< pilati04 - Carlo Antonio Pilati - Plan d'une législation criminelle - Capitolo. IV

CARLO ANTONIO PILATI

Plan d’une législation criminelle

Piano d'una legislazione criminale

Trascrizione dal manoscritto e traduzione dal francese

di Marina Pilati

Pe gentile concessione della prof.ssa Marina Pilati

Edizione di riferimento:

Carlo Antonio Pilati, Plan d’une législation criminelle, testo manoscritto mai pubblicato, traduzione di Marina Pilati.

CAPITOLO QUARTO

DELLE PROVE

 Nulla è più incerto delle prove testimoniali [1] e la verità è soggetta ad un'infinità di accidenti prima di arrivare, attraverso la bocca degli uomini, davanti al tribunale della giustizia; accidenti che sono così frequenti, così variati, così compilcati da far sì che la falsità prenda sovente il luogo della verità, malgrado tutte le cure che il giudice illuminato e integro mette in atto per distinguere l'una dall'altra. Gli uomini anche i più chiaroveggenti e meticolosi, sono soggetti ad essere ingannati dai sensi e per conseguenza anche il giudice può essere ingannato a sua volta da persone che hanno ingannato i loro sensi, meritando d'altra parte tutta la sua fiducia. Tuttavia è raro che persone di questo genere siano chiamate a rendere testimonianza in un processo criminale. Questo genere di persone sa troppo bene evitare gli uomini capaci di commettere delitti e ancor di più le occasioni nelle quali si commettono. Di solito non si interessano agli affari degli altri: la loro scarsa curiosità impedisce loro di poter testimoniare in favore di coloro che hanno ricevuto un torto, mentre la loro prudenza li mette fuori della condizione di deporre contro chi il torto lo ha fatto. Chi sono dunque coloro che ordinariamente si chiamano in giudizio per rendere testimonianza nei processi criminali? Chiedete a tutti i giudici, ai procuratori fiscali [2] ai cancellieri di tutta l'Europa: vi diranno che sono il più delle volte dei pettegoli, che vanno su e giü per le vie, più interessati agli altri che a se stessi, tanto da ficcare il naso negli affari altrui piuttosto che nei propri: appartengono insomma alla feccia della popolazione: perditempo, domestici, spie, vaccari e simili canaglie. Anche se persone del genere avessero la più buona volontà del mondo di non dire in queste circostanze che la pura verità, come si può essere sicuri che essi stessi l'abbiano colta, essi che più degli altri sono soggetti ad essere indotti in errore dai loro sensi, dalle loro passioni, dali loro pregiudizi, dalla loro ignoranza, dalla loro distrazione che impedisce loro di prestare la necessaria attenzione agli accidenti che succedono: costoro, in conclusione, possono essere ingannati lor malgrado da tante altre cause che non sanno nè prevedere nè correggere. Ma se è raro che gente simile sia a conoscenza della verità, è ancora più raro che vogliano dirla, e ancora più raro che deponendo grossolanamete ciò che sanno o credono di sapere, non sopprimano o alterino o aggiungano qualche circostanza atta sia a sostenere l'accusa sia a indebolirla o ad aumentarla. Questo può capitare naturalmente per deficienze proprie del teste, soprattutto se i giudici non cercano - come in realtà non cercano quasi mai - di aiutarlo nel corso della deposizione, impedendo che aggiungano qualcosa di loro alla verità dei fatti o che omettano qualche cosa. Ma la canaglia ancora è sempre pronta a lasciarsi sedurre da prospettive di interesse, a lasciarsi corrompere dal denaro, a farsi abbagliare dal sentimento e soprattutto dall'ascendente che esercitano le persone altolocate, i ricchi, i preti e i monaci. Dopo queste considerazioni, se mi si chiedesse di calcolare il grado di probabilità che può esserci nella deposizione di un testimone, io me ne laverei le mani. Pertanto sarebbe necessario che i giudici conoscessero esattamente tutte le circostanze nelle quali si è trovato il testimone al tempo che è accaduto il fatto; e tutte quelle nelle quali si trova al momento della deposizione: dovrebbero inoltre conoscere esattamente l'acutezza dei suoi sensi, quella del suo spirito, della sua anima e la disposizione della sua volontà. Avete fatto caso a quello che capita tutti i giorni nelle vostre assemblee, quando si arriva all'ordine del giorno? Uno dice che è capitato il tal fatto. Un altro dice: "Scusate, ma voi avete omesso la tale e la talaltra circostanza". Un terzo invece riporta la cosa in modo che la sua esposizione non si accorda nè con quella dell'uno nè con quella dell'altro. E più ancora: mi capita di passare per la piazza principale e di accorgrmi di persone che discutono animatamente tra di loro. Mi informo del motivo della questione: uno mi racconta la cosa in un modo, il secondo in un altro e il terzo in un altro modo ancora. Il fatto è che ogni spettatore vede quello che succede secondo il suo modo particolare di vedere e giudica secondo il suo modo particolare di giudicare. Durante un mio viaggio in Italia [3] scesi in un albergo dove due mercanti stavano litigando in presenza di una folla di gente. All'uscita dall'albergo uno dei due fu ucciso da un colpo di pistola: era notte e nessuno aveva visto l'omicida. Ma tutti si immaginarono che il colpo fosse stato tirato da colui che aveva litigato col morto. Non c'era dubbio perchè tutti quanti si ricordavano che il supposto omicida si era rifugiato in un angolo e voltando la schiena ai presenti aveva nascosto sotto il suo mantello una pistola. Quest'uomo essendo stato messao in prigione, dimostrò contro i testimoni che avevano giurato di averlo visto caricare la pistola, che non aveva che un solo paio di pistole e che quel giorno le aveva lasciate in un altro luogo ben distante da dove era avvenuto l'omicidio. Oltre a ciò, non si era trovata su di lui la pistola quando fu catturato un momento dopo l'omicidio. Ciò nonostante stava per essere condannato a una pena straordinaria, quando un Tedesco lo salvò [4].

Fortunatamente per lui il giudice prima di emettere la sentenza, ebbe ancora lo scrupolo di interrogare un domestico tedesco che al pari degli altri aveva assistito alla lite. Avendogli chiesto il giudice se in quell'occasione avesse visto quello nell'atto di caricare una pistola, rispose negativamente ma aggiunse di aver visto bene l'imputato ritirarsi in un angolo della stanza e tirare fuori qualcosa dalla tasca; anche lui aveva udito un rumore metallico, ma aveva pensato che quell'uomo avesse messo del tabacco in una scatola, e che poi l'avesse chiusa. Questa deposizione aperse gli occhi al giudice: esaminò di nuovo i testimoni italiani chiedendo se potessero giurare di avere visto la pistola: tutti risposero di non avere visto l'arma ma di non dubitare affatto che sotto il mantello l'imputato avesse una simile arma. Questa gente aveva visto e giudicato alla maniera italiana mentre il Tedesco alla maniera sua. Ma bastò al giudice avere appurato che nessuna oveva visto la pistola e l'uomo fu rimesso in libertà. Quando qualche tempo dopo ripassai per quella medesima contrada, appresi che il vero omicida era stato scoperto: era stato un altro uomo che l'aveva ucciso per eccesso di rivalità in amore. È così che la maggior parte degli uomini rende testimonianza di ciò che ha visto accadere sotto i propri occhi: sono d'accordo di solito sul fatto in generale ma variano riguardo ai dettagli ed alle circostanze [5].

