Francesco Maria Molza

Modena, 18 giugno 1489 – Modena, 28 febbraio1544

Le Elegantissime stanze

Sopra il ritratto della signora Giulia Gonzaga

Edizione di riferimento:

Francesco Maria Molza, Delle poesie volgari e latine, corrette, illustrate ed accresciute, colla vita dell’autore scritta da Pierantonio Serassi, vol. I, Appresso Pietro Lancellotti, in Bergamo MDCCXLVII, con licenza dei superiori.

Le Elegantissime stanze

Sopra il ritratto della signora Giulia Gonzaga

parte prima

I.

Se così dato a i vostri tempi Omero

Avesse il Ciel come v’ha fatta bella

A suo diletto, e degna d’alto impero,

Che al mondo conta l’una, e l’altra stella

Di voi facesse e il chiaro ingegno altero

Cantando alzasse in questa parte, e in quella:

Potreste tolta in sì vivaci carte

Sprezzar le incudi, li colori e l’arte.

II.

Ma poichè in altra etade al mondo ei venne,

Di che potrebbe con ragion dolersi,

Però che a vostri dì più si convenne

L’alta eloquenza de’ suoi detti tersi,

Nè trovan di portarvi al ciel le penne

I nostri ingegni nè ben colti versi;

Sostenete, che v’orni il secol nostro,

Con quei modi ch’ ei puote oltra l’inchiostro.

III.

E quel, che a Cesar piacque, ed a Marcello

Al fedel Bruto, a Paulo, ad Africano,

Che fero il secol lor fiorito, e bello

Con pronto ingegno, e con ardita mano,

A voi non spiaccia, sicchè col martello

Il secol desto dal valor sovrano

In marmi non v’ intagli, o in bei colori

Non vi distenda, e quanto può v’onori.

IV.

Neppur in color solo, o in marmo duro,

Si formi così caro, almo sembiante,

Ma in qualunque è dal tempo più sicuro

Saldo metallo, e insieme ogni diamante

Si facci molle oltra, l’usato, e puro,

E per costume impari per innante

Ogni pietra cedendo al divin raggio

Soffrir soave, ed onorato oltraggio.

V.

Ben sete degna, a cui le ricche arene

Manifestino i fiumi, e scopran lieti

Le lor secrete, e più profonde vene;

E il mar benigno ogni furor v’acqueti,

E il corso a l’onde tempestose frene,

Sì che intoppo non fia, che ne divieti

Care gemme raccorre , in cui si stampi

Il viso ornato di celesti lampi.

VI.

Voi, sacre Ninfe, a cui non si disdice,

Veder sotterra, u’ giammai non s’aggiorna,

E de’ monti scorgete ogni radice,

Tutto quel, che di bel fra voi soggiorna,

Ricercando d’intorno ogni pendice,

Oro, e gemme, ond’ altrui tanto s’adorna,

Spargete, con vivace, e largo nembo

Fuor del terrestre spazioso grembo.

VII.

Nè materia si trovi in cui non creda

Suoi privilegi la natura a l’arte,

E l’una a l’altra guerreggiando ceda

Con piacevol tenzone in ogni parte

E questa, e quella volentier si veda

In pietra viva, e in ben fregiate carte,

E senza aver in ciò vittoria espressa,

Non sappia alcuna al fin sceglier sè stessa.

VIII.

Quanto sarebbon di silenzio ingrato

Donne leggiadre eternamente cinte,

Perocchè in ogni età, sempre in un fiato

Non fur le Muse a le memorie accinte,

Se per opra di stil sì duro fato

Accorte, e saggie non avessin vinte,

E dotta man con artifizio egregio

Per darle vita non moveva il pregio

IX.

Mirate, quanto il mondo anco ragiona

De la immensa beltà di Faustina,

E come in ciascun luogo oggi risuona

Il nome di Mammea, e di Agrippina,

Cui fama eterna mai non abbandona

Ed ogni salda mente loro inchina,

Mercè de l’antich’opre, e marmi fidi,

Onde sempre n’avran lodati gridi.

X.

Or se chi tanto d’ogni vostra lode

Perde, che appena col pensier v’arrive,

Di pregio eterno interamente gode,

E con sembiante, che sia sempre vivo,

Di ciò, che col passar de gli anni rode

Il tempo, speso rimaner fa privo;

Quai fien da voi, senza mai darle fine,

Fatte a morte, leggiadre alte rapine ?

XI.

Voi sola col valor, ch’ ogn’altra eccede

Di quante infin ad ora han fatto guerra

Al tempo, Donna acquisterete prede,

Che co’ begli occhi, che faranno in terra

De le cose del ciel mai sempre fede,

Posto d’ogni altra il vago andrà sotterra;

E sol vedrassi il vostro nome a volo

Da l’un piegarti infino a l’altro polo.

XII.

E come rivo, che nel vasto feno

Di maggior fiume il suo tesoro asconde,

Subito viene entro ’l gran letto meno

Accolto da possenti, e rapid’ onde,

E il nome perde, ancorchè dianzi pieno

Mormorando stringesse ambe le fronde,

Così fia a l’apparir del vostro volto

A tutte l’altre il grido, e il nome tolto.

