Brunetto Latini

Tesoretto

Edizione Contini

Edizione di riferimento:

Poeti del Duecento (a cura di Gianfranco Contini), Ricciardi, Milano-Napoli 1960, voll. 2.

Nato a Firenze verso il 1220, da una delle più importanti famiglie della città, figlio del notaio e judex Bonaccorso, morì nel 1295, di lui abbiamo pochi riscontri nei documenti storici; fu notaio e cancelliere del Comune fiorentino, e come tale rogò atti e convenzioni di grande importanza per la storia della città. Di parte guelfa, nel febbraio del 1260 era sindaco di Montevarchi e fu lui a ad essere inviato in Spagna per chiedere aiuto ad Alfonso X di Castiglia, detto il Savio, quando la potenza ghibellina per l'ultima volta si riaccese in Italia con Manfredi. Sulla via del ritorno, viene raggiunto da una lettera del padre, che gli comunica la sconfitta dei suoi nella sanguinosa battaglia di Montaperti (4 settembre 1260); per questo non poté tornare in patria, e fu costretto all'esilio. Passò in Francia quasi tutto il periodo di lontananza da Firenze, prima a Montpellier, poi, pare, a Parigi, distraendosi dalla malinconia dell'ozio forzato con la letteratura, e dandosi a impegni che fino allora la professione di notaio non gli aveva concesso. Nacquero così la Retorica, un volgarizzamento ciceroniano composto nei primi anni dell'esilio; Il Tesoretto, poemetto allegorico in settenari rimati a coppie, che rimase incompiuto perché ser Brunetto pensò di riunire in un'opera di più vasta mole tutto ciò che sapeva; e finalmente Li livres dou Tresor, l'enciclopedia vagheggiata che per essere più vicina ai modelli francesi egli scrisse in questa lingua. Nel 1266, sei anni dopo, le sorti si rovesciarono nella battaglia di Benevento, e con la conquista del potere da parte dei Guelfi, poté rientrare in patria. Riprese il suo ufficio e nel 1269 era protonotaro del vicario angiuino a Firenze e a Pisa e nel '73 era segretario dei Consigli del Comune fiorentino, nel '75 Console dell'Arte dei Giudici e dei Notari, nel 1280 fu tra i negoziatori del compromesso tra Guelfi e Ghibellini, nel 1287 lo troviamo tra i Priori di Firenze. Fu in questo periodo che conobbe Dante incoraggiandolo agli studi. Di lui conosciamo anche il Favolello, di cui non conosciamo la data di scrittura, un'epistola in versi sull'amicizia, diretta al poeta ghibellino Rustico di Filippo, composta comunque dopo il suo ritorno a Firenze. Generalmente gli viene attribuito anche il Pataffio, ma si tratta in verità di opera molto posteriore. Il nome di Ser Brunetto ricorre ancora fino al 1292 in molti atti consiliari del comune di Firenze dove morì nel 1294 0 '95 e fu sepolto in Santa Maria Maggiore. Dante lo ricordò con affetto nel canto XV dell'Inferno, salutandolo come uno dei suoi maestri, nel girone dei pervertiti, ma anche di questo suo vizio non si trova riscontro tra i documenti del tempo.

 

Il poemetto, composto di settenari a rima baciata, dalla struttura visionario allegorica, narra di Brunetto che dal rientro dalla Spagna incontra uno studente bolognese che lo informa della sconfitta dei guelfi a Montaperti. Per il dolore Brunetto si smarrisce in una selva diversa (strana), dove incontra la natura personificata che lo consola e lo istruisce sulla creazione e sui principi di filosofia naturale; lo accompagna nel regno delle Virtù, che lo informano sul comportamento cortese, e nel regno di Amore, dalle cui insidie Ovidio lo mette in guardia. Dopo una fase di pentimento, Brunetto sale in Olimpo; il trattato si interrompe dopo l'incontro con Tolomeo, che si accinge a esporre i principi dell'astronomia.

Il Tesoretto

I

Al valente segnore,

di cui non so migliore

sulla terra trovare:

ché non avete pare

né 'n pace né in guerra;

sì ch'a voi tutta terra

che 'l sole gira il giorno

e 'l mar batte d'intorno

san' faglia si convene,

ponendo mente al bene

che fate per usaggio,

ed a l'alto legnaggio

donde voi sete nato;

e poi da l'altro lato

potén tanto vedere

in voi senno e savere

a ogne condizione,

un altro Salamone

pare in voi rivenuto;

e bene avén veduto

in duro convenente,

ove ogn'altro semente,

che voi pur migliorate

e tuttora afinate;

il vostro cuor valente

poggia sì altamente

in ogne benananza

che tutta la sembianza

d'Alesandro tenete,

ché per neente avete

terra, oro ed argento;

sì alto intendimento

avete d'ogne canto,

che voi corona e manto

portate di franchezza

e di fina prodezza,

sì ch'Achilès lo prode,

ch'aquistò tante lode,

e 'l buono Ettòr troiano,

Lancelotto e Tristano

non valse me' di voe,

quando bisogno fue;

e poi, quando venite

che voi parole dite

o 'n consiglio o 'n aringa,

par ch'aggiate la lingua

del buon Tulio romano

che fu in dir sovrano:

sì buon cominciamento

e mezzo e finimento

sapete ognora fare,

e parole acordare

secondo la matera,

ciascuna in sua manera;

apresso tutta fiata

avete acompagnata

l'adorna costumanza,

che 'n voi fa per usanza

sì ricco portamento

e sì bel reggimento

ch'avanzate a ragione

e Senica e Catone;

e posso dire insomma

che 'n voi, segnor, s'asomma

e compie ogne bontate,

e 'n voi solo asembiate

son sì compiutamente

che non falla neente,

se non com' auro fino:

io Burnetto Latino,

che vostro in ogne guisa

mi son sanza divisa,

a voi mi racomando.

Poi vi presento e mando

questo ricco Tesoro,

che vale argento ed oro:

sì ch'io non ho trovato

omo di carne nato

che sia degno d'avere,

né quasi di vedere,

lo scritto ch'io vi mostro

i·llettere d'inchiostro.

Ad ogn'altro lo nego,

ed a voi faccio priego

che lo tegnate caro,

e che ne siate avaro:

ch'i' ho visto sovente

viltenere a la gente

molto valente cose;

e pietre prezïose

son già cadute i·lloco

che son grandite poco.

Ben conosco che 'l bene

assai val men, chi 'l tene

del tutto in sé celato,

che quel ch'è palesato,

sì come la candela

luce men, chi la cela.

Ma i' ho già trovato

in prosa ed in rimato

cose di grande assetto,

e poi per gran sagretto

l'ho date a caro amico:

poi, con dolor lo dico,

lu' vidi in man d'i fanti,

e rasemprati tanti

che si ruppe la bolla

e rimase per nulla.

S'aven così di questo,

si dico che sia pesto,

e di carta in quaderno

sia gittato in inferno.

II.

Lo Tesoro comenza.

Al tempo che Fiorenza

froria, e fece frutto,

sì ch'ell'era del tutto

la donna di Toscana

(ancora che lontana

ne fosse l'una parte,

rimossa in altra parte,

quella d'i ghibellini,

per guerra d'i vicini),

esso Comune saggio

mi fece suo messaggio

all'alto re di Spagna,

ch'or è re de la Magna

e la corona atende,

se Dio no·llil contende:

ché già sotto la luna

non si truova persona

che, per gentil legnaggio

né per altro barnaggio,

tanto degno ne fosse

com' esto re Nanfosse.

E io presi campagna

e andai in Ispagna

e feci l'ambasciata

che mi fue ordinata;

e poi sanza soggiorno

ripresi mio ritorno,

tanto che nel paese

di terra navarrese,

venendo per la calle

del pian di Runcisvalle,

incontrai uno scolaio

su 'n un muletto vaio,

che venia da Bologna,

e sanza dir menzogna

molt' era savio e prode:

ma lascio star le lode,

che sarebbono assai.

Io lo pur dimandai

novelle di Toscana

in dolce lingua e piana;

ed e' cortesemente

mi disee immantenente

che guelfi di Firenza

per mala provedenza

e per forza di guerra

eran fuor de la terra,

e 'l dannaggio era forte

di pregioni e di morte.

Ed io, ponendo cura,

tornai a la natura

ch'audivi dir che tene

ogn'om ch'al mondo vene:

nasce prim[er]amente

al padre e a' parenti,

e poi al suo Comuno;

ond' io non so nessuno

ch'io volesse vedere

la mia cittade avere

del tutto a la sua guisa,

né che fosse in divisa;

ma tutti per comune

tirassero una fune

di pace e di benfare,

ché già non può scampare

terra rotta di parte.

Certo lo cor mi parte

di cotanto dolore,

pensando il grande onore

e la ricca potenza

che suole aver Fiorenza

quasi nel mondo tutto;

e io, in tal corrotto

pensando a capo chino,

perdei il gran cammino,

e tenni a la traversa

d'una selva diversa.

III

Ma tornando a la mente,

mi volsi e posi mente

intorno a la montagna;

e vidi turba magna

di diversi animali,

che non so ben dir quali:

ma omini e moglieri,

bestie, serpent' e fiere,

e pesci a grandi schiere,

e di molte maniere

ucelli voladori,

ed erbi e frutti e fiori,

e pietre e margarite

che son molto gradite,

e altre cose tante

che null'omo parlante

le porria nominare

né 'n parte divisare.

Ma tanto ne so dire:

ch'io le vidi ubidire,

finire e cominciare,

morire e 'ngenerare

e prender lor natura,

sì come una figura

ch'i vidi, comandava.

Ed ella mi sembrava

come fosse incarnata:

talora isfigurata;

talor toccava il cielo,

sì che parea su' velo,

e talor lo mutava,

e talor lo turbava

(al suo comandamento

movëa il fermamento);

e talor si spandea,

sì che 'l mondo parea

tutto nelle sue braccia;

or le ride la faccia,

un'ora cruccia e duole,

poi torna come sòle.

E io, ponendo mente

a l'alto convenente

e a la gran potenza

ch'avea, e la licenza,

uscìo de·rreo pensiero

ch'io avëa primero,

e fe' proponimento

di fare un ardimento

per gire in sua presenza

con degna reverenza,

in guisa ch'io vedere

la potessi, e savere

certanza di suo stato.

E poi ch'i' l'ei pensato,

n'andai davanti lei

e drizzai gli occhi miei

a mirar suo corsaggio.

