CARLO ANTONIO PILATI

Plan d’une législation criminelle

Piano d'una legislazione criminale

Trascrizione dal manoscritto e traduzione dal francese

di Marina Pilati

Pe gentile concessione della prof.ssa Marina Pilati

Edizione di riferimento:

Carlo Antonio Pilati, Plan d’une législation criminelle, testo manoscritto mai pubblicato, traduzione di Marina Pilati.

CAPITOLO VI

Del processo contro gli assenti e di alcuni altri processi straordinari.

Dei salvacondotti. Degli Asili. Della prescrizione.

Delle lettere di grazia. Dell'appello.

Nei processi civili l'attore non ha diritto di far sequestrare i beni della sua controparte assente, prima di aver provato legalmente la giustizia della sua pretesa. Il giudice nomina per l'assente un curatore, che è obbligato a proteggerlo come se fosse presente. C'è un punto sul quale le leggi romane e le canoniche sono perfettamente d'accordo. Le leggi romane avevano stabilito però press'a poco la medesima cosa in fatto di processo criminale [1] . | a) |

Giusti imperatori avevano stabilito che non si poteva condannare un assente per un crimine che meritasse la morte naturale o civile [2] . Ma altri imperatori meno giusti e meno umani furono dell'avviso in seguito di ordinare che il magistrato facesse fare l'inventario dei beni degli assenti, che li facesse citare con tre editti, da affiggere in tre giorni di mercato consecutivi e, non presentandosi l'accusato al più presto, tutti i suoi beni venissero confiscati [3].

Ecco qua una manifesta ingiustizia che è tanto più evidente ed esecrabile in quanto si riflette su coloro che non hanno parte alcuna al crimine, cioè i figli e i parenti prossimi dell'accusato al quale si confiscano i beni [4] .

Perchè non trattare gli assenti nei processi criminali come vengono trattati nei processi civili? Forse che la vita, l'onore e tutta quanta la fortuna di un uomo meritano meno attenzione che una parte sola dei suoi beni? Un uomo, per aver avuto la sfortuna di essere stato accusato, è forse già un criminale? O forse lo stato ha più interesse a risolvere in una maniera qualsiasi un delitto il cui autore è ancora sconosciuto, che a far rendere giustizia ai cittadini riguardo a cose che sono loro dovute da persone assenti? Che non mi si venga a dire che si deve procedere con rigore contro gli assenti perchè altrimente gli scellerati, sapendo di potersi mettere con la fuga al riparo dalla legge, non sarebbero più trattenuti da alcun freno dal commettere ogni sorta di crimine. Le risposte a tale obiezione si presentano in folla. Eccone qui qualcuna. I malviventi generalmente non possiedono beni: perchè mai dovrebbero essere più favoriti dalle leggi di quelli che ne hanno? Bisogna pertanto che il legislatore immagini dei freni ugualmente adatti a trattenere nel dovere sia le persone agiate che i miserabili: e questi freni sono: una buona polizia, la vigilanza dei magistrati e una pronta amministrazione della giustizia [5] .

Io non pretendo d'altra parte che non si debba assolutamente toccare i beni del contumace: affermo solo che è barbaro confiscarli completamente per ogni sorta di crimine che merita la morte naturale o civile senza altra formalità se non quella prescritta dalle leggi Romane. Ecco qui invece una maniera di procedere contro gli assenti molto più giusta e più onesta. Che il magistrato riceva l'accusa; che citi l'accusato con tre editti consecutivi o con lettere indirizzate al magistrato del paese dove la persona citata ha preso dimora; pregando questo magistrato di volergli notificare la citazione; in caso che l'accusato rifiuti di comparire il giudice gli sceglie un curatore; che conceda agli amici o ai parenti dell'assente di intervenire alla procedura, di informare il curatore di ciò che deve allegare in favore dell'assente: che il curatore sia obbligato a respingere nel migliore dei modi l'accusa, le deposizioni dei testimoni, tutte le altre prove che si porteranno contro il suo cliente, e che dopo questo il giudice riunisca i giurati; che il curatore, sentita l'opinione dei parenti e degli amici degli assenti, ricusi coloro nei quali non ripone sufficiente fiducia; e che in seguito si venga alla sentenza o di condanna o di assoluzione [6] .

 Se la sentenza di condanna detta una pena fisica afflittiva, si dovrà sospenderne l'esecuzione fino a che il condannato non sia caduto nelle mani della giustizia. Ma se questo succede non deve essere fatta l'esecuzione "sul campo": ma il colpevole deve essere trattenuto in prigione e il processo rinnovato secondo le forma prescritte nel precedente capitolo. In caso che in questo intervallo di tempo i testimoni siano morti, o che si siano allontanati senza che si possa più trovarli, le loro deposizioni saranno riconosciute come legali e all'imputato non resta che cercarsi altri mezzi per eluderle o per diminuirne la credibilità o per conststarne la falsità completa o parziale. Se non c'è ragionevole speranza che il condannato si presenti più i giurati cambieranno la pena afflittiva in una pena pecuniaria, e saranno obbligati a renderla proporzionata alla gravità del crimine, alla quantità dei beni dell'assente e al numero dei suoi figli [7].

Per questo scopo il giudice autorizza dall'inizio del processo, a fare l'inventario dei beni dell'assente, e ad impedire alla famiglia ogni alienazione, sotto pena di nullità: e questa proibizione sarà resa pubblica per mezzo di un editto. Se non vi sono che beni mobili e capitali, il giudice potrà prendere le misure convenienti perchè nessuna parte ne possa essere dissipata, e perchè la famiglia ed i parenti dell'assente non possano venire in possesso dei capitali, vendere i mobili ed andarsene. Dopo la sentenza dei giurati il giudice venderà quella parte di questi beni che sarà necessario per ricavare la somma alla quale l'assente sarà stato condannato [8] .

 E questo non è tutto: il condannato deve inoltre risarcire le spese ed i danni. Se la persona offesa può provarli per mezzo di testimoni o di documenti autentici la cosa è chiara: ma se le prove naturali ed ordinarie mancano, bisogna tenersi al giuramento dell'offeso e questo è un assioma del diritto romano, che ha il suo fondamento nell'equità, dato che non è giusto che un innocente soffra una perdita ed un danno per la malizia di un criminale, che l'ha messo nell'impossibilità di provarlo. Tutto quello che sto per dire è già stato detto ed insegnato da parte d'altri giureconsulti, o, per meglio dire, dal piccolo numero di coloro che hanno dei sentimenti umani e il buon senso comune. Ma anche costoro distinguono di solito l'assente fuggitivo da colui che si è assentanto per delle buone ragioni prima di essere stato accusato: e pretendono che il fuggitivo non abbia il diritto di pretendere le regole di umanità e di equità che si debbono osservare nei confronti di coloro che il caso o delle buone ragioni hanno trasportato fuori del luogo dove il delitto è stato commesso: io trovo questa distinzione molto disumana ed ingiusta [9] | perchè ritengo che sia pazzo ogni uomo che non fugge dal momento che sa che lo si sospetta di un crimine, che l'abbia commesso o no|. La fuga non rappresenta nessun indizio a svantaggio di colui che la prende. Ho già detto che colui che non fugge dal momento che sa che lo si sospetta, benchè a torto, di qualsiasi crimine fa presumere di essere pazzo piuttosto che innocente. Un uomo che ha abbastanza onore e coscienza per aver cura della sua reputazione, della sua libertà e della tranquillità sua e della sua famiglia, un uomo che ha abbastanza senso comune ed esperienza per sapere quanti mezzi abbiano la calunnia, lo spirito di vendetta e di persecuzione, la gelosia e l'interesse per vessare ed opprimere le persone oneste, non sarà mai tanto pazzo da adagiarsi sulla sua innocenza, e da dare al giudice ed ai propri nemici il tempo di farsi trascinare in prigione col rischio di tutto ciò che gliene potrà derivare in seguito. Al contrario tutto mi porta a pensare che si deve avere un'opinione ben cattiva di un uomo che non cerchi di mettersi in salvo dal momento che è informato che lo si sospetta di qualche delitto, sia che l'abbia commesso oppure no. Dopo questo non c'è bisogno che io dica che cosa penso della legge di diritto romano che stabilisce la pena di morte contro coloro che rompono le catene in prigione e si mettono in salvo [10] .