XIII.

Dunque dove beltà giunger solete

Benignamente a ciò, che vi s’appressa,

Dipinta ogni vaghezza altrui torrete,

Obbliando il costume di voi stessa,

Che l’alta mente, che celata avete,

Esser non può con mano, o stile espressa.

Non vengono in color, perch’altri il pensi,

Così cortesi, ed onorati sensi.

XIV.

Ma qual fia mano avventurosa tanto,

Che per sì ardita impresa non paventi ?

Chi potrà chiuso in questo fragil manto

Soffrir dappresso le due luci ardenti,

E il bei viso leggiadro, onesto, e santo

Formar con gli occhi a la grand’opra intenti,

S’ella in parte non scemi il suo valore,

E cerchi di se stessa eaaer minore?

XV.

Tu, che lo stile con mirabil cura

Pareggi col martello; e la grandezza,

Che sola possedea già la scultura

A i color doni, e non minor vaghezza;

Sì che fuperba gir può la pittura

Solo per te salita a tanta altezza.

Con senno, onde n’apristi il bel secreto

Muovi pensoso a l’alta impresa, e lieto;

XVI.

E credi, che più bello esempio il cielo

Cercando a parte a parte ogni sua idea,

Quel giorno non trovò, che del bel velo

Cinse quella terrena, e mortal Dea,

In cui versò pien d’amoroso zelo,

Quanto versar di ben qua giù potea;

Però, perch’ogni altezza indi trabocchi,

Parmi pur, che a te sol tal grazia tocchi.

XVII.

E se superbo dopo morte Apelle

Al suo bel nome eterna gloria tesse,

Però  ch’oltre le sue più rare, e belle

Opre, Alessandro in suoi colori espresse:

Onde sempre sarà chi ne favelle,

Mercè di lui, che a tanto onor l’elesse.

Perchè adunque il tuo merto or non sia tale,

Che conto ne diventi, ed immortale?

XVIII.

Vinse Alessandro il mondo, ma sè stesso

Vincer non seppe, se ben dritto guardo,

Che fu minor de le sue voglie spesso,

Veloce al mal talor vie più, che pardo;

Ma ’l chiaro Sol, a cui lunge, ed appresso,

Pien di casto desio languisca, ed ardo,

Vint’ha il mondo, e se stessa, ond’ ogni istoria

Far ne potria ben con ragion memoria.

XIX.

A te d’ uopo non sia almen l’avviso,

Con ch’Elena formò saggio Pittore;

Però che in quel celeste, e chiaro viso

Ogn’arte consumò per farsi onore.

Il gran Re de le stelle, e il paradiso.

Spogliò per darle d’ogni bello il fiore,

Tal che in questa veder sola protrai,

Quante ne vide Apelle, o Zeusi mai.

XX.

Tien pur gli occhi com’ aquila in quel Sole,

Nè cercar altra aita al gran concetto,

Però che piover da bei raggi suole

Virtù, che toglie l’uom d’ogni difetto,

E perchè in un momento altri al ciel vole,

Basta i lumi fermar nel casto petto,

Con quest’ali potrai lieto, ed adorno

Far a te stesso, ed a natura scorno.

XXI.

Per minor luce, se si puote assai

Di quella, a cui dianzi in fuga vanno

Bassi pensieri, ed angosciosi guai,

Armi i bei lumi, che sovente fanno

Invidia al sol con suoi pungenti rai,

E scemi la pietà con breve danno,

Le grazie al riso, a le parole il gioco,

Le nevi al petto, ed a le guance il foco.

XXII.

E qual Giove talor in mortal vista

Le membra umane a sè compone e forma,

E d’esser guardian credenza acquista

Di qualche verde bosco, e dietro l’orma

di vaga Ninfa or gode, or si contrista

Di seguir presto a quanto amor l’informa,

Pur chi ben mira tosto il vero sorge,

E nel bel viso il grande impero scorge.

XXIII.

Tal voi, Donna gradita, e d’onor degna,

Quella virtù, con che ponete in bando

I tuoni, e le tempeste, che in voi regna,

Scemate io prego allora un poco, quando

Là v’è chi amare, e riverire insegna,

Giunto lo stil vedrete, acciò che errando

Troppo dal ver la dotta man non caggia,

E danno il mondo incomparabil n’aggia.

XXIV.

Pietà vi prenda, e de l’età vi doglia,

Che il suo pregio maggior anco non sente,

E la mia lingua a procacciar invoglia

Tanto il suo onor; acciocchè poi sovente

Si vegga dopo noi di dolce voglia

Altri ingombrare, e con sospiro ardente

Gridar: perchè non tenne in altro tempo

Ella più tardi, overo io più per tempo?

XXV.

E poi soggiunga: o ben felice etade,

In cui sì bella Donna al mondo nacque,

E voi vie più felici alme contrade,

Ove a lei di menar sua vita piacque

Felicissime poi l’anime, e rade,

Che spesso il nido entraro, ov’ella giacque;

Ma molto più felice, a cui fu dato

Vederla, udirla, nel suo primo stato!

