarà tuttavia della gente la quale, nonostante una tale riforma, non abbia ribrezzo d′addossarsi l′abito monacale, questi conventi non potranno più arrecare gran pregiudizio nè alla Stato nè a′privati; giacchè gente che è data unicamente al travaglio non può nè colle sue prediche, nè col suo conversare sedurre nessuno, e non ha nè l′abilità nè il tempo di spargere il veleno della superstizione. Egli non sarebbe la prima volta che si farebbe una legge con cui venisse imposto ai frati di dover lavorare. L′imperatore Lodovico il Pio ne ha già fatta una al suo tempo, ed egli la fece col parere de′ più savii fra i monaci medesimi, fra i quali si fu Benedetto abate di Annania. Con questa legge veniva camandato a tutti i frati di dover travagliare colle proprie mani, e non ne venivano esentati neppure gli abati stessi. La legge non ebbe effetto, perchè i Abati, in luogo di ubbidirle, si diedeto a moltiplicare le ore del canto e quelle dell′orazione sì vocale che mentale; ma, se si avesse avuta tanta fermezza nel far eseguire la legge quanto coraggio si è mostrato nel farla, i frati si sarebbero certamente a poco a poco dileguati da tutti gli Stati suoi. Or quello che ha fatto un imperatore cotanto cristiano, che per la sua dabbenaggine ebbe il sopranome di Pio, perchè non l′hanno da poter fare gli altri principi cristiani ancora? Ci sono alcune religioni il cui istituto è cattivo da per sè stesso, di modo che i frati, operando male e portando danno allo Stato ed a′ privati, altro non fanno che ubbidire alle regole del proprio loro fondatore. Per sterminare costoro vuolsi far sì che il clero non lasci trascorrere veruna occasione di far comprendere alla gente quanti mali e quanti disordini partoriscano una tale razza di frati: e, dopo che il popolo n′è stato per questo modo chiarito, il principe può mandare un ordine a tutti i frati di questa fatta, che non abbiano più da ricevere novizio veruno per lo spazio di trenta o quarant′anni, senza dar loro, punto a divedere qual sia lo scopo di tale comando. Cotesti religiosi si lusingheranno di poter ricevere novizii almeno dopo passato il tempo prefisso: ma intanto in tale frattempo la maggior parte dei frati morrà, e quelli che rimarranno ancora saranno già pervenuti ad una età decrepita, purchè il principe abbia avuto la cura di non permettere che dalle forestiere provincie religiose si siano potuti tirare de′ soggetti per essere surrogati ai morti od ai vecchi ne′ conventi del suo Stato. Quando i frati sono una volta ridotti a così picciolo e dispregievole numero, allora niuno più si prende veruna briga nè verun pensiero di loro, ed il principe può passare ad abolirli del tutto senza il menomo dispiacere di chicchessia. Questa maniera potrebbesi tenere per disfare i frati mendicanti, i quali a niun patto vanno tollerati, perchè sono il flagello di uno Stato, i nemici naturali di ogni principe, ed i distruggitori della religione e di tutta la vera morale, alla quale hanno sostituita una morale fanatica, dispregiatrice di tutte le virtù sociali, coltivatrice di mille pratiche ridicole e superstiziose. Che riguardo può mai avere un principe cristiano per cotesti ordini religiosi, e che scrupolo il può mai frastornare dallo ingegnarsi di schiantare questa pestilenza dal suo paese? Gesù Cristo e gli apostoli hanno pure espressamente condannati ancora prima che venissero al mondo tutti questi istituti religiosi: essi hanno pure biasimato quello andare vestito differentemente dagli altri, quel tenere una maniera di vivere diversa da quella degli altri cristiani, quel voler fare i prefeti nel popolo, quel non volersi dare a verun travaglio, quello starsi continuamente ozioso, e quel vivere a carico degli altri fedeli. Essi hanno pur detto e comandato che noi dobbiamo schifarli, che li correggiamo, e che, se non si vogliono emendare, non diamo loro da mangiare. « Attendite a falsis prophetis, qui veniunt ad vos in vestimentis ovium, intrinsecus autem sunt lupi rapaces. » Matth. VII: 15. «Denunciamus...... ut subtrahatis vos ab omni fratre ambulante inordinate, et non secundum traditionem quam acceperunt a nobis …… Siquis non vult operari, nec manducet. Audivimus enim inter vos quosdam ambulare inquiete, nihiloperante, sed curiose agentes.….. etc. » II. Thessal III: 6, 10, 11, 14, 15.

Che se il distruggere affatto i frati per avventura sembra o troppo dura o troppo malagevole impresa, tale non può però parere una riforma di quelli. Quindi noi ci faremo ad accennare alcune maniere generali, le quali si potrebbero per nostro avviso mettere in opera per venire ad una tale riforma.

