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Edizione di riferimento:
Francesco Maria Molza, Delle poesie volgari e latine, corrette, illustrate ed accresciute, colla vita dell’autore scritta da Pierantonio Serassi, vol. I, Appresso Pietro Lancellotti, in Bergamo MDCCXLVII, con licenza dei superiori.
Se così dato a i vostri tempi Omero
Avesse il Ciel come v’ha fatta bella
A suo diletto, e degna d’alto impero,
Che al mondo conta l’una, e l’altra stella
Di voi facesse e il chiaro ingegno altero
Cantando alzasse in questa parte, e in quella:
Potreste tolta in sì vivaci carte
Sprezzar le incudi, li colori e l’arte.
Ma poichè in altra etade al mondo ei venne,
Di che potrebbe con ragion dolersi,
Però che a vostri dì più si convenne
L’alta eloquenza de’ suoi detti tersi,
Nè trovan di portarvi al ciel le penne
I nostri ingegni nè ben colti versi;
Sostenete, che v’orni il secol nostro,
Con quei modi ch’ ei puote oltra l’inchiostro.
E quel, che a Cesar piacque, ed a Marcello
Al fedel Bruto, a Paulo, ad Africano,
Che fero il secol lor fiorito, e bello
Con pronto ingegno, e con ardita mano,
A voi non spiaccia, sicchè col martello
Il secol desto dal valor sovrano
In marmi non v’ intagli, o in bei colori
Non vi distenda, e quanto può v’onori.
Neppur in color solo, o in marmo duro,
Si formi così caro, almo sembiante,
Ma in qualunque è dal tempo più sicuro
Saldo metallo, e insieme ogni diamante
Si facci molle oltra, l’usato, e puro,
E per costume impari per innante
Ogni pietra cedendo al divin raggio
Soffrir soave, ed onorato oltraggio.
Ben sete degna, a cui le ricche arene
Manifestino i fiumi, e scopran lieti
Le lor secrete, e più profonde vene;
E il mar benigno ogni furor v’acqueti,
E il corso a l’onde tempestose frene,
Sì che intoppo non fia, che ne divieti
Care gemme raccorre , in cui si stampi
Il viso ornato di celesti lampi.
Voi, sacre Ninfe, a cui non si disdice,
Veder sotterra, u’ giammai non s’aggiorna,
E de’ monti scorgete ogni radice,
Tutto quel, che di bel fra voi soggiorna,
Ricercando d’intorno ogni pendice,
Oro, e gemme, ond’ altrui tanto s’adorna,
Spargete, con vivace, e largo nembo
Fuor del terrestre spazioso grembo.
Nè materia si trovi in cui non creda
Suoi privilegi la natura a l’arte,
E l’una a l’altra guerreggiando ceda
Con piacevol tenzone in ogni parte
E questa, e quella volentier si veda
In pietra viva, e in ben fregiate carte,
E senza aver in ciò vittoria espressa,
Non sappia alcuna al fin sceglier sè stessa.
Quanto sarebbon di silenzio ingrato
Donne leggiadre eternamente cinte,
Perocchè in ogni età, sempre in un fiato
Non fur le Muse a le memorie accinte,
Se per opra di stil sì duro fato
Accorte, e saggie non avessin vinte,
E dotta man con artifizio egregio
Per darle vita non moveva il pregio
Mirate, quanto il mondo anco ragiona
De la immensa beltà di Faustina,
E come in ciascun luogo oggi risuona
Il nome di Mammea, e di Agrippina,
Cui fama eterna mai non abbandona
Ed ogni salda mente loro inchina,
Mercè de l’antich’opre, e marmi fidi,
Onde sempre n’avran lodati gridi.
Or se chi tanto d’ogni vostra lode
Perde, che appena col pensier v’arrive,
Di pregio eterno interamente gode,
E con sembiante, che sia sempre vivo,
Di ciò, che col passar de gli anni rode
Il tempo, speso rimaner fa privo;
Quai fien da voi, senza mai darle fine,
Fatte a morte, leggiadre alte rapine ?
Voi sola col valor, ch’ ogn’altra eccede
Di quante infin ad ora han fatto guerra
Al tempo, Donna acquisterete prede,
Che co’ begli occhi, che faranno in terra
De le cose del ciel mai sempre fede,
Posto d’ogni altra il vago andrà sotterra;
E sol vedrassi il vostro nome a volo
Da l’un piegarti infino a l’altro polo.
E come rivo, che nel vasto feno
Di maggior fiume il suo tesoro asconde,
Subito viene entro ’l gran letto meno
Accolto da possenti, e rapid’ onde,
E il nome perde, ancorchè dianzi pieno
Mormorando stringesse ambe le fronde,
Così fia a l’apparir del vostro volto
A tutte l’altre il grido, e il nome tolto.
