CARLO ANTONIO PILATI

Plan d’une législation criminelle

Piano d'una legislazione criminale

Trascrizione dal manoscritto e traduzione dal francese

di Marina Pilati

Pe gentile concessione della prof.ssa Marina Pilati

Edizione di riferimento:

Carlo Antonio Pilati, Plan d’une législation criminelle, testo manoscritto mai pubblicato, traduzione di Marina Pilati.

CAPITOLO IX

CONTINUAZIONE DEL MEDESIMO SOGGETTO

DEL FURTO IN GENERALE

Tanto si è detto e provato con convincentissime ragioni che non si deve condannare a morte un ladro, che certo non mi fermerò qui per provare il contrario [1]. Non si tratta dunque che di stabilire delle leggi appropriate a intimorire i ladri e nello stesso tempo a risarcire le persone derubate. Diodoro di Sicilia [2] riporta una legge degli Egiziani che pecca in questo, cioè che non mirava che a procurare alle persone derubate la restituzione delle cose e non puniva affatto il ladro. In virtù di questa legge i ladri dovevano avere un capo che era il depositario di tutto cio' che rubavano. Quelli che volevano fare questo mestiere dovevano iscriversi presso quest'uomo ed erano obbligati di portare a lui tutto ciò che rubavano. I derubati non avevano che da indirizzarsi al capo e specificargli natura e valore della cosa rubata oltre al luogo e al tempo nel quale il furto era stato fatto. Il capo rendeva lì per lì quello che aveva perduto ma ne tratteneva il quarto del valore [3]. Questa legge invitava tutti i lazzaroni a rubare. Invece la legge degli Ateniesi era troppo dura contro i ladri. Se il padrone ricuperava la cosa rubata, il ladro non veniva condannato che al pagamento del doppio e a restare incatenato per cinque giorni. Ma quello che aveva rubato per un valore pari a cinquanta dracme (circa venticinque lire tornesi) [4] e non aveva venduto l'oggetto prima di essere accusato, doveva essere condannato a morte, per quanto si offrisse di dare la cauzione [5]

La legge dei decemviri di Roma era un po' più umana per i ladri e più utile alle persone derubate: ordinava che il ladro manifesto fosse battuto con le verghe e ridotto in schiavitù, se era pubere, o soltanto battuto con le verghe se era impubere: essa condannava il ladro non manifesto al pagamento del doppio della cosa rubata Vi è tuttavia una bizzarria in questa legge, che il Signor di Montesquieu rileva molto opportunamente [6].

Si tratta di questa distinzione che fa tra il ladro manifesto ed il non manifesto. Essa intendeva per ladro manifesto quello che fosse stato sorpreso con la cosa rubata, prima che la avesse portata nel luogo scelto per nasconderla. Ma che importa, in relazione alla natura del crimine, che il ladro sia sorpreso prima o dopo avere portato la refurtiva nel luogo di destinazione? Questa circostanza non può nè aggravare nè diminuire il reato. L'illustre autore che ho citato pensa che la teoria delle leggi romane sul furto sia derivata dalle istituzioni di Licurgo [7]. Io sarei d'accordo se non vedessi che la stessa distinzione tra li ladro manifesto e non manifesto era anche prescritta dalle leggi d'Atene. 

Qualunque sia l'origina di questa distinzione, la legge delle dodici tavole mi sembra molto appropriata ad essere rimessa in uso con le modifiche che convengono alla situazione dei popoli moderni. Innanzitutto distinguerei un ladro che ha restituito la cosa rubata prima di essere stato accusato, da colui che se l'è tenuta: poi stabilirei una grande differenza tra il ladro abituale e quello che lo fa per la prima volta; infine farei distinzione tra furto semplice e furto qualificato, termine questo che spiegherò più avanti[8].

Un ladro che abbia rubato per la prima volta il valore di cinquanta scudi |dico cinquanta scudi| [9], e tale somma può essere aumentata o diminuita secondo le caratteristiche dei popoli in proporzione delle ricchezze di una nazione, sarà giustamente condannato, a mio avviso, a restituire il doppio, se ha di che pagare, e a lavorare per un certo tempo per il principe o per la comunità [10].

Se non è nella condizione di rendere il doppio del valore della cosa rubata, sarà condannato a lavorare per conto della persona che ha subito il furto. Ma siccome il principe e la società fanno sempre troppo poco perchè un simile individuo possa pagare il suo debito, bisogna consentire al privato leso di impiegare personalmente il ladro al proprio servizio e di poter mettere in opera tutte le precauzioni necessarie per impedire che si ribelli o prenda la fuga. Se un privato non ci trova il proprio tornaconto avrà la libertà di accordarsi con qualche altro e di cedergli il suo diritto sulla persona del ladro. Egli troverà senza dubbio un certo numero di privati che abbiano da fare qualche opera importante e che volentieri prenderebbero un gruppo di ladri al loro servizio: li farebbero incatenare e lavorare sotto gli occhi dei loro guardiani. A questo scopo servirebbe che il principe o la società custodissero questi ladri nelle fortezze |e nelle case pubbliche e li si facesse lavorare finchè i privati danneggiati |non trovassero il loro tornaconto|, non avessero occasione di impiegarli essi stessi o di cederli ad altri e li venissero a prendere. E siccome di solito capita che non si scopra un ladro che dopo che ha derubato più persone, è opportuno che tutte le parti lese si accordino tra di loro per la soddisfazione che chiedono al fine di poter essere tutti di seguito risarciti. Ma siccome nel caso di più concorrenti si avranno spesso delle liti tra di loro per la priorità e queste liti possono fare spesso perdere in spese più di quanto non guadagnino sul lavoro dei ladri, è essenziale per conseguenza che la legge decida anteriormente che quello dei concorrenti che, tenuto conto delle circostanze, avrà avuto la lesione |il danno| maggiore, abbia la preferenza sugli altri e così di seguito; e che se quelli non si mettono d'accordo tra di loro le loro controversie siano decise dalla sorte: che questi affari non possano mai essere portati davanti al giudice, nè trattati in forma giudiziaria: ma che le parti siano obbligate a scegliersi un arbitro davanti al quale debbono accordarsi nella prima seduta oppure mettere fine alle loro dispute con il sorteggio [11].

Colui che avrà rubato meno di cinquanta |fiorini| |Lire| scudi [12], se può restituire la cosa rubata o pagarne il prezzo oppure accordarsi altrimenti con la persona lesa, non sarà condannato a lavorare per il principe che per un piccolo periodo, ad esempio di sei mesi o di un anno. Se non può accordarsi, sarà obbligato a lavorare per conto della persona lesa finchè abbia pagato con il salario dei suoi servizi il prezzo della cosa rubata e l'interesse annuale di questo prezzo, calcolando l'interesse al quattro per cento. Colui che avrà derubato una dopo l'altra più persone, ma in modo che tutti questi furti assieme non oltrepassino la somma di cinquanta |fiorini| scudi, verrà punito con la più leggera delle pene inflitte per i furti qualificati [13], come dirò qui appresso: e colui che in più riprese avrà rubato di più sarà punito con una pena ancora più dolorosa, a meno che la parte eccedente i cinquanta scudi non sia una bagatella.

Un uomo che ha rubato una volta sola e che di sua iniziativa, senza la minaccia di un'accusa, ha restituito la cosa rubata, non potrà più essere punito, sebbene in seguito il giudice venga informato del suo crimine. È giusto dare ad un uomo simile la possibilita' di pentirsi. I Greci ed i Romani si spingevano anche più oltre: essi avevano messo il furto nel numero dei delitti privati e nessuno poteva accusare un ladro, all'infuori di coloro che ne erano stati danneggiati [14].

Ma se il giudice veniva informato non solo del delitto ma anche della persona che l'aveva commesso, prima che il ladro avesse reso al proprietario la cosa rubata, il processo doveva essere continuato e il ladro punito secondo le leggi: e questa disposizione è necessaria per prevenire la compassione dei privati cittadini, i quali, per salvare i ladri, potrebbero pensare di ingannare il magistrato e di sottrarre alla società gli esempi di giustizia, dichiarando falsamente che la cosa rubata era stata loro restituita e prima dell'accusa: senza questa precauzione la compassione dei privati cittadini per i ladri potrebbe diventare troppo diffusa e i ladri potrebbero moltiplicarsi troppo, nella speranza di ottenere tali dichiarazioni, anche se l'uso di farle non fosse poi troppo diffuso.

FURTI QUALIFICATI

** Finora non ho parlato che di furti semplici: ma ce ne sono di quelli che sono qualificati, e ve ne sono anche di quelli che si considerano tali ma che non lo sono. Ecco qui le specie di furti che sono veramente qualificati.

 Il furto sulla strada maestra è il più grave di tutti i furti. Un uomo colpevole di un tale crimine merita d'essere condotto per le vie e frustato successivamente in tutte le contrade circostanti dove ha esercitato il suo brigantaggio. Dopodichè deve essere condannato a lavorare al servizio di colui che ha derubato|nel modo seguente!, a meno che non sia in condizione di rendere la refurtiva o il suo valore; e in quest'ultimo caso sarà tuttavia obbligato ancora a lavorare per un certo tempo per conto del principe o della comunità[15].

Ho già fatto vedere, ed altri anche l'hanno dimostrato prima di me, quanto sia assurdo e pernicioso per la sicurezza personale degli uomini, condannare simili ladri a morte. Ma è ancora più pericoloso pretendere, come fa un autore che scrive su questo stesso argomento [16], che bisogna accontentarsi di mettere un delinquente simile nell'esercito.

La rapina si avvicina molto per l'atrocità al furto sulla strada maestra [17]. Se uomini armati hanno fatto irruzione in una casa, sotto gli occhi di coloro che c'erano dentro, e ne hanno portato via tutto ciò che hanno trovato, oppure hanno costretto il padrone a consegnare il denaro, questi saranno puniti come i ladri di strada maestra. Sarà lo stesso se solo uno avrà fatto questa violenza. Se una banda di ladri è entrata in una casa disarmata ma in numero così grande che coloro che stavano dentro dovevano restarne spaventati, e ritenersi incapaci di opporre resistenza, si potrà diminuire loro la pena della frusta, limitandosi a frustarli nel luogo dove hanno commesso il reato: poichè in tal caso le persone della casa possono un'altra volta farsi coraggio e cacciarli con le armi che si troveranno sotto mano.

Voglio osservare a questo proposito, che trovo giustissima la legge degli Ateniesi e dei Romani che permetteva di ammazzare un ladro di giorno, che si mettesse sulla difensiva: ed un ladro di notte anche se non faceva resistenza, perchè le persone della casa non potevano |prevedere|indovinare nelle tenebre della notte se un disgraziato di tal fatta fosse entrato in casa per rubare o per uccidere qualcuno, e se avrebbe opposto resistenza o no [18].

 La legge romana ordina solamente |in quest'ultimo caso | che colui che assale il ladro di notte gridi e chiami i concittadini, perchè siano testimoni della sua innocenza. Io ricorderò "en passant" che il Signor di Montesquieu non ha ben compreso il senso di questa legge, perchè si è immaginato che questa ordini di gridare anche nel caso che sia stato assalito il ladro di giorno che si sia messo sulla difensiva [19], mentre che la legge non trattava che di colui che assaliva il ladro di notte. Coloro che rubano nei campi i prodotti della terra meritano anche una pena particolare oltre a quella di lavorare per il profitto del derubato. Ai nostri giorni questo crimine diventa troppo comune nella maggior parte dei paesi [20].

I furti compiuti nei giardini nuocciono di meno ai proprietari: per questi la pena particolare deve essere un po' più leggera, a meno che non si tratti di un giardiniere che trae di là il suo sostentamento. Quelli che in campagna rapiscono il bestiame sono ancora più colpevoli.

Il furto fatto con effrazione ed il furto domestico sono anch'essi dei furti qualificati che meritano una pena particolare, come ad esempio la berlina: ma io sarei incline ad esentare da ogni pena il domestico al quale il padrone abbia trattenuto il salario oltre un certo tempo e che non ha preso oltre quello che il padrone gli doveva, supponendo che si tratti di furto solo di mobili e non di denaro in contanti; perchè in questo caso anche la minima trasgressione deve essere punita.

LA BANCAROTTA FRAUDOLENTA

La bancarotta fraudolenta è così pregiudizievole ad una quantità di privati cittadini, all'industria, al commercio e spessissimo anche allo stato, ed è diventata al giorno d'oggi così comune, che io stabilirei contro questa pene severissime, più o meno tuttavia, secondo che il commercio, la buona fede e i costumi degli abitanti di un paese sembrano esigere.

È inutile soffermarsi sulle leggi brutali che sono state fatte contro il furto commesso nelle chiese: questi sono certamente i furti meno nocivi che si possano fare nella società |ed è anche inutile parlare contro le leggi troppo severe che ai nostri giorni sono state fatte contro il contrabbando|. Gli ecclesiastici non usano certo la dolcezza quando hanno a che fare con dei laici, nonostante i precetti di Gesù Cristo che non ha fatto nessuna distinzione a questo riguardo tra le due categorie [21].

È anche inutile parlare contro le leggi troppo severe pubblicate ai nostri giorni contro il contrabbando. Ma i finanzieri non intendono ragione [22]. Si mettono nel numero dei furti qualificati i furti che si fanno per mezzo di un crimine di falso. Ma io considererei un simile furto piuttosto come un crimine doppio, e punirei il colpevole come ladro e come falsario.

** Ci saranno senza dubbio dei lettori che troveranno la mia idea di far lavorare il ladro al servizio della persona derubata non attuabile al giorno d'oggi. Queste persone ragionano così perchè non credono attuabile che quello che hanno visto attuare sotto i loro occhi. Perchè mai non sarebbe attuabile al giorno d'oggi in Europa ciò che nondimeno si attua in molte nazioni al di fuori dell'Europa? Perchè non potremmo rinnovare una pratica che in altri tempi era in uso proprio presso di noi? Gli uomini sanno trarre vantaggio da tutto ciò che le leggi loro permettono. Ci sono dei ricchi che fanno costruire palazzi, agricoltori che fanno bonificare paludi, dissodare brughiere, coltivare deserti, scavare canali: altri vi sono che intraprendono altre grandi opere.

Queste persone saranno certo soddisfatte di trovare dei lavoranti giornalieri a un costo basso, che essi potranno far lavorare quando vorranno, e per tutto il tempo che vorranno. Un gran numero di proprietari, in luogo di affittare le loro terre, le coltiverebbero essi stessi, se trovassero a buon mercato le braccia necessarie per una simile impresa.