La prima maniera si è di ridurre le varie religioni di frati, che esistono in uno Stato, al più picciol aumero che sia possibile. E, per poter venire a capo di questo, potrebbonsi adoperare quelli stessi mezzi che noi abbiamo suggerito or ora per abolire tutto il fratismo in generale. Quelle regole di frati che danno più briga, e che apportano più danno allo Stato, vanno adunque distrutte in uno di quei modi che abbiamo indicato di sopra. E questa si è un′impresa da potersi con tutta facilità mandare ad effetto, perchè il popolo, lungi dal fare verun elettivo giudizio quando vede mandare in malora solamente l′una religione o l′altra, loda e benedice il sovrano che lo ha tratto dal giogo degl′importuni e perniziosi frati; e, se la gente non sa tutti i motivi onde sia stato mosso ad una siffatta risoluzione il principe, essa ne presume o ne finge a posta sua tanti quanti a suo giudizio dovrebbero bastare per abolire nello Stato que′ frati che il principe non ha voluto sofferire più oltre.

Vi ha chi pensa essere ciò troppo malagevote da eseguirsi in Italia, per l′opposizione del papa, il quale non permetterà giammai che in qualsisia stato d′Italia vengano scemati gli ordini religiosi, che sono le colonne ed i fondamenti di quella potenza ch′egli conserva ancora in Italia. Ma questa è una difficoltà che per più cagioni non può oggimai avere luogo fra noi. Imperocchè si lascia che il papa protesti come ei vuole, e ch′egli mandi tante bolle quante gli piace; e fassi non ostante quello che aggrada, e mandasi ad esecuzione le proprie risoluzioni, rispondendo al sommo pontefice umilissimamente, e quelle ragioni in propria difesa adducendo che parranno più a proposito. Egli non è da temere che la corte romana venga ogni giorno a veruna estremità, e che faccia uso delle scomuniche contro verun principe dell′Italia; poichè questa corte già sa che sono passati i tempi degli Arrighi, e che il lanciare in questi giorni una scomunica contro ad un sovrano altro editto non produce che lo sdegno degli uni e le beffe degli altri. E per questo è necessario che il clero, come dissi da principio, sia bene istrutto, e che venga riformato, a forza di seminarii, per modo che abbia una dottrina sana e spregiudicata, e che conosca il suo dovere di essere sempre ubbidiente ai comandamenti del suo sovrano,  che se, ciò non ostante, qualche principe o qualche suo ministro teme di doversi attirare per una tal cagione di troppe ed insuperabili molestie, un sicuro mezzo di mettersi al coperto da qualunque pontificia intrapresa sarà che il principe faccia colleganza con altri sovrani d′Italia, e che li persuada a fare lo stesso ed a venire alla medesima riforma: nel quale caso certa cosa è che il pontefice non ardirà giammai di venire alla fulminazione di una scomunica contro tutti i principi collegati, se anche fossero solamente due o tre, perchè egli ben sa che troppo è da temere dalle forze unite e da una resistenza comune.

I frati acquistano una così gran copia di novizii, perchè li adescano e li tirano nella gabbia nell′età più tenera, che con tutta facilità cede agli inganni, che non ha veruna cognizione del secolo, e che si lascia dar ad intendere che nei monasteri si goda il miglior tempo del mondo. Gli adulti, che hanno praticato il mondo, non si vanno a chiudere ne′ conventi se non se per alcun accidente che lor corrompa il cervello e la fantasia, o per disperazione non capendo come vivere altrimenti. Per levare adunque così fatti disordini conviene aver ricorso a diversi mezzi. E primieramente per impedire che i religiosi non possano a posta loro accecare gl′incauti giovanotti, fa di mestieri che il principe faccia una legge, che niuna persona possa entrare in qualsisia convento di uomini o di donne, e di fare ivi il noviziato, se non avrà compiuti gli anni venticinque, fuorchè quando il candidato o la fanciulla patissero o nella mente o nel corpo tale e sì grave difetto che niun vantaggio ne potesse da loro sperare giammai lo Stato; nel quale caso il sovrano potrà permettere che queste persone entrino nei monasteri in qualunque tempo che verrà loro a grado. E questo è il provvedimento che fa bisogno di prendere rispetto a quelli che in età ancora troppo tenera vorrebbero divenire frati. Riguardo agli adulti, che risolvono di mascherarsi con un abito religioso mossi da un cervello guasto e da una fantasia corrotta, io stimo che costoro stiano meglio ne′ conventi che nello Stato, e che però non se ne debba rendere loro difficile l′ingresso. Restano quelli che si fanno frati per non trovare nel secolo da poter vivere comodamente; ed a questo disordine non puossi riparare per altro modo che con l′introdurre, conservare, proteggere ed aumentare il commercio, le arti e l′agricoltura. E quando questi sostegni della vita umana abbiano una volta in uno Stato ben messo radice, non è da temere che alcuno il quale passi gli anni venticinque, e sia sano di mente, si faccia frate.

