CARLO ANTONIO PILATI

Plan d’une législation criminelle

Piano d'una legislazione criminale

Trascrizione dal manoscritto e traduzione dal francese

di Marina Pilati

Pe gentile concessione della prof.ssa Marina Pilati

Edizione di riferimento:

Carlo Antonio Pilati, Plan d’une législation criminelle, testo manoscritto mai pubblicato, traduzione di Marina Pilati.

CAPITOLO QUINTO

Del resto dell'istruzione del processo e della sentenza

|Istruzione del processo. Prove. Sentenza.|

Quanto detesto queste forme giudiziarie che hanno introdotto le leggi canoniche! Prima tutto era pubblico; dopo tutto diventa segreto [1].

Secondo codeste leggi un giudice, solo col suo cancelliere, interroga l'imputato, ascolta i testimoni, raccoglie le informazioni, fa la rilettura, il confronto e riceve le conclusione della parte pubblica. Ma chi risponde al pubblico della onestà e dell'abilità di queste due persone? Se il giudice ed il cancelliere mancano di attitudine per fare le ricerche necessarie, se il giudice non sa interrogare opportunamente nè l'imputato nè i testi, che sicurezza ci sarà nel loro distretto? Se il giudice è d'accordo con il cancelliere, se si propongono di perseguitare qualcuno, quale innocente potrà sfuggirgli? Le leggi vietano di usare minacce o promesse per far dire all'imputato o ai testimoni ciò che il giudice sollecita? Ma che mezzo esiste per sapere quello che si fa in segreto? [2]

Le leggi ordinano che il giudice parli e che il cancelliere trascriva l'interrogatorio così come viene fatto e la risposta tal quale viene data; impongono che non si faccia uso di interrogatorii suggestivi; che si interroghi tanto su ciò che può essere contrario che su ciò che può essere favorevole all'accusato, che si leggano tanto a costui che ai testimoni le loro deposizioni così come sono state stese per iscritto, per vedere se essi le confermano [3].

Ma se il giudice non fa niente di tutto ciò, se interroga "a braccio" come vuole e come giudica più opportuno per intrappolare l'imputato e per indurre in errore i testimoni, e successivamente, quando fa stendere tutto quanto per iscritto, accomoda ogni cosa secondo le regole della buona pratica e secondo le ordinanze delle leggi, che mezzo resta per dimostrare i criminali artifici di un furbo di tal fatta? Se il giudice non fa la minima ricerca su quanto potrebbe servire alla difesa dell'imputato, se tronca le deposizioni dei testimoni che depongono di loro volontà delle circostanze che vanno a favore l dell'accusato, se divide persino la confessione dell'imputato e non fa mettere per iscritto quello che serve a scagionarlo, sarà sempre difficilissimo dimostrare le mascalzonate del giudice, a meno che lo stesso cancelliere non faccia delle rimostranze e delle dichiarazioni contro di lui; ma questa è una cosa che può succedere solo rarissimamente, sia perchè è interesse del giudice di guadagnarselo, sia perchè ambedue di solito hanno i medesimi fini ed interessi e la stessa coscienza. Lo stesso si può dire di tutto il resto che si fa in segreto: si possono mettere in opera mille inganni in ogni atto giudiziario: per esempio nella rilettura, nel confronto, nell'uso dei periti. Quando è il momento di leggere all'accusato o ai testimoni le loro deposizioni, il cancelliere, preventivamente istruito dal giudice, sopprime nella lettura le espressioni false |che ha messo per iscritto e che ha loro attribuito|, e cambia i termini che aggravano il fatto |malgrado le parole dei testi| contro l'intenzione dei testi, e che ha messo per iscritto sia di propria iniziativa che sotto dettatura del giudice. In tale occasione il giudice, che è d'accordo col cancelliere, gli dice, quando lo ritiene a proposito, due parole in latino o all'orecchio, o a bassa voce, di modo che non possa essere udito che da colui che riceve la deposizione [4].

Quando si tratta di fare dei confronti [5] il giudice, supposto che ce l'abbia con l'accusato, fa ai testimoni degli interrogatori che li indirizzano verso ciò che devono rispondere per compiacerlo e per non cadere in questioni con lui; e supposto che egli voglia favorire il colpevole |gli pone dei quesiti che fanno intendere bene quello che deve rispondere e che deve sostenere contro il testimone| pone a costui dei quesiti che gli fanno capire bene quale risposta deve dargli, e in che modo può eludere le deposizioni dei testimoni.

Giudici sciagurati, giudici bestie arrivano fino alla torura nei paesi dove ancora si è tanto inumani, stupidi e malvagi per ammettere una pratica così barbara, crudele e così poco connessa con l'innocenza o il crimine, e di conseguenza così irrazionale [6].

Se malgrado tutti questi inganni e queste crudeltà il giudice non è riuscito a convincere l'imputato di ciò che gli ha imputato, ecco che i criminalisti gli forniscono i mezzi per poter ancora condannare l'infelice, malgrado la mancanza di prove complete. Secondo questi il giudice può fare un mucchio di tutti gli indizi che risultano dal processo: egli dà un grande peso a quelli che vanno contro l'accusato e non manca di appoggiare i suoi ragionamenti con l'autorità di varii autori; invece sbiadisce quelli che sono a vantaggio dell'accusato e gli autori gli servono ancora in questa manomissione [7].

 Farinaccio rende a questo riguardo un servizio ancora più essenziale ai giudici: infatti insegna loro che in caso si trovino ad avere molti indizi contro un uomo e nessuna prova completa, possono rivolgersi al principe per supplicarlo di dare a questi indizi la forza di una prova perfetta. Io ho visto imprigionare un uomo con l'aiuto di questo bel principio di Farinaccio, e ho visto un principe che non era malvagio mostrare la debolezza di credere a dei giureconsulti iniqui ed insensati dando l'esempio di un dispotismo crudele ad altri principi e quello che è infinitamente più dannoso, a dei ministri che vorranno abusarne [8].

Ho visto anche cose ben peggiori: ho visto punire severamente dei testimoni che durante il confronto con l'imputato non vollero confermare ciò che contenevano le loro deposizioni scritte dal cancelliere. Ognuno di loro affermava di non avere mai detto ciò che i fogli |la deposizione| faceva loro dire, che il giudice apparentemente aveva capito male, o che loro stessi non avevano ben capito il giudice, che quando, durante la rilettura, si erano lette loro le deposizioni, non avevano ascoltato nulla intorno a parecchie cose, che, se le avessero sentite, le avrebbero contraddette; avevano tutti un bell'essere d'accordo su questo: il giudice li dichiarò falsi testimoni, prevaricatori, spergiuri e fece loro subire la pena della sua stessa perfidia e della loro onestà È raro, lo ammetto, che dei testimoni ritrattino durante il confronto quello che hanno detto nella primitiva deposizione: ma è perchè sanno che non saranno puniti e non perchè le cose che si trovano fissate sulla carta siano sempre esattamente tali quali le hanno deposte. Preferiscono fare condannare un innocente o fare condannare più gravemente un colpevole piuttosto che farsi condannare insieme a lui, anche perchè queste ritrattazioni non producono alcun effetto per l'accusato. È così che il giudice, che è signore della procedura [9], che non ha nessuna persona imparziale come testimone della sua condotta, che non è obbligato a rispondere che a se stesso, è un vero despota, che ha in suo potere la vita ed i beni dei sudditi e che ne può abusare impunemente secondo il suo capriccio.

Gli inconvenienti si moltiplicano e diventano ancora maggiori allorchè il potere del giudice è attribuzione di un certo corpo, composto di persone di un certo stato sociale e di una certa professione, di una certa condizione |classe di uomini pari|. Questo corpo si crea i suoi principii, ha i suoi interessi, scopi, passioni, invidie e gelosie; cerca di elevarsi sopra certi altri corpi, di opprimere certe classi di cittadini, di vessare certi soggetti, di accrescere il suo potere, di estendere le sue prerogative sulla rovina di tanti altri. Perciò commette segrete ingiustizie. Vi si abitua a poco a poco e poi tutto di un tratto affranca il passo e arditamente ne commette di palesi e clamorose senza provare imbarazzo di fronte a nessuno. Proprio così si comportarono a Roma prima i senatori poi i cavalieri, poi cavalieri e senatori insieme ed infine i cavalieri, i senatori e i tesorieri del fisco, a misura che il popolo, stanco delle ingiustizie di un corpo, trasportò il potere di giudicare da un corpo all'altro o lo comunicò a più corpi in una volta. Questo disordine aprì finalmente gli occhi a qualche magistrato della repubblica e lo determinò a presentare delle leggi che permettevano nei casi nominati dalle stesse, tanto all'accusatore che all'accusato di nominare essi stessi i giudici scegliendoli da tutto il popolo, senza essere obbligati a prendere quelli che fossero iscritti nella lista pretoria, che erano sempre di qualcuno di quegli ordini che sto per nominare [10].

Ma siccome questo saggio regolamento non fu |l|imitato dagli altri autori delle leggi nè adottato dal popolo in relazione ad altri crimini non compresi in queste leggi, il disordine persistette sempre in generale perchè c'erano sempre delle persone tratte da certi corpi, che giudicavano in generale gli affari criminali tranne quelli che leggi particolari in numero molto ristretto avevano escluso da questo pessimo regolamento.

Ma che bisogno c'è di citare l'esempio dei Romani quando lo posso trovare in tutti i corpi che ai nostri giorni esercitano il potere giudiziario? Prego i miei lettori di esaminare a questo scopo la condotta di un corpo qualunque di questa specie, il primo che si presenterà alla loro mente: |ed io sono sicuro| quest'esame sarà sufficiente per giustificare ciò che sto per dire. Oltre agli inconvenienti che ho già indicato, ce n'è un altro ancora. Dato che un corpo intero nel suo complesso non può fare le indagini su di un delitto, istruire il processo e controllare i dettagli della procedura, è necessario che il corpo ceda l'incarico a qualcuno dei suoi membri: Ora l'incaricato trasporta ordinariamente nella formazione del processo tanto i difetti che sono comuni ai giudici come singoli che quelli propri dell'intera categoria dei giudici [11].

