Francesco Maria Molza

Modena, 18 giugno 1489 – Modena, 28 febbraio1544

La Ninfa Tiberina

Poemetto Pastorale elegantissimo

Edizione di riferimento:

Francesco Maria Molza, Delle poesie volgari e latine, corrette, illustrate ed accresciute, colla vita dell’autore scritta da Pierantonio Serassi, vol. I, Appresso Pietro Lancellotti, in Bergamo MDCCXLVII, con licenza dei superiori.

Erasi già il Molza forse per la disavventura succedutagli, e per i continui viaggi ch'egli fatti avea, spogliato in gran parte degli antichi amori così di Beatrice, come anco della Signora Camilla; quando vegnendogli fra questo tempo veduta Faustina Mancina bellissima Gentildonna Romana rimase sì fattamente preso dalla avvenentezza di questa Signora, che cadutagli ogn'altra dall'animo posesi a riverir questa sola, e ad innalzarla con leggiadrissime Rime fin sopra le stelle [1]. Per questa compose egli l'elegantissimo Poemetto della Ninfa Tiberina [2], una delle più belle gioje che abbia la Italiana Poesia, di cui avendone egli lasciate cedere agli amici alcune stanze, si sparse una tal fama della loro perfezione, che persino il Varchi gliele mandò a chieder istantemente da Padova [3]. Nè già queste sole stanze compose il Molza per celebrare la Mancina, ma parecchi Sonetti ancora così in vita, come in morte di lei, i quali tutti fra le Rime del nostro Autore sparsi si leggono. (Pierantonio Serassi)

Note

[1] Varj Sonetti in lode della Mancina si trovano fra le Rime del Molza; e Giacomo Cenci ne compose uno per il Molza e per la Mancina, come anco Rinaldo Corso uno ne compose in morte d'entrambi, tutti due i quali si leggono nel libro 2. della Raccolta di Rime fatta dall' Atanagi.

[2] A ciò creder mi spingono due ragioni; l'una perchè egli mu amò altra gentildonna romana che questa, e la Ninfa Tiberina era tale; l'altra perchè compose questo Poemetto in tempo ch'egli ardea per lei, cioè nel 1537, secondochè si trae da una lettera di Mattio Franzesi, che accenneremo. Dice però di lei, che gli si mostrava acerba, e troppo incontro amor aspra e fugace.

[3] Caro Lettere, e Mattio Franzesi in una lettera al Vettori pag. 30. Tom. 5. vol. 1. delle Prose Fioventine.

La Ninfa Tiberina

I.

La bella Ninfa mia, che al Tebro infiora

Col piè le sponde, e co’ begli occhi affrena

Rapido corso, allor che discolora

Le piagge il ghiaccio, con sì dolce pena

A seguir le tue arme m’innamora,

Ch’io piango, e rido, e non la scorgo appena,

Ch’ io scopro in lei mille vaghezze ascose,

E dentro a l’alma un bel giardin di rose.

II.

E se non che acerbetta mi si mostra,

E troppo incontr’amor aspra, e fugace;

Dietro il bel piede, che le ripe innostra,

Avrebbe l’alma interamente pace:

E fuor in tutto d’ogni usanza nostra

Sormonteria, dov’or languendo giace:

Ma sempre insieme mi si scopre, e fugge,

Ed invisibilmente mi distrugge.

III.

E pur che giri gli occhi, o ’l passo mova,

Aprile, e Maggio, ovunque vuole, adduce;

Che (sua mercede) ratto si rinnova

Quella virtù, che dentro a i fior traluce:

Come nel guardo del fratel suo, nova

Forza racquista la notturna luce:

Pur ciò, che piova da quei dolci rai,

Primavera per me non fu ancor mai.

IV.

Che par, che seco scherzi la natura,

E pugnin spesso per udirla i venti:

Ella di ciò non altrimenti cura,

Che di numero il lupo infra gli armenti,

O de le ripe il fiume: così pura,

Le grazie, c’ ha d’intorno ognor presenti,

Poco sente, e gradisce, e lieta, e vaga

Sol di se stessa se medesma appaga.

V.

Nè rugiada già mai fresca di notte,

Quando la luna i campi arsi rintegra,

E l’assetate piagge, e dal sol cotte

Copre d’argento, e i sacri boschi allegra,

A Giove l’erbe a supplicar condotte

Così ristora, e rende ogni ombra integra;

Come la chiara vista, o ’l vago piede

Di questa, che nel cor mio regna, e cede.