L'autore di questa legge iniqua non pensa che la propria salvaguardia è la prima di tutte le leggi [11] , che la natura è più forte di tutte le leggi dei tiranni; e che chi ha commesso un delitto contro lo stato o contro il suo prossimo, ne commette un altro contro la natura e contro se stesso se non cerca di salvarsi. Sta al magistrato di trovare un criminale e punirlo, ma il criminale non deve farsi trovare e punirsi da sè. Deve difendersi e se non si salva quando ne ha la possibilità è segno che non si difende abbastanza. Sta al magistrato di far incarcerare il criminale: ma il criminale non deve incarcerarsi da solo a vantaggio del magistrato.

 Questo sarebbe il luogo di trattare degli asili |e della consuetudine di mettere un taglia sulla testa| [12] . Ma l' autore del trattato dei Delitti e delle Pene mi ha prevenuto: ecco cio' che egli dice sull'argomento: "Si domanda se gli asili siano giusti, e se le convenzioni tra le nazioni di rendersi reciprocamente i colpevoli siano utili o no? In tutta l'estensione di uno stato politico non deve esserci alcun luogo indipendente dalle leggi. La loro forza deve seguire ogni cittadino come l'ombra segue il corpo. L'asilo e l'impunità non differiscono per misura: gli asili invitano al crimine più di quanto le pene non ne dissuadano. Moltiplicare gli asili in un paese equivale a formare altrettante piccole sovranità; infatti là dove le leggi non comandano possono formarsi nuovi poteri nemici delle leggi comuni e si può stabilire di conseguenza uno spirito opposto a quello dell'intero corpo della società. Si vede in tutti gli stati che gli asili sono stati la culla delle grandi rivoluzioni negli stati e nelle opinioni. Ma è utile che le nazioni si rendano reciprocamente i colpevoli? Io so bene che la persuasione di non poter trovare un luogo sulla terra dove i crimini possano dimorare impuniti sarebbe un efficace mezzo di prevenirli. Tuttavia non posso approvare l'uso di rendere i criminali finchè le leggi, divenute più conformi ai bisogni e ai diritti dell'umanità, le pene rese più dolci, l'indebolimento del potere arbitrario e di quello dell'opinione non donino un'intera sicurezza alla virtù odiata e all'innocenza oppressa e finchè la tirannia asiatica non resti confinata nelle pianure d'oriente, l'Europa non conosca più altro che il dominio della ragione universale che unisce via via di più gli interessi dei popoli e dei sovrani [13] ."

Ci si chiede se si debbano dare dei salvacondotti agli assenti, perchè possano in tutta sicurezza presentarsi davanti ai giudici? [14]

 Io credo sia utile concederli tutte le volte che sia importante per il giudice sapere se ci siano più complici di un crimine e quali siano. Ma che il legislatore prescriva ai magistrati di comportarsi verso coloro che si presentano in virtù di un salvacondotto, con tutta la magnanimità., trasparenza e buona fede che convengono alla loro dignità: che il magistrato si convinca di non essere là per tiranneggiare ma per imprimere col suo esempio nel cuore di tutti i sudditi l'onestà e l'amore della giustizia. Che il giudice abbia soprattutto orrore di questo principio, indegno, approvato dalle leggi di qualche paese [15] che è permesso al magistrato di fare imprigionare colui che è munito di salvacondotto, allorchè risulti chiaro dalle prove che si sono trovate in seguito, o per l'indicazione stessa dell'imputato, che egli è colpevole del crimine che gli è stato attribuito, quantunque il termine del salvacondotto non sia ancora spirato. Orribile assioma, |che fa di un giudice un mascalzone per autorizzarlo a punire un altro mascalzone| che, per impedire che un mascalzone sfugga alla pena, comincia col rendere mascalzoni i giudici stessi. Il codice Teresiano stabilisce che il salvacondotto debba cessare da quando il giudice abbia dichiarato, con un arresto interlocutorio, che colui che ne è munito, sia messo alla tortura, ovvero con sentenza definitiva l'abbia condannato alla pena dovuta al suo crimine [16] .

Così un giudice che voglia ingannare l'imputato non ha che da pronunciare subito la sentenza all'insaputa dell'accusato, non ha che da commettere senza imbarazzo questa crudele perfidia, dato che la qualità delle prove gli permette di farlo e il salvacondotto non servirà più a nulla a colui che si affida fiduciosamente alla legge pubblica, senza sapere che la legge permette al giudice una tal vergogna, e che non immagina che un magistrato, destinato a frenare e punire i furbi, sia lui stesso il principe dei furbi.

/ / L'uomo comune si rappresenta un giudice sotto l'idea di un furbo, che per professione deve essere più furbo dei delinquenti che gli cadono tra le mani e che egli deve atterrire, far cadere in trappola e imbrogliare in ogni modo. Si ritiene che non faccia parte del suo mestiere essere magnanimo, nobile. franco ed onesto. Ma ciò che è peggio è il fatto che la maggior parte dei giudici stessi ha questa convinzione negativa: e quel che è peggio ancora è che i giureconsulti che dettano le leggi, e che mai le dovrebbero dettare, sono anch'essi di quest'opinione [17] . Ecco di dove derivano i maggiori inconvenienti della legislazione e della pratica criminale. / /.

*** Il medesimo Codice Teresiano [18],  ordina che riguardo ai crimini che turbino in modo particolare la pubblica tranquillità, i giudici siano obbligati a fare giustizia prontamente scartando tutte le formalità capaci di tirare per le lunghe l'esecuzione del criminale. Lo stesso uso è a Parigi: i crimini eclatanti vi sono puniti nello spazio di otto ore. |Quanto a me, non ho necessità di parlare di questo tipo di processo|. Questi processi possono avere luogo quando la procedura criminale è così difettosa per il tempo che si perde in inutili formalità, che si fanno subire al criminale, attraverso una lunga e penosa prigionia, dei supplizi anticipati e l'innocente accusato deve sopportare dei tormenti che non merita [19] .

