PIERO DA SIENA

LA BELLA CAMILLA

Poemetto

edizione Bonghi 2010

Edizione di riferimento:

G. Carducci, Conversazioni critiche, 4° Migliaio, Casa editrice A. Sommaruga e C. Roma, Via dell’Umiltà. ‒ Palazzo Sciarra, 1884. Roma ‒ Tipografia dell’Ospizio di S. Michele in esercizio di Carlo Verdesi e C.  

Edizione di Giuseppe Bonghi con l'adozione di una grafia più rispondente ai canoni del Trecento e a quelli adottati già nel corso dell'Ottocento dai critici che hanno curato le edizioni di Romagnoli.

pubblicato per cura di Vittorio Fiorini e Tommaso Casini

Bologna 1892, presso Romagnoli Dall’Acqua libraio editore, · Edizione

di soli 202 esemplari ordinatamente numerati Bologna n. 182 ‒ Regia Tipografia

LA BELLA CAMILLA

Comincia il cantare di Camilla

 (COD. Palat. c. 5. 5. 33.)

Introduzione di Tommaso Casini

Edizione "Fiorini"

Primo chantare

I.

Altissimo signor(e) del regno eterno,

sostenitor dell’umana natura,

che discendesti giù del ciel superno

a ricever per noi morte sì scura,

conciede grazia al poco, ch’io discerno

e alla mente mia acerba e dura

che ’l mio inmaginar venga in effetto,

lodando te agl’uomin dar  diletto.

II.

Tu se’ tanto benigno e grazioso,

ch’ io spero del mio dire aver vittoria,

sich’ io a voi, signor, col cuor gioioso

vo’ rinovare una antica storia;

nessun  di voi ci fia tanto oçioso,

che udendo non s’alegri in sua memoria;

se m’ascoltate di core il mio dire,

farovi d’amor tutti invigorire.

III.

Ora al nome del vero creatore

vo’ cominciar della storia sua intenza

d’un che·ssi lasciò vincer dall’amore:

Re fu del gran reame di Valenza

e fu un tempo benigno signore,

largo, cortese, pieno di pruenza;

questi ebbe nome lo re Amideo,

che un tenpo visse buono e poi fu reo.

IV.

Qvesto re Amideo ebbe per sposa

una duchessa  Pietra Belcolore,

la quale ebbe nome Idilia amorosa;

per v(a)ghezza la prese quel signore,

tanto la formò Idio legiadra cosa,

poi la menò con grandissimo onore,

di giugnio, il dí di messer san Giovanni;

giovane era ciascun di quindici anni.

V.

Se mai vidi che niuna fosse bella,

questa mi pare che·lla fosse dessa:

parea di paradiso una agnolella,

tanta auea Idio ( illei ) biltà comessa:

tvtto i’ reame di costei fauella,

tante bellezze à in se questa duchessa:

molta allegreza fra lor si radoppia,

dicendo: ‒ non fu mai sì bella coppia!

VI.

La prima notte, quando andaro a letto,

com’ è vsanza tra marito e moglie,

e’ s’abracciaron co molto diletto

e·ll’uno e·ll’altro contentò sue voglie

e fu il lor disio con tanto effetto,

che la natura loro (o)nor non toglie,

che ingravidò quella rosa fiorita:

al tempo e alla stagion fe’ una cita.

VII.

Re Amideo, quando intese il fatto,

alla reina subito n’andava

in zambra e abracciolla al primo tratto

e poi la domandò com’ella stava;

( disse ): ‒ i’ sto bene sanza alcun baratto;

‒ e di ciò il vero Iddio ne ringraziava ‒

po’ disse: ‒ signor mio, fa tua stima

che·ffemina è questa genita prima.

VIII.

Benché femina sia, nulla tristeza,

poi che à voluto Idio, non ce ne diamo:

che noi sian pien di tanta giovineza,

se insieme alquanto (tempo) noi viviamo,

de’ maschi aremo co molta belleza;

e pure Idio della uita preghiamo:

preghiamo ancora la madre verace

che·cci conduca con onore in pace.

IX.

Mentre che il re parlò colla reina

le camerier non fecion dimorata [1]:

co molta festa recar la fantina,

di fini drappi ad or tutta fasciata;

ella parea una rosa di spina;

alla reina in braccio l’ànno data;

la reina, vedendola sí bella,

uolsesi al re e in tal modo fauella:

X.

‒ Poi ch’e·lla fante di tanta biltade,

per lo mio amor ti priego, signor mio,

festa facciam di sua nativitade;

con reverenza significa a Dio

che·cci mantenga in tanta degnitade,

quanto donato ci à al parer mio:

così m’aiuti Idio, padre giocondo,

più cara l’ò che tutto l’or del mondo.

XI.

Lo re rispose: ‒ donna d’onor degno,

vita mia dolce, speranza mia cara,

o chiara luce del mondo sostegno,

per te mia vita sanza duol ripara;

se ne dovesse andar tutto il mio regno

niuna cosa mi sarebbe amara.

Prese comiato e da·llei si partia

dicendo: ‒ i’ ti contenterò, anima mia!

XII.

Al tempio d’oro il re fe’ grande oferte

di buoi (e) di cavalli e di castroni,

per lo reame le novelle aperte

subito manda a·ttutti i suo’ baroni;

di gran destrieri, d’arme e di couerte

tutti s’asettar sanza tardagioni,

d’orrevoli vestir non furno avari,

tre Re vi venor per esser conpari.

XIII.

Lo primo, che del suo reame mosse,

fu Re Beltramo, signor d’Inghilterra,

con cavalier, cavalli, insegne rosse,

e mille furon cavalier di guerra,

perchè nullo di lui più orrevol fosse;

missesi avanti armati per la serra:

cento destrieri poderosi e atanti

con trenta palafren furon davanti.

XIV

Di quindici anni cento cavalieri,

tutti di gentil sangue istratti e nati,

sei robe feron per un que’ guerrieri

per dare a que’ che buffon son chiamati;

a selle basse in su bianchi destrieri

sali(r) gli fece, tutti disarmati;

questi legiadri cavalier novelli

menò quel re, perchè fuson donzelli.

XV

Del suo reame avea venti baroni;

di molte robe eran co·llui vestiti;

e di molt’altri forti canpioni

avea fra costor d’amor fioriti;

sparvieri, bracchi, girfalchi e falconi

da fini uccelatori eran nudriti;

con molte carra d’or, se·Ddio mi vaglia,

et molta salmeria e vettovaglia

XVI

Alla reina Idilia, sua comare,

recò per don quindici rica anella:

(f)è una bella croce lavorare,

la qual tenesse a collo la·ccitella:

tre carbonchi vi fè dentro saldare,

nel mezo vi fè por una pretella,

che auea virtù chi adosso l’avesse

non potea far cosa, ch’a Dio spiacesse

XVII

Bellissimi vestir di gran tesoro

rechò alle balie della angelicata:

poi ordinò che mille marca d’oro

avesse poi che fosse battezata;

poi entrò in camin sanza dimoro

e tanto cavalchò per suo giornata

questo signore di gran provedenza

ch’elli arivò alla cità di Valenza

XVIII

Po’ l’altro dì vi giunse il Re di Spagna

con molti cavalier franchi e gioiosi;

l’altro dì giunse lo re di Brettagna

con bella gente e con doni preziosi,

e di Valenza giunse la canpagna,

di quel reame i baron diletosi;

dopo costor vi venne del reame

gran quantità di bellisime dame

XIX

Re di Valenza, nobile e saputo,

d’un rico vestimento era avisato;

se mezo il mondo vi fosse venuto,

ancora avea per più aparechiato,

d’uomin saputi era sì preveduto;

sanza remore ognuno era pagato:

parean le cose per arte venute,

tanto eran quelle genti prevedute

XX

La·ccità dentro per monti e per valli

tutta quanta era pien d’orevol gente;

facevan que’ da piè canti e balli,

que’ da cavallo giostre e torniamenti,

e que’ tre Re mossen di loro stalli

fur col Re Amideo quelli eccelenti,

che ordinaron il dì di far Cristiana

quella fanciulla, ch’era ancor pagana:

XXI.

‒ Qvesta domenica, che viene, sia dessa,

che per noi a battesmo sia menata;

e·lla matina cantata la messa,

quella fanc(i)ulla al tenpio fu menata;

en corpo le fu l’anima comessa

e fu Camilla per nome chiamata:

fatta Cristiana, ricchi don donarono

poi a mang(i)are tvtti chelli andarono.

XXII.

Se mai fu aparechiato a Re di Franza

o ad altro Re, che fosse anticamente,

credo che fosse ogni altra cosa ciancia

dopo questa, di cui parlo presente;

a’ giocolar fu fatto ricca mancia,

contenti furon con ogn’altra gente;

mangiato ch’ebbe ognun sanza dimoro

incominciò a sonare un corno d’oro.

XXIII.

Suona sì bene che perfette lode

dagli ciascun, da cui er’ascoltato;

per tutta la cità la bocie s’ode,

con tanta virtù el corno era sonato;

ristato fermo (in) le sue ga(m)be sode,

drieto alle spalle il corno s’à gittato

(et) espurgossi in atto d’aringare:

or si fermò ciascun per ascoltare.

XXIV.

Poi cominciò a dir lo cornatore,

perchè vdito sia bene, a boce grossa:

‒ il re Beltram, d’Inghilterra signore,

Vuol che da me fra voi sia voce mossa:

se ci à niun, che aquistar voglia onore

o per amor voglia mostrar sua possa,

domane in canpo sarà sanza storpo [2]

con chi giostrar vorrà a corpo a corpo.

XXV.

L’altro dì fa bandire torniamento

che possa ognun venire a torniare;

al torneo sarà con baron cento:

ciaschun ne possa quanti vuol menare.

Di questo bando fu ognun contento;

al banditor cominciossi a donare

robe d’oro e d’argento carche

tanto, che valien più di mille marche.

XXVI.

Or si partirono dalla real sala

conti, baron, cavalieri e marchesi;

quale iscendeva e alla stalla auala [3],

perchè eran già della battaglia accesi;

all’arme e a cavalli ognun si cala

e ciascun si fornia di buoni arnesi;

al mattin dopo la messa cantata

tutta la baronia si fu armata.

XXVII.

Lo re in sul canpo fu per mantenere

la giostra, la qual fatta avie bandire:

donne e donzelle andavan per vedere:

poi giunse al campo un grandissimo sire:

tutta la gente cominciò a godere,

quando il baron fu veduto venire:

di Luni Verna costui era conte:

col re si fu avisato a fronte a fronte.

XXVIII.

Dirizorsi amendue in su’ rivaggi,

poi colla lancia l’un ver l’altro corre

rupponsi adosso l’aste i baron saggi,

tanto ben che niun non vi può aporre [4];

poi si ferian di colpi e di visaggi:

sì gran colpo convenne al conte torre [5]

(ch’) anbo le staffe da cavallo perde

e cade in terra in su l’erbetta verde.

XXIX.

Poi si giostrò infino all’ora  nona,

l’un cavalier coll’altro, a questo modo:

col re Beltramo non giostrò persona,

che non (ne) rimanesse il dì con lodo:

di quella giostra portò il dì corona

questo Re d’Inghilterra, com’io odo;

l’altro dì venne bello sanza indozze [6]:

armarsi i cavalieri a spade mozze.

XXX.

 Primo e secondo e terzo suon sonato

della battaglia tutti li stormenti,

lo re Beltram a ferire fu andato

incontro a Re di Spagna con suo genti,

e lo re di Brettagnia fu entrato

co’ baron di Valenza; que’ valenti

uomini arditi e di battaglia vaghi,

incontro a·llui andaron come draghi.

XXXI.

Fatto era intorno allo stecato [7] quadre

altissime bertesche di legname,

e·ssu vi stauan le donne legiadre,

confortando (i) baron de lor reame,

con chiarissime viste vaghe e ladre;

che elli avessono onor molto eran brame

(or) conbatendo i forti e più possenti

più di mille di lor ne fur dolenti.

XXXII.

Grida crudeli fra lor sì somersa,

tali e sì forti, che pareano stolti,

e molti caualier la sella versa

che sostener non potean sì gran colpi,

e molta giente fu di uita spersa

perchè tagliati [8] ve ne furon molti;

al re Beltramo pien di ualimento [9]

l’onor rimase di quel torniamento.

XXXIII.

Fatto il torneo, fu conpiuta la festa:

da re Amideo presono comiato,

poi quella gente valorosa e presta

a·llor magion ciascun fu (ri)tornato,

e la reina Idilia sanza resta

del parto si levò, qual era stato,

(e) tutto lo suo speme e·’l suo disire

era in far bene la [sua] figlia nvdrire.

XXXIV.

Camilla bella fu oltramisura;

per grazia di Dio parue ch’ella avesse,

che ella fu tanto di sotil natura,

nulla fu mai che me’ di lei inprendesse;

allo ’nparare a·llegger non fu dura:

la madre volle che tanto vi stesse

ch’ella diventò di scienza sì pratica.

che alquanto sapea far dell’arte magica.

XXXV.

Vedendo che imparava arte diabolica,

la madre dallo studio la partiva [10];

fatta se ne sarebbe una gran cronica

del ben parlar che di lei si faceva;

tutto il reame di suo bontà sonica [11]

in tanto pregio Camilla saliva;

ella regendosi in atto maschile

di femina ogni cosa aveva a vile.

XXXVI.

Per lei servir tenea molti donzelli,

femine seco non volea vedere:

 dilettavasi in cani e in ucelli:

tre schermidori incominciò a tenere

a·llei insegnare e·ccerti damigelli

di gran lignaggio e di gran(de) potere:

la sera cavalcava e·lla mattina:

di questo diventò maestra fina.

XXXVII.

A Dio e al mondo era sì graziosa,

chi·lla vedea pareali esser beato:

ella si dilettava in ogni cosa :

a giostra andava come uomo armato:

di natura (era) forte e poderosa:

perseverando questa a modo usato,

portava della giostra onore e pregio:

così in arme montò in alto pregio.

XXXVIII.

Questa legiadra con bellisimo aspetto

sola nel mondo sanza pari avea;

 padre e madre n’avea(n) gran diletto

vedendola altro nessun non chedea;

ma l(o) Re Amideo nel suo cospetto

più ben che·lla sua donna non avea:

quanto poteva amava la fantina,

ma troppo più amava la reina.

XXXIX.

La cagione e(ra) questa che diceva :

‒ se la mogliera che i’ ho perdesse ‒

in tutto questo mondo non credea

né che più bella mai, né simil fosse:

viuendo la mogliera, si tenea

aver figliuoli assai, se Dio volesse;

morendo la reina, non credia

potere aver sì bella conpagnia.

XL.

A quindici anni avea dato di piglio

da questi dì la sua legiadra figlia:

che il re no la marita era bisbiglio.

del suo reame ognun si maraviglia;

lo re ne fe’ co’ suoi baron consiglio;

in questo mezo una gran febre piglia

la madre, ch’era di belleçça vena [12],

sì che a giacer si puose con gran pena.

XLI.

Vegendola il re forte agravare,

ogn’altra cosa far li parea vana:

sol la reina volea far curare

et si mandò alla città romana;

fini maestri vi fe’ aportare,

verun li prometea (di) farlla sana,

e·lla reina, che morir si vede,

iscongiurò un dì il re per fede.

XLII.

Se Gieso Cristo l’anima mi toglie,

signor(e) mio, giuratemi per fede

di non prendere in vostra vita moglie,

ch’ella non sia più bella di mene;

lo re Amideo per contentar sue voglie

disse: ‒ i’ prometto (e giuro) a Dio e a tene

di non prender mai moglie in vita mia,

che così bella o più di te non sia.

XLIII.

E·lla reina co molto tormento

della promessa molto i’ ringraziava;

lasciò per Dio molto oro e ariento;

diuotamente a Dio s’acomandaua;

la figlia sua piena di ualimento

con chieder perdonanza acomandaua

al Re e a’ baron con gran disio,

po’ l’altro dì rendè l’anima a Dio.

XLIV.

Morta quella reina di valore,

signori, il libro e la storia ne dice

che il Re la sepellì a grande onore,

ch’avesse mai nessuna inperadice

ed e[lli] rimase con tanto dolore,

come già molti per dolor si dice;

vscì per ira e dolor di memoria

e questo dice, come mostra la storia.

XLV.

E rimanendo il re co molto afanno,

molti messaggi mandò per lo mondo

e ritornaro a·llui in capo  uno anno

e sì li disson: ‒ signore giocondo,

ristoro non si truova al tuo gran danno

in tutto l’universo a tondo a tondo,

donna, che [in sè] di belleza abbia mobilia,

come aveva la nostra reina Idilia.

XLVI.

Disse lo re: ‒ da poi che Dio m’à tolto

colei, che mi togliea ogni tormento,

la figlia mia, che pare un giglio d’orto

vo’ torre e sarà salvo il saramento,

ch’io feci al corpo, ch’è di uita sciolto:

mandò per lei sanza tardamento;

com’ella giunse disse alla primera:

‒ bella figliuola, i’ ti vo’ per mogliera. ‒

XLVII.

Camilla (bella) li rispose: ‒ quando

voglian noi questo parentado fare

se vuoi, padre, io sono al tuo comando

e subito faccian sanza indugiare;

con vaghe risa  disse mottegiando,

risedendosi ella co·llui mottegiare:

ma, quando certa fu di tale errore,

gli ochi levò al vero Creatore.

XLVIII.

Dicendo: ‒ Padre Eternno, che conduci

l’umana gente pur colla tua pace,

rischiara di costui le turbe luci,

sì che non sia quanto e’ vuol fallace. ‒

E ’l re rispose: ‒ figlia, non fare indugi;

se·ttu non vuoi fare quel ch’a me piace. ‒

Ella rispose: ‒ va, padre mio duro,

che te né morte una paglia non curo. ‒

XLIX.

Di gran dolor l’alto Re si conprese,

quando s’udì sì fortte ranpognare;

per li biondi capelli il re la prese,

alzò la spada per volerle dare:

or come la donzella si difese

voi l’udirete nell’altro cantare

e della storia tutto il suo mestiere:

al vostro onor questo à rimato Piero.

Finito il primo cantare di Camilla.

Secondo Cantare

I.

O sommo creator che dai e togli

e ’l male e ’l ben, secondo che n’è degno;

e colla verga tua gastighi e togli;

e chi fa bene à grazia nel tuo regno;

e cielo e terra con tua forza crolli;

gli animi ascolti e dai loro ingegno:

merzè ti chiego, te magnificando.

Or vi ritorno al dir ch’i’  lasciai, quando

II.

lo re Amideo volle tor per druda

Camilla bella, suo figlia diletta,

(e) come levò su la spada ignuda

per uccider costei, donna perfetta;

ma la madre di Dio nolle fu cruda,

che exaudita avea l’orazion detta:

un agnolo da cielo a·llei discese

(e) con sua lingua al Re parole spese :

III.

‒ Sostien la spada e no mi ferir, padre,

ch’io sono aconcia a fare il tuo volere:

di me puoi far, com’io fosse la madre,

qual con anel fu tua e con avere. ‒

Udendo il re che ’l fior delle legiadre

potea per moglie e per isposa avere,

la spada sua rimisse, allo ver dire,

e cominciò a parlar in questo dire :

IV.

‒ Cara pulzella, bella e dilettosa,

io non ti vo’ più figliuola chiamare,

ma, come moglie e verace sposa,

reina e donna ti farò chiamare. ‒

Allor rispose la donna amorosa:

‒ contenta son che·ssia ciò, che vi pare,

ma d’esta cosa ordinar vo’ la festa,

’nanzi che·ssia a(d) ognun manifesta. ‒

V.

Il re rispose: ‒ sposa mia novella,

fa ciò che vuoi omai, come reina. ‒

Al re rispose la gentil pulzella:

‒ cavalcare ch’i’ voglio domatina;

vo’ gire a stare a quella rocca bella,

che·ssi chiama la Rocca della Spina,

dove a tre parti il mare intorno batte,

dall’altra parte gran fortesse fatte.