Per rimediare a tutti questi difetti non ci sono, mi sembra, che due mezzi efficaci: il primo è di rendere la procedura quanto più pubblica è possibile, l'altro di sostituire ai tribunali permanenti di giustizia delle persone tratte da tutto il popolo per formare un tribunale che duri soltanto quanto dura il processo [12].

Io mi affretto a prevenire l'obiezione solita delle persone attaccate alle vecchie abitudini: ad ogni proposta di una riforma qualsiasi questa categoria di persone subito grida:: " Non è realizzabile. " Ma io rispondo che tutto ciò era già realizzato dai Greci [13] e dai Romani [14] che gli stessi giudizi erano pubblici [15] e che il giudice non giudicava mai da solo in nessuna delle nazioni europee del Medio Evo, come ho già fatto vedere nel II capitolo, e, cosa ancora più importante, la riforma che io propongo si osserva ancora oggi in Inghilterra, e tutte le persone di buon senso riconoscono che la procedura inglese è, almeno in certi riguardi, la migliore del mondo.

Ho detto che la procedura deve essere pubblica: non per questo pretendo che quelli tra i testi che il giudice ascolta per informarsi a grandi linee sulla qualità del delitto e delle persone che possono averlo commesso, al fine di poter decidere se deve decretare l'incarcerazione oppure procedere in un'altra maniera, siano esaminati davanti ad altre persone oltre al cancelliere: non pretendo nemmeno che quando il giudice passa a fare l'istruzione del processo nelle forme, quando interroga |i testi non per informazioni soltanto, ma per convincere l'accusato come reo| quando ascolta l'imputato stesso e i testimoni secondo le formalità ordinarie, che sia necessario |lasciare entrare nell'aula| lasciare assistere a tutti quanti ma che si ammettano i gentiluomini, il collegio degli avvocati, i parenti dell'accusato: e che l'usciere che è alla porta respinga tutti gli altri [16].

Cosa può temere il giudice dalla presenza di simili persone? Che inconveniente, che disordine ne può mai risultare? Non si ha che da obbligare tutti quanti a fare silenzio: la legge non ha che da stabilire una pena rigorosa contro chiunque là apra bocca, a meno che non lo faccia per interrompere un giudice che abusi evidentemente della sua autorità, che faccia ad un testimone degli interrogatori apertamente ingiusti e disonesti, o che dettando al cancelliere le loro deposizioni, presti loro espressioni che potrebbero cambiare la verità del fatto o aggravare o diminuira il delitto o che cerchi di ingannare l'imputato e di tendergli delle trappole. Tutto il pubblico non sarebbe in realtà se non il testimone dell'onestà dell'integrità, del candore della franchezza, della nobiltà d'animo del giudice. Mylord Mansfield [17] a Londra non ha certo paura del concorso di folla. Che quelli che non si sentono abbastanza onesti, abbastanza generosi, abbastanza nobili per accusare in faccia a tutti un prigioniero |e per dargli nel medesimo tempo tutti i mezzi onesti di difendersi| senza cercare la segretezza per potervi impiegare impunemente artifici indegni contro i testimoni e contro l'imputato |indegni di sè e adatti a privare lui dei mezzi legittimi di difendersi|, che costoro, dico io, se ne vadano a fare i boia e rinuncino al mestiere di giudicare.

** [18] Quando la procedura è pubblica |è inutile e non è essenziale| che i testimoni le cui deposizioni debbano servire non di informazione per il giudice ma di prove contro l'imputato, siano ascoltati a parte e in assenza dell'accusato. Affinchè nessuno possa andare a riferire all'accusato ciò che i testimoni hanno detto contro di lui è necessario |che essi siano ascoltati in sua presenza, perchè non ci sia il tempo di ricorrere ai mezzi di vanificare le loro deposizioni|che siano intesi in presenza dell'accusato. Questa maniera di procedere è più appropriata a scoprire la verità che non lo sia quella che si segue oggi in quasi tutta l'Europa.| gli sia permesso di porre lui stesso le domande che vorrà; ma che le loro risposte, la loro fermezza, la loro voce da un lato e dall'altro il timore dell'imputato, il suo pallore, i suoi cambiamenti di colore, le sue esitazioni, i suoi discorsi, |cancellino| servano a deconcentrarlo ed a confonderlo. Questa procedura è senz'altro più nobile e più breve di quella dei nostri tribunali. Quante lungaggini abbreviate, quante perdite di tempo risparmiate quante formalità inutili soppresse ! In questo modo gli antichi Greci e Romani finivano ordinariamente in tre o quattro sedute tutti i loro processi criminali: e così si finiscono oggi tutti in Inghilterra: Invece secondo la procedura ordinaria negli altri tribunali moderni gli stessi testimoni vengono ascoltati più volte, allo stesso modo come l'imputato [19].

Aggiungerò ancora una riflessione a ciò che sto esponendo su quest'argomento. Ci sono dei paesi famosi per la facilità che vi è di trovare falsi testi per ogni questione che si porti davanti ai giudici. Tutti sanno ciò che si dice dei Napoletani. |Chamberlain|Miege [20] dice dell'Inghilterra che non vi è nessun paese dove i falsi testimoni siano più temibili che quest'isola. Se conosco abbastanza l'Inghilterra per poterla confrontare con ben altri paesi che conosco ancora meglio, credo che Miege faccia troppo onore agli altri popoli, dove i falsi testimoni sono, a mio parere, più numerosi ancora che in Inghilterra. Ma questo scrittore |Miege| aggiunge che in Inghilterra quando il testimone non gode di buona reputazione, lo si incalza così serratamente con l'interrogatorio, che egli ha bisogno di una grande presenza di spirito per non contraddirsi. Ora questo non si fa, nè si può fare, nei paesi dove i testi non sono esamonati in pubblico e dove l'accusato non può chiedere niente. I giudici di solito non conoscono i testimoni che si presentano loro e non sono sufficientemente informati di tutte le circostanze del fatto per poter porre delle domande appropriate. E poi, qual'è il giudice che si dà la pena necessaria per approfondire le deposizioni dei testimoni, quando null'altro lo spinge se non quel semplice dovere che ci si abitua sempre, un po'alla volta, a fare con negligenza? Ma quando è necessario mostrare il proprio zelo, la propria abilità ed imparzialità in pubblico, allora il giudice si impegna e raduna tutte le forze del suo animo per non lasciarsi sovrastare dai testimoni. L'accusato per parte sua fa ancora di più. Conosce delle circostanze |del fatto| che il giudice ignora. Ed è per mezzo della conoscenza delle circostanze che egli si trova nello stato di porre al falso testimone domande adatte a confonderlo.

** Quando la procedura è pubblica è tuttavia essenziale esaminare i testimoni in presenza dell'imputato. Altrimenti quelli che sono stati presenti all'esame di chi depone potrebbero trovare il modo di informare l'accusato di ciò che i testimoni hanno deposto contro di lui e l'accusato da parte sua avrebbe il tempo di ricorrere a mezzi adatti ad annullare le loro deposizioni. In secondo luogo questo sistema di ricevere testimonianze in presenza dell'accusato è molto più adatto a scoprire la verità che non sia quello che si pratica attualmente in quasi tutta l'Europa: perchè da un lato un testmone ha meno mezzi e meno audacia a sostenere delle menzogne in faccia all'accusato di quanti ne abbia quando si trova solo col giudice; dall'altro lato l'imputato a sua volta è sconcertato dal momento che si sente dire e sostenere delle verità di tale importanza: ne è colpito, ed è difficile che lo sbalordimento e il terrore gli lascino la presenza di spirito necessaria per eludere le testimonianze delle quali sente la verità. Invece col metodo ordinario l'imputato che sa in anticipo come il giudice l'interrogherà proprio su cose delle quali lui stesso non è ben informato, nega tutto fin dall'inizio: dopodichè ripassa a suo comodo nella sua mente le domande che gli sono state rivolte e così si mette nella condizione di |sostenere|subire un nuovo esame, e di sostenere i confronti con i testimoni con le risposte che si è preparato a fare tanto al giudice che ai testimoni stessi. Che i testimoni vengano dunque esaminati alla presenza dell'imputato; poi c'è necessità ancora di altre sedute per la rilettura e ancora d'altre per i confronti e ancora d'altre per i tanti incidenti che la "chicane" sa far nascere, sulla base di tutte le formalità che sono state inventate, e di questa giurisprudenza oscura, misteriosa e piena di inganni e di ostacoli che domina |nei nostri tribunali| in tutto il resto dell'Europa.

Ma ci sono dei paesi dove tutti quanti sono tanto attaccati ai vecchi usi, così schiavi dei loro pregiudizi, che la gente che ha in mano il potere non vorrebbe o non potrebbe dare inizio ad una riforma che tagli il male alla radice, e che non lasci più sussistere niente della vecchia pratica |routine|. In questo caso non vedo altro modo di correggere gli inconvenienti, che questa mala pratica produce, |come abbiamo visto|, che permettere all'accusato di scegliersi un consigliere o un avvocato ma con questo limite, che l'avvocato non abbia altro diritto che di assistere all'esame dei testimoni che il giudice ascolterà per verificare il fatto e per |cercare| conoscere le prove necessarie contro l'accusato, che questo avvocato possa nello stesso tempo essere presente alla rilettura, all'interrogatorio dell'imputato, al confronto di costui con i testimoni e |infine| a quello dei testimoni tra di loro, senza che gli sia permesso nè di istruire l'accusato, nè i testi, nè di porre di testa sua alcuna domanda né |agli uni nè agli| a questo nè a quelli, di modo che la sua presenza non possa servire che ad impedire al giudice di impiegare quegli artifici e imbrogli che abbiamo detto praticarsi comunemente nelle aule dei magistrati quando sono soli col loro cancelliere: È inutile aggiungere che quest'avvocato deve avere la libertà di opporsi al giudice nel caso che quello porti la sfrontatezza fino a fare cose illecite in sua presenza.

