Piero da Siena

LA BELLA CAMILLA

ed. Romagnoli 1892

Edizione di riferimento:

La bella Camilla, poemetto di Piero da Siena, pubblicato per cura di Vittorio Fiorini e Tommaso Casini Bologna 1892, presso Romagnoli Dall’Acqua libraio editore, · Edizione di soli 202 esemplari ordinatamente numerati Bologna n. 182 ‒ Regia Tipografia

Introduzione di Tommaso Casini

Edizione "Bonghi"

 

Chomincia il chantare di Chamilla

 (COD. Palat. c. 5. 5. 33.)

I.

Altissimo singnor(e) del rengno eterno,

sostenitor dell’umana natura,

che discendesti giù del ciel[o] superno

a ricever per noi morte sì schura,

chonciede ghrazia al pocho, ch’io discerno

e alla mente mia accerba e dura

che ’l mio inmaginar[e] vengha in effetto,

lodando te agl’uomin[i] dar [e] diletto.

II.

Tu se’ tanto beningno e ghrazioso,

ch’ io spero del mio dire auer uittoria,

sich’ io a uoi , singnor[i] , chol chuor gioioso

vo’ rinovare vna anticha storia;

nessun [o] di uoi ci fia tanto oçioso,

che vdendo non s’aleghri in suo memoria;

se m’ascholtate di chore il mio dire,

farovi d’amor[e] tvtti invighorire.

III.

Ora al nome del uero chreatore

vo’ chominciar[e] della storia sua intenza

d’un[o] che·ssi lasciò vincer[e] dall’amore:

Re fu del ghran reame di Ualenza

e fu vn tenpo beningno singnore,

largho, chortese, pieno di pruenza;

questi ebbe nome lo re Amideo,

che vn tenpo visse buono e poi fu reo.

IV.

Qvesto re Amideo ebbe per [i]sposa

vna duchessa [di] Pietra Belcholore,

la quale ebbe nome Idilia amorosa;

per v(a)ghezza la prese quel singnore,

tanto la formò Idio legiadra chosa,

poi la menò chon ghrandissimo onore,

di giungnio, il dí di messer san Giovanni;

giovane era ciaschun di quindici anni.

V.

Se mai vidi che niuna fosse bella,

questa mi pare che·lla fosse dessa:

parea di paradiso vna angnolella,

tanta auea Idio ( illei ) biltà chomessa:

tvtto i’ reame di chostei fauella,

tante bellezze à in se questa duchessa:

molta alleghreza fra lor[o] si radoppia,

dicendo : ‒ non fu mai sì bella choppia!

VI.

La prima notte, quando andaro[no] a letto,

chom’ è vsanza tra marito e moglie,

e’ s’abracciaron cho moltto diletto

e·ll’uno e·ll’altro chontentò suo volglie

e fu il lor[o] disio chon tanto effetto,

che la natura loro h(o)nor non tolglie ,

che inghravidò quella rosa fiorita :

al tenpo e alla stagion fé vna cita.

VII.

Re Amideo, quando intese il fatto,

alla reina subito n’andava

in zambra e abracciolla al primo tratto

e poi la domandò chom’ella stava;

( disse ): ‒ i’ sto bene sanza alchun baratto;

‒ e di ciò il uero Iddio ne ringhraziava ‒

po’ disse : ‒ signor mio, fa tua stima

che·ffemina è questa genita prima.

VIII.

Benché femina sia, nulla tristeza,

poi che à voluto Idio, non ce ne diamo:

che noi sian pien[i] di tanta giovineza,

se insieme alquanto (tempo) noi viuiamo,

de’ maschi aremo cho molta belleza;

e pvre Idio della uita preghiamo :

preghiamo anchora la [suo] madre verace

che·cci chonducha chon onore in pace.

IX.

Mentre che il re parlò cholla reina

le chamerier[e] non fecion[o] dimorata:

cho molta festa rechar[on] la fantina,

di fini drappi ad or[o] tutta fasciata;

ella parea vna rosa di spina;

alla reina in braccio l’anno data;

[el]la reina, vedendola sí bella,

uolsesi al re e in tal modo fauella :

X.

‒ Poi ch’e·lla fante di tanta biltade ,

per lo mio amor ti priegho, singnor mio,

festa facciam[o] di suo nativitade;

chon reverenza significa a Dio

che·cci mantengha in tanta dengnitade,

quanto donato ci à al parer mio:

chosì m’aiuti Idio, padre giochondo,

più chara l’ò che tvtto l’or[o] del mondo.

XI.

Lo re rispose: ‒ donna d’onor degno,

vita mia dolce, speranza mia chara,

o chiara luce del mondo sostengno,

per te mia vita sanza duol[o] ripara;

se ne douesse andar tvtto il mio rengno

nivna chosa mi sarebbe amara.

Prese chomiato e da·llei si partia

dicendo: ‒ i’ ti chontenterò, anima mia!

XII.

Al tenpio d’oro il re fé ghrande oferte

di buoi (e) di chaualli e di chastroni .

per lo reame le novelle aperte

subito manda a·ttutti i suo’ baroni;

di ghran destrieri, d’arme e di chouerte

tvtti s’asettar sanza tardagioni,

d’orrevoli vestir[i] non furno auari,

tre Re vi uenor[o] per esser chonpari.

XIII.

Lo primo, che del suo reame mosse,

fu Re Beltramo, singnor d’Inghilterra,

chon clianalier[i], chaualli, ansegne rosse,

e mille furon chavalier[i] di ghuerra,

perchè nullo di lui più orevol[e] fosse;

missesi avanti armati per la serra:

[chon] cento destrieri poderosi e atanti

chon trenta palafren[i] furon davanti.

XIV

Di quindici anni cento chaualieri,

tvtti di gentil sanghue istratti e nati,

sei robe feron per vn que’ ghuerrieri

per dare a que’ che buffon son chiamati;

a selle basse in su bianchi destrieri

sali(r) gli fece, tutti disarmati;

questi legiadri chaualier novelli

menò quel re, perchè fuson donzelli

XV

Del suo reame auea venti baroni;

di molte robe eran cho·llui vestiti;

e di molt’altri fortti chanpioni

avea fra chostor[o] d’amor[e] fioriti;

[i]sparvieri, bracchi, gir[a]falchi e falchoni

da fini vccelatori eran nvdriti;

chon molte charra d’or[o], se·Ddio mi valglia,

et molta salmeria e vettovalglia

XVI

Alla reina Idilia, suo chomare,

recho per don[o] quindici richa anella:

(f)è vna bella chroce lauorare,

la qual tenesse a chollo la·ccitella:

tre scharbonchi vi fè dentro saldare,

nel mezo vi fè por [dentro] vna pretella,

che auea virtù chi adosso l’auesse

non potea far chosa, ch’a Dio spiacesse

XVII

Bellissimi uestir[i] di ghran tesoro

rechò alle balie della angelichata:

poi ordinò che mille marcha d’oro

auesse poi che fosse battezata;

poi entrò in chamin[o] sanza dimoro

e tanto chaualchò per suo giornata

questo [Re] singnore di ghran provedenza

ch’elli ariuò alla cità di Ualenza

XVIII

Po’ l’altro dì vi giunse il Re di Spangna

chon molti chaualier franchi e gioiosi;

l’altro dì giunse lo re di Brettangna

chon bella gente e chon doni preziosi,

e di Ualenza giunse la chanpangna,

di quel reame i baron diletosi;

dopo chostor vi uenne del reame

ghran quantità di bellisime dame

XIX

Re di Ualenza, nobile e sapvto,

d’un richo uestimento era auisato;

se mezo il mondo vi fosse venvto,

anchora auea per più aparechiato,

d’uomin saputi era sì preveduto;

sanza remore ongnvno era paghato :

parean le chose per arte uenvte ,

tanto eran quelle genti prevedute

XX

La·ccità dentro per monti e per valli

tutta quanta era pien d’oreuol gente;

facevan que’ da piè chanti e balli,

que’ da chavallo giostre e torniamenti,

e que’ tre Re mossen di loro stalli

fur chol Re Amideo quelli eccelenti,

che ordinaron il dì di far Christiana

quella fanciulla, ch’era anchor paghana:

XXI.

‒ Qvesta domenicha, che viene, sia dessa,

che per noi a battesimo sia menata;

e·lla matina chantata la messa,

quella fanc(i)ulla al tenpio fu menata;

en chorpo le fu l’anima chomessa

e fu Chamilla per nome chiamata:

fatta Christiana, ricchi don[i] donarono

poi a mang(i)are tvtti chelli andarono.

XXII.

Se mai fv aparechiato a Re di Franza

o ad altro Re, che fosse antichamente,

chredo che fosse ongni altra chosa ciancia

dopo [di] questa, di chui parlo presente;

a’ giocholar[i] fv fatto riccha mancia,

chontenti furon[o] chon ogn’altra gente;

mangiato ch’ebbe ongnvn[o] sanza dimoro

inchominciò a sonare vn chorno d’oro.

XXIII.

Suona sì bene che perfette lode

dagli ciaschun[o], da chui er’ascholtato;

per tvtta la cità la bocie s’ode,

chon tanta virtù [qu]el chorno era sonato;

ristato fermo (in) le sua cha(n)be sode,

drieto alle spalle il chorno s’à gittato

(et) espurghossi in atto d’aringhare:

or si fermò ciaschun[o] per ascholtare.

XXIV.

Poi chominciò a dir[e] lo chornatore,

perchè vdito sia bene, a boce ghrossa:

‒ il re Beltram[o], d’Inghilterra singnore,

Vuol che da me fra uoi sia boce mossa:

se ci à niun[o], che aquistar[e] volglia onore

o per amor[e] voglia mostrar suo possa,

domane in [sul] chanpo sarà sanza storpo

chon chi giostrar vorrà a chorpo a chorpo.

XXV.

L’altro dì fa bandire torniamento

che possa ongnvn venire a torniare;

al torneo sarà chon baron cento:

ciaschvn ne possa quanti vuol menare.

Di questo bando fv ongnvn chontento;

al banditor[e] chominciossi a donare

robe d’oro e d’argento charche

tanto, che valien più di mille marche.

XXVI.

Or si partirono dalla real sala

chonti, baron[i], chaualieri e marchesi;

quale iscendeva e alla stalla auala,

perchè eran già della battaglia accesi;

all’arme e a chavalli ongnvn si chala

e ciaschun si fornia di buoni arnesi;

al mattin[o] dopo la messa chantata

tvtta la baronia si fu armata.

XXVII.

Lo re in sul chanpo fv per mantenere

la giostra, la qual fatta auie bandire:

donne e donzelle [lo] andauan per vedere:

poi giunse al chanpo vn ghrandissimo sire:

tvtta la gente chominciò a ghodere,

quando il baron[e] fu veduto venire:

di Luni Uerna chostui era chonte :

chol re si fu auisato a fronte a fronte.

XXVIII.

Dirizorsi amendue in su’ riuaggi,

poi cholla lancia l’un[o in]ver l’altro chorre

rupponsi adosso l’asti i baron saggi,

tanto ben che nivn[o] non vi può aporre;

poi si ferian[o] di cholpi e di uisaggi:

sì ghran cholpo chonvenne al chonte torre

(ch’) anbo le staffe da chauallo perde

[ch]e chade in terra in su l’erbetta verde.

XXIX.

Poi si giostrò infino all’ora [di] nona,

l’un chaualier choll’altro, a questo modo:

chol re Beltramo non giostrò persona,

che non (ne) rimanesse il dì chon lodo:

di quella giostra portò il dì chorona

questo Re d’Inghilterra, chom’io odo;

l’altro dì venne bello sanza indozze:

armarsi i chaualieri a spade mozze.

XXX.

[Il] primo e[l] sechondo e[l] terzo suon sonato

della battaglia tutti li stormenti,

lo re Beltram a ferire fv andato

inchontro a Re di Spangna chon suo genti,

e lo re di Brettangnia fv entrato

cho’ baron di Valenza; que’ valenti

uomini arditi e di battaglia vaghi,

inchontro a·llui andaron chome draghi.

XXXI.

Fatto era intorno allo stechato quadre

altissime bertesche di lengname,

e·ssu vi stauan[o] le donne legiadre,

chonfortando (i) baron[i] de lor[o] reame,

chon chiarissime viste vaghe e ladre;

che elli auessono onor[e] molto eran[o] brame

(or) chonbatendo i forti e più possenti

più di mille di lor[o] ne fur[on] dolenti.

XXXII.

Ghrida chrudeli fra lor[o] sì somersa,

tali e sì forti, che pareano stolti,

e moltti chaualier[i] la sella versa

che sostener[e] non potean sì ghran cholpi,

e molta giente fu di uita spersa

perchè talgliati ve ne furon molti;

al re Beltramo pien[o] di ualimento

l’onor[e] rimase di quel torniamento.

XXXIII.

Fatto il torneo, fu chonpiuta la festa:

da re Amideo presono chomiato,

poi quella gente valorosa e presta

a·llor magion ciaschun fv (ri)tornato,

e la reina Idilia sanza resta

del parto si levò, qual era stato,

(e) tvtto lo suo speme e·’l suo disire

era in far bene la [sua] figlia nvdrire.

XXXIV.

Chamilla bella fu oltramisura;

per ghrazia di Dio parue ch’ella auesse,

che ella fu tanto di sotil natvra,

nulla fu mai che me’ di lei inprendesse;

allo ’nparare a·llegger non fu dura:

la madre volle che tanto vi stesse

ch’ ella diuentò di scienza sì praticha.

che alquanto sapea far dell’arte magicha.

XXXV.

Vedendo che inparava arte diabolicha,

la madre dallo stvdio la partiva;

fatta se ne sarebbe vna ghran[de] cronicha

del ben parlar[e] che di lei si faceva;

tutto il reame di suo bontà sonica

in tanto pregio Chamilla saliua;

ella regendosi in atto maschile

di femina ongni chosa aueva a uile.

XXXVI.

Per lei seruir[e] tenea molti donzelli,

femine secho non volea vedere:

[e] dilettauasi in chani e in ucelli:

tre schermidori inchominciò a tenere

a·llei insengnare e·ccerti damigelli

di ghran lingnaggio e di ghran(de) potere:

la sera chaualchaua e·lla mattina:

di questo diuentò maestra fina.

XXXVII.

A Dio e al mondo era sì ghraziosa,

chi·lla vedea pareali esser beato:

ella si dilettava in ongni chosa :

a giostra andaua chome uomo armato :

di natvra (era) forte e poderosa:

perseverando questa a modo vsato,

portaua della giostra onore e pregio :

chosì in arme montò in alto pregio.

XXXVIII.

Qvesta legiadra chon bellisimo aspetto

sola nel mondo sanza pari avea;

[el] padre e[lla] madre n’ avea(n) ghran diletto

vedendola altro nessun non chedea ;

ma l(o) Re Amideo nel suo chospetto

più ben[e] che·lla sua donna non avea:

quanto poteva amava la fantina,

ma troppo più amava la reina.

XXXIX.

La chagione e(ra) questa che diceva :

‒ se la molgliera che i’ ho perdesse ‒

in tvtto questo mondo non chredea

né che più bella mai, né simil fosse:

viuendo la molgliera, si tenea

aver filgliuoli assai, se Dio volesse;

morendo la reina, non chredia

potere auer[e] sì bella chonpangnia.

XL.

A quindici anni auea dato di pilglio

da questi dì la suo legiadra filglia:

che il re no la marita era bisbilglio.

del suo reame ongnun si maravilglia;

lo re ne fé cho’ suoi baron chonsilglio;

in questo mezo una ghran febre pilglia

la madre, ch’era di belleçça uena,

sì che a giacer[e] si puose chon gran pena.

XLI.

Vegendola il re forte aghravare,

ongn’altra chosa far[e] li parea vana:

sol[o] la reina volea far[e] churare

et si mandò alla città romana;

fini maestri vi fé aportare,

verun[o] li prometea (di) farlla sana,

e·lla reina, che morir si vede,

ischongiurò un dì il re per fede.

XLII.

Se Gieso xpo l’anima mi tolglie,

singnor(e) mio, giuratemi per fede

di non prendere in vostra vita moglie,

ch’ella non sia più bella di mene;

lo re Amideo per chontentar suo volglie

disse: ‒ i’ prometto (e giuro) a Dio e a tene

di non prender mai moglie in vita mia,

che chosì bella o più di te non sia.

XLIII.

E·lla reina cho molto tormento

della promessa molto i’ ringhraziava;

lasciò per Dio molto oro e ariento;

diuotamente a Dio s’achomandaua;

la filglia sua piena di ualimento

chon chieder perdonanza achomandaua

al Re e a’ baron[i] chon ghran disio,

po’ l’altro dì rendè l’anima a Dio.

XLIV.

Morta quella reina di ualore,

singnori, il libro e la storia ne dice

che il Re la sepellì a ghrande onore,

ch’ avesse mai nessuna inperadice

ed e[lli] rimase chon tanto dolore,

chome già molti per dolor[e] si dice;

vscì per ira e [per] dolor[e] di memoria

e questo dice, chome mostra la storia.

XLV.

E rimanendo il re cho molto afanno,

molti messaggi mandò per lo mondo

e ritornaro[lo] a·llui in chapo [d’] uno anno

e sì li disson[o]: ‒ singnore [nostro] giochondo,

ristoro non si truova al tuo ghran danno

in tvtto l’universo a tondo a tondo,

donna, che [in sè] di belleza abbia mobilia,

come aueua la nostra reina Idilia.

XLVI.

Disse lo re: ‒ da poi che Dio m’à tolto

cholei, che mi tolgliea ongni tormento,

la filglia mia, che pare un gilglio d’orto

uo’ torre e sarà saluo il saramento,

ch’io feci al chorpo, ch’è di uita sciolto:

mandò per lei sanza tardamento;

chom’ella giunsse disse alla primera: ‒

bella figliuola, i’ ti vo’ per [mia] mogliera.

XLVII.

Chamilla (bella) li rispose: ‒ quando

voglian noi questo parentado fare

se vuoi, padre, io sono al tuo chomando

e subito faccian[o] sanza indugiare;

chon vaghe risa [e] disse mottegiando,

risedendosi ella cho·llui mottegiare:

ma, quando certa fu di tale errore,

gli ochi levò al uero chreatore.

XLVIII.

Dicendo: ‒ padre etternno, che chonduci

l’umana gente pur cholla tuo pace,

rischiara di chostui le tvrbe luci,

sì che non sia quanto e’ vuol[e] fallace.

E ’l re rispose: ‒ filglia, non fare indugi;

se·ttu non vuoi fare quel ch’a me piace.

Ella rispose: ‒ va, padre mio duro,

che te né morte vna palglia non churo.

XLIX.

Di ghran dolor[e] l’alto Re si chonprese,

quando s’udì sì fortte ranpongnare;

per li [suo] biondi chapelli il re la prese,

alzò la spada per volerle dare:

or chome la donzella si difese

voi l’udirete nell’altro chantare

e della storia tutto il suo mestiere:

al uostro onor[e] questo à rimato Piero.

Finito il primo chantare di Chamilla.

Secondo Chantare

I.

O sommo chreator[e] che dai e tolgli

e ’l male e ’l ben[e], sechondo che n’è dengno;

e cholla vergha tua ghastighi e togli;

e chi fa bene à ghrazia nel tuo rengnio;

e cielo e terra chon tuo forza chrolli;

gli animi ascholti e dai loro ingengno:

merzè ti chiegho, te magnifichando.

Or ui ritorno al dir[e] ch’i’ [vi] lasciai, quando

II.

lo re Amideo volle tor[re] per druda

Chamilla bella, suo filglia diletta,

(e) chome levò su la spada ingnvda

per vccider chostei, donna perfetta;

ma la madre di Dio nolle fu chruda,

che exauldita auea l’orazion detta:

vno angnolo da cielo a·llei discese

(e) chon suo linghua a Re parole spese :

III.

‒ Sostien[i] la spada e no mi ferir[e], padre,

ch’io sono achonccia a fare il tuo volere:

di me puoi far[e], chom’io fosse la madre,

qual chon anel fu tua e chon auere.

