ATTRIBUITO A BRUNETTO LATINI

FIORE DI FILOSOFI  E DI MOLTI SAVI

Edizione di riferimento

FIORE  DI FILOSOFI  E DI MOLTI SAVI, Testo in parte inedito, citato dalla Crusca e ridotto a miglior lezione da Antonio Cappelli,

PRESSO GAETANO ROMAGNOLI Bologna 1865. Edizione di soli 202 esemplari ordinatamente numerati. N. 26  Regia Tipografia.

AL CHIARISS. SIG. CAV. PROF. FRANCESCO SELMI

R. Provveditore agli Studi IM Torino

 

Il prof. Vincenzio Nannucci pubblicando per il primo sopra due codici fiorentini il Fiore di filosofi e di molti savi, con attribuirlo a Brunetto Latini (Manuale della letter. del 1.o secolo della lingua ital. Firenze 1837-39, e 1856-58), vi premise un'avvertenza la quale mi giova ripetere, « In questo libro (egli dice) sono raccontati da Brunetto alcuni fatti più notevoli e le sentenze morali di parecchi filosofi e d'uomini grandi de' tempi antichi. Il lettore vi troverà offesa talvolta la verità della storia, e narrato intorno alla loro vita alcune circostanze, che odoran di favola. Ma di ciò non si dee fare le maraviglie; imperocchè i nostri vecchi del trecento si bevean molte cose in fatto di storia, e prestavano bonariamente fede ai favolosi racconti ed alle tradizioni popolari, fossero pure assurde, che correvano a' tempi loro.

Ho dato poi per lavoro di Brunetto questo Trattato inedito, da me rinvenuto in un codice Magliabechiano ed in uno Gaddiano esistente nella Biblioteca Laurenziana; e benchè non porti nei detti codici il nome di Brunetto, pure ho stimato che gli appartenga per le ragioni che sono per dire. Nella Biblioteca manoscritta, che fu di Tommaso Giuseppe Farsetti, ed è ora riunita alla Marciana di Venezia, è un codice cart. in-4°. del sec. XV, che contiene i Detti di Secondo filosofo ateniese, volgarizzati da Brunetto Latini. L′ab. Morelli, editore del catalogo della suddetta Biblioteca [Venezia 1771], annota che in quel codice il titolo fu aggiunto all′opera da mano più recente di quella del testo, ma che ciò fu fatto sul fondamento di un vecchio codice Ghigiano, che a Brunetto tal opera attribuisce.

Nei codici fiorentini questi Detti sono intitolati Deffinizioni, e formano parte del Fiore; anzi da un luogo di questo medesimo Trattato si ricava apertamente che l′opera è tutt′una, imperocchè il paragrafo — Diffinizioni che disse Secondo — incomincia: Secondo fue uno filosofo molto savio al tempo di questo imperadore, ec. ove per questo imperadore è inteso Traiano (anzi Adriano nella mia ristampa) del quale si parla nel paragrafo antecedente: dal che appar manifesto che questi Detti Diffinizioni sono collegati col Fiore, e compongono tutt′un Trattato. Ora se i Detti di Secondo dai codici Farsetti e Chigiano sono attribuiti a Brunetto, mi pare che gli si debba assegnare ancora il Fiore, del quale forman essi una parte; e tanto più che la dicitura dei Detti è in tutto e per tutto la stessa che quella del Fiore. »

Nel 1840 il sig. F. Palermi, stando in Napoli, nè essendogli giunta notizia della prima ediz. del Manuale del Nannucci (che allora le relazioni nostre col regno dette Due Sicilie erano gelosamente inceppate), diede fuori in una piccola Raccolta di testi inediti del buon secolo anche i Fiori e vite di filosofi e imperatori (Napoli, tip. Trani, pag. 1 a 46) che sono un testo di fondo eguale, quantunque assai più copioso, di quello del Nannucci: ma la lezione ch′egli pur trasse da codici fiorentini, e che pensò ripulire del vecchiume più grosso, riescì in molti lunghi scorretta e guasta, dicendo p. e. che Diogene « per lo grande studio usava un mantelletto di un suo discepolo » anzichè leggere « per lo grande freddo, ec. » (pag. 10), e come per altri errori verrò notando nel corpo del libro.

Or io avendo a mia volta trovato nel cod. memb. e miscell. del Sec. XIV° n. 95, posseduto nella Biblioteca palatina di Modena, un testo del Fiore medesimo non men copioso ed assai migliore degli stampati, m'ascrivo a dovere e fortuna di nuovamente produrlo e di presentarlo alla S. V. Ch., contenendo esso eccellenti e sublimi precetti di saggezza, la di cui compilazione, stesa altresì in un volgare di notabile importanza, parve degna di potersi attribuire a chi ebbe la gloria di aver avuto a discepolo Dante, insegnandogli come l′uomo s'etema, ed a chi per autorità del Villani fue cominciatore e maestro in digrossare i Fiorentini, e farli scorti in bene parlare essendo già pel Del Furia dimostrato che a torto Brunetto si tenne autore dell'osceno e disadorno Pataffo.

Il codice modenese si compone del Liber floris virtutum et morum (il Fiore di virtù accresciuto negli ultimi capitoli) del Fiore di filosofi, e del Libro de' sette savi di Roma, copiati d'una stessa mano. A motivo che il Fiore di virtù era sparso di molte figure colorate, vi sono state per la più parte indegnamente tagliate via colla perdita del testo che vi rispondeva al rovescio. Quanto alle due operette seguenti, mancano solo della prima carta, ove con fatale bellezza spiegavasi la grande lettera iniziale rabescata e figurata; il perchè restiamo incerti se portassero indicazione di autore. Però ad onta dei guasti sofferti il codice continua ad offrire non poco interesse, ed io penso valermene per tutti tre i Trattati, come fo ora del secondo, il quale si compie con due capitoli che descrivono il mondo, le feste e le stagioni, l′anno ed i mesi; capitoli che mi sembrano però di altro autore e introdotti arbitrariamente dal copista, un certo Iacopo che si palesa in fine del Fiore di virtù colle parole: — Vivat in celis Jacobus in Domino felix. —

Il signor F. Palermo premette opportunamente alla sua edizione che « le sentenze, per gli autori latini, sono volgarizzate dalle costoro opere, e sono veramente di essi; meno solo qualche rara volta che il detto di uno trovasi attribuito a un altro: ma quanto alle altre apposte a′ filosofi greci, si vede essere state le più improntate d'altronde, e spesso dalla Scrittura; rade volte appartenendosi a quello del quale si vuole che sieno. Il che evidentissima è soprattutto nelle sentenze poste sotto Socrate, e che si dicono cavate da' costui libri: che Socrate non lasciò libri, e quelle sentenze, la maggior parte, sono prese dalla Scrittura. » Vediamo infatti che gli stessi codici non sono fra loro concordi; che dove il Nannucci lesse Epicuro  (e Picurio sta nel cod. modenese, pag. 13), il sig. Palermo legge invece Epicarmo, oltre di aver attribuite a Scipione Africano ed a Stazio alcune sentenze le quali d′altra parte vennero notate a Platone.

Salvo quelli assegnati a Seneca, i Detti più copiosi vennero tratti da Tullio; e giacchè sappiamo che Brunetto tradusse varie Orazioni di Cicerone, e che anzi nell′accompagnare ad un amico quella per Q. Ligario dice: « Io sono molto guernito di libri, e spezialmente di Detti di Marco Tullio Cicerone, scelto quasi per una mia sicura colonna, siccome fontana che non istagna » parrebbe questo un altro  valevole ad aggiugnere probabilità a farci credere di Ser Brunetto l′intera stesua del Fiore.

Ma avendo noi di recente nel suo originale l′opera principale di Brunetto, Li Livres dou trèsor, (Paris 1863), a cura del signor Chabaille, ove dice: Porce que nos cuidons consirer toutes humaines choses par guise de philosophie, si metrons tout avant les diz des anciens sages (pag. 333), senza che in tanto sfoggio di detti o sentenze se ne veggano mai o quasi mai di quelle del Fiore, che pur si compone di autori egualmente spogliati pel Trèsor, son d′opinione che le due opere suddette spettino a penna diversa. E valga il vero: se il Fiore fosse stato composto da Brunetto avanti il 1260 in cui rifugiò in Francia e si pose a dettarvi il suo Trèsor, gli sarebbe tornato assai utile potersene in quello servire, nè avrebbe mostrato d′ignorare le Diffinizioni di Secondo, che sono invece il fondamento per assegnargli il lavoro presente. Ammettendo all′incontro che il Fiore venisse redatto negli ultimi anni di Brunetto, morto nel 1294, è troppo naturale che l′avrebbe reso a più doppi copioso di nomi e sentenze di filosofi, e in particolar modo di Detti di Tullio, taluno de′ quali si ripete, per averne sì piena la mente, fin nello stesso Trèsor (p. 368 e 579), quando di tali Detti uno solo potei osservare (p. 376) che riceva esattissimo riscontro nel Fiore (p. 26).

Il medesimo sig. Palermi dichiara che non gli fu possibile di rinvenire chi fosse l′autore di questa operetta, avendolo ignorato anche l′antico copiatore del cod. Riccardiano, n. 3380, che vi scrisse in fine con diverso inchiostro:

Iddio faccia riposare in pace

L′anima di colui che lo fece

Questo libretto, che tanto mi piace.

Ciò per altro non toglie che il Fiore di filosofi meritasse, come accennai, di essere ascritto al malestro di Dante, nè forse rimase a Dante sconosciuto (vedi a pag. 61): e direi avesse servito in un col Fiore di virtù e col Libro de' sette savi, di che si compone il cod. modenese, ad uso scolastico; che l′utile della materia istruttiva e morale (riportandoci al finire del secolo XIII e l′incominciare del XIV) si congiunge mirabilmente alla amenità dei racconti, secondo il precetto oraziano, inducendo ancora per la grazia e semplicità del dettato a innamorarci dello studio.

Nel seguire il mio codice, non mancai di tener sempre sotto gli occhi lo stampato col quale ho supplita la mancanza della prima carta, e mi sono approfittato di tutte le aggiunte ora poste a suo luogo ed ora in appendice, e così accolsi taluna delle note fattevi dal prof. Nannucci, avvertendole nè tratti di qualche interesse mediante l′iniziale (N).

La S. V. Ch., che è tanto addentro negli studi di nostra lingua, faccia buon viso all′offerta di un libro citato nell′ultima impressione del Vocabolario della Crusca, e gradisca insieme le proteste della singolare stima e riconoscente amicizia del suo

Modena, 23 agosto 1865,

Devotiss. e obbligatiss.

Antonio Cappelli

 

Fiore di Filosofi e di molti Savi

PITTAGORA.

Pittagora fue uno filosafo, e fue d'uno paese, ch'avea nome Samo: nel quale paese regnava uno prencipe che, siccome tiranno, struggea la terra, la cui iniquitade e la cui superbia offendea tanto l′animo di questo filosafo, ch'elli lasciò lo suo paese e venne in Italia, ch'era chiamata in quello temporale la grande Grecia, e fecelo per non vedere così mala signoria. In questo Pittagora si cominciò lo nome della filosofia, che in prima erano appellati Savi quelli che erano innanzi agli altri per costumi e per nobile vita. Pittagora fue domandato quello che si tenesse, ed e' rispuose, ch'era filosafo, cioè studioso ed amatore di sapienzia; chè ′l nominarsi l'uomo savio è vizio di grande arroganza. Pittagora fue di tanta autoritade che gli uditori, ciò che gli udieno dicere, si scriveano per sentenzia; e quando disputavano insieme, non rendeano altra ragione ne′ loro argomenti, se non che Pittagora l'avea detto [1].

