CARLO ANTONIO PILATI

Plan d’une législation criminelle

Piano d'una legislazione criminale

Trascrizione dal manoscritto e traduzione dal francese

di Marina Pilati

Pe gentile concessione della prof.ssa Marina Pilati

Edizione di riferimento:

Carlo Antonio Pilati, Plan d’une législation criminelle, testo manoscritto mai pubblicato, traduzione di Marina Pilati.

CAPITOLO VII

DEI DELITTI E DELLE PENE IN GENERALE

 Entrerò adesso nella discussione intorno alla questione che oggigiorno divide i Giureconsulti filosofi, se sia permesso al sovrano di condannare a morte gli imputati per i crimini più atroci.

Questa disputa mi è sempre sembrata assurda, per due ragioni: perchè l'unanimità delle leggi, degli usi e dei sentimenti di tutti i popoli tanto barbari che civili, tanto antichi che moderni, non permette di dubitarene [1].

Un sentimento ed una pratica così costanti ed universali non possono venire che dalla natura. In secondo luogo è evidente che prima che si stabilissero i magistrati ciascuno aveva il diritto, per la legge naturale che vuole che ciascun individuo cerchi di conservare se stesso, di distruggere ogni altro uomo che lo minacci di morte, che gli tenda dei tranelli e che abbia già dato prova della sua brutalità verso altri uomini. Ora gli uomini, riunendosi in società, hanno trasferito questo diritto ai magistrati: hanno rinunciato al loro diritto naturale per deporlo nelle mani dei giudici, si sono spogliati del diritto che avevano di uccidere gli individui pericolosi per la loro conservazione, perchè i magistrati si sono incaricati di vegliare essi stessi sulla conservazione di tutti i membri di questa nuova società di prendersi cura della loro sicurezza, di impedire che si facesse loro qualche torto, e di far ottenere loro la riparazione dei torti che fossero stati loro fatti. Ora come rispondono a tutti questi incarichi? Esercitando essi soli i diritti che i membri della società hanno rimesso nelle loro mani [2].

Dire che nessuno ha potuto consentire di farsi condannare a morte dai magistrati perchè nessuno è in grado di rinunciare alla propria vita è come dire che nessuno può attaccare un altro uomo con lo scopo di togliergli la vita perchè in questo modo si espone ad essere ucciso lui stesso dal suo avversario [3].

Dal momento che lo ha fatto, merita di essere ucciso, e la sua incapacità di disporre della propria vita, non priva affatto il suo avversario del diritto di dargli la morte, se lo può fare. Q uindi, sebbene nessun membro della società abbia il diritto di disporre della propria vita, i magistrati nondimeno hanno il diritto di liberare |con la morte| la società dalle persone sanguinarie che ne distruggono gli individui, perchè questo diritto i magistrati lo hanno ricevuto da quelli che prima di loro lo possedevano, cioè i membri che si sono riuniti in società. Basta così su una |questione| opinione che il sentimento e la pratica di tutti i popoli hanno sempre rifiutato e rifiuteranno sempre [4].

Ben diversa questione è sapere se sia utile infliggere a certi criminali la pena di morte [5].

In questa questione sembrerebbe impossibile adottare una soluzione generale: e che si debbano seguire diversi indirizzi a seconda delle differenze di clima dei paesi e dei caratteri delle popolazioni [6].

Quando si viaggia nella Germania Settentrionale si vedono ovunque patiboli carichi di gente che vi pende per furto, addirittura per reati ai quali negli altri paesi non si fa il minimo caso; se ne deve concludere che la morte non terrorizza affatto i Tedeschi: quando invece si viaggia in Italia, e si vedono gli sforzi che fanno i potenti, le donne, i prelati, per sottrarre gli omicidi alla pena di morte, e si osservano la gioia e la riconoscenza estrema che costoro dimostrano allorchè si fa loro grazia della vita e li si condanna alla galera, alla prigione perpetua, ai lavori forzati a vita in una fortezza, se ne deve inferire che la morte spaventa gli Italiani. Da queste osservazioni che vengono vieppiù rafforzate dalla completa conoscenza dei costumi e dei caratteri opposti di Tedeschi ed Italiani, si può trarre la conseguenza che la pena di morte è inutile per i Tedeschi ed utile in Italia. In generale la morte è più temuta nei paesi caldi, e meno nei paesi freddi. Quindi la minaccia di morte può produrre buoni effetti sugli uni |e cattivi sugli altri,| mentre che sugli altri non ne produce che di cattivi. "Ma bisogna - si dice - risparmiare gli uomini: bisogna renderli utili alla società" e non annientarli [7].

Io posso consentire che nessun essere umano può cedere al magistrato il diritto di farlo morire; ma affermo che ogni uomo può trasferire ai capi della società il diritto naturale che egli ha di uccidere ogni uomo che egli giudica essere pericoloso per lui [8].

Io sono d'accordo se il vostro principio non conduca a far morire un numero più grande di persone oneste ed utili, del numero che conservi di mascalzoni e di buoni a niente.

Per questo bel principio la corte di Roma lascia assassinare nel suo stato centinaia o addirittura migliaia di persone oneste ed utili alla società, mentre conserva per le galere di S. Pietro un piccolo numero di scellerati dei quali spesso uno solo ha ucciso più di dieci uomini. Quando a Roma si vide che Sisto V faceva impiccare senza misericordia tutti gli assassini e tutti gli omicidi, non si sentì più parlare durante il resto del suo regno nè di omicidi nè di assassini che invece prima |per il passato| erano estremamente frequenti [9].

I successori di questo papa adottarono i principii di umanità che la Corte di Roma aveva seguito prima di lui: e ben presto le galere furono piene di assassini e di omicidi; e non si ebbe più sicurezza pubblica per la gente onesta. Quelli che affermano che si deve essere umani anche nei confronti degli omicidi conoscono ben poco questi individui che non sono dei delinquenti come gli altri. Questi individui non sono fatti come gli altri: gli altri delinquenti possono avere delle virtù sociali, anzi comunemente ne hanno; assassini ed omicidi al contrario non ne hanno mostrate mai; in luogo di amare gli uomini essi li odiano. Un omicida non è mai di buon umore: sembra sempre in collera contro tutto il genere umano. La maggior parte, lungi dal provare rimorso dei loro crimini se ne vanta: sembra che non aspettino se non l'occasione di commetterne ancora, di esercitare nuove vendette, di cercare nuovi profitti per mezzo della distruzione dei loro simili. Conservate pure alla società dei delinquenti di tal fatta.

 Ci viene citato l'esempio dei Romani, presso i quali si pretende che la legge Valeriana, la lagge Porcia e la legge Sempronia abbiano in successione abolito la pena di morte [10], e che malgrado ciò i crimini presso di loro non furono mai tanto frequenti quanto presso di noi che abbiamo leggi più severe. Io osserverò a proposito come il bisogno che sentirono i magistrati del popolo di rinnovare tante volte le leggi contro la pena di morte, sta a dimostrare che non le si osservano abbastanza e che nella pratica la necessità di punizioni rigorose l'ha avuta vinta sulla dolcezza delle leggi. Inoltre il popolo ha sempre continuato a condannare a morte i colpevoli dei grandi crimini nonostante le suddette leggi alle quali si dispensava di obbedire tutte le volte che le circostanze sembrassero esigere della severità. Come prova assai bene il Signor di Beaufort (in De la republique rom. Libro V, cap. 4 [11].

Ma ecco qui un'osservazione più importante. I Romani per lungo tempo sonno stati un popolo virtuoso: presso questo popolo portato naturalmente alla virtù, il padre, per il suo illimitato potere riusciva ancora a trattenere i giovani, malgrado la foga delle loro naturali passioni, nell'amore dell'onestà, della frugalità e della temperanza.

Gli Edili avevano la stessa funzione nei confronti delle donne. I censori avevano il medesimo potere riguardo a tutto il popolo non eccettuati i potenti ed i senatori. Ora, presso un simile popolo dove è in onore la virtù e dove tutto concorre non solo per prevenire i delitti ma perfino i vizi, delle leggi severe sarebbero state nello stesso tempo inutili e dannose. Ma allorchè i Romani, sul finire della repubblica cominciarono a degenerare rispetto ai loro antenati, le loro leggi troppo dolci contribuirono non poco a renderli ancora più corrotti. Di tutte le nazioni che la storia ci ha fatto conoscere, non ci sono stati che i barbari del Medioevo ad aver permesso di espiare ogni specie di crimine con delle pene pecuniarie [12].

Ma appena queste nazioni hanno cominciato a civilizzarsi, hanno subito sentito la necessità di riformare le loro leggi criminali e di adottare per certi crimini le leggi capitali degli altri popoli. Presso i Greci antichi un uomo che avesse avuto la disgrazia di uccidere un altro uomo solo per un involontario incidente, e senza la minima malizia da parte sua, era obbligato ad espatriare e a rimanere per un certo periodo in esilio. Al suo ritorno era ancora obbligato ad espiare con delle "Lustrazioni" e con dei sacrifici il danno involontario [13].

Molto a sproposito questi filosofi che affermano che non si deve far morire nessuno, chiedono come sia possibile che |gli uomini| i membri di una società possano trasferire ai magistrati il diritto di disporre della loro vita, dal momento che essi stessi non hanno questo diritto [14].

Ci si deve mettrere ben in mente questo principio: che gli uomini che si riunirono in società deposero nelle mani del sovrano o dei magistrati il diritto di vita e di morte, non in virtù di un diritto per cui si arrogassero di poter disporre della loro propria vita, ma in virtù del diritto che ciascuno ha individualmente di pretendere la soddisfazione dei torti che un altro gli abbia fatto, e di porlo al di fuori della condizione di fargliene ancora. In questo patto - dice molto giudiziosamente il Signor Rousseau nel suo "Contratto sociale", L. II, cap. 5 e L. I. cap. 6, - lungi dal disporre della propria vita, non si tende che a garantirla; nè c'è da supporre che alcuno dei contraenti abbia premeditato allora di farsi impiccare. E siccome non c'è un associato sul quale non si acquisti proprio quel diritto che si cede riguardo a se stessi, si guadagna l'equivalente di tutto ciò che si perde e una maggiore forza per conservare ciò che si ha. Infine, è per non essere vittime di un assassino che si consente di morire se lo si divenga ed ogni uomo ha il diritto di rischiare la propria vita per conservarla [15].

