Carlo Antonio Pilati

 

Riflessioni di un italiano sulla Chiesa

Edizione di riferimento:

Carlo Antonio Pilati Riflessioni di un italiano sulla Chiesa, Torino 1852, tipografia Editrice  dei fratelli Canfari.

Riflessioni di un italiano sulla Chiesa

Sopra la chiesa in generale

Sopra il clero sì regolare che secolare

sopra i vescovi e i pontefici romani

e sopra i diritti ecclesiastici dei principi

precedute dalla relazione del Regno di Cumba

e da riflessioni sulla medesima

opera del giureconsulto C. a. Pilati

CENNI SULLA VITA DELL′AUTORE

In Tassullo, terra di Val di Non nel principato di Trento, nasceva nel 1733 CarlAntonio Pilati.– Dotato di fervido e prematuro ingegno, all′ età di 27 già abbandonava la cattedra di giurisprudenza che occupava in Gottinga, per recarsi professore di legge nel Liceo di Trento. – Cominciò allora a farsi conoscere co′ suoi scritti, tutti caldi di amor patrio, ed a chiarirsi italiano benché suddito d′Austria. Lo prese quindi vaghezza di visitare le più colte contrade europee; onde, abbandonata la cattedra, passò in Francia, e quindi in Olanda, Alemagna, Prussia, e Danimarca, ove fu dal re caldamente pregato di trattenersi. – Attento osservatore, dappertutto trovò da imparare; e da Giuseppe II imperatore fu molto consultato circa le riforme che divisava introdurre ne′ suoi Stati. Consigliere de′ più illuminati sovrani, stimato dai dotti, colmo di onorificenze, rimanevagli pur caldo in cuore il desiderio del suo povero paesello nativo; onde, cessando dalle sue peregrinazioni, tornava in Tassullo a passarvi tranquillamente i suoi giorni e dedicarsi a′ suoi prediletti studii; nè più si mosse fuorché molto più tardi, per invito di Leopoldo imperatore che lo chiamava a Vienna onde giovarsi de′ suoi consigli. – Ma negli ultimi anni del viver suo fu dal turbine degli avvenimenti guerreschi nuovamente distolto dalla pace del suo ritiro. – Nel 1796, invaso dall′armi francesi buon tratto del Trentino, il pubblico voto ed il generale Vaubois invitavanlo a far parte del governo provvisorio che da′ Vincitori volevasi instituire: – Ma il Pilati non credè opportuno aderirvi, poco ragionevole parendogli ch′esso, nativo di una terra ancor soggetta all′austriaco, andasse a rappresentare parte politica in terra divenuta per forza d′armi francese. Nel 1801 però, quando i francesi occuparono anche la Valle di Non, non potè più schermirsi dal passare a Trento presidente del Consiglio superiore del Tirolo meridionale. – Ma le aspre fatiche di questa carica in età quasi settuagenaria ne alterarono in breve la salute fino allora vigorosa; onde, accorgendosi del prossimo suo fine, volle che le sue ossa riposassero nel luogo natale; ed ivi recatosi, spirò il dì 27 ottobre 1802, legando il suo avere all′unica sua figlia Leopoldina, sposa di Michele Conci di Brattia.

Giureconsulto e pubblicista valentissimo; versato in tutte le lingue europee, molte sono le opere da lui scritte e stampate nell′uno o nell′altro idioma, e talvolta in varii di essi. – Forse la moltiplicità appunto delle favelle da lui conosciute gli fu d′inciampo al riuscire modello di stile forbito ed elegante: ma la profonda erudizione che rivelasi ne′ suoi trattati e la facile andatura della sua espressione compensano abbondevolmente quel difetto. Potrebbesi per avventura censurare il suo vezzo degli apologhi, talora peccanti di scurrilità, che per amor d′evidenza ma con detrimento del buon gusto e della dignità innestava in taluno de′ suoi scritti: ma ciò non toglie che questi, sceverandone il superfluo, si possano con vanlaggio studiare.

Frefazione

Antica e disastrosa lotta nè si tosto pacificabile è quella che combattono i popoli onde redimersi dal vassallaggio del clero nelle materie civili; ed ostinata è la pervicacia di questo nel difendere a tutta oltranza i suoi privilegi, osteggiando fin l′apparenza d′ogni progresso: tanto che negli animi meno fidenti nel finale inevitabile trionfo della buona causa nacque perfino il condannevole dubbio che incompatibile colla libertà e con ogni miglioramento sociale sia quella religione medesima che pur veniva da Cristo fondata onde affratellare l′umanità intiera ed emanciparla da′ despotismi d′ogni sorta.