DEMOCRITO.

Democrito fue grande filosafo, e fue gentilissimo di sangue e ricchissimo d'avere, lo quale lasciò tutto ′l suo patrimonio a' suoi cittadini. E andandosene ad Atena, là ov'era la filosofia, continuando lo studio, sì si abbacinò degli occhi [2], per avere più sottile ingegno e più forti pensieri; e di ciò fu quistione tra li altri savi. L′uno de' savi disse ch'elli avea sofferto di perdere gli occhi per non vedere la malvagità della gente; e l'altro disse che per ciò era cieco, per non vedere le femine, che nolle potea guardare senza carnale desiderio di peccare; e l'altro disse che perciò ch'avea trovata l'arte [3] maggiore che 'l senno [4] degli occhi, sì se ne diede questa penitenzia che s'accecò. E anzi che fusse cieco, essendo dimorato lungamente fuori di suo paese, rivenne in suo paese e vide le possessioni sue tutte diserte: guardolle ridendo, e disse: Io non sarei salvo, se voi non foste perite. Anco fue uno che li disse che ′l suo figliuolo era morto, ed e′ rispuose: Annunziata m′hai cosa, ch'io l′aspettava; e sapea, da che di me era nato, ch'egli era mortale.

IPPOCRATE.

Ippocrate fue medico. Essendo una donna incolpata d'avolterio perciò ch'ella avea partorito uno bellissimo figliuolo, lo quale non somigliava ne ′l padre, ne la madre,  Ippocrate sentendo la quistione disse: Guardate nella camera che non v'abbia somigliante figura. E cercato nella camera, fue trovata somigliante figura al fanciullo; sì che la donna fue fuori del sospetto.

SOCRATE.

Socrate fue grandissimo filosafo in quel temporale, e fue molto laidissimo a vedere; ch'egli era piccolo malamente, ed avea ′l volto piloso, le nare ampie e rincagnate, la testa calva e cavata, piloso il collo e gli omeri, le gambe sottili e ravvolte. Ed avea due mogli in quel tempo, le quali molto contendeano e garrivan insieme, e tencionavano spesso, per ciò che 'l marito mostrava amore oggi più all'una e domane all'altra. Poi che Socrate le trovava garrire, sì le inizzava per farle venire a' capelli, e facevasine beffe, veggendo ch'elle contendeano di così vilissimo uomo. Sicchè un giorno venne ch'elle si tiravano i capelli, ed egli facea beffe di loro, ed elle se n'avvidero e in concordia si lanciarono, e vennerli in dosso e miserlo sotto, e polarollo sì che di pochi capelli, ch'elli avea, nolli ne rimase veruno. E quegli lievasi e viene fuggendo, ed elleno dietroli co' bastoni [5] battendolo, e tanto li diedero che per morto il lasciàro. Sicchè allora si partio con alquanti discipoli ed andonne in luoco campestro, rimoto dalle gienti, per potere meglio istudiare, e li fecie molti libri, de li quali sono tratti fuori molti esempi in questo modo :

 

Molti vivono a ciò che si dilettino in mangiare ed in bere; ma io mangio e beo a ciò ch'io viva.

Fae si le vigiende [6]  altrui che non t' escano di mente le tue.

Fae sì prode a l'amico tuo, che tue non nocci a te medesimo.

Quello che tu hai, usalo in tale maniera, che non ti bisogni l′altrui.

Affaticati anzi per te che per altrui.

E di guadagnare e di guardare *l′avere* si conviene avere *senno e* misura.

E chi si affretta di consigliare, si si affretta di pentire.

L'affrettare e l'ira sono troppo contradie al buon consiglio.

Con gli amici si conviene breve parlare e lunghe amistadi.

A se medesimo niega il servigio quelli che dimanda cosa malagievole a donare.

De lo male altrui non ti fare allegrezza.

Cominciamento d'amistade è ben parlare.

Cominciamento di nimistade è la lingua villana.

L'amico rado si accatta e leggiermente si perde.

Non imponere ad altrui quello che tu non potessi per te soffrire.

Dona quello, che desideri che ti sia donato.

L'uomo presente non si conviene lodare.

Non si appressi alla lingua, ma stia sopressata nel cuore la parola, che sarà parlata a te solo senza più.

Se farai bene altrui, a te darai utilità di persona.

PLATONE.

Platone fue alto filosofo, e fue discipulo di Socrate, e nacque abiendo Socrate XLIII anni. Platone essendo sommo filosofo era molto ricco, sì che un altro filosofo ch'avea nome Diogine venne a lui e trovò grande letto nella camera sua. Non li parlò, se non che con li piedi fangosi disfece il letto, calpitando coltri di polpore, e quando avea forbiti i piedi ed egli tornava ne la strada e infangavasi ancora i piedi, e tornava a ricalpitare il letto. E quando ebbe così fatto, partissi e disse: Platone, così si abbatte la superbia tua con un′altra superbia. E allora si partì Platone ed andonne con suoi discipoli in accademia in una villa di lungi a la città, non solamente diserta ma pestilente, a ciò che la asperità del luoco rompesse la volontà de la lussuria de la carne. Platone, essendo troppo caldo contra un suo discipolo ovvero servo, per offensione che li avea fatto, temendo di non passare il modo de la vendetta, commise a uno suo amico lo albitrio del gastigamento. Platone fecie più libri, tra i quali ne fecie uno de la immortalità de l'anima. Lo quale libro leggiendo un altro filosofo, si gittò a terra d′un muro, vogliendo morire per avere migliore vita. Platone disse che lo più mortale nemico che sia si è la volontà del corpo, che non è niuna nè sì grande reitade che la volontà non vi conduca l'uomo.

DIOGENE.

Diogene fue filosofo, e per lo grande freddo usava uno mantelletto d'uno suo discipolo, e lo ciellere [7] suo era una taschetta.

Il cavallo suo era un bastone con che si appoggiava, perchè era debile. E di questo Diogene parla Seneca, e dice che Diogene era più ricco che Alissandro, che possedea il mondo; perciò che più cose erano quelle che Diogene non volea che quelle che Alissandro potea donare.

Diogene dicea che de la coscienza muove lo male che parla la lingua.

Diogene fu di troppo grande vertude e di grande contenenza, e ciò mostroe egli a la morte, che andando egli a un tempio, ove andava grandissima giente di Grecia, una febre con grande dolore lo prese ne la via, ed elli si trasse ad uno albore ne la grotta [8] de la via. Gli soi amici vogliendolone portare in suso un cavallo, egli nollo sofferse, e disse: « Priegovi che andiate là dove dovete andare, che in questa notte mi proverò, o vincitore o vinto: e se io vincerò la febre, io verrò al tempio; e se la febre vincerà me, discenderò a lo inferio, e saroe fuori di pena: nè non morrò mai [9], e con la morte caccerò via la febre. »

ARISTOTILE.

Aristotile fue grande filosofo, discepulo di Platone, e fece molti libri.

E dicea che l′uomo non dee parlare di sè nè in lode nè in biasimo; che a lodarsi è vanitade, e biasimarsi è follia.

Dal troppo e dal poco si corrompe castità e fortezza; dal mezzo si salva.

Molti sono quegli che secondo virtudi non fanno, ma fuggiendo a ragione, pensano essere filosofi buoni; e fanno simigliante a li infirmi, che diligentemente e studiosamente odono le parole de' medici, e poscia non fanno niente di quello ch'è da operare.

Ljggier cosa è a partirsi dal senno, ma malagievole cosa è a ritornarli: e perciò il troppo e 'l poco è di malizia, e la mezzo è di vertute.

Quello che maggiormente impedisce virtute, maggiormente è da fuggire.

Quegli è male compagno che imbriga la cosa comune.

Cui dimanda gridando e cui risponde, non cede il dritto, ma follemente ragiona.

Di niuna cosa ci debbiamo piue vergognare, che quando  parliamo di Dio.

II buono uomo non sae patire nè fare villania.

La ingiuria fatta sanza ragione, è disonore e infamia di colui che la fae.

De li vostri nemici, cercate e prendete vendetta dentro a vostra magione.

EPICURO [10].

Epicuro fue uno filosofo, che non sappe lettera, nè non sapea disputare; ma disse di molte buone sentenze, in questo modo:

Chi ha pane ed acqua quanto bisogna, si sodisfa a la natura; e quello, ch′è da li in su, non è per bisogno, ma per vizio di volontà.

Non può divenire savio chi pensa a ricchezza e a diletti di mensa, che troppe fatiche e studi richiede.

Chi vuole portare la vita sua saviamente, elegga uno buono uomo ne l′animo suo, il quale egli abbia tuttavia innanzi a gli occhi, e viva sì come fae egli, sì come tuttora li fosse presente

Se vivi secondo natura, non serai mai povero: se vivi secondo opinione, non serai mai ricco. La natura dimanda poco; la opinione bada a molto.

Ammassare ricchezze non è buono a molti, ma mutamento di miserie.

Con maggiore studio è da guardare con cui l′uomo mangia, che quello che l′uomo manuca [11]. A empiersi il corpo sanza l′amico è vita di leone e di lupo.

Se vuoli essere ricco, non crescere lo avere, ma minoma [12] la cupidità e lo volere.

Nè dolcezza di bere, nè soavità di mangiare, nè diletto di femine, nè abbondanzia di parlare non usare.

Cui temperatamente guadagna, temperatamente usi i conviti: e per troppi e delicati mangiari si ingenera molte malatie.

TEOFRASTO [13]

Teofrasto fue grande filosofo e discipulo di Platone, e rimase per maistro degli altri discipuli quando morì Platone. E' fece molti libri e disse queste sentenze [14]:

Mistieri fae di amare li amici provati, e li non provati provare.

La vendetta del nimico hai perduta, se li scuopri che ti cognosca a nemico. Lo nemico per sicurtate più leggiermente si inganna.

Le sentenze degli amici sono cieche, corrompono i buoni costumi, il male fan leggiere.

Valerio

Valerio e Bruto furono consoli di Roma: e questo Valerio fu sì giusto, e guardò sì le mani da presenti e da mali guadagni, che divenne povero per questo ufficio del Comune, lasciando tutte le utilità  sue. Sicchè quando fu morto, non li si trovò tanto onde si potesson fare le spese della sepoltura. Questo Valerio, essendo console de' Romani, suoi palagi e sue torri, ch'erano in Campidoglio, fece abbattere, perciò che pareano più alte che quelle de' suoi vicini.

PAPIRIO.