"Le leggi" dice l'autore del trattato Dei Delitti e delle pene § 16 della traduzione francese, "non sono che la somma delle porzioni di libertà di ogni individuo, le più piccole che ciascuno abbia potuto cedere. Esse rappresentano la volontà generale, che è l'insieme di tutte le particolari. Ora, chi mai ha voluto cedere ad altri uomini il diritto di togliergli la vita?" [16]

Quest'argomento, il più forte di tutti quelli che si possano impiegare per sostenere questo paradosso, è pienamente confutato da quello che sto per dire. Non si pensa che nessuno abbia voluto dare ad un altro uomo il diritto di togliergli la vita. Ma si ritiene che tutti abbiano pensato di voler rischiare la propria vita per conservarla [17].

Si ritiene che tutti quanti abbiano ceduto ai magistrati il diritto in loro possesso di uccidere in certi casi... (manca l'angolo del foglio)

Invece quindi di consigliare ai legislatori di abolire la pena di morte, io li esorterei a renderla proporzionale ai crimini, e di limitarsi ad abrogare quelle leggi crudeli che aumentano i tormenti della morte per dei crimini| che non sono | che una semplice finzione arbitraria ed interessata rende più atroci degli altri [18], quelle che infliggono la pena di morte per dei delitti che non la meritano, quelle che infine hanno immaginato dei supplizi troppo barbari per assoggettarvi un uomo, per quanto grande sia il suo delitto. **Io aggiungo che sarei dell'avviso di conservare la pena di morte per certi crimini. Ma questo non riguarda che le nazioni che temono la morte e non quelle che temono le catene e la schiavitù più della morte [19].

Io farò vedere più sotto che sarebbe molto pratico far lavorare un ladro per il derubato finchè gli abbia reso il valore della cosa che ha portato via. Si potrebbe aggravare questa medesima pena per un omicida, dichiarandolo schiavo del più prossimo parente di colui che ha ucciso. Questa maniera di punire gli omicidi è stata messa in pratica da numerosi popoli antichi e ancora c'è presso qualche popolo modernoQuanto agli assassini, si potrebbe infliggere la medesima pena obbligando il proprietario dell'assassino a portarlo tutti i mesi davanti al magistrato per farlo frustare pubblicamente |a sangue| [20].

Presso quelle nazioni dove è utile mantenere la pena di morte, è necessario proibire l'uso di far morire chicchessia in segreto [21].

Perchè mai conservare quest'abbominevole costume? Forse per ispirare maggior timore per certi crimini? Forse per proteggere la reputazione di una famiglia? Tutto ciò è inutile quando la procedura sia pubblica, come deve essere. Quando non è pubblica, l'inflizione della pena di morte in segreto, dà luogo a supposizioni che lo stesso magistrato sia un assassino di professione, che abusa della sua autorità per soddisfare le proprie passioni.

** Una pena che si deve assolutamente eliminare dal numero delle pene è la confisca dei beni, perchè essa non punisce solo il colpevole; ma anche gli innocenti, perchè invita i magistrati a commettere essi stessi il crimine di cercare di guadagnarsi il favore di principi avari o disordinati nelle loro finanze, a forza di confiscare i beni di coloro che non hanno affatto commesso dei gravi crimini o che non sono affatto rei convinti; infatti i beni confiscati non procurano alle finanze di un principe che un vantaggio passeggero, e invece questi beni, lasciati nella società, possono |produrre| grandi vantaggi al commercio, all'industria, all'agricoltura e spesso nutrire e far prosperare numerose persone utili allo stato; infine perchè dà luogo a delazioni |ingiuste| tanto più calunniose, quanto più questi delatori possono garantirsi l'impunità per la protezione che non manca mai di essere loro accordata. Nessuna eccezione si deve fare a questo riguardo [22].

Ecco qualche massima generale da seguire nell'infliggere le pene. La punizione deve essere pronta. "Più la pena sarà pronta e vicina al delitto, dice assai bene l'autore del trattato dei Delitti e delle Pene, [23] più essa sarà giusta ed utile. Sarà più giusta perchè risparmierà al criminale il tormento crudele e superfluo dell'incertezza della sua sorte... e perchè la perdita della libertà essendo una pena, non può essere inflitta prima della condanna se non quando la necessità lo esige... La durata della prigione deve essere determinata dal tempo necessario all'istruzione del processo e dal diritto del prigioniero più vecchio di essere giudicato per primo [24].

Le ultime parole di questo autore richiedono nondimeno qualche modifica. Quando i crimini degli ultimi prigionieri sono di tal natura che il bene pubblico esiga che siano prontamente puniti, tanto per far vedere la vigilanza dei magistrati, che per intimorire coloro che potrebbero essere tentati di intraprendere qualcosa di simile, è molto importante che sbrighino questi prigionieri prima dei precedenti. Il diritto dei privati deve qui cedere al diritto del pubblico, tanto più che essi si sono attirati questa disgrazia per loro propria colpa. "La prontezza della pena è utile, continua questo celebre scrittore, perchè meno tempo intercorre tra la pena ed il delitto e più l'associazione tra queste due idee, il delitto e la pena, sarà forte e durevole nello spirito dell'uomo; di modo che a poco a poco si considererà il crimine come causa e la pena come suo necessario effetto." [25]

Questo prova non solamente che la punizione deve essere pronta; ma anche che la punizione dei crimini dei quali sto per parlare deve essere più pronta che quella di altri [26].

La punizione deve essere pubblica; e io qui chiamo pubblica ogni punizione che non può mancare di pervenire alla conoscenza di coloro che hanno avuto conoscenza del crimine per cui è stata inflitta. Più i crimini sono gravi e più la punizione deve essere pubblica, poichè, essendo questi crimini quelli dei quali più si parla in pubblico, il castigo non ne sarebbe abbastanza esemplare se una parte di coloro che sanno che questo crimine è stato commesso, non sapessero anche che esso è stato punito. Meno il crimine è grave e meno è necessario che la punizione si faccia in modo che tutti quanti possano esserne informati, perché non essendoci di solito che pochi che parlano di questo delitto, basta che la punizione sia tale che coloro che sono al corrente del delitto possano facilmente essere informati anche del castigo [27].

È necessario che tutti sappiano |in generale| che la giustizia è amministrata con tanto senno, tanta imparzialità e tanta severità, che la punizione è moralmente certa ed inevitabile: e ciò si ottiene osservando la procedura della quale ho parlato nei primi capitoli. Dopo di che non è affatto necessario che la pubblicità |della punizione| sia intesa nel modo come alcuni [28] la pensano. Nei crimini di minore importanza una simile punizione è sempre superflua, e sovente ingiusta, e nello stesso tempo perniciosa. Dopochè in Olanda si cominciò ad impiccare i pedofili, cominciò a divenire di moda la pederastia ancor di più che nei paesi che sono |famosi| criticati per questo crimine [29].

Supponendo che un legislatore rigido stabilisca contro l'adulterio la pena dell'infamia e l'incapacità a possedere alcuna carica onorevole, andrete voi forse a consigliare a un principe di non punire nessun adultero in segreto, e di fare proclamare in pubblico una condanna di questo tipo, indifferentemente, chiunque sia l'uomo reo convinto d'adulterio, anche se si tratti di persona utile o necessaria allo stato per i suoi talenti e per le sue |altre| virtù? * Non è già abbastanza punire questo tipo di criminale in modo che le persone che abbiano avuto conoscenza del crimine acquistino anche la conoscenza della pena? Questo ragionamento può applicarsi a mille altre circostanze nelle quali lo stato, e soprattutto i privati cittadini di uno stato, si possono trovare relativamente ai delitti e alle pene. Presso i Veneziani, certi crimini non sono mai perdonati nè trascurati dai magistrati, e neppure perdonati dal senato, però questi crimini sono raramente puniti in pubblico. Ma dato che si sa che non vengono perdonati, questo solo basta a trattenere, a far tremare ugualmente tutta la città. Se si prende come principio di punire pubblicamente |tutti| e senza alcuna differenza tutte le persone colpevoli di delitti la cui importanza è così piccola, che il bisbiglio non si diffonde che tra le persone direttamente interessate, o tutt'al più tra i loro amici e vicini, spesso si potrà arrivare al punto che, almeno per certe persone, la sola pubblicità della pena sarà più afflittiva, più pregiudichevole e più gravida di conseguenze per il delinquente di quanto non lo sia la pena stessa. Dopo tutto questo che sto dicendo, non riesco a concepire come l'autore del trattato dei Delitti e delle Pene [30] abbia potuto sostenere tutto il contrario. "La pena dei grandi crimini" egli afferma, "serve poco a distogliere gli uomini, che non si determinano ordinariamente a commetterli se non trasportati dalla passione del momento. Il maggior numero la guarda come strana e impossibile ad incorrervi. Bisogna quindi impegnarsi nel l'attuare la pubblica punizione dei delitti leggeri, che, più vicini di quelli, farà sugli animi un'impressione salutare e li distoglierà molto efficacemente dai grandi crimini distogliendoli da quelli che sono minori." [31]

Questo ragionamento a poco a poco ci potrebbe condurre, benchè del tutto contro l'intenzione dell'autore, a giustificare la legislazione di Draconte [32] il quale puniva crudelmente i reati leggeri per distogliere gli uomini da quelli più grandi. Sarebbe ben possibile che la punizione dei delitti leggeri fosse pubblica se lo potesse essere senza che divenisse talvolta ingiusta e talvolta scandalosa, o addirittura l'una cosa e l'altra. Io sostengo che la punizione pubblica per questi crimini sarebbe magari buona, ma non oserei affermarlo con sicurezza: infatti vi sono delle grandi ragioni di credere che sarebbe sempre inutile: voglio dire nel senso che quest'autore dà alla pubblicità, e non in quello che io qui le attribuisco.

I complici dello stesso crimine devono subire la medesima pena. Anche a questo proposito sono di opinione opposta a quella dell'autore del trattato dei Delitti e delle Pene. "Si devono decretare - egli dice [33] - pene meno gravi per i complici di un crimine che non siano quelle degli esecutori. " Così, se un padrone ordina ad un domestico di uccidere un suo rivale, un suo nemico, un suo accusatore, se il padrone gli dà del veleno da mettere nel caffè di sua moglie, il padrone sarà meno punito del servo. Cosa che fa rabbrividire se si pensa che il servo non avrebbe mai commesso un tale delitto se il suo padrone non ve lo avesse sospinto. Ma il nostro filosofo [34] sacrifica qui, come in molti altri punti, il sentimento naturale e comune a queste sottigliezze particolari [35]. |il modo di pensare secondo natura e comune al genere umano|

"Quando si uniscono più uomini, continua a dire, per correre un rischio comune, più è grande il rischio e più si sforzano di renderlo eguale per tutti. Leggi che punissero più severamente gli esecutori del crimine che i semplici complici, impedirebbero che il rischio si potesse suddividere egualmente, rendendo più difficile trovare un uomo che voglia prestare la sua mano ad un crimine premeditato, perchè il suo rischio sarà più grande, per la differenza della punizione." [36]

 Io confesso di non capire perchè un uomo che prestasse la sua mano per uccidere un altro uomo, se la pena fosse uguale per lui e per colui che ordina quest'omicidio, dovrebbe trovare più resistenza a prestarsi quando sa che colui di cui eseguirà la commissione sarà punito meno di lui. Se questo fosse vero gli uomini non dovrebbero mai trovare delle persone che si incaricassero di eseguire dei crimini per loro: infatti gli esecutori sanno bene che colui che li incarica non lo fa che per procurarsi il modo di sfuggire a qualsiasi pena e che li espone al pericolo di essere scoperti e arrestati proprio per potersi nascondere meglio egli stesso. Io sono veramente imbarazzato di essere obbligato ad oppormi così spesso al pensiero di questo filosofo: non lo farei certamente se l'importanza della materia non lo esigesse.