Possono anche aver luogo quando i giudici sono così facili a lasciarsi corrompere che i potenti, le donne, i ricchi, possono mettere in opera dei cavilli capaci di procurare l'impunità o la mitigazione della pena ai più grandi delinquenti, dal momento che si lascia loro il tempo di sfoderare e mettere in opera i loro artifici. Ma nel Piano che io ho proposto non vi è alcuna formalità inutile, non ve n'è alcuna che prolunghi il processo senza necessità, non ve n'è alcuna che non sia necessaria per rivelare il crimine o l'innocenza dell'imputato. Quindi, se questo Piano può avere attuazione, questa specie di processo di cui sto parlando, deve cessare completamente. Ho parlato abbastanza della maniera di fare il processo: bisogna che ora io tratti del modo di concluderlo. Ma siccome ci sono due modi di concluderlo, uno per mezzo della sentenza e l'altro per mezzo della prescrizione, e avendo già parlato della prima, non mi resta che fare un accenno a quest'ultima. In rapporto a questa io distinguo due classi di crimini. La prima è quella dei crimini atroci che comincia con l'omicidio, e che comprende tutti i crimini che stanno al di là dell'omicidio [20] .

La seconda è quella dei delitti minori. Per quanto riguarda i crimini della prima specie, io non vi accorderei alcuna prescrizione legale. Ma siccome vi sono dei casi, come ho dimostrato alla fine del capitolo quinto, nei quali un uomo, il cui crimine non è interamente provato, merita tuttavia di subire qualche pena straordinaria, come per esempio l'esilio, ogni ulteriore processo e quindi ogni nuova pena deve cessare dal momento che uno ha già subito una di queste pene straordinarie. Ma se il crimine è così atroce che il colpevole non merita assolutamente che si abbia per lui quest'umanità e se le prove del suo crimine sopravvengono in un tempo in cui la memoria della sua atrocità è ancora abbastanza fresca nella pubblica opinione, allora il bene della società esige che colui che nello stato ha il potere legislativo sia informato di queste circostanze, o dal giudice o dalla parte interessata a far punire questo crimine, in modo da ottenere un ordine espresso per rinnovellare il processo e per far punire il colpevole secondo quanto ha meritato. Per i crimini della seconda specie bisogna senza dubbio ammettere la prescrizione: e ha poca importanza, a mio avviso, che si metta un termine eguale per tutti, o che si faccia qualche differenza secondo la qualità dei delitti. L'autore del trattato dei Delitti e delle pene non ragiona bene a mio avviso, su quest'argomento [21] .

In principio impiega dei ragionamenti tutti metafisici e troppo sottili in una materia che deve essere trattata molto semplicemente e che deve essere spogliata di tutte le sottigliezze: in seguito i suoi ragionamenti non sono fondati, mi pare, sulla verità: "Bisogna sottolineare - egli dice - che i tempi della prescrizione e quelli che si impiegano nella ricerca delle prove non devono crescere l'uno e l'altro in ragione della grandezza del crimine, perchè la probabilità che il crimine sia stato commesso è in ragione inversa della sua atrocità. "Questo è vero in un senso e falso nell'altro. Vi sono dei crimini atroci che si commettono di rado e ve ne sono di quelli che si commettono più frequentemente di quelli che non sono per nulla atroci. Se si getta uno sguardo su tutta l'Europa insieme, si vedrà che gli omicidi e gli assassini sono molto più frequenti che i falsari: infatti se non ci sono assassinii in Svizzera, nè in Olanda, si può ben dire che non passa giorno nel quale non si commetta qualche assassinio, qualche uccisione proditoria in Italia, in Inghilterra, in Spagna, in Francia, nelle numerose province della Russia [22] e in parecchi stati della Germania. Al contrario le falsificazioni o le alterazioni di atti pubblici che nè quest'autore nè alcun altro conta nel numero dei crimini atroci, si commettono ovunque molto più raramente. Allora è strano affermare che l'atrocità di un crimine diminuisce la sua probabilità, allorchè l'esistenza del crimine è constatata per mezzo del corpo del delitto, come nell'omicidio. Perchè dunque ho prospettato già nel quarto capitolo che più un crimine è atroce e meno è probabile che venga commesso? Perchè già prima abbiamo parlato dell'omicidio, dell'assassinio, dell'avvelenamento e già ho assoggettato questi crimini ad una procedura differente: perchè io sostenevo, come tuttora sostengo che più un crimine è atroce e più è necessario che le prove del crimine siano.... [23] .

 **Non in rapporto al crimine, la cui realtà è già documentata dal corpo del delitto, ma in rapporto alla persona che ne è accusata. Ma attualmente non si discute sulle prove contro l'imputato: si tratta di vedere se è utile che la legge permetta la prescrizione contro il crimine medesimo, così che dopo un certo tempo non si possa più accusare, più fare indagini, più punire il criminale, qualunque prova si abbia contro di lui. Ora, relativamente a questo problema, come si può affermare che un crimine è meno probabile, perchè è più atroce, quando, per quanto atroce sia il corpo del delitto ce ne dimostra la realtà? Il principio dell'Autore non si può ravvisare che nei crimini straordinari, nei quali non esiste corpo del delitto, sia che si tratti di delitti atroci o no [24] .

I delitti di lesa maestà, per esempio, sono delitti straordinari e il più delle volte non c'è nessun corpo del reato. È in questi casi che le prove debbono essere ben convincenti: perchè è allora che si può dire con ragione che più un crimine è atroce e meno è probabile. Ma applicare questo principio all'omicidio, come fa l'Autore, e impiegarlo per dimostrare che tanto più bisogna abrogarne la prescrizione, non è a parer mio ragionare in modo giusto [25] .

"Ci sono - prosegue quest'autore - molto meno motivi che possano spingere l'uomo a scuotersi di dosso il sentimento naturale della compassione che bisogna soffocare per commettere i grandi crimini, che non ne abbiano coloro che tentano di cercare il loro benessere violando un diritto che non trova affatto inciso nel suo cuore e che non è che l'opera delle convenzioni della società." [26]

Io non sottolineerò a questo punto come sia falso che un uomo che la natura ha destinato a vivere in società, non senta nel suo cuore che viola un diritto, il diritto che ha l'altro uomo, allorchè ruba i beni che gli sono necessarii per la sua sopravvivenza, che viva in società o no. Io ripeterò solamente che è assurdo parlare di ciò che è probabile che gli uomini commettano o non commettano, quando il fatto ed il corpo del delitto dimostrano quello che è stato commesso. Un crimine atroce è stato commesso e lo dimostra il corpo del delitto. Quale senso ha il sostenere dopo questo che bisogna ammettere la prescrizione, e nello stesso tempo abrogarne il termine, perchè il crimine è poco probabile, per il fatto di essere troppo atroce e questo crimine è imputato a un tale in particolare? Non vi accontentate di qualche prova imperfetta per condannarlo e non ascoltate questo pessimo assioma dei pratici che dice che nei crimini atroci e straordinari non è necessario avere delle prove perfette [27] .

Al contrario più un crimine è atroce e più bisogna che le prove siano convincenti perchè trattandosi di attribuire un tale delitto a questo o quest'altro uomo in particolare, è sempre più difficile credere che l'abbia commesso come se si trattasse di un crimine ordinario. Ecco quindi la ragione per cui prima ho detto che in tali crimini le prove debbono essere molto più convincenti e perchè ora sostengo che non è giusto permetterne la prescrizione La sottigliezza |metafisica| di quest'Autore lo porta troppo spesso a dire delle cose che, a quelli che non hanno la medesima forza d'ingegno, sembrano contraddire perfino al senso comune. "Nei grandi crimini - egli continua - per la ragione stessa che sono più rari, la maggiore probabilità dell'innocenza dell'accusato deve far prolungare il tempo della prescrizione e diminuire quello dell'esame... al contrario nei delitti meno considerevoli la probabilità dell'innocenza dell'accusato essendo minore, bisogna prolungare il tempo dell'esame e diminuire quello della prescrizione, perchè l'impunità è meno dannosa [28] ."