Ho detto che un simile avvocato non deve avere l'autorizzazione di istruire i testimoni nè l'imputato su ciò che devono rispondere: poichè, trattandosi di questione di fatto e non di diritto è ai testimoni e all'imputato che spetta di sapere che cose c'è, non all'avvocato. Ma quando, al contrario, per caso sorge qualche questione di diritto nel periodo dell'istruzione del processo, è giusto che l'avvocato se ne possa occupare. Dunque, dato che non è permesso al consigliere di istruire l'imputato sulle circostanze di fatto è logico che gli sia impedito di abboccarsi col suo cliente a meno che il giudice non trovi che ci sono delle buone ragioni per permetterglielo con le precauzioni che riterrà necessarie. Dopo che il processo sarà stato istruito, e dopo che non rimarrà se non da giudicare sul valore e sulla forza delle prove, e sulla qualità della pena che merita il crimine in questione, l'avvocato deve avere l'autorizzazione ad allegare tutte le eccezioni che egli giudicherà a proposito contro le prove del fisco [21] e a far valere, per quanto potrà, quelle che il suo cliente avrà portato a difesa. Dopo le restrizioni che sto definendo all'intervento di un consigliere o avvocato in favore dell'imputato, non mi fermerò a parlare nè contro coloro che pretendono che si debba accordare all'imputato un consigliere con una libertà tanto illimitata come coloro che sostengono le cause civili, nè contro coloro che escludono del tutto l'avvocato dal processo criminale: l'assurdità degli uni e |la brutalità| la crudeltà degli altri sono troppo evidenti per doverle confutare. L'espediente che io propongo, dopo tutto, è ben debole: infatti dobbiamo sempre ricordarci della massima di Machiavelli che dice che pochi sono corrotti da pochi: un giudice che abbia un grande interesse a mandare in rovina un uomo non ha molto da penare a guadagnarsi un avvocato, specialmente se dei ministri e dei potenti (si uniscono al giudice) si riuniscono per questo influsso sul giudice.

** I redattori del Codice Teresiano [22] hanno ben sentito la necessità di non permettere al giudice di poter fare da solo le indagini riguardo ad un crimine e di interrogare i testi: hanno dunque stabilito che il giudice operi con l'assistenza di due assessori (Art. 20 della prima parte. [23])

Ma che cosa significano due assessori tratti dal medesimo ceto al quale appartiene il giudice, che hanno il medesimo spirito di corpo, gli stessi principii, la stessa smania di trovare colpevole ogni uomo che loro è denunciato come tale, lo stesso interesse, lo stesso falso punto d'onore? |non voglio per questo| Dal momento che si è d'accordo su questa necessità non vedo perchè non si permette piuttosto all'imputato di scegliersi lui stesso un avvocato del quale si possa sperare che abbia più sollecitudine per |l'accusato| il suo cliente, di quanta non se ne possa sperare da due siffatti assessori. Che inconveniente ci potrebbe mai essere? Non si ha che da prendere cura che l'avvocato non possa parlare all' imputato che in presenza degli incaricati del giudice o addirittura che non gli possa, per un certo tempo, parlare del tutto a meno che le circostanze non lo esigano. In verità questo rigore nel rifiutare un avvocato all'imputato non è che un pregiudizio dettato dalla crudeltà dell'antica |routine| pratica, che affascina ancora gli occhi delle persone oneste, dotate d'altronde delle migliori intenzioni: non è che una cattiveria ideata dai tribunali ecclesiastici, che tutte le persone per bene dovrebbero detestare [24].

** Ma non è sufficiente prevenire le frodi e gli artifici dei giudici durante l'istruzione del processo; è soprattutto necessario impedire che abusino della loro autorità quando pronunciano la sentenza. Altrimenti un giudice iniquo, che sarà stato intralciato durante la formazione del processo, eserciterà tutto il suo dispotismo nella pronuncia del suo giudizio. Se ha la voglia di condannare l'accusato, pretenderà di aver trovato dei forti indizi, delle prove complete, là dove le persone oneste, le persone sensate non vedranno che vaghe congetture; se è incline ad assolvere un colpevole, protesterà che il suo crimine non è provato a sufficienza; non troverà che delle circostanze nebulose, delle apparenze leggere nelle prove più convincenti. Bisogna quindi impedire quest'inconveniente; bisogna altresì eliminare gli inconvenienti che derivano dal nostro costume di attribuire il potere di giudicare ad un certo corpo, di un certo stato sociale e di una certa professione. Per questo vi è un solo ed unico rimedio: eccolo qui.

 1° Che non vi sia che un solo giudice. Quando io dico un solo giudice, non pretendo per questo di impedire che si suddividano le materie criminali in parecchie parti, e che si assegni a ogni parte un giudice, purchè questo giudice sia solo, e questa funzione non sia esercitata da un corpo composto da più membri [25]. Sarà al pari necessario |per un più pronto! affinchè i processi si svolgano più in fretta e nello stesso tempo perchè vadano meglio, che questa spartizione venga fatta nelle grandi città, nei circondarii dove i crimini di ogni specie sono più frequenti che altrove.

2° Che questo giudice abbia l'autorità di decretare la carcerazione per gli imputati che la meritano, a condizione che si osservino le regole prescritte nel Capitolo sulla Cattura.

3° Che egli faccia l'istruzione del processo in una delle due maniere che ora indicherò.

4° Che dopo che l'istruttoria sarà condotta a termine, scelga trentasei persone in città, la metà in campagna, che chiamerà "giurati"|o deputati| del giudice; e che l'imputato abbia il diritto di ricusarne un terzo senza addurre motivo e un altro terzo per dei motivi. Che lo stesso numero di giurati sia impiegato anche in campagna in caso di crimine capitale [26].

5° che il terzo dei giurati|o deputati| che resterà, giudichi se l'accusato è o no colpevole, cioè se ha commesso il fatto che gli si imputa o no [27].

6° Che, al fine che queste persone siano in grado di ben giudicare, il |giudice| magistrato sia obbligato |prima| di istruirli preventivamente in presenza dell'imputato e del suo avvocato, di tutto ciò che è a favore o contro l'accusato; e che gli indizi e le prove sia favorevoli che contrari, siano redatti molto succintamente per iscritto, senza alcuno sproloquio, senza alcuna discussione, nè digressione e che questo scritto sia riletto dall'avvvocato o dall'imputato stesso, affinchè non vi possa sfuggire la minima espressione capace di far inclinare il giudizio dei giurati da una parte piuttosto che dall'altra.

7°) Che, trattandosi di un crimine che merita la morte, |i giurati| la decisione dei giurati sia presa con la maggioranza dei tre quarti: che i due terzi siano sufficienti nei crimini di minore portata [28] e che a tal fine il giudice sia obbligato di avvertirli prima della qualità della pena che la legge ha attribuito al delitto in questione.

8° Che prima di ritirarsi ad esercitare la loro funzione i giurati siano obbligati a prestare giuramento nelle mani del giudice: che non possano separarsi prima di avere preso la decisione: e che per tutto questo tempo nessuno possa parlare loro, esclusi i casi nei quali potrebbe essere necessario e per ragioni approvate dal giudice ed in presenza di testimoni. Che questi giurati non possano chiedere nè da bere nè da mangiare prima di essere arrivati all’emanazione della sentenza.

9° I giurati potranno dare i loro voti o apertamente o in modo segreto, secondo che si accorderanno; e basterà che lo chieda uno solo perchè i voti debbano essere dati in segreto. Questa precauzione è necessaria soprattutto nelle nazioni dove regna lo spirito di vendetta.

In Inghilterra, se i giurati non sono tutti d'accordo a condannare un uomo, la legge l'assolve completamente da qualsiasi pena. Questa legge ha i suoi inconvenienti. Conosco dei casi dove un giurato ha cercato, per sue mire particolari, di farsi un merito nell'opporsi con estrema ostinazione alla condanna di un colpevole finchè gli altri sono stati obbligati ad arrendersi alla sua testardaggine e a concorrere con lui all'assoluzione del colpevole. In tal caso io volentieri inclinerei a proporre una via di mezzo. Quando dopo parecchie ore di discussione si trova che |un giurato quando non sono che sei, o due giurati, quando sono dodici| che quattro giurati, quando l'affare è capitale, persistono continuamente nell'avviso di assolvere l'accusato mentre gli altri tengono per ferma l'opinione della condanna, questi ultimi ne avvertiranno il giudice, che in questo caso avrà l'autorità di decidere il processo, unendo il suo voto, o a quelli che inclinano per la condanna o a quello dei sei giurati o dei due tra dodici giurati, che saranno propensi all'assoluzione. Ma se il giudice si unisce a coloro che condannano, la pena non potrà mai essere capitale, ma una delle altre pene più leggere delle quali parlerò al luogo opportuno. Nel caso contrario, cioè quando la maggioranza dei giurati sarà per l'assoluzione, questa precauzione non avrà luogo. Il giudice non potrà tutt'al più che far cessare col proprio voto l'ostinazione dei quattro giurati | o quella del giurato se saranno in sei o dei due quando saranno in dodici| che vorranno condannare colui che gli altri giurati vorrebbero assolvere. La stessa legge non avrà corso per i crimini di minore importanza. In questa specie di crimini quando i giurati non riescono ad accordarsi, basta che la parte lesa ottenga il risarcimento delle spese e dei danni secondo i principii che indicherò più avanti.

