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Edizione di riferimento:
La bella Camilla, poemmetto di Piero da Siena, pubblicato per cura di Vittorio Fiorini e Tommaso Casini Bologna 1892, presso Romagnoli Dall’Acqua libraio editore, · Edizione di soli 202 esemplari ordinatamente numerati Bologna n. 182 ‒ Regia Tipografia
Edizione “Fiorini”
Edizione “Bonghi”
Il codice palatino 359 (E. 5. 5. 33) della regia Biblioteca Nazionale di Firenze, già noto agli eruditi per le descrizioni del Palermo [1] e del Gentile [2], sono di quei libri di varie letture, di cui tanto si compiacevano i nostri buoni antichi; « un zibaldone. », come vi scrisse innanzi un suo proprietario quattrocentista, Lorenzo Morelli, « un zibaldone perché tratta di più cose differenziate »: e infatti si apre con le Eroidi ovidiane volgarizzate in ottava rima da Domenico da Montocchiello e si chiude con una picciola dottrina estratta dall’enciclopedia di Brunetto Latini; tra le quali differenziate scritture trovan luogo poemetti e cantari di piacevole lettura, e le sentenze morali in rima di maestro Guidotto; e dopo i famosi sonetti scambiati tra Castruccio Antelminelli e Giovanni Lupari l’Epistola di san Bernardo a Raimondo di Chateau·Ambroise sull’economia domestica, e una larga scelta di rime amorose, dantesche, petrarchesche e boccaccesche. In mezzo a tale materia, che con la sua varietà dimostra i gusti letterari dei popolani fiorentini al principio del secolo XV, si trova il poema della Bella Camilla, o come dice la didascalia iniziale il Cantare di Camilla, in otto canti d’ottave rimate secondo il gusto prevalente nell’epica semipopolare dell’ultimo trecento e del primo quattrocento. Questo poema rimasto sinora inedito piacque or sono molti anni, ai tempi lieti della goliardia fiorentina, all’amico Vittorio Fiorini; il quale, trattane copia accuratissima e raffrontato il testo assai diligentemente con altri codici di cui avrò a riparlare, lo diè a stampare per questa Scelta di curiosità letterarie, delizia e cura allora del compianto Francesco Zambrini. E il poema fu presto stampato, con fedeltà che ora sembrerà eccessiva alla grafia del codice palatino, scelto a fondamento dell’edizione; indulgendo così l’amico a quel metodo che chiamavamo diplomatico e che è, più che altro mai, uno strazio degli occhi e degli orecchi: ma allora questo era l’andazzo comune, e sottrarvisi poteva apparire audacia, senza ottenere lode di temperanza. Fortunatamente però anche quell’andazzo passò presto, e se qualcuno rimase a deliziarsi nel riprodurre fotograficamente i codici, parve ai più che si dovesse tornare al buon metodo antico, quello cioè che dava libri leggibili, senza rispetto per le sconciature ortografiche o per gli spropositi materiali dei copisti: fortunatamente, per ciò che riguarda l’utile vero di questi nostri poveri studi, ma con disgrazia grande della Bella Camilla; la quale, sebbene stampata, corse il pericolo di restare inedita. Poiché l’amico Fiorini fu svogliato, credo io, dal compiere l’opera quasi condotta a termine, non tanto da altri studi ai quali si mise e dalle cure dell’insegnamento della storia da lui professato con ardore e perizia singolarissima, quanto del vedersi innanzi nella stampa una troppo Fedele imagine del codice antico, una grafia che non è più quella cui sono abituati i lettori moderni, e forse anche qualche erroruzzo che si sarebbe potuto senza fatica emendare. E non ci fu verso di trargli fuori la prefazione necessaria al poemetto; e quando l’editore lo stringeva a ciò, additò me come colui che doveva far da padrino alla neonata: e alle insistenti richieste dell’uno e dell’altro ho dovuto pur rendermi, sebbene la materia, sulla quale ero invitato a scrivere, forse alienissima da’ miei studi presenti. E dell’essermi arreso al desiderio dell’amico e dell’editore, spero che non mi daranno censura gli eruditi ai quali così viene innanzi questo antico poema; e se invece di un’illustrazione della Bella Camilla, dotta e compiuta quale potrebbero darla il D’Ancona o il Koelher, dei cognati e dei dispersi miti per le selve d’Europa indagatori, troveranno in queste pagine alcuni magri e scarsi cenni biografici e bibliografici, non mi biasimeranno, sentita la candida istoria del presente volume.
Gli otto cantari della Camilla non sono del tutto ignoti agli studiosi della letteratura trecentistica; poiché il Wesselofski, nella sua dotta illustrazione della Figlia del re di Dacia, ne diè un’analisi diligente e compiuta [3]; tanto, che per non rifar male ciò ch’ei fece benissimo, mi par opportuno riferirla qui, quasi con le proprie parole dell’ erudito russo [4].
Seguendo il costume dei poeti epici, l’autore principia con un’ invocazione (canto 1,1):
Altissimo Signor del regno eterno,
sostenitor dell’umana natura,
che discendesti giù del ciel superno
a ricever per noi morte sí scura,
concedi grazia al poco ch’io discerno
e alla mente mia acerba e dura
che ’l mio imaginar venga in effetto,
lodando te agli uomin dar diletto.
Amideo, re di Valenza, largo, cortese, pieno prudenza, ha per moglie una duchessa Idilia di Pietra Belcolore, la qual parea di paradiso un’agnolella. Nell’occasione del nascimento della figlia Camilla, egli fa bandire un torneo, al quale fra molti altri accorrono Beltramo, re d’Inghilterra con un ricco seguito, e i re di Spagna e di Brettagna. Fatto il battesimo, s’imbandiscono le tavole e segue la festa, più splendida che non farebbe il re di Francia (c. I, 22):
a’ giocolar fu fatta ricca mancia,
contenti furon con ogni altre gente.
Un cornatore annunzia per il giorno seguente la giostra: il re Beltramo (c. I, 24):
domane in campo sarà sanza storpo
con chi giostrar vorrà a corpo a corpo.
I fatti d’arme continuano per due giorni, e Beltramo ne esce vincitore. Intanto i convitati partono, dando agio al poeta di cantare le laudi di Camilla (c. I, 34-37):
Camilla bella fu oltre misura:
per grazia di Dio parve che l’avesse:
ch’ella fu tanto di sottil natura.
nulla fu mai che me’ di lei imprendesse:
allo ’mparare a legger nun fu dura:
la madre volle che tanto vi stesse
che diventò di scienza sí pratica
ch’alquanto sapea far dell’arte magica.
Vedendo che imparava arte diabolica
la madre dallo stulio la partiva;
fatto se ne sarebbe una gran cronica
del ben parlar che di lei si faceva:
tutto il reame di sua bontà romica,
in tanto pregio Camilla saliva:
ella reggendosi in atto maschile
di femina ogni cosa avea a vile.