 È giusto condannare un ladro che può provare che non aveva più di che vivere? [23] Quando le pene non saranno più così severe, |da eccedere per la loro durezza|, come lo sono attualmente ovunque, sarà senza dubbio necessario che il magistrato dia esecuzione alla legge: tanto più che un simile individuo non può certo mancare ordinariamente d'altri mezzi per procurarsi di che vivere: ma è tuttavia equo che il principe gli faccia la grazia sia di tutta la pena, sia di una parte, a seconda delle circostanze [24].

Ci sono dei paesi dove le leggi condannano al risarcimento del valore del furto le comunità del distretto dove il furto è avvenuto. Queste leggi sono eque quando sono accompagnate dalle seguenti modifiche:

1) che il furto sia provato, in modo che non si possa sospettare l'accusatore |di essersi derubato da solo per avere il profitto del risarcimento;

2) che le comunità non siano tenute a risarcire il valore del furto che nel caso che sia stato commesso da qualche abitante del loro distretto o da qualche vagabondo che non sarà stato scacciato a tempo opportuno;

3) che si presuma il furto come compiuto da qualche membro della comunità o da qualche vagabondo se non si può provare il contrario, a meno che non esistano indizi sufficientemente forti per far cadere il sospetto su persone che non appartengono alla comunità o che vi sono solo di passaggio. Simili ordinanze sono fatte per obbligare le persone oneste di una comunità a tenere d'occhio i malviventi che si insinuano tra di loro, soprattutto quelli che presso di loro si stabiliscono Ma queste stesse precauzioni che è necessario prendere quando si tratti di fare un regolamento di questo tipo, provano che tutto ciò non si può attuare che nei confronti di villaggi, borgate o piccole località di campagna. Nelle città di media popolazione e ancor più nelle grandi città una simile ordinanza introdurrebbe un'infinità di inconvenienti come ogni uomo che abbia una seppur piccola conoscenza del mondo sa da solo senza che mi soffermi a dimostrarlo. Ed infine, nel caso di un simile regolamento giustizia vuole che una comunità che avrà pagato il furto commesso da un membro di un'altra comunità, abbia il diritto di chiedere di essere rimborsata in caso che possa provare in giudizio, con prove che avrà acquisito dopo avere pagato il furto commesso nel proprio territorio [25].

Tra diversi popoli dell'antica Grecia e soprattutto quelli della Magna Grecia ci sono state leggi di questo tipo: e si vede dagli storici che esse produssero dei buoni effetti, per quanto non fossero accompagnate dalle precauzioni che io sto suggerendo [26]. Queste leggi furono in seguito rinnovellate nel medioevo [27].

Clotario e Childeberto, re di Francia, divisero tutti gli uomini liberi in centurie che formavano quello che si chiamava un borgo: e questi principi dichiararono con i loro |editti| che avevano fatto questa divisione con lo scopo di obbligare ogni distretto a rispondere dei furti che vi si compivano. Si adottò in seguito lo stesso regolamento in molti stati dell'Italia.

DEL RICETTATORE

Le leggi romane puniscono il ricettatore del furto come il ladro stesso [28], eccettuando tuttavia coloro che non sono complici, sarebbe a dire coloro che non sanno che la cosa è stata rubata e neppure che colui che gliela consegna fa il mestiere di ladro. Sono esclusi anche coloro che sono legati da parentela o da affinità con il ladro, senza dubbio perchè è da supporre che essi ricevano la cosa rubata in deposito come parenti e non come complici. (L. 2. D. de Recepttat.; L. 1. C. De his qui latrones vel alios reos occultant;) Se queste supposizioni debbono avere luogo riguardo ai parenti, bisogna ammetterle a più forte ragione riguardo agli amici. Preferirei affermare in generale che nessuno va riguardato come ricettatore se non si può provare di lui che ha ricevuto la cosa sapendo che è stata rubata, o almeno che è stata consegnata da un uomo del quale si sa che fa il mestiere del ladro.

DEI RICETTATORI DI SOSPETTATI [29]

Coloro che ricettano le persone che la giustizia persegue, si ritiene che facciano un furto al magistrato o alla società, come coloro che ricettano le cose rubate, si ritiene che derubino i privati ai quali esse appartengono. Io posso quindi a questo punto, senza timore di invertire troppo l'ordine delle cose, parlare dei ricettatori di persone.

Gli uomini sono ben strani. Il costume di dare asilo a un criminale per un principio di religione, è stato |sempre| approvato ed adottato da un gran numero di nazioni e soprattutto dai principi della religione cristiana. Questi stessi principi hanno dichiarato criminale l'azione di nascondere un indiziato per un moto di compassione o di pietà. Certamente cercare di salvare un uomo per un principio di religione è superstizione pura, dato che è assurdo credere che Dio si interessi dei criminali, contro i magistrati: ma invece cercare di salvare un uomo per un moto di pietà e di amore per il prossimo è un sentimento naturale al quale un uomo |virtuoso| che non sia del tutto snaturato non può impedirsi di sottostare, e al quale è tanto più difficile resistere quanto più si è virtuosi. Ora, se è vero che è tipico di un legislatore superstizioso approvare gli asili, d'altra parte è proprio soltanto di un legislatore malvagio e snaturato dichiarare criminali le azioni di carità e di pietà e stabilire delle pene che non possono colpire che gente virtuosa |e che rendono malvagi coloro che le temono|. La giustizia non ha che da prendere le misure che la ragione e l'onestà le permettono, per arrestare i colpevoli; ma mai per questo scopo deve impiegare dei mezzi che mostrino ai sudditi che i primi delinquenti dello stato sono i magistrati stessi. Ed è infinitamente più indecoroso che le leggi stesse prescrivano la malvagità ai cittadini e che insegnino loro con questo mezzo che la regola del giusto e dell'ingiusto non è che la volontà del più forte [30].

DEGLI USURAI E DELL'USURA IN GENERALE

La maggior parte dei giuristi equiparano gli usurai ai ladri. Ma è difficile stabilire ciò che deve essere riguardato come usura. Si chiama generalmente usura un interesse più forte di quello determinato dalla legge. Ma una simile definizione non può derivare che da leggi viziose. L'interesse legittimo deve essere regolato non da leggi ma dai bisogni del mutuatario, dal numero dei mutuatari e dei prestatori e dai rischi che si corrono nel prestito. Siccome queste cose variano senza sosta, l'interesse del denaro deve a sua volta variare. Una legge che pretende di fissare l'interesse del denaro non fa in verità che indebolire il credito, turbare il corso degli affari e arrestare la libera circolazione delle ricchezze: quanto al suo scopo, lo si eluderà sempre con delle convenzioni segrete o dei contratti ai quali si darà un'altra forma rispetto a quella di cui si parla nella legge [31].

Dopochè i papi hanno commesso la bestialità di dichiarare nullo ed illecito il prestito ad interesse, dovettero per forza inventare subito il prestito a censo [32] che è più oneroso per il debitore, molto meno comodo per la società e del tutto impraticabile per i commercianti. Tutto ciò che un legislatore può fare al riguardo è di annullare interamente certi contratti, come il prestito di denaro ad interesse ad un figlio di famiglia, il prestito di denaro ad un interesse che superi un certo tasso, a un paesano, un contadino, un manovale, un artigiano della categoria di coloro che fanno dei lavori grossolani. Può ancora stabilire pene contro coloro dei quali si possa provare che hanno sedotto dei ragazzi, delle donne e degli incapaci in modo da determinarli a prendere in prestito da loro del denaro a condizioni onerose e in modo tale da metterli in condizione di traviarsi e di prendere gusto alla prodigalità e alla sregolatezza. Ma siccome le leggi non possono prevenire tutte le circostanze che costituiscono, aggravano o diminuiscono un simile delitto, sono obbligate a lasciare quasi tutto questo articolo alla prudenza ed alla probità dei giurati.

DEGLI INCENDIARI

Un incendiario attacca direttamente la sicurezza dei beni ed indirettamente quella anche della persona, per la morte che può determinare di coloro che sono nelle case dove egli ha appiccato il fuoco, o di coloro che vengono in soccorso degli incendiati. Qualunque ne siano gli effetti, diretti o indiretti, questo crimine è sempre più grave di un qualsiasi furto.

 Premesso ciò, mi si permetterà di dire, che è veramente cosa indegna che due scrittori che hanno pubblicato uno dopo l'altro un piano di Legislazione criminale, si siano permessi di gettare del ridicolo su di un crimine di questa natura [33]: "Un uomo che abbia incendiato il granaio del suo vicino, dice l'autore della brossura intitolata Le prix de la justice et de l'humanité, brossura che d'altra parte è piena di spirito e di meriti, "non sarà bruciato in gran pompa perchè un po' di fieno e di paglia non equivale certo alla vita dell'uomo che muore per mezzo di un supplizio così crudele: ma dopo aver aiutato a ricostruire il granaio, egli dovrà fare la guardia per tutta la vita, onerato di catene, e di colpi di frusta, alla sicurezza di tutti i granai del vicinato. "Si può fare dello spirito se si vuole, quando non si tratti che di un po' di fieno e di paglia, ma quando si parla in generale degli incendiari, e quando si tratta di suggerire delle leggi contro gli incendiari, non ci si attacca a bnagatelle disprezzabili: si considerano allora i casi che più comunemente derivano e gli effetti ordinari che discendono da tali delitti. Un incendiario che a causa del fuoco che ha appiccato da qualche parte abbia occasionato la morte di qualcuno, merita la morte anche lui, sia che abbia attaccato il fuoco ad un granaio, dove dormiva un uomo, sia a un deposito di polvere «da sparo». Io condannerei alla medesima pena anche uno scellerato che con un incendio abbia causato gravissimi danni [34] e reso infelice una quantità di privati cittadini. Gli incendiari che per un caso fortunato procurano mali minori, sono pur sempre ancora dei grandissimi scellerati, per il male che essi avrebbero potuto fare, e meritano almeno di essere puniti come i ladri di strada maestra. Io non lascerei impuniti nemmeno coloro che non si possono accusare che di negligenza, o di imprudenza. |Gli incendiari che faranno meno danni, io li tratterei pur sempre come i ladri di strada maestra, perchè hanno pur sempre tentato una cosa che avrebbe potuto avere effetti più funesti di quelli che ha avuto.| [35]

DEI FALSARI

L'autore del trattato Dei Delitti e delle Pene [36] sembrerebbe insinuare che si deve punire un falsario con la medesima pena di un bancarottiere fraudolento. Questa pena potrebbe sembrare troppo leggera a coloro che sono abituati a considerare il crimine di falsario di moneta come una specie di crimine di lesa maestà. È stata una legge brutale di Valentiniano, Teodosio ed Arcadio [37] che ha fatto nascere per la prima volta quest'idea. "Ma non è questo forse un confondere il significato delle cose? - dice molto bene il Signore di Montesquieu [38] - Dare ad un altro crimine il nome di lesa maestà, non è forse sminuire l'orrore del crimine di lesa maesta?" Da parte mia penso che un bancarottiere fraudolento sia molto più funesto alla società e più pregiudizievole per il principe di un falsario qualsiasi. Le monete false non si diffondono molto: si riconoscono subito; raramente finiscono in quantità considerevole nelle mani di un solo cittadino: non si conoscono casi in cui abbiano procurato la rovina di qualcuno Un bancarottiere fraudolento invece, determina la maggior parte delle volte la rovina di una quantità di suoi corrispondenti, dei suoi creditori, di chi ha interessi comuni con lui: i quali a loro volta determinano la rovina di molti altri. Spesso la bancarotta di uno solo arresta totalmente la circolazione del denaro, fa precipitare il credito di una città, fa languire il commercio per cui diminuiscono anche i redditi delle dogane. Non molto tempo fa si risentì di tutti questi effetti, per una sola importante bancarotta, ad Amsterdam [39].

Un falsario di moneta è senza dubbio più colpevole di un falsario comune: egli commette un doppio delitto: infatti ferisce i diritti del sovrano ed il rispetto che gli deve e fa torto alla società: perciò la pena deve essere proporzionata al doppio delitto. Ma siccome c'è una bella differenza tra il danno che può procurare alla società un uomo simile e quello che può determinare un bancarottiere delinquente, sarebbe ingiusto punirli entrambi colla medesima pena.

DEL CRIMINE DI FALSO

Ho parlato nel precedente capitolo di coloro che commettono il crimine di falso per far perdere la vita ad un uomo. Qui sopra ho parlato di quelli che commettono questi crimini per usurpare i beni altrui: più oltre parlerò di coloro che li commettono per togliere ad un altro il suo onore. A questo punto non mi resta quindi che parlare di coloro che compiono questi crimini per qualche altro scopo. ** Ci sono quelli che fabbricano documenti falsi o si procurano falsi testimoni per difendere la propria vita, i loro beni o il loro onore che qualcuno ha ingiustamente attaccato in giudizio. È senza dubbio un delitto da punire ma è ben più leggero di tutti gli altri crimini di falso. Altri impiegano questi stessi mezzi per ricuperare dei diritti che i loro tutori o amministratori hanno lasciato prescrivere o usurpare sia con malizia sia con negligenza: e questo è un crimine un po' più grave. |Infine| altri ancora ricorrono a simili astuzie per ricuperare dei beni o dei diritti che hanno perduto per propria negligenza, per aver lasciato trascorrere il tempo, per aver fatto una cortesia o mantenuto un silenzio di cui altri hanno abusato. E questo è un crimine ancora un po' più grave dei due precedenti: è necessario che le pene siano ad un tempo leggere e proprorzionate ad ogni specie di delitti.

I FALSI TESTIMONI [40]

I falsi testimoni commettono ordinariamente un doppio crimine: il primo consiste nel lasciarsi corrompere per spergiurare, e per deporre contro la verità: il secondo è di far perdere, a colui contro il quale depongono, la vita, i beni o l'onore. Questa è la specie più criminale di falsa testimonianza. Altri ci sono che si lasciano corrompere a deporre a favore di un criminale: se l'imputato è effettivamente innocente, e non c'è altro mezzo di provare la sua innocenza che i falsi testimoni, ecco qua un reato ben lieve, per il fatto che l'innocenza dell'imputato è stata dimostrata in seguito per mezzo di prove incontestabili [41].