 Un uomo riconosciuto colpevole dai giurati deve non solo essere punito secondo la legge, ma anche condannato a riparare tutte le spese e tutti i danni alle persone interessate, senza che il giudice abbia diritto di togliere anche una sola voce dalla domanda, dal momento che sarà provata a termini di legge.

L'Autore del Trattato dei delitti e delle pene dice [29] che quando il delitto riguarda l'offesa di un terzo, allora la metà dei giurati deve essere presa dai pari dell'accusato, e la metà tra quelli dell'offeso. Quanto a me, preferisco la giurisprudenza inglese, che vuole che i giurati |giudici| siano della condizione dell'accusato o suoi pari, senza dubbio perchè costui non possa mettersi in mente di essere caduto nelle mani di gente incline a fargli del male [30].

Se si accogliessero le convinzioni di questo Autore rispettabile, si arriverebbe sicuramente al fatto che i giurati di ciascuna delle parti si comporterebbero piuttosto come gli avvocati che come i giudici della parte che è della loro condizione. Le precauzioni che io ho suggerito qui sopra, sono sufficienti a prevenire i torti e gli inconvenienti |che quest'autore ha paura| dei quali quest'autore sembra temere |e l' esperienza degli Inglesi lo dimostra a sufficienza|.

Qualche volta si commettono dei delitti che le leggi non hanno previsto, o dei delitti |previsti | che le leggi prendono in considerazione sono talvolta accompagnati da circostanze alle quali le leggi non hanno pensato. Se queste circostanze aggravano o diminuiscono notevolmente il delitto, i giurati, dopo avere dichiarato colpevole l'imputato, saranno riuniti una seconda volta dal giudice che esporrà loro le lacune della legge e farà loro vedere quali sono le pene che le leggi stabiliscono per i crimini che più si avvicinano a quello del quale si tratta: dopodichè si ritireranno di nuovo |per discutere| per vedere se le ragioni allegate dal giudice sono vere, e se le circostanze che accompagnano il crimine sono abbastanza importanti per permettere di discostarsi dalla lettera della legge e successivamente per discutere sulla qualità della pena: e questo problema sarà deciso dalla maggioranza dei voti, poichè, se la sentenza dei giurati sarà meno severa di quello che dovrebbe essere, in questo non vi è un gran male, soprattutto trattandosi di un caso straordinario: ma se al contrario sarà eccessivamente severa, il principe può mitigarla in ogni momento [31]. Si può anche esigere che quando si tratta di allontanarsi dalla lettera della legge, tutti i giurati in questo debbano essere d'accordo.

I giurati che hanno dato il loro parere sull'incarcerazione di un uomo, in conformità di quanto detto da me nel capitolo sulla Cattura, non devono più essere ammessi a giudicare sulla colpevolezza o meno di quel medesimo individuo perchè potrebbero essere tentati, per il loro onore e per sembrare coerenti a esprimere un giudizio conforme a quello da loro espresso sull'articolo dell'incarcerazione. Inoltre, quando fosse stabilito quest'uso di convocare i medesimi giurati al giudizio definitivo, i parenti e gli amici sia dell'accusato sia dell'offeso potrebbero impegnarsi a gudagnarseli nell'intervallo tra una seduta e l'altra. Bisogna che i giurati non possano essere influenzat da nessuno e che dal momento che sono scelti per giudicare si ritirino ad eseguire la loro funzione secondo le regole prescritte nei capitoli precedenti. Ma chi è che istruirà i giurati sulla forza o sulla debolezza delle prove che esistono contro l'accusato? In primo luogo il puro buon senso [32], poi lo stesso giudice, e in sua mancanza l'avvocato dell'accusato e al bisogno, anche quello dell'offeso. L'Autore del Trattato dei Delitti e delle Pene vuole [33] che le leggi stesse determinino la forza e la debolezza delle prove del crimine. Questo è così poco possibile, come lo è prevedere tutte le circostanze, tutte le situazioni nelle quali gli uomini possono trovarsi, sia per caso, sia per il loro stato o per il loro modo di pensare o per la loro malizia. Tutto ciò che le leggi possono fare è stabilire certi principii da seguire a questo riguardo, restando salvo ai |giudici| giurati di attenervisi o di allontanarsene a seconda delle circostanze. Bisogna soprattutto che si impegnino a proscrivere certi principii che la malvagità, la crudeltà, la stupidità hanno stabilito contro l'onestà, l'umanità e la ragione. Tali sono quelli che io ho combattuto nel capitolo precedente e in questo stesso [34]. Capita spesso che il giudice, dopo aver avuto dei motivi sufficienti per fare il processo, non ne abbia abbastanza per condannare l'imputato. In questo caso chi deve pagare le spese del processo?

Reinhart ha stabilito a questo proposito un ottimo principio. È ingiusto, egli afferma [35],  condannare un imputato a pagare le spese, per la sola ragione che il giudice ha avuto dei motivi di fare delle ricerche sul delitto del quale sia stato accusato e sulle congetture in base alle quali gli sia stato attribuito. Ma se l'imputato ha dato occasione a queste ricerche per sua colpa o per un'azione illecita diversa tuttavia dal crimine che è stato a lui imputato, è giusto che costui, per quanto innocente, paghi le spese del processo. Io conosco un uomo onesto che ha ucciso una persona per difendersi: nessuno ha visto quest'azione e nessuno l'ha sospettato. Ma egli ha avuto l'imprudenza di vantarsene. Allora il magistrato lo ha fatto arrestare e condurre in prigione: furono ascoltati dei testi ed egli ebbe ancora l'imprudenza di negare tutto ciò che aveva detto ai testimoni: si arrivò ai confronti ed egli fece ancora la follia di sostenere la negazione in faccia a loro. Infine il caso condusse altri testimoni che affermarono che il morto aveva dichiararto loro il giorno stesso in cui venne ucciso, che avrebbe voluto |liberarsi di quel gentiluomo che gli ha dato la morte, per degli ingiusti sospetti che aveva concepito contro di lui. Solo allora il prigioniero ammise di avere commesso questo omicidio, aggiungendo che precedentemente non aveva voluto confessare niente per paura di non essere creduto nella sua pretesa di averlo fatto per difendersi. Di chi è in questo caso la colpa? Del giudice che ha continuato a fare il suo dovere, o di questo gentiluomo che si è ostinato a negare imprudentemente delle ammissioni che lo inchiodavano come reo? Si vede bene che la base della riforma che io ho proposto in questo capitolo è tratta dalla legislazione inglese. Però le ho apportato qualche cambiamento che ho ritenuto essenziale; e questo mi obbliga ad allegarne qui più particolareggiate ragioni che non ho |fin qui| accennato, se non "en passant"; infatti ovunque si trovano dei de Lolme [36] i quali riterranno senz'altro che ho avuto torto nel cambiare in qualche punto la legislazione inglese della quale pensano che non sia possibile immaginare qualcosa di meglio, nè per i fondamenti nè per i dettagli.

Ho creduto di cercare di proporre una modifica a quella, |se l'imputato è colpevole o no|, tra le altre leggi inglesi che vuole che i giurati siano tutti d'accordo, perchè questa legge comporta due opposti inconvenienti. L'uno è che spesso un colpevole resta impunito per l'ostinazione di un solo giurato che si accanisce per suoi scopi particolari a dichiararlo innocente: per cui gli altri, dal momento che bisogna ad un certo punto porre termine all'affare, si schierano dalla sua parte e il criminale è mandato assolto. L'altro inconveniente è ancora più grande; si arriva talvolta al punto che un uomo che non è del tutto reo convinto è dichiarato colpevole perchè qualcuno dei giurati che sarà stato corrotto dal re o dai ministri o da qualche accusatore, o che infine vi trovi interesse per qualche altra ragione, si sarà ostinato a pretendere che l'accusato sia dimostrato colpevole del crimine che gli è stato imputato. Bisogna pure mettere un termine alla discussione dei giurati; e bisogna anche che si addivenga alla loro sentenza prima che si separino, altrimenti chiunque potrebbe corromperli. Così molto saggiamente le leggi inglesi hanno stabilito che non si dia loro nè da mangiare nè da bere durante tutto il tempo che si consultano insieme sulla sentenza che devono pronunciare: sono chiusi in una stanza e non escono di là che per andare dal giudice a dichiarare la decisione cui sono pervenuti. Ora, se non si esigesse questa unanimità di suffragi un solo giurato non potrebbe forzare gli altri, che non vogliono morire di fame, a schierarsi al suo fianco, e i due inconvenienti dei quali ho parlato non avrebbero quasi luogo,  anzi non lo avrebbero del tutto se a questo regolamento si aggiungessero quelle precauzioni che mi è sembrato bene di suggerire in questo capitolo [37].

Ho dato a questi giurati in qualche caso l'autorità di supplire al difetto delle leggi, che non possono prevedere nè tutti i crimini che la malizia degli uomini può immaginare, nè tutte le circostanze che aggravano o diminuiscono i crimini ordinari. La legislazione inglese ha a tal riguardo altri due difetti: non permette di punire i crimini che non ha previsto e nei vari casi punisce il medesimo crimine nella stessa maniera quantunque la giustizia esiga maggiore severità o l'equità maggiore dolcezza a causa delle circostanze che accompagnano il crimine. Scopo della legislazione inglese è di sottrarre con questo ai giudici ed ai giurati ogni potere arbitrario. Ma questo è impossibile ad ogni legislatore, e la legislazione inglese stessa ha fallito il suo scopo: poichè questa stessa facoltà che i giurati hanno di decidere se qualcuno è colpevole o no, non è forse arbitraria? E dal momento che hanno questo potere arbitrario nella cosa più importante, che è la dichiarazione di colpevolezza o di innocenza, non è assurdo rifiutare loro quest'altro potere di dichiarare se l'imputato sia più o meno colpevole e di stabilire se merita che la legge sia applicata contro di lui rigorosamente o se debba essere addolcita? [38]

Non è assurdo anche che un criminale resti impunito perchè ha saputo essere più raffinato nella sua malvagità di quanto abbia saputo esserlo il legislatore nella previsione dei crimini crimini che potrebbe commettere? Quando è evidente che qualcuno è colpevole, è maggior male lasciarlo impunito che concedere a persone imparziali qualche facoltà di giudizio arbitrario [39].

