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Edizione di riferimento:
Francesco Maria Molza, Delle poesie volgari e latine, corrette, illustrate ed accresciute, colla vita dell’autore scritta da Pierantonio Serassi, vol. I, Appresso Pietro Lancellotti, in Bergamo MDCCXLVII, con licenza dei superiori.
Quantunque paia meno, a cui si debbe
Più tardi satisfar ampia mercede;
il giusto Iddio d’ogni tempo vorrebbe
Del peccator la conoscenza, e fede,
Pur dopo aver fallato non l’increbbe
S’egli umiliato perdonanza chiede:
E li rimette ogni passato errore,
Conoscendo un divoto, e puro cuore.
So, che ho fallato, e spero aver perdono,
Nè forse vi parrò di scusa indegno:
Lo dovea far, e sono stato, e sono
Pigro, ed inerte a non farne almen segno:
Ma il cor con cui sovente ne ragiono,
Mi pinge voi di tanta lode degno,
Che a sol pensarvi temo gran sciagura
De l’alta avventurosa mia ventura.
Ne l’ampio mar, che a forza innalza l’onde,
Fidarsi un debil legno non ardisce:
Perchè al desir la forza non risponde,
E rado tanta grazia il ciel prescrisse:
Nè posso aiuto buon sperar altronde,
Tutte mie voglie in voi solo son fisse:
Voi le rime dettate, i versi voi,
Quantunque indegno a ragionar di voi.
Non scema punto in me l’usato ardore
Del vostro nome, e la dolce memoria:
Nè manca in parte alcuna quello core,
Che a voi sempre inchinar s’allegra, e gloria;
Sol temo il vostro singolar valore,
Al mondo chiara, e gloriosa istoria,
A cui si agguaglia stil povero errante,
Qual pura pietra a ragguagliar l’Atlante.
Ma mi si para innanti, e fa, ch’io scrivo
Le gran virtù, che in voi si trovan sole,
Il sacro aspetto grazioso, e divo,
L’alta bontà, che altronde esser non suole;
E quel parlar, che desta un foco vivo,
In cui dà orecchio a sue sante parole,
Con affetto cortese, dove avete
Più d’un cuor preso senza visco, o rete.
So ben, ch’io fo, qual Uom che invano tenta
Alzarsi a volo, e non si trova l’ale,
Che dove industria pone, o si argomenta,
Tutto è in suo danno, e faticar non vale.
Almen farà di ciò l’alma contenta,
Qual qual si trovi, di mostrarsi tale:
Che giova più dopo il fatto pentirsi,
Che restandone ancor non men pentirsi.
Che se di quel, che a mille largamente
Fa dono il ciel, ove tanti trofei
Ed a l’antica, e a la moderna gente
Lasciar di se qua giù terrestri Dei,
Spirasse a le mie rime chiaramente;
Si vederian quai veri Semidei
Fosser di voi più degni: e chi qui venne
Per stancar mille lingue, e mille penne.
Perchè quel dolce suon, che i freddi sassi,
Le immobil piante, e li correnti fiumi,
E le sere, e gli augei fermar suoi passi,
E farsi umani, e varïar costumi,
E mover a pietade i Regni bassi
Per riaver de la sua Donna i lumi,
Non mi concede il ciel almen in parte,
Che sol di voi farian mie vive carte?
Di voi solo faria, se fosse molto,
Si come è basso, e poco, questo stile:
Nè potrebbe egli altrove essere volto,
Che troppo è il bel soggetto signorile:
Quanto ha di ben il mondo è in voi raccolto,
Come in più fida stanza, e più gentile:
Sol m’indirizzo a virtù, sol cortesia
Abbraccio, ovunque vadi, ovunque sia.
Chi potria in versi mai descriver, quanto
Crescon le vostre lodi d’ora in ora?
E s’alzan sì, che quel glorioso manto
Non vi si neghi, ove il destin vi onora:
E questo basso stil vaglia altrettanto
In cantar voi, mentre zefiro infiora,
Il verno agghiaccia, il sol girando intorno
Adduce or notte scura, or chiaro giorno.
Come pensava ben, come avea certo,
(O bel pensier quanto mi sei fallato)
Pagar in parte almen di tanto merto,
Che a voi si debbe, e vi son obbligato,
Con quello spirto, che vi è sempre offerto,
E seguir la vostr’ombra in ogni lato,
È spender tutti li momenti, e l’ore
A servizio di voi gentil Signore.
Nè posso lamentarmi, che il desio,
Che d’ora in ora cresce dentro a l’alma
Condotto al fin non fosse ad ora, ond’io
Aggravo il cor d’insopportabil salma,
Che sol veder vorria Voi, Signor mio;
Ma chi ha di me vittoriosa palma
Amor, spezzando ogni mio bel disegno,
Mi tien, qual chiodo tien legno con legno.