Papirio fue di Roma, uomo fortissimo, disideroso di battaglie, sì che li Romani si credeano difendere per costui da Alissandro, che regnava in quel tempo. Questo Papirio, essendo garzone, andava sovente col patre al Consiglio. E la matre lo dimandò un dì che s'era fatto al Consiglio, e lo garzone rispose e disse: Egli è credenza [15], e non è da dire. Allora alla matre vennene maggiore voglia di saperlo, e corse addosso al fanciullo e battello, e sforzavalo ch'egli gli dicesse la credenza. Lora [16] veggiendo il garzone che gli le convenia dicere, sì si pensò una bella busia; e disse che nel Consiglio era ragionato quale era meglio che l′uomo avesse due mogli, o una femina avesse dui mariti per multiplicare la gente di Roma, perchè molte terre si rubellavano. La matre gli promise di tenerlo credenza, e inmantenente andoe e parlonne con altre donne, sì che le parole andarono tanto di donna in donna, che tutte le grandi donne di Roma si adunarono insieme e andarono al Consiglio in fra il terzo giorno. L'una di loro si levò e disse, ch' ella e l′altre donne consigliavano ch'egli era meglio che le donne avesseno dui mariti che gli uomini due mogli, e meglio era cosa da sofferire. Gli Senatori e quegli dal Consiglio, non sapiendo che volea dire questo che dicea queste donne, dubbiarono di questa maraviglia e di questa follia che diceano queste donne. Lora Papirio scoperse alli Senatori il fatto, e li Senatori saviamente accomiatarono le donne, e molto appregionno il senno del garzone. E per questo fecero ordinamento, che niuno altro garzone non devesse venire al Consiglio con lo patre [17].

SCIPIO AFRICANO.

Scipio africano fue consolo di Roma, fue molto fu savio, e disse queste sentenze: [18]

In tutte le cose li uomini sono più avveduti, e puote dicere catuno quante capre e pecore egli hae, ma non puote dicere quanti amici egli abbia.

Niuna cosa è più grave, nè più malagievole che tenere l′amistà fino allo stremo die della vita.

PLATO. [19]

Plato fue uno grande savio, cortese in parlare, e scrisse queste sentenze :

In amistate nè in fede non ricevere uomo folle: più leggiermente si passa l′odio delli folli e delli malvagi, che la loro compagnia.

A neuno ti fare troppo compagno

L'uomo è tropppo cosa singulare: non puote sofferire suo pare, delli suoi maggiori hae invidia e de′ suoi minori hae disdegno, alli suoi iquali [20] non leggiermente s'accorda.

Quelli sono maliciosi e pessimi nemici, che sono nella fronte alliegrj e nello cuore tristi.

CATO.

Cato fue capitanio delli cavalieri, di Roma, e fue molto savio, e disse queste sentenze:

La vita dell′uomo è poco meno come lo ferro, che lo ferro se lo lo adoperi si logora, e se non lo adoperi la ruggine il consuma. E così è l′uomo: per esercizio si logora, e per troppo agio si guasta. Ma peggio fae stare pigro che lo esercizio.

Cato dicea alli cavalieri suoi: Pensate con li animi vostri, che se per fatica farete alcuna cosa di bene, quella fatica andrà tosto via, ma la nominanza dello bene non si partirà mai da voi; e se per volontà *carnale* farete alcuna cosa malvagia, la volontà si partirà, ma lo biasimo dello male sempre con voi dimorarae.

Cato fue dimandato che bisognava alla famiglia. Quelli rispuose: In prima ben mangiare, secondo fare bene [21], terzo vestire, quarto lavorare. E quelli che avea dimandato, dimandò anco: Non è bisogno di prestare ad usura? E quelli rispose: È non è bisogno d'uccidere la giente.

L'amistà ch'è cuscita [22] disavvedutamente con lo folle, meglio è a discuscirla che a squarciarla.

Molto è meglio d′alquanti averli a scoperti nemici, che averli per amici, perchè si mostrano dolci, e ciò sono li losinghieri.

Cato, pensando che l′anime sono perpetue, per rincrescimento di due quartane [23] uccise sè medesimo per trovare migliore vita [24].

MARZIA.

Marzia fue figliuola di questo Cato, e rimase ricchissima donna vedova, e non si rimaritò mai. Dicea che non avea ancora trovato marito che volesse anzi lei che lo avere suo.

JULIO CESARE.

Julio Cesare fue tagliato di corpo alla matre, e perciò fue chiamato Cesare.

E dicea uno filosofo, che quegli che nascono in quel modo sono più avventurati che l′altra gente: e costui fue avventuroso in tutte battaglie ch'egli fece, e fue lo primo imperatore ch'ebbe solo la signoria del mondo, e fue sì benigno che quelli ch'egli non vincea [25] con arme vincea con clemenza e con benignità, e fue di tanto ingegno, che niuno scrivia nè leggea più tosto di lui, nè dittava più copiosamente di lui. E reggiendo egli l′imperio e lo stato di Roma contra la usanza delli maggiorenti, più benignamente e più clementemente che non era usato, fue morto nello quinto anno del suo imperio dalli senatori del Consiglio con li stili di XXIII ferite. E quando andava al Consiglio e fue morto, una lettera gli fue posta in mano, che iscopria la morte sua, e fugli trovata in mano suggiellata e non aperta; che s'egli avesse aperta e letta la lettera, forsi se ne sarebbe guardato; e però non è niuno che si dovesse tardare d'aprire la lettera a cui è mandata.

TULLIO.

Tullio fue al tempo di questo imperatore grande filosofo, e fece la Rettorica, cioè la scienza di bello parlare e dello dittare, e scrisse di molte buone sentenze.

Fondamento di giustizia si è di non nuocere ad altrui, e di servire alla utilità comune.

Niuna giustizia [26] è più capitale, che di coloro che malvagiamente ingannano, ed alcuna cosa fanno per mostrare che siano buoni.

Delle compagnie niuna è più graziosa nè più ferma che quando li buoni uomini simiglianti in costumi sono uniti di familiarilà d′amore.

Niuna cosa è più amabile nè più dolce che simiglianza di buoni costumi [27].

Non chi fae, ma cui difende e cessa ringiuria è da tenere prode.

Non è di ragione quelli che per paura non si piega, piegarsi per cupidità; nè quegli che non si vince per fatiche, lasciarsi vincere alla volontà.

Da schifare è la cupidità dello avere, che niuna cosa è più di stretto nè di più angoscioso animo che amare ricchezza; e niuna cosa è più onesta nè di più alto cuore che disdegnare ammassare avere a quegli che no n′ha; e quegli che n'hae metterlo in cortesia ed in franchezza [28].

Forte e costante è lo animo che non gi turba nelle cose aspre.

Di grande ingegno e di sottile senno è l'uomo che con li pensieri prende le cose che possono avvenire per innanzi, e fare pari a quelle che sono avvenute.

Niuna cosa è più degna, nè di maggior lode allo grande uomo che essere benigno e umile.

Nella prosperità del secolo dee schifare l′uomo la superbia e lo argoglio.

Guardati di non chinare l′orecchie alli losinghieri nè alli innicatori [29], che ingannato serai leggiermente.

La lussuria [30] in ogni etate è laida, e nelli vecchi specialmente è laidissima [31].

La forma del corpo si dee tenere netta, ma non con troppo liscio, tanto che nè sia odiata, nè non v'abbia vanagloria.

Ottima cosa è la mediolità [32] ne lo vestire.

Nell′andare de l′uomo essere savio, di non andare troppo piano, ch'è segno di bonitate e di grandezza, e di non andare troppo ratto, come folle, ch'è segno di leggieri testa.

La vocie di quegli che parla dee essere dolce, non contendente e non cantevole; ma veggia prima di che elli parla: se parla di cose ferme, mostri fermezza; se parla a sollazzo, mostri allegrezza.

Lora vae male lo affare, quando quello che si dee fare per diritto si tasta di fare per argento.

Niuno puote essere giusto, che teme morte o dolore a povertate.

La forza della giustizia è tanta, che quelli che stanno e vivono di ruberia e di mal fare non potrebbono durare sanza alcuna parte di giustizia: che lo signore delli ladroni, se elli non parte la preda e lo furto igualemente, od elli è morto o lasciato dalli suoi.

Le cose fittizie e simulate caggiono tostamente sì come i fiori, perciò che cosa simulata, vuota di verità, non puote durare longamente.

Cui vuole pregio di giustizia usila ne' suoi offici.

Conviensi all'uomo cortese, in donare essere alliegro, ed in ricevere non acerbo.

Nobile e bella cosa è le magioni delli alti Baroni stare aperte per raccogliere li gentili. viandanti.

Cui dona, dee donare per ragione, e seguire li costumi e non la forma degli uomini.

Maggiormente è da gradire e da pregiare secondo natura dimorare con le gienti e sofferire travaglia e fatica per servire ed aiutare li amici, che dimorare solo, sanza briga, in diletto di sue volontadi.

Onore, volontate, ricchezza e simiglianti cose, che paiono utili alla giente, sono pregiate; ma più è da pregiare l′amistate.

Il buono uomo, non che fare, ma elli non ardirà di pensare cosa che non possa predicare in palese.

Nelle mercatanzie umane non dee capere busia; e lo venditore e lo compratore, se vegnono a parlare, siano contenti di parlare.

La vecchiezza è da aiutare per mantenersi forte. Lo vecchio dee usare poca fatica, e confortarsi con assai mangiare e con assai bere a ciò che la forza si mantegna.

Lo giovane invano spera ed invano si promette vivere lungamente, e più leggiermente cade in infirmità lo giovane che il vecchio, e più gravemente inferma e più malagievolemente si cura, e pochi ne vegnono a vecchiezza: ed in ciò è migliore la condizione del vecchio che del giovane; che quello che lo giovene spera, lo vecchio l*hae già avuto. Lo giovane spiera di vivere assai e longamente, e lo vecchio longamente è vissuto.

Quanto più savio è l'uomo, tanto muore più appagato nell′animo e non si pente di essere vissuto però c'hae menata la vita sì che non è nato indarno, e partesi di questa vita siccome viandante d'albergo, e non come di sua magione.

Fue dimandato Tullio, che fosse a dire storia. Rispuose, che istoria è testimonio di temporali [33], luce di veritate, vita di memoria, maestra della vita, ricordanza delle antiche etadi.

Siccome lo folle e lo pigro non puote avere niun bene, così lo savio uomo non puote avere niun male.

Ogni uomo savio è libero, ogni uomo folle è servo.

Quelli è malamente servo a cui la moglie comanda ed egli obbedisce.

Lo male guadagno malamente si perde.

Ogni male che nasce, insino che è fresco leggiermente si spegne, ma da che è invecchiato è più forte a curare.

Sapere sanza bello parlare poco vale, e lo bello parlare sanza sapere niuna volta fa prode [34], ma sovente fae danno.

Molti sono ingannati per volere parlar brieve, che pensano essere brievi e sono lunghissimi, che quando credono avere detto assai non hanno detto niente.

Giurare falso non è spergiuramento, ma cui giura contra la coscienza dell′animo suo.

Le promesse non sono da osservare che non sono utili a colui a cui tue l′hai promesse.

Sacramento è fermezza religiosa, e perciò in quello che si promette con questa fermezza evvi Dio testimonio, e deesi sanza vizio osservare.

L′amistate è da porre innazi a tutte le cose mondane.

L′amistade non è altro se non carità  e benvoglienza e consentimento di tutte cose divine ed umane.

La amistate è di grande guardia, e malagievolemente si mantiene infino alla morte, che spesse volte si parte per contenzione d'amore di femina o per guadagno d'avere od altra utilitate, che catuno la desidera per sè, e non si puote tenere a comune.

