CARLO ANTONIO PILATI

Plan d’une législation criminelle

Piano d'una legislazione criminale

Trascrizione dal manoscritto e traduzione dal francese

di Marina Pilati

Pe gentile concessione della prof.ssa Marina Pilati

Edizione di riferimento:

Carlo Antonio Pilati, Plan d’une législation criminelle, testo manoscritto mai pubblicato, traduzione di Marina Pilati.

CAPITOLO VIII

DEI DELITTI E DELLE PENE IN PARTICOLARE.

DEI CRIMINI CHE COLPISCONO LA RELIGIONE

"Io non metto, - dice il Signor de Montesquieu [1] - nella classe dei crimini che interessano la religione, che quelli che l'attaccano direttamente, quali sono tutti i sacrilegi semplici. Infatti i crimini che ne turbano l'esercizio sono della stessa natura di quelli che attaccano la tranquillità dei cittadini o la loro sicurezza, e a queste classi debbono essere rinviati. Perchè la pena dei sacrilegi semplici sia derivata dalla natura delle cose, essa deve consistere nella privazione di tutti i vantaggi che dona la religione; l'espulsione dai templi, la privazione della comunità dei fedeli per un tempo determinato o per sempre; la fuga dalla loro presenza, le esecrazioni, gli scongiuri [2].

DELL' ERESIA

La solidità e la giustizia di questo ragionamento saltano agli occhi. Come è potuto accadere quindi che siano stati stabiliti |la pena di morte| il bando, la confisca dei beni, la stessa pena di morte contro gli eretici? La ragione è che i preti della chiesa romana hanno* nei secoli della barbarie, dettato le leggi contro gli eretici: questi preti costituivano allora, come ancor oggi, un corpo separato da tutti gli altri corpi della società civile, un corpo che ha degli interessi opposti agli interessi degli altri, agli stessi interessi di tutta la società, un corpo infine per il quale il benessere temporale dipende interamente dall'opinione degli uomini [3].

Dunque il fatto che un uomo dichiara di non pensare come loro sugli articoli dai quali dipende il loro benessere, è per loro il più grande crimine che si possa commettereQuesto crimine lo chiamano crimine di lesa maestà divina al capo primo [4] per cui sostenere delle opinioni opposte agli insegnamenti dei ministri di Dio, è, secondo loro, combattere la volontà di Dio medesimo che l'esplica attraverso i suoi ministri. Ma in verità, è combattere l'amor proprio, l'ambizione, l'interesse di questo corpo. Le persone illuminate sanno bene dove va a parare qui il sofisma ed io non mi assumerò di rivelarlo ancora: non è questo il mio scopo. La mia intenzione è soltanto di chiarire che è un'ingiustizia intollerabile e contraria alla natura delle cose sottomettere a pene corporali un uomo che ha delle opinioni contrarie a quelle della religione dominante di uno stato. Tutta la pena che gli si può dare è l'esclusione dai templi e dalle assemblee religiose e privarlo dei vantaggi particolari che le leggi dello stato hanno attribuito a coloro che professano questa religione. Queste sono le opinioni ed i principii che i cristiani dei primi secoli non hanno mai smesso di professare, di inculcare e di dimostrare con ragioni inoppugnabili e che i loro successori hanno in seguito tanto indegnamente abbandonato.

Ma se una schiera di eretici si raduna, si moltiplica, si incoraggia e fa dei progressi in uno stato, a detrimento dell'unica religione che vi è riconosciuta e professata fino allora? Escludeteli per sempre dalle vostre chiese, ma incatenateli allo stato per il loro interesse: mettete in atto la tolleranza; e proteggeteli contro le ingiuste persecuzioni degli ecclesiastici, che cercano di renderveli invisi, di armarvi contro coloro che si separano da loro soltanto perchè questa separazione è nociva alla loro ambizione, alla loro autorità, ai loro interssi. La religione, ha detto un uomo celebre, è tra Dio e l'uomo: la legge civile è tra voi e i vostri popoli [5].

DEI BESTEMMIATORI

Il Codice Teresiano condanna i bestemmiatori al taglio della lingua o delle mani e ad essere bruciati vivi. Esso condanna ad una pena afflittiva del corpo pure quelli che non avranno proferito delle bestemmie dirette contro Dio, nè contro i santi, ma che si saranno lasciati sfuggire delle espressioni indirettamente contrarie all'onore di Dio, o dei santi, come chi si sarà espresso in termini indecenti contro i sette sacramenti, le piaghe, la croce e la passione del redentore [6].

La legge di Luigi XIV dell'anno 1666 [7] sul medesimo argomento è più semplice e molto meno severa. "Che coloro che saranno convinti - egli dice - di avere giurato e bestemmiato il santo nome di Dio, della sua Santissima Madre o dei suoi Santi, siano condannati per la prima volta a un'ammenda; per la seconda, terza e quarta volta ad un'ammenda doppia; tripla e quadrupla: per la quinta volta alla gogna, e abbiano tagliato il labbro superiore; e la quarta volta avranno la lingua tagliata del tutto.". Questa legge non ha altro difetto che di essere contraria alla natura delle cose [8].

La pena non vi corrisponde al crimine. Per un crimine di questo tipo bisogna far uso di esecrazioni, di detestazioni, di scongiuri. Bisogna escludere il colpevole dalla comunità umana. C'è in questo di che far tremare |e pentire| i più determinati e e arrabbiati ribaldi dell'universo.

DELLA STREGONERIA E DELLA MAGIA

Non dirò parola nè della stregoneria nè della magia [9]. È vergognoso parlarne in questo secolo: e sarebbe ancora più vergognoso degnare di qualche attenzione queste futilità in un codice di leggi. Pertanto, dato che non è possibile alli'uomo di fare un patto col diavolo, nè al diavolo di |fare| rendere all'uomo quei servizi che questo desidera, purtuttavia esistono degli insensati che si immaginano stoltamente che entrambe queste cose siano possibili: e che fanno tutto quello che reputano necessario per riuscirvi. Questa gente abbisogna di essere trattata da un medico ed istruita da un religioso: bisogna rieducarla, non punirla. Infatti non si puniscono i pazzi. Se volete che l'istruzione e la guarigione di questo genere di pazzo serva di esempio agli altri, fateli rinchiudere al manicomio, finchè abbiano appreso a fare migliore uso della loro ragione. Ma far bruciare questa gente come si è fatto fino al presente, fu un'invenzione abbominevole di quello stesso spirito del clero che, come ha dettato leggi crudeli contro chi osasse manifestare nelle materie di fede sentimenti opposti ai suoi, allo stesso modo ha immaginato di far morire crudelmente tutti coloro che mostrassero di essere persuasi che vi potrebbe essere un potere spirituale più potente di quello del corpo ecclesiastico. Infatti è evidente che queste leggi disumane di fare bruciare gli eretici e gli stregoni non sono state fatte che su istigazione del clero durante i secoli dell'ignoranza e della superstizione, nei quali il clero era degenerato al punto di non conoscere più nè la virtù nè la religione, e da seguire solo le sue passioni e i suoi interessi, troppo diverso in questo dal clero dei primi secoli.