XXVI.

Questa è colei, che con sue fresche guance

Più volte fè, chi ne rassembra Iddio,

Librar le sue ragion con giusta lance,

E ruppe il corso al destin crudo, e rio,

Talchè a Cesar passò fra mille lance

D’ornar sì bella Donna alto disio,

Oltre il bel scettro, e il Regno le rspose,

Che a Varon piacque, e che gà Mario ascose,

XXVII.

Gridò più volte il Po, quest’onde, o Donna,

A te rivolgo, e il tuo bel nido impingo,

E le sponde, cui presso in trecce, e ’n gonna

Errar solevi, a te sola dipingo:

Or Liri per mio mal di te s’indonna,

Ed io piangendo il tuo ritorno fingo;

Lascia il Tevere, e ’l Liri, e a noi ritorna,

E l’Olio,e il Mincio, e il re de’ fiumi adorna,

XXVIII.

Così gli onor di voi cercando a prova

Mosso da la vostr’alta alma sembianza,

Convien, che dopo voi il mondo mova.

Però lo stile agguagli la speranza,

E tu la via a tant’ onor ritrova

Impigra mano, e prendi alta baldanza,

Alzata dal favor de’ suoi bei rai,

Ove alzarti per te non potei mai.

XXIX.

E siccome talor di picciol verga

Ramosa selva si distende intorno,

Ed aure fresche in breve tempo alberga,

E il sol esclude dal suo bel soggiorno;

Così dietro a formar il mondo s’erga

Di mille esempi il chiaro viso adorno

E ’n gemme, e ’n marmo, e ’n bel metallo v’ami.

Ed ogni mano vi conosca, e brami.

XXX.

Però voi, che più tardo al gelo, al caldo

Verrete, a cui si serva il chiaro nume

Allor che, tolto il Sol, ond’ io mi scaldo

Fra l’Anime beate a maggior lume,

Col piè godrassi eternamente saldo;

Lodate del buon Mastro il bel costume,

Ch’ebbe cura di voi, e vi fè giorno

Innanzi tempo, e lo vi sparse intorno.

XXXI.

E la vista di tai, che chiusa ancora

Il ciel devea tener più di mill’ anni,

Portò col vago stil di Lete fuora

Gran tempo innanzi, e mille gravi danni

Sgombrò da voi in breve spazio allora,

E le guance, i begli occhi, e ’l viso, e i panni

Formò per dare a le future etati

Vita, che il tempo antecedette, e i fati.

XXXII.

E chi sa, che le Muse allor più amiche

Non muovano a portar il sacro nome

Oltra le gravi Erculee fatiche?

E da quelle ch’or formi aurate chiome,

Nodo non caggia, ch’ogni cuor impliche?

E muova a ragionarle ridir come

Fu l’età nostra veramente d’oro,

Che fè tanta beltà comune a loro?

XXXIII.

E se ’l cinabro [1], e la cerussa [2] forse

Appieno il vero non esprime in tutto,

Il ciel biasmate, che tropp’oltra corse,

Quando del parto il glorioso frutto

Con fortunate stelle in terra scorse;

Onde fu il mondo al primo onor ridutto,

E in men d’un palmo tanta gloria sparse,

Quanta in mill’anni in terra non apparse.

XXXIV.

Or voi, giocondi, e pargoletti: amori,

O se Cipro vi tien lascivo, e molle,

O se di Gnido tra leggiadri fiori

Gite scherzando d’uno in altro colle,

E cercando al bel crin soavi odori,

In ozio vi godete oscuro, e folle,

Mentre si forman le fattezze conte,

Movete l’ali ad onorarlo pronte.

XXXV.

E tutti accinti a la bell’opra insieme,

Parte tempre i colori in duro sasso,

Parte gli strali scelti a l’alta speme

Prepari con soave, e lieve passo;

Altri, quando il calor ci stringe, e preme,

E l’aer nostro è più di freddo casso [3],

Con l’ali mova dolcemente l’aure,

Tal che il bel viso indi vigor ristaure.

XXXVI.

Altri il buffo con mani ardite, e preste

Sparga di color bianchi, e persi, e gialli,

E perchè il formator vinto non reste

Da le divine membra, e in ciò non falli,

Qualche aita talor gli scopra, e preste;

Altri da freddi, e dilettosi calli,

Di cui mai tempre ogni calor s’arretre,

Rechin gravi di fior l’aspre faretre.

XXXVII.

E in vece di pungenti, acuti strali

Spargan di rose una continua pioggia,

E imparin l’arme preste a i nostri mali

Versarne gioia in disusata foggia:

Poi con materni rami, ed immortali

Inducano al bel viso ombrosa loggia,

Cui sotto tolta con leggiadra pompa

Il gran disdetto finalmente rompa.

XXXVIII.