Non è scusa del peccato se pecchi per cagione dell′amico; che l′amistà dee essere per racconciare le vertuti, e se la vertute viene meno, malagievolemente puote durare l′amistate.

Nell′amistà  è fermata questa leggie, di non pregare nè richiedere cosa laida, e di non farla pregati.

Non meno mi dee incalere dello stato del nostro Comune che sia buono dopo la morte mia, che dello stato del tempo presente.

Dritta cosa è l′uomo prima essere buono ed amare sè per sè medesimo, e poscia trovare un altro simigliante di sè, il cui animo egli aggiunga in tale maniera, che ′l suo e ′l suo [35] paia quasi uno e non due.

Li amici sono da amare e da riprendere in tale guisa, che lo ammonimento non sia acerbo e la riprensione non con villania, e lora [36] sono da prendere amichevolemente le riprensioni quando benignamente si fanno.

Male è a parlare con coloro che parlano più a volontà  che a ragione.

Niuno è sì vecchio che non si creda potere vivere uno anno.

L'uomo si dee guardare di non cominciare ad amare troppo tosto, e di non amare nè tosto nè tardi quegli che no ne sono degui. E quegli sono degni d'amistà  nelli quali è cagione per la quale siano amati.

Siccome la misericordia è egritudine [37] delle altrui avversitadi, così la invidia è egritudine delle altrui prosperitadi.

Natura è dello folle guardare li vizi altrui e non ricordarsi de' suoi.

Naturalemente ogni uomo seguita lo suo bene e fuggie il contradio.

Molte sono le brighe del secolo le quali gli savi compensano nelli beni della vita e passanoli leggiermente; ma i folli non sanno schifare le brighe che vegnono, nè sanno patire da che vi sono dentro.

Niuna cosa è più amabile che la vertute e i belli reggimenti per li quali l′uomo è amato tra ogni gente ov'elli dimora.

L′amistate, se la rechiamo a nostro frutto e non ad utilitate di colui che noi amiamo, non è amistate, ma una mercatanzia a nostra utilità: che in questo mondo ama l′uomo bestiame e possessioni per lo frutto che ne trae, e non per altro amore.

L'amistà  degli uomini dee essere di grande bonarietà  d'amore.

Le cose desiderate dilettano più che quelle che l'uomo hae continuamente [38].

Sallustio.

Al tempo di Tullio era Sallustio un grande filosofo maldicente, e voleva grande male a Tullio; e feciono tencioni insieme che si chiamavano invettive, e biasimò l′uno l′altro.

In prima Sallustio contro Tullio.

Uomo lietissimo, piacentiere, reca a' nimici [39], grave e soperchiante agli amici, a niuno fedele, consigliere malvagio e leggiero, signore mercenaio, lingua vana, manoprendente, la gola grande, magagnato di cose turpissime, che non son degne di nominare.

E Tullio contro Sallustio.

Chi vive come te, non può altrimenti parlare; e chi parla con laida parola, non può essere onesto di vita. – Sovente ho veduto più gravemente offendere gli animi degli uditori coloro, che gli altrui vizi dicono apertamente, che coloro che li fanno [40].

Così gravemente offende gli animi delli auditori colui che li altrui vizii dice, come colui che li fae.

Prima che cominci consigliati, e, dacchè sarai consigliato, sanza indugio fa e metti ad esecuzione lo consiglio.

L'avarizia corrompe, e volgie fede e bontade e tutte buone arti.

Le cose avventurate affaticano li animi delli savi.

Li veraci amici, nè per forza d′arme, nè per ricchezza d'oro, non si possono avere , ma per servigi e per fede s'acquistano.

A Roma si vende ogni cosa; e sì gli è molto più cara la fede che la pecunia.

Maggiore disinore è perdere o male spendere quello che l′uomo guadagna, che non sarebbe no avere guadagnato.

OTTAVIANO AUGUSTO.

Ottaviano Augusto fue lo secondo imperatore più forte in guerra, piue temperato in pace che niuno altro che fosse dinanzi a lui. In sua giovenezza stette in studio, ed era piano in costumi, grazioso in donare, bello di tutte bellezze del corpo. Era molto lussurioso, e crudelissimo castigatore delli altri che peccavano in quello vixio. Continuamente studiava in Scienza, e specialmente in bello parlare sicchè niuno giorno era ch'egli non leggesse o dittasse. Rado e malagievole a ricevere amistate, e fermissimo a tenerla; clementissimo verso suoi cittadini.

MARCO VARO.

Marco Varo fue filosofo al tempo di questo imperatore, e disse di queste sentenze:

Una volta dona chi è pregato; raddoppia il dono chi dà  senza priego.

Sapere tutte le cose è impossibile, sapere poco non è lodevole.

Non è misero se non quelli che si tiene essere.

Molti perdono lode per ciò che non lodano.

Lo savio si loda in altrui per le bonitadi che apparono in lui.

Quegli è amato che dinanzi danno non fa patto [41].

SENECA.

Seneca fue nobilissimo filosofo e fue maestro di Nerone imperatore, lo quale fue martello del mondo, e tenne questa vita. La sera andava disconosciuto, da che era notte, con uno cappello in capo scherzando: cui elli trovava sì *gli* dava di petto, e chi si difendea sì lo battea malamente. Rompea taverne, sforzava femine, e specialemente mogli altrui, sì che da uno a cui elli fece villania della moglie fue feduto quasi a morte; sì che d'allora innanzi non andava da tal′ora sanza guardie, che lo seguiano da lungi. Con la sua matre volse giacere carnalemente: perch'ella si difese e non volse, si prese una meretrice che dicea la gente che simigliava alla matre, e teneala con le altre amiche per amica.

Questo imperatore niuna roba vestia due volte. La madre sparò [42] per vedere là  dov'era stato. La moglie volse strangolare, perchè non avea figliuoli, e pure la occise per cagione d′avolterio [43]. La seconda moglie [44] amò molto teneramente: essendo gravida con un calcio la uccise. Un'altra donna che lo rifiutò per marito*, la fece uccidere, * e un suo figliastro fece annegare in mare. * In Roma fece mettere lo fuoco in più parti, perchè li annoiava che le case erano vecchie, e niuno lassava andare a soccorrere le case loro, ed elli stando in alto cantava per allegrezza del fuoco. Uno dì guardoe a Seneca suo maestro, e ricordogli delle battiture ch′egli gli avea date quando era fanciullo, e per impietà  di vendicarsi sì lo fece morire: ma tanto li fece per onore del maestro, ch'elli li diede a prendere quale morte egli volesse fare. E quegli entrò in un bagno, e fecesi aprire le vene, e prese veleno per morire più soave [45].

Questo imperatore, per lo male ch'egli facea, in niuno si fidava, se no in due ch'erano così rei com'elli; e quelli due [46]  s'accordarono con altri por ucciderlo. E quegli li spioe, uscìe di Roma, e uccisesi [47]  con la sua spada istessa.

Questo Seneca, che fue suo maestro, fece molti libri e scrisse di queste sentenze:

Nudritura ed ammaistramento fanno i costumi, s'a quello s′apprende la buona usanza di parte, che alla malvagia ha impreso.

Abbie pace con gli uomini e guerra con li vizii.

Quegli ha ogni volontate viziosa che, quando infollisce, pensa che ogni nomo infollisca [48].

Ad altrui sempre perdona; a te no, niente.

Più leggieri cosa è al povero fuggire le schernie che allo ricco l′invidia.

Propia cosa è del savio esaminare i consigli, e non per leggieri credenza discorrere [49] a cosa non diritta.

Temperatamente loda, e più temperatamente biasima, che simigliantemente è da riprendere lo troppo lodare come il troppo biasimare. La loda di lusinghe e il biasimo di mallevolenza dae sospetto.

Rendi testimonio alla verità  e non all′amistate.

A tre tempi dispensa l'animo tuo: le cose presenti ordina, le future provvedi, le cose passate ricorda.

Proponi nell'animo tuo li beni e li mali che possono avvenire, acciò che lo male possi sostenere e lo bene possi temperare.

Non ti porre in casa troppo alta, nella quale chi vi sta li convegna temere, * e cui ne scende convegna guardarsi di cadere. *

Onesta e grande generazione di vendetta è il perdonare.

Quelli è prode e di grande animo, che non desidera briga come folle e non la teme come codardo.

 Ama più le parole *utili* che le cortesi.

Il ridere è da riprendere s′egli è sconvenevole, e fae l′uomo isgraziato [50]

Prendi riposo sanza pigrezza; e quando gli altri giocano tratta di qualche cosa che sia buona ed onesta.

Sie così dolente d′essere lodato dalli rei *di bonitate* come essere *da′ buoni* lodato di retate [51].

Non temere le parole acerbe, ma temi le lusinghe.

A quelli che dice, sie tacito uditore: a quelli che ti dimanda, rispondi volentieri: a quelli che contende, non credere leggiermente.

A ogni uomo sie benigno, a neuno losinghieri, *familiare* a pochi, diritto a tutti.

Della tua bona fama non essere seminatore, nè invidioso dell'altrui.

Niuno uomo puote portare longamente la persona coperta, e mostrare d'essere quello che non è; e tostamente caggiono [52] in loro natura le cose che non si tengono con verità.

*A neuno si conviene clemenza maggiormente che a' prencipi ed a' re.*

Proprietate è d′alto animo essere piano e tranquillo, e spregiare le ingiurie e le offensioni.

Feminile cosa è il litigare e contendere, e mostrare l′ira sua in costumi.

Una fortezza è che non si puote vincere, ciò è l'amore delli cittadini.

Crudelità  di fiere e ad allegrarsi del sangue e delle fedite e delle occisioni delle genti; e chi di ciò s'allegra si si spoglia della natura dell′uomo, e passa in natura di bestia.

Intra molti e grandissimi vizii, niuno è più frequente che la ingratitudine dell'animo.

Quegli perde li servigi, che tosto crede averli perduti.

Perde la grazia lo dono di colui che lungamente lo scalda [53] tra le mani.

Graziosi sono i beneficii che stanno apprestati, e che si fanno incontro alli ricevitori, là  dove non è indugio se non in vergogna [54] di colui che riceve.

* Ogni benignità  s'affretta; e proprio è di colui, che fa volontieri, fare avacciatamente. * [55].

Taccia chi dona e chi serve [56]: parli cui riceve e cui prende.

Sono cose nocevoli a colui che le chiede, che non sono da darle, e negarle è beneficio e servigio.

Più grave è avere male dato [57], che niente avere ricevuto.

Più santa cosa [58] è a fare bene alli rei per amore de' buoni, che venire meno alli buoni per amore delli rei.

Quello per che ti pensi essere ricco, * mentre che 'l tieni, * stae sotto laido nome; cioè casa, servo, danari: ma quando l'hai donato, si avanza in bel nome; cioè in beneficio ed in servigio.

Niuno è per li secoli posto sì alto, che non abbia povertà  d′amici, se elli vuole che per ricchezza niente li falli.

Follia è di temere quello che non si puote cessare.

A fare dispiacere a' malvagi è grazia di lode.