VI.

Velloso armento, che bel prato pasce,

Ov’ella di sedersi ha per costume,

Quanto più rode, più tanto rinasce.

D’erboso, e vago per sì chiaro lume:

Tal valor portò seco da le fasce

Questa Fenice da l’aurate piume:

Dunque Pastori omai casti, e divoti,

Porgete a lei, e non a Pale i voti.

VII.

Che potrà quella terra di leggero,

Ch’ella col piede pargoletto preme,

Risponder largo ad ogni avaro impero,

E colmar de i bifolci ogni alta speme:

Che fioriran per qualunque sentiero

Via maggior frutti, che non porta il seme:

Nè potrà danneggiar grandine, o belva,

O di loglio, o d’avene orrida selva.

VIII.

Nè perchè il verno i solchi aspro non rompa,

O la sementa non offenda il gelo;

Nè per continua pioggia si corrompa

Sovra l’umido suo terrestre velo,

Accolti in lunga, e coronata pompa

Sparger i prieghi vi fia d’uopo al cielo;

Che questa con la vista umile, e piana,

Ogni altra indegnità vi fa lontana.

IX.

Dunque duo altar fu la più verde sponda,

Uno a Pomona, e a lei un altro alzate:

E quei conspersi pria di lucid’onda,

Cantando, il suo bel nome al ciel portate:

Tal ch’ogni antro d’intorno vi risponda,

E suoni il lito l’alta sua beltate:

U’ Damon co’ bei versi imiti Orfeo,

E i Satiri saltando Alfesibeo.

X.

Altri, nudo le braccia orride, e forti,

A lottar coraggioso si prepari:

Altri voi lauri, e mirti insieme attorti

(Poichè posti in tal guisa arabi, e cari

Odor giungete a gli altri odori) apporti,

E fiori mieta amorosetti, e rari:

Altri del fiume le sacre onde intatte

A lei sparga di caldo, e puro latte.

XI.

Io dieci pomi di fin oro eletto,

Ch’a te pendevan con soave odore,

Simil a quei, che dal tuo vago petto

Spira sovente, onde si nutre amore,

Ti sacro umil: e se n’avrai diletto

Doman col novo giorno uscendo fuore,

Per soddisfar in parte al gran disio,

Altrettanti cogliendo a te gl’invio.

XII.

E d’ulivo una tazza, ch’ancor serba

Quel puro odor, che già le diede il torno;

Nel mezzo a cui si vede in vista acerba

Portar smarrito un giovinetto il giorno;

E sì ’l carro guidar, che accende l’erba,

E fin al fondo i fiumi arde d’intorno:

Stolto, che mal tener seppe il viaggio,

E il consiglio seguir fedele, e saggio.

XIII.

Ecco Giove, che in ciel fra mille lampi

Dà folgorando il segno, e lo percuote:

Ecco i destrier per gli aerosi campi

Fuggir turbati a parti più remote

Lì, dove par, che minor fiamma avvampi:

Così dal carro ardente, e da le ruote

Cadde il misero in Pò nel fiume avvolto,

Tardi pentito de l’ardir suo stolto.

XIV.

L’umor, che col cader si frange , e parte

Là, ’ve più molle ha il Re de’ fiumi il piede,

Rassomiglia sì il ver, che dirai, l’arte

Quivi d’assai pur la natura eccede.

Con sì alto saper l’opra comparte,

Chi che si fosse, che tal pegno diede

Del saggio ingegno suo chiaro, e gradito,

E mosse a fama gloriosa ardito.

XV.

Da l’altra parte v’è intagliato il pianto,

Che fan le sue dolenti, e pie sorelle

Lungo il gran fiume, ove si dolser tanto,

Ch’il cordoglio n’andò sovra le stelle;

Onde cangiato il lor corporeo manto

Le vaghe membra, e le chiome irte, e belle,

Come il ciel per pietà dispose, e volse,

Tenera fronde, e duro legno avvolse.

XVI.

Le braccia in rami andaro, in fronde il crine,

E i piedi diventar ferme radici;

Cotal ebbe il lor pianto acerbo fine,

E le luci già sante, alme, beatrici,

E le polite membra, e pellegrine,

Ch’altri sperar godendo esser felici,

Per divina sentenza in breve forza,

Una amara converse, e dura scorza,

XVII.