Ma il buon senso de′ più facilmente ravvisa che non nella essenza della religione, ma nella ambiziosa corruttela degli uomini, e nel funesto abborrimento de′ principi ecclesiastici al ritornare a meno imperativa ma più nobile ed evangelica condotta, stanno il vizio e la cagion del conflitto.

Ripugna loro infatti, dopo secoli di fatiche e di raggiri per istrappare o dalla cieca pietà o dalla debolezza o da′ mal sopiti rimorsi de′ temporali dominatori una sequela di privilegi, d′immunità, di liberalità ingenti, per cui crebbero in isplendore e dovizia e potenza, e di pastori divennero principi, di maestri e consiglieri si fecero padroni e giudici; – ripugna loro il rinunziare a tanto acquisto. Nè badano che la lor condanna è scritta dappertutto; nel sano criterio; ne′ precetti apostolici; ne′ testi de′ primi padri della Chiesa; negli atti de′ primi vescovi, i quali, lungi dal disconoscere le leggi civili, ricorrevano anzi al principe onde ottenere il suo assenso alle loro decisioni in materia religiosa; e più di tutto nelle parole del Salvatore slesso, che sancì la supremazia governativa ordinando che dovesse pagarsi a Cesare il tributo: – Ed ora chiamano oltraggio alla religione e sacrilegio il volerle toglier d′innanzi quel teatrale apparato di superiorità caduca, che, in vece di aggiungerle decoro, ne scema la maestà.

Lungo è il cammino che hassi a ricalcare pria di riavvicinarci al punto onde mosse bambino e crebbe in pochi passi gigante il cristianesimo mercè l′affrancante rivoluzione da esso recata in tutto il congegnamento del meccanismo sociale e religioso. Tuttavia alcuni de′ più perniciosi abusi vengono man mano, sebben con fatica, sterpati. – E non ha guari che ebbimo presso di noi ad assistere ad un atto della più evidente necessità e giustizia; quello intendiamo per cui vennero soppressi i tribunali ecclesiastici. Pure, ad onta della sua manifesta equità, lo vedemmo accanitamenle combattuto, quasi empio attentato e scandalosa novazione: mentre ormai nel solo nostro paese erasi fino a sì tarda epoca serbata tale reliquia di privilegio giuridico.

E dovemmo udir vantare come diritto ciò che in origine fu mera concessione di principi, epperciò rivocabile; oppure abuso passato in consuetudine, epperciò sopprimibile, siccome quello che, svincolando una parte de′ cittadini dall′obbedienza alle leggi dello Stato, e formandone così una fazione legale, inceppa la libera azione della potestà civile: – e tanto udir favellare di diritto, nè mai di dovere, da aver ad appuntare che nel Vangelo questo è inculcato e non quello.

Il primo diritto è quello delle nazioni: sotto qualsivoglia forma governativa esse reggansi, necessario è che liberi svolgansi i loro interni regolamenti: – due autorità antagoniste non possono insieme acconciarsi senza che l′una in breve andare non facciasi mancipio dell′altra, ed in questa assorbita sparisca: – quel governo pertanto che consente a dividere la propria autorità, non solamente cede porzione d′una inalienabile altrui proprietà, ma corre difilato al suicidio.

Sconfitto sul campo del diritto, trincerasi il clero dietro la ragion del possesso: – ma anche l′usurpazione e peggio, tanto che durano, sono possesso …. – Quel giorno che alla ragion del diritto l′umano codice quella sostituisse del possesso, quel giorno segnerebbe la sentenza dello sfacelo di tutto quanto l′edifizio sociale, peggio che l′incarnazione dello spettro del comunismo, il quale, minacciando le basi e perfino il nome della proprietà, cotanto è funesto agli ozii de′ meticolosi beniamini del censo.

E qual bisogno ha ella la religione di predominio, di privilegi e di imperio terreno? Forsechè dalla solidità delle sue divine fondamenta non può ella sfidare impavida qualunque violenza o protervia umana? – La vicendevole indipendenza dello Stato e del Culto è il solo mezzo onde prosperino entrambi. Troppo tristo è il riflettere come l′ineluttabile bisogno appunto di sprigionarsi dalla eterogenea pressione clericale, e il dispetto dello irragionevole contrasto, abbiano forse spinto talun principe o popolo a deplorabili scismi, ond′ebbe poscia vedovata la Chiesa a battersi per dolore il petto.