Dunque dove beltà giunger solete
Benignamente a ciò, che vi s’appressa,
Dipinta ogni vaghezza altrui torrete,
Obbliando il costume di voi stessa,
Che l’alta mente, che celata avete,
Esser non può con mano, o stile espressa.
Non vengono in color, perch’altri il pensi,
Così cortesi, ed onorati sensi.
Ma qual fia mano avventurosa tanto,
Che per sì ardita impresa non paventi ?
Chi potrà chiuso in questo fragil manto
Soffrir dappresso le due luci ardenti,
E il bei viso leggiadro, onesto, e santo
Formar con gli occhi a la grand’opra intenti,
S’ella in parte non scemi il suo valore,
E cerchi di se stessa eaaer minore?
Tu, che lo stile con mirabil cura
Pareggi col martello; e la grandezza,
Che sola possedea già la scultura
A i color doni, e non minor vaghezza;
Sì che fuperba gir può la pittura
Solo per te salita a tanta altezza.
Con senno, onde n’apristi il bel secreto
Muovi pensoso a l’alta impresa, e lieto;
E credi, che più bello esempio il cielo
Cercando a parte a parte ogni sua idea,
Quel giorno non trovò, che del bel velo
Cinse quella terrena, e mortal Dea,
In cui versò pien d’amoroso zelo,
Quanto versar di ben qua giù potea;
Però, perch’ogni altezza indi trabocchi,
Parmi pur, che a te sol tal grazia tocchi.
E se superbo dopo morte Apelle
Al suo bel nome eterna gloria tesse,
Però ch’oltre le sue più rare, e belle
Opre, Alessandro in suoi colori espresse:
Onde sempre sarà chi ne favelle,
Mercè di lui, che a tanto onor l’elesse.
Perchè adunque il tuo merto or non sia tale,
Che conto ne diventi, ed immortale?
Vinse Alessandro il mondo, ma sè stesso
Vincer non seppe, se ben dritto guardo,
Che fu minor de le sue voglie spesso,
Veloce al mal talor vie più, che pardo;
Ma ’l chiaro Sol, a cui lunge, ed appresso,
Pien di casto desio languisca, ed ardo,
Vint’ha il mondo, e se stessa, ond’ ogni istoria
Far ne potria ben con ragion memoria.
A te d’ uopo non sia almen l’avviso,
Con ch’Elena formò saggio Pittore;
Però che in quel celeste, e chiaro viso
Ogn’arte consumò per farsi onore.
Il gran Re de le stelle, e il paradiso.
Spogliò per darle d’ogni bello il fiore,
Tal che in questa veder sola protrai,
Quante ne vide Apelle, o Zeusi mai.
Tien pur gli occhi com’ aquila in quel Sole,
Nè cercar altra aita al gran concetto,
Però che piover da bei raggi suole
Virtù, che toglie l’uom d’ogni difetto,
E perchè in un momento altri al ciel vole,
Basta i lumi fermar nel casto petto,
Con quest’ali potrai lieto, ed adorno
Far a te stesso, ed a natura scorno.
Per minor luce, se si puote assai
Di quella, a cui dianzi in fuga vanno
Bassi pensieri, ed angosciosi guai,
Armi i bei lumi, che sovente fanno
Invidia al sol con suoi pungenti rai,
E scemi la pietà con breve danno,
Le grazie al riso, a le parole il gioco,
Le nevi al petto, ed a le guance il foco.
E qual Giove talor in mortal vista
Le membra umane a sè compone e forma,
E d’esser guardian credenza acquista
Di qualche verde bosco, e dietro l’orma
di vaga Ninfa or gode, or si contrista
Di seguir presto a quanto amor l’informa,
Pur chi ben mira tosto il vero sorge,
E nel bel viso il grande impero scorge.
Tal voi, Donna gradita, e d’onor degna,
Quella virtù, con che ponete in bando
I tuoni, e le tempeste, che in voi regna,
Scemate io prego allora un poco, quando
Là v’è chi amare, e riverire insegna,
Giunto lo stil vedrete, acciò che errando
Troppo dal ver la dotta man non caggia,
E danno il mondo incomparabil n’aggia.
Pietà vi prenda, e de l’età vi doglia,
Che il suo pregio maggior anco non sente,
E la mia lingua a procacciar invoglia
Tanto il suo onor; acciocchè poi sovente
Si vegga dopo noi di dolce voglia
Altri ingombrare, e con sospiro ardente
Gridar: perchè non tenne in altro tempo
Ella più tardi, overo io più per tempo?
E poi soggiunga: o ben felice etade,
In cui sì bella Donna al mondo nacque,
E voi vie più felici alme contrade,
Ove a lei di menar sua vita piacque
Felicissime poi l’anime, e rade,
Che spesso il nido entraro, ov’ella giacque;
Ma molto più felice, a cui fu dato
Vederla, udirla, nel suo primo stato!
