Francesco M. Molza

Capitoli

Dell'Insalata.

Della Scomunica

Edizione di riferimento:

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Il primo libro delle opere burlesche di M. Francesco Berni, di m. Gio. Della casa, del Varchi, del Molza, del Dolce, e del Fiorenzuola. Ricorretto, e con diligenza Ristampato. In questa nuova Edizione accresciuta d'alcuni Capitoli come quelli di Firenze degli Anni 1551. 1552. e 1555. e dall'altero Terzo Libro di Rime giocose, e Burlesche d'altri Eruditi e celebri Autori, in Usecht al Reno, Appresso Jacopo Broedlet MDCCXXVI

TERZE RIME DEL MOLZA.

Dell' Insalata.

 A messer Trifone.

Un poeta valente mi promesse

Lodar già l'insalata , e non so come

L'ingegno altrove poi e l'opra messe                     3

Ed era egli ben tal, che sol col nome

Fatto l'havrebbe certo un grand'honore

S'ei sommettea le Spalle a cotal some.                  6

Ma il Ciel, a cui son io poco in favore,

Fè ritornar fallace il mio disio,

Ch'ancor mi tocca la memoria, e'l cuore.            9

Nè mi lascia, posare, e vuol pur ch'io

Entri nel pecoreccio, e che poeta

Per lei diventi, se 'l dicesse Dio.                             12

Ajutami, Trifon, tu, ch'a la meta

Omai sei giunto di color, che sanno,

E col tuo stile la mia mente acqueta.                    15

Ch'a mastro Febo non vo' dar affanno,

E men turbar le Muse, ch' in disparte

A goder l'ombre del tuo monte stanno.                18

Ben chiamar teco si potrebbe a parte

Il Dio degli orti, che saprà, s'ei vuole

Usar talor discrezione ed arte.                              21

Ma lasciando da canto le parole,

E cominciando ad entrar dentro al buono,

Come chi al buio far cosa non suole,                    24

Dico, ch'in vero l'insalata è un dono,

Di far strabiliar chi su vi pensa:

Ed io poco atto a ragionar ne sono,                      27

E quasi saria ben, ch' una dispensa

Pigliasse, chi parlando si presume

Isporre ad altri la bontà sua immensa.                 30

Voi sapete, che suol esser costume,

Ch'a gl' inventori delle cose nuove

Si faccia onor in ogni tempo, e lume.                   33

E che la lor memoria si rinnove

Con archi e marmi, e consecrati templi,

Sì che sempre qualche orma se ne trove.             36

Però quando mi avvien, che ciò contempli,

Penso che il trovator di tal vivanda

Fosse di santa vita e buoni esempli;                      39

E che la gloria propria in ogni banda

Gisse schifando, e tutti gli altri onori,

Siccome la Scrittura ci comanda.                         42

Le statue sprezzò, sprezzò i colori.

Fatto maggior via più col chiaro ingegno

D'ogni fregio, ch'apporti altrui splendori,            45

Io nel me credo, e quasi porrei pegno,

Che la trovasse Adamo in Paradiso,

Pria che gustasse il divietato legno.                      48

Alcun dice, che prima n'ebbe avviso,

Facendo orazione nel deserto

Un padre santo con afflitto viso.                           51

Sia pur come sicoglia; a sì gran merto

O fosse Adamo il primo, o Ilarione,

Poco era un tempio, ed ogni statua certo,            54

Vero è, che da pensar mi diè cagione

Un dubbio, che mi nasce or nella mente,

E credo non vi badin le persone:                           57

Ond'è, che essendo in grazia della gente

Per così fatta via, che senza lei

Cosa non par, che 'l gusto ci contente:                 60

Nondimen nè la lingua degli Ebrei,

Nè la Latina, nè la Greca antica,

Nè quella forse ancor degli Aramei,                     63

Voce ritrova, onde 'l suo nome dica?

Questo è, s'io non m'inganno, un gran difetto!