VI.

Io voglio adagio ogni cosa fornire;

voi qui dal nostro lato fornirete;

co baron vostri potrete venire,

(e) come moglie a casa mi merete [13]. ‒

Allo re piaque assai quel suo dire

e disse: ‒ anima mia, ciò che vorete

contento sono col nome di Dio. ‒

Disse Camilla e da·llui si partìo.

VII.

E in sua zambra sanza far ritegno

celatamente dentro si nascose;

al re di vita eterna, d’onor degno,

colle ginochia ignude sì si puose;

con farssi al petto della croce il segno,

queste parole con pianto propose:

‒ signore Idio, padre celestiale,

donami aiuto a·ffuggir questo male.

VIII.

Accetami, Signor, per tua divota,

che a·tte mi do e rendomi fedele,

sì che l’anima mia no regni inmota

né, chi t’offe(n)da, vizioso e crudele;

a tua benignità santa e rimota

la mia verginità rizza sue vele;

accetala, Signor, nel tuo cospetto,

ch’i’ non la perda con tanto dispetto.

IX.

Fatta l’orazione, fu exaudita :

col segno della croce si levoe

e, come savia pulzella e ardita,

sanza peccato un suo fratel menoe,

che, quando naque la stella chiarita,

la balia, che a petto l’allevoe,

fece, se i’ libro come il dir distilla;

diedelo a balia per nudrir Camilla.

X.

Camilla bella col viso sovrano

naque dopo costui, po’ che fu nato,

ed elli avea nome Manbriano;

colla fanciuvlla insieme era allevato;

era uno creditissimo cristi(a)no:

Camilla nella cambra l’à menato,

tenendol per la mano  prese a dire:

‒ o Manbriano, e’ ti convien morire!

XI.

Tanto griderò che io ci farò trarre

tvtta la corte e anche il padre mio:

dirò che m’abbi voluta sforzare,

però che io son(o) tutto il suo disio;

le carni a pezzi ti farò levare:

non te ne potrà atare altro che Dio. ‒

E que’, che l’ode con paura, tremando

rispose alla donzella lagrimando :

XII.

‒ Madonna, se in ver voi ò cose fatte,

che vi torni in vergogna o mala fama,

seguir ne fate vostre voglie matte

e fatemi morire, o bella dama;

ma io ti priego solo per quel latte,

che·tti diè quella, che te più di me ama;

ciò fu colei, che in corpo mi portoe

(e) per nutricar te  me abandonoe.

XIII.

Troviti in casa piccola zittella,

quando mia madre da balia m’acolse;

la madre Indilia, la tva madre bella,

un anno per te mia madre tolse,

con teche m’alevò come sorella,

che ’l padre mio mia madre non volse;

per te servir sofersse pena (e) langue,

amando te più ch’altro di mio sangue.

XIV.

Que’ di mia schiatta non furon mai pigh(e)ri

a te sempre servire e onorare;

da che tu il mio disonor disi(de)ri

con farme morte di traditor fare?

e se la verità tu ben consideri

liberamente venni al tuo chiamare;

se ciò che  dici farai, giovinetta,

al vero Idio lascio la vendetta. ‒

XV.

Con molta (bella) vista chiara e aperta

rispose a·llui, non con atto crudele:

sappi che sono, Manbrian, ben certa

sempre  se’ stato leale e fedele;

or la fortuna vuol ch’io sia diserta [14],

sì che di boto alle sante guagnele

giura, Manbrian, di tenermi credenza

e l’ubidir senpre alla mia intenza;

XVI.

e di tuo morte questo scanpo fia. ‒

Ed e’ rispose: ‒ caro mio diletto,

io ti prometto e giuro, anima mia,

d’esser tuo sempre leale e sugetto;

mia schiatta al mondo abandonata sia,

libero a·tte mi do sanza difetto

co leanza e amor, come sirochia

di te servir come si de’ ognotta. [15]

XVII.

Le braccia aprì quella, ch’à il viso bello,

e ’nver lui corre con gran tenereza;

disse: ‒ io abraccio te come fratello. ‒

Poi cominciò a contare la gramezza [16],

la quale  strigne lo suo padre fello;

e’ di ciò ebbe gran duolo e tristezza

e subito parlò con grande ardire:

‒ pigliàn rimedio a questo mal fuggire.

XVIII.

Con saramenti [17] insieme fur legati

di servir ben l’un l’altro volentieri

e furonsi col quor comunicati

per essere più insieme veritieri;

da poi che fur così insieme acordati,

Camilla disse: ‒ per questo mestieri

al padre mio va sanza dimoro

e fatti dare cinque carra d’oro;

XIX.

po’ quella gente, che parrà a tene,

al mio acompagniar, fratel, richiedi. ‒

Manbriano si mosse e andonne a rene,

e ’l tesor, ch’elli chiese, si·lli diede;

la conpagnia richiese, onde ne fene

ciascun grande allegreza, e poscia riede

alla donzella; miseno in effetto

di cavalcare sanza altro difetto.

XX.

Come fu fatto chiaro l’altro die,

la donzella di buona volontade,

sanza stormento a caval salie;

celatamente uscì della cittade

e quanto può ver la rocca ne gie;

e tanto caualchò in veritade,

che ella giunse alla roca e dentro entroe

ella e chi volle e gli altri ne mandoe.

XXI.

Giunta che·ffu costei, ch’à il viso bello,

subitamente disse a Manbriamo:

‒ u’ nobile vestir sanza rappello

a guisa d’uomo tu e io facciamo;

un marinaio truova sanza zinbello [18],

ch’abbia buon legnio e via ce n’andiamo

in sì stran luoghi, disse la donzella,

che di noi qui ma’ non torni novella.

XXII.

E Manbriano valoroso e acorto,

sicome uom, che di nulla è codardo,

in manmella n’andò a un rico porto:

ivi trovò un che à nome Riccardo;

un legno avea più bel che giglio d’orto,

del mar maestro e d’ardore gagliardo,

avea questo Ricciardo in fede mia,

fornito di perfetta conpagnia.

XXIII.

Vedendo sì bel legno fresco e nuovo.

Manbrian prese tosto co·llui patto,

e alla roca il menò, com’io truovo,

e dentro l’à fornito presto e ratto:

non vi mancò dentro il valer d’un uovo;

(e) la donna chiamò Ricciardo ratto,

dugento lire poi donar li fece

e ogni altro marinaio a ciascun d(i)ece.

XXIV.

Ne legno mise tre grandi destrieri,

con tre be’ palafren da cavalcare,

con armadure tre da cavalieri

e elmi e scudi e lancie da giostrare;

ma ’nanzi ch’elli usciser dell’ostieri

tramutarsi di lor nome chiamare,

Camilla a sè pose nome Amadio:

‒ tu abbi nome Fedele, fratel mio·

XXV.

De’ nomi loro rimason contenti;

poi nella galea, se Dio mi vaglia,

missono tesoro e assai vestimenti;

fornirle per quatro anni  vettuvaglia,

per difesa de legno  fornimenti,

se a·llor bisognasse far battaglia;

poi una notte della roca vsciro

 sul primo sonno e ’n su legno saliro.

XXVI.

Ricciardo, il marinaio, si credea

che Amideo fosse (huomo) veramente;

come salito in su legno il uedea,

gran riuerenza li fa con sua gente;

benignamente il saluto rendea

al padrone e suo gente vmil(e)mente;

tanto ne inamorò ciaschedun forte,

se bisognasse, metterensi a morte.

XXVII.

Salì da sezzo in su legno Fedele

(e) come vi fu su con chiara faccia,

per navicare rizzate le vele,

però che il mare avea gran bonaccia,

al nome di Dio e de l’agnol Michele

per l’alto mar fuggìa la falsa caccia

del re Amideo, che venia alla rocca,

per sposar la figliuola con gran fiocca [19].

XXVIII.

Già Camilla era il detto dì partita,

quando lo re (vi) giunse con sua gente;

detto li fu com’ella se n’era ita,

perchè come non sapea niente;

del gran dolore il re perdè la vita,

laonde suo’ baron divotamente

il corpo suo a Valenza portarono,

a grandissimo onor lo sotterarono.

XXIX.

Po’ parlamento fer baroni e dame

per quella, ch’à cotanto mal fuggito;

truovisi un che per lei guardi il reame,

di lei si cerchi e diesele marito;

tutti disiderosi con gran brame

contenti furo e aven stabilito

di lei si cerchi il mondo tutto quanto

e lo reame si governi intanto.

XXX.

A quella, che cotanto mal fuggio,

costor lasciando, vi vo’ ritornare,

la qual si fu chiamata Amadio,

che, quanto può, ne va per·llo alto mare;

Ricciardo disse un dì : ‒ (o) signor mio,

dimi in qua’ parte tu uoi arivare. ‒

Ed e’ rispose: ‒ in giù, verso ponente;

menami là, verso la schiava gente. ‒

XXXI.

Sanza restare navicaro u’ mese,

(per) giorno e notte sanz’aver mai sosta;

fortuna li portò in un bel paese,

onde Ricciardo la galea acosta

a terra ferma e de legno discese;

a un bel pino in sulla riva posta

con funi, ’l legno da  un lato abracciaro,

dall’altro lato l’ancora gittaro.

XXXII.

Lunghesso questo mar ave la serra

grandissima pianura e prateria;

Amadio e Fedel discese in terra

e del padron tutta sua conpagnia;

sulla fresca erba, se libro non erra,

ciascun di loro a giacer si ponia,

Fedel, Ricciardo, Amadio s’afolcia

a una fonte v’auea d’aqua dolcia.

XXXIII.

Perchè eran del mar molto affanati

e tutti senpre vivean con paura,

subitamente furo adormentati,

chi qua, chi là, per la verde pianura:

questo paese, ove sono arivati,

chiamar si face l’Isola Sicura

tenevala il re Alfano di gram piglia;

di quindici anni avea una sua figlia.

XXXIV.

E questa nobilissima era usata

venir con donne e co molti stormenti;

di cavalier menava gran brigata,

facea lor fare giostre e torniamenti:

ella era fortemente inamorata

d’un bel donzello, nato di sue genti:

per cagion di potere a·llui parlare

prese in usanza questa festa fare.

XXXV.

Quel propio die ch’Amadio v’arivoe

con questa conpagnia, sì afanati,

il medesimo dì, costei v’andoe

per festeggiare, com’erano usati;

maravigliossi quand’ella trovoe

cotanta gente, così adormentati;

a uno a uno guatando li gìo;

quel che adrieto [20] guardò fu Amadio.

XXXVI.

Subitamente che guardò il donzello

disse in fra·sse: ‒ in tutto questo mondo

non naque mai un giovan tanto bello;

uedi com’è vermiglio, bianche e biondo!

Amor fedilla e dielle d’un quadrello [21],

sì che ogn’altro amar rimase a fondo,

e al postvtto e a ogni partito

puosesi in cuore averlo per marito.

XXXVII.

Qvel bel donzel, che prima tanto amava,

veggendosi per costui sì lasciare,

grandissima invidia li montava

e già d’intorno con gran borbottare;

e·lla donzella, che ciò ascoltaua,

uolsesi a·llui (e) cominciò a parlare:

‒ io ti comando che tu di mia festa

tosto ti parti a pena della testa.

XXXVIII.

E ’l donzel si partì, vdendo questo;

indietro si tornò, giù per lo piano :

al qual remore Amadio si fu desto,

chiamò Ricciardo e Fedel(e) sovrano,

perchè di gente vide sì gran gesto,

che nullo v’era, quando scese al piano;

allor Ricciardo inver la galea preme

egli e sue genti e ristrinsonsi insieme.

XXXIX.

Avea nome la donna Babelina;

costor veggendo inverso il mar fuggire,

sola si mosse sanza conpagnia

e vide quel ch’al suo quor vuol fuggire;

con gran(de) riverenza si·llo china [22],

po’ dolcemente li cominciò a dire: ‒

bellisimo signore, or t’asicura

che non t’è uopo [23] aver di noi paura.

XL.

Amadio, donzello grazioso,

di quella reverenza ringraziolla;

la dama, ch’à di lui il quor giocoso,

la man distese e Amadio pigliolla;

poi alla conpagnia del dilettoso

la donna per suo amor tutto abraciolla:

e tanto fè Banbelina sovrana

che tornarono insieme alla fontana.

XLI.

E tesi v’eran già tre padiglioni

e di stormenti v’ave gran sonate;

sellati v’avea destrieri e rontioni [24] ;

per giostrar v’è la gente aparechiata,

e·lla donzella senza tardagioni

comandò che·lla giostra sia cominciata;

Banbelina nel padiglione entrava

con Amadio e gli altri fuor lasciava.

XLII.

Disse la donna: ‒ donzell, chi tu sia

in verità non so, nè come ài nome,

e come qui ariiasti, anima mia,

i’ non ti sapre’ dir, nè che, nè come;

palese a·tte vo’ far la uoglia mia,

perchè tu se’ d’amor granato pome;

dell’esser mio marito ti fa stima;

del Re Alfano i’ son genita prima.

XLIII.

Maschio non à, nè più di me figliuola,

nè della madre mia più (non) aspetta;

fresco giglio, odi questa parola:

aver te per signor, mio cor diletta;

quel ch’io ti dico non tenere a fola [25],

amor ferito m’à con sua saetta,

(e) crudelmente dentro al core e l’alma

e tutto m’arde d’amorosa fiama.

XLIV.

Àmiti amor sí forte messo adesso,

altro signor che te aver non oso,

e de’ miei menbri ciascuno è percosso,

se non te, vuol per signore amoroso;

tua gran belleza m’à il cor sí comosso,

sanza te aver non potrei mai riposo;

se·ttu no mi di’ che·ttu m’abbia e disio

subito d’amore mi morrò quie. ‒

XLV.

Con dogliosi sospir perchè e donde

a parlar cominciò il donzel sourano;

a questo modo alla donna risponde :

sappi ch’i’ sono figliuol d’un villano,

e ’l fortunoso mar colle forte onde

di mio paese fatto m’à lontano;

io ò mogliera e ò mio difetto

ch’io non ti potre’ dar (d’) amor diletto.

XLVI.

E non sarebbe ragionevol cosa,

propone(n)do ch’io fosse tvo marito;

mai in tua corte non potre’ aver posa

anzi sarei da ognuno schernito. ‒

E Banbellina rispose orgogliosa:

se·ttu non vieni, amor, meco a partito

 io ti farò morire a gran dolore. ‒

Queste minacce vdì Fedel di fuore.

XLVII.

Subitamente a Ricciardo il diceva,

onde egli a legno andò subitamente

e que’ tre gran destrier sellar facea

e armossi con tutta la sua gente

e a Fedele per un fante, ch’avea

due spade li mandò celatamente;

per giostre fatte, tutte eran di ferro.

ben lavorate, se nel dir non erro.

XLVIII.

Aspettando di fuori, il conpagnone

chiedere vdiva alla donna comiato;

e ella disse : ‒ di questo padiglione

non uscirai giamai sanza mercato;

morir farotti in mia mortal prigione

poi che ’nver di me se’ sì spiatato. ‒

Allor per abracciallo fu levata;

e’ s’ adirò e dielle una gotata.

XLIX.

Avendo riceuta tanta ingiuria,

iscapigliossi la sua testa bionda;

del padiglione uscì co molta furia,

gridando crudelmente, onde v’abonda

tutta la gente ch’era in quella curia,

ed ella dice alla gente gioconda:

‒ voluto m’àn vituperar costoro

e però morti sien sanza dimoro. ‒

L.

Fedele e Amadio s’acosta avaccio

e ciascun s’acomanda a Dio sovrano;

po’ si recaro i forti scudi in braccio

e·lle taglienti loro spade in mano

e sopra loro giunson presto e avaccio;

la giente armata ch’era lì nel piano

gridavan: ‒ muoia questo traditore,

che ei à voluto far tal disonore! ‒

LI.

Ciascun era maestro di schermire;

ueggendo lo stuol ch’adosso lor corre

cominciarsi da·lloro a ricoprire

colpi crudel, ch’a·llor convenne torre;

ed elli cominciaro a·ffar morire;

sopr’à Amadio un, ch’à nome Ettorre,

e Amadio il fedì d’un voler giusto

che·lla spada li misse fin al busto.

LII.

Fedel fedì un franco cavalieri,

ch’era del re Alfan carnal fratello;

a morte l’abatteva del destrieri,

sì fortemente in su l’elmo ferillo;

e ben venti n’uccison sul sentieri;

ma il superchio niun può sofirillo [26],

che s’ arendero i caualier cortesi

e fur menati al gran padiglon presi.

LIII.

Or chi potrebbe racontar l’alegrezza,

che Banbelina in quel punto facea,

avendo il fior d’ogni viva bellezza

costretto e preso nella sua balia;

niente del suo zio avea tristezza,

lo qual Fedele a·llor morto avia ;

in un’ bel seminato a belle porche [27]

fé dirizzare un alto pa’ di forche.

LIV.

Po’ disse lor : ‒ ’da voi son forte offesa

ch’ al canpo auete morto il mio zio bello;

a vostra morte troverò difesa,

se dar mi voi il tuo amor novello;

ben ch’i’ ne sia da molti ripresa,

io pur ti canperò, gentil donzello;

se·ttu non ti vuoi per amor dare,

su quelle forche farovi appiccare. ‒

LV.

‒ Che·ttu abbi il mio amor cierta sia noe. ‒

Alla sua gente dice: ‒ or l’inpiccate. ‒

Del gran romor, ch’allor s’incomincioe

Ricciardo l’ebbe hudito in veritate;

e come della morte li scanpoe

nell’altro vel dirò, che voi il sappiate,

e come li cauò di sì gran pena:

al nostro onor questo fé Pier da Siena.

Finito il SECONDO cantare di Camilla.

Terzo Cantare

I.

O figliuol di Maria, che soferisti

morte per noi in croce con vergogna,

dicendo: sitio, da’ giudei avesti

fiele e(d) aceto ber con una spogna,

donami grazia, padre, ch’io aquisti

di questa storia onor sanza ranpogna

di te o di tuo regno, signor mio.

Or vi ritorno a dir come Amadio

II.

comandò a sua gente Banbelina

che elli e Fedele fossono inpiccati.

Questa novella giunse alla marina:

Ricciardo, il marinar, co’ suoi armati

della galea uscì con doglia fina,

sotto un pennone stretti e schierati,

e cheto, cheto venne sanza motto:

al padiglione fu tosto condotto.

III.

Giunto che·ffu, subito dentro entrava

colla sua gente valorosa e destra,

e della morte co·llor si fidava,

e cominciato a diserrar balestra,

dardi e lance tra·lloro si gettava;

e Banbellina, donzella maestra,

subitamente al suo padre scrisse

che più tosto che può la soccoresse.

IV.

Ricciardo va e que’ donzelli sciolse

e disse loro: ‒ andatevi (ad) armare.

Alla galea tosto ognun s’acolse

e fero i lor destrier forte cinghiare;

armati, poi ciascuno il suo si tolse,

ver la battaglia prendono attornare:

vedendoli venir per li sentieri,

 fecesi auanti a·llor due cavalieri.

V.

Sì forte li feriro in sulli scudi

i valorosi cavalier fratelli,

non poter sofferire i colpi crudi;

cadono a·tterra di su destrier belli:

po’ si recaro in mano e’ brandi ignudi

e Amadio spronò colà dov’elli

vide Ricciardo e·lla sua conpagnia

d’aver aiuto gran bisognio avia.

VI.

Fedele, Amadio, buon conpagnoni,

eran dinanzi a tutti conbattendo,

e di Ricciardo i gagliardi pedoni

gian de’ nimici i cavagli uccidendo;

come cadeano in tera delli arcioni

a tutti andavan la lor gola aprendo:

vedendo far di lor sì grande sciampo [28]

abandonaro incontanente il campo.