Ma se le prove posteriori dimostrano che l'imputato è veramente colpevole, il crimine di falsa testimonianza col quale si è tentato di farlo assolvere è già più considerevole per il torto che vien fatto alla società, cercando di sottrarle un esempio di punizione, mentre il bene pubblico esige che nessun crimine resti impunito [42]:  e il loro crimine diviene ancora più grave allorchè l'assoluzione di un criminale è occasione di danno per un individuo, sia che quest'individuo sia stato condannato a pagare le spese o i danni, sia che sia stata rigettata la istanza che egli aveva fatto, o che sia stato privato del suo diritto di poterla inoltrare nel caso che il criminale fosse stato ingiustamente assolto. Siccome questo crimine diventa più o meno grave secondo le circostanze che lo accompagnano, e gli effetti che produce, è necessario punirlo in modi diversi. Io ho visto (cosa sbalorditiva) presso i Veneziani delle persone onestissime trovarsi nella necessità di rendere falsa testiminianza e di spergiurare per salvare la loro vita [43].

 |Un frate| Ecco qua un esempio che prova questa necessità, e insieme la sua causa. * Una sera, all'uscita dalla chiesa un uomo uccide suo fratello: il curato e qualche altra persona del luogo hanno visto quest'azione raccapricciante. Il giudice fa chiamare questi testimoni: quasi tutti depongono di non aver visto nulla, perfino il curato. Solo tre tra di loro dicono la verità: un gentiluomo di terraferma prende sotto la sua protezione l'imputato; lo si lascia fuggire di prigione, dopodichè viene bandito. Questo stesso gentiluomo, d'accordo con i parenti del parricida [44] corrompe il cancelliere ed ottiene che il bandito possa di tempo in tempo tornare al paese, soggiornarvi per qualche tempo, mostrarsi in pubblico ed andarsene con suo comodo. Viene il giorno che il bandito ritornando, secondo il suo costume, al paese, incontra due dei testimoni che avevano deposto contro di lui: erano disarmati, ma il bandito era carico di pistole: li uccide senza fatica uno dopo l'altro. Dunque, è per non esporsi ad essere assassinati da scellerati di questa specie, che in questo paese sfuggono la maggior parte delle volte alla pena di morte, prescritta dalle leggi, che le persone oneste di questa contrada si trovano nella necessità di spergiurare in favore dei criminali. Anche in altri stati in Italia i criminali corrono questi stessi rischi.

DELLE VIOLENZE

E DI ALTRE SPECIE DI DELINQUENZA PROPRIA DEI GIUDICI,

DEL PERSONALE BUROCRATICO E DEGLI UFFICIALI DI GIUSTIZIA

È proprio nei diversi paesi dell'Italia che gli ufficiali di giustizia, gli avvocati, i giudici commettono più di frequente che in tutti gli altri luoghi i varii crimini dei quali si parla nel Digesto sotto i titoli della "Concussione", della "Prevaricazione" de "Repetundis" [45]

È là che si vedono ufficiali di giustizia o addirittura dei semplici privati |che si spacciano falsamente per tali|, falsificare ordini per arrestare e per portare in prigione qualcuno, al fine di scroccargli del denaro per lasciarlo in libertà; è là, dove gli avvocati tradiscono spesso i loro clienti occultando i loro documenti, dissimulando le loro ragioni e ammettendo come autentici dei documenti falsi, o come buone le false ragioni della parte avversa. È là che i giudici spesso sacrificano gli innocenti ai potenti, alle donne, ai loro parenti, ai loro amici, insomma a coloro che acquistano questi favori: oppure al contrario per i medesimi motivi assolvono i colpevoli e li mettono in condizione di andare a commettere dei nuovi crimini. ** Capita spesso in Italia che dei privati impieghino ogni sorta di violenze per obbligare delle persone più potenti a dare soddisfazione alle loro pretese, d'altronde giuste. È naturale che questi disordini capitino proprio in un paese dove la giustizia civile è ancora peggio amministrata della criminale, dove è raro che un uomo del popolo possa mai ottenere giustizia, quando ha una contesa con un uomo potente, dove tutto è alla mercè del più forte: giudici, testimoni, notai, cancellieri. In questo paese va riformata la procedura civile, ovvero vanno decretate contro coloro che si fanno dare con la forza ciò che a loro è dovuto, pene che non possono avere luogo in un paese dove un uomo che gode di scarsa considerazione, se fa causa ad un potente che gli è debitore, non fa che perdere il tempo e il denaro delle spese [46].

È là dove gli avvocati tradiscono spesso i loro clienti non facendo uso alcuno dei documenti loro affidati, sopprimendo le loro prove più forti, ammettendo come autentici i documenti falsi, e come buone le ragioni invalide della parte avversa. È là dove i giudici sacrificano gli innocenti ai potenti, alle donne, ai loro parenti, ai loro amici, ai ricchi: e dove invece per gli stessi motivi assolvono i colpevoli, invitandoli a commettere nuovi crimini. È là che i magistrati corrompono i testimoni, alterano le loro deposizioni, falsificano gli atti, dove fanno a mezzo con cancellieri e sbirri dei traffici che in concorso organizzano con la vita, i beni e l'onore degli uomini. È là che si vedono gli assassini ancora tutti insanguinati del sangue che hanno sparso, presentarsi innanzi al giudice o al cancelliere ed offrirgli una certa somma di denaro per convincerli a non fare il processo o a farlo contro la verità. È là che si vedono i cancellieri di giustizia sollecitare le persone a commettere dei crimini e poi andare a denunciarli loro stessi al sovrano, per farli punire, per sacrificarli a se stessi o al principe o a qualche potente, oppure a qualche donna, o a qualche ricco e potente scellerato. Napoli ci ha fornito molto recentemente un esempio raccapricciante e noto a tutti quanti.

Queste disonestà sono molto meno frequenti in Ispagna: ma sono di ordinaria amministrazione in Messico ed in Perù. D'altronde erano praticate molto anche in Inghilterra. Il regno di Enrico VIII [47] viene molto criticato per questo. Quando questo re o qualcuno dei suoi favoriti o qualcuna delle sue concubine ce l'avevano con un pari del regno, lo si faceva giudicare da commissari tratti dalla camera dei pari: e questi pari che già si erano venduti al re prima di essere scelti, non mancavano mai di sacrificargli l'accusato: Questi fatti non avvengono più su quest'isola perchè non vi si osserva più la stessa procedura.

Ma questi eccessi sono, dopo quest'epoca, divenuti molto più frequenti in Francia, dove in precedenza erano rarissimo. Se si cambierà la procedura in Spagna, in Italia ed in Francia, e invece di continuare a osservare la deteriore procedura introdotta dalle Decretali e dai tribunali ecclesiastici se ne sostituirà una che non ferisca nè la ragione nè la giustizia, e che di conseguenza imiti al più quella inglese e quelle dei Greci e dei Romani, queste mascalzonate non potranno più avere luogo, non più in questi due paesi: e se la stessa cosa verrà fatta anche negli altri paesi, si bandiranno anche questi eccessi che già cominciano ad introdursi e che in qualche luogo hanno già cominciato a fare progressi [48].

Dunque, invece di tentare di trovare pene proporzionate a questi crimini, che è sempre difficile (dati i vizi della procedura) e che in tali paesi non si potrà pressochè mai mettere in esecuzione, bisogna cercare di abolire la procedura, che sola dà occasione ai crimini.

DELLE INGIURIE

C'è ancora un'altra specie di delitti contro la sicurezza dei privati: quelli che attaccano l'onore [49]. Si comprendono questi delitti sotto la denominazione generale di ingiurie. Le ingiurie sono verbali o reali. Tanta gente si immagina che i paesi dov'è permesso di dire le peggiori ingiurie, siano i più liberi. Essi si sbagliano. Questi paesi sono quelli dove c'è il massimo di licenza ed il minimo di buoni costumi. La libertà consiste nel poter dire i propri sentimenti con franchezza, esprimendoli con forza, quando si ragioni su fatti veri e che in qualche modo possono interessare il pubblico, o le persone che hanno intersse ad esserne informate o consigliate. Ma qui non si pone il problema di questa specie di libertà. Non si tratta che della licenza che si concedono le persone poco oneste di |attaccare la persona| insultare qualcuno con parole o azioni nell'intenzione di offendere. Questa licenza |merita| è degna di punizione. I Greci ed i Romani l'hanno appreso con l'esperienza. Ma i primi non hanno posto rimedio che troppo tardi, dopo avere causato gravi danni ai loro migliori cittadini, e dopo che lo stato non ne aveva ricevuto che degli svantaggi. I Romani a questo riguardo sono stati più saggi. Essi ebbero delle leggi contro le ingiurie quasi dall'inizio della repubblica: le riformarono in seguito a seconda delle circostanze; e di tempo in tempo ne fecero di nuove. Queste leggi distinguono le ingiurie verbali dalle reali: le ingiurie scritte a qualcuno in particolare dai libelli diffamatorii, le ingiurie leggere dalle gravi o atroci. Queste leggi non avevano che un difetto: prima della legge del dittatore Cornelio Silla non permettevano di agire che per una pena pecuniaria, eccetto la legge che i decemviri portarono contro i libelli diffamatorii, che era capitale e pertanto molto ingiusta [50].

La legge di Silla permetteva d'agire anche criminalmente, ma solo nei casi in cui qualcuno era stato picchiato da un altro o che degli insolenti fossero entrati con la forza in una casa, a dispetto degli abitanti. I pretori potevano anche aggiungere l'infamia alla condanna per ingiuria [51].

Ma questa punizione è nulla: quando si tratta di persone senza beni e senza attività che sono della feccia del popolo, o tali che la loro mala condotta li faccia già considerare infami presso tutti gli onesti: questa punizione non è proporzionata quando da un lato la persona offesa è rivestita di una dignità che esige rispetto e dall'altra l'offensore è un insolente della più vile canaglia, e quando l'offesa è delle più gravi [52].

D'altra parte questa punizione è qualche volta eccessiva perchè sottomette tutti i condannati indifferentemente all'infamia. Ma cosa c'è di più assurdo che dichiarare infame un uomo di merito, di nascita, di onestà riconosciuta, di savia condotta, per essersi lasciato trascinare, in un momento di collera o di cattivo umore, a ingiuriare un miserabile, uno straccione, un facchino privo di onore e di reputazione? C'è niente di più assurdo che punire un uomo d'onore per vendicare l'onore di un uomo che non ne ha alcuno? Giustizia vuole che si renda a ciascuno ciò che gli è dovuto: Come farà mai a rendere l'onore a colui che non ce l'ha, che se ne è privato da solo prima che qualcuno glielo abbia portato via? La società e il magistrato che è il depositario ed interprete della sua volontà dicono ad un uomo simile: "Volete che si conservi il vostro onore? Abbiatene uno" [53].

Premesso questo è evidente che l'azione di ingiuria cessa allorchè l'offensore può provare che la persona oltraggiata coi fatti o con le parole ha perso l'onore presso tutti coloro che la conoscono personalmente o di nome sia per la sua cattiva condotta, sia per qualche cattiva azione della quale non abbia mai dato segno di ravvedersi con azioni appropriate ad evidenziare il suo pentimento e a rigudagnargli la pubblica stima [54].

Se l'offensore, schiaffeggiando un uomo del genere lo ha non solo oltraggiato ma anche ferito in modo considerevole, è giusto che, anche se esentato dall'azione di ingiuria, paghi le spese della guarigione ed i danni che il ferito ha sofferto. |Oltre che per queste punizioni, tale legge è giusta e proporzionata all'indegnità di coloro che non si preoccupano del loro onore e può essere il miglior espediente per tenere a freno una quantità di gente.| Infatti dichiarare infami coloro che compiono azioni infami o che conducono una vita indegna e non aggiungere alcuna conseguenza sensibile per il basso popolo che di solito è il vivaio di questa sorta di canaglia, significa fare leggi ridicole delle quali si possono impunemente infischiare quelli che esse riguardano.

È cosa contro il buon senso permettere l'azione di ingiuria ad altri oltre a coloro che l'hanno ricevuta, sia direttamente che indirettamente. Allo stesso modo è giustissimo che il marito possa vendicare un'ingiuria fatta a sua moglie, un padre quella che è stata fatta a sua figlia, un tutore quella che è stata fatta al suo pupillo: ma al di fuori di questi casi non è ragionevole permettere che un uomo possa denunciare un'ingiuria fatta ad un altro, e ancor meno che gli sia permesso di farsene accusatore [55].

Le leggi dei Greci e dei Romani hanno visto bene. Ma i nostri pratici, avendo frainteso, secondo la loro solita bestialità, il senso della legge 12 - fine D. de Accusat. [56] hanno introdotto l'uso di rendere pubblica quest'azione almeno a riguardo delle ingiurie considerevoli: Mi si può obbiettare che se non è possibile portare quest'azione in giudizio se non per la via dell'accusa, le persone potenti ed i ricchi potranno sempre offendere impunemente i loro inferiori che non avranno nè credito nè denaro sufficienti per agire contro di loro. Se la procedura sarà regolata nella maniera che ho suggerito, non ci sarà affatto bisogno di soldi e tanto meno di credito per ottenere giustizia: e non sarà necessario che il querelante garantisca il ricupero delle spese e dei danni, per una sentenza| di giurati imparziali| che non potrà mancare di essere imparziale [57].

Ma se si continuerà ad osservare la cattiva procedura seguita finora la difficoltà di ottenere giustizia conto i potenti è ancora il minore dei mali che ne derivano.

I Romani hanno fatto benissimo a lasciare l'accusatore padrone di agire civilmente o penalmente per un'ingiuria atroce e di non permettere che l'azione civile per le offese leggere. Più l'ingiuria è grave e più la punizione deve essere severa. Ma è impossibile fissare le pene, perchè è impossibile indovinare tutte le circostanze che possono aggravare o diminuire questo delitto. Non parlerò delle ingiurie che ingiustamente si sono elevate al rango di crimini di lesa maestà; non dirò nulla nemmeno dei duelli perchè il Signore di Montesquieu [58] e l' autore del trattato Dei Delitti e delle Pene [59] hanno già detto prima di me tutto ciò che si può dire sull'uno e sull'altro articolo.

DELLA VIOLENZA E DEL RAPIMENTO

La violenza ed il rapimento debbono essere messi a livello delle più atroci ingiurie [60] Però ci sono delle circostanze che diminuiscono l'atrocità sia dell'uno che dell'altro crimine. Spesso la violenza è l'effetto di un invito indiretto della donna che pretende di essere stata violentata: più spesso colui che si accusa di violenza ha creduto di avere da combattere contro un pudore affettato per quel poco di resistenza che ha avuto da assaggiare. Qualsi sempre c'è qualche colpa considerevole da parte della donna o della ragazza: di solito è la sua cattiva condotta, i suoi intrighi, le sue civetterie, la sua familiarità che le hanno attirato un simi le incidente. Una ragazza o una donna hanno millle motivi di pretendere falsamente di essere state violentate, mentre ci sono mille ragioni per credere che un uomo non voglia e non possa cercare di violentare una donna la quale, per qualche sua iniziativa, abbia fatto nascere in lui una tale audacia. Di solito, quando una donna fugge, è per farsi inseguire; e quando resiste, è per farsi espugnare. Ciò nonostante si ha la stupidità di seguire ancora delle leggi tanto insensate. Ma quando lo stupro è provato, non dai giuramenti della donna ma dai segni che lo attestano, come le ferite, o dai testimoni che l'hanno visto fare o che hanno sentito le minacce terribili dell'uomo e le grida ed i lamenti della donna, allora non si tratta più di un crimine che si possa punire alla maniera degli antichi Greci, presso i quali, secondo quanto riporta Lisia sull'uccisone di Eratostene, la pena era pecuniaria ed anche piuttosto modesta; ma è un crimine che merita una pena corporale tra le più, gravi, esclusa la morte [61]. Un simile crimine è la combinazione di più fattispecie e non si tratta soltanto di riparare ad un'ingiuria ma anche di fornire un esempio per le persone che osano attaccare la sicurezza di privati e diffondere libertinamente questi eccessi.