Così ardua e delicata questione, che fa palpitare le fibre più vitali dell′organismo sociale e lambe sì dappresso la più venerabile delle istituzioni, la religione, merita d′ essere profondamente studiata: – ond′è che noi, cittadini d′un paese ammirato per temperanza politica, tenace ne′ propositi, nuovo ma saldo nell′agone delle libertà, alla vigilia di veder sottoposte al voto de′ suoi legislatori altre invocate e promesse leggi di pari merito e natura, bramosi quant′altri del suo materiale e morale incremento, risolvemmo di riprodurre co′ nostri tipi questo volume, scritto in altri tempi, ma affatto coerente alle odierne controversie.

Lavoro d un distinto giureconsulto, cattolico ortodosso, e critico sottile ma spassionato, esso narra l′istoria della Chiesa, e, riverendone la santità del dogma, ne lamenta il fasto e la decadenza; colla cronaca in una mano e col Vangelo nell′altra la richiama al suo apostolato, censurandone arditamente ma senza livore gli abusi; e, dipingendola qual fu e quale dovrebb′essere tuttora, ci riempie l′anima di nuova e più sublime ammirazione per essa e pe′ suoi fondatori.

Badando all′ epoca della sua prima ed unica conosciuta edizione, stampata in Venezia, ma colla data di Borgofrancone 1768, parrebbe che il Pilati abbia scritto quest′opera durante il regno dell′imperatrice Maria Teresa d′Austria: ma l′età dell′autore e le relazioni ch′egli ebbe con Giuseppe II, che le succedette nel 1780, ci lascian credere che nell′esordio del regno di questo, e per consenso od anche comando di lui, siavisi egli accinto, appunto allorché questo imperatore di Germania preparavasi ad introdurre ne′ suoi Stati le tanto celebri riforme [1]: oppure, se la data è veridica, conviene inchinarsi al senno ed al civile coraggio del Pilati, il quale osò affrontare i pericolosi ed allor solidarii sdegni clericali e principeschi, e, fallosi, in quel miglior modo che per lui si potea, banditore del vero, diè forse spinta a Maria Teresa medesima, la quale infatti negli ultimi anni del viver suo, con cautela di modi ma colla natural sua fermezza, iniziava riordinamenti siffatti, e chetamente attendeva a preparar gli animi e le coscienze de′ popoli a gradirli.

Lasciando al Pilati il discorrere della sua tesi, noteremo soltanto com′egli colla estesa sua cognizione degli storici religiosi ci conduca pian piano a veder chiaro in quel caos che appellasi diritto ecclesiastico; e, in modo evidente sceverando quanto alla Chiesa e quanto allo Stato appartenga, senza ledere la suscettibilità del più zeloso cattolico, faccia toccar con mano qual tratto corra fra l′attuale preponderanza clericale e la primitiva sommissione apostolica, e quanta ragione abbia la potestà civile di rivendicare la propria autonomia.

Precede il suo trattato un′arguta allegoria, nella quale il sovrano d′un′isola asiatica, chiamata Cumba, narra la serie di sciagure cagionate a lui ed a′ suoi popoli dall′introduzione degli ordini religiosi e monastici; – e la fa poi seguire da riflessioni, con cui prende a disamina i danni che quelli arrecano, e, biasimandone la scioperatezza, consiglia l′estirpamento di queste piante parassite che perennemente consumano senza mai nulla produrre, e danneggiano lo stato privandolo del concorso degli ingegni e delle dovizie che in essi vanno a seppellirsi, moltiplicando le braccia oziose e questuanti con manifesto furto all′industria e prosperità nazionale: conchiude raccomandando la soppressione o una forte riduzione almeno de′ conventi e monasteri, e ne propone i mezzi più validi e meno violenti.