Una lunga esperienza mi ha convinto (lo dico dopo aver ben riflettuto più di una volta e con la certezza di non esagerare) che su venti testimoni non ce ne sono mai neanche due che nei processi criminali depongano la verità così com'è, e che non ne sopprimano, o alterino, o aggiungano qualche circostanza importante, sia per non aver visto bene, sia per incapacità di giudicare bene, o infine perchè, a seconda delle loro diverse prospettive d'interesse o i loro diversi sentimenti, non vogliono nuocere |oppure vogliono nuocere| a questa o quella persona [6].

Questo avviene soprattutto nei paesi del mezzogiorno dove il clima esalta più che altrove la fantasia degli uomini di modo che spesso diviene più attiva e più potente dei sensi, e dove le passioni hanno maggiore dominio sugli animi, di quanto ne abbia l'amore della verità e la religione del giuramento [7].

Lo stesso accade ai giudici: su venti non ce n'è quasi nessuno che abbia sia l'abilità sia la volontà di interrogare i testimoni nel modo necessario per tirar fuori la verità netta e purificata dalle alterazioni che le soppressioni, le aggiunte, la stupidità o la malizia dei testmoni le apportano. Nei tempi passati si fecero processi innumerevoli contro stregoni e maghi: si sono fatti morire più di centomila di questi infelici, perchè erano sempre dimostrati colpevoli dalle deposizioni di una quantità di testimoni riguardo alle azioni di stregoneria e di magia che quelli avrebbero fatto: ho letto io stesso dei verbali di questi processi e devo ammettere che, quanto a deposizioni dei testimoni, il loro crimine era provato nella maniera più evidente. Tuttavia è evidente che non ci sono mai stati degli stregoni nè dei maghi, e che non è possibile che ce ne siano [8].

Come mai i testimoni li hanno visti fare cose innominabili? Il fatto è che credono di averlo visto: il fatto è che la loro immaginazione esaltata, prevenuta, corrotta li ha ingannati: il fatto è che individui malvagi li hanno aizzati. La Corte di Roma fa santi da secoli: e non ha mai dubitato e non si è mai preoccupata che i miracoli che si attribuiscono loro si siano verificati nella maniera più incontestabile: tuttavia questi santi sono quasi sempre monaci, cioè gente colpevole verso Dio di avere rinunciato alla società per cui li ha fatti, individui che ostenta no di pensare solo a se stessi senza preoccuparsi del loro prossimo, che sarebbero obbligati ad amare come se stessi, gente insomma che per tutta la vita non fa che tormentarsi e darsi da fare a distruggere se stessa senza aver fatto il benchè minimo bene nè alla società nè a nessuno al mondo. Ora si può mai credere, senza bestemmiare, che Dio permetta di fare miracoli a dei matti simili, mentre non si verifica che le persone che hanno i maggiori meriti nella società ne facciano al giorno d'oggi? [9]

Quando si legge la storia d'Inghilterra[10] si resta esterrefatti dall'immensa quantità di persone innocenti che i re hanno fatto giustiziare. Si dirà che questi re ed i loro ministri non sono stati che dei boia che se la prendevano con tutti coloro che non erano del loro partito. Tuttavia nessuno di questi innocenti è stato condannato senza essere stato preventivamente dichiarato colpevole in modo formale per mezzo delle deposizione di una folla di testimoni [11].

 Certamente non è per quanto ho detto degli stregoni, dei santi di Roma e delle carneficine fatte dai re d'Inghilterra che io ritengo che ci siano pochi testimoni che dicano la verità nuda e cruda: è per l'esperienza di una lunga serie di anni, è per la quantità di processi ai quali ho assistito che ragiono così. Non ritengo per questo che si debbano abolire le prove per testimoni. Voglio solo dimostrare che è necessario stabilire un metodo di inquisire che sia il più appropriato di tutti per impedire ai giudici di far dire quello che essi vogliono e per correggere nel limite del possibile, le mancanze e le disonestà dei testimoni. L'Autore del trattato Dei delitti e delle pene va ancora più lontano[12]: pretende che debbano essere determinati esattamente i principi dai quali dipende la credibilità dei testimoni. [13]

Io credo al contrario che non sia possibile determinare esattamente questi principii. Vi sono tante cose che affascinano gli occhi di un testimone, tante cause che determinano la sua volontà a dire sia una menzogna che la verità, tanti pregiudizi e tante altre cose che fuorviano il suo spirito, che il grossolano buon senso può far giudicare infinitamente meglio in ogni processo ciò cui è opportuno prestar fede in questa o in quella testimonianza, di quanto non possano determinare in anticipo le leggi. Facendo delle leggi su questo argomento voi non farete che raddoppiare la confusione e l'oscurità: Queste leggi faranno trionfare i giudici disonesti, gli spergiuri, i corruttori di testimoni: infatti più numerose sono le leggi e più sono i mezzi per aggirarle [14].

I Greci ed i Romani non avevano nessuna legge su questo soggetto: avevano abbandonato il conpito di tirar fuori la verità dalla bocca dei testimoni all'abilità delle parti ed alla prudenza dei giudici: impedivano solamente che questa ricerca così importante venisse fatta in segreto affinchè nè i giudici nè le parti potessero impiegare dei mezzi illeciti per far parlare i testimoni secondo il loro gradimento. Quando si impiega questa precauzione, di non permettere che i testimoni vengano ascoltati in segreto, e che le due parti, come pure il giudice, abbiano il diritto di interrogarli liberamente, di richiamarli al loro dovere, e di far dire loro tutto ciò che possono sapere tanto pro che contro la parte che li ha portati, è inutile stabilire altri principii ed altri regolamenti. Questa precauzione rende inutile quella stessa massa di leggi sulle qualità per le quali un testimone può essere ammesso o rifiutato: leggi molto necessarie per quel lunghissimo tempo in cui si lasciò sussistere la sciagurata procedura introdotta dalle leggi canoniche che malauguratamente hanno adottato anche i tribunali secolari [15].

Nei tribunali dove tutto avviene in segreto, era ben necessario che si stabilisse per principio che un parente prossimo non fosse ammesso a rendere testimonianza contro in un processo criminale riguardante un suo parente, perchè si aveva ragione di presumere che se questo testimone deponesse in favore del proprio parente lo farebbe per affetto, o per qualche altro motivo legato alla parentela, se deponesse contro il suo parente lo farebbe per |qualche odio, così frequente e forte tra parenti| per soddisfare a qualche ragione di odio, poichè, più la parentela è stretta e più grande è l'odio che nasce, e più questo è grande, più si cerca di soddisfarlo [16].

Ma questa legge non è necessaria quando l'esame dei testimoni si fa in presenza delle due parti, perchè le parti ed il giudice possono fare a questa persona degli interrogatorii appropriati a mettere in luce l'affetto, l'odio, le altre inclinazioni di un parente, distinguendo quello che di vero egli dice da da quello che dpone l'uomo alterato dalla passione o acciecato dall'affetto. Lo stesso si può dire per qualsiasi testimone che può indurre qualche sospetto: è pericoloso ammetterlo a testimoniare quando il giudice può esaminarlo in segreto a suo piacimento, non vi è alcun inconveniente a ricevere la sua deposizione quando la procedura non è segreta e le due parti possono interrogarlo alla pari con il giudice. Le deposizioni di tali individui non debbono essere decisive |ma quando non c'è pericolo a riceverle| ma è opportuno ascoltarle perchè possono essere illuminanti: dopo la riforma che propongo e della quale parlerò subito in dettaglio si può capire che non c'è nulla da temere, nè che il giudice nè che le parti se ne possano servire contro la verità.