E tanto vi diraggio,

che troppo era gran festa

li capel de la testa,

si ch'io credea che 'l crino

fosse d'un oro fino

partito sanza trezze;

e l'altre gran bellezze

ch'al volto son congiunte

sotto la bianca fronte,

li belli occhi e le ciglia

e le labbra vermiglia

e lo naso afilato

e lo dente argentato,

la gola biancicante

e l'altre biltà tante

composte ed asettate

e 'n su' loco ordinate,

lascio che no·lle dica,

né certo per fatica

né per altra paura:

ma lingua né scrittura

non seria soficente

a dir compiutamente

le bellezze ch'avea,

né quant' ella potea

in aria e in terra e in mare

e 'n fare e in disfare

e 'n generar di nuovo,

o di congetto o d'ovo

o d'altra incomincianza,

ciascuna in sua sembianza.

E vidi in sua fattura

ched ogne creatura

ch'avea cominciamento,

venï' a finimento.

IV

Ma puoi ch'ella mi vide,

la sua cera che ride

inver' di me si volse,

e puoi a sé m'acolse

molto covertamente,

e disse immantenente:

«Io sono la Natura,

e sono una fattura

de lo sovran Fattore.

Elli è mio creatore:

io son da Lui creata

e fui incominciata;

ma la Sua gran possanza

fue sanza comincianza.

E' non fina né more;

ma tutto mio labore,

quanto che io l'alumi,

convien che si consumi.

Esso è onipotente;

ma io non pos' neente

se non quanto concede.

Esso tanto provede

e è in ogne lato

e sa ciò ch'è passato

e 'l futuro e 'l presente;

ma io non son saccente

se non di quel che vuole:

mostrami, come suole,

quello che vuol ch'i' faccia

e che vol ch'io disfaccia,

ond'io son Sua ovrera

di ciò ch'Esso m'impera.

Così in terra e in aria

m'ha fatta sua vicaria:

Esso dispose il mondo,

e io poscia secondo

lo Suo comandamento

lo guido a Suo talento.

V

A te dico, che m'odi,

che quattro so·lli modi

che Colui che governa

lo secolo in eterna,

mise ['n] operamento

a lo componimento

di tutte quante cose

son, palese e nascose.

L'una, ch'eternalmente

fue in divina mente

immagine e figura

di tutta Sua fattura;

e fue questa sembianza

lo mondo in somiglianza.

Di poi, al Suo parvente

sì creò di neente

una grossa matera,

che non avea manera

né figura né forma,

ma sì fu di tal norma,

che ne potea ritrare

ciò che volea formare.

Poi, lo Suo intendimento

mettendo a compimento,

sì lo produsse in fatto;

ma non fece sì ratto,

né non ci fu sì pronto,

ch'Elli in un solo punto

lo volessi compiére,

com' Elli avea il podere:

ma sei giorni durao,

il settimo posao.

Apresso il quarto modo

è questo ond' io godo,

ch'ad ogne crëatura

dispuose per misura

secondo il convenente

suo corso e sua semente;

e a questa quarta parte

ha loco la mi' arte,

sì che cosa che sia

non ha nulla balìa

di far né più né meno

se non a questo freno.

Ben dico veramente

che Dio onnipotente,

Quello ch'è capo e fine,

per gran forze divine

pò in ogne figura

alterar la natura

e far Suo movimento

di tutto ordinamento:

sì come déi savere,

quando degnò venire

la Maestà sovrana

a prender carne umana

nella Virgo Maria,

che contra l'arte mia

fu 'l suo ingeneramento

e lo Suo nascimento,

ché davanti e da puoi,

sì come savén noi,

fue netta e casta tutta,

vergine non corrotta.

Poi volse Idio morire

per voi gente guerire

e per vostro soccorso;

allor tutto mio corso

mutò per tutto 'l mondo

dal cielo infi·l profondo,

ché 'l sole iscurao,

la terra termentao:

tutto questo avenia

chè 'l mio Segnor patia.

E perciò che 'l me' dire

io lo voglio ischiarire,

sì ch'io non dica motto

che tu non sappie 'n tutto

la verace ragione

e la condizïone,

farò mio detto piano,

che pur un solo grano

non sia che tu non sacci:

ma vo' che tanto facci,

che lo mio dire aprendi,

sì che tutto lo 'ntendi;

e s'io parlassi iscuro,

ben ti faccio sicuro

di dicerlo in aperto,

sì che ne sie ben certo.

Ma perciò che la rima

si stringe a una lima

di concordar parole

come la rima vuole,

sì che molte fiate

le parole rimate

ascondon la sentenza

e mutan la 'ntendenza,

quando vorrò trattare

di cose che rimare

tenesse oscuritate,

con bella brevetate

ti parlerò per prosa,

e disporrò la cosa

parlandoti in volgare,

che tu intende ed apare.

VI

Omai a ciò ritorno,

che Dio fece lo giorno

e la luce gioconda

e cielo e terra ed onda,

e l'aire crëao

e li angeli fermao,

ciascun partitamente:

e tutto di neente.

Poi la seconda dia

per la Sua gran balìa

stabilìo 'l fermamento

e 'l suo ordinamento.

Il terzo, ciò mi pare,

ispecificò 'l mare

e la terra divise

e 'n ella fece e mise

ogne cosa barbata

che 'n terra e radicata.

Al quarto dì presente

fece compiutamente

tutte le luminare,

stelle diverse e vare.

Nella quinta giornata

sì fu da Lui crëata

ciascuna crëatura

che nota in acqua pura.

Lo sesto dì fu tale,

che fece ogn'animale,

e fece Adamo ed Eva,

che puoi ruppe la treva

del Suo comandamento.

Per quel trapassamento

mantenente fu miso

fòra di Paradiso,

dov'era ogne diletto,

sanza neuno espetto

di fredo o di calore,

d'ira né di dolore;

e per quello peccato

lo loco fue vietato

mai sempre a tutta gente.

Così fu l'uom perdente:

d'esto peccato tale

divenne l'om mortale,

e ha lo male e 'l danno

e l'agravoso afanno

qui e nell'altro mondo.

Di questo greve pondo

son gli uomini gravati

e venuti em peccati,

perché 'l serpente antico,

che è nostro nemico,

sodusse a rea maniera

quella primaia mogliera.

Ma per lo mio sermone

intendi la ragione

perché fu ella fatta

e de la costa tratta:

prima, che l'uomo atasse;

poi, che multipricasse,

e ciascun si guardasse

con altra non fallasse.

Omai il coninciamento

e 'l primo nascimento

di tutte crëature

t'ho detto, se me cure.

Ma sacce che 'n due guise

lo Fattor lo devise:

ché l'une veramente

son fatte di neente,

ciò son l'anim' e 'l mondo,

e li angeli secondo;

ma tutte l'altre cose,

quantunque dicere ose,

son d'alcuna matera

fatte per lor manera».

VII

E poi che l'ebbe detto,

davanti al suo cospetto

mi parve ch'io vedesse

che gente s'acogliesse

di tutte le nature

(sì come le figure

son tutte divisate

e diversificate),

per domandar da essa

ch'a ciascun sia permessa

sua bisogna compiére;

ed essa, ch'al ver dire

ad ognuna rendea

ciò ched ella sapea

che 'l suo stato richiede,

così in tutto provede.

E io, sol per mirare

lo suo nobile affare,

quasi tutto smarrìo;

ma tant' era 'l disio,

ch'io avea, di sapere

tutte le cose vere

di ciò ch'ella dicea,

ch'ognora mi parea

maggior che tutto 'l giorno:

sì ch'io non volsi torno,

anzi m'inginocchiai

e merzé le chiamai

per Dio, che le piacesse

ched ella m'acompiesse

tutta la grande storia

ond'ella fa memoria.

Ella disse esavia:

«Amico, io ben vorria

che ciò che vuoli intendere

tu lo potessi imprendere,

e sì sotile ingegno

e tanto buon ritegno

avessi, che certanza

d'ognuna sottiglianza

ch'io volessi ritrare,

tu potessi aparare

e ritenere a mente

a tutto 'l tuo vivente.

E comincio da prima

al sommo ed a la cima

de le cose crëate,

di ragione informate

d'angelica sustanza,

che Dio a Sua sembianza

crëò a la primera.

Di sì ricca manera

li fece in tutte guise

che 'n esse furo assise

tutte le buone cose

valenti e prezïose

e tutte le vertute

ed eternal salute;

e diede lor bellezza

di membra e di clarezza,

sì ch'ogne cosa avanza

biltate e beninanza;

e fece lor vantaggio

tal chent' io diraggio:

che non possen morire

né unquema' finire.

E quando Lucifero

si vide così clero

e in sì grande stato

grandito ed innorato,

di ciò s'insuperbio,

e 'ncontro al vero Dio,

Quello che l'avea fatto,

pensao d'un maltratto,

credendo Elli esser pare.

Così volse locare

sua sedia in aquilone,

ma la sua pensagione

li venne sì falluta

che fu tutt' abattuta

sua folle sorcudanza,

in sì gran malenanza

che, s'io voglio 'l ver dire,

chi lo volse seguire

o tenersi con esso

de regno for fu messo,

e piovvero in inferno

e 'n fuoco sempiterno.

Apresso imprimamente

in guisa di serpente

ingannò collo ramo

Eva, e poi Adamo;

e chi chi neghi o dica,

tutta la gran fatica,

la doglia e 'l marrimento,

lo danno e 'l pensamento

e l'angoscia e le pene

che la gente sostene,

lo giorno e 'l mese e l'anno,

venne da quello inganno;

e·lado ingenerare

e lo grave portare

e 'l parto doloroso

e 'l nudrir faticoso

che voi ci sofferite,

tutto per ciò l'avete;

lavorero di terra,

astio, invidia e guerra,

omicidio a peccato

di ciò fue coninciato:

ché 'nanti questo tutto

facea la terra frutto

sanza nulla semente

o briga d'on vivente.

Ma questa sottiltate

tocc' a Divinitate,

ed io non m'intrametto

di punto così stretto,

e non aggio talento

di sì gran fondamento

trattar con omo nato.

Ma quello che m'è dato,

io lo faccio sovente:

che se tu poni mente,

ben vedi li animali

ch'io no·lli faccio iguali

né d'una concordanza

in vista né in sembianza;

erbe e fiori e frutti,

così gli albori tutti:

vedi che son divisi

le natur' e li visi.