Considerate da un lato lo spirito di dolcezza che Gesù Cristo e gli Apostoli hanno conferito alla nostra religione e |dall'altra| richiamate alla vostra memoria le centinaia di migliaia di persone che l'orgoglio disumano e il crudele spirito di interesse di questo clero degenerato hanno fatto spirare tra le fiamme, sia come eretici, sia come stregoni; e aggiungete la quantità incredibile di persone istruite che questi stessi babbioni (papions) hanno in così gran numero perseguitato e in così gran numero fatto morire per delle semplici dispute di scuola, per il platonismo, per il peripatetismo, per la teologia scolastica, per il sistema di Tolomeo, per delle parole prive di senso, per delle questioni arbitrarie e addirittura inintelleggibili, per tante altre dottrine che tutti, il clero per primo, ha riconosciuto oggi per false, assurde, fuori luogo [10] e dopo questo giudicate voi quale è l'idea che dobbiamo farci delle caratteristiche di un corpo che nei tempi dell'ignoranza e della superstizione grossolana dei laici ha così indegnamente sacrificato lo spirito evangelico, del quale pure si vantava di essere il depositario, al suo spirito di corpo, al suo orgoglio ed al suo interesse che si trovavano in contraddizione con l'interesse generale di tutta la società. Ma distogliamo gli occhi da oggetti tanto funesti e così adatti a suscitare nell'animo pensieri troppo tristi e troppo opprimenti e veniamo a crimini più concreti.

DEI CRIMINI DI LESA MAESTÀ

I crimini che tendono direttamente ed immediatamente alla distruzione della società o di coloro che la rappresentano sono senza dubbio i più gravi di tutti quelli che la società è in diritto di punire. Le leggi degli imperatori romani e quelle di tutti i principi dell'Europa comprendono sotto questo nome più specie di crimini: il vero crimine di lesa maestà è quello che configura un attentato contro lo stato o contro la vita del principe [11]. Ma ministri corrotti hanno persuaso i principi a dichiarare colpevoli di lesa maestà anche coloro che abbiano attentato contro la sicurezza dei loro consiglieri. È stata necessario lo spirito di un eunuco come Eutropio per immaginare una tal legge, ed è stato necessario un giovane così imbecille e così stupido come Arcadio per pubblicarla col suo nome [12].

Si è arrivati fino a far dichiarare ai principi che si devono riguardare come colpevoli di tale crimine quelli che abbiano detto o scritto qualche cosa che può tornare a disonore del sovrano. Chi lo potrebbe credere ? Sono stati compresi nella medesima classe coloro che con scritti o parole abbiano oltraggiato i ministri o i consiglieri del principe. Dopo queste leggi tutte le persone oneste che hanno dello zelo nei confronti del pubblico bene e che amano il loro principe sono in pericolo se danno retta al loro zelo. Più le loro conversazioni familiari risentiranno di questa passione e più cercheranno di spiegare al principe e ai ministri per mezzo dei loro scritti e più correranno dei rischi per la loro vita e la loro libertà. Se qualche legislatore saggio ed umano intraprenderà mai la riforma di queste leggi perniciose, troverà sull'argomento nell'Esprit des Loix [13] degli eccellenti consigli [14].

 D'altronde il principe è sempre in grado di rendere questo crimine una pura chimera. Non ha, come già ho detto, che da allontanare dai suoi stati le cause di generale infelicità e da bandirne la superstizione [15].

Ecco una pricipio degno di nota del governo cinese che io riporterò con le parole stesse del Signor Rousseau che ne fa l'elogio [16]

"À la Chine - egli dice - le prince a pour maxime constante de donner le tort à ses officiers dans toutes les altercations qui s'élèvent entr'eux et le peuple. Le pain est-il cher dans une provence? L'intendant est mis en prison. Se fait-il dans une autre une emeute? Le gouvernement est cassé; et chaque mandarin répond sur sa téte de tout le mal qui arrive dans son département. Ce n'est pas qu'on n'examine ensuite l'affaire dans un procès régulier: mais une longue expérience en à fait prévenir ainsi le jugement. L'on à rarement en cela quelque injustice à reparer. Et l'empereur persuadé que la clameur publique n's'éleve jamais sans sujet demele toujours à travers des cris séditieux qui il punit de justes griefs qu'il redresse."

Nel testamento politico che si attribuisce al cardinale di Richelieu si stabilisce che è giusto che ci sia la possibilità di accusare un ministro davanti al re: ma si esige che il delatore venga punito, se le cose che può provare non sono di sufficiente importanza. Il Signor di Montesquieu osserva a proposito che questo impedirebbe a tutti di accusare il ministro qualsiasi cosa vera, dal momento che l'importanza di una cosa è del tutto relativa e cio' che è importante per uno può non esserlo affatto per un altro [17].

Ma si arriva, qual che ne sia la ragione, a vedere dei mostri che cospirano contro lo stato o che attentano alla persona del sovrano. Quale è la pena dovuta loro per questo crimine? Le leggi di varii popoli e di varii principi hanno dettato pene diverse, le une più severe, le altre meno, secondo il carattere più o meno duro del legislatore e secondo le inclinazioni dei sudditi ai quali le vuole indirizzare. Non ho nulla da dire contro tali leggi: dal momento che una nazione che vanta senza limiti la sua civiltà ma nondimeno in ogni tempo ha dato esempi di brutalità, la più estrema e la più atroce, ha fatto subire in epoca recente ad un invasato, al quale i clamori generali della nazione avevano alienato la ragione, dei supplizi così crudeli che un uomo onesto non avrebbe potuto sostenerne il racconto [18].

Capita ancor più di frequente che i sudditi abbiano delle lagnanze nei confronti del principe. Se le fanno in termini onesti è una crudeltà punirli. Se queste lagnanze sono fondate, è giusto correggere i torti che vengono fatti ai sudditi, o almeno eliminarli. Ma se non sono fondate non c'è che ignorarle e cesseranno ben presto: d'altra parte la corte ha mille modi di illuminare i sudditi sui loro torti. Voglio dire che è giusto punirli se il principe non è abbastanza magnanimo per disprezzarli: Svetonio riporta che Tiberio si era lamentato con Augusto per lettera poichè non sopportava che certe persone parlassero male di lui e quest'imperatore gli rispose in questi termini: "Non laciatevi trasportare o Tiberio dalla vostra età mostrando una collera eccessiva per il fatto che qualcuno parla male di me: Mi basta di trovarmi in uno stato dove nessuno me ne può fare. "Ma una clemenza siffatta non è di tutti i luoghi, nè di tutti i tempi [19].

** Ma se alle lamentele si mescolano dei termini ingiuriosi contro il sovrano, è senza dubbio giusto punirli, non come colpevoli del crimine di lesa maestà, cosa che sarebbe veramente assurda ed inumana, ma come gente che manca di rispetto nei confronti del proprio principe| e questo è| un delitto che appartiene alla classe delle ingiurie.

Le leggi inglesi a questo riguardo sono molto difettose. Ivi dilagano impunemente gli scritti più ingiuriosi contro i ministri e le personalità principali dello stato e in certi casi contro il re medesimo. Gli Inglesi chiamano questo: libertà: ma il buon senso non può chiamarlo che insolenza. Infatti, supposto che le lagnanze siano sempre fondate, che necessità c'è di esprimersi con termini ingiuriosi? e supposto che al pubblico interessi di esserne informato, gli importa anche di esserlo in maniera licenziosa e tale da rivoltare ogni uomo? E supposto infine che su delle belle verità ci si debba esprimere vigorosamente, non c'è vigore che nelle espressioni volgari e nel vocabolario insolente della canaglia? e i gentiluomini che ignorano questi termini, saranno dunque considerati incapaci di fare discorsi eloquenti ed energici? Tutto ciò non ha senso comune.