Il rapimento è spesso altrettanto giustificabile come lo stupro: anzi è ancora meno probabile e per le stesse ragioni. Per questo è necessario che le leggi che lo puniscono prendano le medesime precauzioni; ma quando questo crimine è ben constatato bisogna che la punizione sia altrettanto severa che quella dello stupro. La natura di questi due crimini richiede che quell'accusa non sia nè completamente privata nè completamente pubblica. Dato che si tratta di donne, non si può imporre loro la necessità di agire. Ciò non converrebbe nè alla debolezza del loro sesso nè alla decenza che si richiede al loro pudore. Sono quindi i loro parenti, i loro tutori, i loro mariti a farsi accusatori per loro. Ma se quelli che debbono avere cura di loro, del loro onore, della loro sicurezza le trascurano, se si lasciano corrompere o intimidire, è giusto e nello stesso tempo necessario che chiunque possa interessarsi all'occasione della persona offesa e della salvaguardia dei costumi pubblici denunciando il crimine e il suo autore, sia alla parte pubblica o al giudice, fornendo loro tutte le prove necessarie per l'istruttoria del processo.

DEI CRIMINI CHE TURBANO LA PUBBLICA TRANQUILLITÀ

Crimini di un'altra classe sono quelli che colpiscono semplicemente la quiete pubblica senza attaccare contemporaneamente la sicurezza dei privati cittadini: infatti quelli che turbano la tranquillità pubblica e n attaccano la sicurezza dei cittadini, appartengono alla classe comprendente gli omicidii e le violenze. I delitti che turbano la pubblica tranquillità sono - lo dice benissimo l'autore del trattato Dei Delitti e delle Pene [62] 54 le liti e le risse nelle pubbliche vie destinate al commercio: i discorsi fanatici nei crocevia, che eccitano le passioni di una moltitudine curiosa e che ricevono maggior forza dalla moltitudine stessa degli ascoltatori e soprattutto da un entusiasmo oscuro e misterioso più che dalla tranquilla ragione che non ha alcun influsso su una quantità di uomini ammassati: Le pene proporzionate a questi crimini sono le ammende pecuniarie, la prigione di qualche giorno, la gogna, ed anche la fustigazione e l'esilio allorchè un paio di azioni reiterate fa vedere che c'è uno spirito così inquieto e turbolento che nulla |potrebbe| può redimerlo e che |la società| lo stato sarà costretto di essere esposto al timore anche in avvenire, se non si prenderà la decisione dell'esilio. Il compito di prevenire questi delitti e le punizioni di quelli di questa specie che hanno meno importanza, appartengono alla polizia: perchè i crimini di maggior importanza, dato che la polizia non si rivolge che a cose che capitano tutti i giorni, si debbono rinviare al magistrato che punisce le grandi violazioni, le quali non capitano tutti i giorni e che di conseguenza costituiscono dei grandi esempi. Beccaria C. Dei delitti e delle pene, cit. p. 105: "La notte illuminata a pubbliche spese, le guardie distribuite nei differenti quartieri delle città... sono tutti mezzi efficaci per prevenire il pericoloso addensamento delle popolari passioni. Questi formano un ramo principale della vigilanza del magistrato, che i Francesi chiamano della "police”.

DELLA POLIZIA

Il magistrato della polizia ha bisogno di un potere estremamente arbitrario in rapporto alle formalità del processo: ma questa stessa magistratura deve essere privata di ogni potere arbitrario in rapporto alle materie che sono sottoposte alla sua giurisdizione [63]. Se un tale magistrato non agisse che secondo i capricci di un potere arbitrario, dice ancora molto bene l’autore del trattato citato sopra [64] e se non esistesse alcun codice di leggi o che queste leggi non fossero conosciute e familiari a tutti i cittadini, si aprirebbero le porte alla tirannia che corrode senza soste tutt'intorno al recinto della libertà politica. Io non trovo nessuna eccezione a questo assioma: Ogni cittadino deve sapere in quale caso è colpevole; e in quale caso è innocente.... la tirannia oscura ha fatto più vittime tra i cittadini ignari della loro sorte di quanti non ne abbiano fatti i tiranni che non hanno nascosto di esserlo." [65]

Prima di questo regno, la Francia ha chiaramente mostrato la verità di ciò che qui dice questo rispettabile filosofo, e uno stato d'Italia |Venezia|, lo fa ancora vedere tutti i giorni [66]

Ma quanto alle formalità, il Signor di Montesquieu ha avuto ragione di dire [67] che le competenze della polizia sono cose di tutti i momenti e che si tratta in genere di cose da poco; di conseguenza non occorrono formalità. Le azioni della polizia sono pronte: essa non si occupa che dei dettagli: i grandi esempi non sono dunque fatti per questa. Non le conviene dunque avere formalità grandi nè piccole da osservare.

L'ultima classe riguarda i delitti contro i buoni costumi, delitti che originano meno dalla cattiveria che non dallo scarso apprezzamento di se stessi [68]. Tali sono quelli che attaccano la pubblica continenza o quella privata o le leggi che regolano il modo in cui è permesso di godere dei piaceri dipendenti dall'uso dei sensi e dall'unione dei corpi. Le nostre leggi sono terribili al riguardo della maggior parte dei crimini di questa specie [69].

Esse sono quasi tutte cruente. Tuttavia tra tutte le leggi queste sono le meno rispettate, di esse la maggioranza si infischia impunemente e le persone di ogni ceto le violano con la massima sicurezza; io ne vedo due ragioni: la prima è che i nostri legislatori, che mai hanno mostrato la più pallida ombra di senso comune in nessuna delle loro leggi, hanno avuto l'ottusità di promulgare leggi riguardo alla morale di nazioni alle quali non avevano mai dato alcuna morale; la seconda è che queste leggi sono tanto severe che se i giudici le volessero far rispettare |dovrebbero comiciare col far decapitare i cortigiani, i magnati e i magistrati stessi|. La desolazione verrebbe portata nelle famiglie più oneste, più rispettate e più utili allo stato e una quantità di persone sarebbero condannate a morte da giudici non meno colpevoli di loro che a loro volta dovrebbero venire condannati da altri giudici, degni del medesimo supplizio.

DEI DELITTI CONTRO LA MORALE

Infatti tutto concorre a violare la pubblica continenza, la libertà pressochè illimitata che hanno le donne e gli uomini di comunicare tra di loro, lo spirito di galanteria che nasce da questa libertà e che la permissività intrattiene ed accresce, l'ineguaglianza estrema nelle fortune dei cittadini; che che fa sì che la miseria costringa una parte a vendersi, mentre le ricchezze danno all'altra parte i mezzi di acquistare le bassezze ed i vizi, la totale prostituzione dei miserabili, l'ineguaglianza estrema dei ranghi e del potere che determina facilmente certe donne ad accordare dei favori contro la morale pur di ottenerne altri in cambio, contro la giustizia, o addirittura per ottenere giustizia contro il potere: il desiderio di lusso che dà alle donne mille bisogni immaginari che cercano di soddisfare con reali sacrifici; in una quantità di paesi una morale distorta che allontana l'uomo da ogni insegnamento della religione per attaccarlo invece a coloro che la disprezzano; e in tutti i paesi le leggi peggiori possibili per matrimonio e divorzio [70] tanto che ci saranno così numerose fonti di questi vizi, tanto che li si lascerà sussistere, e tanto che si fomenterà, addirittura per mezzo di istituzioni viziose, modi di vivere e indirizzi di pensiero pericolosi, per mezzo di massime di morale e di politica erronee, tutti questi inconvenienti e un gran numero di altri che porteranno a violare la morale, o, per parlare più esattamente, che non permetteranno affatto ail senso morale, che è assente da parecchi secoli, di stabilirsi in nessuna parte, e non solo è assurdo ma folle; non solamente inutile, ma pericolosissimo avere leggi severe contro la violazione della morale [71].

I Romani hanno avuto leggi rigidissime a questo riguardo: il padre poteva uccidere lo spasimante che avesse sorpreso in flagrante con la figlia: il marito poteva fare altrettanto con lo spasimante della moglie; e per di più aveva il diritto di condannare a morte anche la moglie; e aveva il medesimo diritto di morte anche e solo riguardo ai vizi che conducono al libertinaggio [72].

Ma i Romani avevano queste leggi quando anche avevano la moralità e proprio queste leggi fecero sì che i costumi si conservassero a lungo integri presso di loro: ma quamdo alla fine cause press'a poco uguali a quelle dei nostri giorni abolirono la morale, queste stesse cause fecero disprezzare presso di loro le leggi e le istituzioni antiche fatte per condizioni morali che non esistevano più. Ma i Romani non ebbero la ottusità e la debolezza che abbiamo noi, di cercare di richiamare i perduti buoni costumi per mezzo di leggi severe che i costumi nuovi rendono ridicole. Per quanto fossero degenerati, i Romani d'allora non erano così sciocchi da non comprendere che leggi dure di questo genere non avrebbero fatto che peggiorare il male perchè se fossero state eseguite avrebbero portato la rovina in tutte le famiglie di uno stato e se non fossero state applicate avrebbero dato l'impunità a tutti i libertini: e avrebbero fomentato ogni tipo di dissolutezza [73].

Costantino, che il clero fa soprannominare "il grande" e che di fatto non fu che un gran furbo e un gran scellerato, primo tra i legislatori di Roma sancì la pena di morte contro l'adulterio [74], che cosa ha mai raggiunto? Che tutti quanti se ne infischiarono come tutti quanti se ne infischiano ora: perchè tutti i nostri legislatori hanno conservato questa stessa legge, ma nessuno è stato in grado di farla eseguire. Si fece e si fa tuttora della severità di questa legge oggetto di derisione. Perchè non è possibile metterla in esecuzione: e questa impossibilità ha fatto sì che lo stesso reato divenisse oggetto di ridicolo. Approfittando di queste leggi i giudici non cercano nei colpevoli che il loro proprio interesse. Obbligati a fermare persone di un certo lignaggio, di un certo rango, di un certo merito, si sono ridotti a non poter infierire solo contro gli inferiori, pertanto si sforzano di gudagnarsi i favori degli uni con la loro indulgenza e i soldi degli altri con le loro minacce. Ecco una legge che è la sola che possa convenire a tutti i popoli, a tutti i tempi, a tutte le consuetudini: e quel che è strano è che questa legge è venuta in mente al più sprovveduto dei legislatori dei secoli passati. Questa legge permette al marito di ammazzare quello che sospetta di avere qualche rapporto galante con sua moglie e che abbia sorpreso in intimità con le nella propria casa o in un luogo sospetto, dopo avegli intimato, a diverse riprese, per mezzo di tre rappresentanti, segnalati come persone gravi e sollecite del bene comune, di doversi astenere da tali visite e di non far più visita alla moglie. Il marito dopo le tre intimazioni sorprende l'amante della moglie in luogo non sospetto e fuori della sua casa? la legge non gli permette di ucciderlo; ma l'autorizza soltanto adm accusarlo davanti al giudice; il quale è obbligato a condannare l'accusato come convinto di adulterio, anche in difetto di altre prove, purchè tre persone degne di fede attestino che l'accusatore ha trovato l'accusato con sua moglie dopo l'intimazione dei tre rappresentanti [75].

Le più antiche istituzioni dei Greci e dei Romani avevano già autorizzato i mariti ad uccidere il galante che avessero sorpreso in flagrante con le loro mogli [76].

Le leggi dei Romani avevano inoltre dato al marito il diritto di uccidere nel medesimo tempo anche la moglie, cosa che il legislatore dei Greci, più cauto a questo proposito, non aveva permesso. Quest'autorità dei mariti romani determinò che, specialmente alla fine della repubblica, si trovassero spesso dei cittadini che sotto questo pretesto toglievano la vita alle mogli e ad uomini innocenti. La situazione obbligò Augusto a privare i mariti di questo diritto nei confronti delle mogli, e quanto ai galanti, non permise l'uccisione che delle persone infami, gli schiavi e coloro che facessero del libertinaggio un mestiere lucroso, facendosi pagare. Per quanto riguarda le donne portate al vizio, invece, a differenza delle altre, non accordò ai mariti che il diritto di tenerle prigioniere per venti|quattro| ore, per potere nel frattempo interpellare i vicini affinchè volessero essere testimoni del fatto [77]. Le antiche istituzioni non erano buone perchè fornivano al marito un mezzo per disfarsi impunemente della propria moglie e |dei loro nemici| e di persone che odiavano o di loro parenti, dai quali avrebbero ricevuto la successione ab intestato. Ma la legge di Augusto non era da meno, perchè in un periodo nel quale questa specie di crimine era volta in ridicolo, obbligava il marito a cercare testimoni del suo disonore; e e ancor più perchè con tale mezzo il marito, d'accordo con la moglie, avrebbe potuto tendere tranelli a gentiluomini, a benestanti, a giovani di buona famiglia al fine, attirandoli a lei, di poter dire di averli sorpresi con lei ed avere un pretesto di vendicarsi. La legge di Giustiniano è dunque la migliorem che finora mai sia stata immaginata contro i vizi delle donne e gli attentati degli uomini. Si obbietterà qui che non tutti i mariti sono disposti ad uccidere il galante davanti al giudice; e tanto più che il giudice deve considerare l'accusato come convinto di adulterio quantunque non abbia altre prove contro di lui se non quelle che risultano dal fatto che più volte lo stesso ha visitato la moglie anche dopo le tre ammonizioni.

Dai tempi della repubblica gli edili curuli avevano il dovere di vegliare sulla condotta delle donne: e di fare condannare dal popolo quelle che fossero divenute infedeli al marito, * insieme al loro galante [78].