Per lei servir tenea molti donzelli,
femine seco non volea vedere,
e dilettavasi in cani e in uccelli:
tre schermidori incominciò a tenere
a lei insegnare e certi damigelli
di gran lignaggio e di gran podere;
la sera cavalcava e la mattina:
di questo diventò maestra fina.
A Dio e al mondo era sí graziosa,
chi la vedea pareali esser beato;
ella si dilettava in ogni cosa,
a giostra andava come uomo armato;
di natura era forte e poderosa.
Perseverando questa a modo usato,
portava della giostra onore e pregio:
così in arme montò in alto pregio.
Tale educazione, un po’ singolare anche per tempi eroici, era pur necessario imaginar che fosse data a Camilla, altrimenti le sue prodezze posteriori, quando sarà travestita da uomo, sarebbero poi sembrate inverosimili in una tenera fanciulla. Intanto la madre Idila si ammala, e a giacere si puone con gran pena; ma prima di morire si fa promettere allo sposo (c. I, 42):
Se Gesò Cristo l’anima mi toglie,
signor mio, giuratemi per fede
di non prendere in vostra vita moglie
ch’ella non sia più bella di mene.
Lo giura Amideo; ma, rimasto vedovo, riescono vane le sue ricerche per trovar una donna che di bellezza somigliasse alla defunta moglie (c.I, 46-47):
Disse lo re: « Dopo che Dio m’ ha tolto
colei che mi togliea ogni tormento,
la figlia mia che pare un gilio d’orto
vo’ torre, e sarà salvo il saramento
ch’io feci al corpo ch’ò di vita sciolto ».
Mandò per lei sanza tardamente;
com’ella giunge, disse alla primera:
« Bella figliuola, i’ ti vo’ per mogliera ».
Camilla bella gli rispuose: « Quando
vogliàn noi questo parentado farei
Se vuoi, padre, io sono al tuo comando,
e subito facciam sanza indugiare ».
Con vaghe risa disse motteggiando,
credendosi ella co’ lui motteggiare ;
ma quando certa fu di tale errore
gli occhi levò al vero creatore.
Non giovano le sue preghiere; vedendola renitente e non curante delle minacce (c. I, 48: « tu di’ contra il muro, che te né morte una paglia curo »); il padre la prende per i biondi capelli ed alza la spada per volerle dare.
Ma un angelo del cielo discende,
e parla al re in persona della figliuola
(c. II, 3-6):
Sostien la spada e nommi ferir, padre,
ch’ io son acconcia a fare il tuo volere;
con certe condizioni però:
Ma d’esta cosa ordinar vo’ la festa
nanzi che sia ad ognun manifesta.
Il re rispose: « Sposa mia novella
fa ciò che vuoi omai come reina ».
Al re rispose la gentil pulzella:
« Cavalcare ch’io voglio domattina;
vo’ gire a stare a quella rocca bella
che si chiama la Rocca della Spina,
dove a tre parti il mare intorno batte,
dall’altra parte gran fortezze fatte.
Io voglio adagio ogni cosa fornire,
voi qui dal vostro lato fornirete;
co’ baron vostri potrete venire
o come moglie a casa mi merrete ».
Il re rimane contento delle sue disposizioni; ed ella, andata in camera, dopo una breve preghiera al Signore, chiama un fratello di latte, che avea nome Manbriano (gli altri testi, Mabramo, Mabriano) ed era stato insieme con lei allevato.
Chiusasi con lui in camera, prima lo vuole mettere a prova (c. II, 10·11):
« O Manbriano, e’ ti convien morire!
Tanto gridar vo’ ch’io ci farò trare
tutta la corte e anche il padre mio;
dirò che m’abbi voluta sforzare,
però ch’ io sono tutto il suo disio;
le carni a pezzi ti farò levare,
non te ne potrà atare altro che Dio ».
E que’ che l’ ode con paura tremando,
rispose alla donzella lagrimando.
Udite le sue proteste e trovatolo leale ed a lei Fedele, la fanciulla lo fa giurare alle sante guagnele di tenerle il segreto, e d’ ubbidir sempre alla sua intenza; poi gli narra le insidie del padre. Il giovane consiglia un pronto rimedio; legansi insieme con sacramento: dopo il quale Manbriano viene mandato da Camilla a richiedere al padre cinque carri di fino oro e la gente per accompagnarla nel viaggio alla Rocca della Spina. Consentendo il re partono il giorno di poi di buon’ora (c. II, 20·21):
E tanto cavalcò in veritade
ch’ella giunse alla Rocca, e dentro entròe
ella e chi volle, e gli altri ne mandòe.
Giunta che fu costei, ch’ha il viso bello,
subitamente disse a Manbriano:
« Un nobile vestir senza cappello
a guisa d’ uomo tu e io facciano;
un marinaio truova sanza zimbello
ch’abbia buon legno, e via ce n’andiàno
in sì stran luoghi, disse la donzella,
che di noi qui ma’ non torni novella ».
Manbriano eseguisce il comando, trova nel porto un marinaio ch’avea nome Ricciardo, e accordatisi con lui s’ imbarcano una notte sulla sua galea, dopo aver tramutati i loro nomi: Camilla prende il nome di Amadio, e Manbriano si fa’ chiamare Fedele. Nella galea miser tesoro e assai vestimenti, la fornirono per quattro anni di vettovaglia e di tutto ciò che era opportuno, se lor bisognasse, a combattere.
Il giorno stesso della partenza di Camilla il re viene a ritrovarla nel castello, e risaputo del fatto si muore di dolore ed il suo corpo è dai baroni portato a Valenza e sotterrato a grandissimo onore. Fatto parlamento, i baroni e le dame prendono il partito che la fanciulla si ricerchi e che intanto qualcheduno guardi per lei il reame.
Amadio frattanto navigava (c. II, 30) :
. . . « in giù, verso il ponente
menami là, verso la Schiava gente »,
comanda ella a Ricciardo; finché, dopo un mese di viaggio, fortuna li porta in un bel paese che si chiama l’Isola Sicura, tenuta dal re Alfano. Mentre eglino si riposano sul lito, vi viene, come era uso di fare, la figlia del re, Bambelina (i codici Banbellina, Babelina), con gran brigata (c. II, 34):
E questa nobilissima era usata
venir con donne e co’ molti stormenti;
di cavalier menava gran brigata,
facea lor fare giostre e torniamenti.
Ell’era fortemente inamorata
d’un bel donzello nato di sue genti:
per cagion di potere a lui parlare
prese in usanza questa festa fare.