Indi poco lontan sovra un gran sasso,

Cui verde musco d’ogn’intorno appanna,

Con gli occhi fitti giù ne l’onda al basso,

E in man tenendo una tremante canna,

Canuto vecchio, e per molt’anni lasso,

Con l’amo i pesci d’allettar s’affanna:

Vero argento pareggia a chi ben mira

La preda, che a lo scoglio aduna, e tira.

XVIII.

Di tanto dono invidiosa Carme,

Di trarlomi di man pon ogn’ingegno:

E forse lo farà perchè d’amarme

Talor mi mostra pur non picciol segno;

Nè come tu, il mio vil ruvido carme,

Quando io canto d’amor, si prende a sdegno:

Anzi meco seder non si vergogna,

E porsi al collo quella mia sampogna.

XIX.

Pan, che ’l governo ha de le gregge in mano

E i Pastor cura con pietà, severa,

De i calami, che amò già in corpo umano.

Congiunse prima una forbita schiera,

Che decrescendo vien di mano in mano:

E quella avvinta di tenace cera,

Portò cantando al ciel con salde penne;

Siringa, che per lui canna divenne.

XX.

Con questa in mezzo a i prati d’Aracinto,

Cantando fè gli armenti già Anfïone

Obbliar l’erbe, e in mille nodi avvinto

Sileno espose ad altri la cagione,

Perchè fu il mondo, come appar, distinto

In tante forme, e qual ferma stagione

Faccia forza e s’opponga a i giorni tardi

E fian gli altri veloci più che pardi.

XXI.

Ma tu, che sacra già gran tempo pendi

Da quello ombroso pino orrido, e folto,

Fistola mia, a lodar meco scendi

Le chiome d’oro, e l’onorato volto:

E l’intermesso suono or sì mi rendi,

Ch’Orfeo, e Lino i non invidii molto:

Poi gli orecchi di lei percuoti in modi,

che ’l cor le scaldi, intenerisca, e snodi.

XXII.

Quanto l’elci frondose alto il lentisco

Eccede, e il salce la pallida oliva;

E quanto i sacri lauri il verde ibisco,

Onde questa verdeggia, e l’altra riva;

Tanto al volto di lei, ch’amo, e gradisco

Cede d’assai qual più famosa viva;

Ma perchè lingua non le nocia infetta,

A lei, Ninfe, le chiome ornate in fretta.

XXIII.

E di baccare, e d’erbe altre secrete,

A noi secrete, a voi palesi, e conte,

Un leggiadretto cerchio le tessete,

Che i crin le avvolga, e la serena fronte:

E mentre erra fra voi, sì l’accogliete,

Che insieme venga a più riposto fonte:

E vegga acceso de’ tuoi lumi santi

Stupir di voi il coro, a se davanti.

XXIV.

Forse da l’alta vostra maraviglia

Aprendo gli occhi a sì beati pregi,

Co’ quai se stessa e null’altra famiglia,

Terrà più cari i suoi perfetti fregi:

E dirà con tranquille, e liete ciglia,

Perchè lumi sì chiari, alti, ed egregi

Celare altrui? che se non fosser miei,

Amarli io stessa più, ch’altro, vorrei.

XXV.

E poi che avrà di sè quel tanto appreso,

Che in parte di pietà la faccia amica;

Lo sdegno deporrà, ch’al cor acceso

Voglia le tien d’amor troppo nemica:

E me, che tanto ha col fuggire offeso,

Prenderà in grado, ed ogni mia fatica:

E’ tolta dentro gli amorosi balli,

Se stessa incolperà de gli altrui falli.

XXVI.

E dove, come cerva, ch’erra, e pave

Lontana da la madre, a me s’invola,

Talor pur moltrerà, che non le aggrave

Di non star sempre neghittosa, e sola:

E, quel, che fatto mai fin qui non ave,

Forse risponderà qualche parola:

E me togliendo a così duro scempio,

Al cielo innalzerà con nuovo esempio.

XXVII.

Lascia Ninfa gentil le sponde erbose

Stringer a l’acque, e quelle girsi al mare,

E le piagge vicine, alate, e vezzose

Vieni col vago aspetto a rallegrare:

Quivi le piante più, che altrove, ombrose,

E l’erba molle, e ’l fresco dolce appare:

Ma mentre tardi, quanto apre, e rinverde

Tutto col tuo tardar si secca, e perde.