Ma niuna cosa potrà meglio giovare a far in guisa che a pochi venga il talento di farsi frati e di chiudersi ne′ monasteri, quanto l′introduzione delle scienze di buon gusto, lo stabilimento dei veri principii della religione cattolica, e la cura di ridurre la gente ad una consuetudine di ben pensare. Il governo dello Stato ha da essere il duce; i professori all′incontro ed il clero hanno da essere gli esecutori di questa impresa. Se il popolo sarà una volta comunemente persuaso che non i cilicii, non gli austeri digiuni, non il celibato eccessivo, non una fiera disciplina, non una perpetua ritiratezza, non una pazza rinunzia de′ beni suoi, ma il travagliare, il sudare ed il vegliare per il bene di sua famiglia, del suo prossimo e del suo Stato apre all′uomo le porte del paradiso, egli è da tenere per fermo che pochi saranno quei pazzi che vorranno rinunziare alla loro libertà, alle loro facoltà ed alle loro pratiche ed amicizie, per il puro amore di una qualche regola monacale.

Costantino il Grande, vedendo come, dopo ch′egli ebbe co′ suoi larghissimi doni grandemente arricchite le chiese, ognuno correva a farsi prete, e che però la repubblica restava privata di molti utili membri, pubblicò una legge con cui comandava che niun decurione, niun figlio di un decurione, e niun altro soggetto capace per li pesi e funzioni dello Stato, dovesse essere ammesso agli ordini sacri, e che, se qualcuno avesse contraffatto a questa legge, egli sarebbe scacciato dal sacro ministero ed allo stato civile rimandato. Egli confermò questa sua legge con un′altra legge che è a un dipresso del medesimo tenore, e che si trova nel codice Teodosiano, De episc. eccl. et cleric. cap. 3 et cap. 6. Valentiniano I e Valente, imperatori, ordinarono dipoi che niun ricco, nè nobile nè plebeo, potesse venire dalla chiesa assunto agli ordini sacri, come ce ne fa chiari la L. 17 nel citato titolo del mentovato codice Teodosiano; questa legge fu rinnovata ancora dall′ imperatore Arcadio, come si vede dalla L. 32, L. c. Havvi la Novella terza dell′imperatore Giustiniano, nella quale ei proibisce al patriarca di Costantinopoli ed agli altri patriarchi del suo impero di non permettere che venga ordinato un maggior numero di chierici di quello che concedono le antiche costituzioni; egli vi vieta loro ancora di passare ad altre ordinazioni finchè la quantità de′ preti sia una volta ridotta al numero dalle antiche leggi prescritto; finalmente egli vi comanda loro che, quando sarà giunto il tempo di poter venire a delle nuove ordinazioni, esso si riserva di nominare coloro che saranno da ordinarsi, con divieto a′ patriarchi di dare le ordinazioni a qualsisia persona che venisse loro presentata o raccomandata da verun altro soggetto. La stessa cosa viene confermata dal medesimo imperatore nella Novella decimasesta. Le leggi accennate fin qui parlano bensì del clero secolare solamente; ma i medesimi imperatori ne hanno fatte di più severe contro i frati, dei quali in queste loro leggi parlano con un dispregio tale, come se li tenessero per la più inutile e più sporca canaglia del mondo. Leggansi in questo preposito le parole dell′imperatore Valente, il quale nella L. 76, c. De decur. e L. 63 c. Theodos. cod., così si esprime: «Quidam ignaviae sectatores, deserti civitatum muneribus, captant solitudines ac secreta, et specie religionis cum coetibus monozonton congregantur. Hos igitur, atque ejusmodi deprehensos in latebris consulta praeceptione mandamus, atque ad municipia patriarum subeunda revocari, et pro tenore nostrae sanctionis familiarium rerum carere illecebris, quas per eos censuimus vindicandam qui publicarum essent subituri munera functionum.» Veggasi il Gotofredo ne′ commenti a questa legge 63 del cod. Teodos. S. Gregorio, lib. 2 epist. 62, riferisce una legge di Maurizio riguardo ai frati, nella quale egli comandò: «Ut nulli, qui in manu signatus est, converti liceret, nisi aut expleta militia, aut pro debilitate corporis depulsus.» Veggasi ancora la Novella 5 di Giustiniano imperatore, nella quale ei prescrive a′ frati alcuni regolamenti perchè non possano ricevere ne′ loro monasteri ogni sorta di persone.