 La legge Remmia, che stabiliva pene severe contro i calunniatori, non fece alcun divieto di ricevere testimonianze di qiesta specie di persone, così pericolosa nei giudizi, tanto il costume di ricevere le testimonianze di tutti era radicato ai tempi della repubblica [17].

Vi sarebbe da fare un'eccezione al principio che seguivano gli antiche Romani, quando uno stato è così pieno di delinquenti, che ogni malvagio ingannatore può facilmente trovare dei testimoni falsi e che gli stessi giudici sono così sciagurati e sfrontati da osare di prestar pubblicamente fede a tali testimonianze senza suscitare nè le lagnanze della parte lesa nè i clamori del pubblico. Questa era la situazione a Roma allorchè Cesare promulgò la legge Giulia [18] che impediva ai giudici, i quali allora erano i più arditi lazzeroni dell'universo, di ricevere le deposizioni di certe categorie di persone indegne di fede per la loro vile attività o per i loro crimini o per la loro infame condotta [19], che impediva ai giudici che erano allora i più arditi delinquenti dell'universo, di ricevere deposizioni di certe categorie di persone che per la loro vile attività o i loro crimini o la loro infame condotta fossero indegne di fede.

I Romani del tempo della repubblica avevano ancora un altro principio: cioè presso di loro il numero dei testimoni non era fisso ma stava ai giudici stimare secondo la loro prudenza che fede in ogni affare potessero meritare i testimoni che fossero stati prodotti, fosse grande o piccolo il loro numero. Qualche volta decidevano un processo sulla testimonianza di un solo uomo [20].

D'altra parte una folla di testimoni non sembrava loro meritevole della minima fiducia [21]. In effetti |Camillo Curio, Fabrizio, Scipione|, Catone e il piccolo numero di quelli che loro somigliavano per probità e lumi, avrebbero ben meritato di essere creduti, se avessero visto qualcosa coi loro occhi: invece venti testimoni, di quelli che producevano di solito i disonesti amministratori dello stato, i crudeli governatori delle province, i turbolenti tribuni del popolo, non avrebbero meritato la minima credibilità, per quanto non si potesse sollevare alcuna eccezione contro di loro perchè erano tutti in blocco sospetti di spirito di parte, di fanatismo, di esagerazione, di particolare attaccamento per una certa famiglia, di rispetto troppo cieco per un certo personaggio, di odio troppo grande per gli stranieri o di un troppo grande disprezzo per i sudditi di Roma [22].

|Questi principii dei Romani non possono essere imitati completamente al giorno d'oggi|. Non potremmo adottare oggi questi principii dei Romani senza qualche restrizione: Non ci sono più dei Catoni, nè delle repubbliche che ne producano: di conseguenza sarebbe dannoso permettere ai giudici di fidarsi della testimonianza di un uomo solo, per quanto virtuoso. Ma di contro è fin troppo necessario permettere loro di rifiutare credibilità a una folla di testimoni: per quanto siano numerosi, quando si abbia motivo di avere una cattiva opinione sia della loro maniera di vedere e di giudicare, sia della loro integrità: e affinchè i giudici non possano abusare di questa libertà, è essenziale impiegare le precauzioni della quali parlerò nel successivo capitolo. Quando io dico che è pericoloso permettere ai giudici di prestar fede ad un solo testimone, non intendo certo che si debba rinviare assolto un accusato che ha solo un testimone contro di lui: ci sono delle eccezioni a questo principio che l'equità, il buon senso, l'amore della pubblica sicurezza suggeriscono ad ogni uomo ragionevole [23].

Ci sono crimini di tale gravità che si dovrebbe avere grande timore per la sicurezza pubblica e per la sicurezza del privato cittadino [24]  se non si usasse un certo rigore per reprimerli: essi sono per esempio: l'omicidio, l'avvelenamento, l'assassinio e la rapina sulle strade maestre [25]. Non è ancora passato un mese che un muratore ha ucciso in un aranceto un domestico sotto gli occhi del padrone per un'improvvisa lite insorta tra i due. Il padrone, un gentiluomo di raffinata distinzione, sui sessant'anni di età, che aveva occupato altissimi posti nello stato, guadagnandosi la reputazione di uomo della massima integrità, denunciò l'omicida al giudice: questo fu messo in prigione ed interrogato, ma persistette a negare arditamente di non avere mai non si dica ucciso ma nemmeno visto questo domestico. Vorreste dire che bisogna mettere quest'uomo in libertà e dichiararlo innocente perchè non c'è che un solo testimone contro di lui e questo testimone è anche il denunciante? [26]

Un allevatore che andava a far rifornimento di bestiame fu assassinato e spogliato sulla strada maestra da un uomo di alta statura, che aveva il viso imbrattato di nero e che portava un fucile e delle pistole. Un uomo che era accoccolato nell'erba dietro a un cespuglio vide tutto e si affrettò a fare denuncia al magistrato che presiedeva al mercato. L'assassino vi arrivò poco dopo e lo si riconobbe dalle tracce di colore nero che restavano ancora sul suo viso: aveva il fucile e delle pistole, ma anche altri ne portavano, secondo l'usanza del paese. Aveva su di sè molto denaro, ma disse di essere venuto a comprare delle vacche per portarle a rivendere altrove. Il suo denunciante lo riconobbe subito dal taglio dal vestito, dalla lunghezza del fucile, dal colore dei capelli, dal cappello verde. Si sarebbe dovuto forse lasciar andare quest'uomo poichè non c'era contro di lui che un testimone che era nello stesso tempo il denunciante? Il giudice fu abbastanza saggio da trattenerlo in prigione. Qualche tempo dopo la moglie dell'assassinato venne a cercare il proprio marito non sapendo, a causa della distanza dei luoghi, che era stato ammazzato. La donna si presentò al giudice che la interrogò sulla quantità e il tipo di denaro che il marito aveva portato con sè: ella specificò tutti i pezzi d'oro e quelli d'argento che il marito si era portato con sè chiusi in uno speciale borsello, oltre al denaro che teneva in un'altra borsa per le spese di viaggio e si trovò che l'assassino portava su di sè, quando era stato preso, gli stessi pezzi d'oro e d'argento che la donna aveva indicato. Si doveva mettere costui di nuovo in libertà perchè non vi era che un solo testimone che era presente al fatto e perchè la deposizione della donna non forniva che un indizio? [27]

Un negoziante muore di veleno, secondo il giudizio dei medici e dei chirurghi che hanno esaminato il corpo del morto. Uno dei suoi garzoni di bottega depone in tribunale che tre giorni prima aveva dato da mangiare una razione d'orzo mondato al cane favorito della moglie del negoziante e che, essendo la donna entrata proprio in quel momento nella stanza, spaventata alla vista del cane che mangiava, era corsa subito a togliergli la scodella: ciò non ostante il cane morì qualche ora più tardi. Questa donna, essendo stata arrestata, sostiene fermamente di essere innocente, pur non sapendo allegare alcuna ragione per il fatto che aveva tirato via la scodella al cane e che il cane era morto. Bisogna forse lasciare andare questa donna perchè non c'è alcun indizio contro di lei e quest'indizio è sostenuto da un solo testimone?