** E infine che cosa produce questa libertà? che le persone più innocenti e più virtuose sono insultate dai più grandi mascalzoni: che il pubblico non sa più distinguere ciò che vien detto a ragione oppure per spirito di vendetta: che tutti disprezzano indistintamente gli scritti, i più sensati come i più insensati: e che infine questa libertà ridicola è più pericolosa al fine della scoperta della verità di quanto non lo sia nei paesi più dispotici quell'atteggiamento eccessivo che tappa la bocca a tutti [20]. Inoltre si trova di tempo in tempo qualcuno che, non contento di tenere degli atteggiamenti o di diffondere scritti ingiuriosi nei confronti del principe, usa anche espressioni che incitano alla rivolta e che spingono al crimine di lesa maestà vero e proprio. Ma questo crimine è così vago [21]  che non è possibile regolarlo con una legge generale [22].

Le medesime parole, pronunciate o scritte da un ministro o da un artigiano, fanno effetti diversissimi. Il primo può fare una grandissima impressione su coloro che lo ascoltano o che lo leggono, invece il secondo il più delle volte susciterà soltanto il riso. Ci sono altre mille cose che m possono variare infinitamente l'importanza di un tale crimine: la disposizione generale dei sudditi, la reputazione dell'autore, la forza del suo stile, il grado di prudenza o di follia che egli dimostra, la forza o la debolezza del governo e molte altre circostanze. Anche nel caso in cui la legge chiarisse espressamente che parole e che espressioni considera sediziose, ugualmente non potrebbe ancora sottoporre alla stessa pena un generale ed un soldato, un ammiraglio ed un marinaio, un ministroi ed un calzolaio, per avere entrambi usato esattamente le medesime espressioni: nemmeno potrebbe prescrivere le identiche punizioni per la tale o tal'altra espressione, usata in tempi di tumulti o in tempi perfettamente tranquilli, sotto un principe debole e odiato che deve tutto temete dai suoi sudditi e sotto un principe potente ed amato, che non ha nulla da temere. C'è un caso ancora che dimostra che le leggi non possono e non devono determinare tutto.

Gli imperatori Arcadio ed Onorio tra tutti gli imperatori di Roma sono stati quelli che per istigazione dei loro peggiori favoriti hanno escogitato contro il crimine di lesa maestà le leggi più crudeli e straordinarie [23]

Ciò nonostante, questi medesimi principi scrissero al prefetto del pretorio Ruffino: " Se qualcuno parla male della nostra persona, o del nostro governo, noi non lo vogliamo affatto punire: se ha parlato per leggerezza, è opportuno ignorarlo; se per pazzia, bisogna compatirlo, se c'è ingiuria bisogna perdonarlo. Così, lasciando le cose nella loro integrità, ce le darete per conoscenza; affinchè giudichiamo delle parole a seconda delle persone e affinchè possiamo meditare bene se dobbiamo sottoporle a giudizio oppure ignorarle." [24]

I crimini che attaccano la sicurezza dei privati cittadini sono di tre specie. La prima comprende gli attentati contro la persona; la seconda quelli contro l'onore, e la terza quelli contro i beni. La prima specie contiene dunque gli omicidi [25].

DEGLI OMICIDI

Ogni omicidio commesso con deliberato proposito deve essere punito con la morte [26]; ne ho fatto vedere le ragioni nel capitolo precedente. Ma ci sono circostanze che aggravano o diminuiscono questo crimine. C'è gente tanto malvagia che dopo aver progettato l'uccisione di un uomo, fanno mostra di essere i suoi più grandi amici, o dopo una discussione, di essersi riconciliati in buona fede con lui, per assassinarlo in un tempo successivo, quando si fiderà al massimo di loro. Altri si gettano sulle vie maestre e rapinano ed uccidono tutti i passanti. Altri ancora fanno professione di vendere la loro scelleratezza a chiunque vuole servirsene per disfarsi di qualcuno: vi sono giudici così iniqui che prestano il loro ministero ai potenti|agli avari per vendicarli di un torto| per far cadere qualche vittima innocene ai loro piedi, dei medici che per denaro rendono lo stesso servizio a un erede avido ed impaziente. Vi sono figli così snaturati che tolgono la vita a coloro dai quali l'hanno ricevuta. Ci sono dei domestici così perfidi che uccidono il loro padrone, sia per derubarlo, che per rendere il servizio a qualcun altro dal quale si sono lasciati comprare. Ci sono mariti che avvelenano le loro mogli, parenti che allo stesso modo si disfano dei loro parenti. Ci sono dei folli che si sono fatti un'abitudine di ammazzare chiunque sia per loro motivo di inquietudine: i loro nemici, i loro rivali, quelli che gli intentano qualche processo. Esistono dei mostri che, non contenti di dare la morte ad un uomo, provano piacere a fargli patire ogni genere di tormenti. In tutti questi casi ed in altri simili, è ben necessario che un legislatore saggio aggravi la pena di morte [27].

Ed io qui prego quelli tra i miei lettori, che pensano che non si deve far morire alcun criminale, di considerare se gente simile merita di vivere, e se è possibile punirli in qualche altro modo abbastanza esemplarmente per intimorire gli scellerati che si sentono la medesima inclinazione? D'altra parte come si può trovare una pena abbastanza grave per l'omicidio semplice quando si deve risparmiare la vita anche a quelli che commettono questi omicidi qualificati, dei quali stiamo parlando? Dall'altra parte vi sono delle circostanze che diminuiscono il delitto. Un uomo uccide un altro uomo per imprudenza, per inavvertenza, per una grossa bestialità, ma senza malizia alcuna: lo uccide essendo ubriaco o alterato dalla collera, o nel mezzo di una lite che non ha provocato, e nel momento in cui vede l'avversario portare le mani alle armi; un marito uccide la moglie che ha sorpreso in adulterio: un padre uccide il figlio nel momento in cui lo vede fare un'azione scellerata, un uomo uccide il suo nemico, che ha lui stesso affermato di volerlo uccidere, e che è incline a mettere in esecuzione le sue minacce. Un viaggiatore uccide un bandito di strada che gli chiede il suo denaro: una persona di nascita elevata uccide un poveraccio che gli grida in faccia e in pubblico delle ingiurie atroci. Queste sono appunto delle circostanze che devono esentare dalla pena di morte, o richiedono una punizione più leggera o almeno leggera secondo le diverse circostanze che è impossibile determinare per legge [28].

Ci sono altre circostanze che assolvono da ogni pena: esse sono ben note. Ed oltre a quelle che la ragione naturale suggerisce, il principe ne può stabilire altre, quando le trova opportune, tramite le sue leggi positive. Io ne allegherò un esempio più avanti, quando tratterò dell'adulterio.

** Capita qualche volta che si commette un omicidio durante un diverbio di parecchi contro uno, o contro molti. Per loro la Costituzione criminale di Carlo Quinto [29] ha deciso assai bene che se si può scoprire l'assassino, questo soltanto deve morire: che se in più hanno inferto al defunto i colpi mortali, tutti costoro debbono morire allo stesso modo, ma che se non sia possibile sapere chi abbia inferto il colpo mortale, nessuno deve essere condannato a morte, ma tutti debbono essere puniti in qualche maniera più dolce. Infine se più persone si sono passate parola per cercare la lite con un altro al fine di ucciderlo nel dirimerla, tutti sono degni di morte, anche se un solo abbia portato il colpo.

