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Edizione di riferimento:
Francesco Maria Molza, Delle poesie volgari e latine, corrette, illustrate ed accresciute, colla vita dell’autore scritta da Pierantonio Serassi, vol. I, Appresso Pietro Lancellotti, in Bergamo MDCCXLVII, con licenza dei superiori.
Bagnava della terra il verde grembo
L’umida notte, che a’ pensier dà loco:
Quando di sospirar già stanco, un nembo
Nell’oriente sembrar vidi foco,
E d’esso uscir l’aurora, che dal lembo
Porporeo il ciel spargea di rose e croco:
Fugissi colle stelle il pensier mio,
Le luci al sonno diei, quell’all’obblio,
Miser fruir sperando un breve sonno,
Chiusi li lumi, omai d’umor esausti:
Quei se vegghian, se dormon, veder ponno
Nè giorni chiari mai, nè sogni fausti:
Sonno se fei tu di quiete donno,
Perchè veder mi fai prodigi infausti?
Riposo a me non sei, ma vita mesta
Sognando non è men di quando è desta.
Sparse le tempie del sopor di Lete,
Posi fin a’ sospir, e fine al pianto,
Se non furon del pianger l’ore liete
Ne varcai l’ore del dormir in canto:
Pareami contemplar le più secrete
Sponde del fium alle mura di Manto,
E fra me dir: avventurosa terra,
Che regge saggio Duca, e ’l laco serra.
Quando di mezzo l’onde a porre il piede
Vidi il Mincio venir sul margo asciutto
Il vecchio Mincio, cui nel fronte or siede
Di letizia cangiato amaro lutto:
Va sospirando, e sospirando riede
Sul margo estremo a lagrimar condutto;
Sul margo estremo in la fiorita riva
Degli occhi fa’ due fonti d’acqua viva.
E mentr’ora le stelle, or l’alma madre,
Or l’alte mura a dirimpetto guarda;
Par che i campi, le mura, e le leggiadre
Stelle de’ tuo’ sospir incenda, ed arda;
Dell’acque divenute fosche, ed adre
Rivolge il viso e me coll’occhio tarda:
Al fin suo sguardo sol più non si move,
E ’l piè, che già mutar volevo altrove.
Poichè attonito far mi vide il Dio
Quasi sospeso a l’aspettar ch’ei dica,
Incomincio: se non fosti restio
In amar gesti eccelsi, e ti fu amica
La vita di colui, che dipartio
Quindi a far dal suo sol altr’aria aprica,
Meco qui appresso a lagrimar t’invito
Un spirto, ch’immortal è al ciel salito.
Sciolto si è del suo velo in terra un spirto
Più cortese, e più splendido, e gentile,
Di quanti mai ebber di lauro, o mirto
Onor, quando fioriva in Roma Aprile;
In pace mite, ed in guerr’aspro, ed irto,
Più saggio, ch’oggi fia da Battro a Tile;
Nè verun cavalier credo che viva,
Pia degno che di sè si canti, e scriva.
Nodrendosi in augusti, e real tetti
Costui, gli fur da me quell’arti instrutte,
Con quai venendo a gli anni più provetti
Non ebbe in studj par, in giostre, in lutte:
De’ prudenti movean gli alti intelletti
Le sue parole di saper costrutte:
Quanto fosse dotato egli d’ardire,
Testimonio n’ è suto il bel morire.
Cagion sì giusta mai Troia non ebbe
Per Palla, o per Giunon da querelarsi,
Come pianger la morte Mantoa debbe
Di colui, da cui sempre udia assaltarsi;
Pel cui magno valor tanto ella crebbe,
Quanto si vede a volo aquila alzarsi:
Che se scampato fosse, arebbe lei
Decorata di mille almi trofei.
Di lagrime parlando il verde nume
Mesto rigava l’una e l’altra gota:
Quand’iti più non tenendo asciutto il lume
Dissi, chi fu di fama mai sì nota?
