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Edizione di riferimento:
Vincenzo Monti, Liriche e poemi, con la vita dell'autore scritta dal Maggi e il ritratto del Monti di Pietro Giordani, Classici italiani, collazione dei testi di Tommaso di Petta, disegni e fregi di Duilio Cambellotti, Novissima Biblioteca diretta da Ferdinando Martini, serie 1, vol. XXI, Istituto Editoriale Italiano, Milano s.d.
Ben provvide alla dignità delle Muse quella legge del divino Licurgo, la quale vietava l'incidere non che il cantar versa sulla tomba degli uomini volgari, non accordando questo alto onore che alle anime generose e della patria benemerite. Non sarò dunque, spero, accusato di aver violato il decoro di questa legge prendendo a cantare di Lorenzo Mascheroni di Bergamo. Insigne matematico, leggiadro poeta ed ottimo cittadino, egli ha giovato alla patria illustrandola co' suoi scritti, conquistando nuove e peregrine verità all'umano intendimento, provocando con gli aurei suoi versi il buon gusto nella primogenita e più sacra di tutte le arti, nella quale son pochi tuttavia i sani di mente e molti i farnetici e ciurmadori; egli ha giovato finalmente alla patria lasciandone l'esempio delle sue virtù; beneficii tutti meno strepitosi, gli è vero, ma più cari e d'assai più durevoli che tanti altri partoriti o per valore di armi o per calcoli di mercantile e sempre perfida e scellerata politica. Le repubbliche greche e la romana son morte; il tempo ha divorate le conquiste di Alessandro e di Cesare; pochi anni bastarono a distruggere il frutto delle famose giornate di Maratona e di Salamina: ma durano tuttavia per conforto dell'umanità i divini precetti di Socrate; e la luce uscita dalle selve dell'Accademia e del Tuscolo, superata la caligine e i delitti di tutti i secoli, illumina ancora e illuminerà eternamente gli umani intelletti, perchè la verità sola e la virtù sono immortali.
Ma ti sei tu proposto, dirà taluno, di piangere qui soltanto la perdita del tuo amico? Nol so: le cagioni del piangere sono tante. Guai a colui che a' dì nostri ha occhi per vedere e non ha cuore per fremere e lagrimare!
Lettore, se altamente ami la patria e sei verace Italiano, leggi: ma getta il libro, se per tua e nostra disavventura tu non sei che un pazzo demagogo o uno scaltro mercatante di libertà.
Come face al mancar dell'alimento
lambe gli aridi stami e di pallore
veste il suo lume ognor più scarso e lento,
e guizza irresoluta, e par che amore
di vita la richiami, infin che scioglie
l'ultimo volo, e sfavillando muore;
tal quest'alma gentil, che morte or toglie
all'italica speme e su lo stelo
vital che verde ancor fiorìa la coglie,
dopo molto affannarsi entro il suo velo,
e anelar stanca su l'uscita, alfine
l'ali aperse e raggiando alzossi al cielo.
Le virtù, che diverse e pellegrine
la vestir mentre visse, il mesto letto
cingean, bagnate i rai, scomposte il crine:
della patria l'amor santo e perfetto,
che amor di figlio e di fratello avanza,
empie a mille la bocca, a dieci il petto:
l'amor di libertà, bello se stanza
ha in cor gentile, e, se in cor basso e lordo,
non virtù, ma furore e scelleranza;
l'amor di tutti, a cui dolce è il ricordo
non del suo dritto ma del suo dovere,
e l'altrui bene oprando al proprio è sordo:
umiltà, che fa suo l'altrui volere:
amistà, che precorre al prego e dona,
e il dono asconde con un bel tacere:
poi le nove virtù che in Elicona
danno al muto pensier con aurea rima
l'ali il color la voce e la persona;
colei che gl'intelletti apre e sublima,
e col valor di finte cifre il vero
valor de' corpi immaginati estima;
colei che li misura, e del primiero
compasso armò di Dio la destra, quando
il grand'arco curvò dell'emispero
e spinse in giro i soli, incoronando
l'ampio creato di fiammanti mura,
contro cui del caosse il mar mugghiando
e crollando le dighe entro la scura
eternità rimbomba e paurosa
fa del suo regno dubitar natura.
Eran queste le Dee che lamentosa
fean corona alla spoglia che d'un tanto
spirto di vita nel cammin fu sposa.
- Ecco il cor, dicea l'una, in che sì santo
sì fervido del giusto arse il desiro; -
e la man pose al core, e ruppe in pianto.
- Ecco la dotta fronte onde s'apriro
sì profondi pensieri - un'altra disse;
e la fronte toccò con un sospiro.
- Ecco la destra, ohimè! che li descrisse, -
venìa sclamando un'altra; e baci ardenti
su la man fredda singhiozzando affisse.
Poggia intanto quell'alma alle lucenti
sideree rote, e or questa spera or quella
di sua luce l'invita entro i torrenti.
- Vieni, dicea del terzo ciel la stella:
qui di Valchiusa è il cigno, e meno altera
la sua donna con seco, e assai più bella;
qui di Bice il cantor, qui l'altra schiera
de' vati amanti: e tu, cantor lodato
d'un'altra Lesbia, ascendi alla mia spera. -
- Vien, di Giove dicea l'astro lunato:
qui riposa quel grande che su l'Arno
me di quattro pianeti ha coronato.
Vien quegli occhi a mirar, che il ciel spiarno
tutto quanto e, lui visto, ebber disdegno
veder oltre la terra e s'oscurarno.
Tu, che dei raggi di quel divo ingegno
filosofando ornasti i pensier tui,
vien; tu con esso di goder se' degno. -
Ma di rincontro folgorando i sui
tabernacoli d'oro apriagli il sole;
e - Vieni, ei pur dicea, resta con nui.
Io son la mente della terrea mole,
io la vita ti diedi, io la favilla
che in te trasfuse la giapezia prole.
Rendimi dunque l'immortal scintilla
che tua salma animò; nelle regali
tende rientra del tuo padre e brilla.
D'italo nome troverai qui tali
che dell'uman sapere archimandriti
al tuo pronto intelletto impennar l'ali;
colui che strinse ne' suoi specchi arditi
di mia luce gli strali e fe' parere
cari a Marcello di Sicilia i liti;
primo quadrò la curva del cadere
de' proietti creata, e primo vide
il contener delle contente sfere.
Seco è il calabro antico, che precide
alle mie rote il giro e del mio figlio
la sognata caduta ancor deride.
Qui Cassin, che in me tutto affisse il ciglio,
fortunato così, ch'altri giammai
non fe' più bello del veder periglio;
qui Bianchin, qui Riccioli, ed altri assai
del ciel conquistatori, ed Oriano
l'amico tuo qui assunto un dì vedrai;
lui che primiero dell'intatto Urano
co' numeri frenò la via segreta,
Orian degli astri indagator sovrano. -
Questi dal centro del maggior pianeta
uscìan richiami; e: - Vieni, anima dìa -
par ch'ogni stella per lo ciel ripeta.
Sì dolce udìasi intanto un'armonia,
che qual più dolce suono arpa produce
di lavoro mortal mugghio saria.
E il sol sì viva saettò la luce,
che il più puro tra noi giorno sereno
notte agli occhi saria quando è più truce.
Qual tra mille fioretti in prato ameno,
vago parto d'april, la fanciulletta,
disiosa d'ornar le tempia e il seno,
or su questo or su quel pronta si getta,
vorria tutti predarli, e li divora
tutti con gli occhi ingorda e semplicetta;
tal quell'alma trasvola, e s'innamora
or di quel raggio ed or di questo, e brama
fruir di tutti, e niun l'acqueta ancora;
perocché più possente a sé la chiama
cura d'amore di quei cari in traccia
che amò fra' vivi e più fra gli astri or ama.
Ella di Borda e Spallanzan la faccia
e di Parin sol cerca; ed ogni spera
n'inchiede, e prega che di lor non taccia.
Ed ecco a suo rincontro una leggiera
lucida fiamma, che nel grembo porta
una dell'alme di cui fea preghiera.
Qual fu suo studio in terra, iva l'accorta
misurando del cielo alle vedette
l'arco che l'ombra fa cader più corta.