U' quanto altri più pensa, più s'intrica,                66

Dirà quel Mastro mio, che d'intelletto

Si crede pareggiar il dottrinale,

Che non so che sul Calepino ha letto;                   69

Tanto viver poss'egli l'animale,

E tanto vada delle reni sano,

Quanto in questo poi ha del naturale.                  72

Ma pur a dir il vero, il caso è strano,

Nè si può così tosto il nodo sciorre,

Perciocché non ne parla Prisciano.                       75

E chi sa, che 'l suo nome entro la torre

Di Babel non restasse impastoiato,

E là si stia, poich'altri nol soccorre?                      78

Il qual perchè non fu poi ritrovato,

Ella restò senza la propria voce,

O fosse caso, o pur contrario fato.                        81

Il saper troppo qualche volta nuoce,

A noi basta nomarla per volgare,

Senza tener più la brigata in croce.                      84

Pur si potrebbe con ragion cercare.

Quei, che fra gli altri anch'io tal volta soglio,

Perchè dal sale ogn'uom l'usi chiamare.              87

A che risponder brevemente io voglio,

E conchiudendo tosto la sentenza,

Lasciarvi addietro ancor quest'altro scoglio.        90

Ogni arte nel principio, ogni scienza

Nasce imperfetta, e poi di giorno in giorno

Si vien da quella a maggior conoscenza,             93

La prima casa, sotto cui soggiorno

Menar le genti, al fabbricar poc'use,

Dovea parer una casaccia, un forno.                    96

Ma poiché l'ignoranza il tempo escuse,

Venne Vitruvio e monna Architettura,

E le parti ordinar, ch'eran confuse.                       99

Questo esempio vi va proprio a misura,

Perchè dico, ch'al nascer l'insalata,

Ebbe ancor ella una cotal sciagura.                      102

E fu prima col sal accompagnata,

Da chi si fosse il trovator dabbene,

E così l'insalata fu nomata.                                    105

Ma poi a lungo andar, come interviene,

Che in un punto trovar non si può il tutto,

Entrar di migliorarla in ferma spene.                   108

Ne volse, come pria, mangiarla asciutto,

Che l'aceto v'aggiunse, e fu gran sorte,

Al fin con l'olio ne cavò il costrutto.                      111

Eran lenostre vie tutte a ciò corte,

Però s'io dico, che del ciel discese,

Non vi paia il mio dir sì strano e forte.                 114

Ben credo, che di ciò fosse cortese

A più persone, e che non fosse un solo,

Che di tanta bontade il tutto intese.                      117

Fin qui troppo alto abbiam disteso il volo,

E camminato per solinghe strade,

Che per essere inteso ora m'involo.                       120

E dico, che non basta questa etade,

Nè quella ancora, che appo noi s'aspetta

A dir dell'insalata la bontade.                                123

A vederla nel tondo ci diletta

Sol della vista, e drizza l'appetito

A chi n'avesse poco, e 'l gusto alletta.                   126

Nè bisogna toccarla con un dito,

Come alcun sciocco, ch'imbrattarsi teme,

Ma darvi dentro baldanzoso e ardito:                  129

Empiersene la man, la bocca insieme,

Senza ch'altri t'inviti, se n'hai brama,

E se disio di lei t'invoglia e preme.                        132

Il tondo largo di ragion sempre ama,

Ove menar si possa con prestezza,

E l'olio poi sovra ogni cosa chiama.                      135

Sempre mi parve di color sciocchezza,

Che le fan con l'aceto sol la festa,

Come di Spagna una gran gente apprezza.        138

Altro che 'l Ciel non mi trarria di testa,

Che ciò non fosse cosa troppo vile,

O fosse povertà, che più molesta.                         141

Fanno meglio i Lombardi, che 'l gentile

Suo cacio Parmigiano o Piacentino

V'aggiungon con più saggio e chiaro stile.          144

Qualche fior leggiadretto, e pellegrino

Non mi vi spiace, ed or che 'l caldo è grande,

Un cetriuolo affettarvi ho per divino.                   147

Spesse volte in disprezzo le vivande

Quanto vuoi dilicate, e di gran pregio,

Mi son cadute, come fosser ghiande:                    150

L'insalata non mai, perch'ella, ha 'l fregio

D'ogni ben ricca mensa, anzi è la luce

D'ogni viver, che s'usi, almo ed egregio.              153

Talor la sera a casa si conduce

Svogliato un uom, che staria, senza cena,

Se questa non li fosse al mangiar duce.                156

Viene la moglie in vista alma, e serena,

Il tondo gli appresenta, e s'egli è saggio,

L'olio v'instilla, e l'insalata mena.                         159

Io per me volentier mai non l'assaggio,

Se sottosopra non la meno io stesso,

E vi meno più volte di vantaggio.                         162

Poich' a mangiar a desco mi son messo,

Per pescar meco nel medesmo tondo,

Non mi venga chi m'ama a porsi appresso;         165

Ch'io faccio le pazzie, e tutto 'l mondo;

In ciò disprezzo, non conosco amico.