Acciò che t'ho contato

che l'omo fu plasmato

posci' ogne crëatura,

se ci ponessi cura,

vedrai palesemente

che Dio onnipotente

volse tutto labore

finir nello migliore:

ca chi ben inconinza

audivi per sentenza

ched ha bon mezzo fatto;

ma guardi, puoi dal tratto,

ca di reo compimento

aven dibassamento

di tutto 'l convenente;

ma chi orratamente

fina suo coninciato,

da la gente è laudato,

sì come dice un motto:

"La fine loda tutto".

E tutto ciò ch'on face,

pensa o parla o tace,

a tutte guise intende

a la fine ch'atende:

dunqu' è più grazìosa

la fine d'ogne cosa

che tutto l'altro fatto.

Però ad ogne patto

dé omo accivire

ciò che porria seguire

di quella che conenza,

ch'aia bella partenza.

E l'om, se Dio mi vaglia,

crëato fu san' faglia

la più nobile cosa

e degna e prezïosa

di tutte crëature:

così Que' ch'è 'n alture

li diede segnoria

d'ogne cosa che sia

in terra figurata;

ver' è ch'è 'nvizïata

de lo primo peccato

dond' è 'l mondo turbato.

Vedi ch'ogn'animale

per forza naturale

la testa e 'l viso bassa

verso la terra bassa,

per far significanza

de la grande bassanza

di lor condizïone,

che son sanza ragione

e seguon lor volere

sanza misura avere:

ma l'omo ha d'alta guisa

sua natura divisa

per vantaggio d'onore,

che 'n alto a tutte l'ore

mira per dimostrare

lo suo nobile affare,

ched ha per conoscenza

e ragione e scienza.

Dell'anima dell'uomo

io ti diraggio como

è tanto degna e cara

e nobile e preclara

che pote a compimento

aver conoscimento

di ciò ch'è ordinato

(sol se·nno fue servato

in divina potenza):

però sanza fallenza

fue l'anima locata

e messa e consolata

ne lo più degno loco,

ancor che sïa poco,

ched è chiamato core.

Ma 'l capo n'è segnore,

ch'è molto degno membro;

e s'io ben mi rimembro,

esso è lume e corona

di tutta la persona.

Ben è vero che 'l nome

è divisato, come

la forza e la scïenza:

ché l'anima in parvenza

si divide e si parte

e ovra in prusor parte.

Che se tu poni cura

quando la crïatura

vede vivificata,

è anima chiamata;

ma la voglia e l'ardire

usa la gente dire:

"Quest' è l'animo mio,

questo voglio e disio";

e l'om savio e saccente

dicon c'ha buona mente;

e chi sa giudicare

e per certo trïare

lo falso dal diritto,

ragione è nome detto;

e chi saputamente

un grave punto sente

in fatt' o in dett' o in cenno,

quelli è chiamato senno;

e quando l'omo spira,

l'alena manda e tira,

è spirito chiarnato.

Così t'aggio contato

che 'n queste sei partute

si parte la vertute

ch'all'anima fu data,

e così consolata.

Nel capo son tre çelle,

e io dirò di quelle.

Davanti è lo ricetto

di tutto lo 'ntelletto

e la forza d'aprendere

quello che puoi intendere;

in mezzo è la ragione

e la discrezïone,

che cerne ben da male,

e lo torto e l'iguale;

di dietro sta con gloria

la valente memoria,

che ricorda e ritene

quello che 'n esso avene.

Così, se tu ti pensi,

son fatti cinque sensi,

d'i quai ti voglio dire:

lo vedere e l'udire,

l'odorare e 'l gostare,

e dapoi lo toccare;

questi hanno per ofizio

che lo bene e lo vizio,

li fatti e le favelle

ritornano a le zelle

ch'i' v'aggio nominate,

e loco son pesate.

VIII

Ancor son quattro omori

di diversi colori,

che per la lor cagione

fanno la compressione

d'ogne cosa formare

e sovente mutare,

sì come l'una avanza

le altre in sua possanza:

ché l'una è 'n segnoria

de la malinconia,

la quale è freda e secca,

certo di lada tecca;

un'altr' è in podere

di sangue, al mio parere,

ch'è caldo ed omoroso

e fresco e gioioso;

frema in alto monta,

ch'umido e fredo pont' à,

e par che sia pesante

quell'omo, e più pensante;

poi la collera vene,

che caldo e secco tene,

e fa l'omo leggiero,

presto e talor fero.

E queste quattro cose,

così contrarïose

e tanto disiguali,

in tutti l'animali

mi convene acordare

ed i·lor temperare,

e rinfrenar ciascuno,

si ch'io li torni a uno,

si ch'ogne corpo nato

ne sia compressionato;

e sacce ch'altremente

non si faria neente.

IX

Altresì tutto 'l mondo

dal ciel fin lo profondo

è di quattro aulimenti

fatto ordinatamenti:

d'aria, d'acqua e di foco

e di terra in suo loco;

ché, per fermarlo bene,

sottilmente convene

lo fredo per calore

e 'l secco per l'omore

e tutti per ciascuno

sì rinfrenar a uno

che la lor discordanza

ritorni in iguaglianza:

ché ciascuno è contrario

a l'altro ch'è disvario.

Ogn'omo ha sua natura

e diversa fattura,

e son talor dispàri:

ma io li faccio pari,

e tutta lor discordia

ritorno in tal concordia,

che io per lo·ritegno

lo mondo e lo sostegno,

salva la volontade

de la Divinitade.

X

Ben dico veramente

che Dio onnipotente

fece sette pianete,

ciascuna in sua parete,

e dodici segnali

(io ti dirò ben quali);

e fue il Suo volere

di donar lor podere

in tutte crëature

secondo lor nature.

Ma sanza fallimento

sotto meo reggimento

è tutta la loro arte,

sicché nesun si parte

dal corso che li ho dato,

a ciascun misurato.

E dicendo lo vero,

cotal è lor mistiero,

che metton forza e cura

in dar fredo e calura

e piova e neve e vento,

sereno e turbamento.

E s'altra provedenza

fue messa i·llor parvenza,

no 'nde farò menzione,

ché picciola cagione

ti porria far errare:

ché tu déi pur pensare

che le cose future,

e l'aperte e le scure,

la somma Maestate

ritenne in potestate.

Ma se di storlomia

vorrai saper la via,

de la luna e del sole

come saper si vuole,

e di tutte pianete,

qua 'nanzi l'udirete,

andando in quelle parte

dove son le sette arte.

Ben so che lungiamente

intorno al convenente

aggioti ragionato,

sl ch'io t'aggio contato

una lunga matera

certo in breve manera.

E se m'hai bene inteso,

nel mio dire ho compreso

tutto 'l coninciamento

e 'l primo nascimento

d'ogne cosa mondana

e de la gente umana;

e hotti detto un poco,

come s'avene loco,

de la Divinitate;

e holle intralasciate,

sì come quella cosa

ched è sì prezïosa

e sì alta e sì degna

che non par che s'avegna

che mette intendimento

in sì gran fondamento:

ma tu sempicemente

credi veracemente

ciò che la Chiesa Santa

ne predica e ne canta.

Apresso t'ho contato

del ciel com' è stellato,

ma quando fie stagione

udirai la cagione

del ciel com' è ritondo

e del sido del mondo.

Ma non sarà pe·rima,

com' e scritto di prima

ma per piano volgare

ti fie detto l'affare

e mostrato in aperto,

che ne sarai ben certo.

Ond'io ti priego ormai,

per la fede che m'hai,

che ti piaccia partire:

ché mi conviene gire

per lo mondo d'intorno,

e di notte e di giorno

avere studio e cura

in ogne crëatura

ch'è sotto mio mestero;

e faccio a Dio preghiero

che ti conduca e guidi

en tutte parti, e fidi».

XI

Apresso esta parola

voltò 'l viso e la gola,

e fecemi sembianza

che sanza dimoranza

volesse visitare

e li fiumi e lo mare.

E, sanza dir fallenza,

ben ha grande potenza,

ché, s'io vo' dir lo vero,

lo suo alto mistero

è una maraviglia:

ché 'n un'ora compiglia

e cielo e terra e mare

compiendo suo affare,

ché 'n così poco stando

al suo breve comando

io vidi apertamente,

come fosse presente,

i fiumi principali,

che son quattro, li quali,

secondo il mio aviso,

movon di Paradiso,

ciò son Tigre e Fisòn,

Eofrade e Gïòn.

L'un se ne passa a destra

e l'altro ver' sinestra,

lo terzo corre in zae

e 'l quarto va di lae:

sì ch'Eufrade passa

ver' Babillona cassa

i·Mesopotanìa,

e mena tuttavia

le pietre preziose

e gemme dignitose

di troppo gran valore

per forza e per colore.

Gïòn va in Etïopia,

e per la grande copia

d'acqua che 'n esso abonda,

bagna de la sua onda

tutta terra d'Egitto

e l'amolla a diritto

una fiata l'anno

e ristora lo danno

che lo 'Gitto sostene,

che mai pioggia non viene:

così serva su' filo

ed è chiamato Nilo;

d'un su' ramo si dice

ched ha nome Calice.

Tigre tien altra via,

chè corre per Soria

sì smisuratamente

che non è om vivente

che dica che vedesse

cosa che sì corresse.

Fisòn va più lontano,

ed è da noi sì strano

che, quando ne ragiono,

io non trovo nessuno

che l'abbia navicato,

né 'n quelle parti andato.

E in poca dimora

provide per misura

le parti del Levante,

lì dove sono tante

gemme di gran vertute

e di molte salute;

e sono in quello giro

balsime ed ambra e tiro

e lo pepe e lo legno

aloè, ch'è sì degno,

e spigo e cardamomo,

gengiov' e cennamomo

e altre molte spezie,

che ciascuna in sua spezie

è migliore e più fina

e sana in medicina.

Apresso in questo poco

mise in asetto loco

le tigre e li grifoni

e leofanti e leoni,

cammelli e drugomene

e badalischi e gene

e pantere e castoro,

le formiche dell'oro

e tanti altri animali

ch'io non posso dir quali,

che son sì divisati

e sì dissomigliati

di corpo e di fazzone,

di sì fera ragîone

e di sì strana taglia

ch'io non credo, san' faglia,

ch'alcuno omo vivente

potesse veramente

per lingua o per scritture

recittar le figure

de le bestie ed uccelli,

tanto son, laidi e belli.