Questi monarchi, de′ quali noi abbiamo accennate le leggi, furono non solamente cristiani, ma appassionati e valentissimi sostenitori e propagatori della religione cattolica: i patriarchi, a′ quali furono intimate coteste leggi, non erano nè meno dotti nè meno zelanti degli ecclesiastici diritti di quello che siano i vescovi e patriarchi de′ nostri tempi: ed il clero, cui esse leggi riguardavano, non era nè meno informato nè meno tenace delle sue ragioni di quello che sia il clero di oggigiorno. Eppure niuno si avvisò allora di opporre agl′imperatori che quelle loro leggi violassero l′ecclesiastica libertà, e che non fosse in loro potere di dettare in isvantaggio del clero leggi siffatte. La cagione del rispettoso silenzio e della pronta obbedienza degli ecclesiastici di allora si fu ch′essi sapevano appartenere ad ogni sovrano l′autorità di fare qualsisia legge in favore de′ sudditi suoi, e che le prerogative dell′ordine ecclesiastico non possono in veruna maniera scemargli questo diritto. Quello che era giusto e che la chiesa approvava allora, deve esser giusto e venir dalla chiesa approvato anche ne′ tempi presenti; ed Iddio non ha per il volger degli anni nè accresciuta l′autorità ecclesiastica nè diminuita la potenza de′ principi. Sicchè i nostri sovrani potrebbero prendere esempio dagi′imperatori antichi, e servirsi di quelle leggi che questi fecero rispetto al clero secolare, per riformare e restringere fra′ dovuti limiti il clero regolare.

E primieramente dovrebbero per ogni convento stabilire un certo numero di frati il quale non potesse venire in verun tempo mai, per qualsisia cagione, oltrepassato. Secondariamente vorrebbeci una legge rigorosa, per cui venisse comandato a tutti i sudditi frati di non poter ricevere in qualsisia ordine alcun soggetto senza l′espressa licenza del sovrano. Una tal legge sarebbe utilissima per diversi riguardi: poichè, in primo luogo, il principe potrebbe in tale caso negare la libertà di farsi frate ad ognuno ch′egli conoscesse poter venire per qualche verso impiegato, o poter riuscire in qualsisia maniera utile allo Stato. Inoltre, il principe potrebbe per questa gusa impedire che la copia de′ frati non andasse troppo aumentando, e che gli ordini religiosi non giugnessero, per la loro troppa quantità) ad essere un troppo grave peso nella repubblica. Finalmenle, siccome ia Italia corre un biasimevolissimo costume, che i genitori obbligano bene spesso i loro figliuoli maschi e femmine a farsi frati e monache contro la loro voglia, questo sarebbe il più spedito e più sicuro mezzo di levare un tale abuso perchè il principe potrebbe non accordare a′ genitori la facoltà di poter cacciare i loro figliuoli nel convento ogniqualvolta egli venisse o dal figlio medesimo o da altra parte informato di malvagio adoperare de′ padri, delle madri, e de′ tutori e curatori»

E, giacchè siamo su questo punto, non vogliamo qui tralasciare di avvertire ch′egli conviene assolutamente trovare qualche modo per impedire questa empia e perniciosa pratica de′ genitori contro i loro figliuoli. Gente che viene cacciata ne′ monasteri a suo malgrado non può riuscire se non che cattiva e scandalosa. E questa rea consuetudine nuoce allo stato per due maniere: cioè primamente, perchè frati di tal sorta vaqno per, le case, per le piazze e pei postriboli commettendo mille iniquità; e, perchè l′altra gente non si scandalizzi de′ fatti loro, mettonsi ad insegnare che non v′è nè paradiso nè inferno, nè Cristo nè demonii, e che tutte le cose della religione sono astuzie de′ legislatori umani ed imposture de′ preti e frati. In secondo luogo, queste persone avrebbero per avventura potuto essere utili alla patria se avessro potuto restare al secolo; e però lo stato, essendone privo, ne sente del discapito. Ogni principe deve dunque pensare a qualche maniera di poter tagliare le gambe a questo vituperevole abuso. E le maniere possono, rispetto a questo capo, essere varie, secondo le circostanze in cui si trova ogni paese. Noi possiamo qui suggerire due mezri che possono servire ed essere messi in opera in ogni contrada d′Italia. Il primo si è di fare una legge con cui venga stabilito che, quando i genitori vogliano obbligare il figlio o la figlia a dover vestire qualche abito religioso, e che ciò possa essere o dal figlio o da altri in sua vece bastevolmente provato, in allora i genitori siano obbligati di emancipare, se si tratti del padre, o di mettere fuori di casa, se si tratti della madre, i loro figliuoli sì maschi che femmine, e di dover loro somministrare alimenti tali che possano, secondo il loro stato, comodamente vivere fuori della casa de′ loro genitori: e che inoltre questi non possano nè per donazioni o a cause profane o a cause pie, nè per alienazioni onerose, nè per testamento, nè per verun′altra maniera, portare il menomo pregiudizio a questi loro figliuoli; ma che debbano in ogni tempo ed in ogni caso lasciare loro dopo la morte quella medesima porzione della loro facoltà di essi figliuoli o maschi o femmine avrebbero avuto se i genitori fossero morti intestati e senza fare o veruna donazione od alcun′altra alienazione sotto qualsisia pretesto e titolo. Questa legge potrebbesi in ogni paese estendere, ampliare, restringere, modificare, secondo la varietà delle circostanze, e giusta il maggior o minor corso che ha a mentovato abuso. Il secondo mezzo di rimediare a tale disordine si è la legge di cui abbiamo fatto menzione di sopra, cioè di non permettere che alcuno possa farsi frate senza la espressa licenza del principe. Se il sovrano ha del ribrezzo a fare una tal legge così generale, e che si estenda per tutte le classi di persone, egli dovrà farla per quei giovani almeno che sono posti sotto la potestà de′ padri o sotto la tutela o della madre o di qualcun altro tutore o curatore. Egli può addurre per motivo della sua risoluzione, che una tale consuetudine è troppo universale, troppo abbominevole, troppo pregiudizievole allo Stato, troppo nociva a′ buoni costumi, e troppo disonorevole e svantaggiosa a′ frati medesimi; che però egli ha riputato suo dovere di porvi dal canto suo riparo, giacchè non è nella mano de′ religiosi di potervi per alcuna maniera rimediare, non potendo eglino così agevolmente porre il principe venire a sapere se un figlio od una figlia di loro buona o mala voglia siano per abbracciare l′ordine a cui sono destinati, e, sapendolo ancora, non avrebbero sì di leggieri modo di resistere alle premure de′ genitori. Che però il principe comanda, sotto pena di nullità e sotto altre arbitrarie pene da imporsi a′ genitori, a′ tutori o curatori, che niuno possa permettere ad un figlio o ad un pupillo o minorenne di entrare a fare il noviziato in un qualche ordine religioso, se prima il soggetto non sarà stato presentato al principe e non ne avrà da lui ottenuta la espressa licenza. Questa è una legge ragionevolissima, a cui nè il papa nè i frati potranno nè ardiranno di opporsi giammai. E col colore di questa legge potrà il principe a suo talento accrescere o sminuire il numero de′ religiosi, e, secondo che gli piaciono le regole ed i costumi de′ varii ordini che si trovano nel suo Stato, aumentare i frati di un ordine, e scemare o lasciar perire del tutto quelli di un altro; perchè, alla fine, la massima parte di quelli che si tirano addosso l′abito monacale sono o sotto la patria potestà o sotto la tutela o cura altrui; e rari sono quelli che abbiano passati i venticinque anni, che si lascino sorprendere da una sì pazza fantasia.