XXVIII.

Quivi tra verdi frondi, e rivi amati

Susurrar s’odon l’api a mille a mille

E da le siepi a gli alvei lor cavati

Portano sughi onde poi mel ne stille:

Ridono i campi, e in mezzo i verdi prati

Ogni tenero fior, par, che sfaville:

E perchè dolcemente altri sempr’ami,

L’acque parlan d’amor, e l’ora, e i rami.

XXIX.

A te di bei corimbi un antro ingombra,

E folto indora d’Elicrisi nembo

L’edera bianca, e sparge sì dolce ombra,

Che tosto tolta a le verd’erbe in grembo

D’ogni grave pensier te n’andrai sgombra:

E sparso a terra il bel ceruleo lembo,

Potrai con l’aura, ch’ivi alberga il colle,

Seguir securo sonno dolce, e molle.

XXX.

Troppo credi, e commetti al torto lido,

E spesso scendi a contemplar quest’acque,

Nè ti sovvien del gran pubblico grido,

Che Marte costà su con Ilia giacque:

Da indi in qua non fu sicuro, o fido,

E nuovi inganni ordir sempre li piacque:

Dunque fuggi dal lido, e l’onda sprezza,

Nè ti furi da noi falsa vaghezza.

XXXI.

Il Tebro l’asta e il mal gradito scudo

Vide restarsi con vergogna in terra:

E senza arnese riconobbe ignudo

Lui, che di sangue sol si pasce, e guerra:

E perchè sia di cor selvaggio, e crudo,

Pur da lui vinto, ch’ogni altezza atterra,

A dui lumi l’udì far di sè dono,

E voce dar senza intelletto, e suono.

XXXII.

E acciocchè spesso da la greggia errando

Ivi qualche monton per doglia tresche,

E come amor lo tien di pace in bando

A far nuova battaglia si rinfresche,

Così getta ne l’acque altri cozzando:

Del fiume Tirsi il suo anco ripesche,

Ecco, che i velli secca umido tutto,

Cotal di troppo ardir si miete frutto.

XXXIII.

Che pianto fora il tuo, tu che sì avversa

A me ti mostri, perchè irsuto ho il mento,

E folto il ciglio, se dove si versa

Più largo il fiume, e corso ha cupo, o lento

Un giorno ti sentisti alto sommersa,

E data in preda a cento mostri, e cento?

A cui le fronti orride corna, e insieme

Di carne una gran selva ingombra, e preme.

XXXIV.

In mezzo il Tebro del gran fondo abbraccia

Ampi ampj col ventre, e con le spalle:

Li cui gran piedi, e le distorte braccia

Alberga or questa, ed or quell’altra valle:

Caggion dal mento, e da l’ondosa faccia

Fiumi, ch’ei porta con obliquo calle,

Fin dove ei bagna del figliuol di Marte

L’antiche mura, e il suo tesor comparte.

XXXV.

Nè tra gli armenti di Nettuno alberga

In villa mostro sì superbo, e Foca,

Quando Proteo, che tien di lor la verga,

Li conta, e poscia per dormir si loca:

Ed or in acqua par, che si disperga,

Or arbore diventa, or tutto infoca:

E perchè girli appresso altri non prove,

In varie forme si trasforma, e nove.

XXXVI.

Ma tu, se il tuo bel rio già mai non volva

Acque men chiare, e di minor orgoglio,

E in nettar ogni vena si risolva;

Nè il corso intoppo ti ritardi, o scoglio:

E s’altri a dir d’amor la lingua solva

Le pure arene tue le faccian foglio;

A quella vaga Ninfa, e pellegrina,

A quella ogni furor, e l’onde inchina.

XXXVII.

E quando con la face alma, e diurna

Esce la greggia dal suo chiuso ovile,

Premendole del capo il sommo l’urna,

S’ella a te scende con sembiante umile,

Tosto le bascia la man bianca eburna,

E contra il corso del natio tuo stile

Di mole ingombra ogni sua salda, e seno,

Sì che il vaso ne tragga umido, e pieno.

XXXVIII.