Questa è colei, che con sue fresche guance
Più volte fè, chi ne rassembra Iddio,
Librar le sue ragion con giusta lance,
E ruppe il corso al destin crudo, e rio,
Talchè a Cesar passò fra mille lance
D’ornar sì bella Donna alto disio,
Oltre il bel scettro, e il Regno le rspose,
Che a Varon piacque, e che gà Mario ascose,
Gridò più volte il Po, quest’onde, o Donna,
A te rivolgo, e il tuo bel nido impingo,
E le sponde, cui presso in trecce, e ’n gonna
Errar solevi, a te sola dipingo:
Or Liri per mio mal di te s’indonna,
Ed io piangendo il tuo ritorno fingo;
Lascia il Tevere, e ’l Liri, e a noi ritorna,
E l’Olio,e il Mincio, e il re de’ fiumi adorna,
Così gli onor di voi cercando a prova
Mosso da la vostr’alta alma sembianza,
Convien, che dopo voi il mondo mova.
Però lo stile agguagli la speranza,
E tu la via a tant’ onor ritrova
Impigra mano, e prendi alta baldanza,
Alzata dal favor de’ suoi bei rai,
Ove alzarti per te non potei mai.
E siccome talor di picciol verga
Ramosa selva si distende intorno,
Ed aure fresche in breve tempo alberga,
E il sol esclude dal suo bel soggiorno;
Così dietro a formar il mondo s’erga
Di mille esempi il chiaro viso adorno
E ’n gemme, e ’n marmo, e ’n bel metallo v’ami.
Ed ogni mano vi conosca, e brami.
Però voi, che più tardo al gelo, al caldo
Verrete, a cui si serva il chiaro nume
Allor che, tolto il Sol, ond’ io mi scaldo
Fra l’Anime beate a maggior lume,
Col piè godrassi eternamente saldo;
Lodate del buon Mastro il bel costume,
Ch’ebbe cura di voi, e vi fè giorno
Innanzi tempo, e lo vi sparse intorno.
E la vista di tai, che chiusa ancora
Il ciel devea tener più di mill’ anni,
Portò col vago stil di Lete fuora
Gran tempo innanzi, e mille gravi danni
Sgombrò da voi in breve spazio allora,
E le guance, i begli occhi, e ’l viso, e i panni
Formò per dare a le future etati
Vita, che il tempo antecedette, e i fati.
E chi sa, che le Muse allor più amiche
Non muovano a portar il sacro nome
Oltra le gravi Erculee fatiche?
E da quelle ch’or formi aurate chiome,
Nodo non caggia, ch’ogni cuor impliche?
E muova a ragionarle ridir come
Fu l’età nostra veramente d’oro,
Che fè tanta beltà comune a loro?
E se ’l cinabro [1], e la cerussa [2] forse
Appieno il vero non esprime in tutto,
Il ciel biasmate, che tropp’oltra corse,
Quando del parto il glorioso frutto
Con fortunate stelle in terra scorse;
Onde fu il mondo al primo onor ridutto,
E in men d’un palmo tanta gloria sparse,
Quanta in mill’anni in terra non apparse.
Or voi, giocondi, e pargoletti: amori,
O se Cipro vi tien lascivo, e molle,
O se di Gnido tra leggiadri fiori
Gite scherzando d’uno in altro colle,
E cercando al bel crin soavi odori,
In ozio vi godete oscuro, e folle,
Mentre si forman le fattezze conte,
Movete l’ali ad onorarlo pronte.
E tutti accinti a la bell’opra insieme,
Parte tempre i colori in duro sasso,
Parte gli strali scelti a l’alta speme
Prepari con soave, e lieve passo;
Altri, quando il calor ci stringe, e preme,
E l’aer nostro è più di freddo casso [3],
Con l’ali mova dolcemente l’aure,
Tal che il bel viso indi vigor ristaure.
Altri il buffo con mani ardite, e preste
Sparga di color bianchi, e persi, e gialli,
E perchè il formator vinto non reste
Da le divine membra, e in ciò non falli,
Qualche aita talor gli scopra, e preste;
Altri da freddi, e dilettosi calli,
Di cui mai tempre ogni calor s’arretre,
Rechin gravi di fior l’aspre faretre.
E in vece di pungenti, acuti strali
Spargan di rose una continua pioggia,
E imparin l’arme preste a i nostri mali
Versarne gioia in disusata foggia:
Poi con materni rami, ed immortali
Inducano al bel viso ombrosa loggia,
Cui sotto tolta con leggiadra pompa
Il gran disdetto finalmente rompa.
Nè perchè senza fren lieve, e fugace,
Disprezzi le saette, e insieme gli archi,
E serbi al freddo cor continua pace,
Movete pigri a farle onor, e parchi,
Però che quinci ogni più spenta face
Armar potrete, e de’ soavi incarchi
Gravar sicuri ogni anima gentile,
Dal Mar d’India correndo a quel di Tile.