* Hai perduto l'avere? sarai più sbrigato in cammino, e più sicuro in casa. Quello che ti rechi e reputi a danno, t'è rimedio. Tu piagni e chiamiti misero e dolente, perchè hai perduto e se' scusso delle ricchezze? alla tua sentenzia questo t'èe gran danno e gran dolore: tu se' folle, che piagni la morte delle cose mortali. *

Piccola cosa è la vita dell' uomo, ma grande cosa è il dispregiamento della vita. Chi dispregia la vita, securo vedrà  il mare turbare, sicuro guarderà  la faccia del cielo quando tempesta e saetta.

* Il tempo passa tosto, e lascia coloro che sono desiderosi di lui; però grande cosa è essere essuto [59] piccolo. *

Non temere il nome della morte; fallati familiare con molti pensieri, acciò che quando verrae tue li possi uscire incontro.

Niuna tempesta grande puote durare; che la tempesta quanto è più forte tanto ha meno di tempo.

Dispregia la morte, e non temerai niuna cosa che induca la morte.

Malagievile è a trovare la virtute perchè desidera guida e rettore; ma li vizii sanza maestro s'apprendono.

Alli losinghieri non dare orecchie: * artefici sono a prendere i loro maggiori, * che l′uno usa losinghe alla coperta temperatamente, e l'altro in palese in modo di simplicità, mostrando che nollo faccia per senno.

Niuna cosa è così mortale alli ingegni come la lussuria: e lo giovane lussurioso pecca, e lo vecchio lussurioso impazza [60].

Nessuno prega altra volta colui, che forte disdice e niega la cosa.

Piue crudele è che morire, temere sempre la morte.

Di colui de' essere il danno, di cui è 'l prode.

Niuno è più certano che il testimonio del fanciullo, se elli è venuto alli anni che intenda, e non a quelli che infinga [61].

Quanto più puoi, tanto più ti convien sofferire.

* Le segnorie repenti [62] neuno uomo tiene lungamente, e le ammisurate durano. *

Comanda il peccato, chi non lo vieta quando puote.

Peggiore è la paura della battaglia, che la battaglia stessa.

Niuna è maggiore forza che la pietate.

Quello che gli miseri vogliono, credono leggiermente.

Quello che non si puote fare sovente, facciasi longamente.

Li malvagi sentieri alli malvagi sono sicuro cammino.

Chi si pente d'avere peccato è quasi innocente.

Quelli è ricco a cui bene si conviene quello che è con povertà.

Povero è non chi poco hae, ma cui più desidera.

Niuno è maggiore male all'uomo ricco, che pensare che li siano amici coloro cui elli non ama.

Così arditamente parla con l'amico, come teco medesimo.

* E tu vivi sie che non ti commetti neuna cosa, la quale tu* non possi commettere al nemico tuo. *

Ciascuno è vizio, credere a tutti e non credere a niuno: ma l'uno è più onesto vizio, e l'altro è più sicuro.

Niuno uomo ha tanto la ventura innalzato ch'ella non minacci d'altrettanto sommetterlo.

* Per cessare fame e sete non è bisogno tentare il mare, nè cercare paesi; che a mano è quello, ch'è assai. *

Niuno bene è alliegro sanza compagno.

Con quelli usa che ti facciano migliore, e coloro ricevi cui tu puoi fare migliori.

* La conversazione di molti non è molto buona, e quanto è maggiore il popolo, a cui ci mescoliamo, tanto è più di pericolo. *

Chi è ricevuto per amico o per compagno per cagione di utilità, tanto li piacerà  quanto li sarà  utile.

Lo savio non ha bisogno d'alcuna cosa, ed elli a molte cose è bisogno.

* Contr'al folle non è uopo neuna cosa, perchè neuna cosa non sa usare. *

Quelli è beatissimo e sicuro posseditore del suo, che sanza sollicitudine aspetta il domane.

* Al povero nella via assediata è sicura pace.

Egli non crescerà  tanto la niquitade, e non si faranno tante congiurazioni contra le virtudi, che sempre il nome della filosofia non sia venerevole e santo. *

Recati a cose basse, delle quali tue non possa cadere.

Laida cosa è una cosa parlare e un'altra sentire; e più laida cosa è una cosa scrivere e altro sentire.

* Pane e acqua la natura desidera, e di questo neuno è povero [63]. *

Annomera li anni tuoi , e vergognati di volere quello che volevi quando eri fanciullo.

Intorno al die della morte tu provvedi e fae questo, che li tuoi vizi muoiano anzi di te.

La buona mente nè si presta nè si compera; e se si vendesse non si troverebbe comparatore: ma la mente malvagia continuamente si compra.

Cominciamento di salute è il conoscimento * del peccato,* che quelli che non cognoscie se pecca no ne vuole essere corretto [64].

Grande parte di bontate è volere essere fatto buono.

Nelli costumi non ha ragione la ventura.

Molto giova la parola che a poco a poco si aggiunge alla mente; e non bisogniamo di molte ma di efficaci parole.

* Narrare il sogno è di uomo svegliato; confessare li suoi vizi è mostramento di salute.

Neuno di voi è oggi quello che fu ieri, che ciò che vedi corrompe il tempo, e neuna cosa nata è stabile e ferma; e noi quelle desideriamo sì come sempre durassino, o come noi sempre le abbiamo.

Una selva basta a molti leofanti; e l'uomo si pasce della terra e del mare. *

Dinanzi alla vecchiezza pensa di ben vivere, nella vecchiezza pensa di ben morire.

* Molto è dolce e soave il pensiero degli amici passati del secolo [65]: abbili siccome li dovessi perdere, e perdili siccome sempre li abbia. *

Di rustichezza di corpo l'animo non sì laida; ma di bellezza d'animo il corpo s'adorna.

Gloriare sè in riposo, è superbia sanza arte.

Niuno male e niun vizio è sanza intenzione d'accrescimento e d'appagamento d'animo. L'avarizia ti promette pecunia, la lussuria promette volontate e diletto, l'ambizione, ciò è il badare in superbia, promette potenzia.

Niuno è misero se non per suo vizio.

Alli beniciosi [66], ciò è i superbi, non è tanta allegrezza vedersi molti dopo di sè, come gli è grave vedersi alcuno innanzi.

Non ti maravigliare se gli uomini vanno a Dio, che Dio viene agli uomini, e niuna buona mente è negli uomini sanza Dio.

Non si turba il savio di perdere figliuoli od amici, perchè con quello animo passa [67] la loro morte con che elli aspetta la sua.

Infino che tu vivi è da imprendere come tu viva.

Il savio uomo ciò che li avviene soffera  con iguale animo, che sa che ciò è avvenuto per leggie divina, dalla quale tutte le cose prociedono.

* Il colpo del male anzi pensato viene molle e leggiere. *

In grado [68] è chi rende beneficio sanza usura.

Sovente quello che si dona è piccolo, e quello che se ne seguita è grande.

* Neuno puote essere grazioso [69] se non dispregia quello che fa impazzare i popolari.

Traggono gli uomini dalla diritta via le ricchezze, gli onori, le potenzie e tutte simiglianti cose, che per nostro pensiere sono care, e sono vili per loro pregio.

Ozio sanza lettere è morte e sepoltura dell'uomo vivo * [70].

QUINTILIANO.

Quintiliano fue filosofo di Spagna, e venne a Roma e fue il primario che tenne scuola in Roma. E' fece molti libri e scrisse queste sentenze:

Mestieri fa che si fornisca di molte virtudi quelli che non si vuole agguagliare a niuno.

Le parole usate più sicuramente usiamo.

Niuna cosa è da piacere che non si convegna.

Non si conviene estimare di che etate l′uomo sia, ma quanto elli abbia profittato in studio.

Da guardare è non solamente di peccare, ma del sospetto del peccato.

Naturale vizio è, che ciascuno desidera che maggiormente li altrui vizi siano ripresi, che li suoi.

Non cominciare quello che non si possa fare.

Cui è gittato fuori di dritta via, non vi puole tornare, se non per un'altra rivolta.

Debbiamo perseverare da che abbiamo incominciato, e se lo podere viene meno, almeno con l'animo perseveriamo.

Lo prencipe che vuole sapere tutte le cose, conviene perdonare a molte.

Così viene meno all'avaro quello che ha, come quello che non ha.

Il vantare è grande vizio; e non solamente in disdegno, ma sovente ne cade in odio della giente ed in disgrazia.

A cui la ventura sta alliegra, quasi tutte cose si avvengono [71].

Ad acconciare li animi, niuna cosa è più graziosa che la vergogna.

In alquanti le virtuti non hanno grazia, ed in alquanti li vizi dilettano.

In fermissima servitute è il vecchio marito.

Niuna cosa è più malagievole, che coprire ed indugiare la letizia.

Questa è la condizione delli superbi, che ciò che fanno sembrano comandare.

Niuna cosa è più pesante a guardare che la virtute del tacere, e noi intanto leggiermente falliamo per prontezza di parlare, che la fermezza del tacere noe possiamo sofferire.

Generazione di reverenza è non volere sapere le cose che sono da tacere.

A cui non si puote credere non ha cagione di parlare, che la fede delle parole gli è tolta, ed ogni autorità  di parlare.

TRAJANO. [72]

Trajano fue imperatore molto giusto. Essendo un dì salito a cavallo per andare alla battaglia con la sua cavalleria, una femina vedova se gli fece dinanzi e presegli il piede  piangendo molto teneramente, e dimandogli che li facesse ragione di coloro che gli aveano morto un suo figliuolo ch'era giustissimo e sanza colpa. Lo imperatore le parlò, e disse: « Io ti satisfarò alla mia tornata. » E quella disse: « E se tu non torni? » Ed egli rispuose: « Lo successore mio ti sodisfarae. » E quella disse: « Io come lo soe? e pognamo ch'elli lo faccia, a te che farà  se quegli farà  bene? Tue mi se' debitore, e secondo l'opere tue serai meritato: frode è non volere rendere quello che l'uomo dee. Lo successore tuo a quelli che hanno ricevuto e riceveranno ingiuria, sarà tenuto per sè. L'altrui giustizia non libera te; e bene starà  lo successore tuo, se elli libera sè medesimo. Per queste parole l'imperatore discese da cavallo ed esaminò immantenente la vicenda di questa femina, e fece giustiziare costoro ch′aveano morto il figliuolo di questa femina, e poscia rimontò e andoe alla battaglia, e sconfisse gli suoi nimici.

Della giustizia di questo imperatore da poscia a grande tempo la udìe dire santo Grigoro papa, e volse vedere la statua sua e fece aprire la sepoltura sua, e trovollo ch'era tutto fatto terra se non se l′ossa e la lingua; e la lingua era sana e fresca come d'uomo vivo. Ed in ciò cognobbe santo Grigoro la giustizia sua, che sempre l′avea parlata; e allora pianse di pietà  troppo pietosamente: onde santo Grigoro fece priego a Dio che lo devesse liberare e trarlo delle pene dello inferno. E fatta la orazione a Dio, per costui lo prego fu inteso, e venne uno angelo di Dio e disseli: Quello che hai domandato fie fatto; ma perchè addimandasti contra ragione, convientine portare questa penitenza, qualunque tu vuoli: o stare due dì in purgatorio, o stare tutti li tempi della vita tua infermo. Ed elli rispuose, che volea anzi stare d'ogni tempo infermo; onde ebbe tuttavia febre e male di fianco ed ogni altro male infino alla sua morte. E questo Traiano imperatore fue liberato delle pene dello inferno ed andò in paradiso per la giustizia sua, e per gli prieghi di santo Grigoro papa [73].