Poi vidi immantenente

la regina piagente

che stendëa la mano

verso 'l mare Ucïano,

quel che cinge la terra

e che la cerchia e serra,

e ha una natura

ch'è a veder ben dura,

ch'un'ora cresce molto

e fa grande timolto,

poi torna in dibassanza;

così fa per usanza:

or prende terra, or lassa,

or monta, or dibassa;

e la gente per motto

dicon c'ha nome fiotto.

E io, ponendo mente

là oltre nel ponente

apresso questo mare,

vidi diritto stare

gran colonne, le quale

vi pose per segnale

Ercolès lo potente,

per mostrare a la gente

che loco sia finata

la terra e terminata:

ch'egli per forte guerra

avea vinta la terra

per tutto l'uccidente,

e non trova più gente.

Ma doppo la Sua morte

sì son gente raccorte

e sono oltre passati,

sì che sono abitati

di là, in bel paese

e ricco per le spese.

Di questo mar ch'i' dico

vidi per uso antico

nella perfonda Spagna

partire una rigagna

di questo nostro mare,

che cerehia, ciò mi pare,

quasi lo mondo tutto,

sì che per suo condotto

ben pò chi sa dell'arte

navicar tutte parte,

e gire in quella guisa

di Spagna infin a Pisa

e 'n Grecia ed in Toscana

e 'n terra ciciliana

e nel Levante dritto

e in terra d'Igitto.

Ver' è che 'n orïente

lo mar volta presente

ver' lo settantrïone

per una regïone

dove lo mar non piglia

terra che sette miglia;

poi torna in ampiezza,

e poi in tale stremezza

ch'io non credo che passi

che cinquecento passi.

Da questo mar si parte

lo mar che non comparte,

là 'v'e la regïone

di Vinegia e d'Ancone:

così ogn'altro mare

che per la terra pare

di traverso e d'intorno,

si move e fa ritorno

in questo mar pisano

ov'è 'l mare Occïano.

E io che mi sforzava

di ciò che io mirava

saver lo certo stato,

tanto andai d'ogne lato

ch'io vidi apertamente,

davanti al mio vidente,

di ciascuno animale

e lo bene e lo male

e la lor condizione

e la 'ngenerazione

e lo lor nascimento

e lo cominciamento

e tutta loro usanza,

la vista e la sembianza.

Ond'io aggio talento

nello mio parlamento

ritrare ciò ch'io vidi.

Non dico ch'io m'afidi

di contarlo pe·rima

dal piè fin a la cima,

ma 'n bel volgare e puro,

tal che non sia oscuro,

vi dicerò per prosa

quasi tutta la cosa

qua 'nanti da la fine,

perché paia più fine.

XII

Da poi ch'a la Natura

parve che fosse l'ora

del mio dipartimento,

con gaio parlamento

si cominciò a dire

parole da partire

con grazia e con amore;

e faccendomi onore

disse: «Fi' di Latino,

guarda che 'l gran cammino

non torni esta semmana,

ma questa selva piana,

che tu vedi a sinestra,

cavalcherai a destra.

Non ti paia travaglia,

ché tu vedrai san' faglia

tutte le gran sentenze

e le dure credenze;

e poi da l'altra via

vedrai Fisolofia

e tutte sue sorelle;

e poi udrai novelle

de le quattro Vertute;

e se quindi ti mute,

troverai la Ventura;

a cui se poni cura,

ché non ha certa via,

vedrai Baratteria,

che 'n sua corte si tene

di diare e male e bene;

e se non hai timore,

vedrai i·Dio d'Amore,

e vedrai molte gente

che 'l servono umilmente,

e vedrai le saette

che fuor de l'arco mette.

Ma perché tu non cassi

in questi duri passi,

te', porta questa segna

che nel mio nome regna.

E se tu fossi giunto

d'alcun gravoso punto,

tosto lo mostra fuore:

non fia sì duro core

che per la mia temenza

non t'aggia in reverenza».

E io gechitamente

ricevetti 'l presente,

la 'nsegna che mi diede;

poi le basciai il piede

e mercé le gridai,

ch'ella m'avesse ormai

per suo racomandato.

E quando io fui girato,

già più no·lla rividi.

Or conven ch'io mi guidi

ver' là dove mi disse

'nanti che si partisse.

XIII

Or va mastro Burnetto

per un sentiero stretto,

cercando di vedere

e toccar e sapere

ciò che l'è destinato;

e non fu' guari andato

ch'i' fu' nella deserta,

dov' io non trovai certa

né strada né sentero.

Deh, che paese fero

trovai in quella parte!

Ché, s'io sapesse d'arte,

quivi mi bisognava,

ché, quanto io più mirava,

più mi parea salvaggio:

quivi non ha vïaggio,

quivi non ha magione,

quivi non ha persone,

non bestia, non uccello,

non fiume, non ruscello,

né formica né mosca

né cosa ch'io cognosca.

Ed io, pensando forte,

dottai ben de la morte:

e non è maraviglia,

ché ben trecento miglia

durava d'ogne lato

quel paese ismaggiato.

Ma sì m'asicurai

quando mi ricordai

del sicuro segnale

che contra tutto male

mi dà sicuramento;

e io presi andamento

quasi per aventura

per una valle scura,

tanto ch'al terzo giorno

io mi trovai d'intorno

un grande pian giocondo,

lo più gaio del mondo

e lo più dilettoso.

Ma ricontar non oso

ciò ch'i' trovai e vidi:

se Dio mi porti e guidi,

io non sarei creduto

di ciò ch'i' ho veduto;

ch'i' vidi imperadori

e re e gran segnori,

e mastri di scïenze

che dittavan sentenze,

e vidi tante cose

che già in rime né in prose

no·lle porria contare;

ma sopra tutti stare

vidi una imperadrice

di cui la gente dice

che ha nome Vertute,

ed è capo e salute

di tutta costumanza

e de la buona usanza

e d'i be' reggimenti

a che vivon le genti;

e vidi agli occhi miei

esser nate di lei

quattro regine figlie;

e strane maraviglie

vidi di ciascheduna,

ch'or mi parea pur una,

or mi parean divise

e 'n quattro parti mise,

sì ch'ognuna per séne

tenean sue propie mene,

ed avean su' legnaggio,

su' corso e su' vïaggio,

e 'n sua propria magione

tenean corte e ragione;

ma non già di paraggio,

ché l'un' è troppo maggio,

e poi di grado a grado

catuna va più rado.

XIV

E io, ch'avea il volere

di più certo sapere

la natura del fatto,

mi mossi sanza patto

di domandar fidanza,

e trassimi a l'avanza

de la corte maggiore,

che v'è scritto 'l tenore

d'una cotal sentenza:

«Qui demora Prodenza,

cui la gente in volgare

suole Senno chiamare».

E vidi ne la corte,

là dentro fra le porte,

quattro donne reali

che corte principali

tenean ragion ed uso.

Poi mi tornai là giuso

a un altro palazzo,

e vidi in bello stazzo

scritto per sottiglianza:

«Qui sta la Temperanza,

cui la gente talora

suol chiamare Misura».

E vidi là d'intorno

dimorare a soggiorno

cinque gran principesse,

e vidi ch'elle stesse

tenean gran parlamento

di ricco insegnamento.

Poi nell'altra magione

vidi in un gran pedrone

scritto per sottigliezza:

«Qui dimora Fortezza,

cui talor per usaggio

Valenza di coraggio

la chiama alcuna gente».

Poi vidi immantenente

quattro ricche contesse,

e gente rade e spesse

che stavano a udire

ciò ch'elle volean dire.

E partendomi un poco,

io vidi in altro loco

la donna incoronata

per una caminata,

che menava gran festa

e talor gran tempesta;

e vidi che lo scritto,

ch'era di sopra fitto

in lettera dorata,

dicea: «Io son chiamata

Giustizia in ogne parte».

E vidi i·l'altra parte

quattro maestre grandi,

e a li lor comandi

si stavano ubidenti

quasi tutte le genti.

Così, s'i' non misconto,

eran venti per conto

queste donne reali

che de le principali

son nate per lignaggio,

sì come detto v'aggio.

E s'io contar volesse

ciò ch'io ben vidi d'esse

insieme ed in divisa,

non credo i·nulla guisa

che iscrittura capesse

né che lingua potesse

divisar lor grandore,

né 'l bene né 'l valore.

Però più non ne dico;

ma sì pensai con meco

che quattro n'ha tra loro

cu' i' credo ed adoro

assai più coralmente,

perché 'l lor convenente

mi par più grazïoso

e a la gente in uso:

Cortesia e Larghezza

e Leanza e Prodezza.

Di tutte e quattro queste

il puro sanza veste

dirò in questo libretto:

dell'altre non prometto

di dir né di ritrare;

ma chi 'l vorrà trovare,

cerchi nel gran Tesoro

ch'io fatt' ho per coloro

c'hanno il core più alto:

là farò grande salto

per dirle più distese

ne la lingua franzese.

XV

Ond' io ritorno ormai

per dir come trovai

le tre a gran dilizia

in casa di Giustizia,

ché son sue descendenti

e nate di parenti.

E io m'andai da canto

e dimora'vi tanto

ched i' vidi Larghezza

mostrare con pianezza

ad un bel cavalero

come nel suo mistero

si dovesse portare.

E dicìe, ciò mi pare:

«Se tu vuol' esser mio,

di tanto t'afid' io,

che nullo tempo mai

di me mal non avrai,

anzi sarai tuttore

in grandezza e in onore,

ché già om per larghezza

non venne in poverezza.

Ver' è ch'assai persone

dicon ch'a mia cagione

hanno l'aver perduto,

e ch'è loro avenuto

perché son larghi stati;

ma troppo sono errati:

ché, como è largo quelli

che par che s'acapilli

per una poca cosa

ove onor grande posa,

e 'n un'altra bruttezza

farà sì gra·larghezza

che fie dismisuranza?

Ma tu sappie 'n certanza

che null' ora che sia

venir non ti poria

la tua ricchezza meno

se ti tieni al mio freno

nel modo ch'io diraggio:

ché quelli è largo e saggio

che spende lo danaro

per salvar l'ogostaro.

Però in ogne lato

ti membri di tu' stato

e spendi allegramente;

e non vo' che sgomente

se più che sia ragione

despendi a le stagione,

anz' è di mio volere

che tu di non vedere

te infinghi a le fïate,

se danari o derrate

ne vanno per onore:

pensa che sia il migliore.