Noi abbiamo fatto vedere di sopra quanto cattive sieno le istruzioni, e quanto perverse le dottrine onde i giovani vengono imboccati da qualsisia ordine di religiosi. Quindi cura del principe ha da essere di levare a costoro gli studii, e di darli a′ preti secolari ed ai laici, facendo insegnare ogni particolare scienza o dai preti o dai secolari, secondo che ognuno sarà trovata più capace. Vero è che una tale impresa ricerca delle spese grandi, massimamente per cagione de′ buoni salari che converrà stabilire per avere di buoni soggetti. Ma che è questa spesa rimpetto all′utile immenso che ritrarranno il principe, lo Stato e le famiglie private da una gioventù bene istrutta? Questa arriverà un giorno a bandire dal paese tutte le superstizioni e tutti i pregiudizii, che costano tanto denaro al principe ed ai privati: questa sarà cagione che i privati non apriranno più i loro tesori agli ecclesiastici sempre ingordi e sempre avari, e che si faranno ritornare in giro le ricchezze sepolte  ed ascose nelle casse delle chiese e dei monasteri: questa finalmente farà vedere che la felicità di un popolo dipende non già da′ flagelli, dalle discipline, dalle austerità, dalla compera delle indulgenze, dalla vita solitaria e celibe, ma dalla estensione della popolazione, dalle arti, dall′agricoltura, dalle manifatture, dal commercio, dall′amore della patria, dall′ubbidienza verso il suo sovrano, e dalle virtù sociali, e questi insegnamenti faranno rientrare nell′erario del principe ben mille volte duplicato il denaro ch′egli avrà speso a fare per tal maniera e da tali precettori ammaestrare la gioventù. Laonde pongansi le università, i ginnasi, i licei, i collegi, i seminari nelle mani dei preti e de′ secolari. E facciasi una legge con cui si proibisca alla gioventù di studiare sotto altri maestri che  quelli che sono stati prescelti dal sovrano.