Per le violenze di minore conseguenza, la punizione deve essere minore: ma è necessario che essa sia più o meno leggera secondo le caratteristiche di colui che ha fatto la violenza e di colui che l'ha subita [30], come ad esempio quando un magistrato abusa della sua autorità per fare violenza a qualcuno |che è sottoposto alla sua giurisdizione| è un crimine ben differente dl caso in cui una simile violenza venga fatta da un semplice privato. La pena deve anche variare secondo il tipo della violenza stessa, secondo che sia stata fatta con delle armi o senz'armi; secondo gli effetti che abbia prodotto più o meno nocivi sia allo stato che al privato che l'abbia sofferta: secondo la differenza dei luoghi dove è stata commessa allorchè tale differenza possa in qualche modo influenzare l'opinione degli uomini. È senza dubbio necessario che in tutti quei casi ove le circostanze aggravano o diminuiscono il crimine il legislatore permetta un potere arbitrario, sia pure il minore possibile, al giudice. Se egli osserverà i costumi, i bisogni ordinari e il carattere dei suoi sudditi, se osserverà i casi che altri legislatori hanno già previsto prima di lui, e quelli dei quali in seguito hanno trattato i criminalisti, se si sforzerà di approfondire lo spirito delle punizioni che essi hanno stabilito, e se si darà la pena di vedere quale uso gli permettano di fare delle medesime pene e l'obblighino piuttosto a modificare le pene dettate da altri per i principi e i sovrani di altri stati, troverà facilmente i mezzi di ridurre a ben poca cosa l'autorità arbitraria dei magistrati [31].

Ma un autore che parla in generale, che scrive per tutti i paesi e che non può limitarsi a suggererire delle leggi per un tale o un tal altro paese in particolare, sarebbe di una pedanteria ridicola e che non servirebbe che a distogliere le popolazioni meno istruite dall'approfondire le cose, se si accingesse a discendere in questi dettagli. Certi crimini che si commettono frequentemente a Venezia non potranno mai essere commessi in Olanda, finchè vi regneranno i costumi e il regime di oggi. E se si vedesse che si commette qualcuno di questi crimini anche in Olanda, sarebbero necessarie delle pene del tutto differenti da quelle che le leggi o il capriccio infliggono a Venezia [32].

La stessa cosa si può dire di tutti gli altri stati. La prudenza deve essere l’unica guida di un legislatore criminale, e questa guida non segue il capriccio di accomodare le circostanze ai suoi precetti; ma ha la saggezza di accomodare i suoi precetti alle circostanze. Quello che io dico qui è applicabile a quasi tutti gli altri crimini. Ma non lo ripeterò più. L'azione per mezzo della quale si è mostrata la volontà di uccidere un uomo merita talvolta di essere punita come l'omicidio stesso, e altre volte la prudenza e l'equità esigono che la punizione sia più leggera.

DEI CRIMINI TENTATI

Quando un uomo ha programmato di togliere la vita ad un altro e non ha potuto attuare il suo crimine per qualche impedimento sopravvenuto contro la sua volontà, o perchè la persona assalita ha avuto il modo di difendersi o di scamparla con la fuga, quest'azione deve essere punita allo stesso modo che l'omicidio perchè non dipende dall'assassino che l'altro non sia morto [33].

Ma in questo caso è necessario che l'azione dell'aggressore non sia minimamente equivoca. Così colui che avrà sguainato la spada contro un altro ad una distanza tanto grande che anche l'aggredito abbia avuto il tempo di sguainare anche la sua, e di difendersi, non potrà essere accusato di avere voluto sorprendere il suo avversario nè di averlo voluto ammazzare a colpo sicuro.

Al contrario, se l'aggressore si è pentito da parte sua prima di avere consumato l'azione, oppure, dopo avere, per esempio, leggermente ferito colui che aveva avuto l'intenzione di uccidere, lo lascia ancora in vita, sia per sua spontanea decisione, sia per essersi lasciato intenerire dalla preghiere del ferito, è bene risparmiare allo stesso modo anche la vita all'aggressore. Ed è proprio in questo solo caso che l'autore del trattato dei Delitti e delle Pene ha ragione di affermare [34] che "comme entre les tentatives et l'exécution il peut y avoir un intervalle de temps, il est bon de réserver une peine plus grande au crime consommébpour laisser à celui qui a commencé le crime quelques motifs qui le détournent de l'acever."

 Ma nel caso precedente dato che l'aggressore non è fermato da motivi provenienti dalla sua volontà. ma da ostacoli esterni, è molto più giusto decidere, col Signore di Montesquieu [35] che chi ha intrapreso ad attentare alla vita di un altro, deve essere trattato come colui che vi ha attentato effettivamente.

DELLE MINACCE

Quando qualcuno ha semplicemente minacciato un altro di volerlo uccidere, merita una pena che nello stesso tempo sia appropriata a prevenire il suo crimine e a punire quello che egli ha dimostrato di essere risoluto a commettere. Ma questa pena, per essere giusta, deve variare in relazione ai luoghi ed alle persone. Se una tale minaccia è stata fatta da un uomo che è sempre stato di condotta cattiva, che non ha nulla da rischiare, e che è in grado di eseguire ciò che promette, è giusto metterlo fuori della possibilità di realizzare la sua minaccia|di mettere in esecuzione la sua minaccia, condannandolo a| inviandolo in qualche luogo a lavorare, o arruolandolo in qualche reggimento di soldati [36].

Ci sono paesi dove gli uomini sono generalmente inclini per il calore del clima [37] e ancora di più per i difetti del governo e per una cattiva educazione, che ricevono |a causa della violenza| a commettere degli omicidii: in simili paesi una tale minaccia è pericolosa, anche se fatta da un uomo che ancora non abbia dato prove di un carattere violento. Successivamente è necessario considerare se si tratta di un uomo che ha famiglia e beni di fortuna, di modo che si possa presumere che egli si guarderà bene dal fare del male per paura di danneggiare se |stesso| e la sua famiglia: oppure se si tratta di un miserabile che non ha nessuna proprietà o se ha il suo domicilio vicino alla frontiera dello stato, donde potrebbe in ogni caso salvarsi facilmente in un altro paese. In questo caso non è possibile che la legge possa stabilire nulla di certo: ma essa deve rimettere la decisione alla prudenza del giudice. In Inghilterra un uomo che pronunci una simile minaccia si esenta da ogni pena dando una sufficiente cauzione, Cosa più facilmente praticabile in quest'isola che in qualunque altro posto, per il fatto che è quasi impossibile sfuggire alla giustizia, soprattutto poichè un cittadino privato è a sua volta sorvegliato da un altro privato che ha garantito per lui. Ma sono fin troppi i paesi dove i disonesti possono facilmente salvarsi con la fuga: si fanno gioco egualmente della giustizia e dei loro garanti.