 Inoltre il potere di giudizio arbitrario non è pericoloso che nei giudici permanenti che si possono formare da certi principii, da certi scopi, da certi interessi, un'abitudine e da certe passioni un determinato metodo per appagarle. Al contrario questo potere non è affatto pericoloso nelle persone che, come i giurati, sono scelte solo per decidere un unico caso, che devono giudicare una persona che in loro ha piena fiducia, e che non hanno il tempo per le cabale, per ordire intrighi e per commerciare i loro voti. Per i dettagli minuziosi nei quali sono entrate le legislazioni dei popoli barbari del medio evo quando hanno fissato le pene per i diversi crimini, che si siano illuse di togliere ai giudici ogni potere arbitrario [40].

Innanzitutto distinguevano le condizioni: e lo stesso delitto era punito più o meno severamente secondo che colui che aveva ricevuto il torto fosse di nascita alta, bassa o mediocre. Nella legge degli Angli, per esempio, l'uccisore di un nobile doveva pagare seicento scudi, (poichè le pene dei barbari erano tutte pecuniarie): quello che aveva ucciso un uomo libero ne pagava solo duecento; e l'uccisione di un servo non ne valeva che trenta. Inoltre si distingueva ancora il sesso, soprattutto in relazione alle ingiurie e a certi torti. Si arrivava fino a contare i colpi ed a misurare le ferite. Per la legge Salica, se un libero dava tre colpi di bastone ad un libero pagava tre scudi. La legge dei lombardi stabiliva diverse pene per un colpo, per due, per tre, per quattro [41].

Malgrado tutte queste distinzioni, queste leggi non erano nè equitative nè adatte ad ottenere lo scopo che i legislatori si erano proposti. |Rompere un braccio a un cittadino| Un delinquente che spezza un braccio ad un onesto borghese che vive delle sue rendite, lo danneggia molto meno che colui che ha spezzato il braccio ad un uomo, anch'esso borghese ma che deve vivere delle sue braccia, un artista per esempio o un artigiano o un operaio giornaliero: |Una ferita prodotta sul viso di una vecchia| Una donna anziana che è stata ferita al viso non risente del medesimo danno di cui soffre una ragazza benchè il sesso sia lo stesso. Tutto ciò serve a provare che non è possibile ad un legislatore di prevedere tutte le circostanze che aggravano o che diminuiscono un crimine, e che anche se fosse possibile sarebbe ridicolo ed assurdo farlo poichè le stesse circostanze variano all'infinito secondo i diversi rapporti e combinazioni nelle quali si possono trovare. e quindi molto va lasciato alla prudenza delle persone che devono giudicare. La prudenza del legislatore deve soltanto impedire che queste persone possano abusare di un tale potere. Il celebre autore del Trattato Dei Delitti e delle Pene [42] che cerca con ogni genere di ragionamenti di far vedere che i magistrati non devono avere l'autorità di interpretare le leggi, pretende che quando capiti un caso simile si debba fare ricorso al sovrano, perchè - egli dice - il sovrano è il depositario delle volontà attuali di tutti, invece il giudice non ha altro diritto che di esaminare se un tale uomo abbia fatto o no l'azione contraria alla legge [43].

I ragionamenti di quest'autore ben provano che non si deve abbandonare tutto alla discrezione dei giudici; ma non provano| assolutamente che non si possa lasciare loro la punizione arbitraria di qualche crimine straordinario e raro, che il legislatore non ha potuto prevedere, o che non si possa permettere loro di mettere meggior severità o maggior dolcezza nella pena prescritta da una legge, quando il crimine è accompagnato da circostanze straordinarie alle quali il legislatore non ha pensato [44].

Se si accordasse questo potere ai magistrati, dice quest'autore, lo spirito di una legge sarebbe il risultato della buona o cattiva logica del giudice: dipenderebbe dalla sua buona o cattiva digestione, dalla violenza delle sue passioni, dalla debolezza dell'accusato, dalle relazioni del magistrato con l'offeso e da tutte le piccole cause che cambiano le apparenze degli oggetti nello spirito incostante dell'uomo. Noi vedremmo - egli continua - la sorte di un cittadino cambiare per il trasferimento da un tribunale all'altro e la sua vita e la sua libertà alla mercè d'un falso ragionamento o del cattivo umore del suo giudice. Noi vedremmo costui prendere per legittima interpretazione della legge il risultato vago di un seguito di nozioni confuse che si saranno presentate al suo spirito. Noi vedremmo i medesimi crimini puniti diversamente in diversi tempi nel medesimo tribunale [45]."

Tutti questi ragionamenti dimostrano la necessità di leggi contro tutti i crimini che si possono prevedere, e per tutte le circostanze nelle quali i crimini possono essere commessi, se sono tali da aggravare o diminuire notevolmente, ma non provano che in qualche caso straordinario il giudice non debba godere dell'autorità di giudicare per analogia: dal momento che gli inconvenienti che adduce questo scrittore, non hanno luogo che nel primo caso, e non nel secondo. Questi inconvenienti sono ancora meno temibili quando in difetto di una legge, il diritto di giudicare per analogia non si accorda che ai giurati, nei modi e con le precauzioni delle quali ho parlato qui sopra. Infatti se il giudice, per qualche mira particolare o per il suo modo di pensare sostenesse ingiustamente che la legge non dice nulla di un certo crimine, oppure che non dice nulla della tale o tal altra circostanza, i giurati, dato che è impossibile che abbiano tutti gli stessi fini o la stessa maniera di pensare, potrebbero sempre opporsi alla pretesa |tanto ingiusta| del giudice. E ho già detto più sopra che in un caso simile si potrebbe inoltre esigere che i giurati debbano essere tutti d'accordo sulla qualità della pena che il criminale deve subire e che in caso contrario sia rinviato assolto quando non esiste alcuna legge per il suo crimine, o che venga punito secondo la lettera della legge, quando la legge ne parla in generale, quando il legislatore sembri non aver considerato le circostanze, dalle quali il crimine in questione è accompagnato.

Ma l'autore del Trattato Dei delitti e delle pene, volendo ovviare ad un inconveniente, ha suggerito un espediente che risulta infinitamente più dannoso del male cui ha voluto porre rimedio. Quest'autore, avendo sentito fin troppo bene la necessità nella quale sovente ci si trova, di giungere ad un'interpretazione della legge, in mancanza di un testo preciso e chiaro che decida il caso in questione, ha stabilito che in un caso simile è al principe che si deve ricorrere [46].

Sull'argomento io prego i miei lettori di leggere le riflessioni spaventevoli, ma vere e sensate, di Mr. de Montesquieu [47] di considerare le enormi crudeltà commesse dai principi quando hanno potuto usurpare la potestà di giudicare e di riflettere infine sul fatto che un principe malvagio, o anche un buon principe, ma attorniato da malvagi ministri, quando hanno potuto usurpare il potere di giudicare, se avrà voglia di sacrificare un suddito, non mancherà mai di |pretesti| mezzi per costringere i giudici a dichiarare che la legge non parla di questo o quel crimine. I giudici, da parte loro, non mancheranno mai di pretesti per obbedire al principe imbrogliando ed imbrogliare anche nei riguardi delle leggi più chiare. Il principe in questo campo non deve avere altra autorità che quella di fare la grazia, quando il giudice o i giurati hanno dichiarato che il crimine commesso da un uomo è contemplato nella legge e che invece le circostanze sembrano esigere che il principe addolcisca la legge in favore del colpevole in questione.

La necessità di lasciare qualche caso alla prudenza e discrezione del giudice, si manifesta qualche volta agli occhi di coloro che ci riflettono, in modo così convincente che chi in generale è più ostinato a rifutare ogni potere d'arbitrio ai magistrati, lo accorda poi ai medesimi, senza accorgersi e quasi suo malgrado, quando entra nei dettagli.

Proprio questo è capitato all'autore stesso del trattato dei Delitti e delle Pene. "Sembra - egli afferma -, all' art. 17 della traduzione francese [48] che la pena del bando si dovrebbe pronunciare contro coloro che, accusati di un crimine atroce, sono sospettati con una grande verosimiglianza, ma non completamente convinti rei di averlo commesso." Ora io chiedo a questo punto se è mai possibile determinare per legge a priori i gradi di verosimiglianza e impedire che ciò che sembra molto verosimile a questo giudice, non lo sembri che molto poco a quest'altro? Se questo non è possibile, ecco qui il caso nel quale il giudice potrà usare il potere arbitrario in spregio di quello stesso che glielo vuole impedire. Quanto a me, ho già detto quali misure si potrebbero prendere in un caso simile per impedire che lo stato abbia qualcosa da temere, da parte di un uomo che avrà dato così forti sospetti della sua perversità.

 

Note

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[1] - Cfr. Montesquieu, Esprit, L. XXVIII, cap. 34 (Vol. II, p. 262, ed. cit. ): "Dans la suite, il s'introduisit une forme de procéder secrète. Tout était public. tout devint caché: les iterrogatoires, les informations, le recolement, la confrontation, les conclusions de la partie publique; et c'est l'usage d'aujourd'hui". (n.d.R.)

[2]  - Cfr.  Const. Ther. Criminalis , cit. artt. 20, §3; 30, §5. (n.d.A.)