Veduto Amadio addormentato presso una fonte d’acqua dolce, Bambelina se ne innamora, e ponesi in cuore di averlo per marito. Destati dal sonno, Amadio, Ricciardo e Fedele si ristringono insieme e vogliono ricondursi verso la galea, ma Bambelina li rassicura e tutti d’accordo tornano verso la fontana, ove eran già tesi tre padiglioni (c. II, 40):
E tesi v’ eran già tre padiglioni
e di stormenti n’avea gran sonate;
sellati v’ avea destrieri e ronzioni.
per giostrar v’era gente apparecchiata;
e la donzella senza tardagioni
comandò che la giostra sia cominciata;
Babelina nel padiglione entrava
con Amadio, e gli altri fuor lasciava.
Mentre i cavalieri giostrano, Bambelina assedia Amadio di amorose proposte; ma ei si scusa dicendo d’esser figlio di un villano e d’essere ammogliato, e per di più incapace per natura di darle l’amor diletto: Bambelina invece lo minaccia di morte se non cede al suo desiderio, e volendo abbracciarlo, ne riceve una gotata. Dopo tanta ingiuria, la fanciulla esce scapigliata dalla tenda, racconta come costoro l’hanno voluta vituperare e comanda a’ suoi cavalieri di metterli a morte, sanza dimoro. In questo mentre Fedele, che aveva udito il colloquio del padiglione e le minaccie di Bambelina, dice a Ricciardo che vada al legno, ed egli ed Amadio s’armano di spade e di scudi mandati loro dalla galea. Segue una zuffa, nella quale Amadio e Fedele, dopo mirabili prove d’arme, sono sopraffatti dalla forza e, presi, vengono condannati alle forche: l’amore di Amadio è posto a condizione della loro salute.
La sorella giunge alla marina ove stavasi Ricciardo, il quale fatta schierare la sua gente viene in aiuto ai giovani, li libera e tutti insieme combattono. Ma già accorre sul campo il re Alfano, chiamato dalla figliuola e come Amadio vede la gente ch’egli adduce si rivolge in orazione a Cristo, laghrime versando in su l’arcione, e pregandolo che scampi lei ed i suoi compagni dall’ imminente pericolo): (c. III. 9-11)
Cosí dicendo al mar parve una segna
tutta vermiglia colla croce bianca:
sopra grandi e bellissimi destrieri
di fuor n’uscia una brigata franca
di mille cinquecento cavalieri.
armati tutti ben, se ’l dir non manca,
coverti a bianco, ellino e’ destrieri:
e stretti stretti, presti più che lontre
alla gente del re si fece incontre.
Del re Alfano la gente si fermòe,
come vide venir questa brigata;
sotto sua insegna sua gente schieròe
subitamente su nella spianata.
Un bianco cavalier si mosse, andòe
ad Amadio con questa ambasciata:
« Racco’ tua gente e vattene in galea,
e noi lascia far qui questa mislea ».
Cosí fanno, e mentre la gente del re Alfano fugge spaventato, Amadio ed i compagni s’imbarcano, ringraziando il Signore che con sua gente gli avea difesi.
Approdano ad un porto, a capo del quale era un bel castello, ove Amadio per medicare alquanti inaverati, piglia albergo per un mese. Era in quel porto un gran marchese (c. III, 20):
Una sua figlia avea d’ amor perduta,
di lei facea cercare ogni paese.
Appena saputolo, Amadio, imaginando d’ esser la persona cercata, subito si mette in mare coi suoi, e navigano finché un dì arrivano a un ricco monastero. Qui la badessa s’innamora d’Amadio, ma è da lui respinta.
Ritornato in mare, egli conta la cosa a Fedele ed a Ricciardo (c. III, 26):
Ricciardo allora rispose e favella:
« Ed io vi giuro alle sante guagnele
che se ella me avesse invitato
sarei stanotte con lei albergato ».
Una burrasca sopravenuta rompe gli alberi ed il timone, e la galea è presso a calare a fondo. Già ( c. III , 29 )
d’ Iddio e dei santi e anche le Marie
dicon que’ marinar le letanie,
poi si confessano a vicenda e si spogliano di vesti per meglio poter nuotare; onde
(c. III, 34):
per non veder ignuda quella gente
turossi il viso Amadio di presente.
Poi facendo orazioni si flagellò tanto con una catena, che delle reni avea rotto una vena, di modo che fu forza a Fedele toglier stoppa nuova ( c. III, 41 ):
e d’una sua camicia ne fe’ fascia
e quella stoppa involta in chiaro d’uova,
ponendola poi sulla ferita.
Cosí andarono due dí e due notti in balia del vento, finché non furono veduti da un porto e campati dalla rovina, attaccata co’ raffi la galea ad altri legni che la condussero a salvamento. La galea con tutto l’arnese fu data in guardia ad un Polidoro, mentre i feriti si curavano. Quando si sono riavuti, Ricciardo viene a ragionare con Amadio, che gli dice di non aver più bisogno de’ suoi servizi, come che sia dentro al ponente tanto arrivato che mai di lui non si saprà novella; d’altra parte esser sua intenzione di lasciare il mondo e farsi frate. Fanno i conti, ed Amadio gli dà per il servizio prestatogli mille libbre d’ oro. Partito Ricciardo, Amadio compra un palazzo che stava a capo del porto ed avea nome il palagio d’Orfino: vi trasporta le sue robe, e il destriero a gran pena salvato dalla burrasca, chiamato Bianca Spina; prende a vestire molti donzelli ed a far corte bandita con letizia. Segue la descrizione del paese, ove Camilla era arrivata (c. IV, 14 e segg.):
Primieramente il porto si chiamava
per tutta gente il porto di Leanza,
e la città che lo signoreggiava
era d’ una gradissima possanza;
questa città le sue mura girava
trenta due miglia, truovo, per certanza;
ella avea nome la grande Aquilea,
la qual distrusse Antola giudea.
Questa città sotto di sé avia
tutto Frigoli colla bassa Magna
e le tre parti della Schiavonia;
di là dell’Istria questa compagna
confinava verso la Lombardia,
ancor tenea la pitetta Brettagna,
la qual di là con la Magna confina,
di là tenea la Puglia con Messina.
La signoria d’essa città possente
era del mondo delle quattro parti;
dentro abitava grande e molta gente,
uomini gentili e mercatanti d’arti:
molto fornita è abondevolmente,
niente per invidia erano isparti:
come fratelli s’amava ciascuno,
desiderando ognuno il ben comune.
Signori, il libro e la storia mi dice
che questa terra si regge a signore
per uno che avea nome il re Felice,
benigno e giusto e pieno d’ ogni onore;
ed ecco la ragion che costui lice
da tutti esser servito per amore:
che mille anni avea signoreggiato
il sangue suo di chi costui era nato.
Seguono in due altre strofe le laudi del re Felice; era sui cinquanta anni e la sua donna stata già fontana di biltade ne aveva quaranta, figliuola del re d’Erminia; ed avevano una figlia bellissima di nome Cambragia, tanto bella che non formò mai Dio sí bella cosa.