DELLE FERITE

Le semplici ferite che non sono state inferte con l'intenzione di uccidere qualcuno |nè per ingiuriarlo| meritano una pena molto più leggera. Ma siccome queste ferite possono essere più o meno gravi, sia in se stesse sia in relazione alla persona che le ha ricevute, mi guarderò bene dallo stabilire la medesima pena per ogni ferita, o dal soffermarmi a descrivere una pena differente per ogni differente ferita, perchè, per le ragioni addotte nel VI capitolo, è impossibile prevedere la complicazione di un'infinità di circostanze, come possiamo convincerci dall'esempio lasciatoci dalle leggi dei popoli barbari del medio evo. Io desidererei che coloro che affermano che le leggi devono definire tutto e non lasciare nulla all'arbitrio dei magistrati, mostrassero i mezzi per evitare, in questa parte della legislazione criminale dei nostri padri, gli inconvenienti nei quali essi sono caduti, senza cadere essi stessi in inconvenienti ancora più grandi. Ferire al volto una bella ragazza che non ha beni di fortuna, o ferire una ragazza brutta che ha dei mezzi, sono due delitti molto diversi per gli effetti che producono sulle persone ferite. La bella senza beni corre il rischio di non trovare più marito: la brutta con beni non tenterà di meno i pretendenti avari o poveri per essere diventata ancora un po' più brutta. Ferire ad una gamba un sarto e ferire un cacciatore che vive della caccia, sono anch'essi dei crimini molto diversi, che di conseguenza richiedono pene diverse, Ma possono le leggi prevedere tutte le circostanze che aggravano o diminuiscono simili reati?

PUGNALI ED ARMI DA FUOCO

Negli stati dell'Italia [38] è proibito sotto pene severissime portare pugnali, coltelli da tasca appuntiti, armi da fuoco che si possano nascondere sotto il mantello o di tenere in tasca pugnali ed armi da fuoco. A Venezia è stabilita la pena di morte per chiunque porti armi da fuoco. Tuttavia in Italia e a Venezia tutti quanti portano armi vietate. È ben vero che a Venezia si portano meno pistole che pugnali, perchè questi sono proibiti con la sanzione di pene minori, ma cio' nonostante gli omicidii non sono meno frequenti in questa capitale di quanto non lo siano a Roma, o a Napoli. E questo è veramente sorprendente, perchè è più difficile salvarsi nelle lagune di Venezia che attraverso le porte sempre aperte di Napoli o di Roma. Un viaggiatore può dire che questa stranezza deriva dal fatto che a Venezia le spie sorvegliano i gentiluomini, mentre non si interessano mai dei malavitosi e della canaglia. Donde deriva che in Italia tutti quanti girano armati, malgrado leggi tanto severe, e che vi si commettono tanti omicidi ? C'è il fatto che l'omicidio resta la maggior parte delle volte impunito. e che coloro che sono puniti non lo sono abbastanza: per cui risulta che i giudici pensano che sarebbe troppo assurdo punire coloro che non fanno altro che portare delle armi e che possono sempre giustificarsi con la necessità di portarle per difesa personale. Se gli Italiani desiderano che non si commettano più omicidii nei loro paesi, è necessario che i loro magistrati mettano a morte tutti gli omicidi, che i ministri, i potenti, le donne, gli ecclesiastici non possano più sottrarre alcun delinquente di questa specie al potere dei giudici nè ottenere per loro l'alleggerimento della pena: è necessario che la proibizione di portare armi sia sostenuta da pene più moderate, tali da poter essere sempre eseguite senza inconvenienti, e che queste pene vengano immancabilmente messe in esecuzione, senza alcuna distinzione di persone e senza ammettere alcuna giustificazione. È per questa esattezza che Sisto Quinto [39] è riuscito a ristabilire la sicurezza pubblica a Roma, che prima del suo regno non era che una spelonca di briganti.

DEGLI OMICIDII COMMESSI PER INTERESSE

Una legge dell'elettorato di Hannover [40] è veramente strana: punisce più severamente quelli che attaccano lite e si battono in stato di ubriachezza che coloro che si affrontano in duello a sangue freddo. Al contrario in Italia le leggi scusano quasi completamente gli omicidii commessi in stato di ubriachezza. La legge d'Hannover sembrerebbe troppo rigida ma quelle dell'Italia sono totalmente cattive. La legge d'Hannover sembra troppo severa perchè in questi paesi l'abitudine a bere, e anche a bere troppo, viene dalla natura del clima freddo, che impedendo alla parte acquosa del sangue di evaporare per mezzo della traspirazione, mette gli uomini nella necessità di usare liquori alcolici per mettere in movimento il loro sangue. Inoltre nei paesi freddi l'ubriachezza non produce effetti così perniciosi come nei paesi caldi. Di solito rende gli uomini stupidi: e solo raramente le persone sotto l'effetto del vino divengono furiose. Ma in Italia ed in tutti i paesi caldi la natura del clima si oppone all'ubriachezza. Sotto questi climi il rilassamento delle fibre, causato dal calore, produce una grande traspirazione della parte acquosa del sangue: si deve quindi sostituirlo con un liquido simile: che è l'acqua e non i liquori forti, che non fanno che arrestare, per la coagulazione dei globuli, il movimento del sangue. "È dunque naturale" dice Montesquieu [41] “che laddove il vino è in contrasto col clima, e per conseguenza con la buona salute, l'eccesso vi sia punito più severamente che nei paesi dove l'ubriachezza abbia scarsi effetti negativi per le persone, dove ne abbia pochi per la società. dove non rende gli uomini furiosi ma soltanto stupidi. Dunque le leggi che puniscono l'ubriaco sia per l'azione commessa che per l'ubriachezza non si dovrebbero applicare che all'ubriachezza della persona e non all'ubriachezza della nazione." Un Tedesco beve per consuetudine, uno Spagnolo per scelta.

DEL SUICIDIO

 Dovrei parlare del suicidio, poichè tutte le leggi criminali del nostro tempo stabiliscono delle pene contro questo crimine. Ma che bisogno c'è di dettare leggi contro coloro ai quali o il dispiacere, o la noia o qualche altro causa del genere ha montato la testa, insomma contro dei pazzi? È mai possibile illudersi di potere, con le leggi di questo mondo intimorire uomini che da questo mondo vogliono andarsene? Simili pazzi dovrebbero temere la giustizia umana, loro che fanno vedere di non temere la giustizia divina? Infine se questi uomini non temono la morte, dovranno forse temere i supplizi che si esercitano sui loro corpi nel tempo in cui già non li sentono più? Le punizioni sono utili quando sono esemplari: che esempio volete mai dare a gente che desidera la morte e in questo modo si mette fuori della condizione di riceverne? Quanto alla famiglia che resta, non è meglio piuttosto cercare di consolarla che farle indirettamente nuovi oltraggi: non basta che abbia a dolersi di aver avuto un matto presso di sè, senza caricarla di nuove afflizioni? Le leggi che confiscano i beni di un uomo che si è annientato da solo, sono estremamente ingiuste. Esse permettono di punire un figlio per aver avuto un padre che è caduto nella demenza, o una vedova per aver avuto un tale marito o dei parenti per avere avuto un tale parente. |Il diritto canonico!Le leggi canoniche rifutano a un uomo tale la sepoltura. Per una volta hanno proprio ragione perchè un pazzo simile non merita un trattamento cristiano [42].

 

Note

________________________

 

[1]  - Esprit des Loix, L. 12, cap. 4.(n.d.R.)