[3] - Cfr. Const. Ther. Criminalis, cit. Art. 31, § 9: "In facti recensitione nequaquam interpellandus et omnia quae profert, fideliter conscribenda sunt." § 10: "Super omnibus circumstantiis, tum aggravantibus quam lenientibus reum interrogandum esse." § 23: "Abstinendum a suggestionibus, quibus vel certa circumstantia vel certa persona indigitetur". § 30: "Abstinendum ab omnibus dolosis persuasionibus." Art. 33, § 19: "Examina, quoad fieri potest, ante prandium instituenda, responsa verbotenus ascribenda, simulque ad animi motiones advertendum in fine depositio testi praelegenda ac tamen imposito silentio dimittendus est." n.d.R.)

[4]  - Nei tempi in cui, nella mia giovinezza, apprendevo la pratica, ho visto sempre mettere in opera queste scellerataggini da giudici che credevano di avere delle buone ragioni e che passavano per onestissime persone. (n.d.A.)

[5] - Cfr. Const. Ther. Criminalis, cit. art. 35, § 1, 2: "Confrontatio in causis criminalibus pro re nata inter diversas personas solet institui. Finis confrontationis triplex est etc.". (n.d.R.)

[6]  - "Deraisonnable" l'aggettivo voltaireiano riflette l'ideologia utilitaristica: cfr. C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, c. 16. (n.d.R.)

[7] Cfr. anche Const. Ther. Criminalis , cit. art. 39, § 10: "... jedoch kann in jenen Fällen... aus gar heftigen und überweislichen Anzeigungen zu Verhängung der ordinäri en Straffe fürgeschritten werden, wie bereits oben etc." (n.d.R.)

[8]  - Episodio e personaggi di difficile identificazione. (n.d.R.)

[9] - "Confrontatio regulariter dependet quidem ab arbitrio judicis ", "Const. Th. C. " cit. Art. 35, §§ 7, 8

[10]  - Cicero, Pro Muraen. cap. 23,Pro Plancio cap. 15 e 17. (n.d.A.)

- Orazioni di M. T. Cicerone a cura di G. Bellardi, Torino 1975, vol III, p. 860: Pro Muraena, cap XXIII: "Item editicios judices esse voluisti, ut odia occulta civium, quae tacitis nunc discordiis continentur in fortunas optimi cuiusque erumperent. Haec omnia tibi accusandi viam muniebant, adipiscendi obsaepiebant." Pro Plancio ibidem, p. 873 cap. XV: "Sed aliquando veniamus ad causam. In qua tu nomine legis Liciniae (Nb: Lex Licinia de sodaliciis, proposta nel 55 a. C. dal console L. Licinio Crasso, aveva lo scopo di colpire quelle cricche o camarille elettorali che con ogni mezzo favorivano l'elezione di un candidato. Una sua clausola, non compresa nelle altre leges de ambitu, che in base alla Lex Vatinia de rejectione judicum del 59 a. C. consentivano, come negli altri processi criminali che accusato e accusatore potessero alternativamente rifiutare i giudici proposti finchè si giungesse alla formazione di una giuria di reciproca soddisfazione, disponeva che l'accusatore designasse le quattro tribù dalle quali scegliere i giudici, con facoltà per l'accusato di rifiutarne una.) quae est de sodaliciis, omnis ambitus leges complexus es; neque enim quicquam aliud in hac lege nisi editicios judices es secutus. Quod genus judiciorum si est equum ulla in re, nisi in hac tribuaria, non intellego quam ob rem senatus hoc uno in genere tribus edi voluerit ab accusatore, neque eandem editionem transtulerit in ceteras causas, de ipso denique ambitu rejectionem fieri voluerit judicum alternorum cumque nullum genus acerbitatis praetermitterat hoc tamen unum praetereundum putarit."

Cap. XVII: " An vero nuper clarissimi cives nomen editicis judicis non tulerunt, cum ex CXXV judicibus principibus equestris ordinis quique et LXX reus reiceret, quinquaginta referret, omniaque potius permiscuerunt quam ei legi condicionique parerent. Nos neque ex delectis judicibus sed ex omni populo, neque editos ad reiciendum sed ab accusatore constitutos judices ita feremus ut neminem reiciamus?" (n.d.R.)

[11]  - Sui difetti degli incaricati dei giudizi cfr. Montesquieu, Esprit, L. XXII, cap. 22, (p. 222, Vol. I, cit.: "Le prince tire si peu d'utilitè des commissaires qu'il ne vaut pas la peine qu0il change l'ordre des choses pour cela. Il est moralement sùr qu'il a plus d'esprit de probitè et de justice que ses commissaires qui se croient toujours assez justifiés par ses ordres". (n.d.R.)

[12] - Cfr. Montesquieu, op. cit. L. XI, cap. 6, vol. I, p. 171: "Mais, si les tribunaux ne doivent pas ètre fixes, les jugements doivent l'être à un tel point, qu'ils ne soient jamais qu'un texte prècis de la loi. S'ils étaient une opinion particulière du juge, on vivrait dans la societé sans savoir précisement les engagements que l'on y contracte." (n.d.R.)

[13]  - Vedere Potter Arcaeolog. Graeca. L. 1 cap. 19 segg. e 21 "pact. et ad Leg. Attic. de Judic. (n.d.A.)

         - J. Potter, Antiquities of Greece, Sprint, London, è una fonte anche di C. L. v. Haller, cfr. p. es, La restaurazione della scienza politica, Torino, 1981, vol. III, p. 531. Sigonio Carlo 1520-1584, filologo e storico modenese con interesse particolare per il diritto "il più vero precursore del Muratori" (Giulio Bertone) il De antiquo jure civium Romanorum citato dal P. fa parte di una trilogia (Italiae, Provinciarum) edita nel 1560, indicativa sia dell'accuratezza della ricerca che dell'eleganza della lingua, tipica dell'umanista. (n.d.R.)

[14] - Vedi Sigon. de Jur. Civ. Rom. cap. de Judiciis. (n.d.A.)

[15] - Vedi Muratori Antiquitate Italicae Medi Aevi cap. de Judiciis; Esprit des lois L 3. (n.d.A.)

        - Ludovico Antonio Muratori, modenese 1672-1750, tipico studioso settecentesco, ricercatore, storico, erudito. L'opera citata dal P. insieme con "Rerum italicarum scriptores " e "Annali d'italia" è una delle sue più rappresentative. In 6 voll, pubblicata tra il 1738 e il 1743. (G. Bertone). Montesquieu, "Esprit", L. 3, è citazione inesatta: il tema è trattato nel L. XI, cap. 18, (p 194, vol. I, ed. cit. ) oppure L. VI, cap 3 e XXVIII c. 34: "ancienment, en France, les procès criminels se faisoient publiquement et en une forme non guère différente des jugements publics des Romains". (n.d.R.)

[16] - Honnêtes gens è termine usato da Montesquieu, Esprit cit. l. V, c: "Quand le peuple a une fois de bonnes maximes, il s'y tient plus longtemps que ce qu'on appelle les honnêtes gens e più avanti" l'est sur toutes ces choses que l'education se porte pour faire ce qu'on appelle l'honnête homme, qui a toutes les qualités et toutes les vertus que l'on demande dans ce gouvernement." (n.d.R.)

[17]  - William Murray, conte di Mansfield, 1705-1793, Attorney General nel 1754, chief justice del banco del re nel 1756, fu nello stesso anno creato barone e nel 1776 conte. Nel 1783 chiuse la sua carriera politica come Speaker della Camera dei Lords. Come giurista acquistò grande fame per i suoi giudizi sempre ispirati al puro diritto, estranei a qualsiasi influenza tanto nel campo del diritto pubblico che in quello del diritto privato: Pubblicò Outline of a Course of Legal Study (1791-92), A Treatise on the Study of Law, 1797, Sarfatti M. (n.d.R.)

[18]  - Il P. ha posto i due asterischi ad indicare una parte in brutta copia. (n.d.R.)

[19]  - Il P. si riferisce forse alle quaestiones perpetuae, sviluppatesi con giurie permanenti al tempo della legislazione giudiziale di C. Gracco e di Silla: questo diventa il tipo normale di processo criminale ed assume per antonomasia la definizione di judicium publicum in vista del principio, in esso affermantesi come regola, della pubblica accusa aperta al quivis de populo nonchè probabilmente, della complessiva natura del procedimento svolgentesi avanti alla giuria. Oppure si riferisce al più antico processo giudiziale, dove il processo si svolge davanti al popolo riunito in "contio" non ufficiale in tre adunanze con possibilità per l'accusato di difendersi. Nella quarta adunanza (ufficiale) ha luogo il giudizio popolare con relativa sentenza. (A. Burdese, Manuale di diritto pubblico romano, Torino, 1982, p. 241 segg.) (n.d.R.)

[20] - Etat present de la Grande Bretag. Tom 2 c. 1. (n.d.A.)

- Nel Catalogo dei libri di casa Pilati-Conci de Brattia cit. c'è un'opera in tre voll.: L'état présent de la Grande Bretagne, À la Haye, senza autore nè data (f. 44) Ibidem, F. 81, c'è una Grammaire anglaise-française par Mr. Miege et Boyer, à Paris, 1775. (n.d.R.)

[21]  - Procuratore del fisco, equivalente di pubblica accusa (cfr. Cap. I). La lunga digressione del P. sul diritto di difesa è giustificata dal fatto che il diritto di difesa nel 700 cominciava appena ad essere regolato con la legislazione degli Statuti, con norme spesso irregolari, magari fissate di volta in volta, facilmente riconosciute come facilmente tolte. La procedura inquisitoria, adottata e propugnata dalla Chiesa, non concedeva all'imputato che scarse garanzie processuali. Il problema dell'avvocato difensore non è toccato dal Beccaria ed è appena accennato da Voltaire nel Commentario sul libro Dei Delitti e Delle Pene, cit. p. 646. La Const. Ther. Crim. cit, limita gravemente la presenza del difensore (Art. 36, §5). Tra i propugnatori della difesa cfr J. von Sonnenfels (1733-1817) Supplica apologetica a S. M. I. R. A, in: F. Venturi, C. Beccaria, p. 580 segg., Torino, 1976, che esercita la sua influenza sul già moderno Codice Giuseppino (Kriminalgerichtsordnung, 1788) (Tarello G. Storia della cultura giuridica moderna, cit,. pp. 315 segg.). (n.d.R.)