Si vedran poscia altari, incensi, e voti
Sacrare all’onorata, e nobil alma:
E ’n più di mille tempj i Sacerdoti
De le cose divine aver la salma [4];
E consacri al bel nome inni, e devoti
Intiera darle d’ogni onor la palma:
Tanto potranno d’avversarie antiche
Fatte in un l’arte, e la natura amiche.
Dunque d’udire i nostri voti impari,
E il piegar lungo omai non prenda a scherno:
E mova da’ suoi raggi alteri, e chiari
Quella pietà, che dentro vi discerno:
Onde il tesor de’ suoi celesti, e rari
Doni dispensi col valor interno;
E fuor del corso de l’umane tempre
Se medesma rinnove a viver sempre.
Forse ancor fia, che Memfi, e chi già cinse
Di muri Anubi, e ricchi templi, e fregi
D’oro, e di gemme i mostri suoi distinse,
Per voi contenda d’artifici egregi.
E dove infino a qui nulla mai finse
Dal dì, che in lei mancar gli antichi pregi,
Ritorni al primo onor, col qual dia poi
Spirar (come già fece) a i segni suoi.
Parmi veder dopo mill’ anni a schiera
Da Pallade diletta, allor che a l’opra
Gran parte aggiugne de la notte, e spera
In breve riposar, dove s’adopra
Donna di senno, e di virture altera,
Acciocchè gli occhi il sonno lor non copra,
Spiegar de gli onor vostri una gran tela,
E quando il giorno ferve, o quando gela.
E dir lor, come in giovinetta scorza
Procella avversa non vi turba, o stanca:
Nè in voi, come talor per viva forza
Ad altri incontra, la virtude manca:
Al fin con alternar pioggia con orza,
Mostrarvi contra l’onde ognor più franca:
Intanto il picciol stuolo ardir riprende,
E vosco or sale ad alto, or mesto scende.
E fra tanti superbi, indegni oltraggi,
Che vede apparecchiarvi a la fortuna,
Ode memorar diversi aspri viaggi,
E di molte contrade il nome aduna:
E con la scorta de’ bei vostri raggi,
Quasi picciol barchetta, onda sì bruna
Avvinta al vostro travagliato legno
Passa di pietà colma, e di disdegno.
Così il favoleggiar lasciando, e il nome
Di Cerere, e di Palla il sonno inganna:
E gli occhi santi, e le dorate chiome,
Che fosco velo innanzi tempo appanna,
Spesso rimira, e par che dica: or come
Sì tolto a nere bende il ciel vi danna?
Se non che forse a tanto ben non trova
Oggi chi degnamente al mondo mova.
Io parlo a re, ne le cui man si chiude
La speme, che dappresso ne lusinga:
Se Vener sempre con le grazie ignude
Nè te tue forze amor lieto costringa,
E Vulcan stanchi a tuo voler l’incude,
E il vero avvivi ciò, che tu dipinga;
Leghi ora l’arte la tua gran virtute
Con natura, ti prego, in servitute.
Sì che di gir non cerchi oltra il suo dritto,
Sentendosi dal ver troppo lontana;
Assai fia ben, se stando entro il prescritto,
Ella sormonti oltra l’usanza umana,
Sì che poscia il mentir non le sia ascritto,
O faccia la tua man bugiarda, e vana,
Ma la colpa sia tutta (com’ è degno)
Di chi volò troppo alto e passò il segno.
Potrai ben, poscia espresso quel dolce oro
Ch’avrai, col dotto, ed onorato stile,
E le rose, e le nevi, e il bel tesoro
Di quei due lumi, con cui posto è vile,
Quanto in altro già mai degno lavoro
Natura, e il ciel ordiron di gentile;
Render le grazie a i Dei, e in ciascun tempio
Lasciar forma di te con chiaro esempio.
E in duro Grifo, che lontan dimostri
Ciò, che scritto v’avrà con larghe note,
Destar a dir di te li sacri inchiostri
Cosa, che per voltar de l’alte rote,
Con la vecchiezza, e il tempo di par giostri,
Alzando la tua gloria a quanto ir puote,
Questa de l’opra altera al fin ti resta,
E fia de i’ deti tuoi la somma questa.
Perchè la ’ve natura l’ali stese
Tessendo il suo più bello, e chiaro pegno,
Di girsen presto con nuova arte prese
Sebastiano ardire, a te l’ingegno
Sacrando, o Palla, con sua mano appese
Nel tempio suo di reverenza degno.
Gli stili, e li color, cui saggio or sprezza,
Per non pinger già mai minor bellezza.