[2]  - Montesquieu, L'esprit des lois, L. XII, cap. 4, pp. 203-204, vol. I, ed. cit.: "Je ne mets dans la classe des crimes qui intéressent la religion, que ceux qui l'attaquent directement, comme sont tous les sacrileges simples car les crimes qui en troublent l'exercice, sont de la nature de ceux qui choquent la tranquillité des citoyens ou leur sûreté, et doivent être renvoyés à ces classes. Pour que la peine des sacrileges simples soit tirée de la nature de la chose, elle doit consister dans la privation de tous les avantages que donne la religion; l'expulsion hors des temples, la privation de la société des fideles pour un temps, ou pour toujours: la fuite de leur présence, les esécrations, les détestations, les conjurations". A: "la nature de la chose", Montesquieu annota: "Saint Louis fit des lois si outrées contre ceux qui juraient, que le pape se crut obligé de l'en avertir. Ce prince modéra son zéle et adoucit ses lois. Voyez ses ordonnances. "L'intero passo è così commentato dal Derathé pag. 485, vol. I, ed. cit. dell'Esprit: "Montesquieu s'inspire ici de Locke "Lettre sur la tolérance"(1689): "Vous me demanderez si aucune contrainte ne doit exister, quelle sanction auront donc les lois ecclésiastiques. Je répondrailes sanctions qui conviennent aux choses dont la profession et l'observance extérieures ne servent à rien, si elles ne siègent pas au plus profond des àmes, et si elles n'obtiennent pas le plein consentement de la conscience. C'est puorquoi les exhortations, les admonestations, les conseils sont les armes de cette société, gràce auxquelles ses membres doivent ètre maintenus dans leur devoir. "(Trad. R. Polin, Paris, 1965, p. 23.) Conjuration: In linguaggio ecclesiastico equivale a esorcismo o cerimonia per cacciare lo spirito maligno. (n.d.R.)

[3]  - Il tema degli ecclesiastici "corps separé" dal resto della società, con interessi addirittura opposti, è caratteristico della polemica antiecclesiastica del P. Più cautamente il Beccaria (op. cit. p. 117 - cap. XXXVII): troppo lungo sarebbe il provare, come, quantunque odioso sembri l'impero della forza sulle menti umane, del quale le sole conquiste sono la dissimulazione, indi l'avvilimento; quantunque sembri contrario allo spirito di mansuetudine e di fraternità comandato dalla ragione e dall'autorità che più veneriamo, pure sia necessaario ed indispensabile" Sull'argomento anche Voltaire, Intorno al libro dei delitti e delle pene, III, p. 610 dell'ed. cit. "Vincolate allo stato tutti i sudditi dello stato con il loro proprio interesse; che il quacchero e il turco trovino il loro vantaggio a vivere sotto le vostre leggi: La religione sta nel rapporto tra Dio e l'uomo; la legge civile tra voi e il vostro popolo("la religion est de Dieu à l'homme; la loi civile est de vous à vous peuples." - § IV -fine. Prudentissimo Montesquieu: (L'esprit, cit. L. XII, cap. 5, p 207 vol. I) "Je n'ai point dit ici qu'il ne fallait point punir l'hérésie; je dis, qu'il faut être très circonspect à la punir." (n.d.R.)

[4]  - Suddivisione del delitto di lesa maestà in vari capi: è presente nella "Theresiana" (L. II artt. 56 segg. )Come precisa M. Brethe De La Gressaye (Commento a L'esprit des lois, ed. cit. Vol. II. p. 387) secondo Muyart De Vouglans, Institutes au Droit criminel, parte VIII, titre I, l'antico diritto francese distingueva i crimini di lesa maestà in "premier chef" (attentati contro la persona del re) e "second chef" (Attentati contro i ministri, libelli diffamatori)

[5]  - Voltaire (Cfr. nota 318) (n.d.R.)

[6]  - Cod. Thérés. L. 2. art. 56. (n.d.A.)

      - Constitutio Theresiana, art. 56 (L. 2) p. 164, § 9, ed. cit., Poena Blasphemantium. Vivicomburium cum praevia mutilatione membri per quod peccatum fuit si blasphemia est in summo improbitatis gradu 2° Decollatio pro medio blasphemiae gradu. 3° Poena corporalis pro infimo blasphemiae gradu et generaliter dum poena mortis ob circumstantias crimen minuentes inferri nequit."

[7]  - Riportata da Voltaire, Intorno al libro dei Delitti e delle Pene. cap. V, (Delle profanazioni) p. 615 dell'ed. cit.: "L'ordinanza di Luigi XIV dell'anno 1666 stabilisce: "che coloro che saranno convinti d'aver giurato e bestemmiato il santo nome di Dio, della sua santissima madre o dei suoi santi, saranno condannati, per la prima volta a un'ammenda, per la seconda, terza e quarta volta ad un'ammenda doppia, tripla o quadrupla; per la quinta volta alla gogna per la sesta volta alla berlina; e sarà loro tagliato il labbro superiore; e la settima volta sarà loro tagliata di netto la lingua"Qu3sta legge appare saggia e umana; non infligge una pena severa se non dopo sei ricadute, che non sono presumibili."

[8]  - Dopo la citazione di Voltaire, il P. torna qui a Montesquieu ed al suo concetto di "nature des choses" (Cfr. De l'esprit, cit. vol. I p. 204, L. XII, cap. 4) (n.d.R.)

[9]  - Nonostante la litote, il P. tratta diffusamente ed in modo originale dei due argomenti già sviscerati in Di una riforma d'Italia. Montesquieu (op. cit. Vol. I, L. XII, cap. V, "Il faut être très circonspect dans la poursuite de la magie et de l'heresie" p. 206) e Voltaire (Dizionario filosofico art. Superstizione", pp. 603 e segg. ed. cit.: "Tutti i Padri della chiesa, senza eccezione, credettero nella magia. La Chiesa condanno' sempre la magia, ma sempre vi credè, non scomunicò già gli stregoni come dei pazzi suggestionati ma come uomini che fossero realmente in relazione con i demoni.") affrontano l'argomento con minore decisione. Il rimedio deve essere medico, in quanto queste sono manifestazioni di follia, non penale. La condanna al rogo è solo il mezzo con il quale gli ecclesiastici difesero il loro monopolio nel campo del potere spirituale. Il riferimento alla purezza della Chiesa primitiva serve come difesa da eventuali accuse di irreligiosità con espediente simile all'introduzione al Trattato del Beccaria. (n.d.R.)

[10]  - Cfr. Voltaire: Dizionario filosofico, cit. p. 623, art. Tolleranza, e Idem, Trattato della tolleranza (In Opere, cit. p. 428: ) "Vi fu un tempo in cui ci si credette obbligati di emanare decreti contro coloro che insegnavano una dottrina contraria alle categorie di Aristotele, all'orrore del vuoto, alle quiddità all'universale in rapporto alla cosa." (n.d.R.)

[11]  - La definizione del delitto è quella della Theresiana, ma il P. tiene presenti anche Beccaria, op. cit. p. 83: "Alcuni delitti distruggono immediatamente la società o chi la rappresenta." e Montesquieu, op. cit. vol. I. pp. 292 seg (L. XII, capp. 8 e 9). (n.d.R.)

[12]  - Ripreso da Montesquieu, Esprit, L. XII, cap. VIII, p. 209, vol. I nota c: "La loi cinquième, au Code, ad leg. Jul. mg (Liv. IX, tit. VIII) d. Arcadius et Honorius: "Une autre loi avait déclaré que ceux qui attentent contre les ministres et les officiers du prince sont criminels de lese- majesté, comme s' il attentaient contre le prince même." (n.d.R.)

[13]  - Esprit des Loix libro 12. (n.d.A.)

[14]  - Cfr Montesquieu, De l'esprit des lois, ed. cit. vol. I p. 212, L. XII, cap. 12: "Si l'on veut modérer le despotisme, une simple punition correctionelle conviendra mieux dans ces occasions, qu'une accusation de lése-majesté toujours terrible à l'innocence même... les paroles qui sont jointes à une action, prennent la nature de cette action." (n.d.R.)