Udendo il re che ’l fior[e] delle legiadre

potea per moglie e per isposa auere,

la spada sua rimisse, allo uer dire,

e chominciò a parlar in questo dire :

IV.

‒ Chara pulzella, bella e dilettosa,

io non ti vo’ più figliuola chiamare,

ma, chome moglie e verace sposa,

reina e donna ti farò chiamare.

Allor[a] rispose [quel]la donna amorosa:

‒ chontenta son[o] che·ssia ciò, che vi pare,

ma d’esta chosa ordinar uo’ la festa,

’nanzi che·ssia a(d) ongnvn manifesta.

V.

Il re rispose: ‒ sposa mia novella,

fa ciò che vuoi omai, chome reina.

Al re rispose la gentil pulzella:

‒ chaualchare ch’i’ uoglio domatina;

vo’ gire a stare a quella roccha bella,

che·ssi chiama la Roccha della Spina,

doue a tre parti il mare intornno batte,

dall’altra parte ghran fortesse fatte.

VI.

Io voglio adagio ongni chosa fornire;

voi qui dal nostro lato fornirete;

cho baron vostri potrete venire,

(e) chome moglie a chasa mi me[ne]rete.

Allo re piaque assai quel suo dire

e disse: ‒ anima mia, ciò che vorete

chontento sono chol nome di Dio.

Disse Chamilla e da·llui si partìo.

VII.

E in suo zambra sanza far ritengno

celatamente dentro si naschose;

al re di uita eterna, d’onor dengno,

cholle ginochia ingnvde sì si pvose;

chon farssi al petto della chroce il sengno,

queste parole chon pianto propose:

‒ singnore Idio, padre celestiale,

donami aiuto a·ffuggir questo male.

VIII.

Accetami, Singnor[e], per tua dinota,

che a·tte mi do e rendomi Fedele,

sì che l’anima mia no rengni inmota

né, chi t’offe(n)da, vizioso e chrudele;

a tua benignità santa e rimota

la mia verginità rizza sue vele;

accetala, singnor[e], nel tuo chospetto,

ch’i’ non la perda chon tanto dispetto.

IX.

Fatta l’orazione, fu exauldita :

chol segno della chroce si levoe

e, chome sauia pulzella e ardita,

sanza pecchato vn suo fratel menoe,

che, quando naque la stella chiarita,

la balia, che a petto l’alleuoe,

fece, se i’ libro chome il dir distilla;

diedelo a balia per nvdrir Chamilla.

X.

Chamilla bella chol uiso sourano

naque dopo chostui, po’ che fu nato,

ed elli auea nome Manbriano;

cholla fancivlla insieme era allevato;

era vno creditissimo christi(a)no:

Chamilla nella cambra l’à menato,

tenendol[o] per la mano [li] prese a dire:

‒ o Manbriano, e’ ti chonvien morire!

XI.

Tanto ghriderò che io ci farò trarre

tvtta la chorte e anche il padre mio:

dirò che m’abbi voluta sforzare,

però che io son(o) tvtto il suo disio;

le charni a pezzi ti farò levare:

non te ne potrà atare altro che Dio.

E que’, che l’ode chon paura, tremando

rispose alla donzella laghrimando :

XII.

‒ Madonna, se in uer voi ò chose fatte,

che vi torni in verghongna o mala fama,

seghuir ne fate vostre voglie matte

e fatemi morire, o bella dama;

ma io ti priegho solo per quel latte,

che·tti diè quella, che te più di me ama;

ciò fu colei, che in chorpo mi portoe

(e) per nvtrichar te [fé] me abandonoe.

XIII.

Troviti in chasa picchola zittella,

quando mia madre da balia m’acholse;

la madre Indilia, la tva madre bella,

vn anno per te mia madre tolse,

chon teche m’alevò chome sorella,

che ’l padre mio mia madre non volsse;

per te seruir[e] sofersse pena (e) langhue,

amando te più ch’altro di mio sanghue.

XIV.

Que’ di mia schiatta non furon mai pigh(e)ri

a te senpre servire e onorare;

da che tv il mio disonor disi(de)ri

chon farme morte di traditor fare?

e se la uerità tu ben chonsideri

liberamente venni al tuo chiamare ;

se ciò che [mi] dici farai, giovinetta,

al vero Idio lascio la uendetta.

XV.

Chon molta (bella) vista chiara e aperta

rispose a·llui, non chon atto chrudele:

sappi che sono, Manbrian[o], ben certa

senpre [mi] se’ stato leale e fedele;

or la fortvna vuol ch’io sia diserta,

sì che di boto alle sante ghuangnele

giura, Manbrian[o], di tenermi chredenza

e l’ubidir senpre alla mia intenza;

XVI.

e di tuo morte questo schanpo fia.

Ed e’ rispose: ‒ charo mio diletto,

io ti prometto e giuro, anima mia,

d’esser tuo senpre leale e sugetto;

mia schiatta al mondo abandonata sia,

libero a·tte mi do sanza difetto

cho leanza e amor, chome sirochia

di te seruir[e] chome si de’ [avere] ognotta.

XVII.

Le braccia aprì quella, ch’à il uiso bello,

e ’nver lui chorre chon ghran tenereza;

disse: ‒ io abraccio te chome fratello.

Poi [l’in] chominciò a chontare la ghramezza,

la quale [la] stringne lo suo padre fello;

e’ di ciò ebbe ghran duolo e tristezza

e[lli] subito parlò chon ghrande ardire:

‒ pigliàn rimedio a questo mal fuggire.

XVIII.

Chon saramenti insieme fur leghati

di seruir ben[e] l’un l’altro volentieri

e furonsi chol quor chomunichati

per essere più insieme veritieri;

da poi che fur chosì insieme achordati,

Chamilla disse: ‒ per questo mestieri

al padre mio va sanza dimoro

e fatti dare cinque charra d’oro;

XIX.

po’ quella gente, che parrà a tene,

al mio achompagniar, fratel, richiedi.

Manbriano si mosse e andonne a rene,

e ’l tesor[o], ch’elli chiese, si·lli diede;

la chonpangnia richiese, onde ne fene

ciaschun ghrande alleghreza, e poscia riede

alla donzella; miseno in effetto

di chaualchare sanza altro difetto.

XX.

Chome fu fatto chiaro l’altro die,

la donzella di buona volontade,

sanza stormento a chaual salie;

celatamente uscì della cittade

e quanto può uer la roccha ne gie;

e tanto chaualchò in veritade,

che ella giunse alla rocha e dentro entroe

ella [e elli] e chi uolle e gli altri ne mandoe.

XXI.

Giunta che·ffu chostei, ch’à il uiso bello,

subitamente disse a Manbriamo:

‒ u’ nobile uestir[e] sanza rappello

a ghuisa d’uomo tu e io facciamo;

vn marinaio truova sanza zinbello,

ch’abbia buon lengnio e via ce n’ andiamo

in sì stran luoghi, disse la donzella,

che di noi qui ma’ non torni novella.

XXII.

E Manbriano valoroso e achorto,

sichome vuom[o], che di nulla è chodardo,

in manmella n’andò a un richo porto:

iui trovò vn che à nome Riccardo;

vn lengno auea più bel[lo] che gilglio d’orto,

del mar[e] maestro e d’ardore ghagliardo,

auea questo Ricciardo in fede mia,

fornito di perfetta chonpangnia.

XXIII.

Vedendo sì bel lengno frescho e nvouo.

Manbrian[o] prese tosto cho·llui patto,

e alla rocha il menò, chom’io truovo,

e dentro l’à fornito presto e ratto:

[che] non vi manchò dentro il ualer d’un[o] vuovo;

(e) la donna chiamò Ricciardo ratto,

dugento lire poi donar li fece

e ongni altro marinaio a·cciaschun d(i)ece.

XXIV.

Ne lengno misse tre ghrandi destrieri,

chon tre be’ palafren[i] da chaualchare,

chon armadure tre da chavalieri

e elmi e schudi e lancie da giostrare;

ma ’nanzi ch’elli usciser dell’ostieri

tramvtarsi di lor nome chiamare,

Chamilla a·sse pose nome Amadio :

‒ tu abbi nome Fedele, fratel mio·

XXV.

De’ nomi loro rimason chontenti ;

poi nella ghalea, se Dio mi valglia,

missono tesoro e assai vestimenti;

fornirle per quatro anni [di] vettuvalglia,

per difesa de lengno [de] fornimenti,

se a·llor bisongnasse far battalglia;

poi vna notte della rocha vsciro

[in] sul primo sonno e ’n su lengno saliro.

XXVI.

Ricciardo, il marinaio, si chredea

che Amideo fosse (huomo) veramente;

chome salito in su lengno il uedea,

ghran riuerenza li fa[cea] chon sua gente;

beningnamente il saluto rendea

al padrone e suo gente vmil(e)mente;

[e] tanto ne inamorò ciaschedun forte,

se bisongnasse, metterensi a[lla] morte.

XXVII.

Salì da sezzo in su legno Fedele

(e) chome vi fu su chon chiara faccia,

per navichare rizzate le vele,

però che il mare auea ghran bonaccia,

al nome di Dio e de l’angnol[o] Michele

per l’alto mar[e] fuggìa la falsa chaccia

del re Amideo, che venia alla rocha,

per sposar la filgliuola con ghran fiocha.

XXVIII.

Già Chamilla era il detto dì partita,

quando lo re (ui) giunse chon suo gente;

detto li fu chom’ella se n’era ita,

perchè chome non sapea niente;

del ghran dolore il re perdè la uita,

laonde suo’ baron diuotamente

il chorpo suo a Ualenza portarono,

a ghrandissimo onor[e] lo sotterarono.

XXIX.

Po’ parlamento fer[on] baroni e dame

per quella, ch’à chotanto mal fvggito;

truovisi vn[o] che per lei ghuardi il reame,

di lei si cerchi e diesele marito;

tvtti disiderosi chon ghran brame

chontenti fvro[no] e auen stabilito

di lei si cerchi il mondo tvtto quanto

e lo reame si ghouerni intanto.

XXX.

A quella, che chotanto mal fvggio,

chostor lasciando, vi uo’ ritornare,

la qual si fu chiamata Amadio,

che, quanto può, ne ua per·llo alto mare;

Ricciardo disse vn dì : ‒ (o) singnor mio,

dimi in qua’ parte tu uoi arivare.

Ed e’ [lli] rispose: ‒ in giù, verso ponente;

menami là, verso la schiava gente.

XXXI.

Sanza restare navicharo[no] u’ mese,

(per) giorno e notte sanz’aver mai sosta;

fortvna li portò in vn bel paese,

onde Ricciardo la ghalea achosta

a terra ferma e de legno discese;

a un bel pino in sulla riua posta

chon funi, ’l lengno da [l] un lato abracciaro,

dall’altro lato l’anchora gittaro.

XXXII.

Lunghesso questo mar aue la serra

ghrandissima pianvra e prateria;

Amadio e fedel[e] discese in terra

e del padron[e] tvtta suo chonpangnia;

sulla frescha erba, se libro non erra,

ciaschun di loro a giacer si ponia,

Fedel[e], Ricciardo, Amadio s’afolcia

a una fonte v’auea d’aqua dolcia.

XXXIII.

Perchè eran del mar[e] molto affanati

e tvtti senpre viuean chon paura,

subitamente fvro[no] adormentati,

chi qua, chi là, per la verde pianvra:

questo paese, oue sono arivati,

chiamar si face l’isola sichura

teneuala il re Alfano di ghram piglia;

di quindici anni auea vna sua figlia.

XXXIV.

E questa nobilissima era vsata

uenir[e] chon donne e cho molti stormenti;

di chavalier[i] menaua ghran brighata,

facea lor fare giostre e torniamenti:

ella era forttemente inamorata

d’un bel donzello, nato di suo genti:

per chagion di potere [d]a·llui parlare

prese in vsanza questa festa fare.

XXXV.

Qvel propio die ch’Amadio v’ariuoe

chon questa chonpangnia, sì afanati,

il medesimo dì, chostei v’andoe

per festeggiare, chom’erano vsati;

maravigliossi quand’ella trovoe

chotanta gente, chosì adormentati;

a uno a uno ghuatando li gio;

quel che adrieto ghuardò fu Amadio.

XXXVI.

Subitamente che guardò il donzello

disse in fra·sse: ‒ in tvtto questo mondo

non naque mai vn giovan tanto bello;

uedi chom’è vermiglio, bianche e biondo!

Amor fedilla e dielle d’un quadrello,

sì che ongn’altro amar[e] rimase a fondo,

e al postvtto e a ongni partito

puosesi in chuore auerlo per marito.

XXXVII.

Qvel bel donzel[lo], che prima tanto amava,

veggendosi per chostui sì lasciare,

ghrandissima invidia li montava

e già d’intorno chon ghran borbottare;

e·lla donzella, che ciò ascholtaua,

uolsesi a·llui (e) chominciò a parlare:

‒ io ti chomando che tu di mia festa

tosto ti parti a pena della testa.

XXXVIII.

E ’l donzel[lo] si partì, vdendo questo;

indietro si tornò, giù per lo piano :

al qual remore Amadio si fu desto,

chiamò Ricciardo e Fedel(e) sovrano,

perchè di gente vide sì ghran gesto,

che nullo v’era, quando scese al piano;

allor Ricciardo inver la ghalea preme

egli e suo genti e ristrinsonsi insieme.

XXXIX.

Auea nome la donna Babelina;

chostor ueggendo inverso il mar fuggire,

sola si mosse sanza chonpangnia

e vide quel ch’al suo quor vuol fvggire;

chon ghran(de) riuerenza si·llo china,

po’ dolcemente li chominciò a dire: ‒

bellisimo singnore, or t’asichura

che non t’è vuopo auer di noi paura.

XL.

Amadio, donzello ghrazioso,

di quella reverenza ringhraziolla;

la dama, ch’à di lui il quor giocoso,

la man distese e Amadio pigliolla;

poi alla chonpangnia del dilettoso

la donna per suo amor tvtto abraciolla:

e tanto fè Banbelina sourana

che tornarono insieme alla fontana.

XLI.

E tesi v’eran già tre padiglioni

e di stormenti v’aue ghran sonate;

sellati v’auea destrieri e rontioni ;

per giostrar v’è[ra] la gente aparechiata,

e·lla donzella senza tardagioni

chomandò che·lla giostra sia chominciata;

Banbelina nel padiglione entrava

chon Amadio e gli altri fvor lasciava.

XLII.

Disse la donna: ‒ donzell, chi tv sia

in verità non so, nè chome ài nome,

e chome qui ariuasti, anima mia,

i’ non ti sapre’ dir[e], nè che, nè chome;

palese a·tte vo’ far la uoglia mia,

perchè tu se’ d’amor[e] ghranato pome;

dell’esser mio marito ti fa stima;

del Re Alfano i’ son genita prima.

XLIII.

Maschio non à, nè più di me figliuola,

nè della madre mia più (non) aspetta;

frescho gilglio, odi questa parola:

auer te per singnor[e] mio chor diletta;

quel ch’io ti dicho non tenere a fola,

amor ferito m’à chon sua saetta,

(e) chrudelmente dentro al chore e l’alma

e tutto m’arde d’amorosa fiama.

XLIV.

Àmiti amor[e] sí forte messo adesso,

altro singnor che te auer non oso,

e de’ miei menbri ciaschuno è perchosso,

se non te, vuol[e] per singnore amoroso;

tua ghran belleza m’à il chor sí chomosso,

sanza te auer non potrei mai riposo;

se·ttu no mi di’ che·ttu m’abbia e disio

subito d’amore mi morrò quie.

XLV.

Chon dogliosi sospir[i] perchè e donde

a parlar chominciò il donzel sourano;

a questo modo alla donna risponde :

sappi ch’i’ sono figliuol d’un villano,

e ’l fortvnoso mar[e] cholle forte onde

di mie paese fatto m’à lontano;

io ò mogliera e ò mio difetto

ch’io non ti potre’ dar[e] (d’) amor diletto.

XLVI.

E non sarebbe ragionevol chosa,

propone(n)do ch’io fosse tvo marito;

mai in tuo chorte non potre’ auer posa

anzi sarei da ongnvno schernito.

E Banbellina rispose orghogliosa:

se·ttu non vieni, amor, mecho a partito

 io ti farò morire a ghran dolore.

Queste minacce vdì Fedel di fuore.

XLVII.

Subitamente a Ricciardo il diceva,

onde egli a lengno andò subitamente

e que’ tre ghran destrier[i] sellar facea

e armossi chon tvtta la suo gente

e a Fedele per vn [suo] fante, ch’avea

due spade li mandò celatamente;

per giostre fatte, tvtte eran di ferro.

ben lauorate, se nel dir nonn·erro.

XLVIII.

Aspettando di fuori, il chonpangnone

chiedere vdiua alla donna chomiato;

e ella disse : ‒ di questo padiglione

non uscirai giamai sanza merchato;

morir farotti in mia mortal prigione

poi che ’nuer di me se’ sì spiatato.

Allor[a] per abracciallo fu levata;

e’ s’ adirò e dielle una ghotata.

XLIX.

Avendo riceuta tanta ingiuria,

ischapigliossi la sua testa bionda;

del padiglone uscì cho molta furia,

gridando chrudelmente, onde v’ abonda

tutta la gente ch’era in quella churia,

ed ella dice alla gente giochonda:

‒ uoluto m’àn[no] vituperar chostoro

e però morti sien[o] sanza dimoro.

L.

Fedele e Amadio s’achosta auaccio

e ciaschun s’achomanda a Dio sourano;

po’ si recharo i forti schudi in braccio

e·lle talglienti loro spade in mano

e sopra loro giunson presto e avaccio;

la giente armata ch’era lì nel piano

ghridauan: ‒ muoia questo traditore,

che ei à voluto far[e] tal disonore!

LI.

Ciaschun era maestro di schermire;

ueggendo lo stuol[o] ch’adosso lor chorre

chominciar[on]si da·lloro a richoprire

cholpi chrudel[i], ch’a·llor chonvenne torre;

ed elli chominciaro[no] a·ffar morire;

sopr’à Amadio vn, ch’à[uea] nome Ettorre,

e Amadio il fedì d’un voler giusto

che·lla spada li misse fin all·[on]busto.

LII.

Fedel[e] fedì un francho chaualieri,

ch’ era del re Alfan[o] charnal fratello;

a morte l’abatteva del destrieri,

sì fortemente in su l’elmo ferillo;

e ben uenti n’yccison[o in] sul sentieri;

ma il superchio niun può sofirirllo,

che s’ arendero[no] i chaualier chortesi

e fur[on] menati al ghran padiglon presi.

LIII.

Or chi potrebbe rachontar[e] l’aleghrezza,

che Banbelina in quel pvnto facea,

auendo il fior d’ongni viua bellezza

chostretto e preso nella suo balia;

niente del suo zio auea tristezza,

lo qual Fedele a·llor morto auìa ;

in v’ bel seminato a belle porche

fé dirizzare vn alto pa’ di forche.

LIV.

Po’ disse lor[o] : ‒ ’da uoi son forte offesa

eh’ al chanpo auete morto il mio zio bello;

a uostra morte troverò difesa,

se dar mi voi il tuo amor novello;

ben ch’i’ ne sia da molti ripresa,

io pur ti chanperò, gentil donzello;

se·ttu non ti vuoi per amor dare,

su quelle forche farovi appicchare.

LV.

‒ Che·ttu abbi il mio amor[e] cierta sia noe.

Alla sua gente dice: ‒ or l’inpicchate.

Del ghran romor, ch’allor s’inchomincioe

Ricciardo l’ebbe hudito in veritate;

e chome della mortte li schanpoe

nell’altro vel dirò, che voi il sappiate,

e chome li chauò di sì ghran pena:

al nostro onor questo fé pier[o] da siena.

Finito il secondo Chantare di Chamilla

Terzo Chantare

I.

O figliuol[o] di Maria, che-ssoferisti

morte per noi in chroce chon verghongna,

dicendo: sitio, da·[lli] giudei avesti

fiele e(d) aceto ber chon vna spongna,

donami ghrazia, padre, ch’io aquisti

di questa storia onor[e] sanza ranpongna

di te o di tuo rengno, singnor mio.