ADRIANO.

Adriano imperatore fue appresso la morte dello imperadore Trajano, e fue figliuolo d'uno suo cugino, e fue molto savio e molto alliterato. E primieramente fue prefetto e poscia senatore e poscia imperadore. Essendo imperadore li senatori di Roma li pregavano ch'egli facesse il figliuolo, ch'era fanciullo, Cesare Augusto, ciò è pariasse nello imperio. E quelli disse: Bene dee bastare che io regno, non essendone degno; e lo principato non si dae per sangue, ma per meriti, e sanza utilità  regna quelli che no n'è degno E per certo quegli perde il nome e 'l desiderio di padre, che li figliuoli suoi piccoli soppressa con fascio ch'elli nollo possano portare; e questo è uccidere e non promuovere gli suoi figliuoli: primamente si è da nudrire ed ammaestrare i figliuoli in vertuti ed in costumi, e quando sono sì provati che elli passino di bontate innanzi tutti coloro cui elli debbono regnare, saliscano alla dignità  reale.

SECONDO.

Secondo fue grande filosofo al tempo di questo Adriano imperatore, ed andò a scuola molto fanciullo fuori di suo paese. E leggiendo un dì nella scuola, trovò che niuna femina era casta, se fosse chi la richiedesse, e tutte erano sanza vergogna.

E stando grande tempo in studio sì che era cognosciuto per filosofo dalli savi, tornò in suo paese disconosciuto, in modo di pellegrino, con schiavina e con bordone, con grandi capilli e con grande barba. E così disconosciuto venne ad albergo a casa sua medesima, e la matre nè l'altra sua famiglia non lo cognobbe. E costui vogliendo provare delle femmine s'era vero quello che avea trovato stando in scuola, chiamoe una delle serventi della matre, e promiseli * X * danari d'oro s'ella facesse sie che la donna giacesse con lui. E quella lo disse alla donna, sì che alla donna piacque, e fecelo venire la sera nella camara sua e giacque seco in un letto. E costui sì gli puose la gota suso le mammelle sue ed abbracciolla sì come sua matre e per buono amore, e dolcemente sì dormie tra le poppe della madre insino alla mattina. Da che die fu fatto, questi si levava e volea uscire di letto, e questa lo prese, e disseli:

« Non credi prendere di me altro diletto? Hailo tu fatto per provarmi? » E quelli rispose: « Madonna e matre mia, e' non è degno e non si conviene che io sozzi il vasello onde io uscii. » Ed ella domandò chi elli era, ed elli disse: « Io sono Secondo vostro figliuolo. » E quella il riguardò e raffigurollo, e venneli sì grande vergogna che non la potè sofferire, e morìe incontenente. Questo Secondo, veggiendo che per lo suo parlare era morta la matre, sì se ne diede questa penitenza e puosene questa leggie, di mai non parlare; e così fece, e stette muto insino alla morte sua, ed era chiamato il filosofo mutolo, e facea maraviglie in filosofia sopra tutti i filosof… che erano a quel tempo [74].

In quello tempo venne lo imperatore Adriano ad Atene e udì le maraviglie di questo filosofo, e fecelo venire a sè e salutollo imprimeramente, e lo filosofo non rispuose. Lora l′imperadore disse: Filosofo, parla sì che alcuna cosa apprendiamo di te. E quelli, ancora non rispuose. Lo imperadore chiamò a sè uno delli cavalieri suoi, e comandò innanzi a tutti, che al filosofo fosse tagliata la testa, se elli non parlasse. Ed in secreto disse al cavaliere: Menalo alla iustizia, e lusingalo per la via e minaccialo sì ch'elli parli: e se elli parla sì li fa tagliare la testa, e se elli sta fermo a non parlare, rimenalo quae. Lo cavaliere lo prese e menollo alla iustizia, e molto li dicea: Perchè ti lasci morire per tacere? parla e vivrai. E quelli non curando la morte, fue insino a quello ch'elli stese il collo per ricevere lo colpo della spada, e mostrava che disiderasse la morte, e non volse parlare. Allora lo cavaliere lo rimenò all'imperatore, e disseli che Secondo avea taciuto insino alla morte. Lora l′imperadore, maravigliandosi della fermezza di questo filosofo, sì li parlò e disse: Da che questa leggie del tacere, la quale tue t'hai imposta, non si puote disciogliere per alcuna cagione, prendi questa tavola [75] e scrivici e parlaci con la mano alcuna cosa. Secondo prese una tavoletta e scrisse in questo modo: – Adriano, io non ti temo niente perchè tu paie signore di questo tempo: tue mi puoi uccidere, ma tu non hai potestate di farmi parlare una parola. – Lo imperadore lesse, e disse: Bene se' scusato; ma anco ti propongo alquante questioni, alle quali ti priego che mi rispondi.

E primamente ti dimando: che è il mondo? E lo filosofo scrisse: Il mondo si è un cerchio che si volge sanza riposo, formamento di molte forme, eternale tenore, volgimento senza errore.

Che è il mare? E quegli scrisse: Abbracciamento del mondo, termine coronato, albergo delli fiumi e della pioggia.

Che è Dio? È mente immortale, altezza sanza disdegno [76], forma incomprensibile, occhio sanza sonno, luce e bene che contiene tutte le cose.

Che è il sole? il sole è occhio del cielo, cerchio del caldo, spendore senza abbassare [77] l′ornamento del die, dividitore delle ore.

Che è la luna? La luna è propore [78] del cielo, contradia del sole, nemica delli malfattori, consolamento delli viandanti, drizzamento delli navicatori, segno di solinnità, larga di rugiata, agura [79] delli tempi e delle tempeste.

Che è la terra? La terra è basole [80] del cielo, tuorlo [81] del mondo, guardia e matre delli frutti, coperchio dello inferno, matre delle cose che nascono, e balia di quelle che vivono, divoratrice di tutti li cellieri della vita.

Che è l'uomo? È mente incarnata, fantasima del tempo, agguardatore della vita, servente alla morte, romeo trapassante [82], oste forestieri d'albergo, anima di fatica [83], abituro di piccolo tempo.

Che è bellezza? Bellezza, è fiore fracido, beatitudine carnale, desiderio della gente.

Che è la femina? La femina è confondamento dell'uomo, fiera da non saziare mai, continua sollicitudine, battaglia sanza triegua, naufragio e spezzamento d'uomo, non contenente, serva dell'uomo.

Che è l'amico? L'amico è nome desiderevole, refugio delle avversitadi, beatitudine sanza abbandono.

Che è ricchezza!? Ricchezza è peso d'oro ed argento, ministro di rangole [84], diletto sanza allegrezza, invidia da non saziare, desiderio da non compiere, bocca grandissima, concupiscenzia invisibile.

Che è povertate? Povertate è bene odiato, matre della sanità, rimovimento di rangole, ritrovatrice del sapere [85], mercatanzia sanza danno, possedimento sanza calunnia, prosperitate sanza sollicitudine.

Che è vecchiezza? È male desiderato, morte delli *vizi, infertà  sanza morte* [86].

Che è sonno? È immagine della morte, riposo delle fatiche, talento delli infermi, desiderio delli miseri.

Che è vita? È allegrezza de' buoni, tristizia delli miseri, aspettamento della morte.

Che è morte? La morte è sonno eternale, paura de′ ricchi, desiderio de' poveri, avvenimento da non cessare, ladrone degli uomini, cacciatrice di vita, resolvimento di tutti.

Che è la parola ? La parola è manifestamento d'animo.

Che è il corpo? Magione dell'anima [87].

Che è la barba? La barba è discrezione di etate, cognoscimento di persone.

* Che è la fronte? La fronte è immagine dell'uomo.*

Che sono gli occhi? Li occhi sono guide del corpo, vaselli di lume, mostramento dell'animo [88].

Che è il celabro? È guardia della memoria.

Che è il cuore? È rocca e fortezza della vita.

Che è il fegato? È guardia del caldo.

Che è il fiele? È movimento d'ira.

Che è milza? È albergo d'allegrezza e di riso.

Che è stomaco? È cuocio di cibi.

Che sono le ossa? Sono fermezza del corpo.

Che sono i piedi? Sono mobile fondamento.

Che è vento? È turbamento d'aire, movimento d'acqua, secchità della terra.

Che sono i fiumi? Sono corsi che non vegnono meno, pascimento del sole, bagnamento della terra.

Che è amistade? L′agguaglianza d'animi.

Che è fede? È maravigliosa certezza di cosa non saputa.

* Che è che non lascia l′uomo allassare [89]? È il guadagnare.*

ORIGENE.

Origene fue molto savio, e disse queste sentenze:

Troppo è folle chi contende di passare dove vede altri perire.

Quegli è savio che diviene sollecito e maestro per la caduta degli altri [90].

GIULIO CESARE [91].

Giulio Cesare fue imperadore di Roma, molto savio uomo, e volse sapere come stava tutto il mondo, e lo mare e la terra: e per sapere queste cose mandoe ambasciatori per tutto il mondo, e comandogli che gli dovessero redurre in scrittura tutte le cose ch′elli trovassero per lo mondo; e stettero a tornare i detti ambasciatori XXXII anni anzi ch'egli potessero cercare e sapere tutte queste cose, e addussero in questo modo:

Il mondo è partito in quattro parti: la prima ha nome oriente, la seconda mezzodie, la terza occidente, la quarta settentrione.

Lo mare che tutta la terra avirona [92], s'appella lo mare oceano; e di questo mare si fa XXX parti, cioè XXX mari tutti divisati per certi nomi, e tutti tornano nello mare oceano.

I fiumi principali che sono per lo mondo tutto, sono LVI per punto, e tutti entrano in questi mari. Assai altri fiumi sono per lo mondo, che non sono principali.

L'isole che sono per tutto il mondo, sono LXII per punto.

I poggi principali e monti sono XL per punto. Assai ne sono degli altri, ma non s'appellano principali.

Le Provincie che sono per tutto il mondo sono LXX per punto.

Nelle tre parti del mondo, cioè oriente, occidente, settentrione, si è CXLV generazioni di genti. Della parte di mezzodì non raddussero alcuna scrittura perchè non gli poterono ire per lo grande caldo e per la serpentina vermeneta [93] che gli hae tanta, sì che di quella parte non vi sappiamo contare alcuna novella.

Se volete sapere lo dì di Pasqua maggiore, trovarelela in questo modo: Tolete lo settimo dì di marzo, e appresso quello settimo die trovati la prima luna, e da quella prima luna contate nanzi XIV die, ed appresso quegli XIV die, la prima domenica che viene avrete Pasqua. Dalla Pasqua maggiore insino alla Sensione si è XL dì per punto; dalla Pasqua maggiore insino a Pentecoste si è L dì per punto; e appresso Pentecoste si è la Ternitate. L'Avvento si è quella domenica che è più presso alla festa di Santo Andrea, o dinanzi o di dietro ch'ella sia. Nell'anno si è quattro stasoni, e sono così appellate. La prima vera [94], la seconda state, la terza autonno, la quarta inverno. E cominciano in questo tempo: Vera comincia alla festa di santo Pietro in cattedra di XXII de febraro, e fallisce alla festa di santo Urbano di XXV di maggio. State fallisce dì XXII d'agosto. L'autonno fallisce a santo Climento di XXIII di novembre. Inverno fallisce alla festa di san Piero in cattreda. In questi quattro temporali fue ordinato per gli savii uomini di fare un digiuno di tre die, e sono appellati li digiuni di Quattro tempi. Lo digiuno di vera si comincia la prima settimana intiera che sia nella quaresima, alta bassa ch'ella sia. Quello di state si è nelle feste di Pasqua rosata. Quello d'autonno si è lo mercolidie ch'è più presso alla festa di Santa Grocie di settembre. Quello d'inverno si comincia lo mercolidì ch'è più presso alla festa di santa Lucia di dicembre.