In simili casi secondo me bisogna distinguere tra i crimini gravi ed i leggeri. Se i crimini sono leggeri non c'è nessun inconveniente a mettere in libertà un uomo che non sia pienamente reo convinto [28]. Ma se i crimini sono gravi, c'è troppo rischio a |mettere in libertà| a mantenere la stessa dolcezza, tanto per i crimini che un tal uomo potrebbe commettre in seguito, che per il cattivo effetto che una simile indulgenza può produrre su altri disonesti che non sono trattenuti che dal timore del castigo. D'altra parte, più i crimini sono gravi e più si cerca di commetterli in segreto: è dunque difficile avere delle prove complete in casi simili: non per questo pretendo che in questi casi si possa condannare un uomo sulla base di prove imperfette e non pretendo nemmeno che si rimetta la condanna o l'assoluzione di quest'uomo alla prudenza del magistrato; ma credo che sia di estrema importanza non mettere in libertà un uomo di questo tipo e ancora meno dichiararlo innocente. Dopo aver impiegato tutte le precauzioni ed i mezzi possibili per cercare tutti gli indizi che possono servire sia contro di lui che in suo favore, il giudice sarà obbligato di sentire il parere di dodici giurati, dei quali parlerò nel capitolo successivo, per vedere se quest'uomo è da trattenere in prigione e per quanto tempo o se bisogna inviarlo in qualche luogo sicuro, dove stia meglio che in prigione o se si può accontentarsi di metterlo all'arresto domiciliare nelle mani dei suoi parenti, obbligandoli a rispondere per lui [29].

Dopo quello che sto dicendo, è inutile che io qui mi soffermi a confutare l'opinione dei barbari giureconsulti che pretendono che nei crimini straordinari si possa condannare qualcuno in base a prove imperfette. Anzi, più il crimine è straordinario, più è incredibile, di conseguenza più c'è necessità di prove, tanto per condannare quest'accusato, che per trattenerlo in prigione, o in qualche altro luogo di sicurezza [30]. I giureconsulti pratici [31] pretendono che una confessione sia nulla quando il giudice l'abbia ottenuta per mezzo di interrogatorii suggestivi. Questa gente non sa neppure mai quel che dice e ancora meno la ragione di quel che dice. Le leggi hanno saggiamente proibito al giudice di fare domande suggestive ai testimoni. "Quello che conduce l'interrogatorio" dice la legge 1 D. De quaestionibus" [32], "non deve interrogare in particolare, se Lucio Tizio ha commesso un omicidio: ma deve chiedere in generale chi è che l'ha commesso. poichè nel primo caso non è tanto interrogare un testimone su quello che ha visto, quanto piuttosto suggerire quello che deve dire." Si vede dunque che le leggi hanno proibito le suggestioni, perchè diffidano dell'integrità dei giudici e dell'integrità dei testimoni. Quando il testimone non può prevedere ciò che il giudice si aspetta che egli dica, dirà la verità per quanto fosse disposto a compiacere al giudice, se può indovinare le sue intenzioni. Ma quando il giudice dichiara prima, attraverso il suo modo di interrogare, su quale persona vorrebbe far cadere le prove del crimine, è da temere che il testimone cerchi piuttosto di soddisfare il giudice che la verità. Non c'è da temere lo stesso inconveniente quando si tratta di interrogare l'imputato stesso: costui non si farà riguardo di far piacere al giudice a rischio di perdere se stesso. Così in Inghilterra, dopochè un uomo è arrestato per un crimine, il giudice gli dice chiaro e netto il motivo della sua incarcerazione. Altrettanto si fa in molti paesi della Germania.

I pratici discutono molto sul diritto di dividere la confessione di un criminale, cioè quando sia permesso di prendere una parte di ciò che un individuo confessa e di rifiutare l'altra. I più sensati convengono che bisogna accettare o rifutare l'intera confessione dell'imputato [33].

Un uomo ammette l'uccisione di un altro uomo per la difesa della propria vita? Il giudice non può prendere la parte della confessione dove egli ammette di avere commesso l'omicidio e nello stesso tempo rigettare l'altra parte dove egli sostiene d'averlo fatto per sua legittima difesa. Ma c'è un'eccezione da fare a questa regola. È quando ci sono delle forti presunzioni contro la giustificazione del crimine che l'imputato aggiunge alla sua ammissione. Due uomini hanno avuto una discussione: il più alterato minacciò l'altro di vendicarsi. I due si riincontrano lo stesso giorno in una foresta, l'uno armato e l'altro senza armi. Quello disarmato resta ucciso. Si fermò il suo uccisore che ammise l'omicidio ma disse di avere ammazzato l'avversario per difendere la propria vita, poichè quello lo aveva assalito per primo. Non è credibile che un uomo senza armi aggredisca uno armato, ed è anche meno credibile in questo caso che quello che ha pronunciato le minacce si sia lasciato attaccare. D'altra parte gli uomini sono così acciecati dall'ira, così irragionevoli nelle loro passioni che non è impossibile che l'uomo rimasto ucciso sia stato il primo ad attaccare il suo avversario e che non si sia gettato su di lui per strappargli le sue armi ed ucciderlo. Occorre una gran prudenza in simili casi, occorre esaminare bene le circostanze, le caratteristiche, le abitudini e la precedente condotta dell'imputato e poi, se non si decide per l'assoluzione, almeno non si deve più condannarlo a pene rigorose.

Non dirò nulla sulla confessione extragiudiziaria perchè non ho nulla da aggiungere a ciò che dicono i criminalisti più sensati [34].

Potrò invece passare sotto silenzio l'insopportabile leggerezza con la quale canonisti e sul loro esempio criminalisti riducono ad un gioco di parole tutta l'importanza di una confessione fatta davanti al giudice? "Se l'imputato risponde, - essi dicono -, ho ucciso quest'uomo, ma l'ho ucciso per difendermi, il giudice deve dividere la sua confessione perchè egli stesso ha diviso la sua risposta in due cosrtuzioni grammaticali delle quali ognuna ha un senso completo. Ma se l'imputato risponde: io non ho ucciso quest'uomo che per difendermi, allora il giudice non può dividere la sua confessione, perchè in questa risposta c'è una sola costruzione, la prima parte della quale è sospensiva." C'è bisogno di confutare l'impertinente futilità di questi miserabili canonisti? Ricordiamo sempre gli infami processi che sono stati fatti contro più di centomila innocenti che nei tempi passati sono stati condannati crudelmente a morte come rei convinti di stregoneria e di magia. Ricordiamo ancora tanti ministri di alta virtù, che altri scellerati ministri hanno malvagiamente sacrificato al loro odio facendoli perire per mano del boia come rei convinti di alto tradimento, benchè fossero i più fedeli sudditi dei loro principi e i migliori cittadini della loro patria. Ricordiamoci dei falsi miracoli di quei pazzi sempre scomodi e spesso nocivi alla società che la corte di Roma canonizza quasi tutti gli anni sulla scorta delle deposizioni di una folla di testimoni che giurano di aver visto i miracoli e di un'altra folla che pretende di averne sentito gli effetti [35].