Sì direm poi, com’oltre ciò, che il fato

Di due vaghi fanciulli aspro regesse,

Cortese il rivo tuo mostrossi, e grato,

E piegò l’onda se medesma, e presse,

Che alle due sacre piante in quello stato

Ratto al gran letto ritornando cesse;

Onde Roma poi nacque, e il mondo vinse,

E te di palme gloriose cinse.

 XXXIX.

Chi stimar quel, ch’avenne allor, dovesse,

Che l’uno, e l’altro pargoletto, e infermo

Da le mamme ferine umil prendesse?

E in luogo esposto solitario, ed ermo,

Come potea piangendo si dolesse,

Altro, che pianger non avendo schermo:

Pur da quel latte si formar le mura,

Di cui la tema ancor, e l’amor dura.

XL.

Pietosa ne l’aspetto ambedui guarda,

E col collo piegato al latte invita

La gentil lupa, e di desio par ch’arda

Di porger lor come a suoi figli aita;

Così grazia del ciel non fu mai tarda,

Anzi sì allor girò larga infinita,

Ch’a l’empie fiere col valor suo immenso,

E a l’acqua insieme diè pietate, e senso.

XLI.

Questo un dì forse, che troppo or m’involo

Da voi lontano ombrosi, e sacri boschi,

E me stesso riprendo di tal volo;

Credo fistola mia, che tel conoschi:

Però tornando a lei, ch’io adoro, e colo,

Cantiam fra verdi colli amici, e foschi,

Che degno ancor non son di sporre al Caro

I versi miei, nè al Varchi ornato, e chiaro.

XLII.

Ambidui sono al cantar usi, e pronti

Il Mincio provocar, e l’Aretusa,

Conti sono ambedui, ambidue conti,

Mercè de l’alta sua silvestre musa,

Che da le selve spesso, e chiari fonti

Sen fugge, e da lo stil, che fra noi s’usa:

Sì che l’arme cantando, e i degni eroi

Là vanno, ove di gir non lice a noi.

XLIII.

Pur le selve abitar non fu discaro

A i Dei, ed a la madre de gli amori:

Che spesso col suo Adone amato, e caro

Ignuda giacque fra più folti allori:

E in Ida del suo amor superbo, e chiaro

Fè il grande Anchise, e seco presse i fiori:

Dunque se l’ombre seguo, e il fresco lodo,

Cagion n’ho ben, poichè con lor mi godo.

XLIV.

L’umido salce dopo il parto aggrada

A la seconda greggia, e l’acque brama

Ne’ seminati campi a sè la biada:

I fiori l’api, e il pellegrin fianco ama

Ombrosa loggia dopo lunga strada:

Me dietro a l’orme il desir vago chiama

De la dolce, ed amata mia nemica,

Riposo, ed ora d’ogni mia fatica.

XLV.

Nè già mai a le spiche è sì molesto,

Allor che il campo tutto biondo ondeggia

Oscuro nembo: nè sì lupo infesto

A paventosa, e mal rinchiusa greggia:

Nè il vento a i fiori, quando irato, e presto

Scuote ogni ricca pianta, che verdeggia;

Come la pena mia alma m’attrista,

Con rei sembianti, e con oscura vista.

XLVI.

Però tornando da gli avari colli,

Cui il latte del mio ovil gran tempo premo,

E guido agnelli delicati, e molli

Con desir, onde al sol più caldo tremo,

Seta le reco (o vani pensier folli)

Che il crine accolga, che lodando scemo:

Talor le porto una connochia, quale

Minerva istessa non sprezzasse, o Pale.

XLVII.

Per tutto ciò debil soccorso porgo

Al dolor infinito, che m’ancide,

Ch’ella (se il ver dentro a begl’occhi scorgo)

Seco del mio languir gioisce, e ride:

E se dal duol talor aspro risorgo,

Subito gli occhi da pietà divide:

E nel bel petto un cor di tigre, o d’orsa

Mentre nasconde, ogni mio stato inforsa.

XLVIII.

A Dafni impingua mille bianche agnelle

Questa del vago fiume sponda manca:

A i calati di Meri, e le fiscelle

In alcun tempo il latte mai non manca:

E quando avvien, che l’erba rinovelle,

E quando le campagne il verno imbianca;

Or che sperar debb’io d’ogni mio dono,

Ove tanti di me più ricchi sono?

XLIX.