L'anno si è XII mesi, e danno cotanti die: aprile, giugno, settembre, novembre hanno XXX die catuno, e tutti gli altri si hanno XXXI, se non se febbraio, che n'ha pure XXVIII die, se non l'anno che cade bisestro [95] n'hae XXVIIII die. Lo besestro cade ogni quarto anno, e cade in VII anni due volte, e cade in questo modo per punto: L*anno si è CCCLXV die e la quarta parte d'un die, e di queste quattro parti si fa una, e raggiungenosi insieme e fassine un die in questi quattro anni, e mettesi questo dì in febbraio nello di dì santo Mattia, e contasi la lettera ch'è nella festa di santo Mattia per due die, e la festa di santo Mattia si dee fare lo secondo die.

La littera della domenica si cambia ciascuno anno nello calendario, perchè la prima lettera si è A, e la secaglia [96] si è A, si c'hae due A nello calendario, l′una presso all′altra: e nell′anno che cade bisestro si cambia due volte; una nel cominciamento di gennaio, l′altra nella festa di san Mattia, com'è ditto dinanzi: e viene ad essere posto quello dì di bisestro suso la lettera dell'F, ch'è la quinta lettera cominciando el secaio di febbraio, e vegnendo indietro, e quella F si mette per due die, ec.

AGGIUNTE E VARIANTI [97]

cavate dall'edizione di Napoli 1840, a cura del sig. F. Palermo

Pag 4, dopo la linea 7, aggiunta: Empedocle.

Empedocle filosofo, disse che nelle cose del secolo tre sono le più speziali; cioè spregiare abbondanza di ricchezze, desiderare beatitudine, chiararsi nell'animo di buone virtù.

Pag. 8, lin. 13, agg.: Leggesi che Platone, nato, dormendo nella culla, api vennero, e recavano e ponevano mele alle labbra del fanciullo, significando dolcezza e soavità  di parlare, quale ebbe sopra tutti i filosofi.

E quando il padre il menò a Socrate che l′ammaestrasse, Socrate disse, veggendo le labbra del garzone: Il sogno mio è compiuto. Avea sognato la notte che nel seno li volava un pulcino di bianchissimo colore, e con molto chiara voce del suo seno usciva cantando, e volava in cielo. Platone essendo ecc.

 

Pag. 9, lin. 25 a 27, variante: non è niuno peccato, nè sì grande maleficio, nè sì grande reità, che la volontà  della carne non vi conduca l'uomo.

Pag. 12, lin. 23 a 25, var. (o correz.): Chi garrendo addomanda, e chi risponde e non chiede il diritto, follemente ragiona.

Pag. 13, lin. 7 a 9, osservazione: Quest′ultimo e non lodevole avvertimento manca all′ediz. di Napoli.

Pag. 13, lin. 10 e 11, osserv.: [Invece di Epicuro l′ediz. sudd. ha Epicarmo].

Pag. 13, lin. 21, var.: . . . troppe fatiche e studi richiede sapienza.

Pag. 14, lin. 23 a 25, var, : Nè dolcezza di bere, nè soavità  di mangiare, nè diletto di femmina, nè abbondanza di cose fanno così soave la vita dell'uomo, come il savio e il bello ragionare [98].

Pag. 16, lin. 7 a 9, var.: Le sentenze degli amanti son cieche. Corrompono i buoni costumi le scipidezze di mal favoleggiare.

Pag. 16, dopo la lin. 9, agg.: Valerio

Valerio e Bruto furono consoli di Roma: e questo Valerio fu sì giusto) e guardò sì le mani da presenti e da mali guadagni, che divenne povero per questo ufficio del Comune, lasciando tutte le utilità  sue. Sicchè quando fu morto, non li si trovò tanto onde si potesson fare le spese della sepoltura. Questo Valerio, essendo console de' Romani, suoi palagi e sue torri, ch'erano in Campidoglio, fece abbattere, perciò che pareano più alte che quelle de' suoi vicini.

Torquato*

Torquato consolo de' Romani fece per giustizia tagliare la testa al figliuolo, che senza suo comandamento avea combattuto e vinto quelli di Frigia.

Pag. 19, lin. 8, agg.: Anche diceva Scipione, che niun'ora era meno ozioso, che quando egli era ozioso; niun' ora era meno solo, che quando egli era solo.

Pag. 50, tra la lin. 7 e 8, agg. fittizio.

Stazio

Stazio fu grande poeta, e fu di Francia, e fece due grandi libri, e disse questa sentenza : «Quelli ec.

Pag. 25, lin. 18 a 20, var.: ammassare avere, e studiare in cortesia e in franchezza.

Pag. 27, lin. 18, agg.: Pesante e odiosa cosa è quando da' trapassanti si dice: Oh casa antica, com'è travagliata la signoria e la grandezza tua !

I) Si muti la nota (2) di suddetta pag. 25 come segue: « Franchezza è una virtù larga di benfare: questa virtù è tutta in donare e in guiderdonare. » Così ha il Trattato delle virtù e de′ vizii di cui il sig. Palermo dà  saggio nella sua ediz. pag. 86, e che imperfetto si trova tanto in un cod. Magi, quanto nel Riccard. 2280 unito al Fiore de' filosofi.

Il Nannucci lo sospetta quello che di tal titolo il Villani assegna a Brunetto. In Bologna, pel Romagnoli, n′è or ora sortito un buon testo: Trattato di virtù morali edito ed illustrato da Roberto de Visiani, e vedi a pag. 38.

Pag. 29, lin. 19, agg,: L'avarizia del vecchio quello ch'ella fa non l'intende: che schema è, da che la via viene meno, d'ammassare vivande per camangiare.

Pag. 31, lin. 1 e 2 var. con agg.:

E quegli è malamente servo a cui la moglie comanda ed egli obbedisce; impone legge ch'egli osservi, ed egli non ardisce negare ciò che comanda. Questi non è servo, ma malavventurato servo, pogniamo che sia nato di gentilissima schiatta.

Pag. 33, lin. 17 a 19, var. con agg.: Niuna cosa è più da schifare, che gli amici colle lusinghe: perciò che è vizio di uomini lievi e ingannatori, i quali parlano tutte le cose a volontà , e niente a verità .

Pag. 35, lin. 4, agg.: Niuna è sì grande forza di corpo, che non si possa menovare e abbattere con ferro e con forza: ma vincere suo animo, costringere l'ira, temperare.

rizzare il nimico suo dacchè è caduto e crescerlo in sua dignità ; chi questo fa, non è da mettere tra' grandissimi uomini, ma è da giudicare simigliante di Dio.

Pag. 35, lin. 5 a 7, var. con agg,:

La sanità  è più gradente e più diletta a coloro che si sono levati di grande infermità , che a coloro che non sono usi di avere malattia. Le cose desiderate dilettano più che quelle che altri ha continuamente.

Pag. 35, tra la lin. 7 e 8, agg.:

Sallustio.

Al tempo di Tullio era Sallustio un grande filosofo maldicente, e voleva grande male a Tullio; e feciono tencioni insieme che si chiamavano invettive, e biasimò l′uno l′altro.

In prima Sallustio contro Tullio.

Uomo lietissimo, piacentiere, reca a' nimici [99], grave e soperchiante agli amici, a niuno fedele, consigliere malvagio e leggiero, signore mercenaio, lingua vana, manoprendente, la gola grande, magagnato di cose turpissime, che non son degne di nominare.

E Tullio contro Sallustio.

Chi vive come te, non può altrimenti parlare; e chi parla con laida parola, non può essere onesto di vita. – Sovente ho veduto più gravemente offendere gli animi degli uditori coloro, che gli altrui vizi dicono apertamente, che coloro che li fanno [100].

 

Pag. 35, tra la lin. 10 e 11, agg.: I fiori di Sallustio.

 

Pag. 35, Un. 18, agg.: In pianto e miseria, la morte è riposo.

Pag. 36, lin. 15, agg.: .... e maggiormente negli occhi bellissimo; e temperato di mangiare e di bere. Era ec.

 

Pag. 37, lin. 6, agg.: Con quello viso che si prendono, con quello sono da lasciare e da perdere le ricchezze.

 

Pag. 37, lin. 11 a 14, var.; Molti perdono lode perciò che si lodano. Ma in un modo si può lodare: il savio si loda in altrui le bontà  che sono in lui.

 

Pag. 38, lin. 13, osservaz.: l′ediz. napoletana è mutila da Con la sua matre fino a per amica].

 

Pag. 40, tra la lin 7 e 8, agg.: Belli costumi.

Pag. 41, su la prima lin. agg.: Delle quattro virtù.

Pag. 43, tra la lin. 9 e 10, agg.: Di sanità  e benignità.

Pag. 44, tra la lin. 4 e 5, agg.: De' beneficii.

Pag. 46, tra la lin. 4 e 5, agg.: De′ rimedii delle venture.

Pag. 46, tra la lin. 18 e 19, agg. Delle qiistioni naturali.

Pag. 47, tra la lin. 21 e l′agg. Fiori del Clamore di Seneca.

Pag. 48, tra la lin. 10 e 11, agg.: Tragedia.

Pag. 49, lin. 2, agg.: Perchè domandi parole? la verità  ama gli indugi.

Pag. 49, tra la lin. 8 e 9, agg.:

            Pistole mandate a Lucio Balbo.

Pag. 51, lin. 5, agg.: Com'è allegra cosa niente addomandare! com'è alta cosa essere pieno, e non pendere da ventura! Pag. 56, lin. 10, agg,: . . . nuove parole non si trovano senza periglio. Laidamente si dispara quello che si può fare.

Pag. 56, lin. 22, agg.: Non è diritto che sia tenuto reo quello ch'è lecito di bene usarlo.

Pag. 57, lin. 6, agg.: Non leggermente si persuade a quegli che non vogliono.

Nelle cose aperte volere argomentare, è simigliante mattezza, come allumare la chiarità  del sole con nuovi materiali lumi.

Pag. 57, lin. 21, agg.: Gli occhi sono per li quali non possiamo patire povertà; per gli occhi è tutta nostra lussuria; gli occhi sovente ci fanno cadere in tutti i peccati: e li guardiamo, e gli amiamo, e gli desideriamo.

Pag. 60, lin. 16, osservaz.: l′ediz. napoletana è mutila da onde santo Grigoro, sino alla fine del paragrafo.

Pag. 62, lin. ult.: agg. .* . . . se ne sono invitati. E non sofferse che il figliuolo fosse chiamato Cesare.