Quest'autore propone il problema se sia vantaggioso alla società il fatto di mettere una taglia sulla testa di un colpevole. Egli sostiene che non lo è [37].

"Perchè, egli dice, il criminale è uscito dallo stato, o c'è ancora. Nel primo caso il sovrano incita i cittadini a commettere un delitto e li espone alle pene prescritte dalle leggi del paese... Se il criminale è ancora nel paese, del quale ha violato le leggi, il governo mostra tutta la sua debolezza... aggiungo che si capovolgono tutte le idee di morale e di virtù... da un lato le leggi puniscono il tradimento e dall'altro lo autorizzano." Io sono d'accordo che è un'iniquità mettere una taglia sulla testa di un delinquente, che facendo suo ordinario soggiorno entro i confini di uno stato vicino, ritorna di tanto in tanto nello stato in cui ha commesso il reato e ve ne commette ancora degli altri; e se d'altra parte il governo non può prevedere il momento nel quale questo criminale |arriva|arriverà, nè indovinare i luoghi nei quali si introdurrà, che cosa si deve fare allaora? Non resta altro espediente se non armare i sudditi contro un simile scellerato, renderli esecutori della giustizia, difensori della pubblica tranquillità e rimetterli in possesso di quel diritto naturale che i membri di uno stato hanno depositato nelle mani del sovrano allorchè si sono associati per la prima volta; che è il potere di disfarsi di chiunque |che si abbia motivo di temere per la propria sicurezza o che si dichiari nostro nemico| che non perde l'occasione di far torto al suo prossimo [38].

Il diritto di punire non appartiene al sovrano che per il fatto che prima apparteneva, ed ancora appartiene di diritto quantunque l'esercizio ne rimanga sospeso, a ciascun individuo dello stato. Mettendo a prezzo la testa di un criminale, il sovrano non fa che permettere ad ogni individuo l'esercizio del proprio diritto. Alla formazione della società il sovrano si è incaricato di difendere tutti gli individui con tutte le forze riunite dello stato, e queste forze sono le persone ed i beni di ciascun individuo. Il sovrano dunque ha non solo il diritto, ma l'obbligo di proteggere la tranquillità pubblica e la sicurezza dei privati cittadini non soltanto con l'insieme di tutte le forze riunite, ma anche con le forze particolari di ciascun individuo. Di conseguenza, nel caso che stiamo trattando, un uomo che su richiesta del sovrano uccida uno scellerato non è un traditore ma l'esecutore della volontà generale, il difensore dei suoi concittadini; non è più traditore di una guardia o di un soldato [39].

Quando io ero nei Grigioni [40] accadde che uno scrivano della Valtellina, paese suddito dei Grigioni, essendosi fatto sbirro [41] si mise a discutere con uno dei Grigioni e lo uccise. Questo incidente gli ispirò un odio così profondo contro i Grigioni, che dichiarò di voler sterminare tutti i Grigionesi che avesse incontrato e così fece. Questo scellerato si salvò in uno stato vicino prima che potesse essere preso: se il principe di questo stato non avesse consentito a restituirlo ai Grigioni e se questo pazzo avesse potuto ripassare a suo piacimento dallo stato vicino nel paese dei Grigioni, e sfogare là il suo furore, i Grigioni avrebbero forse avuto un così gran torto a mettere una taglia sulla sua testa? Questi casi possono capitare spesso in uno stato, casi nei quali è interesse del bene pubblico mettere una taglia sulla testa di uno scellerato.

C'è ancora un articolo sul quale non sarei affatto d'accordo con questo medesimo autore del Trattato dei Delitti e delle Pene: "Qualche persona, egli afferma (§ 21 della trad. franc.) ha affermato che in qualunque luogo si commetta il crimine, cioè un'azione contraria alle leggi della società, essa può essere punita in qualunque luogo come se il carattere di suddito fosse un carattere indelebile... come se un uomo potesse abitare un paese ed essere sottomesso ad un'altra dominazione e le sue azioni potessero essere subordinate a due sovrani e a due codici di leggi, spesso contraddittorie tra di loro... il luogo della pena non può essere che quello dove è stato commesso il crimine perchè è là soltanto e non altrove che gli uomini sono costretti a fare il male di un individuo per prevenire il male pubblico." [42]

Ogni sottigliezza che ferisce il senso comune, per quanto sia brillante, per quanto appaia convincente, porta certamente al falso risultato [43].

Due mercanti prendono tutto quanto hanno di più prezioso e vanno a fare affari a Londra: di là ritornano assieme; per strada uno dei due |sospinto da un terribile spirito di avidità| assassina il suo compagno, si impadronisce del suo denaro e ritorna nel luogo della loro residenza, dal quale erano partiti insieme. Un caso rivela alla famiglia del defunto la scelleratezza dell'assassino, e ne fornisce anche le prove. Questa famiglia infelice non ha dunque secondo voi il diritto di essere ascoltata dal magistrato, quando si presentò a chiedere giustizia? Il magistrato dovrebbe forse mandarla via dicendogli di farsi rendere giustizia nel luogo dove il crimine era stato commesso, mentre l'assassino si tratteneva nella sua patria e si sarebbe ben guardato di andare a costituirsi in quel luogo dove aveva assassinato il suo compagno? Seguendo il vostro pensiero, questo magistrato avrebbe fatto alla famiglia del defunto un'ingiustizia rivoltante. Non c'è bisogno di consultare a fondo la ragione su questo argomento: la natura stessa lo fa capire abbastanza. Convenite dunque che voi siete in errore. Voi non riflettete su questa grande verità: che ogni uomo ha per natura il diritto di servirsi di tutti i mezzi possibili per ottenere da un altro uomo la riparazione del torto che gli è stato fatto e per metterlo fuori dalla condizione di potergliene fare ancora, di modo che per questo fine può arrivare fino ad uccidere colui che gli resiste o che gli dà ancora indizi di perfidia e di essere capace di inventare qualche perfidia [44].

 Alla formazione delle società civili gli uomini hanno deposto questo dititto nelle mani del sovrano, a condizione che lo esercitasse per loro [45].

Ora se voi ribattete che vi sono dei casi nei quali il sovrano non può esercitare questo diritto per i cittadini che gli sono soggetti, voi dovete necessariamente ammettere che in questi casi i membri di una società rientrano nel loro stato naturale e che possono farsi da soli quella giustizia che il magistrato non è in grado di render loro. Ma questo urta ancor più il senso comune; e se questa conseguenza che deriva necessariamente dal vostro principio, avesse luogo, gli stati sarebbero ben presto turbati da ogni sorta di eccessi che non si potrebbero legalmente nè prervenire nè punire [46]. Voi affermate d'altronde che si deve punire il delinquente per l'esempio agli altri [47].

Ora, se voi volete che il bisogno di proporre degli esempi venga meno, allorchè i sudditi commettono dei crimini al di fuori dello stato, non fate che invitare i delinquenti a cercare di attirare fuori dello stato le persone alle quali vogliono fare del male, affinchè il magistrato del loro luogo di residenza non sia più in grado di punirli. Dopodichè non hanno che da mettersi in salvo dal paese dove hanno commesso il delitto. Quanto a me, ecco il mio parere, che trovo essere appoggiato dall'autorità dei nostri migliori criminalisti. Se un suddito offende un altro suddito nel momento in cui essi si trovano entrambi fuori dello stato al quale appartengono, il magistrato del luogo di residenza, deve perseguire e punire l'offensore al suo ritorno. Se un suddito offende il magistrato del primo è ancora obbligato a rendere giustizia all'offeso: altimenti l'offeso è in diritto di farsi giustizia da sé, oppure il principe dell'offeso può mettere in atto delle rappresaglie. È dunque per impedire tali disordini e per non mostrarsi brutali al punto di rifutare ogni giustizia al nostro prossimo che i buoni principi ed i magistrati onesti hanno l'uso di |rendere la giustizia criminale essi stessi agli stranieri contro i propri sudditi|, (e) punire i propri sudditi anche su sollecitazione di stranieri [48].

Se non si rifuta ad uno straniero la giustizia civile, perchè rifiutargli quella criminale? Non ci sono più giustificazioni per l'una che per l'altra [49]. Le società sono obbligate ad osservare tra di loro le medesime leggi di benevolenza che uniscono i singoli individui; il diritto delle genti è un diritto sacro; è la natura che ce lo ha donato, ed è cosa indegna sostituirlo con massime barbare [50].

È il trionfo della verità, dice molto bene il Signor di Montesquieu [51], quando le leggi criminali derivano ogni pena dalla natura dei reati. Per questo scopo bisogna distinguere i crimini classificandoli in diverse classi. Ci sono dei reati che tendono immediatamente alla distruzione della società, o di coloro che la rappresentano: altri attaccano il cittadino nella sua vita, nei suoi beni o nel suo onore; altri infine sono azioni contrarie a ciò che la legge prescrive o impedisce di fare in vista del bene pubblico. Le pene che si infliggono, devono derivare dalla natura di ciascuna di queste specie [52]

Dopodichè non c'è più bisogno che io dica che le pene devono essere moderate: lo sono abbastanza quando rispondono alla natura del crimine. Bisogna qui sottolineare che non è solo per amore dell'umanità ma anche per il bene della società che le pene debbono essere moderate: cioè esse non debbono essere più forti di quanto richieda la natura del crimine. Infatti l'esperienza fa vedere che gli uomini si rilassano o si induriscono in proporzione con la dolcezza o il rigore delle pene. Sotto una legislazione crudele la malvagità degli uomini si inalbera contro l'atrocità delle pene, come sotto una legislazione saggia, essa si eleva contro le pene moderate. Essa prende sempre uno slancio proporzionale agli ostacoli che le leggi le oppongono. Ma questo non è che il male minore. Ecco qui uno più grande: Se voi stabilite la pena di morte per un delitto di minor gravità, vi private del mezzo di punire più esemplarmente coloro che commettono crimini di maggiore gravità [53].