E se cosa adivenga

che spender ti convenga,

guarda che sia intento,

sì che non paie lento:

ché dare tostamente

è donar doppiamente,

e dar come sforzato

perde lo dono e 'l grato;

ché molto più risplende

lo poco, chi lo spende

tosto e a larga mano,

che que' che da lontano

dispende gran ricchezza

e tardi, con durezza.

Ma tuttavia ti guarda

d'una cosa che 'mbarda

la gente più che 'l grado,

cioè gioco di dado:

ché non è di mia parte

chi si gitta in quell'arte,

anz' è disvïamento

e grande struggimento.

Ma tanto dico bene,

se talor ti convene

giocar per far onore

ad amico o a segnore,

che tu giuochi al più grosso,

e non dire: "I' non posso".

Non abbie in ciò vilezza,

ma lieta gagliardezza;

e se tu perdi posta,

paia che non ti costa:

non dicer villania

né mal motto che sia.

Ancor, chi s'abandona

per astio di persona,

e per sua vanagroria

esce de la memoria

a spender malamente,

non m'agrada neente;

e molto m'è rubello

chi dispende in bordello

e va perdendo 'l giorno

in femine d'intorno.

Ma chi di suo bon core

amasse per amore

una donna valente,

se talor largamente

dispendesse o donasse

(non sì che folleggiasse),

be·llo si puote fare,

ma no'l voglio aprovare.

E tegno grande scherna

chi dispende in taverna;

e chi in ghiottornia

si getta, o in beveria,

è peggio che omo morto

e 'l suo distrugge a torto.

E ho visto persone

ch'a comperar capone,

pernice e grosso pesce,

lo spender no·lli 'ncresce:

ché, come vol sien cari,

pur trovansi i danari,

sì pagan mantenente,

e credon che la gente

lili ponga i·llarghezza;

ma ben è gran vilezza

ingolar tanta cosa

che già fare non osa

conviti né presenti,

ma colli propî denti

mangia e divora tutto:

ecco costume brutto!

Mad io, s'i' m'avedesse

ch'egli altro ben facesse,

unqua di ben mangiare

no·llo dovrei blasmare:

ma chi 'l nasconde e fugge

e consuma e distrugge,

solo che ben si pasce,

certo in mal punto nasce.

Hacci gente di corte

che sono use ed acorte

a sollazzar la gente,

ma domandan sovente

danari e vestimenti:

certo, se tu ti senti

lo poder di donare,

ben déi corteseggiare,

guardando d'ogne lato

di ciascun lo suo stato;

ma già non ublïare,

se tu puoi megliorare

lo dono in altro loco,

non ti vinca per gioco

lusinga di buffone:

guarda loco e stagione.

Ancora abbi paura

d'improntare a usura;

ma se ti pur convene

aver per spender bene,

prego che rende ivaccio,

ché non è bel procaccio

né piacevol convento

di diece render cento:

già d'usura che dài

nulla grazia non hai;

né 'n ciò non ha larghezza,

ma tua gran pigrezza.

Ben forte mi dispiace

e gran noia mi face

donzello e cavalero

che, quando un forestero

passa per la contrada,

non lascia che non vada

a farli compagnia

in casa e per la via,

e gran cose promette,

ma altro non vi mette:

così ten questa mena;

e chi lo 'nvita a cena,

terrebbe ben lo 'nvito;

non farebbe convito,

servigio né presente.

Ma sai che m'è piagente?

quando vene un forese,

di farli ben le spese

secondo che s'aviene:

ché presentar ritiene

amore ed onoranza,

compagnia ed usanza.

E sai ch'io molto lodo?

che tu a ogne modo

abbi di belli arnesi

e privati e palesi,

sì che 'n casa e di fore

si paia 'l tuo onore.

E se tu fai convito

o corredo bandito,

fa'l provedutamente,

che non falli neente:

di tutto inanzi pensa;

e quando siedi a mensa,

non far un laido piglio,

non chiamare a consiglio

sescalco né sergente,

ché da tutta la gente

sarai scarso tenuto

e non ben proveduto.

Omai t'ho detto assai:

perciò ti partirai,

e dritto per la via

ne va' a Cortesia,

e prega da mia parte

che ti mostri su' arte,

ché già non veggo lume

sanza 'l su' bon costume».

XVI

Lo cavaler valente

si mosse inellamente

e gìo sanza dimora

loco dove dimora

Cortesia grazïosa,

In cui ognora posa

pregio di valimento,

e con bel gechimento

la pregò che 'nsegnare

li dovess' e mostrare

tutta la maestria

di fina cortesia.

Ed ella immantenente

con buon viso piacente

disse in questa manera

lo fatto e la matera:

«Sie certo che Larghezza

è 'l capo e la grandezza

di tutto mio mistero,

sì ch'io non vaglio guero,

e s'ella non m'aita

poco sarei gradita.

Ella è mio fondamento,

e io suo doramento

e colore e vernice:

ma chi lo buon ver dice,

se noi due nomi avemo,

quasi una cosa semo.

Ma a te, bell' amico,

primeramente dico

che nel tuo parlamento

abbi provedimento:

non sia troppo parlante,

e pensati davante

quello che dir vorrai,

ché non retorna mai

la parola ch'è detta,

sì come la saetta

che va e non ritorna.

Chi ha la lingua adorna,

poco senno gli basta,

se per follia no'l guasta.

E 'l detto sia soave,

e guarda non sia grave

in dir ne' reggimenti,

ché non puo' a le genti

far più gravosa noia:

consiglio che si moia

chi spiace per gravezza,

ché mai non si ne svezza;

e chi non ha misura,

se fa 'l ben, sì l'oscura.

Non sia inizzatore,

né sia redicitore

di quel ch'altra persona

davante a te ragiona;

né non usar rampogna,

né dire altrui menzogna,

né villania d'alcuno:

ché già non è nessuno

cui non posse di botto

dicere u·laido motto.

Né non sie sì sicuro

che pur un motto duro

ch'altra persona tocca

t'esca fuor de la bocca:

ché troppa sicuranza

fa contra buona usanza;

e chi sta lungo via

guardi di dir follia.

Ma sai che ti comando

e pongo a greve bando?

che l'amico de bene

innora quanto téne

a piede ed a cavallo.

Né già per poco fallo

non prender grosso core,

per te non falli amore.

E abbie sempre a mente

d'usar con buona gente,

e da l'altra ti parti:

ché, sì come dell'arti,

qualche vizio n'aprendi,

sì ch'anzi che t'amendi

n'avrai danno e disnore.

Però a tutte l'ore

ti tieni a buona usanza,

perciò ch'ella t'avanza

in pregio ed in valore,

e fatt' esser migliore

e dà bella figura:

ché la buona natura

si rischiara e pulisce

se 'l buon uso seguisce.

Ma guarda tuttavia,

s'a quella compagnia

tu paressi gravoso,

di gir non sie più oso,

mad altra ti procaccia

a cui il tu' fatto piaccia.

Amico, e guarda bene,

con più ricco di téne

non ti caglia d'usare,

ch'o starai per giullare

o spenderai quant'essi:

che se tu no'l facessi,

sarebbe villania;

e pensa tuttavia

che larga inconincianza

sì vuol perseveranza.

Dunque déi provedere,

se 'l porta tuo podere,

che 'l facci apertamente;

se non, sì poni mente

di non far tanta spesa

che poscia sia ripresa;

ma prendi usanz' a tale

che sia con teco iguale;

e s'avanzasse un poco,

non ti smagar di loco,

ma spendi di paraggio:

non prendere avantaggio.

E pensa ogne fïata,

se nella tua brigata

ha omo al tu' parere

men potente d'avere,

per Dio no·llo sforzare

più che non posse fare:

che se per tu' conforto

il su' dispende a torto

e torna in basso stato,

tu ne sarai biasmato.

Ma ben ci son persone

d'altra condizïone,

che si chiaman gentili:

tutt' altri tegnon vili

per cotal gentilezza;

e a questa baldezza

tal chiaman mercennaio

che più tosto uno staio

spenderia di fiorini

ch'essi di picciolini,

benché li lor podere

fosseron d'un valere.

E chi gentil si tiene

sanza fare altro bene

se non di quella boce,

credesi far la croce,

ma e' si fa la fica:

chi non dura fatica

sì che possa valere,

non si creda capere

tra gli uomini valenti

perché sia di gran genti;

ch'io gentil tengo quelli

che par che modo pilli

di grande valimento

e di bel nudrimento,

sì ch'oltre suo lignaggio

fa cose d'avantaggio

e vive orratamente,

sì che piace a le gente,

Ben dico, se 'n ben fare

sia l'uno e l'altro pare,

quelli ch'è meglio nato

è tenuto più a grato,

non per mia maestranza,

ma perch' è sì usanza,

la qual vince e rabatti

gran parte d'i mie' fatti,

sì ch'altro no ne posso:

ch'esto mondo è sì grosso

che ben per poco detto

si giudica 'l diritto;

ché lo grande e 'l minore

ci vivono a romore.

Perciò ne sie aveduto

di star tra lor sì muto

chè non ne faccia·risa:

pàssati a la lor guisa,

che 'nanzi ti comporto

che tu segue lo torto;

che se pur ben facessi,

da che lor non piacessi,

nulla cosa ti vale

e dir bene né male.

Però non dir novella

se non par buona e bella

a ciascun che la 'ntende,

ché tal ti ne riprende

che aggiunge bugia,

quando se' ito via,

che ti déi ben dolere.

Però déi tu sapere

in cotal compagnia

giucar di maestria,

ciò è che sappie dire

quel che deia piacere;

e lo ben, se 'l saprai,

con altrui lo dirai,

dove fie conusciuto

e ben caro tenuto,

ché molti sconoscenti

troverai fra le genti,

che metton maggio cura

d'udire una laidura

ch'una cosa che vaglia:

trapassa e non ti caglia.

E sie bene apensato,

s'un om molto pesato

alcuna volta faccia

cosa che non s'aggiaccia

in piazza né in templo,

no 'nde pigliare asemplo,

perciò che non ha scusa

chi altrui mal s'ausa.

E guarda non errassi

se tu stessi o andassi

con donna o con segnore

o con altro maggiore;

e benché sie tuo pare,

che lo sappie innorare,

ciascun per lo su' stato.