Amadio, chiamato a corte, si dice figliuolo d’un ricco castellano e che aveva voglia di servire qualche grande signore; onde invitato dal re si rimane con lui ( c. IV, 25 ):
Dentro alla corte di costui usava
una fanciulla fuor di sua memoria
che gran diletto alla gente dava:
ov’ella fosse si vivea con gloria,
e alcun’ora costei profetizava
di cose, ch’aveníen, dice la storia:
Bacchibella avea nome sanza difetto.
di Chambragia era tutta il suo diletto.
Appena veduto Amadio (c. IV, 39),
E Bacchibella non istette in forse:
ratta che fu in sul palagio montata,
subitamente alla donzella corse,
e con gran risa l’ebbe salutata;
queste parole a lei di botto pòrse :
« La gonnella ch’ài indosso sí frangiata,
vuomela dare, gentil damigella,
sed io ti dico una buona novella? »
Cambragia le rispose: « Anima mia,
con ciò e sanza ciò te la vo’ dare,
pur che tu voglia la mia compagnia,
e alquanti dí con meco dimorare ».
E Bacchibella sí le rispondia:
« Or ti conforta e non ti sgomentare,
che in nostra corte un donzello è aparito,
che fia nostro signore e tuo marito ».
Al parlar della folle, Cambragia diventò più vermiglia che grana: poi, chiamata a sè Viola Bianca, figlia d’un nobil barone, le comandò che in compagnia di due cavalieri andasse dal re (c. IV, 43):
Di’ che doman, se ’l tempo non mi stolle
voglio ire a uccellar con sua parola;
e come giugni a lui, sanza sogiorno
guarda che fa o chi li sta d’intorno.
Parte Viola e ritorna tutta sbalordita e fuor della memoria: amore le ha tolto il cuore e datolo ad Amadio. Cambragia cerca di consolarla ( c. IV, 47 ):
« Confortati, domani il meneremo
a uccellar co’ noi per lo tuo amore;
venir faròllo in sul tuo palafreno;
aconcial ben, chè poi sempre nel core
viver potrai contenta, donzella,
sed e’ cavalca doman la tua sella!»
La sella e ’l fren cavalcando, di lui
sempre in tua vita ti ricorderai,
o del gran ben che tu vuoi a costui,
l’arcion toccando, ti ricorderai».
Ella rispuose a lei cogli occhi bui:
« Troppo sfacciata sarei se mai,
bella donzella, a seder mi ponesse
sopra la sella dond’egli scendesse.
Ma se da voi, donzella, io òe
grazie doman che mia sella cavalchi,
vostra Fedele a voi sempre saròe,
ma’ non sarà ch’ io di fede vi manchi;
come fia sceso, d’or la copriròe,
e po’ se saran d’amor mie’ sensi stanchi,
la sella e ’l freno, dama, riguardando,
scampo sarà di mia vita ch’a bando ».
E cosí di fatti segue; ma, veduta la bellezza d’Amadio, Cambragia dimentica Viola, che ne diventa gelosa, ed ella stessa s’infiamma d’amore per il creduto donzello (c. IV, 55):
Passando piani e monti e larghe fosse,
e la donzella sempre fiso il guata,
e la sua gran città tutta la mosse,
sí che di lui è forte inamorata:
amor con suo forte arco la percosse,
più che Viuola è di lui impazzata;
e per lo gran disio che al cor le tocca,
giurò quel dí di baciargli la bocca.
Dimorando in cotale oppenione
una boce gridò: « Guarda, guarda! »
ed ella vide a scendere un falcone,
di mano uscire a una bastarda
e cadde in terra com’uno aquilone.
Amadio il soccorse, e più non tarda,
la donna il vide, tosto dietro andòlli,
l’uccello atando la bocca baciolli.
Sorpreso di quel bacio inaspettato, Amadio chiama Fedele ed a lui sale in groppa, ed ambedue s’allontanano.
Intanto Viola si lamenta trovando vuota la sella del suo palafreno ed ito via l’amato: la sella e la briglia, involte in un bel drappo, vengon da lei riposte sotto chiave. Amadio si lamenta con Fedele pel nuovo laccio tesogli dall’amore: Fedele lo conforti colla considerazione che Cambragia (c. V, 18)
. . . . è grande e tosto arà marito,
e ’l padre suo fuori la manderàne.
Ma Cambragia ha risoluto di non prender altro marito fuor d’Amadio (c. V, 22):
Cambragia un dí penando pensòe:
« Il padre mio darmi marito aspetta:
se duca o conte o re data saròe,
star sotto lui mi converrà sugetta,
niuno albitro più che voglia aròe,
avendo costui che ’l mio cuor diletta,
e’ sare’ donna ed io sarò signore,
e viverò contenta a tutte l’ore ».
Il re Felice, fatto parlamento col duca Astorre, signore del ducato di Baviera, aveva già altrimenti deciso delle nozze della figliuola, cioè (c. V, 24)
ad alcun nobil duca di mandarla,
giovane e bello, pien d’ogni ardimento,
che Carlo Valoroso nome avia,
genito primo del re d’Ungheria.
Mandano Amadio che annunzi a Cambragia la loro venuta: va di mala voglia, facendosi accompagnare da Fedele, che gli deve promettere di non mai partirsi del suo lato. Sentita la sua venuta, Cambragia dice a Viola che introduca Amadio, se egli è solo; ma questa fu talmente sgomentata dalla vista del suo diletto ( c. V, 29 )
Che non si ricordò di fuor lasciare
la compagnia, sí come le fu detto;
e lui e gli altri sí v’ebbe a menare;
e per serare l’uscio stava in volo
credendosi che a lei venisse solo.
Quand’ella li sentì in sulla sala
levò allora via sua oppenione.
ed Amadio potè fare in pace la sua ambasciata. Vengono il re ed il duca, ma le loro proposte sono respinte da Cambragia. Sono queste le ragioni che ella adduce (v. V, 41 ):
Padre mio diletto, caro e umano
la voglia di mio cor ti vo dicendo:
lo mio reame per un altro strano
non vo’ lasciar per altro gir caendo;
ch’ un bel proverbio in verità si truova,
che meglio è la via vecchia che la nuova.
Io non intendo per me s’abandoni
per verun modo ch’esser mai potesse;
perché se morte co’ suo’ forti troni
io maritata a voi mi togliesse,
converrebbe che de’ nostri baroni
che l’un di lor la corona prendesse;
e s’ io fossi dal mio signor rasa,
io non potre’ poi ritornare a casa.
Però intendo esser qui maritata
a uno che ’l cuor mio contento sia,
e da voi voglio esser incoronata
con colui che m’arà in sua balía,
e s’ io sarò poi di lui vedovata,
io rimarò donna di casa mia;
sempre rejna, e poi s’ i’ mi voròe
a simil mo’ me rimariteròe.
Padre, io so quel che far ragione adita:
come fa molte volte l’uom ch’è folle,
tal viver crede assai che la sua vita
prima che non si crede morte il tolle.