E questo non è tutto: voi invitate i delinquenti a commettere, tra due crimini, quello che è maggiore, tutte le volte che la pena è uguale e il rischio ineguale. Se voi impiccate i ladri semplici, un ladro di strada maestra è obbligato ad uccidere le persone che deruba, per risparmiardi il rischio di essere accusato: la stessa cosa avviene per una masnada di ladri che entrano con la forza in una casa per saccheggiarla. La vostra legge, che li fa morire per questo, li obbliga ad uccidere tutti, affinchè non resti nessuno che li possa denunciare. Voi avete un bell'aumentare i supplizi per i ladri che uccideranno le persone derubate, le uccideranno sempre, non soltanto per cercare di evitare la pena di morte, ma anche le torture che l'accompagnano [54].

Io non finirei tanto presto se volessi dimostrare con degli esempi la stupidità di una tale legislazione. Oltre alle ragioni che vado allegando, altre ve ne sono per provare i vantaggi che risultano da una legislazione moderata, che deriva le pene che infligge dalla natura particolare di ogni crimine. Si possono vedere queste ragioni nello Spirito delle leggi [55] e nel trattato Dei delitti e delle pene [56]

|Andiamo dunque a vedere come questo principio può applicarsi in pratica ad ogni reato in particolare.| Qui è opportuno distruggere un pregiudizio che ha diffuso l'autore del trattato Dei Delitti e delle Pene [57]

Egli ha detto, e si dice dopo di lui, che lo stesso delitto merita la medesima pena senza alcuna distinzione di rango, di nascita, di talenti, e di altre circostanze del colpevole, perchè le pene si infliggono come esempio per gli altri e non si commisurano affatto alla sensibilità che possono occasionare in coloro che le patiscono. Non ho bisogno che di due parole per confutare questo cavillo. Primo è evidente che la pena, per essere esemplare, deve essere tale che non ci sia nessuno per cui essa non sia sensibile: è evidente che la pena non deve essere più sensibile per gli uni che per gli altri; infatti in mancanza di ciò non è più proporzionata ed è dimostrato che là dove la proporzione manca, manca anche la moderazione. Perchè dunque la pena del medesimo crimine sia proporzionata, bisogna che sia differente secondo le differenti circostanze nelle quali gli uomini si trovano nella società, perchè senza questo la pena che è leggera per un duca e un pari, sarà nulla per un facchino, e al contrario la pena che sarà moderata per un facchino sarà orribile per un duca o un pari. Per conservare la proporzione dunque bisogna che una pena meno dura produca in una certa classe di uomini il medesimo effetto ed ispiri loro la medesima repulsione per il crimine che una pena più dura ispira ad un'altra classe di uomini |e che non si saprebbe esercitare|, la quale repulsione non si potrebbe ispirare che precisamente per mezzo di una tale pena più dura. Se condannerete all'infamia un uomo della feccia del popolo, egli irriderà alla vostra legge, mentre un generale, un ministro, un magistrato, considererà questa legge una delle più terribili. Credete che quel villano là abbia per la vostra legge lo stesso rispetto che hanno per questa il generale e il ministro? Condannate il primo alla frusta, a lavorare in una fortezza per il medesimo crimine per il quale voi condannate gli altri all'infamia. Ecco ora un primcipio del medesimo autore più giusto del precedente, cioè che le leggi devono precludere ai giudici criminali ogni potere arbitrario [58].

Ma ho fatto anche osservare come sia impossibile privarne egualmente i giurati. Bisogna senz'altro che questo potere sia limitato per quanto la natura delle cose e la varietà delle circostanze lo permettono, anche nei confronti degli stessi giurati: ma quando le leggi una volta abbiano regolato tutto ciò che è suscettibile di regole, non c'è più il minimo inconveniente a permettere che i giurati possano avere potere arbitrario in quelle circostanze delle quali le leggi non hanno potuto prevedere l'esistenza o la combinazione [59]

Il potere arbitrario nei giudici è pericoloso a causa dell'abuso che quelli ne potrebbero fare; ma dato che i giurati non sono permanenti, poichè ogni imputato ne ha di nuovi e poichè di conseguenza mancano dei mezzi necessari per formarsi dei pregiudizi e per seguirli, non sarebbero in grado di concepire nessun modo di abusare del loro momentaneo potere arbitrario, e se lo concepissero, non sarebbero in grado di soddisfarlo. Nelle loro persone il potere arbitrario è dunque senza pericolo: e se non c'è nessun pericolo, è molto meglio lasciare delle cose indecise piuttosto che, per voler tutto decidere a priori, decidere anche di quelle cose delle quali non ci si può formare a priori alcuna idea.

Quando le leggi sono fatte in maniera che ogni suddito può sapere giustamente tutto ciò che è permesso e tutto ciò che è proibito, |sia nelle forme precise della legge o per un'analogia così chiara ed evidente che il solo senso comune non permette affatto di ingannarsi| e quando la procedura è regolata in modo che ogni suddito può essere certo che ogni azione vietata è infallibilmente seguita dalla sua punizione, non c'è alcun inconveniente a lasciargli ignorare qualche volta la pena precisa del reato [60].

Se qualche volta arriva a illudersi che sarà leggera, ci sono dei momenti che avrà paura che non sia troppo forte. Quindi io ho detto che in simili casi le leggi debbono obbligare i giurati a giudicare per analogia, e che il giudice che li riunirà in assemblea, deve essere incaricato di istruirli sulle leggi più analoghe al crimine di cui si tratta. Così, con questo espediente, ogni inconveniente è allontanato. Le leggi inglesi sono piene di difetti a questo riguardo: hanno voluto vietare ogni potere arbitrario non soltanto ai giudici che ne potrebbero abusare, ma anche ai giurati che non ne possono abusare. Ma che cosa ne è derivato? che una quantità di reati, ed anche dei crimini atroci, sono rimasti impuniti; e che quando si è voluto porre rimedio a questo disordine, si è stati obbligati a fare delle leggi così difettose che la combinazione delle circostanze le fa risultare spesso assolutamente assurde: Non citerò per esempio che la prima che mi viene in mente. In fatto di adulterio [61].

La ragione esige che quando il marito può provare chiaramente che l'infante non è suo, non sia per nulla obbligato a riconoscerlo per suo. Ma la legge inglese, volendo togliere ogni diritto di giudicare arbitrariamente al giudice e ai giurati, ha voluto stabilire essa stessa a tal riguardo non solo le prove ma le stesse presunzioni. Conseguentemente ha stabilito che se la donna fa un bambino durante il tempo nel quale suo marito è presente entro le quattro mura, costui è obbligato a riconoscerlo per suo, benchè egli possa d'altra parte dimostrare che è stato assente per parecchi anni e che in questo intervallo non ha mai rivisto sua moglie. La legge ha previsto le difficoltà che ci sarebbero a provare che a un uomo, che è sempre restato tra le quattro mura di casa, non sia mai capitato di far fare un bambino a sua moglie. La legge ha temuto che i giurati si acquistassero il potere di pronunciare a loro piacimento sul reato o sull'innocenza di una donna, sulla legittimità o illegittimità di un infante, e questo timore l'ha determinata a tagliare il nodo della difficoltà. Ma | questa decisione è assurda, e cento altre di simili esistono nella legislazione inglese. Un'antica legge dell'Inghilterra dichiarava criminale chiunque avessse due mogli in una volta: si arrivò al punto che qualcuno se ne prese tre. Costui non venne riguardato come punibile perchè la legge non parlava che di due donne e non di tre. Ma se quest'uomo si era preso tre donne in una volta, o era matto o non lo era. Nel primo caso si sarebbe dovuto punire il curato che aveva benedetto le sue |seconde| |terze| nozze, nel secondo l'esistenza della legge che gli proibiva di prendere due donne in una volta e il senso comune che l'obbligava a giudicare per analogia gli avrebbero fatto capire che gli sarebbe stato ancor meno permesso di sposarne tre. C'è bisogno di una legge particolare per un simile caso? Questa legge assurda è stata riformata in Inghilterra: ne restano altre da riformare e molte altre che tutta la prudenza umana non potrà mai riformare senza che la riforma non apra le porte a inconvenienti molto meno tollerabili. **Un mercante di tabacco fu un giorno accusato di mescolare al tabacco delle materie estranee: egli provò che in quello che vendeva non c'era una sola foglia di tabacco e quindi che era falso che egli vendesse una miscela. Questa eccezione che lo rendeva in effetti tanto più punibile, lo salvò. Tali sono gli effetti di questo falso principio che la giurisprudenza criminale ha stabilito in Inghilterra. Più un delinquente sarà furbo e più saprà avvalersi di tale giurisprudenza, aggirando le sue disposizioni con dei crimini più grandi che non siano quelli che ella ha voluto prevenire. Perchè tutto questo? e qual'è il motivo di non permettere che dei giurati possano qualche volta esercitare un potere arbitrario, ma regolato secondo le leggi esistenti, e del quale non è loro possibile di abusare? Gli Inglesi sono persuasi che questo vizio della loro legislazione assicuri loro la libertà politica: hanno completamente torto. I giurati non potrebbero mai portare il minimo attacco a questa libertà: la natura del loro ufficio passeggero glielo impedisce. Ma non è tutto. È avere un'idea ben falsa della libertà, quando si immagina di essere liberi allorchè i giudici sono costretti a lasciare impunito un crimine che le leggi non hanno previsto, o del quale non hanno previsto tutte le circostanze: perchè ogni crimine rappresenta un torto fatto al pubblico e a qualche privato [62].

Ora la legge che protegge il colpevole di un crimine, sul quale ha dimenticato di statuire, attacca in una sola volta sia il pubblico che il privato che hanno ricevuto il torto, e mentre accorda la libertà al criminale, si ripercuote su quella del pubblico e del privato cittadino poichè impedisce di ottenere la soddisfazione che loro è dovuta [63] e espone ancora tutti a ricevere dei nuovi torti, gli autori dei quali possono ripromettersi l'impunità dal momento che sanno di essere più furbi di quanto le leggi siano state previdenti. Che idea, sostenere di favorire la libertà della nazione attraverso la protezione dei delinquenti contro la pubblica tranquillità, o contro la sicurezza dei singoli, sacrificare la vita, i beni, l'onore dei cittadini onesti a dei mascalzoni che hanno avuto la furberia di inventare degli stratagemmi adatti a mettere i loro crimini al sicuro dalla giustizia, e a rendere le leggi ridicole!. Quantunque sia grande l'inconveniente di quest'aspetto, sono d'accordo che se si lascia una parte qualunque di potere arbitrario ai giudici permanenti, l'inconveniente è infinitamente maggiore; i giudici avranno sempre mille mezzi e tempo sufficiente per estendere il loro potere |per quanto esso sia ristretto| attraverso la via lasciata aperta dalla legge, per quanto essa sia impedita e tortuosa.