VII.

In questo mezo il re Alfano giunse

con cavalieri armati più di mille;

brigate a piè valorose vi giunse,

traen della città e delle ville:

com’ella vide la gente, che giunse,

ella gittò de’ sospir più di mille

con lagrime versando in su l’arcione,

pregando Cristo con questa orazione:

VIII.

‒ O vero Idio e un, padre diletto,

madre piena di tutta biltade,

fuggito ò dal mio padre il suo difetto

per non voler la nostra nimistade

ed al nostro santissimo cospetto

serbato ò e serbo verginitade;

aiutami, signor, questa a guardare

e del mio corpo fa ciò che·tti pare.

IX.

Io ti domando grazia per amore

che scanpi da ria morte questa gente ;

non combatton per or nè per amore,

ma per aiuto di me solamente;

or dalla forza di questo signore,

che contro a·nnoi vien sì ferocemente

canpateli, reina d’onor degna. ‒

Così dicendo, al mar parve una segna

X.

tutta vermiglia colla croce bianca;

sopra grandi e bellissimi destrieri

di fuor n’vscia una brigata bianca

di mille cinquecento cavalieri,

armati tutti ben, se ’l dir non manca,

coverti a bianco ellino e destrieri

 (e) stretti stretti, presti più che·llontre,

alla gente del re si fanno incontre.

XI.

Del re Alfano la gente si fermoe

come vide venir questa brigata;

sotto sua ansegna sua gente schieroe

subitamente su nella spianata;

un bianco cavalier si mosse, andoe

ad Amadio con questa anbasciata:

‒ racoi tua gente e vattene in galea,

a noi lascia far qui questa mislea [29].

XII.

E ’l damigel chiamò Ricciardo (fino)

e disse: ‒ cavalier d’ogni onor degno,

racoi tvo gente e mettiti in camino

e ritorniamo al mar sul nostro legno.

Ed elli ispaccia la galea dal pino

e su vi si racolse ad un suo segno;

l’ancore trasse poi da l’altro lato

quando in mare ciascuno fu entrato.

XIII.

La bianca gente sanza tardimento,

sicome prodi e degni d’ogni onore,

di loro schiere mosson cinquecento:

verso il re ne vanno con gran valore:

veggendoli venire ebbe pauento,

voltarsi in fuga il grande col minore

e come li uidono in fuga volttare

fero un drappello e ritornarsi i’ mare.

XIV.

Stretti stretti, tondi come mele

furono alla riua e ne·legno entrarono;

sopra l’albero dirizar le vele,

per l’alto mare come vennero andarono

e ’l biondo capo Banbellina si pela [30]

uedendone ito il suo drudo carono:

fuggiendo il re non-ssi tiene sicuro

fin che della città fu dentro al muro.

XV.

Po’ Banbellina dice: ‒ o me dolente !

come farò po’ che n’ è ito il mio amore

e àmmi morto tanta buona gente

e se ne va e portane il mio cuore? ‒

Or ritorniamo a quel donzel piacente,

che va a sua via ringraziando il Signore.

che con sua gente l’avea difeso

del luogo, dove pensò esser conqueso [31].

XVI.

Navicando costui col uiso bello

a un bel porto un dì furno arivati;

a capo ad esso avea un bel castello,

pien di buoni uomin savi e costumati;

quivi discese il fresco damigello

per medicare alquanti inaverati [32]:

un ricco albergo pigliò per un mese

missonvi dentro tutto loro arnese.

XVII.

La buona gente, che ivi dimorava,

a visitarlo non erano avari

e alcun’ora alcun gli domandava:

de fosti voi percossi da·ccorsari? ‒

Ricciardo a tutti umilmente parlava:

sull’alto mare ci asali(r), signor cari. ‒

ma non potrebbon conperare un oco

del guadagno di noi, che·ssì fu poco.

XVIII.

E sendo soggiornati dì ventotto

in be’ diletti e ricchi conviti,

a chi andava e chi venia lo scotto

era pagato ed eran ben serviti,

e ’n questo mezo e’ furon di botto

tutti l’inaverati ben guariti;

po’ che fur liberati d’ogni afanno,

Amadio vestì se e lor d’un panno.

XIX.

Poi la galea raconciaron tutta,

fornirla dentro di buona vivanda,

e dentro la spazâr, dov’era brutta,

per ogni modo, che ragion comanda,

sotto ’l coperto l’ebon poi condotta

armata tvtta quanta a una banda,

che solo a venti fosse stabilita,

po’ la forniron d’ago e calamita [33].

XX.

In quel porto avea un gran marchese,

una sua figlia auea d’amor perduta;

di lei facea cercare ogni paese;

questa novella al porto fu venuta;

quando Camilla la novella intese,

della sua mente fu forte smarita,

ch’ella s’inmaginò, veggendo l’atto,

che quel cercar(e) per lei fosse fatto.

XXI.

Chiamò Fedele e disse: ‒ appella l’oste

e di’ a Ricciardo ch’i’ vo’ navicare.

Fatto fu ciò che volle sanza soste

e subito che fur montati in mare

e le vele in su l’albero ebbe poste

e via che nauicar sanza restare:

un mese andaron per cotal mestiero

onde arivaro a un ricco monistero.

XXII.

Giunseno allor che·ssi dicea la messa

onde andaron per Cristo vedere;

quando Amadio lo vide la badessa

subito inamorò del suo piacere;

or viene inmaginando fra se stessa

com’ella il possa far qui rimanere;

per una monachetta piccolina

si·llo ’nvitò a desinar la mattina.

XXIII.

Per agio prender ritenon lo ’nvito,

po’ riccamente fece apparecchiare;

come fu la mattina ben servito

non vel potrei la metà (ra)contare:

e poi andò in chiesa quel chiarito

alla badessa e alle suore a parlare

sicome servidore a·llor davante;

di lui inamoravon tutte quante.

XXIV.

Amadio non avea mai più veduto

in questa forma ma’ più vestir monache;

dentro in pensier fra sè le fu venuto,

vedendole sì oneste in quelle tonache,

di questo fatto che gli è sì piaciuto;

subitamente ebbe dicto ritronache,

che la badessa il richiese d’amore,

onde levò via il pensieri dal quore.

XXV.

E di dolore ardendo più che ’l fuoco

disse: ‒ madonna, statevi con Dio. ‒

Ella rispose a lui: ‒ se questo loco

tu ci volessi albergar, figliuol mio,

io ti darò di me diletto e gioco

però che lo tuo amor m’è in disio. ‒

E’ che ode lo suo ragionare

da lei partissi e ritornossi in mare.

XXVI.

Mentre che forte va la galea (b)ella

con gran bonaccia e con forza di vele,

con risa Amadio conta la novella

della badessa a Ricciardo e Fedele;

Ricciardo allora rispose e favella:

‒ e i’ vi giuro alle sante guagnele [34]

che se ella m’avesse invitato,

ch’io sarei istanotte co·llei albergato:

XXVII.

diletto a tutte arei dato stanotte. ‒

E Amadio, che l’udì sorridendo,

vdendo dir ta’ parole corotte,

disse: ‒ or’ò io quel ch’io andava cercando.

Senza ristare mai di dì o di notte

andaro un tempo tutta via godendo

che ricadia [35] non ebbono niuna.

Un dì andando ed ecco una fortuna [36],

XXVIII.

che la maestra spezò dalla cocha,

sì gran ruina co·llei si racolse;

a una a una poi le funi fiaca,

dell’albero la vela el vento tolse

e in capo il grosso albero fiaca,

Ricciardo e suoi insieme si racolse

e rizâr su(so) la vela mezana.

Ritta che·ffu, la fortuna villana

XXIX.

la detta vela subito percosse,

portolla via ed ebbe l’alber rotto

e tutta quanta la galea si mosse,

quasi voltata ch’ella fu disotto.

‒ Noi non saremo soppeliti in fosse,

disse un di loro, a tal ci à Iddio condotto;

d’Iddio e de’ santi e anche le Marie

dician tutti divote letanie. ‒

XXX.

Disse Ricciardo: ‒ a voi: tener segrete

non vo’ quel che far deon tal fiata

ogni padron di mare come prete

può confesare e assolver le peccata;

fortuna avendo sicome vedete,

termine non abiamo a tal mandata;

io posso dar parola delli accessi;

sicome prete l’un l’altro confessi. ‒

XXXI.

Sicché Amadio liberamente

udendo di Ricciardo il suo parlare:

‒ costui sa ciò ch’è del mar veramente

siche da morte non ci può scampare. ‒

Allora incominciâr divotamente

con pianto l’u dall’altro a confessare

(e) battendosi forte tutti quanti

botansi quale a Dio e quale a’ santi.

XXXII.

Disse Amadio a Ricciardo: ‒ fratello

di nostra vita puocci avere scampo?

‒ De se piacesse a cristo, signor bello!

Di molto male siamo a grande inciampo,

ma mentre che coremo forte e snello

non temo d’aver di morte scanpo. ‒

Così dicendo il nobile padrone,

un’onda venne e spezossi il timone.

XXXIII.

Allor gli venne ogni spirito meno

e di tal modo a parlar non si infinse:

‒ signor di mio caval perdut’ è il freno

siche all’aiuto mio niun(o) più pense;

a Giesò Cristo ch’è padre sereno

umil(e)mente rendo ogni mie sense.

Alor si spoglia orando Iddio divoto

per iscanpar se saprà d’in voto.

XXXIV.

I galeotti [37] tutti si spogliaro,

quando vidono il lor signore ignudo,

e·lle coreggie a·ccollo si legaro

con dire a Dio: ‒ sta di nostro animo scudo. ‒

E ’l fortisimo mar non era avaro

d’esser l’un’ora più che·ll’altra crudo:

per non vedere ignuda quella gente

turossi il uiso Amadio di presente.

XXXV.

Come volle fortuna i·legno balla,

l’una onda il gitta in qua e l’altra i’ lae,

quando lo gitta in alto come palla,

nel cader dentro molt’aqua vi vae;

colle ginochia ignude Amadio calla,

co riverenza a Dio l’anima dae,

pregando Idio e la sua madre forte

che gli altri scanpi e a lui doni la morte.

XXXVI.

Tanto li volse il mar con sua tempesta

che ’l chiar lume catun [38] perduto avea;

a qual dolea il capo e a qual la testa,

qual per paura non sa dove  sia;

Ricciardo il marinaio con gran podesta

disse: ‒ piaciuto fosse a te, Maria,

ch’a quello stormo [39] l’altr’ier fosse morto,

po’ che douea venire a questo porto.

XXXVII.

E Amadio, che con una catena

dato s’ave(a) tanto e tale

che delle reni avea rotto una vena,

vsciva forte il sangue per le spalle

e di Ricciardo udendo la sua mena [40],

ricorda la battaglia della valle,

dicendo: ‒ quello Idio che allora

ci atò ci aiuterà, fratelli, ancora. ‒

XXXVIII.

‒ Ben potrebbe esser, disse (allor) Ricciardo,

tratti del dubio ove sian questa sera,

partir facesse il vento co riguardo,

po’ questo mar facesse ferma tera [41],

che di paura l’anima tutta ardo,

che perdenti saren di questa guera. ‒

L’anima sua a Dio racomandando,

parte, che dice questo lagrimando.

PAGEXXXIX.

Disse Amadio: ‒ omè! ch’io mi sento

venir men tutto sanza negar [42] in aqua;

per  deboleza ogni mio senso perdo,

o Fedel mio, ben ch’a te ne spiaqua;

pe’ le ren perdo il sangue sì d’ingordo,

esser non può che questo dolor taqua;

come d’atar l’un l’altro sian tenuti,

se puoi, fratel(lo), fa che tu m’aiuti.

XL.

Nonché sian già dalla fortuna spenti,

ancor non ci abian di morte chiareza:

omè! che drieto ò tutte vene aperti,

perdo il sangue, di morte ò cierteza:

nella fidanza di Dio sian tutti certi

che noi scanperemo d’esta graveza. ‒

Fedele, che ode il suo gran lamentare,

doleasi più di lui che d’anegare.

XLI.

E ben ch’avesse in sè gravosa anbascia,

levossi e tolse alquanta stoppa nuova

e d’una sua camicia ne fé fascio

e quella stoppa involta in chiara d’uova

puosela in sulla piaga e poi la fascia;

ella fasciata allor(a) pace truova,

po’ disse lagrimando: ‒ fratel mio,

per me di questo ti meriti [43] Idio.

XLII.

E ’l vento fier, che la galea perquotela,

po’ ch’ ebbe tutte sue difese tolte,

girala tutta intorno come trottola

in men d’un’ora più di cento volte;

niente pareva questa cosa frottola

e quelle genti vi stan dentro stolte;

allor pensaron(o) d’ire a tocare

il cupo fondo di quel salso mare.

XLIII.

Po’ si rivolse il vento e ferì in poppa:

pell’alto mare menossela via

com’ella fosse un sottil fil di stoppa;

Riccardo il marinai che·cciò vedia

disse: ‒ se questa in uno scoglio intoppa,

tvtta s’infragnerà, in fede mia;

or nella fede d’Iddio stian forti,

che vita aren lassù, se qui sian morti.

XLIV.

Corda non partì mai da sè quadrello,

che andasse come la galea in fretta;

niuna speranza àn que’ di lor ostello,

se non d’ir giù a baciar(e) la belletta [44];

dove arivò costei col viso bello

nell’altro dire fia la novelletta,

e ’l dove, e ’l come fortuna arivolla;

al nostro onor Pier da Siena rimolla [45].

FINITO IL TERZO CANTAR DI CAMILLA.

Quarto  Cantare

I.

Madre di Cristo, reina perfetta,

la mala gente, che vive in discordia,

aver riposo nello 'nferno aspetta

per te, fontana di misericordia:

l’animo mio, il qual(e) si diletta

d’antiche storie far nuova ricordia [46],

magnificando te in ogni giorno,

come il legno arivò or vi ritorno.

II.

El gran vento fortissimo traendo

menò que·legnio duo dì e duo notte;

d’un porto furon veduti venendo,

subito detto fu: ‒ costor son rotti ‒ :

(e) com’ è vsanza trasson(o) correndo

molti padron del mar saputi e dotti;

con graffi alla galea attacâro,

le funi d’essa a lor legno legâro.

III.

Poi dirizaron li lor remi acorti

a un segno gridando tutti . . . osa;

co’ lor(o) remi valorosi e forti

al porto lor condusson quella cosa;

gli uomini dentro stavan come morti,

onde fur tutti presi sanza posa

e fur portati sopra e richi letti

a riposar, ch’eran pien di difetti [47].

IV.

Un leal uom, ch’avea nom Pulidoro,

el legno loro a guardia gli fu dato,

e tutto loro arnese e ’l lor tesoro

detto li fu che per lor sia guardato:

in questo mezo si sentir costoro,

che furon molto ognuno stropicciato

le mani e ’l corpo con anbo li fianchi

lauati con aceto e con vin bianchi.

V.

A·cciascun ritornò il lume [48] degli echi

e risentiti alla chiesa n’andarono

reverentemente i loro ginochi

posâro in terra e Dio ringraziarono:

Amadio prese d’oro grossi rocchi

e per oferta alla chiesa il lasciarono,

poi si posavan ivi con gran gioia,

tanto che furon liberi d’ogni noia.

VI.

Disse Ricciardo: ‒ Amadio pregiato,

tutta la mia intenzione vo’ contare:

tra·lla fortuna ch’io ò cmnportato [49]

otto migliaia di miglia di mare

dentro al ponente se’ tanto ariuato,

dove ti piace, sicuro puoi stare,

che tutto il tenpo, che vita ti basta,

di te novella mai non torna a casta [50].

VII.

La mia intenzione è di lasciare il mondo

e voglio a Dio servire in lialtate;

po’ che canpato m’à di sì gran pondo

i’ mi vo’ far d’una regola frate;

però faccian ragione a tondo a tondo

e del nauilio mio sì mi pagate,

che·lla mia conpagnia (io) vo’ pagare

e se avanzo ci è, per Dio il vo’ dare.

VIII.

E Amadio disse: ‒ i’ son(o) contento

senpre di far ciò, che in piacer ti sia;

e abbi questo nel tuo intendimento

che tutto il tempo della vita mia,

avessi da fortuna o da suo vento [51]

stato ben come aver già credia,

di te farei Ricciardo, mio bello,

come tu fosse mio carnal fratello.

IX.

La lor galea era a piè d’uno scoglio,

qual era ancor da Pvlidor guardata;

di voluntà sanza niuno cordoglio,

fu per Fedel(e) tutta isgonberata;

po’ Amadio disse: ‒ Ricciardo i’ voglio

dare i danari a te e tuo brigata,

d’or mille lire. E’ rispose con pianto

‒ signor mio, non ò servito tanto!

X.

‒ Tra che tu il servi ed io ti vo’ far dono,

però ch’io tel do di buona voluntade;

e della vita mia sempre tuo sono

e sempre caro arò tua amistade,

tanto m’è stato il tuo servigo buono,

qual fatto m’ài co molta lealtade.

Poi si partì Ricciardo e acordoe

tutta sua gente e poi tra frati entroe.

XI.

A capo al porto avea un(o) palagio

e avea nome il palagio d’Orfino;

di rocca e di torri istava ad agio

e dentro avea bellissimo giardino,

di niun frutto n’avea disagio,

della città era in sul camino

con una gran fonte d’aqua viva

di biltà rica e di lordeza priva.

XII.

E Amadio l’ebbe conperato;

dentro arecovi suo arnese e cavalli,

col suo destrier, che a pena era campato

della fortuna, ch’ebe con travagli;

era da·llui Bianca Spina chiamato,

gli altri apo lui non valean du’agli;

or dentro a quel palagio con letizia

el donzel si rechò a maserizia.

XIII.

Rendita intorno conperò dovizia

e poi prese a vestir molti donzelli;

facea mane e sera festa con letizia,

con bracchi e veltri e con perfetti uccelli;

come di gran signor tenea amicizia.

Lasciamo il dir di questi duo fratelli

e vovi [52] dire alquanto del paese,

dov’è arivata Camilla cortese.

XIV.

Primieramente il porto si chiamava

per tutta gente il porto di Leanza

e la città che lo signoregiava

era d’una grandissima possanza;

questa città le sue mura girava

trentadue miglia truovo per certanza:

ella avea nome la grande Aquilea,

la qual distrusse Antola la giudea.

XV.

Questa città sotto (di) sè avea

tutto Frigoli colla bassa Magna

e le tre parti della Schiavonia,

dell’Istria questa compagna

confina verso colla Lonbardia;

ancor tenea la pitetta Brettagna,

la qual città colla Magna confina,

di là tenea Puglia co Messina.

XVI.

La signoria d’essa città posente

era del mondo del(le) quatro parti;

dentro abitava grande e molta gente,

uomin gentili e mercatanti (d’arti);

molto fornita è abondevolmente,

niente per invidia erano ispenti:

come fratel s’amava ciascheduno,

disiderando tutti il ben comuno.

XVII.

Signori, il libro e la storia mi dice

che questa terra si reggie a signore

per un(o) ch’avea nome il re Felice,

benigno, giusto e pien(o) d’ogni onore;

ed eco la ragion che costui lice

da tutti esser servito per amore,

che mille anni avea signoregiato

il sangue suo, di chi costui era nato.

XVIII.

Questi era magnianimo e cortese,

fonte di lialtà e di giustizia;

dintorno al suo distretto e paese

per sua bontà l’amavan con letizia;

perdonatore era di vane offese,

gindicator d’ogni mortal nequizia,

ben(e) con bene andaua meritando

e buoni e rei con giustizia purgando.

XIX.