Questa era un'ammirevole istituzione per una repubblica che aveva una moralità. In una repubblica ben regolata, le leggi dovevano proscrivere non solo i vizi ma, come dice il Signor di Montesquieu, l'apparenza medesima del vizio [79]; esse dovevano bandire finanche quel commercio di galanteria che fa sì che le donne corrompano prima di essere corrotte: e per questo risultato è necessario intimorire le donne e intimorire anche i lorro mariti, incaricando rispettabili magistrati di accusare le donne nel caso che i loro mariti trascurino di tenerle a freno e di punirle essi stessi. Ma quando a Roma non ci fu più moralità, gli edili perdettero la loro autorità e non avrebbero dato occasione che a vergognosi disordini se avessero voluto continuare ad esercitarla: d'altronde per giudicare della violazione delle morale bisogna averne una: e come si sarebbero potuti ergere ad accusatori contro la violazione dei costumi dei magistrati che da parte loro non avessero buoni costumi, e come avrebbero potuto i giudici che certo quanto a costumi non erano migliori, giudicare una simile accusa che nemmeno proveniva dal marito ma da un magistrato che non poteva addurre a suo merito alcun tipo di zelo nè alcuna specie di interesse per la giustizia

In piena decadenza di costumi la legge Giulia ordinava che il diritto di accusare d'adulterio una donna non appartenesse che al marito, e in sua mancanza, al padre, al fratello e allo zio tanto paterno che materno[80].

Quanto agli stranieri, essa legge stabiliva che nessuno potesse accusare la donna se non dopo aver accusato il marito di vavorire le sue sregolatezze[81].

Ma Costantino ragiona meglio sull'argomento, allorchè dice: "È una cosa indegna che dei matrimoni tranquilli vengano turbati per l'audacia di forestieri [82].

È questo il ragionamento che conviene ai nostri giorni: ed in questo caso è giusto che la pena sia tale quale la richiede il marito, purchè non arrivi alla morte, e che non sia contro le consuetudini del paese, nè contro l'analogia delle altre punizioni prescritte dalle leggi, come sarebbe la mutilazione di qualche parte, pena che dovrebbe essere proscritta da qualunque legislazione criminale, in qualsiasi caso e a riguardo di qualsiasi crimine [83].

Ma quanto al galante, la prudenza e l'equità esigono che gli si permetta il confronto con l'avversario, salvo restando il diritto del giudice e dei giurati di moderare una richiesta esagerata e di ridurre entro giusti limiti l'abuso che l'accusatore potrebbe fare del proprio diritto [84].

Un padrone per esempio che il suo stesso servitore abbia messo nella situazione di dover dubitare, abbracciando un figliolo, se non abbracci invece il figlio di un altro, l'usurpatore dei beni dei suoi propri figli, potrebbe domandare secondo giustizia che un tal delinquente venga messo in prigione o inviato a dissodare le terre di qualche lontana colonia. Ma non è egualmente giusto ed utile allo stato che un domestico, messo dal padrone nella stessa situazione, possa avanzare la medesima richiesta, se allo stato e ad una famiglia considerevole interessa di non perdere un tale uomo, che d'altronde può risarcire al suo domestico ogni torto che gli abbia fatto. È opportuno qui richiamare quello che ho affermato più sopra, secondo il modo di sentire di tutte le persone di buon senso, che le stesse pene non convengono affatto a tutte le persone che commettono lo stesso crimine [85].

Quello che ho detto riguardo alla domanda del marito contro il galante della moglie, può applicarsi parimenti a quello che può chiedere contro la donna. Non ho detto niente dell'azione che può avere una donna contro il marito adultero, perchè quest'uomo compromette una ragazza perchè il marito ha avuto a che fare con una ragazza o con con una donna maritata, in questo ultimo caso è il marito di questa donna in diritto di farlo punire, se ne ha voglia. Se ha avuto rapporti con una ragazza quest'uomo non ha per niente commesso adulterio, qualunque cosa ne dicano gli ecclesiastici riguardo al foro interiore, che in questo caso si regola su principii del tutto differenti rispetto al foro della giustizia. Nel foro interiore non si fa attenzione che alla violazione della promessa, e si ha il grandissimo torto di non considerare che questa: ma nel foro esteriore si ragiona meglio e si considerano soprattutto i danni, gli inconvenienti ed i disordini tanto fisici che morali che derivano da questo crimine: e si deduce che una donna non può mancare alla fede data a suo marito senza rinunciare nello stesso tempo, vista la natura del suo sesso, a tutte le virtù di una donna: e senza essere l'occasione di grandi disordini e di grandi ingiustizie nella famiglia, mentre tutto ciò non ha luogo dalla parte dell'uomo [86].

I Romani dell'ultimo periodo della repubblica fecero delle leggi molto severe contro l'incesto [87].

Ma ciò avvenne dopo che il tribuno della plebe P. Clodio aveva scandalizzato tutto il popolo romano con gli intrighi amorosi che aveva intrecciato con tutte le sue sorelle: avvenne dopo che molti altri avevano imitato il suo esempio: dopo che personaggi come Cicerone si resero sospetti di amare troppo le loro figlie. Tuttavia queste leggi non sortirono alcun effetto: la corruzione ed il libertinaggio aumentarono, a dispetto della severità delle leggi. E così doveva essere, dato che non si corregge la corruzione con la severità delle leggi ma con la riforma dei costumi, che non si ottiene per mezzo di leggi, ma con mezzi più adatti [88]. Nello stato in cui si trova la morale di tutte le nazioni moderne, l'accusa di incesto non deve essere pubblica ma privata. La ragazza che si è lasciata sedurre non potrà agire che per far decretare gli alimenti e il mantenimento del figlio incestuoso: ma non le sarà sufficiente dire il nome sotto giuramento del suo seduttore: dovrà giustificare la sua deposizione con gli indizi più forti che potrà indicare: dovrà come minimo dimostrare l'abitudine che aveva l'innamorato di venire da lei o di vederla riservatamente in qualche altro luogo. L'accusa criminale non potrà essere intentata che da qualcuno dei parenti della ragazza in linea ascendente o, in loro mancanza, dal fratello. Ma perchè il colpevole possa essere condannato, dovrà innanzi tutto essere chiaramente provato il corpo del delitto; in secondo luogo che le prove contro l'accusato siano così convincenti quanto la natura di un simile delitto lo permetta; infine che si tratti di una ragazza o di una vedova, e non di una donna maritata [89].

Le multe, la gogna. l'infamia pubblica sono le pene che convengono alla natura di questo crimine, ma la legge deve essere più severa contro il seduttore che contro la ragazza sedotta. Ho affermato che la ragazza stessa non deve essere ammessa ad agire, tranne che per il mantenimento del figlio. Ma se le prove che porta a questo fine sono più abbontanti di quanto non richieda la natura di quest'azione e non presentino solo una supposizione ma potenti indizi contro l'accusato, allora l'onestà e la conservazione della decenza richiedono che il colpevole sia non solo condannato a nutrire e mantenere il figlio ma anche alla pena stabilita per questo crimine [90].

La ragazza invece in questo caso deve restare esente da ogni pena: infatti senza questa precauzione la si metterebbe nelle necessità di spergiurare per denunciare un'altra persona in luogo del suo parente, oppure di disfarsi del figlio per mancanza di mezzi per nutrirlo [91].

Non ho intenzione di parlare del vizio contro natura, del quale il Marchese di Montesquieu e l'autore del trattato Dei Delitti e delle Pene hanno già detto tutto ciò che la prudenza può suggerire [92].

Riflettiamo sempre su questo grande principio: che fare delle leggi sagge e giuste di per sè ma di cui l'esecuzione è spesso resa impossibile dalla necessità di evitare mali più grandi del crimine che puniscono, è dar l'occasione al più grande di tutti gli inconvenienti, cioè mostrare la forza del vizio e l'impotenza della legge [93].

Non ho parlato del crimine di un uomo che ha due mogli o di una donna che ha due mariti: nè ho parlato del concubinaggio o di qualche altro delitto contro la continenza. Non si può trattare di questi argomenti senza parlare delle leggi sul matrimonio che sono state adottate per l'inciviltà, la superstizione e l'ignoranza più crassa delle leggi della natura, e che la pigrizia dei principi conserva ancora in Europa: ora, per far vedere l'assurdità e l'ingiustizia di queste leggi, è necessaria un'opera a parte, e quest'opera esiste già da qualche anno [94].

In generale osserverò che, essendo le leggi sul matrimonio e sul divorzio la comune causa di disordini di questa specie, l'umanità e la giustizia esigono che si sia molto indulgenti al riguardo di questi delitti, finchè i nostri costumi e le nostre leggi rendono insopportabile per tanta gente il giogo del matrimonio, è inumano infierire sul concubinaggio. Finchè le nostre leggi, troppo lontane in questo da quelle della natura e da quelle dei primi imperatori e principi cristiani, perfino da quelle dei concilii dei primi secoli, limiteranno così fortemente la libertà di divorzio, è difficile stabilire delle pene severe contro coloro che avendo già una moglie legittima, ne hanno anche una illegittima. Non si può usare severità che contro quel marito che, per poter sposare un'altra donna dà ad intendere di essere libero e contro la donna maritata che usa un simile inganno per poter sposare un altro uomo. Ma è impossibile stabilire una legge generale per delitti di questo tipo, in primo luogo perchè la diversità delle persone richiede pene diverse come ho fatto vedere sopra, e poi perchè si tratta soprattutto di far risarcire i danni alla persona lesa, e quindi tale giudizio deve essere regolato secondo i beni del delinquente e secondo la condizione della persona lesa. e secondo i mezzi che di sussistenza che questa possiede., e secondo il numero dei figli che sono nati dal primo e dal secondo matrimonio e secondo molte altre circostanze ancora. È dunque indispensabile, riguardo a questi crimini, accontentarsi di alcune leggi generali, permettendo ai giurati di discostarsene più o meno a seconda delle circostanze, moderandole o inasprendole. Le formalità imposte dal concilio di Trento sono sufficienti per rendere molto rare le unioni illegittime, sotto il titolo del matrimonio. Non è dunque necessario infierire contro tali unioni con leggi rigorose. La cosa più importante è procurare un conveniente risarcimento dei danni alla parte innocente [95].

 

Note

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[1]  - È richiamato Montesquieu, L. VI, 16, (Vol. I, p. 101 ed. cit.): "C'est un grand mal, parmi nous, de faire subir la même peine à celui qui vole et assassine. Il est visible que, pour la sürétè publique il foudrai mettre quelque différence dans la peine." e Beccaria: Dei delitti e delle pene, cit. p. 95: "I furti che hanno unita violenza, dovrebbero essere puniti con pena pecuniaria... Altri scrittori prima di me hanno dimostrato l'evidente disordine che nasce dal non distinguere le pene dei furti violenti da quelle die furti dolosi, facendo l'assurda equazione di una grossa somma di denaro colla vita di un uomo." Anche Voltaire, Intorno al libro dei delitti e delle pene, cit.: Del furto domestico, p. 637: "Nei paesi in cui un piccolo furto domestico è punito colla morte, questa punizione e sproporzione non è molto pericolosa per la società? Non è anche un invito al furto? Perchè se accade che un padrone consegni il servitore alla giustizia per un piccolo furto e che si tolga la vita a questo sventurato, tutto il vicinato prova orrore per questo padrone, ci si accorge allora che la natura è in contraddizione con la legge, e che di conseguenza la legge non vale nulla." (n.d.R.)

[2]  - Citazione da Diodoro, Bibl. Hist. I, 55, citato anche da Voltaire (Trattato sulla tolleranza, p. 498 ed, cit. delle opere complete.) (n.d.R.)

[3]  - Diodoro di Sicilia, L. I, Sec. 2. (n.d.A.)

[4]  - per la prima volta coniate a Tours, queste monete (tourneois) erano usate in Italia con valore variabile secondo i luoghi ed i tempi. (n.d.R.)

[5]  - Demostene Timocratea. (n.d.A.)<

      - Discorso XXIV di Demostene, contro Timocrate (353 a. C.) Scritto per un certo Diodoro, contro le facilitazioni proposte da Timocrate per i debitori morosi dello stato. (n.d.R.)

[6]  - Esprit des lois, L. 29, cap 13. (n.d.R.)

[7]  - "Licurgue, dans la vue de donner à ses citoyens de l'adresse, de la ruse et de l'activité voulut qu'on exerçât les enfans au larcin, et qu'on fuetât rudement ceux qui s'y laisseroient surprendre; Plutarque<, Vie de Licurgue. (n.d.A.)

      - Cfr Montesquieu, L'Esprit, cit. XXIX, 13, (p. 289, Vol. I. ): "La loi des Douze Tables ordonnait que le voleur manifeste fût battu de verges, et réduit au servitude s'il était pubère, ou seulement battu de verges s'il était impubère, elle ne condemnait le voleur non manifeste qu'au payement du double de la chose volée". p. 290: "il parût bizarre que ces lois missent une telle différence dans la qualitè de ces deux crimes, et dans la peine qu'elles infligeaient: en effet, que le voleur fût surpris avant ou après avoir portè le vol dans le lieu de sa destination, c'etait une circonstance qui ne changeait point la nature du crimeJe ne saurais douter que toute la théorie des lois romaines sur le vol ne fût tirée des institutions lacédémoniennes. Lycurgue, dans la vue de donner à ses citoyens de l'adresse, de la ruse, et de l'activité, voulut qu'on exerçât les enfants au larcin, et qu'on fûettat rudement ceux qui s'y laisseraient surprendre: cela établit chez les Grecs, et ensuit chez les Romains, une grande différence entre le vol manifeste et le vol non manifeste. b) Conférez ce que dit Plutarque, Vie de Lycurgue avec les lois du Digeste, au titre De furtis et les Institutes, liv. IV, tit. I, §1, 2 et 3

[8] La classificazione dei furti è molto simile nella Theresiana, in Montesquieu (L. VI, cap. 16, p. 101, Vol. I ed cit.), in Beccaria, Dei delitti e dell pene, p. 95 ed. cit. (n.d.R.)

[9]  - écus=scudo, denominazione originariamente francese ma anche diffusa in Italia per le monete d'oro o le grosse monete d'argento. (n.d.R.)

[10]  - Questa pena risarcitoria è citata un po' da tutti gli srittori dell'epoca: basta l'esempio di Beccaria, op. cit. p. 97: "La pena più opportuna sarà quell'unica schavitù che si possa chiamar giusta, cioè la schiavitù per un tempo, delle opere e della persona alla comune società, per risarcirla, colla propria e perfetta dipendenza, dell'ingiusto dispotismo usurpato sul patto sociale." Voltaire, Intorno al libro dei delitti e delle pene, cit, p. 638: "Ma se la pena è proporzionata al delitto, se il ladro domestico è condannato a lavorare alle opere pubbliche, allora il padrone lo denuncerà senza scrupoli... "p. 624: "È evidente che venti ladri robusti, condannati a lavorare alle opere pubbliche tutta la vita, servono allo stato con il loro supplizio, e che la loro morte serve soltanto al boia che è pagato per uccidere in pubblico gli uomini". Il P. è l'unico a proporre la restaurazione dell'«addictio» delle XII Tavole, cioè la schiavitù privata. (n.d.R.)