Come può venire in mente ad un uomo tanto illuminato, tanto filosofo, tanto sapiente come l'autore di questo trattato |che però non gode del senso comune| di insinuare che per i grandi crimini bisogna abbreviare il tempo dell'esame e che per i leggeri si deve prolungarlo? Non è infinitamente più importante scoprire l'autore di un grande delitto, che quello di uno leggero? Bisogna quindi concedere più tempo all'esame per l'autore di un grande crimine che di uno leggero; tanto più che i grandi delinquenti cercano di nascondersi più che gli altri. Ma l'autore dice che accelerando il processo si impedisce agli uomini di lusingarsi nella speranza dell’impunità, e che bisogna impedire loro questa speranza, soprattutto nei grandi crimini. Anche questo è un ragionamento falso, troppo falso per un filosofo di tal merito. I grandi delinquenti che sanno che il processo del crimine che stanno per commettere deve essere tanto più breve, quanto più sarà grande il delitto, non esiteranno a sfuggire alle ricerche, che debbono terminare in un certo spazio di tempo più breve che l'ordinario, e non faranno che usare un po' più di abilità per impedire che i testimoni e le altre prove del delitto possano essere acquisiti in questo spazio di tempo. D'altronde quale assurdità permettere un lungo esame ed un lungo processo nei crimini di minore importanza e abbreviare tutto ciò in quelli grandi?

Sono invece perfettamente d'accordo su quanto questo medesimo Filosofo dice delle cose veramente belle in argomento di impunità: "Qualche tribunale [29] - egli dice - offre l'impunità a un complice di un grave crimine, che tradisce i suoi compagni. Un simile espediente ha i suoi inconvenienti e i suoi vantaggi. Gli inconvenienti sono che la società autorizza il tradimento... che essa introduce con ciò crimini di viltà che sono più funesti ad una nazione che i crimini di coraggio." Gli inconvenienti sembreranno tuttavia di minor importanza se si farà attenzione al fatto che i maggiori crimini non vengono commessi ordinariamente che dagli spiriti più vili, più bassi, l'intera vita dei quali non è che viltà e tradimento. Non è dunque un grande male, sempre che ce ne sia uno, quello di autorizzare il tradimento da parte di un uomo che già vi è portato. Un uomo colpevole che si riduce a imprigionare, a tendere imboscate al suo simile, ad appiccare fuoco alle case, deve essere preparato per lunga abitudine ad ogni genere di viltà, di bassezze e di tradimenti.

"I vantaggi, continua a dire quest'autore - sono di prevenire i grandi crimini e di rassicurare la popolazione che si riempie di terrore quando vede i delitti commessi senza che se ne conoscano gli autori... mi sembra che una legge generale che prometta l'impunità ad ogni complice che denunci un crimine sia preferibile ad una dichiarazione particolare in un caso particolare, perchè essa preverrebbe l'associazione dei delinquenti ispirando a ciascuno di loro il terrore di esporsi ad un pericolo" [30] .

Su questo punto sono completamente dell'idea dell'Autore: e mi sembrerebbe meglio che una simile legge non dovesse aggiungere all'impunità, come suggerisce l'Autore, il bando del delatore: poichè questa pena potrebbe scoraggiare la maggior parte dei complici e impedire loro di tradire i loro compagni; quindi mi sembra che si dovrebbe accordare l'impunità senza alcuna restrizione. Dopodichè il magistrato non ha che da mettere delle spie sulle tracce di quest'uomo, e di fare osservare bene tutti i suoi movimenti e le sue azioni, finchè si sarà accertato che quello ha cambiato il suo modo di vivere. Ma se succede che parecchi complici si presentano per denunciarsi reciprocamente, sarà necessario che il magistrato accordi l'impunità a tutti quanti? Niente affatto. La legge, o il magistrato, [31] non deve offrire l'impunità che a colui che si sarà presentato per primo a denunciare gli altri: e ancora bisogna aggiungere a questa restrizione, che il principale autore del crimine non potrà godere di questo privilegio.

Spesso vi sono dei delitti per i quali la società si avvantaggia se si perdonano [32] . Ma non è il giudice che deve perdonare: è il sovrano [33] .

Quando il principe non abusa di questo potere, perdonando gravi delitti ai suoi favoriti, ai suoi cortigiani, a coloro che gli sono raccomandati dai suoi ministri, nè a coloro che gli offrono in cambio del suo perdono delle somme di denaro, quando non fa la grazia ai recidivi, quando non esercita la sua clemenza che verso coloro che hanno avuto la disgrazia di cadere per la prima volta, che mostrano di pentirsi, la cui condotta per il resto è sempre stata onesta, la cui industriosità o abilità sono di qualche utilità allo stato, e infine per i quali l'autorizzazione che ha il principe di perdonare può avere effetti mirabili [34] : ed è con ragione che il Signore di Montesquieu dice che: "C'è un grande privilegio dei regimi moderati, le lettere di grazia" [35] .

L'Autore del trattato Dei Delitti e delle Pene non è del medesimo avviso: "La clemenza [36] - egli dice - che qualche volta è stata per i sovrani un supplemento alle qualità che loro mancavano per esercitare i doveri del trono, dovrebbe essere bandita da una buona legislazione dove le pene fossero dolci e la giurisprudenza criminale meno imperfetta [37] .

Vorreste dunque immaginare delle pene che non siano più forti e più funeste per un uomo utile allo stato che per uno straccione che non è buono a niente? pene che non siano più sensibili per un uomo che sempre prima abbia avuto una buona condotta, che ha da provvedere ad una famiglia, che ha delle capacità e dell'industriosità, che ha dei beni di fortuna, che gode di una buona reputazione che è di alta nascita, piottosto che per un miserabile che non è niente, non possiede niente, che ha una cattiva condotta, nessuna reputazione, nessuna capacità, nessuna industriosità? Delle pene, infine che si possano ugualmente infliggere ad ogni genere di gente di ogni professione, di ogni condizione, di ogni merito, |di ogni età| e di ogni fortuna? [38]

Io vi rispondo che non ci riuscirete mai: mai voi potrete farvi la sia pur più pallida idea di una simile legislazione. Ma se questo non è possibile, bisogna dunque in modo assolutamente necessario accordare al sovrano il potere di concedere la grazia con saggezza. Le leggi sono cieche [39] .

Esse non possono che fare, tutt'al più, le distinzioni più ordinarie che ci siano tra uomo e uomo: i magistrati devono essere ancora più ciechi della legge, per non abusare della loro facoltà di vedere: non devono vedere che le leggi [40] .