Molto era ricco dell’aver mondano

però ch’avea rendita infinita;

re non fu mai Saracino o pagano,

che tenesse di lui più bella vita;

di lui tem’à, signor, dentro al soldano,

tant’è sua signoria alta e gradita

da molta buona gente con lianza,

e però [53] molti avean di lui dottanza [54].

XX.

Elli era di cinquanta anni in etade

e la sua donna quaranta anni avea;

ne’ venti fu fontana di biltade

e fu figluola di re e di reina;

di costui avea in veritade

una figliuola, la qual nome avea

Canbragia, e era da esser isposa;

non formò mai Idio sì bella cosa.

XXI.

Di questo Re ell’era il suo disio,

però che più figliuol non aspettava;

niuno romito amò giamai Iddio

come costui questa figliuola amava;

cortese e buona ell’era sanza rio.

Molti col re hun dì di lei parlava:

‒ non è [55] più bella dal ponente al levante. ‒

A lui rispose un ricco mercatante:

XXII.

‒ L’altr’anno, esendo in mare un vento rio,

fu’ da fortuna dentro diportato

nel gran reame del re Amideo,

che a Valenza è sire incoronato;

a costui vidi, se m’aiuti Idio,

una figliuola col viso rosato:

o re Felice, fuor  dico di quella

la vostra inanzi sopr’ogn’altra bella.

XXIII.

Io vdì dir che avea nome Camilla

quella ch’à in sè di biltà sì gran pondo;

di paradiso Cristo dipartilla,

quando la fe’ venire in questo mondo,

dall’altre cose bella Dio partilla

quella che à il capo più che oro biondo. ‒

Disse lo re: ‒ or’a Cristo piacesse

col padre parentado far potesse!

XXIV.

Se fossi maschio l’un di questi due,

le lor belleze insieme accosteria. ‒

Canbragia bella, piena di virtue,

sola per sè corte mantenia;

venti trenta donzelle o talor piue

sempre tenea alla sua conpagnia;

tutte donzelle savie e costumate,

che di baroni tutte eran(o) nate.

XXV.

Dentro alla corte di costui usava

una fanciulla fuor di sua memoria,

che gran diletto alla gente donava;

ov’ella fosse si vivea con gloria;

e alcun’ora costei profetezava

di cose, ch’avenien, dice la storia;

Bacchibella avea nom sanza difetto,

di Canbragia era tutta il suo diletto.

XXVI.

Al padre di costei fu riportato

sicome al suo (bel) porto di Leanza

un bel donzello sì v’era arivato,

il qual portava grande nominanza

d’esser bello, cortese e costumato

di persona, d’avere e di posanza;

lo re Felice, valoroso sire,

mandò che a lui e’ dovesse venire.

XXVII.

Ed elli, avendo il suo comandamento,

subitamente si mosse a venire;

mai non si vide più bel fornimento

che fu quel che portò questo bel sire:

tutto di perle avea un vestimento.

Que’ di Leanza, sapiendo il suo venire,

quaranta furo e a cavalo montarono

e co lui in conpagnia a Re n’andarono.

XXVIII.

Or cavalcando il donzel per la strada

sopra il suo destrieri Bella Spina,

per maraviglia ogni persona il bada,

con grande riverenza ognun gl’inchina,

ogni belleza appo la sua par laida:

nella città entrò una mattina

che ’l Re Felice un gran mangiar facia

di più ch’al terzo di sua baronia.

XXIX.

Come il donzel fu giunto in su la piazza,

e’ si scontrò con quella Bacchibella,

qual detto v’ò di sopra ch’era pazza;

quand’ella il vide con grida favella:

‒ questo gentil donzel dégno di maza [56],

a voi vo’ dir di lui cotal novella,

facciali chi (più) puo(te) grande onore

però ch’elli sarà vostro signore. ‒

XXX.

Amadio smonta sanza far parola,

al re va su co’ conpagni sovrani,

ed elli il truova che andava a tola;

il re e i baron lavate avien le mani

e i suoi donzelli la vivanda arecolla.

Un conte disse lor: ‒ noi sian villani. ‒

Un altro disse: ‒ Sir, disse, perchee? ‒

Ed e’ rispose: ‒ il vo’ contare a ree.

XXXI.

Venir veggio un colle più belle membra

ch’io vedessi mai a niun donzello;

figliuol di maggior sir di noi asenbra

tanto mi pare in sua figura bello. ‒

E lo re rise e poi si rimenbra

subitamente ched e’ fosse quello

qual era al porto di Leanza arivato,

che di quindi per lui avea mandato.

XXXII.

Quella sala era reale e grandissima;

incontro sì gli fe’ sanza tenore:

di sua persona, ch’era sì bellissima,

forte si maraviglia ognun nel core,

e della roba ch’à tanto spendissima

parlando insieme in quella col signore,

avisossi il donzel col bel saluto.

Essendo in ginochioni a·llui caduto.

XXXIII.

Lo re Felice lo rilevò ritto;

 disse: ‒ figliuolo andiamo a desinare. ‒

O bel signor, nel libro truovo scritto

che Amadio, quando l’udì parlare,

volse i begli occhi e guatollo diritto

(e) umilmente il cominciò a pregare:

‒ i’ v’adomando grazia, o nobil sire,

questa mattina mi lassiate servire. ‒

XXXIV.

‒ Sol per amor della tua giovinezza,

lo re rispose, molto volentieri. ‒

Allor, mirando sempre suo belleza,

s’affisson tutti, conti e cavalieri,

del servir bene e bello con presteza,

non fe’ mai via me’ niun ne’ suo’ manieri;

nessun  nol vede che di lui non goda

e del suo bel servire ognuno il loda.

XXXV.

El desinar fu bello e smisurato,

di tutte cose vi fu ben fornito:

e come egli ebbon tutti desinato,

il re si fu col damigel partito;

a un balcone con lui ne fu andato

e ’l re, esendo con lui in tal modo ito,

disse : ‒ dimi, donzello, donde e come,

chi se’ e donde nato e come ài nome.

XXXVI.

Ed e’ rispose: ‒ signor mio sovrano,

verso levante son di stran paese

e fu’ figluol d’u’ rico castellano:

di servire a un signor voglia mi prese,

che fosse grande e, come voi, Cristiano;

mossimi e venni qua co molto arnese

con un compagno solo, signor mio;

nome à Fedel e io Amadio.

XXXVII.

Lo re li disse: ‒ donzel, s’ io credesse

ch’io fosse quel signor, che vai cercando,

io ti vorrei pregar che rimanesse

nella mia corte e darti uficio, quando

di coppa di coltel [57] qual tu volessi,

di ciò mi servi; altro non vo cercando,

se non un giovan bel come se’ tue

e di questo ben fare ài gran virtue. ‒

XXXVIII.

E Amadio, valoroso donzello,

subitamente allo re rispose:

‒ re Felice, caro signor bello,

non vo’ ch’ a voi mie voglia sian nascose;

di rimaner con voi in vostro ostello

contento son. Così con lui si pose;

molto contento fu sanza sosta

elli e suoi di sì fatta risposta.

XXXIX.

E Bacchibella non istette in forse:

ratta che fu in sul palagio montata,

subitamente alla donzella corse

e con gran risa l’ebbe salutata:

queste parole a lei di botto porse:

la gonella ch’ài in dosso sì frangiata

vuomela dare, gentil damigella.

sed io ti diche una buona novella?

XL.

Canbragia bella le disse: ‒ anima mia,

con ciò e sanza ciò te la vo’ dare,

pur che tu voglia la mia conpagnia

 e alquanti dì co·meco dimorare; ‒

e Bacchibella sì le rispondia:

or t’inconforta e non ti sgomentare

che i·nostra corte un donzelo è aparito,

che fia nostro signore e tuo marito. ‒

XLI.

Allor Canbragia, donzella sovrana.

quando il parlar di Bachibella intese,

vermiglia diventò più ch’una grana:

poi per più cose il suo parlar conprese,

che più cose incredibil questa vana

avea già dette, ch’eran pure aprese [58];

di molte cose fatte del suo dir sute [59]

che mai la gente non l’arien credute.

XLII.

Tanto pensò al suo dire che fu stanca,

e poi per dichiarar sua oppinione

una chiamò a·sse, se i·legger non manca,

pulzella e figlia di nobil barone,

la quale avea nome Viola Bianca;

ed ella tosto sanza tardagione,

ratto che ella il suo parlare intese,

vezosa e bella le venne cortese.

XLIII.

Forte pensando al detto della folle,

a lei disse: ‒ o Bianca mia Viuola,

duo caualieri in tvo conpagnia tolle

e vanne al padre mio, bella figliuola;

di’ che doman, se ’l tenpo no mi stolle,

voglio ire a uccellar con sua parola;

e come giugni a·llui sanza sogiorno

guarda che fa e chi li sta d’intorno. ‒

XLIV.

Giunta ella al re e fatta l’anbasciata,

lui e suo gente prese a riguardare;

poco men che non cadde trangosciata,

veggendo il bel donzel: sanza tardare

rispose il re in quella tal mandata

‒ va, di’ che faccia ciò che a lei pare. ‒

Ella tornò, come dice la storia,

isbalordita e fuor di suo memoria.

XLV.

Canbragia bella il fatto gli è piaciuto,

po’ guarda la donzella e sì diceva:

‒ or ch’ io ti veggio ogni senso (ò) perduto!

or che à tu, dolcie sirochia mia? ‒

(Ed) ella disse: ‒ col Re ò ueduto

un bel donzello alla sua conpagnia;

amor m’à tolto il cor e ògli dato

e son sanz’eso a voi, dama, tornato. ‒

XLVI

A lui pensando tutta mi dicrollo [60],

però che veramente per lui moro;

credo che in paradiso Idio formollo

bianco, vermiglio, biondo com un oro;

che·ssia più bel la vita inpegnar vollo

in questo mondo non che fra costoro,

e se Dio padre di sua grazia mi tochi,

non vidi mai, come elli à, più belli ochi.

XLVII.

Veggendo che venia d’amor(e) meno,

Canbragia disse sanz’altro tinore:

‒ confortati domani il menareno

a uccelar co noi per lo tuo amore;

venir farollo in sul tuo palafreno,

a concial ben, che poi sempre nel core

vivere potrai contenta, donzella,

sed e’ cavalca doman la tua sella.

XLVIII.

La sella e ’l freno, cadalcando, di lui

sempre in tua vita ti ricorderai

e del gran ben che tu vuoi a costui

l’arcion toccando ti ricorderai. ‒

Ella rispose a lei co gli ochi bui:

‒ troppo sfacciata sarei, se mai,

bella donzella, se a seder mi ponesse

sopra la sella dond’egli scendesse.

XLIX.

Ma se da voi donzella i’ òne

grazia doman che mia sella cavalchi,

vostra Fedele a voi sempre saroe

ma’ non sarà che io (di) fede vi manchi:

come fia sceso d’or la copriroe,

po’, sie saran d’amor mie sensi stanchi,

la sella e ’l freno, dama, riguardando

scampo sarà di mia vita ch’à bando. ‒

L.

L’altra mattina la rosa vermiglia

fe’ il palafren ricamente adobbare;

Canbragia bella mandò per famiglia,

che conpagnia le dovesson fare:

con Amadio lo re si consiglia,

diliberar d’andare a uccelare;

Canbragia e ’l re s’asetta sanza fallo;

aparecchian per salire a cavallo.

LI.

Canbragia essendo in sulla piaza giunta,

ebbe veduto il nobile donzello,

a lui s’acosta e sì li disse: ‒ monta

in su quel palafreno ambiante e bello. ‒

Vedendola venire a lui sì pronta

maravigliossi e(d) ella mira(n)d’ello.

Disse: ‒ monta su tosto. ‒ Ed e’ montoe

po’ ch’ella volle e ’l re l’ il comandoe.

LII.

Bianca Viola, che ’l uide montato

sopra ’l suo palafren, fu più contenta

che·sse un l’avesse tutto ’l mondo dato;

la mente sua che per amor si stenta

riconfortò quel suo quor tribolato,

precando ch’allo scender non si penta

e ella poi con un falcon pellegrino

montata fu in sur un rico ronzino.

LIII.

A nulla cosa Canbragia procura

salvo che ’l bel donzello in veritade,

e fra sè dice ben che la natura

non fermò mai i·niun tanta beltate:

or mossono e andarno alla ventura

tutti in brigata fuor della cittade:

Bianca Viuola auea grande ira

di Canbragia che altro che lui non mira.

LIV.

‒ Tanto mi par che ’n sua biltà s’involua

che di paura mi bucinan gli orechia,

che ’l bel donzello costei no mi tolla,

però che in sua biltà tvtta si spechia;

se ciò m’aviene avrò dolor dicolla,

e viverò stentando come vechia;

omè dolente, ch’ i’ vegio Canbragia

di costui arde come il fuoco bragia!

LV.

Passando piani e monti e larghe fosse,

e la donzella senpre fiso il guata,

e la sua gran biltà tutta la mosse

sì che di lui è forte inamorata:

amor con suo forte arco la percosse,

più che Viuola di lui è inpazata,

(e) per lo gran disio che al cor le toca

giurò que(l) dì di baciagli la boca.

LVI.

Dimorando in cotale oppenione

una boce gridò: ‒ guarda, guarda!

ed ella vide a scendere un falcone,

di mano uscire a una bastarda

e cadde in terra com’uno aquilone:

Amadio il socorse e più non tarda,

la dama il vide, tosto dietro andolli,

l’uccello atando, la boca baciolli.

LVII.

Da le’ vedendosi la bocca baciata

disse: ‒ or m’aiuta, Vergine Maria,

costei s’arà di me inamorata,

credendosi di ver ch’io maschio sia.

Ivi fu molta gente raunata,

e Amadio, quando questo vedia

che a quel bisogno avea gente troppa,

chiamò Fedele e a lui salì in groppa.

LVIII.

Al socorso che del falcon e’ fene,

cadde e ’nbrattosi l’un lato di mota;

così con Fedel va e vede il rene,

lasciando il palafreno a sella vota;

Viola il truova e per dolor ch’à in sene

battessi colle man ciascuna gota.

Nel quinto dir di lor seguirò inanzi;

Cristo del cielo in onni ben ci avanzi.

FINITO IL quarto CANTAR DI CAMILLA.

Quinto cantare

I.

O divina virtù, o sapïenza,

Re ghlorïoso, che se’ sanza pare,

fa che sian salui nella tua sentenza,

quando verrai il mondo a giudicare;

e sì mi dona grazia alla mia intenza,

oltre seguendo possa ritornare,

non con ofesa di te signor mai:

or vi ritorno al dir ch’io vi lasciai.

II.

Io vi lasciai, qnando Amadio divoto

partissi per dolor che fu baciato

e come in groppa salì pien di loto

e con Fedele si partì adirato

e come il palafren si trovò voto

Bianca Viuola col viso rosato

e come il falcone, se ’l dir non erra,

coll’aquilone in piè si cadde in terra.

III.

Soccorso fu il falcone alla bisogna

e di sua presa fatta fu gran festa;

Canbragia allor rimase con vergognia

e con gran duolo la donzella onesta,

da poi ch’ella vedea sanza ranpogna

partito quelli che ’l suo cuor tempesta;

allor disse in fra sè co molta rabbia:

non ti varrà il fuggir che io non t’abbia. ‒

IV.

Viola ch’era d’esta cosa nuova,

che non sapea come ( egli ) era offeso,

e ’l palafren sanza il suo drudo truova,

dicendo: ‒ omè! perchè n’è questi isceso? ‒

a Canbragia n’andò per farne pruova:

ov’è que’ che d’amor m’à il quor aceso? ‒

Ed ella disse: ‒ donzella, i’ tel diroe:’

vedestu dianzi il falcon, che tramazoe

V.

quello aquilone? quando elli il socorse

e gli ’nbrattosi l’un lato di fango,

per la vergognia a piè quand’oltre corse?

dell’ira ch’i’ ò non vedi ch’io piango! ‒

Più parole che queste no gli porse.

Viuola disse: ‒ omè! che io m’afrango,

per dubitanza, ch’io ò, Canbragia mia,

che tu nogli abbi fatto villania. ‒

VI.

Canbragia bella allor con vezosi atti

umil(e)mente cominciò a parlare:

‒ de! non ragionian più di questi fatti.

Viuola mia; andiamo a uccellare:

io farò sì che aren di lui bu(o)n patti:

or indugian [61] questo nostro parlare

tanto che siamo nel nostro palagio;

quivi ragioneremo di ciò adagio.

VII.

Bianca Viuola rispose: ‒ e’ mi piace

ciò ch’a noi piace, in fede mia.

Diss’ella: ‒ di montar non sian tenace

in sul tuo palafreno e andiamo via.

Disse Viuola: ‒ troppo sare’ fallace,

s’io vi montasse suso, in fede mia,

in quella sella, dic’io, sanza fallo,

dove il mio amore è ito a cavallo.

VIII.

Allor fe’ por le staffe in sull’arcione

d’un bello amanto la sella copria.

Nell’ucellar al re giunse un barone,

co molta riuerenza lo salia:

nell’aria in quello si vide un falcone,

che giù discese e un’oca fedia

e la insecuì in verso una aqua chiara:

el falcon scese e l’oca tornò in aria.

IX.

Un(o) falcone era in alto montato

e giunse a lei e fedilla nel petto.

Questo uccelar(e) che io v’ò contato,

fino a sera durò con gran diletto:

e a racolta un corno ebbe sonato;

a tutti parve quel suon benedetto:

uomini e donne d’ogni maniera

ricolsonsi nel pian, dove il re era.

X.

Gran festa ne facean tuti i baroni

per lo diletto ch’avean riceuto;

grande allegreza aven grandi e minori

di molto ben volar ch’avean veduto;

drieto a tutti giunson gli uccellatori:

dinanzi a Re ciaschedun fu venuto,

per la fretta parea ch’avesser l’asima,

qual loda il suo uccello e gli altri biasima.

XI.

Tanta allegreza non ebbe mai gente

quant’ebbe, il dì, costor co·llor Signore:

quel baron che vi giunse, veramente

ora chiamato il nobil duca Astore;

giovane savio e bello, certamente

pochi n’avea il re di lui migliore;

questo era pien d’ogni buona maniera,

signore e duca era di Baviera.

XII.

Lo duca fra loro voltò le ciglia

e veneli veduto il bel donzello;

lo re a domandar subito piglia:

‒ chi è quel giovan che è cotanto bello? ‒

poi domandò della sua bella figlia

e disse al re: ‒ questa è suora di quello,

guardando i loro aspetti tanto belli

che mi paion sirochie e fratelli. ‒

XIII.

Lo re rispose: ‒ il donzel ch’ài veduto

non so ben (bene) là donde si sia;

via più che bello è di biltà conpiuto;

meco dimora alla mia conpagnia.

Quella donzella col uiso fronzuto [62]

sappi ch’e(ll’) è Canbragia, figlia mia:

po’ che insieme trovati ci siamo

vo’ che ordinian che marito le diamo. ‒

XIV.

Rispose il duca : ‒ or(a) mi perdonade

che troppo era di lungo il mio pensiero,

ch’io nolla conoscea in veritade. ‒

Lo re ridendo disse: ‒ volentiero. ‒

Or si tornaro dentro alla cittade,

e dismontato ciascun a suo ostero,

lo re lasciò la sua figlia in gran pena,

partitosi da lei per irne a cena.

XV.

Bianca Viuola sanz’altro dimoro

tolse del palafren suo briglia e sella;

suo bianco viso più che mai vivoro

moltto vi tenne su quella donzella,

poscia [63] lo ’nvolse in un bel drappo d’oro,

missela sotto la sua chiavicella:

or dimorando con suo sospirare

Canbragia bella la fece chiamare :

XVI.

Amadio bel, che gran dolor lo sprona,

prese Fedele suo fratel pe’ panni;

essendo i’ luogo sol sanza persona,

Amadio prese a dirli i suoi affanni

e di Canbragia il fatto li ragiona,

 come baciato l’avea il dì a ’nganni

E dicoti ancora viè più forte

ch’ell’è di me inamorata forte. ‒

XVII.