Nè perchè senza fren lieve, e fugace,

Disprezzi le saette, e insieme gli archi,

E serbi al freddo cor continua pace,

Movete pigri a farle onor, e parchi,

Però che quinci ogni più spenta face

Armar potrete, e de’ soavi incarchi

Gravar sicuri ogni anima gentile,

Dal Mar d’India correndo a quel di Tile.

XXXIX.

Si vedran poscia altari, incensi, e voti

Sacrare all’onorata, e nobil alma:

E ’n più di mille tempj i Sacerdoti

De le cose divine aver la salma [4];

E consacri al bel nome inni, e devoti

Intiera darle d’ogni onor la palma:

Tanto potranno d’avversarie antiche

Fatte in un l’arte, e la natura amiche.

XL.

Dunque d’udire i nostri voti impari,

E il piegar lungo omai non prenda a scherno:

E mova da’ suoi raggi alteri, e chiari

Quella pietà, che dentro vi discerno:

Onde il tesor de’ suoi celesti, e rari

Doni dispensi col valor interno;

E fuor del corso de l’umane tempre

Se medesma rinnove a viver sempre.

XLI.

Forse ancor fia, che Memfi, e chi già cinse

Di muri Anubi, e ricchi templi, e fregi

D’oro, e di gemme i mostri suoi distinse,

Per voi contenda d’artifici egregi.

E dove infino a qui nulla mai finse

Dal dì, che in lei mancar gli antichi pregi,

Ritorni al primo onor, col qual dia poi

Spirar (come già fece) a i segni suoi.

XLII.

Parmi veder dopo mill’ anni a schiera

Da Pallade diletta, allor che a l’opra

Gran parte aggiugne de la notte, e spera

In breve riposar, dove s’adopra

Donna di senno, e di virture altera,

Acciocchè gli occhi il sonno lor non copra,

Spiegar de gli onor vostri una gran tela,

E quando il giorno ferve, o quando gela.

XLIII.

E dir lor, come in giovinetta scorza

Procella avversa non vi turba, o stanca:

Nè in voi, come talor per viva forza

Ad altri incontra, la virtude manca:

Al fin con alternar pioggia con orza,

Mostrarvi contra l’onde ognor più franca:

Intanto il picciol stuolo ardir riprende,

E vosco or sale ad alto, or mesto scende.

XLIV.

E fra tanti superbi, indegni oltraggi,

Che vede apparecchiarvi a la fortuna,

Ode memorar diversi aspri viaggi,

E di molte contrade il nome aduna:

E con la scorta de’ bei vostri raggi,

Quasi picciol barchetta, onda sì bruna

Avvinta al vostro travagliato legno

Passa di pietà colma, e di disdegno.

XLV.

Così il favoleggiar lasciando, e il nome

Di Cerere, e di Palla il sonno inganna:

E gli occhi santi, e le dorate chiome,

Che fosco velo innanzi tempo appanna,

Spesso rimira, e par che dica: or come

Sì tolto a nere bende il ciel vi danna?

Se non che forse a tanto ben non trova

Oggi chi degnamente al mondo mova.

XLVI.

Io parlo a re, ne le cui man si chiude

La speme, che dappresso ne lusinga:

Se Vener sempre con le grazie ignude

Nè te tue forze amor lieto costringa,

E Vulcan stanchi a tuo voler l’incude,

E il vero avvivi ciò, che tu dipinga;

Leghi ora l’arte la tua gran virtute

Con natura, ti prego, in servitute.

XLVII.

Sì che di gir non cerchi oltra il suo dritto,

Sentendosi dal ver troppo lontana;

Assai fia ben, se stando entro il prescritto,

Ella sormonti oltra l’usanza umana,

Sì che poscia il mentir non le sia ascritto,

O faccia la tua man bugiarda, e vana,

Ma la colpa sia tutta (com’ è degno)

Di chi volò troppo alto e passò il segno.

XLVIII.

Potrai ben, poscia espresso quel dolce oro

Ch’avrai, col dotto, ed onorato stile,

E le rose, e le nevi, e il bel tesoro

Di quei due lumi, con cui posto è vile,

Quanto in altro già mai degno lavoro

Natura, e il ciel ordiron di gentile;

Render le grazie a i Dei, e in ciascun tempio

Lasciar forma di te con chiaro esempio.

XLIX.

E in duro Grifo, che lontan dimostri

Ciò, che scritto v’avrà con larghe note,

Destar a dir di te li sacri inchiostri

Cosa, che per voltar de l’alte rote,

Con la vecchiezza, e il tempo di par giostri,

Alzando la tua gloria a quanto ir puote,

Questa de l’opra altera al fin ti resta,

E fia de i’ deti tuoi la somma questa.

L.

Perchè la ’ve natura l’ali stese

Tessendo il suo più bello, e chiaro pegno,

Di girsen presto con nuova arte prese

Sebastiano ardire, a te l’ingegno

Sacrando, o Palla, con sua mano appese

Nel tempio suo di reverenza degno.

Gli stili, e li color, cui saggio or sprezza,

Per non pinger già mai minor bellezza.

PARTE SECONDA.