Se mi chiamasse il Papa, io non rispondo            168

Il resto del mangiar non stimo un fico,

E ne fo di buon cuor parte al compagno,

E volentier assai più, ch'io nol dico:                      171

Non fo ingiuria a persona, e m' accompagno

Con ciascun di leggier; sol mi riscaldo

In questo, e se m'offende altri, mi lagno.              174

Ogni erba, ch'io vi scorgo, a me un smeraldo

Vivo rassembra, e altro non agogna.

Il cuor fatto in quel punto allegro e baldo.           177

Forse che costa molto, o che bisogna

Benvenuto, Uliviero, o 'l Ruscellai

Ti faccian forti in Roma o inBologna?                 180

Per un quattrin tanta abbondanza n'hai,

Se ti dà chi la vende il tuo dovere,

Che basta a contentarti  ove che vai                     183

Forse che dopo lei non dà buon bere?

Sotto 'l giudice ancor la lite pende,

Qual debbia di ragion il pregio avere,                  186

L'insalata o 'l popone; e chi s'intende

Di cotai cose apertamente dice,

Ch'a l'insalata il primo onor si rende.                   189

Quale è a vederle in mezzo una radice

Candida e grossa, di che l'uom si goda,

E la sua voglia in ciò tenga felice?                        192

Quest' è quel, che di lei più ch'altro loda

Ogni buon monsignor, ogni convento,

Perchè certi di lor l'usan per coda.                        195

O sopra ogni altro illustre condimento,

Degno sei ben, che di te canti Homero,

Ch'io per me farti onore mi sgomento.                 198

Tu il gusto ci conservi e rendi intero,

Tu presti a chi ti cerca in ogni loco,

Solo di potestà rimedio vero.                                 201

Quanto io parlo di te, tanto m'infoco,

E s'io vo' dir il ver, di lauri o mirti,

A paragon di te mi curo poco.                              204

Serbinsi questi a più sublimi spirti,

A me basti sperar di te corona,

E mio Ippocrene e mio Parnaso dirti.                   207

A te la salsa, di cui tanto suona

Il nome, ceda, ancor ceda l'agliato,

E le tue lodi canti ogni persona.                            210

Chi t'ama, esser non può, se non beato,

E chi la mente tien a te rivolta,

Vive con poca spesa in ogni lato.                          213

Dica chi vuol: da vergini man colta

Un'insalata, ogni tesoro avanza;

Ed io l'ho detto già più d' una volta,

Felice è ch'in lei pone ogni speranza.                           217

Della Scomunica

A Messer Trifone

Non so, Trifon mio caro, sepensato

Con quel tuo natural sodo e profondo

Havrai quel, ch'ora entro il cervel m'è nato.        3

Cioè, che pazzacosa infin è il mondo,

Ove son tante opinion diverse,

Ch' volerne parlar io mi confondo.                       6

Potrei con voci più leggiadre, e terse

Spiegarti in quelle carte il mio concetto,

Lo qual forz' è che in rime or si riverse.                9

Ma perchè mille volte habbiam già detto

Che fra noi vaglia a far le cose chiare,

Senza tanto stancarti lo 'ntelletto.                         12

Parlando alla carlona i' vò mostrare.

Che porsi la scomunica si deve

Fra le gioje che tien altri più care.                         15

E questo, che alcun stima così greve

Peso, che non è alfin altro che baja,

Agevolarti sìche paja lieve.                                   18

Dirai tu, ch'a menar il can per l'aja

Ho tolto, e che parlar d' altro dovrei,

E trattar cosa più vezzosa, e gaja.                        21

Dico, che volentier anch'io 'l farei,

Ma perchè addosso un nembo me ne viene.