Del bell’Idolo mio, ch’in terra adoro,
Canto l’umana, e la divina parte:
Che in quello aperto il suo nobil tesoro
Mostra colui, che ’l ciel regge, e comparte:
Nè a la ben nata gente al fecol d’oro,
Nè a l’alto impero del figliuol di Marte;
Ma quando prima l’universo mosse,
Costei, cred’io che ’n la sua mente fosse.
Costei, che suole ogni basso intelletto
Alzar ove per sè non potria gire;
E ch’io pur prego, acciocchè ’l santo petto
Dolce favore a la mia lingua spire:
Che se l’alto real cortese aspetto
Le rime agguaglia al mio ardente delire,
Parrà ancor forse questa rozza vena
Canto di Cigno, e voce di Sirena.
Già col bel volto, e con l’aurato grembo
Folgorava nel ciel la bella aurora;
E lo spargea d’un amoroso nembo,
Come suole il terren Favonio, e Flora:
E mille stelle al suo ceruleo lembo,
Al capo, al sen, che l’oriente infiora,
E al bel fianco di lei facean corona,
Qual nè a Poeta, o a Imperador li dona.
Quando, siccome a quel mio duce piacque,
Che sì spesso di voi meco si dole,
Nel gran fiume Latin in riva all’acque,
Nell’Isoletta del figliuol del Sole,
Vinto dal sonno ’l mio mortal si giacque
A l’ombra: ove fra l’erba, e le viole
Già, fermarti il bel piè quindi vicino,
Mirando in fronte il bel colle Aventino.
Era l’ombra gentil d’un lauro verde,
Il cui nome fra noi sì dolce suona:
E non tanto sua gloria si rinverde,
Perchè ciascun di lui brami corona,
Nè perchè al verno mai foglia non perde,
Nè teme ’l ciel, quando ’l gran Giove tuona;
Quanto perchè i tuoi rami fur soggetti
Al buon testor degli amorosi detti.
O felice ineffabile visione,
Se la memoria è in sua ragion sì forte,
Perchè a ridir in van cura si pone,
Quai m’ apersero il ciel benigne scorte?
Quel che ad ogn’altro più chiaro sermone
Ebbe a trar fuor d’error le genti accorte,
Acceso d’un eterno alto desio,
Tal fu rapito a la magion di Dio.
Quella interna vertù, che i sensi lega,
Con le man di pietà l’alma discioglie:
Di che nulla qua giù la volge, e piega,
Scarca di queste sue caduche spoglie,
Ed ogn’alto secreto aprir non niega
A lei, ch’avvampò ognor d’oneste voglie;
E novamente in bianca nube involta
Per disusata via l’ha a Dio rivolta.
Per un dolce silenzio umile, e queta
Tremando in foco al sommo ben sen giva:
Così già quell’antico alto Profeta
Sul carro ardente più, che fiamma viva,
Poggiò lì, dove corso di pianeta
Di verde spoglia il mondo unqua non priva:
O santa, o casta, poichè vostro sono,
Or qui prestate a le mie voci suono.
Già lasciando il bel cerchio della luna,
E ’l ciel secondo, e l’amorosa stella,
Scorse l’altre contrade ad una ad una,
Infin che giunse a la spera più bella;
U’ di tempo non teme o di fortuna
L’alma, ch’ivi una volta è fatta ancella;
E dove a lei, cui vergo or queste carte,
Si serba ancor la più beata parte.
Quivi l’alto motor di quella idea,
Che ’n la mente di lui via più risplende,
Prender esempio, e formar si vedea
Giovane bella: e tal vigor le rende
Che già la santa, e pargoletta dea
Sola con tutto ’l ciel pugna, e contende,
Chiaro mostrando ben, che ’l suo Fattore.
Pose ogni studio in lei per farsi onore.
Poi degli Angeli eletti, e di quel coro,
In cui più grazia, e più dolcezza piove,
Scelse il più vago, e ’l più degno di loro,
E lo congiunse a le bellezze nove:
Donna real, che sovra ogn’ altro onoro,
Mai non fia, che a lei pari al mondo trove;
Che sola è di virtude un vivo tempio,
E del valor del Re del Cielo esempio.
Poichè fu cinta l’anima gentile
Ne l’amorosa, e leggiadretta scorza;
Come ’l mondo s’allegra a mezzo Aprile,
Quando i tempi migliori acquistan forza,
Così del vago portamento umile,
Ch’ ogn’ aspro cor intenerire, e sforza,
Rise ogni cielo, e serenossi intorno,
E restò pieno il sol d’invidia, e scorno.
Io pur gli occhi mirando, onde non parte
Il mio cor mai, poichè li vidi in prima;
Mentre l’alte bellezze in quella parte,
Come stelle nel ciel, la mente stima,
Per ornarne dappoi sempre le carte,
E farle risonar per ogni clima;
Vidi specchiarsi in quel sembiante umano,
Tutto pensoso il buon Sebastiano.