Se al primo uom ch’i’ sarò stabilita,
se più di me in vita Idio lo volle,
rimangasi signor senza fallare,
e lassi poi il reame a chi li pare.
Infine vuole prender marito a sua scelta, povero o ricco che si sia. Il padre lo fe’ sapere a’ suoi baroni, perché niuno poi lo riprendesse, o gli desse biasimo del fatto. Tutti accorrono: Gualfardo di Soave (Schwaben, Svevia); il re di Buemia con quel di Chiarentana; quel d’Osterlichi (Oesterreich, Austria) con Valdifredi conte di Gorizia; Schirialto conte di Tirale (Tiral Tirolo) con il gran marchese di Brandeburgo; il duca di Tocca e di Lombardia, insomma tutti i vassalli del re. Vedendo Amadio cosí bello, i baroni prendon sospetto ch’egli sia il drudo di Cambragia, ed indignandosi all’idea di dover vivere sotto un signore villano, vogliono disfarsene in una giostra.
Ma Cambragia, conosciuta la loro intenzione, prega un gran castellano del Friuli, che avea nome Ruscialto, perché in caso di bisogno venga in aiuto al cavaliere ( c. VI, 5 ),
Che per cimiero in su l’elmo lucente
e’ porterà una manica d’oro
Ruscialto promette e si parte; e Cambragia fa chiamare Fedele, gli dice (c. VI, 9):
. . . . . Maestro di colui
che sarà mio signore a dritto e a torti,
segretamente, sanza dire altrui,
vo’ che domani per mio amore porti
questo elmo sopra de’ begli occhi suoi.
E Fedele consente, e quando torna a casa, ode il cornatore bandir il torneo per il primo giorno del mese che viene; lo sente Amadio e chiede di armarsi ( c. VI, 20 ):
E ragionando qual donzel gagliardo
subitamente fra loro apparie
il marinaio fortissimo Ricciardo,
che si fe’ frate, il primo che n’uscie
dell’ordin; questi che non è codardo,
in opera di guerre non s’udie;
non potendo soffrir senza dimora,
della regola quel baron uscí fuora.
Gli fanno liete accoglienze i compagni; ma già il tempo preme: ricordatisi delle proposte dell’innamorata fanciulla (c. VI, 22),
Ricciardo e Amadio, menando festa
a Cambragia mandò per fornimento
per tre baroni; ed ella sanza resta
dielli a un modo ricco fornimento,
salvo il cimier che porteranno in testa:
di questo fece lor divisamento:
il primo un can bianco come vivoro,
un gru l’altro, e ’l terzo una manica d’oro.
Partendosi Fedel co’ doni accorti
la dama il prese e disse : « Amico mio,
Giura di far che la manica porti
lo mio diletto, il qual chiamo Amadio ».
Ed e’ giurò con sacramenti forti
di contentar di ciò il suo disio;
tornando ad Amadio con questo arnese
disse: « Comprato l’ò alle tue spese ».
Tutti i tre si presentano, vestiti a verde, colle divise della manica, del cane e del gru; fanno prove meravigliose; e quando i baroni, avvedutisi che una manica mancava alla figliuola del re e che quella appunto serviva d’impresa ad uno dei verdi cavalieri, si muovono d’accordo contro costoro con grida di morte. Ruscialto viene loro in aiuto col suo drappello. L’onore del torneo è dato a quello che aveva la manica d’oro ( c. VI, 47 ):
Giunto il re con quella c’ha il viso gaio,
anzi che fosse il campo sguernito,
Disse gridando: « Tràne carta, notaio,
ched io questo baron vo’ per marito ».
Quel ch’era bello più che ’l fior di maio,
delle percosse era di sé uscito;
e il notaio disse: « Vuo’ la tu, donzello? »
ed e’ disse di sí, e dielle l’anello.
Il re padre quasi crede di scoppiare, quando nel vincitore e nel futuro marito della figliuola riconobbe il suo famiglio; od Amadio, rinvenuto, non sapea cosa fare; e disse di Cambragia (c. VI, 51):
O padre, questa è la vera crudel doglie,
quando saprà che di femina è moglie.
Il re ed i baroni fecero vedova festa, cioè dimostravano allegrezza di fuori e dentro aveano tristezza; Ricciardo all’incontro menava grande festa e non sapea spiegare il dolore e il pianto di Fedele. L’incertezza in che quelli della corte si trovavano quanto alla condizione ed al paese d’Amadio, fe’ venir un pensiero a Luigi marchese di Brandeburgo: introdurre nascosamente un suo nano sotto il letto dei novelli sposi, perché (c. VII, 8)
In questa notte il donzel sovrano
alla donzella sanza tardagione
a lei contarà che non fu villano,
brieve diralle tutta sua nazione.
Lasciati soli gli sposi, Cambragia viene inverso Amadio e comincia dolcemente ad abbracciarlo; quando lo vede bagnare il viso di lagrime e non profferir parola, prende a domandarne la cagione ed a consolarlo ed a fargli dei rimproveri, perché, vedendola cotanto innamorata non abbia abbandonata la corte, che ella si sarebbe in qualche modo consolata. Amadio le confessa la verità e conta la sua storia, dopo aver avuto parola da lei di non palesarla ad alcuno. Ma venuto il giorno, il nano, che aveva udito tutto, lo dice al marchese. Intanto Bacchibella, la folle, viene a congratularsi con Cambragia, ed a chiederle il pattuito regalo della gonnella (c. VII, 42):
Po’ disse a lei: « Mezzo hai il cor contento:
e non che ’l terzo giorno sia venuto
sicura sta’ e non aver pavento
che ’l tuo cuore avrà il voler compiuto:
grazia ti farà Dio a compimento,
creder mi puoi per quel ch’è avenuto.
La gonnella mi dà sanza fallire,
donzella bella, ch’io me ne voglio ire ».
Il marchese rivela al re quel che ha udito dal nano; ma Cambragia, dimandata di ciò dal padre, nega recisamente (c. VII, 47):
E disse: « Padre, il tuo fermo cervello
parmi perduto coll’altra memoria,
e il vostro forte cuor fatto è d’uccello.
e vo’ incontra com dice la storia
d’ un savio che ’mpazzò, a dire il vero,
che credea che la quercia fosse un pero ».
Sentendosi sí forte rampognare, il re s’accende di grande sdegno; e prendendo commiato da lei dichiara (c. VII, 48):
Domane intendo di ciò prova fare.
Infatti fa bandire a tutti i suoi cavalieri, ch’egli si sente male (e. VII, 52),
e per cessare questa briga fella,
tutti in brigata al bagno n’anderemo
e questa notte sí ci bagneremo.
Amadio non può disdirsi, e parte accompagnato da Fedele e da Ricciardo, i quali armati giurano d’impedire ad ogni modo che il re Felice possa chiarirsi della verità.