Pag. 63, lin. 2 osservaz.: [L'ediz. napoletana restringe in tale maniera la narrazione: Secondo fu un filosofo molto savio al tempo di questo imperadore, il quale s′impose questa legge, di non parlare mai. E così stette mutolo infino alla morte; ed era chiamato il filosofo mutolo, e facea maraviglie in filosofia sopra tutti i filosofi che erano. E in quel tempo l′imperadore Adriano ecc., restando mutila a tutta la lin. 5 della pag. 65).

Pag. 73, lin. 2 a 8, var. con agg.: Origene fu molto savio, e fece molti libri: tali son buoni, e tali malvagi; perchè pare che sieno contro la fede de' cristiani: e disse buone sentenze; delle quali è qui scritta una.

Troppo è folle chi contende di passare là  ove vede che l'altro sia caduto, e vie' più chi non ha paura là  ove vede l'altro perire. Ma quegli è savio, che diviene sollecito e maestro per la caduta degli altri.

 

FINE

 

dizione del vecchio che del giovane; che quello che lo giovene spera, lo vecchio l′hae già  avuto. Lo giovane spiera di vivere assai e longamente, e lo vecchio longamente è vifso.

 

Quanto più savio è l'uomo, tanto muore più appagato nell′animo e non si pente di essere vissuto però c'hae menata la vita sì che non è nato indarno, e partesi di questa vita siccome viandante d'albergo, e non come di sua magione.

Note

_______________


[1] Ipse dixit, e si dicea non di Pittagora, ma di Aristotele. N.

[2] Che Democrito per attendere più tranquillamente alla filosofia, s'accecasse, è riputata una favola. (N).

[3] Cioè, la scienza, la filosofia. (N.)

[4] Per senso. Se pure è genuina la lezione di questo tratto.

[5] Fin qui fu seguita la lezione data dal Nannucci, perchè il Codice che d′ora in avanti produco difetta della prima carta. — Però le sentenze e parole che si troveranno chiuse fra due stellette * * vennero accresciute col testo Nannucci.

[6] Vicende, faccende.

[7] Ciellere, dispensa.

[8] Argine, ripa.

[9] Sottintendasi: intieramente o dell′ anima, ed anche per la memoria di sua virtù.

[10] Nel Codice è scritto Picurio.

[11] manuca: mangia [ndr]

[12] minoma: diminuisci, limita. [ndr]

[13] Il Cod. ha Teofarasco, e così pure legge il Nannucci.

[14] Il testo del Nannucci ha questo paragrafo così variato e più esteso: « Teofarasco fue filosafo, discepolo d'Aristotile; e quando Aristotile venne a morire, fue domandato da' discepoli quale sarebbe loro maestro tra Teofarasco di Lesbo e Menedemus di Rodi. Aristotile domandò che li fusse recato del vino di quelle due terre, e recato il vino, bevve: bevuto, lodò l′uno e l′ altro, ma più lodò quello di Lesbo, sì che i discepoli intesono che Teofarasco era migliore, e tennerlo per maestro. Ed egli fece più libri, e disse queste sentenzie. »

[15] credenza: segreto

[16] Lora per allora, come scriviamo lorché per allorché.

[17] È la LXVII delle Cento Novelle antiche (Milano 1825) con variata e più svolta lezione.

[18] Qui il codice appropria per isbaglio a Scipione la particolarità della nascita di Giulio Cesare, ch'io trasportai a suo luogo.

[19] Di Platone s'è già trattato (a pag. 8) e perciò nell′ediz. di Napoli 1810 le tre prime sentenze che seguono sono aggiunte a quelle di Scipione, la quarta ed ultima viene assegnata a Stazio. L'applicazione col cod. mod. corrisponde per altro alla stampa del Nannucci.

[20] eguali.

[21] Il testo Nannucci corregge con bere bene. l′ediz. di Napoli ripete con errore: secondo, assai ben mangiare.

[22] scuscita: scucita. [ndr]

[23] quartana: febbre malarica che ha il suo picco ogni 72 ore [ndr]

[24] È nuova di zecca che Catone si uccidesse per rincrescimento di due quartane! (N.)

[25] L'ediz. di Napoli invece di non vincea ha per errore soggiogava.

[26] Ingiustizia, l'ediz. napoletana.

[27] È sentenza cavata dall'antecedente: e occorrono altri esempi di ripetizioni.

[28] « Franchezza è una virtù larga di benfare: questa virtù è tutta in donare e in guiderdonare. »

[29] Innicantori, inneggiatori.

[30] La ingiuria leggesi malamente nell′ediz. napoletana.

[31] Luxure est laide en tout aage; mais trop laide est en viellesce. Così tradusse Brunetto Latini nel suo Trésor, Paris, 1863, pag. 376.

[32] Mediolità: Medietà.  L′ediz. di Napoli ha mediocrità.

[33] Dei tempi.

[34] fa prode, è utile.

[35] Che l′animo dell′uno e dell′altro.

[36] lora: allora

[37] egritudine: sofferenza, tormento.

[38] Le sentenze che seguono sotto nome di Tullio trovansi nell'ediz. di Napoli assegnate a Sallustio, meno la penultima che resta fra le prodottee ora per la prima volta.

[39] Aggettivo composto (Palermo).

[40] Quest' ultima sentenza è pure applicata a Tullio, ma con qualche varietà, pag. 35; onde la nota di detta pagina va chiamata in fine della linea 10.

[41] Sì questa che l'antecedente sentenza hanno forma poetica popolare, con rima od assonanza di rima.

[42] sparò: fece di tutto, tentò ogni cosa. [ndr]

[43] avolterio: adulterio [ndr]

[44] Poppea

[45] Malamente l′ediz. di Napoli. * E quegli entrò in uno bagno, e aprissi le vene; o aperse le vene, per morire più soavemente. *

[46] Cioè Vindice e  Galba, che ribellallatisi a Nerone lo fecero dal Senato condannare alla morte.

[47] Il Nannucci ha per errore ucciseli.

[48] impazzisca

[49] Trascorrere.

[50] Il testo Nannucci ha * Il ridere è da riprendere s′egli è somigliante a riso di fanciullo o di femmina; il riso fa l′uomo isgraziato e odiato s′egli è superbo o chiaro, o maligno, o furtivo, o ismosso per male altrui. * In tale lezione s′accorda anche la stampa napoletana.

[51] retate: reitate

[52] caggiono: cadono [ndr]

[53] Ingratum est beneficium quod diu inter manus dantis haesit.

[54] Invece di vergogna l′ediz. di Napoli ha erroneamente preghiera. Il testo, non ommesso dal Nannucci, dice: « Gratissima sunt beneficia parata, facilia et occurrentia, ubi nulla mora fuit nisi in accipientis verecundia. »

[55] avacciatamente: presto, sollecitamente [ndr].

[56] Rimerita.

[57] Maldetto lasciò correre l′ediz. napol.

[58] Si vede che l′autore lesse nel testo invece di satius, sanctius. « Satius est autem prodesse etiam malis propter bonos, quam bonis deesse propter malos. » (N.)

[59] essuto: stato. [ndr]

[60] Veggasi la sentenza di Tullio a pag. 26. (La lussuria in ogni etade è laida, e nelli vecchi specialmente è laidissima.)

[61] La stampa di Napoli ha pianga invece di infinga; e ciò basti a mostrare i difetti che accompagnano siffatta lezione.

[62] Violenti.

[63] Con sentenza pressochè eguale cominciano quelle che abbiam veduto sotto nome d'Epicuro, (o d′Epicarmo come ha l'ediz. napoletana) e per ciò forse fu omessa nel codice modenese.

[64] Il Nannucci con lezione meno buona ha: « non è convenevole essere corretto. »

[65] Morti.

[66] Beniciosi per possessori di molti beni. Così da dovizie abbiamo doviziosi.

[67] Lascia passare, tollera. Il Nannucci ha: « porta (per sopporta) la loro morte. »

[68] In gradimento, in pregio. Il Nannucci e la stampa napoletana leggono ingrato; ma allora converrebbe intendere sanza per con.

[69] Gradito.

[70] Sine doctrina vita est quasi mortis imago (Cato).

[71] Riescono con ventura.

[72] Il codice modenese ha Troglano per Trojano; e Trojano sta scritto ne' codici consultati dal Nannucci.

[73] Il fatto di Traiano forma la LXIX delle Cento novelle antiche, ed è pur narrato da Dante nel canto X del Purgatorio con parole che sono talvolta più conformi alla lezione presente che alle stampate. Ciò meglio addimostrerebbe secondo l'opinione del Nannucci, che Dante avesse avuto sotto gli occhi questo lavoro il quale se non è del suo maestro è certo di quel tempo.

[74] L' ediz. napoletana, che pur è mutilata nella vita di Nerone, pag …  ommette questo atto per sè ripugnante di Secondo, dicendo solo che il filosofo s'impose la legge di non parlare mai. Ma non si comprende allora il motivo di una tal legge di penitenza, nè dove originasse il desiderio ch'egli avea di morire, come si narra in appresso.

[75] Tavoletta (come detto più basso) incerata usata dagli antichi per scrivervi.

[76] Il Nannucci teme che disdegno, che pur troviamo in tutti i codici, sia errore dei copisti in luogo di disegno.

[77] Splendore che non scema. Così gli altri codici hanno splendore e non spendore.

[78] Metatesi di porpora. (prop = porp[ndr])

[79] agura: buono o cattivo augurio [ndr]

[80] Basole o basala, voce ancor viva in alcuni dialetti dell'Emilia, per bacile. Il Nannucci trovò ne' suoi Codici bassoio e basile per vassoio e bacile. L′ediz. napol. ha basale per base.

[81] Parte gialla dell' uovo; e per similitudine, il mezzo di checchessia. (N.)

[82] romeo trapassante: pellegrino che passa

[83] La stampa di Napoli: animale di fatica.

[84] rangole: brame, desiderii. [ndr]

[85] La stampa napol. ritrovatrice dell'avere.

[86] L' ediz. sudd. morte de' vivi, infermità  sana, morte che fiata.

[87] Il testo del Nannucci ha per errore immagine invece di magione.

[88] Il suddetto ha men bene: mostramento del cammino. l′ediz di Napoli ommette questa definizione.

[89] allassare: affaticare, stancare

[90] Quest'ultima sentenza è cavata dall' ediz. di Napoli.

[91] Quanto segue a compimento del codice è da considerarsi un'aggiunta di altro autore. Di Giulio Cesare si discorre in precedenza.

[92] Circonda, dal fr. environner

[93] Intende forse un' infestazione di serpi e vermi.

[94] Vera, alla forma latina da ver, primavera.

[95] Bisestro e besestro per bisesto o bisestile.

[96] Secaglia e secaio per seguente.

[97] Parecchie di queste Aggiunte e Varianti sembrano introdotte da un copiatore meno antico del primo testo; e resta pure d′avvertire che in altri libri a stampa di Ammaestramenti e Sentenze morali ecc. si incontrano de′ luoghi identici, non solo nella sostanza ma anche nella parola, al Fiore de' filosofi. L′ediz. di Napoli, che debbo alla cortesia del sig. consig. avv. Francesco Casella, non potei consultare che a stampa inoltrata.

[98] È lezione più conforme al testo Nannucci.

[99] Aggettivo composto (Palermo).

[100] Quest' ultima sentenza è pure applicata a Tullio, ma con qualche varietà, pag. 35; onde la nota di detta pagina va chiamata in fine della linea 10.

 

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Ultimo aggiornamento: 26 novembre 2011