Nè l’aspetto gentil attento, e fiso
Stava quel nuovo, e sì famoso Apelle;
E al lampeggiar dell’angelico riso,
E de le dolci matutine stelle
Parte del cor da sè stesso diviso:
Non già per tante creature belle,
Ch’eran luci minori intorno a lei;
Che ’nfiamma d’onestade uomini, e Dei.
Fortunato Pittor, che nella mente
Teco portasti dai stellati chiostri
Cosa, che più non vide umana gente,
Per far l’alto miracolo a dì nostri,
Che di sua vista il vago spirto ardente,
Stile mortal non farà poi che inoltri
Come sia scesa a provar caldo, e gelo,
Se prima non l’arà veduta in cielo.
Giunto che fu con la bell’opra al segno
Il pensier di colui, che tutto vede,
A natura donò sì nobil pegno
Per farla d’ogni ben del ciel erede:
E così volse il mio dolce ritegno
Gli omeri belli a la superna fede,
Lasciando ’l cielo, e sua dolce famiglia
Di valor scemo, e pien di meraviglia.
E già ’l sonno altamente al cor avea
Negli animali ogni virtù ristretta;
E col carro stellato il ciel volgea
L’alto Bifolco a mezza notte in fretta:
Quando quaggiù dai bei luoghi scendea
Questa leggiadra, e candida angioletta,
Per salvarne in gli assalti di fortuna
Col bel oprar, di che sempre è digiuna.
Non più chiara splendea di santo ardore
La notte, che nel mondo anco sfavilla,
Quando venne fra noi l’eterno amore
A illuminar il canto di Sibilla:
Di quest’una, ch’aperse il nobil fiore,
Ch’è a Dio feconda obbediente ancilla;
Che nata a pena, rimirando intorno,
Fè la notte più bella assai, che ’l giorno.
Il Mincio, e l’Oglio, e i suoi dolci vicini
Tosto portaro al Po l’alta novella,
Di che ’l superbo alzò gli umidi crini,
Nè tacer volle il bel nome di quella.
Onde tutte le Ninfe in quei confini
Liete, ch’Italia pur sarà ancor bella,
Sen giro con mill’altre anime chiare,
Giulia, Giulia cantando infin al mare.
E mille volte in quella etate acerba
Amor, ch’oggi è per lei sì ricco, e grande,
Sovra l’onde real di fiori, e d’erba
Le fece di sua man seggi, e ghirlande:
E disse a questa altro regno si serba,
Altro onor che nel mondo or non si spande,
Là, ’ve saran le sue grazie divine
Roma felice, e le genti Latine.
E fu ben ver, che non dopo molt’anni
Col bel Lazio cangiò suo dolce nido:
Or qui la fama al volo addoppi i vanni,
Ed agguagli col vero il chiaro grido:
Che sì bella giammai non vestì panni,
Come questa, d’onor albergo fido,
E tanto par ch’ognor se stessa avanzi,
Quanto l’altre avanzar solea pur dianzi.
Che se ’n ciel spiega il sol gli eterni rai,
E questa in terra le sue belle chiome;
Non pur l’ambra con l’or vint’è d’assai,
Ma toglie a quello ogni vittoria, e ’l nome:
Questo è quel crespo laccio, in ch’io mirai
Far dolce nodo a le mie care some:
Or dite voi, che ’l terzo ciel godete,
Se vi è d’amor così leggiadra rete.
E chi non sa quanta dolcezza Iddio
Con la sua vista ne’ beati infonda;
E chi brama avvampar d’un bel desio,
Che bellezza del ciel non se gli asconda;
Miri di lei, per cui tutt’altre obblio
Presso a la chioma inanellata, e bionda
Quella fronte di grazia, e d’amor piena,
Più che ’l sol chiara, e più che ’l ciel serena.
Sotto le pure sue tranquille ciglia
Gli occhi sì dolce, e si soave gira,
Che fa tremar di nobil meraviglia:
Ed in noi cria valor, quando ci mira.
O santi lumi, a cui nulla somiglia:
Beato al mondo chi per voi sospira!
E chi una volta in sì bel foco è preso
Resta contento, e di voi sempre acceso.
Questa è la luce, a cui tal si diventa
Stando in lei, come al sol l’uccel di Giove:
Che possibil non è, che si consenta
Per altro oggetto mai volgerli altrove;
Questa raccende ogni allegrezza spenta,
E mille alti desir nel petto move;
Perchè ’l vigor de le due stelle accorte
Può far beata ogni infelice sorte.
Ma tu, che spesso d’un celeste lume
M’incendi, e struggi, in quei begli occhi amore,
E di lei cerchi battendo le piume
Le belle parti ognor dentro, e di fuore:
Perchè, come ad ogn’altro hai per costume,
Non però mai te le appressasti al core?