Or vi ritorno a dir[e] chomo Amadio

II.

chomandò a suo gente Banbelina

che elli e Fedele fossono inpicchati.

Questa novella giunse alla marina:

Ricciardo, il marinar[o], cho’ suoi armati

della ghalea vscì con doglia fina,

sotto vn pennone stretti e schierati,

e cheto, cheto venne sanza [far] motto :

al padiglione fu tosto chondotto.

III.

Giunto che·ffu, subito dentro entrava

[e] cholla sua gente valorosa e destra,

e della morte cho·llor si fidaua,

e chominciato a diserrar[e] balestra,

dardi e lancce tra·lloro si gettaua;

e Banbellina, donzella maestra,

subitamente al suo padre schrisse

che più tosto che può la socchoresse.

IV.

Ricciardo va e que’ donzelli sciolse

e disse loro: ‒ andatevi (ad) armare.

Alla ghalea tosto ongnvn s’acholse

e fero i lor destrier[i] forte cinghiare;

armati, poi ciaschuno il suo si tolse,

ver la battaglia prendono attornare:

vedendoli venir[e] per li sentieri,

 fecesi auanti a·llor[o] due chaualieri.

V.

Sì forte li feriro[no] in sulli schudi

i valorosi chavalier fratelli,

non poter sofferire i cholpi crudi;

chadono a·tterra di su destrier[i] belli:

po’ si recharo[no] in mano e’ brandi ignudi

e Amadio spronò cholà dov’elli

vide Ricciardo e·lla sua chonpangnia

d’auer aiuto gran bisongnio auia.

VI.

Fedele, Amadio, buon chonpangnoni ,

eran dinanzi a tvtti chonbattendo,

e di Ricciardo i ghagliardi pedoni

gian de’ nimici i chauagli vccidendo;

come chadeano in tera delli arcioni

a tvtti andauan la lor ghola aprendo:

vedendo far di lor[o] sì grande sciampo

abandonaro[n] inchontanente il chanpo.

VII.

In questo mezo il re Alfano giunse

chon chaualieri armati più di mille;

brigate a piè[di] valorose vi giunse,

trae[va]n della città e delle ville:

chom’ella vide la gente, che giunse,

ella gittò de’ sospir[i] più di mille

chon laghrime versando in su l’arcione,

pregando xpo chon questa orazione:

VIII.

‒ O vero Idio e un, padre diletto,

madre piena di tvtta biltade,

fuggito ò dal mio padre il suo difetto

per non voler[e] la nostra nimistade

ed al nostro santissimo chospetto

serbato ò e serbo verginitade;

aiutami, singnor, questa a ghuardare

e del mio chorpo fa ciò che·tti pare.

IX.

Io ti domando ghrazia per amore

che schanpi da ria morte questa gente ;

non combatton[o] per or[o] nè per amore,

ma per aiuto di me solamente;

or dalla forza di questo singnore,

che chontro a·nnoi vien[e] sì ferocemente

canpateli, reina d’onor dengna.

Chosì dicendo, al mar[e a]parue una sengna

X.

tutta vermilglia cholla chroce biancha;

sopra ghrandi e bellissimi destrieri

di fuor[i] n’vscia vna brighata biancha

di mille cinquecento chaualieri,

armati tutti ben[e], se ’l dir non mancha,

chouerti a bianco ellino e destrieri

 (e) stretti stretti, presti più che·llontre,

alla gente del re si fanno inchontre.

XI.

Del re Alfano la gente si fermoe

chome vide venir[e] questa brighata;

sotto suo ansegna sua gente schieroe

subitamente su nella spianata;

un biancho chaualier[i] si mosse, andoe

ad Amadio chon questa anbasciata:

‒ racoi tua gente e vattene in galea,

a noi lascia far qui questa mislea.

XII.

E ’l damigello] chiamò Ricciardo (fino)

e disse: ‒ chaualier[e] d’ongni onor dengno,

rachoi tvo gente e mettiti in chamino

e ritorniamo al mar[e in] sul nostro lengno.

Ed elli ispaccia la ghalea dal pino

e su vi si racholse ad un suo segno;

l’ anchore trasse poi da l’altro lato

quando in mare ciaschuno fu entrato.

XIII.

La biancha gente sanza tardimento,

sichome prodi e dengni d’ongni onore,

di loro schiere mosson cinquecento:

verso il re ne vanno chon ghran valore:

ueggendoli venire ebbe pauento,

voltarsi in fugha il ghrande chol minore

e chome li uidono in fugha volttare

fero[n] vn drappello e ritornarsi i’ mare.

XIV.

Stretti stretti, tondi chome mele

furono alla riua e ne·legno entrarono;

sopra l’albero dirizar le vele,

per l’alto mare chome vennero andarono

e ’l biondo chapo Banbellina si pela[1]

uedendone ito il suo drudo charono:

fuggiendo il re non-ssi tiene sichuro

fin che della città fu dentro al mvro.

XV.

Po’ Banbellina dice: ‒ o me dolente !

chome farò po’ che n’ è ito il mio amore

e àmmi morto tanta buona gente

e se ne va e portane il mio chuore?

Or ritorniamo a quel donzel piacente,

che va a suo via ringraziando il singnore.

che chon suo gente l’auea difeso

del luogho, doue pensò esser chonqueso.

XVI.

Nauichando chostvi chol uiso bello

a un bel porto vn dì furno ariuati;

a chapo ad esso auea vn bel chastello,

pien di buoni uomin[i] saui e chostvmati;

quivi discese il frescho damigello

per medichare alquanti inaverati[2]:

un riccho albergho pigliò per vn mese

missonvi dentro tvtto loro arnese.

XVII.

La buona gente, che ivi dimorava,

a uisitarllo non erano auari

e alchun’ora alchun gli domandaua:

de fosti voi perchossi da-cchorsari?

Ricciardo a tvtti vmilmente parlava:

sull’alto mare ci asali(r), singnor chari.

ma non potrebbon[o] chonperare vn ocho

del ghuadangno di noi, che·ssì fu pocho.

XVIII.

E sendo soggiornati dì ventotto

in be’ diletti e ricchi chonviti,

a chi andaua e chi uenia lo schotto

era paghato ed eran ben seruiti,

e ’n questo mezo e’ furon di botto

tvtti l’inaverati ben ghuariti;

po’ che fur[on] liberati d’ongni afanno,

Amadio vestì se e lor[o] d’un panno.

XIX.

Poi la ghalea rachonciaron tvtta,

fornirla dentro di buona vivanda,

e dentro la spazar[ono], dou’era brutta,

per ongni modo, che ragion chomanda,

sotto ’l choperto l’ebon poi chondotta

armata tvtta quanta a vna banda,

che solo a uenti fosse stabilita,

po’ la forniron d’agho e chalamita[3].

XX.

In quel porto auea vn ghran marchese,

una sua figlia auea d’amor perduta;

di lei facea cerchare ongni paese;

questa novella al portto fu venuta;

quando Chamilla la novella intese,

della sua mente fu fortte smarita,

ch’ella s’inmaginò, veggendo l’atto,

che quel cerchar(e) per lei fosse fatto.

XXI.

Chiamò Fedele e disse: ‒ appella l’oste

e di’ a-rRicciardo ch’ i’ uo’ navichare.

Fatto fu ciò che volle sanza soste

e subito che fur montati in mare

e-lle vele in su l’albero ebbe poste

e uia che nauichar sanza restare:

vn mese andaron per chotal mestiero

onde arivaro[no] a un riccho monistero.

XXII.

Giunseno allor[a] che·ssi dicea la messa

onde andaron per xpo vedere;

quando Amadio lo uide la badessa

subito inamorò del suo piacere;

or uiene inmaginando fra se stessa

chom’ella il possa far qui rimanere;

per vna monachetta piccholina

si·llo ’nvitò a desinar la mattina.

XXIII.

Per agio prender ritenon lo ’nvito,

po’ ricchamente fece apparecchiare;

chome fu la mattina ben servito

non vel potrei la metà (ra)chontare:

e poi andò in chiesa quel chiarito

alla badessa e alle suore a parlare

sichome servidore a·llor davante;

di lui inamoravon tvtte quante.

XXIV.

Amadio non avea mai più veduto

in questa forma ma’ più vestir monache;

dentro in pensier[o] fra se le fu venuto,

vedendole sì oneste in quelle tonache,

di questo fatto che gli è sì piacvto;

subitamente ebbe dicio ritronache,

chè·lla badessa il richiese d’amore,

onde levò via il pensieri dal quore.

XXV.

E di dolore ardendo più che ’l fuocho

disse: ‒ madonna, statevi chon Dio.

Ella rispose a·llui: ‒ se questo locho

tv ci uolessi alberghar, filgluol mio,

io ti darò di me diletto e giocho

però che·llo tuo amor m’è in disio.

E’ che ode lo suo ragionare

da·llei partissi e ritornossi i’ mare.

XXVI.

Mentre che forte va la ghalea (b)ella

chon ghran bonaccia e chon forza di uele,

chon risa Amadio chonta la novella

della badessa a Ricciardo e Fedele;

Ricciardo allora rispose e fauella:

‒ e i’ vi giuro alle santte ghuangnele

che se ella m’auesse invitato,

ch’io sarei istanotte cho·llei alberghato:

XXVII.

diletto a tutte arei dato stanotte.

E Amadio, che·ll’udì sorridendo,

vdendo dir[e] ta’ parole chorotte,

disse: ‒ or’ ò io quel ch’ io andaua cerchando.

Senza ristare mai di dì o di notte

andaro[no] vn tenpo tvtta via ghodendo

che richadia[4] non ebbono nivna.

Vn dì andando ed echo vna fortvna,

XXVIII.

che la maestra spezò dalla chocha,

sì ghran ruina cho·llei si racholse;

a una a una poi le funi fiacha,

dell’albero la uela el uento tolse

e in chapo il ghrosso albero fiacha,

Ricciardo e suoi insieme si racholse

e rizar su(so) la uela mezana.

Ritta che·ffu, la fortvna villana

XXIX.

la detta vela subito perchosse,

portolla via ed ebbe l’alber[o] rotto

e tutta quanta la ghalea si mosse,

quasi volttata ch’ella fv disotto.

‒ Noi non saremo soppeliti in fosse,

disse un di loro, a tal ci à Iddio chondotto;

d’ Iddio e de’ santi e anche le Marie

dician [qui] tvtti diuote letanie.

XXX.

Disse Ricciardo: ‒ a uoi: tener seghrete

non vo’ quel che far deon tal fiata

ongni padron di mare chome prete

può chonfesare e assolver le pecchata;

fortuna auendo sichome vedete,

termine non abiamo a tal mandata;

io posso dar[e] parola delli accessi;

sichome prete l’un l’altro chonfessi.

XXXI.

Sicché Amadio liberamente

udendo di Ricciardo il suo parllare:

‒ chostui sa ciò ch’è del mar[e] veramente

siche da morte non ci può schanpare.

Allora inchominciar diuotamente

chon pianto l’u dall’altro a chonfessare

(e) battendosi fortte tvtti quanti

botansi quale a Dio e quale a’ santi.

XXXII.

Disse Amadio a Ricciardo: ‒ fratello

di nostra vita puocci auere schanpo?

‒ De se piacesse a christo, singnor bello!

Di molto male siamo a ghrande inciampo,

ma mentre che choremo forte e snello

non temo d’auer di morte schanpo.

Chosì dicendo il nobile padrone,

vn’onda venne e spezossi il timone.

XXXIII.

Allor[a] gli uenne ongni spirito meno

e di tal modo a·pparlar non si infinse:

‒ singnor di mio chaual[lo] perdut’ è il freno

siche all’aiuto mio nivn(o) più pense;

a giesò christo ch’è padre sereno

vmil(e)mente rendo ongni mie sense.

Alor si spoglia orando Iddio diuoto

per ischanpar se saprà d’in voto.

XXXIV.

I ghaleotti[5] tvtti si spogliaro,

quando vidono il lor singnore ingnvdo,

e·lle choreggie a·cchollo si legharo

chon dire a Dio : ‒ sta di nostro animo schudo.

E ’l forttisimo mar[e] non era auaro

d’esser l’un’ora più che·ll’altra chrudo:

per non vedere ingnvda quella gente

turossi il uiso Amadio di presente.

XXXV.

Chome volle fortvna i·lengno balla,

l’una onda il gitta in qua e l’altra i’ lae,

[e] quando lo gitta in alto chome palla,

nel chader dentro molt’aqua vi vae;

cholle ginochia ingnvde Amadio challa,

cho riuerenza a Dio l’anima dae,

preghando Idio e-lla sua madre forte

che gli altri schanpi e a·llui doni la morte.

XXXVI.

Tanto li uolse il mar[e] chon sua tenpesta

che ’l chiar[o] lume chatun[o] perduto auea;

a qual dolea il chapo e a qual la testa,

qual per paura non sa doue [si] sia;

Ricciardo il marinaio chon ghran podesta

disse: ‒ piaciuto fosse a·tte, Maria,

ch’a quello stormo l’altr’ier[i] fosse morto,

po’ che douea venire a questo porto.

XXXVII.

E Amadio, che chon vna chatena

dato s’aue(a) tanto e tale

che delle reni auea rotto vna vena,

vsciva fortte il sanghue per le spalle

e di Ricciardo vdendo la suo mena,

richorda la battaglia della valle,

dicendo: ‒ quello Idio che allora

ci atò ci aiuterà, fratelli, anchora.

XXXVIII.

‒ Ben potrebbe esser, disse (allor) Ricciardo,

tratti del dubio oue sian questa sera,

partir facesse il uento cho righuardo,

po’ questo mar[e] facesse ferma tera,

che di paura l’anima tvtta ardo,

che perdenti saren di questa ghuera.

L’anima sua a Dio rachomandando,

parte, che dice questo laghrimando.

PAGEXXXIX.

Disse Amadio: ‒ omè! ch’io mi sento

venir men tvtto sanza neghar in aqua;

per deboleza ongni mie senso perdo,

o fedel mio, ben ch’a·tte ne [di]spiaqua;

pe’ le ren perdo il sanghue sì d’inghordo,

esser non può che questo dolor taqua;

chome d’atar l’un l’altro sian tenvti,

se puoi, fratel(lo), fa che-ttu m’aiuti.

XL.

Nonché sian già dalla fortuna spenti,

anchor non ci abian di morte chiareza:

omè! che drieto ò tvtte vene aperti,

perdo il sanghue, di morte ò cierteza:

nella fidanza di Dio sian tvtti certi

che noi schanperemo d’[iqu]esta ghraveza.

Fedele, che ode il suo ghran lamentare,

doleasi più di lui che d’aneghare.

XLI.

E ben ch’ auesse in se ghrauosa anbascia,

levossi e tolse alquanta stoppa nuova

e d’ una sua chamicia ne fé fascio

e quella stoppa involta in chiara d’uova

puosela in sulla piagha e poi la fascia;

ella fasciata allor(a) pace truova,

po’ disse laghrimando: ‒ fratel mio,

per me di questo ti meriti Idio.

XLII.

E ’l uento fier[o], che la ghalea perquotela,

po’ ch’ ebbe tvtte sue difese tolte,

girala tvtta intorno chome trottola

in men d’un’ora più di cento volte;

niente pareua questa chosa frottola

e quelle genti vi sta[ua]n dentro stolte;

allor pensaron(o) d’ire a·ttochare

il chupo fondo di quel salso mare.

XLIII.

Po’ si riuolse il uento e ferì in poppa:

pell’alto mare menossela via

chom’ella fosse vn[o] sottil fil di stoppa;

Riccardo il marinai[o] che·cciò vedia

disse: ‒ se questa in uno schoglio intoppa,

tvtta s’infrangnerà, in fede mia;

or nella fede d’Iddio stian forti,

che vita aren lassù, se qui sian morti.

XLIV.

Chorda non partì mai da·sse quadrello,

che andasse chome la ghalea in fretta;

nivna speranza àn que’ di lor ostello,

se non d’ir giù a baciar(e) la belletta;

doue ariuò chostei chol uiso bello

nell’altro dire fia la novelletta,

e ’l doue, e ’l chome fortvna ariuolla;

al nostro onor[e] pier[o] da siena rimolla.

Finito il terzo Chantare di Chamilla

Quarto chantare

I.

Madre di xpo, reina perfetta,

la mala gente, che viue in dischordia,

auer riposo nello nferno aspetta

per te, fontana di miserichordia:

l’animo mio, il qual(e) si diletta

d’antiche storie far nuova richordia,

mangnifichando te in ongni giorno,

chome il lengno ariuò or vi ritorno.

II.

El ghran vento fortissimo traendo

menò que·lengnio duo dì e duo notte;

d’un porto furon veduti venendo,

subito detto fu: ‒ chostor son rotti:

(e) chom’ è vsanza trasson(o) chorrendo

molti padron[i] del mar sapvti e dotti;

chon ghraffi alla ghalea attacharo,

le funi d’essa a·llor lengno legharo.

III.

Poi dirizaron li lor remi achorti

a un sengno ghridando tutti . . . osa;

cho’ lor(o) remi valorosi e forti

al porto lor[o] chondusson quella chosa;

gli uomin[i che] dentro stavan chome morti,

onde fur[on] tvtti presi sanza posa

e fur[on] portati sopra e richi letti

a riposar, ch’eran pien di difetti.

IV.

Un leal[e] uom[o], ch’auea nom Pvlidoro,

el legno loro a ghuardia gli fu dato,

e tutto loro arnese e ’l lor tesoro

detto li fu che per lor[o] sia ghuardato:

in questo mezo si sentir chostoro,

che furon molto ongnvno stropicciato

le mani e ’l chorpo chon anbo li fianchi

lauati chon aceto e chon vin bianchi.

V.

A·cciaschun[o] ritornò il lume degli echi

e risentiti alla chiesa n’andarono

reverentemente i·llor ginochi

posaro in terra e Dio ringhraziarono:

Amadio prese d’oro ghrossi rocchi

e per oferta alla chiesa il lasciarono,

poi si posauan[o] iui chon ghran gioia,

tanto che furon liberi d’ongni noia.

VI.

Disse Ricciardo: ‒ Amadio pregiato,

tvtta la mia intenzione vo’ chontare:

tra·lla fortuna ch’ io ò chonportato

otto migliaia di miglia di mare

dentro al ponente se’ tanto ariuato,

doue ti piace, sichuro puoi stare,

che tutto il tenpo, che [lla] uita ti basta,

di te nouella mai non torna a chasta.

VII.

La mia intenzione è di lasciare il mondo

e voglio a Dio seruire in lialtate;

po’ che chanpato m’à di sì ghran pondo

i’ mi vo’ far[e] d’una reghola frate;

però faccian ragione a tondo a tondo

e del nauilio mio sì mi paghate,

che·lla mia chonpangnia (io) vo’ paghare

e se auanzo ci è, per Dio il uo’ dare.

VIII.

E Amadio disse: ‒ i’ son(o) chontento

senpre di far[e] ciò, che in piacer ti sia;

e abbi questo nel tuo intendimento

che tutto il tenpo della vita mia,

auessi da fortvna o da suo vento

stato ben chome auer già chredia,

di te farei Ricciardo, mio bello,

chome tu fosse mio charnal fratello.

IX.

La lor ghalea era a piè d’uno schoglio,

qual era anchor da Pvlidor ghuardata;

di uoluntà sanza niuno chordoglio,

fu per Fedel(e) tutta isghonberata;

po’ Amadio disse : ‒ Ricciardo i’ uoglio

dare i danari a·tte e tuo brighata,

d’or[o] mille lire. E’ rispose chon pianto

‒ singnor mio, non ò servito tanto!

X.

‒ Tra che tu il serui ed io ti uo’ far dono,

però ch’io tel do di buona voluntade;

e della vita mia senpre tuo sono

e senpre charo arò tua amistade,

tanto m’è stato il tuo seruigo buono,

qual fatto m’ài cho molta lealtade.

Poi si partì Ricciardo e achordoe

tutta suo gente e poi tra frati entroe.

XI.

A chapo al porto auea vn(o) palagio

e auea nome il palagio d’Orfino;

di roccha e di torri istaua ad agio

e dentro auea bellissimo giardino,

di nivn frutto n’auea disagio,

della città era in sul chamino

chor una ghran fonte d’aqua viva

di biltà richa e di lordeza priva.