L'Autore del trattato dei Delitti e delle Pene dice (§ 8) "que la croyance qui est due à un témoin doit se mésurer sur l'intêret qu'il a de dire ou de ne pas dire la vérité. Ce principe - aggiunge - nous montre d'abord que c'est sur des motifs frivoles et puériles que les lois n'admettent en témoignage ne les femmes, à cause de leur faiblesse, ni les condamnés, parcequ'ils sont morts civilemens, ni les personnes notées d'infamie; puisque dans tous ces cas les témoins doivent être crus lorsque ils n'ont aucun intêrèt de mentir. [36]"

 È chiaro che questo stimabile Autore si sbaglia qui di grosso. Non succede spesso che i testimoni che il Procuratore generale produce contro l'accusato abbiano dell'interesse a deporre conto l'imputato piuttosto che in suo favore. Ciò nonostante succede spessissimo che questi testimoni non dicano la verità o non la dicano con tutte le circostanze necessarie a giudicare bene: l'ho già detto sopra che c'è una quantità di altre ragioni che si trovano nei testimoni stessi o che possono provenire dal giudice, che impediscono sia di vedere il vero che di dirlo in tribunale o di dirlo tutto intero. Il fine dell'interesse non si trova d'ordinario che nei testimoni prodotti dall'accusato in sua difesa: infatti questi sono spesso individui corrotti dal denaro, sedotti dalle promesse, intimoriti dalle minacce, acciecati dall'affetto, legati da qualche relazione o allo stesso imputato o a coloro che per conto suo li coinvolgono. Se è stolto affermare che si deve rigettare la deposizione di una donna perchè il suo sesso è più debole del nostro, non è però orudente prestare fede completamente alla sua testimonianza quando ci siano da fare delle riflessioni sul suo modo di inquadrare le cose, sulla sua leggerezza, sulle sue passioni, sulle sue inclinazioni, sulla sua esagerata compassione, sul suo fanatismo, sui suoi pregiudizi, sulle sue gelosie, sul suo spirito di vendetta [37].

Se è assurdo respingere la testimonianza di un condannato perchè morto civilmente, è ancora più assurdo credergli senza riserve poichè i suoi crimini fanno vedere abbastanza quanto egli sia disonesto e conseguentemente poco degno di fede. Ho visto decapitare una donna che un momento prima di morire aveva dichiarato sotto giuramento davanti ad una folla di gente che la tale e la talaltra donna erano sue complici e invece certe altre non avevano avuto la minima parte nei suoi delitti, mentre che la verità era tutto il contrario di quanto costei diceva, come il processo che si fece dopo dimostrò in modo lampante. Tuttavia questa donna non aveva avuto alcun interesse a fare assolvere le sue complici e non si è potuto indovinare le ragioni che avrebbe avuto di cercare di far cadere in disgrazia le altre innocenti, tranne il semplice desiderio di fare del male. Nei paesi del sud soprattutto, i disonesti lo sono in tal grado che la voglia di fare un torto al loro prossimo sovrasta di gran lunga la certezza di essere puniti dalla giustizia di Dio nel medesimo istante che essi avranno soddisfatto quella di questo mondo [38].

 ** Capita qualche volta che un testimone ritratti dopo la rilettura del verbale ("récolement"). I più sensati tra i giureconsulti hanno deciso che bisogna ammettere la ritrattazione, se egli allega qualche buona ragione e se non c'è sospetto che si sia lasciato corrompere: che bisogna punirlo se ritratta la sua prima testimonianza senza addurre nessuna ragione, e che non si deve prestare fede nè alla sua prima nè alla sua seconda deposizione quando la ritrattazione sia destituita di ogni fondamento e quando non ci sia nessuna valida ragione che egli abbia deposto il vero all'inizio. Infatti quale fede merita un uomo di carattere tanto leggero ed incostante? Ecco ancora una cosa che si deve necessariamente lasciare alla prudenza del magistrato [39]: i nostri pratici dicono che le testimonianze di persone condannate a morte non provano nulla perchè sono morte civilmente [40].

Si tratta di una di quelle bestialità che presso di loro sgorgano in abbondanza, ma non è questa la ragione che ce ne danno le leggi [41], che dicono in generale che le persone che conducono una vita infame sono rei convinti di crimini, che hanno cattivi costumi meritano poca fede; e questa ragione è tanto naturale che la si ritrova anche nelle leggi dei popoli barbari del Medio Evo, nelle Ripuarie, le Langobarde, le Allemanne, le Wisigote ecc. [42]

 Io concludo dunque che si può certo ammettere la testimonianza di persone di tal genere, perchè possono dare dei lumi, ma che non si può contare su queste. Il metodo prescritto dalle leggi romane sulla maniera di esaminare i testimoni non solo è l'unico che la ragione e l'equità possono approvare ma anche l'unico col quale si può tirare fuori la verità dalla bocca dei testimoni. Queste leggi(e non parlo solo di quelle del tempo della repubblica ma anche di quelle che si osservavano anche sotto gli imperatori e |anche| sotto i più crudeli e deboli tra gli imperatori) le leggi infine dello stesso Giustiniano, ordinavano che i testimoni fossero esaminati pubblicamente ed in presenza dell'accusato, affinchè egli stesso li potesse interrogare quando il giudice mancasse di fare il suo dovere: e in difetto di ciò tutta la procedura è nulla. L. 17. C de Test., Nov 90. § Scimus [43].

Ma le leggi canoniche, queste leggi inventate dall'interesse e dalla crudeltà, hanno cambiato tutto. La piu forte di tutte le prove è quella che risulta dalla confessione del colpevole. Non parlo della confessione di un pazzo che si denuncia da solo come colpevole di un crimine di cui il giudice non aveva alcun sospetto. Un uomo del genere non merita di essere creduto, a meno che non fornisca prove che diano della verisimiglianza a ciò che depone contro se stesso: unico mezzo per poter prestare fede ad un uomo che |dimentica i doveri| si rivolta contro l'istinto comune a tutti gli esseri viventi e contro la prima legge della natura, al punto di andare a rovinarsi da solo (per così dire) in gaiezza di cuore, in luogo di mettersi in salvo. Non parlo dunque che di quella specie di confessione che un uomo fa al giudice secondo i modi legittimi che il giudice stesso ha saputo impiegare per condurvelo, sia interrogandolo con abilità, sia convincendolo con le deposizioni ed i confronti dei testi. Ci sono dunque motivi per esigere la confessione dell'imputato: l'uno è quando non vi siano sufficienti prove per condannarlo e tuttavia abbastanza indizi per sospettarlo; l'alrtro quando le prove per condannarlo siano sufficienti ma il giudice tuttavia, per maggiore certezza e per sua personale soddisfazione voglia portare il colpevole a confessare il suo crimine [44].

