Francesco Molza

La ficheide

prima ficata del Padre Siceo

Edizione di riferimento:

Annibal Caro, Gli straccioni, Commento a La ficheide di Siceo, La statua della foia ovvero di Santa Nafissa, La nasea, Biblioteca rara vol. xii, G. Daelli e comp. Editori, Milano MDCCCLXIII

Francesco Maria Molza (Modena, 18 giugno 1489 – Modena, 28 febbraio 1544) è stato un poeta italiano, studiò alle Università di Modena, Bologna e Roma.

Passò la sua giovinezza fra amori e dissipazioni lontano da casa, nel 1512 si sposò in Modena con la nobil donna Masina, figlia d'Antonio de' Sartorj, e di Violante Carandina. ma dopo 5 anni e quattro figli tutti maschi, fu attirato ancora dall'irresistibile aria di Roma e partì restando lontano per molti anni, tanto che il padre lo cancellò dal testamento, lasciandogli alla sua morte (nel 1531) solo un vitalizio che gli sarebbe stato passato dal figlio maggiore Camillo. Dal 1516 visse a Roma presso il cardinale Ippolito de' Medici e, dopo la sua morte , presso Alessandro Farnese, suoi mecenati . Per alcuni anni non ebbe buona salute.

Scrisse poesie d'amore, Canzoni, nel 1537 compose La Ninfa Tiberina e Capitoli su argomenti che sembravano non adatti alla poesia, come, ad esempio, un epigramma intitolato Lodi dell'insalata (......Quant'io parlo di te, tanto m'infoca E, s'io vo' dire il ver , di lauri o mirti A paragon di te mi curo poco... ), un altro intitolato Capitolo in lode dei fichi e Capitoli erotici, di stile boccaccesco.

Verso il 1540 il Molza tornò a Modena, dove morì a cinquantaquattro anni di sifilide.

La Ficheida

Di lodare il Mellone avea pensato;

Quando Febo sorrise, e non fia vero,

Che ’l Fico, disse, resti abbandonato.

Però se di seguir brami il sentiero

Che ’l Bernia corse col cantar suo pria,

Drizzar quivi l’ingegno or fia mestiere.

Io sarò teco; e t’aprirò la via,

Per la qual venghi a sì lodata impresa,

Senza pur mescolarvi una bugia.

Quando Febo sorrise, e non fia vero,

Che ’l Fico, disse, resti abbandonato.

Però se di seguir brami il sentiero

Che ’l Bernia corse col cantar suo pria,

Drizzar quivi l’ingegno or fia mestiere.

Io sarò teco; e t’aprirò la via,

Per la qual venghi a sì lodata impresa,

Senza pur mescolarvi una bugia.

Nè fia, che con tal Duca io mi sgomente:

Dettami pur tu, che i segreti vedi;

E questo rivo, e quello, ed ogni gente.

Con le man sforzerommi, e con li piedi

Di porvi dentro tutto il naturale,

E farò forse più, che tu non credi.

Perchè non ho di quello un pezzo tale,

Che far bastasse ad ogni fica onore,

A me pregio divino, ed immortale ?

Pur dirò, scorto omai dal tuo favore,

Che d’assai vince il Fico ogn’altra fronde,

Perdonimi il tuo Lauro, o mio Signore.

Pur dirò, scorto omai dal tuo favore,

Che d’assai vince il Fico ogn’altra fronde,

Perdonimi il tuo Lauro, o mio Signore.

Cinto di Fichi il crin già su le sponde

Del Gange trionfò pur tuo Fratello:

Tu ’l sai, al cui veder nulla s’asconde.

Pur dirò, scorto omai dal tuo favore,

Che d’assai vince il Fico ogn’altra fronde,

Perdonimi il tuo Lauro, o mio Signore.

Cinto di Fichi il crin già su le sponde

Del Gange trionfò pur tuo Fratello:

Tu ’l sai, al cui veder nulla s’asconde.

Altro fregio fa questo, e vie più bello

Di quel che ’l Doge di Viaegia adorna

Allori ch’ai Bucentoro apre il portello.

Pur dirò, scorto omai dal tuo favore,

Che d’assai vince il Fico ogn’altra fronde,

Perdonimi il tuo Lauro, o mio Signore.