Siene sì ampensato,

e del più e del meno,

che tu non perdi freno;

ma già a tuo minore

non render più onore

ch'a luï si convenga,

né ch'a vil te ne tenga:

però, s'egli è più basso,

va sempre inanzi un passo.

E se vai a cavallo,

guardati d'ogne fallo;

quando vai per cittade,

consiglioti che vade

molto cortesemente:

cavalca bellamente,

un poco a capo chino,

ch'andar così 'n disfreno

par gran salvatichezza;

né non guardar l'altezza

d'ogne casa che truove;

guarda che non ti move

com'on che sia di villa;

non guizzar com' anguilla,

ma va' sicuramente

per vïa tra la gente.

Chi ti chiede in prestanza,

non fare adimoranza

se tu li vuol' prestare:

no'l far tanto tardare

che 'l grado sia perduto

anzi che sia renduto.

E quando se' in brigata,

seguisci ogne fïata

lor via e lor piacere,

ché tu non déi volere

pur far a la tua guisa,

né far di lor divisa.

E guàrdati ad ogn'ora

che laida guardatura

non facci a donna nata

a casa o nella strata:

però chi fa 'l sembiante

e dice ch'è amante,

è un briccon tenuto.

E io ho già veduto

solo d'una canzone

peggiorar condizione:

ché già 'n questo paese

non piace tal arnese.

E guarda in tutte parti

ch'Amor già per su' arti

non t'infiammi lo core:

con ben grave dolore

consumerai tua vita,

né mai di mia partita

non ti potrei tenere,

se fossi in suo podere.

Or ti torna a magione,

ch'omai è la stagione;

e sie largo e cortese,

sì che 'n ogne paese

tutto tuo convenente

sia tenuto piagente».

XVII

Per così bel commiato

n'andò da l'altro lato

lo cavalier gioioso,

e molto confortoso

per sembianti parea

di ciò ch'udito avea;

e 'n questa benenanza

se n'andò a Leanza,

e lei si fece conto,

e poi disse suo conto

sì come parve a lui:

e certo io che vi fui

lodo ben sua manera

e 'l costume e la cera.

E vidi Lealtate

che pur di veritate

tenea suo parlamento;

con bello acoglimento

li disse: «Ora m'intendi

e ciò ch'io dico aprendi.

Amico, primamente

consiglio che non mente,

e 'n qual parte che sia

tu non usar bugia:

ch'on dice che menzogna

ritorna in gran vergogna

però c'ha breve corso;

e quando vi se' scorso,

se tu a le fïate

dicessi veritate,

non ti sarà creduta.

Ma se tu hai saputa

la verità d'un fatto,

e poi per dirla ratto

grave briga nascesse,

certo, se la tacesse,

se ne fossi ripreso,

sarai da me difeso.

E se tu hai parente

o caro benvogliente

cui la gente riprenda

d'una laida vicenda,

tu dê essere acorto

a diritto ed a torto

in dicer ben di lui,

e per fare a colui

discreder ciò che dice;

e poi, quando ti lice,

l'amico tuo gastiga

del fatto onde s'imbriga.

Cosa che tu promette,

non vo' che la dimette:

comando che s'atenga,

purché mal non n'avenga

Ben dicon buoni e rei:

"Se tu fai ciò che déi,

avegna ciò che puote";

ma poi, chi ti riscuote

s'un grave mal n'avene?

Foll' è chi teco tene:

ch'i' tegno ben leale

chi per un picciol male

fa schifare un maggiore,

se 'l fa per lo migliore,

sì che lo peggio resta.

E chi ti manofesta

alcuna sua credenza,

abbine retenenza,

e la lingua sì lenta

ch'un altro no la senta

sanza la sua parola:

ch'io già per vista sola

vidi manofestato

un fatto ben celato.

E chi ti dà in prestanza

sua cosa, o in serbanza,

rendila sì a punto

che non sie in fallo giunto.

E chi di te si fida,

sempre lo guarda e guida,

né già di tradimento

non ti vegna talento.

E vo' ch'al tuo Comune,

rimossa ogne cagione,

sie diritto e leale,

e già per nullo male

che ne poss' avenire

no·llo lasciar perire.

E quando se' 'n consiglio,

sempre ti tieni al meglio:

né prego né temenza

ti mova i·rria sentenza.

Se fai testimonianza,

sia piena di leanza;

e se giudichi altrui,

guarda sì abondui

che già da nulla parte

non falli l'una parte.

Ancor ti priego e dico,

quand' hai lo buono amico

e lo leal parente,

amalo coralmente:

non si' a sì grave stallo

che tu li facce fallo.

E voglio ch'am' e crede

Santa Chiesa e la fede;

e solo e infra la gente

innora lealmente

Geso Cristo e li santi,

sì che' vecchi e li fanti

abbian di te speranza

e prendan buon' usanza.

E va', che ben ti pigli

e che Dio ti consigli,

ché per esser leale

si cuopre molto male».

XVIII

Allora il cavalero,

che 'n sì alto mestero

avea la mente misa,

se n'andò a distesa

e gìsene a Prodezza;

e quivi con pianezza

e con bel piacimento

e disse il suo talento.

Allor vid' io Prodezza

con viso di baldezza

sicuro e sanza risa

parlare in questa guisa:

«Dicoti apertamente

che tu non sie corrente

a far né a dir follia,

ché, per la fede mia,

non ha presa mi' arte

chi segue folle parte;

e chi briga mattezza

non fie di tale altezza

che non ruvini a fondo:

non ha grazia nel mondo.

E guàrdati ognora

che tu non facci ingiura

né forza a om vivente:

quanto se' più potente,

cotanto più ti guarda,

ché la gente non tarda

di portar mala boce

a om che sempre noce.

Di tanto ti conforto,

che, se t'è fatto torto,

arditamente e bene

la tua ragion mantene.

Ben ti consiglio questo:

che, se tu col ligisto

atartene potessi,

vorria che lo facessi,

ch'egli è maggior prodezza

rinfrenar la mattezza

con dolci motti e piani

che venire a le mani.

E non mi piace grido;

pur con senno mi guido;

ma se 'l senno non vale,

metti mal contra male,

né già per suo romore

non bassar tuo onore;

ma s'è di te più forte,

fai senno se 'l comporte

e da' loco a la mischia,

ché foll' è chi s'arischia

quando non è potente:

però cortesemente

ti parti di romore;

ma se per suo furore

non ti lascia partire,

vogliendoti ferire,

consiglioti e comando

no 'nde vada [da] bando:

abbie le mani acorte,

non dubbiar de la morte,

ché tu sai per lo fermo

che già di nullo schermo

si pote omo covrire,

che non vada al morire

quando lo punto vene.

Però fa grande bene

chi s'arischi' al morire

anzi che soferire

vergogna né grave onta:

ché 'l maestro ne conta

che omo teme sovente

tal cosa, che neente

li farà nocimento.

Né non mostrar pavento

a om ch'è molto folle,

ché, se ti truova molle,

piglierànne baldanza;

ma tu abbi membranza

di farli un ma·riguardo,

sì sarà più codardo.

Se tu hai fatto offesa

altrui, che sia ripresa

in grave nimistanza,

sì abbi per usanza

di ben guardarti d' esso,

ed abbi sempre apresso

e arme e compagnia

a casa e per la via;

e se tu vai atorno,

sl va' per alto giorno,

mirando d'ogne parte,

ché non ci ha miglior arte

per far guardia sicura

che buona guardatura:

l'occhio ti guidi e porti,

e lo cor ti conforti.

E un'altra ti dico:

se questo tuo nemico

fosse di basso afare,

non ce t'asecurare,

perché sie più gentile;

no·llo tenere a vile,

ch'ogn'omo ha qualch' aiuto:

e i' ho già veduto

ben fare una vengianza,

che quasi rimembranza

no 'nd' era tra la gente.

Però cortesemente

del nemico ti porta,

e abbie usanza acorta:

se 'l truovi in alcun lato,

paia l'abbie innorato;

se 'l truovi in alcun loco,

per ira né per gioco

no·lli mostrare asprezza

ne villana fierezza;

dà·lli tutta la via:

però che maestria

afina più l'ardire

che non fa pur ferire.

Chi fere bene ardito,

pò ben esser ferito;

e se tu hai coltello,

altri l'ha buono e bello:

ma maestria conchiude

la forza e la vertude,

e fa 'ndugiar vendetta

e alungar la fretta

e mettere in obria

e atutar follia.

E tu sia bene apreso:

che se ti fosse ofeso

di parole o di detto,

non rizzar lo tu' petto,

ne non sie più corrente

che porti 'l convenente.

Al postutto non voglio

ch'alcuno per suo orgoglio

dica né faccia tanto

che 'l gioco torni 'n pianto,

né che già per parola

si tagli mano o gola.

E i' ho già veduto

omo ch'è pur seduto,

non facendo mostranza,

far ben dura vengianza.

S'afeso t'è di fatto,

dicoti a ogne patto

che tu non sie musorno,

ma di notte e di giorno

pensa de la vendetta,

e non aver tal fretta

che tu ne peggior' onta,

ché 'l maestro ne conta

che fretta porta inganno,

e 'ndugio è par di danno;

e tu così digrada:

ma pur, come che vada

la cosa, lenta o ratta,

sia la vendetta fatta.

E se 'l tuo buono amico

ha guerra di nemico,

tu ne fa' quanto lui,

e guàrdati di plui:

non menar tal burbanza

ched elli a tua fidanza

coninciasse tal cosa

che mai non abbia posa.

E ancor non ti caglia

d'oste né di battaglia,

né non sie trovatore

di guerra o di romore.

Ma se pur avenisse

che 'l tuo Comun facesse

oste o cavalcata,

voglio che 'n quell'andata

ti porte con barnaggio

e dimostreti maggio

che non porta tuo stato;

e déi in ogne lato

mostrar tutta franchezza

e far buona prodezza.

Non sie lento né tardo,

ché già omo codardo

non aquistò onore

né divenne maggiore.

E tu per nulla sorte

non dubitar di morte,

ch'assai è più piacente

morire orratamente

ch'esser vituperato,

vivendo, in ogne lato.

Or torna in tuo paese,

e sie prode e cortese:

non sia lanier né molle

né corrente né folle».

Così noi due stranieri

ci ritornammo arrieri:

colui n'andò in sua terra

ben apreso di guerra,

e io presi carriera

per andar là dov' iera

tutto mio intendimento

e 'l final pensamento,

per esser veditore

di Ventur' e d'Amore.