[15]  - Perchè la superstizione è posta tra le cause dei delitti di lesa maestà? Cfr. Voltaire, Dizionario filosofico, cit. voce: Suprstizione, p. 603: "Quasi tutto ciò che va oltre l'adorazione di un Essere supremo e la sottomissione del cuore ai suoi ordini è superstizione". Ibidem, p. 617: "Io vi sfido di mostrarmi un solo filosofo da Zoroastro a Locke, che abbia mai avuto parte in una sedizione, che sia stato immischiato in un attentato contro la vita dei re, che abbia turbato l'ordine: e purtroppo posso invece additarvi mille superstiziosi, a partire da Zaod fino a Kosinski, tinti del sangue dei re e del sangue dei popoli. La superstizione semina incendi in tutto il mondo, la filosofia li spegne." (n.d.R.)

[16]  - Discours su l'Economie Politique. (n.d.A.)

      J.J. Rousseau: Discorso sull'economia politica in Opere, vol. I, a cura di P. Rossi, Firenze 1989, p. 105: "In Cina il principe si attiene costantemente al principio di dare sempre torto ai suoi ufficiali nelle contese sorte tra loro e il popolo. Se il pane è caro in una provincia, l'intendente finisce in prigione; se in un'altra avviene una sommossa, il governatore viene degradato e ogni mandarino risponde con la sua testa di tutti i guai che avvengono nel suo dipartimento: non è che poi li caso venga esaminato in un regolare processo; ma una lunga esperienza fa sì che la sentenza sia sempre anticipata. Èraro che con questa prassi vi siano ingiustizie da riparare e l'Imperatore, essendo persuaso che una scontentezza manifestata pubblicamente non sia mai senza motivo, discerne sempre, attraverso le grida sediziose, che punisce, le giuste lagnanze cui pone riparo. "Il passo nel contesto di Rousseau ha lo scopo di dimostrare che la volontà generale è sempre giusta, e va rispettata "quando essa si fa sentire malgrado il terribile freno dell'autorità pubblica." (n.d.R.)

[17]  - Esprit des loix, L. 29, cap. 16. (n.d.A.)

      Montesquieu, L'esprit, L. XXIX, cap. 16, vol II, p. 293, ed. cit.: "Le cardinal de Richelieu convenait que l'on pouvait accuser un ministre devant le roi: mais il voulait que l'on fut puni si les choses qu'on pouvait n'étaient pas considérables; ce qui devait empêcher tout le monde de dire quelque vérité que ce füt contre lui, puisq'une chose considérable est éntiérement relative, et que ce qui est considérable puor quelq'un ne l'est pas pour un autre."

[18]  - Il P. fa riferimento alla Francia, l'invasato è Simon Morin (1623-1663) La vicenda è raccontata da Voltaire in Intorno al libro dei delitti e delle pene, cap. VIII, p. 621 dell'ed. cit. (n.d.R.)

[19] L'aneddoto è tratto liberamente da Svetonio, De vita Caesarum: Divus Augustus, (C. Svetonii Tranquilli opera, recensuit Maximilianus Ilhm, Lipsia, 1907) (n.d.R.)

[20]  - Il P. segue la distinzione di Montesquieu, (Esprit, ed. cit. L. XII, cap. 2, p. 202, vol. I) tra la liberté philosophique (che "consiste dans l'exercice de sa volonté, ou du moins dans l'opinion où l'on est que l'on exerce sa volonté") e liberté politique ("consiste dans la sûreté, ou du moins dans l'opinion que l'on a de sa sûreté. Cette sûreté n'est jamais plus attaquée que dans les accusations publiques ou privées.") (n.d.R.)

[21]  - Esprit XII. 8. (n.d.A.)

[22]  - Montesquieu, Esprit XII, 7, (p. 202, vol. I, ed. cit.): "C'est assez que le crime de lèse-majesté soit vague, pour que le gouvernement dégénère en despotisme."

[23]  - Vedi la legge 5 C. ad L. Juliam Majest.

      Questa legge (L. 5, libro IX, Tit. VII, d. Arcadio e Onorio) è citata dal Montesquieu, Esprit, L. XII, cap. VIII, p. 209, vol. I, ed. cit.: "Une autre loi avait déclaré que ceux qui attentent contre les ministres et les officiers du prince, sont criminels de lèse-majesté comme s'ils attentaient contre le prince même. Nous devons cette loi à deux princes dont la faiblesse est célèbre dans l'histoire; deux princes qui furent menés par leurs ministres, comme les troupeaux sont conduits par les pasteurs; deux princes, esclaves dans le palais, enfants dans le conseil, étrangers aux armées. "

[24]  - Passo tratto dall’Esprit, XII, 12 (p. 213, vol. I, ed. cit.) "Les empereurs Théodose, Arcadius et Honorius, écrivirent à Ruffin, préfet du prétoir: «Si quelq'un parle mal de notre personne ou de notre gouvernement, nous ne voulons point les punir (n.d.: "Si id ex levitate processerit, contemnendum est; si ex insania, miseratione dignissimum, si ab injuria, remittendum." Leg. unica, Code "si quis imperatori maledixerit".) s'il a parlé par légéreté, il faut le mépriser, si c'est par folie, il faut le plaindre; si c'est une injure, il faut lui pardonner. Ainsi, laissant les choses dans leur entier, vous nous en donnerez connaissance, afin que nous jugions des paroles par les personnes, et que nous pesions bien si nous devons les soumettre au jugement, ou les negliger." (n.d.R.)

[25]  - Leggermente differente la classificazione di Montesquieu (Esprit, cit. XII, 4, p. 203, Vol. I) "Il y a quatre sortes de crimes: ceux de la première espèce choquent la religion: ceux de la seconde, les moeurs; ceux de la troisième, la tranquillité; ceux del la quatrième, la sûreté des citoyens." Più vicina la suddivisione del Beccaria (Dei delitti e delle pene, cit., cap. XXVIII: "Altri delitti sono attentati contro la persona, altri contro l'onore, altri contro le sostanze." (n.d.R.)

[26]  - Cfr. Beccaria, Dei delitti e delle pene, ed. cit. p. 87: "Altri delitti sono attentati contro la persona, altri contro l'onore, altri contro le sostanze. I primi debbono infallibilmente essere puniti con pene corporali." (n.d.R.)

[27]  - Il P. ha fatto un elenco di crimini atroci: per questi prevede, come la Const. Theresiana, la pena di morte aggravata (preceduta da supplizi vari). La tortura è rigettata dal P. (come del resto anche dal Beccaria) come mezzo inquisitorio, non come mezzo di pena. L'aggravamento della pena si basa sulla necessità di renderla esemplare, secondo un concetto rigidamente teresiano. Il P. ne prende spunto per impostare il tema delle circostanze, tipico della tradizione tedesca. (Cfr. anche von Haller op. cit. vol. II p. 154: "Ma che potrà prevedere e determinare anticipatamente da un lato tutti i crimini, tutti i delitti con i loro generi e le loro specie, le loro cuse e i loro effetti ecc." (n.d.R.)

[28]  - Si osservi la discriminazione sociale, la concezione di una società divisa in classi (o Stände, come appunto era quella in cui viveva il P. questo spiega l'impossibilità per il P. di arrivare all'unificazione del soggetto giuridico, e quindi alla semplificazione delle leggi e alla codificazione. (n.d.R.)