 Le leggi dell'Inghilterra sono incredibilmente crudeli nei confronti dell'imputato che si ostina a non dare alcuna risposta al giudice che lo interroga: Queste leggi che proibiscono la tortura |permettono| ordinano tuttavia in questo caso di far morire un reticente di questo tipo con il più crudele dei supplizi: la ragione di tale atrocità deriva da parecchie altre leggi assurde e inique di questo paese. Vi è una quantità di crimini per i qali le leggi di questo stato ordinano la confisca dei beni [45]. Queste leggi sono inique, come faremo vedere al momento opportunom: un'altra legge prescrive al contrario che la confisca dei beni non abbia luogo in certi casi se non contro coloro che hanno nascosto al giudice i crimini per i quali questa pena è stabilita. È una misera correzione, fatta ad una legge sciagurata. Ma dopo questa correzione si sono trovati dei padri di famiglia che per conservare i beni ai loro figli si sono visti costretti a non rispondere affatto al giudice che li interrogavano su crimini che avrebbero potuto attirare questa disgrazia sulla loro famiglia. Ora, invece di avere dell'indulgenza per persone che mostrano di possedere ancora delle virtù, si è immaginato, per costringerli a rispondere, un supplizio che fa fremere la natura. **

** Quest'uomo (sottoposto all'interrogatorio) viene schiacciato fino alla morte: lo si stende nudo sul dorso: braccia e gambe, legate con corde, vengono bloccate. Successivamente si mette una placca di ferro sul suo stomaco e la si carica di pietre aumentando il peso fino a un certo limite. In questo stato lo si lascia morire a poco a poco di fame, a meno che non si disponga a rispondere al giudice. L'Autore del Trattato dei delitti e delle pene dice molto bene [46] "que celui qui s'obstine à ne pas répondre dans l'interrogatoire qu'on lui fait subir, mérite une peine qui doit être fixé par la loi" ma io non sono più di questo avviso quando aggiunge che "cette peine doit être des plus graves parmi celles qu'elle prononce, afin que les coupables n'evitent pas par là de donner au public l'exemple qu'ils lui doivent" [47].

È naturale riguardare unuomo simile come convinto del crimine che gli viene imputato: ma è al massimo grado contrario all'equità e alla ragione naturale infliggergli per il suo silenzio una pena più severa di quella che richiede il suo crimine: del resto è inutile fare molti sforzi per far deporre un colpevole allorchè il giudice abbia già le prove abbastanza forti per poterlo condannare benchè persista nel negare il suo crimine [48].

 

Note

________________________

 

[1] - Tutto il capitolo sviluppa l'argomento della testimonianza, che è uno dei passaggi fondamentali della riforma proposta dal P. ed anche uno dei suoi temi originali: infatti egli si contrappone sia alle tesi innovative del Beccaria (Op. cit p. 29: "La vera misura della credibilità del testimone non è che l'interesse che egli ha a dire o a non dire il vero") che alla pratica legislativa corrente (es: Cod. Ther. art 33), fondando la riforma procedurale sulla pubblicità dell'interrogatorio del testimone e sulla discrezionalità ed abilità del giudice nel condurlo. (n.d.R.)

[2] - Equivalente del nostro pubblico ministero. (n.d.R.)

[3] - Il P. sia per la circostanze della sua vita che per il suo interesse fu un grande viaggiatore e come molti contemporanei lasciò ampia testimonianza dei suoi viaggi: Cfr. come esempio le lettere(ms. 634 BcTn, un'antologia delle quali è apparsa nel 1993 (Lettere di un viaggiatore filosofo, a cura di G. Pagliero. UCT, Trento. ) e Voyages en différens pays de l'Europe en 1774, 1775, 1776., L'Haye, 1777.) n.d.R.)

[4] - La definizione di pena straordinaria si trova in Const. Ther. Cit. art. 7, § 1: "Die willkürigen und ausserordentlichen Straffen damals eintrette, wenn erstlich das Gesetz auf ein Verbrechen keine gewisse Straffe auf ein Verbrechen ùberhaupt ausgesetzet hat, jedoch ein rechtmässiger, das ist ein in dieser Halsgerichtsordnung enthaltener Niederungs-oder Beschwerungsumstand erheischet, vor der sonst vorgeschrieben ordentlichen Straffe abzugehen. Wo demnach in den ersteren die Bestimmung einer gemessenen Straffe, in dem letzeren Straffall hingegen die Verminder-oder Verscärffung der ordentlichen Straffe auf richterlicher Ermässigung beruhet." (n.d.R.)

[5] - La teoria delle circostanze, sulla quale il P. fonda la necessità di concedere al giudice il potere arbitrario, si trova nella cit. Const. Ther., Art. 33, § 13: " Damit also durch einen Zeugen en halber, und durch zwei zeugen ein vollständig rechtlicher Beweis hergestellt werde, ist erforderlich dass die Aussage der Zeugen nicht auf di blossen Anzeigungen und Umstände der That, sondern auf die Hauptsache der Missethat selbst abgehe." Cfr. anche ibidem Art 11. (n.d.R.)

[6] - Qui si vede l'esperienza forense del Pilati che esercitò l'avvocatura come principale attività di tutta la sua vita. (n.d.R.)

[7] - L'influenza del clima è diffusamente trattata da Montesquieu in Esprit des lois, ad es: L. XIV, cap. 2 (p. 248, vol. I, ed. cit.) (n.d.R.)

[8] - Anticipazione di un argomento che verrà ampiamente trattato in seguito. Si tratta di un tema presente in tutti gli scritti giuridico-politici dell'epoca, trattato in modo simile: cfr. Beccaria C., Dei delitti e delle pene cit. p. 117 e Voltaire, Intorno al libro dei delitti e delle pene, cap. IX, "Degli stregoni" (p. 623 segg. ed. cit. ) (n.d.R.)

[9] - Tipico passo di polemica anticlericale, quale si trova diffusamente in gran parte delle opere del P. Cfr, per le somiglianze il Cap. II: Di una riforma d'Italia (In Venturi F., Il Settecento riformatore, Milano, 1957) (n.d.R.)

[10] - De Lolme: "Histoire de l'Angleterre "cit. (n.d.R.)

[11] - Il P. si riferisce alle crudeltà della rivoluzione inglese, in particolare sotto i re Giacomo II Stuart e Guglielmo d'Orange. (n.d.R.)

[12] - Traité des Délits et des Peines, §8 della traduzione francese. (n.d.A.)

[13] - C: Beccaria, Dei delitti e delle pene § VII p. 30 ed. cit. "Egli è punto considerabile in ogni buona legislazione il determinare esattamente la credibilità dei testimonii e le prove del reato" (n.d.R.)

[14] - Il P. entra nel vivo dell'argomento in polemica non solo con il Beccaria ma anche con la altove approvata Constitutio Theresiana che dedica l'art. 33, molto analitico, proprio a quest'argomento ("Von Beweis der Missethaten durch Zeugen"). Alla precisione della legge contrappone l'esperienza ed il "gros bon sens" del giudice. (n.d.R.)

[15] Cfr. Montesquieu, Esprit des lois, L. XXVII, c. 34, p. 262, Vol II, ed. cit. "Les témoins, dit Beaumanoir, doivent dire leur témoignage devant tous. Le comentateur de Boutillier dit avoir appris d'anciens praticiens et de quelque vieux procès écrits à la main, qu'anciennement, en France, les procès criminels se faisaient publiquement, e en une forme non guére différente des jugements publics des Romains: Ceci était lié avec l'ignorance de l'écriture comune dans ces temps là... Les procédures devinrent donc secrètes lorsqu'il n y eut plus de gages de bataille. Tout etait public: tout devint caché: les interrogatoires, les informations, le recolement, la confrontation, les conclusions de la partie publique; et c'est l'usage d'aujour d'hui. La première forme de procéder convenait au governements d'alors, comme la nouvelle était propre au gouvernement qui fùt établi depuis."

[16] - Cfr. Codice Teresiano, art. 33, § 6, che esclude dalla testimonianza, oltre ai parenti fino al terzo grado e gli affini fino al secondo anche gli amici, i dipendenti e le persone obbligate da doveri. (n.d.R.)

[17] - L. 13, II de Testibus.(n.d.A.)