Ed ei non guari a me lontan dal fiume
Mostrò una grossa lancia, e disse, nota,
Chi fosse il Cavalier dall’asta dura,
Com’il leon dall’unghie si misura.
Quella duo palmi rotta appresso il ferro,
Giaceva a piede d’una quercia annosa,
Pianger parea sott’un vecchio cerro
Di persona un destrier vaga, e formosa,
Mentre alquanto più sopra coll’ occhio erro,
Vidi ogni ramo fin dalla frondosa
Cima de l’alta quercia d’arme adorno,
Raggi mandar per la campagna intorno.
Guidommi poi, dove l’arbor superba
Facean le luci d’arme, e in vista altiera,
Dicendo, perchè al corpo morte acerba
Chius’ ha la luce, e data eterna sera,
Compir l’officio funeral si serba
A noi, che mai vedrem più primavera,
Che dietro son fuggiti a un tanto sole
I gigli, gli amaranti, e le viole.
Con tai parole alzava già la mano
Per l’arme tor, di ch’ era sacro il legno,
Quel piegossi dal culme umil, e piano
Mostrando di tal pondo esser indegno;
Poichè quelle la spada, e ’l fodro vano
Gli fur spiccate, di dolor diè segno,
Col gemito, col qual morendo s’ange,
Allor ch’in alpi Borea il svelle, o frange.
Egli dell’armatura il vacuo corpo
Compon insieme, e me al servigio chiama,
Mirandol io di terra agghiaccio, e torpo:
Mentre gli erti cupressi appresso fama,
Qual, dissi per stupor, sì vasto corpo
S’ode (ch’empiesse tant’arme!) per fama?
Certo sì grande armò il scaglioso drago
Colui, che fu di strugger Francia vago.
Cadde dagli occhi un lagrimoso fonte
Al vecchio Dio, la mia parola udita,
E rispose: altro orrendo Rodomonte
Ben fu costui defonto ora di vita,
Sarebbe a favor d’esso, e non ad onte
Di Doralice la sentenza gita;
Se tal foss’egli stato, qual costui
In nome egual, maggior i gesti sui.
Perchè Ariosto, vostra chiara tromba,
Non suona le sue imprese altiere e nuove?
Parrebbe uscito dalla cara tomba
Quel fier, che primo guerra mosse a Giove:
Nè quel, di cui Xanto, ed Ida rimbomba
L’invitte al secol prisco inclite prove,
S’agguaglierebbe a quello in picciol parte,
Se cantasser di lui le vostre carte.
Che se Alessandro sospirando disse
Sovra il sepolcro del famoso Achille,
Fortunato di cui tanto alto scrisse
Chi vinse il suon dell’altre trombe, e squille!
Che direbbe alcun Sir, ch’al marmo gisse,
In cui chiudransi le costui faville,
Se non tanto d’Achil tu sei felice,
Quando di te scrittor più degno dice.
Parlava il Mincio, e delli rami incisi
Tomol tesseva sovra l’arme aurate:
Vedendol più turbarsi, l’occhio misi
In quella parte, dov’eran spezzate,
E per la doglia me da me divisi,
Guatando le lucenti arme forate:
Non meno il Dio, poichè de’ verdi panni
Fè lor coperta, oltre seguì suoi danni.
Crudel Orsin, che l’affocata palla
Mandast’ incontro al cavalier ardito:
Crudel vento, che in aria via portalla
Dovevi, acciò non fosse egli ferito:
Crudel sol, che co’ raggi dilegualla
Potevi, e ritornarla in cener trito:
Foco crudel, che col crudel tormento
Il più prode guerrier del mondo hai spento.
Marte crudel, perchè mostrarti l’arma,
Ch’i magnanimi cor dolosa ancide,
Cui non osta corazza, scudo, o parma,
Ch’i generosi petti apre, e divide;
Perchè se alcun di grand’ animo s’arma,
Te seco a singolar pugna non sfide:
Ma ben ch’ora costui sia polve, ed ombra,
Il nome tuo col suo bel nome adombra.