Cinto di Fichi il crin già su le sponde

Del Gange trionfò pur tuo Fratello:

Tu ’l sai, al cui veder nulla s’asconde.

Altro fregio fa questo, e vie più bello

Di quel che ’l Doge di Viaegia adorna

Allori ch’ai Bucentoro apre il portello.

Tutti Brogiotti fur, che fra le corna

Del vincitor degli Indi fiammeggiaro

A guisa di piropi in vista adorna.

Pur dirò, scorto omai dal tuo favore,

Che d’assai vince il Fico ogn’altra fronde,

Perdonimi il tuo Lauro, o mio Signore.

Cinto di Fichi il crin già su le sponde

Del Gange trionfò pur tuo Fratello:

Tu ’l sai, al cui veder nulla s’asconde.

Altro fregio fa questo, e vie più bello

Di quel che ’l Doge di Viaegia adorna

Allori ch’ai Bucentoro apre il portello.

Tutti Brogiotti fur, che fra le corna

Del vincitor degli Indi fiammeggiaro

A guisa di piropi in vista adorna.

Non so como quest’oso poi lasciaro

Quei che venner di dietro; ed in lor vece

Il Lauro assai più, che le Fiche amaro.

Pur dirò, scorto omai dal tuo favore,

Che d’assai vince il Fico ogn’altra fronde,

Perdonimi il tuo Lauro, o mio Signore.

Cinto di Fichi il crin già su le sponde

Del Gange trionfò pur tuo Fratello:

Tu ’l sai, al cui veder nulla s’asconde.

Altro fregio fa questo, e vie più bello

Di quel che ’l Doge di Viaegia adorna

Allori ch’ai Bucentoro apre il portello.

Tutti Brogiotti fur, che fra le corna

Del vincitor degli Indi fiammeggiaro

A guisa di piropi in vista adorna.

Non so como quest’oso poi lasciaro

Quei che venner di dietro; ed in lor vece

Il Lauro assai più, che le Fiche amaro.

A me Bacco nel ver pur soddisfece;

E se l’amata figlia di Peneo

Io Lauro Giove trasformar già fece;

Porfirio, Efïalte, e ’l buon Siceo

Trasformò in Fiche, e tutti gli altri insieme

Orgogliosi fratei di Briareo.

A me Bacco nel ver pur soddisfece;

E se l’amata figlia di Peneo

Io Lauro Giove trasformar già fece;

Porfirio, Efïalte, e ’l buon Siceo

Trasformò in Fiche, e tutti gli altri insieme

Orgogliosi fratei di Briareo.

E tal vi pose di dolcezza seme,

Che sarà sempre il gaudio d’ogni mensa,

Per compensare il duol, ond’ancor freme.

E siccome all’altare altri l’incensa,

Così unn tempo vi volse ancora il Fico

In testimon della vittoria immensa.

Che ’l folgor non lo tocchi, non vi dico,

Perchè mi penso, che lo sappia ognuno,

Che voglia pure un poco essergli amico.

Ma quanto qui di lor scrivo ed aduno,

È nulla a paragon di quel suo latte,

Che non sarò di lodar mai digiuno.

Ma quanto qui di lor scrivo ed aduno,

È nulla a paragon di quel suo latte,

Che non sarò di lodar mai digiuno.

Non son le Fiche, come molti matte,

Che fondin sopra i fior le lor speranze,

Che possono in un punto esser disfatte.

E perchè il pregio lor sempre s’avanze

Crescon col latte, che ’l pedal comparte

Senta mandarsi altri trombetti innanze.

Questo basta a mostrar in ogni parte

La vera sua legittima natura

Senza virtù di privilegi, o carte.

Quinci gli Antichi ebber mirabil cura

D’intagliare i Priapi sol nel legno

Del Fico, e fecor lor giusta misura.

Ogn’altro a tanto onor era men degno,

Per la ragion, ch’infino a qui v’ho detto,

E che dirvi di nuovo ancor m’ingegno.

Cortese è di natura; e dà ricetto

Ad ogni fratto: e chi nel Fico innesta,

Non perde tempo, e vedesi l’effetto.