Discorre quindi eruditamente, nel contesto dell′opera, della forma affatto democratica delle elezioni alle dignità ecclesiastiche ne′ primi periodi del cristianesimo; nel che concorda coi più riputati scrittori di tal materia [2] – Ragiona del diritto d′asilo, oggidì fortunatamente abolito quasi in ogni dove, eppure a lungo propugnato dal clero, inconscio forse che, per una favilla di bene che per avventura in rare circostanze ed in altri tempi possa aver partorito, troppo grande era il disdoro che ne veniva a′ luoghi sacri vituperandoli con farli palladio del misfatto, e dimentico che Gesù di propria mano scacciava dal tempio gli usurai, i quali pur non sono i pessimi tra i facinorosi. – Dimostra che mere consultazioni e componimenti amichevoli erano i giudizii emessi dagli ecclesiastici nelle querele fra cristiani [3]. – E man mano ci svolge tutta la storia della Chiesa, dalla sua dipendenza da′ sovrani temporali tanto ne′ tempi pagani come sotto gli imperatori cristiani d′oriente, e da que′ d′occidente dopo che i pontefici chiamarono i franchi in Italia, fino a Carlo Magno, per la debolezza de cui successori venne poi fatto al clero di sottrarsi non solo alle leggi civili, ma di costituire una formidabile invaditrice potenza, ed i vicarii di Cristo, divenuti sovrani terreni mercè le orde straniere, presero a disporre a lor talento de′ popoli e delle dinastie, deridendo quasi la semplicità del Maestro che rinunziava a′ regni di questo mondo.

Non vogliamo più oltre soffermarci sulla materia, trovandosi ella ampiamente, e meglio che da noi non sappiasi, dal dotto autore sviluppata nell′opera. Ma ci sia lecito almeno sperare che venga questa accolta con quell′animo con cui la riproduciamo: di veder cioè diffondersi il gusto della spassionata e dignitosa discussione, e di scorgere l′opinione pubblica avviarsi a sciogliere ragionevolmente questo sì evidente e pur così franteso problema della separazione della Chiesa dallo Stato.

Libertà alla coscienza, a costringer la quale vani sono i comandi, vani i patiboli: – obbedienza e partecipazione da tutti e per tutti alle leggi dello Stato, arterie della sociale convivenza. – Per tal guisa l′uman genere batterà senza inciampi la sua via, nè avrà continuamente a duellare a morte colla necessità di progredire da un lato e coll′incubo delle vacue ma pur terribili pretese clericali dall′altro. E fuor dalla nebbia de′ sgombri errori e dalle macerie della abbattuta signoria teocratica vedrem risorgere luminoso e benefico il genio del cristianesimo, pari al giorno in cui seminava le lingue infocate sul capo agli apostoli.

Onore e gratitudine alla Chiesa, alla benemerita dell′uman genere! Quando i vescovi, fiaccole di carità evangelica, sedendo paterni arbitratori fra i cristiani, li distoglievano alle interminabili e vessatorie tergiversazioni del foro pagano; – quando più tardi, cadute le tavole delle leggi romane infrante dalla spada e dall′ignoranza del nordico invasore, sulla rovina delle scienze, delle arti e delle nazionalità migliaia di loricati predoni ergevano turriti covili, donde a capriccio taglieggiavano per tutto l′àmbito del lor feudo, e spiccavano sentenze attinte alla giurisprudenza dell′aggressione, assurde come i loro stemmi, calpestatrici come l′unghia ferrata del lor cavallo di battaglia: – Allora la Chiesa, sola fra tanto buio d′intelletti depositaria di dottrina, di giustizia e di cuore, stendeva le sue ali tutelari sullo smagrito colono; – allora i vescovi eran davvero pastori cui rannicchiavasi intorno il gregge insidiato dai lupi. – Anche allorquando par che la Chiesa dimentichi le sue tradizioni medesime ed i materni suoi istinti, ricordiamci però noi ch′ella raccolse e conservò nel suo seno la semiviva civiltà antica, la riscaldò col suo alito, e la trasmise a′ secoli feconda germinatrice di novella vita, e capace, malgrado l′ingiusto abbandono, del vigoroso suo incesso moderno. Ora è nuovamente adulta, nè più lice misurarle ogni passo o rampognarla per ogni ardito concetto che nella sua maschia vigoria lasci balenare: – chi a tanto si attenta, imita qudl′aio il quale, non accorgendosi che l′allievo ricevuto bambino già divenne uomo, si maraviglia della inattesa indocilità, e riesce a rendersi ridicolo piuttosto che rispettabile cogli inutili sforzi di puntellare l′anacronismo della sua detronizzata tutela.