Deh quante volte il gran desir si sforza,
Dicendo, io pur n’andrò dal mio Signore,
Chi potrà contra un tal voler far forza?
Chi più di me potrà movermi il core?
Servirò chi il mio onor in tutto ammorza,
E mi consuma de’ begli anni il fiore?
Voglio prima parer villan crudele,
Che pigro, ed al mio ben poco fedele.
Così meco dispongo, e tutto audace
Immobil fatto, come scoglio all’onde,
Umilmente perdon vi chiedo, e pace,
Dico a la Donna mia, che non risponde:
Questo a chi puote in me diletta, e piace,
Che più vosco non fia, ma vada altronde:
Sallo Iddio, ch’ io sarò sempre tapino;
Ma chi può contra il suo fatal destino.
Con dolce sguardo, alquanto acerbo in vista,
Con lagrimar col cor, rider con gli occhi,
Tutta fastosa, e in un turbata, e trista,
Quali dal corpo fuor l’anima scocchi,
Dunque crudel, sì degno premio acquista,
Se avvien, che a servir Uom, Donna trabocchi?
Dunque potrai (mi dice ella) patire
Lasciar per troppo amarti un cor morire?
Di lagrime indi sparge un ruscelletto
Per le pallide guance, e fatta stanca,
Tutta si lascia andar sopra il mio petto,
Come d’ogni vital spirito manca,
E stata alquanto, mi abbraccia stretto,
Poichè la lena, e la voce rinfranca,
Dal cor traendo sì dolci parole,
Che faria i monti andar, restar il sole.
Dolce mia vita, da cui vivo, e moro,
Perchè altro far volendo non saprei,
Che come avaro intento al suo tesoro,
In te tutti son spesi i pensier miei,
Altri che te , mio ben, nessuno adoro:
Non conosco altro ciel, non altri Dei;
Che amor mi strinse con sì forte nodo,
Che scioglier non si può per alcun modo.
So ben, che altrove non moverai i passi,
Non hai di ferro il cor non di diamante:
E quando ancor non saran stanchi, o lassi
I pie’ mai di seguir le amate piante,
Che’n cielo, in terra, in luoghi oscuri, e bassi
Sarò qual sono, e fui, sempre costante:
Deh lascia adunque, lascia il pensier fello,
Al tuo onor, al mio ben tanto ribello.
Con questa, ed altra ragion più efficace
Piene d’un dolce lamentarsi onesto,
Ogni mio bel pensier torna fallace,
E come chi il suo error conosca, resto:
Quel che dilette a te, quel che a te piace,
Madonna, dico a lei, per far son presto:
E sempre torno a più stretta prigione,
Che non conosce amor, torto, o ragione.
E benchè a forza et sa fatto signore
Del mio voler, e possa con un cenno
Fermarmi, e far ch’io vada, e che il mio core,
Or quinci, or quindi volga, ed abbia freno;
Non fia, che tutti li momenti, e l’ore
In pensar sol di voi non spenda appieno:
E forse mel concede amor, che vede
Pensier in me ch’ogni pensier eccede.
Eccede ogni pensier l’alta memoria
De’ vostri gesti, e quando miro in lei,
Siccome picciol lum perde sua gloria
Dinanzi al sol, così li pensier miei
Cedono tutti, e danno a un sol vittoria,
Che sempre cresce e non quanto vorrei:
E bench’indegno, pur m’allegro, ch’io
Tant’alto abbia locato il pensier mio.
Ma son, com’ Uom, che in mezzo a mille rose
Nel natio bosco or questa mira, or quella,
Nè fa veder, quai sian più dilettose,
Ch’una è più vaga, e l’altra è poi più bella,
Altre sono a l’odor più grazïose:
Vede altre aprir la bocca, onde favella,
E spedita si sente; e sta lontano,
Che coglier non ne può sì rozza mano.
Così mirando in voi, tutt’i miei sensi
Restan confusi, poichè tante, e tante
Rare eccellenze in quei più gradi immensi
Veggono d’opre glorïose, e sante:
E quanto sono in vagheggiar più intensi
Vostra virtù, se li depinge innante
Timor, che a voi non piaccia; onde imperfetto
Tra me solo ragiono, e tra me detto.
Ma se non vi sia a sdegno, che talora,
Quantunque in basso stil, pur di voi scriva,
Il gran desio, che cresce a ora in ora,
Ma queto sta, qual face, o fiamma viva,
Potria spinto da voi mostrarsi fuora
Con speme ancor di ritornare a riva:
Che dal favor di voi, qual sia umil stile
Fariasi grande, leggiadro, e gentile.
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