Me inqualche modo consolar vorrei.                   24

Di quel, che in coscienza s'appartiene

Teme di lei, per me non ne favello,

E quel ne credo anch' io, che si conviene,             27

Ben dico, che mi pare un santo e bello

Modo d'acquistar fama in ogni parte,

L'esser dipinto in questo muro, e 'n quello.          30

Ogni huom non può con la dottrina, e l'arte,

A guisa di lumaca tutto 'l giorno

In casa starsi a schiccherar le carte.                      33

Però sciocco è se alcun si reca a scorno

L'acquistar fama in qualsivoglia guisa,

Se ben tutto l'inferno havesse intorno.                  36

Non posso qui, Trifon, tener le risa,

Memorando in quanti modi si dipinge

La scomunica fatta alla divisa.                              39

Chi vi fa birba riccia,chi distringe

Con mille nodi il miser debitore,

Chi 'l foco alla caldaia ancor v'infinge.                 42

Non so se d'haver visto un Monsignore

Giandaron ti ricorda, per destrieri

Sul Bufol cavalcar a grande honore.                    45

Trifone il vidi, e 'n atti cosìfieri,

Che sempre n'ho poi fatto una gran stima:

Però non sia, ch'alcun mi si disperi.                      48

Udito ricordar non l'havea prima,

E se questa scomunica non era,

Non parleria di lui prosa, nè rima.                       51

Così venuto di molti altri a vera

Conoscenza son io di mano in mano

E qualche Cardinal è in questa schiera.               54

Credilo a me, che si raggira in vano,

Chi tanto di fuggirla si procaccia,

E fa luogo a pensier non troppo sano.                  57

Dipingami chi vuol con scura faccia,

Col diavol d'intorno, e la Tregenda,

E 'l peggio in questo, che può far mi faccia         60

Purchè la via del Riccio egli non prenda,

E mi dia in preda a quei suoi mascalzoni,

Ogni altra mi parrà poco faccenda.                     63

Che mi cur'io se porre su i cantoni

Della Zecca mi vuoi, o pur di ponte,

E del mio nome empier tutti i Rioni?                    66

A questo modo le mielodi conte

Si faran tosto, e senza molta spesa:

A che mai sempre hebbi le voglie pronte.            69

Non è dunque, Trifon, sì grave offesa

L'esser scomunicato, come crede

Chi la cosa per dritto non ha presa:                      72

Nè scandalo sì grande, s'altri vede

Tinto dizafferan Piero, e Martino,

Con letter grandi più che mezzo piede.               75

E posto che pur fosse, al mio destino

Non posso contrastar, s'io havessi il modo,

Dio sa ch'io pagherei finoa un quattrino.            78

Non è pur or, che questo assenzio rodo,

Ben credo innanzi che maturi il mosto

Uscirne, e 'n quella sempre ora mi godo.             81

Purché fra tanto il Riccio stia discosto,

Come ho detto di sopra, il resto è un gioco,

 E pongami chi vuole a lesso o arrosto.                84

Se sei scomunicato, in ogni loco

Ciascun per non parlarti si ritira,

E guardasi da te come dal foco.                            87

O benefizio grande a chi ben mira,

Non esser fastidito da persona,

Che ti faccia sentir l'angoscia, o l'ira!                    90

E se per sorte alcun pur ti ragiona

Senza prefazion nè far non osa,

Come a ben reverenda alta persona.                    93

Dalla confession, ch'è sìnojosa

T'assolve: or se non fosse altro che questo

Non merita, che l'ami oltra ogni cosa?                 96

Molte virtù di lei di dir mi resto,

Come è , che voti, e quaresima atterra,

Senza voler di Clemente, o di Sesto.                     99

E ciò, che al viver lieto ci fa guerra.

Discaccia ove che giunge a compimento,

E tutto alfin la sagrestia ci serra.                           102

Come l'ira di Dio a passo lento

Procede, nè si scaglia ad altri addosso

Così da traditor in un momento,                          105

Ti cita prima, e non sei ancor mosso:

T'aggrava poi pian piano, e ti raggrava:

Tu in tanto le attraversi qualche fosso.                 108

E se non segui questa usanza prava

Di pigliar le censure, alcun partito

Non manca, che d'affanni alfin ti cava.               111

Suona pur le campane, e nega ardito,

Ch'in buono il tempo reo ancor si cangia,

Un dì ristorerem chi n'ha servito.                         114

Di far i cedolon il Nicia , e il Gangia.

Lasciam pur, che si stanchino a lor posta;

Perchè con la scomunica si mangia.                     117

E se ti par alfin, che troppo costa,

E non vi sia a lungo andar guadagno,

Un caval non ti manca della posta,

Col qual le ragion saldi, e col calcagno.                       121

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 06 ottobre 2008