Fedel(e) che l’ode una gran pezza taque;

incominciò (poi) tutto a sbalordire:

e questa cosa vie più gli spiaque

che sed e’ fosse condotto a morire.

Che anegato foss’ io nelle salse aque! ‒

incominciò fra se con sospir  dire;

e po’ disse: ‒ sirochia mia, or bada

i’ luogo ov’ella sia (ma’) tu non vada.

XVIII.

In questo mezo Idio t’aiuterane,

perche l’è grande e tosto arà marito,

e ’l padre suo fuori la manderano

e noi rimaren poi a buon partito.

Questo consiglio che Fedel le dane

à tutto quanto il suo cuor rischiarito;

poi si partì la donzella attenta

da Fedele, più che prima contenta.

XIX.

Questa veloce e nobile dama

con atto d’uomo vive(va) in sua forma:

per tutto il mo(n)do si partia [64] sua fama

tant’è sua condizion di buona norma;

uomini e donne di vedella brama:

spesso spesso si movevano a torma

brigate venien dentro alla cittade

sol per vedere la sua gran biltade.

XX.

Canbragia e Viuola a·llor potere

fanno per lui aver veracemente:

non che aver ma sol per lui vedere

veruna truova luogo veramente,

sì che gran duol ciascuna pare avere:

per (lo) suo amore mort’è nel presente;

a questo forte lor gravoso assedio

pensa ciascuna di trovar rimedio.

XXI.

Bianca Viuola disse: ‒ omè! insurgo

più l’un(o) dì che l’altro i’ mortal pena:

il cuore, il corpo a poco a poco strugo

per questi ell’è di biltà  viva vena:

con sospiri e (con) lagrime mi pvrgo:

o vero Idio! trami di questa mena

ov’io dimoro con tormento fero,

po’ ch’ i’ non posso aver colui ch’i’ spero. ‒

XXII.

Canbragia un dì penando pensoe:

‒ il padre mio darmi marito aspetta;

se a duca o conte (o re) data saroe,

star sotto lui mi converà suggetta,

niuno albitro [65] più che voglia aroe [66];

auendo costvi che ’l mio cor diletta

e’ sare’ donna ed io sarò signore

e viuerò contenta a tutte l’ore.

XXIII.

Ma in sulla prima ch’io l’arò tolto ora,

perchè non ò di sangue reale,

biasmata ne sarò ad alcun’ora,

ognun dira ch’io abbia fatto male;

ma tal difetto sua biltà ristora,

fiami suggetto e io sarò leale;

addosso non m’arà giamai rigoglio,

sì ch’al postutto per marito il uoglio.

PAGEXXIV.

Lo re Felice di casa vuol trarla;

col duca Astore tenne parllamento,

ch’a molti e molte gente uolea darla;

alfin formaron loro intendimento

ad alcun nobil duca di mandarla,

giovane e·bbello, pien d’ogni ardimento,

che Carlo valoroso nome auia,

genito primo de Re d’Ungheria;

XXV.

ed ebbon questo lor dire acordato.

Disse lo re: ‒ o duca mio, i’ bramo

che andiamo a quella ch’à il uiso rosato,

e voi ed io questo le ragioniamo.

Ed e’ rispose: ‒ sire ingraziato,

se v’è in piacere, ora c’inviamo.

Allora il re con molto disio

uoltossi adrieto e chiamò Amadio.

XXVI.

E’ venne a·llui ed e’ li disse: ‒ piglia

con quella conpagnia che a te pare

e va a Canbragia, la mia bella figlia;

dirai che a lei vogl’io ire a parlare. ‒

Ed e’ canbiò la sua faccia vermiglia

quando s’udì tal cosa comandare;

non potendo altro far voltossi e destro

chiamò Fedele ch’era suo maestro.

XXVII.

E a Canbragia si fu mosso; per via,

mentre che va Fedele, il va amaestrando:

‒ quando sarò co lei, in fede mia,

non ti partir da me per suo comando. ‒

E di ciò far Fedel li promettia.

Fu(ro) al palagio alla donzella; quando

seppe ch’e’ a lei venia, quella figliuola

subitamente  chiamava Viuola.

XXVIII.

Giunta che·ffu, (le) disse: ’ va alla porta

e mena su colui che troverai:

credo sia quel che t’à d’amor(e) morta;

sed elli è desso, solo a me il me(ne)rai.

Ella si mosse molto presta e acorta,

che molto volentier v’andaua assai:

Viuola giunse, e quando lui vediva

 per dolcieza di sua memoria vsciva.

XXIX.

Tanto si lasciò all’amore tirare,

ratto ch’ella vide i·bel valletto,

che non si ricordò di fuor lasciare

la conpagnia sicome le fu detto.

e lui e gli altri sì v’ebbe a menare:

e l’altra in zanbra si stava in su·letto

e per serrare l’uscio stava in volo,

credendo(si) che a·llei venisse solo.

XXX.

Quand’ella li sentì in sulla sala,

levò allor(a) via sua oppinione;

 prestamente de letto uscì in sala

e venne fuori sanza tardagione;

uide Viuola andar come cicala

dintorno a·llui guardando suo fazione [67];

quando la vide disse in suo cospetto:

‒ per mandar te perdo ogni mio diletto.

XXXI.

Ma s’io dovesse delle vive polpe

del uiso porder por caso ch’avenga,

sì conuerà ch’io pigli questa volpe

che sa sì delle volte e ch’io il tenga:

lui è perdnto sol per le mie colpe

questo martir convien (pur) ch’ io sostenga,

tanto ch’io abbi com’io credo spazi

che un dì di lui mia voluntà si sazi.

XXXII.

Or come in sala fu questa figliuola,

col bel saluto quella gente adochia,

e per non venir men come Viuola

con gran fatica la sua voglia arochia [68]

di non guardarlo. Senza (più) parola

dinanzi a lei Amadio s’inginochia

e dolcemente  rispose al saluto

po’che fu in terra ginochion venuto.

XXXIII.

Poi umilmente il grazioso sire

a lei prese a parlar questo tinore:

lo padre tuo per me ti manda a dire

(ch’) a te vuol venir elli e ’l duca Astore. ‒

Ed ella disse: ‒ l’andare e ’l venire

sia a sua posta. ‒ E’ sanza romore

da lei prese comiato; senza sosta

tornò al re e fece la risposta.

XXXIV.

Allora il re el duca per man piglia;

con alquanti si mosse in veritade

e al palagio andò della sua figlia;

trovò che ornata avea sua gran biltade.

El duca Astor vedendola bisbiglia:

beato chi arà sua onestade. ‒

Guardandosi ognun nella venuta,

co’ reverenza l’un l’altro saluta.

XXXV.

Lo re s’asisse e a lato a lor(o) gìo

 Canbragia bella ch’à d’amor martiro:

rimase il duca ritto e Amadio

Amadio e gli altri della sala usciro.

Com’ella vide che di fuori vscio,

rimase con dolore e con sospiro:

essendo soli lo re disse al duca

che quel che sa con sauio dir conduca.

XXXVI.

Ed elli cominciò senza pavento:

conciosiacosachè  ’l nome di Dio

bisognia qui nel mio cominciamento,

chiamol e pregol co molto disio,

acciò che quel ch’io ò in comandamento

da re Filice, caro signor mio,

laldando [69] prima Iddio, signor del tutto

e di noi, sia onore istato e frutto. ‒

XXXVII.

Poi cominciò con angelica boce :

‒ reina delle belle d’esto mondo,

dea d’amore sanissima e veloce,

el cui valore è sparto e giocondo

per l’universo in ciasch(ed)una foce;

quanto il sol gira i razi a tondo a tondo

di te sol si fauella, o nobil dama,

tanta magnificenza à·lla tua fama.

XXXVIII.

Sol una cosa vuol la tua natura,

che femina ti fé’, dama diletta;

onde per questo la tua grande altura

convien che sotto altrui si sottometta;

e però, tv che ài la mente sicura,

nostro disio, che tal bisogno aspetta,

palese ti vo’ fare, o fresca rosa:

cioè che sia d’un bel duca sposa,

XXXIX.

genito primo del re d’Ungheria.

Sappi ch’egli è come me di ragione

(e) Carlo à nome per la fede mia;

dopo il suo padre porterà corona

e tutto quel (r)eame arà in balia;

più degno non ci è di tua persona

in tutto questo mondo e qui tuo padre

di ciò è molto contento e la tua madre. ‒

XL.

Sanza più dire il duca s’assisse

e la donzella, che ben l’à ascoltato,

di tutto ’l suo parlar nel quor ne rise,

imaginando che ’l suo amore è dato

a quel ch’à già le sue vertù conquise,

e nel suo quore già à immaginato

corona vuol che porti del suo regno

e sposi sua biltà perchè n’è degno.

XLI.

Dopo questo pensiero a mano a mano.

co’ suo’ begli ochi lagrime spandendo:

‒ padre mio diletto, caro e sovrano,

la voglia mia io ti dirò dicendo:

lo mio reame per un altro strano

non vo’ lasciare per  altro  caendo [70];

ch’un bel proverbio in verità si truova

che meglio è la via vechia che la nuova.

XLII.

 

Io non intendo per me s’abandoni

per verun modo ch’esser mai potesse;

perchè se morte co’ suo’ forti troni,

io maritata, voi mi togliesse,

converebbe che di nostri baroni

che l’un di lor la corona prendesse;

e s’io fosse da mio signor rasa

io non potre’ poi ritornare a casa.

XLIII.

Però intendo esser qui maritata

a uno che ’l cor mio contento sia

e da voi voglio esser incoronata

con colui che m’arà in sua balia;

e se  sarò poi di lui vedovata

io rimarò donna di casa mia

sempre reina e poi s’i’ mi moroe

a simil mo’ me rimariteroe.

XLIV.

Padre, io so quel che ragione adita [71]:

come fa molte volte l’uom ch’è folle,

tal viver crede assai che la sua vita

prima ch’e’ n(on) si crede morte  tolle:

se al primo uom ch’ i’ sarò stabilita

se più di me in vita Idio lo volle,

rimangasi signor senza fallare

e lassi poi il reame a chi li pare.

XLV.

Ora al primo proposito m’apicco [72]

cioè di volere marito a scielta,

e quel prender vorò pouero o ricco;

e qui ogn’altra intenza sia divelta. ‒

E sicur viso facea co·ribicco

magnificando più che grano o spelta.

Il padre udendo la sua intensione

col duca Astore andò a·ffar sermone.

XLVI.

‒ Questa mia cara figlia d’onor degna

in se mi par che regni in veritade;

non perchè mai da mie parole tegna,

marito prenda alla sua volontade:

tutta mia baronia vo’ che qui vegna

e di ciò sien(o) tutti in veritade;

non vorrei poi che niun mi riprendesse

s’ela contro a douer di ciò facesse.

XLVII.

Alla donzella, che d’amore stenta,

contaren poi queste cose ordinate. ‒

Ella rispose: ‒ padre, i’ son contenta

ch’a’ baron vostri saper lo facciate;

per un che vive la (mia) mente stenta,

sì ch’io non voglio che biasmo n’abiate. ‒

Allora scrisse lettre con gran brame

e fur mandate per tutto il reame.

XLVIII.

Dal lor signor comandamento avendo,

si mosse ciaschun con gran vigoria.

Gualfardo di Soave, com’io intendo,

col duca di Baveria in conpagnia;

Re di Buemia non si gia fuggendo,

con quel di Chiaramonte vi venia;

quel d’Ostterlicchi mosse co·lletizia

con Valdifredi conte d’Ungarizia.

XLIX.

E Chirialto, conte di Chiralla,

con quel di Grandiborgo, il gran marchese,

e ’l duca di Tocca e ’l conte della Valle

diren; questi a venir non si contese;

d’Aquilea sostenea costor sue spalle

però ch’avien di lei giurizion prese;

a·llei servir per questo eran venuti

e sono ancora al dì d’oggi tenuti.

L.

Tutti i baron vi fur di Schiavonia

con ciaschedun che per lui tenea terra;

de l’Istria (e) di quel di Lombardia

molti vi furon, se ’l libro non erra:

e brievemente chi a lui apartenia,

tutti forniti di cosa di guerra;

e quando il re gli ebbe in suo potere

della suo figlia disse il suo volere.

LI.

Lungo il consiglio fu, ma pur si prese

ch’ella a cui piace se le dia marito;

e la donzella, quando il fatto intese,

confortò i suoi sensi smariti;

e carta publica di presente si stese,

Questi signori valorosi e arditi

fur ricevti a grandissimo onore

da questo Re Filice, quel signore.

LII.

Come conpiuta fu la vera carta,

andâro a desinare in veritade;

fra baron fu questa novella sparta:

udendo Amadio Re delle biltade

per quel par ch’a ciascuno il quor si parta

dicendo: ‒ questo à cerco l’amistade:

ella si torrà lui, perchè bel drudo,

così signore aremo un vilan crudo.

LIII.

Ora ordiniam nel punto maladetto

che muoia poi che suti sian sì sciochi;

sia per alcuno un torniamento eletto

e se vi vien faccianne mille rocchi.

Questo trattato contro al bel valletto

spirò colei che nel core e negli ochi

sempre il porta e con perfetto disire.

Come ’l canpò dirò nell’altro dire.

FINITO IL QUINTO CANTARE DI CAMILLA

Sesto cantare

I.

Alta reina che ’l tuo figlio adori,

perchè superbia al mondo non diventi,

reina madre di noi peccatori,

per umiltà ti priego che contenti

la mente sì che non caggia in errori,

sicché alla storia seguir non paventi;

col nome di te, Vergine beata,

vo’ ritornare alla morte ordinata

II.

sopra quel giusto sangue inocente,

ch’avea sì vago e sì lucente viso,

quale a diletto Cristo onipotente

parea ch’avesse fatto in paradiso.

Lo re Felice, alto signor possente,

sentendo andare il bando sì ariciso

per tutta la città del torniamento,

comincia a far grande aparechiamento.

III

Sentendo, quella ch’à il uiso rosato

chiamò di Folgoli un gran castellano,

ch’era Ruscialdo per nome chiamato,

fort’e atante più ch’altro cristiano

Giugnendo a quella ch’à ’l viso rosato,

con be’ saluti si preson per mano

ed ella disse a lui dopo il saluto: ‒

a me bisogna aver ora il tuo aiuto.

IV.

Ed e’ rispose: ‒ donna, in cui regna

ogni virtù, il mio picolo affare

aparechiato senpre a vostra insegna

i’ ò per servir, voi per comandare;

nel corpo mio quando vuol morte vegna

per voi morendo me ne penso andare

nel paradiso con Cristo beato.

Or comandate ciò che v’è a grato. ‒

V.

Ed ella disse: ‒ un torneo è bandito

come so ch’ài udito veramente.

Un vi sarà; io vo’ ch’al suo aito

che·ttu vi sia colla tua buona gente.

Tu lo vedrai nel torniamento arguto,

che per cimiero in su l’elmo lucente

e’ porterà una manica d’oro:

se bisogna, per mio amor li dà aiutoro ‒

VI.

Ruscialdo libero sanza magagna

disse: ‒ donzella vivete sicura,

ché se il reame (o) baron della Magna

fossono adosso a quella creatura,

al suo aiuto merrò [73] tal conpagna

ch’i’ il farò liber d’ogni pena dura:

io farò, dama, che per vostro amore

e’ rimarà del torneo vincitore. ‒

VII.

Ella quand’ebbe il suo parlare udito,

disse: ‒ Ruscialdo mio, vatti con Dio;

fa che sie bene a tal mestier fornito,

io ten(e) priego per l’amor d’Iddio;

colui ch’aiuterai è mio marito:

e io ti giuro, s’io l’arò al mio disio,

bel dolce amico, di ciò ti fo certo,

ch’io te ne renderò d(i) ciò buon merto. ‒

VIII.

‒ Po’ che a me tua gran virtù comanda

merito più assai ch’io non son degno. ‒

Così si parte e Canbragia manda

per Fedele, che d’Amadio è sostegno

(e) anche accenna al messo che non spanda

a più quel dire. E’ poi sanza ritegno

alla donzella andò sanza schelmo;

andando a lei, trovolle i·mano un elmo.

IX.

E disseli: ‒ maestro di colui

che sarà mio marito a dritto e a torti,

segretamente, sanza dire altrui,

vo’ che domani per mio amor(e) porti

questo elmo sopra de’ begli ochi suoi,

quali aven già tutti mie sensi morti. ‒

Quando Fedele il suo parlar intende

di gran dolor più che  fuoco s’accende.

X.

E la donzella un grande strido misse

udendo(lo) star cheto e non parlare;

Fedel che l’ode per paura disse:

‒ ciò che vuoi sarà fatto e non gridare ‒

così con saramento le promisse

quel e ogn’altro che vuo’ comandare.

Mentre che va del torneo il secondo bando,

Fedele e·lla donzella, essi ascoltando.

XI.

Allora disse la gentil donzella:

‒ d’un’arme vo che tutto quanto il vesta,

qual tanto forte fu mai ne·ssì bella;

pollo [74] in sul mio destrier di gran podesta:

nessun miglior di lui porta (la) sella,

fort’e atante e ben porta la testa:

la sopravesta e couerta giocose

son tutte a perle e pietre preziose.

XII.

A·tte darò un perfetto destrieri

con armadura vorrai bianca o nera;

se mestier n’ài per nessun caualieri,

anche ti fornirò d’un’arma vera

per questo e per ogn’altro ch’ài mestieri;

torna per essa a me doman da·ssera.

Di far ciò ch’à promesso giura in carte

e tristo quanto può da lei si parte.

XIII.

Tornando a sua magione udì il corno

per la città sonare il terzo suono:

sonato ch’ebbe, il banditore adorno

queste parole disse con gran tuono:

‒ del bel mese che viene il primo giorno

(ora al presente che Dio cel dia buono)

saranno in canpo cento pellegrini,

tornati tutti da santi camini.

XIV.

Vestiti a bianco saranno i baroni,

per traverse nel bianco rilucenti

avran di nero scarselle e bordoni,

con lancie i·mano grosse e pugnenti;

rotte che fien gitteranno i tronconi

e prenderanno le spade taglienti;

(e) chi di sella si lascia cavare

non debba più in quel giorno rimontare.

XV.

So avenisse che alcun vi sia morto,

abbisi il danno sanza nimistade;

che amico nè parente nè consorto

a quel che uccide mala  volu(n)tade

no·ne porti, però che a cotal porto

pensi chi viene a provar sua bontade;

abbisi il danno chi perde e chi muore

e ’l uincitore abbia il pregio e l’onore.

XVI.

Ove doviesi far la mortal tresca

intorno intorno feciono stecare;

po’ fan d’intorno altissime bertesche [75],

dove le donne potessono stare;

a petto a·llor per se ne fer manesche

per lor vedere e poter giudicare

la gran virtù di que’ cavalier gai [76]

coperti a drappi d’oro e fini vai.

XVII.

(E) una sedia in alto e rilevata

fatta v’avea con gioia maravigliose,

con drappi ad oro ell’era covertata,

piena di pietre molto virtudiose:

la sedia era di sopra incoronata

di molte pietre e assai altre cose;

quel che di sopra della sedia li è

avea virtù della notte far die.

XVIII.

Larghe eran le bertesche da danzare

 delle donne e degli uomini discreti

coperte a drappi senza bisognare,

sargie [77], cortine (di) drappi e tappeti

da ogni parte si vedean ventolare,

tanto eran di virtù magni e coperti:

conpiuto ch’anno d’ogni fornimento

venne il dì del gran torniamento.

XIX.

Camilla bella, nobile creatura,

qual detta v’ò da fortuna cacciata,

ch’è femina (e) si regge d’uom figura, [78]

sentendo il bando della giostra andato,

chiamò Fedele colla mente pura

e·ssì li disse: ‒ la mia arme sia trovata

d’un nuovo cimiero fami fornire

per(ò) ch’io voglio a questo torneo gire.