[11]  - La preoccupazione del P. è il contenimento dei costi e dei tempi: perciò la legge prefissata (alla quale di solito è contrario) e il divieto di soluzione giudiziaria

[12]  - il fiorino era la moneta austriaca, in uso anche a Trento (cfr. Barbacovi, Memorie storiche della citta, in Il principato di Trento, 1064-1803, Trento, 1990, p. 202.) (n.d.R.)

[13] La somma di 50 scudi è evidentemente la discriminante tra furto semplice e furto qualificato (cfr. anche Constitutio Theresiana analoga posizione) (n.d.R.)

[14]  - Cfr. Burdese, Manuale di diritto pubblico romano, Torino, 1975: "Nelle XII Tavole la laicizzazione della repressione penale appare accompagnata da una individuazione di massima di due distinte categorie di illeciti penali: già attribuita nelle fonti a Servio Tullio, gli uni lesivi di interessi meramente privati e la cui persecuzione è lasciata al leso che la attua, ove non sia ancora legittimato al ricorso alla vendetta o autodifesa, per il tramite di forme di processo civile, gli altri lesivi di interessi della collettività e la cui persecuzione è sottratta alla libera disponibilità del singolo per essere attuata in forma di repressione pubblica. E invero da un lato il furto e le lesioni corporali per i quali si afferma nella legislazione decemvirale la composizione pecuniaria, costituiscono il prototipo di illeciti lesivi di interssi meramente individuali, che determinavano a carico del reo il sorgere di un obbligo di pagare all'offeso una pena pecuniaria, perseguibili su iniziativa di parte, avanti al magistrato avente giurisdizione civile, nelle forme proprie di questo tipo di processo." (n.d.R.)

[15]  - Il risarcimento del danno equivale all'addictio, mentre il lavoro pubblico, come dice il Beccaria nel passo riportato alla nota 367, equivale al risarcimento della rottura del contratto sociale. (n.d.R.)

[16]  - K. F. Hommel, Vorrede an des Herrn Marquis von Beccaria unsterbliches Werk, "Von Verbrechen u. Strafen" 1778. La pena di cui tratta il P. è menzionata anche nella Constitutio Theresiana Criminalis. (n.d.R.)

[17]  - Cfr Montesquieu, L'Esprit, cit., L. VI, cap. 16: "C'est un grand mal parmi nous de faire subir la même peine à celui qui vole sur un grand chemin, et à celui qui vole et assassine." Voltaire Intorno al libro dei delitti e delle pene, cit, cap XVII, p. 638: "I padroni derubati, non volendo coprirsi di obbrobrio, si limitano a scacciare i loro domestici che vanno a rubare altrove e si abituano al brigantaggio. Essendo la pena di morte la stessa, sia per un piccolo furto che per una rapina considerevole, è evidente che cercheranno di rubare molto." (n.d.R.)

[18]  - Demosthenes Timocratea, Aulu Gelle,< Nuits Atticae L. II, c. dernier, L 52, § 2 D< de Furtis (n.d.A.)

      - Lo stesso argomento è trattato nel L XXIX, c. 15 de L'esprit des lois, ed. cit. Vol II, p. 292. Anche i classici sono citati in nota dallo stesso Montesquieu: Aulo Gellio citato a p. 290 ibidem (L. XXIX, cap. 14) e Demostene, Timocrathea, già citato sopra. (n.d.R.)

19]  - Esprit des lois, L. 29, cap 13. (n.d.A.)

      - Montesquieu, XXIX, 13 vol. II, p 290, ed. cit.: "Il parait bizarre que ces lois missent une telle différence dans la qualité de ces deux crimes, et dans la peine qu'elles infligeaient; en effet, que le voleur fût surpris avant ou après avoir porté le vol dans le lieu de sa destination, c'était une circonstance qui ne changeait point la nature du crime" (n.d.R.)

[20]  - Il P. continua l'enumerazione dei furti qualificati. L'ampiezza della parte dedicata al furto rispetto agli altri crimini è evidente: questo fatto ricorda Hutcheson, System of Moral Philosophy L. III, cap. IX: "When crimes arguing none of the greatest depravity are very inviting by hopes of secrecy and impunity, the severity of punishment upon those who are convicted must by its terror overbalance these allurements: thus theft must be more severely punished, even when men are induced to it by some straits of their families, then some greater crimes flowing from whorse disposition" (n.d.R.)

[21]  - Cfr. Voltaire, Intorno al libro dei delitti e delle pene, cap. V. Delle profanazioni, p. 615 ed. cit.: "Ma per le profanazioni più gravi che si dicono sacrilegi, le nostre raccolte di giurisprudenza criminale di cui non si devono considerare per leggi le decisioni, non parlano che del furto fatto nelle chiese"; p. 616: "Le profanazioni sacrileghe non sono mai commesse se non da giovani scapestrati. Li punirete con la stessa severità che se avessero ucciso i loro fratelli?"

[22]  - A proposito, ecco l'opinione di C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, cit. c. XXXI, Contrabbandi, "Il contrabbando è un vero delitto che offende il sovrano e la nazione: ma la pena di lui non dev'essere infamante, perchè, commesso, non produce infamia nella pubblica opinione". (n.d.R.)

[23]  - Il problema è posto anche dal Beccaria, Dei delitti e delle pene, cit. cap. XXX, p. 97: "Questo non è per l'ordinario che il delitto della miseria e della disperazione, il delitto di quella infelice parte di uomini a cui il diritto di proprietà ( terribile e forse non necessario diritto) non ha lasciato che una nuda esistenza;... la pena più opportuna sarà quella unica sorte di schiavitù che si possa chiamare giusta: cioè la schiavitù per un tempo, delle opere e della persona alla comune società per risarcirla, con la propria dipendenza, dell'ingiusto dispotismo usurpato sul patto sociale." (n.d.R.)

[24]  - Anche qui la grazia è vista come mezzo correttivo di pene troppo severe, come in Montesquieu, L'Esprit, L. XX, p. 73, già citato e ibidem L. VI, c. 13 vol. I, p. 97: "L'atrocité des lois en empèche donc l'exécution. Lorsque la peine est sans mesure, on est souvent obligé de lui préférer l'impunité" (n.d.R.)

[25]  - Il P. prende lo spunto da Montesquieu, Vol I, L. XXX, cap. 17 dell'opera cit., p. 323: "Cette division par centaines est posterieure à l'etablissment des Francs dans les Gaules. Elle fût faite par Clotaire et Childebert, dans la vue d'obliger chaque district à réondre des vols qui s'y feraient, on voit cela dans les décrets de ces princes." Nota d : "Donnés vers l'an 595, art. I, voyez les Capitulaires, éditio de Baluze, p. 20. Les réglements fûrent sans doute faits de concert." Il Montesquieu cita la legge da un punto di vista esclusivamente storico e non esprime giudizi. Il concetto di comunità è ampiamente trattato da J. Bodin, I sei libri dello stato, L. III, cap. 7 p. 245 segg. dell'ed. cit.: "La famiglia è una comunità naturale, il collegio è una comunità civile, lo stato ha in più che è una comunità governata con potere sovrano". Ibidem, pp. 269-270: "Si può dire però che non vi è pena ove non vi sia offesa e un collegio o una comunità non possono recare offesa in senso proprio... I giureconsulti più saggi hanno stabilito che se qualcuno sia stato ucciso, colpito, depredato da molti, tutti insieme dbbano considerarsi colpevoli. "Sostenendo questa specie di risarcimento collettivo il P. disconosce il dogma fondamentale dell'illuminismo giuridico che è la personalità della pena, su cui Hutcheson già aveva affermato: "No man should be punished for the crime of another." (n.d.R.)

[26]  - Cfr. Bodin, I sei libri dello stato, cit. p. 249: "E in tutte le altre città della Grecia c'erano simili comunità, chiamate "etairìai" ed in Italia collegi del genere, chiamati "odalitia". Bodin cita come fonte Dig. XLVII, 22 (de collegiis), 4 (Legge di Solone)

[27]  - Cfr. Montesquieu, L'esprit, L. XXX, cap. 17, Vol. II, pp 322, 323 "... et comme tous les hommes libres étaient divisés en centaines, qui formaient ce que l'on appellait un bourg, les comtes avaient encore sous eux des officiers qu'on appelait centeniers, qui menaient les hommes libres du bourg, ou leur centaines, à la guerre. Cette division par centaines est postérieure à l'établissement des Francs dans les Gaules. Elle fut faite par Clotaire et Childebert, dans la vue d'obliger chaque district à répondre des vols qui s'y feraient; on voit cela dans les décrets de ces princes (n. d. Donnés vers l'an 595, art I. Voyez les Capitulaires, edition de Baluze, p. 20. Ces réglements furent sans doute faits de concert. ) Une pareille police s'observe encore aujour d'hui en Angleterre." (n.d.R.)

[28]  - L. 1. D. De receptat. (n.d.A.)

      - Cfr. Montesquieu, L'esprit, L. XXIX, cap. 12, p. 288, II vol. dell'ed. cit.: "Les lois Greques et Romaines punissaient le réceleur du vol comme le voleur (n. a) Leg. I ff. De receptatoribus." (n.d.R.)

[29]  - Insolito concetto di "ricettazione di persone" (favoreggiamento) considerato dal P. alla stregua della ricettazione di cose, ma facendo scivolare il concetto dal diritto privato(il furto nel diritto romano è tipico delitto privato, riconosciuto ab antiquo dal jus civile) al diritto pubblico (furto al magistrato o alla società) (al contrario il Beccaria, op. cit. cap. XXI, p. 74 e cap. XXX, p. 97, considera il furto un reato di diritto pubblico). (n.d.R.)

[30]  - Il P. con questa affermazione ribadisce il suo allineamento con il Rousseau contro il giusnaturalismo hobbesiano, per il quale, come è noto, il giusto e l'ingiusto sono proprio ciò che è pernesso o vietato dal sovrano assoluto ("De Cive", cap. XVI)

[31]  - Paragrafo molto interessante nella prospettiva antilegalistica del P. Il tema è molto delicato, in quanto il prestito ad interesse, oltre che l'usura, erano vietati dalla Chiesa, come si nota nel cap. Usure, nella Défense de l'Esprit des lois di Montesquieu, vol II, p. 442 dell'ed. cit. de "L'esprit des lois". La libera pratica dell'usura è difesa da J. Bentham, Defence of usury (1778) e dal Turgot, Memoires sur le préts d'argent, 1770 ed è una posizione accettata in generale dai fisiocratici. (n.d.R.)

[32]  - censo: contratto mediante il quale una persona, sborsando un capitale in denaro acquista una rendita (può essere consegnativo o perpetuo, oppure riservativo o temporale). Censo apostolico: prestazione dovuta alla Chiesa da parte di persone estranee alla gerarchia. A proposito, N. Machiavelli, 733: "Tutti li censi e li danari che li pervengono loro nelle mani non escono mai, secondo l'avara natura dei prelati". (Battaglia, grande dizionario della lingua italiana, Vol. II, p. 966) (n.d.R.)

[33]  - Si tratta di scrittori che hanno pubblicato opere scritte per l'Accademia delle scienze di Berna: il primo è Voltaire: Le prix de la justice et de l'humanité, 1777, p. 425 del citato Oeuvres complettes, Paris, 1860, Tome V, Art. VII: "Vous nous apprendrez peut-être, comment une infinité de scélérats pourroient faire autant de bien à leurs pays, qu' ils leur auraient fait de mal. Un homme qu'aurait brûlè le grange de son voisin ne serait point brûlè en cérémonie, parce qu'un peu de foin et de paille n'equivaut pas à la vie d'un homme qui meurt par un si cruel supplice; mais, après avoir aidè à rebâtir la grange, il veillerait toute sa vie chargè de chaines et de coups de fouet, à la sûreté de toutes les granges du voisin. Nota 1) Il ne serait ni dispendieux ni difficile d'employer les criminels d'une maniere utile, pourvu qu'on les rassemblàt point en grand nombre dans un même lieu. On pourrait les charger dans des grands villes de travaux dégoutants et dangereux, lorsq'ils n'exigent ni adresse ni bonne volonté. On peut aussi les employer dans les maisons oü ils sont renfermés, à des opérations des arts qui sont très-pénibles ou malsaines." Dell'altro Plan de Législation criminelle non si sa niente. Nella biblioteca del P. compare un "Plan de Législation sur les matières criminelles" immediatamente prima del Traité des Délits et des Peines par Ms. Beccaria, Professeur à Milan, (Catalogo dei libri di casa Conci-de Brattia, 1805, f. 12). Nell'altro catalogo (dei libri di Leopoldina Pilati) probabilmente la stessa opera è citata al f. 26: "Plan de legislation sur les matières criminelles," à Amsterdam. 1779, sopra al Prix de la justice et de l'humanité, à Londres, 1778. (n.d.R.)

[34]  - L'equiparazione dei gravi danni all'omicidio, con relativa pena di morte, mostra l'estrema difesa da parte del P. del "right of property". (n.d.R.)

[35]  - Quest'ultima non è una frase cancellata ma tutto il passo degli incendiari è redatto su due minute che differiscono solo leggermente. Dal confronto tra le due minute risulta evidente che il P. propone la figura del delitto tentato e non condotto a termine, che va punito come il delitto stesso. È la stessa tesi sostenuta dall'Hutcheson nella sua 8a tesi (Cfr, Tarello, op. cit. p. 404) e in Montesquieu, Esprit, cit. L. XII. cap, 4 vol I p. 205. "Un citoyen mérite la mort lorsqu'il a violé la sûreté au point qu'il a ôté la vie, ou qu' il a enterpris de l'ôter". Il Beccaria invece (Dei delitti e delle pene, cit. p. 51, cap. XIV): "Attentati, complici, impunità: Perchè le leggi non puniscono l'intenzione non è però che un delitto, che cominci con qualche azione che manifesti la volontà di eseguirlo, non meriti una pena, benchè minore della dovuta, all'esecuzione medesima del delitto." La posizione del P. discende da D. 47. 9. 9.: "Qui aedes acervumque frumenti iuxta domum positum combusserit, vinctus verberatus igni necari jubetur, si modo sciens prudensque id commiserit. Si vero casu id est neglegentia, aut noxiam sarcire jubetur aut, si minus idoneus est, levius castigetur." (n.d.R.)