- Oh mio Lorenzo! - oh Borda mio! - Fur dette
queste, e non più, per lor, parole: il resto
disser le braccia al collo avvinte e strette.
- Pur ti trovo. - Pur giungi. - Io piansi mesto
l'amara tua partita, e su latino
non vil plettro il mio duol fu manifesto. -
- Io di quassù l'intesi, o pellegrino
canoro spirto; e desiai che ratto
fosse il vol che dovea farti divino. -
- Anzi tempo, lo vedi, fu disfatto
laggiù il mio frale. - Il veggo, e nondimeno
qual di te lungo qui aspettar s'è fatto!
Così confusi l'un dell'altro in seno,
e alternando il parlar, spinser le piume
là dove fa la lira il ciel sereno;
d'Orfeo la lira, che il paterno nume
d'auree stelle ingemmò, mentre volgea
sanguinosa la testa il tracio fiume,
e - misera Euridice - ancor dicea
l'anima fuggitiva, ed - Euridice,
Euridice, - la ripa rispondea.
Conversa in astro quella cetra elice
sì dolci suoni ancor, che la dannata
gente gli udendo si farìa felice.
Giunte a quell'onda d'armonia beata
le due celesti peregrine, un'alma
scoprir che grave al suon si gode e guata;
sovra un lucido raggio assisa in calma,
l'un su l'altro il ginocchio, e su i ginocchi
l'una nell'altra delle man la palma.
Torse ai due che venieno i fulgid'occhi,
guardò Lorenzo, e in lei del caro aspetto
destarsi i segni dall'obblio non tocchi.
Non assurse però; ma con diletto
le man protese, e balenò d'un riso
per la memoria dell'antico affetto.
E - ben giunto, lui disse: alfin diviso
ti se' dal mondo, dal quel mondo u' solo
lieta è la colpa ed il pudor deriso.
Dopo il tuo dipartir dal patrio suolo
io misero Parini il fianco venni
grave d'anni traendo e più di duolo.
E, poich'oltre veder più non sostenni
della patria lo strazio e la ruina,
bramai morire, e di morire ottenni.
Vidi prima il dolor della meschina
di cotal nuova libertà vestita,
che libertà nomossi e fu rapina.
Serva la vidi, e, ohimè!, serva schernita,
e tutta piaghe e sangue al ciel dolersi
che i suoi pur anco i suoi l'avean tradita.
Altri stolti, altri vili, altri perversi,
tiranni molti, cittadini pochi,
e i pochi o muti o insidiati o spersi.
Inique leggi, e per crearle rochi
su la tribuna i gorgozzuli, e in giro
la discordia co' mantici e co' fuochi,
e l'orgoglio con lei l'odio il deliro
l'ignoranza l'error, mentre alla sbarra
sta del popolo il pianto ed il sospiro.
Tal s'allaccia in senato la zimarra,
che d'elleboro ha d'uopo e d'esorcismo;
tal vi tuona, che il callo ha della marra;
tal vi trama, che tutto è parossismo
di delfica manìa, vate più destro
la calunnia a filar che il sillogismo;
vile! e tal altro del rubar maestro
a Caton si pareggia, e monta i rostri
scappato al remo e al tiberin capestro.
Oh iniqui! E tutti in arroganti inchiostri
parlar virtude, e sé dir Bruto e Gracco,
Genuzii essendo Saturnini e mostri.
Colmo era in somma de' delitti il sacco;
in pianto il giusto, in gozzoviglia il ladro,
e i Bruti a desco con Ciprigna e Bacco.
Venne il nordico nembo, e quel leggiadro
viver sommerse: ma novello stroppio
la patria n'ebbe e l'ultimo soqquadro.
Udii di Cristo i bronzi suonar doppio
per laudarlo che giunto era il tiranno:
ahi! che pensando ancor ne fremo e scoppio.
Vidi il tartaro ferro e l'alemanno
strugger la speme dell'ausonie glebe
sì che i nepoti ancor ne piangeranno.
Vidi chierche e cocolle armar la plebe,
consumar colpe che d'Atreo le cene
e le vendette vincerìan di Tebe.
Vidi in cocchio Adelasio, ed in catene
Paradisi e Fontana. Oh sventurati!
Virtù dunqu'ebbe del fallir le pene?
Cui non duol di Caprara e di Moscati?
Lor ceppi al vile detrattor fan fede
se amar la patria o la tradir comprati.
Containi! Lamberti! o ria mercede
d'opre onorate! ma di re giustizia
lo scellerato assolve e il giusto fiede.
Nella fiumana di tanta nequizia,
deh! trammi in porto, io dissi al mio Fattore:
ed ei m'assunse all'immortal letizia.
Né il guardo vinto dal veduto orrore
più rivolsi laggiù, dove soltanto
s'acquista libertà quando si muore.
Ma tu, che approdi da quel mar di pianto,
che rechi? Italia che si fa? L'artiglia
l'aquila ancora? O pur del suo gran manto
tornò la madre a ricoprir la figlia?
E Francia intanto è seco in pace? O in rio
civil furore ancor la si periglia? -
Tacquesi: e tutta la pupilla aprìo
incontro alla risposta alzando il mento.
Compose l'altro il volto, e quel desìo
fe' del seguente ragionar contento.
- Pace, austero intelletto. Un'altra volta
salva è la patria: un nume entro le chiome
la man le pose e lei dal fango ha tolta.
Bonaparte... - Rizzossi a tanto nome
l'accigliato Parini, e la severa
fronte spianando balenò, siccome
raggio di sole che, rotta la nera
nube, nel fior che già parea morisse
desta il riso e l'amor di primavera.
Il suo labbro tacea; ma con le fisse
luci e con gli atti dell'intento volto
tutto tacendo quello spirto disse.
Sorrise l'altro; e poscia in sé raccolto:
- Bonaparte, seguìa, della sua figlia
giurò la vita, e il suo gran giuro ha sciolto.
Sai che col senno e col valor la briglia
messo alla gente avea che si rinserra
tra la libica sponda e la vermiglia.
Sai che il truce Ottomano e d'Inghilterra
l'avaro traditor, che secco il fonte
già dell'auro temea ch'India disserra,
congiurati in suo danno alzar la fronte;
e denso di ladroni un nembo venne
dall'Eufrate ululando e dall'Oronte.
Egli mosse a rincontro; e nol rattenne
il mar della bollente araba sabbia;
i vortici sfidonne e li sostenne.
Domò del folle assalitor la rabbia:
Jaffa e Gaza crollarno, e in Ascalona
il britanno fellon morse le labbia.
Ciò che il prode fe' poi sallo Esdrelona,
sallo il Taborre e l'onda che sul dorso
sofferse asciutto il piè di Bariona.
Sallo il fiume che corse un dì retrorso,
e il suol dove Maria, siccome è grido,
dell'uomo partorì l'alto soccorso.
Doma del Siro la baldanza, al lido
folgorando tornò che al doloroso
di Cesare rival fu sì mal fido.
E di lunate antenne irto e selvoso
del funesto Abukir rivide il flutto
e tant'oste che il piano avea nascoso.
Ivi il franco Alessandro il fresco lutto
vendicò della patria, e l'onde infece
di barbarico sangue, sì che tutto
coprì la strage il lido e lido fece.
Quei che il ferro non giunse il mar sommerse,
e d'ogni mille non campar li diece.
Ahi gioie umane d'amarezza asperse!
Suonò fra la vittoria orrendo avviso,
che in doglia il gaudio al vincitor converse.
Narrò l'infamia di Scherer conquiso
e dal Turco dall'Unno e dallo Scita
desolato d'Italia il paradiso.
Narrò da pravi cittadin tradita
Francia, e senza consiglio e senza polo
del governo la nave andar smarrita.
Prima assal se l'eroe stupore e duolo,
poi dispetto e magnanimo disdegno;
e ne scoppiò da cento affetti un solo;
la vendetta scoppiò, quella che segno
fu di Camillo all'ire generose
e di lui che crollò de' trenta il regno.
Così partissi; e al suo partir si pose
un vel la sorte d'Oriente, e l'urna
che d'Asia i fati racchiudea nascose.