 Sta dunque al principe di supplire ai difetti naturali delle leggi, e all'obbligatoria impotenza dei magistrati. Un domestico, che ha famiglia, ha rubato una somma di denaro al suo padrone per sostentare sua moglie e i suoi figli in un periodo di ristrettezze, quando erano sul punto di morire di fame. La metà di questo denaro se l'è tenuta per andare egli stesso a cercare fortuna altrove. Il padrone l'ha subito denunciato alla giustizia; ma nel frattempo il ladro ha fatto fortuna, e ritorna per restituire al padrone il denaro con l'interesse: questo lo perdona, ma il magistrato lo deve punire. Come potreste fare con le vostre leggi a prevenire simili inconvenienti che rattristano allo stesso modo l'offeso e la famiglia dell'offensore, che, a parte una sola caduta, si è poi sempre condotto come un uomo onesto? Voi direte che bisogna fare delle leggi che in casi simili ordinino ai magistrati di condonare la pena? Ma non dite voi stessi [41] che questi atti di beneficienza da parte dei magistrati sono contrari al bene pubblico: che un privato può ben perdonare, e persino non esigere il risarcimento del danno che gli è stato fatto, ma che il perdono che egli accorda non può cancellare la necessità dell'esempio. E avete ragione. D'altronde non sarebbe possibile al legislatore prevedere le circostanze nelle quali si dovrebbe perdonare e quelle nelle quali non si deve perdonare, anche se l'offeso perdona. È dunque necessario che in simili casi sia il principe colui che giudica sul fatto, se un criminale meriti la grazia o no. Non è nè giusto nè fattibile privare di ogni azione criminale colui che si sarà lamentato di aver subito un'offesa o di aver sorpreso un altro in adulterio |sdraiato a letto| con sua moglie: bisogna pure che ci siano pene per cose simili.

Ma se l'offeso si riconcilia con l'offensore, è sempre onesto tenere in conto questa riconciliazione, o è sempre giusto non averne alcuna e arrivare subito alla condanna? convenite che vi è una quantità di circostanze che rendono un criminale degno di perdono, e che le leggi non possono nè prevedere nè definire tali circostanze.

** Secondo la relazione di Erodoto L. I. [42] un'antica legge dei Persiani impediva al principe, che aveva presso di loro il potere giudiziario, di punire con la morte il primo delitto. Tutta la vita del colpevole doveva essere esaminata, e sebbene fosse andato su di una cattiva strada, si puniva meno severamente. Monsignore l'Abate Millot fa qui, secondo il suo costume, una riflessione assai giudiziosa: "Sembra in effetti - egli afferma (Histoire des Medes et des Perses, ch. 3) che eccetto un piccolo numero di crimini atroci, che presuppongono sempre un'anima nera, e che richiedono un esempio terribile, nessun errore dovuto alla debolezza umana dovrebbe oscurare completamente i meriti di una vita virtuosa. Ci sono tanti mezzi di punire senza far perire dei cittadini i cui servizi potrebbero riparare le colpe. "Ma non dimentichiamo mai che è il principe e non il magistrato che deve fare queste riflessioni ed accordare queste grazie: e che tutt'al più il principe può incaricare il magistrato di fare a questo scopo delle ricerche sulla vita passata e sui talenti del colpevole.

Le leggi romane avevano stabilito secondo le regole della giustizia e dell'equità, che la morte dell'imputato doveva porre fine ad ogni processo, purchè fosse morto prima della sentenza, di modo che il fisco non poteva continuare da solo il processo contro gli eredi, per quanto riguarda la pena pecuniaria [43].

Ma principi cattivi successivamente vi hanno aggiunto varie eccezioni che i pratici non hanno mancato di adottare. La sola eccezione legittima ed equa che si poteva fare a questa regola riguarda il risarcimento dei danni che è dovuto all'offeso, infatti riguardo a quest'argomento bisogna che la parte lesa possa intentare o continuare l'azione contro gli eredi del defunto allo stesso modo che se ci fosse un'azione che trae origine da un'obbligazione civile.

Le stesse leggi Romane permettono al condannato di appellare la sentenza definitiva del giudice inferiore, purchè non si tratti di qualche crimine atroce di cui il condannato sia stato convinto reo con prove evidenti, o che il colpevole abbia lui stesso confessato di sua spontanea volontà, senza che il giudice l'abbia forzato con la tortura [44]: n 38)

In quest'eccezione c'è un vizio manifesto ed il giudice che ha il potere di condannare, ha pure il diritto di giudicare sull'evidenza delle prove: ora, sarebbe ben strano che un giudice che abbia condannato qualcuno a morte, o a una pena afflittiva non asserisca di condannarlo sulla base di prove evidenti. Se si osserverà la maniera di procedere che ho suggerito nei precedenti capitoli, sarà inutile e nello stesso tempo dannoso permettere l'appello ai condannati [45] .

Ma quanto è orrenda e crudele la pratica dei tribunali criminali dell'Europa, fatta eccezione di quelli dell'Inghilterra! Il giudice è colui che aggredisce il criminale, colui che gli fa il "suo" processo, colui che lo invia alla morte, alla prigione o all’esilio, ed il povero aggredito è privato di ogni mezzo di difendersi davanti al giudice, o di far vedere al giudice superiore il torto che gli ha fatto il suo subalterno, mentre nei tribunali civili è permesso l'uso di ogni sorta di "chicanes" e di intromettere appelli all'infinito sia nel caso di sentenza interlocutoria che di sentenza definitiva, e di prolungare la causa a piacere per mantenersi nel possesso di un pugno di terra o nella disponibilità di qualche miserabile diritto di servitù. E c'è di più. Quando c'è un accusatore |formale| che persegue formalmente qualcuno per un omicidio, un assassinio, un furto, o qualsiasi altro crimine, la pratica di quasi tutti i paesi d'Europa accorda al condannato l'appello della sentenza del giudice inferiore. Tuttavia si deve presumere che in un simile processo tutte le prove e tutte le difese |siano state migliori|, si considerino e si soppesino con più imparzialità e più esattezza che in un processo criminale, poichè entrambe le parti hanno il loro avvocato, e perchè il giudice è meno tentato di opprimere e di sorprendere i testimoni e l'accusato, che nel caso in cui comincia e conclude il processo da solo. Che terribile incongruenza! Le relazioni della Cina ci informano che in questo grande impero nessuna persona, di qualsiasi condizione a qualsiasi distanza e per quanto lontana sia dalla capitale, non subisce l'esecuzione prima che che il suo processo non sia stato inviato all'imperatore ed esaminato tre volte da uno dei suoi tribunali [46] .

Nel testamento politico attribuito al Cardinale Richelieu si conviene che un suddito possa accusare un ministro davanti al re: ma si vuole che il delatore sia punito qualora le cose che egli è in grado di provare non siano ritenute di grande importanza: Mr de Montesquieu [47]

Un simile esempio fornito da un despota, avrebbe già da lungo tempo dovuto fare arrossire i nostri tribunali, se i giureconsulti di quasi tutti i paesi d'Europa non avessero l'abitudine di| ignorare | di gloriarsi di ignorare tutto ciò che non si riconduca alla loro routine, come essi ignorano tutti i principii di umanità e di equità che non trovano scritti nelle opere dell'ignoranza e dell'assurdità che riempiono le loro biblioteche.

 

Note

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[1] - L. 5. D. De requir. reis poenis. L. 1. C. De req. Reis. (n.d.A.)

[2] - L. 5. D. De poenis.(n.d.A.)

       Il riferimento è da D. XLVIII, 19 (de poenis). (n.d.R.)

[3]  - L. 1. D. e L. 1. C. De requir. reis. (n.d.A.)

      D., I. 1 (de iustitia et iure) C. I, 14 (de legibus et const. princ.)