XII.

E Amadio l’ebbe chonperato;

dentro arechovi suo arnese e chavalli,

chol suo destrier[i], che a pena era chanpato

della fortuna, ch’ebe chon travagli;

era da·llui Biancha Spina chiamato,

gli altri apo lui non valean du’agli;

or dentro a quel palagio chon letizia

el donzel si rechò a maserizia.

XIII.

Rendita intorno chonperò douizia

e poi prese a uestir molti donzelli;

facea mane e sera festa cho letizia,

chon bracchi e veltri e chon perfetti vccelli;

chome di ghran singnor tenea amicizia.

Lasciamo il dir di questi duo fratelli

e voui dire alquanto del paese,

dou’è arivata Chamilla chortese.

XIV.

Primieramente il porto si chiamava

per tvtta gente il portto di Leanza

e·lla città che lo singnoregiava

era d’una ghrandissima possanza;

questa città le suo mvra girava

trentaduo miglia truovo per certanza:

ella auea nome la ghrande Aquilea,

la qual distrusse Antola la gudea.

XV.

Questa città sotto (di) se auea

tutto Frigholi cholla bassa Mangna

e·lle tre partti della Schiavonia,

dell’Istria questa chonpangna

chonfina verso cholla Lonbardia;

anchor tenea la pitetta Brettangna,

la qual città colla Mangnia chonfina,

di là tenea Pvglia cho Messina.

XVI.

La singnoria d’essa città posente

era del mondo del(le) quatro parti;

dentro abitaua ghrande e molta gente,

uomin[i] gentili e merchatanti (d’arti);

molto fornita è abondevolmente,

niente per invidia erano ispenti:

chome fratel[li] s’amava[no] ciascheduno,

disiderando tvtti i’ ben chomvno.

XVII.

Singnori, i·libro e la storia mi dice

che questa terra si reggie a singnore

per vn(o) ch’auea nome il re Felice,

beningno, giusto e pien(o) d’ongni onore;

ed echo la ragion[e] che chostui lice

da tvtti esser servito per amore,

che mille anni auea singnoregiato

il sanghue suo, di chi chostui era nato.

XVIII.

Questi era magnianimo e chortese,

fonte di lialtà e di giustizia;

dintorno al suo distretto e paese

per sua bontà l’amavan[o] chon letizia;

perdonatore era di uane offese,

gindichator[e] d’ongni mortal nequizia,

ben(e) chon bene andaua[n] meritando

e buoni e rei chon giustizia pvrghando.

XIX.

Molto era riccho dell’auer mondano

però ch’auea rendita infinita;

re non fu mai Saracino o paghano,

che tenesse di lui più bella vita;

di lui tem’à, singnor, dentro al soldano,

tant’è[ra] sua singnoria alta e ghradita

da molta buona gente chon lianza,

e però molti auean di lui dottanza.

XX.

Elli era di cinquanta anni in etade

e·lla sua donna quaranta anni auea;

ne’ venti fu fontana di biltade

e fu figluola di re e di reina;

di chostui auea in veritade

vna figliuola, la qual nome auea

Chanbragia, e era da esser isposa;

non formò mai Idio sì bella chosa.

XXI.

Di questo Re ell’era il suo disio,

però che più figliuol[o] non aspettava;

niuno romito amò giamai Iddio

chome chostui questa figliuola amava;

chortese e buona ell’era sanza rio.

Molti chol re hun dì di lei parlaua:

‒ non è più bella dal ponente al levante.

A·llui rispose vn riccho merchatante:

XXII.

‒ L’altr’anno, esendo in mare vn vento rio,

fu’ da fortvna dentro diportato

nel ghran reame del re Amideo,

che a Ualenza è sire inchoronato;

a chostui vidi, se m’aiuti Idio,

vna figliuola chol uiso rosato:

o re Felice, fuor [vi] dicho di quella

la uostra inanzi sopr’ogn’altra bella.

XXIII.

Io vdì dir[e] che auea nome Chamilla

quella ch’à in se di biltà sì gran pondo;

di paradiso xpo dipartilla,

quando la fe’ venire in questo mondo,

dall’altre chose bella Dio partilla

quella che à il chapo più che oro biondo.

Disse lo re: ‒ or’a xpo piacesse

chol padre parentado far potesse!

XXIV.

Se fossi maschio l’un di questi due,

le lor belleze insieme acchosteria.

Chanbragia bella, piena di virtue,

sola per se chorte mantenia;

uenti trenta donzelle o talor piue

senpre tenea alla suo chonpangnia;

tvtte donzelle sauie e chostumate,

che di baroni tvtte eran(o) nate.

XXV.

Dentro alla chorte di chostui usava

vna fanciulla fuor[i] di suo memoria,

che ghran diletto alla gente donava;

ou’ella fosse si viuea chon gloria;

e alchun’ora chostei profetezaua

di chose, ch’auenien[o], dice la storia;

Bacchibella auea nom sanza difetto,

di Chanbragia era tvtta il suo diletto.

XXVI.

Al padre di chostei fu riportato

sichome al suo (bel) porto di Leanza

vn bel donzello sì u’era arivato,

il qual portaua ghrande nominanza

d’esser bello, chortese e chostumato

di persona, d’auere e di posanza;

lo re Felice, valoroso sire,

mandò che a·llui e’ dovesse venire.

XXVII.

Ed elli, auendo il suo chomandamento,

subitamente si mosse a uenire;

mai non si uide più bel fornimento

che fu quel che portò questo bel sire:

tutto di perlle auea vn vestimento.

Que’ di Leanza, sapiendo il suo venire,

quaranta furo e a chaualo montarono

e cho lui in chonpangnia a Re n’andarono.

XXVIII.

Or chaualchando il donzel per la strada

sopra il suo destrieri Bella Spina,

per maraviglia ongni persona il bada,

chon ghrande riuerenza ognvn gl’inchina,

ongni belleza appo la sua par laida:

nella città entrò vna mattina

che ’l Re Felice vn ghran mangiar facia

di più ch’al terzo di suo baronia.

XXIX.

Chome il donzel[lo] fu giunto in su la piazza,

e’ si schontrò chon quella Bacchibella,

qual detto v’ò di sopra ch’era pazza;

quand’ella il uide chon ghrida fauella:

‒ questo gentil donzel déngno di maza,

a uoi uo’ dir di lui chotal novella,

facciali chi (più) puo(te) ghrande onore

però ch’elli sarà vostro singnore.

XXX.

Amadio smonta sanza far parola,

al re va su cho’ chonpangni sourani,

ed elli il truova che andaua a tola;

il re e i baron[i] lauate auien le mani

e i suoi donzelli la vivanda arecholla.

vn chonte disse lor[o]: ‒ noi sian villani.

Un altro disse: ‒ Sir[e], disse, perchee?

Ed e’ rispose: ‒ il uo’ chontare a ree.

XXXI.

Venir veggio vn cholle più belle membra

ch’io vedessi mai a niun donzello;

figliuol[o] di maggior sir[e] di noi asenbra

tanto mi pare in sua fighura bello.

E lo re rise e poi si rimenbra

subitamente ched e’ fosse quello

qual era al porto di Leanza ariuato,

che di quindi per lui auea mandato.

XXXII.

Quella sala era reale e ghrandissima;

inchontro sì gli fe’ sanza tenore:

di sua persona, ch’era sì bellissima,

forte si maraviglia ongnvn nel chore,

e della roba ch’à tanto spendissima

parlando insieme in quella chol singnore,

auisossi il donzel[lo] chol bel saluto.

Essendo in ginochioni a·llui chaduto.

XXXIII.

Lo re Felice lo rilevò ritto;

[e] disse: ‒ figliuolo andiamo a desinare.

O bel singnor, nel libro truovo schritto

che Amadio, quando l’udì parlare,

uolse i begli occhi e ghuatollo diritto

(e) umilmente il chominciò a preghare:

‒ i’ u’adomando ghrazia, o nobil sire,

questa mattina mi lassiate seruire.

XXXIV.

‒ Sol[o] per amor[e] della tua giovinezza,

lo re rispose, molto volentieri.

Allor, mirando senpre suo belleza,

s’affisson tvtti, chonti e chaualieri,

del servir bene e·bbello chon presteza,

non fe’ mai via me’ niun[o] ne’ suo’ manieri;

nessun [o] nol uede che di lui non ghoda

e del suo bel seruire ongnvno il loda.

XXXV.

El desinar[e] fu bello e smisurato,

di tvtte chose vi fu ben fornito:

e chome egli ebbon tvtti desinato,

il re si fu chol damigel partito;

a un balchone cho·llui ne fu andato

e ’l re, esendo cho·llui in tal modo ito,

disse : ‒ dimi, donzello, donde e chome,

chi·sse’ e donde nato e chome ài nome.

XXXVI.

Ed e’ rispose: ‒ singnor mio sovrano,

verso levante son[o] di stran paese

e fu’ figluol[o] d’ u’ richo chastellano:

di servire a vn singnor[e] voglia mi prese,

che fosse ghrande e, chome voi, Christiano;

mossimi e venni qua cho molto arnese

chon vn chonpangno solo, singnor mio;

nome à Fedel e io Amadio.

XXXVII.

Lo re li disse: ‒ donzel[lo], s’ io chredesse

ch’io fosse quel singnor, che vai cerchando,

io ti vorrei preghar[e] che rimanesse

nella mia chorte e darti vficio, quando

di choppa di choltel[lo] qual tu volessi,

di ciò mi serui; altro non vo cerchando,

se non vn giovan bel[lo] chome se’ tue

e di questo ben fare ài ghran virtve.

XXXVIII.

E Amadio, valoroso donzello,

subitamente allo re rispose:

‒ re Felice, charo singnor bello,

non vo’ ch’ a voi mie voglia sian naschose;

di rimaner chon voi in vostro ostello

chontento son. Così cho·llui si pose;

molto chontento fu sanza sosta

elli e suoi di sì fatta risposta.

XXXIX.

E Bacchibella non istette in forse:

ratta che fu in sul palagio montata,

subitamente alla donzella chorse

e chon ghran risa l’ebbe salutata:

queste parole a·llei di botto porse:

la ghonella ch’ài in dosso sì frangiata

vuomela dare, gentil damigella.

sed io ti diche vna buona novella?

XL.

Chanbragia bella le disse: ‒ anima mia,

chon ciò e sanza ciò te la uo’ dare,

pur che-ttu volglia la mia chonpangnia

 e alquanti dì cho-mecho dimorare;

e Bacchibella sì·lle rispondia:

or t’inchonforta e non ti sghomentare

che i·nostra chorte vn donzelo è aparito,

che fia nostro singnore e tuo marito.

XLI.

Allor Chanbragia, donzella sourana.

quando il parlar[e] di Bachibella intese,

vermiglia diuentò più ch’una ghrana:

poi per più chose il suo parlar chonprese,

che più cose inchredibil[i] questa vana

auea già dette, ch’eran pure aprese;

di molte chose fatte del suo dir sute

che mai la gente non l’arien chredute.

XLII.

Tanto pensò al suo dire che fu stancha,

e poi per dichiarar sua oppinione

una chiamò a·sse, se i·legger non mancha,

pulzella e figlia di nobil barone,

la quale auea nome Viola Biancha;

ed ella tosto sanza tardagione,

ratto che ella il suo parlare intese,

vezosa e bella le uenne chortese.

XLIII.

Forte pensando al detto della folle,

a lei disse: ‒ o Biancha mia Viuola,

duo chaualieri in tvo chonpangnia tolle

e vanne al padre mio, bella figliuola;

di’ che doman, se ’l tenpo no mi stolle,

uoglio ire a uccellar[e] chon sua parola;

e chome giungni a·llui sanza sogiorno

ghuarda che fa e chi li sta d’intorno.

XLIV.

Giunta ella al re e fatta l’anbasciata,

lui e suo gente prese a righuardare;

pocho men che non chadde tranghosciata,

veggendo il bel donzel[lo]: sanza tardare

rispose il re in quella tal mandata

‒ va, di’ che faccia ciò che a·llei pare.

Ella tornò, chome dice la storia,

isbalordita e fuor[i] di suo memoria.

XLV.

Chanbragia bella il fatto gli è piaciuto,

po’ ghuarda la donzella e sì diceva:

‒ or ch’ io ti veggio ongni senso (ò) perduto!

or che à tu , dolcie sirochia mia ?

(Ed) ella disse: ‒ chol Re ò ueduto

un bel donzello alla sua chonpangnia;

amor m’à tolto il chor e ògli dato

e son sanz’eso a voi, dama, tornato.

XLVI

A·llui pensando tutta mi dichrollo,

però che veramente per lui moro;

chredo che in paradiso Idio formollo

biancho, vermiglio, biondo chom vn oro;

che·ssia più bel[lo] la uita inpengnar vollo

in questo mondo non che fra chostoro,

e se Dio padre di sua ghrazia mi tochi,

non vidi mai, chome elli à, più belli ochi.

XLVII.

Veggendo che[lla] venia d’amor(e) meno,

Chanbragia disse sanz’altro tinore:

‒ chonfortati [che] domani il menareno

a uccelar[e] cho noi per lo tuo amore;

uenir[e] farollo in sul tuo palafreno,

a choncial ben[e], che poi senpre nel chore

viuere potrai chontenta, donzella,

sed e’ chaualcha doman la tua sella.

XLVIII.

La sella e ’l freno, chaualchando, di lui

senpre in tva vita ti richorderai

e del ghran ben[e] che·ttu vuoi a chostui

l’arcion tocchando ti richorderai.

Ella rispose a lei cho gli ochi bui:

‒ troppo sfacciata sarei, se mai,

bella donzella, se a·sseder mi ponesse

sopra la sella dond’egli scendesse.

XLIX.

Ma se da uoi donzella i’ òne

ghrazia doman che mia sella chavalchi,

uostra Fedele a uoi senpre saroe

ma’ non sarà che io (di) fede vi manchi:

chome fia sceso d’or[o] la chopriroe,

po’, sie saran[no] d’amor mie sensi stanchi,

la sella e ’l freno, dama, righuardando

schanpo sarà di mia vita ch’à bando.

L.

L’altra mattina la rosa vermiglia

fe’ il palafren richamente adobbare;

Chanbragia bella mandò per famiglia,

che chonpangnia le douesson fare:

chon Amadio lo re si chonsiglia,

diliberar d’andare a uccelare;

Chanbragia e ’l re s’asetta sanza fallo;

aparecchian per salire a chauallo.

LI.

Chanbragia essendo in sulla piaza giunta,

ebbe veduto il nobile donzello,

a·llui s’achosta e·ssì·li disse: ‒ monta

in su quel palafreno ambiante e bello.

Vedendola venire a·llui sì pronta

maravigliossi e(d) ella mira(n)d’ello.

Disse : ‒ monta su tosto. Ed e’ montoe

po’ ch’ella volle e ’l re l’ il chomandoe.

LII.

Biancha Viola, che ’l uide montato

sopra ’l suo palafren[o], fu più chontenta

che·sse un l’auesse tvtto ’l mondo dato;

la mente sua che per amor si stenta

richonfortò quel suo quor tribolato,

prechando ch’allo scender non si penta

e ella poi chon vn falchon pelleghrino

montata fu in sur vn richo ronzino.

LIII.

A nulla chosa Chanbragia prochura

saluo che ’l bel donzello in veritade,

e fra sè dice ben che·lla natvra

non fermò mai i·nivn[o] tanta beltate:

or mossono e andarno alla uentvra

tutti in brighata fuor[i] della cittade:

Biancha Viuola auea ghrande ira

di Chanbragia che altro che·llui non mira.

LIV.

‒ Tanto mi par[e] che ’n suo biltà s’involua

che di paura mi bucinan gli orechia,

che ’l bel donzello chostei no mi tolla,

però che in sua biltà tvtta si spechia;

se ciò m’auiene aurò dolor dicholla,

e viuerò stentando chome vechia;

omè dolente, ch’ i’ vegio Chanbragia

di chostui arde chome il fuocho bragia!

LV.

Passando piani e monti e larghe fosse,

e·lla donzella senpre fiso il ghuata,

e·lla sua ghran biltà tutta la mosse

sì che di lui è forte inamorata:

amor chon suo fortte archo la perchosse,

più che Viuola di lui è inpazata,

(e) per lo ghran disio che al chor le tocha

giurò que(l) dì di baciagli la bocha.

LVI.

Dimorando in chotale oppenione

una boce ghridò: ‒ ghuarda, ghuarda!

ed ella vide a scendere vn falchone,

di mano vscire a una bastarda

e chadde in terra chom’ vno aquilone:

Amadio il sochorse e più non tarda,

la dama il uide, tosto dietro andolli,

l’uccello atando, la bocha baciolli.

LVII.

Da·lle’ vedendosi la boccha baciata

disse: ‒ or m’aiuta, Vergine Maria,

chostei s’arà di me inamorata,

chredendosi di uer[o] ch’io maschio sia.

Ivi fu molta gente raunata,

e Amadio, quando questo vedia

che a quel bisongno auea gente troppa,

chiamò Fedele e a·llui salì in ghroppa.

LVIII.

Al sochorsso che del falchon e’ fene,

chadde e ’nbrattosi l’un lato di mota;

chosì chon Fedel va e vede il rene,

lasciando il palafreno a·ssella vota;

Viuola il truova e per dolor ch’à in sene

battessi cholle man[i] ciaschuna ghota.

Nel quinto dir[e] di lor seghuirò inanzi;

Christo del cielo in onni ben ci avanzi.

Finito il quarto chantar di Chamilla.

Quinto chantare

I.

O diuina virtù, o sapïenza,

Re ghlorïoso, che se’ sanza pare,

fa che sian salui nella tua sentenza,

quando verrai il mondo a giudichare;

e sì mi dona ghrazia alla mia intenza,

oltre seghuendo possa ritornare,

non chon ofesa di te singnor mai :

or vi ritorno al dir ch’io vi lasciai.

II.

Io vi lasciai, qnando Amadio diuoto

partissi per dolor che·ffu baciato

e chome in ghroppa salì pien di loto

e chon Fedele si partì adirato

e chome il palafren[o] si trovò voto

Biancha Viuola chol uiso rosato

e chome il falchone, se ’l dir non erra,

choll’aquilone in piè si chadde in terra.

III.

Socchorso fu il falchone alla bisongna

e di suo presa fatta fu ghran festa;

Chanbragia allor rimase chon verghongnia

e chon ghran duolo la donzella onesta,

da poi ch’ella vedea sanza ranpongna

partito quelli che ’l suo chuor tenpesta;

allor disse in fra-ssè cho moltta rabbia:

non ti varrà il fuggir che io non t’abbia.

IV.

Viuola ch’era d[i qu]esta chosa nvoua,

che non sapea chome ( egli ) era offeso,

e ’l palafren[o] sanza il suo drudo truova,

dicendo: ‒ omè! perchè n’è questi isceso? ‒

a Chanbragia n’andò per farne pruova:

ou’è que’ che d’amor m’à il quor aceso?

Ed ella disse: ‒ donzella, i’ tel diroe:’

vedestu dianzi il falchon, che tramazoe

V.

quello aquilone? quando elli il sochorsse

e gli ’nbrattosi l’un lato di fangho,

per la uerghongnia a piè quand’oltre corse?

dell’ira ch’i’ ò non vedi ch’io piangho!

Più parole che queste no gli porsse.

Uivola disse: ‒ omè! che io m’afrangho,

per dubitanza, ch’io ò, Chanbragia mia,

che-ttu nogli abbi fatto villania.

VI.

Chanbragia bella allor chon vezosi atti

umil(e)mente chominciò a parlare:

‒ de! non ragionian più di questi fatti.

Viuola mia; andiamo a uccellare:

io farò sì che aren di lui bu(o)n patti:

or indugian questo nostro parlare

tanto che siamo nel nostro palagio;

quivi ragioneremo di ciò adagio.

VII.

Biancha Viuola rispose: ‒ e’ mi piace

ciò ch’a noi piace, in fede mia.