Partissi: e di là dove alla diurna
lampa il corpo perd'ombra la fortuna
con lui mosse fedele e taciturna
e nocchiera s'assise in su la bruna
poppa, che grave di cotanta spene
già di Libia fendea l'ampia laguna.
Innanzi vola la vittoria, e tiene
in man le palme ancor fumanti e sparse
della polve di Memfi e di Siene.
La sentir da lontano approssimarse
le galliche falangi, ed ogni petto
dell'antico valor tosto riarse.
Ella giunse, e a Massena, al suo diletto
figlio gridò: - Son teco. - Elvezia e Francia
udir quel grido e serenar l'aspetto.
L'Istro udillo, e tremò. La franca lancia
ruppe gli ungari petti, e si percosse
il vinto Scita per furor la guancia.
L'udir le rive di Batavia, e rosse
d'ostil sangue fumar; e nullo forse
de' nemici rediva onde si mosse;
ma vil patto il fiaccato anglo soccorse:
frutto del suo valor non colse intero
Gallia, ed obbliquo il guardo Olanda torse.
Carca frattanto del fatal guerriero
il lido afferra la felice antenna:
ne stupisce ogni sguardo, ogni pensiero.
Levossi per vederlo alto la Senna,
e mostrò le sue piaghe. Egli sanolle,
né il come lo dirìa lingua né penna.
Ei la salute della patria volle,
e poté ciò che volle, e al suo volere
fu norma la virtù che in cor gli bolle.
Fu di pietoso cittadin dovere,
fu carità di patria, a cui già morte
cinque tiranni avean le forze intere.
Fine agli odii promise: e di ritorte
fu catenata la discordia, e tutte
della rabbia civil chiuse le porte.
Fin promise al rigore: e, ricondutte
le mansuete idee, giustizia rise
su le sentenze del furor distrutte.
Verace e saggia libertà promise:
e i delirii fur queti, e senza velo
secura in trono la ragion s'assise.
Gridò guerra: e per tutto il franco cielo
un fremere, un tuonar d'armi s'intese
che al nemico portò per l'ossa il gelo.
Invocò la vittoria: ed ella scese
procellosa su l'Istro, e l'arrogante
tedesco al piè d'un nuovo Fabio stese.
Finalmente, d'un dio preso il sembiante,
- apriti, o Alpe, - ei disse: e l'Alpe aprissi;
e tremò dell'eroe sotto le piante.
E per le rupi stupefatte udissi
tal d'armi, di nitriti e di timballi
fragor, che tutti ne muggìan gli abissi.
Liete da lungi le lombarde valli
risposero a quel mugghio, e fiumi intanto
scendean d'aste, di bronzi e di cavalli.
Levò la fronte Italia; e, in mezzo al pianto
che amaro e largo le scorrea dal ciglio,
carca di ferri e lacerata il manto,
- Pur venisti, gridava, amato figlio;
venisti, e la pietà delle mie pene
del tuo duro cammin vinse il periglio.
Questi ceppi rimira e queste vene
tutte quante solcate. - E sì parlando,
scosse i polsi, e suonar fe' le catene.
Non rispose l'eroe, ma trasse il brando,
e alla vendetta del materno affanno
in Marengo discese fulminando.
Mancò alle stragi il campo; e l'alemanno
sangue ondeggiava, e d'un sol dì la sorte
valse di sette e sette lune il danno.
Dodici rocche aprir le ferree porte
in un sol punto tutte, e ghirlandorno
dodici lauri in un sol lauro il forte.
Così a noi fece libertà ritorno. -
- Libertade? interruppe aspro il cantore
delle tre parti in che si parte il giorno:
libertà? di che guisa? ancor l'orrore
mi dura della prima, e a cotal patto
chi vuol franca la patria è traditore.
A che mani è commesso il suo riscatto?
Libera certo il vincitor lei vuole,
ma chi conduce il buon volere all'atto?
Altra volta pur volle, e fur parole;
ché con ugna rapace arpie digiune
fero a noi ciò che Progne alla sua prole.
Dal calzato allo scalzo le fortune
migrar fur viste, e libertà divenne
merce di ladri e furia di tribune.
V'eran leggi; il gran patto era solenne;
ma fu calpesto. Si trattò; ma franse
l'asta il trattato, e servi ne ritenne.
Pietà gridammo; ma pietà non transe
al cor de' cinque; di più ria catena
ne gravarno i crudeli, e invan si pianse.
Vòta il popol per fame avea la vena;
e il viver suo vedea fuso e distrutto
da' suoi pieni tiranni in una cena.
Squallido macro il buon soldato e brutto
di polve di sudor di cicatrici,
chiedea plorando del suo sangue il frutto;
Ma l'inghiottono l'arche voratrici
di onnipossenti duci e gl'ingordi alvi
di questori prefetti e meretrici.
Or di': conte all'eroe che ancor n'ha salvi
son queste colpe? e rifaran gl'Insubri
le tolte chiome o andran più mozzi e calvi?
Verran giorni più lieti o più lugubri?
Ed egli, il gran campione, è come pria
circuito da vermi e da colubri?
Sai come si arrabatta esta genìa,
che ambiziosa obbliqua entra e penètra
e fora e s'apre ai primi onor la via.
Di Nemi il galeotto e di Libetra
certo rettile sconcio che supplizio
di dotti orecchi cangiò l'ago in cetra,
e quel sottile ravegnan patrizio
sì di frodi perito che Brunello
saria tenuto un Mummio ed un Fabrizio,
come in alto levarsi e fur flagello
della patria! Oh Licurghi! oh Cisalpina,
non matrona, ma putta nel bordello! -
Tacque: e l'altro riprese - La divina
virtù, che informa le create cose,
ed infiora la valle e la collina,
d'acute spine circondò le rose,
ed accanto al frumento e al cinnamomo
l'ispido cardo e la cicuta pose.
Vedi il rio vermicel che guasta il pomo,
vedi misti i sereni alle procelle
alternar l'allegrezza e il pianto all'uomo.
Penuria non fu mai d'anime felle;
ma dritto guarda, amico, ed abbondante
pur la patria vedrai d'anime belle.
Ve' quante Olona ne fan lieta, e quante
val_di_Pado, Panaro e il picciol Reno;
picciolo d'onde e di valor gigante.
Reggio ancor non obblia che dal suo seno
la favilla scoppiò d'onde primiero
di nostra libertà corse il baleno.
Mostrò Bergamo mia che puote il vero
amor di patria, e lo mostrò l'ardita
Brescia sdegnosa d'ogni vil pensiero.
Né d'onorati spirti inaridita
in Emilia pur anco è la semenza;
sterpane i bronchi, e la vedrai fiorita.
Molti iniqui fur posti in eminenza,
e il sarann'altri ancor: ma chi gli estolle
forse è quei che vede oltre all'apparenza?
Mira l'astro del dì. Siccome volle
il suo Fattore, ei brilla, e solve il germe
or salubre or maligno entro le zolle.
Su le sane sostanze e su le inferme
benefico del par gli sguardi abbassa:
e s'uno al fior dà vita e l'altro al verme,
ciò vien dal seme che la terrea massa
diverso gli appresenta: egli sublime
e discolpato lo feconda e passa.
Or procede alle tue dimande prime
la mia risposta. Di saper ti giova
se fia scevra d'affanno e senza crime
la nuova libertade, o se per prova
sotto il sacro suo manto un'altra volta
rapina insulto e tirannia si cova.
Dirò verace. - E dir volea; ma tolta
da portentosa vision gli fue
la voce che dal labbro uscìa già sciolta.
Il trono apparve dell'Eterno; e due
gli erano al fianco cherubin sospesi
su le penne già pronti a calar giue.
L'uno in sembianti di pietade accesi,
sì terribile l'altro alla figura,
che n'eran gli astri di spavento offesi.
Verde qual pruna non ancor matura
cinge il primo la stola, e qual di cigno
apre la piuma biancheggiante e pura:
ondeggiavano all'altro di sanguigno
color le vestimenta, e tinto avea
il remeggio dell'ali in ferrugigno.
Quegli d'olivo un ramoscel tenea,
questi un brando rovente; e fisso i lumi
in Dio ciascun palpebra non battea.