[29]  - Const. Crim: art. 137. et art. 48. (n.d.A.)

È la già citata Constitutio Carolina Criminalis entrata in vigore in tutto l'impero germanico nel 1532. Con questo testo legislativo l'imperatore Carlo V attuava una grande riforma unificatrice della giustizia penale tedesca: questa legge che regolava il processo inquisitorio secondo le teorie criminalistiche e processualistiche dei Commentatori e che si fondava sull'impiego come diritto imperiale adattato alla situazione germanica, - dei principii penalistici da costoro elaborati, divenne la base di sviluppo per un omogeneo diritto penale comune tedesco. Evidentemente per l'epoca del P. si trattava di un diritto sorpassato ed estremamente crudele. (Cfr. Adriano Cavanna, Storia del diritto moderno in Europa, Milano 1982, p. 463 ) (n.d.R.)

[30]  - Questo passaggio mostra una concezione del diritto tipicamente soggettiva. Cfr anche Voltaire, Intorno al libro dei delitti e delle pene, ed. cit. p. 616: "Considerate l'età dei delinquenti, la natura della loro colpa, il grado della loro perversione, del loro scandalo, della loro ostinazione, il bisogno che il pubblico può avere o non avere d'una punizione terribile "Pro qualitate personae, proque rei conditione et temporis et aetatis et sexus vel severius vel clementius statuendum" (nota a: Tit XIII, Ad legem Juliam.) (n.d.R.)

[31]  - Le numerose distinzioni portate dal P. non sono tanto sul piano dei reati, abbastanza generalizzati, quanto delle sanzioni, in questo mantenendo la linea della Constitutio Theresiana. (n.d.R.)

[32]  - La contrapposizione Venezia-Olanda, oltre che dall'esperienza diretta del P. che è vissuto in entrambi i luoghi, può derivare anche da Montesquieu, che usa il medesimo parallelismo in L'esprit, L. XI, cap. 6 p. 178, vol. I, ed. cit. (n.d.R.)

[33]  - Il P. ha una concezione soggettiva del crimine (conta l'intenzione del soggetto, non il crimine in sè). A proposito anche Beccaria, op. cit. p. 51 (cap XIV): "Perchè le leggi non puniscono l'intenzione, non è però che un delitto, che cominci con qualche azione che manifesti la volontà di eseguirlo, non meriti una pena, benchè minore della dovuta all'esecuzione medesima del delitto". (n.d.R.)

[34]  - Art. 14 della traduzione francese. (n.d.A.)

      Cfr. C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, cit. p. 51: "L'importanza di prevenire un attentato autorizza una pena; ma siccome tra l'attentato e l'esecuzione vi può essere un intervallo, così la pena maggiore riservata al delitto consumato può dar luogo al pentimento." (n.d.R.)

[35]  - Esprit des lois, Libro XII, cap 6. (n.d.A.)

      La citazione è da Montesquieu, Esprit, XII, 4, (p. 205, vol. I, ed. cit.): "Un citoyen mérite la mort lorsqu'il a violé la sûreté au point qu'il a ôté la vie, ou qui il a enterpris de l'ôter." (n.d.R.)

[36]  - Sanzione presente a questo proposito anche nella Constitutio Theresiana. (n.d.A.)

[37]  - Il tema del clima è ripreso da Montesquieu, Esprit, XIV, 2, (ed. cit. Vol. I, p. 248): "Approchez des pays du midi, vous croirez vous éloigner de la morale même des passions plus vives multiplieront les crimes." (n.d.R.)

[38]  - Lo stesso argomento è trattato dal Montesquieu, L'esprit, cit. L. XXVI, cap. 25, ( Vol. II. p. 193.): "De là il suit qu'on ne s'est point conformé à la nature des choses dans cette république d'Italie, oü le porte des armes à feu est puni comme un crime capital, ert oü il n'est pas plus fatal d'en faire un mauvais usage que de les porter." (n.d.R.)

[39]  - Sisto V (Felice Peretti 1585- 1590) citato per la severità della sua legislazione anche da Montesquieu, Op. cit. L. VII. cap. 13, (Vol. I p. 117) il quale a sua volta si rifà a Gregorio Leti, Vita di Papa Sisto V. Mantenere la Chiesa assolutamente indipendente da ogni potenza, anche cattolica, e ridarle una funzione dominante nel mondo era il programma politico di Sisto V; si presentava però un problema urgentissimo: ristabilire l'ordine pubblico reprimendo il banditismo dilagante. Su di esso si abbattè la mano ferrea di Sisto V che in due anni riuscì a "nettàre" il paese dai delinquenti. (n.d.R.)

[40]  - Corp. Const. Cal. Part. 3 cap. 3, § 1, pag. 90. (n.d.A.)

      - L'Elettorato di Hannover era diviso in parte meridionale (Brunswick) e settentrionale (Lüneburg) Il Lüneburg diventa Hannover sotto Ernesto Augusto(+ 1698) che lo innalzò all'elettorato nel 1692. Il figlio, Giorgio Lodovico è il padre di Giorgio I d'Inghilterra(1714). Lo stretto contatto con l'Inghilterra influenzò cultura e giurisprudenza La legge è contenuta nella Constitutio Carolina, già prima citata. (n.d.R.)

[41]  - Esprit des lois, liv. 14. cap. 10. (n.d.A.)

      - Cfr. Montesquieu, L'esprit des Lois, L. XIV, cap. 10. ed. cit. Vol. I. p. 253: "Dans les pays chauds, la partie aqueuse du sang se dissipe beaucoup par la transpiration: il faut donc substituer un liquide pareil. L'eau il y est d'un usage admirable: les liqueurs fortes y coaguleraient les globules du sang qui restent apreès la dissipation de la partie aqueuse." (n.d.R.)

[42]  - Il tema del suicidio è trattato in Montesquieu, Esprit, cit. XXIX, 9, (Vol. I, pp. 286 seg. ) e XIV, 12, p. 257, vol. I. Il P. si riferisce anche a Beccaria, Dei delitti e delle pene. C. XXXV. (Del suicidio e dei fuorusciti, p. 109 ed. cit.): "Il suicidio è un delitto che sembra non potere ammettere una pena propriamente detta pochè ella non può cadere che o sugl'innocenti o su di un corpo freddo ed insensibile... e perciò, quantunque sia una colpa che Dio punisce, perchè solo può punire anche dopo la morte, non è un delitto avanti agli uomini, perchè la pena, invece di cadere sul reo medesimo, cade sulla di lui famiglia." È richiamato anche Voltaire: "Intorno al libro dei delitti e delle pene" (Opere complete, cit., p. 839) (Cap. XIX, Del suicidio) "Nonostante questa legge umana dei nostri maestri (i Romani) noi trasciniamo ancora sul graticcio, trapassiamo ancora con un piolo il cadavere di un uomo che si è dato volontariamente la morte, e rendiamo la sua memoria infame. Disonoriamo la sua famiglia per quanto ci è concesso. Puniamo il figlio di aver perduto suo padre e la vedova di essere privata del marito. Si confiscano anche i beni del morto; ciò che significa effettivamente rapinare il patrimonio dei vivi ai quali appartiene. Una tale usanza, come molte altre, è derivata dal diritto canonico, che priva della sepoltura coloro che muoiono di morte violenta." (n.d.R.)

Indice Biblioteca

Biblioteca

indice

Indice

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 11 ottobre 2011