Tratta dalle Stanze di diversi uomini illustri raccolte da M. Lodovico Dolce,

ed impresse in Vinegia appresso Gabriel Giolito nel 1558. in 12.

I.

Del bell’Idolo mio, ch’in terra adoro,

Canto l’umana, e la divina parte:

Che in quello aperto il suo nobil tesoro

Mostra colui, che ’l ciel regge, e comparte:

Nè a la ben nata gente al fecol d’oro,

Nè a l’alto impero del figliuol di Marte;

Ma quando prima l’universo mosse,

Costei, cred’io che ’n la sua mente fosse.

II.

Costei, che suole ogni basso intelletto

Alzar ove per sè non potria gire;

E ch’io pur prego, acciocchè ’l santo petto

Dolce favore a la mia lingua spire:

Che se l’alto real cortese aspetto

Le rime agguaglia al mio ardente delire,

Parrà ancor forse questa rozza vena

Canto di Cigno, e voce di Sirena.

III.

Già col bel volto, e con l’aurato grembo

Folgorava nel ciel la bella aurora;

E lo spargea d’un amoroso nembo,

Come suole il terren Favonio, e Flora:

E mille stelle al suo ceruleo lembo,

Al capo, al sen, che l’oriente infiora,

E al bel fianco di lei facean corona,

Qual nè a Poeta, o a Imperador li dona.

IV.

Quando, siccome a quel mio duce piacque,

Che sì spesso di voi meco si dole,

Nel gran fiume Latin in riva all’acque,

Nell’Isoletta del figliuol del Sole,

Vinto dal sonno ’l mio mortal si giacque

A l’ombra: ove fra l’erba, e le viole

Già, fermarti il bel piè quindi vicino,

Mirando in fronte il bel colle Aventino.

V.

Era l’ombra gentil d’un lauro verde,

Il cui nome fra noi sì dolce suona:

E non tanto sua gloria si rinverde,

Perchè ciascun di lui brami corona,

Nè perchè al verno mai foglia non perde,

Nè teme ’l ciel, quando ’l gran Giove tuona;

Quanto perchè i tuoi rami fur soggetti

Al buon testor degli amorosi detti.

VI.

O felice ineffabile visione,

Se la memoria è in sua ragion sì forte,

Perchè a ridir in van cura si pone,

Quai m’ apersero il ciel benigne scorte?

Quel che ad ogn’altro più chiaro sermone

Ebbe a trar fuor d’error le genti accorte,

Acceso d’un eterno alto desio,

Tal fu rapito a la magion di Dio.

VII.

Quella interna vertù, che i sensi lega,

Con le man di pietà l’alma discioglie:

Di che nulla qua giù la volge, e piega,

Scarca di queste sue caduche spoglie,

Ed ogn’alto secreto aprir non niega

A lei, ch’avvampò ognor d’oneste voglie;

E novamente in bianca nube involta

Per disusata via l’ha a Dio rivolta.

VIII.

Per un dolce silenzio umile, e queta

Tremando in foco al sommo ben sen giva:

Così già quell’antico alto Profeta

Sul carro ardente più, che fiamma viva,

Poggiò lì, dove corso di pianeta

Di verde spoglia il mondo unqua non priva:

O santa, o casta, poichè vostro sono,

Or qui prestate a le mie voci suono.

IX.

Già lasciando il bel cerchio della luna,

E ’l ciel secondo, e l’amorosa stella,

Scorse l’altre contrade ad una ad una,

Infin che giunse a la spera più bella;

U’ di tempo non teme o di fortuna

L’alma, ch’ivi una volta è fatta ancella;

E dove a lei, cui vergo or queste carte,

Si serba ancor la più beata parte.

X.

Quivi l’alto motor di quella idea,

Che ’n la mente di lui via più risplende,

Prender esempio, e formar si vedea

Giovane bella: e tal vigor le rende

Che già la santa, e pargoletta dea

Sola con tutto ’l ciel pugna, e contende,

Chiaro mostrando ben, che ’l suo Fattore.

Pose ogni studio in lei per farsi onore.

XI.

Poi degli Angeli eletti, e di quel coro,

In cui più grazia, e più dolcezza piove,

Scelse il più vago, e ’l più degno di loro,

E lo congiunse a le bellezze nove:

Donna real, che sovra ogn’ altro onoro,

Mai non fia, che a lei pari al mondo trove;

Che sola è di virtude un vivo tempio,

E del valor del Re del Cielo esempio.

XII.

Poichè fu cinta l’anima gentile

Ne l’amorosa, e leggiadretta scorza;

Come ’l mondo s’allegra a mezzo Aprile,

Quando i tempi migliori acquistan forza,

Così del vago portamento umile,

Ch’ ogn’ aspro cor intenerire, e sforza,

Rise ogni cielo, e serenossi intorno,

E restò pieno il sol d’invidia, e scorno.

XIII.

Io pur gli occhi mirando, onde non parte

Il mio cor mai, poichè li vidi in prima;

Mentre l’alte bellezze in quella parte,

Come stelle nel ciel, la mente stima,

Per ornarne dappoi sempre le carte,

E farle risonar per ogni clima;

Vidi specchiarsi in quel sembiante umano,

Tutto pensoso il buon Sebastiano.