Dal basso mondo alla città de' numi
voci intanto salian gridando: Pace,
col sonito che fan cadendo i fiumi.
Pace la Senna, pace l'Elba, pace
iterava l'Ibero; ed alla terra
rispondean pace i cieli, pace, pace.
Ma guerra i lidi d'Albione, e guerra
d'inferno i mostri replicar s'udiro,
e l'inferno era tutto in Inghilterra.
Sedea tranquillo l'increato Spiro
su l'immobile trono, e tremebondo
dal suo cenno pendea l'immenso empiro.
La gran bilancia, su la qual profondo
e giusto libra l'uman fato, intanto
Iddio solleva; e ne vacilla il mondo.
Quinci i sospiri le catene il pianto
de' mortali ponea; quindi versava
de' mortali i delitti; e a nessun canto
la tremenda bilancia ancor piegava.
Quando due donne di contrario affetto
levarsi, e ognuna di parlar pregava.
Chi si fur elle, e che per lor fu detto,
se mortal labbro di ridirlo è degno,
l'udrà chi al mio cantar prende diletto
nel terzo volo dell'acceso ingegno.
Due virtù, che nimiche e in un sorelle
l'una grida rigor l'altra perdono,
care entrambe di Dio figlie ed ancelle,
ritte in piè, dell'Eterno innanzi al trono
ecco a gran lite. Ad ascoltarle intenti
lascian l'arpe i celesti in abbandono;
lascian le sacre danze, e su lucenti
di crisolito scanni e di berillo
si locar taciturni e riverenti.
D'ogni parte quetato era lo squillo
delle angeliche tube, il tuon dormiva,
e il fulmine giacea freddo e tranquillo.
Allor Giustizia inesorabil Diva,
incominciò - Sire del ciel, che libri
nell'alta tua tremenda estimativa
le scelleranze tutte e a tutte vibri
il suo castigo, e fino a quando inulti
fian d'Europa i misfatti, e di ludibri
carco il tuo nome? Ve' tu come insulti
l'umano seme a tua bontade e ingrato
del par che stolto nella colpa esulti?
Vedi sozzi di strage e di peccato
i troni della terra e dalla forza
il delitto regal santificato.
Vedi come la ria ne' petti ammorza
di ragion la scintilla, e i sacri eterni
dell'uom diritti cancellar si sforza:
mentre nuda al rigor di caldi e verni
getta la vita una misera plebe,
che sol si ciba di dolor di scherni,
e a rio macello spinta, come zebe,
per l'utile d'un solo, in campo esangue
l'itale ingrassa e le tedesche glebe.
Di propria man squarciata intanto langue
la peccatrice Europa, ed Anglia cruda
l'onor ne compra e coll'onore il sangue.
Per lei Megera nell'inferno suda
armi esecrate, per lei tôschi mesce;
suo brando è l'oro, ed il suo Marte, Giuda.
Che di Francia direm? A che riesce
de' suoi sublimi scotimenti il frutto?
Mira che agli altri e a sé medesma incresce.
Potea col senno e col valor far tutto
libero il mondo, e il fece di tremende
follie teatro e lo coprì di lutto.
Libertà, che alle belle alme s'apprende,
le spedisti dal ciel, di tua divina
luce adornata e di virginee bende;
vaga sì che né greca né latina
riva mai vista non l'avea, giammai
di più cara sembianza e pellegrina.
Commossa al lampo di que' dolci rai
ridea la terra intorno, ed - io t'adoro,
dir pareva ogni core, io ti chiamai. -
Nobil fierezza, matronal decoro,
candida fede, e tutto la seguìa
delle smarrite virtù prische il coro;
e maestosa al fianco le venìa
ragion d'adamantine armi vestita
con la nemica dell'error Sofia.
Allor mal ferma in trono e sbigottita
la Tirannia tremò; parve del mondo
allor l'antica servitù finita.
Ma tutte pose le speranze al fondo
la delira Parigi, e libertate
in Erinni cangiò, che furibondo
spiegò l'artiglio; e prime al suol troncate
cadder le teste de' suoi figli, e quante
fur più sacre e famose ed onorate.
Poi, divenuta in suo furor gigante,
l'orribil capo fra le nubi ascose,
e tentò porlo in ciel la tracotante;
e gli sdegni imitarne e le nembose
folgori e i tuoni, e culto ambir divino
fra le genti d'orror mute e pensose.
Tutta allor mareggiò di cittadino
sangue la Gallia: ed in quel sangue il dito
tinse il ladro il pezzente e l'assassino,
e in trono si locò vile marito
di più vil libertà, che di delitti
sitibonda ruggìa di lito in lito.
Quindi proscritte le città, proscritti
popoli interi, e di taglienti scuri
tutte ingombre le piazze e di trafitti.
O voi che state ad ascoltar, voi puri
spirti del ciel cui veggio al rio pensiero
farsi i bei volti per pietade oscuri;
che cor fu il vostro allor che per sentiero
d'orrende stragi inferocir vedeste
e strugger Francia un solo un Robespiero? -
Tacque. E al nome crudel su l'auree teste
si sollevar le chiome agl'immortali,
frementi in suon di nembi e di tempeste.
Gli angeli il volto si velar coll'ali,
e sotto ai piedi onnipossenti irato
mugolò il tuono e fiammeggiar gli strali.
E già bisbiglia il ciel, già d'ogni lato
grida vendetta; e vendetta iterava
dell'Olimpo il convesso interminato.
Carca d'ire celesti cigolava
de' fati intanto la bilancia: e Dio,
Dio sol si stava immoto e riguardava.
Surse allor la Pietade; e non aprìo
il divin labbro ancor, che già tacea
di quell'ire tremende il mormorìo.
Col dolce strale d'un sol guardo avea
già conquiso ogni petto. In questo dire
la rosea bocca alfin sciolse la dea:
- alte in mezzo de' giusti odo salire
di vendetta le grida, ed io domando
anch'io vendetta, sempiterno Sire.
Anch'io cacciata dai potenti in bando
batto indarno ai lor cuori, e inesaudita
vo scorrendo la terra e lagrimando.
Ma se i regnanti han mia ragion tradita,
perché la colpa de' regnanti, o Padre,
negl'innocenti popoli è punita?
Perché tante perir misere squadre
per la causa de' vili? Ahi! caro i crudi
fanno il sacro costar nome di madre.
Peccò Francia, gli è ver; ma spenti i drudi
d'insana libertà, perché in suo danno
gemono ancora le nimiche incudi?
Dunque eterne laggiù l'ire saranno?
e solo al pianto in avvenir le spose,
solo al ferro e al furor partoriranno?
Dunque Europa le guance lagrimose
porterà sempre? E per chi poi? Per una,
per due, per poche insomma alme orgogliose.
Taccio il nembo di duol che denso imbruna
tutto d'Olanda il ciel; taccio il lamento
della prostrata elvetica fortuna.
Ma l'affanno non taccio e il tradimento
che Italia or grava, Italia in cui natura
fe' tanto di bellezza esperimento.
Duro il servaggio la premea; più dura
una sognata libertà la preme,
che colma de' suoi mali ha la misura.
Su i cruenti suoi campi più non freme
di Marte il tuono; ma che val, se in pace
pur come in guerra si sospira e geme?
Prepotente rapina alla vorace
squallida fame spalancò le porte,
e chi serrarle le dovea si tace.
Meglio era pur dal ferro aver la morte,
che spirar nudo e scarno e derelitto
tra i famelici figli e la consorte.
Deh sia fine al furor, fine al delitto,
fine ai pianti mortali, e della spada
pera una volta e de' tiranni il dritto!
Paghi di sangue chi vuol sangue, e cada;
ma l'innocente viva, e dell'oppresso
il sospir, o Signor, ti persuada.
La Dea qui ruppe il suo parlar con esso
le lagrime sul ciglio: e chi per questa
chi per quella fremea l'alto consesso;
qual freme d'aquilon chiuso in foresta
il primo spiro, allor che ciechi aggira
i susurri forier della tempesta.