Quantunque, perchè Dafni tenti, e speri

Piacer con l’agne a sì leggiadro viso,

Od atti trarne men selvaggi, e fieri

Creda Meri col latte, o solo un riso

Con l’agne Dafni, o col suo latte Meri,

Vinti n’andranno, e van sia il loro avviso:

Tanto d’ogni altrui dono poco si cura

Questa vaga Angioletta umile, e pura.

L.

Sasselo amor, che tanto indarno accuso,

E le chiare onde, in cui lieta si specchia

L’amata Ninfa, e bella oltre nostr’uso,

U’ spesso nuovi oltraggi m’apparecchia:

E tu, che seco resti sì confuso,

Quanto d’altra beltà mai nuova o vecchia,

Antico Tebro, e tardo più, che puoi,

Al mar ten vai portando i raggi suoi.

LI.

Troppo (ben sai) a me si mostra sorda.

Nè di tanti miei preghi un solo ascolta,

Nè sì presto mai stral uscìo da corda,

Com’ ella ratta per fuggir si volta:

Nè in quello del suo ingegno anco si scorda,

Che fuggendo sorride alcuna volta:

Ed unge insieme, e punge il cor, che langue,

E fugge al lito, come a siepe l’angue.

LII.

Tal già qual’[io mi stanco] arso, ed afflitto

sotto il tuo imperio, amor, pianse Aristeo

Più volte indarno, e dal tuo stral traffitto

Accrebbe l’onde al fiume di Peneo,

Ed or per cammin torto, or per diritto

La moglie assalse del divin Orfeo:

Ma poco ogni suo ardir, e forza valse,

Sì nulla del suo amor già mai le calse.

LIII.

Ella veloce più, che tigre lieve,

Correndo l’erbe non offende, o piega:

E quasi aura, che in alto si solleve,

I piedi al corso, e il crine al vento spiega:

E senza orma stampar candida neve

Passa, quand’altrui più la siegue, o priega;

Così spesso giugnendo ale a le piante,

Schernìa crudel il poverello amante.

LIV.

Egli di guardian di ricca torma,

Di che superbo usò mostrarsi pria,

Il viso per seguir ogni sua orma

Di pallor tinte, e di sembianza ria;

Talchè cangiato da la prima forma

Appena di caprar vista tenia:

Onde fatto crudel, e pietra vera

Trasse ver lui una divina schiera.

LV.

Fu Pan il primo, che d’Arcadia venne,

Di minio il viso, e d’ebuli sanguigno:

Di gigli appresso, come si convenne,

E di ferule adorno alto, e guardigno

Venne Silvano, e grave duol sostenne

Vedendol sì turbato, e sì ferigno:

E qual freno a l’ amor, disse porrai,

Che di lagrime vive, e tu lo sai?

LVI.

Venne Priapo, a cui tumido il collo

Facean le vene, e rosso l’ira il naso;

Seco Mercurio, qual già trasformollo

In pastor Giove, quando d’Io fu il caso,

E disser: come il tuo desir satollo,

Pastor, vedrassi a pianger qui rimaso,

S’ella, che tu desii, di pietà cassa

Volando i fonti, e le campagne passa?

LVII.

Nè di rivo, che puro erri, o si lagne

Prato già mai, quanto bastasse ebbe:

Nè fronde tra le verdi alme campagne

A l’umil greggia in alcun tempo increbbe:

Nè i fior a l’api, nè chi geme, e piagne

Di render pago amor forza mai ebbe:

Anzi quanto più largo il pianto riede,

Tanto maggior tributo a gli occhi ei chiede.

LVIII.

Non però dal voler suo fermo, e saldo

Per consiglio d’altrui questi s’è mosso:

Nè d’ amor brama il petto aver men caldo,

O pur da l’alma il grave giogo scosso:

Anzi fatto dal duol ardito, e baldo

Ringrazia gli occhi, ond’ egli fu percosso:

E il colpo loda, e l’implacabil Parca,

Per cui più, ch’altri, onde turbate varca.

LIX.

Dunque le viti a gli olmi non marita,

Che tanto amò con lungo ordine porre:

Nè a succession la greggia invita,

E falci, e rastri parimente abborre:

Così con l’alma accesa, e sbigottita

Senza difesa far al suo mal corre:

Errano i tori senza guardia il giorno,

E fan soli la sera anco ritorno.

LX.