Sotto più punti di vista la legislazione inglese sulle materie criminali è eccellente, ma sotto parecchi altri è abbominevole. Che c'è di più ingiusto che di non condannare sempre i delinquenti al risarcimento dei danni causati dai loro crimini? Eppure in Inghilterra c'è una quantità di crimini i cui colpevoli sono puniti con una pena corporale e sono dispensati di restituire i beni che hanno usurpato ad altri, o di risarcire i più gravi danni che hanno procurato al prossimo. Un delinquente che avrà falsificato un falso trasferimento a se stesso di una terra che appartiene |di diritto| ad un altro, uno scellerato che avrà falsificato un testamento per ottenere una successione che appartiene ad un altro, avrà nel primo caso tagliati il naso e le orecchie e nel secondo sarà condannato alla prigione perpetua; ma la giurisprudenza inglese gli conserva i beni che egli così indegnamente ha usurpato, quasi li avesse acquistati al prezzo delle pene che ha subito [64].

Al contrario vi sono altri casi in cui la confisca dei beni, pena sempre ingiusta, è unita a supplizi corporali. Che c'è di più assurdo che lasiare un delinquente impunito perchè il suo nome non è stato espresso bene? Per questo principio si è arrivati al 1722 al punto che Christophle Layer, |un uomo| colpevole del crimine di alto trasdimento, ha trovato degli avvocati che seriamente hanno sostenuto alla camera dei Lords che egli doveva essere mandato assolto, perchè era errata l'ortografia del suo nome, avendolo chiamato Christopherus al posto di Christoforus.

 

Note

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[1] - Ragionamento aristotelico (cfr per es: Locke, Due trattati sul governo, Utet, Torino, vol. I. p. 79: "Una data opinione è nuova, dunque è falsa, un'altra è sempre satata ammessa, dunque è infallibile". Contro invece Beccaria, op. cit. cap XVI, p. 63: "Se mi si opponesse l'esempio di quasi tutti i secoli e di quasi tutte le nazioni, che hanno dato pena di morte ad alcuni delitti, io risponderò ch'egli si annienta di faccia alla verità contro della quale non vi ha prescrizione... Non è ancor giunta l'epoca fortunata, in cui la verità, come finora l'errore, appartenga al maggior numero." (n.d.R.)

[2]  - Classico ragionamento giusnaturalistico: cfr. Hobbes, Leviatano, I I, XXVIII, 2: "Prima dell'istituzione dello stato, ogni uomo aveva un diritto su ogni cosa, e di fare qualunque cosa credesse necessaria alla propria preservazione: sottomettere, danneggiare ed uccidere ogni uomo a tale scopo. Questo è quel fondamento di quel diritto di punire che è esercitato in ogni stato, poichè i sudditi non hanno dato al sovrano quel diritto ma solo nell'abbandonare i propri gli hanno dato il potere di usare il suo nel modo che egli credesse opportuno per la preservazione di tutti; sicchè quel diritto non fu dato ma lasciato a lui ed a lui solo ed escludendo i limiti fissatigli dalla legge naturale in modo così completo come nello stato di natura e di guerra di ognuno col proprio vicino. ". J. Locke, Due trattati, Roma, 1984, p. 58: "Perciò nello stato di natura ciascuno ha il diritto di uccidere un assassino sia per dissuadere altri dal compiere lo stesso reato che nessuna riparazione può risarcire, con l'esempio della punizione che compete a ciascuno, sia per mettere gli uomini al sicuro dalle imprese di un criminale che avendo abdicato alla ragione, alla comune norma e misura che Dio ha dato all'umanità, con l'ingiusta violenza e l'assassinio commesso ai danni di un solo, ha dichiarato guerra agli uomini tutti." Contro invece Mably (Gabriel Bonnot de): Della legislazione, (L'edizione di Losanna 1777 è citata nell'elenco dei libri di casa Pilati, al f. 32) Scritti politici a cura di A. Maffei, Torino, 1965, ch. 4 p. 372: "Chi ha concesso loro (ai magistrati) questo diritto funesto? è un assioma ben noto: nessuno può dare ad un altro quello che non ha: ora perchè nessuno ha il diritto di disporre della propria vita, la pena di morte non si può giustificare con il patto che ha determinato la nascita della società". (n.d.R.)

[3]  - Cfr. Beccaria, op. cit., XVI, p. 57: "Chi è mai colui che abbia voluto lasciare ad altri uomini l'arbitrio di ucciderlo? Come mai nel minimo sacrificio della libertà di ciascuno vi può essere quello del massimo di tutti i beni, la vita? E se ciò fu fatto, come si accorda tale principio coll'altro, che l'uomo non è padrone di uccidersi? Ei dovea esserlo, se ha potuto dare altrui questo diritto o alla società intera."

[4]  - Viene seguito in qualche modo il ragionamento di J. J. Rousseau, Il Contratto sociale,. V. Del diritto di vita e di morte, (Opere di Rousseau a cura di P. Rossi, Firenze, 1989) Di Rousseau è anche il termine "individu" qui usato dal P.: "Si domanda come i privati, non avendo diritto di disporre della propria vita, possano trasmettere al sovrano questo stesso diritto, che essi non hanno. Ogni uomo ha diritto di rischiare la propria vita per conservarla... La pena di morte, inflitta ai criminali, può essere considerata perss'a poco sotto lo stesso angolo visuale: per non essere vittima di unassassinio si consente a morire se tale si diventi: In questo trattato, lungi dal disporre della propria vita, non si pensa che a garantirla, e non è a presumere che alcuno dei contraenti premediti allora di farsi impiccare." Cfr anche Beccaria, op. cit. p. 63 (cap. XVI:) "Se mi si opponesse l'esempio di quasi tutti i secoli e di quasi tutte le nazioni, che hanno dato pena di morte ad alcuni delitti, io risponderò ch'egli s'annienta in faccia alla verità, contro della quale non vi ha prescrizione: che la storia degli uomini ci dà l'idea di un immenso pelago di errori, fra i quali poche e confuse e a grandi intervalli distanti verità soprannuotano"

[5]  - Il P. segue puntualmente la struttura del cap. XVI del trattato Dei delitti e delle pene: "Questa inutile prodigalità di supplizi, che non ha mai resi migliori gli uomini, mi ha spinto ad esaminare se la pena di morte sia veramente utile e giusta in un governo bene organizzato." (n.d.R.)

[6]  - Ripresa del pensiero di Montesquieu, L'Esprit, cit., L. XVII, cap. 2: "Différence des peuples pour rapport au courage", e soprattutto l. XIV. cap. 2, ma si nota anche l'esperienza diretta del viaggiatore. (n.d.R.)

[7] - Cfr. Voltaire, Le prix de la justice et de l'humanitè, art. VII: (Oeuvres complettes, cit. p. 425. ) "Vous nous apprendez-peut-être comme une infinité de scélérats poudroient faire autant de bien à leurs pays, qu'ils leur auroient fait de mal. (nota 1: Il ne serait ni dispendieux ni difficile d'employer les criminels d'une manière utile, pourvu qu'on les rassemblât point en grand nombre dans un même lieu)." (n.d.R.)

[8] Può essere utile il confronto con il pensiero di J. Locke, Il trattato sul governo, UTET, Cap. II, § 86, p. 231: "Come ciascuno è tenuto a conservare se stesso e a non abbandonare volontariamente il suo posto così pure la medesima ragione, quando non sia in giuoco la sua stessa conservazione, deve, per quanto può, conservare gli altri e non può se non nel caso di fare giustizia di un offensore, sopprimere o menomere a un altro la vita o quanto contribuisce alla conservazione della vita, come la libertà, la salute, le membra del corpo o i beni. " e con il pensiero di Mably, Scritti politici, cit. p. 372: "Non crederete, Milord, che per deporre la spada nelle mani del legislatore sia stato necessario avere il diritto di disporre della nostra vita: al contrario è per difenderla contro gli attacchi scoperti, nascosti di un assassino che abbiamo chiesto quelle leggi sanguinarie che vi indignano. Allo stato di natura ho diritto di morte su colui che attenta alla mia vita, ed entrando a far parte della società, ho affidato questo diritto al magistrato. Perchè non dovrebbe servirsene? I cittadini non hanno accordato al legislatore il diritto di disporre arbitrariamente della loro vita, questa concessione sarebbe nulla ed insensata, ma essi hanno preteso che il legislatore vegliasse sulla sicurezza e che, spada in mano, allontanasse i pericoli dai quali sono minacciati o li difendesse da un nemico interno che volesse rovinarli " Con il pensiero di Rousseau, Il contratto sociale, L. II, cap. V: "Si domanda come i privati, non avendo diritto di disporre della propria vita, possano trasmettere al sovrano questo diritto, che essi non hanno... La pena di morte, inflitta ai criminali, può essere considerata press'a poco sotto lo stesso angolo di visuale, per non essere vittima di un assassino si consente a morire se tale si diventi. In questo trattato, lungi dal disporre della propria vita, non si pensa che a garantirla, e non è a presumere che nessuno dei contraenti premediti allora di farsi impiccare." Con il pensiero di Beccaria: Dei delitti e delle pene, cit. p. 57, cap. XVI: "Chi è mai colui che abbia voluto lasciare ad altri uomini l'arbitrio di ucciderlo? Come mai, nel minimo sacrificio della libertà di ciascuno, vi può essere quello del massimo tra tutt'i beni, la vita?: All'origine di questa discussione ricordiamo infine Hobbes, Leviatano, cit. (II, XVIII, 2): "Prima dell'istituzione dello stato, ogni uomo aveva un diritto su ogni cosa, e di fare qualunque cosa credesse necessaria alla propria conservazione: sottomettere, danneggiare ed uccidere ogni uomo a tale scopo. Questo è quel fondamento di quel diritto di punire che è esercitato in ogni stato, poichè i sudditi non han dato al sovrano quel diritto, ma solo nell'abbandonare i propri gli han dato il potere di usare il suo nel modo che egli credesse opportuno per la preservazione di tutti; sicchè quel diritto non fu dato ma lasciato a lui ed a lui solo, ed escludendo i limiti fissatigli dalla legge naturale, in modo così completo come nello stato di natura e di guerra di ognuno col proprio vicino." (n.d.R.)