Mentre vario il favor ne' petti ispira
desianze diverse, incerto ognuno
qual fia vittrice, la clemenza o l'ira;
del ciel cangiossi il volto e si fe' bruno,
e caligine in cerchio orrenda e folta
il trono avvolse dell'Eterno ed Uno.
E una voce n'uscì che l'ardua volta
dell'Olimpo intronava. Attenta e muta
trema natura e la gran voce ascolta.
- Cieli, udite, odi, o terra, l'assoluta
di Dio parola. Tu che l'alto spegni
patrio delirio, e Francia hai restituta;
tu che vincendo moderanza insegni
all'orgoglio de' re, cui tua saggezza
tolse la scusa di cotanti sdegni;
fa cor! Quel Dio che abbatte ogni grandezza,
guerra e pace a te fida, a te devolve
il castigo d'Europa e la salvezza.
Tu sei polve al mio sguardo, ed io la polve
strumento fo del mio voler. - Qui tacque
colui che immoto tutto move e volve.
Qui sparve l'alta vision: poi nacque
per entro al negro vortice un confuso
romor d'ali e di piè che di molt'acque
parea lo scroscio. Ma repente schiuso
fiammeggiò quel gran buio, e folgorando
due cherubini si calaro in giuso:
que' due medesmi del divin comando
esecutori, che nel pugno aviéno
l'un d'olivo la fronda, e l'altro il brando.
Ratti a paro scendean come baleno,
e due gran solchi di mirabil vista
paralelli traean per lo sereno.
L'uno è pura di luce argentea lista;
l'altro è turbo di fumo che lampeggia,
e sangue piove che le stelle attrista.
Di qua tutto sorriso il ciel biancheggia;
di là son tuoni e nembi, e in suon di pianto
l'aria geme da lungi e romoreggia.
Seguìan coll'ali del vedere un tanto
prodigio stupefatti i due Lombardi,
coll'altro spirto di che parla il canto,
quando si vide a passi gravi e tardi
dalla parte ove rota il suo viaggio
la terra e obbliqui al sole invia gli sguardi
pensierosa salir l'ombra d'un saggio,
che il dito al mento e corrugata il ciglio,
uom par che frema di veduto oltraggio.
Dalla fronte sublime e dal cipiglio
nobilmente severo si procaccia
testimonianza il senno ed il consiglio.
Come trasse vicino, alzò la faccia,
gl'insubri ravvisò spirti diletti;
e mosse prima che il parlar le braccia.
Allor si vide con amor tre petti
confondersi e serrarsi, ed affollarse
gli uni su gli altri d'amicizia i detti.
Lo stringersi a vicenda e il dimandarse
tra quell'alme finito ancor non era,
che di note sembianze altra n'apparse;
e corse anch'ella, ed abbracciò la schiera
concittadina. Il volto avea negletto,
negletta la persona e la maniera:
ma la fronte, prigion d'alto intelletto,
ad or ad or s'infosca, e lampi invia
dell'eminente suo divin concetto.
Scrisse quel primo l'alta economia
che i popoli conserva, e tutta svolse
del piacer la sottile anatomia.
Intrepido a librar l'altro si volse
i delitti e le pene, ed al tiranno
l'insanguinato scettro di man tolse.
Poscia che le accoglienze, onde si fanno
lieti gli amici, s'iterar fra questi
che fur primieri tra color che sanno,
disse Parini - Perché irati e mesti
son tuoi sguardi, o mio Verri - Ed ei rispose
- Piango la patria: - e chinò gli occhi onesti.
- E anch'io la piango, anch'io, - con sospirose
voci soggiunse Beccaria: poi mise
su la fronte la mano, e la nascose.
Di duol che sdegna testimon conquise
vide Borda quell'alme, e in atto umano
disse a tutte - Salvete -; e si divise.
Col salutar degli occhi e della mano
risposer quelle, e in preda alla lor cura
mosser tacendo per l'etereo piano.
Come gli amici in tempo di sventura
van talvolta per via, né alcun domanda
per temenza d'udire cosa dura;
tale andar si vedea quell'onoranda
di sofi compagnia, curva le fronti,
aspettando chi primo il suo cor spanda.
Luogo è d'Olimpo su gli eccelsi monti
di piante chiuso che non han qui nome,
e rugiadoso di nettarei fonti,
ch'eterno il verde edùcano alle chiome
degli odorati rami, e i più bei fiori
di colei che fa il tutto e cela il come,
poi cadendo precipiti e sonori
tra scogli di smeraldo e di zaffiro
scendono a valle per diversi errori:
e là danzando del beato empiro
a inebriar si vanno i cittadini
dell'ambrosia che spegne ogni desiro.
A quest'ermo recesso i peregrini
spirti avviàrsi; e qui seduti al rezzo
tra color persi azzurri e porporini,
fêr di sé stessi un cerchio. O tu che in mezzo
di lor sedesti, olimpia Dea, né l'ira
temi del forte né del vil lo sprezzo,
tu verace consegna alla mia lira
l'alte loro parole; e siano spiedi
a infame ciurma che alle forche aspira
né vale il fango che mi lorda i piedi.
- Sacro di patria amor che forza acquista,
ed eterno rivive oltre l'avello
(cominciò l'alto insubre economista),
desìo che pure ne' sepolti è bello
di visitar talvolta ombra romita
le care mura del paterno ostello,
e con gli affetti della prima vita
le vicende veder di quel pianeta
che l'alme al fango per patir marita,
mi fean poc'anzi abbandonar la lieta
region delle stelle: e il patrio nido
fu dolce e prima del mio vol la meta.
Per tutto armi e guerrier, tripudio e grido
di libertà; per tutto e danze e canti,
ed altari alle Grazie ed a Cupido,
e operose officine, e di volanti
splendidi cocchi fervida la via,
e care donne e giovinetti amanti,
sclamar mi fenno a prima giunta: Oh mia
gentil Milano, tu sei bella ancora!
Ancor bella e beata è Lombardia!
Poi nell'ascoso penetrai (ché fuora
sta le più volte il riso e dentro il pianto),
e venir mi credei nell'Antenora,
nella Caìna, o s'altro luogo è tanto
maladetto in inferno ove raccoglia
tutte insieme le colpe Radamanto.
Dell'albergo fatal guardan la soglia
le Cabale pensose e l'Impostura
che per vestirsi la Virtù dispoglia,
la Fraude che si tocca il petto e giura,
la fallace Amistà che sul tuo danno
piange e poi t'abbandona alla ventura.
Carezzanti negli atti in volta vanno
le bugiarde Promesse, accompagnate
dalle garrule Ciance e dall'Inganno.
Sta fra le valve a piè profan vietate
il Favor che bifronte or apre or chiude
e dice all'un: Non puossi; e all'altro: Entrate.
Su e giù sospinte le Speranze nude
van zoppicando, e inseguele per tutto
colei che tutte le speranze esclude.
Con umil carta in man lurido e brutto
grida il Bisogno, e sua ragione apporta;
ma duro niego de' suoi gridi è il frutto:
ché voce di ragion là dentro è morta,
e de' pieni scaffali tra le borre
dorme Giustizia in gran letargo assorta;
né dall'alto suo sonno la può sciorre
che il sonante cader di quella piova
che fe' lo stupro dell'acrisia torre.
Quest'io vidi nell'antro in cui si cova
della patria il dolor, che con grand'arte
tutto giorno si affina e si rinnova;
tal che guasta il bel corpo d'ogni parte,
trae già l'ultimo fiato e muore in culla
la figlia del valor di Buonaparte.
Circuisce la misera fanciulla
multiforme di mostri una congrega
che la sugge la spolpa e la maciulla:
il Furto, ch'al Poter fatto è collega,
Tirannia, che col dito entro gli orecchi,
scòstati, grida alla Pietà che prega;
Ignoranza che losca fra gli specchi
banchetta, e l'osso che non unge, arcigna
getta al Merto giacente in su gli stecchi:
e la patria frattanto, empia matrigna,
nega il pane a' suoi figli, e a tal lo dona
stranier, cui meglio si darìa gramigna.
Mossi più addentro il piede; e in logra zona
vidi l'inferma che Finanza ha nome,
che scheletro pareva e non persona.