Al pari degli studi conviene levare ai frati la libertà di poter sentir le confessioni, o di tener delle prediche, o di spiegare il catechismo: poichè questi sono appunto i modi di cui si servono i frati per spargere il loro veleno sopra la religione e sopra la morale; questi sono i mezzi che mettono in uso per istillare alla gente le pestifere massime che tendono alla distruzione, degli Stati; e queste sono le maniere che pongono in opera per istillare e mantenere negli animi del popolo la più abbominevole superstizione. Se il principe seguirà quel consiglio che abbiamo dato poc′anzi, cioè di ordinare che nella chiesa dello Stato suo tanti sacerdoti solamente vi possano essere quanti saranno i beneficii capaci di mantenere un sacerdote, e che questi soli possano esercitare funzioni del ministero ecclesiastico; questa disposizione, che sarà lodata da tutto il mondo, tirerà dietro a sè naturalmente la conseguenza che ai frati si possa con tutta ragione proibire l′uso delle confessioni, la spiegazione del catechismo, ed il tenere delle prediche, per essere i religiosi gente superflua nello Stato, della quale, allego il nuovo regolamento, le chiese ed i fedeli non hanno bisogno veruno, nè più nè meno che de′ preti vagabondi e che non sono provveduti di alcun beneficio. Inoltre, siccome il principe, facendo rispetto a′ preti secolari quel provvedimento  che abbiam detto, mostra di essere sommamente sollecito per il bene della religione; così l′esclusione  che egli darà a′ frati, verrà non già in mala ma bensì in buona parte presa e spiegata dal popolo. Finalmente, facendo il principe per mezzo del suddetto regolamento nel clero secolare vedere stargli tanto a cuore il bene della regione, che appunto per questa sola cagione egli vuole che possano venire ammessi agli ordini sacri quei soggetti solamente i quali per un convenevole spazio di tempo avranno fatto dimora nel seminario ed ivi dimostrato di essere e dotti e savii e di buoni costumi, una bellissima ragione avrà egli di levare la libertà di esercitare le cose suddette ai frati, siccome a quelli la dottrina ed i costumi de′ quali non gli possono essere noti, oltre alla fisica non che morale certezza che esso potrà asserire avervi, che in tanta moltiludine di gente, come contengono i varii ordini religiosi, non tutti possano essere così dotti, non tutti così prudenti, non tutti così ben costumati, come all′esercizio delle funzioni ecclesiastiche si conviene. Queste ragioni, appoggiate alla dotttina che andrà spargendo il nuovo e ne′ seminari bene istruito clero, metterà senza dubbio in calma gli animi di tutto il popolo,  e faranno star chiuse nella faretra le frecce pontificie. Che se il principe non vuole levare di botto a tutte le regole dei frati la confessione e le prediche per tutti i tempi a venire, egli può però con tutta franchezza e senza il menomo timore intraprendere di privarnela per qualche spazio di tempo, come sarebbe a dire di cinque, di dieci, o di quindici o di più anni, ora un convento ed ora l′altro, mettendo per questo modo in dispregio della gente tutti gli ordini religiosi che vi saranno nelloo Stato suo. In tale caso il prinqipe deve contentarsi di dire ch′egli è stato spinto da importantissime ragioni a dover venire ad una tale risoluzione; ma egli si ha da astenere dal renderle palesi, per non dare occasione a′ frati di volersi scolpare e di mostrare che siano loro state date di false imputazioni, e di cacciare con queste loro ciance, secondo la loro malvagia consuetudine, a rumore ed a furore la gente. Il principe ha semplicemente da comandare. Il resto lo hanno da fare i preti ed i professori. Allora il popolo, che vuol sempre indovinare i motivi delle leggi e de′ comandi del suo sovrano, si metterà ad attribuire a posta sua a que′ frati, cui avrà toccata tale disgrazia, molto maggiori delitti ancora che non quelli onde eglino sono ordinariamente rei e che li rendono indegni del ministerio di ogni ecclesiastica funzione.

Oltre le confessioni e le prediche, si servono i frati per uccellare la gente, anche di certe loro funzioni particolari, che con molta pompa e solennità vanno di tanto in tanto celebrando. Qualche solenne messa in onore di qualche lor santo, qualche benedizione, qualche indulgenza plenaria, qualche via crucis, ed altre storie somiglianti, sono gli strumenti ordinarii coi quali attirano nella gabbia il credulo e semplice popolo. In tali occasioni c′è sempre qualche frate che sia sulla porta della chiesa, qualchedun altro che fa la sentinella all′uscio del convento, ed alcuni altri che corrono attorno di qua e di là. Ora, tutti questi servono a fare bella accoglienza al popolo che viene, ad intrattenere gli affettuosi amici dell′ordine, a divertire le superstiziose donne, ed, in una parola, ad ingannare tutti. Il popolo, vinto da queste devozioni, da queste dispense d′indulgenze e da queste pratiche religiose, si fa schiavo di cotesti frati, corre a confessarsi da loro, va a sentire le loro prediche, si sceglie qualcuno fra loro per suo direttore, e va poi facendo a′ suoi cari frati spessi sagrifizi del suo denaro, della sua famiglia e della sua mensa. Un principe savio deve abolire tutte queste ciance ingannatrici. Egli deve mettere ordine perchè quelle devozioni che occorrono si possano fare nelle chiese, che vengono servite dal clero secolare: ed ai frati non voglionsi lasciar a verun patto queste pratiche che che da loro non a fine di divozione, ma per interesse e per politica, con iscandalo di tutti i veri cristiani, vengano coltivate. Questo non è finalmente una grande impresa, e da dover temere che la corte romana ne faccia del fracasso, o che il popolo se ne rammarichi. E l′abolire queste pie frodi servirà moltissimo per liberare il volgo dal giogo sì della superstizione come de′ frati.