[36]  - § 32 - (n.d.A.)

      - C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, cit, p. 101: "Ma io credo importante il distinguere il fallito doloso dal fallito innocente; il primo dovrebbe essere punito coll'istessa pena che è assegnata ai falsificatori delle monete, poichè il falsificare un pezzo di metallo coniato, che è un pegno dell'obbligazioni dei cittadini, non è maggior delitto che il falsificare le obbligazioni stesse " (n.d.R.)

[37]  - L. 9. C. Theod. de Fal. Mon.

      - Il passo è ripreso da Montesquieu, L'esprit... cit. L. XII, cap. 8, p. 209, Vol. I: "C'est encore un violent abus de donner le nom de crime de lèse-majesté à une action qui ne l'est pas. Une loi des empereurs (Nota a): Gratien, Valentinien et Theodose, C'est la troisième au Code |de Justinien| de crimin. sacril. «in realtà è la II (l. De tit. 29), come appare nella variante» Poursuivait comme sacrilèges ceux qui mettaient en question le jugement du prince... Une autre loi de Valentinien, Théodose et Arcadius déclare les faux monnayeurs coupables au crime de lése -majesté. Mais n'était-ce pas confondre les idées des choses? Porter sur un autre crime le nom de lèse majesté, n'est-ce pas diminuer l'horreur du crime de lèse-majesté? "( N. g: C'est la neuviéme au code Théod. de falsa moneta). Lo stesso argomento è ripreso anche da Voltaire: Commentario sul trattato dei delitti e delle pene, cap. XVI, p. 637 dell'ed. cit. (n.d.R.)

[38]  - Esprit des lois, Liv. 12, cap. 8. (n.d.A.)

[39]  - Allusione alla compagnia delle Indie: la camera di Amsterdam nei sec XVII e XVIII ne possedeva il 59% delle azioni: questa andò in dissesto nel corso del secolo XVII, giungendo alla definitiva chiusura nel 1795.

[40]  - L'argomento è trattato di solito nella parte procedurale (es: Beccaria in Dei delitti e delle pene, cap VII, Dei testimoni, Montesquieu, L’esprit, XXIX, 11, p. 228, vol. II, cit.) Il P. lo colloca come una varietà del crimine di falso.

[41]  - I "faits justicatifs" sono argomento di un articolo di Diderot e d'Alambert nell'Encyclopédie: "Ce sont ceux qui peuvent servir à prouver l'innocence d'un accusé: par exemple, lorsque un homme accusé d' en avoir tué un autre... offre de prouver que ce jour-là il était malade au lit, et qu'il n'est point sorti de sa chambre... ce qu'on appelle un alibi. «l'ordonnance de 1670 contient un titre exprés sur cette matière: c'est le vingt-huitième.» (n.d.R.)

[42]  - La pena come utilità comune è concetto tipico del settecento; cfr Beccaria Dei delitti e delle pene, cit, p, 28, cap. XXIV: "La sola necessità ha fatto nascere dall'urto delle passione o dalle opposizioni degli interessi l'idea dell'utilità comune, che è la base della giustizia umana."

[43]  - Come è noto, lo stesso P. aveva avuto esperienze negative dei tribunali veneziani. (n.d.R.)

[44]  - evidentemente "fratricida" (n.d.R.)

[45]  - Si tratta di uno dei temi centrali della più famosa opera del P: "Di una riforma d'Italia"(Venezia 1777) (n.d.R.)

[46]  - Interessante l'accenno al diritto comune che va "raddolcito", non sostituito. (n.d.R.)

[47]  - Le critiche a Enrico VIII sono anche in Montesquieu, L’esprit, L. XXVI, cap 3, p. 169, vol II, cit. e XII, 22, p. 222, vol. I, "Sous Henry VIII, lorsqu'on faisait le procès à un pair, on le faisait juger par des commissaires tirés de la chambre des pairs: avec cette methode on fit mourir tous les pairs qu'on voulut." (n.d.R.)

[48]  - La critica alle Decretali si trova anche in Montesquieu, Esprit. cit. L. XXIX, cap 17, p. 297 del Vol. II ed. cit. "On sent que c'est une mauvaise sorte de législation." Gli eccessi alludono alle codificazioni. (n.d.R.)

[49]  - Anche Beccaria, Dei delitti e delle pene, p. 91, cap. XXVII, ed. cit.: Ingiurie: "Le ingiurie personali e contrarie all'onore, cioè a quella giusta porzione di suffragii che un cittadino ha diritto di esigere dagli altri, debbono essere puniti con l'infamia." Il P. segue la partizione della Theresiana e la legislazione romana. (n.d.R.)

[50]  - Vedere su tutto ciò i titoli de Injuriis nelle Istit. e nelle Pandette. (n.d.A.)

      - L'argomento Ingiurie forma un vero e proprio piccolo trattato, tale da permettere al P. di sviluppare importanti temi: la libertà di pensiero e di parola con i relativi limiti e la struttura secondo classi della società. Il trattatello è di impianto romanistico. Il crimine di ingiuria attenta alla sicurezza dell'individuo in quanto ne mette in dubbio l'onore (Cfr. anche Montesquieu, L. XII, cap. IV, Vol I°, p. 205 dell’Esprit des lois", ed. cit.)Come nella legislazione romana è suddiviso in ingiurie verbali e reali. Le ulteriori suddivisioni sono pure ricavate da D. 47, 10, 1, 2: "Iniuriam autem fieri Labeo ait re aut verbis: re quotiens manus inferuntur, verbi sautem quotiens non manus conferuntur, convicium fit. Omnemque iniuriam aut in corpus inferri aut ad dignitatem aut ad infamiam pertinere: in corpus fit, cum quis pulsatur, ad dignitatem, cum comes matronae abducitur; ad infamiam, cum pudicitia adtemptatur." D. 3. 2. 1. "Praetoris verba dicunt: infamia notatur qui iniuriam suo nomine damnatus pactusve erit. "(Cfr. Burdese, Diritto privato romano, cap. 8, pp. 525-528.) La prima critica del P. sul modo in cui l'ingiuria viene trattata nel diritto romano, riguarda il suo carattere privatistico per cui l'actio iniuriarum concerne una pena esclusivamente pecuniaria. A partire dalla Lex Cornelia di Silla, alla persecuzione privata concorre la persecuzione pubblica. La seconda critica riguarda l'infamia del condannato (D. 3. 2. 1.: "Praetoris verba dicunt: infamia notatur qui iniuriarum suo nomine damnatus pactusve erit.") che come pena manca di proporzione se applicata generalmente in un campo estremamente dipendente da caratteri soggettivi. L'argomento dell'ingiuria era stato trattato in modo simile ma molto più in breve anche da Montesquieu, Esprit, cit, L. VI, cap. XV, p. 99 del Vol. I.: "Celle qui découvre le mieux les dessein des décemvires, est la peine capitale, prononcée contre les auteurs des libelles et les poètes. Cela n'est guère du génie de la république, où le peuple aime voir les grands humiliés. Mais des gens qui voulaient renverser la liberté craignaient des écrits qui pouvaient rappeler l'esprit de la liberté". Nota c: "Sylla, animé du même esprit que les decemvirs, augmenta, comme eux, les peines contre les écrivaines satiriques."(n.d.R.)

[51] I. 4. 4. 8. "Sed lex Cornelia de iniuriis loquitur et iniuriarum actionem introduxit quae competit ob eam rem, quod se pulsatum quis verberatumve domumve suam vi introitum esse dicat. In summa sciendum est de omni iniuria eum, qui passus est, posse vel criminaliter agere vel civiliter, et si quidem civiliter agatur, aestimatione facta secundum quod dictum est poena imponitur, sin autem criminaliter, officio iudicis extraordinaria poena reo irrogatur." (n.d.R.)

[52]  - Cfr. Inst, 4. 4. 7: "Nam secundum gradum dignitatis vitaeque honestatem crescit aut minuitur aestimatio iniuriae: qui gradus condemnationis et in servili persona non immerito servatur ut aliud in servo actore, aliud in medii actus homine, aliud in vilissimo vel compedito constituatur“. (n.d.R.)

[53]  - Sul problema delle ingiurie il Beccaria (Dei delitti e delle pene, ed. cit. p. 91. ) sembra di diversa opinione in quanto considera unico e non suddiviso a seconda della classe sociale il soggetto giuridico: "Le ingiurie personali e contrarie all'onore cioè a quella giusta porzione di suffragii che un cittadino ha diritto di esigere dagli altri, debbono essere punite con l'infamia". (n.d.R.)

[54]  - Come nella Constitutio Theresiana viene ammessa dal P. l'experientia veritatis. (n.d.R.)

[55]  - Cfr. I. 4. 4. 2.: "Patitur autem quis iniuriam non solum per semet ipsum, sed etiam per liberos suos quos in potestate habet, item per uxorem suam: id enim magis prevaluit... Contra autem si viro iniuria facta sit uxor iniuriarum agere non potest: defendi enim uxores a viris, non viros ab uxoribus aequum est." (n.d.R.)

[56]  - Cfr. D. 47. 10. 17. 10: "Ait praetor: si ei qui in alterius potestate erit, iniuria facta esse dicatur et neque is cuius in potestate est praesens erit<, neque procurator quisquam existat qui eo nomine agat, causa cognita ipsi, qui iniuriam accepisse dicetur, iudicium dabo." Inst. 4. 4. 10: "In summa sciendum est de omni iniuria eum, qui passus est, posse vel criminaliter agere vel civiliter. Et si quidem civiliter agatur, aestimatione facta secundum quod dictum est poena imponitur. Sin autem criminaliter, officio iudicis extraordinaria poena reo irrogatur." (n.d.R.) 

[57]  - L' imparzialità è garantita dal giudizio dei giurati, come spiegato nel cap. II. 

[58]  - Esprit des Loix. L. 12, cap. 8 e segg. L. 28 c. 24. (n.d.A.) 

      - Montesquieu, Esprit, L. XII, cap 8-9, vol. I pp. 209-211, ed. cit. "C'est ancore un violent abus de donner le nom de crime de lése-majestè à une action qui ne l'est pas". (n.d.R.) 

[59]  - §26 e segg. della traduzione francese. (n.d.A.)  

      - Beccaria, Dei delitti e delle pene, c. XXIX, p. 94, ed. cit.: "Non è inutile ripetere ciò che altri hanno scritto, cioè che il miglior metodo di prevenire questo delitto è di punire l'aggressore cioè chi ha dato occasione al duello, dichiarando innocente chi, senza sua colpa, è stato costretto a difendere ciò che le leggi attuali non assicurano, cioè l'opinione." (n.d.R.) 

[60]  - Cfr Montesquieu, Esprit L. XII, cap 6 pp 204-205 vol. I ed. cit.: "Les peines de ces crimes (violation de la continence publique ou particulaire) doivent encore être tirées de la nature de la chose. La privation des avantages que la société a attachés à la pureté des moeurs suffisent pour réprimer la témérité des deux sexes: Il n'est ici question que des crimes qui intéressent uniquement les moeures, non de ceux qui choquent aussi la sûreté publique tels que l'enlévement et le viol, qui sont de la quatrième espece." (n.d.R.) 

[61]  - Lisia, Per l'uccisione di Eratostene, è uno dei 34 discorsi a noi pervenuti, di datazione incerta (intorno al 400 a. C.). Difesa di tale Eufileto che tradito dalla moglie aveva ucciso l'adultero colto sul fatto, avvalendosi di un diritto che la legge attica gli concedeva. (n.d.R.) 

[62]  - Cfr. Beccaria, Dei delitti e delle pene, ed. cit. p. 105: Della tranquillità pubblica: "Finalmente tra i delitti della terza specie sono particolarmente quelli che turbano la pubblica tranquillità e la quiete de’ cittadini; come gli strepiti e i bagordi nelle pubbliche vie destinate al commercio ed al passeggio de’ cittadini; come i fanatici sermoni che eccitano le facili passioni della curiosa moltitudine, le quali prendono forza dalla frequenza degli uditori e più dell'oscuro e misterioso entusiasmo, che dalla chiara e tranquilla ragione, la quale mai non opera sopra una gran massa d'uomini." (n.d.R.)

[63]  - Arbitrio procedurale e rigore nel seguire le leggi nel merito: ecco i caratteri del giudizio di polizia. Il concetto che il P. deriva da Beccaria e da Montesquieu si trova assai simile in Sonnenfels, cit. p. 211: "Die bürgerliche Sicherheit besteht auch nicht mit der Uebermacht solcher Gerichtstellen, deren Verfahren von dem ordentlichen Verfahren abweicht, und die bekannte "Chambre de justice" welche der Crdinal Richelieu aus senen Geschöpfen, eigentlich gegen seine Feinde zusammengesetzt: wie die fürchterlichen Inquisitionen, u. d. gl. Das schreckbarst aller Rechte soll nur solchen Händen anvertrauet eyn, gegen welche die wenigsten Vermuthung eines Missbrauches auffallen kann." (n.d.R.)

[64]  - § 53 della trad, franc. (n.d.A.)

[65]  - "Ma se questo magistrato operasse con leggi arbitrarie, e non istabilite da un codice che giri fra le mani di tutti i cittadini, si apre una porta alla tirannia, che sempre circonda tutti i confini della libertà politica. Io non trovo eccezione alcuna a questo assioma generale: che ogni cittadino deve sapere quando sia reo, o quando sia innocente... L'incertezza della propria sorte ha sacrificato più vittime alla oscura tirannia, che non la pibblica e solenne crudeltà. "(Beccaria, Dei delitti e delle pene, cit. pp 105-106). (n.d.R.)

[66]  - Cfr. Montesquieu, Esprit, cit. p. 171 vol. I, L. IX, cap. 6 "Mais si la puissance législative se croyait en danger per quelque conjuration secrète contre l'Ètat, ou quelque intelligence avec les ennemis du dehors, elle pourrait, pour un temps court et limité, permettre à la puissance exécutrice de faire arrèter les citoyens suspects, qui ne perderaint leur liberté pour un temps que pour la conserver pour toujours. Et c'est le seul moyen conforme à la raison de suppléer à la tyrannique magistrature des Èphores et aux Inquisiteurs d'Ètat de Venise, qui sont aussi despotique" e ibidem L. XXVI, cap. 25, p. 193: "De là il suit qu'on ne s'est point conformé à la nature des choses dans cette république d'Italie (Venise) oü le port des armes à feu est puni comme un crime capital." (n.d.R.)

[67]  - Esprit des Loix Libro 26, c. 24. (n.d.A.)