Colle man disperate entro le chiome
guarda i vuoti suoi scrigni, e stupefatta
cerca e non trova dell'empirli il come.
Or la Forza le invia fusa e disfatta
la pubblica sostanza; or la meschina
perdendo merca e supplicando accatta.
Scorre a fiumi il danaro, e la Rapina
di color mille a cento man l'ingozza
e giù nell'ampio ventre lo ruina
con sì gran fretta, che talor la strozza
tutto nol cape, e il vome, e vomitato
lo ricaccia nell'epa e lo rimpozza:
né del pubblico sazia, anco il privato
aver divora; e il vede e lo consente
suprema e muta Autorità di Stato. -
- Chiusa e stretta da Forza prepotente
(dolce interruppe allor Lorenzo), e in forse
di maggior danno, e inerme e dependente,
che far poteva Autorità? Deporse,
gridò fiero Parini: e, steso il dito,
gli occhi e la spalla brontolando torse.
Strinse allora le labbia in sé romito
dei delitti il sottil ponderatore;
e, - Fu giusto, poi disse, il tuo garrito.
Forza li vinse: e che può Forza in core
che verace virtute in sé raduna?
Cede il giusto la vita e non l'onore;
l'onor su cui né strale di fortuna,
né brando né tiranno né lo stesso
onnipossente non ha possa alcuna. -
Qual madre che del figlio intende espresso
grave fallo, si tace e non fa scusa,
ma china il guardo per dolor dimesso,
e tuttavolta col tacer l'escusa;
tal si fece Lorenzo, mansueta
alma cortese a perdonar sol usa.
Ma col cenno del capo il fier poeta
plause a quel dir, che il generoso fiele
de' bollenti precordii in parte acqueta.
Aprì di nuovo al ragionar le vele
Verri frattanto, e - Non ancor, soggiunse,
tutto scorremmo questo mar crudele.
Poiché protetta la Rapina emunse
del popolo le vene, e di ben doma
putta sfacciata il portamento assunse;
la meretrice che laggiù si noma
libertà depurata iva in bordello
coi vizi tutti che dier morte a Roma.
Alla fronte lasciva era cappello
il berretto di Bruto, ma di serva
avea gli atti, il parlare ed il mantello.
E la seguìa di drudi una caterva,
che da questa d'Italia a quella fogna
a fornicar correa colla proterva.
Altri perduta nel peccar vergogna,
fuggì la patria no ma il manigoldo;
altri è resto di scopa, altri di gogna:
qual repe e busca ruffianando il soldo;
qual è spia; qual il falso testimonio
vende pel quarto e men d'un leopoldo.
Quei chiede un Robespier che il sangue ausonio
sparga, e le funi e la Senavra impetra
con questo che biscazza il patrimonio.
V'ha, ventoso raschiator di cetra,
il pudor caccia e sé medesmo in brago,
e segnato da Dio corre alla Vetra.
V'ha chi salta in bigoncia dallo spago;
v'ha chi versuto ciurmador le quadre
muta in tonde figure, e non è mago.
Disse rea d'adulterio altri la madre,
e di vile semenza di convento
sparso il solco accusò del proprio padre.
Altri è schiuma di prete, e, fraudolento
de' galeotti aringator, per fame
va trafficando Cristo in sacramento.
Tutto è strame letame e putridame
d'intollerando puzzo, e lo fermenta
tutto quanto de' vizi il bulicame.
E questa ciurma ell'è colei che addenta
i migliori, colei che tuona e getta
d'Itala libertà le fondamenta?
Oh inopia di capestri! oh maladetta
lue cisalpina! oh patria! oh giusto Iddio!
Perché pigra in tua mano è la saetta?
Terror mi prese a tanto; e nell'obblìo
del mio stato immortale, al patrio tetto
per celarmi, tremante il piè fuggìo.
Oh mia dolce consorte! oh mio diletto
fratello! Oh quanto nell'udir mi piacqui
da voi nomarmi coll'antico affetto,
e ricordar siccome amai né tacqui
la pubblica ragion, sin che già franta
de' buon la speme, addio vi dissi, e giacqui!
Piansi di gioia nel veder cotanta
carità della patria, e come intera
de' miei figli nel cor la si trapianta.
Ed io vana allor corsi ombra leggera,
e gli strinsi, e sentii tutta in quel punto
la dolcezza di padre, e più sincera.
Ma il tenero lor petto al mio congiunto
ahi! quell'amplesso non intese, e invano
vivi corpi abbracciai spirto defunto.
Mi staccai da' miei cari; e di Milano
ratto fuggendo, a quel sordo mi tolsi
delle lagrime altrui gonfio oceàno.
Città discorsi e campi; e pria mi volsi
al longobardo piano, ove superbe
strinser catene al re de' Franchi i polsi,
e il villan coll'aratro ancor tra l'erbe
urta le gallic'ossa, e quell'aspetto
par che 'l natìo rancor gli disacerbe.
Vidi 'l campo ove Scipio giovinetto
contro i punici dardi allo spirante
padre fe' scudo del roman suo petto.
Vidi l'umil Agogna intollerante
del suo fato novel: vidi la valle
cui nome ed ubertà fa la sonante
Sesia. Di là varcai per arduo calle
l'Alpe che il nutritor di molte genti
Verbano adombra colle verdi spalle.
Quindi del Lario attinsi le ridenti
rive e la terra ove alla luce aprìrsi
i solerti di Plinio occhi veggenti,
ed or l'odi di Volta insuperbirsi,
che vita infonde pe' contatti estremi
di due metalli (maraviglia a dirsi!)
nei membri già di pelle e capo scemi
delle rauche di stagno abitatrici,
e di Galvan ricrea gli alti sistemi.
I placidi cercai poggi felici
che con dolce pendìo cingon le liete
dell'Eupili lagune irrigatrici;
e nel vederli mi sclamai: Salvete,
piagge dilette al Ciel, che al mio Parini
foste cortesi di vostr'ombre quete,
quando ei fabbro di numeri divini,
l'acre bile fe' dolce, e la vestìa
di tebani concenti e venosini.
Parea de' carmi tuoi la melodìa
per quell'aure ancor viva, e l'aure e l'onde
e le selve eran tutte un'armonìa.
Parean d'intorno i fior, l'erbe, le fronde
animarsi e iterarmi in suon pietoso:
il cantor nostro ov'è? chi lo nasconde?
Ed ecco in mezzo di ricinto ombroso
sculto un sasso funébre che dicea:
AI SACRI MANI DI PARIN RIPOSO.
E donna di beltà che dolce ardea
(tese l'orecchio, e fiammeggiando il Vate
alzò l'arco del ciglio, e sorridea)
colle dita venìa bianco_rosate
spargendolo di fiori e di mortella,
di rispetto atteggiata e di pietate.
Bella la guancia in suo pudor; più bella
su la fronte splendea l'alma serena,
come in limpido rio raggio di stella.
Poscia che dati i mirti ebbe a man piena,
di lauro, che parea lieto fiorisse
tra le sue man, fe' al sasso una catena:
e un sospir trasse affettuoso, e disse:
Pace eterna all'Amico: e te chiamando
i lumi al cielo sì pietosi affisse,
che gli occhi anch'io levai, certa aspettando
la tua discesa. Ah qual mai cura, o quale
parte d'Olimpo ratteneati, quando
di que' bei labbri il prego erse a te l'ale?
Se questa indarno l'udir tuo percuote,
qual altra ascolterai voce mortale?
Riverente in disparte alle devote
ceremonie assistea colle tranquille
luci nel volto della donna immote,
uom d'alta cortesia, che il ciel sortille,
più che consorte, amico. Ed ei che vuole
il voler delle care alme pupille,
ergea d'attico gusto eccelsa mole,
sovra cui d'ogni nube immacolato
raggiava immemor del suo corso il sole.
E AMALIA la dicea dal nome amato
di costei che del loco era la Diva,
e più del cor che al suo congiunse il fato.
Al pio rito funébre, a quella viva
gara d'amor mirando, già di mente
del mio gir oltre la cagion m'usciva.
Mossi al fine; e quei colli ove si sente
tutto il bel di natura, abbandonai,
l'orme segnando al cor contrarie e lente.