Diss’ella: ‒ di montar non sian tenace

in sul tuo palafreno e andiamo via.

Disse Viuola: ‒ troppo sare’ fallace,

s’io vi montasse suso, in fede mia,

in quella sella, dic’io, sanza fallo,

doue il mio amore è ito a chauallo.

VIII.

Allor fe’ por[re] le staffe in sull’arcione

d’un [suo] bello amanto la sella chopria.

Nell’ucellar al re giunse vn barone,

cho molta riuerenza lo salia:

nell’aria in quello si uide vn falchone,

che giù discese e vn’ocha fedia

e la insechuì in verso una aqua chiara:

el falchon[e] scese e l’ocha tornò in aria.

IX.

Un(o) falcone era in alto montato

e giunsse a·llei e fedilla nel petto.

Questo vccelar(e) che io v’ò chontato,

[in]fino a·ssera durò chon ghran diletto:

e a racholta vn corno ebbe sonato;

a tutti parue quel suon benedetto:

uomini e donne d’ongni maniera

richolsonsi nel pian[o], doue il re era.

X.

Gran festa ne facean tuti i baroni

per lo diletto ch’auean riceuto;

ghrande alleghreza auen ghrandi e minori

di molto ben volar[e] ch’avean veduto;

d[i]rieto a tvtti giunson[o] gli uccellatori:

dinanzi a Re ciaschedun fu venvto,

per la fretta parea ch’auesser l’asima,

qual loda il suo vccello e gli altri biasima.

XI.

Tanta alleghreza non ebbe mai gente

quant’ebbe, il dì, chostor[o] cho·llor Singnore:

quel baron che vi giunse, veramente

ora chiamato il nobil ducha Astore;

giovane sauio e·bbello, certamente

pochi n’auea il re di lui migliore;

questo era pien[o] d’ongni buona maniera,

singnore e ducha era di Bauiera.

XII.

Lo ducha fra loro voltò le cilglia

e veneli veduto il bel donzello;

lo re a domandar subito pilglia:

‒ chi è quel giovan[e] che è chotanto bello?

poi domandò della sua bella filglia

e disse al re: ‒ questa è suora di quello,

ghuardando i loro aspetti tanto belli

che mi paion sirochie e fratelli.

XIII.

Lo re rispose: ‒ il donzel ch’ài veduto

non so ben (bene) là donde si sia;

via più che·bbello è di biltà chonpiuto;

mecho dimora alla mie chonpangnia.

Quella donzella chol uiso fronzuto[6]

sappi ch’e(ll’) è Chanbragia, filglia mia:

po’ che insieme trovati ci siamo

uo’ che ordinian che marito le diamo.

XIV.

Rispose il ducha : ‒ or(a) mi perdonade

che troppo era di lungho il mio pensiero,

ch’io nolla chonoscea in veritade.

Lo re ridendo disse: ‒ volentiero.

Or si tornaro dentro alla cittade,

e dismontato ciaschun a suo ostero,

lo re lasciò la sua filglia in ghran pena,

partitosi da·llei per irne a·ccena.

XV.

Biancha Viuola sanz’altro dimoro

tolse del palafren suo briglia e sella;

suo biancho viso più che mai vinoro

moltto vi tenne su quella donzella,

possa lo ’nvolse in un bel drappo d’oro,

mìssela sotto la sua chiavicella:

or dimorando chon suo sospirare

Chanbragia bella la fece chiamare :

XVI.

Amadio bel[lo], che ghran dolor lo sprona,

prese Fedele suo fratel pe’ panni;

essendo i’ luogho sol[o] sanza persona,

Amadio prese a dirli i suoi affanni

e di Chanbragia il fatto li ragiona,

[e] chome baciato l’auea il dì a ’nghanni

E dichoti anchora viè più forte

ch’ell’è di me inamorata forte.

XVII.

Fedel(e) che·ll’ode vna gran pezza taque;

inchominciò (poi) tvtto a sbalordire:

e questa chosa vie più gli [di]spiaque

che sed e’ fosse chondotto a morire.

Che aneghato foss’ io nelle salse aque

inchominciò fra se chon sospir [a] dire!

e po’ disse: ‒ sirochia mia, or bada

i’ luogho ou’ella sia (ma’) tu non vada.

XVIII.

In questo mezo Idio t’aiuterane,

perche l’è ghrande e tosto arà marito,

e ’l padre suo fuori la manderano

e noi rimaren poi a buon partito.

Questo chonsiglio che Fedel le dane

à tutto quanto il suo chuor[e] rischiarito;

poi si partì la donzella attenta

da Fedele, più che prima chontenta.

XIX.

Questa veloce e nobile dama

chon atto d’uomo vive(va) in sua forma:

per tutto il mo(n)do si partia suo fama

tant’è sua chondizion di buona norma;

vuomini e donne di uedella brama:

spesso spesso si movevano a torma

brighate venien[o] dentro alla cittade

sol per vedere la sua ghran bilttade.

XX.

Chambragia e Viuola a·llor potere

fanno per lui auer[e] veracemente:

non che auer[lo] ma sol[o] per lui vedere

ueruna truoua luogho veramente,

sì che ghran duol[o a] ciaschuna pare auere:

per (lo) suo amore mort’è nel presente;

a questo forte lor[o] ghranoso assedio

pensa ciascuna di trovar rimedio.

XXI.

Bianca Viuola disse: ‒ omè! insurgho

più l’un(o) dì che·ll’altro i’ mortal pena:

il chuore, il chorpo a pocho a pocho strugho

per questi ell’è di biltà [e] viua vena:

chon sospiri e (con) laghrime mi pvrgho:

o uero Idio! trami di questa mena

ov’io dimoro chon tormento fero,

po’ ch’ i’ non posso auer cholui ch’i’ spero.

XXII.

Chanbragia vn dì penando pensoe:

‒ il padre mio darmi marito aspetta;

se a ducha o chonte (o re) data saroe,

star sotto lui mi chonverà suggetta,

nivno albitro più che volglia aroe;

auendo chostvi che ’l mio chor diletta

e’ sare’ donna ed io sarò singnore

e viuerò chontenta a tutte l’ore.

XXIII.

Ma in sulla prima ch’io l’arò tolto ora,

perchè non ò di sanghue reale,

bias[i]mata ne sarò ad alchun’ora,

ongnvn dira ch’io abbia fatto male;

ma tal difetto sua biltà ristora,

fiami suggetto e io sarò leale;

addosso non m’arà giamai righolglio,

sì ch’al postutto per marito il uoglio.

XXIV.

Lo re Felice di chasa vuol trarla;

chol ducha Astore tenne parllamento,

ch’a molti e molte gente uolea darla;

alfin formaron loro intendimento

ad alchun nobil ducha di mandarla,

giovane e·bbello, pien d’ongni ardimento,

che Charlo valoroso nome au[er]ia,

genito primo de Re d’Ungheria;

XXV.

ed ebbon questo lor dire achordato.

Disse lo re: ‒ o ducha mio, i’ bramo

che andiamo a quella ch’à il uiso rosato,

e voi ed io questo le ragioniamo.

Ed e’ rispose: ‒ sire inghraziato,

se v’è in piacere, ora c’inviamo.

Allora il re chon molto disio

uoltossi adrieto e chiamò Amadio.

XXVI.

E’ venne a·llui ed e’ li disse: ‒ pilglia

chon quella chonpangnia che a te pare

e va a Chanbragia, la mia bella figlia;

dirai che a·llei volgl’io ire a parlare.

Ed e’ chanbiò la suo faccia vermiglia

quando s’udì tal chosa chomandare;

non potendo altro far[e] voltossi e destro

chiamò Fedele ch’era suo maestro.

XXVII.

E a Chanbragia si fu mosso; per via,

mentre che ua Fedele, il ua amaestrando:

‒ quando sarò cho·llei, in fede mia,

non ti partir[e] da me per suo chomando.

E di ciò far[e] Fedel[e] li promettia.

Fu(ro) al palagio alla donzella; quando

seppe ch’e’ a·llei venia, quella figliuola

subitamente [e] chiamava Viuola.

XXVIII.

Giunta che·ffu, (le) disse: ’ va alla porta

e mena su cholui che troverrai:

chredo [ches]sia quel[lo] che t’à d’amor(e) morta;

sed elli è desso, solo a me il me(ne)rai.

Ella si mosse molto presta e achorta,

che molto volentier[i] v’andaua assai:

Uivola giunsse, e quando lui vediua

[e] per dolcieza di sua memoria vsciva.

XXIX.

Tanto si lasciò all’amore tirare,

ratto ch’ella vide i·bel valletto,

che non si richordò di fuor lasciare

la chonpangnia sichome le fu detto.

e lui e gli altri si u’ebbe a menare:

e l’altra in zanbra si staua in su·letto

e per serrare l’uscio staua in volo,

chredendo[si) che a·llei venisse solo.

XXX.

Quand’ella li sentì in sulla sala,

leuò allor(a) uia sua oppinione;

[e] prestamente de letto vscì in sala

e venne fuori sanza tardagione;

uide Uiuola andar[e] chome cichala

dintorno a·llui ghuardando suo fazione[7];

quando la uide disse in suo chospetto:

‒ per mandar te perdo ongni mio diletto.

XXXI.

Ma s’io douesse delle viue polpe

del uiso perder[e] por chaso ch’avengha,

sì chonuerà ch’io pigli questa volpe

che sa sì delle volte e ch’io il tengha:

lui è perduto sol[o] per le mie cholpe

questo martir chonvien (pur) ch’ io sostengha,

tanto ch’io abbi chom’io chredo spazi

che vn dì di lui mia voluntà si sazi.

XXXII.

Or chome in sala fu questa figliuola,

chol bel saluto quella gente adochia,

e per non venir men[o] chome Viuola

chon ghran faticha la suo voglia arochia

di non ghuardarlo. Senza (più) parola

dinanzi a·llei Amadio s’inginochia

e dolcemente [le] rispose al saluto

po’che fu in terra ginochion venvto.

XXXIII.

Poi umilmente il ghrazioso sire

a·llei prese a parlar questo tinore:

lo padre tuo per me ti manda a dire

(ch’) a·tte vuol venir[e] elli e ’l ducha Astore.

Ed ella disse: ‒ l’andare e ’l uenire

sia a sua posta. E’ sanza romore

da·llei prese chomiato; senza sosta

tornò al re e fece la risposta.

XXXIV.

Allora il re el ducha per man piglia;

chon alquanti si mosse in veritade

e al palagio andò della suo filglia;

trovò che ornata auea sua ghran biltade.

El ducha Astor[e] uedendola bisbiglia:

beato chi arà sua onestade.

Ghuardandosi ongnvn[o] nella venvta,

cho’ reverenza l’un l’altro saluta.

XXXV.

Lo re s’ asisse e a·llato a·llor(o) gio

[a] Chanbragia bella ch’à d’amor martiro:

rimase il ducha ritto e Amadio

Amadio e gli altri della sala vsciro.

Chom’ella vide che di fuori vscio,

rimase chon dolore e chon sospiro:

essendo soli lo re disse al ducha

che quel che sa chon sauio dir chonducha.

XXXVI.

Ed elli chominciò senza [auer] pauento:

chonciosiachosachè [a] ’l nome di Dio

bisongnia qui nel mio chominciamento,

chiamol[lo] e preghol[lo] cho molto disio,

acciò che quel[lo] ch’io ò in chomandamento

da re Filice, charo singnor mio,

laldando prima Iddio, singnor del tutto

e di noi, si’ a onore istato e frutto.

XXXVII.

Poi chominciò chon angelicha boce :

‒ reina delle belle d’[i qu]esto mondo,

dea d’amore sanissima e veloce,

el chui valore è sparto e giochondo

per l’universo in ciasch(ed)vna foce;

quanto il sol gira i razi a tondo a tondo

di te sol[o] si fauella, o nobil dama,

tanta mangnificenza à·lla tua fama.

XXXVIII.

Sol una chosa vuol[e] la tua natvra,

che femina ti fé’, dama diletta;

onde [qui] per questo la tua ghrande altvra

chonvien che sotto altrui si sottometta;

e però, tv che ài la mente sichura,

nostro disio, che tal bisongno aspetta,

palese ti uo’ fare, o frescha rosa:

cioè che sia d’un bel ducha sposa,

XXXIX.

genito primo del re d’Ungheria.

Sappi ch’egli è chome me di ragione

(e) Charlo à nome per la fede mia;

dopo il suo padre porterà chorona

e tutto quel (r)eame arà in balia;

più dengno non ci è di tuo persona

in tutto questo mondo e qui tuo padre

di ciò è molto chontento e la tuo madre.

XL.

Sanza più dire il ducha s’assisse

e·lla donzella, che ben l’à ascholtato,

di tutto ’l suo parlar[e] nel quor ne rise,

imaginando che ’l suo amore è dato

a quel ch’à già le suo vertù chonquise,

e nel suo qnore già à immaginato

chorona vuol che porti del suo rengno

e sposi sua biltà perchè n’è dengno.

XLI.

Dopo questo pensiero a mano a mano.

cho’ suo’ begli ochi laghrime spandendo:

‒ padre mio diletto, charo e sovrano,

la uolglia mia io ti dirò dicendo :

lo mio reame per vn altro strano

non vo’ lasciare per [vn] altro [Re] chaendo;

ch’vn bel prouerbio in verità si truova

che meglio è la uie vechia che·lla nuova.

XLII.

 

Io non intendo per me s’abandoni

per verun modo ch’esser mai potesse;

perchè se morte cho’ suo’ forti troni,

io maritata, voi mi tolglesse,

chonuerebbe che di nostri baroni

che l’un di lor[o] la chorona prendesse;

e·ss’io fosse da mio singnor rasa

io non potre’ poi ritornare a chasa.

XLIII.

Però intendo [d]esser qui maritata

a uno che ’l[lo] chor mio chontento sia

e da uoi volglio esser inchoronata

chon cholui che m’ara in sua balia;

e se [io] sarò poi di lui vedouata

io rimarò donna di chasa mia

senpre reina e poi s’i’ mi moroe

a simil mo’ me rimariteroe.

XLIV.

Padre, io so quel che [far] ragione adita:

chome fa molte volte l’uom ch’è folle,

tal viuer[e] chrede assai che·lla sua vita

prima ch’e’ n(on) si chrede morte [il] tolle:

se al primo vuom[o] ch’ i’ sarò stabilita

se più di me in vita Idio lo uolle,

rimanghasi singnor[e] senza fallare

e lassi poi il reame a chi li pare.

XLV.

Ora al primo proposito m’apiccho

cioè di uolere marito a scielta,

e quel prender[e] uorò pouero o riccho;

e qui ongn’altra intenza sia diuelta.

E sichur[o] viso facea cho·ribiccho

mangnifichando più che ghrano o spelta.

Il padre vdendo la sua intensione

chol ducha Astore andò a·ffar sermone.

XLVI.

‒ Questa mia chara filglia d’onor dengna

in se mi par[e] che rengni in veritade;

non perchè mai da mie parole tengna,

marito prenda alla suo volontade:

tutta mia baronia vo’ che qui vengna

e di ciò sien(o) tvtti in veritade;

non vorrei poi che niun[o] mi riprendesse

s’ela chontro a douer[e] di ciò facesse.

XLVII.

Alla donzella, che d’amore stenta,

chontaren poi queste chose ordinate.

Ella rispose: ‒ padre, i’ son chontenta

ch’a’ baron vostri saper lo-ffacciate;

per un che viue la (mia) mente stenta,

sì ch’io non voglio che bias[i]mo n’abiate.

Allora schrisse lettre chon ghran brame

e fur mandate per tvtto il reame.

XLVIII.

Dal lor singnor[e] chomandamento auendo,

si mosse ciaschvn chon ghran vighoria.

Ghualfardo di Soaue, chom’io intendo,

chol duca di Baueria in chonpangnia;

Re di Buemia non si gia fuggendo,

chon quel di Chiaramonte vi uenia;

quel d’Ostterlicchi mosse cho·lletizia

chon Valdifredi chonto d’Ungharizia.

XLIX.

E Chirialto, chonte di Chiralla,

chon quel di Ghrandiborgho, il ghran marchese,

e ’l ducha di Toccha e ’l chonte della Valle

diren; questi a uenir non si chontese;

d’Aquilea sostenea chostor sue spalle

però ch’auien[o] di lei giurizion prese;

a·llei seruir[e] per questo eran venuti

e sono anchora al dì d’oggi tenvti.

L.

Tvtti i baron[ i] vi fur[ono] di Schiavonia

chon ciaschedun[o] che per lui tenea terra;

de l’Istria (e) di quel di Lonbardia

molti vi furon[o], se ’l libro non erra:

e brieuemente chi a·llui apartenia,

tutti forniti di chosa di ghuerra;

e quando il re gli ebbe in suo potere

della suo figlia disse il suo volere.

LI.

Lungho il chonsiglio fu, ma pur si prese

ch’ella a cui piace se le dia marito;

e·lla donzella, quando il fatto intese,

[ri]chonfortò i suoi sensi smariti;

e charta publicha di presente si stese,

Questi singnori valorosi e arditi

fur[on] ricevti a ghrandissimo onore

da questo Re Filice, quel singnore.

LII.

Chome chonpiuta fu la uera charta,

andaro[no] a desinare in veritade;

fra baron fu questa novella sparta:

udendo Amadio Re delle biltade

per quel[lo] par[se] ch’a ciaschuno il quor si parta

dicendo: ‒ questo à cercho l’amistade:

ella si torrà lui, perchè bel drudo,

chosì singnore aremo vn vilan[o] chrudo.

LIII.

Ora ordiniam[o] nel pvnto maladetto

che muoia poi che suti sian sì sciochi;

sia per alchuno vn torniamento eletto

e se vi uien[e] faccianne mille rocchi.

Questo trattato chontro al bel valletto

spirò cholei che nel chore e negli ochi

senpre il porta e chon perfetto disire.

Chome ’l chanpò dirò nell’altro dire.

Finito il quinto Chantare di Chamilla

Sesto chantare

I.

Alta reina che ’l tuo filglio[lo] adori,

perchè superbia al mondo non diuenti,

reina madre di noi pecchatori,

per vmiltà ti priegho che chontenti

la mente [mia] sì che non chaggia in errori,

sicché alla storia seghuir non pauenti;

chol nome di te, Vergine beata,

vo’ ritornare alla morte ordinata

II.

sopra quel giusto sanghue inocente,

ch’auea sì uagho e sì lucente viso,

quale a diletto xpo onipotente

parea ch’auesse fatto in paradiso.

Lo re Felice, alto singnor possente,

sentendo andare il bando sì ariciso

per tvtta la città del torniamento,

chomincia a far[e] ghrande aparechiamento.

III

Sentendo, quella ch’à il uiso rosato

chiamò di Folgholi un ghran chastellano,

ch’era Ruscialdo per nome chiamato,

fort’e atante più ch’altro xpiano[8]

Giungnendo a quella ch’à ’l viso rosato,

chon be’ saluti si preson[o] per mano

ed ella disse a·llui dopo il saluto: ‒

a me bisongna auer ora il tuo aiuto.

IV.

Ed e’ rispose: ‒ donna, in chui rengna

ongni virtù, il mio picholo affare

aparechiato senpre a uostra insengna

i’ ò per servir[e a] voi per chomandare;

nel chorpo mio quando vuol morte vengna

per voi morendo me ne penso andare

nel paradiso chon xpo beato.

Or chomandate ciò che v’è a ghrato.

V.

Ed ella disse: ‒ vn torneo è bandito

chome so ch’ài vdito veramente.

Un[o] vi sarà; io vo’ ch’al suo aito

che·ttu vi sia cholla tua buona gente.

Tu lo uedrai nel torniamento arghuto,

che per cimiero in su l’elmo lucente

e’ porterà una manicha d’oro:

se bisongna, per mio amor li dà aiutoro

VI.

Rvscialdo libero sanza maghangna

disse: ‒ donzella viuete sichura,

ché se il reame (o) baron della Magna

fossono adosso a quella chreatvra,

al suo aiuto merrò[9] tal chonpangna

ch’i’ il farò liber[o] d’ongni pena dura:

io farò, dama, che per vostro amore

e’ rimarà del torneo vincitore.