         - La Lex Remmia (o Memmia) è citata da Cicerone Pro Sexto Roscio Amerino §19, 55 (p. 233 Orazioni di Marco Tullio Cicerone, Vol. I. a cura di G. Bellardi, Torino, 1983.) Puniva i calunniatori. Se ne ignorano l'autore e la data. Nel § 57: "Sin autem sic agetis, ut arguatis aliquem patrem occidisse neque dicere possitis aut quare aut quomodo, ac tantum modo sine suspicione latrabitis, crura volo nemo suffringet, sed, si hos bene novi, litteram illam cui vos usque eo inimici estis ut etiam Kal omnis oderitis, ita vehementer ad caput adfigent ut postea neminem alium nisi fortunas vestras accusare possitis." Sulla fronte dei calunniatori si imprimeva a fuoco la lettera K(iniziale di Kalumniator) Al § 20: "Accusatores multos esse in civitate utile est ut metu contineatur audacia: verum tamen hoc ita est utile ut ne plane illudamur ab accusatoribus... Quare facile omnes parimur esse quam plurimos accusatores, quod innocens, si accusatus sit, absolvi potest, nocens, nisi accusatus fuerit, condemnari non potest; utilius est autem absolvi innocentem quam nocentem causam non dicere": A Roma non c'era la pubblica accusa, quindi gli accusatores tenevano il luogo di testimoni. (n.d.R.)[18] - L 3 D. de Testibus. (n.d.A.)

[19] - Lex Julia judiciorum publicorum di Augusto, parallela alla omonima "judiciorum privatorum" riordinatrice della procedura privata. La legge citata regolamenta il processo pubblico delle Quaestiones (iniziativa del processo rimessa ad un privato, quisque de populo, mentre il compito della giuria è limitato ad una pronuncia giudiziale in merito alla colpevolezza o meno dell'accusato). Con le leges Juliae risulta determinato un certo numero di illeciti criminosi (crimina) perseguibili tramite giudizio pubblico (judicium publicum) davanti alle giurie, sanzionati da pene legislativamente prefissate, di natura personale e patrimoniale. (n.d.R.)

[20] - cfr. Valerius Maximus, L. 8, c. 5; Plinio, l: 8 c. 40;Plutarco, Vita di Marcello. (n.d.A.)

[21] - Cfr. Valerius Maximus L. 8 (n.d.A.)

[22] - I nomi di illustri Romani, aggiunti al margine prima di quello di Catone, sono in ordine alfabetico come un elenco scolastico Questa caratteristica e il concetto dell'inattualità della legge romana si ritrovano nel capitolo sui Difetti delle leggi romane in L'esistenza della legge naturale del P. (n.d.R.)

[23] - Il P. segue da vicino il Codice Teresiano: Art. 27, § 7; "Der Zeug von seher grossen Ansehen und Glaubwürdigkeit", Art. 32, § 2: (un solo testimone costituisce una semiprova) "Ad convictionem rei duobus opus est testibus, singularitas testium vim plenae probationis non obtinet." (n.d.R.)

[24] - Concetto della massima importanza nella giurisprudenza tedesca: cfr. la definizione del Sonnenfels: "Grundsätze der Polizey Handlung u. Finanz", Wien, 1804, p. 229, § 176: "Die persönliche Sicherheit ist der Zustand, vorin für die Personen nichts zu befürchten ist." (n.d.R.)

[25] - I crimini sono elencati nello stesso ordine dalla Theresiana, artt. 83, 92, 96, dove viene precisata quella figura che il P. qui chiama "vol du grand chemin": de rapina, depraedatione seu Robbaria (weiche di Leute auf freien Gassen und Strassen mit öffentlichenoder auch nur einem geringeren Gewalt aufgreiffen, und ihre Sachen berauben, machen sich eines Strassenraubes schuldig, ob sie gleich dieselbe an ihrem Leib und Leben nicht beschàdigen.). L'elenco contiene i cosiddetti crimini atroci, puniti con pena di morte aggravata. (n.d.R.)

[26] - L'incompatibilità tra denunciante e testimone si trova in Ther., art. 33, § 6: "Die Angebere, und Denunciante, nach Massgab der in dem 28 einkommenden Anordnung". (n.d.R.)

[27] - Il coniuge era considerato sempre testimone inattendibile: cfr. Ther. Art. 33, § 6, riguardante la categoria degli "Untüchtige Zeugen" (n.d.R.)

[28] - Anche qui il P. segue la Const. Theresiana, art. 29, § 7: "Zu mehrerer der Sache Erläterung ist zu merken dass in kleineren halsgerichtlichen Verbrechen, die keine Leibs-oder Lebensstraffe auf sich tragen, wenn der Beschuldigte genugsam angesessen oder ein unangesessener gleich alsobald hinlämgliche Verbùrg -und Versicherung leistete, wider\sonst wohl verhaltene und bekannte Leute mit der gefànglichen Verhaftung gar nicht fürzugehen seye: wo nicht etwann die Gäfengniss zur Straffe selbst vorgenommen wird." (n.d.R.)

[29] - Queste alternative al carcere, riservate a persone nobili o comunque note, sono elencate anche nella Const. Theresiana, art. 29, §§ 4, 5, 6. n.d.R.)

[30] - Cfr. C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, cap. VII: "Indizi e forme di giudizi", pp. 25, 26, per quanto riguarda la teoria delle prove analoga a quella del P., e p. 30, nota 1, per il giudizio sui criminalisti. "Presso i criminalisti la credibilità di un testimonio diventa tanto maggiore, quanto più il delitto è atroce. Ecco il ferreo assioma, dettato dalla più crudele imbecillità. "in atrocissimis leviores coniecturae sufficiunt, et licet judici jura transgredi... i legislatori (tali sono i giureconsulti autorizzati dalla sorte a decidere di tutto e a divenire, di scrittori interessati e venali, arbitri e legislatori delle fortune degli uomini)... trasformarono i gravi giudizii in una specie di giuoco in cui l'azzardo e il raggiro fanno la principale figura." (n.d.R.)

[31] - La distinzione tra giureconsulti teorici e pratici, luogo comune degli scrittori di cose giuridiche del tempo del P. (oltre al citato Beccaria cfr. anche Montesquieu: De l'esprit etc., L. XXVIII, c. 53, p. 276. vol. II, ed. cit. ) "Lorsque on vit naître des praticiens et des jurisconsultes, les pairs et les prud'hommes ne furent plus en état de juger". Lo stesso P. (Introduzione a Ragionamenti intorno alla legge naturale e sul diritto di dividere la confessione di un criminale civile, Venezia 1766,) accenna a "due sette di legali che nuocciono alla giurisprudenza: quelli che si occupano di sola teoria e quelli che si occupano di sola pratica." L'argomento è molto antico: forma infatti, tra l'altro, il tema della discussione del L. I. De oratore di Cicerone: Antonio difende il pratico e Crasso il tecnico. (Opere retoriche di Cicerone, a cura di G. Norico, Vol I, § 55, p. 217, Torino, 1976.) (n.d.R.)

[32] - Il Digesto, 22, 1-5 tratta delle testimonianze in generale (n.d.R.)

[33] - Tipici esempi di "chicane" messe in opera dai pratici, che corrispondono ai "suppòts de justce qui ne devaient point rendre justice" di cui tratta Montesquieu in L'esprit des lois cit., L. XXVIII, c. 34, pp. 263-264, vol. II. (n.d.R.)

[34] - La confessione extragiudiziaria è considerato indizio sufficiente per l'arresto nella Const. Ther. crim. cit., art. 29, § 12. - Dato che il P. mostra in più luoghi di condividerne il pensiero, i criminalisti sensati potrebbero essere Holger e gli altri membri della commissione che ha elaborato questo codice. (n.d.R.)