Questa pianta a raccorre è sempre presta;

E perch’ è di materia un po’ fungosa

Ciò che vi poni, prestamente arresta.

Avanza di dolcezza ogn’ altra cosa,

Zacchera, Marzapan, Confetti, e Miele,

Ed utile è più assai che non pomposa.

Non trovo con ragion chi si querele

Di lei, se non qualcun c’ha torto il gusto

Dietro alle pesche, ovver dietro alle mele.

Non è costui di ciò giudice giusto,

Perchè l’affezion troppo l’inganna,

Scattar troppo si diletta angusto.

Qualche Ficaccia forse d’una spanna,

Allorchè dalla pioggia è sgangherata,

L’avrà svogliato, ond’ei tanto s’affanna.

A tutte una misura non è data,

Ma come de’ Baccelli ancora avviene,

Qual è molta, e qual poca alcuna fiata

Per una che li spiaccia, non sta bene

Biasimar l’altre così latte affatto;

Quel che a te nuoce, ad altri si conviene.

Chi danna l’abbondatila a me par matto;

Il buono a mio parer fa sempre poco,

Potessi io saziarmi per un tratto.

Cortese è di natura; e dà ricetto

Ad ogni fratto: e chi nel Fico innesta,

Non perde tempo, e vedesi l’effetto.

Questa pianta a raccorre è sempre presta;

E perch’ è di materia un po’ fungosa

Ciò che vi poni, prestamente arresta.

Avanza di dolcezza ogn’ altra cosa,

Zacchera, Marzapan, Confetti, e Miele,

Ed utile è più assai che non pomposa.

Non trovo con ragion chi si querele

Di lei, se non qualcun c’ha torto il gusto

Dietro alle pesche, ovver dietro alle mele.

Non è costui di ciò giudice giusto,

Perchè l’affezion troppo l’inganna,

Scattar troppo si diletta angusto.

Qualche Ficaccia forse d’una spanna,

Allorchè dalla pioggia è sgangherata,

L’avrà svogliato, ond’ei tanto s’affanna.

A tutte una misura non è data,

Ma come de’ Baccelli ancora avviene,

Qual è molta, e qual poca alcuna fiata

Per una che li spiaccia, non sta bene

Biasimar l’altre così latte affatto;

Quel che a te nuoce, ad altri si conviene.

Chi danna l’abbondatila a me par matto;

Il buono a mio parer fa sempre poco,

Potessi io saziarmi per un tratto.

Non posso far, Trifoo, che io quello loco

Non ti scriva di ciò, che par l’altr’ieri

Sa le scale m’avvenne di San Roco.

Una Femina v’era, che panieri

Vendea di Fiche tutte elette, e buone,

Ond’io là corsi pien d’altri pensieri.

Il vedervi d’intorno assai persone

Fece che, ratto quivi mi traesse,

Per mirar che di ciò fosse cagione.

Visto ch’anch’io v’avea qualche interesse,

Ne scelsi di mia man, siccome io soglio,

Parecchie, e d’una stampa tutte impresse.

E perchè spesso par la baia voglio,

Donna, diss’io, che mi parete esperta,

E s’io discerno ben, vota d’orgoglio;

Vorrei saper, vhe cosa è che più merta

D’ogni altra il vanto di dolcezza avere,

E che mi deste una sentenza certa.

Ella, che meco forse d’un parere

Sarebbe stata, tosto fa interrotta

Da un Capocchio, a cui par molto sapere.

Lo qual, senz’esser chiesto, disse allotta.

Nil Melle, nella Bibbia trovo scritto;

Sì’n quella, rispos’io, ch’è nella botta.

M’aveva costui già tanto trafitto

Con questa sua risposta maledetta,

Ch’ io pensai fargli vento d’un mandritto.

Ma poi veggendo ch’era una civetta

In parole, ed in atti un gran pedante,

Di pigliar men guardai altra randetta.

Qual Tristan, qual Galasso, od altro errante

Fu mai sì pronto colla spada in mano

A far gran prove alla sua Donna innante;

Com’io in quel punto a dir di quello insano

Che si pensò vituperar le Fiche

E far l’Idolo mio dispetto, e vano?

Sempre a’ Pedanti furon poco amiche,

Che vanno in zoccol per l’asciutto spesso,

E ’l frutto perdon delle lor fatiche.