XIV.

Nè l’aspetto gentil attento, e fiso

Stava quel nuovo, e sì famoso Apelle;

E al lampeggiar dell’angelico riso,

E de le dolci matutine stelle

Parte del cor da sè stesso diviso:

Non già per tante creature belle,

Ch’eran luci minori intorno a lei;

Che ’nfiamma d’onestade uomini, e Dei.

XV.

Fortunato Pittor, che nella mente

Teco portasti dai stellati chiostri

Cosa, che più non vide umana gente,

Per far l’alto miracolo a dì nostri,

Che di sua vista il vago spirto ardente,

Stile mortal non farà poi che inoltri

Come sia scesa a provar caldo, e gelo,

Se prima non l’arà veduta in cielo.

XVI.

Giunto che fu con la bell’opra al segno

Il pensier di colui, che tutto vede,

A natura donò sì nobil pegno

Per farla d’ogni ben del ciel erede:

E così volse il mio dolce ritegno

Gli omeri belli a la superna fede,

 Lasciando ’l cielo, e sua dolce famiglia

Di valor scemo, e pien di meraviglia.

XVII.

E già ’l sonno altamente al cor avea

Negli animali ogni virtù ristretta;

E col carro stellato il ciel volgea

L’alto Bifolco a mezza notte in fretta:

Quando quaggiù dai bei luoghi scendea

Questa leggiadra, e candida angioletta,

Per salvarne in gli assalti di fortuna

Col bel oprar, di che sempre è digiuna.

XVIII.

Non più chiara splendea di santo ardore

La notte, che nel mondo anco sfavilla,

Quando venne fra noi l’eterno amore

A illuminar il canto di Sibilla:

Di quest’una, ch’aperse il nobil fiore,

Ch’è a Dio feconda obbediente ancilla;

Che nata a pena, rimirando intorno,

Fè la notte più bella assai, che ’l giorno.

XIX:

Il Mincio, e l’Oglio, e i suoi dolci vicini

Tosto portaro al Po l’alta novella,

Di che ’l superbo alzò gli umidi crini,

Nè tacer volle il bel nome di quella.

Onde tutte le Ninfe in quei confini

Liete, ch’Italia pur sarà ancor bella,

Sen giro con mill’altre anime chiare,

Giulia, Giulia cantando infin al mare.

XX.

E mille volte in quella etate acerba

Amor, ch’oggi è per lei sì ricco, e grande,

Sovra l’onde real di fiori, e d’erba

Le fece di sua man seggi, e ghirlande:

E disse a questa altro regno si serba,

Altro onor che nel mondo or non si spande,

Là, ’ve saran le sue grazie divine

Roma felice, e le genti Latine.

XXI.

E fu ben ver, che non dopo molt’anni

Col bel Lazio cangiò suo dolce nido:

Or qui la fama al volo addoppi i vanni,

Ed agguagli col vero il chiaro grido:

Che sì bella giammai non vestì panni,

Come questa, d’onor albergo fido,

E tanto par ch’ognor se stessa avanzi,

Quanto l’altre avanzar solea pur dianzi.

XXII.

Che se ’n ciel spiega il sol gli eterni rai,

E questa in terra le sue belle chiome;

Non pur l’ambra con l’or vint’è d’assai,

Ma toglie a quello ogni vittoria, e ’l nome:

Questo è quel crespo laccio, in ch’io mirai

Far dolce nodo a le mie care some:

Or dite voi, che ’l terzo ciel godete,

Se vi è d’amor così leggiadra rete.

XXIII

E chi non sa quanta dolcezza Iddio

Con la sua vista ne’ beati infonda;

E chi brama avvampar d’un bel desio,

Che bellezza del ciel non se gli asconda;

Miri di lei, per cui tutt’altre obblio

Presso a la chioma inanellata, e bionda

Quella fronte di grazia, e d’amor piena,

Più che ’l sol chiara, e più che ’l ciel serena.

XXIV.

Sotto le pure sue tranquille ciglia

Gli occhi sì dolce, e si soave gira,

Che fa tremar di nobil meraviglia:

Ed in noi cria valor, quando ci mira.

O santi lumi, a cui nulla somiglia:

Beato al mondo chi per voi sospira!

E chi una volta in sì bel foco è preso

Resta contento, e di voi sempre acceso.

XXV.

Questa è la luce, a cui tal si diventa

Stando in lei, come al sol l’uccel di Giove:

Che possibil non è, che si consenta

Per altro oggetto mai volgerli altrove;

Questa raccende ogni allegrezza spenta,

E mille alti desir nel petto move;

Perchè ’l vigor de le due stelle accorte

Può far beata ogni infelice sorte.

XXVI.

Ma tu, che spesso d’un celeste lume

M’incendi, e struggi, in quei begli occhi amore,

E di lei cerchi battendo le piume

Le belle parti ognor dentro, e di fuore:

Perchè, come ad ogn’altro hai per costume,

Non però mai te le appressasti al core?