Il re fa andar un bando, che tutti si spoglino ignudi, come fa egli stesso, e lo dice anche al genero; ma ( c. VIII, 3 )
disse Ricciardo: « Sire, e’ non ha rogna,
sí che al donzello bagnar non bisogna ».
E Luigi Marchese irato avaccio:
« E vànne, disse ad Amadio, ardito;
spogliati per amore sanza impaccio,
far ti conviene questo a ogni partito ».
Allor Ricciardo il prese per lo braccio
e nel bagno il gittò tutto vestito:
tutto vestito andonne insino al fondo
per tal virtù il gittò il baron giocondo.
Il re sdegnato per l’oltraggio fatto al marchese, dà ordine alla sua gente che sia per forza ciascuno spogliato; ma nessuno ardisce toccarli, armati come sono. Allora (c. VIII, 8)
il re comanda per la lialtade
che son sottoposti al suo giuramento
a tutti a tre senza conteso o piato
ched e’ si levin le spade dallato.
Costoro lo fanno e vengono spogliati; già Camilla è denudata fino alla camicia, quando una leonessa calda e rabbiosa gettasi tra la gente, e fa tutti fuggire. Solo Camilla s’avanza verso di lei affinché la divori; ma la fiera si trae indietro (c. VIII, 14):
Ricciardo né Fedele niuno mai
non si partí dal damigello un’oncia;
la lionessa che prima contai
in verso un bosco a fuggire s’acconcia,
e Amadio traendo gran guai
drieto le corse colla faccia broncia,
e’ suo’ compagni di rieto a lui giro,
e all’entrar del bosco lo smarriro.
Dice Amadio alla bestia in caccia:
« Tu che divori le bestie selvagge,
dè, volgi in vèr me la scura faccia,
non mi far correr più per queste piagge,
che mi divori prego che ti piaccia ».
Correndo ella fuggia da tante ragge
che ogni suo senso per gridar fu lasso:
vide la bestia saltar sopra un sasso.
E Amadio che con dolor si scampa,
ferma che fu, andò là prestamente :
ed ella alta levò la dritta zampa
e cominciò a parlar dolzemente,
e disse: « Tu, c’hai dentro mortal vampa,
sappi per verità, figlia piacente,
ch’io son l’agnol di Dio a te mandato
per la gran pazienza c’hai portato.
Per lo gran mal che del padre fuggisti
e per la pazienza de’ tormenti
vuole Iddio padre che grazia n’acquisti,
che tu femina se’, maschio diventi ».
Poi il segnò cantando li salmisti.
Allor si scosson suo’ membri soventi:
cantata e fatta la divozione,
Camilla bella trovòssi garzone.
Segue il ritrovamento dei compagni che la credevano divorata, e la prova del bagno, ove frattanto la brigata del re fa ritorno e che più non dà a temere a Camilla, divenuta garzone; poi la gioia di Cambragia, e la roba pregiata data a Bacchibella in grazia della sua profezia. Bianca Viola, che si moriva d’amore per Amadio, vien confortata da lui e data in moglie a Manbriano. Ricciardo sposa una duchessa; Ruscialto è fatto signor d’un reame da Amadio, il quale, andato in Valenza, ed ivi riconosciuto, subito fu posto in sedia reale, e morto il re Felice gli succedè sul trono. Vive felicemente (c. VIII, 48):
Poi acquistò tre figliuoli e due figlie,
ciascun più bello che giglio fronzuto;
d’arme fe’ più battaglie e maraviglie,
molto acquistò del reame perduto.
Un dí aparver bandiere vermiglie
d’un che recò tributo; sostenuto
avea molti anni per forza e valore:
e l’arrecò a costui per amore.
Questi avea nome Anselmo marchese,
corsier del mare e sir d’Isola Bruna;
e quando tal novella fu palese,
maravigliò della città ciascuna
gente, più che se fessene sospese
di scurità il sole colla luna:
cosí sua terra e altri per amore
tosto si dieron al novel signore.
Qui ha termine l’azione e il poema si chiude con un accenno ad un nuovo asempro che il poeta promette a’ suoi uditori, con questa ottava finale (c. VIII, 51):
Ecco l’asempro, ch’è per ben servire
a Cristo padre, ch’è signor verace.
di nulla cosa si può me’ venire
chi porta al mondo la suo’ vita in pace:
a questa storia io fo fine al dire
e penserem d’un’altra più verace,
ed io vi renderò di ciò diletto:
Cristo vi guardi d’ogni rio difetto.
Cosí finisce il poema: e il Wesselofsky all’analisi che son venuto ormeggiando fa seguire un’acuta osservazione: « se l’autore, egli dice, pensava ad una storia più veridica, gli è che quella or da lui raccontata, più non sembrava vera né a lui né agli uditori ». Ma chi era cotesto poeta che pazientemente avea distesa per otto lunghi canti la storia della donzella mantenutasi pura in mezzo a tante e tanto scabrose avventure? La risposta non ce la danno, come in molti altri simili casi, le didascalie dei codici, che si limitano a indicar la « storia d’Amadio » o il « cantare di Camilla »; e accennando ai codici, intendo di quelli veduti e studiati dal Fiorini [5] che furono tre:
A ‒ il palatino, già ricordato in principio,
B ‒ il laurenziano, pluteo lxxviii, 23,
C ‒ il laurenziano, pluteo xlii, 28 ;
questi ultimi due, almeno nella parte che contiene il nostro poemetto, scritti nel secolo XV e di mani popolaresche. Forse i copisti non aggiunsero altre indicazioni perché il nome dell’autore era espresso più volte nel poemetto ch’essi venivano trascrivendo. Infatti, seguendo l’uso degli altri cantastorie del tempo suo, anche il poeta della Bella Camilla amò nominare sé stesso nel licenziarsi dai lettori o dagli ascoltatori in fine dei tre primi cantari. Così chiude il primo dicendo (c. I, 49):
Or come la donzella si difese
voi l’udirete nell’altro cantare,
e della storia tutto il suo mestiero:
al vostro onor questo ha rimato Piero;
il secondo (c. II, 55):
E come della morte li scampòe
nell’altro vel dirò che voi il sappiate,
e come li cavò di sì gran pena:
al vostro onor questo fe’ Pier da Siena;
il terzo (c. III, 44):
Dove arrivò costei col viso bello
nell’altro dire fia la novelletta,
e ’l dove e ’l come fortuna arrivolla:
al vostro onor Pier da Siena rimolla.