E pur, quando tant’ alme le donasti,
Dicesti girvi e ancor mai non v’andasti.
Quando passò per l’amorosa spera
Questa, che tanto la mia penna onora;
Rosa, che qui non ha mai primavera,
Colse la donna, che la su’ dimora:
E le guance adornolle in tal maniera,
Che men bella dal ciel scese l’aurora:
Ed a lei disse, o mio sommo desio,
Questa al mondo depinse il sangue mio.
Col suo foco soave i’ cori incende
La dolce bocca, più ch’io non diviso:
E da i santi sospir vaghezza prende
L’aer d’intorno, e dal soave riso,
Che verde maggio a mezzo ’l verno rende,
Ed apre, e chiude in terra ’l paradiso:
Quivi si forman quei beati accenti
Fra bianche perle, e bei rubini ardenti.
Quinci ne copre il vago abito onesto
E mostra in parte il bel giovenil petto,
Che può sol addolcir il mio cor mesto,
Nè gli tolle il bel velo il suo diletto
Che ’l pensier a mirar sempre sì presto,
Lo fa di quello ognor dolce ricetto:
Così potess’io ben cantar a pieno
L’alto valor dell’angelico seno.
Perchè non sol coi begli occhi legasti,
E facesti geloso il secol nostro,
Ma con saggi discorsi, e pensier casti,
Ch’è la parte miglior del petto vostro;
E di sì bella spoglia indi l’ornasti,
Che bisogno non ha di perle, o d’ostro;
Com’anco uopo non è d’altro monile,
Per far più vago il bel collo gentile.
E se sparte di gemme or non portate
Le santissime man, che Dio tant’ama;
Che pose tutte l’altre in povertate,
Sol per quelle arrichir d’eterna fama;
Ragion è ben, che la sua puritate
Ornamento mortal non chiede, o brama:
Ma più che gemme, e d’or, vuol che s’apprezze
Di beltà natural vive ri[c]chezze.
De le belle leggiadre, e crude braccia,
Che di candor han già l’avorio stanco,
Non è chi scampi, o chi difesa faccia,
E nel suo regno amor fa venir manco;
E quando ’l giorno avvampa, e quando agghiaccia
Col pargoletto piè tenero, e bianco,
Ove tocca, ove preme, ove soggiorna,
Di mille fiori il bel terreno adorna.
Or quel, ch’ amor di sua bella persona
In cor descrive, e agli occhi asconde, e cela;
E ciò che ne la mente mi ragiona,
E con caldi sospir chiaro rivela,
Di mostrarlo ad altrui poi non mi dona:
Ma con le piume i cari membri vela;
E tante grazie in sì bel corpo sparte
Son di sue lodi pur la minor parte.
Che quelli alti costumi onesti, e santi,
E il parlar saggio, e i cari atti soavi,
Di che sola fra noi par che si vanti,
Aprono il cor con ingegnose chiavi;
E fan gioir mille cortesi amanti,
Disgombrando le cure acerbe, e gravi;
Ch’ appo lei non può star anima trista:
Tant’ è ’l valor de la sua dolce vista.
Io da quel dì, che ’n voi le luci apersi,
Ho del mio seno ogni viltà sbandita,
E mirando quei tanti, e sì diversi
Doni rari celesti, amor m’invita
Con la lingua, e col cor chiuder in versi
L’Istoria, c’ho di lor gran tempo ordita,
Che più si converrebbe a chi gli scrisse
L’ira d’Achille, e i longhi error d’Ulisse.
Che i bei fregi non d’altra, e proprj vostri,
Che portaste con l’alma, ond’ella uscìo,
Veggo ben, che dei stanchi omeri nostri
Peso non son: ma quel che non poss’io,
Forse ’l farà con più lodati inchiostri
L’onor del mio bel nido almo natio;
Già con Apollo, e Clio gran tempo usato
Girsen cantando in stile alto, ed ornato.
Onde la vostra invitta, alma onestate,
E quell’altre invisibili immortali
Celesti forme, di che ’l cor armate,
Che spunta poi tanti amorosi strali;
E quella saggia pura alma bontate,
Che ’l mondo sgombra d’infiniti mali,
Tessute in verso più leggiadro e raro
Faranno un lungo scorno al tempo avaro.
Or mentre che in Parnaso egli si vanta
Lunge de Lete, e dal mondano errore
Coglier per voi quell’onorata pianta,
Poichè da me fu desto a farvi onore
Venere, e ’l figlio, e la milizia santa,
Che qua gli nacque del sangue d’ amore,
Tolga agli anni di man l’empio governo,
E venga a far con voi la state, e ’l verno.