Certi ordini tengono ancora, oltre le mentovate divozioni, gli oratorii privati per quella gente che è specialmente ed in una maniera più particolare divota dell′ordine e del convento. Ognuno può da sè medesimo figurarsi che in tali oratorii, dove solamente vengono ammessi i ciechi adoratori di quella tal regola di frati, e donde restano esclusi tutti gli altri, i religiosi hanno tutto l′agio e tutta la libertà di poter dire, sostenere, ed imprimere negli animi dei loro divoti ascoltatori tutto quello che vogliono e che può tornare in loro vantaggio. E di fatto in questi oratorii i frati procurano per l′ordinario unicamente di guadagnarsi in una più particolare maniera l′affetto e la stima della gente, di renderla superstiziosa, e di distaccarla dall′amore della patria e dalla pratica di tutte le virtù morali, per attaccarla del tutto all′ordine suo, e per aversela soggetta in ogni cosa. Laonde sommamente importa che il principe proibisca tutti questi oratorii privati; il che per agevole maniera e senza veruna opposizione da niuna parte può venire eseguito.

Quello che i frati non possono fare a forza di confessioni, di prediche, di oratorii e di lor divozioncelle, lo vanno essi facendo col mezzo di frequentare le case de′ privati. Certi frati vanno per le case affine di propagare la superstizione, certi per dar pascolo alla loro lussuria, tali per avervi da comandare e da menare per il naso o il padre o la madre od i figliuoli, tali altri per cagionarvi dei disordini e dei tumulti, moltissimi per chiedere delle abbondanti limosine o per loro o per il loro convento o per la loro chiesa, e tutti finalmente per qualche cattivo e malvagio fine. Il principe farà dunque bene comandare che i frati si abbiano a stare nelle loro celle, e, giacchè hanno rinunziato al mondo ed alle le pompe sue, che non si lascino vedere nel mondo, che non vengano alle conversazioni, non ai giuochi, non alle mense dei mondani. Si può eziandio proibire ai secolari che non li mandino a chiamare, e che, siccome i frati non hanno da poter venire da loro, così neppure essi vadano a disturbare in qualsisia tempo i religiosi nelle loro occupazioni. Ai Mendicanti devesi comandare che, quando vanno ad accattare la limosina, non abbiano da entrare nelle case a cicalare coi padroni e coi domestici, ma che picchino alla porta o suonino la campanella, ed aspettino che la limosina venga loro al piè della casa recata da chi avrà talento di darne loro. Cotali mendicanti, sotto pretesto di doversi raccomandare per la limosina a′ loro benefattori, e di doverla poi racccogliere, vanno tutto il giorno per le case de′ secolari, e vi arrecano con esso loro una infinità di malanni e di disordini, come si è mostrato più addietro. Che se il principe non vuole levare del tutto ai frati la libertà di poter andare per le case de′ privati, egli deve almeno ristringerla, ordinando che niun frate possa uscire in determinati giorni della settimana, e che, se in tali giorni qualche frate sarà veduto fare un passo dentro la casa di un privato, egli debba essere senza veruna remissione punito, quando il superiore suo non potesse provare che per gravissimo motivo abbia dovuto concedere al frate una licenza siffatta. Inoltre vuolsi sotto grave pena proibire che niun religioso possa uscire dal convento senza qualche compagno; perchè darassi bene qualche caso dove l′uno avrà soggezione dell′altro e che non sì leggermente si accorderanno a commettere fuori del convento di comune consenso le loro solite iniquità.

Le ricchezze, che con mille arti inique hanno finora ammassato e vanno tuttavia ammassandoo i religiosi, sono la cagione della miseria degli stati e della ruina delle famiglie private. Sicchè una delle più grandi premure del principe ha da essere di pensare a′ modi come si possa impedire che gli ordini religiosi non si attirino più in avvenire nè maggior quantità di denaro nè più gran copia di possessioni, e come si possa ottenere che i frati debbano al pari di tutti gli altri sudditi concorrere a sostenere le gravezze dello Stato rispetto a quei beni che già effettivamente posseggono. Riguardo al primo punto devesi fare una legge universale, in vigor della quale venga stabilito che niun bene stabile possa ormai più sotto qualsisia titolo od oneroso o lucrativo passare nelle mani–morte, e che niun privato possa nè per via di contratto fra vivi, nè per cagione di messe o di altro fine sprituale, donare, legare e dare ai religiosi una somma di denaro che oltrapassi una certa quantità, la quale da ciascun principe nel proprio Stato sarà nella suddetta legge secondo le circostanze del suo paese determinata. Intorno a questo punto hanno già la maggior parte de′ nostri principi aperto gli occhi, e però a′ nostri dì diversi  editti si sono pubblicati che pongono freno all′ingordigia degli ecclesiastici. Quei sovrani adunque che non hanno ancora promulgate leggi siffatte, potranno prendere norma ed esempio dagli editti suddetti e potranno secondo quelli, e massimamente secondo la nuova legge della repubblica di Venezia, comporre e regolare gli ordini da darsi intorno a questa così importante faccenda.