Infinite e sfuggevoli ad umano intendimento sono le vie per cui maturasi l′opera del sociale perfezionamento; e nell′intricato giro de′ sentieri provvidenziali sovente par retrocedere, e si innoltra. Non rechisi oltraggio alla mano creatrice che a tutto il suo artifizio diè impulso irrefrenabile. – Già caddero sotto l′anatema dell′universo civile le torture, i roghi, e pressoché tutti gli orridi trastulli della barbarie scettrata e mitrata; o pavidi e rantolosi più non funestano che qualche infelice lembo di terra il feudalismo, la schiavitù, le eccezionalità legali, le inquisizioni. – I secoli corrono indefessi il lor cammino, e volente guidano, nolente trascinano l′umanità; la quale, se copresi per ribrezzo il viso in cospetto della restaurazione del sant′uffizio e del cavalletto nella metropoli dell′orbe cattolico, volge però consolata lo sguardo alla musulmana Bisanzio, e scorge il rozzo, sensuale ed assolutista seguace di Maometto impietosirsi alle sventure nobilmente per la patria patite, e largheggiare di ospitali difese ai raminghi apostoli della emancipazione popolare. – Il carro del progresso non istriscia ma gira su per l′erta della civiltà; e la sua ruota, avvolgendosi intorno a se stessa, corre bensì una periodica vicenda di salita e di scesa nel suo circolo esterno, ma trae nondimeno senza posa innanzi il proprio asse.  – Gli Editori

DEDICA E RAGIONE DELL OPERA

Eccellenza:

Io ho, Eccellenza, procurato di soddisfare il meglio che ho potuto al suo nobilissimo e lodevolissimo desiderio, ed a′ suoi venerati comandi. Ella mi ha imposto di stendere in carta e dare alla luce i miei sentimenti, qualunque essi si fossero, intorno alla Chiesa, al clero, ai pontefici, ed ai diritti de′ principi sopra le cose e le persone della Chiesa. Io le ho voluto prestare, come conveniva, ubbidienza: e posso assicurarla che nello eseguire i suoi comandi io a niun′altra cosa ho avuto riguardo che unicamente alla verità. Iddio mi sia testimonio, e, se mento, punitore severo, che nella composizione di quest′opera da niuna malvagia passione sono stato sospinto e strascinato giammai a ire cosa che io giudicassi lontana dal vero, ma piantare alcuna proposizione che non avessi prima da ogni lato a tutto mio potere accuratamente esaminata. Prima di tutto ho voluto trattare separatamente degli ordini religiosi; il qual partito per due cagioni è stato da me preso. La prima si è, che le cose che s′hanno da dire intorno a′ frati sono tante, e per la maggior parte così fattamente loro proprie, che a volerle mischiare con quelle dell′altro clero partorirebbero confusione: la seconda n′è, che, essendomi per avventura venuta alle mani la Relazione del Regno di Cumba, nella quale viene narrato come per le varie colpe de′ religiosi quel regno sia stato rovinato e distrutto, ho stimato dovermi quella Relazione servire per potervi far sopra delle riflessioni, ad intendimento di mostrare che per quelle medesime ragioni e per alcune altre ancora la medesima disavventura a tutti gli altri Stati, dove gli ordini religiosi sono ricevuti, debba necessariamente toccare.

Dopo aver premesse queste mie riflessioni intorno ai frati, passo poi a trattare della Chiesa in generale, e de′preti, e′ vescovi, de′ metropolitani, de′ pontefici in particolare: ragiono de′ Concilii, dell′origine e del progresso delle ricchezze delle Chiese, de′ beneficii, della giurisdizione ecclesiastica, delle immunità, e di altre cose tali, che alla dottrina e disciplina ecclesiastica appartengono: finalmente esamino i diritti de′ principi sopra le cose e le persone della Chiesa, e mostro quali confini siano posti tra la Chiesa e la società civile, e come quella da varie parti in varii tempi li abbia con indicibile danno degli Stati civili trapassati, ed ancora nella usurpata possessione con universale sommo pregiudizio si conservi. Io ho adunque fatto la parte mia. Ora tocca a Vostra Eccellenza ad a′ suoi eguali di fare il dover loro; chè dovere assoluto di ogni fedele ministro si è tanto di rendere accorto il suo principe de′ torti e danni che vengono recati a lui, a′ suoi sudditi, ed a tutto lo Stato, come di disporlo a volere efficacemente e risolutamente mettere in opera tutti i mezzi e tutte le forze sue per liberare i sudditi dalle tirannie di quelli che li opprimono, dalle rapacità di quelli che i denari e le possessioni loro rapiscono, dagli insulti di quelli che ogni cosa possono intraprendere impunemente, dalle ingiustizie ai quelli che si fanno giustizia a posta loro, dalle usurpazioni di quelli che in un medesimo Stato ardiscono farsi delle leggi ed una giurisdizione separata, dalle inique prepotenze di quelli che tutto vogliono avere, tutto godere, e dare nulla, nulla contribuire, nulla insieme cogli altri sopportare, e finalmente dalle frodi ed astuzie di quelli che sotto il pretesto della religione e della salute eterna cercano di dare a tutti la morte col veleno della superstizione.