XX.

E ragionando quel donzel gagliardo,

subitamente fra loro apparìe

el marinaio fortissimo Ricciardo,

che si fe’ frate el primo, che n’uscie;

dell’ordin questi, che non è codardo

in op(e)ra di guerra, non s’udie;

non potendo soffrir sanza dimora [79]

della regola quel baron n’vscì fuora.

XXI.

Così essendo il damigel venuto

adomandolli la sua signoria;

che molta festa l’ebbe ricievto

non come seruo ma per suo compagnia

ogni diletto e cibo gli à renduto

sì che gran forza renduto gli auia

là dov’elli era già di uita spento

per l’astinenza ch’elli avea soferto

XXII.

Ricciardo e Amadio, menando festa

a Canbragia mandò per fornimento

per tre baroni ed ella sanza resta

dielli a un modo rico fornimento,

salvo il cimier che porteranno in testa:

di questo fece lor divisamento:

il primo un can bianco come vivoro,

un gru l’altro, e ’l terzo una manica d’oro.

XXXIII.

Partendosi Fedel(e) co’ doni acorti

la dama il prese e disse: amico mio,

giura di far che·lla manica porti

lo mio diletto, il qual chiami Amadio ‒

ed e’ giurò con sacramenti forti

di contentar di ciò il suo disio.

Tornando ad Amadio con questo arnese

disse: ‒ conperato è alle tue spese.

XXIV.

Or fece l’alba il chiaro giorno e bello

che andare in sul canpo si doveva;

il re Felice vscì del suo ostello,

insino allo stecato allor salia;

e·lla suo figlia presto più ch’uccello

montò a caval con bella conpagnia

di damigelle e donne de’ reame;

salîr sulla bertesca de legname.

XXV.

Della città era ogniun(o) di fuore,

per veder tutti eran per la campagna;

sotto una segna d’arme a inperadore

eran tutti i baroni della Magna;

di Schiavonia venne conti e barone;

un’altra ansegna vien colla conpagna

d’Istria e d’altri paesi lontani

per essere a quel torneo alle mani.

XXVI.

Qvel che dovea suona un rico corno:

come elli ebbe il primo suon sonato,

Canbragia bella col (suo) uiso adorno

(d’) un drappo d’oro fino lavorato

una cotta avea sanza sogiorno;

molto parea il suo corpo adornato;

questa donzella d’ogni virtù pratica

nel dritto braccio non avea la manica.

XXVII.

La giubba porporina lauorata

per ciascuno si uede, chi uolea,

perchè ell’era del braccio spogliata,

e già manica d’oro non v’avea;

maravigliar facea chi la guata,

porchè a studio spicata [80] parea.

Or dimorando essa in ta’ pensieri

giunson al stormo que’ tre cavalieri.

XXVIII.

E furo entrati dentro allo stecato

in su quel punto sendo un(o) sonava;

un bellisimo gru d’argento ardito

l’un di que’ tre per cimieri portava,

l’altro in su l’elmo avea stabilito

un bianco can ranpante, su vi stava

al terzo d’oro la manica bella:

vedendola di ciò ciascun favella.

XXIX.

Con esso v’era Amadio e Fedele,

della malizia non sapea niente;

Gualfardo di Soave che ciò vede

coll’aste in mano andò a lui prestamente,

abattel morto veramente credo;

Ricciardo il vede, non tardò niente,

ferillo nel venire a tal partito

che l’abatè in sul canpo tramortito.

XXX.

Sanza aspettare il terzo suon sonare

mosse di Grandiborgo il gran marchese

e ’l damigello sanza dimorare

subito inver di lui il camin prese

e del destrieri il fece traboccare,

di tanta forza il suo colpo il distese;

quel di Starllico vene in ver Fedele

ed egli il fece del destrier cadere.

XXXI.

Disse lo re: ‒ bene ànno incominciato

que’ tre baroni ‒, che non sa chi si sia.

Intanto fussi ciascuno avisato,

conti e signori ognun per terra gia;

e la donzella ch’a il viso rosato disse:

‒ ben fa la terza conpagnia. ‒

Come il secondo giunse e ’l terzo

agli altri caualier non parve scherzo.

XXXII.

Sei cavalieri venon loro a dosso,

ferendoli nolli piegar(o) niente,

furon da loro tre ognun percosso,

ch’al canpo vote rimason le selle;

poi gli altri colle spade infino all’osso

ferendo gli abattien co rie novelle:

vedendo ciò colei ch’à il viso gaio

subito a sè fe’ venire un notaio.

XXXIII.

Elli eran tutti e tre vestiti a verde,

Allor trasse a ferir la gente schiava;

nessun di loro (già) staffa non perde,

i tre baron con quella giente brava;

lor capitan ch’avea nome Sol Verde

ferendo l’abaten co morte prava;

que’ d'Istria allor per non perdere il campo

fecionsi avanti al doloroso scampo.

XXXIV.

Quei della Magnia vedendo la schiera.

pensando a’ verdi cavalier dare aiuto,

tutti si partiro da·llor bandiera

e a ferire ciascuno è venuto;

que’ del reame e d’ogn’altra riviera

venero al campo al torneo fronduto

da tutte parti son giunti alle mani

alla battaglia fur de’ strigolani [81].

XXXV.

Per l’aspro stormo e per lo duro affanno

molti quel giorno di vita si spacciano;

cavalli e cavalier per terra vanno,

scudi  si rompono, elmi si spacciano

niuna piatà l’un dell’altro non ànno:

tristo [82] colui che in terra va in sul piano!

una beffa era poi il rimontare

chi si lasciava in terra iscavalcare.

XXXVI.

Di spade, di coltella e di spuntoni

feriansi insieme ciascun come verro;

alle braccia pigliavansi i baroni,

chi percotea co mazze di ferro,

feriti e morti voti avean gli arcioni,

com’io truovo dirovi s’io non erro:

quel della manica cavalier sovrano

al campo guadagnava de lo strano [83].

XXXVII.

E verdi caualieri per lo campo

erano insieme sempre combattendo,

facciendo delle schiere grande sciampo [84],

e forti scudi andavano fendendo;

molti baroni in sul vermiglio campo

le strette zuffe andavan dipartendo

lo re che vede il lor tanto potere

domanda chi sono, nol può sapere.

XXXVIII.

E la donzella che sapeva il fatto

era contenta più che se ’n paradiso

l’avesse l’agnolo portata di ratto;

mille anni parle che ’l torneo sia diviso:

allora il duca di Starlicchi adatto,

lasciossi andar verso Amadio a riciso [85];

d’un’aste al viso tal colpo gli anoda

che ’l cimier del caval tochò la coda.

XXXIX.

Ricciardo il prese per lo percosso elmo

e discavalla sopra al mastro arcione;

Fedele prese in quello sanza schelmo

una verde asta e va contra ’l barone,

che chiamato era il buon conte Guglielmo

in simil luogo il fedì [86] di tal ragione;

lo ferì tutto e abattè come scrivo,

perdendo il sangue per l’orecchie vivo.

XL.

Una voce gridò vedendo quello:

‒ a vo’ giusti, dell’alto sangue fieri,

lascerete regnar del vostro sello [87]

questi aventaticci [88] cavalieri

la figliuola del re perchè gli è bello,

per marito vuol torre lo stranieri:

e cominciò aver tanto dolore

e la manica porta per suo amore.

XLI.

Vedetela dal braccio dipartita

la manica che per lo suo amor porta

la nostra gentileza alta e gradita

sarà oggi da tre caualier morta!

Ciascun s’ingegni di tor lor la vita. ‒

Udendo dir questo la giente acorta

mossonsi adosso gridando a costoro,

dicean: ‒ morti sian senza dimoro. ‒

XLII.

Or s’incomincia d’arme maraviglie,

come nel libro truovo dirollo:

e verdi caualier lasciar le briglie

e ’l forte scudo ciascuno inbracciollo:

molte camice bianche fen vermiglie,

dislacciar elmi e scudi da collo:

e quando st(r)etti gli giugneno a faccia

gittavali per terra colle braccia.

XLIII.

Co’ brandi igniudi giano i buon guerieri

partendo [89] menbra e teste dalli ’nbusti

e le teste de’ possenti destrieri

quando giugnean in fallo i colpi giusti

piccoli et grandi de’ tre cavalieri;

vedendo dagli altri cota’ frusti

dicia ciascuno: così adicerno [90]

che non sono huomini ma diavoli d’inferno.

XLIV.

La grieve pena è pure a sofferire

come per troppo si rompe il coperchio

quando al troppo non si può sofferire;

così costoro tre per lo soperchio,

convene indietro del canpo partire;

con bel drappello Rucialto fe’ cerchio,

fatto il drappello i cavalieri arguti,

a’ verdi cavalier venne in aiuto.

XLV.

Il valoroso e possente Ruscialco.

quando li vide in sì gravosa mena,

ardito più che fra gli vcceli il falco

subito sprona per tralli di pena;

ferendo abatte morto il maliscalco

del re, il quale avea di gran possa (e) lena;

brieve e’ li  sconfisse in quelle pendici

ma’ poi non furo de’ tedeschi amici.

XLVI.

Vinto il torneo, rendessi l’onore

a quel ch’avea la manica d’oro;

e così fu di quel torneo signore

quel verde cavalier sanza dimoro;

lo re ne porta gran(de) pena al core.

tal voglia à di saper chi son costoro;

(e) quando ebbe il torneo giudicato,

mossesi e venne colla figlia a lato.

XLVII.

Giunto il re con quella c’ha il viso gaio,

anzi che fosse il campo sguernito,

Disse gridando: ‒ trane carta, notaio,

ched io questo baron vo’ per marito. ‒

Quel ch’era bello più che ’l fior di maio,

delle percosse era di sé uscito:

e il notaio disse: Vuola tu, donzello? ‒

ed e’ disse di sí, e dielle l’anello.

XLVIII.

E ’l re gridò: ‒ quell’elmo gli cavate:

io vo’ vedere il baron ch’è mio figlio. ‒

Poco ebbe meno a scoppiar le curate [91],

quando conobbe ch’era il suo famiglio.

Canbragia bella fra le genti armate

venne e abracciò quel fresco giglio:

Bianca Viuola, se libro non erra,

vedendol cadde tramortita in terra.

XLIX.

Disse lo re: ‒ ora a che sian venuti,

o cara baronia per terra sparta,

de! come fumo il dì poco saputi,

quando facemo a mia figlia carta. ‒

Allor con pianti e con sospiri arguti

per lo dolor par che ’l cor sì li parta:

‒ (ma) poi che tolta l’à, siamo contenti ‒

allora sonâr tutti li stormenti.

L.

I cavalieri degli arcioni usciro,

andaronsi i fediti a medicare;

e morti a grande onor si soppeliro,

poi cominciossi la gran festa a fare,

e così insieme al palagio ne giro:

giunti che furo andâr a desinare;

Canbragia bella il suo signor pigliollo,

insino in zanbra a disarmare andollo.

LI.

Quando Amadio fu in se ritornato

e di costei marito si trovava

con sospir dice: ‒ Idio dolce e beato

 cui ogni cosa è manifesta, è prava

ogni fortuna, padre, che m’ài dato:

nulla mi grava quanto questa nuova:

o padre, questa è la vera crudel doglie

quando saprà che di femina è moglie.

LII.

Io (so), signori, ch’io vi lascio gravati;

per vostro onore mi perdonerete:

nell’altro dir sarete ristorati,

quando cantando voi m’udirete;

come que’ gigli di maggio piantati

femine ritrovarsi ascolterete:

come maschio Idio fece costui:

nel settimo cantar dirò di lui.

finito il sesto cantar di camilla

Settimo cantare

I.

O fatto(r) giusto dell’opre divine,

caro figliuol dello spirito santo,

degnar portasti corona di spine

confitto in croce co dolor cotanto,

de! non guardare all’opre mie tapine

de! fami grazia nel settimo canto

di quella bella ch’à il uiso chiarito,

femina c’h’ora trovossi [92] marito.

II.

Io vi mostrai come disarmossi

Amadio (bel) marito della dama

e come disarmato ritrovossi

marito di colei che tanto l’ama

e come a Gesù Cristo lamentossi;

or segui(te)rò oltre con gram brama;

lo re e gli altri baroni sanza resta

di tale afar facien vedova festa [93].

III.

Il re e la reina con dolore

piagnean lamentandosi segreto

e del reame ciaschedun signore

doliensi forte con ognun discreto [94];

della città tutto il suo valore

avean d’allegreza gran divieto

e così (tutti) gran dolor portando,

parean contenti in vista festegiando.

IV.

Grande allegreza Ricciardo menava

però che ’l vero fatto non sapeva,

(e in) grandissima festa dimorava;

Fedel di ciò con gran dolor piangeva

che ’l suo signore che (co)tanto amava

erali tolto e veder nol poteva;

disse Ricciardo: ‒ fratel, di che piagni?

de’ ti far lieto e tu forte ti lagni. [95]

V.

Ed e’ li disse: ‒ fratel di valimento,

più nulla cosa non (ti) dis’io mai;

quel perch’io piango è in sagramento [96]

sì che da me tu saper nol potrai;

ma perch’io non ti fo di ciò contento

per solo Idio mi perdonerai;

tornati là co’ baroni a far festa

e non ti curar più di mia molesta. ‒

VI.

Ricciardo allor forte si maraviglia

di suo parlare, ma per non gravarlo

da lui si parte e più non lo sconsiglia,

e della festa ritornossi al ballo

dove allegreza vedova si piglia;

lo re e cittadini a quello stallo

per necessità facean allegreza;

è ’l bel di fuori e dentro la tristeza.

VII.

Di Brandibordo il nobile marchese

che Luigi per nome era chiamato

dentro del cuore un pensiero l’accese

dicendo: ‒ questi ch’è qui arivato

chi è non si sa bene e suo paese;

forse che è me’ che niuno di noi nato:

Idio mandato  l’ha per noi nudrire

or vo’ saper chi è sanza mentire.

VIII.

In questa notte il donzello sovrano

alla donzella sanza tardagione,

a lei conterà che non fu villano:

brieve diralle tutta suo nazione...

(e fra·ssè si ricorda del suo nano

picolo e mastro d’ogni ragione [97])

informerollo d’ogni mio intelletto

e metterollo da piè entro ’l letto.

IX.

Ed elli vdirà (ben) ciò che diranno,

po’ domatina risaprò da ello. ‒

Quando l’ebbe informato senza inganno,

metter lo fece sotto un gran mantello;

verso il palagio con esso ne vanno,

tenendolosi stretto un (suo) donzello;

e giunse alegro a re sanza difetto

apunto in su l’ora d’andare a letto.

X.

Disse il marchese: ‒ bel signore, andiamo

a veder vostra figlia e suo marito

e co lor festa insieme meniamo

e sia da noi con amor riverito:

sanza più star, messer, or c’inviamo,

forse costui Idio ce l’à aparito,

Idio sia laldato. ‒ E quindi mossi

ove stavan tristi ognun ralegrossi.

XI.

Avendo ognun ricamente cenato

co molta festa e co molto godere,

il re fu tutto quanto confortato,

udendo del marchese il suo volere:

e in zanbra di suo genero fu entrato

dicendo: ‒ figlio, i’ ti vengo a vedere

anzi che a letto vadi co·mia figlia

che di ciò non ti dar maraviglia.

XII.

Qvesto li disse acciò che non temesse

e non prendesse di nulla sconforto

che nella sera vicitar [98] lo volesse;

ma e’ ch’esser vorria volontier morto

rispose ardito che gio’ [99] prendesse

come a lui piace d’ogni suo diporto:

allor(a) cominciâr boci di genti

a cantar dolci e poi molti stormenti.

XIII.

E menavan costor molta alegreza:

colui che ’l nan sotto ’l mantello avea

a·letto s’acostò con gran presteza,

allora il nano di sotto gl’uscia

entrò sotto i·letto co molta (r)atteza;

In un minimo luogo a giacer si ponia:

asai istati comiato pigliaro

e quelli sposi amendui lasciaro.

XIV.

La veloce donzella, inamorata

di que’ ch’avea la mente sì cruda,

mille anni le par che in letto spogliata

co·lui in braccio si trovassi ignuda;

ebbe sua camera molto ben serrata

e venne in ver lui la bella druda

e cominciò dolcemente a baciare

Sentendol fortemente lagrimare,

XV.

colla diritta man gli ochi gli toca

dicendo: ‒ o amor mio, di che ti lagni?

o fresco giglio, di mia vita roca [100],

dimmi quel che·ttu ài o di che piagni

e gitti di sospiri sì gran fioca [101],

di lagrime le tue luci non stagni;

di nulla cosa debbi aver gramenza [102],

se non ch’io non son bella a tuo belenza.

XVI.

O chiara luce, del mio cor sostegno,

ben che proceda da me tal difetto,

per ristoro di quel tutto il mio regno

signor te ne farò sanza sospetto.

De! non m’avere, o fresco giglio, a sdegno!

leva su tosto e andiamoci a letto

e nelle braccia insieme ci posiamo. ‒

Ciò che diceva udito era dal nano.

XVII.

Amadio di piagner non restava

e non parlava a la donna niente

e tutto il viso di lagrime bagnava.

Costei vedendol molto era dolente;

turbata alquanto disse: ‒ in montagna [103]

la tua natura no·nega niente

che·ttu non fossi in qualche luogo nato

o da qualche villano nutrigato

XVIII.

Distrutto sia quello Idio d’amore

che tanto bel ti fece e la natura!

o maladetto sia senza tenore

chi·tt’à portato qui in aventura!

che lungo tenpo m’ài distrutto il core

la notte e ’l giorno con pena aspra e dura;

ora con pianto da me ti ribelli,

ch’omo muto (ti) stai e non favelli.

XIX.

Tu ben sapevi che io t’amava assai

e per amor di te mi missi a morte

nell’uccelare il dì ch’i ti baciai;

quando partisti da me ratto e forte,

o traditor, come soferto l’ai

di non esser partito di mia corte!

se·ttu ne fossi, a me del core vscito

saresti e non sarei a tal partito.

XX.

Poi cominciò un dirotto pianto,

e così forte piagnendo l’abraccia,

a sè lo strigne quanto può, intanto

gli ochi gli bacia e tutta l’altra faccia

dicendo: ‒ amor, che distrutto m’a’ tanto,

per solo Idio ti prego che·tti piaccia

di dirmi lo perchè e ’l convenente

perchè se’ d’esto fatto sì dolente.

XXI.

Ed e’ rispose: ‒ dama, quando credesse

avere in voi come di libertade

che quel che io dirò non si sapesse

i’ sì direi a voi la veritade. ‒

Ed ella disse: ‒ se Dio mi tenesse

aver più forza a sua benignitade

cosa che dica giamai non diroe,

non co altrui ma a que’ che detto t’òe.

XXII.

In questa zanbra sian pur [104] tu ed io,

altri non c’è che mai udir ci possa;

udir non ti potrebbe altro che Dio,

se di corno auessi la boce grossa. ‒

Camilla bella, pura, sanza rio,

di paura le trema tutte l’ossa:

po’ le cominciò a dire ad una ad una

com’era (e onde) e tutta sua fortuna.

XXIII.

Ella comincia a dir: ‒ gaia pulzella,

sappi ch’i’ sono come tu fantina

e sono una vergine donzella,

figliuola son di re e di reina;

la madre mia sappi fu molto bella,

ella sì si morì una mattina;

nanzi che·ssi morisse esta mia madre

con saramenti  promisse mie padre

XXIV.

di non prender mai moglie per sua fede

ch’ella non fosse più bella di lei.

Morta che fu, assai cerchò il ree;

ciò non trovando, pe’ peccati miei

disse al postutto che volea mee

per osservare il giuro che fe’ a lei.