      - Cfr. Montesquieu, Esprit XXVI, 24 pp. 192-193 volII ed. cit. "Les matières de police sont des choses de chaque instant, et oü il ne s'agit ordinairement que de peu: il ne faut donc guère de formalités. Les actions de la police sont promptes, et elle s'exerce sur des choses qui reviennent tous les jours; les grandes punitions n'y sont donc pas propres. Elle s'occupe perpétuellement de détails: les grands exemples ne sont donc point faits pour elle. Elle a plutôt des règlements que des lois."

[68]  - Cfr. Montesquieu, L XII, cap. 4, p. 204, vol. I ed. cit.: "La seconde classe est des crimes qui sont contre les moeurs. Telles sont la violation de la continence publique ou particulière, c'est-à-dire, de la police sur la maniere dont on doit jouir des plaisirs attachès à l'usage des sens et à l'union des corps" p. 205, ibidem: "En effet, ces choses sont moins fondées sur la méchanceté que sour l'oubli ou le mépris de soi-même."

[69]  - L'argomento è trattato anche da Montesquieu, Esprit VI, 13 vol. I p. 97: "L'atrocité des lois en empêche donc l'exécution. Lorsque la peine est sans mesure, on est souvent obligé à lui préférer l'impunité." Ibidem, cap 15, p. 99: "Le sénat pensait que des peines immodérées jetteraient bien le terreur dans les esprits; mais qu'elles auraient cet effet qui on ne trouverait plus personne pour accuser ni pour condamner au lieu qu'en proposant des peines modiques, on auroit des juges et des accusateurs. "Questi argomenti sono gli stessi che il P. ha ampiamente trattato nei citati Di una riforma d'Italia e Traité du mariage. (n.d.R.)

[70]  - L'argomento della corruzione dei costumi in connessione con la miseria è trattato da Beccaria, Dei delitti e delle pene, p 120 ed. cit. "ed il valore che gl'infelici danno alla propria esistenza, si sminuisce a proporzione della miseria che soffrono." Il pensiero è comune anche ad altri autori contemporanei: per tutti cfr. Rousseau, Discorso sull'Economia Politica in Opere complete a cura di Paolo Rossi, Sansoni firenze, 1972, p. 110): "È dunque uno dei compiti più importanti del governo quello di prevenire l'estrema disuguaglianza delle fortune, non portando via le ricchezze a chi le possiede ma togliendo a tutti i mezzi per accumularne... e per finire la venalità spinta ad un punto tale che la considerazione ha un valore in baiocchi e le stesse virtù vengon vendute a prezzo corrente: queste sono le conseguenze più vistose dell'opulenza e della miseria, dell'interesse privato sostituito a quello pubblico..." Altro tema frequentemente trattato nel sec. XVIII è il lusso: cfr. Voltaire, Dizionario filosofico (a cura di M. Bonfantini, Milano, 1981, p. 442. e Primi spunti per una riforma in Opere complete Torino 1985, p. 358: per tutti Montesquieu: L'esprit des lois, L. VII, c. 1, p. 105, vol I, ed. cit. "Le luxe est toujours en proportion avec l'inegalité des fortunes" c. 8, p. 114: "Ils ont banni jusqu'à ce commerce de galanterie qui produit l'oisiveté qui fait que les femmes corrompent avant même d'être corrompues, qui donne un prix à tous les riens, et rabaisse ce qui est important, et qui fait que l'on ne se conduit plusque sur les maximes du ridicule, que les femmes entendent si bien à établir. "L'argomento matrimonio e divorzio è esaurientemente trattato nell'opera monografica del P. (n.d.R.)

[71]  - L'argomento morale, marginale in quest'opera ma appassionante per il P., lo porta a condensare tutte le sue considerazioni in un unico periodo. (n.d.R.)

[72]  - cfr. Dionigi d'Alicarnasso, Libro 2; Plutarco, Vite di Romolo e di Numa; Valerio Massimo, Libro 2 cap. 4 Ct. Lib. |Botter Archeolog. Graeca| Lib. 1. cap. 26. (n.d.A.)

      - Anche Montesquieu, L’esprit, L. XXIII, cap. 6, p. 102 vol II ed. cit. "On fit peut être à Rome des dispositions trop dures contre eux." Il tema è quello della patria potestas in età arcaica: "essendo la donna necessariamente soggetta alla potestà del marito, è naturale che a lei non sia lasciata alcuna libertà di far venir meno il legame matrimoniale. Viceversa al marito è concessa, in virtù della sua posizione potestativa, la facoltà di ripudiare la moglie quando non addirittura di ucciderla, in presenza di giuste cause quali l'adulterio, l'avvelenamento della prole, l'ubriachezza." (Burdese, Manuale di diritto privato romano, Torino, 1975, p. 230.). Cfr. Plutarco, Rom. 22 (Constituit quoque leges quasdam, quarum illa dura est, quae uxori non permittit divertere a marito, at marito permittit uxorem repudiare propter veneficium circa prolem vel subiectionem clavium vel adulterium commissum, si vero aliter quis a se dimitteret uxorem, bonorum eius partem uxoris fieri, partem Cereri sacram esse iussit." La citazione di Denys d'Alicarnasse è di Montesquieu (Esprit, L. VII, cap 10, vol. I p. 115"le mari assemblait les parens de la femme, et la jugeait devant eux a) Romulus institua ce tribunal comme il paraît par Denys d'Halicarnasse, liv. II., p. 96. - Botter, citato già dal P. come Potter. - Valerio Massimo l. " cap. 4 da vedere. (n.d.R.)

[73]  - Il Beccaria (p. 114 ed. cit., Dei delitti e delle pene, sintetizza lo stesso concetto: "Regola generale: in ogni delitto che per sua natura deve essere il più delle volte impunito, la pena diviene un incentivo". (n.d.R.)

[74]  - L. 30. 51. C. ad L. Jul. de adult. (n.d.R.)

 - Il P. riprende il giudizio negativo di Ammiano Marcellino: "novator turbatorque priscarum legum et moris antiquitus recepti" La lex Julia de adulteriis di Augusto (18 A.c.) introduce la repressione criminale dell'adulterio. "Item lex Julia de adulteriis coercendis, quae non solum temeratores alienarum nuptiarum gladio punit, sed etiam eos qui cum masculis infandam libidinem exercere adent. (n.d.R.)

[75]  - Nov. 117, cap. 15. (n.d.A.)

[76]  - Lydius< De Caede Eratosthenis. Denis d'Halicarn. Lib. 4. (n.d.A.)

      -Citazione frettolosa. Il P. intende riferirsi a Lysias. (n.d.R.)

[77] Jul. Paul. recept. sentent. L 2. tit. 26 §4. et seg. (n.d.A.)

      - Giulio Paolo allievo di Scevola (III sec. d. C.) assessore di Papiniano quando questi era prefetto del pretorio sotto Alessandro Severo. noto compilatore(Cfr. Burdese cit. p. 42 "Gravemente sospette di libera rielaborazione postclassica pervennero le sententiae o receptae sententiae, che vanno sotto il nome di Paolo" ( Enc. Italiana Vol. XXIX p 672) (n.d.R.)

[78]  - Tito Livio,< L. 8, cap. 22, L. 10, cap. 31 e L. 25. cap. 2 |Tito Livio, lib. 10, cap 31 70. (n.d.A.)

[79]  - Montesquieu, L'esprit, L VII, cap. 10, p. 115, vol I ed. cit.): "Il (le tribunal domestique) devait juger non seulement de la violation des lois, mais aussi de la violation des moeurs. Or, pour juger de la violation des moeurs, il fait en avoir." Idem cap 8: "Aussi les bons legislateurs y ont-ils exigé des femmes une certeine gravité de moeurs." Idem L. VII. c. 8, p. 114 vol. I: "Aussi les bons législateurs y ont-ils exigé des femmes une certeine gravité de moeurs. Ils ont proscrit de leurs républiques non seulement le vice, mais l'apparence méme du vice. Ils ont banni jusqu' à ce commerce de galanterie qui produit l'oisiveté, qui fait que les femmes corrompues, qui donne un prix à tous les riens, et rabaisse ce qui est important et qui fait que l'on ne se conduit plus que sur les maximes du ridicule, que les femmes entendent si bien à établir. (n.d.R.)

[80]  - L. 14. L. 3O: D. ad L: Jul. de adult. (n.d.A.)

[81]  - L. 26. 1 cit. (n.d.A.)

[82]  - Heinec. Ant. Rom. Libro 4 cap. 13. § 50. (n.d.A.)

      - La legge di Costantino riportata da Heinecke, Antiquitates Romanae. (n.d.R.)

[83]  - Si nota qui la presa di posizione contro le pene corporali crudeli (la mutilazione è contemplata nella Constitutio Theresiana). Termina così il breve saggio di scienza romanistica, condotto dal P. comparando le varie leggi romane sul matrimonio, come già fatto nel Traité du mariage) (n.d.R.)

[84]  - Passo che illumina con chiarezza la concezione giuridica del P: estrema elasticità nell'interpretazione della legge, uso dell'analogia, preminenza della figura del giudice (monocratico oppure giuria), richiamo all'equità e alla prudenza. (n.d.R.)

[85]  - Altro passo molto chiaro per illustrare la concezione del P. cfr. invece C: Beccaria, Dei delitti e delle pene, cit. p. 82 "Altri misurano i delitti più dalla dignità della persona offesa che dalla loro importanza riguardo al bene pubblico"; idem p. 88: "Io mi ristringerò alle sole pene dovute a questo ceto, asserendo ch'esser debbono le medesime per il primo e per l'ultimo cittadino" (n.d.R.)

[86]  - Anche qui il P. è contro il principio d'uguaglianza, in questo ci appare allineato al pensiero tedesco: es. Haller, cit. vol. I. p 150: "La diversità di queste forme di diritti soggettivi è precisamente la più bella prova della libertà civile". (n.d.R.)

[87]  - Il P. non cita le leggi ; si tratta della lex Julia (D. 23, 2, 44 e D 23, 2, 19). Forse la fonte è la stessa di Montesquieu, L'esprit des lois, L. XXVI, cap. 14 vol II p. 182, nota "e2 dell'ed. cit: "L'eloignement entre les fratres et les soeurs pour le mariage. Ils le furent à Rome dans les premiers temps, jusque à ce que le peuple fit une loi pour les permetre. Il voulait favoriser un homme extrèmement populaire, et qui s'était marié avec sa cousine germaine." Plutarque au trait e Des demandes des choses romaines. Per quanto riguarda lo "stupro scelerato" di Clodio e la relazione con la sorella Clodia, ne tratta Cicerone In P. Clodium et C. Curionem (Le orazioni di Cicerone, a cura di G. Bellardi vol. II p. 1172 Torino 1981. (n.d.R.)

[88]  - Concetto comune con il Beccaria Dei delitti e delle pene, ed cit p. 115: "Io non pretendo diminuire il giusto orrore che meritano questi delitti; ma indicandone le sorgenti mi credo in diritto di cavarne una conseguenza generale: cioè che: "non si può precisamente chiamare giusta (il che vuol dire necessaria) una pena di un delitto, finchè la legge non ha adoperato il miglior mezzo possibile, nelle date circostanze di una nazione, per prevenirlo". (n.d.R.)

[89]  - Evidentemente in questo caso, configurandosi anche l'adulterio, l'azione passa al marito.

[90]  - In conclusione la donna ha solo l'azione civile per il mantenimento del figlio mentre non le spetta l'azione penale. Questa tuttavia, in casi chiari, può essere esercitata d'ufficio.

[91]  - Beccaria, Dei delitti e delle pene, cit. p. 115. "L'infanticidio è parimenti l'effetto di un'inevitabile contraddizione in cui è posta una persona che per debolezza o per violenza abbia ceduto. Chi trovasi tra l'infamia e la morte di un essere incapace di sentirne i mali, come non preferirà questa alla miseria infallibile a cui sarebbero esposti ella e l'infelice frutto? La migliore maniera di prevenire questo delitto sarebbe di proteggere con leggi efficaci la debolezza contro la tirannia, la quale esagera i vizi che non possono coprirsi col manto della virtù. "Pensiero ripreso da Voltaire"Intorno al libro dei delitti e delle pene". Scritti politici (cit.) "Sarebbe meglio prevenire queste sventure che sono abbastanza comuni, che limitarsi soltanto a punirle". Un caso di questo genere è l'occasione del libro di Voltaire. (n.d.R.)

[92]  - Montesquieu, L'Esprit, cit. L. XII, cap, VI vol I. p. 207 segg: Du crime contre nature: Notevole tra l'altro: "Il est singulier que, parmi nous, trois crimes: la magie, l'hérésie et le crime contre nature, dont on pourrait prouver du premier, qu'il n'existe pas, du second, qu'il est susceptible d'une infinité de distinctions, intérpretations, limitations: du troisième, qu'il est très souvent obscur, aient été tous trois punis de la peine du feu. Je dirai bien que le crime contre nature ne fera jamais dans une societè de grands progres si le peuple ne s'y trouve porté d'ailleurs par quelque coutume, comme chez les Grecs, où le jeunes gens faisaient tous leurs exercices nus; comme chez nous, où l'education domestique est hors d'usage, comme chez les Asiatiques, oü des particuliers ont un grand nombre de femmes qu'ils mé prisent, tandis que les autres n'en peuvent avoir." Beccaria, Dei delitti e delle pene, ed. cit. p. 114: "L'attica venere, così severamente punita dalle leggi, e così facilmente sottoposta ai tormenti vincitori dell'innocenza, ha meno il suo fondamento su i bisogni dell'uomo isolato e libero, che sulle passioni dell'uomo sociabile e schiavo. Esso prende la sua forza, non tanto dalla sazietà dei piaceri, quanto da quella educazione che comincia per rendere gli uomini inutili a sè stessi per fargli utili ad altri, in quelle case dove si condensa l'ardente gioventü, dove essendovi un argine insormontabile ad ogni altro commercio, tutto il vigore della natura che si sviluppa, si consuma inutilmente per l'umanità, anzi ne anticipa la vecchiaia." (n.d.R.)

[93]  - Anche il Beccaria, op. cit. p. 114: "Regola generale: In ogni delitto, che per sua natura deve essere il più delle volte impunito, la pena diviene un incentivo" (n.d.R.)

[94]  - Il P. allude alla sua stessa opera Du Marriage. (n.d.R.)

[95]  - Si interrompe qui il Plan, sul riassunto delle tesi del Traité du mariage. Ignoti i motivi che hanno lasciato incompiuta e non presentata al concorso di Berna un'opera alla quale evidentemente il P. aveva dedicato una grande cura, che gli stava a cuore., e che appare quasi completa. n.d.R.)

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Ultimo aggiornamento: 11 ottobre 2011