[4]  - Cfr il medesimo concetto in Montesquieu, op. cit. L. V cap 16: "Dans les États modérés, c'est tout autre nocents, elles détruiraient une famille, lorsqu'il ne s'agirait que de puni un coupable. "Montesquieu cita a sua volta Bodin: "Dans les pays où une coutume locale a disposè des propres, Bodin (Liv. V, ch. III) dit très bien qu'il ne foudrait confisquer que les aequéts." Cfr. anche Beccaria, cit. p. 66: "Le confiscazioni mettono un prezzo sulle teste dei deboli, fanno soffrire all'innocente la pena del reo e pongono gli innocenti medesimi nella disperata necessità di commettere i delitti. Qual più tristo spettacolo, che una famiglia trascinata all'infamia ed alla miseria dai delitti di un capo, alla quale la sommissione ordinata dalle leggi impedirebbe il prevenirli, quando anche vi fossero i mezzi per farlo!" Cfr. anche Voltaire, Le prix de la justice etc., op. cit. p 417: "Cette jurisprudence, qui consiste à ravir la nourriture aux orphelins et à donner à un homme le bien d'autrui, fut inconnue dans tout le temps de la république romaine." (n.d.R.)

[5]  - Cfr. C. Beccaria: Prontezza della pena, cap. XIX op. cit. p 68: "Quanto la pena sarà più pronta e più vicina al delitto commesso, ella sarà tanto più giusta e tanto più utile." e sul diverso ruolo di polizia e magistrati Montesquieu, op. cit. vol II, p. 192, (L. XXVI, c. 26): "Il y a des criminels que le magistrat punit, il y en a d'autres qu'il corrige: Les premiers sont soummis à la pouissance de la loi, les autres à son autorité... Dans l'exercice de la police, c'est plutòt le magistrat qui punit, que la loi; dans les jugements des crimes, c'est plutôt la loi qui punit que le magistrat." (n.d.R.)

[6]  - Quello che qui il P. descrive è l’«Edictal-Prozess» del quale si occupa Const, Ther. cit. Art. 4, § 11: "die form und wesentlich Imbegriff des Edictal -Prozesses, besteht I° in der öffentlichen Vorrufung des flüchtigen Tàthers; 2° in vollständiger Untersuchung der That mit ihren Umständen, 3° in de peinlichen Erkänntniss, und Urtheilvollstreckung. Betreffend nun erstlich: die Vorladung solle der Flüchtige von dem Halsgericht deme nach oben Art. 19 beschehenen Ausmessung die peinliche Gerichtbarkeit zustehet, durch offene Briefe oder Edict zu den Gerichtstand, um sich den selbst über die ihme zu Last gehende Missethat zu rechtvertigen, zu dreymalen von 14 zu 14 Täge etc." (n.d.R.)

[7] - cfr. Const. Ther cit. Art. 48, § 6 e 11: "Illorumque bona simul notanda et sequestro subicienda sunt." (n.d.R.)

[8]  - È inutile fare osservare che si può usare il medesimo sistema quando l'assente sia stato condannato già prima ad una pena pecuniaria. (n.d.A.)

[9]  - Questa distinzione è fatta nella Const. Th. cit. Art. 50.

[10] - L. I. D. De Effractoribus. Questa legge ha anche la stupidità di punire più gravemente coloro che per salvarsi danneggiano la prigione che quelli che la risparmiano.

[11]  - In quanto legge naturale. Cfr anche Voltaire, Dizionario filosofico, Milano 1981 p. 434: "Quando la natura formò la nostra specie, e ci diede alcuni istinti-l'amor proprio per la nostra conservazione, la benevolenza per la conservazione degli altri, l'amore che è comune a tutte le specie viventi e quel dono inesplicabile di combinare nel nostro cervello un maggior numero di idee di tutti gli altri animali presi assieme; quando dunque ci assegnò la nostra dote, ci disse poi: "cavatevela come potete." Invece Montesquieu, L'esprit etc., cit. I, 2, vol. I: "cette loi qui, en imprimant dans nous-mêmes l'idee d'un crèateur nous porte vers lui, est la première des lois naturelles par son importance, et non pas dans l'ordre de ces lois. "Nell'assegnare il primato tra tutte le leggi naturali all'autoconservazione, il P. si pone nella linea Pufendorf-Barbeyrac-Heinecke (Tarello, cit. p. 129). Cfr anche J. Locke, Secondo trattato sul governo, Roma, 1984, p. 1231: "Come ciascuno è tenuto a conservare se stesso e non abbandonare volontariamente il suo posto, così per la medesima ragione quando non sia in gioco la sua stessa conservazione, deve per quanto può conservare gli altri ecc." (n.d.R.)

[12]  - Secondo la successione di argomenti della Const. Ther. (n.d.A.)

[13]  - La citazione è dell'edizione francese già citata. Cfr. Beccaria, Dei delitti e delle pene, cit. ch. XXI (Asili) p. 75: "Mi restano ancora due questioni da esaminare; l'una se gli asili sieno giusti; e se il patto di rendersi fra le nazioni reciprocamente i rei, sia utile o no. Dentro ai confini di un paese non deve esservi alcun luogo indipendente dalle leggi. La forza di esse seguir deve ogni cittadino, come l'ombra segue il suo corpo. L'impunità e l'asilo non differiscono che di più e meno: e come l'impressione della pena consiste più nella sicurezza d'incontrarla che nella forza di essa, gli asili invitano più ai delitti di quello che le pene non ne allontanano. Moltiplicare gli asili è il formare tante piccole sovranità; perchè, dove non sono leggi che comandano, ivi possono formarsene delle nuove ed opposte alle comuni; e però uno spirito opposto a quello del corpo intero della società. Tutte le istorie fanno vedere che dagli asili sortirono grandi rivoluzioni negli stati e nelle opinioni degli uomini. " Ibidem, p. 76: "Ma, se sia utile il rendersi reciprocamente i rei tra le nazioni, io non ardirei decidere questa quistione, finchè le leggi più conformi ai bisogni dell'umanità le pene più dolci ed estinta la dipendenza dall'arbitrio e dalla opinione, non rendano sicura l'innocenza oppressa e la detestata virtù; finchè la tirannia non venga del tutto, dalla ragione universale che sempre più unisce gli interessi del trono e dei sudditi, confinata nelle vaste pianure dell'Asia, quantunque la persuasione di non trovare un palmo di terra che perdoni ai veri delitti, sarebbe un mezzo efficacissimo per prevenirli." (n.d.R.)

[14]  - Cfr. anche Constitutio Ther. Crim., cit. art. 50, § 2: "Salvus conductus qui semper tendit, ut quis libero pede suam causam possit agere, vel communis vel specialis est". (n.d.R.)

[15] - L'Austria: cfr. Ther. cit. art. 5. (n.d.R.)

[16]  - part 1, art. 50 § 11. (n.d.A.)

      Const. Therr . cit. Art. 50. § 11: "Viertens: weheret das sichere Geleit nicht länger, als bis auf, das erfolgende Bey - oder Endurtheil: dann, wenn die Erkanntnuss, wodurch er zu einer Leibs oder Lebensstraffe, oder zur peinlichen Frage verurtheilt wird, ergehet, höret das sichere Geleit auf, und muss derselbe sogleich gefänglich eingesetzet werden." (n.d.R.)

[17]  - Il P. critica qui il principio d'autorità, per cui le decisioni dei giureconsulti francesi avevano importanza di leggi: (Cfr. Montesquieu, L'Esprit, cit. L. XXVIII, cap. 40, segg. )

[18]  - Part. I. art. 49 (*) (Io ne parlerò in un capitolo successivo più in dettaglio quali sono i crimini che bisogna annoverare tra gli atroci). (n.d.A.)