E a piè d’un mirto, o d’un beato alloro,
Sovra le rive d’una chiara fonte,
Risponde Eco di Ninfe, a un nobil coro,
Ch’udir si fa tra la marina, e ’l monte:
E voi, che sete un sole a mezzo loro,
Talor bagnando l’onorata fronte
Lodate qualitate al picciol fiume
Or col bel viso, or col soave lume.
In questi luochi avventurosi, e fidi,
Ov’anco indignità non pose un’ orma,
Come avvien, che talor incendi, e guidi
Amor un’alma, in cui virtù non dorma,
Così dopo cercar diversi lidi
Ad onorar questa leggiadra forma
Condusser tutti i lumi erranti, e fissi,
Quel chiaro Zeusi, di cui sopra dissi.
Or tu, che fosti al grand’ufficio eletto
Con l’ingegno, e lo stile, e con la mano,
A far di tutti i volti il più perfetto,
E che vincesse ogni pensier umano,
Lascia da parte ogni men bel soggetto:
Vedi ben, quanto è ogn’altro a lui lontano:
Che la strada d’onor ci mostra aperta,
E n’apporta del ciel vittoria certa.
E con quell’arte, di che solo onori
Il tempo nostro, e lo fai vago, e bello.
Con nuovo uso agguagliando i tuoi colori
A le forze d’incudi, e di martello,
Or coronati di novelli fiori,
Gir col fianco appoggiata a un arboscello,
E ’n mille altre maniere, e ’n treccia, e ’n gonna
Forma l’altera, e glorïosa donna.
Così mercè di quella mia speranza
Sprezzerai poi del tempo i lunghi assalti:
Perchè mirando l’alta sua sembianza,
Che può far sol con l’ombre i cor di smalti,
Alcun talora prenderà baldanza
Di dir fra suoi pensier leggiadri, ed alti,
Veramente ebbe questo amiche stelle,
Che sì ben finse il fior dell’altre belle.
O s’un giorno dappresso in qualche piaggia
Miri i santi atti schifi il gran Scultore,
E lei conversa indietro accorta, e saggia
Gir con quegli occhi a ritrovare il core:
Perchè sempre in onore il mondo l’aggia,
Spenderà tutti in questo i giorni, e l’ore,
E i magnanimi Re del Tebro, e d’Arno,
I gran sepolcri aspetteranno indarno.
E nel suo volto riguardando un poco,
Altra cosa mirar più non gli calse;
E ’n cor sentì destarsi un nobil foco,
Ch’a ritornarlo nella mente valse
Che già l’avea veduta in altro loco,
E ancor tenea l’ immagini non false,
Dove prima l’impresse un bel pensiero,
Quando seco fu già sì presso al vero.
Onde diede principio a l’alta impresa,
E natura lo stile in man gli porse,
E l’arte d’un gentil desir accesa
Gli occhi dal bel lavoro unqua non torse:
E chi di loro avea più, l’altra offesa,
Amore, e ’l vero a gran pena s’accorse:
Perchè ciascuna avea toccato ’l segno,
Ove giugner non puote umano ingegno.
Questa con onestate, e cortesia,
E co’ raggi d’amor i cor feriva:
Quella con non veduta leggiadria
Dolce negli atti, e realmente schiva;
Onde doppia dolcezza in me sentia,
Sì come fosse l’una, e l’altra viva:
Di lor veggendo (e ’l rimembrar mi giova)
Farsi più bello ogni elemento a prova.
E fu sì del piacer l’anima vinta,
E de la nova sua dolcezza onesta,
Che l’alta fantasia rimase estinta,
Come persona, che per forza è desta;
Onde sciolta dal sonno, in ch’era avvinta,
Si ritrovò nella terrena vesta,
Ma restò poi di sè gran tempo fuore,
Piena di dolce inusitato orrore.
E stimato sarà beato ancora
Chi di servir a lei si farà degno:
Io che non vidi riposato un’ora
Gran tempo ai colpi di fortuna segno,
Or lei sprezzando, e del suo regno fora,
Non è più, che mi offenda ira, nè sdegno,
Poichè mi fè del suo numero eletto
La bella donna, che mi scalda il petto.
Questa è la mia fidata, e cara Duce,
Che d’ogni alta virtute in cima siede:
Questa è la Musa mia, che mi conduce
A poner spesso in Elicona il piede:
E se l'alma a soffrir mai tanta luce
Sarà, possente, e farne al mondo fede;
Fia lungamente in più famosa Istoria
Angel novo qua giù di voi memoria.
Note
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[1] cinabro: dall’arabo kinnabari: composto di zolfo e di mercurio naturale o artificiale, d’un bel colore rosso. In poesia rappresentano le labbra.
[2] cerussa: biacca, cioè carbonato di piombo. un tempo usato come belletto.
[3] casso: privo. Quando l’aria è più priva di freddo, cioè: quando l’aria è più calda (preziosismo un po’ forzato).
[4] aver la salma: avere il peso, la responsabilità
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