[9]  - Sisto V, papa dal 1585 al 1590, è a proposito citato anche da Montesquieu. (Esprit, VII, 13, p. 117, vol. II, ed. cit.) (n.d.R.)

[10]  - La legge Valeria Horatia de Provocatione (509 a. C.) accordava ad un cittadino condannato a morte da un magistrato di fare appello al popolo e di essere nuovamente giudicato dai comizi centuriati. Ne tratta anche Montesquieu, op. cit. p 195, vol. I (XI-18) e commenta: "Les consules se trouvérent sans pouvoir pour la punition des crimes". Anche la legge Porcia è citata da Montesquieu (Op. cit. Vol. I. p. 99) (VI-15) "Mais la loi Porcia ayant défendu de mettre à mort un citoyen romain, elles n'eurent plus d'application." (n.d.R.)

[11]  - La Republique Romaine, par M. de Beaufort, à Paris, 1777, tom. 6 è elencata al f. 15 del citato catalogo dei libri di casa Pilati-Conci de Brattia (BcTn 2467) (n.d.R.)

[12]   - Cfr. Montesquieu, op. cit. p. 264, vol II, L. XXVIII, 36: "Comme, par les lois saliques et ripuaires, et par les autres lois des peuples barbares, les peines des crimes étaient pécuniaries, il n'y avait point pour lors, comme aujourd'hui parmi nous, de partie publique, qui fût chargée de la poursuite des crimes. "Stesso argomento anche in L. VI cap. XVIII, p. 102 vol. I°: "Nos pères, les Germains, n'admettaient guère que les peines pécuniaires." (n.d.R.)

[13]  - Lustratio (kàtharsis) cui allude il P, era la complessa cerimonia che aveva luogo nella civiltà classica ogni volta che ci si doveva liberare da influssi negativi o da eventuali colpe ed era applicabile sia all'individuo che alla collettività. Parecchi popoli orientali ebbero i medesimi principii. Che filosofia è mai quella che combatte i sentimenti, ispirati a tutti gli uomini dall'istinto e dalla ragione! (n.d.R.)

[14]  - Cfr Beccaria, Dei delitti e delle pene, ed. cit. p. 57. ( cap. XVI): "Qual può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili? Non certamente quello da cui risultano la sovranità e le leggi. Esse non sono che una somma di minime porzioni della privata libertà di ciascuno. Esse rappresentano la volontà generale, che è l'aggregato delle particolari. Chi è mai colui che abbia voluto lasciare ad altri uomini l'arbitrio di ucciderlo?"

[15]  - J. J. Rousseau, Il contratto sociale, L. II, cap. V, p. 293 dell'ed. cit.: "Si domanda come i privati, non avendo diritto di disporre della propria vita, possano trasmettere al sovrano questo stesso diritto che essi non hanno; questo problema non sembra difficile a risolvere se non perchè è posto male. Il trattato sociale ha per fine la conservazione dei contraenti. Chi vuole il fine vuole anche i mezzi, e questi mezzi sono inseparabili da qualche rischio, e anche da qualche perdita." L. I, cap. IV, p. 285: "Se dunque si escluda dal patto sociale ciò che non fa parte della sua essenza, si troverà che esso si riduce ai termini seguenti: "ciascuno di noi mette in comune la sua persona e tutto il suo potere, sotto la suprema direzione della volontà generale; e noi tutti in corpo riceviamo ciascun membro come parte indivisibile del tutto. " Ibidem, p 293: "Una volta ammesse queste distinzioni, è così falso che nel contratto sociale vi sia, da parte dei singoli alcuna rinuncia effettiva, che la loro condizione, per effetto di questo contratto, si trova ad essere realmente preferibile a quella che era per l'innanzi, e che in luogo di un'alienazione essi non han fatto che uno scambio vantaggioso di una maniera di essere incerta e precaria con un'altra migliore e più sicura. "... "La pena di morte inflitta ai criminali, può essere considerata press'a poco sotto lo stesso angolo di visuale: per non essere vittima di un assassinio si consente a morire se tale si diventi. In questo trattato, lungi dal disporre della propria vita, non si pensa che a garantirla e non è a presumere che alcuno dei contraenti premediti allora di farsi impiccare". (n.d.R.)

[16]  - Cfr. Beccaria, Dei delitti e delle pene, cit. p. 57: Esse non sono che una somma di minime porzioni della privata libertà di ciascuno. Esse rappresentano la volontà generale, che è l'aggregato delle particolari. Chi è mai colui che abbia voluto lasciare ad altri uomini l'arbitrio di ucciderlo?"

[17]  - Cfr Rousseau, Il contratto sociale, L. II, cap. V, p. 293, ed. cit. "Ogni uomo ha diritto di rischiare la propria vita per conservarla" (n.d.R.)

[18]  - Il riferimento è ai crimini di eresia e di magia, per i quali cfr. anche Montesquieu, L'esprit, cit. XII, cap. 5, p. 2o6 vol I. (n.d.R.)

[19]  - La distinzione è di Montesquieu, (L'esprit, cit. vol. I, L. VI, cap. 9, p. 91. ) che non la basa su criteri geografici ma politici: la legislazione più rigorosa è adatta ai governi assoluti. "Dans les pays despotiques on est si malhereux, que l'on y craint plus la mort qu'on ne regrette la vie, les supplices y doivent donc être plus rigoreux. Dans les états modérés, on craint plus de perdre la vie qu'on ne redoute la mort en elle-même; les supplices qui òtent simplement la vie y sont donc suffisant." (n.d.R.)

[20]  - Cfr Voltaire: Intorno al libro dei delitti e delle pene, Scritti politici, a cura di R. Fubini, Torino, 1978, p. 624 (cap. X): "È stato detto ormai da molto tempo che un uomo impiccato non serve a nulla e che i supplizi inventati per il bene della società devono esserer utili alla società. Èevidente che venti ladri robusti condannati a lavorare alle opere pubbliche tutta la vita, servono lo stato con il loro supplizio, e che la loro morte serve soltanto al boia, che è pagato per uccidere in pubblico gli uomini. " Lo stesso Voltaire in Le prix de la justice et de l'humanitè (1777), (Oeuvres complettes, Paris 1860, Tome V°, p. 425, Art. VII. ): "Vos nous apprendrez peut-être comment une infinité de scélerats pourroient faire autant de bien à leurs pays, qu'ils leur auraient fait de mal". Note 1) Il ne serait ni dispendieux ni difficile d'employer les criminels d'une manière utile, pourvuqu' on les rassemblant point en grand nombre dans un même-lieu. On pourrait les charger dans les grandes villes des travoux dégoûtants et dangereux, lorsqu'ils n'exigent ni adresse ni bonne volonté. On peut aussi les employer dans les maisons, oü ils sont renfermés, à des opérations des arts qui sont très penibles ou malsaines." Ibidem. Art. III, Du meurtre. "À l'égard de l'assassin de votre frère, il sera votre esclave tant qu'il vivra." Idem, "Commentario sul libro dei delitti e delle pene", cit. cap X, p. 624: "In Inghilterra raramente i ladri sono condannati a morte: si deportano nelle colonie. Accade lo stesso nei vasti stati della Russia: non si è impiccato nessun criminale sotto l'impero dell'autocrate Elisabetta." (n.d.R.)

[21]  - Concetto presente in Beccaria, Dei delitti e delle pene, ed. cit. p. 133, cap. XLII: "Perchè ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, deve essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle dette circostanze, proporzionata a' delitti, dettata dalle leggi. (n.d.R.)

[22]  - L'argomento è sviscerato anche da Beccaria, op. cit. p. 66, (cap. 17°): "Le confiscazioni mettono un prezzo sulle teste dei deboli, fanno soffrire all'innocente la pena del reo, e pongono gli innocenti medesimi nella disperata necessità di commettere i delitti"; da Voltaire, (Opere complete, Parigi, 1860, tomo V, p. 417, Commentario al libro dei delitti e delle pene): "Cette jurisprudence, qui consiste à ravir la nourriture aux orphelins et à donner à un homme le bien d'autrui, fût inconnue dans tout le temps de la rèpublique romaine."; da Montesquieu, L'esprit, cit. L. V, cap. 16. vol. I, p. 73: "Dans les états modérés c'est tout autre chose. Les confiscations rendraient la propriété des biens incertaine, elles depouilleroient des enfants innocents; elles détruiraient une famille, lorsqu'il ne s'agirait que de punir un coupable." . (n.d.R.)

[23]  - § 19 della traduzione francese. . (n.d.A.)

[24]  - Beccaria, op. cit. p. 69 cap. XIX: "Quanto la pena sarà più pronta e più vicina al delitto commesso, ella sarà tanto più giusta e tanto più utile. Dico più giusta perchè risparmia al reo gli inutili e fieri tormenti dell'incertezza, che crescono col vigore dell'immaginazione e col sentimento della propria debolezza; più giusta perchè la privazione della libertà, essendo una pena, essa non può precedere la sentenza, se non quanto la necessità lo chiede... Il minor tempo deve essere misurato, e dalla necessaria durazione del processo e dall'anzianità di chi prima ha un diritto di essere giudicato." (n.d.R.)

[25]  - Beccaria; Dei delitti e delle pene, cit. p. 69: "Ho detto che la prontezza della pena è più utile, perchè quanto è minore la distanza del tempo che passa tra la pena e il misfatto, tanto è più forte e più durevole nell'animo umano l'associazione di queste due idee, delitto e pena, talchè insensibilmente si considerano uno come cagione, e l'altra come effetto necessario immancabile.”. (n.d.R.)

[26]  - Il P. si riferisce ai delitti capitali.

[27]  - Opposto il pensiero di Beccaria, op. cit. cap. XIX p. 71: "Sogliono i rei di delitti più leggeri essere puniti o nell'oscurità di una prigione o mandati a dar esempio, con una lontana e però quasi inutile schiavitù a nazioni che non hanno offeso. Se gli uomini non si inducono in un momento a commettere i più gravi delitti, la pubblica pena di un gran misfatto sarà considerata dalla maggior parte come straniera, ed impossibile ad accadere; ma la pubblica pena dei delitti più leggieri, ed a' quali l'animo è più vicino, farà un'impressione che, distogliendolo da questi, lo allontanerà vieppiü da quegli." (n.d.R.)

[28]  - Evidente riferimento al Beccaria (Dei delitti e delle pene, cap. XIX, fine). (n.d.R.)

[29]  - Cfr. Beccaria, Dei delitti e delle pene, p. 114 (cap. XXXVI) "Regola generale: in ogni delitto, che per sua natura deve essere il più delle volte impunito, la pena diviene un incentivo". Nel repertorio dei libri di casa Conci-de Brattia esiste un Les delices de la Hollande (f. 6). (n.d.R.)