      Const. Ther. Crim., cit. art. 49, ( Von dem Standrecht) § 1: "Das Stand - oder Geschwinderecht ist eine ausserordentliche Verfahrungsart, mittelst welche in gewissen, der allgemeine Wohlfahrt besonders gefärlichen Missethaten die Nachforschung auf die That, und die Bestaffung des Missethäters mit Abkürzung der sonst gewönlichen Processordnung, somit ganz eilvertig zu dem ende vorgenommen wird, damit andurch dem beleidigten gemeinen Wesen geschwindere Genugtuung wiederfahre, ander Bösewichte gleichen Gelichters aber durch die solch schweren Misshandlungen auf den Fuss nachvolgende Straffverhängung destomehr von ihrer bösen Unternehmungen abgeschrecket werden sollen." (n.d.R.)

[19]  - Concetti già espressi nel Capitolo Della cattura e presenti in v. Sonnenfels (Grundsätze der Polizey, cit. vol. I. p. 164: "Der Arrest wird so oft als eine Strafe zuerkennt." e ibidem, p. 213: "die Demütigung, die traurige, die schreckenvolle Stille sind zwar unvermeidliche, aber schon für sich selbst solche Leiden, dass die Gerechtigkeit sie nicht durch andere vergrössern oder über die Notwendigkeit verlängern muss." Anche Beccaria, op. cit. p. 24: "Perchè la prigione è piuttosto un supplizio che una custodia del reo." (n.d.R.)

[20] Part. 1. art. 9 della Constituthio Theresiana, tratterò in un capitolo successivo più in dettaglio quali sono i crimini che si devono annoverare tra gli atroci. (n.d.A.)

      Const. Ther. cit.Art. 49, (Von dem Standrecht) §1: "Das Stand oder Geschwinderecht ist eine ausserordentliche Verfahrungsart, mittelst welcher in gewissen, der allgemeinen Wohlfahrt besonders gefährlichen Missethaten die Nachforschung auf die That, und die Bestraffung des Missethàters mit Abkürzung der sonst gewònlichen Prozessordnung, somit ganz eilvertig zu dem Ende vorgenommen wird, damit andurch dem belidigt gemeinen Wesen geschwindere Genugthung wiederfahre, andere Bösewichte gleichen Gelichters aber durch die solch-schweren Misshandlungen auf den Fuss nachfolgende Straffverhörung destomehr von ihrer bösen Unternehmungen abgeschrecket werden sollen." Anche Beccaria, op. cit. p. 48: in argomento di prescrizione, come il P., distingue: "Per spiegare al lettore la mia idea, distinguo due classi di delitti: la prima è quella dei delitti atroci, e questa comincia dall'omicidio, e comporta tutte le ulteriori scelleraggini; la seconda è quella dei delitti minori." (n.d.R.)

[21] - §13 della traduzione francese. (n.d.A.)

      C. Beccaria, op. cit. Cap. 13, pp. 44-48: "Aggiungerò solamente che, provata l'utilità delle pene moderate in una nazione, le leggi, che in proporzione dei delitti scemano o accrescono il tempo della prescrizione, o al tempo delle prove formando così della carcere medesima o del volontario esilio una parte della pena, somministreranno una facile divisione di poche pene dolci per gran numero di delitti. Ma questi tempi non cresceranno nell'esatta proporzione dell'atrocità dei delitti, poichè la probabilità dei delitti è in ragione inversa alla loro atrocità." (n.d.R.)

[22]  - La divisione dell'Europa in zone geografiche dal punto di vista criminale(con i paesi tedeschi più virtuosi, in particolare Olanda e Svizzera)c'è anche in Montesquieu, L'esprit..., L. IX, cap. 2.: che giustifica la superiorità di questi stati con la loro struttura federativa tanto migliore quanto più omogenea. (n.d.R.)

[23]  - Testo illeggibile. (n.d.R.)

[24]  - Il P. chiarisce il concetto di delitto straordinario, cioè privo di corpo del reato. In questa categoria Montesquieu comprende il delitto di lesa maestà (L'esprit des lois, L. XII. c. 12, Vol. I, p. 242.) "Rien ne rend encore le crime de lèse-majesté plus arbitraire que quand des paroles indiscrètes en deviennent la matière... les paroles ne forment point un corps de délit; elles ne restent que dans l'idée". (n.d.R.)

[25]  - Il P. dà alla alla parola "probabile" il senso di "passibile di prova" come è evidente da questo passo. Il Beccaria invece dà a probabile il senso di plausibile, che può accadere: (ed. cit. p. 47: "Parimenti quei delitti atroci dei quali lunga resta la memoria negli uomini, quando sieno provati non meritano alcuna prescrizione: p. 48, ibidem: "nei delitti più atroci, perchè più rari, deve sminuirsi il tempo per l'esame per l'accrescimento delle probabilità di innocenza del reo") l'equivoco nasce evidentement dall'uso che fa il P. della traduzione francese. (n.d.R.)

[26]  - C. Beccaria, op. cit. p. 48: "Il numero de’ motivi che spingono gli uomini oltre il naturale sentimento di pietà, è di gran lunga minore al numero de’ motivi che, per la naturale avidità di essere felici gli spingono a violare un diritto che non trovano nei loro cuori ma nelle convenzioni della società." (n.d.R.)

[27]  - Cfr Beccaria, op. cit. p. 30, nota 1: "Presso i criminalisti la credibilità di un testimonio diventa tanto maggiore quanto più il delitto è atroce: ecco il ferrreo assioma dettato dalla più crudele imbecillità: In atrocissimis leviores coniecturae sufficiunt, et licet judici jura transgredi." (n.d.R.)

[28]  - C. Beccaria, op. cit. p. 48: "Nei delitti più atroci, perchè più rari, deve sminuirsi il tempo dell'esame per l'accrescimento della probabilità dell'innocenza del reo; e deve crescere il tempo della prescrizione perchè dalla definitiva sentenza dell'innocenza o reità di un uomo, dipende il togliere la lusinga dell'impunità, di cui il danno cresce colla impunità del delitto. Ma nei delitti minori, scemandosi la probabilità dell'innocenza del reo, deve crescere il tempo dell'impunità, deve diminuirsi il tempo della prescrizione." (n.d.R.)

[29]  - § 1. 4. (n.d.A.)

      C. Beccaria, op. cit. p. 51, (cap. XIV): "Alcuni tribunali offrono l'impunità a quel complice di grave delitto, che paleserà i suoi compagni. Un tale spediente ha i suoi inconvenienti e i suoi vantaggi: gli inconvenienti sono che la nazione autorizza il tradimento, detestabile ancora fra gli scellerati: perchè sono meno fatali ad una nazione i delitti di coraggio, che quelli di viltà." (n.d.R.)

[30]  - C. Beccaria, op. cit., p. 52: "I vantaggi sono prevenire delitti importanti, e che essendone palesi gli effetti, ed occulti gli autori. intimoriscano il popolo. Sembrerebbemi che una legge generale, che promettesse l'impunità al complice palesatore di qualunque delitto, fosse preferibile ad una speciale dichiarazione di un caso particolare, perchè così preverrebbe l'unione, col reciproco timore che ciascun complice avrebbe di non espor che se medesimo. Una tal legge però dovrebbe accompagnare l'impunità col bando del delatore." (n.d.R.)

[31]  - L'alternativa proposta dal P. ribadisce la sua propensione per il potere arbitrario del giudice. (n.d.R.)