E se da Salomone il Mei fu messo

Innanzi al Fico, non si dee per questo

Aver ciò per decreto così espresso.

Ma bisogna vedere in fonte il Testo,

E ritrovare il ver fino a un puntino,

Che sì che questo non dirà ’l divino

Omero, che cantò di Troia l’armi

Con chiara voce più che Orfeo, e Lino.

Il Fico dolce chiama ne’ suoi Carmi;

Il Mel non mai, ma fresco e verde sempre:

E saper la cagion di ciò ancor parmi.

Il mel, par che mangiato altrui distempre,

E ’n collera si volti, a cui l’amaro,

Danno costor, che san tutte le tempre.

Questo segreto così degno e raro,

Mastro Simon studiando il Porco grasso

Scoperse a Bruno, che gli fu sì caro.

Or fa tu l’argomento, Babbuasso,

E di’, se ’l mel in collera si volta,

Segn’ è che d’amarezza non è casso.

Ma ora è di sonar tempo a raccolta,

E lasciare il Pedante in sua malora

In questa opinïon si vana, e stolta.

Che ’l nuovo giorno recherà l’ Anrora,

Anzi che al mezzo delle lodi arrivi

Di lor, che tanto la mia penna onora.

Infelici color, che ne son privi ;

Perocchè dove Fica non si trova,

Non vi posson durar gli uomini vivi.

L’udir vi parrà forse cosa nuova,

Una sua certa qualità stupenda

Ma pure è vera, e vedesi per prova.

Quando la carne è dura sì che renda

Fastidio altrui, acciocchè intenerisca,

Fate, che al Fico tosto altri l’appenda.

Però se ’l tuo padron (nota Licisca)

Mena talor qualcuno all’improvviso

A cenar seco, fa che tu avvertisca.

Un pollo, che sia allora allora ucciso.,

Perchè infrollisca, correr ti bisogna

All’arbor, che ne tolle il Paradiso.

Non so se fatto gli averò vergogna

 rimembrar il nostro antico lutto;

E fa par vero, e ’l gran Scrittor non sogna.

Ben credo, che da qual si voglia frutto

Meglio gaardato si sarebbe Adamo,

Allor che dal Dlavol fu sedutto.

Sono le Fiche, a dir il vero, un amo,

Per torci il Natural troppo gagliardo,

Però quando per dritto il tutto guardo

Del Fico Satanasso si fe’ scudo

Sotto ’l qual si difende ogni codardo.

Perciocchè ’l colpo quanto vuoi sia crudo,

Il fico lo ritiene in ogni verso;

Nò molto importa, se ti trovi ignudo.

Il Regno per un Fico fu disperso

Di Cartagine altera, che tant’ anni

Il Capo fe’ tremar dell’ Universo.

Troppa faccenda avrei, e troppi affanni

A narrar ciò, ch’io n’ho trovato altrove:

Nessun di quel ch’io passo mi condanni.

Ch’ io saprei dirvi mille cose nuove;

Ma perchè penso, che sia detto assai,

Sarà ben che al parlar modo ritrovo.

Io non credetti, quando dentro entrai,

Che dovesse l’istoria esser sì lunga,

Onde senza biscotto m’imbarcai.

Chi più ne vuol, Trifon, più se n’aggiunga.

Io lodo assai, che nascon senza spine,

Si ch’ altri per toccarle non si punga.

Un altro loderà le Damaschine,

Perchè non sono dagli uccelli offese;

Chi le Spartane, e chi le Tiburtine.

A me piaccion le nostre del paese,

Che danno a’ Beccafichi da beccare;

Perchè rendon poi conto delle spese.

Questo basta a chi vuol lor fama dare

Ancor che al tempo antico già gli Atleti

Usasser con le Fiche d’ingrassare.

Però in Provenza in quei Paesi lieti

Il giurar per una Figa è un sagramento,

Ch’ usan le Donne, ond’ ogni buon s’acqueti.

Mi perchè gir più avanti mi sgomento,

Dico, che senza lor rose, e viole

È in questa vita nostra ogni contento:

E sognisi l’Ambrosia par chi vuole.

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Ultimo aggiornamento: 24 ottobre 2008