Nei codici B e C questi versi appariscono modificati, certo in servigio dei recitatori che volevano farsi credere autori di ciò che venivan cantando sulle piazze. Il recitatore, cui appartenne il codice B, limitò questa alterazione al primo cantare, terminandolo assai goffamente: al vostro onor questo ha rimato il fiero; ma nel seguente, sebbene la rima non lo comportasse, trasferì il verso finale del primo cantare: Al vostro onor questo ha rimato Piero; e nel terzo rimutò leggermente: Al vostro onor questo Piero rimollo; si contentò insomma nell’uno e nell’altro di toglier via l’indicazione della patria. Invece il recitatore, cui serviva il codice C, nascose pensatamente l’autor vero, con queste chiuse, nel primo: E della storia tutto il suo affare, Al vostro onor compiut’ho ’sto cantare; nel secondo: Nel terzo canto vi dirò la mena; e nel terzo: Al vostro onore nell’altro dirolla. Chi ha qualche famigliarità coi manoscritti dei nostri cantari di piazza sa come siano frequenti consimili alterazioni delle ottave finali; e la ragione è manifesta: il popolo di Firenze, per esempio, poteva ignorare il nome e i poemi di un rimatore di Siena; e al recitatore fiorentino o venuto di Siena a Firenze importava di far passare per suoi i cantari d’un altro, perchè più fruttuosa riuscisse la colletta che ad ogni nuovo cantare si ripeteva.
Ad ogni modo ne abbiamo abbastanza per affermare autore della Camilla Piero da Siena; poiché la mancanza di un’esplicita dichiarazione nei cinque ultimi canti non ci può far pensare a un diverso autore di questi: l’affermazione, per dir così, della proprietà letteraria ripetuta in fin di tre canti, era più che sufficiente, e sarebbe riuscito increscevole ed inutile il riprodurla fino all’ultimo. E poi l’unità del racconto, e la identità dello stile e del fraseggiare, e la verseggiatura sempre uguale dicono pur qualche cosa, e ci assicurano che chi compose i primi tre fu pur l’autore degli ultimi cinque canti.
Ma chi fu questo Piero da Siena? e in qual tempo venne rimando questo poemetto di Camilla, che ebbe fortuna tra il popolo nostro sempre desideroso di nuove fantasie? Chi si limitasse a cercare la risposta negli otto cantari potrebbe dire assai poco; poiché da essi null’altro si può ricavare se non che l’autore era un buon cristiano (perché non sono sempre formule consacrate dall’uso le preghiere delle ottave iniziali), e forse popolano, almeno a giudicare dalla sua scarsa coltura letteraria (le rimembranze dantesche non s’oppongono a ciò), e doveva fiorire in tempi non molto lontani da quei del Boccaccio e del Pucci, poiché le sue ottave arieggiano, nella verseggiatura e nello stile, quelle dell’epica somipopolare fiorita nella seconda metà del secolo xiv. So non che altre rime, altri cantari che vanno sotto il nome di Piero da Siena ci mettono in grado di dir di lui e dell’esser suo qualche cosa di più che dalla Camilla non si ricavi. C’è anzitutto un sonetto assai divulgato nelle miscellanee d’antiche rime, Non trovo chi mi dica che sia amore, del quale un codice estense e uno vaticano [6] fanno autore Pietro da Siena; col qual nome non oso affermare che sia indicata la persona del cantore di Camilla, sebbene la cosa sia più che probabile. C’è in un codice laurenziano, di provenienza senese [7], un breve capitolo ternario contenente la tradizionale enumerazione delle varie specie di frutta; e in fronte al capitolo, che è spigliato e vivace più che l’argomento pedestre non mostri di consentire, anzi si chiude con un brioso dialogo quasi colto dal vero sulla piazza del mercato, è notato: Versi di Pietro Cantarino da Siena [8]; parole che a prima vista sembrano darci il casato dell’autore, ma che non devono essere se non il riflesso d’una più esatta designazione: Pietro canterino. Nello stesso codice si legge anche un lunghissimo capitolo d’argomento morale, accanto al quale Celso Cittadini, stato in possesso del manoscritto, segnò: di Pietro cantarino da Rapolano; forse perché ei l’aveva trovato in alcun altro testo con questo nome: e poiché Rapolano è nel contado senese, nulla vieta di credere che questa data dal Cittadini fosse un’altra maniera onde si denominò il poeta della frutta [9]. Poi abbiamo un poemetto in tre cantari sulla morte e sui funerali di Gian Galeazzo Visconti, conte di Virtù e signor di Milano [10]; il quale si chiude con questi versi :
Cantare i’ non vo’ più, ma sie palese
che quel che questo fe’ nacque senese;
L’uno dei due codici ove è contenuto lo attribuisce a Pietro Cantarino da Siena. Finalmente il codice stesso ci ha conservato intero un Papalisto in tre capitoli, dove l’autore parla di sè in questa guisa:
Signor per poner fine al parlamento
vo’ che il mio nome manifesto sia [11]
poi c’ho fatto la rima e questo invento;
Correndo gli anni ch’i’ dissi di sopra
mille quattro cento, diece agiunto,
a’ nove di di giugno finii l’opra.
Quaranta e tre, trecento e mille a punto
nel dì vigesimo primo settembrino
fra gli altri vivi i’ fui nel mondo assunto.
E so’ chiamato Pietro Cantarino
da Siena nato e ’l mio padre da Strove
mastro Vivian figliuol di Cursellino.
Or ch’i’ ho finite queste cose nuove
i’ prego nostra donna gloriosa
che ci conduca, quando andiamo altrove.
Al suo figliuol che in ternità si posa [12].
Che il Papalisto e il cantare sul conte di Virtù siano opera della stessa persona non può esser dubbio: che Pietro Cantarino sia tutt’uno con Piero da Siena, a me pare probabilissimo, per le conformità di stile, di espressioni e d’altri particolari che si possono notare fra il poemetto di Camilla e quello pel signore di Milano. Citerò, tra le molte, lo studio che nell’uno e nell’altro appare di Dante. Nella Camilla le espressioni e rimembranze dantesche non sono rare; e son di questo genere (c. III, 44 ):
Corda non partí mai da sé quadrello,
che andasse come la galea in fretta,
similitudine foggiata manifestamente su quella dell’Alighieri (Inf. viii, 13):
Corda non pinse mai da sè saetta
che sí corresse via per l’aere snella
com’ io vidi una nave piccioletta
Venir per l’acqua verso noi in quella ecc.
Il poema sul conte di Virtù ha in fine una protesta di veridicità fatta con dantesche parole (cfr. Inf. xvi, 124 e segg.) :
Dante che scrisse non com’uom che sogna con dolce riprension sì mi riscuote, che dicie: « al ver c’ha faccia di menzogna de’ l’uom chiuder le labbra quanto puote però che sanza colpa fa vergogna » e non si crede sue veracie note: però, signori, i’ non ò detto intero a ciò che più credenza abbi il mio vero.
Le altre somiglianze appariranno manifeste a chi voglia più minutamente raffrontare i due poemetti; raffronto ch’io per me ho fatto, ma sul quale non m’intrattengo per evitar tanta noia ai lettori.