Lassate gli antri, i fonti, i stagni, i fiumi
Fauni leggeri, e voi pudiche Ninfe:
Venite insieme Naiadi, e voi Numi
Albergator di mie turbate linfe:
Uscite fiere de’ spinosi dumi,
Secur da’ cani, e cacciatrici Ninfe:
A pianger feco lui selve vi chiama,
Ch’in voi lasciato ha memorabil fama.
Mena Diana il tuo virgineo core,
Ministro a celebrar l’esequie giuste
A quel, di cui la forma, ed il decoro
Corpo lodavi; e le forze robuste,
O s’a un ginetto reggea il freno d’oro,
O cinghiali affrontava in valli anguste:
Cui ti degnasti dar spesso compagna,
Per certi gioghi, e per larga campagna.
S’ alcuna Ninfa è ’n voi selvette ombrose
. . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . .
Cercate fra le piagge più nascose,
Ove il pratel d’umor morbido suda,
A lagrimar venga la vita lieta,
Che di più la fruir morte le vieta.
Or addoppiate Muse i mesti accenti,
Dogliansi l’arpe, e pianga l’aurea cetra:
Gito è, qual lieve arena, e nebbia a’ venti,
Il vostro alunno, e chiuso è in poca pietra:
Pianger non cessin musici strumenti,
Finchè di doglia ogni mortal s’impetra,
E per darci quell’unico restauro,
Alvigi risone , e l’Indo e ’l Mauro.
Spargete di narciso, e di giacinto,
E d’altro fior, ch’in maggior prezzo fore,
Satiri il loco, dove giace estinto
Cor vigoroso, e colle grazie amore:
Per addur gemme ognun fia presto accinto
Fin dalle terre, ond’esce il nuovo albore:
Acciò si copra un Sir di lode tante
Sotto zaffir, crisolito, e diamante.
Vener, che abbandonata Pafo, e Gnido
Ti trasferivi al Mantovan terreno,
Quell’oltre ogn’altro tuo riposto lido
Più corto ti parea, parea più ameno;
Perch’in esso sovente al giovan fido
Aprivi l’odorato argenteo seno;
Allor ch’ errante l’attendevi al varco,
E depor lo facevi i strali, e l’arco.
Piagni, che morte trionfa del viso,
Di cui tu lieta trionfar solevi:
Piagni, che le bellezze ha il Paradiso,
Di cui tu s’un cespuglio alma godevi:
Piagni, che il bel color vivo è conquiso,
Di cui men bianche eran le freddi nevi:
Piagni, che perduto hai tant’altri doni,
Che più grati ti fur di quei d’Adoni.
Mandando il Mincio lagrimosi rivi
Pegli occhi suoi, piangean l’erbe, e le foglie
E già vedreste gli silvestri divi
Correr da boschi a disfogar lor doglie:
Le sacre Muse sparto aveano quivi
Ciò, che d’odor soavi si raccoglie:
Concordando le voci in flebil versi,
Per quai la terra, e ’l ciel lagrime fersi.
Veracemente allor Giove supremo
Mosso a pietade fu de’ pianti amari:
Venne una nube [a riferirlo tremo]
Chiara più che di Febo i raggi chiari:
Rapì quell’armi in guisa, che vedemo
Pingersi sopra nostri sacri altari,
Dagli occhi umani esser levato Elia
In ver del ciel per sconosciuta via.
Rapì quell’ arme terse: io più non miro
Il Dio, che con le Ninfe, e i Fauni sparve:
Guardo le stelle, e fin nel quinto giro
Aprirsi tutti i ciel veder mi parve:
E vidi ancor, che più mi parve miro,
Circondato da mille armate larve,
Star sovra tutti il mio gran Rodomonte,
Che di quelle s’armò dal piè alla fronte.
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