E pur, quando tant’ alme le donasti,

Dicesti girvi e ancor mai non v’andasti.

XXVII.

Quando passò per l’amorosa spera

Questa, che tanto la mia penna onora;

Rosa, che qui non ha mai primavera,

Colse la donna, che la su’ dimora:

E le guance adornolle in tal maniera,

Che men bella dal ciel scese l’aurora:

Ed a lei disse, o mio sommo desio,

Questa al mondo depinse il sangue mio.

XXVIII.

Col suo foco soave i’ cori incende

La dolce bocca, più ch’io non diviso:

E da i santi sospir vaghezza prende

L’aer d’intorno, e dal soave riso,

Che verde maggio a mezzo ’l verno rende,

Ed apre, e chiude in terra ’l paradiso:

Quivi si forman quei beati accenti

Fra bianche perle, e bei rubini ardenti.

XXIX.

Quinci ne copre il vago abito onesto

E mostra in parte il bel giovenil petto,

Che può sol addolcir il mio cor mesto,

Nè gli tolle il bel velo il suo diletto

Che ’l pensier a mirar sempre sì presto,

Lo fa di quello ognor dolce ricetto:

Così potess’io ben cantar a pieno

L’alto valor dell’angelico seno.

XXX.

Perchè non sol coi begli occhi legasti,

E facesti geloso il secol nostro,

Ma con saggi discorsi, e pensier casti,

Ch’è la parte miglior del petto vostro;

E di sì bella spoglia indi l’ornasti,

Che bisogno non ha di perle, o d’ostro;

Com’anco uopo non è d’altro monile,

Per far più vago il bel collo gentile.

XXXI.

E se sparte di gemme or non portate

Le santissime man, che Dio tant’ama;

Che pose tutte l’altre in povertate,

Sol per quelle arrichir d’eterna fama;

Ragion è ben, che la sua puritate

Ornamento mortal non chiede, o brama:

Ma più che gemme, e d’or, vuol che s’apprezze

Di beltà natural vive ri[c]chezze.

XXXII.

De le belle leggiadre, e crude braccia,

Che di candor han già l’avorio stanco,

Non è chi scampi, o chi difesa faccia,

E nel suo regno amor fa venir manco;

E quando ’l giorno avvampa, e quando agghiaccia

Col pargoletto piè tenero, e bianco,

Ove tocca, ove preme, ove soggiorna,

Di mille fiori il bel terreno adorna.

XXXIII.

Or quel, ch’ amor di sua bella persona

In cor descrive, e agli occhi asconde, e cela;

E ciò che ne la mente mi ragiona,

E con caldi sospir chiaro rivela,

Di mostrarlo ad altrui poi non mi dona:

Ma con le piume i cari membri vela;

E tante grazie in sì bel corpo sparte

Son di sue lodi pur la minor parte.

XXXIV.

Che quelli alti costumi onesti, e santi,

E il parlar saggio, e i cari atti soavi,

Di che sola fra noi par che si vanti,

Aprono il cor con ingegnose chiavi;

E fan gioir mille cortesi amanti,

Disgombrando le cure acerbe, e gravi;

Ch’ appo lei non può star anima trista:

Tant’ è ’l valor de la sua dolce vista.

XXXV.

Io da quel dì, che ’n voi le luci apersi,

Ho del mio seno ogni viltà sbandita,

E mirando quei tanti, e sì diversi

Doni rari celesti, amor m’invita

Con la lingua, e col cor chiuder in versi

L’Istoria, c’ho di lor gran tempo ordita,

Che più si converrebbe a chi gli scrisse

L’ira d’Achille, e i longhi error d’Ulisse.

XXXVI.

Che i bei fregi non d’altra, e proprj vostri,

Che portaste con l’alma, ond’ella uscìo,

Veggo ben, che dei stanchi omeri nostri

Peso non son: ma quel che non poss’io,

Forse ’l farà con più lodati inchiostri

L’onor del mio bel nido almo natio;

Già con Apollo, e Clio gran tempo usato

Girsen cantando in stile alto, ed ornato.

XXXVII.

Onde la vostra invitta, alma onestate,

E quell’altre invisibili immortali

Celesti forme, di che ’l cor armate,

Che spunta poi tanti amorosi strali;

E quella saggia pura alma bontate,

Che ’l mondo sgombra d’infiniti mali,

Tessute in verso più leggiadro e raro

Faranno un lungo scorno al tempo avaro.

XXXVIII.

Or mentre che in Parnaso egli si vanta

Lunge de Lete, e dal mondano errore

Coglier per voi quell’onorata pianta,

Poichè da me fu desto a farvi onore

Venere, e ’l figlio, e la milizia santa,

Che qua gli nacque del sangue d’ amore,

Tolga agli anni di man l’empio governo,

E venga a far con voi la state, e ’l verno.

XXXIX.