Vagai per tutto: nel tugurio entrai
dell'infelice, e il ricco vidi in grembo
dell'auree case più infelice assai.
Salii discesi e risalii lo sghembo
sentier di balze e fiumi, e il mio cammino
oltre l'Adda affrettando ed oltre il Brembo,
alla tua patria giunsi, o pellegrino
di Bergamo splendor, che qui m'ascolti;
e mesta la trovai del repentino
tuo dipartire, e lagrimosi i volti
su la morte di Lesbia illustre salma,
che al cielo i vanni per seguirti ha sciolti.
Brillò di gaudio a quell'annunzio l'alma
dell'amoroso geomètra, e uscire
parve alcun poco dell'usata calma:
e già surto partìa, per lo desire
di riveder quel volto che le penne
di Pindo ai voli gli solea vestire;
ma dignitosa coscienza il tenne,
e il narrar grave di quell'altro saggio,
che, precorso un sorriso, così venne
seguitando il suo dir. - Dritto il viaggio
di là volsi al terren che il Mella irriga,
ricco d'onor di ferro e di coraggio.
Quindi al Benàco che dal vento ha briga
pari al liquido grembo d'Amfitrite
quando irato Aquilon l'onde castiga;
quindi al fiume, ove tardi diffinite
fur l'italiche sorti, e non del duce,
ma de' condotti il cor vinse la lite.
E l'Adige seguii fino alla truce
Adria, ove stanchi già del lungo corso
trenta seguaci il re de' fiumi adduce.
Tutto in somma il paese ebbi trascorso
che alla manca del Po tra 'l mare e 'l monte,
sente de' freni cisalpini il morso.
E di dolore di bestemmie e d'onte
per tutto intesi orribili favelle,
che le chiome arricciar ti fanno in fronte:
pianto di scarna plebe a cui la pelle
si figura dall'ossa, e per le vie
famelica suonar fa le mascelle;
pianto d'orbi fanciulli e madri pie
d'erba e d'acqua cibate, onde di mulse
e d'orzo sagginar lupi ed arpie:
pianto d'attrite meschinelle, avulse
ai sacri asili, e con tremanti petti
di porta in porta ad accattar compulse;
pianto di padri, ahi lassi! a dar costretti
l'aver la dote e tutto, anche le poche
care memorie de' più sacri affetti:
cupi sospiri e voci or alte or fioche
di tutte genti, per gridar pietade
e per continuo maledir già roche.
D'orror fremetti; e venni alla cittade
che dal ferro si noma. O dalle Muse
abitate mai sempre alme contrade,
onde tanta pel mondo si diffuse
Itala gloria e tal di carmi vena
che non Ascra, non Chio la maggior schiuse,
d'onor di cortesia nutrice arena,
come giaci deserta! e dal primiero
splendor caduta, e di squallor sol piena!
Questi sensi io volgea nel mio pensiero,
quando un'ombra m'occorse alla veduta
mesta sì, ma sdegnosa e in atto altero.
Sovresso un marmo sepolcral seduta
stava l'afflitta, e della manca il dosso
era letto alla guancia irta e sparuta.
Ombrata avea di lauro non mai scosso
la spaziosa fronte, e sui ginocchi
epico plettro, che dall'aura mosso
dir fremendo parea: Nessun mi tocchi.
Vêr lei mi spinsi, e dissi: O tu che spiri
dolor cotanto e maestà dagli occhi,
sodisfammi d'un detto a' miei desiri;
parlami 'l nome tuo, spirto gentile,
parlami la cagion de' tuoi sospiri,
se nulla puote onesto prego umile. -
Non mi fece risposta quell'acerbo,
ma riguardommi colla testa eretta
a guisa di leon queto e superbo.
Qual uomo io stava che a scusar s'affretta
involontaria offesa, e più coll'atto
che col disdirsi, umìl fa sua disdetta.
e lo spirto parea quei che distratto
guata un oggetto, e in altro ha l'alma intesa;
finché dal suo pensier sbattuto e ratto
gridò con voce d'acre bile accesa:
- «Oh d'ogni vizio fetida sentina,
dormi, Italia imbriaca, e non ti pesa
ch'or questa gente, or quella è tua reina
che già serva ti fu? Dove lasciasti,
poltra vegliarda, la virtù latina?
La gola e 'l sonno ti spogliar de' casti
primi costumi, e fra l'altare e 'l trono
co' tuoi mille tiranni adulterasti
e mitre e gonne e ciondolini e suono
di molli cetre abbandonar ti fenno
elmo ed asta, e tremar dell'armi al tuono.
Senza pace tra' figli e senza senno,
senza un Camillo, a che stupir, se avaro
un'altra volta a' danni tuoi vien Brenno?
Or va! coltiva il crin, fatti riparo
delle tue psalmodìe; godi, se puoi,
d'aver cangiato in pastoral l'acciaro!
Taque ciò detto il disdegnoso. I suoi
liberi accenti, e al crin gli avvolti allori,
de' poeti superbia e degli eroi,
m'eran già del suo nome accusatori,
all'intelletto mio manifestando
quel grande che cantò l'armi e gli amori.
Perch'io la fronte e 'l ciglio umìl chinando,
Oh gran vate, sclamai, per cui va pare
d'Achille all'ira la follia d'Orlando!
Ben ti disdegni a dritto, e con amare
parole Italia ne rampogni, in cui
dell'antico valore orma non pare.
Ma dimmi, o padre: chi da' marmi bui
suscitò l'ombra tua? - Concittadino
amor, rispose, e dirò come il fui.
Fra i boati di barbaro latino
son tre secoli omai ch'io mi dormìa
nel tempio sacro al divo di Cassino.
Pietosa cura della patria mia
qui concesse più degna e taciturna
sede alla pietra che il mio fral coprìa.
Fra il canto delle Muse alla diurna
luce fui tratto; e la mia polve anch'essa
riviver parve e s'agitò nell'urna.
Ma desto non foss'io, che manomessa
non vedrei questa terra, e questi marmi
molli del pianto di mia gente oppressa!
Oh! qualunque tu sia, non dimandarmi
le sue piaghe, e, per Dio! ma trar m'aita
di lassù la vendetta a consolarmi.
Di ragion, di pietade hanno schernita
i tiranni la voce; e fu delitto
supplicare e mostrar la sua ferita.
Fu chiamato ribelle ed interditto.
anche il sospiro, e il cittadin fedele
or per odio percosso, or per profitto;
e le preghiere intanto e le querele
derise e storpie gemono alle porte
inesorate di pretor crudele. -
Mentr'egli sì dicea, ferinne un forte
muggir di fiumi, che tolte le sponde
s'avean sul corno, orror portando e morte.
Stendean Reno e Panàr le indomit'onde
con immensi volumi alla pianura;
e struggendo venìan le furibonde
la speranza de' campi già matura:
co' piangenti figliuoi fugge compreso
di pietade il villano e di paura:
ed uno in braccio e un altro per man preso,
ad or ad or si volge, e studia il passo,
pel compagno tremando e per lo peso;
ch'alto il flutto l'insegue, e con fracasso
le capanne ingoiando e i cari armenti,
fa vortice di tutto e piomba al basso.
Ed allora un rumor d'alti lamenti,
un lagrimare, un dimandar mercede,
con voci che farìan miti i serpenti.
Ma non le ascolta chi in eccelso siede
correttor delle cose, e con asperso
auro di pianto al suo poter provvede.
Mentre che d'una parte in mar converso
geme il pian ferrarese, ecco un secondo
strano lutto dall'altra e più diverso.
In terra, in mare e per lo ciel profondo
ecco farsi silenzio; il sol tacere
all'improvviso, e parer morto il mondo.
Le nubi in alto orribilmente nere
altre stan come rupi, altre ne miri
senza vento passar basse e leggere.
Tutti dell'aure i garruli sospiri
eran queti, e le foglie al suol cadute
si movean roteando in presti giri.
D'ogni parte al coperto le pennute
torme accorrono, e in tema di salvarse
empiono il ciel di querimonie acute.
Fiutan l'aria le vacche, e immote e sparse
invitan sotto alle materne poppe
mugolando i lor nati a ripararse.