[30] - art. 19. (n.d.A.)

[31]  - Beccaria, Dei delitti e delle pene, ed. cit. cap. XIX p. 71: "Se gli uomini non si inducono in un momento a commettere i più gravi delitti, la pubblica pena di un gran msfatto sarà considerata dalla maggior parte come straniera ed impossibile ad accadere, ma la pubblica pena dei delitti più leggieri, ed à' quali l'animo è più vicino, farà un'impressione che, distogliendolo da questi, lo allontani vieppiü da quegli." (n.d.R.)

[32]  - Cfr. Voltaire, L'uomo dai quaranta scudi, opere complete cit. p. 722: "Odio le leggi di Dracone che puniscono ugualmente i delitti e gli errori, la cattiveria e la follia". Draconte, o Dracone, il più antico legislatore ateniese (VII sec. a. C.) di cui conosciamo poche ed incerte notizie (secondo Aristotele dette ad Atene una legislazione o una costituzione.) Le sue leggi erano severissime: un piccolo furto era punito con la morte. Mise per iscritto il diritto consuetudinario ateniese. (n.d.R.)

[33]  - § 14 della traduzione francese. (n.d.A.)

        Il passo riferito dal P. non è nell'originale del Beccaria: invece vi si trova il seguente: "Perchè le leggi non puniscono l'intenzione, non è però che un delitto, che cominci con qualche azione che manifesti oa volontà di eseguirlo non meriti una pena, benchè minore della dovuta all'esecuzione medesima del delitto." (n.d.R.)

[34]  - Cfr. Voltaire, Dizionario filosofico, Milano 1968, p. 127: "Questo bel nome di filosofo è stato ora onorato ora disprezzato come il nome di poeta, di matematico, di monaco, di prete e come tutto ciò che dipende dall'opinioni". Cfr. anche C. L. v. Haller, op. cit. p. 164, II vol: "(Pufendorf) confuta a meraviglia i sofismi degli stoici, che, come i nostri filosofi moderni, rigettavano ogni diritto di fare la grazia, con il pretesto di dare a ciascuno quello che si merita". Il senso della parola può non essere positivo. (n.d.R.)

[35]  - Cfr. Voltaire: Dizionario filosofico, cit. p. 59: "Senso comune: (questa locuzione) ci serve soltanto per indicare il buon senso, la ragione allo stato grezzo, ragione incipiente, prima nozione delle cose comuni, stato di mezzo tra la stupidità, e l'acume. "Idem " Commentario sul libro dei delitti e delle pene", ed. cit. p. 629 "Chiamo leggi naturali quelle che la natura rivela in tutti i tempi a tutti gli uomini per la conservazione di quella giustizia che la natura per quanto se ne dica, ha impresso in tutti i nostri cuori." Il Cap. XIV del trattato del Beccaria contiene dei ragionamenti alquanto complessi tanto che lo stesso autore commenta (ed. cit. p. 51) "Tali riflessioni sembreran troppo metafisiche a chi non rifletterà essere utilissimo che le leggi procurino meno motivi di accordo che sia possibile tra i compagni di un delitto." (n.d.R.)

[36]  - Beccaria, op. cit. cap. XIV, p. 60: "Quando più uomini si uniscano in un rischio, quanto egli sarà più grande, tanto più cercheranno che sia uguale per tutti: sarà dunque più difficile trovare chi si contenti d'essere esecutore, correndo un rischio maggiore degl'altri complici."

[37]  - § 22 della traduzione francese. (n.d.R.)

        Beccaria, op. cit. cap. XXII. p. 77: " L'altra questione è se sia utile mettere a prezzo la testa di un uomo conosciuto reo, ed armando il braccio di ciascun cittadino, farne un carnefice. O il reo è fuori dei confini, o al di dentro. Nel primo caso il sovrano stimola i cittadini a commettere un delitto e gli espone ad un supplizio, facendo così un'ingiuria ed una usurpazione di autorità negli altrui dominii, ed autorizza in questa maniera le altre nazioni a far lo stesso con lui: nel secondo mostra la propria debolezza."

       "Di più, un tal editto sconvolge tutte le idee di morale e di virtù, che ad ogni minimo vento svaniscono nell'animo umano: ora le leggi invitano al tradimento ed ora lo puniscono." (n.d.R.)

[38]  - Cfr. Haller, op. cit. vol. II, p. 152, nota: “U. Grozio, I. b. et p. cit, lib. II c. 20, de poenis; J. Locke, Two Treatises of Government, London, A. Bettesworth, 1728, R. Cumberland, De legibus naturae, J. S. Pütter, e G. Achewall, hanno sviluppato assai bene questa verità: nondimeno tutti pensano che il diritto di punire è stato necessariamente delegato dal popolo, e si ostinano a non vedere che esso è ancora oggi esercitato da tutti gli uomini secondo la misura dei loro mezzi, in quanto essi possano farlo senza pericolo per se stessi". Cfr. anche J. Locke: Two Treatisis, II trattato, cap. 8, p. 232, vol. I. (anche in Due trattati sul governo ed altri scritti politici, a cura di L. Pareyson, Torino 1982, p. 23: "Nel trasgredire la legge di natura l'offeso dichiara lui stesso di vivere secondo una norma diversa da quella della ragione e della comune equità che è la misura che Dio ha imposto alle azioni degli uomini, per loro mutua garanzia; e quindi egli diventa pericoloso agli uomini, dal momento che da lui è trascurato e infranto il vincolo inteso a garantirli dall'offesa e dalla violenza. Poichè questo è un delitto contro l'intera specie umana, e contro la sua pace e sicurezza, ha cui la legge di natura ha provveduto, ciascuno per ciò, in base al diritto che ha di conservare gli uomini in generale, può reprimere, o, se è necessario distruggere ciò che è loro nocivo, e quindi può recare a chi ha trasgredito quella legge un male tale che possa indurlo a pentirsi d'averlo fatto, e perciò distoglier lui, e sul suo esempio altri, dal compiere il medesimo torto. In questo caso e su questo fondamento ognuno ha il diritto di punire gli offensori e rendersi esecutore della legge di natura." Contrario è il pensiero di J. J. Rousseau, che considera irrinunciabile il patto sociale. Cfr. Il contratto sociale, L. II, cap. I. p 289, Opere, Firenze, 1989: "Dico dunque che la sovranità, non essendo che l'esercizio della volontà generale non può mai alienarsi e che il sovrano, che non è se non un ente collettivo, non può essere rappresentato che da se stesso." Il Pilati usa il linguaggio del Rosseau ma il concetto è diverso. (n.d.R.)

[39]  - Il ragionamento del P. si avvale del linguaggio e delle argomentazioni di Rousseau, Il contratto sociale, a cura di P. Rossi, Firenze 1989 p. 293, ma lo spirito ne è totalmente diverso:... il potere sovrano per quanto sia assoluto, sacro e inviolabile non passa e non può passare i limiti delle convenzioni generali e che ogni uomo può disporre pienamente di ciò che gli è stato lasciato dei suoi beni e della sua libertà da queste convenzioni; in modo che il sovrano non è mai in diritto di gravare un suddito più che un altro, perchè allora, diventando privato l'affare, il suo potere non è più competente. Ma, si dirà, la condanna di un criminale (N. B. riconosciuto come tale dopo regolare processo) è un atto privato. D'accordo: e infatti questa condanna non appartiene al sovrano..." (n.d.R.)

[40]  - Allude ai soggiorni a Poschiavo ove aveva sede la casa editrice di tante opere del P. (n.d.R.)

[41]  - Probabilmente, avendo assunto la funzione di sbirro: esempio di individuo privato che si assume un compito di difesa civile. (n.d.R.)

[42]  - Cfr. C: Beccaria, op. cit. p. 75: "Alcuni hanno sostenuto che in qualunque luogo commettasi un delitto, cioè un'azione contraria alle leggi, possa essere punito, quasi che il carattere di suddito fosse indelebile, cioè sinonimo anzi peggiore di quello di schiavo; quasi che uno potesse essere suddito di un dominio, ed abitare in un altro, e che le di lui azioni potessero, senza contraddizione, essere subordinate a due sovrani e a due codici, sovente contraddittorii.... Ibidem, p. 76: " Il luogo della pena è il luogo del delitto, perchè ivi solamente e non altrove, gli uomini sono sforzati di offendere un privato per prevenire l'offesa pubblica."

[43]  - Si nota la somiglianza del ragionamento del P. con quello di Voltaire: "Pienamente naturale riesce la facilità di porre da un caso particolare la questione di principio, e viceversa di regolare le azioni generali sulla varia ed anche episodica percezione della realtà dove questa, in qualche suo aspetto, paia rispondere congenialmente all'animo dello scrittore. (R. Fubini, Introduzione agli scritti politici di Voltaire Torino, 1978, p. 26) (n.d.R.)

[44]  - Il dialogo del P. con il Beccaria ha il fine di confutare le affermazioni contenute nel cap. XXII del trattato"Dei delitti e delle pene". (p. 76, ed. cit. ) La premessa comune ai due giuristi è che il luogo del delitto è quello della pena. Il P. si sofferma su due punti: il delinquente che ha compiuto il delitto ai danni di un concittadino fuori dei confini dello stato è sotto la giurisdizione del magistrato del paese d'origine al suo ritorno nello stesso. (concetto della Theresiana). (n.d.R.)

[45] Questo è il principio contrattualistico comune al P. e al Beccaria: Dei delitti e delle pene, cap. II, p. 13, ed. cit.: "Fu dunque la necessità che costrinse gli uomini a cedere parte della propria libertà". (n.d.R.)

[46] - Il P. si rifà ad un ragionamento di J. J. Rousseau, Discorso sull'origine della disuguaglianza, 1754, II parte pp. 71, 72, ed. cit. "Dalla natura del contratto si vedrebbe che esso non potrebbe essere irrevocabile; perchè se non vi fosse un potere superiore che potesse essere garante della fedeltà dei contrattanti, e costringerli ad adempiere le obbligazioni recipreoche, le parti resterebbero sole giudici in casa propria, e ciascuna di esse avrebbe sempre il diritto di denunciare il contratto, appena trovasse che l'altra ne infrangesse le condizioni, o queste cessassero di convenirle." (n.d.R.)

[47]  - C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, cit. p. 53, cap. XV: Il fine dunque non è altro che di impedire al reo di far nuovi danni ai suoi cittadini e di rimuovere gli altri dal farne di eguali." (n.d.R.)

[48]  - Il problema è trattato con ampiezza dal P. in quanto, abitante in un paese di confine, aveva esperienza, anche diretta e personale della situazione dei fuoriusciti. Appare evidente che la giurisdizione appartiene, oltre che al giudice del luogo del delitto, anche al giudice del luogo di residenza, ed è identica sia per i sudditi che per gli stranieri. Analoga la posizione della Theresiana. (n.d.R.)