VII.

Ella quand’ebbe il suo parlare vdito,

disse: ‒ Rucialto mio, vatti chon Dio;

fa che sie bene a tal mestier fornito,

io ten(e) priegho per l’amor d’Iddio;

cholui ch’aiuterai è mio marito:

e io ti giuro, s’io l’arò al mio disio,

bel dolce amicho, di ciò ti fo certo,

ch’io te ne renderò d(i) ciò buon merto.

VIII.

‒ Po’ che a me tva ghran virtù chomanda

merito più assai ch’io non son dengno.

Chosì si parte e Chanbragia manda

per fedele, che d’Amadio è sostengno

(e) anche accenna al messo che non spanda

a più quel dire. E’ poi sanza ritengno

alla donzella andò sanza schelmo;

andando a·llei , trovolle i·mano vn elmo.

IX.

E disseli: ‒ maestro di cholui

che sarà mio marito a d[i]ritto e a torti,

seghretamente, sanza dire altrui,

vo’ che domani per mio amor(e) porti

questo elmo sopra de’ begli ochi suoi,

quali auen già tutti mie sensi morti.

Quando Fedele il suo parlar intende

di ghran dolor[e] più che [di] fuocho s’accende.

X.

E la donzella un ghrande strido misse

vdendo(lo) star cheto e non parlare;

Fedel[e] che l’ode per paura disse:

‒ ciò che vuoi sarà fatto e non ghridare ‒

chosì chon saramento le promisse

quel[lo] e ongn’altro che vuo’ chomandare.

Mentre che va del torneo il secondo bando,

Fedele e·lla donzella, essi ascholtando.

XI.

Allora disse la gentil donzella :

‒ d’un’arme vo[glio] che tutto quanto il vesta,

qual tanto forte fu mai ne·ssì bella;

pollo in sul mio [bel] destrier[i] di ghran podesta:

nessun miglior di lui portta (la) sella,

fort’e atante e ben porta la testa:

la sopravesta e chouerta giocose

son tvtte a perle e pietre preziose.

XII.

A·tte darò un perfetto destrieri

chon armadura vorrai biancha o nera;

ho [per] mestier n’ài per nessun chaualieri,

anche ti fornirò d’un’arma vera

per questo e per ogn’altro ch’ài mestieri;

torna per essa a me doman da·ssera.

Di far ciò ch’à[i] promesso giura in charte

e tristo quanto [dir si] può da·llei si parte.

XIII.

Tornando a sua magione vdì il chorno

per la città sonare il terzo suono:

sonato ch’ebbe, il banditore adorno

queste parole disse chon ghran tvono:

‒ del bel mese che viene il primo giorno

(ora al presente che Dio cel dia buono)

saranno in chanpo cento pelleghrini,

[qua] tornati tvtti da santi chamini.

XIV.

Vestiti a biancho saranno i baroni,

per traverse nel biancho rilucenti

auran di nero scharselle e bordoni,

chon lancie i·mano ghrosse e pvngnenti;

rotte che fien gitteranno i tronchoni

e prenderanno le spade taglienti;

(e) chi di sella si lascia chauare

non debba più in quel giorno rimontare.

XV.

So auenisse che alchun[o] vi sia morto,

abbisi il danno sanza nimistade;

che amicho nè parente nè chonsorto

a quel che uccide mala [o] uolu(n)tade

no·ne porti, pero che a chotal porto

pensi chi viene a provar sua bontade;

abbisi il danno chi perde e chi mvore

e ’l uincitore abbia il pregio e l’onore.

XVI.

Oue douiesi far[e] la mortal trescha

intorno intorno feciono stechare;

po’ fan d’intorno altissime bertesche[10],

doue le donne potessono stare;

a petto a·llor per se ne fer manesche

per lor vedere e poter giudichare

la ghran virtv di que’ chaualier ghai[11]

choperti a drappi d’oro e fini vai.

XVII.

(E) una sedia in alto e rilevata

fatta v’auea chon gioia maravigliose,

chon drappi ad oro ell’era chouertata,

piena di pietre molto virtvdiose:

la sedia era di sopra inchoronata

di molte pietre e assai altre chose;

quel che di sopra della sedia li è

auea virtù della notte far die.

XVIII.

Lar[ar]ghe eran le bertesche da danzare

[sì] delle donne e degli uomini dischreti

choperte a drappi senza bisongnare,

sarggie, chortine (di) drappi e tappeti

da ongni parte si uedean ventolare,

tanto eran di virtù mangni e choperti:

chonpiuto ch’anno d’ongni fornimento

venne il dì del ghran torniamento.

XIX.

Chamilla bella, nobile chreatura,

qual detta v’ò da fortvna chacciata,

ch’è femina (e) si regge d’uom fighura,

sentendo il bando della giostra andato,

chiamò Fedele cholla mente pvra

e·ssì li disse: ‒ la mia arme sia trovata

d’un nuovo cimiero fami fornire

per(ò) ch’io voglio a questo torneo gire.

XX.

E ragionando quel donzel ghagliardo,

subitamente fra loro apparìe

el marinaio fortissimo Ricciardo,

che si fe’ frate el primo, che n’uscie;

dell’ordin questi, che non è codardo

in op(e)ra di ghuerra, non s’udie;

non potendo soff[e]rir[e] sanza dimora

della reghola quel baron n’vscì fuora.

XXI.

Chosì essendo il damigel venuto

adomandolli la sua singnoria;

che molta festa l’ebbe ricievto

non chome seruo ma per suo chompagnia

ogni diletto e cibo gli à renduto

sì che ghran forza renduto gli auia

là dov’elli era già di uita spento

per l’astinenza ch’elli avea soferto

XXII.

Ricciardo e Amadio, menando festa

a Chambragia mandò per fornimento

per tre baroni ed ella sanza resta

dielli a un modo richo fornimento,

salvo il cimier che porteranno in testa:

di questo fece lor divisamento:

il primo un chan bianco come vivoro,

un ghru l’altro, e ’l terzo una manicha d’oro.

XXXIII.

Partendosi Fedel(e) cho’ doni achorti

la dama il prese e disse: amicho mio,

giura di far che·lla manicha porti

lo mio diletto, il qual[e] chiami Amadio ‒

ed e·[lli] giurò chon sacramenti forti

di chontentar[e] di ciò il suo disio.

Tornando ad Amadio chon questo arnese

disse: ‒ chonperato è alle tue spese.

XXIV.

Or fece l’alba il chiaro giorno e bello

che andare in sul chanpo si doueva;

il re Felice vscì del suo ostello,

insino allo stechato allor salia;

e·lla suo figlia presto più ch’uccello

montò a chaual[lo] chon bella chonpangnia

di damigelle e donne de’ reame;

salir[ono in] sulla bertescha de lengname.

XXV.

Della città era ongnivn(o) di fuore,

per veder tvtti eran per la chanpangna;

sotto vna sengna d’arme a inperadore

eran tvtti i baroni della Mangna;

di Schiavonia venne chonti e barone;

un altra ansengna vien cholla chonpangna

d’Istria e d’altri paesi lontani

per essere a quel torneo alle mani.

XXVI.

Qvel che douea suona vn richo chorno:

chome elli ebbe il primo suon sonato,

Chanbragia bella chol (suo) uiso adorno

(d’) vn drappo d’oro fino lauorato

vna chotta auea sanza sogiorno;

molto parea il suo chorpo adornato;

questa donzella d’ongni virtù praticha

nel d[i]ritto braccio non avea la manicha.

XXVII.

La giubba porporina lauorata

per ciascuno si uede, chi uolea,

perchè-d- ell’era del braccio spogliata,

e già manicha d’oro non v’auea;

marauigliar facea chi la ghuata,

porchè a stvdio spichata parea.

Or dimorando essa in ta’ pensieri

giunson[o] al[lo] stormo que’ tre chaualieri.

XXVIII.

E furo[no] entrati dentro allo stechato

in su quel pvnto se[de]ndo vn(o) sonava;

vn bellisimo ghru d’argento ardito

l’un di que’ tre per cimieri portava,

l’altro in su l’elmo auea stabilito

vn biancho chan ranpante, su vi stava

al terzo [auea] d’oro la manicha bella:

vedendola di ciò ciaschun fauella.

XXIX.

Chon esso v’era Amadio e Fedele,

della malizia non sapea niente;

Ghualfardo di Soaue che ciò vede

choll’aste in mano andò a·llui prestamente,

abattel[lo] morto veramente chredo;

Ricciardo il uede, non tardò niente,

ferillo nel venire a tal partito

che l’abatè in sul chanpo tramortito.

XXX.

Sanza aspettare il terzo suon sonare

mosse di Ghrandiborgho il ghran marchese

e ’l damigello sanza dimorare

subito inver di lui il chamin prese

e del destrieri il fece trabocchare,

di tanta forza il suo cholpo il distese;

quel di Starllicho vene in ver Fedele

ed egli il fece del destrieri chadere.

XXXI.

Disse lo re: ‒ bene ànno inchominciato

que’ tre baroni ‒ che non sa chi si sia

Intanto fvssi ciaschuno auisato,

chonti e singnori ongnvn per terra gia;

e·lla donzella ch’a il uiso rosato disse:

‒ ben fa la terza chonpangnia.

Chome il sechondo giunse e ’l terzo

agli altri chaualier[i] non parve scherzo.

XXXII.

Sei chaualieri venon loro a dosso,

ferendoli nolli pieghar(o) niente,

furon da loro tre ongnvn perchosso,

ch’al chanpo vote rimason le selle;

poi gli altri cholle spade infino all’osso

ferendo gli abattien cho rie nouelle:

vedendo ciò cholei ch’à il uiso ghaio

subito a sè fe’ venire vn notaio.

XXXIII.

Elli eran[o] tutti e tre vestiti a verde,

Allor trasse a ferir[e] la gente schiava;

nessun di loro  (già) staffa non perde,

i tre baron[i] con quella giente brava;

lor chapitan[o] ch’avea nome Sol Verde

ferendo l’abaten cho morte prava;

que’ d'Istria allor per non perdere il chanpo

fecionsi auanti al doloroso schampo.

XXXIV.

Quei della Mangnia vedendo la schiera.

pensando a’ verdi chaualier[i] dare aiuto,

tutti si partiro da·llor bandiera

e a ferire ciascuno è venuto;

que’ del reame e d’ongn’altra riviera

uenero al chanpo al torneo fronduto

da tutte parti son giunti alle mani

alla battaglia fur[on] de’ strigolani.

XXXV.

Per l’aspro stormo e per lo duro affanno

molti quel giorno di uita si spacciano;

chaualli e chaualier[i] per terra vanno,

schudi [vi] si ronpono, elmi si spacciano

nivna piatà l’un[o] dell’altro non [v]ànno:

tristo cholui che in terra va in sul piano!

una beffa era poi il rimontare

chi·ssi lasciava in terra ischaualchare.

XXXVI.

Di spade, di choltella e di spuntoni

feriansi insieme ciaschun chome verro;

alle braccia pigliavansi i baroni,

chi perchotea cho mazze di ferro,

feriti e morti voti auean gli arcioni,

chom’io truovo dirovi s’io non erro:

quel della manicha chaualier sourano

al chanpo ghuadangnava de lo strano.

XXXVII.

E verdi chaualieri per lo chanpo

erano insieme senpre chonbattendo,

facciendo delle schiere ghrande scianpo,

e forti schudi andauano fendendo;

molti baroni in sul vermiglio chanpo

le strette zuffe andauan[o] dipartendo

lo re che vede il lor tanto potere

domanda chi sono, nol può sapere.

XXXVIII.

E·lla donzella che sapeva il fatto

era chontenta più che se ’n paradiso

l’auesse l’angnolo portata di ratto;

mille anni parle che ’l torneo sia diviso:

allora il ducha di Starlicchi adatto,

lasciossi andar verso Amadio a riciso;

d’un’aste al uiso tal cholpo gli anoda

che ’l cimier[i] del chaual[lo] tochò la choda.

XXXIX.

Ricciardo il prese per lo perchosso elmo

e dischaualla sopra al mastro arcione;

Fedele prese in quello sanza schelmo

una verde asta e va contra ’l barone,

che chiamato era il buon chonte Guglielmo

in simil luogho il fedì di tal ragione;

lo ferì tutto e abattè chome schrivo,

perdendo il sangue per l’orecchie vivo.

XL.

Una voce gridò vedendo quelle:

– a vo’ giusti, dell’alto sangue fieri,

lascerete rengnar[e] del vostro selle

questi auentaticci chaualieri

la figliuola del re perchè gli è bello,

per marito vuol torre lo stranieri:

e cominciò auer[e] tanto dolore

ella manicha porta per suo amore.

XLI.

Vedetela dal braccio dipartita

la manicha che per lo suo amor porta

la nostra gentileza alta e ghradita

sarà oggi da tre chaualier morta!

Ciascun s’ingegni di tor lor la uita.

Udendo dir questo la giente achorta

mossonsi adosso ghridando a chostoro,

dicean: ‒ morti sian senza dimoro.

XLII.

Or s’inchomincia d’arme maraviglie,

chome nel libro truovo dirollo:

e verdi chaualier[i] lasciar le briglie

e ’l forte schudo ciaschuno inbracciollo:

molte chamice bianche fen vermiglie,

dislacciar[e] elmi e schudi da chollo:

e quando st(r)etti gli giungneno a faccia

gittauali per terra cholle braccia.

XLIII.

Co’ brandi ingniudi giano i buon ghuerieri

partendo menbra e teste dalli ’nbusti

e·lle teste de’ possenti destrieri

quando giungnean[o] in fallo i cholpi giusti

piccoli et grandi de’ tre chaualieri;

vedendo dagli altri cota’ frusti

dicia ciaschuno: chosì adicerno

che non sono huomini ma diavoli d’onferno.

XLIV.

La grieve pena è pure a sofferire

chome per troppo si ronpe il coperchio

quando al troppo non·ssi può sofferire;

chosì chostoro tre per lo soperchio,

chonvene[li] indietro del chanpo partire;

chon bel drappello Rucialto fe’ cerchio,

fatto il drappello i chaualieri arghuti,

a’ uerdi chaualier[i] venne in aiuto.

XLV.

Il ualoroso e possente Ruscialco.

quando li uide in sì ghrauosa mena,

ardito più che fra gli vcceli il falcho

subito sprona per tralli di pena;

ferendo abatte morto il malischalcho

del re, il quale auea di ghran possa (e)lena;

brieve e’ lli [li] schonfisse in quelle pendici

ma’ poi non furo[no] de’ tedeschi amici.

XLVI.

Vinto il torneo, rendessi l’onore

a quel ch’auea la manicha d’oro;

e chosì fu di quel torneo singnore

quel verde chaualier[o] sanza dimoro;

lo re ne porta[va] ghran(de) pena al chore.

tal uoglia à[uea] di saper chi son chostoro;

(e) quando ebbe il torneo giudichato,

mossesi e venne cholla figlia a lato.

XLVII.

Giunto il re con quella c’ha il viso gaio,

anzi che fosse il campo sguernito,

Disse gridando: trane carta, notaio,

ched io questo baron vo’ per marito .

Quel ch’era bello più che ’l fior di maio,

delle percosse era di sé uscito:

e il notaio disse: Vuola tu, donzello? ‒

ed e’ disse di sí, e dielle l’anello.

XLVIII.

E ’l re ghridò: ‒ quell’elmo gli chauate:

io vo’ vedere il baron ch’è mio figlio,

Pocho ebbe meno a schoppiar[e] le churate,

quando chonobbe ch’era il suo famiglio.

Chanbragia bella fra·lle genti armate

uenne e abracciò quel frescho gilglio:

Biancha Viuola, se libro non erra,

uedendol[o] chadde tramortita in terra.

XLIX.

Disse lo re: ‒ ora a che sian venvti,

o chara baronia per terra sparta,

de! chome fumo il dì pocho sapvti,

quando facemo a mie figlia charta.

Allor chon pianti e chon sospiri arghuti

per lo dolor[e] par che ’l chor sì li parta:

‒ (ma) poi che tolta l’à, siamo chontenti ‒

allora sonar[on] tutti li stormenti.

L.

I chaualieri delgli arcioni vsciro,

andaronsi i fediti a medichare;

e morti a ghrande onor[e] si soppeliro,

poi chominciossi la ghran festa a fare,

e chosì insieme al palagio ne giro:

giunti che furo[no] andâr a desinare;

Chanbragia bella il suo singnor pigliollo,

insino in zanbra a disarmare andollo.

LI.

Qvando Amadio fu in se ritornato

e di chostei marito si trovaua

chon sospir[i] dice: ‒ Idio dolce e beato

[a] chui ongni chosa è manifesta, è praua

ongni fortvna, padre, che m’ài dato:

nulla mi ghrava quanto questa nuoua:

o padre, questa è la uera chrudel doglie

quando saprà che di femina è moglie.

LII.

Io (so), singnori, ch’io vi lascio ghravati;

per vostro onore mi perdonerete:

nell’altro dir[e] sarete ristorati,

quando chantando voi m’udirete;

chome que’ gilgli di maggio piantati

femine ritrovarsi ascholterete:

chome maschio Idio fece chostui:

nel settimo chantar[e] dirò di lui.

Finito il sesto Chantare di Chamilla

Settimo chantare

I.

O fatto(r) giusto dell’op[e]re diuine,

charo figliuol[o] dello spirito santo,

dengnar portasti chorona di spine

chonfitto in chroce cho dolor[e] chotanto,

de! non ghuardare all’op[e]re mie tapine

de! fami ghrazia nel settimo chanto

di quella bella ch’à il uiso chiarito,

femina c’h’ora trovossi marito.

II.

Io vi mostrai chome disarmossi

Amadio (bel) marito della dama

e come disarmato ritrovossi

marito di cholei che tanto l’ama

e chome a Gesù xpo lamentossi;

or seghui(te)rò oltre chon ghram brama;

lo re e gli altri baroni sanza resta

di tale afar[e] facien vedoua festa.

III.

Il re e·lla reina chon dolore

piangnean lamentandosi seghreto

e del reame ciaschedun singnore

doliensi forte chon ognvn dischreto;

della città tutto il suo valore

auean d’alleghreza ghran divieto

e chosì (tutti) ghran dolor portando,

parean chontenti in vista festegiando.

IV.

Ghrande alleghreza Ricciardo menava

però che ’l uero fatto non sapeva,

(e in) ghrandissima festa dimorava;

Fedel[e] di ciò chon ghran dolor[e] piangeva

che ’l suo singnore che (co)tanto amava

erali tolto e veder[e] nol poteva;

disse Ricciardo: ‒ fratel, di che piangni?

de’ ti far lieto e tu forte ti langni.

V.

Ed e’ li disse: ‒ fratel di ualimento,

più nvlla chosa non (ti) dis’io mai;

quel perch’io piangho è in saghramento

sì che da me tu saper nol potrai;

ma perch’io non ti fo di ciò chontento

per solo Idio mi perdonerai;

tornati là cho’ baroni a far festa

e non ti churar[e] più di mia molesta.

VI.

Ricciardo allor[a] forte si maraviglia

di suo parlare, ma per non ghravarlo

da lui si parte e più non lo schonsiglia,

e della festa ritornossi al ballo

doue alleghreza vedoua si piglia;

lo re e cittadini a quello stallo

per necessità facean [ghrande] alleghreza;

è ’l bel[lo] di fuori e dentro la tristeza.

VII.

Di Brandibordo il nobile marchese

che Luigi per nome era chiamato

dentro del cuore vn pensiero l’accese

dicendo: ‒ questi ch’è qui arivato

chi è non si sa bene e suo paese;

forse che è me’ che niuno di noi nato:

Idio mandato [ce] l’ha per noi nvdrire

or uo’ saper[e] chi è sanza mentire.

VIII.

In questa notte il donzello sovrano

alla donzella sanza tardagione,

a·llei chonterà che non fu villano:

brieve diralle tvtta suo nazione...

(e fra·ssè si richorda del suo nano

picholo e mastro d’ongni ragione)

informerollo d’ongni mio intelletto

e metterollo da piè entro ’l letto.

IX.

Ed elli vdirà (ben) ciò che diranno,

po’ domatina risaprò da ello.