Io per non fare a Dio tanta follìa

fuggi’ per mare la fortuna mia

XXV.

con Fedel mio fratel sanza pecato

qual suo nome diritto è Manbriano;

la balia quale a petto m’à allevato

partorì questo mio fratel sovrano;

e ’l padre mio crudele e dispietato,

quale a me volle esser sì villano

com’elli à nome non ti terò credenza,

re Amideo signore di Valenza.

XXVI.

E io, Canbragia, ò nome Camilla;

quel altro mio conpagno così caro,

lo quale in sè tanta forza distilla,

Ricciardo à nome ed è quel marinaio

ch’à dipartito me dalla gran villa

di mio paese lasso con gran guaio. ‒

La battaglia dell’isola contolla

com’ella fu e come Dio scanpolla.

XXVII.

Po’ le contò la fortuna del mare

e brievemente ciò che fatto avea.

‒ Or sai, donzella, ‒ disse ella, ‒ l’afare

se fatto t’ò ingiuria o villania

per solo Idio m’abbi a perdonare. ‒

E·lla donzella quando la ’ntendea

udendo dir tante pene portade

di lei si mosse subito a pietade.

XXVIII.

Disse Canbragia: ‒ a me pare scoperta

di ciò che aveva tua segreta intenza;

andianci a letto, amore, e fammi certa

che·ttu sia come di’ sanza temenza,

se non sarò da ria morte spenta,

se così sarà i’ ti terò credenza;

po’ se potrem saren servi di dio. ‒

E’ fu contento e nel letto ne gio.

XXIX.

Sua bionda treza in una cuffia d’oro

Canbragia la rinvolsse e poi si spoglia

nel letto l’abraciò senza dimoro

ben cento volte con bramosa voglia;

baciò quel che l’à dato tal martoro,

poi il cerca tutto come vento foglia;

e quando fatto com’ella il trovava

con alquant’ira un pezo dimorava.

XXX.

E poi le disse strignendosi ad essa:

‒ Di questo fatto fa che non ti curi

ch’io il giuro, poi ch’io t’ò promessa,

io t’atterrò; però [105] vivan sicuri;

altro questo non sa che noi stessa. ‒

E ’l nan disse fra sé: ‒ tu ti spergiuri

che ciò ch’avete detto in veritade

saprà doman tutta questa cittade. ‒

XXXI.

Amadio bel che ’l suo parlare udio,

molto s’alegra o non trovava posa:

con allegreza in braccio le reddio

l’uno coll’altra con cera amorosa;

Canbragia disse: ‒ la biltà che qui ò

non è ragion ch’a niuno sia nascosa.

Allor si leva lo suo corpo adatto

e involsel in un mantello di scarlatto.

XXXII.

Un bel capuccio la donzella avea

d’una sua roba molto divisata [106],

che sei carbonchi cugito s’auea

su ’n una stanga [107] sanza dimorata [108].

Prestamente la donna il distendea;

la zanbra allor fu tutta alluminata;

se venti torchi [109] fussono a un volume [110]

non arien renduto tanto lume.

XXXIII.

Poi il bel manto di dosso levossi

tornossi a letto e no·lle parve amaro;

a sicurtà ciascuno abracciossi,

(e) cento volte insieme s’abracciaro;

(e) Canbragia di lui molto saziossi

al suo disir salvo il diletto amaro

il quale a molti à già tolto la uita,

e così stando l’alba fu apparita.

XXXIV.

Una mirabil cosa di stormenti,

come fu fatto il dì, vi venon pronti

chè il re vi uenne con onorevol genti,

con prenzi, duchi, (con) marchesi e conti;

gli amadori al diletto son contenti

e in piè levati fur con chiari fronti,

e a loro modo usato si vestirono

e l’uscio della zambra tosto aprirono.

XXXV.

Mostran li sposi aver la mente sazia;

dentro v’andò il re co’ suoi baroni

come usavan i giovan chieder grazia

ed elli fra loro sanza tardazioni

in quella lo marchese prese spazia

a piè del letto sanza dimoragioni

saviamente scostò il suo donzello;

allora il nano  intrò sotto il mantello.

 

XXXVI.

E quando furono assai dimorati

della zambra si furo dipartiti,

amendue soli gli ànno lasciati;

e como debbon si furon vestiti,

e come fur di zambra accomiatati

e con gran calca fuor ne furo vsciti,

colui ch’avea il nan sanza dimoro

subito uscì con esso fra costoro.

XXXVII.

Come fuor della zambra costui fue

In una zambra a menar(e) lo prese

(e qu)el marchese pieno di virtve

d’andare a lui già non si contese

e ’l nano ciò che avea udito e piue

lo rivelò e fecelo palese.

Volendo far la cosa manifesta,

disse: ‒ no’ potrem inpegnare la testa? ‒

XXXVIII.

E ’l nano disse: ‒ sì sicuramente

metter la puoi perchè ’l fatto si spanda. ‒

Lascian costui e ragionan presente

del re che molto suo figlia domanda

e·ssì le disse: ‒ figlia discredente,

à’ tu ancora sazia  tua dimanda?

Sazisi con voglia maladetta

ma Idio ne facci sopra te vendetta!

XXXIX.

Ove tolto ài per marito un villano?

potevi avere infin dentro a levante

di qua di là infin dentro al soldano

qualunque magior sire forte e atante

o tu superba col quor lieve e vano

tolto ài un villano certamente:

s’i’ non guardasse a Dio, che non à pare

a quatro mvli ti fare’ squartare.

XL.

Disse la donna: ‒ sir con voi garrire

già non intendo in ciascheduno atto;

a far la festa che s’usa, bel sire,

douresti andare e sarebbe me’ fatto. ‒

E ’l re udendo il suo feroce ardire

subito si partì vedendo l’atto,

dicendo: ‒ il dì che io t’ingenerai

maladetto sia (disse) con gran guai.

XLI.

Così adirato n’andò a(l) gran giuoco

(e) come giunse sua ira celava.

Partito il re da·llei e ivi a poco

e Bacchibella a Canbragia tornava

e salutolla ardendo più che foco

e ginochioni in terra l’abracciava

po’ disse a·llei: ‒ o contenta donzella,

io son venuta per la mia gonnella. ‒

XLII.

Po’ disse a lei: ‒ mezo ài il cor contento;

e non che ’l terzo giorno sia venuto

sicura sta’ e non aver pauento

che ’l tuo quore arà il voler conpiuto;

grazia ti farà uno a conpimento;

creder mi puoi per quel ch’è avenuto,

la gonnella mi da’ sanza fallire,

donzella cara, ch’io me ne voglio ire. ‒

XLIII.

Per questo dire lieta e pensosa

rimase la donzella sanza resta [111];

poi si mosse la rosa dilettosa

andò e dielle una sua bella vesta,

ed ella si partì molto gaiosa.

Essendo il re nel mezo della festa

giunse il marchese e disse al re sourano

ciò che ridetto gli aveva il suo nano.

XLIV.

E ’l re al marchese in tal modo sermona:

‒ tanto è dolor che più no·mene date. ‒

Ed e’ rispose: ‒ bel sir, la persona

metter voglio con voi in veritate;

se ver non è quel che mio dir ragiona

vo’ che la testa, signor, mi tagliate.

‒ Ed e’ rispose: ‒ ed i’ vedrò palese

sed e’ fie ciò che detto m’ài, marchese. ‒

XLV.

Ed ei rispose: ‒ signor son contento. ‒

da·llor partissi il re e più no fina

e per la figlia sanza tardimento

mandò; essendo colla su reina

di quello affare dieile sentimento:

ella che l·ode come sol brina

o neve per gran caldo si disfaccia

così faceua ella più che ’l ghiaccio.

XLVI.

Fra sè traeva nel suo quor gran guai

dicendo con sospir: ‒ dolcie mia vita,

io so che questo detto tu non à,

poiché si sa, dirai t’abbia tradito.

Com’io vi dico con sospiri assai

volsesi al padre e rispose(gli) ardita:

‒ va, padre mio, la boce ch’ài mossa

falla morire, però ch’io son grossa [112].

XLVII.

E poi si mosse con fier riso ad ello,

mostrando avere nel quor molta gloria

e disse: ‒ padre, il tuo fermo cervello

parmi perduto coll’altra memoria

e ’l nostro forte quor fatto è d’uccello:

a noi incontra, come dice la storia

(d’)un sauio che ’npazò, a dire il vero,

che credeva la quercia fosse un pero. ‒

XLVIII.

Di grande iniquità lo re (s’)accese

quando s’udì sì forte ranpognare;

da sua figliuola lo comiato prese:

‒ domane intendo di ciò pruova fare

e se tal fatto i’ troverò palese

tosto il faragio al fuoco menare;

ciò ti giuro per Cristo onipotente!

‒ partissi e lei lasciò molto dolente.

XLIX.

Tanto parlò il marchese d’esto fatto

che la novella era palese o chiara;

e Amadio in (sua) zambra tornò ratto

trovò sua sposa con senbianza amara:

gridolle: ‒ o sozza femina di patto,

poco ài auta la mia vita cara! ‒.

Ella che l’ode con diverse note

forte piangendo il viso si perquote.

L.

Poi s’ inginochia e dice: ‒ signor mio,

o luce, o spechio della vita mia,

o colonna di me dolcie disio,

io ti prometto, per la fede mia

ch’io mai nol dissi a uom di sotto a Dio,

nè a femina ancor ch’al mondo sia:

se d’esto affar morai drudo piacente

moro anch’ io teco veramente. ‒

LI.

Amadio le lagrime versando,

disse: ‒ tradito m’ài, anima mia! ‒

simil dicendo piangeva lagrimando

‒ criatura non so che per me sia! ‒

Stando così ed elli udì un bando

per la città da parte del re gia

che tutti i suo baroni sanza fallo

fossono a corte subito a cavallo.

LII.

Amadio prese da costei comiato

e giunse al re e disse: ‒ or che novella? ‒

Ed e’ rispose no·mostrando tvrbato:

‒ or t’aparechia di montare in sella

ched’io mi sento di puza caricato

e per cessare questa briga fella [113]

tutti in brigata al bagno n’anderemo

e ’n questa notte sì ci bagneremo.

LIII.

Ed e’che l’ode sospira nel core;

da lui partissi no·mostrando sconforto

e torna alla donzella e dice: ‒ amore,

quor del mio corpo, o fresco giglio d’orto,

l’amor che m’ài portato, o gentil fiore,

mandami in luogo ch’io vi sarò morto. ‒

E dopo questo suo gravoso lagno

disse come il re il menava al bagno.

LIV.

Piagnendo la donzella d’onor degna

disse: ‒ per Dio fa che non ti storni!

la roba ch’ài di bianco sia tua insegna,

se canpi fa che con essa ritorni;

davanti a tutti fa che tu (ne) vegna;

sarò al palagio dalli ornati corni,

guarderò verso il banguo a mio potere,

a quel balcone starò per vedere.

LV.

‒ Volentier ‒, disse; e vestito fu intanto;

e aconcio che fu per cavalcare

abracciarosi stretti con gran pianto

e poi n’andò al re sanza restare;

come il re il vide partissi da un canto

e cominciò a tutti a comandare:

‒ a caval monti ognuno in veritade. ‒

Fatto che fu vscì dalla cittade.

LVI.

E ’l re  suo genero per la man l’afferra,

mostrando allegro e con dolor cavalca;

tutti co·lui le genti della terra

d’andar lor drieto non mostrando straca [114]

voler vedieno se ’l libro non erra,

se ’l uero è quel che la novella abraaca [115].

Così andando al re vscì di mano

Amadio (e) andò verso Manbriano,

LVII.

qual detto v’è ch’ora Fedel chiamato

e ’l buon Ricciardo co·llor si strignea;

ed a Ricciardo, cavalier pregiato,

come il re e perchè vanno gli dicea;

dicendo; ‒ lasso e disaventurato,

come celar potrò la pena mia? ‒

disse Ricciardo: ‒ colla spada i·mano,

se per forza il vuol fare il re villano! ‒

LVIII.

Fedele disse: ‒ nessun più si lagni;

sìe quel che si vuol, io consiglio,

se Re vorrà, fratel, pur che ti bagni,

ciaschun s’ingegni il campo far vermiglio

e con onor la morte si guadagni. ‒

Quel ch’à perduto suo color vermiglio

disse: ‒ contento son ma s’io nol dico

non ci arechiamo il re a nimico. ‒

LIX.

E Ricciardo a Fedel quando l’udia

disse: ‒ di questo or(a) non dubitare;

se il re vorrà pur farci villania

più che tu voglia questo non pensare

co spade i·mano ci faren la via

e colli sproni aremo a campare;

a dispetto di loro e di lor brame

noi ti traremo fuori de reame.

LX.

Così parlando senpre, la giornata

non perdon punto andando a·llor potere;

a una villa fecion lor giornata

(e) Ricciardo e Fedel co·llor sapere

una corazza d’acciaio lauorata

misonsi indosso ognun per non temere;

sotto gli usati panni portan con lor gaio

bon ganberuoli e cosciali d’acciaio.

LXI.

La maniche di maglia col coretto

ciascun si misse sotto la gonella,

sotto il capvccio a gote il bacinetto,

tre buon destrieri ciaschedun gran sella,

drieto a·lloro tre lancie con scudetto

facen recar; di questo la donzella,

Camilla bella col viso lucente,

di tal trattato non sapea niente.

LXII.

Eran costor da tanti pensier punti,

questa gran gente di sì alto affare,

che di questi che son così congiunti

niun s’avide e pensò di loro armare.

Come Amadio esendo al bagno giunti

di non bagnarsi, nell’altro cantare,

signor, dirovi con rime latine

al uostro onoro a questo faccio fine.

FINITO IL SETTIMO CANTAR DI CAMILLA.

Ottavo cantare

I.

O re del ciel, che morto con tormento

tu soferisti con grave dolore,

desti a la terra e al mar(e) fondamento

e tribolati al ciel tutto l’onore,

terra formasti, al nostro godimento,

di libertà ci desti assai valore:

dolce signor, de! siemi cortese

di ritornar dove il mio dir s’atese. [116]

II.

Quando quel(lo) gra Re fu giunto al bagno,

un bando fece andar che ogn’uom gentile

guardi ciò che fa egli sanza lagno

e com’elli ogniun tenga lo stile.

Compiuto il bando il re como istragno,

in presenza di tutti molto umile

(e) tutto solo, si spogliò ignvdo

e po’ saltò nel bagno il baron drudo [117].

III.

Assai baron che v’era d’onor degni

tutti si cominciarono a spogliare;

e ’l re gridò: ‒ nel bagno ciascun vegni! ‒

E in verso del suo gienero a parlare:

‒ spogliati, figliuol, non far ritegni;

voglioti in braccio, figliuolo, arecare. ‒

Disse Ricciardo: ‒ sere, e’ non à rogna,

sì ch’al donzello bagnar no·bisogna! ‒

IV.

E Luigi marchese irato avaccio [118]

e vanne ‒ disse ad Amadio ardito ‒

spogliati per amore sanza inpaccio;

fratel: (questo) conviene a ogni partito. ‒

Allor Ricciardo il prese per lo braccio

e nel bagno il gittò tutto vestito;

tutto vestito andonne insino al fondo,

per tal virtù il gittò il baron giocondo.

V.

E ’l re vedendo fu tutto aghiadato [119],

per più (senno) a gridar giamai non prese :

vedendo l’altra gente tal mercato,

ciascun si trae dirieto alla cortese;

e rimase ciascuno smemorato

quando vidon gittar così il marchese;

e ’l re li disse: ‒ questo ài  per tuo oltraggio ‒

quando ebbe tratto dell’aqua il visaggio.

VI.

Poi disse il re agli altri: ‒ or vi spogliate,

umil(e)mente ciascun sanza argoglio,

e col viso nel bagno ignudi entrate;

e tu, bel figlio, il fa perchè i’ uoglio. ‒

Disse Fedel: ‒ signor, vo’ mi mostrate

d’esser buon medico, ma forte mi doglio;

di far bagnar costui io ò isdegno,

non avendo (veduto) prima il segno. ‒

VII.

Allora il re fu forte (di)sdegnato

e cominciò a sua gente a comandare

che sia per forza ciascuno spogliato;

ma questo non ardia ciascun di fare

perchè ciascuno avea sua spada a lato

sì che per quel no·ll’ardivan toccare;

un ch’a quel fatto molto ben si spechia

andò al re e disse(gli) all’orechia:

VIII.

‒ Nostro signor, lor forza, lor bontade

fur manifeste al gran torniamento;

mentre ch’aranno allato quelle spade

nessuno arà di tocarli ardimento. ‒

E ’l re comanda per la lialtade

che son sottoposti al suo giuramento,

a tutti a tre senza contesa o piato

ched e’ si levin le spade dallato

IX.

Udendo quel ch’à di sospiri tanto

disse: ‒ s’i’ muor non vo’ morir bugiardo. ‒

Allor si scinse la spada da lato

e simil fero Fedele e Ricciardo;

per non venire di sua fede manco

stette fermo, per(chè) quel re gagliardo

lor vbidenza prese a comandare

che ciaschedun si lassasse spogliare.

X.

Allora fu il damigello spogliato

prima da mano e poi dal collaretto;

essendo in giubba di seta lasciato,

gli echi levò a Cristo benedetto

dicendo: ‒ tu signore d’alto stato,

nel regno tvo magnifico e perfetto

e giù nel mondo ove regna tua fe’

non ci à tu altro affar signor che me?

XI.

Non credi, padre mio, signor verace,

che io ti perda giamai per superbia

e ch’io non porti questa pena in pace,

ben che mi sia più che null’altra acerba:

se nella voglia tua, signor mio, giace

ch’i’ faccia morte come can acerba,

contenta son che sia il tuo comando;

l’anima mia, signor, ti racomando.

XII.

L’anima ch’è in questo corpo comessa,

la qual per te servire porta pena,

quando il corpo partir fara’ da essa,

nella tua gloria, signor, ne la mena. ‒

Così dicendo, e una lionessa

calda e rabbiosa fra lor si raffrena;

que’ [120] ch’era già in camicia spogliato

per questa bestia fu abbandonato.

XIII.

E non ve n’ebbe verun tanto ardito

di tanta gente quanto lì avea,

che non fuggisse per cotal partito,

chi là chi qua, ciascun che me’ potea:

qual si gittava nel bagno vestito,

 più che non volle il re seco n’avea;

e Amadio, perch’ella il divorasse,

passo indrieto (n)è ’nanzi non si trasse.

XIV.

Ricciardo (n)è Fedele niuno mai

non si partì dal damigello un’oncia;

la lionessa che prima vi contai,

in verso un bosco a·ffuggire s’acconcia

e Amadio traendo gran guai

drieto le corse colla faccia broncia,

e suo conpagni dirieto a lui giro

e all’entrar del bosco lo smariro.

XV.

Dice Amadio alla bestia che caccia:

‒ tu che divori le bestie selvaggie,

de volgi in ver di me la scura faccia,

non mi far corer più per queste piaggie,

che mi divori prego che ti piaccia. ‒

Correndo ella fuggia da tante raggie

(ch)e ogni suo senso per gridar fu lasso;

vide la bestia saltar sopra un sasso.

XVI.

E Amadio che con dolor si scampa,

ferma che fu andò là prestamente,

ed ella alta levò la dritta zampa

e cominciò a parlare dolzemente

e disse: ‒ tu ch’ ài dentro mortal vampa

sappi per verità di Dio, figlia piacente,

ch’io son l’agnol di Dio a te mandato

per la gran pazienza ch’ài portato.

XVII.

Per lo gran mal che del padre fuggisti

e per la pazienza de’ tormenti

vuole Idio padre che grazia n’aquisti

che·ttu, femina se’, maschio diventi. ‒

Poi il segnò cantando li salmisti;

allor si scosson suo membri soventi [121];

cantata e fatta la divozione,

Camilla bella trovossi garzone

XVIII.