[49]  - La superiorità della legislazione civile su quella penale è un tema tipico del P. (n.d.R.)

[50]  - Concetto di diritto internazionale analogo a quello di J.J. Rousseau (Discorso sull'origine della disuguaglianza, cit. pp. 67-68) "Divenuto così il diritto civile regola comune dei cittadini, la legge di natura non ebbe più luogo che fra le diverse società; dove sotto il nome di diritto delle genti fu temperata da qualche tacita convenzione. I corpi politici, restando così tra loro nello stato di natura, risentirono presto i danni, che avevano costretto gli individui ad uscirne; e tale stato divenne ancora più funesto fra questi grandi corpi, che non fosse stato prima fra gli individui di cui erano composti." Fonte comune è Hobbes, Leviathan, parte II, cap. XXX, fine: "Concerning the offices of one sovereign to another, which are comprehended in that law, which is commonly called the law of nations, I need not say any thing in this place; because the law of nature, is the same thing." (n.d.R.)

[51]   - Esprit des loix. L. 12, c. 4. (n.d.A.)

[52] - Montesquieu, Esprit, cit. XII, cap 4, p. 203, vol. I. "C'est le triomphe de la liberté, lorsque les lois criminelles tirent chaque peine de la nature particuliére du crime. Tout l'arbitraire cesse; la peine ne descend point du caprice du législateur, mais de la nature de la chose; et ce n'est point l'homme qui fait violence à l'homme. Il y a quatre sortes de crimes: ceux de la première espèce choquent la religion; ceux de la seconde, les moeurs; ceux de la troisième, la tranquillité; ceux de la quatrième, la sûreté des citoyens. Les peines que l'on inflige doivent dériver de la nayure de chacune de ces espèces." Il P. rielabora liberamente la sua fonte, con una diversa classificazione dei crimini, presa da Beccaria, Dei delitti e delle pene, cap. XXV(divisione dei delitti) p. 83 dell'ed. cit.: "Alcuni delitti distruggono immediatamente la società, o chi la rappresenta; alcuni offendon la privata sicurezza di un cittadino nella vita, nei beni, o nell'onore; alcuni altri sono azioni contrarie a ciò che ciascuno è obbligato di fare o non fare in vista del bene pubblico." (n.d.R.)

[53]  - Cfr. C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, cit, cap. xv, pp. 53-54: "A misura che i supplizi diventano più crudeli, gli animi umani, che come i fluidi si mettono sempre a livello ogli oggettiche li circondano, si incalliscono. L'atrocità stessa della pena fa che si ardisca tqanto di più per ischivarla, quanto è grande il male a cui si va incontro; fa che si commettano più delitti per ischivar la pena di un solo." Anche Voltaire, Intorno al libro dei delitti e delle pene, cap. XVIII (Opere politiche, a cura di R. Fubini, Torino 1978, pp. 637-638): "I padroni derubati, non volendo ricoprirsi d'obbrobrio, si limitano a scacciare i loro domestici che vanno a rubare altrove e si abituano al brigantaggio. Essendo la pena di morte la stessa, sia per un piccolo furto che per una rapina considerevole, è evidente che cercheranno di rubare molto. Potranno anche diventare assassini, quando crederanno che c'è un mezzo per non essere scoperti. "Questoconcetto è già presente nei moralisti inglesi: cfr. per esempio Hutcheson, System of Moral Philosophy (1747), L. II cap. 1 (in Tarello, Storia del pensiero giuridico moderno, p. 403: "In corporal punishments, the weakness of the criminals should be lessened as the sufferers are in greater dignities.") (n.d.R.)

[54] Sull' argomento cfr. Beccaria, Dei delitti e delle pene, ed. cit. cap. XXX, p. 97: "Altri scrittori prima di me hanno dimostrato l'evidente disordine che nasce dal non distinguere le pene dei furti violenti da quelle dei furti dolosi, facendo l'assurda equazione di una grossa somma di denaro colla vita di un uomo." E Voltaire, Intorno al libro dei delitti e delle pene, ed. cit., cap. XVIII, p. 637: "Nei paesi in cui un piccolo furto domestico è punito con la morte, questa punizione sproporzionata non è molto pericolosa per la società?" E Montesquieu, De l'esprit des lois, ed. cit. XII, 4, vol. I p. 205: "Lorsq'on viole la sûreté à l'égard des biens, il peut y avoir des raisons pourque la peine soit capitale; mais il vaudrait peut-être mieux, et il serait plus de la nature, que la peine des crimes contre la sûreté des biens fût punie par la perte des biens. "In area tedesca la distinzione di gravità tra i due reati è chiara sia nella Theresiana che in Sonnenfels, op. cit, cap. V., Von der Sicherheit der Personen, p. 229.

[55] - Esprit des loix, liv. 6. (n.d.A.)

[56]  - Aut §23 e seg. (n.d.A.)

Cfr. Montesquieu, De l'esprit des lois, cit. L. VI. cap. 12, vol. I. p. 94: "Les vols sur les grands chemins étaient communs dans quelques états: on voulut les arréter; on inventa le supplice de la roue, qui les suspendit pendant quelque temps: Depuis ce temps on a volé comme auparavant sur les grands chemins." C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, ed. cit. XXIII, p. 79. "Se una pena eguale è destinata a due delitti che disugualmente offendono la società, gli uomini non troveranno un più forte ostacolo per commettere il maggior delitto, se con esso si trovino unito un maggior vantaggio. Chiunque vedrà stabilita la medesima pena di morte, per esempio a chi uccide un fagiano ed a chi assassina un uomo o falsifica uno scritto importante, non farà alcuna differenza fra questi delitti."

[57]  - Beccaria, Dei delitti e delle pene, cap. XXVII p. 88 ed. cit. "Quali saranno dunque le pene dovute ai delitti dei nobili, i privilegi dei quali formano gran parte delle leggi delle nazioni? Io mi ristringerò alle sole pene dovute a questo ceto, asserendo ch'esser debbono le medesime per il primo e per l'ultimo cittadino... A chi dicesse che la medesima pena data al nobile ed al plebeo, non è realmente la stessa per la diversità della educazione, per l'infamia che spandesi su di una illustre famiglia, risponderei che la sensibilità del reo non è la misura delle pene, ma il pubblico danno, tanto maggiore quanto è fatto da chi più è favorito; che la uguaglianza delle pene non può essere che estrinseca, essendo realmente diversa in ciascun individuo; che l'infamia di una famiglia può essere tolta dal sovrano con dimostrazioni pubbliche di benevolenza all'innocente famiglia del reo." Invece Sonnenfels (op. cit. p. 212): "Aber auch die Einziehung eine wegen grosserer Verbrechen in Argwohn genommener Bürgers muss immer mit Behutsamkeit, und wenigstens mit dieser Unterscheidung geschehen, dass diejenigen, deren Ruf noch unbescholten ist, die bey denen die Einziehung grosses Aussehen erwecken, ihre Ehre mehr ausssetzen würden, Bürger also, besonders von der gebildeten Klasse in der Stille, zur Nachtzeit, in Verhaft genommen werden". Anche Montesquieu, L'esprit, cit. LVI, cap: XII vol. I. p. 94: "Que s'il se trouve des pays où la honte ne soit pas une suite du supplice, cela vient de la tyrannie, qui a infligé les mêmes peines aux scélérats at aux gens de bien". (n.d.R.)

[58]  - C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, ed. cit. p. 18, cap. IV: "Non vi è cosa più pericolosa di questo assioma comune, che bisogna consultare lo spirito della legge." (n.d.R.)

[59]  - Cfr. Beccaria, cap. IV, pp. 18-19, ed. cit.: "Un disordine che nasce dalla rigorosa osservanza della lettera di una legge penale, non è da mettersi in confronto coi disordini che nascono dalla interpretazione... Quando un codice fisso di leggi, che si debbono osservare alla lettera, non lasci al giudice altra incombenza che di esaminare le azioni de’ cittadini, e giudicarle conformi o difformi alla legge scritta, allora i sudditi non sono soggetti alle piccole tirannie di molti..." Diversamente Sonnenfels, cit. p. 221: "Sind die Verbrecher bestätiget; so soll das Gesetz die Strafe bestimmen, nicht der Richter. Aber da unmöglich ist, für alle Verbrechen und Vrgehungen, nach den unendlichen Stufen der Bösheit, die Strafen auszumessen, und daher dem Gutdenken des Richters nothwendig vieles überlassen werden muss, so ist zur sicherheit der Bürger dennoch erfordert, die Gränzen genau auszuzeichnen, bis zu welchen der Richter in den seiner Beurtheilung über lassenen Raume der Bestrafungen gehen, die ihm denn unter keinem Vorwande zu überschreiten frey gelassen seyn soll." (n.d.R.)

[60]  - Del tutto contrario il Beccaria, Dei delitti e delle pene, ed. cit. p. 75: "La certezza di un castigo, benchè moderato, farà sempre una maggiore impressione che non il timore di un altro più terribile, unito colla speranza della impunità". (n.d.R.)

[61]  - Il P. autore del Traité du mariage, è uno specialista dell'argomento. (n.d.R.)

[62]  - Il P. fa proprio il concetto "libertà=sicurezza dell'individuo" che è tipico dell'area giuridica tedesca: cfr Sonnenfels, cit. p. 229, cap. V: Von der Sicherheit der Personen e il giudizio per analogia (Sonnenfels, cit. p. 221 e Const. Theresiana, cit., art. 104 et ultimus De delictis in hac ordinatione non expressis, § 1: "In eiusmodi delictis extraordinariis judex ex analogia juris judicet quidem pro casu specifico, sed sententiam ante publicationem judici superiori porrigat, et si forsitan in posterum sanctione generali opus fuerit casus ad aulam perferendus est." (n.d.R.)

[63] - Cfr Hutcheson, op. cit. in Tarello, cit. p. 406: "As to persons condemned to punishment according to just law, they seem obliged to bear it, and owe to the public that reparation of the mischief done by their example... As the society has a right to punish, they can have none to resist by violence." (n.d.R.)

[64]  - Il risarcimento dei danni è un concetto estraneo alla mentalità giuridica inglese, dove l'esborso pecuniario è visto come pena, non come risarcimento, quindi proporzionato alla capacità del soggetto e non al danno provocato. Cfr. Hutcheson, cit. "In pecuniary fines, the sums exacted from different persons for the sames crimes, or equal ones, should be in proportion to the wealth of the criminals" (n.d.R.)

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Ultimo aggiornamento: 11 ottobre 2011