E dove sormontar la foglia duro

Era sì dianzi a le mammose schiere

Gravi di lotte, che soave, e puro

Recavan liete a le lor mandre altiere;

Or magre vanno, e con sembiante oscuro

Le pene provan del Pastor sue fere:

E mandar cessan da le poppe i fiumi,

Di carici pasciute ispide, e dumi.

LXI.

L’api, ch’esser solean la maggior stima,

Che lo premesse d’ogni suo lavoro,

Più non seggon de’ fiori in su la cima;

Che il pianto d’Aristeo, e il gran martoro

Cangiate l’ha dal lungo uso di prima:

E sì inasprito è il dolce gusto loro,

Ch’indi distilla fosco mele amaro,

invece di liquor soave, e caro.

LXII.

Nascono i tassi intorno a gli umil tetti,

Nè cassia, nè serpillo, o timbria sorge:

Nè pianta amica, che a schivar alletti

Il maggior caldo, le fresche ombre porge:

Pendono i savi scemi, ed imperfetti:

Ed ei, che vuoti gli alvi, e freddi scorge,

Seco del proprio danno ardendo gode,

Il foco intanto l’altrui mensa rode.

LXIII.

D’Euridice sol l’alta, e chiara immago,

Con l’alma, quanto puote, arde, e comprende,

E in questa sospirando il cor tien pago,

Nè l’infelice ad altra cura intende:

Talor, quando col carro ardente, e vago,

Il giorno a noi portando, Febo ascende,

Con li occhi, e con le man rivolte al sole,

Scioglie la lingua quasi in tai parole.

LXIV.

Sole, che non pur l’aspre mie fatiche,

E il mondo scorgi tutto a parte a parte,

Ma quante furon mai moderne, e antiche

Opre, conte hai senza voltar di carte,

E dove l’ombra più la terra impliche,

E dove il raggio tuo più tardo parte;

Vedestu mai pena sì grave, e ria,

Che posta col mio duol giuoco non sia?

LXV.

Tu se forse non hai poste in obblio

L’aspre durezze de l’amata fronde,

Che com[m]osse già un tempo il tuo disio,

Ed or verdeggia a le paterne sponde;

Benigno ascolta il dolor empio, e rio,

Poichè null’altro al mio chiamar risponde,

Membrando Ciparisso, e il ricco Admeto,

Di cui pascevi armento bianco, e lieto.

LXVI.

Quante volte, veggendoti la sera

Portar per la campagna una vitella,

Cangiossi in vista, e dove pallid’era,

Si fece rossa l’alma tua sorella:

E la forte accusando iniqua, e fera

In ciel mosse a pietà quasi ogni stella

Però soccorri al mio gravoso scempio,

Poichè d’amor mi fa sì ricco esempio.

LXVII.

Le vacche il suono, onde più volte a Giove

Fatt’ hai l’arme cader insieme, e l’ira

Cantando le superbe antiche prove,

Ch’Encelado, e Tifeo ancor sospira,

Sovente udirò, e quel, che più mi move,

Pose silenzio a la tua dolce lira,

Rompendo con mugiti aspri, e diversi

Divini detti, e non più uditi versi.

LXVIII.

Di giunchi allor fu la fiscella ordita,

Per le tue mani, e ’l sentier raro aperto

Al fero, che fra noi anco s’addite,

E presso il cascio in giro eguale, e certo:

E sì larga a Pastor porgesti aita,

Che grido n’avrà sempre il tuo gran merto:

E in ogni parte, dove il latte geli,

Non sia, che il tuo bel nome altri mai celi.

LXIX.

Ancor direi, ma troppo lungo fora

Quella selva sfrondar, ov’ io son messo,

Tu ’l fai, che qual verdeggia, e qual infiora

Le campagne del ciel rimiri spesso;

Or perchè al gran desio, che m’innamora

Giusto favor da te mi sia concesso;

Basti, che di Cirene il dolce foco

Qualche poco rimembri, e il tempo, e il loco.

LXX.

Parlava ancora, e parve si facesse

Minor del sol la luce alma, e serena,

E da’ bei raggi un lampo giù cadesse,

Come soglion cader, quando balena,

Che il cielo in un momento trascoresse,

Partendo sì, che si scorgesse appena,

Tal dal stellato manto ha per costume

Scuoter talor la notte un picciol lume.

LXXI.