[22]  - Il P. si riferisce alla Constitutio Theresiana Criminalis già più volte citata. Si tratta di una ricompilazione del diritto penale i cui lavori procedettero parallelamente a quelli per il Codex Theresianus. La Commissione a ciò preposta, presieduta dal Holger produsse il risultato nel 1768 e questo, a differenza del codice civile, venne approvato e andò immediatamente in vigore. La Constitutio non abroga il previgente diritto ma si limita a rifondarlo; e per quanto concerne i contenuti occorre distinguere, per valutarli separatamente, i caratteri delle norme attinenti ai reati dai caratteri delle norme attinenti alle sanzioni. Per quanto riguarda i reati... si nota una tendenza verso il diritto a soggetto unico. Per quanto riguarda le pene non si nota un'apprezzabile riduzione dei tipi, resta immutato l'antico rigore, addirittura crudeltà, la tendenza al soggetto unico non è visibile dato che molte pene sono differenti a seconda dello "status". (G: Tarello, op. cit. p. 257.) (n.d.R.)

[23] - "Const. Ther. Crim", cit. Art. 20, § 6: " Die Wichtigkeit der Sache nicht zulàsst, das ganze Inquisitions-Geschäft, somit Leib und Leben, Ehr und Gut der Menschen einem einzigen Mann anzuvertrauen so ist näthig, dass insgemein zu den Inquisitionen nebst dem inquirendenRichter noch 2 Personen als Beysitzere zugezogen werden, welche allen Inquisitions Handlungen persänlich beyzuwohnen haben." n.d.R.)

[24] - Cfr. "Const. Ther. Crim." cit. Art. 36, § 3: "Durante inquisitione reo nec judicia in scriptis communicanda. §4: nec ei concedendum, ut interrogatoria ad quae testes respondere debeant, conficiat." § 5: "Nec advocatus, aliusve defensor ei admittendus est." (n.d.R.)

[25]  - Il giudice istruttore unico è anche nella "Const. Ther. Crim." cit. Beccaria C. Dei delitti e delle pene, cit. Cap. VII (p. 26) prevede anche un "giudice principale" fiancheggiato da "assessori presi dalla sorte" in fase istruttoria dove occorre professionalità: "Se nel cercare le prove di un delitto richiedesi abilità e destrezza, se nel presentarne il risultato è necessaria chiarezza e precisione; per giudicare del risultato medesimo non vi si richiede che un semplice ed ordinario buon senso." (n.d.R.)

[26]  - Cfr. anche C. Beccaria: op. cit. p. 26: "Egli è ancora conforme alla giustizia, che il reo escluder possa fino a un certo segno coloro che gli sono sospetti." (n.d.R.)

[27]  - La rettifica evidenzia l'identità col pensiero del Montesquieu, che prevede la meccanicità del giudizio: (Op. cit. XII, c. 6, p. 176, Vol. I) "Mais les juges de la nation ne sont, comme nous avon dit, que la bouche qui prononce les paroles de la loi." e del Beccaria, (op. cit. p. 26, cap VII ): "Ove le leggi sieno chiare e precise, l'officio di un giudice non consiste in altro che di accertare un fatto." (n.d.R.)

[28] - Di diverso avviso è Voltaire: Le prix de la justice et de l'humanité 1777, (Oeuvres complettes, Paris, 1860, Tome V, p. 430): "En Angleterre tous les jurés doivet être d'accord: et cela est bien juste. Quelle horreur absurde qu'on joue la vie et la mort d'un citoyen au jeu de six contre quatre". (n.d.R.)

[29] Art. VII della traduzione francese. (n.d.A.)

      - C. Beccaria, op. cit. C. VII, p. 26: "Ma quando il delitto sia un'offesa di un terzo, allora i giudici dovrebbero essere, metà pari al reo, metà pari dell'offeso: così, essendo bilanciato ogn'interesse privato, che modifica anche involontariamente le apparenze degli oggetti, non parlano che le leggi e le verità." (n.d.R.)

[30]  - Sull'argomento anche Montesquieu, Op. cit. L. XI. cap. 6, vol. I, pp. 175-176: "Les grands sont toujours exposés à l'envie; et s'ils étaient jugés par le peuple, ils pourroient être en danger, et ne jouissaient pas du privilège qu'a le moindre des citoyens, dans un état libre, d'être jugé par ses pairs." (n.d.R.)

[31]  - Allusione alla grazia, tema ampiamente trattato in seguito. Nei casi accennati dal P. il giudizio per analogia è ammesso anche dalla Const. Theresiana Criminalis . Sull'argomento cfr. Voltaire, Commentaire sur le livre des délits et des peines, cit. p. 410: "On a long temps agité cette question délicate et funeste, s'il est permis aux juges de punire de mort quand la loi ne prononce pas expressement le dernier supplice. Cette difficultè fût solennellement debattue devant l'empereur Henri VI... il y a des affaires criminelles aussi imprévues, ou si compliquées ou accompagnées de circonstances si bizzarres, que la loi elle-même a été forcée dans plus d'un pays d'abandoner ces cas singuliers à la prudence des juges: mais s'il se trouve en effet une cause dans laquelle la loi permette de faire mourir un accusé qu'elle n'a pas condamné, il se trouvera mille causes dans lesquelles l'humanité, plus forte que la loi, doit épargner la vie de ceux que la loi elle-méme a devoués à la mort." (n.d.R.)

[32]  - Le gros bon sens, come dice il P. è concetto tipico del secolo. Il senso comune (sens commun) è così definito da Voltaire (Dizionario filosofico a cura di M. Bonfantini, Milano, 1981, p. 595): "Sensus communis significava per i Romani non sola mente ciò che noi diciamo il senso comune, ma anche senso di umanità, sensibilità: E siccome noi valiamo meno dei Romani, questa locuzione significa ora la metà di cio' che significava allora. Essa ci serve soltanto ora oer indicare il buon senso, la ragione allo stato grezzo, ragione incipiente, prima nozione delle cose comuni, stato di mezzo tra la stupidità e l'acume." Anche Beccaria afferma che ai giurati basta il buon senso: op. cit. p. 20. "Perciò io credo ottima legge quella che stabilisce assessori al giudice principale presi dalla sorte, e non dalla scelta, perchè in questo caso è più sicura l'ignoranza che giudca per sentimento che la scienza che giudica per opinione." (n.d.R.)

[33]  - art. VII e VIII. (n.d.A.)

      - C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, cit. c. VII. p. 26: "Ove le leggi sieno chiare e precise, l'ufficio di un giudice non consiste in altro che di accertare il fatto. Se nel cercare le prove di un delitto richiedesi abilità e destrezza, se nel presentarne il risultato è necessaria chiarezza e precisione; per giudicarne dal risultato medesino, non vi si richiede che un semplice ed ordinario buon senso, meno fallace che il sapere di un giudice assuefatto a voler trovar rei, e che tutto riduce ad un sistema fattizio imprestato da'suoi studi." Cap. VIII, p. 29: "Egli è un punto considerabile in ogni buona legislazione il determinare esattamente la credibilità dei testimonii e le prove del reato." (n.d.R.)

[34]  - Si nota una certa coincidenza col pensiero di J. v. Sonnenfels: Grundsätze der Polizey, Handlung und Finanz zu dem Leitfaden des politischen Studiums, Wien, 1804. Vol. I. p. 220: "Die Verurtheilung folgt auf die Ueberfürung des Missethàters. Die Verletzung der Sicherheit bestehet in einer Verurtheilung ohne Ueberfürung, und in dem Mehr, oder Weniger der Strafe. Die Gesetze müssen in Beziehung auf die Zeugen, auf die erhobenen Umstände auf das eigene Geständniss genau festsetzen, was für einen vollen Beweis eines Verbrechens, für eine Wirkliche Ueberführung anzusehen, mithin zur Verurtheilung hinreichend ist. Sind die Verbrechen bestàtiget, so soll das Gesetz die Strafe bestimmen, nicht der Richter." (n.d.R.)

[35] - Observat ad Paul. Christin. Dec. 157, obser 26 . (n.d.A.)

  - Nessuna notizia sono riuscita a trovare su Reinhart. Cfr. anche D. V, 1 de judiciis. (n.d.R.)

[36]  - Autore di un trattato sul governo inglese. (n.d.A.)

   - De Lolme J. L., ginevrino, autore della già citata opera "La Constitution de l'Angleterre", Amsterdam, 1771: l'ammirazione del quale per la costituzione inglese è criticata anche da Hommel in: La restaurazione della scienza politica, Torino, 1987, vol. II, p. 32 e 679. (n.d.R.)

[37]  - Il tema è trattato in modo simile anche da Voltaire, Le prix de la justice, cit. p. 430, in Oeuvres Complettes", Tomo. V. (n.d.R.)