Quando l’ebbe informato senza inghanno,

metter lo fece sotto vn ghran mantello;

uerso il palagio chon esso ne vanno,

tenendolosi stretto vn (suo) donzello;

e giunse aleghro a re sanza difetto

apvnto in su l’ora d’andare a·lletto.

X.

Disse il marchese: ‒ bel singnore, andiamo

a ueder vostra figlia e suo marito

e cho lor[o] festa insieme meniamo

e sia da noi chon amor[e] riverito:

sanza più star, messer, or c’inviamo,

forse chostui Idio ce l’à aparito,

Idio sia laldato. ‒ E quindi mossi

oue stauan tristi ongnvn raleghrossi.

XI.

Avendo ongnvn[o] richamente cenato

cho molta festa e cho molto ghodere,

il re fu tvtto quanto chonfortato,

udendo del marchese il suo volere:

e in zanbra di suo genero fu entrato

dicendo: ‒ figlio, i’ ti uengho a uedere

anzi che a·lletto vadi cho·mia figlia

che di ciò non ti dar maraviglia.

XII.

Qvesto li disse acciò che non temesse

e non prendesse di nulla schonforto

che nella sera vicitar lo uolesse;

ma e’ ch’esser vorria volontier morto

rispose ardito che gio’ prendesse

chome a·llui piace[sse] d’ongni suo diporto:

allor(a) chominciar[on] boci di genti

a chantar dolci e poi molti stormenti.

XIII.

E menavan chostor[o] molta aleghreza:

cholui che ’l nan[o] sotto ’l mantello auea

a·letto s’achostò chon ghran presteza,

allora il nano di sotto gl’uscia

entrò sotto i·letto cho molta (r)atteza;

In vn minimo luogho a giacer si ponia:

asai istati chomiato pigliaro

e quelli sposi amendui lasciaro.

XIV.

La ueloce donzella, inamorata

di que’ ch’auea la mente sì chruda,

mille anni le par[ea] che in letto spogliata

cho·lui in braccio si trovassi ingnuda;

ebbe sua chamera molto ben serrata

e venne in ver lui la bella druda

e chominciò dolcemente a baciare

Sentendol[o] fortemente laghrimare,

XV.

cholla diritta man[o] gli ochi gli tocha

dicendo: ‒ o amor mio, di che ti langni?

o frescho giglio, di mia vita rocha,

dimmi quel che·ttu ài o di che piangni

e gitti di sospiri sì gran fioca,

di laghrime le tue luci non stagni;

di nulla chosa debbi auer ghramenza,

se non ch’io non son bella a tuo belenza.

XVI.

O chiara luce, del mio chor sostengno,

ben che proceda da me tal difetto,

per ristoro di quel tutto il mio rengno

singnor te ne farò sanza sospetto.

De! non m’auere, o frescho giglio, a sdengno!

leua su tosto e andiamoci a letto

e nelle braccia insieme ci posiamo. ‒

Ciò che diceva vdito era dal nano.

XVII.

Amadio di piangner non restaua

e non parlaua a la donna niente

e tutto il uiso di laghrime bangnava.

Chostei vedendol[o] molto era dolente;

turbata alquanto disse: ‒ in montangna

la tuo natvra no·negha niente

che·ttu non fossi in qualche luogho nato

o da qualche villano nutrighato

XVIII.

Distrutto sia quello Idio d’amore

che tanto bel[lo] ti fece e la natvra!

o maladetto sia senza tenore

chi·tt’à portato qui in aventura!

che lungo tenpo m’ài distrutto il chore

la notte e ’l giorno chon pena aspra e dura;

ora chon pianto da me ti ribelli,

ch’omo mvto (ti) stai e non fauelli.

XIX.

Tu ben sapevi che io t’amava assai

e per amor di te mi missi a morte

nell’uccelare il dì ch’i ti baciai;

quando partisti da me ratto e forte,

o traditor[e], chome soferto l’ai

di non esser partito di mia chorte!

se·ttu ne fossi, a me del chore vscito

saresti e non sarei a tal partito.

XX.

Poi chominciò un dirotto pianto,

e chosì forte piagnendo l’abraccia,

a sè lo stringne quanto può, intanto

gli ochi gli bacia e tutta l’altra faccia

dicendo: ‒ amor[e], che distrutto m’a’ tanto,

per solo Idio ti pregho che·tti piaccia

di dirmi lo perchè e ’l chonvenente

perchè se’ d’esto fatto sì dolente.

XXI.

Ed e’ rispose: ‒ dama, quando chredesse

auere in voi chome di libertade

che quel che io dirò non si sapesse

i’ sì direi a uoi la ueritade.

‒ Ed ella disse: ‒ se Dio mi tenesse

auer più forza a sua benignitade

chosa che dicha giamai non diroe,

non cho altrui ma a que’ che detto t’òe.

XXII.

In questa zanbra sian pur tu ed io,

altri non c’è che mai udir ci possa;

udir non ti potrebbe altro che Dio,

se di chorno auessi la boce ghrossa. ‒

Chamilla bella, pura, sanza rio,

di paura le trema[va] tvtte l’ossa:

po’ le chominciò a dire ad una ad una

chom’ era (e onde) e tutta sua fortvna.

XXIII.

Ella chomincia a dir[e]: ‒ ghaia pvlzella,

sappi ch’i’ sono chome tu fantina

e sono una vergine donzella,

figliuola son[o] di re e di reina;

la madre mia sappi fu molto bella,

ella sì si morì una mattina;

nanzi che·ssi morisse [qu]esta mia madre

chon saramenti [le] promisse mie padre

XXIV.

di non prender mai moglie per sua fede

ch’ella non fosse più bella di lei.

‒ Morta che fu, assai cerchò il ree;

ciò non trovando, pe’ pecchati miei

disse al postutto che uolea mee

per osservare il giuro che fe’ a lei.

Io per non fare a Dio tanta follìa

fuggi’ per mare la fortvna mia

XXV.

chon Fedel mio fratel sanza pechato

qual suo nome diritto è Manbriano;

la balia quale a petto m’à allevato

partorì questo mio fratel sourano;

e ’l padre mio chrudele e dispietato,

quale a me volle essor[e] sì villano

chom’elli à nome non ti terò chredenza,

re Amideo singnore di Ualenza.

XXVI.

E io, Chanbragia, ò nome Chamilla;

quel altro mio chonpangno chosì charo,

lo quale in sè tanta forza distilla,

Ricciardo à nome ed è quel marinaio

ch’à dipartito me dalla ghran villa

di mio paese lasso chon ghran ghuaio. ‒

La battaglia dell’isola chontolla

chom’ella fu e chome Dio schanpolla.

XXVII.

Po’ le chontò la fortuna del mare

e brievemente ciò che fatto auea.

‒ Or sai, donzella, disse ella, l’afare

se fatto t’ò ingiuria o villania

per solo Idio m’abbi a perdonare.

‒ E·lla donzella quando la ’ntendea

vdendo dir[e] tante pene portade

di lei si mosse subito a pietade.

XXVIII.

Disse Chanbragia: ‒ a me pare schoperta

di ciò che aveva tua seghreta intenza;

andianci a letto, amore, e fammi certa

che·ttu sia chome di’ sanza temenza,

se[d-io] non sarò da ria morte spenta,

se chosì sarà i’ ti terò chredenza;

po’ se potrem[o] saren servi di dio. ‒

E’ fu chontento e nel letto ne gio.

XXIX.

Sua bionda treza in vna chuffia d’oro

Chanbragia la rinvolsse e poi si spoglia

nel letto l’abraciò senza dimoro

ben cento volte chon bramosa voglia;

baciò quel che·ll’à dato tal martoro,

poi il cercha tutto chome vento foglia;

e quando fatto chom’ella il trovaua

chon alquant’ira vn pezo dimoraua.

XXX.

E poi le disse strignendosi ad essa:

‒ Di questo fatto fa che non ti churi

ch’io il giuro, poi ch’io t’ò promessa,

io t’atterrò; però viuan sichuri;

altro questo non sa che noi stessa. ‒

E ’l nan[o] disse fra-ssé: ‒ tu-tti spergiuri

che ciò ch’auete detto in veritade

saprà doman[e] tvtta questa cittade.

XXXI.

Amadio bel[lo] che ’l suo parlare vdio,

molto s’aleghra o non trovaua posa:

chon alleghreza in braccio le reddio

l’uno choll’altra chon cera amorosa;

Chanbragia disse: ‒ la biltà che qui ò

non è ragion[e] ch’a nivno sia naschosa.

Allor si leva lo suo corpo adatto

e involsel[o] in vn mantello di scharlatto.

XXXII.

Un bel chapvccio la donzella auea

d’una sua roba molto diuisata,

che sei charbonchi chugito s’auea

su ’n una stangha sanza dimorata.

Prestamente la donna il distendea;

la zanbra allor fu tvtta alluminata;

se venti torchi fvssono a un volume

non arien renduto tanto lume.

XXXIII.

Poi il bel manto di dosso levossi

tornossi a·lletto e no·lle parue amaro;

a sichurtà ciaschuno abracciossi,

(e) cento volte insieme s’abracciaro;

(e) Chanbragia di lui molto saziossi

al suo disir[e] saluo il diletto amaro

il quale a molti à già tolto la uita,

e chosì stando l’alba fu apparita.

XXXIV.

Una mirabil chosa di stormenti,

chome fu fatto il dì, vi uenon pronti

chè il re vi uenne chon onorevol[i] genti,

chon prenzi, duchi, (con) marchesi e chonti;

[e] gli amadori al diletto son chontenti

e in piè levati fur[on] chon chiari fronti,

e a·lloro modo usato si vestirono

e l’uscio della zambra tosto aprirono.

XXXV.

Mostran[si] li sposi auer la mente sazia;

dentro u’andò il re co’ suoi baroni

chome usavan i giovan[i] chieder ghrazia

ed elli fra·lloro sanza tardazioni

in quella lo marchese prese spazia

a piè del letto sanza dimoragioni

saviamente schostò il suo donzello;

allora il nano [l’] intrò sotto il mantello.

 

XXXVI.

E quando furono assai dimorati

della zambra si furo[no] dipartiti,

amendue soli gli ànno lasciati;

e chomo debbon[o] si furon[o] vestiti,

e chome fur[on] di zambra accomiatati

e chon ghran calcha fuor[i] ne furo[n] vsciti,

cholui ch’auea il nan[o] sanza dimoro

subito uscì chon esso fra chostoro.

XXXVII.

Chome fuor[i] della zambra chostui fue

In vna zambra a menar(e) lo prese

(e qu)el marchese pieno di virtve

d’andare a·llui già non si chontese

e ’l[lo] nano ciò che auea vdito e piue

lo riuelò e fecelo palese.

Uolendo far[e] la chosa manifesta,

disse: ‒ no’ potrem[o] inpengnare la testa?

XXXVIII.

E ’l nano disse: ‒ sì sichuramente

metter la puoi perchè ’l fatto si spanda. ‒

Lascian chostui e ragionan presente

del re che molto suo figlia domanda

e·ssì·lle disse: ‒ figlia discredente,

à-tu anchora sazia [la] tua dimanda?

Sazisi chon voglia maladetta

ma Idio ne facci sopra te vendetta!

XXXIX.

Oue toltto ài per marito vn villano?

poteui auere infin dentro a levante

di qua di là infin dentro al soldano

qualunque magior[e] sire forte e atante

o tu superba chol quor lieve e vano

tolto ài vn villano certamente:

s’i’ non ghuardasce a Dio, che non à pare

a quatro mvli ti fare’ squartare.

XL.

Disse la donna: ‒ sir[e] chon voi gharrire

già non intendo in ciascheduno atto;

a far la festa che s’usa, bel sire,

dou[e]resti andare e sarebbe me’ fatto. ‒

E ’l re vdendo il suo feroce ardire

subito si partì vedendo l’atto,

dicendo: ‒ il dì che io t’ingenerai

maladetto sia (disse) chon ghran ghuai.

XLI.

Chosì adirato n’andò a(l) ghran giuocho

(e) chome giunse sua ira celaua.

Partito il re da·llei e ivi a pocho

e Bacchibella a Chambragia tornava

e salutolla ardendo più che focho

e ginochioni in terra l’abracciava

po’ disse a·llei: ‒ o chontenta donzella,

io son uenuta per la mia gonnella.

XLII.

Po’ disse a·llei: ‒ mezo ài il chor chontento;

e non che ’l terzo giorno sia venuto

sichura sta’ e non auer pauento

che ’l tuo quore arà il uoler chonpiuto;

ghrazia ti farà uno a chonpimento;

chreder mi puoi per quel ch’è auenvto,

la gonnella mi da’ sanza fallire,

donzella chara, ch’io me ne voglio ire.

XLIII.

Per questo dire lieta e pensosa

rimase la donzella sanza resta;

poi si mosse la rosa dilettosa

andò e dielle vna sua bella vesta,

ed ella si partì molto ghaiosa.

Essendo il re nel mezo della festa

giunse il marchese e disse al re sourano

ciò che ridetto gli aveva il suo nano.

XLIV.

E ’l re al marchese in tal modo sermona:

‒ tanto è dolor[e] che più no·mene date.

Ed e’ rispose: ‒ bel sir[e], la persona

metter voglio chon voi in veritate;

se ver non è quel che mio dir ragiona

uo’ che la testa, singnor, mi tagliate.

‒ Ed e’ rispose: ‒ [s]ed i’ uedrò palese

sed e’ fie ciò che detto m’ài, marchese.

XLV.

Ed ei rispose: ‒ singnor[e i’] son chontento. ‒

da·llor partissi il re e più no fina

e per la figlia sanza tardimento

mandò; essendo cholla su reina

di quello affare dieile sentimento:

ella che·ll·ode chome sol[e] brina

o neve per ghran chaldo si disfaccia

così faceua ella più che ’l ghiaccio.

XLVI.

Fra·ssè traeva nel suo quor ghran ghuai

dicendo chon sospir[i]: ‒ dolcie mia vita,

io so che questo detto tu non à,

poiché si sa, dirai t’abbia tradito.

Chom’io vi dicho chon sospiri assai

uolsesi al padre e rispose(gli) ardita:

‒ va, padre mio, la boce ch’ài mossa

falla morire, però ch’io [non] son ghrossa.

XLVII.

E poi si mosse chon fier riso ad ello,

mostrando auere nel quor molta gloria

e disse: ‒ padre, il tuo fermo cervello

parmi perduto choll’altra memoria

e ’l nostro fortte quor[e] fatto è d’uccello:

a noi inchontra, chome dice la storia

(d’)un sauio che ’npazò, a dire il uero,

che chredeua la quercia fosse un pero.

XLVIII.

Di ghrande iniquità lo re (s’)accese

quando s’udì sì forte ranpongnare;

da sua figliuola lo chomiato prese:

‒ domane intendo di ciò pruoua fare

e se tal fatto i’ troverò palese

tosto il faragio al fuocho menare;

[e] ciò ti giuro per Christo onipotente! ‒

partissi e·llei lasciò molto dolente.

XLIX.

Tanto parlò il marchese d’esto fatto

che·lla novella era palese o chiara;

e Amadio in (suo) zambra tornò ratto

trovò suo sposa chon senbianza amara:

ghridolle: ‒ o sozza femina di patto,

pocho ài auta la mia vita chara! ‒.

Ella che·ll’ode chon diuerse note

fortte piangendo il uiso si perquote.

L.

Poi s’ inginochia e dice: ‒ singnor mio,

o luce, o spechio della vita mia,

o cholonna di me dolcie disio,

io ti prometto, per la fede mia

ch’io mai nol dissi a uom di sotto a Dio,

nè a femina anchor[a] ch’al mondo sia:

se d’esto affar morai drudo piacente

moro anch’ io techo veramente.

LI.

Amadio le laghrime versando,

disse: ‒ tradito m’ài, anima mia! ‒

simil dicendo piangeva laghrimando

‒ chriatvra non so che per me sia! ‒

Stando chosì ed elli vdì vn bando

per la città da parte del re gia

che tutti i suo baroni sanza fallo

fossono a chortte subito a chauallo.

LII.

Amadio prese da chostei chomiato

e giunse al re e disse: ‒ or che novella? ‒

Ed e’ rispose no·mostrando tvrbato:

‒ or t’aparechia di montare in sella

ched’io mi sento di puza charicato

e per cessare questa brigha fella

tvtti in brighata al bangno n’anderemo

e ’n questa notte sì ci bangneremo.

LIII.

Ed e’che l’ode sospira nel chore;

da lui partissi no·mostrando schonforto

e torna [d]alla donzella e dice: ‒ amore,

quor del mio chorpo, o frescho giglio d’orto,

l’amor che m’ài portato, o gentil fiore,

mandami i·luogho ch’io vi sarò morto. ‒

E dopo questo suo ghrauoso langno

disse chome il re il menava al bangno.

LIV.

Pagnendo la donzella d’onor degna

disse: ‒ per Dio fa che non ti storni!

la roba ch’ài di biancho sia tua insegna,

se chanpi fa che chon essa ritorni;

dauanti a tvtti fa che-ttu (ne) vengna;

sarò al palagio dalli [ad]ornati chorni,

ghuarderò verso il banguo a mio potere,

a quel balchone starò per vedere.

LV.

‒ Volentier, disse; ‒ e vestito fu intanto;

e achoncio che fu per chaualchare

abracciarosi stretti chon ghran pianto

e poi n’andò al re sanza restare;

[e] chome il re il vide partissi da vn chanto

e [a un] chominciò a tutti a chomandare:

‒ a chaual monti ongnvno in veritade. ‒

Fatto che fu vscì dalla cittade.

LVI.

E ’l re [et] suo genero per la man l’afferra,

mostrando alleghro e chon dolor chavalcha;

tutti cho·lui le genti della terra

d’andar lor drieto non mostrando stracha

uoler vedieno se ’l libro non erra

se ’l uero è quel che la novella abraacha.

Chosì andando al re vscì di mano

Amadio (e) andò verso Manbriano,

LVII.

qual detto v’è ch’ora Fedel chiamato

e ’l buon Ricciardo cho·llor si stringnea;

ed a Ricciardo, chaualier pregiato,

chome il re e perchè vanno gli dicea;

dicendo; ‒ lasso e disauentvrato,

chome celar potrò la pena mia? ‒

 disse Ricciardo: ‒ cholla spada i·mano,

se per forza il uol fare il re villano! ‒

LVIII.

Fedele disse: ‒ nessun più si langni;

sìe quel che·ssi uuol, io chonsiglio,

se Re uorrà, fratel, pur che·tti bangni,

ciaschvn s’ìngengni il champo far vermiglio

e chon onor[e] la morte si ghuadagni. ‒

Quel ch’à perduto suo cholor vermiglio

disse: ‒ chontento son[o] ma s’io nol dicho

non ci arechiamo il re a nimicho. ‒

LIX.

E Ricciardo a Fedel[e] quando l’udia

disse: ‒ di questo or(a) non dubitare;

se il re vorrà pur farci villania

più che·ttu voglia questo non pensare

cho[lleJ spade i·mano ci faren [per] la via

e cholli sproni aremo a chanpare;

a dispetto di loro e di lor brame

noi ti traremo fuori de reame.

LX.

Così parlando senpre, la giornata

non perdon punto andando a·llor potere;

a una villa fecion lor giornata

(e) Ricciardo e Fedel[e] cho·llor sapere

vna chorazza d’acciaio lauorata

misonsi indosso ongnvn per non temere;

sotto gli usati panni portan chon lor ghaio

bon ghanberuoli e buon chosciali d’acciaio.

LXI.

La maniche di maglia chol choretto

ciaschun si misse sotto la ghonella,

sotto il chapvccio a ghote il bacinetto,

tre buon destrieri ciaschedun ghran sella,

drieto a·lloro tre lancie chon schudetto

facen rechar[e]; di questo la donzella,

Chamilla bella chol uiso lucente,

di tal trattato non sapea niente.

LXII.

Eran chostor[o] da tanti pensier pvnti,

questa ghran gente di sì alto affare,

che di questi [due] che son[o] chosì chongvnti

niun s’auide e pensò di loro armare.