Ardito amante, e timido divenne,

E due parti di sè far in un punto

Sentì Aristeo, quando il gran danno avvenne,

Che gli ebbe il cor di speme, e timor punto,

Perchè l’ali al disio spiegò, e ritenne

Dal freddo in uno, e dal calor compunto:

E parte uditi furo i suoi lamenti,

Parte per l’aria ne port[â]r i venti.

LXXII.

Al fin la speme discacciò il timore,

E da paura il cor gelato sciolse,

Che ardendo corse in signoria d’amore;

E tutti i suoi pensier drieto a lui volse:

E in breve spazio col fuggir de l’ore

Tanto di nuova fiamma in sè raccolse,

Che a l’ultime sue prove si dispose,

O di non viver più seco propose.

LXXIII.

Tesseva un cerchio leggiadretto, e lento,

Che legge prescrivesse al vago crine,

Quand’ei, fra l’onde d’or ferendo il vento,

Ondeggia, ed erra su le fresche brine,

La vaga Ninfa: ed ecco in un momento

Le campagne gridar a lei vicine,

Fuggi fiamma gentil degna d’Orfeo,

Fuggi da Pastor fiero, ecco Aristeo.

LXXIV.

Ella fuggendo, l’odorata pioggia,

Per che ’l grembo s’ avea tutto dipinto,

Di bella poscia in disusata foggia

Col crin mostrarsi i bei fiori avvinto,

Lascia cader: ed ove il fiume alloggia

Su lito un bosco giovanetto cinto

Di schietti allori, drizza pronto il piede,

E il cammin tien, che più impedito vede;

LXXV.

La sottil gonna in preda a i venti resta,

E col crine ondeggiando, addietro torna:

Ella più, ch’aura, o più, che strale, presta

Per l’odorata selva non soggiorna:

Tanto che il lito prende snella, e mesta,

Fatta per la paura assai più adorna:

Fende Aristeo la vagha selva anch’egli,

E la man parle aver entro i capegli.

LXXVI.

Tre volte innanti la man destra spinse

Per pigliar de le chiome il largo invito:

Tre volte il vento solamente strinse,

E restò lasso senza fin schernito:

Nè stanchesza però tardollo, o vinse,

Perchè tornasse il pensier suo fallito:

Anzi quanto mendico più si sente,

Tanto s’affretta, non che il corso allente.

LXXVII.

Come cervo talor fra l’acque chiuso,

O da purpuree penne cinto intorno,

Ben mille, vie ritenta al fuggir uso,

E quindi parte, e quinci fa ritorno,

E il veltro gira dietro a sè deluso,

E lunga pezza al Cacciator fa scorno;

Così al fuggir la bella Ninfa intenta,

Ogni aspra via per fua salute tenta.

LXXVIII.

Cinque giri finiro, ed altrettanti

Ordir di nuovo ritessendo il corso,

Anelando ambidui, ma molto avanti,

Ella pur fugge, e chiede al Rio soccorso;

Quando a l’uno il destin d’eterni pianti

Trovò cagione, a l’altra diè di morso

Nel fior de’ primi suoi giovanil anni,

Mentre fuggir d’amor credea gli affanni.

LXXIX.

Di nuova spoglia, e d’alto petto armato,

Quasi spiando l’alta ripa, al sole

Fischiava un angue con tre lingue, e il prato

Spargeva di veneno, e le viole.

Questi, noi vedend’ella (ahi duro fato):

Al bianco piè, che ancor mi pesa, e duole,

Avventandosi sè sì dura offesa,

Che diede fin a l’infelice impresa.

LXXX.

Che punta nel tallon, come fior colto

Langue repente, e perde ogni vigore;

Così la bella Euridice, nel volto,

Subito tinta di mortal colore,

Cadde su l’erba e le fu il viver tolto:

E spento il gel dell’indurato core;

Le valli empir di pianto, e gli alti monti

Le Ninfe vaghe, e i vaghi amici fonti.

LXXXI.

Pianse Rodope fin sotto l’estremo

Polo là, dove più distesa siede,

E di pianto acquistar alto, e supremo

Con Orion Orizia, ed Ebro siede,

Con cui Orfeo d’ogni sua gioia scemo

A pianger tristo, e misero si diede:

E le fiere, e gli augel con gran dolore

Si dolser seco in solo, e fresco orrore.

Indice Biblioteca Progetto Cinquecento

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 22 novembre 2008