Ed ella si vergogna di guatarsi

sì fortemente ch’i’ nol potre’ dire:

e l’agnol disse per acomiatarsi:

‒ gitta un gran sasso e vedrai giù venire

la lionessa e in ver te rovesciarsi;

al re e agli altri potrai, figliuol, dire

che avevi fatto un sogno nel letto

che ti pensavi metterlo in difetto.

XIX.

Tu sarai Re (e) co·molta letizia

or fa che reggi lo reame in posa;

fa che tu ami ragione e giustizia,

poveri e verità sopr’ogni cosa,

e da te cessi superbia e nequizia. ‒

Poi il benedisse e non fece più posa

e quando l’ebbe bene amaestrato

la scrollò [122] e tornossi a regno beato.

XX.

Ma prima [123] gittò il sasso senza resta

e quella bestia cadde in terra morta,

poi indrieto si tornò per la foresta;

in se medesmo gran vergogna porta:

così andando sentì gran tenpesta,

piagner come si fa persona morta;

inver le boci (di)rizò sue vele [124]

(e) trovò ch’era Ricciardo e Fedele.

XXI.

Piagnean lui perchè credean che morto

fosse, da quella fiera divorato;

quando ’l uidon ciascun l’abracciò scorto,

po’ l’ànno cento volte e più baciato;

ed e’ co·loro sta col uiso torto

di dir com’era non era affacciato: [125]

(poi) con vergognia il disse e allegrezza,

tramortir tutti a due con gran dolcezza.

XXII.

Poi alla lionessa ritornarono,

la coda e piedi le venor pigliando;

e questa bestia al bagno (ne) portarono,

molti tornando ch’eran già cercando;

ignudi poi tvtti e tre si spogliarono

per ubidir del re il suo comando:

per vergognia saltò il donzello avaccio

nel bagnio e ’l re lo ricevette in braccio.

XXIII.

E ’l re contento fel del bagno trarre

e fello involgere in un drappo d’oro;

poi in terra un letto fece fare,

su vel pose a giacer senza dimoro;

poi il marchese fe’ stretto legare,

inpromettendo di dargli martoro,

alla città il mandano legato

co molti caualieri aconpagnato.

XXIV.

E Canbragia che è molto dolente,

quando vide costor, tutta canbiossi;

e non vedendo il suo signor piacente

poco fu men che ’n terra non gittossi;

ma perchè vide ch’era poca gente

per quello si ritenne e indugiossi

tanto che vide il re col popul franco,

guardò per quel  ch’andò vestito bianco.

XXV.

Avanti a tutti ella il vide venire;

imantanente con donne e donzelle

andolli incontro tosto allo ver dire;

e quando seppe chiare le novelle

se·ffoson cento nollo potren dire

la gioia che·ffe’ con sue damigelle;

e poi a re e ciascun suo barone

Camilla fe’ palese sua nazione.

XXVI.

Poi che·ffu ogni cosa manifesta,

che molta festa sanza alcun tormento

rincominciossi la novella festa;

poi offerson molt’oro e ariento

e colui che dovea per(der) la testa

campò e perdonossi il mal talento:

chon festa fer a Domenedio omaggio

il re e suoi baron di buon coraggio.

XXVII.

Tanto contento (è) il re che pare pazo

tanta gioia e allegreza menava

per la città e per lo gran palazo;

d’alta allegreza ognuno ringraziava

e con divozion ognun dirazo

Cristo del cielo ognuno ringraziava;

dove il tenean vil è ognun ristorato

sappiendo il vero come egli era nato.

XXVIII.

Pella città si facea balli e giostre

di donne e di baroni pro’ e arditi;

facean le donne di lor biltà mostre,

tanti stormenti non fur mai uditi:

dicevon li baron: ‒ le menti nostre

come sian ben(e) da Dio exalditi [126],

d’aver signor d’alto reame a lunga

e di sangue gentil ch’al nostro agiunga.

XXIX.

Canbragia bella fra sè a tutte lotte

luogo non trova dentro a suo cospetto;

ma priega Idio che tosto faccia notte

che co·llui in braccio si truovi nel letto;

tanto preghò che giunse a sue condotte [127],

essendo in zanbra sanza aver sospetto;

Ricciardo e Manbriano alla primiera

d’Amadio bello furon cameriera.

XXX.

Sì fortemente Amadio si vergogna

ch’a verun modo si vuole spogliare,

e fu maggior quistion sanza ranpogna

che non fu quando il re il volle bagnare;

ma quelli due che niuno agogna

per viva forza il fer nel letto entrare

e po’ dissono: ‒ adio, gentil pulzella. ‒

Ella per man li piglia e po’ favella.

XXXI.

E disse lor: ‒ dolcissimi fratelli,

andate e (ri)tornate domattina;

di tal servigio, arditi baron belli,

meritar ve ne voglio ‒ e poi l’inchina,

e ’nginochiarsi que’ baron novelli.

Dissono a lei: ‒ cara nostra reina,

merito non andiam cercando piue

di nulla cosa ancor se non vo’ due. ‒

XXXII.

Poi si partiron della camera destra,

mezo a pena s’eran sanza difetto,

ched ella dentro tosto si balestra;

e come giunta, gittossi in su letto

(ancor rimase aperta una finestra)

e così in giubba abracciollo stretto

e quando maschio la donna trovollo

co·molta fretta colle man tocollo.

XXXIII.

D’allegreza in su letto tramortita

caduta fu da quel gentil donzello;

e poi quand’ella fu in sè reddita

ratta si spoglia e quel giglio novello

recossi in braccio la stella chiarita;

la gran vergogna che dimora in ello

con venne al tutto che giù si ponesse

e che verginità ciascun perdesse.

XXXIV.

Quando ebbe(r) preso il diletto d’amore

e la (lor) gran virtù ciascun provato,

assicurossi ciascuno nel quore,

ogni vergogna puosor da l’u·lato:

poi come aparue del giorno l’albore,

il re in persona fu tosto levato,

co Ricciardo e Fedel sanza tardata

venero a l’uscio a far  la mattinata.

XXXV.

Sentendo il re, la gentil(e) donzella

la giubba si vestì subitamente

e l’uscio aprì della camera bella;

dentro vi vene il re colla sua gente

e tra costoro aparve Bachibella

e giunse e disse: ‒ donzella piacente,

ancor non è passata l’ora atenta

che io ti dissi che saresti contenta.

XXXVI.

Po’ che mio dire verità trovato ài

vuomi tu dar la gonella fregiata,

che·ttu avevi quando ti salutai? ‒

Ora altra cosa Canbragia à lasciata

e disse a·llei: ‒ quello e altro assai

i’ ti vo’ dar, sirochia dilicata;

che questo dì solo meco ti stia

io te ne vo’ pregare in cortesia. ‒

XXXVII.

Ed ella disse: ‒ molto volentieri. ‒

Canbragia allora a ciò che non si spregi

subito trasse d’un suo bel forsieri

una roba che d’oro à molti fregi;

ed ella lasciò stare ogni mestieri,

vestissi ed ella parea d’alti regi;

e stando in tale gioia quella fiata

giunse una donna con una anbasciata.

XXXVIII.

Vestita d’un sanguigno la fantina

era velata, onestissima e bella:

coperto avea in man di seta fina

d’oro una briglia e d’argento una sella:

disse: ‒ o Canbragia, una mia cugina

mandati questo don, cara donzella;

non so se come dice l’ài tradita,

ma ella perderà doman la uita.

XXXIX.

Ella ti manda il dilettoso dono

che tenea per amor del tuo signore;

donzella, sai che tenuta le sono,

sichè pregar ti voglio per amore

nanzi che muoia così in abandono

(ch’è disperata con tanto dolore)

che ’l tuo signore a veder(e) le meni

acciò la vita in corpo le rifreni. ‒

XL.

Piange la dama con tanta pietade

che molti dietro a piagner se ne tira;

vedendo ella la sella in veritade

co lagrime d’amor forte sospira;

e lagrimando co molta onestade

un gran pezo la sella (ella) rimira

e poi diceua; ‒ Bianca mia Viuola,

or se’ tu per morir, cara figliuola. ‒

XLI.

Allora andò che più non si contese

di botto ella e ’l suo signor sovrano;

(e) per trovare a suo scampo difese

Viuola (il) prese per la dritta mano;

com’ella la pigliò a parlar prese:

‒ bella donzella, non perire invano!

se ti conforti viso collorito,

io ti darò mio fratel per marito. ‒

XLII.

La donna prega con atti amorosi;

suoi sensi che già erano trascorsi

sostenon sé e gli occhi angosciosi

Ivi vedendo e tocando confortossi,

e li spiriti scuri e tenebrosi

tornaro i·llei e a seder levossi

dicendo: ‒ Idio sia sempre benedetto,

po’ ch’ò veduto il mie dolce diletto. ‒

XLIII.

Disse Canbragia: ‒ dolce mia speranza,

per amor di noi due datti conforto;

se tu guarisci daremti per manza

a Manbrian, che pare un giglio d’orto.

Ella incarnò sì di questa baldanza,

che ogni suo senso ritornò acorto;

e come libera fu d’ogni affare

a Manbrian la feciono sposare.

XLIV.

(E) di ciò fece il re una gran festa

per la città e per ogni contrada,

poi li pose corona d’oro in testa

e Amadio disse (a lui): ‒ a me agrada

che·tti torni in Valenza sanza resta

e del reame signor vo’ che vada.

Di ciò fe’ gran contesa e non volia

poi si partì con gente e andò via.

XLV.

In poco tenpo sanza noia e male

giunse in Valenza sanza tardigione;

sabito fu posto in sedia reale

co molta festa da tutti i baroni;

ed e’ ccominciò a far signoria tale

che·lle genti di tutte condizioni

vivean tutti con gran festa e gloria,

tanto li regea ben, dice la storia.

XLVI.

Lo re Felice, alto signor pregiato,

rendè l’anima sua a luogo santo;

con grandissimo onor fu sotterato,

co molta reverenza e con gran pianto;

po’ fu Camilla da baron coronato

con festa e allegreza e (con) gran canto;

poi fu sua vita giustissima e santa

e fu viepiù che la storia non canta.

XLVII.

Ricciardo, saggio e pro’ sanza paraggio,

una duchessa con gran festa e brama

dielli per moglie e po’ fu maliscalco

subitamente di tutto il reame;

e fece re d’u·reame Ruscialco

che·ll’aiutò al torneo delle dame;

poi maritò semila donzelle

ch’enn(o) povere ed e’ riche felle [128].

XLVIII.

Poi aquistò tre figliuoli e due figlie,

ciascun più bello che giglio fronzuto;

d’arme fe’ più bataglie e maraviglie

molto aquistò de reame perduto;

un dì aparve bandiere vermiglie

d’un che rechò tributo: sostenuto

avea molti anni per forza e valore

e l’arechò a costui per amore.

XLIX.

Questi avea nome Anselmo marchese,

corsier del mar e sir dell’isola bruna;

e quando tal novella fu palese

maravigliò della città ciascuna

gente più che se fossen sospese

di scurità il sole colla luna;

così sua terra e altri per amore

tosto si dierono al novel signore.

L.

Signore, il mondo e (le) cose terene

mostranci il dolce e danoci l’amaro;

nel mondo amar molto si vive in pene

e poi pure si muor sanza riparo;

però, signori, alle cose terrene

di levar gli ochi non vi sia caro,

non que’ del capo ma que’ della mente,

sichè serviamo a Cristo onipotente.

LI.

Eco l’asenpro che per ben servire

a Cristo padre, ch’è signor verace,

di nulla cosa si può me’ venire

chi porta al mondo la sua vita in pace;

a questa storia io fo fine al dire

e penseren d’un’altra più verace,

ed io vi renderò di ciò diletto.

Cristo vi guardi d’ogni rio difetto!

FINITO L'OTTAVO ED ULTIMO CANTARE DI CAMILLA

Deo gratias, amen.

Note

________________________

[1] non fecion dimorata: non rimasero senza far niente.

[2] sanza storpo: senza paura, (letteralmente: senza essere storpio)

[3] auala, avale: adesso, ora

[4] può aporre:nessuno dei due può porre rimedio, o .può resistere

[5] torre: togliere, qui nel senso di prendere, ricevere.

[6] indozza: dolore; senza aver provato dolore perché non aveva anoca partecipato al torneo.

[7] uno steccato circonda il campo del torneo, intorno al quale si poneva il popolo. Qui vengono costruite anche quattro bertesche, cioè specie di loggiati dai quali seduta le nobili donne potevano dall'alto guardare lo svolgersi del torneo

[8] tagliati: uccisi colle lame delle spade.

[9] ualimento: valore.

[10] partiva: separava, allontanava

[11] sonica: risuona: dovunque si parlava di lei.

[12] vena: esprime la qualità di una cosa o di una persona: era di bellezza rara.

[13] mi merete: mi menerete, mi porterete.

[14] diserta: sola, perché non sa di chi può fidarsi ciecamente.

[15] ognotta: ognora, sempre.

[16] gramezza: sventura; miseria, in questo caso: di natura morale.

[17] saramenti: giuramenti

[18] zimbello: lusinga

[19] fiocca: seguito di persone.

[20] adrieto: per ultimo

[21] quadrello: particolare tipo di freccia per balestra; il quadrello è noto per la sua pericolosità, dato che le ferite provocate non erano facilmente rimarginabili (come, in questo caso, quella d'amore)

[22] lo china: gli fa un inchino.

[23] che non t’è uopo: non hai bisogno.

[24] ronzoni: cavalli di grande stazza adatti soprattutto alla fatica.

[25][25] fola: bugia.

[26] ma il superchio niun può sofirillo: ma il troppo nessun può sopportarlo.

[27] porche: solchi dell'aratro

[28] sciampo: strage.

[29] battaglia sleale, scontro armato.

[30] si pela: si strappa i capelli per la disperazione.

[31] conqueso: conquistato, sconfitto e ucciso

[32] inaverati: feriti

[33] ago e calamita: bussola

[34] alle sante guagnele: sul santo Vangelo.

[35] ricadia: noia, molestia

[36] fortuna: qui in negativo: un evento sfortunato

[37] galeotti: coloro che stavano sulla galea (nave).

[38] catun: ciascun.

[39] stormo: battaglia.

[40] mena: lamento, tormento.

[41] ferma tera: terraferma, sempre più difficile da raggiungere.

[42] negar: annegare.

[43] ti meriti: ti renda merito.

[44] belletta: il fondo del mare, ritenuto melmoso.

[45] rimolla: la mise in rima.

[46] far nuova ricordia: ricordare nuovamente (colla sua opera)

[47] difetti: ferite.

[48] lume: ricordo.

[49] comportato: sopportato, sofferto.

[50] casta: abbreviazione di casata, casa tua.

[51] vento: in questo caso: sfortuna.

[52] vovi: voglio a voi

[53] però: perciò, per quel che c'è scritto prima.

[54] dottanza: timore ragionevole.

[55] non è: non c'è più bella

[56] mazza: simbolo di potere e potenza.

[57] servir di coppa: addetto a versare il vino o l'acqua nei bicchieri; servir di coltello: addetto al taglio delle pietanze e a metterle nei piatti. questi era un personaggio di grande importanza.

[58] aprese: realizzate.

[59] sute: state, qui: avverate anche quando nessuno ci credeva.

[60] mi dicrollo: mi agito

[61] indugian: interrompiamo.

[62] fronzuto: letteralmente:ombroso; ma anche lussureggiante come un albero frondoso.

[63] poscia: Il Fiorini legge possa, una parola che nulla c'entra col contesto; crediamo, perciò realistica, la soluzione proposta.

[64] si partiva: si diffondeva.

[65] albitro: arbitrio, capacità di decidere sottomessa all'altrui potere di decidere.

[66] aroe: avrò

[67] fazione: viso

[68] arocia: cerca di..., arrochisce, cioè si intimidisce davanti al suo ardito guardare.

[69] laldando: laudando.

[70] caendo: cercando.

[71] adita: indica

[72] m'apicco: m'attacco, mi lego.

[73] merrò: menerò, porterò

[74] pollo: ponilo, (fagli usare il mio destriero...)

[75] bertesca: luogo protetto e riparato posto ai margini del campo in cui si svolge il torneo, con posti a sedere per la nobiltà, come viene più oltre specificato.

[76] vai: drappi fatti con pelli di scoiattolo.

[77] sargia: specie di panno dipinto usato per cortinaggi.

[78] Camilla... figura: cacciata dalla fortuna la bella Camilla, che è femmina, si presenta vestita da uomo.

[79] sanza dimora: senza perdere altro tempo, senza por tempo in mezzo.

[80] spicata: scucita, tolta via.

[81] strigolani: probabilmente da strillare: strilloni, combattenti che urlano per mettere paura al nemico.

[82] tristo: infelice (colui che cade in terra sul piano).

[83] strano: disumano.

[84] sciampo (sciampio): strage (da sciampiare, ferire).

[85] a riciso: brevemente, per un momento.

[86] fedì: da fedire: ferì, come nel verso seguente. La differente grafia pensiamo sia dovuta allo scrivano, oppure più probabilmente al proto che ha composto con i caratteri la pagina da mandare in stampa.

[87] sello: trono.

[88] aventaticci: stranieri, forestieri che non hanno radici nel luogo in cui si trovano.

[89] partendo: tagliando via.

[90] adicerno: diranno.

[91] curate: coronarie, cuore.

[92] trovossi: si ritrovò.

[93] vedova festa: festeggiare mostrando un'allegria che non c'è. “È ’l bel di fuori e dentro la tristeza”

[94] discreto: che sa ma non rivela ciò che sa.

[95] de’ ti far lieto e tu forte ti lagni: dovresti esser lieto e invece piangi e ti lamenti.

[96] sagramento: è il giuramento fatto sul Vangelo.

[97] ragione: furbizia, sotterfugio.

[98] vicitar: visitare.

[99] gio’: gioia

[100] roca: rocca, bastione, difesa.

[101] gran fioca: grande quantità.

[102] gramenza – belenza: gramezza, bellezza -  la gramenza è la preoccupazione di qualcosa, dolore, sofferenza.

[103] parola inventata da Rosini, che nulla c'entra col contesto e non rima neppure con i versi 1 e 3.

[104] sian pur: siamo solo.

[105] però: perciò.

[106] divisata: diversa, screziata.

[107] stanga: legno per sostenere vesti

[108] sanza dimorata: senza perder tempo.

[109] torchi: torce.

[110] a un volume: insieme (tutte le venti torce), oppure una torcia di volume venti volte più grande.

[111] sanza resta: per un po' di tempo (senza posa, senza cambiare atteggiamento, immobile per un po')

[112] però ch’io son grossa: perché io sono incinta.

[113] briga fella: lite feroce e dolorosa.

[114] straca: stanchezza.

[115] abraaca: (abbraccia), eacconta, contiene.

[116] s'atese: di ritornare al punto in si è interrotto il racconto.

[117] drudo: in questo caso: leale, ma anche fedele, che rispetta i patti.

[118] irato avaccio: subito adirato.

[119] aghiadato: inorridito vedendo il marchese gettato in acqua.

[120] quei: cioè Camilla-Amadio

[121] allor si scosson suo membri souenti: allora le sue membra si scossero ripetutamente.

[122] la scrollò: si riferisce all'atto del cambio da femmina a maschio, avvenuto per scrollamento.

[123] Ma prima: ma prima di tornare al regno beato gettò il sasso e riapparve la leonessa che cadde in terra morta. – senza resta: senza perdere tempo.

[124] sue vele: metaforicamente per: suoi passi.

[125] di dir com’era non era affacciato: di dire com'era adesso non era pronto, non trovava le parole giuste.

[126] exalditi: esauditi.

[127] condotte: tanto pregò che raggiunse le sue guide

[128] felle: le fece.

 

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Ultimo aggiornamento: 13 luglio 2011