[32]  - Concetto presente in Montesquieu, L'esprit des lois, cit. (L. XII, cap 18, Vol. I. p. 217): "On ne peut faire des grandes punitions et par conséquent, des grands changements, sans mettre dans les mains de quelques citoyens un grand pouvoir. Il vaut donc mieux, dans ce cas, pardonner beaucoup que punir beaucoup." (n.d.R.)

[33] - Cfr Montesquieu, op. cit. L. VI, cap. 5, Vol. I, p. 87. "Le souverain ne doit pas être leur juge... De plus, il perderait le plus bel attribut de sa souveraineté, qui est celui de faire grâce." (n.d.R.)

[34]  - La teoria della grazia qui esposta dal P. discende non solo da Montesquieu, citato, ma anche da tutta la linea di pensiero che da Grozio (De poenis, §§21-27) Pufendorf (De Jure naturae et gentium, VII, c. 3, §§15 e 17) J. H. Boehmer e Quistorp arriva a C. L. Haller (La restaurazione della scienza politica, cit. vol. II, pp. 163, 164: "Se dunque la legge penale, esaminata la natura e le circostanze del delitto è troppo dura e sproporzionata, se lo sbaglio è stato commesso per ignoranza e senza cattiva intenzione, se l'offeso è soddisfatto e il colpevole si è già corretto, in modo che la recidività non dia più da temere, se d'altronde la conservazione della vita e della libertà del delinquente pentito lungi dall'essere pericolosa per la società può al contrario esserle utile, se in una parola la ragione della legge penale cessa, se la pena è inutile o anche nociva, in tutti questi casi il sovrano è non solamente in diritto, ma anche moralmente obbligato a mitigarla o a rimetterla totalmente." (n.d.R.)

[35] Esprit des lois , liv. 6. ch. 16. (n.d.A.)

     - Montesquieu, op. cit. L. VI, cap. 16, vol. I. p. 101: "C'est un grand ressort des gouvernements modérés, que les lettres de grâce. Ce pouvoir que le prince a de pardonner, exécuté avec sagesse, peut avoir d'admirables effets." (n.d.R.)

[36]  - § 20

[37]  - C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, cit. p. 73 (C. XX): "La clemenza dunque, quella virtù che è stata talvolta per un sovrano il supplemento di tutti i doveri del trono, dovrebbe essere esclusa in una perfetta legislazione dove le pene fossero dolci, ed il metodo di giudicare regolare e spedito."

[38]  - La gradazione della pena secondo le caratteristiche del soggetto è tipica della giurisprudenza tedesca: Presente nella Const. Ther. è sintetizzate in C. L. von Haller, op. cit. vol. III, p. 153. "Il male da infliggere al criminale sarà scelto e modificato secondo lo scopo che si vuol raggiungere con la pena, che ammette molte forme in base alle circostanze del fatto e del suo autore, secondo il consiglio della prudenza e i sentimenti di umanità". Nota a)Per quanto si dica generalmente che le pene debbano essere uguali per tutti ed unicamente adattate al delitto, non è men vero che esse devono al contrario, essere proporzionate all'autore del delitto e che, per questa ragione, non possono sempre essere uguali, anche per uomini simili. È ciò che hanno perfettamente dimostrato S. Pufendorf, i. n. et g., lib VIII, 3 § 24-25 e F. Meister, nel suo libro scritto contro i principii di Beccaria, Brissot e Serva, sotto il titolo: Ueber den Einfluss, welchen der Stand des Verbrechers auf die Strafen und das Verfahren in Strafsachen hat (Gottinga 1784). "Ancora in Haller, op. cit. pp. 154-155: "Ma chi potrà prevedere e determinare anticipatamente, da un lato tutti i crimini, tutti i delitti con i loro generi e le loro specie, le loro cause ed i loro effetti, i loro gradi e le loro modificazioni infinite, e, dall'altro, tutte le pene immaginabili, tutte le misure di sicurezza, di correzione o di repressione per controbilanciare i delitti con le pene? L'impresa di formare un simile codice penale non sarebbe più assurda della pretesa di fissare legalmente tutte le malattie, tutte le infermità, che hanno afflitto fin qui o che possono ancora affliggere la specie umana, così come elencare tutti i rimedii scoperti o da scoprire con le loro forme e le loro gradazioni infinitamente variate, e ordinare quindi ai medici che, senza alcun riguardo alle circostanze, e ai temperamenti diversi degli ammalati, essi si conformino rigorosamente alla lettera della norma applichino le stesse medicine alle malattie che portino lo stesso nome, non cambino mai il rimedio e non lo diano con altre componenti, non ne aumentino e non ne diminuiscano mai la dose, sia che essa abbia prodotto o no i suoi effetti." (n.d.R.)

[39]  - Massima che riconduce a Montesquieu, op. cit. VI, 6, vol I, p. 89; "Les lois sont les yeux des princes? Il voit par elles, ce qu'il ne pourrait pas voire sans elles." (n.d.R.)

[40]  - È il "potere nullo" del giudice teorizzato da Montesquieu. (n.d.R.)

[41]  - § 20. (n.d.A.)

      - C. Beccaria, op. cit. Cap. 2O: "Alcuni liberano dalla pena di un piccolo delitto, quando la parte offesa lo perdoni; atto conforme alla beneficienza ed alla umanità, ma contrario al ben pubblico: quasi che un cittadino privato potesse egualmente togliere colla sua remissione la necessità dell'esempio, come può condonare il risarcimento dell'offesa. "Con queste parole il B. introduce la necessità di un nuovo codice di leggi: (c. xx, p. 74 op. cit. )"... e questa è la tacita disapprovazione che i benefici dispensatori della pubblica felicità danno ad un codice, che con tutte le imperfezioni ha in suo favore il pregiudizio dÈsecoli il voluminoso ed imponente corredo d'infiniti commentatori, il grave apparato delle esterne formalità, e l'adesione de’ più insinuanti e meno temuti semidotti" (n.d.R.)

[42]  - Erodoto, Storie, I, 50 La citazione è indiretta (dal Millot). (n.d.R.)

[43]  - L. 6. D. L. 4. C. de pub. jud. L. I et L. 3. C. si pend. appell. mors. interv. L. 20. D. de accus et Incrim. (n.d.A.)

     - Dig. VI, 15 De publico iudicio e XX, 3, De accusatione et incriminatione, Cod. IV, 3 de publicis iudiciis e I, 18 e III, 1 Si pend. app. mors intervenerit. (n.d.R.)

[44]  - Leg. 2. C. quorum appell. non recip. (n.d.A.)

      - Cod. II. (n.d.R.)

[45] - Nell'inutilità dell'appello il P. concorda col Beccaria, op. cit., III, p. 15: "Ecco la necessità di un magistrato le cui sentenhze siano inappellabili, e consistano in mere asserzioni o negative di fatti particolari." (n.d.R.)

[46] - Le Relazioni dalla Cina sono tra le relazioni di viaggi citate nel f. 27 M. N. 2467 BC. Tn. (n.d.R.)

[47] - Montesquieu, XXXIX, 16, p. 239, II vol ed. cit.: "Le Cardinal de Richelieu convenait que l'on pouvait accuser un ministre devant le roi, (nota c. Testament politique) mais il voulait que l'on fût puni si les choses qu'on prouvait n'étaient pas considérables; ce qui devait empêcher tout le monde de dire quelque vérité que ce fût contre lui, puisque una chose considérable est entièrement relative, et que ce qui est considérable pour quelq'un ne l'est pas pour un autre." (n.d.R.)

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Ultimo aggiornamento: 11 ottobre 2011