Ma con muso atterrato e avverse groppe
l'una all'altra s'addossano le agnelle,
pria le gagliarde e poi le stanche e zoppe.
Cupo regnava lo spavento; e in quelle
meste sembianze di natura il core
l'appressar già sentìa delle procelle:
quando repente udissi alto un rumore
qual se a' tuoni commisto giù da' monti
vien di molte e spezzate acque il fragore.
Quindi un grido: - Ecco il turbo: - e mille fronti
si fan bianche, e le nebbie e le tenèbre
spazza il vento sì ratto, che più pronti
vanno appena i pensier. S'alza di crebre
stipe un nembo e di foglie e di rotata
polvere che serrar fa le palpebre.
Mugge volta a ritroso e spaventata
dell'Eridano l'onda, e sotto i piedi
tremar senti la ripa affaticata.
Ruggiscono le selve, ed or le vedi
come fiaccate rovesciarsi in giuso,
e innabbissarsi se allo sguardo credi;
or gemebonde rialzar diffuso
l'enorme capo, e giù tornarlo ancora,
qual pendolo che fa l'arco all'insuso.
Batte il turbo crudel l'ala sonora,
schianta uccide le messi e le travolve;
poi con rapido vortice le vora,
e tratte in alto le diffonde e solve
con immenso sparpaglio. Il crin si straccia
il pallido villan, che tra la polve
scorge rasa de' campi già la faccia,
e per l'aria dispersa la fatica
onde ai figli la vita e a sé procaccia;
e percosso l'ovil, svelta l'aprica
vite appiè del marito olmo, che geme
con tronche braccia su la tolta amica.
Oh giorno di dolor! giorno d'estreme
lagrime! E crudo chi cader le vede
e non le asciuga, ma più rio le spreme!
E chi le spreme? Chi in eccelso siede
correttor delle cose, e con ôr lordo
di sangue e pianto al suo poter provvede.
Poi che al duol di sua gente ogni cor sordo
vide il cantore della gran follìa,
e di pietà sprezzato ogni ricordo,
mise un grido e sparì. Mentre fuggìa,
si percotea l'irata ombra la testa
col chiuso pugno, e mormorar s'udìa.
Già il sol cadendo raccogliea la mesta
luce dal campo della strage orrenda;
ed io, com'uom che pavido si desta
né sa ben per timor qual via si prenda,
smarrito errava, e alla città giungea
che spinge obliqua al ciel la Carisenda.
Cercai la sua grandezza; e non vedea
che mestizia e squallor, tanto che appena
il memore pensier la conoscea.
Ne cercai l'ardimento; e nella piena
de' suoi mali esalava ire e disdegni
che parean di lion messo in catena.
Ne cercai le bell'arti e i sacri ingegni
che alzar sublime le facean la fronte
e toccar tutti del sapere i segni;
ed il Felsineo vidi Anacreonte
cacciato di suo seggio, e da profani
labbri inquinato d'eloquenza il fonte.
Vidi in vuoto liceo spander Palcani
del suo senno i tesori, e in tenebroso
ciel la stella languir di Canterzani;
e per la notte intanto un lamentoso
chieder pane s'udìa di poverelli
che agli orecchi toglieva ogni riposo.
Giacean squallidi, nudi, irti i capelli,
e di lampe notturne al chiaror tetro
larve uscite parean dai muffi avelli.
Batte la Fame ad ogni porta, e dietro
le vien la Febbre, e l'Angoscia, e la dira
che locato il suo trono ha sul ferétro.
Mentre presso al suo fin l'egro sospira,
entra la Forza, e grida - Cittadino,
muori, ma paga: - e il miser paga e spira.
Oh virtù! come crudo è il tuo destino!
Io so ben, che più bello è mantenuto
pur dai delitti il tuo splendor divino:
so che sono gli affanni il tuo tributo;
ma perché spesso al cor che ti rinserra,
forz'è il blasfema proferir di Bruto?
Con la sventura al fianco su la terra
Dio ti mandò, ma inerme ed impotente
de' tuoi nemici a sostener la guerra.
E il reo felice, e il misero innocente
fan sull'eterno provveder pur anco
del saggio vacillar dubbia la mente.
Come che intorno il guardo io mova e 'l fianco,
strazio tanto vedea, tante ruine,
che la memoria fugge, e il dir vien manco.
Langue cara a Minerva e alle divine
Muse la donna del Panàr, né quella
più sembra che fu invidia alle vicine:
ma sul Crostolo assisa la sorella
freme, e l'ira premendo in suo segreto,
le sue piaghe contempla e non favella.
Freme Emilia, e col fianco irrequieto
stanca del rubro fiumicel la riva
che Cesare saltò, rotto il decreto.
E de' gemiti al suon che il ciel feriva,
d'ogni parte iracondo e senza posa,
l'adriaco flutto ed il tirren muggiva.
Ripetea quel muggir l'Alpe pietosa,
e alla Senna il mandava, che pentita
dell'indugio pareva e vergognosa.
E spero io ben che la promessa aita
piena e presta sarà, ché la parola
di lui che diella non fu mai tradita:
spero io ben che il mio Melzi, a cui rivola
della patria il sospiro... - E più bramava
quel magnanimo dir; ma nella gola
spense i detti una voce che gridava:
- Pace al mondo: - e quel grido un improvviso
suon di cetere e d'arpe accompagnava.
Tutto quanto l'Olimpo era un sorriso
d'amor; né dirlo né spiegarlo appieno
pur lingua lo potrìa di paradiso.
Si rizzar tutte e quattro in un baleno
l'alme lombarde in piedi; e vêr la plaga,
d'onde il forte venìa nuovo sereno,
con pupilla cercar intenta e vaga
quest'atomo rotante, ove dell'ire
e degli odii sì caro il fio si paga.
E largo un fiume dalla Senna uscire
vider di luce, che la terra inonda,
e ne fa parte al ciel nel suo salire.
Tutto di lei si fascia e si circonda
un eroe, del cui brando alla ruina
tacea muta l'Europa e tremebonda.
Ed ei l'amava: e nella gran vagina
rimesso il ferro, offrì l'olivo al crudo
avversario maggior della meschina,
e col terror del nome e coll'ignudo
petto e col senno disarmollo, e pose
fine al lungo di Marte orrido ludo.
Sovra il libero mar le rugiadose
figlie di Dori uscìr, che de' metalli
fluttuanti il tonar tenea nascose:
Drimo, Nemerte, e Glauce de' cavalli
di Nettuno custode, e Toe vermiglia,
di zoofiti amante e di coralli;
Galatea, che nel sen della conchiglia
la prima perla invenne, e Doto e Proto,
e tutta di Neréo l'ampia famiglia,
tra cui confuse de' Tritoni a nuoto
van le torme proterve. In mezzo a tutti
dell'onde il re, da' gorghi imi commoto,
sporge il capo divino, e al carro addutti
gli alipedi immortali, il mar trascorre
su le rote volanti e adegua i flutti.
Cade al commercio, che ritorte abborre,
il britannico ceppo, e per le tarde
vene la vita che languìa ricorre.
Al destarsi, al fiorir delle gagliarde
membra del nume, la percossa ed egra
Europa a nuova sanità riarde.
Nuova lena le genti erge e rintegra:
e tu di questo, o patria mia, se saggio
farai pensiero, andrai più ch'altri allegra;
e le piaghe tue tante, e l'alto oltraggio
emenderai, che fêrti anime ingorde
di libertà più ria che lo servaggio;
anime stolte, svergognate e lorde
d'ogni sozzura. Or fa che tu ti forba
di tal peste, e il passato ti ricorde.
E voi che in questa procellosa e torba
laguna di dolore il piè ponete,
onde il puzzo purgarne che n'ammorba;
voi ch'alla mano il temo vi mettete
di conquassata nave (e tal vi move
senno e valor, che in porto la trarrete);
voi della patria le speranze nuove
tutte adempite, e di giustizia il telo
animosi vibrando, udir vi giove
che disse in terra, e che poi disse in cielo
lo scrittor dei delitti e delle pene:
ei di parlarvi, e voi rimosso il velo
d'ascoltar degni il ver che v'appartiene.
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