Se coteste somiglianze non ingannano, sarebbe adunque un nuovo nome da aggiungere alla storia letteraria dell’ultimo trecento, quello di Pietro di Viviano da Strove, nato nel 1343 e vissuto sin oltre il 1410; stato, come ci apprende un documento recentemente pubblicato, famiglio ai servigi del comune di Siena almeno sino al 1398 [13]; chiamato Canterino, forse appunto dal mestier suo di rimare e recitar per le piazze cantari di gusto popolaresco, quali sono i due della fanciulla perseguitata [14], e dei funerali viscontei; vissuto in Toscana e fors’anche per qualche tempo in Lombardia [15] e meritevole che il suo nome si segni negli annali della poesia più cara al popolo italiano. Il Fiorini, disseppellendo la Bella Camilla, ha rinfrescata la memoria del cantastorie senese, il quale ben meritava di esser tratto dall’obblio, se non altro perché delle sue scarse attitudini artistiche ci compensano la materia tradizionale e i particolari storici de’ suoi poemetti: io, facendogli da compare, ho il rincrescimento di non aver potuto donare all’amico se non queste pagine, delle quali gli eruditi lettori della Scelta scuseranno la tenuità in grazia della buona intenzione che fu di non lasciare inediti i cantari già stampati.
1 Aprile 1892.
T. CASINI
Note
________________________
[1] I manoscritti palatini di Firenze ordinati ed esposti, Firenze, 1853, vol. I, pp. C31-C32 C47-652.
[2] I codici palatini descritti, Roma, 1889, vol. I, pp. 554-559.
[3] Novella della figlia del re di Dacia. Pisa 1886, pp. LXVII e segg.
[4] Qua e là ho aggiunto alcuna cosa all’analisi accurata del Vesselofsky; e ho cercato di ridurla a maggior conformità col testo edito dal Fiorini, eliminando le differenze provenienti dalla diversità dei codici seguiti dall’erudito russo. Per esempio, egli dice che otto giorni dopo la partenza di Camilla da Rocca della Spina, vi giunse il re Amideo; forse perch’ei lesse al c. II, 28. 1, Era Camilla d’otto dì partita in vece di Era Camilla detto dì partita, come portano B e C.
[5] Di altri due codici, l’uno conservato a Siviglia, l’altro a Venezia nella Marciana, il Fiorini ebbe notizia quando già era compiuta la stampa del poemetto.
[6] Di sul codice estense il sonetto fu pubblicato dal Cappelli (cfr. Zambrini, Op. volg. col. 944). Il vaticano è quello segnato col n. 1793 del fondo Regina, e poichè si tratta di un codice non ancora studiato, qui traggo il testo del sonetto:
Petrus de senis quid sit Amor
Non trouo chi me dicha che sia Amore,
Ov’el dimora et di che cosa è nato:
Amor non è, se no’ un nome usato,
quel che la zente appella per Signore.
Non so perché la zente stia in errore
né perché el sia da la zente dotato;
mostrar ne volo com’ è adventurato
et in lui non è forza né vigore.
Tre cose sum in una concordancia
che redrizano il corpo in suo potere;
queste tre signorezano lo core:
veder, piacer di core et desianza.
De ste tre cose nasce uno volere
elle dicono la zente essere Amore.
[7] È il Laurenziano Acquisti 137, di sul quale il ternario delle frutta è stato or ora pubblicato dal signor F. Novati nel Giornale storico della letteratura italiana, vol. XIX, pp. 58-63. Il signor Novati, che nella notizia promessa al ternario ha parlato del « bagaglio poetico del canterino senese », non ha conosciuto di lui che il Papalisto e il Cantare dei funerali viscontei; essendogli sfuggito ciò che già il Wesselofsky aveva scritto della Camilla e del suo autore. Voglio avvertir ciò perché mi dà occasione di ricordare al signor Novati ‒ il quale già mi rimproverò acerbamente di non aver conosciuto, anzi di non aver potuto trovare sebben la conoscessi, una dissertazione del Voigt, a proposito di un corrispondente del Petrarca, e non contento ai rimproveri volle aggiungere parole scortesi — che non si è mai abbastanza dotti da tenersi sicuri d’aver tutto veduto e di tutto sapere. Ond’egli ‒ se la natura gliel consente ‒ sia un po’ più guardingo nell’avvenire, e non si lusinghi d’avere il monopolio dell’erudizione italiana.
[8] Avverto che il codice Laurenziano è scorrettissimo, anche nel testo del ternario.
[9] Si veda in proposito di quest’altro ternario ciò che scrive il mio carissimo F. Flamini nel suo ottimo libro su La lirica toscana del Rinascimento ecc. Pisa, Nistri, 1891, p. 658.
[10] Ne parlano il Moreni, Bibliografia storico ragionata della Toscana, Firenze, 1805, tomo 1, p. 288; il Litta, Famiglie celebri italiane, famiglia Visconti; l’Ilari, biblioteca pubblica di Siena, Siena, 1844, tomo I, p. 218; e il De Angelis, Capitoli dei disciplinati ecc. Siena, Porri, 1818, dando, questi ultimi, indicazione non esatta del codice senese che contiene il poemetto; che è nella Biblioteca comunale di Siena, segnato C. V. 14. Fu pubblicato da A. Bartoli, I manoscrtti italiani della biblioteca nazionale di Firenze, Firenze, 1883, tomo III, pp. 127 e segg. di sul codice magliabechiano n. III, 332, dove è senza nome d’autore.
[11] [leggi: scopra]
[12] Questi versi del Papalisto sono tratti dal citato codice senese. Altri testi meno corretti sono i Riccardiani 2723 e 2755, e il Magliabechiano II, II, 82.
[13] I Priori di Siena deliberarono il 15 luglio 1398 che un loro famiglio (unus famulus) accompagnasse per il territorio senese dominum Nicolaum de Lauda, e deputarono a ciò civem infrascriptum, videlicet Petrum viviani vocatum Pietro Cantarino; cfr. Giorn. st. cit., XIX, 57.
[14] Sui rapporti tra la Camilla e il ciclo leggendario della fanciulla perseguitata è da vedere ciò che scrive il Wesselofsky nella citata prefazione.
[15] Si può credere che le stanze 54-55 del canto III, dove Pietro da Siena ricorda quanti discacciati di lor terra avessero trovato rifugio presso Gian Galeazzo Visconti, ed esprime la speranza che la duchessa e i figliuoli seguitassero l’uso del defunto principe, contengano qualche cosa di personale. Però dal fatto che Pietro descrive con sí minuziosi particolari le pompe funebri in onor dei Visconti, non è lecito arguire ch’ei lo vedesse con gli occhi propri; poiché in più luoghi fa intendere di aver verseggiata una relazione scritta di quei funerali solennissimi; relazione che sarà stata forse l’ordo funeris I. G. vicecomitis edita dal Muratori. Rer. Ital. script., vol. XVI, 1026 e sogg.
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