Io mi raccomando a Vostra Eccellenza perchè mi conservi la grazia e protezione sua.

Note

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[1] Traduciamo qui un brano della Storia di Casa d'Austria del Coxe, a disinganno di chi persevera a chiamar ribellione alla religione ogni atto che menomi l′ingerenza della Chiesa nel temporale.

« Avea Giuseppe II un fondo inalterabile di religione; ma pensava che molti abusi s'erano introdotti in mezzo alla ignoranza e barbarie de' tempi, e non tutte le antiche istituzioni potevano adattarsi nè al libero corso del reggimento politico, nè alla prosperità cui intendeva d'incamminare i suoi Stati. Quindi, tenendo pure per dominante la religione cattolica, in parecchie cose d'ordine limitò l′autorità del papa, ingiungendo ai vescovi di non ritenere per valida alcuna bolla che non pervenisse loro per mezzo del governo; sottomise gl'istituti religiosi alla giurisdizione dell′ordinario, sottraendoli a quella de' loro generali in Roma.

Così eresse nuovi vescovati ove li trovò necessarii; ed altri, creduti inutili, abolì; e limitò le rendite a quelli ch'erano troppo ricchi. A rendere poi più comodo ai popolani l'esercizio del culto fondò quattrocento nuove parrocchie, ed insieme soppresse duemila ventiquattro monasteri, fra i quali tutti quelli di monache, salvo le Orsoline e quelle della Visitazione, perchè intese alla educazione della gioventù; con che di trentaseimila individui religiosi d'ambi i sessi non ne rimasero più che duemila e settecento: e i monasteri lasciati vuoti trasmutò in ospedali, in case d'istruzione, e in quartieri militari. A queste cose aggiunse la proibizione de' pellegrinaggi di divozione, la pubblicazione di un catechismo politico e morale, un ordine di semplicità nelle funzioni di religione e ne' mortorii. Richiamò la podestà civile a presiedere ai matrimonii come contratti civili: abolì il diritto di primogenitura, ed accordò ai figli naturali di succedere. Finalmente promulgò il suo celebre editto di tolleranza ai 13 d'ottobre 1781, a cui in diversi tempi fece alcune aggiunte: pel quale venne accordato il libero esercizio del loro culto a tutti i membri delle Chiese greca e protestante qualificati col nome d′Acattolici, dichiarando eguali in diritto tutti i cristiani di qualunque denominazione, de' quali abilitò ogni aggregazione di tremila anime ad innalzare in qualunque città un tempio purché vi si aggiungesse un fondo sufficiente per manteni mento di un ministro e per soccorso dei poveri: e fece fare una nuova traduzione in tedesco della bibbia. In quanto a' giudei, permise loro l'esercizio delle arti e de' mestieri e quello dell'agricoltura, ed accordò loro anche il diritto di frequentare le scuole pubbliche e le università. »

L'esempio della dinastia d'Absburgo, sì benevisa da secoli alla sede romana, può senza tema d'empietà venire in tal materia seguito.

 

[2] Veggasi, fra gli altri, fra Paolo Sarpì, Trattato delle Materie Beneficiarie, § XVI.

[3] Non altrimenti, con esempio recente, O'Connel, il grande agitatore d'Irlanda, consigliava a' suoi compaesani cattolici di rimettere la decisione de' loro piati a′ proprii vescovi, e scansare così il dispendio e soprattutto la parzialità della legislazione protestante.

 

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Ultimo aggiornamento: 02 novembre 2011