Rispetto all′altro punto del ridurre i religiosi a dovere insieme colle altre diverse classi dei sudditi soggiacere ai pesi dello Stato, altro mezzo per mio avviso non ci ha che di obbligarli espressamente a dover contribuire ogni anno una certa somma di denaro, sia sotto titolo di contribuzione, o sia sotto il colore di dono gratuito; chè ciò poco importa, fuorchè vengano annualmente a pagare quel tanto che pagano altri sudditi, a proporzione dei loro beni. Per consolare poi alquanto cotesti religiosi, e per far parere che il principe voglia però ancora rispettare in qualche maniera le loro pretese immunità, potrassi loro concedere che essi possano di lor propria autorità fare lo spartimento della somma totale, e conoscere e stabilire quanto ogni convento abbia da contribuire per mettere insieme la somma intiera. Ma poichè per fare questa divisione sarebbe necessario che i deputati degli ordini religiosi si radunassero in un certo luogo, e che queste radunanze potrebbero essere frequenti, attesochè le contribuzioni che occorrono sono secondo i varii bisogni dello Stato, ora maggiori ed ora minori, egli è per il bene del principe e dello Stato assolutamente necessario di stabilire che, ogni volta che i commissarii degli ordini religiosi si raduneranno per il fine suddetto, essi abbiano, prima di convenire, da darne parte al principe, perchè egli vi possa dal canto suo mandare un commissario, il quale debba intervenire a tutte le loro sessioni ed aver cura che niun′altra faccenda che quella dei conti e dello spartimento della somma suddetta vi venga trattata. Perchè altrimenti potrebbero gli ecclesiastici servirsi di queste occasioni per cospirare tra di loro in un qualche accordo pregiudizievole al principe ed al suo Stato, o per trattare altre cose che non spettassero alla loro commisisione e cognizione; come appunto avviene in Francia, dove i prelati, che ogni tempo si uniscono per fare lo spartimento dei doni gratuiti da pagarsi al re, si arrogano nel medesimo tempo l′autorità di trattare di altre faccende più importanti ancora, e di far decisioni sui punti della religione e della disciplina ecclesiastica.

Tra i mezzi di riformare i frati, due sono da alcuni reputati per ottimi: l′uno si è di ridurli tutti sotto all′ubbidienza de′ vescovi, dalla quale si sono per ingiuste maniere sottratti: e l′altro di fare in guisa che, laddove presentemente vi hanno nel mondo cristiano una infinità di queste maschere religiose, le quali sotto diverse regole vivono e in abiti diversi vanno vestite, tutti cotesti ordini venissero ristretti a tre o quattro che tra loro sì per rispetto alla disciplina come per riguardo ai vestimenti fossero distinti, io avrei molte difficoltà di grave momento da opporre sì all′uno che all′altro di questi progetti: e tra le altre sono queste; che il primo renderebbe troppo potenti i vescovi, i quali coll′aiuto de′ monaci potrebbero giugnere a dar di molte e gravi brighe ai principi, ed a voler fare delle novità nello Stato in favore del clero sì regolare che secolare, per tirare a sè tutta la potenza e forza possibile, spogliandone i principi e le repubbliche ed i magistrati secolari. Il secondo progetto non giova a nulla; perchè, quantunque i frati fossero ridotti a sole quattro regole, noi avremmo sempre de′ frati con tutti que′ vizii e difetti onde sogliono essere accompagnati, quando non si venga a praticare verso di loro quei mezzi che abbbiamo accennato finora. Inoltre egli è cotanto impossibile di poter venire a capo di queste due cose, oppure solamente dell′una di esse, che io tengo per molto più agevole e praticabile impresa questa, che ogni principe si mettesse a scacciare a poco a poco, sotto diversi pretesti e senza far sembiante di avere un tal pensiero nell′animo, tutte le religioni di frati da′ suoi Stati.

Note

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[1] s′allefica: attecchisce [ndr]

[2] Come racconta Boccaccio in una celebre novella del Decameron (giornata III, novella decima) [ndr]

[3] Gl. can, Presbyter 28. Can. Lector 34. Can. si quando 15 qu. 6.

Fagnan. Cap. super eo de Bigam. n. 1617. Papa est major apostolo, nec Pauli nec Petri praeceptis astringitur. In altra parte dice: omnia potest extra jus, supra jus, contra jus.

[4] Querelles littèraires, ou Mèmoires pour servir à l′histoire des rèvolutions de la rèpublique des lettres.

[5] codiarlo: pedinarlo. [ndr]

[6] Carol M. de imagin. Hadrian. epist. VII Svarez, et bin ad Concil Francf,

[7] Per più estesi ragguagli sui processi, torture e supplitii del tribunale dell'inquisizione, può il lettore ricorrere alla concisa e stimata Storia critica dell′Inquisizione di Spagna del signor Llorente, segretario generale di quel tribunale medesimo, stampata in Torino 1851, tipografia Canfari. " Nota degli Editori.

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Ultimo aggiornamento: 02 novembre 2011