[35] - Il P. riassume qui tre argomenti già trattati in precedenza e presenti in Montesquieu, op. cit. L. XII. c. VIII. (n.d.R.)

[36] - C. Beccaria. "Dei delitti e delle pene", cit. p. 28. "La vera misura della credibilità di lui non è che l'interesse che egli ha a dire o non dire il vero; onde appare frivolo il motivo della debolezza nelle donne, puerile l'applicazione degli effetti della morte reale alla civile nei condannati, ed incoerente la nota d'infamia negli infami quando non abbiano alcun interesse di mentire. n.d.R.)

[37] - Già la Const. Ther. Crim. già citata non fa alcuna differenza tra le deposizioni di testimoni uomini o donne: Art. 33, § 4: " Die Zeugen müssen aber tauglich, und untadelhaft sejn, worunter auch die Weibsbilder zu verstehen sind." (n.d.R.)

[38] - Cfr. Montesquieu Ésprit cit. L. XIV, cap. 2, (p. 248, vol. I): "Approcher des pays du midi, vous croirez vous éloigner de la morale méme des passions plus vives multiplieront les crimes."

[39] . Stessa cosa nella Const. Ther. crim. art. 34, § 13: "Wo aber sich zutrüge dass der Sager sein Angeben und Besagung zuletzt widerruffete da ist zu erwegen ob es solchen Widerruf aus guter Ursache und zu Erleichterung seines Gewissens getan habe? oder ob selbe wahrscheinlichermassen nur verstellt, zu Verschonung des Besagten oder auf Jemandes Anlernung beschehen seyn möge? Ersterens Falls höret die Beschuldigung des Besagten gänzlich auf, wenn er in anderweg nicht beschweret ist, letzeren Falls hat der Richter vernünftig zu ermessen: ob die von dem Sager angezeigte und wahr erfundene Umstände gestaltenen Dingen nach, nicht gleichwohlen eine redliche Anzeigung wo nicht zur Tortur doch aber zur weiteren Nachforschung des Angezeigten zurücklassen?" (n.d.R.)

[40] - Cfr Beccaria, Dei delitti e delle pene, cit. p. 29 "Egli è morto civilmente, dicono gravemente i peripatetici giureconsulti, e un morto non è capace di alcuna azione." (n.d.R.)

[41] - Le leggi 3. 14. 15. 18. 20. 21 D. De testibus.(n.d.A.)

[42] - Cfr. Montesquieu, L'Esprit, cit. L. XXVIII, cap. 13, p. 225: "La loi des Francs Ripuaires avait tout un autre esprit: elle se contentait des preuves négatives: et celui contre qui on formait une demande ou une accusation, pouvait, dans la plupart des cas, se justifier, en jurant, avec certein nombre de témoins, qu'il n'avait point fait ce qu'on lui imputait... Les lois des Allemands, des Bvarois, des Thuringiens, celles des Frisons, des Saxons, des Lombards et des Bourguignons furent faites sur le méme plan que celles des Ripuaires ". Anche C. XIV, p. 226: "Je prie qu'on lise les deux fameuses dispositions de Gondeband roi de Bourgogne sur cette matiére: on verra qu'elles sont tirées de la nature de la chose. Il fallait, selon le language des lois des barbares, ôter le serment des mains d'un homme qui en voulait abuser." (n.d.R.)

[43] - Vedi <Gundling in Gundligian. part. § osservazione 4 che fa vedere l'ignoranza dei Pratici al riguardo dell'interpretazione di queste leggi. (n.d.A.)

         - Nikolaus Hieronimus Gundling professore a Halle, dove successivamente insegnò anche il P., seguace di Thomasus con qualche influenza leibniziana, relativamente importante solo nell'ambito della scuola germanica. Si ricordano la sua Jurisprudentia naturalis Halle, 1715, e Jus naturae et gentium Halle 1728.

[44] - Tutto il passo ricalca da vicino l'Art. 32 della Constitutio Theresiana Criminalis: §1 (p. 5 dell'ed. fotostatica) "Sine legitima confessione aut convictione nemo poena ordinaria potest affici"; § 10: "Ersteren Falls, da einer aus Unfernunft, Verwirrung oder Ueberdruss des Lebens sich selbst fälsisch angäbe, oder aus solcher Ursache eine von anderen ihme gezihene Missethat auf sich bekennete, und sodann die Bekanntniss falsch zu sein befunden würde, so ist derselbe nicht allein wegen der nicht begangenen That halbes gänzlich strafflos zu halten, sondern bewandten Umständen nach, ihme zu seinem Hülffe mit Geist-und weltlichen Mitteln beyzuspringen". §11: "Secundo casu, tametsi confessio vera esse possit, deficientibus tamen aliis indiciis confessum iterum dimittendus, donec indicia sufficientia emerserint." § 30:" "Abstinendum ab omnibus dolosis persuasionibus"; § 33 "Sin vero pertinax vel omnino non, vel non apposite responderet, modo legitimo ad id compellendus est: Inoltre si può confrontare il Progetto Martini (Westgalizisches Gesetzbuch -WGGB, 1795) (in P. Harras von Harrasowski, Der Codex Theresianus und seine Umarbeitungen, Vol. V, Entwurf Martinis Wien, 1886)" § 29: Das Recht sein Leben zu erhalten, ove tale diritto è annoverato tra i cosiddetti diritti innati. (n.d.R.)

[45] - La confisca dei beni è rifiutata dai giusnaturalisti in quanto pena non naturale: cfr. tra gli altri, Montesquieu, Esprit, L. V, cap. 15, Vol. I, p. 73, ed. cit. ) "Dans les états modérés... les confiscations rendraient las propriété des biens incertein; elles détruiraient une famille, lors quìil ne s'agirait que de punir un coupable: e C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, p. 66, ed. cit.: "Le confiscazioni mettono un prezzo sulle teste deo deboli, fanno soffrire all'innocente la pena del reo, e pngono gli innocenti medesimi nella disperata necessità di commettere i delitti." Voltaire: Le prix de la justice et de l'humanité" (In: Oeuvres complettes, 1860, Tome V, p. 417: "Cette jurisprudence, qui consiste à ravir la nourriture aux orphelins et à donner à un homme le bien d'autrui, fùt inconnue dans tot le temps de la republique Romaine." (n.d.R.)

[46] - § 10 nella traduzione francese (n.d.A.)

[47] - Beccaria: Dei delitti e delle pene, p. 35, ed. cit.: "Finalmente colui che nell'esame si ostinase di non rispondere alle interrogazioni fattegli, merita una pena fissata dalla legge, e pena delle più gravi che siano da quelle intimate, perchè gli uomini non deludano così la necessità dell'esempio che devono al pubblico. " La posizione del P. si discosta in due punti da quella del B: Considera l'imputato che non confessa come convinto del reato che gli si attribuisce, ma teme che la pena per la reticenza superi quella per il crimine di cui è imputato. (n.d.R.)

[48] - Cfr. Beccaria, op. cit. p. 36: "Non è necessaria questa pena quando sia fuori dubbio che un tal accusato abbia commesso tal delitto, talchè le interrogazioni siano inutili nella istessa maniera che è inutile la confessione del delitto quando altre prove ne giustificano la reità." (n.d.R.)

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Ultimo aggiornamento: 11 ottobre 2011