Chome Amadio esendo al bangno gvnti

di non bangnarsi, nell’altro chantare,

singnor, dirovi chon rime latine

al uostro onoro a questo faccio fine.

Finito il settimo chantar di Chamilla.

Ottavo chantare

I.

O re del ciel[o], che morto chon tormento

tu soferisti chon ghraue dolore,

desti a la terra e al mar(e) fondamento

e tribolati al ciel tutto l’onore,

terra formasti, al nostro godimento,

di libertà ci desti assai valore:

dolce singnor[e], de! siemi chortese

di ritornar[e] doue il mio dir s’atese.

II.

Quando quel(lo) ghra Re fu givnto al bagno,

un bando fece andar che ongn’uon gentile

ghuardi ciò che fa egli sanza langno

e chom’elli ongnivn tengha lo stile.

Chonpiuto il bando il re chomo istragno,

in presenza di tutti molto umile

(e) tutto solo, si spogliò ingnvdo

e po’ saltò nel bangno il baron drudo.

III.

Assai baron che v’era d’onor degni

tutti si chominciarono a spogliare;

e ’l re ghridò: ‒ nel bagno ciaschun vegni!

E in verso del suo gienero a parlare:

‒ spogliati, figliuol, non far ritengni;

uoglioti in braccio, figliuolo, arechare.

Disse Ricciardo: ‒ sere, e’ non à rogna,

sì ch’al donzello bangnar no·bisogna!

IV.

E Luigi marchese irato auaccio ‒

e vanne ‒ disse ad Amadio ardito ‒

spogliati per amore sanza inpaccio;

fratel: (questo) chonviene a ogni partito.

Allor Ricciardo il prese per lo braccio

e nel bangno il gittò tvtto vestito;

tutto vestito andonne insino al fondo,

per tal virtù il gittò il baron giochondo.

V.

E ’l re vedendo fv tvtto aghiadato,

per più (senno) a ghridar giamai non prese :

uedendo l’altra gente tal merchato,

ciaschun si trae dirieto alla chortese;

e rimase ciaschuno smemorato

quando vidon gittar[e] chosì il marchese;

e ’l re li disse: ‒ questo ài [tu] per tuo oltraggio ‒

quando ebbe tratto dell’aqua il uisaggio.

VI.

Poi disse il re agli altri: ‒ or vi spogliate,

umil(e)mente ciaschun sanza arghoglio,

e chol viso nel bangno ingnudi entrate;

e tu, bel figlio, il fa perchè i’ uoglio.

Disse Fedel[e]: ‒ singnor[e], vo’ mi mostrate

d’esser buon medicho, ma forte mi doglio;

di far bangnar chostui io ò isdengno,

non auendo (veduto) prima il [suo] sengno.

VII.

Allora il re fu forte (di)sdegnato

e chominciò a sua gente a chomandare

che sia per forza ciaschuno spogliato;

ma questo non ardia ciaschun di fare

perchè ciaschuno auea sua spada a lato

siche per quel[lo] no·ll’ardiuan[o] toccare;

un ch’a quel fatto molto ben si spechia

andò al re e disse(gli) all’orechia:

VIII.

‒ Nostro singnor[e], lor forza, lor bontade

fur manifeste al ghran torniamento;

mentre ch’aranno allato quelle spade

nessuno arà di tocharlli ardimento.

E ’l re chomanda per la lialtade

che son sottoposti al suo giuramento,

a tutti a tre senza chontesa o piato

ched e’ si leuin[o] le spade dallato

IX.

Udendo quel[li] ch’à di sospiri tanto

disse: ‒ s’i’ muor[o] non vo’ morir bugiardo.

Allor si scinse la spada da lato

e simil[e] fe’ [fare] a Fedele e Ricciardo;

per non venire di sua fede mancho

stette fermo, per(chè) quel re ghagliardo

lor vbidenza prese a chomandare

che ciaschedun[o] si lassasse spogliare.

X.

Allora fu il damigello spogliato

prima da mano e poi dal chollaretto;

essendo in giubba di seta lasciato,

gli echi levò a Christo benedetto

dicendo: ‒ tu singnore d’alto stato,

nel regno tvo magnificho e perfetto

e giù nel mondo [d]oue rengna tua fene

non ci à tu altro affar[e] signor che mene?

XI.

Non chredi, padre mio, singnor verace,

che io ti perda giamai per superbia

e ch’io non porti questa pena in pace,

ben che mi sia più che null’altra acerba:

se nella voglia tva, signor mio, giace

ch’io faccia morte chome di chan[e a]cerba,

chontenta son[o] che sia il tuo chomando;

l’ anima mia, singnor[e], ti rachomando.

XII.

L’anima ch’è [auevi] in questo chorpo chomessa,

la qual per te servire porta [ghran] pena,

quando il corpo partir fara’ da essa,

nella tua ghloria, singnor[e], ne la mena. ‒

Chosì dicendo, e vna lionessa

chalda e rabbiosa fra lor si raffrena;

que’ ch’era già in chamicia spogliato

per questa bestia fu abbandonato.

XIII.

E non ve n’ebbe verun[o] tanto ardito

di tanta gente quanto lì auea,

che non fuggisse per chotal partito,

chi là chi qua, ciaschun che me’ potea:

qual si gittaua nel bagno vestito,

[e] più che non volle il re secho n’auea;

e Amadio, perch’ella il diuorasse,

passo indrieto (n)è ’nanzi non si trasse.

XIV.

Ricciardo (n)è Fedele nivno mai

non si partì dal damigello vn’oncia;

la lionessa che prima vi chontai,

in verso un boscho a·ffuggire s’acconcia

e Amadio traendo ghran ghuai

drieto le chorsse colla faccia broncia,

e suo chonpangni dirieto a·llui giro

e all’entrar del boscho lo smariro.

XV.

Dice Amadio alla bestia che chaccia:

‒ tu che divori le bestie selvaggie,

de volgi in ver di me la schura faccia,

non mi far chorer più per queste piaggie,

che mi diuori pregho che ti piaccia.

Chorrendo ella fuggia da tante raggie

(ch)e ongni suo senso per ghridar fu lasso;

vide la bestia saltar sopra vn sasso.

XVI.

E Amadio che chon dolor[eJ si scanpa,

ferma che fu andò là prestamente,

ed ella alta levò la dritta zampa

e chominciò[lle] a parlare dolzemente

e disse: ‒ tu ch’ ài dentro mortal vampa

sappi per verità di Dio, figlia piacente,

ch’io son[o] l’angnol[o] di Dio a te mandato

per la ghran pazienza ch’ài portato.

XVII.

Per lo ghran mal[e] che del padre fuggisti

e per la pazienza de’ tormenti

vuole Idio padre che ghrazia n’aquisti

che·ttu [che], femina se’, maschio diuenti. ‒

Poi il sengnò chantando li salmisti;

allor si schosson suo menbri souenti;

chantata e fatta la diuozione,

Chamilla bella trovossi gharzone

XVIII.

Ed ella si uerghongna di ghuatarsi

sì fortemente ch’i’ nol potre’ dire:

e l’angnol[o] disse per achomiatarsi:

‒ gitta un gran sasso e vedrai giù venire

la lionessa e in ver te rovesciarsi;

al re e agli altri potrai, figliuol, dire

che aueui fatto vn songno nel letto

che·tti pensaui metterlo in difetto.

XIX.

Tu sarai Re (e) cho·molta letizia

or fa che reggi lo reame in posa;

fa che tu ami ragione e giustizia,

poueri e verità sopr’ongni chosa,

e da·tte cessi superbia e nequizia. ‒

Poi il benedisse e non fece più posa

e quando l’ebbe bene amaestrato

la scrollò e tornossi a rengno beato.

XX.

Ma prima gittò il sasso senza resta

e quella bestia chadde in terra morta,

poi indrieto si tornò per la foresta;

in se medes[i]mo ghran verghogna porta:

chosì andando sentì ghran tenpesta,

piagner[e] chome si fa persona morta;

inver le boci (di)rizò sue vele

(e) trovò ch’era Ricciardo e Fedele.

XXI.

Piagnean lui perchè chredean che morto

fosse, da quella fiera diuorato;

quando ’l[o] uidon[o] ciaschun l’abracciò schorto,

po’ l’ànno cento volte e più baciato;

ed e’ cho·loro sta chol uiso torto

di dir chom’era non era affacciato:

(poi) chon verghongnia il disse e alleghrezza,

tramortir[on] tvtti a due chon ghran dolceza.

XXII.

Poi alla lionessa ritornarono,

la choda e piedi le venor pigliando;

e questa bestia al bangno (ne) portarono,

molti tornando ch’eran già cerchando;

ingnvdi poi tvtti a tre si spogliarono

per vbidir del re il suo chomando:

per verghongnia saltò il donzello avaccio

nel bangnio e ’l re lo ricevette in braccio.

XXIII.

E ’l re chontento fel[lo] del bangno trarre

e fello involgere in vn [bel] drappo d’oro;

poi in terra vn letto fece fare,

su vel pose a giacer senza dimoro;

poi il marchese fe’ stretto leghare,

inpromettendo di dargli martoro,

alla città il mandano legato

cho molti chaualieri achonpangnato.

XXIV.

E Chanbragia che è molto dolente,

quando vide chostor[o], tvtta chanbiossi;

e non vedendo il suo signor piacente

pocho fu men[o] che ’n terra non gittossi;

ma perchè vide ch’era pocha gente

per quello si ritenne e indugiossi

tanto che vide il re chol popvl franche,

ghuardò per quel [lo] ch’andò vestito bianche.

XXV.

Avanti a tvtti ella il uide venire;

imantanente chon donne e donzelle

andolli inchontro tosto allo ver dire;

e quando seppe chiare le novelle

se·ffoson cento nollo potren dire

la gioia che·ffe’ chon suo damigelle;

e poi a re e ciaschun suo barone

[e] Chamilla fe’ palese sua nazione.

XXVI.

Poi che·ffu ongni chosa manifesta,

che molta festa sanza alchun tormento

rinchominciossi la novella festa;

poi offerson[o] molt’oro e ariento

e cholui che douea per(der) la testa

chanpò e perdonossi il mal talento:

chea festa fer[on] a Domenedio omaggio

il re e suoi baron[i] di buon coraggio.

XXVII.

Tanto chontento (è) il re che pare pazo

tanta gioia e alleghreza menava

per la città e per lo ghran palazo;

d’alta alleghreza ognvno ringhraziava

e chon diuozion[e] ognvn dirazo

Christo del cielo ognuno ringraziava;

dove il tenean vil è ognvn ristorato

sappiendo il uero chome egli era nato.

XXVIII.

Pella città si facea balli e giostre

di donne e di baroni p[e]ro’ e arditi;

facean le donne di lor biltà mostre,

tanti stormenti non fur[on] mai vditi:

dicevon li baron[i]: ‒ le menti nostre

chome sian ben(e) da Dio exalditi,

d’auer singnor[e] d’alto reame a lungha

e di sanghne gentil ch’al nostro agivngha.

XXIX.

Chanbragia bella fra·ssè a tvtte lotte

luogho non trova[ua] dentro a suo chospetto;

ma priegha Idio che tosto faccia notte

che cho·llui in braccio si truoui nel letto;

tanto preghò che givnse a suo chondotte,

essendo in zanbra sanza auer sospetto;

Ricciardo e Manbriano alla primiera

d’Amadio bello furon chameriera.

XXX.

Sì fortemente Amadio si uerghongna

ch’a uerun modo si vuole spogliare,

e fu maggior quistion[e] sanza ranpongna

che non fu quando il re il volle bangnare;

ma quelli due che nivno aghongna

per viua forza il fer[ono] nel letto entrare

e po’ dissono: ‒ adio, gentil pulzella. ‒

Ella per man[o] li piglia e po’ favella.

XXXI.

E disse lor[o]: ‒ dolcissimi fratelli,

andate e (ri)tornate domattina;

di tal seruigio, arditi baron belli,

meritar ve ne voglio ‒ e poi l’inchina,

e ’nginochiarsi que’ baron novelli.

Dissono a lei: ‒ chara nostra reina,

merito non andiam[o] cerchando piue

di nvlla chosa anchor[a] se non vo’ due. ‒

XXXII.

Poi si partiron della chamera destra,

mezo a pena s’eran sanza difetto,

ched ella dentro tosto si balestra;

e chome giunta, gittossi in su letto

(anchor rimase aperta vna finestra)

e chosì in giubba abracciollo stretto

e quando maschio la donna trovollo

cho·molta fretta cholle man tochollo.

XXXIII.

D’alleghreza in su letto tramortita

chaduta fu da quel gentil donzello;

e poi quand’ella fu in sè reddita

ratta si spoglia e quel giglio novello

rechossi in braccio la stella chiarita;

la ghran verghongna che dimora in ello

chon venne al tvtto che giù si ponesse

e che verginità ciaschun perdesse.

XXXIV.

Quando ebbe(r) preso il diletto d’amore

e la (lor) ghran virtù ciaschun provato,

assichurossi ciaschuno nel quore,

ogni verghongna puosor da l’u·lato:

poi chome aparue del giorno l’albore,

il re in persona fu tosto levato,

cho Ricciardo e Fedel[e] sanza tardata

venero a l’uscio a far [e] la mattinata.

XXXV.

Sentendo il re, la gentil(e) donzella

la giubba si uestì subitamente

e l’uscio aprì della chamera bella;

dentro vi uene[r] il re cholla sua gente

e tra chostoro aparve Bachibella

e givnse e disse: ‒ donzella piacente,

anchor[a] non è passata l’ora atenta

che io ti dissi che saresti chontenta.

XXXVI.

Po’ che mio dire verità trovato ài

vuomi tu dar[e] la ghonella fregiata,

che·ttu avevi quando ti salutai. ‒

Ora altra cosa Chambragia à lasciata

e disse a·llei: ‒ quello e altro assai

i’ ti vo’ dar[e], sirochia dilichata;

che questo dì solo mecho ti stia

io te ne vo’ pregare in chortesia. ‒

XXXVII.

Ed ella disse: ‒ molto volentieri. ‒

Chambragia allora a ciò che non si spregi

subito trasse d’un suo bel forsieri

una roba che d’oro à[uea] molti fregi;

ed ella lasciò stare ongni mestieri,

uestissi ed ella parea [poi] d’alti regi;

e stando in tale gioia quella fiata

giunse una donna chon una anbasciata.

XXXVIII.

Vestita d’un sanghuigno la fantina

era velata, onestissima e bella:

choperto auea in man di seta fina

d’oro una briglia e d’argento una sella:

disse: ‒ o Chanbragia, una mia chugina

mandati questo don[o], chara donzella;

non so se [dese] chome dice l’ài tradita,

ma ella perderà doman la uita.

XXXIX.

Ella ti manda il dilettoso dono

[quel] che tenea per amor del tuo singnore;

donzella, sai che tenuta le sono,

sichè preghar ti voglio per amore

[i]nanzi che mvoia chosì in abandono

(ch’è disperata chon tanto dolore)

che ’l tuo signore a ueder(e) le meni

acciò [chel]la vita in chorpo le rifreni.

XL.

Piange la dama chon tanta pietade

che molti dietro a piagner se ne tira;

uedendo ella la sella in veritade

cho lagrime d’amor[e] forte sospira;

e lagrimando cho molta onestade

un gran pezo la sella (ella) rimira

e poi diceua; ‒ Biancha mia Viuola,

or se’ tu per morir[e], chara figliuola.

XLI.

Allora andò che più non si chontese

di botto ella e ’l suo singnor sourano;

(e) per trovare a suo schampo difese

Uivola (il) prese per la d[i]ritta mano;

chom’ ella la pigliò a parlar prese:

‒ bella donzella, non perire invano!

se ti chonforti viso chollorito,

io ti darò mio fratel per marito.

XLII.

La donna pregha chon atti amorosi;

suo sensi che già erano traschorsi

sostenon sé e gli occhi anghosciosi

Ivi vedendo e tochando chonfortossi,

e·lli spiriti schuri e tenebrosi

tornaro[no] i·llei e a seder levossi

dicendo: ‒ Idio sia sempre benedetto,

po’ ch’ò veduto il mie dolce diletto.

XLIII.

Disse Chanbragia: ‒ dolce mia speranza,

per amor[e] di noi due datti chonforto;

se tu ghuarisci daremti per manza

a Manbrian[o], che pare vn giglio d’orto.

Ella incharnò sì di questa baldanza,

che ongni suo senso ritornò achorto;

e chome libera fu d’ongni affare

a Manbrian[o] la feciono sposare.

XLIV.

(E) di ciò fece il re vna ghran festa

per la città e per ongni chontrada,

poi li pose corona d’oro in testa

e Amadio disse (a lui): ‒ a me aghrada

che·tti torni in Valenza sanza resta

e del reame singnor vo’ che vada.

Di ciò fe’[ce] ghran chontesa e non volia

poi si partì chon gente e andò via.

XLV.

In poco tenpo sanza noia e male

giunse in Valenza sanza tardigione;

sabito fu posto in sedia reale

cho molta festa da tvtti i baroni;

ed e’ cominciò a far singnoria tale

che·lle genti di tvtte chondizioni

vivean tvtti chon ghran festa e ghloria,

tanto li regea ben, dice la storia.

XLVI.

Lo re Felice, alto singnor pregiato,

rendè l’anima sua a luogho santo;

chon ghrandissimo onor[e] fu sotterato,

cho molta reverenza e chon ghran pianto;

po’ fu Chamilla da baron[i in]choronato

chon festa e alleghreza e (con) ghran chanto;

poi fu sua vita giustissima e santa

e fu viepiù che·lla storia non chanta.

XLVII.

Ricciardo, saggio e p[e]ro’ sanza paraggio,

una duchessa chon ghran festa e brama

dielli per moglie e po’ fu maliscalcho

subitamente di tvtto il reame;

e fece re d’u·reame Ruscialcho

che·ll’aiutò al torneo delle dame;

poi maritò semila donzelle

ch’enn(o) pouere ed e’ riche felle.

XLVIII.

Poi aquistò tre figliuoli e due figlie,

ciaschun più bello che giglio fronzuto;

d’arme fe’ più bataglie e maraviglie

molto aquistò de reame perduto;

un dì aparve bandiere vermiglie

d’un che rechò tributo: sostenuto

auea molti anni per forza e valore

e l’arechò a chostvi per amore.

XLIX.

Questi auea nome Anselmo marchese,

chorsier del mar e sir[e] dell’isola bruna;

e quando tal novella fv palese

maravigliò della città ciaschuna

gente più che se fossen sospese

di schurità il sole colla luna;

chosì suo terra e altri per amore

tosto si dierono al novel singnore.

L.

Signore, il mondo e (le) chose terene

mostranci il dolce e danoci l’amaro;

nel mondo amar[o] molto si uive in pene

e poi pure si mvor[e l’uomo] sanza riparo;

però, signori, alle chose terrene

di levar gli ochi non vi sia charo,

non que’ del chapo ma que’ della mente,

sichè seruiamo a Christo onipotente.

LI.

Echo l’asenpro che per ben serrire

a Christo padre, ch’è signor[e] verace,

di nvlla chosa si può me’ venire

chi porta al mondo la suo vita in pace;

a questa storia io fo fine al dire

e penseren[o] d’un’altra più verace,

ed io vi renderò di ciò diletto.

Christo vi ghuardi d’ongni rio difetto!

Finito l’ottavo e vltimo chantare di Chamilla.

Deo gratias, amen.

Note

________________________

[1] si pela: si strappa i capelli per la disperazione.

[2] inaverati: feriti

[3] agho e calamita: bussola

[4] richadia: noia, molestia

[5] galeotti: coloro che stavano sulla galea (nave)

[6] fronzuto: letteralmente:ombroso.

[7] fazione: viso

[8] xpiano: cristiano

[9] merrò: menerò, porterò

[10] bertesca: luogo protetto e riparato posto ai margini del campo in cui si svolge il torneo, con posti a sedere per la nobiltà, come viene più oltre specificato.

[11] vai: drappi fatti con pelli di scoiattolo.

Indice Biblioteca

Biblioteca

Progetto Pirandello

ð Edizione Bonghi

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 13 luglio 2011