[38]  - La posizione del P. favorevole al potere arbitrario del corpo giudicante è l'elemento che più lo differenzia dal pensiero giuridico illuminista del quale è un esempio il Beccaria., e lo avvicina piuttosto a scrittori conservatori dell'area germanica come C. L. von Haller: cfr di questo autore: "La restaurazione della scienza politica" a cura di M. Sancipriano, Torino, 1976, vol. II, p. 153, nota a): "Per quanto si dica generalmente che le pene devono essere uguali per tutti ed unicamente adattate al delitto, non è men vero che esse devono al contrario, essere proporzionate all'autore del delitto e che per questa ragione non possono sempre essere uguali anche per crimini simili. È ciò che hanno perfettamente dimostrato S. Pufendorf, I. n. et g. lib. VIII, 3, §24-25 e F. Meister, nel suo libro scritto contro i principii di Beccaria, Brissot e Servan sotto il titolo "Ueber den Einfluss welchen der Stand des Verbrechers auf die Strafen und das Verfahren in Strafsachen hat" ( Gottinga 1784)

Ibid., p. 154: "Ma é ragionevole, utile o anche possibile rendere completi simili codici o farne che abbiano solamente il maggior numero di casi? Conviene soprattutto renderli talmente obbligatori per i giudici che questi non possano mai scostarsene? Risponderò che ciò mi pare insieme inutile ed impraticabile". Tuttavia in favore di un'eccezionale arbitrarietà del giudizio si pronuncia anche Voltaire: Commentaire sur le livre des délits et des peines, Oeuvres complettes, Tome V, p. 410: "Il y a des affaires criminelles, ou si imprévues, ou si compliquées ou accompagnées de circonstances si bizarres, que la loi elle-mème a été forcée dans plus d'un pays d'abandoner ces cas singuliers à la prudence des juges." Simile l'atteggiamento di v. Sonnenfels J.: "Grundsätze der Polizey, Handlung u. Finanz", Vol. I, p. 221, (Wien. 1804). Opera presente nell'elenco dei libri di casa Pilati-de Brattia (BcTn 2467); "Sind die Verbrechen bestätiget, so soll das Gesetz die Styrafe bestimmen, nicht der Richter. Aber da unmòglich ist für alle Verbrechen und Vergehungen nach den unendlichen Stufen der Bösheit die Strafen auszumessen und und dafür dem Gutdünken des Richters nothwendig viele überlassen verden muss, so ist zur Sicherheit der Bürger dennoch erfordert, die Gränzen genau auszuzeichnen bis zu welchen der Richter in den seiner Beurtheilung übelassene Raume der Bestrafungen gehen, die ihm dann unter keinem Vorwande zu ueberschreiten frey gelassen seyn soll." (n.d.R.)

[39] Contro la posizione pilatiana ecco due passi famosi: Montesquieu, L'esprit des lois L. XI, cap. & vol. I. cit. p. 176: "Il pourrait arriver que la loi qui est en mème temps clairvoyante et aveugle, serait, en de certain cas, trop rigoreuse. Mais les juges de la nation ne sont, comme nous avons dit, que la bouche qui prononce les paroles de la loi: des étres inanimés, qui n'en peuvent modérer ni la force ni la rigeur. " C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, cit. cap. IV, p, 18: "In ogni delitto si deve fare dal giudice un sillogismo perfetto: La maggiore dev'essere la legge generale, la minore, l'azione conforme, o no, alla legge... Questa verità che sembra un paradosso alle menti volgari, più percosse da un puccolo disordine presente, che dalle funeste ma rimote conseguenze che nascono da un falso principio radicato in una nazione, mi sembra dimostrata." Invece nella giurisprudenza tedesca si incontrano posizioni analoghe a quella del P. es: C. L. v. Haller, La restaurazione della scienza politica, cit., cap. XXXII, vol. II, p. 155: "Questi codici sono ordinariamente illusorii e sempre occorre ridursi a permettere ai giudici di colmarne le lacune e di modificare o graduare i castighi secondo i delitti individuali; altrimenti essi possono cadere nell'alternativa, ugualmente assurda, o di lasciare impuniti i misfatti più esecrabili, quando questi non sono stati previsti dalla legge, oppure di applicare le pene più sproporzionate, a dispetto dell'evidenza e della loro propria convinzione. Che se si vuole chiamare arbitrario il diritto di pronunciare un giudizio senza basarsi su una legge scritta, secondo la semplice natura del fatto e secondo lo scopo della pena, risponderò che è ben più arbitrario, ed è anche una pretesa orgogliosa quanto insensata, il voler creare, per così dire, la natura delle cose, prevedere tutti i casi, giudicarli in anticipo, ed attribuirsi in qualche modo la prescienza di Dio. p. 155, ibidem: "Ma è ragionevole, utile o anche possibile rendere completi simili codoci o farne che abbraccino solamente il maggior numero di casi? Conviene soprattutto renderli talmente obbligatorii per i giudici che questi non possano mai scostarsene? Risponderò che ciò mi pare insieme inutile e impraticabile... Bastano una modesta intelligenza e un po' di senso comune per giudicare un fatto individuale e il suo autore, come pure per comminarvi una pena adeguata." (n.d.R.)

[40]  - Il passo si ispira a Montesquieu, op. cit. L. XXX, cap. 19, vol. II, p. 330, seg.: "La principale composition etait celle que le meurtrier devait payer aux parents du mort. La différence des conditions en mettait une dans les compositions; ainsi, dans la loi des Angles la composition etait de six cents sous pour la mort d'un adalingue, de deux cents pour celle d'un homme libre, de trente pour celle d'un serf. (Adalingue=noble. Chez beaucoup de peuples germains, il avait existè ceraines familles qualifiées officiellements de nobles: en langue vulgaire, edelingue, que les textes latins rendent per "nobiles" et qui en franco-bourguignon, survécut longtemps sous la forme "adeleuc" (M. BLOCH, La société féodale, les classes et le governement des hommes, p. 2. ) Ancora in Montesquieu, cit. p. 329 (L. XXX, cap, 19) "toutes ces lois barbares ont la-dessus une précision admirable. On y distingue avec finesse le cas, on y pése les circonstances, la loi se met à la place de celui qui est offensé, et demande pour lui la satisfaction que dans un moment de sang-froid il aurait demandé lui-méme." (n.d.R.)

[41]  - La fonte è sempre Montesquieu, op. cit. vol. I, L. XVIII, cap. 22, p. 315 e XXVIII cap. 3, p. 221, vol II. e ibidem cap IV (p. 216) "La loi des Lombards était impartiale, et les Romains n'eurent aucun intérét à quitter la leur pour la prendre." (n.d.R.)

[42]  - §4 della traduzione francese. (n.d.A.)

[43]  - C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, ed. cit. cap. IV, pp 17-18: "Chi sarà dunque il legittimo interprete della legge? il sovrano, cioè il depositario delle attuali volontà di tutti; o il giudice, il cui ufficio è solo l'esaminare se il tal uomo abbia fatto o no, un'azione contraria alla legge?" (n.d.R.)

[44] - Sonnenfels, op. cit., p. 221: "Sind die Verbrechen bestàtiget, so soll das Gesetz die Strafe bestimmen, nicht der Richter. Aber da unm«glich ist für alle Verbrechen, und Vegehungen, nach der unendlichen Stufen der Bösheit, die Strafen aufzumessen, und daher den gutdünken des Richters nothwendig vieles überlassen werdwn muss, so ist zur Sicherheit der Bürger dennoch erfordet, die Gränzen genau auszuzeichen bis zu welchen der Richter in den seiner Beurtheilung überlassenen Raume der Bestrafungen gehen, die ihm dann unter keinem Vorwande zu überschreiten frey gelassen seyn soll." (n.d.R.)

[45]  - C: Beccaria, op. cit. p. 18 (cap. IV): "Lo spirito della legge sarebbe dunque il risultato di una buona o cattiva logica di un giudice, di una facile o malsana digestione, dipenderebbe dalla violenza delle sue passioni, dalla debolezza di chi soffre, dalle relazioni del giudice coll'offeso, e da tutte quelle minute forze che cangiano le apparenze di ogni oggetto nell'animo fluttuante dell'uomo: Quindi veggiamo la sorte di un cittadino cambiarsi spesse volte nel passaggio che fa a diversi tribunali, e le vite dei miserabili essere la vittima dei falsi raziocinii o dell'attuale fermento degli umori di un giudice, che prende per legittima interpretazione il vago risultato di tutta quella confusa serie di nozioni, che gli muove la mente. Quindi veggiamo gli stessi delitti dallo stesso tribunale puniti diversamente in diversi tempiu, per aver consultato non la costante e fissa voce della legge, ma la errante instabilità delle interpretazioni." (n.d.R.)

[46]  - C: Beccaria, Dei delitti e delle pene cap. 4, pp. 17-18 ed. cit.: "Chi sarà dunque il legittimo interprete della legge? Il sovrano, cioè il depositario delle attuali volontà di tutti; o il giudice, il di cui ufficio è solo l'esaminare se il tal uomo abbia fatto, o no, un'azione contraria alle leggi?" (n.d.R.)

[47]; - Esprit des loix, l. VI, cap. 5. (n.d.A.)

      Montesquieu, L'esprit des lois, L. VI, c. 5, p 87, Vol. I, ed. cit.: "Dans quel gouvernement le souverain peut être juge ? Dans les Etats monarchiques le prince est la partie qui poursuit les accusés et les fait punir ou absoudre; s'il jugeait lui-même il serait le juge et la partie. Dans ces mêmes États, la prince a souvent les confiscations; s'ils jugeait les crimes, il serait encore le juge et la partie. De plus, il perderait le plus bel attribut de sa souveraineté, qui est celui de faire grâce: il serait insensé qu’il fit et défit ses jugements; il ne voudrait pas être en contradiction avec lui-même. "I principi che usurparono la potestà di giudicare furono secondo Montesquieu, Louis XII ( processo al duca de la Valette), Claudio e Nerone e Arcadio.

[48]  - C: Beccaria, "Dei delitti e delle pene, " c. XVII, p. 65 dell'ed, cit.: "Sembra che il bando dovrebbe essere dato a coloro i quali, accusati di un atroce delitto, hanno una grande probabilità, ma non la certezza contro di loro di essere rei; ma per ciò fare, è necessario uno statuto il mano arbitrario e il più oreciso che sia possibile, il quale condanni al bando chi ha messo la nazione nella fatale alternativa, o di tenerlo, o di offenderlo, lasciandogli però il sacro diritto di provare l'innocenza sua". Il P. non prende in considerazione la seconda parte del pensiero del B. che limita al massimo l'arbitrarietà del giudizio.

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Ultimo aggiornamento: 11 ottobre 2011