XIX

Or si ne va il maestro

per lo camino a destro,

pensando duramente

intorno al convenente

de le cose vedute:

e son maggior essute

ch'io non so divisare;

e ben si dee pensare

chi ha la mente sana

od ha sale 'n dogana

che 'l fatto è smisurato,

e troppo gran trattato

sarebbe a ricontare.

Or voglio intralasciare

tanto senno e savere

quant' io fui a vedere,

e contar mio vïaggio,

come 'n calen di maggio,

passati valli e monti

e boschi e selve e ponti,

io giunsi in un bel prato

fiorito d'ogne lato,

lo più ricco del mondo.

Ma or parea ritondo,

ora avea quadratura;

ora avea l'aria scura,

ora e chiara e lucente;

or veggio molta gente,

or non veggio persone;

or veggio padiglione,

or veggio case e torre;

l'un giace e l'altro corre,

l'un fugge e l'altro caccia,

chi sta e chi procaccia,

l'un gode e l'altro 'mpazza,

chi piange e chi sollazza:

così da ogne canto

vedea gioco e pianto.

Però, s'io dubitai

o mi maravigliai,

be·llo dëon sapere

que' che stanno a vedere.

Ma trovai quel suggello

che da ogne rubello

m'afida e m'asicura:

così sanza paura

mi trassi più avanti,

e trovai quattro fanti

ch'andavan trabattendo.

E io, ch'ognora atendo

di saper veritate

de le cose trovate,

pregai per cortesia

che sostasser la via

per dirmi il convenente

de·luogo e de la gente.

E l'un, ch'era più saggio

e d'ogne cosa maggio,

mi disse in breve detto:

«Sappi, mastro Burnetto,

che qui sta monsegnore

ch'e capo e dio d'amore;

e se tu non mi credi,

passa oltra e sì 'l vedi;

e più non mi toccare,

ch'io non t'oso parlare».

Così furon spariti

e in un punto giti,

ch'i' non so dove o come,

né la 'nsegna né 'l nome.

Ma i' m'asicurai,

e tanto inanti andai

ch'i' vidi al postutto

e parte e mezzo e tutto;

e vidi molte genti,

cu' liete e cui dolenti;

e davanti al segnore

parea che gran romore

facesse un'altra schiera;

e 'n una gran chaiera

io vidi dritto stante

ignudo un fresco fante,

ch'avea l'arco e li strali

e avea penn' ed ali,

ma neente vedea,

e sovente traea

gran colpi di saette,

e là dove le mette

convien che fora paia,

chi che periglio n'aia;

e questi al buon ver dire

avea nome Piacere.

E quando presso fui,

io vidi intorno lui

quattro donne valenti

tener sopra le genti

tutta la segnoria;

e de la lor balìa

io vidi quanto e come,

e so di lor lo nome:

Paura e Disianza

e Amore e Speranza.

E ciascuna in disparte

adovera su' arte

e la forza e 'l savere,

quant' ella può valere:

ché Desïanza punge

la mente e la compunge

e sforza malamente

d'aver presentemente

la cosa disïata,

ed è sì disvïata

che non cura d'onore,

né morte né romore

né periglio ch'avegna

né cosa che sostegna;

se non che la Paura

la tira ciascun'ora,

sì che non osa gire

né solo u·motto dire

né far pur un semblante,

però che 'l fino amante

riteme a dismisura.

Ben ha la vita dura

chi così si bilanza

tra tema e disïanza;

ma Fino Amor solena

del gran disio la pena,

e fa dolce parere,

e leve a sostenere,

lo travaglio e l'afanno

e la doglia e lo 'nganno.

D'altra parte Speranza

aduce gran fidanza

incontro a la Paura,

e sempre l'asicura

d'aver buon compimento

di suo inamoramento.

E questi quattro stati

son di Piacere nati,

con essi sì congiunti

che già ora né punti

non potresti contare

tra·llor lo 'ngenerare:

ché, quando omo 'namora,

io dico che 'n quell'ora

disia ed ha temore

e speranza ed amore

di persona piaciuta;

ché la saetta aguta

che move di piacere

lo punge, e fa volere

diletto corporale,

tant'è l'amor corale.

Così ciascuno in parte

aòverar su' arte

divisa ed in comuno;

ma tutti son pur uno,

cui la gente ha temore,

sì 'l chiaman Dio d'Amore,

perciò che 'l nome e l'atto

s'acorda più al fatto.

Assai mi volsi intorno

e di notte e di giorno,

credendomi campire

del fante, che ferire

lo cor non mi potesse;

e s'io questo tacesse,

farei maggio savere,

ch'io fui messo in podere

e in forza d'Amore.

Però, caro segnore,

s'io fallo nel dettare,

voi dovete pensare

che l'om ch'è 'namorato

sovente muta stato.

Poi mi tornai da canto,

e in un ricco manto

vidi Ovidio maggiore,

che gli atti dell'amore,

che son così diversi,

rasembra 'n motti e versi.

E io mi trassi apresso,

e domandai lu' stesso

ched elli apertamente

mi dica il convenente

e lo bene e lo male

de l[o] fante dell'ale,

c'ha le saette e l'arco,

e onde tale incarco

li venne, che non vede.

Ed elli in buona fede

mi rispose 'n volgare

che la forza d'amare

non sa chi no lla prova:

«Perciò, s'a te ne giova,

cércati fra lo petto

del bene e del diletto,

del male e de l'errore

che nasce per amore».

E così stando un poco,

io mi mutai di loco,

credendomi fuggire;

ma non potti partire,

ch'io v'era sì 'nvescato

che già da nullo lato

potea mutar lo passo.

Così fui giunto, lasso,

e giunto in mala parte!

Ma Ovidio per arte

mi diede maestria,

sì ch'io trovai la via

com' io mi trafugai:

così l'alpe passai

e venni a la pianura.

Ma troppo gran paura

ed afanno e dolore

di persona e di core

m'avenne quel vïaggio:

ond'io pensato m'aggio,

anzi ch'io passi avanti,

a Dio ed a li santi

tornar divotamente,

e molto umilemente

confessar li peccati

a' preti ed a li frati.

E questo mio libretto

e ogn'altro mio detto

ch'io trovato avesse,

s'alcun vizio tenesse,

cometto ogni stagione

i·llor correzzïone,

per far l'opera piana

co la fede cristiana.

E voi, caro segnore,

prego di tutto core

che non vi sia gravoso

s'i' alquanto mi poso,

finché di penitenza

per fina conoscenza

mi possa consigliare

con omo che mi pare

ver' me intero amico,

a cui sovente dico

e mostro mie credenze,

e tegno sue sentenze.

XX

Al fino amico caro,

a cui molto contraro

d'alegrezza e d'afanno

pare venuto ogn'anno:

io Burnetto Latino,

che nessun giorno fino

d'aver gioia e pena

(come Ventura mena

la rot' a falsa parte),

ti mando 'n queste carte

salute e 'ntero amore:

ch'i' non truovo migliore

amico che mi guidi,

né di cui più mi fidi

di dir le mie credenze,

ché troppo ben sentenze,

quando chero consiglio

intra 'l bene e 'l periglio.

Or m'è venuta cosa

ch'i' non poria nascosa

tener, ch'io non ti dica:

pur non ti sia fatica

d'udire infi·la fine,

amico mio, ch'afine

mie parole mondane

ch'io dissi ognora vane.

Per Dio merzé ti mova

la ragione, e la prova

che ciò che dire voglio

da buona parte acoglio.

Non sai tu che lo mondo,

si poria dir non mondo,

considerando quanto

ci ha no·mondezza e piant ?

Che truovi tu che vaglia?

Non vedi tu san' faglia

ch'ogne cosa terrena

porta peccato e pena,

né cosa ci ha sì crera

che non fallisca e pèra?

Or prendi un animale

più forte e che più vale:

dico che 'n poco punto

è disfatto e digiunto.

Ahi om, perché ti vante,

vecchio, mezzano e fante?

Di', che vai tu cercando?

Già non sai l'ora e quando

ven quella che ti porta,

quella che non comporta

oficio o dignitate:

ahi Deo, quante fïate

ne porta le corone

come basse persone!

Giulio Cesar maggiore,

lo primo imperadore,

già non campò di morte,

né Sanson lo più forte

non visse lungiamente;

Alesandro valente,

che conquistò lo mondo,

giace morto in fondo;

Assalon per bellezze,

Ettòr per arditezze,

Salamon per savere,

Attavian per avere

già non camparo un giorno

fora del suo ritorno.

Adunque, omo, che fai?

Già torne tutto in guai,

la mannaia non vedi

c'hai tuttora a li piedi.

Or guarda il mondo tutto:

foglia e fiore e frutto,

augel, bestia né pesce

di morte fuor non esce.

Dunque ben pe·ragione

provao Salamone

ch'ogne cosa mondana

è vanitate vana.

Amico, or movi guerra

e va' per ogne terra

e va' ventando il mare,

dona robe e mangiare,

guadagna argento ed oro,

amassa gran tesoro:

tutto questo che monta?

Ira, fatica ed onta

hai messo a l'aquistare,

poi non sai tanto fare

che non perde in un motto

te e l'aquisto tutto.

Ond' io, di ciò pensando

e fra me ragionando

quant' io aggio fallato

e come sono istato

omo reo peccatore,

sì ch'al mio Crëatore

non ebbi provedenza,

e nulla reverenza

portai a Santa Chiesa,

anzi l'ho pur offesa

di parole e di fatto,

ora mi tegno matto,

ch'i' veggio ed ho saputo

ch'i' son dal mal perduto.

E poi ch'io veggio e sento

ch'io vado a perdimento,

seria ben for di senso

s'i' non proveggio e penso

come per lo ben campi,

che lo mal non m'avampi.

XXI

Così tutto pensoso

un giorno di nascoso

entrai in Mompuslieri,

e con questi pensieri

me n'andai a li frati,

e tutti mie' peccati

contai di motto in motto.

Ahi lasso, che corrotto

feci quand' ebbi inteso

com' io era compreso

di smisurati mali

oltre che criminali!

ch'io pensava tal cosa

che non fosse gravosa,

ched è peccato forte

più quasi che di morte.

Ond' io tutto a scoverto

al frate mi converto

che m'ha penitenziato;

e poi ch'i' son mutato,

ragion è che tu muti,

ché sai che sén tenuti

un poco mondanetti:

però vo' che t'afretti

di gire ai frati santi.