E a piè d’un mirto, o d’un beato alloro,

Sovra le rive d’una chiara fonte,

Risponde Eco di Ninfe, a un nobil coro,

Ch’udir si fa tra la marina, e ’l monte:

E voi, che sete un sole a mezzo loro,

Talor bagnando l’onorata fronte

Lodate qualitate al picciol fiume

Or col bel viso, or col soave lume.

XL.

In questi luochi avventurosi, e fidi,

Ov’anco indignità non pose un’ orma,

Come avvien, che talor incendi, e guidi

Amor un’alma, in cui virtù non dorma,

Così dopo cercar diversi lidi

Ad onorar questa leggiadra forma

Condusser tutti i lumi erranti, e fissi,

Quel chiaro Zeusi, di cui sopra dissi.

XLI.

Or tu, che fosti al grand’ufficio eletto

Con l’ingegno, e lo stile, e con la mano,

A far di tutti i volti il più perfetto,

E che vincesse ogni pensier umano,

Lascia da parte ogni men bel soggetto:

Vedi ben, quanto è ogn’altro a lui lontano:

Che la strada d’onor ci mostra aperta,

E n’apporta del ciel vittoria certa.

XLII.

E con quell’arte, di che solo onori

Il tempo nostro, e lo fai vago, e bello.

Con nuovo uso agguagliando i tuoi colori

A le forze d’incudi, e di martello,

Or coronati di novelli fiori,

Gir col fianco appoggiata a un arboscello,

E ’n mille altre maniere, e ’n treccia, e ’n gonna

Forma l’altera, e glorïosa donna.

XLIII.

Così mercè di quella mia speranza

Sprezzerai poi del tempo i lunghi assalti:

Perchè mirando l’alta sua sembianza,

Che può far sol con l’ombre i cor di smalti,

Alcun talora prenderà baldanza

Di dir fra suoi pensier leggiadri, ed alti,

Veramente ebbe questo amiche stelle,

Che sì ben finse il fior dell’altre belle.

XLIV.

O s’un giorno dappresso in qualche piaggia

Miri i santi atti schifi il gran Scultore,

E lei conversa indietro accorta, e saggia

Gir con quegli occhi a ritrovare il core:

Perchè sempre in onore il mondo l’aggia,

Spenderà tutti in questo i giorni, e l’ore,

E i magnanimi Re del Tebro, e d’Arno,

I gran sepolcri aspetteranno indarno.

XLV.

E nel suo volto riguardando un poco,

Altra cosa mirar più non gli calse;

E ’n cor sentì destarsi un nobil foco,

Ch’a ritornarlo nella mente valse

Che già l’avea veduta in altro loco,

E ancor tenea l’ immagini non false,

Dove prima l’impresse un bel pensiero,

Quando seco fu già sì presso al vero.

XLVI.

Onde diede principio a l’alta impresa,

E natura lo stile in man gli porse,

E l’arte d’un gentil desir accesa

Gli occhi dal bel lavoro unqua non torse:

E chi di loro avea più, l’altra offesa,

Amore, e ’l vero a gran pena s’accorse:

Perchè ciascuna avea toccato ’l segno,

Ove giugner non puote umano ingegno.

XLVII.

Questa con onestate, e cortesia,

E co’ raggi d’amor i cor feriva:

Quella con non veduta leggiadria

Dolce negli atti, e realmente schiva;

Onde doppia dolcezza in me sentia,

Sì come fosse l’una, e l’altra viva:

Di lor veggendo (e ’l rimembrar mi giova)

Farsi più bello ogni elemento a prova.

XLVIII.

E fu sì del piacer l’anima vinta,

E de la nova sua dolcezza onesta,

Che l’alta fantasia rimase estinta,

Come persona, che per forza è desta;

Onde sciolta dal sonno, in ch’era avvinta,

Si ritrovò nella terrena vesta,

Ma restò poi di sè gran tempo fuore,

Piena di dolce inusitato orrore.

XLIX.

E stimato sarà beato ancora

Chi di servir a lei si farà degno:

Io che non vidi riposato un’ora

Gran tempo ai colpi di fortuna segno,

Or lei sprezzando, e del suo regno fora,

Non è più, che mi offenda ira, nè sdegno,

Poichè mi fè del suo numero eletto

La bella donna, che mi scalda il petto.

L.

Questa è la mia fidata, e cara Duce,

Che d’ogni alta virtute in cima siede:

Questa è la Musa mia, che mi conduce

A poner spesso in Elicona il piede:

E se l'alma a soffrir mai tanta luce

Sarà, possente, e farne al mondo fede;

Fia lungamente in più famosa Istoria

Angel novo qua giù di voi memoria.

Note

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[1] cinabro: dall’arabo kinnabari: composto di zolfo e di mercurio naturale o artificiale, d’un bel colore rosso. In poesia rappresentano le labbra.

[2] cerussa: biacca, cioè carbonato di piombo. un tempo usato come belletto.

[3] casso: privo. Quando l’aria è più priva di freddo, cioè: quando l’aria è più calda (preziosismo un po’ forzato).

[4] aver la salma: avere il peso, la responsabilità

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 21 novembre 2008