Ma pènsati davanti

se per modo d'orgoglio

enfiaste unque lo scoglio,

sì che 'l tuo Crëatore

non amassi di core

e non fossi ubidenti

a' Suoi comandamenti;

e se ti se' vantato

di ciò c'hai operato

in bene o in follia;

o per ipocresia

mostrave di ben fare

quando volei fallare;

o se tra le persone

vai movendo tencione

di fatto o di minacce,

tanto ch'oltraggio facce;

o se t'insuperbisti

o in greco salisti

per caldo di ricchezza

o per tua gentilezza

o per grandi parenti

o perché da le genti

ti par esser laudato;

o se ti se' sforzato

di parer per le vie

miglior che tu non sie;

o s'hai tenuto a schifo

la gente, o torto 'l grifo,

per tua grammatesia;

o se per leggiadria

ti se' solo seduto

quando non hai veduto

compagno che ti piaccia;

o s'hai mostrato faccia

crucciata per superba,

e la parola acerba,

vedendo altrui fallare,

e te stesso peccare;

o se ti se' vantato

o detto in alcun lato

d'aver ciò che non hai,

o saver che non sai.

Amico, e ben ti membra

se tu per belle membra

o per bel vestimento

hai preso orgogliamento:

queste cose contate

son di superbia nate,

di cui il savio dice

ched è capo e radice

del male e del peccato.

E 'l frate m'ha contato,

sed io ben mi ramento,

che per orgogliamento

fallio l'angel matto

ed Eva ruppe 'l patto,

e la morte d'Abèl

e la torre Babel

e la guerra di Troia:

così convien che muoia

superbia per soperchio

che spezza ogne coperchio.

Amico, or ti provedi,

ché tu conosci e vedi

che d'orgogliose pruove

invidia nasce e muove,

ch'è fuoco de la mente.

Vedi se se' dolente

dell'altrui beninanza;

o s'avesti allegranza

dell'altrui turbamento;

o per tuo trattamento

hai ordinata cosa

che sia altrui gravosa;

e se sotto mantello

hai orlato il cappello

ad alcun tu' vicino

per metterlo al dichino;

o se lo 'ncolpi a torto;

o se tu dài conforto

di male a' suo' guerreri,

e quando se' dirieri

ne parle laido male.

Ben mostri che ti cale

di metterlo in mal nome,

ma tu non pensi come

lo spregio ch'è levato

sì possa esser lavato,

né pur che mai s'amorti

lo blasmo, chi chi 'l porti:

ché tale il mal dire ode

che poi no·llo disode.

Invidia è gran peccato;

e ho scritto trovato

che prima coce e dole

a colui che la vuole.

E certo, chi ben mira,

d'invidia nasce l'ira:

ché, quando tu non puoi

diservire a colui

né metterlo al disotto,

lo cor s'imbrascia tutto

d'ira e di maltalento,

e tutto 'l pensamento

si gira di mal fare

e di villan parlare,

sì che batte e percuote

e fa 'l peggio che puote.

Perciò, amico, penza

se 'n tanta malvoglienza

ver' Cristo ti crucciasti,

o se Lo biastimiasti,

o se battesti padre

od afendesti a madre

o cherico sagrato

o segnore o parlato:

cui l'ira dà di piglio,

perde senno e consiglio.

In ira nasce e posa

accidia nighittosa:

ché, chi non puote in fretta

fornir la sua vendetta

néd afender cui vole,

l'odio fa come suole,

che sempre monta e cresce

né di mente non li esce;

ed è 'n tanto tormento

che non ha pensamento

di neun ben che sia,

ma tanto si disvia

che non sa megliorare

né già ben cominciare;

ma croio e neghittoso

e ver' Dio grorïoso.

Questi non va a messa,

né sa qual che si' essa,

né dicer paternostro

in chiesa né nel chiostro.

Così per mal' usanza

si gitta in disperanza

del peccato c'ha fatto,

ed è sì stolto e matto

che di suo mal non crede

trovare in Dio merzede;

o per falsa cagione

apiglia presenzione,

che 'l mette in mala via

di non creder che sia

per ben né per peccato

omo salv' o dannato;

e dice a tutte l'ore

che già giusto Segnore

no·ll'avrebbe crëato

perch' e' fosse dannato

ed un altro prosciolto.

Questi si scosta molto

da la verace fede:

forse che non s'avede

che 'l Misericordioso,

tutto che sia pietoso,

sentenza per giustizia

intra 'l bene e le vizia,

e dà merito e pene

secondo che s'aviene?

Or pens', amico mio,

se tu al vero Dio

rendesti grazia o grato

del ben che t'ha donato:

ché troppo pecca forte

ed è degno di morte

chi non conosce 'l bene

di là donde li viene.

E guarda s'hai speranza

di trovar perdonanza.

Hai alcun mal commesso?

Se non ne se' confesso,

peccato hai malamente

ver' l'alto Dio potente.

Di negghienza m'avisa

che nasce covitisa:

ché, quand' om per negghienza

non si trova potenza

di fornir sua dispensa,

immantenente pensa

come potesse avere

sì de l'altrui avere

che fornisca suo porto

a diritto ed a torto.

Ma colui c'ha divizia

sì cade in avarizia,

ché l'avere non spende

e già l'altrui non rende,

anz' ha paura forte

ch'anzi che vegna a morte

l'aver gli vegna meno,

e pu·ristringe freno.

Così rapisce e fura,

e dà mala misura

e peso frodolente

e novero fallente;

e non teme peccato

d'anstar suo mercato

né di cometter frode,

anzi 'l si tene i·llode;

di nasconderlo sòle,

e per bianche parole

inganna altrui sovente,

e molto largamente

promette di donare

quando no'l crede fare.

E un altro per impiezza

a la zara s'avezza

e giuoca con inganno,

e per far l'altrui danno

sovente pigna 'l dado,

e non vi guarda guado;

e ben presta a unzino

e mette mal fiorino;

e se perdesse un poco,

ben udiresti loco

biastemiare Dio e' santi

e que' che son davanti.

E un altr' è, che non cura

di Dio e di Natura,

sì doventa usoriere

e in molte maniere

ravolge suo' danari,

che li son molto cari;

non guarda dìe né festa,

né per pasqua non resta,

e non par che li 'ncresca,

pur che moneta cresca.

Altro per semonia

si getta in mala via

e Dio e' santi afende

e vende le profende

e' santi sagramenti,

e mette 'nfra le genti

esempro di malfare;

ma questo lascio stare,

ché tocca a ta' persone,

che non è mia ragione

di dirne lungiamente.

Ma dico apertamente

che l'om ch'è troppo scarso

credo c'ha 'l cor tutt' arso,

ché 'n puovere persone

e 'n on che si' in pregione

non ha nulla pietade:

tutto in inferno cade.

Per iscarsezza sola

vien peccato di gola,

ch'om chiama ghiottornia:

ché, quando l'om si svia

sì che monti i·rrichezza,

la gola sì s'avezza

a le dolce vivande

e far cocine grande

e mangiare anzi l'ora.

E molto ben divora

chi mangia più sovente

che non fa l'altra gente;

e talor mangia tanto

che pur da qualche canto

li duole corpo e fianco,

e stanne lasso e stanco;

e inebrïa di vino,

sì ch'ogne suo vicino

se ne ride d'intorno

e mettelo in iscorno:

ben è tenuto bacco

chi fa del corpo sacco

e mette tanto in epa

che talora ne crepa.

Certo per ghiottornia

s'aparecchia la via

in commetter lusura:

chi mangia a dismisura,

la lussura s'acende,

sì ch'altro non intende

se non a quel peccato,

e cerca d'ogne lato

come possa compiére

quel suo laido volere.

E vecchio che s'impaccia

di così laida taccia,

fa ben doppio peccato

ed è troppo blasmato.

Ben è gran vituperio

commettere avolterio

con donne o con donzelle,

quanto che paian belle;

ma chi 'l fa con parente,

pecca più agramente.

Ma tra questi peccati

son vie più condannati

que' che son soddomiti:

deh, come son periti

que' che contra natura

brigan cotal lusura!

Or vedi, caro amico,

e 'ntende ciò ch'i' dico:

vedi quanti peccati

io t'aggio nominati,

e tutti son mortali;

e sai che ci ha di tali

che ne curiamo poco.

Vedi che non è gioco

di cadere in peccato:

e però da buon lato

consiglio che ti guardi

che 'l mondo non t'imbardi.

Ora a Dio t'acomando,

ch'io non so l'or' né quando

ti debbia ritrovare:

ch'io credo pur andare

la via ch'io m'era messo;

ché ciò che m'e promesso

di veder le sett' arti

ed altre molte parti,

io le vo' pur vedere,

imparar e sapere;

ché, poi che del peccato

mi son penitenzato,

e sonne ben confesso

e prosciolto e dimesso,

io metto poca cura

d'andar a la Ventura.

XXII

Così un dì di festa

tornai a la foresta,

e tanto cavalcai

che io mi ritrovai

una diman per tempo

in sul monte d'Olempo,

di sopra in su la cima.

E qui lascio la rima

per dir più chiaramente

ciò ch'i' vidi presente:

ch'io vidi tutto 'l mondo,

sì com'egli è ritondo,

e tutta terra e mare,

e 'l fuoco sopra l'ãre;

ciò son quattro aulimenti,

che son sostenimenti

di tutte crëature

secondo lor nature.

Or mi volsi da canto,

e vidi un bianco manto

così da la sinestra

dopp' una gran ginestra;

e io guatai più fiso,

e vidi un bianco viso

con una barba grande

che sul petto si spande.

Ond'io m'asicurai,

e 'nanti lui andai

e feci mio saluto

e fui ben ricevuto;

ond'io presi baldanza,

e con dolce contanza

lo domandai del nome,

chi elli era, e come

si stava sì soletto

sanza niuno ricetto.

E tanto 'l domandai

che nel suo dir trovai

che là dove fu nato

fu Tolomeo chiamato,

mastro di storlomia

e di fisolofia;

ed è a Dio piaciuto

che sia tanto vivuto,

qual che sia la cagione.

E io 'l misi a ragione

di que' quattro aulimenti

e di lor fondamenti,

e come son formati

e insieme legati.

E ei con belle risa

rispuose in questa guisa:

[ .   .   .   .   . ]

[ .   .   .   .   . ]

[ .   .   .   .   . ]

[ .   .   .   .   . ]

 

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 21 novembre 2011